Le dichiarazioni di condanna non fermeranno il genocidio a Gaza

Belén Fernández

Giornalista di Al Jazeera

18 marzo 2025 – Al Jazeera

Mentre Israele ricomincia il genocidio totale a Gaza, tutto ciò di cui è capace la comunità internazionale sono deboli obiezioni

Era solo questione di tempo prima che Israele decidesse di annullare definitivamente l’accordo di cessate il fuoco con Hamas e riprendesse il totale genocidio nella Striscia di Gaza. Da un giorno all’altro l’esercito israeliano ha scatenato un’ondata di attacchi che finora hanno ucciso almeno 404 palestinesi e feriti 562.

Questi numeri indubbiamente aumenteranno, in quanto altri corpi vengono estratti da sotto le macerie e Israele continua ciò che il Primo Ministro maltese Robert Abela ha denunciato come un “barbaro” assalto all’enclave palestinese.

Ma la barbarie, dopo tutto, è ciò che Israele sa fare meglio. E purtroppo non c’è in vista alcuna fine del comportamento barbaro – soprattutto quando il massimo che la comunità internazionale è capace di fare sono fiacche dichiarazioni di condanna.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk, per esempio, ha dichiarato che gli attacchi israeliani “aggiungeranno tragedia a tragedia” e che “il ricorso di Israele ad ancor maggiore forza militare non farà che accrescere ulteriormente la sofferenza di una popolazione palestinese che già soffre di condizioni catastrofiche.”

Il Primo Ministro norvegese Jonas Gahr Store ha convenuto che l’attacco israeliano costituisce “una grande tragedia” per la popolazione di Gaza, gran parte della quale “vive in tende e tra le rovine di ciò che è stato distrutto.”

Da parte sua il Ministro degli Esteri olandese Caspar Veldkamp ha usato la piattaforma X per affermare che “gli aiuti umanitari devono raggiungere chi ne ha bisogno e che tutte le ostilità devono cessare in modo permanente.” La Svizzera ha auspicato “una immediata ripresa del cessate il fuoco”.

Gli Stati Uniti ovviamente non hanno sentito il bisogno di condannare i rinnovati attacchi israeliani a Gaza – una reazione che non sorprende da parte del Paese che sin dall’inizio ha appoggiato e incoraggiato il genocidio, prima sotto l’amministrazione di Joe Biden e ora sotto quella di Donald Trump.

In un’intervista a Fox News l’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che gli USA sono stati consultati da Israele circa l’ultimo attacco, aggiungendo che Trump “ha messo in chiaro” che Hamas e “tutti coloro che cercano di terrorizzare non solo Israele, ma anche gli Stati Uniti d’America avranno un prezzo da pagare”. Parafrasando una precedente minaccia rivolta da Trump a Hamas, Leavitt ha avvertito che “si scatenerà l’inferno”.

Eppure, secondo tutti gli standard obbiettivi, l’inferno si è già decisamente scatenato nella Striscia di Gaza. Con il solido appoggio USA l’esercito israeliano ha ufficialmente massacrato 48.577 palestinesi tra ottobre 2023 e gennaio 2025, quando è entrato in vigore un esile cessate il fuoco tra Israele e Hamas. A febbraio l’ufficio comunicazioni del governo di Gaza ha aggiornato il totale dei morti a circa 62.000 tenendo conto delle migliaia di palestinesi scomparsi che si presume siano morti sotto le onnipresenti macerie.

E mentre Gaza, con l’attuazione dell’accordo di tregua, ha apparentemente ottenuto una sospensione degli incessanti bombardamenti israeliani, l’esercito israeliano ha continuato ad uccidere palestinesi e di conseguenza a violare in altro modo l’accordo. Dopo tutto una cessazione delle ostilità non ha mai costituito un modus operandi di Israele.

Quando a inizio marzo Israele ha bloccato tutte le consegne di aiuti umanitari alla Striscia di Gaza – una mossa che configura la carestia forzata e un ovvio crimine di guerra – gli USA come previsto hanno accusato Hamas del blocco degli aiuti invece del soggetto che in realtà lo stava attuando. L’Unione Europea ne ha seguito l’esempio condannando Hamas per il suo presunto “rifiuto…di accettare l’estensione della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza.”

Dato che Israele aveva improvvisamente modificato i termini dell’accordo, non si trattava in realtà di “rifiuto” da parte di Hamas, ma piuttosto di una modifica unilaterale delle regole del gioco da parte di Israele – come ha sempre fatto. In un secondo tempo l’UE ha detto che “la decisione di Israele di bloccare l’ingresso di tutti gli aiuti umanitari a Gaza potrebbe potenzialmente provocare conseguenze umanitarie”.

Ma in ogni caso la colpa è di Hamas.

Ora, mentre le condanne della rinnovata barbarie di Israele arrivano alla spicciolata, non è difficile capire perché Israele potrebbe considerare le obiezioni internazionali poco più che simboliche. Alla fin fine le superficiali ramanzine e gli appelli per la fine della “tragedia” a Gaza non fanno niente per impedire ad Israele di avere mano libera nell’iniziare e terminare il genocidio come gli pare.

Molti bambini sono tra le vittime odierne del terrore israeliano e Israele ha proceduto ad emettere nuovi ordini di spostamenti forzati per vari settori della Striscia di Gaza. Il Ministero della Sanità di Gaza ha lanciato un appello urgente per donazioni di sangue. Nel complesso quindi sembra che una prosecuzione del cessate il fuoco sia stata decisamente esclusa.

E c’è un ulteriore vantaggio per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che attualmente è sotto processo per non meno di tre casi di corruzione che includono frode, concussione e abuso di fiducia. Come riportato oggi dal ‘Times of Israel’, la programmata testimonianza di Netanyahu adesso “è stata annullata per quella data nel contesto della sconvolgente offensiva su Gaza”.

Secondo il primo ministro i pubblici ministeri hanno approvato l’annullamento per consentire al governo di tenere una “consultazione urgente di sicurezza” sulle rinnovate operazioni a Gaza.

E mentre una barbara tragedia si dispiega ancora una volta nella Striscia di Gaza, il rifiuto internazionale di porvi fine è di per sé una barbara tragedia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Nella sua lotta contro il fascismo l’accademia israeliana rimane cieca riguardo a una verità fondamentale

Anat Matar

26 febbraio 2025 – +972 Magazine

L’attacco del governo contro le regole democratiche non può essere separato dalla sua oppressione dei palestinesi: sono due emisferi dello stesso cervello di destra

Mai prima d’ora le due comunità israeliane con cui divido buona parte del mio tempo, quella universitaria e quella degli attivisti, sono state così estranee tra loro, e ciò nonostante entrambe siano realmente preoccupate del fascismo che stringe la sua presa sulla società israeliana.

Il contrasto tra le risposte delle due comunità al benedetto cessate il fuoco, entrato in vigore il mese scorso, è un’indicazione di questo abisso. Quando noi attivisti di sinistra abbiamo festeggiato il cessate il fuoco ci era chiaro che avrebbe dovuto essere raggiunto molto prima. Dalla seconda settimana dell’ottobre 2023 abbiamo capito che la guerra di Israele contro Gaza era motivata semplicemente da un sentimento di vendetta, mascherato da una facciata retorica di “autodifesa”, e che avrebbe portato solo a un’enorme sofferenza per israeliani e palestinesi; abbiamo anche compreso che avrebbe messo a rischio la vita degli ostaggi israeliani.

D’altra parte la risposta al cessate il fuoco del campo accademico liberal israeliano è stata più emotiva che politica: parlano incessantemente della sofferenza degli ostaggi ma non rivolgono quasi alcuna critica agli obiettivi iniziali e alla condotta della guerra da parte dell’esercito, né fanno un tentativo di capire come siamo arrivati a questo punto. Ciò corrisponde tristemente a come si sono comportati in questi ultimi 16 mesi. Dopo aver guidato il movimento di protesta contro la riforma della giustizia prevista dal governo all’inizio del 2023, dal 7 ottobre l’accademia israeliana si è rapidamente allineata. Da discorsi ed editoriali bellicosi che difendono una “guerra giusta” all’arruolamento in massa degli studenti israeliani nei servizi della riserva, nei primi mesi l’università nel suo complesso ha appoggiato la guerra.

Quello che i miei colleghi accademici non riescono ad afferrare, mentre i miei amici attivisti lo comprendono chiaramente, è che i continui attacchi del governo israeliano alle regole e alle istituzioni democratiche non possono essere disgiunti dall’oppressione genocida del popolo palestinese. Rappresentano i due emisferi dello stesso cervello di destra.

Un netto rifiuto

Quando, pochi giorni dopo la sua formazione alla fine del 2022, la coalizione di governo del primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la sua riforma della giustizia la comunità accademica progressista si è rapidamente attivata. Docenti e studenti sono usciti a frotte dall’università e sono scesi in piazza sventolando grandi bandiere israeliane blu e bianche e portando cartelli che dicevano “Nessuna università senza democrazia”. Dirigenti universitari, compreso il presidente dell’università di Tel Aviv Ariel Porat, si sono espressi pubblicamente contro quelli che hanno visto come i pericoli che le riforme proposte pongono alla “democrazia israeliana”, unendosi alle proteste e scrivendo decine di lettere aperte e di editoriali.

Per un certo tempo gli orrori del 7 ottobre hanno fatto tacere alcune di queste voci. Altre sono state reclutate dalla macchina propagandistica israeliana e hanno applaudito quella che hanno visto come la guerra giustificata di Israele contro Hamas: come ha sostenuto Porat nel novembre 2023, “la guerra contro Amalek [spietato nemico biblico degli ebrei, ndt.].” Con il tempo, quando è diventata evidente la verità che gli attivisti di sinistra avevano già constatato a metà ottobre, cioè che il governo non era affatto interessato a salvare gli ostaggi che languivano a Gaza, nei circoli accademici ci sono stati sommessi mormorii di dissenso. Ci sono state persino espressioni di preoccupazione riguardo alla “crisi umanitaria” a Gaza e richieste di scongiurarla.

Ma è stato solo con la ripresa dell’attacco del governo contro lo Stato e le istituzioni pubbliche che alcune voci progressiste hanno ripreso a parlare in massa. Il primo gennaio 2024 l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha sentenziato contro uno dei pilastri della riforma giudiziaria. Questa iniziativa ha gradualmente riportato la questione all’attenzione sia del ministero della Giustizia israeliano che dell’opinione pubblica liberal. Per molti mesi il ministro della Giustizia Yariv Levin si è rifiutato di riunire la commissione responsabile dell’elezione del presidente della Corte Suprema, e ora si rifiuta di riconoscerne la designazione.

In un recente articolo per Haaretz Porat ha dettagliato il tipo di “mega-avvenimenti” che, se dovessero accadere, richiederebbero manifestazioni e persino scioperi: la destituzione del procuratore generale, il licenziamento del capo dello Shin Bet [il servizio segreto interno israeliano, ndt.] e la mancata osservanza delle sentenze della Corte Suprema da parte del governo. Le osservazioni di Porat hanno ricevuto un vasto appoggio dalle organizzazioni accademiche, comprese la Bashaar – Comunità Accademica per la Società Israeliana, l’Accademia Israeliana delle Scienze e alcuni sindacati dei docenti.

Questi singoli e gruppi si sono anche fortemente opposti a varie leggi della Knesset che prendono di mira l’università definendole le “leggi bavaglio”: una che taglierebbe i finanziamenti pubblici alle istituzioni accademiche che non licenzino docenti che esprimono “appoggio al terrorismo” e un’altra che richiede alle università di chiudere associazioni di studenti che appoggino “il terrorismo o la lotta armata contro lo Stato di Israele”.

Non c’è alcun dubbio che l’ira e gli appelli urgenti dei dirigenti universitari a resistere a ogni aspetto della riforma giudiziaria siano totalmente giustificati. Tuttavia essi hanno dimostrato un netto rifiuto di riconoscere altri aspetti della stessa agenda, messi in pratica dallo stesso abominevole governo molto prima del 7 ottobre: l’intensificazione dell’occupazione e della spoliazione dei palestinesi; l’espansione delle colonie e degli avamposti dei coloni, spesso attraverso la forza e la violenza; la deliberata e totale cancellazione dell’esistenza politica dei palestinesi.

Da quel terribile giorno il regime della “riforma giudiziaria” ha portato avanti a Gaza una seconda Nakba, molto più brutale della prima. Ha ucciso decine di migliaia di palestinesi mentre ne sfollava e affamava due milioni; ha distrutto il paesaggio fisico dell’intera Striscia, comprese tutte le sue università; ha bloccato l’ingresso di cibo, aiuti umanitari e materiale sanitario. In breve, tutte le componenti che costituiscono un genocidio.

Allo stesso tempo il governo ha stretto la sua presa sulla Cisgiordania occupata espandendo la costruzione di colonie, privando dei mezzi di sostentamento centinaia di migliaia di palestinesi, lanciando nuove massicce operazioni militari nei campi profughi e lasciando liberi i coloni suoi complici di commettere soprusi sistematici.

Lo stesso governo, lo stesso programma, la stessa escalation totalitaria e lo stesso palese disprezzo per la vita umana. Eppure per due anni l’élite ebraica progressista istituzionale ha continuamente negato il rapporto tra questi due emisferi che formano il cervello dell’attuale regime.

Il rapporto tra l’accademia e l’esercito

Il deliberato scollamento spesso è reso possibile dal fatto di separare le azioni di Netanyahu e del suo governo, quello che recentemente l’ex capo di stato maggiore Moshe Ya’alon ha descritto come “il governo di messianici, disertori e del corrotto”, da quelle dell’esercito. Il primo commette orribili crimini di guerra; il secondo, che include soldati e ufficiali innocenti, potrebbe trovarsi ad essere accusato dall’ Aia [la Corte Penale Internazionale, ndt.], senza alcuna colpa.

Ciò in parte deriva dalla stretta collaborazione tra l’accademia e l’esercito israeliani attraverso ricerche in comune, programmi speciali per i soldati, conferenze sulla “sicurezza”; in una collaborazione proseguita dopo il 7 ottobre. Per esempio recentemente l’università di Tel Aviv ha ospitato l’inaugurazione del DefenseTech Summit [Vertice sulla Tecnologia della Difesa], che metteva in mostra le ultime innovazioni letali degli armamenti di Intelligenza Artificiale e droni, tutto mentre le forze armate israeliane distruggevano ogni possibilità di vita nella Striscia di Gaza. Tra i principali oratori c’era il generale (della riserva) Eyal Zamir, direttore generale del ministero della Difesa israeliano e da poco nominato capo di stato maggiore.

