L’ecocidio a Gaza: trasformare un territorio in zona di morte

Dan Steinbock

27 novembre 2025 – Palestine Chronicle

La distruzione israeliana ha trasformato Gaza in una zona di morte inabitabile. Questo è il risultato di decenni di ecocidio deliberato e degli sforzi intenzionali dell’Occidente per minare le leggi sul genocidio e sull’ecocidio.

Il passo finale del più complessivo probabile genocidio è l’ecocidio, cioè la distruzione intenzionale di un ambiente atto a consentire la vita umana.

In cambio l’ecocidio è in diretto rapporto con la decimazione della riproduzione della cultura che Raphael Lemkin, il pioniere della Convenzione sul Genocidio, ha associato al concetto di “genocidio culturale”.

Gaza è un caso da manuale.

Il lungo tentativo giuridico di eliminare l’ecocidio

In “The Obliteration Doctrine” [La Dottrina dell’Eliminazione] dimostro nei minimi dettagli come Lemkin dovette scendere a compromessi riguardo alla sua idea. Mentre ottenne un forte appoggio dai Paesi del Sud Globale, le ex-potenze coloniali, guidate da Stati Uniti e Gran Bretagna, minarono il tentativo di Lemkin. Di conseguenza l’attuale Convenzione sul Genocidio non è che il torso mutilato dell’idea originaria.

Da quando alla Conferenza dell’ONU sullo Sviluppo Umano del 1972 Olof Palme, il primo ministro svedese, accusò gli Stati Uniti di ecocidio, la guerra è stata spesso vista, insieme all’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e ai disastri industriali, come la causa principale dell’ecocidio.

Nel diritto ambientale l’ecocidio (dal Greco antico oikos, ‘casa’, e dal latino caedere, ‘uccidere’) definisce la distruzione dell’ambiente da parte degli esseri umani. Spesso è stato associato con il genocidio. In effetti alla fine degli anni ’90 l’ecocidio in tempo di pace avrebbe dovuto essere incluso nello Statuto di Roma [da cui è nata la Corte Penale Internazionale, ndt.].

Tuttavia è stato cancellato a causa delle obiezioni di Regno Unito, Francia e Stati Uniti, cioè dalle ex-potenze coloniali. Tale censura non avrebbe sorpreso Lemkin, che sapeva bene che queste potenze non volevano pagare per i propri crimini nella Corte Mondiale. Comunque in seguito a ciò lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale non contempla il reato di ecocidio in tempo di pace, ma solo in tempo di guerra.

Appena qualche mese prima del 7 ottobre 2023 il Gruppo di Esperti Indipendenti per la Definizione Giuridica di Ecocidio lo ha definito come “azioni illegali e ingiustificate commesse con la consapevolezza che ci sia una sostanziale probabilità di un danno grave e su ampia scala o a lungo termine provocato all’ambiente da queste azioni.”

Il pluridecennale ecocidio a Gaza

Molto prima del 7 ottobre 2023 per trent’anni, in parallelo con i colloqui di pace di Madrid e Oslo, la Striscia di Gaza era stata progressivamente isolata dalla Cisgiordania e dal mondo esterno in generale, essendo nel contempo sottoposta a ripetuti attacchi militari israeliani.

In termini di danni ambientali il deterioramento è peggiorato dal 2014, quando la distruzione con i bulldozer di terreni agricoli ed edificabili da parte dell’esercito israeliano nei pressi del confine orientale di Gaza è stata accompagnata dall’irrorazione aerea senza preavviso con erbicidi per distruggere le coltivazioni. Queste pratiche illegali non solo hanno distrutto intere aree di terreni in precedenza coltivabili lungo la barriera di confine, ma anche orti e aree agricole per centinaia di metri all’interno del territorio palestinese, provocando la perdita di mezzi di sussistenza per gli agricoltori di Gaza.

Da un punto di vista storico questo massiccio bombardamento ha riportato ai primi giorni della Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti sganciarono bombe su dighe della Corea del Nord per inondare i campi e provocare una carestia tra i civili. Per rendere ancora peggiori questi stessi effetti, sul terreno vennero attaccati sistemi di irrigazione. La differenza è che a Gaza l’ampiezza geografica della distruzione è stata decisamente più ridotta che in Corea, ma la decimazione è stata molto più efficace, intensa e letale.

Violenza colonialista e guerra ambientale

Fin dall’inizio la “Guerra ambientale a Gaza” è stata segnata dalla violenza colonialista. È stata fin dalla fine degli anni ’40 una parte intrinseca dell’espulsione dei palestinesi e dell’occupazione israeliana. Oltretutto la devastazione è fondamentale per la Dottrina della Distruzione dell’esercito israeliano, iniziata in Libano negli anni 2000 e perfezionata a Gaza negli anni 2023-25. In questo senso la Nakba [espulsione dei palestinesi dalle loro terre iniziata nel 1947-49, ndt.] ha anche una dimensione ambientale meno nota, “la completa trasformazione del contesto, del clima, del suolo, la perdita dell’ambiente, della vegetazione e dei cieli indigeni. La Nakba è un processo di vulnerabilità al cambiamento climatico imposta dai colonizzatori.”

Anche alla vigilia del 7 ottobre gli analisti della Banca Mondiale hanno avvertito che, in Cisgiordania e a Gaza, fattori di fragilità, intralci allo sviluppo e vulnerabilità al cambiamento climatico erano strettamente interconnessi in seguito a decenni di frammentazione della terra, di restrizioni al movimento di persone e beni, di ricorrenti episodi di conflitti violenti, di persistente incertezza politica e delle politiche e di mancanza di sovranità su risorse naturali fondamentali.

Come l’effetto finale della Guerra di Gaza, danni generalizzati alle aree urbane per l’uso di ordigni esplosivi hanno avuto come conseguenza un impatto diretto sui servizi idrici e milioni di tonnellate di macerie, rifiuti tossici e la distruzione di terreni agricoli. Ciò ha portato a focolai di malattie trasmissibili dalle pessime condizioni di acqua, situazione sanitaria e igiene, insieme al rischio di esposizione a una vasta gamma di ulteriori materiali pericolosi e al collasso del controllo ambientale.

La zona di morte

Pertanto tutto ciò, il danno alle infrastrutture idriche e la distruzione urbana su vasta scala, insieme al sistema sanitario gravemente compromesso, ha posto una minaccia di lungo termine sia alla salute pubblica che alle condizioni di vita.

Il futuro che attendeva i palestinesi alla fine delle ostilità era una Gaza trasformata in una “inabitabile zona di guerra e di morte.”

Alla fine dell’aprile 2024 la distruzione di Gaza da parte di Israele aveva già creato 37 milioni di tonnellate di macerie. Ciò rappresenta una media di 300 kg di detriti per m2 di terra nella Striscia di Gaza. Peggio: in molti di questi mucchi e cumuli di rovine e di edifici in macerie c’erano bombe inesplose, e ci sarebbero voluti 15 anni di intenso lavoro per spostarle, presupponendo di avere a disposizione 100 camion al giorno.

