Secondo i media israeliani Netanyahu si appresterebbe alla totale occupazione di Gaza

Redazione di MEE

5 agosto 2025  Middle East Eye

Fonti anonime vicine a Benjamin Netanyahu lunedì hanno riferito ai media locali che il primo ministro ora preme per la totale occupazione della Striscia di Gaza.

L’emittente Canale 12 ha citato le parole di “personaggi di spicco dell’ufficio del primo ministro: “La decisione è stata presa, Israele va verso l’occupazione della Striscia di Gaza.”

Il canale riferisce che i ministri che hanno parlato con Netanyahu – che è attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra – hanno affermato che ha deciso di ampliare l’offensiva militare a Gaza, che negli ultimi mesi è stata perlopiù ferma.

Secondo quanto riportato, ha usato esplicitamente il termine “occupazione della Striscia” nel corso di conversazioni con diversi membri del gabinetto.

Il sito web di notizie Ynet, citando anch’esso fonti vicine a Netanyahu, ha riferito analogamente che Israele si sta preparando alla “totale occupazione della Striscia di Gaza.”

Questo comporterebbe espandere le operazioni di terra in aree in cui si pensa siano tenuti gli ostaggi e in luoghi in cui le truppe israeliane non operano da oltre un anno, compresa la parte occidentale di Gaza City e i campi profughi al centro della striscia.

Le indiscrezioni che citano fonti vicine all’ufficio del primo ministro sono consuete nei media israeliani e spesso vengono interpretate come provenienti direttamente dallo stesso Netanyahu.

La scorsa settimana media israeliani hanno riferito che Netanyahu aveva affermato che il suo governo annetterà parti della Striscia di Gaza se non verrà raggiunto un accordo di cessate il fuoco con Hamas.

Middle East Eye non ha potuto verificare in modo indipendente la credibilità delle fonti citate dai media israeliani.

Stanchezza delle truppe

La simultanea fuga di notizie dello scorso lunedì giunge in un momento in cui si segnalano tensioni tra Netanyahu e il capo di stato maggiore dell’esercito di Israele, Eyal Zamir.

Secondo media israeliani Zamir è contrario all’ espansione dell’invasione di terra a Gaza, preoccupato per l’incolumità dei prigionieri israeliani e per la crescente stanchezza tra le truppe.

Secondo le fonti Zamir dovrebbe dimettersi se non fosse d’accordo con l’occupazione di Gaza.

Inoltre, Ynet ha riferito che Netanyahu ha deciso di ampliare l’aggressione a Gaza dopo il via libera da parte del presidente USA Donald Trump.

L’emittente pubblica di Israele Kan 11 ha riferito che Netanyahu ha convocato una riunione del gabinetto di sicurezza per discutere la possibile espansione della guerra.

L’emittente ha aggiunto che i vertici della sicurezza si oppongono all’incursione sul terreno in aree dove si trovano i prigionieri temendo di mettere a rischio la loro vita.

Canale 12 ha anche citato una fonte della sicurezza vicina ai negoziatori secondo cui Israele stava per raggiungere un accordo parziale con Hamas, ma “il governo si è affrettato a respingerlo.”

Lo scorso mese Israele e Hamas hanno tenuto una serie di colloqui indiretti per il cessate il fuoco e uno scambio di prigionieri.

Tuttavia, sia Israele che il suo principale sostenitore, gli Stati Uniti, si sono improvvisamente ritirati dai colloqui, nonostante notizie che indicavano ci fossero stati dei progressi.

Dall’inizio della guerra 22 mesi fa le forze israeliane hanno ucciso più di 60.000 palestinesi, compresi almeno 18.000 bambini, in bombardamenti indiscriminati e continui.

La guerra è stata ampiamente descritta come genocidio, e Israele è stato accusato di prendere deliberatamente di mira i civili, di bombardare gli ospedali e di usare la fame come arma, oltre a molte altre presunte violazioni di diritti umani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele distrugge oltre 1.000 camion di aiuti mentre Gaza affronta una carestia catastrofica

Redazione di Palestine Chronicle

26 luglio 2025 – Palestine Chronicle

L’esercito israeliano ammette di aver distrutto vaste scorte di cibo e medicine destinate a Gaza mentre i morti per fame aumentano e cresce l’indignazione globale.

In un netto inasprimento della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza sotto assedio, l’emittente israeliana KAN ha confermato che l’esercito israeliano ha distrutto decine di migliaia di pacchi di aiuti, tra cui grandi quantità di cibo e medicine, destinati alla popolazione affamata del territorio.

Citando fonti dell’esercito israeliano, il servizio ha rivelato che il carico di più di 1.000 camion di aiuti umanitari è stato deliberatamente distrutto.

Le stesse fonti hanno dichiarato: “Ci sono migliaia di pacchi lasciati sotto al sole e se non saranno trasportati a Gaza saremo costretti a distruggerli”. Nonostante la crescente pressione internazionale affinché gli aiuti siano consegnati, le autorità israeliane hanno sostenuto che la distruzione [degli aiuti] fosse dovuta a presunte carenze “nel meccanismo di distribuzione”.

Compiuto al culmine di ciò che gli esperti umanitari e le organizzazioni internazionali definiscono una carestia senza precedenti, tale atto ha suscitato un’ondata di condanne. L’intera popolazione della Striscia di Gaza, oltre 2,3 milioni di persone, è stata spinta al limite della sopravvivenza da più di 21 mesi di guerra, assedio e politiche di sistematica privazione del cibo.

I resoconti provenienti da Gaza descrivono una realtà sempre più tetra: persone che sopravvivono nutrendosi di cibo per animali, erba, o addirittura nulla. Le famiglie sfollate ormai si cibano di bucce di patate, erbacce e farina ricavata da foglie di mais essiccate poiché l’accesso ai generi alimentari di base è diventato pressoché impossibile. Negli ospedali e nei rifugi i medici riferiscono un aumento nei decessi per malnutrizione, in particolar modo tra i bambini, gli anziani e i pazienti affetti da patologie croniche.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza 122 persone, per lo più bambini, hanno già perso la vita per cause legate alla fame. I dati più recenti rivelano che l’11,5% dei minori soffre di malnutrizione acuta grave, una percentuale classificata come catastrofica dagli standard sanitari globali. Le organizzazioni umanitarie avvertono che queste cifre sottostimano probabilmente la reale portata della tragedia, dato il collasso del sistema sanitario e dei meccanismi di monitoraggio nella maggior parte del territorio.

La distruzione degli aiuti umanitari non è un episodio isolato ma rientra in un più ampio schema di ostruzionismo. Israele mantiene un blocco ferreo sulla Striscia di Gaza da quasi vent’anni, ma le condizioni sono peggiorate drasticamente dall’inizio della guerra.

Le ONG internazionali e le agenzie dell’ONU hanno ripetutamente accusato il governo israeliano di bloccare o ritardare le spedizioni di aiuti, a volte per settimane, mentre decine di migliaia di tonnellate di generi alimentari, acqua e attrezzature mediche marciscono ai valichi di frontiera.

Le richieste di assunzione di responsabilità si fanno sempre più insistenti. In un’intervista concessa ad Al Jazeera questa settimana, Michael Fakhri, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’alimentazione, ha condannato senza mezzi termini le azioni di Israele.

“Servono sanzioni, subito”, ha dichiarato. “Le condanne non bastano più. Israele sta ostacolando l’ingresso degli aiuti, che si accumulano ai confini sotto gli occhi del mondo intero.”

Fakhri ha sottolineato che le organizzazioni umanitarie non possono operare liberamente e che la fame inflitta alla popolazione di Gaza deve essere riconosciuta come una forma di punizione collettiva e potenzialmente uno strumento di genocidio. Ha aggiunto che una pressione continua da parte araba e internazionale è essenziale per spezzare l’assedio e garantire aiuti immediati.

Nel frattempo, l’indignazione pubblica esplode in tutto il mondo. Negli ultimi giorni enormi manifestazioni hanno riempito le piazze di grandi città, da Londra, New York e Parigi a Istanbul e Johannesburg, con i dimostranti che chiedono un cessate il fuoco immediato, la fine del blocco e l’accesso umanitario completo e senza restrizioni a Gaza.