Anche se agevolano questi rapporti tra l’università e l’esercito, i dirigenti universitari progressisti israeliani non sempre li promuovono, né, tuttavia, li negano. In una recente intervista la professoressa Milette Shamir, vice-presidentessa dell’università di Tel Aviv per la collaborazione accademica internazionale, è sembrata totalmente restia ad assumersi la responsabilità della complicità della sua università nell’impegno bellico di Israele.

“Mentre è vero che a volte la nostra ricerca favorisce l’impegno militare,” ha ammesso, “non decidiamo noi gli indirizzi di ricerca al posto dei nostri docenti quello su cui devono fare ricerca.” Non ha neppure approfondito se questo impegno per la libertà accademica potrebbe consentire a un docente di condurre scavi archeologici nella Cisgiordania occupata in chiara violazione delle leggi internazionali o sviluppare cineprese da applicare ai cani per aiutare le unità cinofile dell’esercito a condurre attacchi letali contro civili palestinesi a Gaza [cosa realmente accaduta, come dimostrato da un video della stessa università. Vedi https://www.middleeasteye.net/news/tel-aviv-university-developed-dog-cameras-army-unit-linked-gaza-attacks. Ndt.].

Né Shamir ha affrontato la questione dei contratti che l’università firma con l’esercito per programmi accademici specialistici, che consentono a soldati in uniforme e armati di invadere il campus di Tel Aviv. Nella mente della vice-presidentessa, come in quella del presidente e di molti altri importanti membri del corpo docente, è al governo che essi si oppongono e quest’ultimo non ha un reale rapporto con l’esercito, che essi invece sono orgogliosi di servire. È così che Shamir è in grado di affermare: “Sarebbe sbagliato sostenere che collaboriamo con il governo.”

Questa devozione per l’esercito israeliano, guidata dalla fede nella sua intrinseca moralità e di quella della maggioranza dei suoi soldati, è stata ampiamente evidenziata nel più recente editoriale di Porat su Haaretz, pubblicato diversi giorni fa. In esso egli mette in guardia contro la legge della Knesset, approvata la scorsa settimana in lettura preliminare, che vieterebbe ai cittadini, autorità ed enti pubblici israeliani di collaborare in qualunque modo con la Corte Penale Internazionale.

Come ha giustamente evidenziato Porat, questa legge limiterebbe gravemente il lavoro di giornalisti e accademici che potrebbero rischiare il carcere solo per aver pubblicato articoli sui crimini dei soldati israeliani. Ma per Porat una “conseguenza non meno grave” della legge sarebbe la minaccia che rappresenta per i soldati israeliani, che egli ritiene sarebbero a grave rischio di azioni penali all’estero. Di nuovo, vediamo una sincera preoccupazione per la democrazia unita a un totale oblio del fatto che Israele ne è lontana e, con le sue parole, una profonda fiducia nella purezza della “grande maggioranza dei soldati dell’esercito”, anche “se, dio non voglia, sono stati commessi crimini di guerra” da qualcuno.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il criminale di guerra Gadi Eisenkot si aggiudica 1 milione di dollari di finanziamenti dell’UE

David Cronin 

12 febbraio 2025 – Electronic Intifada

L’Unione Europea ha approvato un finanziamento di circa 1 milione di dollari a un’impresa guidata da Gadi Eisenkot, uno dei politici israeliani responsabili del genocidio a Gaza.

Storage Drop, come si chiama l’azienda di Eisenkot, fa parte di Hydrocool, un progetto finanziato dall’UE ufficialmente concepito per ridurre l’impatto ambientale dei sistemi di climatizzazione dell’aria.

Eisenkot è poco convincente come campione della sostenibilità ecologica.

Dall’ottobre 2023 al giugno dell’anno scorso ha fatto parte del gabinetto di guerra che ha gestito il genocidio a Gaza e autorizzato tattiche che hanno riguardato massacri sistematici e la distruzione di strutture civili.

Concedere all’impresa di Eisenkot un ruolo in un progetto presumibilmente amico del clima come Hydrocool non controbilancia le responsabilità che lui e i suoi colleghi del gabinetto di guerra hanno per aver distrutto la rete idrica e di trattamento delle acque reflue di Gaza.

Benché da alcuni media sia dipinto come un “moderato”, Eisenkot ha in precedenza sostenuto l’uso estremo della violenza.

È stato tra i comandanti militari che elaborarono la cosiddetta “Dottrina Dahiyeh”, in riferimento a un quartiere di Beirut in cui Israele provocò massicce devastazioni durante l’attacco contro il Libano nel 2006.

Nell’ottobre 2008 Eisenkot lanciò un avvertimento a ogni area in cui Israele incontrava resistenza: “Quello che è successo al quartiere di Dahiyeh a Beirut nel 2006 avverrà in ogni villaggio da cui si spari contro Israele,” affermò.

Metteremo in atto una forza sproporzionata contro di esso e vi provocheremo gravissimi danni e distruzioni. Dal nostro punto di vista non sono villaggi di civili, sono basi militari.”

Il piano che aveva riassunto venne messo in pratica poco dopo, quando Israele lanciò una grande offensiva contro Gaza nel dicembre 2008. In linea con la dottrina Dahiyeh, in svariate occasioni Israele in seguito ha inflitto “grandi danni e distruzioni” contro villaggi e città palestinesi e libanesi.

La Storage Drop di Eisenkot è la principale beneficiaria di finanziamenti UE sulla base del progetto Hydrocool, che durerà fino al 2027.

Ovviamente è imperdonabile che i funzionari di Bruxelles approvino un finanziamento a un’impresa guidata da un uomo direttamente responsabile della devastazione di Gaza. Così facendo l’UE sta negando l’appoggio dichiarato alla Corte Internazionale di Giustizia, che nel gennaio 2024 ha giudicato plausibile la causa che il Sudafrica ha intentato contro Israele.

Il Sudafrica sostiene che Israele sta violando la Convenzione contro il Genocidio, una pietra miliare del diritto internazionale che venne stilata dopo l’Olocausto, in base alla quale la convenzione impone come dovere ai governi e alle istituzioni statali di tutto il mondo di non favorire crimini contro l’umanità.

Ho contattato la Commissione Europea, l’esecutivo dell’UE, chiedendo perché abbia approvato finanziamenti a un’azienda che include un importante complice di una guerra genocida.

La Commissione Europea non ha risposto alla domanda. Un portavoce ha semplicemente replicato che Horizon Europe, il programma di ricerca scientifica dell’UE, “non finanzia progetti di carattere militare.”

Sono in vigore vari meccanismi per impedire che i fondi dell’UE vengano utilizzati in modo improprio per attività che violino le leggi internazionali,” ha aggiunto il portavoce.

Indipendentemente da quali meccanismi possa mettere in atto, la burocrazia di Bruxelles ha chiaramente aiutato un’impresa guidata da Badi Eisenkot, uno degli strateghi di un genocidio.

L’Unione Europea continua a valutare la possibilità di avere relazioni più intense con Israele mentre quello Stato ha commesso un genocidio. Dalla lettura delle discussioni che si sono tenute lo scorso anno risultano lodi per le “eccellenti prestazioni” delle imprese e istituzioni israeliane in Horizon Europe, il programma di ricerca scientifica dell’UE.

Promesse non mantenute

Quelle discussioni sono avvenute durante un periodo in cui gli studenti di molti Paesi stavano ricorrendo ad azioni dirette contro il genocidio di Gaza.

L’università di Galway, in Irlanda, ha risposto alle proteste con la promessa di rivedere i suoi rapporti con controparti israeliane, ma nonostante l’impegno preso sta coordinando un nuovo progetto finanziato dall’UE su “integrazione della desalinizzazione dell’acqua di mare e la produzione di idrogeno verde.” Sarà guidato da un consorzio che include anche il Technion, il politecnico israeliano, che lavora con l’industria bellica israeliana sullo sviluppo di nuovi macchinari per attaccare i palestinesi. Come nota Maya Wind nel suo libro Torri d’avorio e d’acciaio [Ed. Alegre, 2024], il Technion è arrivato “fino al punto di offrire esplicitamente corsi sul commercio e l’esportazione di armi e sicurezza.”

I suoi stretti rapporti con la principale industria bellica israeliana, Elbit System, sono stati riconosciuti nel recente passato quando a Bezalel Machlis, amministratore delegato dell’impresa, è stato assegnato il titolo di “custode del Technion”.

Durante il genocidio a Gaza Israele ha utilizzato l’intelligenza artificiale (IA) per selezionare gli obiettivi degli attacchi in cui è stato ucciso un gran numero di civili.

Le informazioni su un’applicazione così sinistra della robotica non sembrano aver indotto grandi patemi d’animo a Bruxelles. L’UE ha destinato 1,5 milioni di dollari a un nuovo progetto di ricerca sull’IA guidato dal Technion.

Oltre a beneficiare dalla cooperazione per le ricerche Israele è stato a lungo attivo nella Enterprise Europe Network [Rete Europea d’Imprese], un piano di sostegno delle piccole e medie imprese.

La rete è essenzialmente un’agenzia matrimoniale per imprese: svolgendo il ruolo di Cupido, l’Unione Europea aiuta le imprese nella loro ricerca di partner commerciali.

Una ricerca nella banca dati della rete mostra che sta assistendo un’anonima impresa israeliana che offre “tecnologia di tipo militare per la sorveglianza.”

Secondo la rete l’azienda israeliana spera che i suoi prodotti possano essere istallati all’estero in progetti nel settore dell’energia e nelle prigioni.

Come documentato da Antony Loewenstein nel suo libro e film Laboratorio Palestina [Fazi editore, 2024], Israele è abile nel trovare opportunità di esportazione di armi e apparecchiature di spionaggio testate nel contesto di un’occupazione, che è illegale. Ma ciò non impedisce a Israele, con un aiuto tutt’altro che trascurabile dell’Unione Europea, di cercare di trasformarla in un’opportunità commerciale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Hamas ha annunciato il rinvio dello scambio dei prigionieri: per quale regione e perché in questo momento – Analisi

Robert Inlakesh

11 febbraio 2025 – Palestine Chronicle

Ora Hamas deve fare del suo meglio per negoziare l’ingresso a Gaza di aiuti sufficienti garantendo al contempo la fine della guerra e il governo per il dopoguerra in modo da ridare vita al territorio e ricostruirlo.

Lunedì Abu Obeida, il portavoce delle Brigate Al-Qassam di Hamas, ha rilasciato un comunicato affermando che, viste le continue violazioni dalla tregua da parte di Israele, lo scambio di prigionieri verrà rinviato alla prossima settimana. Quella che ora è presentata come una possibile ragione per il fallimento dell’accordo, è invece una tattica negoziale in un frangente critico.

Lo scambio di prigionieri sionisti programmato per sabato prossimo… verrà rinviato a data da destinarsi,” ha annunciato il portavoce militare di Hamas. Il messaggio continua: “Noi confermiamo il nostro impegno in base ai termini dell’accordo purché la potenza occupante lo sia altrettanto”. 

Anche se i politici israeliani hanno immediatamente iniziato a sostenere che Hamas ha violato l’accordo di cessate il fuoco e Itamar Ben-Gvir, il famigerato sodale nella coalizione di estrema destra del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha invocato un’immediata campagna di bombardamenti, sul terreno niente è sostanzialmente cambiato. Tuttavia dichiarazioni provocatorie come quelle di Ben-Gvir sono scontate e anche importanti in questa situazione.

Facendo seguito alla dichiarazione di Abu Obeida, in cui accusa Israele di violazioni dei termini del cessate il fuoco, Hamas ha deciso di pubblicare una lista delle molteplici violazioni israeliane dell’accordo fra cui: 

  • Rallentare il ritorno degli sfollati nel nord di Gaza.” 

  • Prendere di mira civili con bombardamenti e sparatorie che hanno provocato numerose morti in tutta la Striscia.” 

  • Ostacolare l’ingresso di forniture essenziali per ripararsi, come tende, case prefabbricate, carburante e macchinari necessari per rimuovere le macerie e recuperare i corpi.”

  • Ritardare la consegna di materiale sanitario essenziale e di risorse necessarie per riattivare gli ospedali e il settore sanitario.” Hamas ha affermato di aver rilevato da sé le succitate violazioni al cessate il fuoco, ma queste sono state ben documentate anche da gruppi per i diritti, da giornalisti e citate da funzionari delle Nazioni Unite. Tuttavia le violazioni israeliane sono iniziate il 19 gennaio alle 8:30 (ora locale), circa 15 minuti dopo la prevista entrata in vigore dell’accordo. 

L’uccisione di civili con attacchi aerei e colpi sparati da cecchini è continuata nelle settimane seguenti, oltre ad altre violazioni del cessate il fuoco, tuttavia Hamas ha scelto di non aprire il fuoco o persino di non rilasciare dichiarazioni minacciose in risposta, come invece è successo oggi.

Perché Hamas lo sta facendo ora?

I commenti a caldo proposti dalla maggioranza degli analisti all’indomani della dichiarazione di Hamas si concentrano quasi completamente su un approccio riguardante un battibecco tra due litiganti. Mentre divampano queste polemiche su chi abbia violato il cessate il fuoco e su quale delle parti cerchi di far fallire l’accordo è importante prendere in esame il contesto più a fondo.

Come detto sopra, Hamas ha scelto di non sparare una sola pallottola o razzo, né di minacciare o ritardare il rilascio dei prigionieri israeliani per settimane durante le quali ci sono state violazioni quotidiane del cessate il fuoco. Ci sono stati momenti in cui l’esercito israeliano ha giustiziato minori, rallentato il ritorno degli sfollati palestinesi alle proprie case per 24 ore e limitato l’accesso alla Striscia di Gaza di beni essenziali: tutto ciò avrebbe dato a Hamas l’imperativo morale di ostacolare l’accordo per porre fine a tali violazioni dell’accordo.

Se Hamas si è trattenuta da ritorsioni per motivi affettivi, legali e morali, ha poi segnalato nelle sue dichiarazioni che da oggi sono strategicamente calcolati e non semplicemente una reazione. La tempistica della dichiarazione del portavoce delle Brigate Al-Qassam sembra anche coincidere ed essere legata al ritorno del team israeliano di negoziatori da Doha.