Considerando il fatto che in media circa il 10% degli ordigni sganciati non esplode, si sarebbe dovuto garantire per anni un gran numero di gruppi di sminamento. Più continua la guerra più tempo di vorrà per terminare il lavoro di sgombero.

Durante i primi due mesi dell’attacco israeliano contro Gaza le emissioni da lì previste erano superiori alle emissioni annuali di 20 singoli Paesi e territori.

Anzi, le emissioni totali sono aumentate fino a più di quelle di oltre 33 singoli Paesi e territori, se si includono le infrastrutture belliche costruite sia da Israele che da Hamas, come la rete di tunnel di Hamas e la barriera protettiva israeliana o “Iron Wall”. In quest’ottica i costi in anidride carbonica della ricostruzione di Gaza si riveleranno enormi. 

Ricostruire emissioni

In effetti la ricostruzione di Gaza darà come risultato un dato di emissioni annuali totali superiore a quello di oltre 130 Paesi, portandole allo stesso livello di quelle della Nuova Zelanda.

La stragrande maggioranza delle 281.000 tonnellate di anidride carbonica (CO2) generate nei primi due mesi di ostilità può essere ricondotta ai bombardamenti aerei e all’invasione di terra di Gaza da parte di Israele.

Circa metà delle emissioni totali di anidride carbonica è derivata dagli aerei cargo statunitensi che hanno trasportato forniture militari a Israele. Per contro i razzi sparati da Hamas in Israele nello stesso periodo hanno provocato 713 tonnellate di CO2, equivalenti a 300 tonnellate di carbone. Non c’è stata alcuna simmetria tra le due macchine belliche.

La brutale offensiva iniziale di Hamas è stata surclassata dalla distruzione da parte di Israele di quella che una volta era Gaza. Peggio ancora, queste stime sono molto prudenti perché basate solo su due mesi di guerra, che a giugno 2024 era già durata tre volte di più.

Cosa più importante, l’effettivo impatto ambientale dell’anidride carbonica potrebbe dimostrarsi da cinque a otto volte superiore se si includono le emissioni dell’intera catena di approvvigionamento della guerra.

Oltretutto quello che è successo a Gaza non si limiterà a Gaza. Neppure chi ne è colpevole potrà evitare di avvelenare sé stesso.

Ripercussioni dell’ecocidio

Il costo totale per la ricostruzione di Gaza è stimato in decine di miliardi di dollari per decenni, e alcune proiezioni raggiungono addirittura i 70 miliardi.

La distruzione di Gaza ha inflitto danni ambientali gravissimi e potenzialmente irreversibili, compresi il generale inquinamento di acqua, suolo e aria con sostanze tossiche, il collasso di infrastrutture fondamentali e massicce emissioni di anidride carbonica.

Gli effetti di questa catastrofe ambientale probabilmente replicheranno quelli di precedenti conflitti che hanno comportato estese distruzioni ambientali, come ad esempio l’uso dell’agente orange da parte degli USA in Vietnam, che in un modo o nell’altro probabilmente verranno patiti dai cittadini israeliani negli anni o decenni a venire.

Nel futuro prevedibile questo impatto fondamentale su Israele potrebbe includere crisi della sanità pubblica, inquinamento delle acque, effetti agricoli ed economici negativi, un crescente contributo al cambiamento climatico, per non parlare delle preoccupazioni per la sicurezza derivanti dalla deliberata creazione a Gaza di un ambiente inabitabile.

Come hanno già messo in guardia un decennio fa alcune organizzazioni ambientaliste israeliane, le acque reflue non trattate da Gaza che scorrono nel Mediterraneo sono una bomba a orologeria. In seguito alla devastazione di Gaza, la distruzione degli impianti di trattamento delle acque di scarico crea un significativo rischio di malattie infettive, persino il colera, che potrebbero diffondersi lungo la costa. In più, il potenziale inquinamento con acqua di mare, metalli pesanti e prodotti chimici degli acquiferi costieri condivisi pone una minaccia a lungo termine alle riserve di acqua dolce di Israele.

La scomoda verità è che l’inquinamento dell’acqua, come l’ecocidio, non conosce frontiere.

  • Autore di The Fall of Israel (La Caduta di Israele] (2024) e di The Obliteration Doctrine [la Dottrina della Distruzione] (2025) il dottor Dan Steinbock è il fondatore di Difference Group e ha lavorato presso l’India, China and America Institute (US), lo Shanghai Institute for International Studies (China) e l’ EU Center (Singapore).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gaza è sopravvissuta per migliaia di anni. Non può essere cancellata da Trump e Israele

Soumaya Ghannoushi

25 febbraio 2025 – Middle East Eye

I palestinesi rimarranno sulla loro terra, abbandonarla significherebbe tradire tutti coloro che li hanno preceduti

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, noto per la sua mancanza di sensibilità storica, afferma che il miglior piano per Gaza sia “radere al suolo il sito e sbarazzarsi delle rovine degli edifici”, aprendo la strada a un’acquisizione americana e a un progetto di riqualificazione.

Il leader di Reform UK [partito politico britannico, populista e sovranista, ndt.] Nigel Farage ha fatto delle osservazioni altrettanto ignoranti, immaginando una Gaza con “casinò e vita notturna”, parlando con la disinvolta superiorità di un colonizzatore che crede che la storia inizi con i propri capricci.

Questa è la logica della conquista: Prima, invadere e distruggere, poi ergersi sulle rovine e dichiarare la terra vuota.

La lunga e sanguinosa tradizione del colonialismo parla attraverso questi politici: coloni che arrivano su coste devastate, massacrano i nativi, quindi annunciano la loro scoperta di una terra nuova, una terra senza passato.

Ma Gaza non è vuota. Gaza non è mai stata vuota.

Ciò che sta accadendo davanti agli occhi di tutto il mondo non è solo una guerra, ma un genocidio culturale, un tentativo calcolato di cancellare il passato di Gaza in modo da negare al suo popolo la rivendicazione del proprio futuro.

L’aggressione di Israele ha preso di mira non solo gli esseri viventi, ma la storia stessa. Più di 200 siti storici sono stati cancellati, non per caso, né come danno collaterale, ma attraverso una campagna deliberata per separare Gaza dal suo stesso passato.

Cancellato dalla mappa

Il porto di Antedone, risalente all’800 a.C., da cui un tempo salpavano le navi fenicie, è stato cancellato dalla mappa. La Grande Moschea, la più grande e antica di Gaza, è sopravvissuta agli imperi ma non a questa guerra.

La Chiesa di San Porfirio, dove i cristiani hanno pregato per secoli, è stata bombardata mentre i civili cercavano rifugio tra le sue antiche mura. Anche uno dei monasteri più antichi del mondo è stato danneggiato durante la guerra.

Risulta che a Gaza siano state attaccate più di 1.100 moschee, delle quali tre quarti completamente rase al suolo. Sono state distrutte anche tre chiese e sono stati presi di mira 40 cimiteri, oltre alle tombe disseppellite e ai corpi rubati, affermano i funzionari palestinesi.