Questi sviluppi arrivano in un momento di crescente attenzione per il governo israeliano, che si trova sempre più isolato a livello diplomatico. Diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno accusato Israele di usare la fame come arma di guerra.

Un numero crescente di giuristi e funzionari ONU sostiene che le azioni israeliane possano costituire una violazione della Convenzione sul Genocidio e del diritto internazionale umanitario.

Nonostante ciò, le autorità israeliane continuano a negare ogni responsabilità. I portavoce del governo sostengono che la mancata distribuzione degli aiuti dipenda dal collasso delle infrastrutture civili a Gaza, omettendo però il fatto che gran parte di tali infrastrutture è stata deliberatamente colpita e distrutta dai bombardamenti israeliani.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Attacchi aerei a “doppio colpo”: come Israele colpisce i tentativi di soccorso a Gaza

Yuval Abraham

24 luglio 2025 +972Mag

Un’indagine rivela che, dopo i bombardamenti, l’esercito israeliano spara sistematicamente sui soccorritori, i paramedici e altri civili palestinesi per impedire loro di salvare i feriti.

“Salvatemi! Sono debole e non posso resistere ancora a lungo”. Queste sono alcune delle ultime parole di Hala Arafat, 35 anni, filmata la scorsa settimana mentre era intrappolata sotto le macerie della casa di famiglia nel nord di Gaza, colpita da un attacco aereo israeliano. Ma l’esercito israeliano si è assicurato che nessuno potesse salvarla, sparando con droni a chiunque si avvicinasse alla zona sino a otto ore dopo il bombardamento iniziale. Qualche tempo dopo la registrazione del video Hala è morta, insieme ad altri 13 membri della famiglia uccisi nell’attacco, tra cui sette bambini.

Un’inchiesta di +972 Magazine e Local Call, basata su conversazioni con cinque fonti di sicurezza israeliane, dichiarazioni di testimoni oculari e personale di soccorso palestinesi e l’esame di decine di casi simili al bombardamento della famiglia Arafat, rivela che l’esercito ha adottato la pratica nota come attacchi “doppio colpo” come procedura standard a Gaza.

Per aumentare la probabilità che un obiettivo muoia, l’esercito effettua regolarmente attacchi aggiuntivi nell’area del bombardamento iniziale, a volte uccidendo intenzionalmente paramedici e altri soggetti coinvolti nelle operazioni di soccorso.

Le fonti affermano che la procedura del doppio colpo viene solitamente impiegata durante attacchi aerei “imprecisi”, quando l’esercito non è sicuro di aver colpito il bersaglio designato o se il bersaglio fosse effettivamente presente. Impedire il salvataggio dei feriti da sotto le macerie, inoltre, significa che il bersaglio, se presente, probabilmente morirà comunque per le ferite riportate, per soffocamento dovuto ai gas tossici o per fame e sete.

Una fonte che ha assistito agli attacchi a doppio colpo dalle sale di coordinamento degli attacchi presso il Comando Sud dell’esercito israeliano, note come cellule d’attacco, ha dichiarato a +972 e Local Call che l’esercito sa che la pratica è una condanna a morte per decine, e a volte centinaia, di civili feriti intrappolati sotto le macerie, e per i loro potenziali soccorritori.

“Se l’attacco è su un comandante di grado superiore, ne verrà subito effettuato un altro per garantire che non vengano operati soccorsi”, ha spiegato. “I primi soccorritori, le squadre di soccorso… li ammazzano. Colpiscono di nuovo, su di loro”.

Secondo questa fonte, gli attacchi secondari a cui ha assistito sono stati effettuati dall’Aeronautica Militare con l’ausilio di droni, senza sapere chi fossero le vittime: avrebbero potuto essere “squadre di soccorso di Hamas” intervenute per soccorrere l’obiettivo principale ma anche personale della Protezione Civile, paramedici della Mezzaluna Rossa o parenti e vicini che stavano semplicemente cercando di salvare i loro cari.

Una seconda fonte ha preso parte al doppio attacco che ha ucciso il comandante di Hamas Ahmed Ghandour in un complesso sotterraneo a nord di Gaza nel novembre 2023 (che ha ucciso per asfissia anche tre ostaggi israeliani tenuti insieme a lui). La fonte ha affermato che, dopo il bombardamento iniziale, i militari hanno colpito “persone che si trovavano nella zona e che uscivano da una casa vicina” perché cercavano di salvare i feriti.

Secondo la fonte, non c’erano “prove” che quelle persone fossero affiliate ad Hamas. Ha aggiunto che, poiché, come rivelato da +972 e Local Call in una precedente inchiesta, il bombardamento di tunnel sotterranei rilascia gas tossici che impiegano tempo a diffondersi e uccidono chiunque si trovi entro centinaia di metri, l’esercito ha ritenuto strategico impedire i soccorsi: senza aiuti, il bersaglio sarebbe morto lentamente a causa dei fumi.

Ma la pratica del doppio colpo è diffusa anche sul terreno, e non solo nei casi che coinvolgono alti esponenti di Hamas. Una terza fonte della sicurezza ha descritto come l’esercito abbia impedito alle ambulanze di raggiungere un luogo d’attacco dove dei bambini erano stati gravemente ustionati.

“Ricordo una donna che piangeva e urlava: il corpo di sua figlia era ustionato”, ha detto la fonte, che ha monitorato l’esito dell’attacco. “Sua figlia era ancora viva, implorava che qualcuno venisse a salvarla. Si sentivano le ambulanze che cercavano di entrare e non venivano lasciate entrare.”

“Impedire alle persone di avvicinarsi”

La tecnica del “doppio colpo” è considerata ampiamente illegale dal diritto internazionale, non solo perché prende deliberatamente di mira i primi a intervenire come giornalisti, soccorritori e medici, ma anche perché mira a scoraggiare del tutto gli sforzi di soccorso e causare ulteriori danni ai civili. Un rapporto del 2007 del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha definito il “doppio colpo” “la tattica preferita da Hamas”. Ma anche gli Stati Uniti li hanno impiegati: il Bureau of Investigative Journalism ha rivelato che tra il 2009 e il 2012 gli attacchi della CIA in Pakistan a doppio colpo con droni hanno ucciso almeno 50 civili che tentavano di salvare le vittime.

Anche la Russia ha effettuato attacchi a doppio colpo in Siria, incluso un attacco del 2019 al mercato di Idlib che ha causato la morte di 39 persone; l’Arabia Saudita ha utilizzato la tattica in Yemen, come nell’attacco del 2016 a un funerale a Sana’a, condotto con munizioni fornite dagli Stati Uniti e che ha causato la morte di 155 persone.

Tuttavia, mentre gli altri eserciti non hanno mai ammesso pubblicamente di aver utilizzato attacchi doppi, fonti militari israeliane hanno informato i media in Israele di aver colpito ripetutamente lo stesso punto per impedire l’arrivo delle squadre di soccorso durante l’assassinio di Mohammed Deif nel luglio 2024.

Secondo quanto riferito, l’Aeronautica Militare ha sganciato almeno cinque bombe sul campo profughi di Al-Mawasi nel tentativo di eliminare un comandante militare di Hamas, uccidendo 90 persone e ferendone circa 300. Fonti militari hanno ammesso che ulteriori attacchi sono stati effettuati specificamente per impedire ai soccorritori di raggiungere il sito.

“Il primo attacco ha colpito la parte dell’edificio in cui si trovava [Deif]”, si legge in un articolo di Itamar Eichner per il sito di notizie israeliano Ynet. “Il secondo attacco è stato con un missile che ha distrutto l’intero edificio. Il terzo ha creato una cintura di fuoco intorno all’area per impedire alle forze di arrivare e prestare soccorso”.

Un’indagine ottica del New York Times, basata su filmati, ha mostrato che dopo l’attacco iniziale l’esercito ha colpito di nuovo, questa volta contro i veicoli dei primi soccorritori. Uno dei soccorritori presenti sul posto, il responsabile della catena di approvvigionamento della Protezione Civile dott. Mohammed Al-Mourir, ha raccontato gli eventi a +972 e Local Call.