Nel corso della scorsa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha cambiato i componenti della sua delegazione di negoziatori, lanciando a quanto si dice l’idea di un’estensione della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco. Queste modifiche al corso del processo negoziale sono state aggravate dalle minacce del presidente USA Donald Trump di impossessarsi della Striscia di Gaza, oltre alla pulizia etnica della popolazione del territorio.

Ora Israele ha anche ritirato le sue forze dal corridoio Netzarim, che divide il nord dal resto di Gaza, abbandonando quella che potrebbe essere una posizione militare chiave nel caso decidesse di ritornare nel territorio, mentre la maggioranza degli sfollati dal nord del territorio è anche ritornata nei suoi quartieri distrutti.

Un altro fattore da considerare è che il primo ministro israeliano è riuscito fino ad ora a tenere insieme la sua coalizione di estrema destra, anche se parlamentari chiave del blocco del Sionismo Religioso hanno minacciato di affondare il governo nel caso approvasse la seconda delle tre fasi dell’accordo di cessate il fuoco. È interessante notare che le proposte piuttosto stravaganti ed estremamente illegali di Donald Trump sono riuscite a persuadere i falchi nella coalizione di Netanyahu che il cessate il fuoco è un buon accordo, molto probabilmente aiutando a salvarlo.

Incoraggiato dalla retorica intransigente del presidente americano, Netanyahu si è imbarcato in una serie di sparate in cui non solo ha appoggiato l’idea della pulizia etnica della gente di Gaza da spostare in Nazioni vicine, ma ha persino detto che l’Arabia Saudita dovrebbe ritagliare una parte del suo territorio per fare uno Stato palestinese.

Ironicamente queste minacce estreme sono riuscite a unire il Medio Oriente non con Israele ma contro. Contrariamente alle affermazioni di Netanyahu e Trump su fatto che Riyadh avrebbe abbandonato la sua richiesta di una via praticabile per uno Stato palestinese in cambio di un accordo di normalizzazione con Tel Aviv, si è solo raddoppiata la posta. Infatti le dichiarazioni di condanna di Israele che arrivano dall’Arabia Saudita sono le più forti da decenni. 

Hamas è al centro di questa svolta regionale apparentemente estemporanea, che è stata certamente uno dei fattori della decisione di cominciare ad applicare una pressione sulla compagine di negoziatori israeliani. 

Il sovrano hashemita della Giordania, il re Abdullah II, si è opposto fortemente e pubblicamente alla proposta USA-Israele di trasferire centinaia di migliaia, se non quasi un milione di palestinesi da Gaza nel suo territorio. Ed è stato riportato che l’esercito egiziano si stia mobilitando per affrontare ogni importante sviluppo destabilizzante. Sia Il Cairo che Amman temono ripercussioni potenziali per la sopravvivenza dei loro leader nel caso di un’espulsione di massa da Gaza.

Nel frattempo anche l’Arabia Saudita è stata messa in una posizione difficile. Come la Giordania e l’Egitto, è in rapporti amichevoli non solo con gli USA ma anche con Israele. Tuttavia, tenendo in considerazione la caduta del governo di Bashar al-Assad in Siria, oltre allo stato d’animo popolare dei sauditi che sostengono la causa palestinese, normalizzare le relazioni con Israele proprio ora e permettere un importante evento destabilizzante nella regione che potrebbe persino causare il collasso della monarchia giordana è un rischio che al momento non vogliono accollarsi.

Un altro fattore importante qui è il disgelo delle relazioni fra Riyadh e Teheran, combinato con il recente indebolimento dell’asse della resistenza a guida iraniana. Essenzialmente ciò significa che c’è poco da guadagnare unendosi a un’alleanza contro l’Iran che potrebbe riaccendere il conflitto congelato in Yemen, al momento con un ruolo secondario da giocare. In tale scenario l ‘Arabia Saudita sarebbe completamente subordinata agli USA, cosa che limiterebbe opportunità future in un emergente mondo multipolare. Detto ciò, la minaccia di destabilizzazione in Arabia Saudita va in due direzioni: se si spingesse troppo in là nell’opporsi ad americani e israeliani anch’essa potrebbe incorrere nelle loro ire.

Hamas ha deciso di rilasciare ora la sua dichiarazione quando la regione è unita contro il piano israeliano-statunitense di invasione/pulizia etnica. Le Nazioni arabe e islamiche probabilmente adotteranno presto una piattaforma comune e collaboreranno nel presentare proposte urgenti per ottenere l’attuazione del cessate il fuoco a Gaza nel corso della seconda e terza fase. Ciò include appoggiare l’affermazione di un governo postbellico nella Striscia di Gaza.

D’altro canto Israele ha poco margine in questa situazione, a parte mettere in atto piani che provochino una destabilizzazione regionale massiccia e la ripresa del suo catastrofico genocidio a Gaza. Questo è il motivo per cui, fino ad ora, le minacce israeliane contro Gaza si sono concentrate su quale sarà la sua risposta se fallirà lo scambio di prigionieri sabato, fra cinque giorni.

Se Israele nei prossimi giorni effettuasse degli attacchi aerei avrebbe due opzioni: far fallire completamente il cessate il fuoco o effettuare solo attacchi a caso che uccideranno civili ma non in modo che porterebbe alla fine del cessate il fuoco. Tuttavia c’è anche una trappola se gli israeliani decidessero di attuare attacchi significativi a Gaza, perché ciò darebbe quindi ad Hamas, e forse al suo alleato Ansarallah [gli Houthi yemeniti, ndt.], la scusa per rispondere allo stesso modo.

Se Hamas lanciasse dei razzi verso gli insediamenti israeliani, forse persino verso Tel Aviv, sarebbe una grave fonte di imbarazzo per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e potrebbe persino incoraggiare i suoi alleati estremisti a minacciare il crollo della sua coalizione. Gli alleati di Netanyahu come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir credono che Hamas debba essere annientata scacciando l’intera popolazione dalla Palestina. Perciò i razzi di Hamas potrebbero innescare reazioni emotive da parte loro che metterebbero Netanyahu in una difficile posizione politica.

 Nel frattempo le famiglie degli ostaggi israeliani che sono ancora prigionieri a Gaza hanno già preso l’iniziativa di bloccare le strade principali a Tel Aviv, chiedendo l’attuazione dell’accordo sul cessate il fuoco.

Al momento Hamas deve cercare di fare del suo meglio per negoziare l’ingresso di aiuti sufficienti a Gaza, garantendo allo stesso tempo la fine della guerra e la formazione di un’amministrazione per rivitalizzare e ricostruire il territorio. Sebbene possa essere una scommessa pericolosa da parte sua, sembra essere un tentativo di utilizzare il clima attuale per far pressione sugli israeliani perché consentano il passaggio di aiuti sufficienti, spianando la strada anche al successo delle prossime fasi dell’accordo di cessate il fuoco. 

Qui il jolly è rappresentato da un potenziale piano USA-Israele per ricorrere a livelli folli di violenza che farebbero precipitare l’intera regione nel caos. 

Robert Inlakesh è un giornalista, scrittore e documentarista. Si interessa di Medio Oriente ed è specializzato in Palestina. Ha fornito questo contributo a The Palestine Chronicle. 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Non c’è Auschwitz a Gaza. Ma è comunque un genocidio

Daniel Blatman, Amos Goldberg

30 gennaio 2025Haaretz

Questo è esattamente ciò che appare come un genocidio, scrivono gli storici israeliani Amos Goldberg e Daniel Blatman

La questione di come definire correttamente le atrocità perpetrate da Israele nella Striscia di Gaza è oggetto di discussione da oltre un anno tra ricercatori, esperti legali, attivisti politici, giornalisti e altri, un dibattito a cui la maggior parte degli israeliani non è esposta. Per le decine di migliaia di bambini morti, feriti e orfani, e per i neonati che ora muoiono congelati a Gaza non fa alcuna differenza quale definizione venga infine assegnata a questo crimine dalla Corte internazionale di giustizia o dagli storici.

Mark Twain scrisse che “Il vero inchiostro con cui tutta la storia è scritta è semplicemente un fluido pregiudizio”. I pericoli di scrivere la storia in modo parziale sono chiari e sottolineano la necessità di definizioni attente e ponderate per raggiungere una comprensione accurata degli eventi che si stanno verificando. Tuttavia un esame comparativo meticoloso degli eventi dell’anno passato porta alla dolorosa conclusione che Israele sta effettivamente commettendo un genocidio a Gaza.

Lo storico Shlomo Sand ha sostenuto in un articolo (Haaretz edizione in Ebraico, 15 dicembre 2024) che nonostante le terribili atrocità e i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza essi non costituiscono un genocidio. Come argomento a sostegno Sand ha paragonato la guerra a Gaza a due eventi, a suo parere simili, in cui eserciti di paesi democratici (Francia e Stati Uniti, rispettivamente) hanno commesso atrocità contro popolazioni civili che non erano meno orribili di quelle perpetrate a Gaza, ma le loro azioni non sono state classificate come genocidio: la guerra d’Algeria (1954-1962) e la guerra del Vietnam (1965-1973).

L’affermazione di Sand è inesatta. Ben Kiernan, uno dei principali studiosi di genocidi al mondo, nel suo libro del 2007, “Blood and Soil: A World History of Genocide and Extermination from Sparta to Darfur” (Sangue e terra: Storia mondiale del genocidio e dello sterminio da Sparta al Darfur ), ha stimato che durante l’occupazione coloniale francese dell’Algeria (1830-1875), tra 500.000 e 1 milione di algerini morirono di fame, malattie o uccisioni deliberate; Kiernan ritiene che il colonialismo di insediamento in Algeria abbia portato al genocidio, simile ai genocidi causati dall’occupazione e dall’insediamento coloniale in Nord America e Australia. Leo Kuper, uno storico della prima generazione di ricercatori sui genocidi, ha sostenuto nel suo libro del 1982, “Genocide: Its Political Use in the Twentieth Century” (1982) (Genocidio: il suo utilizzo politico nel XX secolo), che le atrocità commesse dai francesi nella guerra d’Algeria possono essere classificate come “massacri genocidari”. Tuttavia, non soddisfano i criteri di un genocidio a tutti gli effetti.

Per quanto riguarda la guerra del Vietnam Sand è stato ancora meno preciso. Nel 1966, il Tribunale Russell, un organismo non ufficiale avviato dal filosofo britannico Bertrand Russell, si impegnò a investigare, valutare e pubblicizzare le accuse di crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam. Questo organismo includeva intellettuali, politici e attivisti di spicco, tra cui Jean-Paul Sartre (che presiedeva il tribunale), la scrittrice femminista francese Simone de Beauvoir, la figura politica italiana Lelio Basso e l’eroe di guerra jugoslavo, partigiano e attivista per i diritti umani Vladimir Dedijer. Questo tribunale pubblico concluse che le azioni militari statunitensi in Vietnam costituivano genocidio ai sensi della Convenzione ONU del 1948 sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio. Queste azioni includevano il bombardamento e l’uccisione di civili, l’uso di armi proibite, la tortura e l’abuso di prigionieri di guerra e la distruzione di siti culturali e storici.

Proprio come molti hanno protestato per quello che ritengono un insufficiente riconoscimento internazionale delle atrocità commesse da Hamas che hanno dato inizio all’attuale guerra, le conclusioni del tribunale sono state criticate per non aver affrontato adeguatamente i crimini di guerra del Viet Cong e del Vietnam del Nord contro i cittadini del Vietnam del Sud. Tuttavia, riconoscere le atrocità commesse dal Viet Cong e da Hamas non nega la necessità di definire con precisione cosa hanno fatto i militari statunitensi in Vietnam e cosa ha fatto l’esercito israeliano a Gaza.

Il Tribunale Russell ha spinto la discussione sul genocidio verso altre strade. Kuper ha sostenuto che i bombardamenti strategici, come le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki (nel 1945) e i bombardamenti alleati di Amburgo e Dresda (rispettivamente nel 1943 e nel 1945) potrebbero essere considerati atti di genocidio perché in ogni caso l’intenzione era quella di distruggere i civili. Anche se Israele non ha sganciato una bomba nucleare su Gaza (nonostante la proposta di farlo del ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu), le recenti azioni nella guerra di Gaza hanno violato barriere che Israele in precedenza era stato cauto a non oltrepassare.

Un’inchiesta di Yuval Abraham su +972 Magazine ad aprile [vedi Zeitun], in seguito corroborata da un’inchiesta separata del The Washington Post, ha rivelato che l’IDF stava usando l’intelligenza artificiale nei suoi bombardamenti a Gaza, causando danni maggiori a civili innocenti. Questa macchina ha creato bersagli praticamente infiniti. A volte la distruzione di interi quartieri e l’uccisione di 300 non combattenti sono stati approvati solo per colpire un leader di Hamas. Questa logica rende tutti i residenti di Gaza obiettivi legittimi. Infatti, secondo la meticolosa e impressionante raccolta di dati assemblata dallo storico Dr. Lee Mordechai sul suo sito web Witnessing the War [vedi Zeitun], si può stimare che tra il 60 e l’80 percento delle vittime a Gaza siano non combattenti, più di qualsiasi precedente rapporto tollerato dall’IDF e più che in qualsiasi altra guerra fino ad oggi nel 21° secolo. Di fatto, questa è la prova di una politica che consente l’esecuzione di un genocidio.

Tuttavia la difficoltà principale nel definire legalmente gli atti di omicidio di massa come genocidio è la necessità di provare l’intenzione. La Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio del 1948 richiede di dimostrare l’esistenza di un “intento di distruggere, in tutto o in parte,” il gruppo che è vittima della distruzione, che può essere una comunità nazionale, religiosa, etnica o razziale. La questione dell’intento è stata inclusa nella convenzione in parte a causa di un interesse reciproco degli Stati Uniti e dell’URSS, che, durante la Guerra fredda, temevano di potersi ritrovare sul banco degli imputati presso la Corte Internazionale di Giustizia per azioni violente che avevano commesso in passato o avrebbero potuto commettere in futuro. La Corte Internazionale di Giustizia è stata un fattore relativamente marginale nelle relazioni internazionali durante la guerra fredda. In effetti la prima volta che un tribunale penale internazionale ha condannato qualcuno accusato di aver commesso un genocidio è stato Jean-Paul Akayesu, che è stato condannato all’ergastolo nel settembre 1998 per la responsabilità del suo governo nel genocidio dei Tutsi in Ruanda nel 1994.