Il passato stesso è stato disseppellito e profanato. Questa non è solo distruzione; è un tentativo di cancellare l’idea stessa che Gaza e la sua gente siano mai appartenute a questa terra.

Eppure Gaza era antica quando Roma era giovane. Era fiorente prima ancora che Londra e Parigi venissero persino immaginate. L’archeologo britannico Flinders Petrie ha fatto risalire l’esistenza di Gaza a 5.000 anni fa, a Tell el-Ajjul [sito archeologico nel deserto del Negev, ndt.], dove cananei, egiziani, filistei, persiani e greci hanno lasciato la loro impronta.

Nel primo millennio a.C. il regno di Ma’in dello Yemen, una delle prime civiltà arabe, fece di Gaza un polo commerciale da dove le merci partivano verso il Mediterraneo, l’Europa, l’Egitto e l’Asia.

Dopo che Hashim ibn Abd Manaf, il bisnonno del profeta Maometto, morì a Gaza la città divenne nota come Gaza Hashim in suo onore. Lì egli si assicurò la ricchezza dei Quraysh consentendo il commercio che in seguito avrebbe reso La Mecca un centro di scambi, un tragitto così importante che fu immortalato nella sura coranica Quraysh.

Anni dopo, durante la spedizione del profeta Maometto a Tabuk nel nono anno dall’Egira il vescovo di Gaza si recò da lui con un racconto straordinario. Informò il Profeta che quando il suo bisnonno Hashim morì a Gaza le sue ricchezze furono affidate alla custodia della chiesa locale. Il vescovo restituì quel deposito, che fu poi distribuito tra i capi [della dinastia] dei Banu Hashim.

Questo è uno degli innumerevoli aneddoti che fanno luce sui legami secolari e intimi tra cristiani e musulmani a Gaza.

Un attacco sistematico

Imperi nacquero e caddero. I bizantini costruirono chiese, gli ottomani eressero moschee e madrasse e i crociati presero possesso di Gaza, solo per essere respinti dal Saladino, che proseguì per liberare Gerusalemme.

A Gaza nacque al-Shafi’i, uno dei più grandi giuristi dellIslam, il cui desiderio per la sua terra natale non si affievolì mai: Anelo alla terra di Gaza, sebbene dopo la nostra separazione il silenzio mi tradisca”, disse una volta.

Eppure ora, nel mezzo dell’implacabile assalto israelo-americano, un conduttore di Fox News ha liquidato i palestinesi di Gaza come ignoranti”, ripetendo la stessa retorica coloniale da sempre usata per giustificare un genocidio.

Lobiettivo è chiaro: disumanizzare i palestinesi di Gaza, farli apparire primitivi, incapaci, indegni. Riducendoli a nulla, si induce il mondo a credere che, quando saranno spazzati via, non si sarà verificata alcuna grande perdita.

Ma la verità smaschera la menzogna.

La Palestina detiene uno dei più alti tassi di alfabetizzazione al mondo, intorno al 97%. Prima di questa guerra, Gaza aveva 12 università che hanno sfornato scienziati, medici, ingegneri e pensatori di fama mondiale. Tutte queste istituzioni sono state ora distrutte, perché un palestinese istruito è una minaccia, non per il mondo, ma per coloro che desiderano vederli cancellati.

Israele, oltre a bombardare le scuole di Gaza, ha sistematicamente ucciso accademici, scienziati e studiosi: il suo esercito ha ucciso più di 90 docenti universitari, insieme a centinaia di insegnanti e migliaia di studenti.

“Dovremo uccidere e uccidere”

Gaza non è solo una città. È la spina dorsale dell’identità nazionale palestinese.

Dopo la Nakba del 1948, quando 750.000 palestinesi furono cacciati dalle loro città e dai loro villaggi per consentire la creazione dello Stato di Israele, Gaza divenne l’ultimo rifugio per centinaia di migliaia di persone.

Dai suoi campi e dalle sue strade sono emersi i leader della lotta palestinese: tra i tanti, Yasser Arafat, Khalil al-Wazir (Abu Jihad), Salah Khalaf (Abu Iyad) e Sheikh Ahmed Yassin. E dal suo popolo nacque Said al-Muzayin, il poeta della rivoluzione, autore delle parole dell’inno nazionale palestinese.

Oggi a Gaza un ragazzino siede tra le rovine e la sua piccola figura è resa ancora più piccola dalla devastazione che lo circonda. La sua voce si alza, chiara, incrollabile e bellissima. Canta: “La mia patria, la mia patria, la mia patria è ciò che io sono”.

Le sue parole toccanti squarciano il silenzio, portando con sé decenni di lotta e resilienza. Non sta solo cantando; sta dichiarando una verità indistruttibile. I palestinesi sono la [loro] terra. Cancellare gli uni significa cancellare anche l’altra.

La distruzione di Gaza non è iniziata il 7 ottobre 2023, è sempre stata parte del piano di Israele sostenuto dall’occidente.

Due decenni fa lo stratega israeliano Arnon Soffer formulò una previsione agghiacciante per il futuro di Gaza: Quando 2,5 milioni di persone vivranno in una Gaza chiusa, sarà una catastrofe umana. Quella gente diventerà ancora più animalesca di quanto lo sia oggi, con laiuto di un folle Islam fondamentalista. La pressione al confine sarà impressionante. Scoppierà una guerra terribile. Quindi, se vogliamo rimanere in vita, dovremo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno.”

Prima gli israeliani hanno isolato Gaza. Poi l’hanno fatta morire di fame. Ora stanno cercando di spazzarla via.

Un calcolo cinico

La visione di Trump per Gaza è quella di uno sterminatore coloniale. Questa visione non si accontenta della sola morte, della distruzione delle case, della demolizione degli ospedali o del silenzio nelle aule dove un tempo germogliava il futuro. Non basta bombardare i vivi; questa visione mira a cancellare i morti, a trasformare Gaza in un vuoto, una terra senza passato, senza memoria, senza popolo.

Questo è lo stesso freddo calcolo che ha giustificato il massacro di milioni di indigeni nelle Americhe; la stessa mano spietata che in Australia ha spazzato via dalla loro terra antiche nazioni, sempre in nome della civiltà e del progresso. Le città sono state ridotte in polvere, le lingue inghiottite dal silenzio, la storia riscritta dalla penna del conquistatore.

Ogni monumento distrutto, ogni manoscritto strappato, ogni voce ridotta al silenzio è parte di un crimine antico e familiare, che non si limita a uccidere, ma nega persino che vi sia mai stato qualcosa da uccidere.

Oggi a Gaza un uomo di mezza età siede in silenzio sulle rovine della sua casa, con la polvere della distruzione appiccicata alla pelle. Quando gli viene chiesto perché non se ne va, perché rimane nell’ombra della devastazione, la sua risposta è pacata ma ferma: “Mio figlio è morto qui. Il suo sangue è stato versato qui. Le sue ossa giacciono sotto queste macerie. Seduto qui, mi sento vicino a lui”.

