In Israele, “animali in forma umana“ possono essere uccisi

Tamir Sorek

31 Agosto 2025 – MONDOWEISS

Ricerche dimostrano con coerenza che gli ebrei israeliani considerano i palestinesi meno che umani. Questo razzismo radicato affonda le sue radici nel progetto coloniale sionista e contribuisce a spiegare l’ampio sostegno al genocidio di Gaza.

Nel mezzo dei combattimenti nella Striscia di Gaza, due psicologi della politica di prestigiose università americane hanno condotto un sondaggio tra 521 israeliani. Agli intervistati è stato presentato uno scenario ipotetico: un soldato israeliano ferito giace in un’area controllata dalle forze palestinesi. Agli intervistati è stato detto che per salvarlo sarebbe necessario bombardare un quartiere civile palestinese. Quanti civili palestinesi sarebbe giustificato uccidere per questo scopo? Gli ingenui ricercatori hanno proposto una scala tra 0 e 1.000, sperando di osservare un’ampia gamma di risposte. In pratica circa la metà degli intervistati ha selezionato il numero massimo: 1.000. Sebbene il campione non fosse stato concepito per essere rappresentativo, le inclinazioni politiche degli intervistati erano solo leggermente più a destra rispetto a quelle riportate in un sondaggio condotto tre mesi dopo dall’Israel Democracy Institute. Inoltre anche tra coloro che si identificavano come di sinistra o tendenzialmente di sinistra circa un quarto ha scelto il numero massimo.

Alcuni potrebbero credere a qualcosa del tipo “dopo lo shock della crudeltà di Hamas del 7 ottobre, gli israeliani hanno perso la capacità di provare empatia verso i palestinesi”. Se non fosse stato per quel massacro, potrebbero dire, i numeri sarebbero stati diversi. Ma Emile Bruneau e Nour Kteily, due psicologi della politica, hanno condotto questo sondaggio all’inizio di agosto 2014. Casualmente, è stato condotto la stessa settimana in cui Israele ha massacrato centinaia di civili palestinesi a Rafah (un incidente noto come “Venerdì Nero”), un episodio che ha dato concretezza allo scenario del sondaggio. L’esercito israeliano è l’esercito del popolo e si è comportato in linea con l’opinione pubblica. Il Procuratore Capo Militare si è astenuto dall’avviare un’indagine penale. In ogni caso la sequenza degli eventi mostra chiaramente che il 7 ottobre non è la ragione della svalutazione della vita palestinese agli occhi degli israeliani.

Altri potrebbero dire che in una situazione di conflitto violento e prolungato è naturale che si sviluppi odio tra le parti in conflitto e che la vita del nemico perda valore. Dopotutto, il principio secondo cui “la carità inizia a casa propria” è un sentimento umano comune. Questa affermazione è valida, ma insufficiente. Solo poche settimane dopo quell’indagine i ricercatori ne hanno condotta un’altra, questa volta tra 354 palestinesi della Cisgiordania rappresentanti una gamma di opinioni politiche. Ai partecipanti palestinesi è stato presentato uno scenario in cui assistevano a due auto che precipitavano in un burrone: una con a bordo quattro bambini coloni israeliani e l’altra un uomo palestinese. Avevano solo il tempo di fermare una delle auto. I ricercatori hanno chiesto: in che misura (su una scala da 0 a 100) è moralmente giusto salvare i bambini israeliani al posto del Palestinese? Circa la metà degli intervistati ha affermato, con oltre il 50% di certezza, che salvare i bambini israeliani sarebbe stata la cosa giusta da fare. Un intervistato su sei era sicuro al 100% che questa fosse la scelta moralmente corretta. È importante notare che questo sondaggio è stato condotto poco dopo quello che all’epoca era stato l’attacco più mortale a Gaza, che aveva ucciso più di 550 bambini palestinesi: 15 volte di più del numero di bambini israeliani uccisi il 7 ottobre. In altre parole, almeno nel 2014, il sanguinoso conflitto e l’elevato numero di vittime non hanno spinto l’intera opinione pubblica palestinese a una mentalità vendicativa e spietata

Inoltre a entrambi i gruppi è stata mostrata la cosiddetta scala “Ascesa dell’Uomo”. Sul lato destro appare un essere umano moderno mentre sul lato sinistro una figura simile a un Neanderthal che cammina a quattro zampe. Agli intervistati è stato chiesto di valutare sé stessi e i membri della nazionalità rivale su una scala da 0 (umano simile a una scimmia) a 100 (umano completamente evoluto). Il divario tra l’autovalutazione e la valutazione dell’altro è considerato dagli psicologi della politica una misura della disumanizzazione. I risultati hanno mostrato che la disumanizzazione israeliana dei palestinesi era di sei punti superiore rispetto quella dei palestinesi nei confronti degli israeliani. In effetti la misura della disumanizzazione dei palestinesi da parte degli israeliani era la più alta ottenuta mediante questo strumento fino a quel momento (studi simili erano stati precedentemente condotti in Ungheria, Stati Uniti e Inghilterra).

L’immagine dei palestinesi come creature scimmiesche ha echeggiato in modo agghiacciante negli ultimi due anni. “Animali in forma umana [hayot adam in ebraico]!! Cancellate Gaza dalla faccia della terra!!” “Animali in forma umana, dal bambino all’anziano, distruggete tutta Gaza”. Frasi come queste sono apparse con innumerevoli varianti sui social media nei giorni successivi al 7 ottobre, pubblicate da israeliani comuni. Molti hanno fatto eco alla dichiarazione dell’allora Ministro della Difesa che esprimeva un’idea simile. Richiedere l’annientamento di milioni di persone presuppone l’allontanamento delle vittime dalla famiglia umana, annullando così le relative norme sociali che considerano immorale l’uccisione di civili e in particolare di bambini.

Gli ebrei non sono intrinsecamente più o meno crudeli dei membri di altri gruppi. Ma in Israele gli ebrei vivono in un contesto politico coloniale che richiede una disumanizzazione sempre crescente e una continua svalutazione della vita palestinese. La necessità di giustificare l’espropriazione in corso dal 1948, il regime di supremazia ebraica e la mortale repressione della resistenza che ne è seguita impongono agli israeliani di sminuire l’umanità dei palestinesi. A tal fine, nell’ebraico contemporaneo è stato sviluppato un vocabolo specifico: il “mehabel” (tradotto liberamente come “terrorista”, ma usato quasi esclusivamente per i palestinesi) – una persona senza storia e senza personalità, la cui “hisul” (eliminazione) è permessa e persino auspicabile, e chiunque entri nelle “shithei hashmada” (“zone di sterminio”) verrà “neutralizzato”.

Pertanto sin dalla fondazione dello Stato di Israele è stato raro che un ebreo israeliano venisse punito adeguatamente per aver ucciso un arabo. La disumanizzazione ha permesso l’uccisione di migliaia di palestinesi che hanno cercato di tornare nelle loro terre nei primi anni dello Stato, senza procedure legali né processo. Tutti i condannati per il massacro di Kafr Qasim del 1956 [49 contadini palestinesi vennero uccisi al ritorno dai campi benché non fossero stati avvertiti che il coprifuoco era stato anticipato, ndt.]  sono tornati a casa in meno di tre anni e alcuni di loro sono stati ricompensati con impieghi pubblici. I responsabili dei massacri di Khan Younis e Rafah [almeno 386 fucilati durante la guerra del 1956 con l’Egitto, ndt.], avvenuti nelle settimane successive non sono stati mai processati, così come coloro che qualche anno prima hanno perpetrato il massacro di Qibya [69 civili uccisi in un’azione di rappresaglia nel 1953, ndt.]. Un filo diretto collega questi massacri alla grazia concessa ai membri del movimento ebraico clandestino negli anni ’80, alla condanna assurdamente lieve del soldato Elor Azaria che nel 2016 ha ferito e ucciso un palestinese davanti alle telecamere e alla recente licenza di fatto di uccidere concessa ai coloni in Cisgiordania. La clemenza legale ha creato un mondo normativo in cui le vite dei palestinesi non vengono considerate.

Gli attuali giorni di orrore con le immagini di bambini affamati nel ghetto di Gaza e il tardivo risveglio persino di quel poco che resta del sionismo di sinistra a dare un nome al crimine – genocidio – affondano le radici in decenni di disumanizzazione e di permessi di versare sangue che ci hanno portato a questo punto.

Come sarebbero state distribuite le risposte se lo studio del 2014 avesse proposto un tetto massimo più alto di 1.000 vittime palestinesi? Un altro zero? Altri due? O forse un noto numero di sette cifre [si riferisce ovviamente ai 6.000.000 di vittime della Shoah, n.d.t.]? La diffusa indifferenza verso il genocidio che Israele sta commettendo ci offre un indizio.

Una precedente versione di questo articolo è stata pubblicata in ebraico da Siha Mekomit.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Regno Unito, la polizia arresta lo sceneggiatore di Ken Loach, Paul Laverty, per una maglietta contro il genocidio

Redazione di MEE

25 agosto 2025- Middle East Eye

Lo sceneggiatore di Io, Daniel Blake è stato arrestato perché indossava una maglietta con la scritta ‘Genocidio in Palestina, è ora di agire’

La polizia ha arrestato lo sceneggiatore di ‘Io, Daniel Blake’ Paul Laverty perché indossava una maglietta con la scritta “Genocidio in Palestina, è ora di agire”.
L’’arresto è avvenuto nella capitale della Scozia Edimburgo durante una protesta contro l’’appoggio del governo del Regno Unito ad Israele nel corso del genocidio a Gaza.
Lunedì scorso un annuncio su X a nome del regista di ‘Io, Daniel Blake’ Ken Loach e della sua società di produzione Sixteen Films, ha confermato l’’arresto di Laverty.
“Paul Laverty si trova attualmente trattenuto in custodia nella stazione di polizia di St. Leonard di Edimburgo…, presumibilmente a causa del sostegno a Palestine Action”, scrive la nota sulla piattaforma social.
Un portavoce della polizia scozzese ha dichiarato: “”In seguito ad una protesta di fronte alla stazione di polizia di St Leonard lunedì 25 agosto 2025 un uomo di 68 anni è stato arrestato in base al ‘Terrorism Act 2000’ per aver espresso sostegno ad un’’ organizzazione messa al bando. Le indagini proseguono”.”

A luglio il Regno Unito ha messo al bando l’’organizzazione Palestine Action, un gruppo di protesta che avrebbe presuntamente preso di mira fabbriche di armi e attrezzature militari in una serie di episodi di azione diretta.
Esprimere o sollecitare il sostegno a Palestine Action nel Regno Unito è un crimine punibile con la detenzione fino a 14 anni, in base al ‘Terrorism Act 2000’.
L’’11 agosto sono state arrestate più di 500 persone, in maggioranza sopra i 50 anni, per presunto sostegno all’’organizzazione mentre partecipavano ad una protesta che chiedeva al governo di togliere il bando. Decine di altre sono state arrestate in altre proteste nel Paese.
Volker Turk, alto commissario ONU per i diritti umani, a luglio ha detto che la decisione del Regno Unito di mettere al bando l’’associazione di attivisti in quanto organizzazione terrorista era “sproporzionata e non necessaria” ed ha chiesto che la definizione venisse revocata.
Ha affermato: ““La legislazione antiterrorismo interna al Regno Unito definisce gli atti terroristici così ampiamente da includere ‘”gravi danni alla proprietà’”.
““Ma, in base agli standard internazionali, gli atti di terrorismo dovrebbero essere circoscritti ad atti criminali finalizzati a provocare morte o gravi ferite o la presa di ostaggi, con lo scopo di intimidire una popolazione o costringere un governo ad intraprendere o meno una certa azione”.
“”Ȓ un travisamento della gravità e dell’’impatto del terrorismo ampliarne la definizione al di là di quei precisi limiti, per includere ulteriori condotte che costituiscono già un reato in base alla legge”.”