Le corti internazionali esercitano grande cautela prima di stabilire che si è verificato un genocidio. La corte d’appello che si è occupata del genocidio dei musulmani bosniaci a Srebrenica nel luglio 1995 da parte dei serbi bosniaci ha affrontato la questione della distruzione di una parte di un gruppo (come menzionato nella Convenzione delle Nazioni Unite) e ha stabilito che la parte deve essere distinta e definita e che la sua eliminazione deve mettere a repentaglio l’esistenza dell’intero gruppo. In due sentenze riguardanti la guerra nell’ex Jugoslavia la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che per provare “un intento di distruggere” le azioni e i comportamenti devono essere tali da non poter essere ragionevolmente interpretati in nessun altro modo. In altre parole, non è sufficiente che l’intento di distruggere sia l’interpretazione più plausibile delle azioni; deve essere dimostrato che non vi è altra interpretazione ragionevole.

Pertanto, in una sentenza del 2015 riguardante una causa intentata dalla Croazia contro la Serbia presso la Corte Internazionale di Giustizia, in cui si sosteneva che quest’ultima aveva commesso un genocidio nella guerra contro la Croazia negli anni ’90, la corte ha concluso che entrambe le parti avevano commesso atti di omicidio e violenza durante la guerra. Tuttavia questi non soddisfacevano la soglia richiesta per stabilire che si fosse verificato un genocidio. Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia si è astenuto dal definire qualsiasi caso di violenza in quella guerra come genocidio, ad eccezione del massacro di Srebrenica del luglio 1995, commesso dai serbi bosniaci contro i musulmani bosniaci, in cui furono uccisi 8.000 uomini, mentre donne e bambini furono sfollati.

L’intento può essere dimostrato nel caso di Gaza? A parte l’idea di usare armi atomiche, i politici israeliani, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu, il presidente Isaac Herzog e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, e alti funzionari militari hanno rilasciato numerose dichiarazioni che indicano un intento genocida, tutte documentate: “Non ci sono innocenti a Gaza”; “Faremo una seconda Nakba”; “Dobbiamo distruggere Amalek” e altro ancora. Tuttavia, il concetto di intento, in generale, è molto problematico. William Schabas, uno dei principali giuristi esperti di genocidio, lo spiega nel suo importante libro “Genocide in International Law: The Crime of Crimes” (2000) (Il genocidio nel diritto internazionale: il crimine dei crimini) in cui analizza le decisioni dei tribunali internazionali speciali che hanno giudicato gli autori del genocidio in Ruanda e Jugoslavia.

La prova dell’intento richiesta per condannare una persona o uno Stato per genocidio, sostiene Schabas, è molto più impegnativa e complessa di quella necessaria in un normale processo per omicidio criminale. In particolare quando si tratta di uno Stato, cosa può essere considerato un’espressione dell’intento dello Stato? Se gli autori eseguono le loro azioni mentre rilasciano dichiarazioni, ordini, discorsi, ecc. che sono genocidari è più facile stabilire tale intento. In assenza di tali dichiarazioni, l’accusa deve basarsi sulle prove del crimine stesso e sulla determinazione con cui gli assassini hanno eseguito gli omicidi che devono riflettere un chiaro desiderio di distruggere il gruppo delle vittime. La corte che si è occupata del genocidio in Ruanda ha stabilito che l’intento genocida poteva essere dedotto dalle azioni stesse, “dalla loro natura di massa e/o sistematica o dalle loro atrocità”.

Nel contesto di Gaza, Schabas ritiene che il caso contro Israele per genocidio, che è stato depositato presso la Corte Internazionale di Giustizia dal Sudafrica, con altri 14 paesi in procinto di unirsi, sia solido, sia per le innumerevoli dichiarazioni genocidarie fatte dai decisori israeliani, sia per la natura delle azioni stesse. Queste includono il sistematico affamare la popolazione di Gaza, la massiccia distruzione delle infrastrutture, la pulizia etnica della Striscia settentrionale, il bombardamento di aree designate come “sicure” e altro ancora.

La maggior parte dei casi di genocidio in epoca moderna si è verificata dopo un conflitto violento e prolungato tra il gruppo che lo ha perpetrato e il gruppo delle vittime. Ad esempio, prima del genocidio degli armeni da parte degli ottomani, iniziato nel 1915, gli armeni si ribellarono alla tirannia ottomana e alla soppressione delle loro aspirazioni nazionali, impegnandosi in atti di terrore contro lo Stato già alla fine del XIX secolo. Il popolo Herero nell’Africa sudoccidentale (in quella che oggi è la Namibia) si ribellò al dominio imperiale tedesco (che, in risposta, quasi li sterminò) dopo aver messo in opera politiche che avevano cancellato i loro mezzi di sostentamento (mandrie di bovini). Gli hutu uccisero i tutsi in Ruanda nel 1994 dopo lunghi anni di conflitto che avevano avuto origine dai privilegi concessi dal dominio coloniale belga ai tutsi dopo la prima guerra mondiale. In questo contesto è essenziale notare che per la maggior parte gli atti di genocidio sono percepiti dai loro autori come atti di autodifesa contro le loro vittime. Il conflitto israelo-palestinese rientra senza dubbio in questa categoria: il genocidio a Gaza è visto dalla maggior parte degli israeliani come una guerra difensiva in seguito al terribile attacco di Hamas.

Il genocidio non deve conformarsi al paradigma nazista, che vedeva ogni ebreo come un nemico da sterminare. Il genocidio non è mai lineare e al suo interno esistono sempre processi contraddittori. Ad esempio mentre gli armeni venivano deportati e massacrati in vaste aree dell’Impero ottomano, in grandi città come Smirne e Istanbul furono coinvolti in maniera estremamente marginale. In alcuni casi Heinrich Himmler, l’architetto della Soluzione finale nazista, interruppe temporaneamente lo sterminio degli ebrei in luoghi o momenti specifici per considerazioni economiche o diplomatiche, il che consentì una stretta finestra di salvataggio. Allo stesso modo, Israele ha consentito l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza (che viene spesso sfruttato da Israele per promuovere bande criminali locali) uccidendo contemporaneamente civili innocenti.

Quasi sempre gli ordini di compiere omicidi di massa sono vaghi, sfuggenti e aperti all’interpretazione. Questo è stato anche il caso della soluzione finale dei tedeschi. Lo storico britannico Ian Kershaw, nel suo libro “Fateful Choices: Ten Decisions That Changed the World, 1940-1941” (2007) (Scelte fatali: dieci decisioni che hanno cambiato il mondo, 1940-1941), spiega che l’affermazione che ci fu una decisione di sterminare può essere fuorviante poiché può creare l’impressione che ci fu un momento specifico in cui fu dato un ordine esplicito di commettere un genocidio. Dal vertice della piramide (Adolf Hitler) alla base non fu emesso nessun ordine di sterminio; invece interazioni complesse che includevano luci verdi per intensificare misure violente, accenni di approvazione per atti omicidi e iniziative di base si combinarono per sommarsi in un’escalation progressiva. Solo in una fase successiva il processo si cristallizzò in una chiara risoluzione il cui impatto divenne visibile sul campo. Qui l’analogia con ciò che sta accadendo a Gaza è anche rilevante.

Yaniv Kubovich ha riportato su Haaretz a dicembre una testimonianza agghiacciante su quanto accaduto lungo il corridoio Netzarim a Gaza. Chiunque abbia oltrepassato una linea immaginaria in questa “zona di uccisione”, che si tratti di persone armate o di semplici civili che hanno sbagliato strada, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco dalle forze israeliane. La violenza arbitraria regna in un luogo in cui chiunque può sparare a qualsiasi palestinese che passa e ogni vittima, persino un bambino, è considerata un terrorista, proprio come ogni persona giovane o anziana assassinata dalla Wehrmacht nei villaggi nel profondo dell’URSS durante la seconda guerra mondiale è stata definita un partigiano che meritava la morte. Nessuno ha dato ai soldati del corridoio Netzarim, che stanno uccidendo persone innocenti, un ordine esplicito di farlo. Ma coloro che lo fanno (e non sono certamente tutti i soldati) capiscono che non subiranno alcuna conseguenza. Una combinazione di suggerimenti dall’alto (da parte di politici e ufficiali militari, come il generale di brigata Yehuda Vach) e di illegalità omicida dal basso: ecco come viene portato a termine il genocidio.

Nel marzo 2022, parlando allo United States Holocaust Memorial Museum di Washington, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha dichiarato che gli Stati Uniti considerano le azioni del Myanmar contro i musulmani Rohingya del Paese come un genocidio. Blinken ha spiegato di aver scelto di fare questa dichiarazione all’Holocaust Museum perché le lezioni dell’Olocausto sono ancora rilevanti oggi. All’epoca, nessuno si scandalizzò del fatto che Blinken stesse banalizzando la Shoah, o che tali paragoni non dovessero essere fatti. Questo è stato l’ottavo caso riconosciuto dagli Stati Uniti come genocidio, oltre all’Olocausto. Gli altri casi sono il genocidio armeno, la carestia dell’Holodomor in Ucraina negli anni ’30; il genocidio dei Khmer Rossi in Cambogia negli anni ’70; i genocidi in Ruanda, Srebrenica e Darfur; e il genocidio compiuto dall’ISIS contro gli Yazidi un decennio fa in Iraq. Proprio di recente, il 9 gennaio, l’amministrazione Biden (sempre in una dichiarazione di Blinken) ha riconosciuto un decimo caso di genocidio: quello commesso dalla milizia Rapid Support Forces nella brutale guerra civile in corso in Sudan dalla caduta del presidente Omar al-Bashir nel 2019.

In Myanmar, a partire dal 2016, circa 850.000 Rohingya sono stati espulsi in Bangladesh e circa 9.000 sono stati assassinati. Ciò significa che non c’è stato uno sterminio fisico di tutti i Rohingya, ma solo di una piccola percentuale del gruppo. Attualmente una causa contro il Myanmar è in corso presso la Corte Internazionale di Giustizia. È stata presentata dal Gambia, a cui si sono uniti diversi altri paesi, tra cui Germania e Regno Unito. Le dichiarazioni dei funzionari del Myanmar sull’intenzione del Myanmar di sterminare i Rohingya sono deboli e incidentali rispetto al flusso di dichiarazioni genocidarie udite da tutti i corridoi della politica, della società, dei media e dell’esercito in Israele che esprimono un’estrema disumanizzazione dei palestinesi e un desiderio di un loro ampio sterminio. Il genocidio è qualsiasi azione che porti alla distruzione della capacità di un gruppo di esistere, non necessariamente al suo totale annientamento. Si stima che circa 47.000 persone siano state uccise a Gaza e oltre 110.000 ferite. Il numero di coloro che sono sepolti sotto le macerie potrebbe non essere mai conosciuto. La stragrande maggioranza delle vittime sono non combattenti. Secondo le Nazioni Unite, il 90% della popolazione di Gaza è stata sfollata dalle proprie case più volte e vive in condizioni subumane che non fanno che aumentare i livelli di mortalità. L’omicidio di bambini, la fame, la distruzione delle infrastrutture, tra cui quella del sistema sanitario, la distruzione della maggior parte delle case, tra cui la cancellazione di interi quartieri e città come Jabalya e Rafah, la pulizia etnica nella Striscia settentrionale, la distruzione di tutte le università di Gaza e della maggior parte delle istituzioni culturali e delle moschee, la distruzione delle infrastrutture governative e organizzative, le fosse comuni, la distruzione delle infrastrutture per la produzione alimentare locale e la distribuzione dell’acqua: tutto questo dipinge un quadro chiaro di genocidio. Gaza, come entità umana, nazionale-collettiva, non esiste più. Questo è esattamente come appare un genocidio.

Una volta finita la guerra noi israeliani dovremo guardarci allo specchio nel quale vedremo riflessa una società che non ha protetto i suoi cittadini dall’attacco omicida di Hamas e ha trascurato i suoi figli e figlie rapiti, ma ha anche commesso questo atto a Gaza, questo genocidio che macchierà la storia ebraica da ora in poi e per sempre. Dovremo affrontare la realtà e comprendere la profondità dell’orrore che abbiamo inflitto.

Ciò che sta accadendo a Gaza non è l’Olocausto. Lì non c’è Auschwitz e non c’è Treblinka. Tuttavia, è un crimine della stessa famiglia, un crimine di genocidio.

Il Prof. Daniel Blatman e il Prof. Amos Goldberg sono storici dell’Olocausto e degli studi sul genocidio presso l’Università Ebraica di Gerusalemme.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti




Cessate il fuoco a Gaza: dopo 15 mesi di barbarie Israele ha fallito su tutti i fronti

David Hearst

15 gennaio 2025 – Middle East Eye

Il popolo palestinese ha dimostrato al mondo di poter sopportare una guerra totale e rimanere sulla propria terra.

Arrivato il momento, è stato il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu a cedere per primo.

Per mesi Netanyahu era stato il principale ostacolo ad un cessate il fuoco a Gaza, con notevole frustrazione dei suoi stessi negoziatori.

Questo è stato reso molto evidente più di due mesi fa dalle dimissioni del suo Ministro della Difesa Yoav Gallant. Principale architetto della guerra durata 15 mesi, Gallant ha detto chiaramente che all’esercito non restava più niente da fare a Gaza.

Ma Netanyahu ha ancora insistito. La primavera scorsa ha respinto un accordo firmato da Hamas alla presenza del direttore della CIA William Burns, privilegiando un’offensiva su Rafah.

In autunno Netanyahu si è occupato di salvare il Piano dei Generali, con l’obbiettivo di svuotare il nord di Gaza in preparazione del reinsediamento di israeliani. Il piano consisteva nell’affamare e bombardare la popolazione per cacciarla dal nord di Gaza dichiarando che chiunque non se ne fosse andato volontariamente sarebbe stato considerato un terrorista.

Era un piano così estremo e così contrario alle leggi di guerra internazionali che è stato condannato dall’ex Ministro della Difesa Moshe Yaalon come crimine di guerra e pulizia etnica.

Chiave di questo piano era un corridoio formato da una strada militare e una serie di avamposti che tagliavano il centro della Striscia di Gaza, dal confine israeliano al mare. Il Corridoio Netzarim avrebbe effettivamente ridotto il territorio di almeno un terzo e sarebbe diventato il suo nuovo confine settentrionale. Nessun palestinese scacciato dal nord di Gaza avrebbe potuto farvi ritorno.