In quella singola frase si cela la ricchezza di mille storie non raccontate.

Per il mondo Gaza è solo macerie, rovine da sgomberare,ma per i palestinesi che vi vivono è terra sacra, dove i ricordi respirano sotto la polvere e il riso di chi non c’è più indugia nel silenzio.

Come possono abbandonare quel poco che resta dei loro cari? Come possono andarsene quando ogni pietra frantumata è una lapide?

Esilio e cancellazione

La gente di Gaza non si regge solo sulle rovine delle proprie case; si regge sulle rovine di una storia rubata, sui ricordi di città e villaggi cancellati dalla terra per far posto al sogno di altri. “Una terra senza popolo”, è stato detto loro.

“Non esiste un popolo palestinese”, dichiarò l’ex primo ministro israeliano Golda Meir, una donna che aveva lei stessa un passaporto palestinese prima della nascita dello Stato di Israele.

Essere esiliati è un crimine; essere cancellati un altro.

Ed è per questo che i palestinesi restano. Perché andarsene significherebbe arrendersi alla menzogna permettendo che la storia venga riscritta in loro assenza. Restano perché ogni pietra, ogni strada, ogni rovina sussurra il loro nome, e abbandonarla significherebbe tradire coloro che vi hanno camminato prima di loro.

Il mondo non deve permettere che questo genocidio culturale abbia successo. Gaza deve essere ricostruita, non cancellata.

Gaza non è rovine. Gaza non è il nulla. Gaza è patrimonio dell’umanità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice anglo-tunisina ed esperta di politica mediorientale. I suoi lavori giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti può essere trovata su soumayaghannoushi.com e all’indirizzo X @SMGhannoushi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La distruzione del patrimonio culturale a Gaza mira a cancellare – e sostituire – la storia della Palestina

Pilar Montero Vilar

9 ottobre 2024 – The Conversation

Nel 2016 il fotografo inglese James Morris ha dato alle stampe Time and Remains of Palestine (Il tempo e le rovine della Palestina). Le immagini riprodotte in questo libro testimoniano dell’assenza di monumenti architettonici e degli invisibili momenti di storia sepolti tra le macerie e la desolazione della Palestina.

Crocevia tra l’Asia e l’Africa, la Palestina è sempre stata un’area di grande importanza strategica e nel corso della storia è stata abitata da diverse civiltà. Questo vuoto pertanto non si spiega se non con una falsa storia, che origina direttamente dal movimento dei coloni israeliani, il quale cerca di distruggere le tracce materiali di altre culture perché rimandano a un passato molto più complesso di quanto essi vorrebbero ammettere.

Questa complessità è stata minuziosamente dimostrata in un rapporto di Forensic Architecture su un sito archeologico noto come il porto di Anthedon, antico porto marittimo di Gaza, abitato per la prima volta tra il 1100 e l’800 a.C. [agenzia di ricerca multidisciplinare fondata nel 2010 dall’architetto e ricercatore di origine israeliana Eyal Weizman, , fa parte del Comitato Consultivo Tecnologico della Corte Penale Internazionale, ndt]

Ottobre 2023: il costo umano ha la precedenza su quello culturale

Il 7 ottobre 2023, il giorno dopo il 50esimo anniversario della guerra dello Yom Kippur, gli israeliani celebravano la festività di Simchat Torah (Gioia della Torah). Nel frattempo, il muro costruito da Israele all’interno della Striscia di Gaza veniva superato da più di 1200 membri di Hamas in un attacco a sorpresa. Hanno rapito più di 200 persone e lasciato dietro di sé almeno 1.200 morti e quasi 3500 feriti.

Israele ha prontamente dichiarato lo stato di guerra per la prima volta dal 1973. Il conflitto, che ha da poco superato l’anno di durata, è diventato una catastrofe umanitaria di proporzioni inaudite per 2,3 milioni di palestinesi. I numeri sono sconcertanti: più di 41.000 morti, di cui più di 14.000 bambini, quasi 100.000 feriti e più di due milioni di sfollati.

Un mese dopo lo scoppio della guerra, in occasione della sua 42esima Conferenza Generale, l’UNESCO ha dichiarato che “l’attuale distruzione e annientamento della cultura e del patrimonio a Gaza sono ancora da quantificare, poiché tutti gli sforzi al momento sono concentrati sul salvataggio di vite umane”.

Monitorare il disastro

Le proporzioni della catastrofe umanitaria di Gaza hanno fatto sì che la distruzione su vasta scala di elementi significativi della storia e dell’identità palestinesi potesse passare facilmente in secondo piano. Tuttavia, nell’aprile 2024 il Servizio d’Azione Mine delle Nazioni Unite [agenzia per l’eliminazione delle minacce di mine ed esplosivi, n.d.t.] ha stimato che “a Gaza ogni metro quadrato interessato dal conflitto contiene circa 200 Kg di macerie”.

I beni culturali sono stati un obbiettivo dell’offensiva israeliana sin dall’inizio del conflitto e già a novembre la devastazione delle città settentrionali della Striscia superava di gran lunga quella causata dal famigerato bombardamento di Dresda nel 1945. Non possiamo dimenticare che la Striscia di Gaza è soltanto una ristretta area costiera che misura all’incirca 365 km², ricca di siti storici e archeologici, che la comunità internazionale ha riconosciuto come territorio occupato dal 1967.

Nell’ultimo secolo la ricerca ha individuato a Gaza almeno 130 siti che, in qualità di occupante, Israele è tenuto dalla legge internazionale a proteggere, insieme al resto del patrimonio naturale e culturale della zona. Questi obblighi sono sanciti dalle seguenti convenzioni: Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio (1948); Convezioni di Ginevra (1949) e loro allegati; Convenzione dell’Aja per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (1954).

Fino al 17 settembre 2024, l’UNESCO ha accertato il danneggiamento di 69 siti: 10 luoghi di culto, 43 edifici di interesse storico e artistico, due depositi di beni culturali mobili, sei monumenti, un museo e sette siti archeologici. Altri documenti riportano un numero molto più alto di siti interessati. Queste valutazioni sono effettuate in condizioni molto difficili, sotto un bombardamento costante, grazie a testimonianze e studi sul campo e sono corroborate da immagini satellitari.

Un esempio particolarmente eclatante di un sito ridotto in macerie è la Grande Moschea di Gaza, considerata da molti la più antica moschea del territorio oltre che simbolo di resilienza. Anche la Chiesa di San Porfirio – la più antica chiesa cristiana a Gaza, costruita dai crociati nel 1150 – è stata colpita dagli attacchi aerei israeliani.