Il dr. Al-Mourir ha raccontato che, nel momento in cui sono arrivati sul posto, un missile sparato da un drone dell’Aeronautica Militare ha colpito l’ambulanza dietro di lui, uccidendo quattro soccorritori. Ha descritto la sua situazione, scioccato e impotente, mentre il suo amico veniva avvolto dalle fiamme: “Lo abbiamo visto bruciare vivo fino alla morte. Il fuoco lo ha consumato e noi siamo rimasti lì, a pochi metri di distanza, incapaci di fare nulla”.

Ma Al-Mourir ha dovuto ricomporsi subito. La folla intorno a lui implorava aiuto per cercare i propri familiari. I feriti gemevano di dolore sotto le macerie. È corso verso il campo di morte, trovandosi rapidamente a raccogliere parti di corpi per poter identificare i morti.

Ha detto di aver pianto, incapace di smettere di pensare ai suoi colleghi bruciati vivi e a come avrebbero reagito le loro famiglie. “Il nostro lavoro è umanitario”, ha detto, “ma fin dal primo giorno abbiamo saputo che avremmo potuto morire in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo”.

A maggio l’esercito israeliano ha assassinato Mohammed Sinwar, allora comandante dell’ala militare di Hamas, in una serie di attacchi aerei nei pressi dell’Ospedale Europeo di Khan Younis. Fonti militari hanno riferito che l’Aeronautica Militare ha effettuato ulteriori attacchi nella zona per “impedire alle persone di avvicinarsi”. Il giorno seguente, probabilmente a seguito di uno di questi attacchi, tre persone sono state uccise mentre si recavano all’ospedale.

Seguendo la stessa tecnica del doppio colpo usata negli attacchi imprecisi, una fonte della sicurezza ha dichiarato a Ynet che non era chiaro se Sinwar fosse morto sul colpo, ma “chiunque non fosse morto a causa dell’attacco è stato soffocato dai gas tossici”.

“Hanno colpito di nuovo mentre le persone erano ancora vive”

Gli attacchi a doppio colpo sono diventati particolarmente comuni negli ultimi mesi, da quando Israele bombarda le scuole di Gaza dove gli sfollati hanno cercato rifugio. A maggio, dopo un attacco a una scuola femminile a Jabalia, i residenti hanno riferito che l’esercito ha colpito di nuovo nello stesso punto per impedire ai soccorsi di salvare i bambini ustionati.

“Era l’1:30 di notte e un missile ha colpito la scuola di fronte a noi”, ha raccontato un testimone oculare ai media locali. “Tutte le aule stavano bruciando. Siamo scesi per soccorrere le persone.

“Mentre vedevamo i corpi bruciare e c’erano feriti che avremmo potuto portare in ambulanza, l’esercito ha chiamato [uno dei soccorritori per telefono] e ci ha detto: ‘Lasciate la scuola, perché la bombarderemo di nuovo’ “, ha continuato il testimone oculare. “Non siamo riusciti a recuperare i bambini ustionati e feriti. Hanno colpito di nuovo, [quando] c’erano ancora persone vive. Dopo il secondo bombardamento, erano morte.”

Ad aprile Israele ha bombardato la scuola di Dar Al-Arqam, seppellendo decine di palestinesi sotto le macerie. Circa 30 persone sono state uccise, tra cui molti bambini e una donna incinta di nove mesi di due gemelli. Poco dopo il loro arrivo sul posto i soccorritori hanno ricevuto una telefonata dall’esercito che intimava loro di andarsene poiché il sito sarebbe stato nuovamente bombardato. Nei filmati sul posto si vede uno dei soccorritori, l’operatore della Protezione Civile Nooh Al-Shagnobi, che insiste coraggiosamente a rimanere per estrarre un sopravvissuto dalle macerie, salvandogli la vita. “Dall’inizio della guerra si sono verificate migliaia di situazioni come questa, ma nessuno le ha filmate”, ha dichiarato in seguito.

Una fonte intervistata per questa inchiesta è stata recentemente interrogata sui bombardamenti alle scuole. Ha affermato che l’esercito ha istituito una cellula speciale per identificare sistematicamente le scuole, definite “centri di gravità” al fine di bombardarle, sostenendo che gli agenti di Hamas si nascondono tra le centinaia di civili.

Ma in molti casi di “doppio colpo” non sembrano esserci bersagli o obiettivi militari di alcun tipo. Uno dei casi documentati più strazianti di questa pratica è stato filmato da una giornalista palestinese, Wafaa Thaher, dalla sua finestra nel campo profughi di Jabalia nell’ottobre 2024.

Nel filmato il tredicenne Mohammed Salem è per strada ferito dopo un attacco aereo, incapace di muoversi, che urla e agita le mani in aria per chiedere aiuto. “Dio, è a pezzi”, ha detto la giornalista a suo padre, che era accanto a lei mentre filmava. Gli abitanti del quartiere hanno iniziato a radunarsi attorno al bambino, ma proprio mentre lo sollevavano sono stati colpiti da un secondo missile.

Salem è stato ucciso insieme a un secondo ragazzo, di 14 anni. L’esercito si è rifiutato di commentare l’incidente, avvenuto mentre stava attuando il Piano dei Generali per la pulizia etnica dei distretti settentrionali di Gaza.

“Sono andati a salvare le donne e sono stati martirizzati”

A gennaio un portavoce della Protezione Civile di Gaza ha dichiarato in una conferenza stampa che 99 membri del personale dell’organizzazione erano stati uccisi dall’inizio della guerra. Il dr. Al Mourir ha dichiarato a +972 che circa metà dei loro team è stata presa di mira. Un recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha documentato 180 attacchi contro ambulanze a Gaza dall’inizio della guerra fino a maggio.

Ali Khawas, capo del dipartimento comunicazioni della Protezione Civile, ha dichiarato a +972 che gli attacchi contro i soccorritori spesso avvengono pochi minuti dopo il loro arrivo sui luoghi dei bombardamenti. Il 22 aprile l’esercito israeliano ha bombardato la casa della famiglia Al-Matouk a Jabalia. Secondo Khawas “10 minuti dopo l’arrivo della squadra, sono stati colpiti dal missile di un drone”.

Il 13 maggio un’altra squadra della Protezione Civile ha tentato di salvare la famiglia Al-Afghani, sepolta sotto le macerie a Khan Younis. “I feriti avrebbero potuto essere salvati, ma i ripetuti attacchi sul luogo hanno causato la morte di tutti gli abitanti della casa”, ha spiegato Khawas. “Solo dopo cinque ore l’incendio si è placato e siamo riusciti a recuperare i corpi.”

A volte però gli attacchi successivi arrivano a distanza di giorni dal primo. Nel novembre 2023 l’esercito fece crollare a Gaza City un edificio di sei piani con dentro i suoi occupanti. Tra le vittime c’era Maisara Al-Rayyes, un medico trentenne tornato a Gaza dopo aver studiato nel Regno Unito, insieme alla moglie incinta e ai genitori. Gli unici sopravvissuti della sua famiglia furono i suoi due fratelli, che non erano in casa al momento del bombardamento.

Due giorni dopo, secondo testimoni oculari citati dal Times, i fratelli sopravvissuti furono colpiti e uccisi da un secondo missile mentre scavavano a mani nude tra le macerie alla ricerca dei resti.

Nello stesso mese, secondo l’EuroMed Monitor [Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, organizzazione indipendente e senza scopo di lucro per la protezione dei diritti umani, ndt.] l’esercito ha bombardato diverse case appartenenti alla famiglia Shaheibar nel quartiere di Zeitoun per tutto un giorno, uccidendo circa 50 persone. Il giorno successivo, mentre cercavano di salvare i sopravvissuti, i parenti sono stati colpiti da due attacchi di droni che hanno ucciso altre 20 persone.

L’uso di attacchi a doppio colpo da parte dell’esercito israeliano non è iniziato il 7 ottobre: già nel 2014, durante l’assalto israeliano a Gaza noto come “Operazione Margine Protettivo”, le équipe mediche nella Striscia descrissero la stessa pratica. Il personale della Mezzaluna Rossa testimoniò all’epoca che questo schema era una delle cause principali delle morti e dei feriti tra gli operatori sanitari. Dall’inizio dell’attuale guerra, tuttavia, sembra che questa politica sia diventata assolutamente comune.