Cancellate le linee rosse

Nessuno dell’amministrazione Biden ha costretto Netanyahu a rivedere questo piano. Non il presidente USA Joe Biden, un istintivo sionista che in tutti i suoi interventi ha continuato a fornire ad Israele i mezzi per commettere un genocidio a Gaza; neppure il suo Segretario di Stato Antony Blinken, che si è guadagnato il discutibile primato di essere il diplomatico meno degno di fiducia della regione.

Persino quando si sono apportati gli ultimi dettagli sull’accordo di cessate il fuoco Blinken ha tenuto una conferenza stampa di addio in cui ha accusato Hamas di aver respinto le precedenti offerte. Come è ovvio, è vero il contrario.

Tutti i giornalisti che hanno seguito i negoziati hanno riferito che Netanyahu ha respinto ogni precedente accordo ed è stato responsabile del ritardo con cui quest’ultimo è arrivato.

È toccato ad un breve incontro con l’inviato speciale per il Medio Oriente del presidente eletto USA Donald Trump, Steve Witkoff, fare cessare la guerra di Netanyahu durata 15 mesi.

Dopo un solo incontro le linee rosse che Netanyahu aveva più volte tracciato così risolutamente nel corso di 15 mesi sono state cancellate.

Come ha detto l’opinionista israeliano Erel Segal: “Siamo i primi a pagare un prezzo per l’elezione di Trump. L’accordo ci è stato imposto…Pensavamo che avremmo preso il controllo del nord di Gaza, che ci avrebbero lasciato bloccare gli aiuti umanitari.”

Su questo c’è un consenso generale. L’umore in Israele è scettico riguardo ai proclami di vittoria. “Non c’è bisogno di edulcorare la realtà: il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi che si sta annunciando è negativo per Israele, ma non può far altro che accettarlo”, ha scritto su Ynet il giornalista Yossi Yehoshua.

La bozza di accordo sul cessate il fuoco che sta circolando dichiara esplicitamente che Israele alla fine del processo si ritirerà sia dal Corridoio Philadelphi che dal Corridoio Netzarim, condizioni che Netanyahu aveva precedentemente respinto.

Anche a prescindere da questo, la bozza di accordo specifica chiaramente che i palestinesi possono ritornare alle loro case, anche nel nord di Gaza. Il tentativo di svuotarlo dai suoi abitanti è fallito. È il più grande insuccesso dell’invasione di terra di Israele.

Reagire

Ce ne sono molti altri. Ma prima di elencarli, la disfatta di Witkoff evidenzia quanto Israele sia stato dipendente da Washington in ogni giorno dell’orrendo assalto a Gaza. Un alto ufficiale della aviazione militare israeliana ha ammesso che gli aerei sarebbero rimasti senza bombe entro pochi mesi se non fossero stati riforniti dagli USA.

Nell’opinione pubblica si sta facendo strada il fatto che la guerra sta finendo senza che sia stato raggiunto alcun importante obiettivo di Israele.

Netanyahu e l’esercito israeliano hanno inteso “dissolvere” Hamas dopo l’umiliazione e lo shock del suo attacco a sorpresa nel sud di Israele nell’ottobre 2023. Palesemente non hanno raggiunto questo obbiettivo.

Si prenda Beit Hanoun, nel nord di Gaza, come un microcosmo della battaglia che Hamas ha combattuto contro le forze di invasione. Quindici mesi fa è stata la prima città di Gaza ad essere occupata dalle forze israeliane, che ritenevano disponesse del battaglione più debole di Hamas.

Ma dopo successive ondate di operazioni militari, ciascuna delle quali avrebbe dovuto “ripulire” la città dai combattenti di Hamas, Beit Hanoun ha inflitto una delle più pesanti concentrazioni di vittime dell’esercito israeliano.

Hamas ha continuato a riemergere dalle macerie per contrattaccare, trasformando Beit Hanoun in un campo minato per i soldati israeliani. Dal lancio della più recente operazione militare nel nord di Gaza 55 ufficiali e soldati israeliani sono morti in questo settore, 15 dei quali a Beit Hanoun solo nella scorsa settimana.

Se c’è oggi un esercito sanguinante ed esausto è quello di Israele. L’evidente dato di fatto militare a Gaza è che dopo 15 mesi Hamas può reclutare e rigenerarsi più velocemente di quanto Israele possa eliminare i suoi leader o i suoi combattenti.

Siamo in una situazione in cui il ritmo con cui Hamas si sta ricostruendo è superiore a quello con cui l’esercito israeliano lo sta eliminando.”, ha detto al Wall Street Journal Amir Avivi, un generale di brigata israeliano in pensione. Ha aggiunto che Mohammed Sinwar, il fratello minore del defunto leader di Hamas Yahya Sinwar, “sta dirigendo tutto”.

Se qualcosa può dimostrare l’inutilità di misurare il successo militare solamente dal numero dei leader uccisi o dei missili distrutti, è questo.

Contro ogni previsione

In una guerra di liberazione la parte debole e meno armata può avere successo contro forze militari schiaccianti. Queste guerre sono battaglie di volontà. Non è la battaglia che conta, ma la capacità di continuare a combattere.

In Algeria e in Vietnam gli eserciti francese e statunitense disponevano di una schiacciante superiorità militare. Entrambe le forze molti anni dopo si ritirarono con ignominia e insuccesso. In Vietnam è successo più di sei anni dopo l’offensiva del Tet che, come l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, fu vissuta all’epoca come una sconfitta militare. Ma il segnale di una controffensiva dopo così tanti anni di assedio si dimostrò decisivo nella guerra.

In Francia le cicatrici dell’Algeria durano ancora oggi. In ogni guerra di liberazione la determinazione del più debole a resistere si è dimostrata più decisiva della potenza di fuoco del più forte.

A Gaza è stata la determinazione del popolo palestinese a rimanere sulla propria terra – anche se veniva ridotta in macerie – a dar prova di essere il fattore decisivo in questa guerra. E questa è un’impresa stupefacente, tenendo conto che il territorio di 360 km2 è stato interamente tagliato fuori dal mondo, senza alleati che rompessero l’assedio né un terreno naturale per proteggersi.

Hezbollah ha combattuto nel nord, ma questo è stato di poco aiuto per i palestinesi di Gaza sul campo, sottoposti a bombardamenti notturni e attacchi di droni che hanno fatto a pezzi le loro tende.

Né la fame forzata, né l’ipotermia, né le malattie, né la violenza e gli stupri di massa per mano degli invasori hanno potuto spezzare la loro volontà di rimanere sulla propria terra.

Mai prima, nella storia del conflitto, i combattenti e i civili palestinesi avevano mostrato questo livello di resistenza – e questo potrebbe dimostrarsi rivoluzionario.

Perché ciò che Israele ha perso nella sua campagna per schiacciare Gaza è incalcolabile. Ha dilapidato decenni di costanti sforzi economici, militari e diplomatici per presentare il Paese come una Nazione occidentale liberale e democratica agli occhi dell’opinione mondiale.

Memoria generazionale

Israele non ha perso solo il Sud globale, dove ha investito tali e tanti sforzi in Africa e Sudamerica. Ha anche perso il sostegno di una generazione in Occidente, la cui memoria non va oltre Biden.

Il ragionamento non è mio. È ben argomentato da Jack Lew, l’uomo che Biden ha nominato suo ambasciatore in Israele un mese prima dell’attacco di Hamas.

Nell’intervista di commiato Lew, un ebreo ortodosso, ha detto al Times of Israel che l’opinione pubblica negli USA era ancora ampiamente filoisraeliana, ma che questo stava cambiando.

Ciò che ho detto alla gente qui e di cui deve preoccuparsi quando questa guerra finirà è che la memoria generazionale non risale fino alla fondazione dello Stato, o alla Guerra dei 6 giorni, o alla guerra del Kippur, o addirittura all’Intifada.

Inizia con questa guerra e non si può ignorare l’impatto di questa guerra sui futuri politici – non le persone che prendono le decisioni oggi, ma quelle che oggi hanno 25,35,45 anni e che saranno i leader per i prossimi 30 o 40 anni.”

Biden, ha detto Lew, è stato l’ultimo presidente della sua generazione i cui ricordi e conoscenze risalgono alla “storia della fondazione” di Israele.

La frecciata finale di Lew a Netanyahu è ampiamente documentata dai recenti sondaggi. Più di un terzo degli adolescenti ebrei americani simpatizza per Hamas, il 42% ritiene che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza e il 66% simpatizza con il popolo palestinese nel suo complesso.

Non è un fenomeno nuovo. Due anni prima della guerra i sondaggi mostravano che un quarto degli ebrei americani concordava sul fatto che “Israele è uno Stato di apartheid” e molti intervistati non ritenevano che questa affermazione fosse antisemita.

Grave danno

La guerra a Gaza è diventata il prisma attraverso il quale una nuova generazione di futuri leader del mondo guarda il conflitto israelo-palestinese. È una sconfitta strategica importante per un Paese che il 6 ottobre 2023 pensava di aver chiuso la questione della Palestina e di avere in tasca l’opinione pubblica mondiale.

Ma il danno è più ampio e più profondo di così.

Le proteste contro la guerra, condannate dai governi occidentali prima come antisemite e poi perseguite dalle leggi come terroriste, hanno costituito un fronte globale per la liberazione della Palestina. Il movimento per il boicottaggio di Israele è più forte che mai.

Israele è sul banco degli imputati della giustizia internazionale come mai prima. Non solo ci sono mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant per crimini di guerra e una causa pendente per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia, ma una miriade di altre denunce stanno per investire i tribunali in tutte le più importanti democrazie occidentali.

Nel Regno Unito è stata avviata una causa giudiziaria contro BP per fornitura dal suo oleodotto dall’Azerbaigian alla Turchia a Israele di petrolio greggio che sarebbe poi stato usato dall’esercito israeliano.

Inoltre recentemente l’esercito israeliano ha deciso di occultare le identità di tutti i militari che hanno partecipato alla campagna di Gaza, per timore che possano essere perseguiti quando si recano all’estero.

Questa importante iniziativa è stata resa nota da un piccolo gruppo di attivisti che porta il nome di Hind Rajab, una bambina di 6 anni uccisa dalle truppe israeliane a Gaza nel gennaio 2024. Il gruppo, con sede in Belgio, ha inviato prove di crimini di guerra presso la Corte Penale Internazionale contro 1000 israeliani, includendo video, audio, rapporti forensi ed altri documenti.

Un cessate il fuoco a Gaza quindi non è la fine dell’incubo palestinese, ma l’inizio di quello israeliano. Queste iniziative legali acquisteranno slancio solo quando la verità su ciò che è accaduto a Gaza verrà svelata e documentata dopo la fine della guerra.

Divisioni interne

Sul piano interno Netanyahu tornerà dalla guerra in un Paese diviso al suo interno come non mai. C’è un conflitto tra l’esercito e gli Haredi [ebrei ultraortodossi, ndt.] che rifiutano il servizio militare. C’è un conflitto tra sionisti laici e nazional-religiosi. Con il ritiro di Netanyahu da Gaza i coloni di estrema destra hanno la sensazione che l’opportunità di creare il Grande Israele sia stata sottratta alle grinfie della vittoria militare. Al contempo vi è stato un esodo senza precedenti di ebrei da Israele.

A livello regionale, Israele ha ancora truppe in Libano e Siria. Sarebbe folle pensare che queste operazioni in corso possano ripristinare la deterrenza che Israele ha perso quando Hamas ha colpito il 7 ottobre 2023.

L’asse della resistenza iraniano potrebbe aver ricevuto alcuni duri colpi dopo che la leadership di Hezbollah è stata eliminata e dopo essersi scoperto ampiamente sopraffatto in Siria. Ma, come Hamas, Hezbollah non è stato sconfitto come forza combattente.

E il mondo arabo sunnita si è arrabbiato per Gaza e per la repressione in atto nella Cisgiordania occupata come raramente prima.

Il palese tentativo di Israele di dividere la Siria in cantoni è altrettanto provocatorio verso i siriani di tutte le confessioni e le etnie quanto i suoi piani di annettere le aree B e C della Cisgiordania sono una minaccia esistenziale per la Giordania. L’annessione sarebbe considerata da Amman come un atto di guerra.

L’uscita dal conflitto sarà il lavoro paziente di ricostruzione per decenni e Trump non è un uomo paziente.

Adesso Hamas e Gaza passeranno in secondo piano. Con l’enorme costo in vite umane, ogni famiglia è stata colpita da una perdita. Ma ciò che Gaza ha ottenuto negli scorsi 15 mesi potrebbe trasformare il conflitto.

Gaza ha mostrato a tutti i palestinesi e al mondo intero che si può sopportare una guerra totale senza muoversi dal terreno su cui ci si trova. Dice al mondo, con comprensibile orgoglio, che gli occupanti ci hanno lanciato contro tutto ciò che avevano e non vi è stata un’altra Nakba. 

Gaza dice a Israele che i palestinesi esistono e che non si arrenderanno finché gli israeliani non parleranno con loro da pari a pari riguardo ad uguali diritti.

Potrebbero volerci molti più anni perché si faccia strada questa consapevolezza, ma per alcuni esiste già: “Anche se conquistassimo l’intero Medio Oriente e anche se tutti si arrendessero a noi, non vinceremmo questa guerra,” ha scritto su Haaretz il giornalista Yair Assulin.

Ma ciò che ha ottenuto chiunque a Gaza sia rimasto al suo posto ha un significato storico.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione ed analista sull’Arabia Saudita. È stato il principale corrispondente estero di The Guardian e inviato in Russia, Europa e a Belfast. È passato a The Guardian da The Scotsman, dove è stato corrispondente per l’istruzione.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Lo storico palestinese-americano Rashid Khalidi: Israele ha realizzato per se stesso uno scenario da incubo. Il tempo stringe (Seconda parte)

Itay Mashiach

30 nov 2024 – Haaretz

 

La questione è se il movimento nazionale palestinese degli anni novanta fosse in grado di comprendere che questo atto di rinuncia presupponeva un’evoluzione politica interna a Israele che avrebbe richiesto un po’ di tempo. E quando ci si fa esplodere nel centro di Tel Aviv quell’opzione di un cambiamento di prospettiva perde alle elezioni.

“So che gli attentati suicidi degli anni Novanta hanno avuto un impatto enorme sull’opinione pubblica israeliana, ma questo non è il punto. Se il colonizzatore vuole decolonizzare viene presa una decisione di farlo. Ci sono due eventualità perché il colonizzatore lo comprenda: o il costo diventa troppo elevato e l’opinione pubblica interna cambia, o il colonizzato escogita una strategia che funziona su più livelli.