Anche se Israele non aderisce all’UNESCO – che ha lasciato nel 2018, dopo che gli Stati Uniti sotto la guida di Trump hanno fatto lo stesso – esso è tuttavia vincolato a preservare il patrimonio culturale dalla Convenzione dell’Aja. L’articolo 4 della Convenzione stabilisce che: “Le Alte Parti Contraenti s’impegnano a rispettare i beni culturali, situati sia sul loro proprio territorio, che su quello delle Alte Parti Contraenti, astenendosi dall’utilizzazione di tali beni e delle loro immediate adiacenze, o dei loro dispositivi di protezione, per scopi che potrebbero esporli a distruzione o a danneggiamento in casi di conflitto armato, ed astenendosi da ogni atto di ostilità a loro riguardo.”

La Convenzione dell’Aja ha compiuto settant’anni nel 2024, ma i siti patrimonio culturale UNESCO sono ancora drammaticamente sottoprotetti dai conflitti armati in tutto il mondo.

Genocidio umanitario e culturale

La distruzione del patrimonio culturale di Gaza è legata alla crisi umanitaria in corso. Questo legame è riconosciuto dalla Corte Penale Internazionale, la quale sancisce: “I crimini contro il patrimonio culturale o che lo interessano toccano spesso la nozione stessa di essere umano, talvolta erodendo intere porzioni di storia, ingegno e creazione artistica dell’umanità”.

Molti resoconti e articoli indipendenti hanno cominciato a distinguere specifici aspetti della distruzione a Gaza e a parlare non solo di genocidio, ma anche di genocidio culturale, urbicidio, ecocidio, domicidio e scolasticidio.

Il 29 dicembre 2023 la Repubblica del Sudafrica ha adito la Corte Internazionale di Giustizia, accusando Israele di aver violato la Convenzione sul Genocidio del 1948 nei confronti dei palestinesi di Gaza.

Tra le prove a sostegno della tesi del Sudafrica, Israele è accusato di attaccare infrastrutture al fine di provocare la distruzione fisica del popolo palestinese, attacchi che hanno lasciato in rovine almeno 318 luoghi di culto cristiani e musulmani insieme a numerosi archivi, biblioteche, musei, università e siti archeologici. Tutto ciò si aggiunge alla distruzione del popolo stesso che ha creato il patrimonio palestinese.

Gaza: un unico grande obbiettivo militare

Nel suo rapporto pubblicato il primo luglio 2024, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, sottolinea come Israele abbia trasformato Gaza nella sua totalità in un “obbiettivo militare”. L’esercito israeliano attribuisce arbitrariamente a moschee, scuole, strutture delle Nazioni Unite, università e ospedali un legame con Hamas, giustificando così la loro distruzione indiscriminata. Dichiarando questi edifici obiettivi legittimi, si sbarazza di ogni distinzione tra obbiettivi civili e militari.

Anche se gli attacchi di Israele contro il patrimonio culturale della Palestina non sono un fenomeno nuovo, l’attuale livello di distruzione nei centri urbani di Gaza è inaudito.

Secondo Albanese, Israele sta cercando di mascherare le proprie intenzioni facendo uso della terminologia della legge umanitaria internazionale. Esso giustifica in tal modo l’uso letale della violenza contro qualsiasi civile palestinese, perseguendo al contempo politiche finalizzate alla distruzione generalizzata del patrimonio e dell’identità culturali palestinesi.

Il suo rapporto conclude inequivocabilmente che le azioni del regime israeliano sono mosse da una logica genocida, una logica che è parte integrante del suo progetto di colonizzazione. Il suo scopo ultimo è di espellere il popolo palestinese dalla sua terra e di spazzare via ogni traccia della sua cultura e della sua storia.

Pilar Montero Vilar,Professoressa ordinaria, principale ricercatrice dell’Osservatorio di Emergenze nel Patrimonio Culturale (www.oepac.es) dell’università Complutense di Madrid

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La distruzione dei tesori delle molte culture di Gaza

Ibtisam Mahdi 

17 febbraio 2024 +972 Magazine

La guerra di Israele ha ridotto in rovine il ricco patrimonio di migliaia di anni a Gaza, e gli esperti palestinesi denunciano la distruzione come genocidio culturale

Dall’inizio dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza gli innumerevoli tesori del patrimonio culturale palestinese sono stati danneggiati o distrutti. Come gran parte del resto dell’enclave assediata, questi inestimabili e amati monumenti della storia del nostro popolo – siti archeologici, strutture religiose millenarie e musei con antiche collezioni – ora giacciono in rovina.

Il patrimonio culturale è una componente essenziale dell’identità di una nazione e ha un enorme significato simbolico, riconosciuto e protetto da innumerevoli convenzioni, trattati e organismi internazionali. Eppure il martellamento di Gaza da parte di Israele, giunto ormai al quinto mese, mostra uno spietato disprezzo per queste testimonianze della millenaria storia culturale di Gaza – a tal punto che potrebbe consistere in un genocidio culturale.

I ricercatori stanno cercando disperatamente di catalogare questi siti e di accertare il loro stato attuale, ma non riescono a tenere il passo con il ritmo della carneficina. E mentre la perdita di vite umane è la più grande tragedia di qualsiasi guerra, la distruzione da parte di Israele del patrimonio culturale materiale di Gaza raggiunge più o meno lo stesso obiettivo: la cancellazione del popolo palestinese. In effetti, molti degli intervistati in questo articolo ritengono che sia proprio questo il motivo per cui questi siti vengono presi di mira.

Tesori nazionali

Hamdan Taha è un rinomato studioso, archeologo ed ex direttore generale del Dipartimento palestinese delle Antichità di Gaza. Dopo essere riuscito a lasciare la Striscia, in un’intervista a +972 Magazine ha sottolineato il profondo ruolo storico e di civiltà svolto dalla Palestina in generale, e da Gaza in particolare, nonostante le piccole dimensioni geografiche.

Gaza è stata testimone di mescolanze culturali in cui le civiltà si sono intrecciate, dando origine a un patrimonio culturale ricco e diversificato”, ha spiegato. Taha ha sottolineato in particolare il porto di Gaza, che per secoli è stato un importante snodo commerciale attraverso il Mediterraneo e fulcro del suo multiculturalismo.

Il patrimonio culturale riflette la nostra identità nazionale”, ha continuato. “È la testimonianza delle epoche storiche e delle civiltà che hanno attraversato la nostra Patria. È tesoro nazionale”.

Secondo Taha, l’importanza nazionale di questi siti e il loro potenziale nel portare turismo e rilanciare l’economia di Gaza “ha portato Israele a distruggere intenzionalmente edifici storici e archeologici, con l’obiettivo di cancellare il legame tra il popolo di Gaza, la sua terra e la sua storia.” Israele, ha aggiunto Taha, “vuole scollegare il popolo di Gaza dalla storia del territorio, cercando allo stesso tempo di creare una propria narrativa di legame con il luogo”.

Durante la guerra su Gaza del 2014, Taha e altri archeologi formarono un comitato per valutare ufficialmente i danni causati dagli attacchi israeliani. Hanno lavorato per restaurare e catalogare tutte le antichità di Gaza, in parte per prepararsi a futuri bombardamenti. Eppure la portata della guerra attuale ha sopraffatto i loro sforzi.