Airwars, organismo di controllo sui danni ai civili, ha pubblicato uno studio approfondito basato su un campione di oltre 600 attacchi aerei israeliani a Gaza durante il primo mese di guerra. Ha identificato quattro casi descritti da fonti di Gaza come attacchi a doppio colpo, che hanno ucciso tra 80 e 92 civili. Ha inoltre individuato altri 12 casi in cui un secondo attacco si è verificato a meno di 300 metri dal primo e che, secondo l’organizzazione, “potrebbero essere considerati attacchi a doppio colpo”.

In uno di questi casi l’esercito ha bombardato un’abitazione a Beit Lahiya, uccidendo 16 persone. Secondo le testimonianze raccolte da Airwars, l’esercito ha colpito di nuovo durante le operazioni di soccorso, ferendo i soccorritori giunti sul posto. Nove delle vittime dell’attacco erano bambini, tra cui un bambino di 5 anni e uno di 2 anni, la vittima più giovane un neonato di due mesi.

Le armi utilizzate in questi attacchi variano: le testimonianze suggeriscono che l’esercito effettui anche quelle che sembrano operazioni a doppio attacco utilizzando droni che sganciano esplosivi. Questo metodo di attacco è stato svelato in un’altra recente indagine di +972 e Local Call, che ha scoperto che l’esercito installa lanciagranate su piccoli droni commerciali per attaccare i civili nelle aree che intende spopolare.

A luglio l’esercito ha bombardato la casa della famiglia Sabbagh nel quartiere di Al-Tuffah a Gaza City, uccidendo almeno un bambino. Salem, un parente della vittima (che ha chiesto di non usare il suo nome completo), ha raccontato a +972 che altri membri della famiglia erano sepolti sotto le macerie, ma quando i vicini hanno cercato di salvarli sono stati attaccati. “Un quadricottero ha immediatamente sganciato una bomba su di loro e sono rimasti feriti”, ha detto Salem.

In un altro caso, risalente a giugno 2024, l’esercito israeliano ha ucciso almeno 25 persone in attacchi aerei contro le tende di un campo profughi vicino ad Al-Mawasi, secondo il personale medico di Gaza. Ma Hassan Al-Najjar ha dichiarato all’Associated Press che i suoi figli sono stati uccisi mentre aiutavano le vittime del primo attacco.

“I miei due figli sono andati [ad aiutare] dopo aver sentito le urla delle donne e dei bambini”, ha detto dall’ospedale. “Sono andati a salvare le donne, [l’esercito] ha colpito con un secondo proiettile e i miei figli sono stati uccisi. Hanno colpito il posto due volte.”

L’ultimo incidente con doppio colpo noto a +972 e Local Call si è verificato il 21 luglio, quando, come è stato riferito, Israele ha bombardato un impianto di desalinizzazione nel quartiere di Al-Rimal a Gaza City e poi avrebbe colpito di nuovo mentre la gente cercava di soccorrere i feriti, uccidendo in tutto almeno cinque persone. In un video girato nelle vicinanze si può sentire un uomo gridare: “Hanno bombardato di nuovo il posto. La gente è venuta a salvarli e loro li hanno bombardati”.

Dopo la pubblicazione di questo articolo, il portavoce delle IDF ha inviato una risposta che non affrontava i dettagli dell’inchiesta di +972 e Local Call, inclusi i luoghi e le date esatte degli attacchi qui menzionati. La risposta sosteneva che “le affermazioni secondo cui le IDF stanno deliberatamente agendo per danneggiare il personale di soccorso e medico sono false e prive di qualsiasi fondamento. Le affermazioni emerse in questo contesto vengono esaminate attentamente dai meccanismi autorizzati delle IDF che lavorano per far rispettare la legge”.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Una bancarella di libri tra le macerie nutre le menti affamate

Esraa Abo Qamar

15 luglio 2025- The Electronic Intifada

Nella devastazione di Gaza segni di vita riappaiono nei luoghi più inaspettati.

Eqraa Ketabak (Leggi il tuo libro) è una piccola bancarella di libri aperta a fine aprile proprio nel mezzo della distruzione del campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale.

File di romanzi, poesie, libri di filosofia, religione e self-help in arabo e in inglese sono disposti ordinatamente su assi di legno improvvisate sul marciapiede, le loro copertine colorate sfidano la polvere grigia della distruzione circostante.

Circondati da edifici parzialmente o completamente crollati e da detriti di vecchi e recenti attacchi aerei, i libri e i loro argomenti sembrano fuori posto. Con titoli che parlano di speranza, amore, perdita e resistenza come a riflettere le emozioni impresse sui volti dei passanti, la bancarella li invita a fermarsi, leggere e riconnettersi con una parte di vita che il genocidio ha cercato di cancellare.

“I libri prendono il loro posto tra le rovine”, ha scritto sui suoi social media Hassan al-Qatrawi, romanziere palestinese, accademico e cliente abituale della bancarella. “Loro [gli israeliani] ci distruggono dall’esterno, e noi ci costruiamo dall’interno. La fame di cibo è temporanea. Ma la fame di lettura è eterna”.

Dietro la modesta bancarella di libri ci sono due giovani fratelli del campo di Nuseirat. Salah e Abdullah Sarsour hanno perso la casa durante il genocidio e sono stati sfollati in una scuola vicina dove ancora oggi trovano rifugio.

Hanno sviluppato una passione per i libri fin da giovani e durante la guerra di sterminio israeliana a Gaza che dura ormai da 21 mesi nonostante tutte le difficoltà non hanno mai smesso di leggere. Sebbene reperire libri sia difficile Abdullah ha continuato fare lunghi e faticosi viaggi nel nord di Gaza, rischiando la propria incolumità e spendendo molti soldi in trasporti, per trovare un buon libro in librerie come l’iconica libreria Samir Mansour a Gaza City.

Condividere una passione

Ma anche altri, pur se meno determinati, desideravano i libri. “Non si trattava solo di noi”, ha detto Abdullah a The Electronic Intifada. “Conoscevamo altri nel nostro campo che amavano leggere, ma non tutti potevano permettersi il viaggio”.

Così invece di fare avanti e indietro i fratelli hanno deciso di portare i libri alla loro comunità. Se le persone non possono più accedere ai libri allora devono essere i libri a venire da loro

Hanno messo insieme i loro risparmi e hanno acquistato un primo grande lotto di libri dal nord per avviare la loro modesta bancarella. Il loro obiettivo non era fare soldi, affermano, ma consentire l’accesso per rendere la lettura più facile e comune.

“Si tratta di condividere la nostra passione con le persone, non solo di avviare un’attività”, ha detto Salah. “Volevamo incoraggiare le persone a leggere di nuovo”.

Secondo l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica, il tasso di analfabetismo in Palestina è uno dei più bassi al mondo.

A Gaza è di poco inferiore al 2%.

La maggior parte dei palestinesi di Gaza è orgogliosa del proprio profondo amore per la lettura. Nonostante siano stati privati dell’istruzione per quasi due anni a causa del genocidio in corso, non hanno mai smesso di leggere, scrivere o imparare, nemmeno in queste circostanze catastrofiche.

Eqraa Ketabak è rapidamente diventato più di un semplice luogo dove acquistare libri. È diventato uno spazio di conversazione, dove i bambini possono sfogliare storie e compensare gli anni di studio persi, dove gli anziani possono riscoprire poesie dimenticate che un tempo imparavano a memoria e dove gli scrittori possono trovare ispirazione per scrivere le proprie storie e libri.

Conforto

Amal Abu Saif è una scrittrice palestinese che trova conforto nei libri.

“Ogni volta che mi sento sopraffatta corro da questo mondo ad un altro attraverso i libri”, ha detto Amal a The Electronic Intifada. “Questa bancarella di libri è diventata la mia destinazione principale e l’unico posto che mi fa sentire di nuovo me stessa”.

Amal crede che leggere e scrivere siano il suo unico modo per resistere. Seguendo l’esempio del defunto e celebre poeta Mahmoud Darwish – che credeva che scrivere per gli oppressi fosse una forma di resistenza – Amal ha recentemente pubblicato il suo primo romanzo, Atheer Gaza: Amata Gaza.