Gli irlandesi hanno escogitato una strategia, così come gli algerini e i vietnamiti. I palestinesi, con mio rammarico e tristezza, no. Né per avvicinarsi alla comunità israeliana scavalcando la loro leadership né per confrontarsi con le vostre opinioni pubbliche, vale a dire quelle degli Stati Uniti e dell’Europa, senza le quali non si può esistere come Stato indipendente e non si possono avere le proprie bombe o i propri aerei. Gli irlandesi sono brillanti; gli algerini molto intelligenti; i vietnamiti geni. I palestinesi, non così intelligenti. Se vuole la mia critica alla leadership palestinese, eccola.”

La sua spiegazione riguardo all’ascesa di Hamas è essenzialmente materialista: l’alternativa diplomatica dell’OLP ha portato a condizioni di vita peggiori per i palestinesi e ha lasciato un vuoto politico nel ramo militante, che Hamas ha riempito. Ma che dire del ruolo della religione e delle aspirazioni islamiche nella società palestinese?

“La religione è stata un elemento importante nel nazionalismo palestinese fin dall’inizio, ma la sua popolarità oscilla. Nel periodo di massimo splendore dell’OLP gli islamisti erano politicamente molto deboli, quasi inesistenti. Quindi nel dire che la società palestinese è profondamente musulmana e profondamente islamista bisogna tener conto dei diversi decenni in cui non è stato così. Hamas non ha mai ottenuto la maggioranza tra i palestinesi. Nel 2006 ha ottenuto il 43% dei voti. Conosco dei cristiani a Betlemme che hanno votato per Hamas perché erano stufi di Fatah. Quindi non penso affatto che il 43% rappresentasse la loro effettiva popolarità in quel momento.”

È critico nei confronti di Israele per aver ignorato la possibilità che in quegli anni Hamas subisse un cambiamento. Ma ciò che molti israeliani si chiedono è perché i palestinesi non abbiano sfruttato l’opportunità del disimpegno di Israele da Gaza per sviluppare la loro comunità e costruire un’alternativa pacifica.

“Perché l’occupazione non è mai finita. Questa è una domanda profondamente stupida, che viene posta da persone che cercano di giustificare una narrazione fondamentalmente falsa. Gaza non è mai stata aperta; è sempre stata occupata. Spazio aereo, spazio marittimo, ogni entrata, ogni uscita, ogni importazione, ogni esportazione: il fottuto registro della popolazione è rimasto nelle mani di Israele. Cosa è cambiato? Alcune migliaia di coloni sono stati allontanati. Quindi invece di stare in piccole prigioni all’interno di Gaza i palestinesi ora si ritrovavano in una grande prigione a Gaza. Questa non è una fine dell’occupazione, è una modifica dell’occupazione. Non è una fine della colonizzazione.

Si lascia Gaza per intensificare [la presa] sulla Cisgiordania. Abbiamo l’assistente di Sharon, Dov Weissglas, che dice [in un’intervista ad Haaretz nel 2004 che il piano di disimpegno di Sharon] ‘fornisce la quantità di formaldeide [sostanza usata nei processi di imbalsamazione, n.t.d.] necessaria affinché non ci sia un processo politico con i palestinesi’. Per l’amor di Dio, pensano che non sappiamo leggere l’ebraico? Uno Stato significa sovranità. E sovranità non significa che una potenza militare straniera occupante abbia il controllo del tuo registro della popolazione. Ci pensi per due minuti. Intendo dire, è come se l’ufficio del censimento degli Stati Uniti fosse controllato da Mosca. Davvero? Le importazioni e le esportazioni sono decise da qualche caporale o burocrate in qualche ministero a Tel Aviv o a Gerusalemme? Insomma, veramente? E i palestinesi dovrebbero dire: “Oh, creiamo una bella piccola utopia dentro la prigione”? Che tipo di assurdità è questa?”

Cosa pensa della lotta armata da una prospettiva morale?

“Partiamo dal fatto che la violenza è violenza; che provenga o no dallo Stato è comunque violenza. Se non accettiamo questo principio, non possiamo discuterne. La violenza del colonizzatore è tre, venti, cento volte più intensa della violenza del colonizzato. Quindi se vogliamo parlare di violenza parliamone; se vogliamo [solo, ndt.] mettere in luce il terrorismo e la violenza dei palestinesi non stiamo parlando la stessa lingua.

Il secondo presupposto è che dal punto di vista legale dalla seconda guerra mondiale è stato accettato che le persone sotto dominio coloniale hanno il diritto di usare tutti i mezzi per la loro liberazione, entro i limiti del diritto umanitario internazionale. Ciò significa combattenti e non combattenti, significa proporzionalità. Non è moralità, è diritto internazionale.

Ma questo vale per entrambe le parti, sia per il colonizzatore che per il colonizzato, se accettano il diritto umanitario internazionale. Quando si distrugge un intero edificio per uccidere una persona di Hamas a Jabalya, è chiaro che proporzionalità e discriminazione sono andate a farsi benedire.

Il punto non è chi ha iniziato. Proporzionalità e discriminazione non dicono che non devi tener conto di tali regole perché l’altro è un cattivo e ha iniziato lui. E infine, c’è l’aspetto politico [della violenza], relativo al modo più saggio per raggiungere i propri obiettivi”.

A questo proposito, nel suo libro cita Eqbal Ahmad, l’intellettuale pakistano che ha lavorato con Franz Fanon e il FLN, il movimento di liberazione algerino. Nei primi anni ’80 l’OLP gli ha affidato il compito di valutare la propria strategia militare. Lui ha sostenuto che, a differenza del caso algerino, l’uso della forza contro gli israeliani “non ha fatto altro che rafforzare un preesistente e pervasivo senso di vittimismo tra gli israeliani, e nel contempo [ha anche] unificato la comunità israeliana”.

“Sì, e penso che sia qualcosa di estremamente importante. Se parliamo dei francesi [in Algeria], direi che piazzare una bomba in un bar costituì una violazione dei codici morale e legale, una violazione del diritto umanitario internazionale. Lo fecero due eroine della rivoluzione algerina, Jamila Bouhired e Zahra Zarif. Penso che sul piano politico se ne possa discutere, perché i coloni [coloni francesi in Algeria, noti anche come pieds-noirs], in ultima analisi, avevano un luogo in cui tornare. Soffrivano di quella che chiamo “paura coloniale”. Erano terrorizzati dagli indigènes [popolazione indigena], perché gli indigènes erano più numerosi di loro e sapevano che gli indigènes li odiavano.

Ma non soffrivano di una paura ereditaria della persecuzione. Non possedevano una memoria storica per cui ogni attacco contro di loro potesse essere interpretato se non all’interno del contesto locale dell’Algeria. E alla fine, quella violenza ha avuto successo. Sul piano morale l’atteggiamento verso la violenza indiscriminata è netto, o bianco o nero. Ma sul piano politico è grigio. Ciò che Eqbal Ahmed dice di Israele è che a causa della natura della storia ebraica una strategia di violenza indiscriminata, come quella che l’OLP stava perseguendo allora, è politicamente controproducente”.

Come valuta il peso del BDS, il movimento di boicottaggio contro Israele, ora, due decenni dopo?

“Vent’anni fa le risoluzioni BDS [da parte dei consigli degli studenti] non potevano essere approvate in nessun campus americano, oggi vengono approvate facilmente. Ma non è stato istituito alcun boicottaggio, o pochissimi, non sono state imposte sanzioni e c’è stato molto poco disinvestimento”.

Un fallimento quindi.

“No! Il punto è che l’opinione pubblica è cambiata. Lo scopo del BDS era di aprire una discussione che l’altra parte non voleva fosse aperta. Perché [gli israeliani] chiamano antisemiti tutti coloro che osano parlare di questo genocidio [a Gaza]? Perché non hanno argomenti, non hanno niente da dire; quindi zittiteli con l’accusa più tossica possibile nel mondo occidentale. Lo scopo [del BDS], dal mio punto di vista, non è di provocare veri e propri boicottaggi, disinvestimenti o sanzioni. È una leva per iniziare a parlare di qualcosa su cui nessuno ha mai voluto discutere. Ed in tal senso è stato, a mio avviso, un enorme successo.

Ora stiamo iniziando ad ottenere una limitazione di [certe] forniture di armi a Israele da parte di olandesi, tedeschi, spagnoli, canadesi. Queste e altre mosse sono il risultato di un cambiamento di opinione nel mondo occidentale, e questo è dovuto in gran parte al BDS.”

E per lei, in quanto sostenitore del BDS, non è stato un problema essere intervistato da un giornale israeliano?

“No. Ho pubblicato libri in Israele. Penso che sia importante raggiungere un pubblico israeliano. So che è un pubblico molto ridotto, ma il punto è che non vinci, non porti cambiamenti senza capire come fare appello all’opinione pubblica, aggirando i governanti e la macchina della propaganda, che sia negli Stati Uniti o in Israele”.

Nel suo libro fa notare che gli algerini e i vietnamiti non hanno perso l’opportunità di influenzare l’opinione pubblica nelle comunità di origine dei loro nemici e sostiene che questo sia stato determinante per le loro vittorie. Cosa dovrebbero fare i palestinesi, che non stanno facendo, per condizionare l’opinione pubblica israeliana, se possibile?

“La risposta a ciò dovrebbe venire da un movimento nazionale palestinese unito con una strategia chiara, non spetta a Rashid Khalidi darla. Uno dei problemi che abbiamo oggi è la disunione e l’assenza di un movimento nazionale unito e di una strategia chiara e unitaria. Senza questo non vi sarà alcuna liberazione. La diplomazia pubblica, che può chiamare hasbara [come nel caso di quella israeliana, n.t.d.] o propaganda, è assolutamente essenziale. Ogni lotta di liberazione ha successo solo grazie a questo. Se i sudafricani non l’avessero avuta, avrebbero ancora l’apartheid”.

Qual è il ruolo della diaspora palestinese in questo attuale vuoto di leadership, e in particolare il ruolo di intellettuali come lei?

“Penso che la diaspora, e nel suo interno una generazione più giovane, integrata e completamente acculturata e che comprenda la cultura politica dei paesi in cui si trova, avrà un ruolo importante in futuro. Penso che il ruolo della mia generazione sia praticamente finito, me compreso. Non possiamo ancora beneficiare del talento e della comprensione della politica occidentale che possiede la giovane generazione. Ciò arriverà presto, spero. Ma richiede un movimento nazionale organizzato, centralizzato e unificato. Ora non ce l’abbiamo.”

Che ne pensa dell’istituzione di un governo in esilio?

“Storicamente la leadership [palestinese] è sempre stata all’estero. Uno dei tanti errori commessi da Arafat è stato quello di prendere l’intera OLP e portarla nella gabbia dell’occupazione. Chi si comporta così? Si può trasferire parte della leadership dopo aver proceduto alla liberazione, forse – [ma] lui non aveva liberato nulla. Erano così disperati perché dovevano scappare da Tunisi e dagli altri posti in cui si trovavano a causa dell’errore commesso nel sostenere Saddam Hussein nel 1990-1991, che erano disposti a saltare dalla padella alla brace. È stato un errore fatale. Chi mette l’intera leadership sotto il controllo dell’esercito e dei servizi di sicurezza israeliani? È sconcertante. Quindi, sì, avremo bisogno [di leadership nella] diaspora, e in futuro finirà per trovarsi in parte fuori e in parte dentro, si suppone. Come con l’Algeria”.

Nel movimento anti-apartheid la cooperazione con i sudafricani bianchi è stata fondamentale. Cosa si può fare per espandere l’alleanza ebraico-palestinese?

È una domanda difficile. Tra molti palestinesi, soprattutto tra i giovani palestinesi, c’è una resistenza a quella che chiamano ‘normalizzazione’. E questo, in una certa misura, rende alcuni ciechi alla necessità di trovare alleati dall’altra parte. Alla fine non si potrà vincere senza che ciò accada. È più dura di qualsiasi altra lotta di liberazione perché non è un progetto coloniale in cui le persone possono tornare a casa. Non c’è una casa. Loro [gli ebrei] sono in Israele da tre o quattro generazioni. Non andranno da nessuna parte. Non è che ci si possa rivolgere ai francesi perché riportino a casa i loro coloni. È più come l’Irlanda e il Sudafrica, dove devi fare i conti con quella che vedi come una popolazione divisa, ma che ora è diventata enraciné, radicata, e che ha sviluppato un’identità collettiva”.

Tuttavia analizza questo conflitto come un caso di colonialismo di insediamento.

“Lei sente cosa dicono le persone dell’ala destra dell’attuale governo su Gaza e vede cosa stanno facendo in Cisgiordania, come hanno spogliato le persone della loro terra e li hanno confinati in Galilea e nel Triangolo [un’area nel centro di Israele con una elevata densità di popolazione araba] dopo il 1948. Se questo non è colonialismo di insediamento non so cosa sia. Tutto ciò che è stato fatto dall’inizio è chiaramente all’interno di quel paradigma.

Ma il sionismo è iniziato come un progetto nazionale, poi hanno trovato un patron e poi hanno utilizzato gli strumenti del colonialismo di insediamento. Il che è unico. Nessun altro caso di colonialismo di insediamento ha esordito come progetto nazionale. Il paradigma del colonialismo di insediamento è utile solo fino a un certo punto. E Israele è il caso più unico che si possa immaginare. Nessuna madrepatria, quasi l’intera popolazione è lì per una persecuzione, e c’è il collegamento con la Terra Santa, con la Bibbia, per l’amor di Dio.”

Lei ha analizzato lo scambio di conoscenze sui sistemi di controinsurrezione tra le colonie britanniche e descritto come i leader sionisti adottarono le pratiche coloniali degli inglesi. Cosa ha scoperto?

“In realtà ci sto lavorando adesso. Dopo l’indipendenza irlandese gli inglesi esportarono [in Palestina] l’intera Royal Irish Constabulary [Polizia reale irlandese, ndt.] e formarono la Palestine Gendarmerie. Quando scoppiarono le rivolte, introdussero esperti provenienti da altre località. Portarono il generale [Bernard] Montgomery, che nel 1921 era stato a capo della brigata a Cork [dove furono eseguite rappresaglie contro i ribelli irlandesi] che comandò una divisione in Palestina nel 1938. Portarono Sir Charles Tegart, che avevano inviato dall’Irlanda in India, per costruire le “Tegart Forts” – centri di tortura, che erano la sua competenza. Venne in Palestina per trasmettere queste cognizioni. E un personaggio di nome Orde Wingate che ogni esperto militare israeliano conosce profondamente – il padre della dottrina militare israeliana.”