(Traduzione dall’’inglese di Cristiana Cavagna)




Da Sakhnin a Ramallah prende piede una nuova ondata di lotta popolare palestinese

Awad Abdelfattah

6 agosto 2025 – +972 Magazine

Mentre cresce l’indignazione per Gaza, proteste e scioperi della fame segnano un rinnovato movimento palestinese determinato a colmare le divisioni e a sostenere la resistenza.

Nelle ultime settimane la mobilitazione popolare palestinese ha acquisito un notevole slancio, in particolare nei territori del 1948 [ossia nello Stato di Israele, ndt.] e nella Cisgiordania occupata. Questa ondata riflette un crescente sforzo di riconnettersi con un’ondata rinvigorita di solidarietà globale che ha persistito, persino amplificandosi, nonostante la dura repressione dei movimenti filo-palestinesi negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Tutti i segnali suggeriscono che questo slancio continuerà a crescere, trasformandosi potenzialmente in una rivolta popolare più ampia, in grado di contrastare le brutali politiche israeliane nei confronti dei palestinesi in tutto il territorio.

Le immagini strazianti provenienti da Gaza – bambini scheletrici, famiglie ripetutamente cacciate dalle loro case, persone in attesa di cibo uccise a colpi d’arma da fuoco – sono diventate impossibili da ignorare o giustificare per gli alleati di Israele. Queste immagini hanno iniziato a perseguitare i governi occidentali, a lungo complici della campagna genocida israeliana, svergognandoli agli occhi dell’opinione pubblica e mettendo a nudo la bancarotta morale del loro silenzio.

Sotto la crescente pressione dei propri cittadini, diversi Stati occidentali hanno recentemente inasprito le loro critiche alla condotta di Israele a Gaza: il ritmo incessante delle uccisioni, il deliberato ostacolo agli aiuti umanitari, l’evidente assenza di un piano per porre fine alla guerra.

Forse i rimproveri più eclatanti sono arrivati sotto forma di riconoscimento formale (o minacce di riconoscimento) dello Stato di Palestina da parte di una manciata di capi di Stato occidentali, in particolare il francese Emmanuel Macron. Eppure, per quanto clamorose sulla carta, tali dichiarazioni rimangono in gran parte simboliche. La “soluzione dei due Stati” a cui alludono è ampiamente considerata illusoria e inadeguata, poiché preserva il regime coloniale di apartheid israeliano e nega a milioni di rifugiati palestinesi il diritto al ritorno.

Anche se è improbabile che queste dichiarazioni abbiano implicazioni pratiche sostanziali, rappresentano comunque un importante gesto di sostegno e una spinta morale fortemente necessaria al movimento popolare che apre le porte a una nuova fase di pensiero e azione.

Uno scenario in evoluzione

I manifestanti palestinesi e i loro alleati stanno seguendo da vicino i cambiamenti nell’equilibrio geopolitico della regione. Con il sostegno incrollabile di Washington, Israele ora agisce con quasi totale impunità in tutto il territorio del cosiddetto “Asse della Resistenza” guidato dall’Iran. Eppure, nonostante i duri colpi subiti nella recente guerra di 12 giorni con Israele, l’Iran è tutt’altro che sconfitto. Entrambe le parti sono impegnate in una corsa al rafforzamento militare in preparazione di una fase ancora più sanguinosa e distruttiva del conflitto.

Ma per ora, con l’equilibrio di potere fortemente sbilanciato a favore di Israele, molti attivisti palestinesi si stanno rivolgendo verso l’interno – verso una resistenza popolare di base – in assenza di una forza militare esterna in grado di frenare l’aggressione israeliana. E ci sono ragioni per credere che questa strategia possa funzionare.

Nonostante il suo predominio militare, la posizione globale di Israele – anche tra gli ebrei di tutto il mondo – è più fragile che mai. A giugno, in qualità di presidente della One Democratic State Campaign [campagna per uno Stato unico democratico, ndt.] (ODSC), ho partecipato e parlato a un evento straordinario: la “Prima Conferenza Ebraica Antisionista”, tenutasi nella città natale di Theodor Herzl, il padre fondatore del movimento sionista. Gli organizzatori hanno riunito circa 500 intellettuali e attivisti ebrei da tutto il mondo con l’obiettivo di unire il crescente numero di ebrei antisionisti e integrarli nel più ampio movimento progressista globale contro il regime genocida di Israele.

Con gli orrori che sta infliggendo a Gaza e l’escalation di violenza appoggiata dallo Stato in Cisgiordania, Israele non è più in grado di ripulire la propria immagine all’estero, né la sua propaganda può nascondere i propri crimini. Alcuni sostengono che Israele non comprenda ancora la portata del danno reputazionale e strategico che si sta infliggendo, un danno che potrebbe presto rivelarsi irreversibile. In questo contesto una strategia di resistenza civile sostenuta e interconnessa a livello globale non è più solo praticabile; è una necessità storica.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi tentativi di andare avanti su questa strada, in particolare la serie di proteste al confine di Gaza nel 2018-2019, note nel loro insieme come la “Grande Marcia del Ritorno”. Fin dall’inizio, queste marce sono state accolte con una sanguinosa repressione da parte dell’esercito israeliano, volta a soffocare la loro forte risonanza nell’opinione pubblica mondiale.

Eppure la forza di quelle proteste non ha mai raggiunto la Cisgiordania. Ciò è dovuto in parte al fragile clima politico locale e all’assenza di una visione coerente di resistenza popolare all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Vincolata dal coordinamento per la sicurezza con Israele, l’ANP ha attivamente minato la mobilitazione popolare indipendente, lavorando in stretta collaborazione con il colonizzatore per impedirne il radicamento.

Nel maggio 2021 un’ampia rivolta popolare ha travolto tutta la Palestina, dal fiume al mare. Per un breve momento è parso che fosse destinata a evolversi in una campagna nazionale di resistenza civile prolungata. Ma l’introduzione di una dimensione militare, sotto forma di lancio di razzi da parte di Hamas, ha interrotto lo slancio e smorzato il potenziale di quel percorso guidato dai civili. Nonostante la repressione israeliana ce ne sarebbe stata l‘opportunità; semplicemente non si è pienamente concretizzata.

Queste occasioni mancate hanno rafforzato la convinzione di molti che la resistenza civile – giuridica, culturale e artistica – rimanga tra i mezzi più promettenti per sfidare il dominio israeliano, forse anche più della forza militare. Persino gli analisti israeliani ora ammettono che gli eventi del 7 ottobre e la guerra successiva hanno scosso il prestigio dell’esercito israeliano; un prestigio che, nonostante decenni di azioni criminali, era rimasto straordinariamente intatto.

Nel frattempo la lotta continua all’estero: nei tribunali internazionali, nelle arene culturali, nelle strade e nei campus universitari. Mentre i crimini israeliani diventano sempre più difficili da nascondere, nuove ondate di indignazione e solidarietà stanno rimodellando la copertura mediatica e il dibattito politico. È su questi campi di battaglia, dove le violazioni del diritto internazionale diventano prove di colpevolezza per i responsabili, che l’edificio dell’apartheid e del genocidio potrebbe infine iniziare a crollare.

Una scintilla da Sakhnin

Un recente sviluppo segnala una potenziale svolta nella mobilitazione tra i cittadini palestinesi di Israele. La città settentrionale di Sakhnin ha visto migliaia di persone convergere per una massiccia protesta contro il genocidio a Gaza, mentre a Giaffa diverse figure di spicco, tra cui parlamentari palestinesi e membri dell’Alto Comitato di Monitoraggio per i Cittadini Arabi di Israele, hanno lanciato uno sciopero della fame di tre giorni. Particolarmente impressionante è stata la consistente presenza di ebrei israeliani contrari all’occupazione, un segnale incoraggiante per il futuro di una vera e propria co-resistenza.

Da Sakhnin le proteste si sono rapidamente estese ad altre città palestinesi all’interno dei territori del 1948: in Galilea, nel Triangolo [zona centro-settentrionale di Israele in cui vive buona parte dei cittadini arabi del Paese, ndt.], nel Naqab e nella regione costiera. E ora, elemento cruciale, gli echi di questo movimento stanno iniziando a risuonare in Cisgiordania, anche se i palestinesi rimangono intrappolati tra la duplice repressione delle forze di occupazione israeliane e dei loro collaboratori dell’ANP.

Ispirati dallo sciopero della fame dei leader palestinesi in Israele, attivisti e personalità nazionali in Cisgiordania hanno iniziato il loro sciopero, non solo in solidarietà con Gaza, ma anche come mezzo di risveglio politico. Gli scioperanti della fame di Ramallah, a cui mi sono unito per un giorno, hanno parlato apertamente di come traggano ispirazione diretta dalla mobilitazione dei cittadini palestinesi di Israele e dalla loro leadership.

Stiamo assistendo ai primi passi verso un movimento popolare unificato in grado di imporre un vero cambiamento? È ancora troppo presto per dirlo. Ma una cosa è chiara: i palestinesi non possono più permettersi la paralisi derivante da una stagnazione politica. Ciò che accadrà in seguito dipenderà dalle dinamiche interne e dalla capacità dei leader del movimento di pensare in modo sufficientemente strategico da costruire il motore, la struttura e il quadro di riferimento in grado di guidare questa trasformazione storica.

Awad Abdelfattah è il coordinatore della One Democratic State Campaign (ODSC) e l’ex segretario generale del partito Balad [partito politico israeliano di sinistra rappresentativo della minoranza araba, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Moschea di Al-Aqsa: i palestinesi hanno ancora una volta ragione mentre Israele intensifica le violazioni

Abed Abou Shhadeh

5 agosto 2025 – Middle East Eye

Il governo di Netanyahu sta sfruttando l’impunità globale per riformulare demografia e geografia dal fiume al mare, inclusa la Moschea di Al-Aqsa.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui i diplomatici arabi e occidentali continuano a liquidare le dichiarazioni politiche israeliane come mera retorica.

Altrettanto sconcertante è la misura in cui i politici israeliani si sono dimostrati onesti ed espliciti riguardo alle loro intenzioni.

Ora, a 21 mesi dall’inizio del genocidio israeliano a Gaza, possiamo guardare indietro e vedere come Israele abbia, passo dopo passo, attuato quasi tutte le promesse fatte l’8 ottobre 2023, e il mondo è rimasto a guardare mentre intere città venivano cancellate dalla faccia della terra.

Con il passare del tempo il consenso globale si è spostato verso il riconoscimento che ciò che sta accadendo a Gaza è una campagna di sterminio anche per mezzo della fame, ma solo dopo che la catastrofe si è verificata.

Eppure mentre il mondo guarda questo orrore in corso Israele continua a insistere.

Azioni unilaterali

Per limitarci all’ultimo mese la Knesset israeliana ha approvato un disegno di legge simbolico ma politicamente significativo che approva di fatto l’annessione della Cisgiordania. In seguito a fine luglio il Ministero della Difesa ha trasferito il controllo amministrativo della Moschea Ibrahimi di Hebron, la seconda moschea più grande della Palestina, dal Waqf palestinese e dalle autorità locali al Consiglio religioso di Kiryat Arba.

A partire dal Protocollo di Hebron del 1997, parte degli Accordi di Oslo II, le autorità palestinesi, in particolare il Waqf islamico e il Comune di Hebron, erano responsabili delle questioni civili relative alla sezione musulmana della moschea, comprese le infrastrutture di sicurezza, l’elettricità, i servizi igienici e i sistemi di sorveglianza, mentre le forze israeliane controllavano la sicurezza e l’accesso degli ebrei.