Dato il continuo bombardamento della Striscia dal 7 ottobre è stato incredibilmente difficile per Taha e altri esperti valutare l’entità del danno, nonostante i migliori sforzi degli studiosi palestinesi e stranieri che stanno monitorando la situazione da remoto.

“La maggior parte delle informazioni che otteniamo provengono da giornalisti e persone che catturano immagini casualmente e fugacemente, ha spiegato. “E facciamo affidamento sulle informazioni fornite dai residenti che vivono nelle vicinanze delle aree prese di mira e sulle notizie dell’ultima ora”. Da questi resoconti sembra che i bombardamenti israeliani abbiano lasciato poco dietro di sé.

Per gli esperti è difficile documentare mentre vengono presi di mira”

Uno dei fotoreporter che documentano questo disastro è Ismail al-Ghoul, che attualmente risiede a Gaza City e lavora per Al Jazeera. Ha fotografato le rovine della chiesa bizantina antica di 1.600 anni nel distretto di Jabalia e l’hammam al-Sammara, un “bagno turco” secolare nel quartiere di Zeitoun.

L’ultimo hammam storico rimasto nella Striscia di Gaza, con una storia che dura da quasi mille anni, ora giace in totale rovina”, ha lamentato. “La maggior parte delle persone a Gaza frequentavano questo hammam e vi vivevano un’esperienza bellissima e indimenticabile. Anche i visitatori di Gaza cercavano di sperimentare le sue famose proprietà curative e terapeutiche”.

Al-Ghoul ha anche fotografato le rovine del Qasr al-Basha (Palazzo del Pascià) del XIII secolo, che si distingueva per la notevole conservazione dei dettagli architettonici. Più del 90% del palazzo è stato distrutto dai bombardamenti israeliani e dalle successive demolizioni, lasciandone in piedi solo una piccola parte. 

Nonostante la dedizione di fotoreporter come al-Ghoul, la guerra ha reso impossibile documentare l’intera portata dei danni. “È difficile per gli esperti tenere il conto mentre si trovano essi stessi in una condizione di sfollamento, presi di mira e costretti a spostarsi continuamente da un luogo all’altro”, ha spiegato Taha. “Abbiamo perso più di 10 esperti di antichità, tra cui quattro archeologi”.

Tra gli altri siti del patrimonio che si conferma abbiano subito gravi danni c’è la Grande Moschea Omari, la più grande e antica del nord di Gaza, con una storia che, secondo alcuni resoconti, risale a 2.500 anni fa. L’intera struttura è stata distrutta, tranne il solo minareto. La moschea incarnava la ricca e diversificata storia della Striscia: originariamente un antico tempio pagano, fu successivamente trasformato in chiesa bizantina e infine convertita in moschea durante le conquiste islamiche.

Anche la moschea Sayyed Hashim di Gaza City è stata gravemente danneggiata. Situata nella città vecchia, la moschea ospitava la tomba di Hashim ibn Abd Manaf, il nonno del profeta Maometto, così strettamente identificato con la città che nella letteratura palestinese viene spesso definita “la Gaza di Hashim”. Anche la Chiesa di San Porfirio, localmente chiamata “Chiesa greco-ortodossa” – che, costruita nel 425 d.C., era una delle chiese più antiche del mondo – è stata danneggiata e uno degli edifici nel comprensorio della chiesa è stato completamente distrutto. 

Taha ha sottolineato che i danni non sono limitati esclusivamente al nord della Striscia. Il Museo di Rafah, nel sud di Gaza, l’unico museo della zona, è stato completamente distrutto. Il Museo Al Qarara vicino a Khan Younis, che aveva una collezione di circa 3.000 manufatti risalenti ai Cananei, la civiltà dell’età del bronzo che visse a Gaza e in gran parte del Levante nel II secolo a.C., è stato gravemente danneggiato. Anche il santuario di Al-Khader nella città della zona centrale Deir al-Balah, che riveste un significato speciale in quanto primo e più antico monastero cristiano costruito in Palestina, è stato danneggiato nel bombardamento di un’area vicina.

In tutta la Striscia, Israele ha danneggiato e distrutto siti storici secolari come sono quelli affiliati all’Islam e al Cristianesimo. Tutto è un obiettivo.

Tutta la storia di Gaza è sull’orlo del collasso”

Haneen Al-Amassi, ricercatrice archeologica e direttrice esecutiva della fondazione Eyes on Heritage varata lo scorso anno, vede la distruzione dei siti archeologici come parte di una più ampia campagna contro l’esistenza dei palestinesi.

I siti archeologici sono prove fisiche e tangibili che attestano il diritto dei palestinesi alla terra di Palestina e la loro esistenza storica su di essa, dall’età della pietra ai giorni nostri”, ha detto a +972. “La distruzione di questi siti nella Striscia di Gaza in modo così brutale e sistematico è un tentativo disperato da parte dell’esercito di occupazione di cancellare le prove del diritto del popolo palestinese alla propria terra”.

Al-Amassi ha elencato numerose perdite significative. L’antico porto di Gaza, noto anche come porto di Anthedon o Al-Balakhiya, che risale all’800 a.C., è stato distrutto. Anche Dar al-Saqqa (casa Al-Saqqa) nel quartiere Shuja’iya, nella parte orientale di Gaza City, costruita nel 1661 e considerata il primo forum economico in Palestina, è stata gravemente danneggiata.

La distruzione di questi monumenti e siti archeologici, ha sottolineato Al-Amassi, rappresenta una perdita significativa per il popolo palestinese, che sarà difficile, se non impossibile, compensare. “È impossibile restaurare questi monumenti di fronte ai continui bombardamenti”, ha detto. “E con il vergognoso silenzio degli attori internazionali, ci saranno solo altri bombardamenti sui siti archeologici di Gaza. Tutta la sua storia e sacralità sono sull’orlo del collasso”.

Anche quando non sono l’obiettivo principale dei bombardamenti israeliani, i siti archeologici vengono comunque gravemente danneggiati. Al-Amassi piange il Museo Khoudary, noto anche come Mat’haf al-Funduq (Museum Hotel) nel nord di Gaza, che ospitava migliaia di pezzi archeologici unici, alcuni risalenti ai periodi cananeo e greco; il museo è stato notevolmente danneggiato dal bombardamento dell’adiacente moschea Khalid ibn al-Walid.

Allo stesso modo, il Khan di Amir Younis al-Nawruzi, un forte storico costruito nel 1387 nel centro della città meridionale di Khan Younis, è stato danneggiato quando è stato bombardato il vicino edificio del comune. Anche il Monastero di Sant’Ilarione a Tell Umm el-Amr vicino a Deir al-Balah, che risale a più di 1600 anni fa, e la Casa Al-Ghussein di Gaza City, un edificio storico risalente al tardo periodo ottomano, sono stati entrambi danneggiati quando sono state bombardate delle zone nelle vicinanze.