In un’intervista con la New Left Review, ha descritto Wingate come un “assassino coloniale a sangue freddo”.

“Prestò servizio in Sudan, Dio solo sa cosa fece lì. Dovrei fare altre ricerche per scoprirlo. In Palestina ha formato le Squadre Speciali Notturne, composte da quadri scelti dal Palmach e dall’Haganah [forze clandestine ebraiche] affiancati a soldati britannici selezionati. Lanciò una campagna di incursioni notturne. Attaccando villaggi. Sparando contro i prigionieri. Torturando. Facendo saltare in aria case sopra le teste delle persone. Cose orribili. Insomma, dai resoconti in nostro possesso risulta chiaramente uno psicopatico assassino. Moshe Dayan era uno dei suoi allievi, insieme a Yitzhak Sadeh [comandante delle truppe d’assalto del Palmach prima dell’IDF] e Yigal Alon. Ci sono probabilmente una dozzina di ufficiali superiori dell’esercito israeliano, la maggior parte dei quali hanno raggiunto il grado di maggiore generale, che sono stati addestrati da quest’uomo. La dottrina dell’esercito israeliano ha origine con Wingate”.

Lei conclude il suo libro affermando che “gli scontri tra coloni e popolazioni indigene si sono conclusi solo in uno di questi tre modi: con l’eliminazione o la completa sottomissione della popolazione nativa, come nel Nord America; con la sconfitta e l’espulsione del colonizzatore, come in Algeria, il che è estremamente raro; o con l’abbandono della supremazia coloniale nel contesto del compromesso e della riconciliazione, come in Sudafrica, Zimbabwe e Irlanda”. Quale strada stiamo percorrendo?

“Lo sterminio di una componente da parte dell’altra è impossibile. L’espulsione di una componente da parte dell’altra è – avrei detto impossibile – penso ora possibile ma improbabile. Quindi abbiamo due popoli. O la guerra continua o giungono a un accordo sul fatto che devono vivere su una base di assoluta uguaglianza. Non una risposta molto ottimistica, ma l’unica risposta. Mi lasci aggiungere che questa risoluzione [del conflitto] è molto più vicina come risultato della guerra attuale, perché l’opinione pubblica occidentale si è rivoltata contro Israele in un modo che non era mai accaduto, dalla Dichiarazione Balfour [della Gran Bretagna, nel 1917, a favore di una patria ebraica in Palestina] fino a oggi.

L’opinione pubblica occidentale è sempre stata unanimemente favorevole a Israele, con piccole eccezioni: nel 1982, quando videro troppi edifici distrutti e troppi bambini uccisi [in Libano], e nella prima intifada [1987-1992], quando troppi carri armati fronteggiavano troppi minorenni che lanciavano pietre. Ma, altrimenti, un sostegno granitico. Élite, opinione pubblica. Senza eccezioni, per un centinaio di anni. Tutto ciò è cambiato. Questo [cambiamento] potrebbe non essere irreversibile, ma il tempo stringe. Con il suo comportamento dal 7 ottobre Israele ha creato per sé stesso uno scenario da incubo a livello globale”.

Ci sono componenti della sinistra israeliana che fantasticano su una soluzione imposta dall’esterno. È possibile?

“Sarà possibile quando gli interessi americani riguardo alla Palestina cambieranno. Gli Stati Uniti hanno costretto Israele a fare molte cose dettate dall’interesse strategico, nazionale o economico americano”.

Durante la guerra fredda per esempio.

“Giusto. [Il Segretario di Stato Henry] Kissinger ha imposto con la forza accordi di disimpegno al governo israeliano. [Il Segretario di Stato James] Baker ha imposto [al Primo Ministro Yitzhak] Shamir di partecipare a Madrid [alla conferenza di pace del 1991]. Obama ha imposto agli israeliani di accettare l’accordo [nucleare] con l’Iran. [Il Presidente Dwight] Eisenhower li ha spinti fuori dal Sinai [nel 1957]. È stata una nostra sfortuna che la Palestina non rappresenti un importante interesse nazionale americano.

Le dittature nel mondo arabo soffocano l’opinione pubblica e sono subordinate agli Stati Uniti; i regimi petroliferi dipendono dagli Stati Uniti per la loro difesa contro le loro popolazioni e i nemici esterni. Se ciò cambiasse, se le cose che Israele fa danneggiassero l’interesse nazionale americano, ciò potrebbe portare a una coercizione esterna. Non ci spero.”

Le più giovani generazioni di attivisti pro-Palestina negli Stati Uniti l’ha criticato per le sue distinzioni sulla violenza. Cosa risponde loro?

“Non amo la violenza, ma mi è molto chiaro che la violenza è stata un elemento essenziale di ogni lotta di liberazione. Contro la violenza schiacciante del colonizzatore ci sarà violenza, che io lo voglia o no. La visione israeliana è che se la forza non funziona si debba usare più forza. Questo è il risultato. Cacciano l’OLP dal Libano e si ritrovano Hezbollah. Uccidono [il leader di Hezbollah Abbas] Musawi, [Hassan] e si ritrovano Nasrallah. Uccidono Nasrallah, tanti auguri per chi si troveranno davanti. Uccidono [il leader di Hamas Yahya] Sinwar – aspettate e vedrete chi spunterà fuori. Questa è la natura della violenza coloniale. Genera resistenza. Vorrei che la resistenza fosse intelligente, strategica, idealmente anche morale e legale, ma probabilmente non lo sarà.”

Cosa vorrebbe che gli israeliani capissero meglio riguardo al conflitto?

“Devono capire qualcosa che è molto difficile per loro afferrare: come i palestinesi e il resto del mondo vedono la situazione. Questa viene vista fin dall’inizio come un tentativo di creare uno Stato ebraico in un paese arabo. Non si tratta di un gruppo innocente di rifugiati che arrivano nella loro patria ancestrale e vengono improvvisamente attaccati da uomini e donne selvaggi. Arrivano e fanno cose che generano tutto ciò che ne consegue; il loro stesso arrivo e i loro schemi mentali sono all’origine del conflitto.

C’è mai stato un conflitto arabo-ebraico in Palestina nei secoli XVIII, XVII, XIX, XV, XII ? No. Questo non è un conflitto che va avanti da tempo immemorabile. Bisogna mettere da parte questa versione autogiustificatoria della storia. Insomma, capire che i palestinesi, gli arabi, il resto del mondo e ora anche l’opinione pubblica occidentale la vedono in questo modo. Ci sono ancora le élite che sosterranno qualsiasi cosa faccia Israele. Ma il tempo stringe. Sotto, qualcosa ribolle.”

(Prima parte)

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




‘Tribunale di Umanità e Coscienza’- è stato istituito a Londra il Tribunale per Gaza

Redazione di Palestine Chronicle

5 novembre 2024 Palestine Chronicle

Perché istituire un Tribunale del Popolo nonostante il coinvolgimento della Corte Internazionale di Giustizia? Perché l’ordine internazionale ha fallito il suo compito – la CIG, anche dopo aver definito genocidio le azioni di Israele, non riesce a far rispettare le sue sentenze.”

La scorsa settimana si è riunito a Londra un gruppo di celebri intellettuali, giuristi, artisti, difensori dei diritti umani e rappresentanti dei media e delle organizzazioni della società civile per istituire il Tribunale per Gaza – un’iniziativa indipendente con il ruolo di “tribunale di umanità e coscienza”.

Gaza rappresenta un punto di rottura nel percorso storico dell’umanità, in cui prevale un sistema globale basato sul potere, non sulla giustizia”, afferma il sito web del Tribunale per Gaza. “Alla luce di questa prospettiva l’esigenza di considerare ciò che accade a Gaza nella sua dimensione storica, politica, filosofica e giuridica sta diventando un compito urgente e necessario per l’umanità.”

Guidato da Richard Falk, esperto emerito di diritto internazionale ed ex relatore speciale per l’ONU sui territori palestinesi occupati, il Tribunale sta intraprendendo una via alternativa alla giustizia internazionale, intesa a dare risalto alle voci della società civile nell’analisi delle violenze conseguenti al conflitto esacerbatosi dopo l’operazione della resistenza del 7 ottobre.

Perché è necessario?

Benché la causa di genocidio contro Israele sia attualmente all’esame della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), l’iniziativa è considerata come un Tribunale del Popolo.

Il fallimento dell’ordine internazionale nell’adempiere al suo compito è esattamente il motivo per cui è necessario un tribunale del popolo. La Corte Internazionale di Giustizia, nonostante abbia definito come genocidio l’attuale guerra di Israele, non è in grado di far rispettare le proprie sentenze”, afferma il sito web.

Il Tribunale per Gaza, convocato a Londra per due giorni di iniziali incontri preparatori, ha riunito circa 100 partecipanti.

Chi è coinvolto?

Tra i partecipanti all’incontro di Londra vi erano: Ilan Pappe, Jeff Halper, Ussama Makdisi,Ayhan Citil, Cornel West, Avi Shlaim, Naomi Klein, Aslı Bali, Mahmood Mamdani, Craig Mokhiber, Hatem Bazian, Mehmet Karlı, Sami Al-Arian, Frank Barat, Hassan Jabareen, Willy Mutunga, Victor Kattan, and Victoria Brittain.

Tra le organizzazioni partecipanti figurano: Legge per la Palestina (Law for Palestine), la Rete delle ONG palestinesi per l’ambiente (the Palestinian Environmental NGOs Network), la Rete araba per la sovranità alimentare (the Arab Network for Food Sovereignty (APN), Adalah, il Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele (the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel), l’Organizzazione palestinese per i diritti umani (Palestinian human rights organization Al-Haq), BADIL, il Centro per i diritti umani Al-Mezan (Center for Human Rights), l’Associazione in sostegno dei prigionieri e dei diritti umani (the prisoner support and human rights group) Addameer, e il Centro Palestinese per i diritti umani (the Palestinian Center for Human Rights) (PCHR).

Quali sono i suoi obbiettivi?

Il Tribunale per Gaza ha due principali obbiettivi: uno particolare e uno universale. L’obbiettivo particolare è contribuire a porre termine il prima possibile ai tragici eventi e indicarne i responsabili alla coscienza pubblica.

L’obbiettivo universale è emettere una decisione fondata sui valori intellettuali e morali dell’umanità, tale da poter servire da punto di riferimento per impedire future atrocità in tutto il mondo. Soffermandosi sui complessi motivi per cui tali eventi possono accadere, e ancora accadono in questo momento della storia umana, il Tribunale intende spiegare perché l’umanità non sia stata capace di porre fine a tali atrocità /come l’umanità possa porvi fine.

Secondo il sito web “la legittimità del Tribunale deriva dal rivolgere l’attenzione alle annose ferite della questione palestinese, con un focus sulla attuale tragedia a Gaza.”

Il risultato

Il sito web afferma che il documento complessivo che verrà predisposto dal Tribunale dopo tutte queste ricerche e valutazioni colmerà un grave vuoto che le nazioni hanno lasciato e fungerà da linea guida per tutte le nazioni del mondo.

Come opera il Tribunale

Secondo il sito il Tribunale per Gaza principalmente è composto dal Comitato Presidenziale, dalla Grande Sezione e da 3 Sezioni specializzate, oltre che da sei Unità Amministrative e di supporto.

Operando come un tribunale di opinione [Organismo indipendente, non giurisdizionale come il “Tribunale Russell-Sartre”n.d.t.], la Grande Sezione del Tribunale sarà costituita da tutti i membri del comitato e da circa 10 persone invitate. Inoltre possono anche essere inclusi tra i membri della Sessione Pubblica giuristi, accademici, artisti e intellettuali che sono stati riconosciuti, ma non hanno fatto parte di queste sezioni. Le Sessioni Pubbliche prendono decisioni a maggioranza. E’ essenziale che l’opinione di ciascun membro sia riportata nella decisione ed ogni membro ha il diritto di scrivere valutazioni positive, negative o divergenti che vanno allegate alla decisione. 

Ogni sezione sarà composta da cinque o sei membri. Essi saranno scelti tra le persone autorevoli nei rispettivi ambiti di appartenenza. Le sezioni discuteranno e perverranno alle decisioni nell’ambito delle proprie specifiche aree di discussione, che comprendono la Sezione di Diritto Internazionale, la Sezione di Relazioni Internazionali e Ordine Mondiale e la Sezione di Storia, Etica e Filosofia.

Dato che lo scopo del Tribunale è quello di attirare l’attenzione sul genocidio in corso a Gaza, l’obbiettivo è che le sessioni di ogni sezione siano trasmesse dal vivo su canali di informazione internazionali come TRT World, Associated Press e Al Jazeera.

Sarà inoltre composto da Unità Amministrative e di Supporto.

Le Unità Amministrative assicurano l’efficiente e corretto funzionamento del Tribunale e garantiscono le condizioni necessarie per un equo processo decisionale. Le Unità di Supporto, create a discrezione del Comitato Presidenziale, facilitano le procedure che contribuiscono al raggiungimento degli obbiettivi del Tribunale.

Inclusività e Accessibilità

L’agenzia di stampa Anadolu ha riferito che in una dichiarazione il Tribunale ha sottolineato il proprio impegno all’inclusività e accessibilità, invitando associazioni della società civile palestinese e persone colpite direttamente dal conflitto a presentare prove e testimonianze.

Questo ente, hanno affermato gli organizzatori, ha lo scopo di colmare un vuoto, concentrando l’attenzione sull’impatto umano delle politiche e delle azioni di Israele sui civili palestinesi.

Oltre ad occuparsi degli eventi recenti l’apparato giuridico del Tribunale integrerà i temi del colonialismo di insediamento e dell’apartheid, contestualizzando le sue conclusioni all’interno del pluridecennale conflitto israelo-palestinese e di eventi storici quali la Nakba del 1948 e l’occupazione dei territori palestinesi successiva al 1967.

Secondo gli organizzatori il Tribunale per Gaza “deriva il suo potere e la sua autorità non dai governi, ma dalle persone in generale e dai palestinesi in particolare ed usa l’accumulazione intellettuale e di coscienza dell’umanità con cui chiunque di buon senso può concordare e che può produrre giudizi e documenti che possono essere di riferimento per problemi futuri.”