Tuttavia, questi vincoli amministrativi e legali, che in precedenza avevano impedito alle autorità israeliane di modificare le strutture di gestione o apportare modifiche fisiche senza il consenso palestinese, sono stati aggirati o rimossi dall’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano. Questo cambiamento apre la strada a cambiamenti unilaterali, tra cui progetti di costruzione e controllo da parte dei coloni, ed è ampiamente condannato come una violazione del diritto internazionale e del consolidato accordo sullo status quo del sito.

Nel fine settimana coloni ebrei, sotto la stretta sorveglianza della polizia, hanno preso d’assalto il complesso della Moschea di Al-Aqsa in numero senza precedenti. Guidati dal Ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir che ha poi guidato riti di preghiera all’interno del complesso stesso.

Si è trattato dell’ottava incursione di questo tipo dall’inizio del genocidio e dell’undicesima dalla sua nomina, laddove in passato la polizia aveva limitato l’accesso dei visitatori ebrei alla piazza orientale e li aveva trattenuti dall’effettuare riti religiosi.

Sebbene secondo le autorità religiose ebraiche ufficiali vi sia il divieto di ingresso degli ebrei nel complesso della Moschea di Al-Aqsa e nonostante l’accordo di status quo instaurato dopo l’occupazione di Gerusalemme nel 1967 – che proibisce agli ebrei di pregare in quel luogo e ne lascia l’amministrazione nelle mani del Waqf islamico, consentendo solo ai musulmani di pregarvi – questa volta ai coloni ebrei è stato consentito l’accesso all’intero complesso e di pregare liberamente.

Ciò che ha reso questa visita ancora più significativa è stata la dichiarazione di Ben Gvir durante la sua marcia verso la moschea in occasione di Tisha B’Av, il giorno di lutto ebraico per la distruzione del Primo e del Secondo Tempio. Infatti ha dichiarato che quel giorno non avrebbe dovuto essere solo un giorno di dolore, ma di “costruzione” – la costruzione del Terzo Tempio.

Questa dichiarazione è arrivata solo pochi mesi dopo che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva pubblicato un video dai tunnel scavati sotto la Moschea di Al-Aqsa, un progetto decennale che i palestinesi hanno ripetutamente avvertito minacciare le fondamenta strutturali della moschea: hanno collegato l’erosione e i danni visibili agli scavi israeliani in corso.

Avvertimenti palestinesi inascoltati

Ciò che è ancora più frustrante è la noncuranza internazionale e araba per ciò che i palestinesi dicono e paventano.

Più volte i palestinesi hanno messo in guardia dalle intenzioni israeliane, soprattutto riguardo alla Moschea di Al-Aqsa, e più volte i loro avvertimenti sono stati respinti come infondati.

E ora, come si evince dal comunicato stampa del Governatorato di Gerusalemme che afferma: “Oggi la divisione spaziale della Moschea di Al-Aqsa è apertamente e pericolosamente iniziata; mettiamo in guardia contro una guerra di religione nella regione”, i palestinesi avevano tragicamente ragione .

Per decenni i palestinesi hanno avvertito che Israele intendeva modificare lo status della moschea di Al-Aqsa. Oggi questo si sta verificando sotto i nostri occhi e siamo testimoni di questi cambiamenti.

Nonostante tutti questi sviluppi, negli ambienti diplomatici internazionali persiste un atteggiamento noncurante basato sul falso presupposto che le azioni di Israele siano esagerate o poco serie. Eppure ogni anno porta con sé un nuovo livello di trasgressione. Mentre un tempo la polizia proibiva la preghiera ebraica all’interno del complesso della moschea, oggi è il ministro responsabile della polizia a guidarla personalmente.

Il genocidio a Gaza ha dimostrato che Israele non solo è capace di atrocità di massa, ma è anche incoraggiato dall’impunità globale. Negli ultimi 21 mesi, Israele ha violato centinaia, se non migliaia, di leggi e convenzioni internazionali.

A parte gli Stati Uniti, a nessun altro Paese sarebbe permesso comportarsi come Israele. Persino la Russia, a causa dell’invasione dell’Ucraina, rimane sottoposta a pesanti sanzioni nonostante la sua importanza economica ed energetica per l’Europa.

Eppure Israele, nonostante le proteste globali e l’enorme indignazione pubblica, continua a godere del sostegno occidentale e arabo mentre prosegue il genocidio.

La brutalità ricompensata

I paesi occidentali continuano a fornire armi a Israele. I regimi arabi stanno sempre più esplorando la normalizzazione [dei rapporti con Israele, n.d.t.] in quella che può essere interpretata solo come una ricompensa per la brutalità di Israele.

Questa realtà richiede una ridefinizione della strategia dei palestinesi: che aspetto ha il potere nel XXI secolo e come possiamo affrontare un mondo in cui il genocidio non è punito ma incentivato?

Israele sta ora perseguendo un piano concepito da lungo tempo: il trasferimento di massa dei palestinesi da Gaza. L’unico elemento mancante è uno o più paesi ospitanti disponibili.

Dall’inizio della guerra Israele ha apertamente proposto questo piano e, dopo l’approvazione dell’idea da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la sua presidenza, ha investito risorse per realizzarlo.

La convinzione che Israele fallirà senza incontrare resistenza non è altro che un’illusione. L’inviato speciale di Trump in Medio Oriente, Steve Witkoff, ha visitato di recente Israele e Gaza e ha dichiarato che “non c’è carestia a Gaza”, nonostante soldati e operatori umanitari americani segnalino fallimenti catastrofici sul campo.

Lo stesso inviato continua a sostenere la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione controllata da Israele che gestisce i flussi umanitari, nonostante le prove schiaccianti della sua complicità.

Gli sviluppi sul campo non fanno che riaffermare che il popolo palestinese è solo in questa lotta: costretto a confrontarsi con uno Stato a cui non si applica il diritto internazionale, uno Stato capace di commettere genocidio anche mediante la fame con il sostegno dei governi occidentali

Israele sta ora sfruttando la situazione per modificare la demografia e la geografia del territorio dal fiume al mare e verosimilmente anche all’interno della moschea di Al-Aqsa.

È vero che Israele non è riuscito a raggiungere tutti i suoi obiettivi e continua a pagare un prezzo sotto forma di vite umane e instabilità sociale. Sono convinto che l’opinione pubblica internazionale finirà in futuro per tradurre la sua indignazione in azioni politiche. Ancora più importante, lo scopo di questo articolo non è dire “ve l’avevamo detto”, ma di avvertirvi: se il mondo continuerà a ignorare le dichiarazioni dei politici israeliani, questi non si fermeranno al genocidio di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti) 




La complicità di Dell nel genocidio di Israele

 

Omar Zahzah 

22 luglio 2025 The Electronic Intifada

 

Nel gennaio 2023 Dell Technologies Inc, una multinazionale americana, si è aggiudicata una gara d’appalto del Ministero della Difesa israeliano per la fornitura di server e relativi servizi all’esercito israeliano, ad altri enti di sicurezza e al Ministero stesso.

L’accordo è stato valutato oltre 150 milioni di dollari.

L’organismo di controllo aziendale WhoProfits.org ha fatto una relazione sulla gara d’appalto e ha rivelato che aziende satelliti di Dell come VMware ed EMC Israel Advanced Information Technologies, insieme al personale di Dell, hanno fornito tecnologia e formazione all’esercito israeliano e hanno collaborato a iniziative legate all’occupazione come il National Cyber Park nel Naqab, istituito da Israele in seguito a “una decisione governativa volta a promuovere le competenze nazionali nel cyberspazio come parte di un’idea di collaborazione tra governo, mondo accademico, industria e forze armate”.

Tuttavia documenti interni ottenuti da The Electronic Intifada suggeriscono che Dell sia più strettamente legata all’esercito israeliano di quanto si pensasse in precedenza, in particolare con la fornitura di tecnologia per il supporto dell’intelligenza artificiale (IA) al genocidio israeliano a Gaza.

I legami di Dell con Israele risalgono a due decenni fa: nel 2006 si aggiudicò una gara d’appalto per la fornitura di 50.000 computer all’esercito israeliano e un’altra per la fornitura di computer portatili al governo.

Nel 2016, dopo la fusione con la software house EMC Corporation, Dell ha cambiato nome in Dell Technologies, prestando maggiore attenzione alle tecnologie cloud emergenti.

Dell ha inoltre inglobato la vasta presenza di EMC in Israele, che vi era attiva dal 1996 e aveva fondato il suo primo centro di ricerca e sviluppo a Ramat Gan nel 2006.

Nel 2011, dopo l’acquisizione di diverse start-up israeliane, il centro di ricerca e sviluppo è stato ribattezzato “centro di eccellenza”.

Profondamente impegnata”

Michael Dell, fondatore e CEO dell’azienda che porta il suo nome, ha dichiarato alla Conferenza “Dell per il Futuro” del maggio 2016 che Dell è “profondamente impegnata in Israele”.

“Vogliamo essere qui, vogliamo essere partner dell’incredibile innovazione che vi avviene”.

Alla Conferenza ha anche incontrato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ora ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Nel gennaio 2024, dopo mesi di genocidio israeliano a Gaza, Dell ha condiviso una sua foto con il Presidente israeliano Isaac Herzog le cui parole, che accusavano “un’intera nazione” a Gaza per il 7 ottobre, sarebbero state citate più tardi nello stesso mese nella sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che ordinava a Israele di cessare tutti gli atti genocidi a Gaza.

“È un onore stare accanto a @Isaac_Herzog e Israele”, aveva scritto Dell.

Si dice che Dell sia anche un importante donatore di Friends of the Israel Defense Forces [organizzazione americana dal 1981 di supporto ai veterani e soldati israeliani, ndt].

Di per sé l’attività dell’azienda di rafforzare tecnologicamente le politiche oppressive di Israele non è esattamente un segreto. Tuttavia l’attenzione tende a concentrarsi principalmente su come l’azienda consolidi l’occupazione militare.

Dopo quasi due anni di genocidio a Gaza Google, Amazon e Microsoft hanno subito gli attacchi e le critiche per la loro partecipazione a Project Nimbus e Azure, progetti tecnologici che forniscono servizi di intelligenza artificiale e cloud che alimentano la sorveglianza dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano, e potenzialmente contribuiscono alla creazione di liste di uccisioni.

“Fabbrica di assassini di massa”

Un rapporto del novembre 2023 di +972 Magazine e Local Call ha rivelato che l’esercito israeliano stava utilizzando “The Gospel”, un programma di intelligenza artificiale che genera liste di infrastrutture da colpire, comprese residenze private. Una fonte lo ha descritto come la creazione di una “fabbrica di omicidi di massa”.

Nell’aprile 2024 il rapporto di un collaboratore ha rivelato che l’esercito israeliano stava utilizzando un altro programma di intelligenza artificiale, “Lavender”, per generare liste di uccisioni.

Lavender ha notoriamente un margine di errore del 10%. Questo è aggravato dai criteri che l’esercito israeliano fornisce al programma per automatizzare l’identificazione di potenziali obiettivi, talmente ampi da rendere le liste di uccisioni sostanzialmente arbitrarie.

Un altro programma automatizzato, “Where’s Daddy”, consente all’esercito israeliano di tracciare i palestinesi con l’esplicito scopo di effettuare attentati una volta che l’individuo è tornato a casa.

Queste operazioni assistite dall’intelligenza artificiale garantiscono esecuzioni di massa.

Con sistemi così palesemente omicidi non sorprende che vi siano crescenti proteste contro il ruolo delle Big Tech nel genocidio israeliano.