L’Euro-Med Human Rights Monitor, con sede a Ginevra, ha accusato Israele di “prendere di mira chiaramente e intenzionalmente tutte le strutture storiche della Striscia di Gaza”. Il Ministero del Turismo e delle Antichità di Gaza ha affermato lo stesso in un comunicato stampa di fine dicembre: “L’occupazione sta deliberatamente commettendo un massacro contro i siti storici e archeologici della città vecchia di Gaza, assassinando la storia e le tracce delle civiltà che sono passate attraverso la Striscia di Gaza per migliaia di anni.”

Tale distruzione, mirata o meno, costituisce una violazione della Convenzione dell’Aja del 1954, che mira a proteggere il patrimonio culturale sia in tempo di pace che in guerra. Al-Amassi spera che l’Autorità Palestinese includa queste violazioni nella sua petizione alla Corte Penale Internazionale.

Una decisa accelerazione di pratiche consolidate

Come hanno sottolineato numerosi ricercatori, la distruzione in corso a Gaza è in linea con la lunga storia delle pratiche di cancellazione e appropriazione israeliane. Eyad Salim, storico e ricercatore archeologo di Gerusalemme, ha elencato diversi siti del patrimonio che sono stati distrutti dalle forze israeliane dopo la Nakba del 1948.

Nei villaggi palestinesi distrutti nel 1948, le moschee, i santuari islamici e i siti del patrimonio culturale furono chiusi, distrutti o convertiti in sinagoghe”, ha detto. “Si tratta di una lunga e ampia questione .”

Altri esempi includono la distruzione dei quartieri Sharaf e Mughrabi insieme a molte tombe di musulmani giusti nella Città Vecchia di Gerusalemme all’indomani della guerra del 1967 al fine di creare una piazza di fronte al Muro del Pianto. Salim sottolinea che vari enti statali israeliani – l’esercito, l’Autorità per le Antichità e l’Amministrazione Civile – hanno tutti avuto un ruolo in questa distruzione e appropriazione.

Per attuare il piano di costruire il suo ‘Stato ebraico’, Israele deve confrontarsi con sfide identitarie, geografiche e demografiche”, ha continuato. “Quindi attribuisce a sé le città, i villaggi, i punti di riferimento urbani, la moda, il cibo, l’artigianato e le industrie tradizionali [palestinesi] promuovendoli nei forum internazionali e utilizzandoli come parte del suo progetto giudaizzante”.

Gran parte di questa obliterazione avviene in modo subdolo, semplicemente rendendo difficile la sopravvivenza delle istituzioni del patrimonio culturale palestinese. Ciò è particolarmente evidente a Gerusalemme, ha spiegato Salim, dove il Comune applica tasse irragionevolmente elevate, sorveglia le istituzioni culturali, richiede arbitrariamente informazioni, blocca i finanziamenti, minaccia chiusure e vieta qualsiasi segnale di sostegno ufficiale del governo palestinese ad istituzioni in Gerusalemme.

Ciò a cui stiamo assistendo attualmente a Gaza, tuttavia, è una forte accelerazione nella cancellazione del patrimonio palestinese da parte di Israele. E la rapida distruzione di così tanti siti preziosi durante le prime settimane di guerra ha innestato rapidamente una grande preoccupazione per gli archeologi e i ricercatori di tutto il mondo arabo.

L’11 e il 12 novembre l’Egitto ha ospitato la XXVI Conferenza Internazionale della Lega degli Archeologi Arabi, incentrata sulla solidarietà con il popolo di Gaza.

A rappresentare la Palestina c’era Husam Abu Nasr, uno storico di Gaza che stava accompagnando sua madre in Egitto per cure mediche quando è scoppiata la guerra. Abu Nasr ha presentato un rapporto sui musei della Striscia che fino a quel momento erano stati danneggiati dalla guerra, e la Lega ha istituito un fondo per sostenere la ricostruzione e il restauro di tutti i siti e le istituzioni del patrimonio, così come di tutte le istituzioni educative che sono state distrutte a Gaza. Ha anche promesso di fornire consulenza sugli sforzi di ripristino quando la guerra finirà.

Prendendo di mira edifici e siti storici, archeologi, accademici e i ricercatori, Israele cerca di cancellare l’identità palestinese e in particolare l’identità di Gaza, per renderla priva di storia e civiltà”, ha detto Abu Nasr a +972. “Israele vuole cancellare la nostra memoria nazionale, promuovere la distorsione dei fatti e combattere la narrativa palestinese”. Ciò, ha sottolineato, costituisce una violazione del diritto internazionale e umanitario.

Dando una prospettiva alla distruzione del patrimonio di Gaza da parte di Israele, Taha ha sottolineato che “le vite umane sono la cosa più importante, e nulla viene prima di esse. Ma allo stesso tempo preservare e proteggere il patrimonio e la cultura è parte integrante della protezione delle persone e della loro anima.

Non solo i palestinesi di Gaza, ma l’umanità intera subirà una grande perdita se Israele continuerà a distruggere il patrimonio culturale della Striscia di Gaza senza affrontarne le conseguenze”.

In una dichiarazione a +972, il portavoce dell’IDF ha affermato: “L’IDF evita il più possibile i danni alle antichità e ai siti storici. Come documentato e presentato dall’IDF durante la guerra, l’assimilazione e l’utilizzo di Hamas dell’ambiente civile avviene su vasta scala ed è senza precedenti.

“Hamas utilizza sistematicamente edifici pubblici che servono a scopi civili, compresi edifici governativi, istituzioni educative, istituzioni mediche, edifici religiosi e siti del patrimonio”, continua la dichiarazione. “Nell’ambito della distruzione delle capacità militari di Hamas, esiste, tra le altre cose, la necessità operativa di distruggere o attaccare le strutture in cui l’organizzazione terroristica colloca un’infrastruttura di combattimento. Ciò include le strutture che Hamas ha regolarmente riconvertito per combattere. L’IDF è impegnata nel rispetto del diritto internazionale e agisce in base ad esso e ai valori dell’IDF”.

Ibtisam Mahdi è una giornalista freelance di Gaza specializzata in reportage su questioni sociali, in particolare riguardanti donne e bambini. Lavora anche con organizzazioni femministe a Gaza per reportage e comunicazioni.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’arte dei bambini palestinesi mette in luce il genocidio culturale israeliano

Ramzy Baroud

7 marzo 2023 – Middle East Monitor

Il seguente messaggio di testo racconta l’intera storia di ciò per cui le comunità filo-palestinesi di tutto il mondo stanno combattendo e contro cui combattono i filo-israeliani: “Siamo lieti di annunciare che il Chelsea e il Westminster Hospital ha rimosso un’esposizione di opere d’arte disegnate da bambini provenienti da Gaza”.

Questo è il riassunto di una notizia pubblicata sulla homepage del gruppo lobbista filo-israeliano UK Lawyers for Israel [Avvocati Britannici per Israele, ndt.] (UKLFI). L’associazione è accreditata – se credito è la parola giusta – come lo schieramento che è riuscito a convincere l’amministrazione di un ospedale nella zona ovest di Londra a rimuovere alcune opere d’arte create dai bambini rifugiati nella Striscia di Gaza sotto assedio.