“Eravamo sfollati in una piccola tenda. Non c’era niente da fare, niente università, niente lezioni, solo infinite giornate a cercare cibo e acqua e a cucinare sulla legna da ardere”, racconta Amal. “Un giorno, mi sono detta: per quanto tempo resterò ad aspettare in questo modo? No, voglio raggiungere qualcosa. Voglio fare la differenza”.

Nel gennaio 2024 ha iniziato a documentare le sue esperienze quotidiane e le sue sofferenze usando l’app per gli appunti del suo telefono. La carta è rara ed estremamente costosa. All’inizio scriveva solo un po’ alla volta. Ma mesi dopo è tornata su quegli appunti, li ha ampliati e li ha trasformati in un romanzo completo.

A luglio è stato pubblicato. Oggi il suo libro è disponibile in tutto il mondo arabo.

“Era un sogno che coltivavo da molto tempo”, ha detto Amal. “E non vedo l’ora che la guerra finisca per poter stampare e pubblicare il mio romanzo qui a Gaza.”

Già nell’aprile 2024, secondo le Nazioni Unite i bombardamenti su larga scala di Israele a Gaza avevano danneggiato o completamente distrutto 13 biblioteche pubbliche. Questo si aggiunge alla distruzione di massa di istituti scolastici lungo tutta la striscia.

Prendere di mira università e scuole insieme a insegnanti e accademici è una chiara indicazione che Israele non sta prendendo di mira solo edifici e infrastrutture. È un tentativo di cancellare la nostra storia, mettere a tacere le nostre voci e distruggere la cultura del nostro popolo.

Eppure le idee non muoiono.

E finché ci saranno idee ci sarà bisogno di libri, come testimoniano i fratelli Sarsour.

Esraa Abo Qamar è una scrittrice a Gaza.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il rapporto delle Nazioni Unite elenca le aziende complici del genocidio di Israele: chi sono?

Federica Marsi

1 luglio 2025 – Al Jazeera

La Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese ha pubblicato un rapporto che fa il nome di diverse grandi aziende statunitensi che sostengono l’occupazione israeliana e la guerra contro Gaza. Ci sono anche diverse aziende di altri Paesi, dalla Cina al Messico.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) ha pubblicato un nuovo rapporto che traccia una mappa delle aziende che sostengono Israele nell’espulsione dei palestinesi e nella guerra genocida contro Gaza, in violazione del diritto internazionale.

L’ultimo rapporto di Francesca Albanese, presentato il 3 luglio durante una conferenza stampa a Ginevra, fa il nome di 48 aziende multinazionali, tra cui i giganti tecnologici statunitensi Microsoft, Alphabet Inc. (la casa madre di Google) e Amazon. Come parte dell’indagine è stata inoltre creata una banca dati di più di 1000 aziende.

L’occupazione perenne [di Israele] è diventata il terreno di prova ideale per i produttori di armi e per le grandi aziende tecnologiche, con un’offerta e una domanda significative, poco controllo e zero responsabilità, consentendo a investitori e istituzioni pubbliche e private di trarne profitto liberamente” si legge nel rapporto.

Le aziende non sono più semplicemente implicate nell’occupazione, potrebbero essere coinvolte in un’economia di genocidio”, si legge, in riferimento all’attacco in corso contro la Striscia di Gaza da parte di Israele. Lo scorso anno, in un parere tecnico, Albanese aveva detto esserci “ragionevoli motivi” per ritenere che Israele stesse commettendo un genocidio nell’enclave palestinese assediata.

Nel rapporto si sostiene che i risultati dell’indagine illustrano “il motivo per cui il genocidio di Israele continua”, ovvero “perché è economicamente vantaggioso per molti”.

Quali aziende di armi e tecnologie sono identificate nel rapporto?

L’acquisto da parte di Israele di aerei da combattimento F-35 fa parte del più ampio programma di approvvigionamento di armi al mondo, che coinvolge almeno 1600 aziende in otto Stati. Fa capo all’azienda statunitense Lockheed Martin, ma i componenti degli F-35 sono costruiti in tutto il mondo.

L’azienda italiana Leonardo S.p.A. è indicata come quella che offre il principale contributo al settore militare, mentre l’azienda giapponese FANUC fornisce i macchinari automatizzati per le linee di produzione delle armi.

Nel contempo il settore tecnologico ha consentito la raccolta, la conservazione e l’uso governativo di dati biometrici dei palestinesi, “in sostegno alla politica discriminatoria dei permessi di Israele”, si legge nel rapporto. Microsoft, Alphabet e Amazon consentono a Israele “un accesso governativo virtualmente illimitato alle loro tecnologie cloud e di IA” potenziando le sue capacità di elaborazione dati e sorveglianza.

L’azienda tecnologica statunitense IBM è anche responsabile dell’addestramento di personale militare e dei servizi segreti, oltre a gestire la banca dati centrale dell’autorità per la Popolazione, l’Immigrazione e le Frontiere (PIBA) di Israele che contiene i dati biometrici dei palestinesi, si legge nel rapporto.

Secondo il rapporto sin dall’inizio della guerra contro Gaza nell’ottobre 2023 la piattaforma software statunitense Palantir Technologies ha ampliato il suo sostegno all’esercito Israeliano, e vi sono “ragionevoli motivi” per ritenere che l’azienda fornisca la tecnologia automatizzata di controllo predittivo usata per l’automazione delle decisioni durante le operazioni militari, per elaborare dati e produrre elenchi di obiettivi come quelli generati da sistemi di intelligenza artificiale come “Lavender”, “Gospel” e “Where’s Daddy?”

Le società complici che supportono Israele

Quali altre aziende sono identificate nel rapporto?

Il rapporto elenca anche numerose aziende che sviluppano tecnologie civili utilizzate come “strumenti a doppio uso” per l’occupazione di territorio palestinese da parte di Israele. Tra queste vi sono Caterpillar, Rada Electronic Industries di proprietà di Leonardo, HD Hyundai della Corea del Sud e il gruppo Volvo svedese, che forniscono macchinario pesante per la demolizione di abitazioni e la costruzione di colonie illegali in Cisgiordania.

Anche le piattaforme Booking e Airbnb sostengono le colonie illegali perché promuovono stanze d’albergo e altre proprietà in affitto nei territori occupati da Israele. Il rapporto indica la statunitense Drummond Company e la svizzera Glencore come i principali fornitori di carbone, importato principalmente dalla Colombia, per produrre l’elettricità per Israele.

Nel settore agricolo, la cinese Bright Dairy & Food è proprietaria della maggioranza di Tnuva, la più grande azienda alimentare israeliana, che trae beneficio dalla terra sottratta ai palestinesi dagli avamposti coloniali illegali di Israele. Netafim, un’azienda che fornisce tecnologia di irrigazione a goccia e che è per l’80 % di proprietà della messicana Orbia Advance Corporation, fornisce infrastrutture per lo sfruttamento delle risorse idriche nella Cisgiordania occupata.

Anche i buoni del tesoro hanno svolto un ruolo cruciale nel finanziamento dell’attuale guerra contro Gaza. Secondo il rapporto alcune delle più grandi banche del mondo, tra cui la francese BNP Paribas e la Barclays del Regno Unito sono intervenute per permettere a Israele di contenere il premio sui tassi di interesse nonostante il declassamento del credito.

Chi sono i principali investitori dietro queste aziende?

Il rapporto identifica le aziende di investimento multinazionali BlackRock e Vanguard come i principali investitori di diverse tra le aziende elencate.

BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo, è il secondo più grande investitore istituzionale in Palantir (8,6 %), Microsoft (7,8 %), Amazon (6,6 %), Alphabet (6,6 %) e IBM (8,6 %), e il terzo in Lockheed Martin (7,2 %) e Caterpillar (7,5 %).

Vanguard, il secondo gestore patrimoniale al mondo, è il primo investitore in Caterpillar (9,8 %), Chevron (8,9 %) e Palantir (9,1 %), e il secondo investitore in Lockheed Martin (9,2 %) e nel produttore di armi israeliano Elbit System (2 %).

Le aziende traggono profitto dai rapporti con Israele?