Lo scioccante rapporto di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Situazione dei Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, rivela come “l’eterna occupazione di Israele sia diventata il banco di prova ideale per i produttori di armi e le grandi aziende tecnologiche, offrendo domanda e offerta illimitate, scarsa supervisione e zero responsabilità, mentre investitori e istituzioni pubbliche e private ne traggono profitto senza limiti”.

Il suo rapporto dice chiaramente che le aziende avrebbero la diretta responsabilità di non commettere potenziali violazioni dei diritti umani né di intraprendere azioni che possano compromettere il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi. Le aziende e i dirigenti che violano tali diritti possono essere potenzialmente oggetto di azioni legali a livello nazionale e internazionale.

“L’intelligenza artificiale è una delle armi di distruzione di massa odierne e Google volutamente trae profitto dalla guerra”, hanno scritto su The Nation Mohammad Khatami, Zelda Montes e Katie Sim, tre dipendenti di Google licenziati per aver preso parte a una disobbedienza civile di massa contro il Progetto Nimbus nell’aprile 2024.

“Sistemi come The Gospel e Lavender sono resi possibili grazie al tipo di infrastruttura di cloud computing fornita da aziende come Google, [Amazon Web Services] e Intel”.

Sembra ora che anche Dell sia coinvolta in questo processo.

Documenti interni condivisi con The Electronic Intifada rivelano che la tecnologia Dell supporta una serie di operazioni militari israeliane tra cui l’impiego della IA per monitorare e colpire i palestinesi. I materiali mostrano come sia utilizzato l’hardware Dell durante l’esecuzione di Lavender e The Gospel per automatizzare le decisioni di targeting e ridurre al minimo la supervisione umana, aumentando la velocità degli attacchi militari.

La famigerata forza di guerra informatica israeliana, l’Unità 8200, utilizza i laptop Pro-Rugged 13 di Dell potenziati da IA per la raccolta di informazioni, la sorveglianza e le operazioni militari.

Dell fornisce anche laptop e server che abilitano i sistemi di riconoscimento facciale dell’azienda israeliana di IA AnyVision, che facilitano la sorveglianza di massa dei palestinesi ai checkpoint e in altri luoghi.

Operazioni di facciata

La tecnologia che Dell fornisce ad AnyVision, così come a CISCO Israel (laptop, server mirati, hypervisor, soluzioni di rete) e Cognyte Technologies Israel Ltd. (laptop, server, soluzioni di rete), facilita la sorveglianza di massa dei palestinesi.

CISCO [multinazionale americana di tecnologia delle comunicazioni digitali, ndt.] fornisce infrastrutture di comunicazione per la sorveglianza, consentendo il monitoraggio in tempo reale della popolazione civile e delle attività militari. Cognyte Technologies Ltd. [azienda leader nei software di analisi investigativa per molte organizzazioni governative, ndt.] utilizza la tecnologia Dell per i sistemi di cyberintelligence che tracciano le persone a Gaza e in Cisgiordania.

I documenti rivelano inoltre che tra i beneficiari delle tecnologie Dell figurano la Brigata Golani dell’esercito israeliano, implicata nell’omicidio di 15 paramedici e soccorritori a Rafah ad aprile, l’unità navale Flottiglia 13 e l’aeronautica militare israeliana.

Anche Elbit Systems Land & C41, la divisione tecnologica per le comunicazioni militari del produttore di armi israeliano, riceverebbe laptop, server e soluzioni di rete da Dell Technologies.

Contattata per un commento, Dell ha inizialmente inviato la seguente dichiarazione:

“Dell si impegna a rispettare gli standard più elevati e le leggi e i regolamenti locali nei luoghi in cui operiamo. Si prega di fare riferimento alla nostra politica sui diritti umani, riportata di seguito”.

Tale politica stabilisce quanto segue: “Dell rispetta i diritti umani di tutte le persone, come sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”.

Prosegue affermando che l’azienda “non è complice di violazioni dei diritti umani e richiede ai propri fornitori e altri partner commerciali di rispettare gli stessi standard”.

Infine questa politica afferma che l’azienda rispetta “le leggi e i regolamenti locali ovunque operiamo. Qualora le leggi locali dovessero entrare in conflitto con i principi di questa politica, nei limiti delle leggi locali cerchiamo di rispettare i principi dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale e di influenzare il progresso verso standard più elevati”.

Poi stranamente l’azienda, che utilizza Outlook per le comunicazioni, ha apparentemente cercato di ritirare la dichiarazione inviata al giornalista (ma poiché il messaggio era già stato aperto, il suo contenuto era ancora disponibile).

Poco dopo la notifica del tentativo di ritiro, è arrivato un ultimo messaggio dal team media di Dell, che chiedeva di “attendere la dichiarazione. Potremmo mandarvene una aggiornata”.

Al momento della stesura di questo articolo, questa dichiarazione “aggiornata” non è ancora pervenuta.

La stretta associazione di Dell con uno Stato accusato di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia indebolisce sicuramente gli sforzi dell’azienda di presentarsi come un’azienda etica.

Il sito web di Dell si vanta di essere stata riconosciuta per la tredicesima volta nel 2025 come “Una delle aziende più etiche al mondo” dall’Ethisphere Institute, un ente commerciale.

Nel maggio 2024 Dell ha persino annunciato una partnership con i governi di tutto il mondo per affrontare le problematiche etiche relative all’intelligenza artificiale.

Ma questi sono gesti di facciata: Ethisphere fa pagare delle commissioni per le valutazioni aziendali, e tra i vincitori del titolo di “Aziende più etiche” figurano il produttore di armi statunitense Leidos ed Elbit Systems America, una società sussidiaria dell’israeliana Elbit Systems.

Il curriculum di Dell è particolare, anche se non nel modo in cui vorrebbe essere percepita:

fornendo le tecnologie che alimentano la macchina di sorveglianza e uccisione razziale di Israele basata sui programmi di intelligenza artificiale, Dell si colloca accanto a Google, Amazon, Intel e Microsoft come un’azienda che trae profitto dall’occupazione, dall’apartheid e dal primo genocidio della storia trasmesso in diretta.

Il libro di Omar Zahzah, Terms of Servitude: Zionism, Silicon Valley, and Digital Settler Colonialism in the Palestinian Liberation Struggle (Rapporti di servitù: sionismo, Silicon Valley e colonialismo digitale nella lotta di liberazione palestinese), sarà pubblicato da The Censored Press e Seven Stories Press il 16 settembre 2025.

(tradotto dall’inglese da Luciana Galliano)




Stiamo morendo di fame.

Ruwaida Amer

21 luglio 2025 – +972 Magazine

Il mio corpo cade a pezzi. Mia madre sta crollando per la stanchezza. Mio cugino ogni giorno sfida la morte per un pezzetto di cibo. I bambini di Gaza stanno morendo davanti ai nostri occhi e noi non possiamo aiutarli.

Ho tanta fame.

Non ho mai attribuito a queste parole il significato che hanno per me adesso. Portano con sé una sorta di umiliazione che non riesco a descrivere appieno. Ogni momento mi ritrovo a esprimere un desiderio: se questo fosse solo un incubo. Se potessi svegliarmi e tutto finisse.

Dallo scorso maggio, dopo essere stata costretta a fuggire da casa e a rifugiarmi da alcuni parenti nel campo profughi di Khan Younis, ho sentito tantissime persone intorno a me pronunciare le stesse parole. La fame qui viene percepita come un attacco alla nostra dignità, una crudele contraddizione in un mondo che si vanta di progresso e innovazione.

Ogni mattina ci svegliamo pensando a una cosa sola: come trovare qualcosa da mangiare. Il mio pensiero va subito a nostra madre malata, che ha subito un intervento chirurgico alla colonna vertebrale due settimane fa e ora ha bisogno di nutrimento per riprendersi. Non abbiamo nulla da offrirle.

Poi ci sono i miei nipotini, Rital, 6 anni, e Adam, 4, che chiedono sempre del pane. E noi adulti cerchiamo di resistere alla fame solo per conservare qualche pezzetto di cibo per i bambini e gli anziani.

Da quando all’inizio di marzo Israele ha imposto su Gaza un blocco totale (allentato solo minimamente a fine maggio) non abbiamo più assaggiato carne, uova o pesce. Anzi, siamo rimasti senza quasi l’80% del cibo che mangiavamo prima. Il nostro fisico si sta esaurendo. Ci sentiamo costantemente deboli, confusi e scombussolati. Ci irritiamo con facilità, ma il più delle volte restiamo in silenzio. Parlare consuma troppe energie.

Cerchiamo di comprare quanto disponibile al mercato, ma i prezzi stanno diventando proibitivi. Un chilo di pomodori ora costa 90 NIS [nuovi shekel israeliani, ndt.] (oltre 23 euro). I cetrioli costano 70 NIS al chilo (circa 18 euro). Un chilo di farina costa 150 NIS (oltre 38 euro). Queste cifre sono scandalose e crudeli.

Sopravviviamo con un solo pasto al giorno: di solito solo pane, fatto con la farina che riusciamo a trovare. Se siamo fortunati, il pranzo può comprendere del riso, ma nemmeno quello ci sazia. Cerchiamo di mettere da parte un po’ di cibo per mia madre, magari delle verdure, ma non è mai abbastanza. Quasi sempre è troppo debole per stare in piedi, troppo esausta persino per recitare le sue preghiere.

Ormai usciamo raramente di casa, per paura che le gambe possano cedere. È già successo a mia sorella: mentre cercava per strada qualcosa, qualsiasi cosa, per sfamare i suoi figli, è improvvisamente crollata a terra. Il suo corpo non aveva nemmeno la forza per stare in piedi.

Abbiamo iniziato a percepire la gravità della crisi alimentare quando il fornaio Abu Hussein, conosciuto da tutti nel campo, ha iniziato a ridurre la sua attività. Prima sfornava per decine di famiglie al giorno che, come la nostra, non avevano più gas o energia elettrica per cucinare. I suoi forni a legna erano in funzione senza sosta dalla mattina alla sera.

Ma di recente è stato costretto a lavorare sempre meno giorni alla settimana. Mia sorella tornava a casa e diceva: “Il forno di Abu Hussein è chiuso. Forse aprirà domani”. Ora cercare di procurarsi impasto e farina è diventata una sofferenza in più.

Tre generazioni di affamati

Nel campo ho potuto cogliere in pieno la crudeltà di questo genocidio: il soffocante sovraffollamento, la massa di rifugiati costretti a lasciare le loro case e le infinite storie di fame.

Attualmente vivo a casa di mia zia, che ci ha accolti dopo essere stati sfollati e ci ha ospitati nel corso degli ultimi due mesi. Come quasi tutti gli altri edifici del campo, la sua casa è stata quasi completamente distrutta dagli attacchi israeliani. I fratelli di mia zia hanno lavorato giorno e notte per riparare il possibile, riuscendo a rendere abitabile una stanza.

La casa è piena di nipoti, ognuno dei quali sta lottando contro la fame. Il mio cugino più grande, Mahmoud, è il padre di quattro di loro. Lui stesso ha perso quasi 40 chili negli ultimi mesi. I segni della malnutrizione sono visibili ovunque sul suo viso pallido e sul suo corpo emaciato.

Ogni giorno, prima dell’alba, Mahmoud si reca ai centri di distribuzione degli aiuti umanitari gestiti dagli americani rischiando la vita per cercare di portare a casa del cibo per i suoi figli affamati. Da quando sono arrivata per stare con loro mi racconta le stesse storie strazianti giorno dopo giorno.