Seconda fase

Secondo gli organizzatori la seconda fase del Tribunale per Gaza è programmata per maggio 2025 a Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, in cui verranno condivise con il pubblico relazioni predisposte, testimonianze e bozze di dichiarazioni.

Nella sessione di Sarajevo si prevede che parlino rappresentanti di comunità colpite e testimoni esperti.

L’udienza principale del Tribunale, parte cruciale dell’iniziativa, è programmata per ottobre 2025 a Istanbul, Turchia.

A Istanbul un gruppo di esperti presenterà una bozza delle conclusioni e decisioni del Tribunale, comprendenti testimonianze e dichiarazioni di civili ed organizzazioni palestinesi colpiti dalla crisi.

Incessante genocidio

Ignorando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva un immediato cessate il fuoco, Israele ha incassato la condanna internazionale durante la sua continua e brutale offensiva a Gaza.

Attualmente sotto processo di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio nei confronti dei palestinesi, Israele ha scatenato una devastante guerra contro Gaza a partire dal 7 ottobre (2023).

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza sono stati finora uccisi 43.391 palestinesi e feriti 102.347.

Inoltre almeno 11.000 persone risultano scomparse, probabilmente morte sotto le macerie delle loro case in tutta la Striscia.

Israele afferma che 1.200 soldati e civili sono stati uccisi durante l’operazione ‘Diluvio di Al-Aqsa’ del 7 ottobre. I media israeliani hanno pubblicato rapporti che suggeriscono che molti israeliani quel giorno sono stati uccisi da ‘fuoco amico’.

Milioni di sfollati

Organizzazioni palestinesi e internazionali dicono che la maggioranza degli uccisi e feriti sono donne e bambini.

La guerra israeliana ha provocato una grave carestia soprattutto al nord di Gaza, che ha condotto alla morte molti palestinesi, per la maggior parte bambini.

L’aggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di circa 2 milioni di persone da tutta la Striscia di Gaza, costringendo la grande maggioranza degli sfollati dentro la città meridionale densamente popolata di Rafah, vicino al confine con l’Egitto – in ciò che è diventato il più grande esodo di massa dalla Nakba del 1948.

Più avanti nel corso della guerra, centinaia di migliaia di palestinesi hanno cominciato a spostarsi dal sud verso il centro di Gaza in una continua ricerca di salvezza.

(PC, Anadolu)

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna) 




A Gaza si accumulano i rifiuti. Le conseguenze per la salute pubblica sono disastrose.

Ahmed Abu Abdu  

25 settembre 2024 – Mondoweiss

Oltre 150.000 tonnellate di rifiuti sono accumulati dentro Gaza City. Questo è uno degli obiettivi del genocidio di Israele: far annegare nella spazzatura Gaza, una città una volta fiera di sé.

Come capo della gestione della salute e dell’ambiente del Comune di Gaza City sono responsabile del trattamento e smaltimento di ogni tipo di rifiuti, compresi quelli casalinghi, sanitari, industriali, agricoli e marini. Con una popolazione che supera le 800.000 persone la nostra città produce oltre 700 tonnellate di rifiuti al giorno. Già prima che il 7 ottobre, quasi un anno fa, iniziasse il genocidio da parte di Israele, era difficile gestire questa quantità di rifiuti in una città sotto assedio. Durante gli ultimi vent’anni l’occupazione israeliana ci ha impedito sistematicamente di importare o costruire le attrezzature necessarie, compresi camion della spazzatura o strutture per il trattamento dei rifiuti, per svolgere il nostro lavoro. Dopo che il genocidio è iniziato l’occupazione israeliana, con l’obiettivo di creare una crisi ambientale e sanitaria a Gaza, ha lanciato una guerra contro ogni nostra struttura sanitaria e i sistemi per il trattamento dei rifiuti.

Nel corso degli anni ho vissuto vari attacchi israeliani contro Gaza — nel 2008, 2012, 2014 e 2021. Ogni volta ci siamo adattati e abbiamo continuato a svolgere i nostri servizi essenziali. Ma questa guerra è diversa da tutte quelle che abbiamo visto. Non è solo un ennesimo attacco, ma un genocidio inteso a privare la nostra città della possibilità di funzionare. Ogni giorno sembra una inutile lotta contro il tempo per garantire i servizi essenziali per una città che viene sistematicamente annientata.

L’occupazione ha preso di mira le nostre squadre a Gaza est, dove è situata la nostra discarica, rendendo impossibile trasportarvi la spazzatura e obbligandoci ad ammassarla in mezzo alla città, creando condizioni pericolose per gli abitanti di Gaza.

Fin dall’inizio della guerra mi sono costantemente preoccupato della sicurezza della mia famiglia. Quando l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione ho portato la mia famiglia a Khan Younis, nel sud, come ci è stato imposto. L’immagine della supplica di mia madre in lacrime perché rimanessi con loro quando ho deciso di tornare a nord mi tormenterà per sempre. Eppure mi sono sentito in obbligo di tornare a Gaza City per continuare il mio lavoro per quanti erano ancora lì. Mentre guidavo da solo di ritorno ho superato un veicolo colpito da un attacco aereo. Ho visto corpi fatti a pezzi lungo la strada e macerie ovunque. Ho accelerato nonostante la paura.

Di ritorno a Gaza ero da solo. Abbiamo lottato per salvare ciò che rimaneva del sistema di gestione dei rifiuti e per fornire servizi operativi di base per quanti erano rimasti. In mezzo a condizioni terribili ho perso oltre 8 kg in un mese. Mia madre non mi ha quasi riconosciuto quanto ci siamo parlati con una videochiamata.

Gestire rifiuti solidi durante un genocidio

Prima del genocidio il blocco ci aveva già impedito di importare gli impianti adatti, come compattatori o inceneritori. Tutto il nostro sistema era già fragile in conseguenza dell’assedio di 17 anni.

Si suppone che la gestione avvenga in tre fasi: raccolta, trasporto e smaltimento. Il blocco ci obbligava a ricorrere a soluzioni di ripiego, come l’uso di 300 carretti trainati da animali, che per anni ha funzionato in città fino a quando è iniziato il genocidio.

Il primo giorno del genocidio le forze israeliane hanno preso di mira i lavoratori della discarica, ferendone molti e distruggendo 1,5 milioni di dollari di equipaggiamento. Non ci è rimasto altro che smaltire i rifiuti nel centro della città in luoghi provvisori come il mercato di Yarmouk e gli spazi aperti nel mercato al-Feras. Queste zone, una volta animate, ora sono sommerse di rifiuti in decomposizione, rappresentando gravi pericoli per la salute dei pochi abitanti che sono rimasti.

Gestire oltre 500 lavoratori è diventato praticamente impossibile. Metà dei miei dipendenti vive nel nord di Gaza, dove nei primi giorni della guerra hanno continuato ad usare carretti. Quando i combattimenti si sono intensificati persino questo sistema non è più stato sicuro. La parte settentrionale di Gaza ha subito pesanti bombardamenti e molti lavoratori sono stati sfollati e si sono rifugiati nelle scuole.

I loro carretti sono stati parcheggiati nei pressi, ma sono stati distrutti dagli attacchi aerei. Molti lavoratori hanno perso i loro mezzi di sussistenza e di sopravvivenza. In un attacco abbiamo perso oltre 40 operatori che si erano rifugiati nel nostro principale garage. Otto missili hanno distrutto oltre 120 veicoli utilizzati per la raccolta dei rifiuti, per la gestione delle acque reflue e le forniture idriche. Metà dei miei dipendenti è stata ferita, molti non saranno più in condizione di tornare al lavoro.

Una città sommersa dai suoi rifiuti

Con più di 150.000 tonnellate di rifiuti accumulati a Gaza City le conseguenze ambientali e sanitarie sono disastrose. L’inverno si avvicina e questi cumuli di spazzatura bloccheranno i sistemi di drenaggio, portando a potenziali inondazioni in una città già devastata. Molti abitanti sfollati che vivono in rifugi provvisori dovranno affrontare l’orrore aggiuntivo di allagamenti. L’aria è densa dell’odore di spazzatura che brucia in quanto gli abitanti disperati cercano di gestire i rifiuti incendiandoli. Il fumo tossico peggiora la situazione, provocando un incremento dei disturbi respiratori. Il ministero della Salute di Gaza ha registrato oltre 250.000 casi di malattie dermatologiche dovuti all’esposizione alla spazzatura. Con rifiuti ospedalieri e pericolosi che si accumulano insieme a quelli domestici siamo sull’orlo di una catastrofica crisi sanitaria.

Il nostro sistema di gestione della spazzatura, una volta fragile ma funzionante, ora è in rovina. Oltre 150.000 tonnellate di rifiuti stanno avvelenando la città e la stagione delle piogge non farà che peggiorare la situazione. Abbiamo urgente bisogno di assistenza. Il sistema infrastrutturale di Gaza sta collassando e la sua gente è sconvolta dal peso del genocidio. Non possiamo sopportare questo per molto tempo ancora. Il mondo deve agire prima che Gaza diventi inabitabile, che la sua gente se ne vada con nient’altro che i ricordi di una città che una volta era fiera di sé e ora è sepolta sotto i suoi rifiuti.

Ahmed Abu Abdu

Ahmed Abu Abdu è un tecnico con una lunga esperienza nella gestione dei rifiuti solidi e in problemi ambientali che attualmente guida le difficoltà delle crisi umanitarie e l’impatto del cambiamento climatico. Con oltre un decennio di esperienza e un passato di gestione di rifiuti pericolosi dal Giappone, è impegnato ad affrontare le molteplici sfide che si trovano di fronte le comunità in zone di conflitto come Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Festival del cinema di Venezia: la regista ebrea Sarah Friedland elogiata per il discorso di solidarietà alla Palestina

Mera Aladam

9 settembre 2024 – Middle East Eye

La regista americana ha detto che stava ricevendo il premio Luigi De Laurentiis per il miglior primo film nel ‘336esimo giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76esimo anno di occupazione’

Su internet molte persone hanno manifestato apprezzamento alla regista ebrea americana Sarah Friedland dopo che al festival del cinema di Venezia ha espresso solidarietà con i palestinesi nel bel mezzo dell’attuale guerra a Gaza.

Friedland, che sabato ha vinto il Leone del Futuro – Premio ‘Luigi de Laurentiis’ a Venezia per un film d’esordio e il premio Orizzonti per la miglior regia per il suo film Familiar Touch – ha detto che stava ricevendo il premio nel “336esimo giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76esimo anno di occupazione.”

Credo che come registi abbiamo la responsabilità di utilizzare le piattaforme istituzionali con cui lavoriamo per rimediare all’impunità di Israele a livello mondiale”, ha proseguito la regista, tra gli applausi e le acclamazioni del pubblico.

Di lì in poi vi è stata un’ondata di gradimenti online per Friedland, la cui affermazione è diventata virale sui social media.

Gran bel modo di utilizzare la tua piattaforma”, ha detto lo studioso americano islamico Omar Suleiman in un post su X, già conosciuto come Twitter.

Sarah Friedland merita un altro premio mondiale per il suo coraggio senza precedenti di schierarsi dalla parte dei palestinesi oppressi”, ha scritto un altro utente.

Diversi utenti si sono detti interessati a vedere il suo film, in particolare un post afferma: “Dobbiamo sostenere quei pochi coraggiosi che si esprimono apertamente in un’industria [quella dei social media, ndt] che vergognosamente ostracizza chi si oppone all’apartheid e al genocidio israeliani.”

Parecchi utenti hanno definito il discorso di Friedland “coraggioso”, riferendosi alle potenziali reazioni che avrebbe ricevuto. Dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza artisti, attivisti per i diritti e altri personaggi pubblici hanno detto di essere stati messi a tacere e di aver subito censure per aver espresso sentimenti filo palestinesi.

Sapeva delle terribili e infamanti accuse che le avrebbero lanciato contro quando ha preso posizione e lo ha fatto ugualmente”, ha scritto su X un utente.

La scrittrice e giornalista pachistana Fatima Bhutto ha detto: “Sarah Friedland ha letteralmente più cuore e fegato di chiunque in tutta Hollywood”.

Le parole di Friedland giungono nel momento in cui la guerra di Israele contro la Striscia di Gaza si avvicina a compiere un anno.

Secondo funzionari palestinesi dal 7 ottobre sono state uccise almeno 41.000 persone a Gaza, anche se questa è considerata una stima prudente.

A luglio esperti hanno dichiarato in una lettera alla rivista medica The Lancet che il reale numero di vittime palestinesi uccise a Gaza potrebbe essere superiore a 186.000.

Reazioni contro Friedland

Alcuni utenti di social media e scrittori hanno condannato le parole di Friedland, definendola una “ebrea che odia sé stessa”, una “ebrea assimilata privilegiata” e altri insulti razzisti.

In una lettera aperta a Friedland il giornalista israeliano Ben-Dror Yemini la ha criticata “per essere diventata uno strumento di propaganda di Hamas”.

No, Sarah Friedland, non sei coraggiosa. Sei parte della mentalità del gregge, della sua moda”, ha scritto Yemeni in un pezzo pubblicato su Ynet. “Se ci sono sempre più voci come la tua, di odio per Israele, la Jihad nel mondo diventerà più forte – e poi verranno anche da te. Non c’è immunità per chi ha sostenuto Hamas, come non c’è immunità per i musulmani, che sono le principali vittime della Jihad.”

Molti utenti hanno risposto a queste critiche dicendo che “Sarah è dalla parte giusta della storia.”

Non è la prima volta che la regista vincitrice del premio si è schierata per la causa palestinese.

All’inizio di quest’anno, durante le festività della pasqua, Friedland ha pubblicato un post su X dicendo di aver “passato la seconda notte di pasqua in arresto insieme a centinaia di altri ebrei antisionisti ad un Seder (pasto rituale) improvvisato davanti alla porta di Schumer [leader maggioranza democratica al Senato, l’ebreo con la più alta carica istituzionale negli USA, n.d.r.] chiedendo l’interruzione dei finanziamenti USA al genocidio e il disinvestimento da Israele.”

Friedland si è anche unita alle proteste pro Palestina fin dall’inizio della guerra lo scorso anno. In un caso si è unita a 1.500 ebrei antisionisti che hanno bloccato il ponte di Manhattan a New York, chiedendo un cessate il fuoco permanente a Gaza e la fine dell’occupazione di Israele.

MEE ha contattato Friedland per un commento.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)