Per spiegare la logica alla base della loro incessante campagna per la rimozione dell’arte dei bambini, UKLFI ha affermato che i “pazienti ebrei” in ospedale “si sentivano vulnerabili e colpevolizzati dall’esibizione”. Le poche opere d’arte raffiguravano la Cupola della Roccia nella Gerusalemme Est occupata, la bandiera palestinese e altri simboli che non dovrebbero realmente “colpevolizzare” nessuno. L’articolo dell’ UKLFI è stato successivamente modificato, con la rimozione del riassunto offensivo, sebbene sia ancora accessibile sui social media.

Per quanto ridicola possa sembrare questa storia, in realtà è l’essenza stessa della campagna anti-palestinese lanciata da Israele e dai suoi alleati in tutto il mondo. Mentre i palestinesi si battono per i diritti umani fondamentali, la libertà e la sovranità come sancito dal diritto internazionale, il campo filo-israeliano si batte per la totale cancellazione di tutto ciò che è palestinese.

Alcuni chiamano ciò genocidio o etnocidio culturale. Sebbene i palestinesi abbiano familiarità con questa pratica israeliana in Palestina sin dall’inizio dello stato di occupazione, i confini della guerra sono stati ampliati per raggiungere qualsiasi parte del mondo, specialmente nell’emisfero occidentale.

La disumanità dell’UKLFI e dei suoi alleati è abbastanza palpabile, ma l’associazione non può essere l’unica da biasimare. Quegli avvocati non sono che la continuazione di una cultura coloniale israeliana che osserva l’esistenza stessa di un popolo palestinese, inclusa l’arte dei bambini rifugiati, attraverso una visione politica, come una “minaccia esistenziale” per lo stato di occupazione.

Il rapporto tra l’esistenza stessa di un Paese e l’arte dei bambini può sembrare assurdo, – e lo è – ma ha una sua, seppur strana, logica: finché questi bambini profughi si riconosceranno come palestinesi continueranno a vedere se stessi, ed essere considerati da altri, come parte di un tutto più grande, il popolo palestinese. Questa autoconsapevolezza e il riconoscimento da parte di altri – per esempio, pazienti e personale di un ospedale di Londra – di questa identità palestinese collettiva, rende difficile, di fatto impossibile, per Israele vincere.

Per palestinesi e israeliani la vittoria significa due cose completamente diverse, che sono conciliabili. Per i palestinesi la vittoria significa libertà per il popolo palestinese e uguaglianza per tutti. Per Israele la vittoria può essere raggiunta solo attraverso la cancellazione dei palestinesi sul piano geografico, storico, culturale e sulla base di ogni altro aspetto che potrebbe costituire parte dell’identità di un popolo.

Purtroppo il Chelsea and Westminster Hospital assume ora una parte attiva in questa tragica cancellazione dei palestinesi, allo stesso modo in cui nel 2018 Virgin Airlines [compagnia aerea privata britannica, ndt.] ha ceduto alle pressioni quando ha accettato di rimuovere il “cuscus di ispirazione palestinese” dal suo menu. All’epoca questa storia sembrò un bizzarro episodio del cosiddetto “conflitto israelo-palestinese”, anche se in realtà la vicenda rappresentava il nucleo stesso di questo “conflitto”.

Per Israele la guerra in Palestina ruota attorno a tre finalità fondamentali: acquisire terra; cancellare le persone; riscrivere la storia. Il primo obiettivo è stato in gran parte raggiunto attraverso un processo di pulizia etnica e di folle colonizzazione della Palestina dal 1947-48. L’attuale governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu spera solo di portare a termine questo processo. Il secondo compito va oltre la pulizia etnica, perché anche la semplice consapevolezza della loro identità collettiva da parte dei palestinesi, ovunque si trovino, costituisce un problema. Da qui il processo attivo del genocidio culturale. E sebbene Israele sia riuscito a riscrivere la storia per molti anni, questo compito viene ora sfidato, grazie alla tenacia dei palestinesi e dei loro alleati e al potere delle reti sociali e digitali.

I palestinesi sono senza dubbio i maggiori beneficiari dello sviluppo dei media digitali. Questi hanno contribuito al decentramento delle narrazioni politiche e persino storiche. Per decenni la conoscenza da parte dell’opinione pubblica di cosa rappresentino “Israele” e “Palestina” nell’immaginario dominante è stata ampiamente controllata attraverso una specifica narrazione approvata da Israele. Coloro che deviavano da questa narrazione venivano attaccati ed emarginati, e quasi sempre accusati di “antisemitismo”. Sebbene queste tattiche siano ancora scatenate contro i critici di Israele, il risultato non è più garantito.

Ad esempio, un singolo tweet che descrive la “gioia” dell’UKLFI ha ricevuto oltre 2 milioni di visualizzazioni su Twitter. Milioni di britannici indignati e utenti di social media in tutto il mondo hanno trasformato quella che doveva essere una vicenda locale in uno degli argomenti riguardanti Palestina e Israele più discussi in tutto il mondo. Com’era prevedibile, non molti utenti dei social media hanno condiviso la “gioia” dell’ UKLFI, costringendo così il gruppo di pressione a riformulare l’articolo originale. Ancora più importante, in un solo giorno milioni di persone sono venuti a conoscenza di un argomento completamente nuovo su Palestina e Israele: la cancellazione culturale. La “vittoria” si è trasformata in un’assoluta figuraccia per la lobby filo-israeliana, forse addirittura una sconfitta.

Grazie alla crescente popolarità della causa palestinese e all’impatto dei social media, le iniziali vittorie israeliane quasi sempre gli si ritorcono contro. Un altro esempio recente è stato il licenziamento e la rapida reintegrazione dell’ex direttore di Human Rights Watch [una delle principali ong per i diritti umani, ndt.] (HRW), Kenneth Roth. A gennaio, il dottorato di Roth presso la Kennedy School dell’Università di Harvard è stata revocato a causa del rapporto di HRW che definisce Israele un regime di apartheid. Un’importante campagna avviata da piccole organizzazioni di media alternativi ha portato in pochi giorni alla reintegrazione di Roth. Questo e altri casi dimostrano che criticare Israele non determina più la fine di una carriera, come spesso accadeva in passato.

Israele continua ad impiegare tattiche obsolete per controllare il confronto e la narrazione sulla sua occupazione della Palestina. Sta fallendo perché quelle tattiche tradizionali non possono più funzionare in un mondo moderno in cui l’accesso alle informazioni è decentrato e dove nessuna censura può controllare il confronto. Per i palestinesi questa nuova realtà è un’opportunità per ampliare la loro rete di sostegno in tutto il mondo. Per Israele la missione è fragile, soprattutto quando le vittorie iniziali possono diventare in poche ore sconfitte totali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)