“Oggi mi sono trascinato carponi tra una folla di migliaia di persone”, ha raccontato di recente, mostrandomi un sacchetto con gli avanzi di cibo che era riuscito a recuperare. “Ho dovuto raccogliere tutto quello che era caduto a terra: lenticchie, riso, ceci, pasta, persino il sale. Mi fanno male le ossa perché mi hanno calpestato, ma devo farlo per i miei figli. Non sopporto il borbottio della loro fame”.

Un giorno Mahmoud è tornato senza niente. Aveva il volto cadaverico e sembrava sul punto di crollare. Mi ha raccontato che l’esercito israeliano aveva aperto il fuoco senza preavviso. “Il sangue di un ragazzo accanto a me è schizzato sui miei vestiti”, ha detto. “Per un attimo, ho pensato di essere stato colpito. Mi sono bloccato, ero sicuro che il proiettile fosse dentro il mio corpo”.

Il ragazzo è caduto a terra proprio davanti a lui, ma Mahmoud non ha potuto fermarsi per aiutarlo. “Ho corso più di sei chilometri senza voltarmi indietro. I miei figli hanno fame e aspettano che porti del cibo”, ha detto con la voce rotta, “ma non sarebbero contenti se tornassi a casa morto”.

L’altro mio cugino, Khader, ha 28 anni. Ha una figlia di 2 anni e sua moglie è incinta. È tormentato dalla preoccupazione per il loro bambino, che nascerà tra due mesi. Sua moglie non mangia come dovrebbe e ogni giorno lui siede in silenzio, tormentato dalle solite domande: questa carestia danneggerà mia moglie? Il bambino che partorirà sarà sano o malato?

La sua bambina di 2 anni, Sham, piange tutto il giorno per la fame. Implora il pane, qualsiasi cosa tranne i cibi insipidi e pesanti come riso, lenticchie e fagioli che l’hanno fatta star male più volte procurandole mal di stomaco.

Un giorno un amico di Khader gli ha dato una manciata di acini d’uva per lei. È stato un piccolo miracolo: Khader si è inginocchiato accanto a Sham offrendole l’uva, ma lei si è limitata a fissarla, giocherellando con le sue piccole mani e rifiutandosi di mangiarla. Non la riconosceva: nei suoi due anni di vita a Gaza non aveva mai visto dell’uva.

Solo quando suo padre sorridendo si è messo un acino in bocca lei, esitante, lo ha imitato. Ha masticato l’uva e poi ha riso.

Corpi che si spengono

Spesso mi fermo sulla porta di casa a osservare i bambini del campo. Passano la maggior parte del tempo seduti per terra, a fissare i passanti con sguardo assente. Quando chiedo a uno di loro di comprarmi una scheda internet per poter lavorare, o di chiamare mia nipote dalla casa accanto, rispondono con voce bassa e stanca. Mi dicono che hanno fame. Che non mangiano pane da giorni.

Ho solo 30 anni, ma non sono più la donna energica di una volta. Lavoravo molte ore tra l’insegnamento e il giornalismo, ma da quando è iniziata questa guerra non ho avuto un attimo di riposo. Mi destreggio tra le estenuanti faccende domestiche, prendermi cura di mia madre e della mia famiglia, e allo stesso tempo cerco di continuare a documentare e scrivere di tutto ciò che accade intorno a me.

Da circa un mese però ho perso la capacità di seguire le notizie. La mia concentrazione sta calando. Il mio corpo sta collassando. Soffro di anemia perché per mesi ho mangiato solo lenticchie e altri legumi. E da due giorni non riesco a deglutire a causa di una grave infiammazione alla gola, conseguenza del fatto che mi affido alla dukkah [miscela di erbe, spezie e frutti essiccati e tritati, ndt.] e ai peperoncini rossi piccanti per cercare di placare la fame.

Anche Mahmoud, un fotografo di 28 anni che lavora con me ai video, sta facendo fatica. “Non mangio niente da due giorni, tranne la zuppa”, mi ha detto di recente. “Non ho l’energia per lavorare”. Nessuno ce l’ha. Lavorare durante un genocidio richiede una quantità di forza impossibile da mantenere. La fame ha paralizzato la produttività di ogni lavoratore a Gaza.

Ieri ho accompagnato mia madre all’ospedale Nasser per una seduta di fisioterapia dopo l’operazione. Lungo il tragitto abbiamo visto decine di persone che non riuscivano a camminare più di pochi metri senza dover riposare. Anche mia madre era così: le sue gambe erano troppo deboli per reggersi. Si è seduta su una sedia di plastica sul ciglio della strada e ha recuperato un poco di forza per proseguire.

Mentre continuavamo a camminare abbiamo sentito delle urla. Giovani uomini e donne correvano, gridando con gioia: “Ci sono camion di farina per strada!”. Si era formata una folla enorme. La gente correva disperatamente verso i camion per accaparrarsi un sacco di farina.

È scoppiato il caos. Nessuno scortava i camion per garantire che tutti potessero ottenere la loro parte in sicurezza. Abbiamo visto invece la folla correre verso zone a rischio, sotto il controllo dell’esercito israeliano, solo per la farina.

Alcuni sono tornati indietro con i sacchi. Altri sono stati uccisi. Abbiamo visto corpi portati via sulle spalle, uccisi a colpi d’arma da fuoco proprio nei luoghi in cui gli aiuti avrebbero dovuto salvarli.

18 morti in 24 ore

Dopo la seduta di fisioterapia abbiamo lasciato l’ospedale e abbiamo incontrato donne che piangevano per i loro bambini affamati, che morivano davanti ai nostri occhi. Una donna, Amina Badir, urlava, stringendo tra le braccia la sua bambina di 3 anni.

“Ditemi come salvare mia figlia Rahaf dalla morte”, gridava. “Per una settimana non ha mangiato altro che un cucchiaio di lenticchie al giorno. Soffre di malnutrizione. Non ci sono cure, non c’è latte in ospedale. Le hanno tolto il diritto di vivere. Vedo la morte nei suoi occhi”.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza il bilancio delle vittime per fame e malnutrizione dal 7 ottobre è salito a 86 persone, 76 delle quali bambini. Ieri è stato riferito che solo nelle 24 ore precedenti 18 persone sono morte di fame. Il personale medico ha organizzato una manifestazione all’ospedale Nasser per chiedere un intervento internazionale prima che altre persone muoiano di fame.

Non sono riuscita a trovare un taxi per tornare a casa. Mia madre mi aspettava al cancello dell’ospedale mentre cercavo un mezzo di trasporto, ma il carburante scarseggia e i taxi sono praticamente inesistenti. Ho trascorso un’ora intera ad attendere.

Quando sono tornata, ero stordita e debole. Sono crollata. Ho cercato di rimanere forte per mia madre, ma non c’era nessun altro con noi. Intorno a me, vedevo persone svenire ovunque. Un uomo mi ha detto: “Se ci fosse del cibo decente, tua madre non si sarebbe ammalata così.

Tutti noi stiamo solo cercando di confortarci a vicenda in questa carestia senza fine. Su Facebook la gente riversa la propria rabbia, scrivendo post dopo post sulla politica israeliana della fame che ha messo Gaza in ginocchio. Non possiamo più fare le cose più elementari che le persone in tutto il mondo fanno ogni giorno. La fame ci ha privato di tutto.

Ruwaida Amer è una giornalista freelance di Khan Younis.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La narrazione israeliana non può superare la prova della verità, quindi sta mettendo a tacere il mondo

Somdeep Sen

18 luglio 2025 – Al Jazeera

Mentre Israele uccide decine di migliaia di persone i suoi difensori perseguitano chiunque osi denunciarlo, da Francesca Albanese a Omer Bartov.

Stiamo veramente vivendo in un’epoca insolita.

Recentemente abbiamo visto la relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, Francesca Albanese, sanzionata dagli Stati Uniti per aver fatto il suo lavoro, cioè documentare le violazioni israeliane contro i palestinesi durante l’attacco militare in corso a Gaza.

Ma con più di 58.000 palestinesi uccisi finora a Gaza la causa di Israele è più che mai debole. Quindi, per il bene di Israele, si deve silenziare e proibire tutto.

Ovviamente mettere a tacere e censurare è stato il modus operandi del fronte filo-israeliano fin dall’ottobre 2023.

Subito dopo l’attacco di Hamas contro Israele [i filoisraeliani] hanno perseguitato chi ha insistito a dire che la storia della Palestina e Israele non è iniziata il 7 ottobre 2023 e ha evidenziato la lunga storia di occupazione, colonialismo di insediamento o l’assedio di Gaza dal 2007. Chi lo ha fatto è stato messo a tacere, censurato e punito.

Sono stati i giorni degli ormai screditati racconti di “neonati decapitati”.

Negli Usa e in Europa alcuni hanno subito minacce di morte e attacchi sulle reti sociali, mentre altri sono stati sanzionati da datori di lavoro e superiori per aver criticato le politiche israeliane o aver espresso pubblicamente opinioni filo-palestinesi.

In scuole di Maryland, Minnesota, Florida e Arizona dei docenti sono stati sospesi e delle associazioni studentesche chiuse per il loro attivismo filo-palestinese. Docenti universitari negli USA e nel Regno Unito sono stati denunciati alla polizia per aver manifestato gradimento o condiviso post a favore dei palestinesi.

Nel maggio 2024 Maura Finkelstein è stata la prima docente universitaria di ruolo ad essere licenziata per aver fatto un discorso anti-sionista. È stata cacciata dal Muhlenberg College dopo aver postato il lavoro di un poeta palestinese.

Dall’ottobre 2023 a oggi ci sono stati molti casi simili in tutto il mondo. Solo pochi giorni fa quattro docenti a contratto della City University di New York sono stati licenziati per il loro attivismo in solidarietà con la Palestina.

Poi se la sono presa con la stampa.

Mentre alla stampa straniera è stato vietato l’ingresso a Gaza, lì i giornalisti palestinesi sono stati trattati da Israele come bersagli militari legittimi. Mediamente sono stati uccisi 13 giornalisti al mese, un numero più alto di quello di “due guerre mondiali, di quella del Vietnam, in Jugoslavia e degli Stati Uniti in Afghanistan messi insieme.” Per i lavoratori dell’informazione questo è il conflitto più letale da quando se ne ha memoria.

Ovunque le voci dei giornalisti, soprattutto di quelli di origine mediorientale o nordafricana, sono state sistematicamente messe a tacere per aver appoggiato la causa palestinese o criticato il governo israeliano.

Ciò include la conduttrice radiofonica australiana Antoinette Lattouf, licenziata nel dicembre 2023 dopo aver postato un rapporto di Human Rights Watch [una delle principali ong del mondo, ndt.] che sosteneva che “Israele stava usando la fame come arma di guerra a Gaza.” Le giornaliste palestinesi-canadesi Yara Jamal (CTV) e Zahraa al-Akhrass (Global News, durante il congedo per maternità) sono state entrambe cacciate nell’ottobre 2023 in seguito a pressioni di Honest Reporting Canada [organizzazione internazionale che monitora i media a sostegno di Israele, ndt.].

Anche Briahna Joy Gray e Katie Halper sono state licenziate da Hill News [giornale politico statunitense pubblicato a Washington, ndt.] per commenti critici nei confronti di Israele. Gray ha annunciato su X: “The Hill mi ha licenziata… non dovrebbero esserci dubbi che… reprime il diritto di parola, soprattutto quando si critica lo Stato di Israele.”

Oltre ai licenziamenti, i dirigenti dei media occidentali hanno plasmato la narrazione ripetendo la propaganda israeliana, descrivendo falsamente l’attivismo palestinese come filo-Hamas o antisemita, dipingendo gli israeliani come vittime molto più dei palestinesi e ignorando i crimini di guerra israeliani a Gaza.