Nel rapporto si legge che “le imprese coloniali e i genocidi a queste associate sono state nel corso della storia promosse e favorite dal settore aziendale”. L’espansione di Israele in terra palestinese è un esempio di “capitalismo coloniale razziale”, in cui le aziende traggono profitto da un’occupazione illegale.

Da quando Israele ha lanciato la guerra contro Gaza nell’ottobre 2023 “le entità che prima avevano permesso e tratto profitto dall’eliminazione e cancellazione dei palestinesi in un’economia di occupazione, invece di disimpegnarsi sono ora coinvolte nell’economia di genocidio”, sostiene il rapporto.

Per le aziende di armi straniere la guerra è stato un affare lucroso. La spesa militare di Israele tra il 2023 e il 2025 è aumentata del 65 %, salendo a 46,6 miliardi di dollari, una delle più alte al mondo pro capite.

Diverse imprese quotate in borsa, in particolare nei settori delle armi, della tecnologia e delle infrastrutture, dall’ottobre 2023 hanno registrato un aumento dei profitti. Anche la borsa di Tel Aviv è salita come mai prima, del 179 %, con un aumento di valore di mercato di 157,9 miliardi di dollari.

Le compagnie di assicurazione internazionali, tra cui Allianz e AXA, hanno investito ingenti somme in azioni e obbligazioni legate all’occupazione israeliana, si legge nel rapporto, in parte come riserve di capitali ma in primo luogo per generare profitti.

Anche Booking e Airbnb continuano a trarre profitto da proprietà date in affitto nelle terre occupate da Israele. Airbnb per un breve periodo nel 2018 ha tolto dagli annunci le proprietà nelle colonie illegali, ma è poi tornata a donare i profitti da lì derivati a cause umanitarie, una pratica che nel rapporto viene definita di “humanitarian-washing” [un tentativo di migliorare la propria reputazione distogliendo l’attenzione dalle violazioni dei diritti umani di cui si rende complice, N.d.T.].

Le aziende private sono responsabili secondo il diritto internazionale?

Secondo il rapporto di Albanese, sì. Le aziende hanno l’obbligo di non violare i diritti umani attraverso azioni dirette o dei loro partner commerciali.

Gli Stati hanno la principale responsabilità di assicurarsi che le aziende rispettino i diritti umani e devono prevenire, indagare e punire gli abusi del settore privato. Le aziende devono però rispettare i diritti umani anche se gli Stati in cui operano non lo fanno.

Secondo il rapporto, un’azienda deve quindi valutare se le attività o le relazioni lungo la sua catena di approvvigionamento rischiano di causare violazioni dei diritti umani o di contribuirvi.

Il non agire in linea con il diritto internazionale può comportare una responsabilità penale. I singoli dirigenti possono essere ritenuti penalmente responsabili, anche davanti ai tribunali internazionali.

Il rapporto invita tutte le aziende a disinvestire da tutte le attività legate all’occupazione da parte di Israele del territorio palestinese, che è illegale secondo il diritto internazionale.

Nel luglio 2014 la Corte Internazionale di Giustizia  ha emesso un parere consultivo che stabilisce che la presenza di Israele nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est deve cessare “il più rapidamente possibile”. Alla luce di questo parere consultivo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiesto a Israele di porre fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati entro settembre 2025.

Secondo il rapporto di Albanese la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia “qualifica di fatto l’occupazione come un atto di aggressione… Di conseguenza, qualsiasi accordo che sostenga o appoggi l’occupazione e l’apparato ad essa associato può costituire una complicità secondo il diritto internazionale ai sensi dello statuto di Roma.

Gli Stati non devono fornire aiuti o assistenza o partecipare ad accordi economici o commerciali e devono prendere provvedimenti per prevenire relazioni commerciali o finanziarie che aiutino a mantenere la situazione illegale creata da Israele nei territori palestinesi occupati”.

(traduzione di Federico Zanettin)




Il rapporto “Starving a Generation” accusa Israele di aver trasformato in un’arma la fame come strumento genocida Defense for Children International – Palestine

Defense for Children International – Palestine

24 giugno 2025 – DCIP

Ramallah, 24 giugno 2025 – Oggi Defense for Children International – Palestine, in collaborazione con Doctors Against Genocide, ha pubblicato un rapporto in cui afferma che le autorità israeliane hanno deliberatamente trasformato in un’arma la fame come metodo per il genocidio, con conseguente morte e sofferenza evitabili di bambini palestinesi a Gaza che avranno un impatto negativo per le future generazioni.

“Starving a Generation: Israel’s Famine Campaign Targeting Palestinian Children in Gaza” [Affamare una generazione: la campagna israeliana di carestia che prende di mira i bambini a Gaza] documenta 33 casi di bambini vittime della fame nella Striscia di Gaza raccolti dai ricercatori sul campo di DCIP tra il 7 ottobre 2023 e il 21 maggio 2025. In nove di questi casi il bambino è morto. Questi bambini, tutti morti per denutrizione, avevano da una settimana a 10 anni di vita. Degli altri 24 casi che documentano bambini che soffrono tuttora gli effetti della mancanza di cibo, 14 hanno meno di un anno, cinque sono nella prima infanzia e cinque hanno un’età scolare. Cinque sono affetti da malattie croniche. Questi casi rappresentano solo una piccola frazione del numero esatto, in quanto i continui bombardamenti, l’assedio e il blocco agli aiuti da parte di Israele rendono impossibile una documentazione esaustiva.

“Il mondo ha assistito in tempo reale alla morte per fame dei bambini palestinesi fin dai primi giorni del genocidio israeliano a Gaza e ha rifiutato di intraprendere azioni significative per salvarli,” afferma Miranda Cleland, incaricata alla sensibilizzazione di DCIP e una degli autori del rapporto. “Questo rapporto include 33 casi di bambini privati di cibo, ognuno dei quali rappresenta un bambino la cui vita sarà pregiudicata per sempre. La carestia che è in atto oggi a Gaza avrà un impatto permanente e catastrofico su bambini e famiglie palestinesi per generazioni.”

“Non potrebbe essere più chiaro di così: Israele intende affamare i palestinesi per cacciarli e distruggerli,” afferma Kathryn Ravey, incaricata alla sensibilizzazione di DCIP. “Israele sta contravvenendo a ogni norma intesa a evitare e punire un genocidio e la comunità internazionale non solo consente che ciò avvenga, ma sta attivamente traendo profitto dal genocidio da parte di Israele sia attraverso la vendita di armi che le continue facilitazioni al commercio e la protezione diplomatica.”

Doctors Against Genocide ha contribuito con un ampio capitolo sulle conseguenze devastanti sui bambini della mancanza di cibo riguardo alla salute, allo sviluppo e alla psicologia. Avverte degli effetti a lungo termine e spesso irreversibili, compresi arresto della crescita, danni neurologici, sistema immunitario indebolito e deterioramento cognitivo permanente.

“Guardate lo sguardo vuoto del bambino,” afferma in un’intervista con Doctors Against Genocide il dottor Ahmed Al-Faraa, primario di pediatria dell’ospedale Nasser di Khan Younis, dove molti dei bambini citati nel rapporto hanno ricevuto cure, parlando di Amro, due anni, un paziente affetto da gravissima malnutrizione acuta: “Potete vedervi un sacco di domande: dov’è mia madre? Dov’è mio padre? Cos’ho fatto per essere punito in questo modo? Bambini come Amro non riescono a piangere. Il personale che si occupa del bambino si sente molto triste e piange a causa della tristezza (che provano) per lui.”

Il rapporto afferma che le forze e i politici israeliani hanno sistematicamente e deliberatamente colpito i sistemi di produzione e distribuzione del cibo, attaccato i convogli umanitari e bloccato l’ingresso di aiuti a Gaza. Documenta anche la morte di bambini in zone come il nord di Gaza, totalmente tagliata fuori dagli aiuti e dai rifornimenti. Alcune famiglie raccontano di non essere state in grado di nutrire i propri figli in quanto le stesse madri erano troppo malnutrite per poterli allattare e il latte artificiale era introvabile.

I principali risultati del rapporto sono i seguenti:

  1. La mancanza di cibo si è manifestata nella Striscia di Gaza almeno dall’inizio del 2024, quando i primi bambini palestinesi sono morti di fame a causa del blocco israeliano del nord di Gaza.