In particolare la BBC ha dovuto affrontare ripetute critiche per la sua tendenziosità filo-israeliana. Dal linguaggio usato nei titoli allo spropositato spazio televisivo concesso ai politici israeliani, i suoi reportage sono stati ripetutamente accusati di minimizzare le sofferenze dei palestinesi e di ripetere gli argomenti del governo israeliano. Dimissioni del personale, lettere aperte e proteste pubbliche hanno contestato la politica editoriale della rete su Gaza.

A Upday [rete di notizie diffuse sui cellulari, ndt.], il principale aggregatore di notizie d’Europa il cui proprietario è Axel Springer, ai dipendenti è stato detto di “colorare le informazioni del servizio sulla guerra a Gaza con opinioni filo-israeliane.” Documenti interni ottenuti da The Intercept [sito statunitense di controinformazione, ndt.] hanno rivelato che alla redazione è stato detto di non “evidenziare nulla che riguardi il numero di morti palestinesi” a meno che “l’informazione su Israele” venga data “nell’articolo con maggiore rilievo.”

Dopo il 7 ottobre ad Harvard gli studenti sono stati sottoposti a terrificanti campagne di schedatura etichettandoli come antisemiti o simpatizzanti del terrorismo, con le loro foto e dati personali resi pubblici.

Mentre a Gaza la distruzione di istituzioni educative da parte di Israele prosegue, nei campus statunitensi ed europei si diffonde il silenzio. Gli accampamenti in solidarietà con la Palestina hanno visto gli studenti chiedere che le loro istituzioni accademiche interrompessero i rapporti con le università israeliane e il complesso militare-industriale. Hanno affrontato la brutale repressione della polizia, sospensioni, e ad alcuni è stata negata la consegna della laurea. Le università hanno prontamente imposto nuove restrizioni su riunioni e proteste per contrastare la solidarietà studentesca con la Palestina.

Ora sotto l’amministrazione Trump tale repressione è una politica pubblica, che si estende alle minacce di arresto, al ritiro della cittadinanza e alla deportazione delle voci a favore dei palestinesi, compresi politici come il candidato a sindaco della città di New York Zohar Mamdani. Trump lo ha falsamente etichettato come “illegale”, definito un “comunista” e minacciato di arresto se ostacola “operazioni” dell’Immigration and Customs Enforcement [polizia federale anti-immigrati, ndt.] (ICE), ripetendo la richiesta del rappresentante del GOP [Partito Repubblicano, ndt.] Andy Ogles di revoca della cittadinanza e deportazione, citando senza alcuna prova presunte false dichiarazioni di Mamdani nella procedura per la richiesta della cittadinanza statunitense. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che il Dipartimento di Giustizia ha ricevuto richieste a questo proposito.

Abbiamo anche visto il divieto di esporre bandiere palestinesi durante eventi sportivi e musicali. Ad alcune persone è stato negato l’ingresso in spazi pubblici e attività commerciali perché indossavano una kefiah. Il procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI), Karim Khan, è stato avvertito che lui e la CPI sarebbero stati “distrutti” se non avessero lasciato cadere la causa contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant. Quattro giudici della CPI sono stati sanzionati dal governo USA.

La vincitrice di un premio Oscar Susan Sarandon è stata abbandonata dall’agenzia che la rappresentava, UTA, per le sue dichiarazioni in una manifestazione di solidarietà con la Palestina.

Melissa Barrera è stata licenziata dal cast di “Scream VII” [ultimo di una fortunata serie di film dell’orrore, ndt.] per post sulle reti sociali in cui descriveva le azioni di Israele come genocidio e pulizia etnica. Spyglass Media Group [società di produzione del film] ha affermato di praticare “tolleranza zero contro l’antisemitismo… inclusi falsi riferimenti a genocidio, pulizia etnica, distorsioni dell’Olocausto.”

Recentemente artisti come Bob Vylan [cantante dell’omonimo gruppo musicale inglese, ndt.] e il complesso irlandese Kneecap hanno usato il palco in festival musicali per manifestare solidarietà con la Palestina. Ora il gruppo affronta accuse di terrorismo. Gli spettacoli di Vylan in Europa sono stati cancellati e il suo visto per gli USA è stato revocato, mettendo in dubbio un imminente tour nel Paese.

Il fronte filo-israeliano ha anche lanciato una campagna contro il festival di Glastonbury [in Gran Bretagna, ndt.] dopo che entrambi gli artisti si sono esibiti a giugno. Ha preso di mira la BBC per aver mandato in onda le loro esibizioni dal vivo e ha fatto pressione sugli organizzatori perché prendessero le distanze dai musicisti. La reazione ha messo in chiaro che neppure le principali istituzioni culturali sono al riparo da tentativi di censura.

In aggiunta a questa inquietante tendenza, l’universalmente stimato storico israelo- americano e studioso del genocidio Omer Bartov è stato oggetto di una feroce reazione. In un editoriale per il New York Times, intitolato “Sono uno studioso del genocidio. Quando lo vedo lo riconosco”, Bartov ha dichiarato che a Gaza Israele sta commettendo un genocidio, evidenziando la sistematica distruzione di infrastrutture, lo spostamento forzato di popolazione e i discorsi dei leader israeliani, ed ha affermato che ciò corrisponde alla definizione di genocidio sia dell’ONU che delle leggi internazionali.

Da allora è stato aspramente criticato da gruppi filo-israeliani, accusato di applicare in modo errato il termine con inviti perché venga “cancellato”, una campagna che egli ha confutato evidenziando che molti esperti di studi sul genocidio condividono le sue conclusioni. L’aggressione alla sua reputazione che attualmente Bartov deve affrontare dimostra come persino i principali esperti al mondo di genocidio siano ora presi di mira per aver definito genocidio le azioni di Israele a Gaza.

Questa sembra già essere una estesa campagna di eliminazione. Ma pensate: cosa ci dice tutto ciò riguardo alla posizione di Israele se si basa così pesantemente sulla censura? Ciononostante non basta. Per il bene di Israele ogni studente, accademico, attivista, musicista, artista o parlamentare che critichi le sue politiche ora deve essere etichettato come sostenitore del terrorismo. Ogni organizzazione della società civile, associazione per i diritti umani o organismo internazionale che documenti le violazioni da parte di Israele deve essere definito antisemita.

Solo allora possiamo sostenere di non aver visto niente. Solo allora potremmo dire di non aver sentito niente. E solo allora possiamo giustificare perché non abbiamo fatto niente durante il genocidio in corso a Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Somdeep Sen

Studi asiatici in Africa all’Università di Pretoria.

Somdeep Sen è autore di Decolonizing Palestine: Hamas between the Anticolonial and the Postcolonial [ed. it: Decolonizzare la Palestina: Hamas tra anticolonialismo e postcolonialismo, Meltemi, Milano, 2023]. È ricercatore associato del Centro per gli Studi Asiatici in Africa all’Università di Pretoria.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Perché dobbiamo continuare a parlare di Gaza

Linah Alsaafin

24 giugno 2025 – Middle East Eye

Il massacro quotidiano e la morte per fame dei palestinesi nel territorio assediato continuano ogni giorno, mentre Netanyahu cerca di spostare l’attenzione del mondo su Teheran

Lungi dal placarsi o rallentare, lo sterminio di massa, gli sfollamenti forzati e la carestia deliberatamente provocata contro la popolazione palestinese assediata nella Striscia di Gaza sono proseguiti a pieno ritmo dal momento in cui Israele ha iniziato ad attaccare l’Iran due settimane fa.

Eppure, invece di diventare il tema centrale del dibattito, persino ora che per la prima volta nella nostra vita abbiamo assistito a bombardamenti di città e paesi israeliani, la distruzione intenzionale di Gaza è stata relegata, nel migliore dei casi, ad una semplice cifra nel bollettino quotidiano delle vittime. Nel peggiore è stata completamente ignorata.

Martedì notte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che Iran e Israele avevano concordato un cessate il fuoco in seguito agli attacchi coordinati del primo contro la base aerea statunitense evacuata di Al Udaid, in territorio qatariota. Nello stesso giorno, prima delle dodici, nella Striscia di Gaza sono stati uccisi 71 palestinesi, il giorno prima 50 e nelle 48 ore precedenti altri 200.

Il primo genocidio al mondo trasmesso dalla televisione continua all’insegna di una abietta disumanizzazione e di una consapevolezza universalmente accettata: ci si aspetta che i palestinesi muoiano e che dovrebbero farlo in silenzio, nonostante la barbarie senza pari del massacro israeliano appoggiato dall’Occidente.

Nel fine settimana il giornalista palestinese Amin Hamdan, la moglie e le due figlie piccole sono stati uccisi in un attacco israeliano. L’ufficiale della protezione civile palestinese Mohammad Ghorab, il cui padre, anch’egli membro della protezione civile, è stato ucciso durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018, e suo figlio sono stati colpiti a morte in un attacco israeliano al campo profughi di Nuseirat. Sono stati assassinati anche tre ragazzi che raccoglievano legna da ardere a Shujaiya.

Ahmad al-Farra, primario di pediatria e ostetricia dell’ospedale Nasser, ha avvertito che i neonati in terapia intensiva neonatale rischiano di morire entro 24-48 ore a causa della carenza di latte artificiale per prematuri, una conseguenza diretta dell’assedio israeliano.

Un membro della Knesset israeliana si è recentemente vantato che se 100 palestinesi vengono uccisi in una sola notte, “a nessuno importa”.

Quando penso ai soldati israeliani dal grilletto facile che attirano persone disperate e affamate in un luogo con la promessa di cibo solo per poi ucciderle con proiettili di cecchino e bombardamenti di artiglieria, senza fare distinzioni tra uomini, donne e bambini, penso a quanto sia limitata la lingua inglese nel riuscire a definire atti così profondamente malvagi.

“Non c’è cibo”

Organizzati dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF), una sigla da neolingua orwelliana come nessun’altra, sostenuta dagli Stati Uniti, questi “centri di soccorso” sono essenzialmente trappole mortali che hanno ucciso più di 450 palestinesi da quando un mese fa hanno iniziato a distribuire con il contagocce magri rifornimenti di cibo.

Prima del 7 ottobre 2023 i giorni gloriosi del blocco israelo-egiziano su Gaza vedevano una media di 500 camion entrare quotidianamente nel territorio. Ma dopo che il 2 marzo Israele ha imposto un blocco totale su Gaza, senza alcun ingresso di cibo o aiuti umanitari, la GHF è diventata l’unico mezzo per fornire assistenza salvavita.

Il genocidio israeliano ha ucciso migliaia di minori, i quali minori costituiscono metà della popolazione della Striscia di Gaza. Li ha privati ​​di un futuro, negando loro l’istruzione e una vita dignitosa, compresa la sicurezza di una casa e di una famiglia. Ha creato la più grande coorte di bambini amputati della storia recente.

Secondo l’ONU, a Gaza il numero di bambini sotto i cinque anni che soffrono di malnutrizione acuta è quasi triplicato nella seconda metà di maggio rispetto ai tre mesi precedenti.

Questa carestia programmata su larga scala spinge le persone, con i loro corpi emaciati, verso i centri GHF, dove, se sono fortunati, possono avere accesso a un sacco di farina. Altrimenti potrebbero morire o tornare a casa senza niente dopo aver sopportato ore di viaggio a stomaco vuoto.

Mohammad al-Darbi, un ragazzino di 12 anni che, dopo aver camminato per otto ore per recuperare due chilogrammi di farina solo per essere poi derubato dai ladri, ha implorato il mondo complice riempiendosi la bocca di sabbia. “Non c’è cibo, niente da mangiare”, singhiozzava.

Qualche giorno prima il corpo senza vita del ventenne Mohammad Yousef al-Zaanin era stato trasportato tra la folla su un bancale di legno, con i vestiti striati di farina. Il giovane era di Beit Hanoun, una città del nord in gran parte distrutta, ed era partito nella speranza di riportare un sacco di farina per la madre e le sette sorelle, sfollate e affamate. Ma la sua storia, la sua vita e la sua morte, sono state ampiamente ignorate.

Il giorno dopo, un attacco israeliano al quartiere di Zeitoun a Gaza City ha ferito gravemente Inas Farhat e ucciso i suoi sette figli. A maggio il marito e i nove figli di una pediatra sono stati uccisi in un attacco aereo sulla loro casa, alcuni dei loro corpi carbonizzati e irriconoscibili, a pezzi. La sadica normalizzazione dell’uccisione di intere famiglie si ripete all’infinito.

“La sofferenza qui è immensa”, ha scritto Fadel Naim, un chirurgo ortopedico di Gaza, il quale afferma che gli ospedali, a malapena operativi, accolgono centinaia di feriti ogni giorno. “Le famiglie sono dilaniate non solo dalle bombe, ma anche dalla fame, dalla paura e dalla disperazione. Eppure, il mondo rimane in gran parte in silenzio”.

Un perfetto spauracchio

In questo contesto il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha puntato su una guerra regionale, con l’obiettivo di salvare la sua carriera politica e ripristinare il paradigma della deterrenza che è andato in frantumi dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

Anche con il sostegno dei regimi fantoccio arabi, principalmente Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti, e il pieno appoggio della maggior parte dei Paesi occidentali, l’idea di compiere un genocidio che persiste da quasi due anni provoca inevitabilmente delle conseguenze. L’Iran e la facilmente sfatabile asserzione di un’imminente acquisizione di una bomba nucleare (si pensi alle inesistenti armi di distruzione di massa dell’Iraq) ha costituito il perfetto spauracchio, in preparazione da anni.

Gli attacchi missilistici e con droni dell’Iran contro Tel Aviv e altre zone di Israele hanno senza dubbio suscitato un certo grado di intima soddisfazione, dopo che per tanti mesi gli israeliani hanno sostenuto senza nessuna remora la punizione collettiva e lo sterminio di due milioni di palestinesi sottoposti al blocco.

La loro propaganda vittimistica, inclusa la raffica di condanne ipocrite e accuse di “crimini di guerra” dopo che un ospedale israeliano è stato colpito da un’esplosione, non inganna nessuno. A sua volta Israele dal 12 giugno ha ucciso più di 610 persone in Iran e ne ha ferite altre 4.746. Il bilancio delle vittime non include solo militari e scienziati nucleari, ma anche poeti, atleti e bambini.

Nel frattempo Israele continua a sganciare bombe di fabbricazione statunitense sulle “zone sicure” di Gaza, dove le tende sono l’unico rifugio per i palestinesi sfollati, la maggior parte dei quali negli ultimi 20 mesi ha perso la casa ed è stata costretta a fuggire ripetutamente da un luogo all’altro.

I bombardamenti di aree così densamente affollate hanno provocato lo sterminio di intere famiglie. Tra le vittime più recenti ci sono Mahmoud Rasras [operatore psicosociale molto impegnato a Gaza nelle attività di recupero di bambini traumatizzati dalla guerra, ndt.] e i suoi figli, Nidal e Ward. Pilastri della comunità, come l’amato comico e volontario presso organizzazioni benefiche Mahmoud Shurrab, sono stati uccisi nelle loro tende, perché, a quanto pare, la sicurezza di Israele dipende dal bombardare tende, affamare famiglie e bruciare o seppellire vivi sotto le macerie bambini innocenti.

Persino la sceneggiata di Israele che medita un cessate il fuoco è scomparsa dai notiziari, insieme alle notizie su negoziati o delegazioni che si spostano dal Cairo a Doha. Nessuno parla a nome dei palestinesi a Gaza, né l’Autorità Nazionale Palestinese collaborazionista nella Cisgiordania occupata, né i loro stessi compatrioti, che sembrano considerare i boicottaggi, le proteste e la disobbedienza civile, efficaci durante la Prima Intifada, come una reliquia del passato.

Come ha affermato Meqdad Jameel, scrittore e ricercatore della Striscia di Gaza: “Le persone sono diventate fantasmi. Tutti vivono in una terribile ansia, inorriditi dalla consapevolezza che il genocidio continuerà all’infinito, senza avere idea su come fermarlo”.

E queste persone esauste e profondamente traumatizzate continuano a essere ridotte a statistiche, invece di ricevere l’attenzione mondiale che meritano. Manteniamoci concentrati su Gaza. Li abbiamo già fortemente delusi; il minimo che possiamo fare è continuare a parlare, far rumore e diffondere le loro voci.

Dobbiamo far cessare la normalizzazione del massacro quotidiano di decine di palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Linah Alsaafin è una giornalista palestinese che ha scritto per Al Jazeera, The Times Literary Supplement, Al Monitor, The News Internationalist, Open Democracy e Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cos’è la Marcia Globale verso Gaza?

Redazione di Al Jazeera

10 giugno 2025 – Al Jazeera

La Marcia Globale verso Gaza intende fare pressione sui leader mondiali affinché pongano fine alla guerra genocida di Israele nell’enclave palestinese.

Migliaia di attivisti da tutto il mondo stanno marciando verso la Striscia di Gaza per cercare di rompere il soffocante assedio israeliano e attirare l’attenzione internazionale sul genocidio lì in corso.

Circa 1.000 persone che partecipano al tratto tunisino della Marcia Globale verso Gaza, noto come Convoglio Sumud [parola araba che significa “resilienza”, ndt.], sono arrivate in Libia martedì mattina, un giorno dopo la partenza dalla capitale tunisina, Tunisi. Ora si trovano in Libia dopo un’intera giornata di viaggio, ma non hanno ancora il permesso di attraversare la parte orientale del paese nordafricano.

Si prevede che il gruppo, composto principalmente da cittadini del Maghreb, la regione dell’Africa nord-occidentale, crescerà con l’adesione di persone provenienti dai Paesi attraversati nel suo percorso verso il valico di Rafah, tra Egitto e Gaza.

Come faranno? Quando arriveranno? Di cosa si tratta?

Ecco tutto quello che c’è da sapere:

Chi è coinvolto?

Il Coordinamento di Azione Congiunta per la Palestina guida il Convoglio Sumud, facente parte della Marcia Globale per la Palestina.

In totale circa 1.000 persone viaggiano su un convoglio di nove autobus con l’obiettivo di fare pressione sui leader mondiali affinché intervengano a Gaza.

Sumud è sostenuto dal Sindacato Generale del Lavoro Tunisino, dall’Ordine Nazionale degli Avvocati, dalla Lega Tunisina per i Diritti Umani e dal Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali.

Si coordina con attivisti e persone provenienti da 50 Paesi che arriveranno in aereo nella capitale egiziana, il Cairo, il 12 giugno, in modo che possano marciare tutti insieme verso Rafah.

Alcuni di questi attivisti sono affiliati a una serie di organizzazioni di base, tra cui il Movimento Giovanile Palestinese, Codepink Women for Peace negli Stati Uniti e Jewish Voice for Labour nel Regno Unito.

Come raggiungeranno il valico di Rafah?

Il convoglio di auto e autobus ha raggiunto la Libia. Dopo una breve sosta, il piano prevede di proseguire verso il Cairo.

“La maggior parte delle persone intorno a me prova coraggio e rabbia [per quello che sta succedendo a Gaza]”, ha detto Ghaya Ben Mbarek, una giornalista tunisina indipendente che si è unita alla marcia poco prima che il convoglio attraversasse il confine con la Libia.

Ben Mbarek è spinta dalla convinzione che, come giornalista, debba “stare dalla parte giusta della storia, fermando un genocidio e impedendo che la gente muoia di fame”.

Una volta che al Cairo Sumud si sarà unito ad altri attivisti si dirigerà a El Arish, nella penisola egiziana del Sinai, per poi intraprendere una marcia di tre giorni verso il valico di Rafah, a Gaza.

Gli attivisti incontreranno ostacoli?

Il convoglio non ha ancora ricevuto dalle autorità regionali il permesso di attraversare la Libia orientale. La Libia ha due amministrazioni rivali e, sebbene nella parte occidentale [della Libia, ndt.] il progetto della carovana sia stato accolto con favore, sono ancora in corso trattative con le autorità di quella orientale, ha dichiarato martedì ad Al Jazeera un responsabile della carovana.

Gli attivisti avevano precedentemente dichiarato all’agenzia di stampa Associated Press di non aspettarsi di essere ammessi a Gaza, ma sperano che il loro viaggio spinga i leader mondiali a costringere Israele a porre fine alla sua guerra genocida.

Un’altra preoccupazione riguarda l’Egitto, che ha dichiarato il tratto tra El Arish e il valico di Rafah come zona militare e non consente l’ingresso a nessuno che non vi risieda.

Il governo egiziano non ha rilasciato alcuna dichiarazione in merito alla concessione alla Marcia Globale verso Gaza del permesso di attraversare il suo territorio.

“Dubito che gli venga permesso di marciare fino a Rafah”, ha detto un attivista egiziano di lunga data, il cui nome è stato omesso per motivi di sicurezza.

“La sicurezza nazionale viene sempre prima di tutto”, hanno dichiarato ad Al Jazeera.

Se il convoglio riuscisse a raggiungere il valico di Rafah, lì dovrà affrontare l’esercito israeliano.

Perché gli attivisti hanno scelto questo approccio?

I sostenitori della Palestina hanno provato di tutto nel corso degli anni mentre Gaza soffriva.

Dall’inizio della guerra genocida di Israele, 20 mesi fa, i civili hanno protestato nelle principali capitali e intrapreso azioni legali contro i propri rappresentanti eletti per aver favorito la campagna di uccisioni di massa di Israele a Gaza.

Attivisti hanno navigato su diverse imbarcazioni che portavano aiuti umanitari verso Gaza, cercando di rompere il soffocante blocco imposto da Israele dal 2007; tutte sono state attaccate o intercettate da Israele.

Nel 2010, in acque internazionali, un commando israeliano salì a bordo della Mavi Marmara, una delle sei imbarcazioni della Freedom Flotilla in rotta verso Gaza. Uccise nove persone e un’altra morì in seguito per le ferite riportate.

La Freedom Flotilla ha continuato nei tentativi [di forzare il blocco], mentre Gaza subiva un assalto israeliano dopo l’altro.

L’attuale guerra di Israele contro Gaza ha spinto 12 attivisti della Freedom Flotilla Coalition a salpare il 1° giugno dall’Italia a bordo della Madleen nella speranza di fare pressione sui governi mondiali affinché fermassero il genocidio israeliano.

Tuttavia il 9 giugno gli attivisti sono stati sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali.

La Marcia Globale verso Gaza avrà successo?

Gli attivisti ci proveranno, anche se sono quasi certi di non riuscire a entrare a Gaza.

Affermano che restare inerti permetterà solo a Israele di continuare il suo genocidio finché la popolazione di Gaza non sarà morta o sottoposta a pulizia etnica.

“Il messaggio che la gente qui vuole inviare al mondo è che anche se ci fermate via mare o per via aerea, noi arriveremo a migliaia via terra”, ha detto Ben Mbarek.

“Attraverseremo letteralmente i deserti… per impedire che la gente muoia di fame”, ha dichiarato ad Al Jazeera.

Quanto è grave la situazione a Gaza?

Da quando Israele ha iniziato la sua guerra contro Gaza il 7 ottobre 2023 ha bloccato l’ingresso del cibo e dei rifornimenti nell’enclave palestinese, pianificando una mancanza di cibo che ha ucciso probabilmente migliaia di persone e potrebbe ucciderne altre centinaia di migliaia.