  2. La mancanza di cibo per i bambini è un meccanismo fondamentale nella campagna genocida di Israele e lo è stato fin dall’inizio, prendendo di mira le attuali e future generazioni di bambini e famiglie palestinesi.

  3. Il rifiuto della comunità internazionale a denunciare la carestia, riconoscere le intenzioni genocide dei politici israeliani e spezzare l’assedio israeliano ha spianato la strada alla mancanza di cibo per ancor più bambini.

  4. Neonati, lattanti e bambini con malattie croniche sono tra i più vulnerabili agli effetti della denutrizione e disidratazione.

  5. La carestia in corso ora a Gaza avrà un impatto negativo sui bambini e sulle famiglie palestinesi per le generazioni future.

Il rapporto mette in risalto la militarizzazione dell’aiuto attraverso l’uso di contractor della sicurezza privata con sede negli USA, che ora gestiscono a Gaza “centri di distribuzione” letali, dove centinaia di palestinesi sono stati colpiti o uccisi mentre cercavano di ottenere cibo. La presenza di questi contractor armati, lungi dal garantire sicurezza, ha aggravato i rischi che devono affrontare civili già ridotti alla fame.

L’analisi giuridica del rapporto conclude che le politiche israeliane per affamare la popolazione costituiscono crimini di guerra, contro l’umanità e azioni genocide.

La DCIP chiede agli Stati e alle istituzioni internazionali di interrompere immediatamente l’assedio contro Gaza, garantire un accesso umanitario senza impedimenti ed equo, consentire urgenti evacuazioni per ragioni di salute, imporre a Israele un embargo alle armi e ai finanziamenti e appoggiare pienamente meccanismi di responsabilizzazione presso la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia. Soprattutto, la comunità internazionale deve prendere ogni iniziativa necessaria per porre fine al genocidio in corso contro il popolo palestinese.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Più Israele uccide, più l’Occidente lo dipinge come una vittima.

Joseph Massad

14 giugno 2025 – Middle East Eye

Da Gaza a Teheran, la guerra in espansione di Israele viene giustificata dall’Occidente come autodifesa, proprio come nel 1967, quando una guerra di conquista fu salutata come un trionfo di civiltà.

Venerdì di primo mattino Israele ha lanciato attacchi aerei non provocati in profondità all’interno del territorio iraniano, prendendo di mira siti vicino a Isfahan e Teheran. Tra le vittime ci sarebbero scienziati, alti funzionari governativi e civili, tra cui donne e bambini.

Tuttavia, nel giro di poche ore, leader e organi di informazione occidentali hanno definito l’aggressione israeliana in termini di autodifesa “preventiva”. Funzionari statunitensi hanno affermato che Israele ha agito per contrastare una “imminente” minaccia iraniana, mentre il leader della maggioranza al Senato John Thune ha insistito sul fatto che gli attacchi erano necessari per contrastare “l’aggressione iraniana” e proteggere gli americani.

Nonostante le continue aggressioni militari di Israele in tutta la regione in Occidente ha prevalso, fin da prima della sua fondazione come regime coloniale di insediamento nel 1948, una rappresentazione di Israele come vittima delle sue stesse vittime, piuttosto che come stato violento e predatorio.

Più terre e popoli Israele assoggetta e opprime maggiore è l’insistenza con cui l’Occidente lo dipinge come vittima.

La scelta di questo modo di rappresentare Israele non è casuale.

Nel 1936, pochi mesi dopo lo scoppio della Grande Rivolta Palestinese contro il colonialismo d’insediamento sionista e l’occupazione britannica, il leader sionista polacco David Ben-Gurion (il cui nome alla nascita era Grun) spiegò come i sionisti dovessero presentare la loro conquista della Palestina.

Non siamo arabi, e gli altri ci valutano con criteri diversi… I nostri strumenti di guerra sono diversi da quelli degli arabi, e solo i nostri strumenti possono garantire la nostra vittoria. La nostra forza sta nella difesa… e questa forza ci darà una vittoria politica se l’Inghilterra e il mondo sapranno che ci stiamo difendendo e non attaccando.

Nel 1948, e in linea con questa strategia sionista, la narrazione occidentale dominante dipinse i sionisti, che massacravano i palestinesi e li espellevano dalla loro patria, come povere vittime che si limitavano a difendersi dalla popolazione indigena di cui avevano conquistato le terre.

Tuttavia fu la conquista “difensiva” della Cisgiordania e di Gaza da parte di Israele – proprio 58 anni fa – a consolidarne saldamente l’immagine di “vittima” assediata e a gettare le basi per il genocidio in corso a Gaza.

Oggi persino questo genocidio viene presentato in Occidente come una questione di autodifesa. Israele, ci viene detto, rimane vittima delle sue vittime – tra cui le 200.000 che ha ucciso o ferito nella sua ultima guerra per “difendersi”.

Sacro vittimismo

In Occidente la guerra del giugno 1967 consacrò Israele come vittima intoccabile.

I suoi sostenitori si moltiplicarono, sia tra i cristiani occidentali che tra gli ebrei, che consideravano arabi e palestinesi gli oppressori di Israele.

In effetti fu proprio questo clima di estrema ostilità anti-araba a segnare una svolta nel processo di politicizzazione del compianto Edward Said, intellettuale che ne fu testimone diretto negli Stati Uniti.

Le conquiste territoriali di Israele furono celebrate come atti di eroica autodifesa, un’inversione deliberata tra vittima e aggressore che continua a plasmare la percezione occidentale.

Una rassegna dei cosiddetti successi della guerra del 1967 e della pianificazione che li ha preceduti aiuta a spiegare perché Israele sia ancora dipinto come vittima nonostante uccisioni di massa e l’espulsione forzata della popolazione palestinese.

Tra il 1948 e il 1967 Israele distrusse circa 500 villaggi palestinesi, sostituendoli con colonie ebraiche. Questa cancellazione fu salutata in Occidente come un miracolo: la costruzione di uno Stato ebraico dopo l’Olocausto, nonostante l’odiosa resistenza dei palestinesi indigeni che cercavano di salvare la loro patria.

Lo storico Isaac Deutscher, spesso descritto come un critico del sionismo, definì la cancellazione della Palestina e dei palestinesi da parte di Israele “una meraviglia e un prodigio della storia”, simile ai “grandi miti e leggende eroiche” dell’antichità.

Moshe Dayan, capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, così rifletteva sui suoi leggendari successi nella distruzione della Palestina nel 1969: “Villaggi ebraici sono stati costruiti al posto di villaggi arabi. Non conoscete nemmeno i nomi di questi villaggi arabi, e non vi biasimo, perché quei libri di geografia non esistono più. Non solo non esistono i libri, ma nemmeno i villaggi arabi”.

L’orgoglio di Dayan per il furto di terre palestinesi da parte di Israele lo aveva portato, un anno prima, a esortare gli israeliani a non dire mai ‘basta’ quando si trattava di acquisire territorio: ‘Non dovete fermarvi – Dio non voglia – e dire: ‘è tutto; fino a qui, fino a Degania, a Muffalasim, a Nahal Oz!’ Perché questo non è tutto.”

Complicità dell’Occidente

In Occidente il fatto che i sionisti abbiano fondato il loro Stato su terra palestinese rubata non è mai stato motivo di critica.

Pur glorificando i leggendari furti di terre da parte di Israele le potenze occidentali erano dispiaciute per le sue dimensioni ridotte e ne hanno sostenuto i piani espansionistici coloniali, già ampiamente in atto. Dopotutto se Israele era la vittima aveva ovviamente bisogno di occupare ancora più territori.

Questa opinione è stata recentemente ripresa dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che a febbraio ha difeso il piano di Israele di annettere la Cisgiordania affermando: “È un piccolo Paese… è un piccolo Paese in termini di territorio”.

L’avidità di Israele per la terra altrui divenne inequivocabilmente evidente prima e dopo l’invasione e la prima occupazione di Gaza e della penisola del Sinai nel 1956.

Dopo questa conquista il laico David Ben-Gurion, primo ministro fondatore di Israele, si dedicò a discorsi biblici, affermando che l’invasione del Sinai “è stata la più grande e gloriosa negli annali del nostro popolo”.