Israele ha bombardato Gaza a tappeto, uccidendo almeno 54.927 persone e ferendone più di 126.000.

Tempo fa alcuni giuristi hanno dichiarato ad Al Jazeera che le sofferenze a Gaza suggeriscono che Israele stia deliberatamente infliggendo condizioni volte a provocare la distruzione fisica del popolo palestinese, in tutto o in parte: esattamente la definizione di genocidio.

L’indignazione globale è cresciuta mentre Israele continua a uccidere migliaia di civili, tra cui bambini, operatori umanitari, medici e giornalisti.

Da marzo Israele ha rafforzato il suo dominio su Gaza, bloccando completamente gli aiuti e poi sparando alle persone in coda per ricevere i pochi aiuti a cui consente di entrare, provocando inconsuete dichiarazioni di condanna da parte dei governi occidentali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I gangster di Israele a Gaza

Abdaljawad Omar

9 giugno 2025 – Mondoweiss

Israele usa da tempo forze sotto copertura che si fingono palestinesi per seminare conflitti. Ora sta usando di nuovo questa strategia a Gaza sotto forma di bande che prendono il controllo degli aiuti umanitari. L’obiettivo è quello di frammentare e smembrare la società palestinese.

Nella lunga e amara storia dello scontro della Palestina con il sionismo poche figure hanno prodotto una rottura epistemica e affettiva così profonda come l’unità di forze speciali sotto copertura che si fingono palestinesi. Conosciuta come “unità arabizzata” o “Musta’ribeen”, l’agente israeliano sotto copertura, spesso un ebreo arabo, non opera come un colonizzatore visibile ma come un sosia dei nativi. Parlando fluentemente il dialetto ed esperto nei modi di fare dei palestinesi, l’agente “arabizzato” si muove tra i palestinesi come una presenza spettrale che imita e sorveglia dall’interno mentre conduce anche operazioni a sorpresa intese a catturare la “preda” alla sprovvista, sia per l’arrestarla che per assassinarla. Non raccoglie semplicemente dati, distrugge la fiducia della comunità e la possibilità di auto-riconoscimento collettivo. In questo modo i Musta’ribeen non sono solo una forza tattica, ma usano una modalità di infiltrazione che è essa stessa un’arma, in quanto infrange lo specchio attraverso il quale i palestinesi si vedono.

Israele ha sviluppato per la prima volta queste unità “arabe” per svolgere operazioni rapide all’interno dei campi palestinesi, densi spazi urbani che sono altrimenti inaccessibili ai soldati in uniforme, quasi senza alcuna possibilità di prendere i loro obiettivi alla sprovvista.

La Musta’rib era una risposta alla domanda su come raggiungere il “bersaglio” prima che fosse consapevole della presenza dell’esercito.

Questa logica di infiltrazione, che costituisce da sempre una parte della strategia coloniale di Israele, è riemersa nel momento presente. In un recente video delle brigate di Qassam di Hamas, un’unità palestinese che lavora con l’esercito israeliano è stata designata dalla resistenza come Musta’ribeen. Nell’uso di quel termine per designare i collaborazionisti palestinesi – che in genere verrebbero indicati come collaborazionisti o spie, jawasi – piuttosto che agenti israeliani sotto copertura, Hamas stava deliberatamente annullando il confine tra collaborazionista e nemico.

Non è un fatto sconcertante che Israele trovi tra gli occupati coloro che sono disposti a sopravvivere attraverso i suoi stessi meccanismi di dominio. Tale complicità nasce non solo dalla stanchezza – il venir meno del coraggio sotto l’assedio incessante – ma anche dall’incerta speranza di ottenere un potere, per quanto marginale, all’interno dell’ordine imposto. È anche il prodotto di un intreccio più profondo: le sollecitazioni silenziose e gli incitamenti attivi che a volte provengono dai ranghi palestinesi stessi. Questo fenomeno è radicato nella contraddizione storica dell’azione di governo e amministrazione come forma di resistenza che esercita però anche un potere coattivo.

Una delle figure più famigerate tra questi agenti israeliani ora utilizzato a Rafah è Yasser Abu Shabab, un ex prigioniero un tempo condannato per il contrabbando di droga dal governo di Hamas, che ha guidato un gruppo di centinaia di uomini armati che hanno saccheggiato per tutta la guerra gli aiuti diretti a Gaza. La sua ascesa esemplifica il modo in cui l’interazione della lealtà di clan, la sopravvivenza materiale, l’opportunismo e il tacito sostegno di elementi all’interno dell’autorità palestinese si uniscono per aprire lo spazio all’emergere di tali bande. La loro presenza cerca non solo di distruggere il tessuto sociale, ma infligge una nuova ferita su quella aperta del genocidio.

L’uso da parte di Israele di queste unità di collaborazionisti serve a vari obiettivi.

In primo luogo, esse contribuiscono a ostruire e reindirizzare il flusso di aiuti umanitari, trasformando gli aiuti stessi in un meccanismo di controllo.

In secondo luogo fungono da collettori di una sorta di “pizzo”, ricavando profitti dalla stessa economia della sofferenza che aiutano a provocare, posizionandosi così come intermediari non solo con la forza occupante, ma anche con l’apparato sempre più privatizzato degli aiuti internazionali.

In terzo luogo sono anche usati come meccanismo di corruzione: sfruttano la disperazione per attirare gli affamati di Gaza e la sua gioventù. Questo potere emerge da ciò che sono autorizzati a offrire: un sacchetto di cibo, una promessa di accesso, una possibile esclusione dai massacri. Queste offerte non sono benevole: funzionano come leve di controllo, operando all’interno della tensione tra la sopravvivenza della singola famiglia e la resistenza collettiva (sumud) dell’intera comunità. Inserendosi come mediatori tra Israele e la popolazione favoriscono reti informali e formali di dipendenza e l’autorità per infettare e crescere. Diventano un fattore indigeno che media con Israele.

In quarto luogo, e forse in modo più insidioso, funzionano come protagonisti in una coreografia della propaganda. I video accuratamente messi in scena – uomini in uniforme che scaricano sacchi di farina o gesticolano alle code degli sfollati – sono circolati per suggerire l’emergere di una governance palestinese alternativa, apparentemente più “pragmatica” o flessibile e più disposta a stare al gioco di Netanyahu.

Il loro ruolo non è solo quello di seminare il caos, ma di suggerire la possibilità di un altro ordine. La loro stessa presenza fomenta sfiducia e spezza le fragili reti di solidarietà che si formano sotto assedio. Sono, in un certo senso, i primi a inghiottire l’esca: i primi a immaginare un futuro incistato all’interno dell’apparato dello sterminio. Ma ciò che viene loro offerto non è la vita, solo una sua imitazione – una sopravvivenza gestita all’interno di un paesaggio progettato per estinguere la presenza dei palestinesi – e per estinguere infine anche a loro utilità.

E, come in molti casi di collaborazionismo, mascherano lo schierarsi brutalmente contro la loro gente con il mantra di essere “forze popolari”, come lo stesso Abu Shabab chiama la sua banda di saccheggiatori.

Ma c’è un problema: mentre questi gruppi possono essere tatticamente utili a Israele – convenienti per reindirizzare gli aiuti, disciplinare la fame e colpire la già sfilacciata coesione del tessuto sociale di Gaza – la loro utilità rimane fondamentalmente limitata. Non sono attori strategici in alcun senso trasformativo. La loro geografia è stretta, la loro influenza parassitaria e la loro esistenza è legata interamente all’ombra protettiva del potere israeliano. Sono criminali trasformati in collaborazionisti, molti appena fuggiti dalle carceri palestinesi all’inizio della guerra, altri sono ex impiegati dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania, e alcuni millantano legami con l’ISIS e di essere stati tra i suoi ranghi. Sopravvivono, letteralmente, grazie alla guerra, a convogli che saccheggiano, alle armi date loro in modo selettivo, all’indulgenza dell’esercito israeliano.

Mafia senza dignità

Ma ciò che conta di più per Israele non è il loro successo, ma il loro spettacolo. Il punto non è che vinceranno a Gaza – nessuno, compresi i loro gestori, immagina che possano, ma che fungano da esibizione vivente di infiltrazione. Diventano simboli della frattura, danno un’immagine della società palestinese a Gaza come penetrabile, divisibile e corruttibile. Mostrano che la resistenza ha il suo contoraltare.

La loro vera funzione non è quella di governare, ma di annebbiare il confine tra opposizione e collaborazione. Seminano il dubbio per rendere sospetta l’idea stessa di una volontà collettiva di resistere. In questo senso la milizia collaborazionista è meno una risorsa militare che un dispositivo narrativo – un attore nello sforzo in corso di Israele per narrare la disintegrazione palestinese come endogena, inevitabile e forse, agli occhi sionisti, anche “meritata”.

Tuttavia la loro posizione sociale di reietti – la loro esclusione dall’immaginario comune – segna la loro incapacità di essere accolti nel corpo sociale palestinese, a differenza delle mafie tradizionali che spesso si radicano nella parentela, nel quartiere o nella solidarietà di classe. Invece questi collaborazionisti esistono in una zona di sovranità negativa: temuta ma non rispettata, conosciuta ma non rivendicata, presente ma non accettata. Si capiscono meglio

nel quadro di una tecnica coloniale di frammentazione: bande senza lealtà e mafie senza dignità.

Questa tecnica di frammentazione ancora una vota non è una novità. Israele ha coltivato a lungo alleanze con attori locali per gestire e interrompere la coesione palestinese. La recente ascesa di bande all’interno delle comunità palestinesi con cittadinanza israeliana è uno di questi esempi. La convergenza del tacito sostegno israeliano, in particolare gli apparati di intelligence, nonché il deliberato fallimento della sorveglianza e più ampi rivolgimenti economici hanno prodotto nuove strutture più radicate di criminalità organizzata.

Queste bande non sono semplici sottoprodotti del decadimento sociale; sono sintomi di un disordine gestito, coltivato ​​e tollerato nella misura in cui spiazza l’azione collettiva e rivolge la violenza all’interno, anche tra quelli che Israele vanta come suoi cittadini e impiega felicemente come strumenti di propaganda per dire: “Guarda, abbiamo arabi che camminano in spiaggia. Pertanto, non siamo razzisti”.

Lo stesso vale per l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, che oggi rappresenta la forma più avanzata di una cultura politica da gangster. Cannibalizzando l’apparato amministrativo, l’ANP governa non solo sotto l’ombra di Israele, ma anche usando come arma la propria versione della storia nazionale. Ridefinisce i confini della lealtà e del tradimento, di amico e nemico in modi che gli consentono di nascondere i suoi comportamenti da gangster.

Ma forse questo è ciò che è più centrale nel contesto di Gaza: l’umanitarismo e l’osceno genocidio, la gioia del soldato israeliano e la sua felicità nell’uccidere i palestinesi e nella distruzione delle loro case – tutto ora è messo a nudo. È una guerra senza coperture. Niente maschere, niente veli, niente paraocchi ideologici. La forma sociale di questa collaborazione, il suo rozzo affiorare nella visibilità pubblica, rivela qualcosa di fondamentale sulla natura di questa guerra.

Non è solo genocida: è oscena e spudorata, non chiede nulla al mondo se non passività. Ciò a cui stiamo assistendo non è semplicemente una campagna militare, ma una rappresentazione del crollo, non di Gaza, ma dei paraocchi ideologici, dei discorsi e delle affermazioni morali di un mondo non più in grado di giustificarsi. Una banda a Gaza rappresenta le molte bande che governano su di noi.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)