L’invasione e l’occupazione vittoriose, affermò, restituirono “il patrimonio di Re Salomone dall’isola di Yotvat a sud fino alle pendici del Libano a nord”. “Yotvat”, come gli israeliani si affrettarono a rinominare l’isola egiziana di Tiran, “tornerà a far parte del Terzo Regno di Israele”.

Nel pieno della rivalità inter-imperiale con Francia e Gran Bretagna, gli Stati Uniti insistettero per il ritiro israeliano, suscitando l’indignazione di Ben-Gurion: “Fino alla metà del VI secolo l’indipendenza ebraica fu mantenuta sull’isola di Yotvat… che è stata liberata ieri dall’esercito israeliano”.

Ben Gurion dichiarò inoltre la Striscia di Gaza “parte integrante della nazione”. Invocando la profezia biblica di Isaia, giurò: “Nessuna forza, qualunque sia la sua natura, costringerà Israele a evacuare il Sinai”.

Nonostante il sostegno popolare a Israele in Occidente, gli israeliani si ritirarono quattro mesi dopo sotto la pressione dell’ONU, degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. L’Egitto accolse la Forza di Emergenza delle Nazioni Unite (Unef) sul suo lato del confine, ma Israele si rifiutò di ricevere osservatori dell’Unef.

Strategia espansionistica

Nel 1954, il Ministro della Difesa Pinhas Lavon “propose di entrare nelle zone smilitarizzate [al confine tra Israele e Siria], di conquistare le alture al di là del confine siriano [quindi una parte o la totalità delle alture del Golan] e di entrare nella Striscia di Gaza o conquistare una posizione egiziana vicino a Eilat”.

Dayan ipotizzò anche la conquista di Ras al-Naqab, a sud, nel territorio egiziano, o di una parte del Sinai, a sud di Rafah, fino al Mediterraneo. Nel maggio del 1955, propose persino che Israele annettesse la parte del Libano a sud del fiume Litani.

Gli israeliani portarono avanti anche dei piani per rubare tutto il territorio nella zona demilitarizzata (DMZ) lungo il confine siriano vicino alle alture del Golan. Nel 1967 avevano completato la conquista dell’intera area.

Oltre a questi furti e occupazioni di terre le ambizioni territoriali di Israele si espansero costantemente tra il 1948 e il 1967. Cercò ripetutamente di provocare le sue vittime arabe a rispondere agli attacchi, al fine di creare un pretesto per invadere le ambite terre arabe, continuando a presentarsi come vittima delle sue vittime.

Il 13 novembre 1966 gli israeliani invasero il villaggio di Samu, nella Cisgiordania meridionale, oltrepassando il confine con la Giordania, e fecero saltare in aria più di 125 case, insieme all’ambulatorio e alla scuola del villaggio.

I soldati giordani che reagirono all’attacco caddero in un’imboscata prima di raggiungere il villaggio. Gli israeliani uccisero 15 soldati e tre civili, ferendone altri 54.

Nell’aprile del 1967 gli israeliani minacciarono la Siria, dopo un’ulteriore erosione della zona demilitarizzata attraverso l’invio di contadini, trattori e soldati travestiti da poliziotti. Quando i siriani risposero con colpi di mortaio, le “vittime” israeliane lanciarono 70 aerei da combattimento, bombardarono la stessa Damasco e uccisero 100 siriani.

Casus belli prefabbricato

Le provocazioni israeliane indignarono l’opinione pubblica araba.

Nel maggio del 1967 il leader egiziano Gamal Abdel Nasser cedette alla fine alle pressioni popolari provenienti da tutto il mondo arabo per rimuovere dall’Egitto l’Unef, unità militari che Israele non aveva mai accettato sul suo versante del confine, e per chiudere alle navi israeliane lo Stretto di Tiran, all’imbocco del Mar Rosso. Secondo il diritto internazionale si trattava di un’operazione legale in quanto lo stretto rientrava nelle acque territoriali egiziane.

Nasser inviò due divisioni dell’esercito nel Sinai per proteggere il confine dopo la partenza dell’Unef e chiuse lo stretto, attraverso il quale passava meno del 5% delle navi israeliane.

Israele, che aveva provocato la reazione araba e aspettava una scusa giusta per attaccare le sue vittime e rubare le loro terre, ora ne aveva diverse.

Il 5 giugno 1967 Israele invase Egitto, Giordania e Siria. Nel giro di sei giorni occupò, per la seconda volta in un decennio, la Striscia di Gaza e la penisola egiziana del Sinai fino al Canale di Suez, oltre all’intera Cisgiordania e alle alture del Golan siriane.

A differenza del mondo arabo, che definisce l’invasione come la “Guerra del giugno 1967”, gli israeliani e i loro sponsor imperialisti occidentali non solo insistono sul fatto che Israele sia stato “invaso” piuttosto di aver attaccato i suoi vicini arabi, ma chiamano anche le sue molteplici invasioni la “Guerra dei sei giorni”, paragonando Israele a Dio, che creò un mondo nuovo in sei giorni e si riposò il settimo.

L’Occidente esplose in una sfrenata esultanza razzista.

Il Daily Telegraph definì la guerra “Il trionfo dei civilizzati”, mentre il quotidiano francese Le Monde dichiarò che la conquista israeliana aveva “liberato” l’Europa “dalla colpa di cui si era macchiata in seguito al dramma della Seconda Guerra Mondiale e, prima ancora, per le persecuzioni che, dai pogrom russi all’affare Dreyfus, hanno accompagnato la nascita del sionismo”. Nel continente europeo, gli ebrei ebbero finalmente la loro rivincita, ma ahimè, sulla pelle degli arabi, sulla tragica e stupida accusa: “andarono come pecore al macello”.

Cancellare la Palestina

Come avevano fatto nel 1948, gli israeliani procedettero a cancellare dalla mappa i villaggi palestinesi in Cisgiordania, tra cui Beit Nuba, Imwas e Yalu, espellendone i 10.000 abitanti.

Continuarono a decimare, tra gli altri, i villaggi di Beit Marsam, Beit Awa, Hablah e Jiftlik.

A Gerusalemme Est gli israeliani irruppero nel quartiere Mughrabi [maghrebino, ndt.], così chiamata sette secoli prima, quando i volontari Mughrabi provenienti dal Nord Africa si unirono alla guerra di Saladino contro i crociati franchi.

Il quartiere era stato per secoli proprietà di una fondazione islamica. Migliaia di abitanti ebbero solo pochi minuti per abbandonare le proprie case, che furono immediatamente rase al suolo per far spazio alle masse ebraiche conquistatrici, che entrarono nella Città Vecchia e celebrarono la vittoria di fronte al Muro di Buraq, il cosiddetto “Muro Occidentale”.

Il primo governatore militare israeliano dei territori occupati, l’irlandese Chaim Herzog, che sarebbe poi diventato il sesto presidente di Israele, si attribuì il merito della distruzione dell’antico quartiere densamente popolato.

Nel tipico stile razzista israeliano, lo descrisse come un “gabinetto” che “avevano deciso di rimuovere”. Questo è evidentemente ciò che fanno le vittime “civilizzate” quando trionfano sulle loro stesse vittime.

Le jeep israeliane attraversarono Betlemme minacciando attraverso gli altoparlanti la popolazione: “Avete due ore per lasciare le vostre case e fuggire a Gerico o ad Amman. Se non lo fate le vostre case saranno bombardate”.

Seguì un’espulsione di massa, con oltre 200.000 palestinesi costretti ad attraversare il fiume Giordano per raggiungere la riva orientale. Come nel 1948, civili e soldati israeliani saccheggiarono le proprietà palestinesi.

A Gaza fino al dicembre 1968 le forze israeliane espulsero 75.000 palestinesi e impedirono ad altri 50.000, che al momento della guerra del 1967 lavoravano, studiavano o erano in viaggio in Egitto o altrove, di tornare a casa.

L’ONU registrò 323.000 palestinesi sfollati da Gaza e dalla Cisgiordania, 113.000 dei quali erano rifugiati del 1948 ora espulsi per la seconda volta.

A quanto pare, anche questo fu ritenuto coerente con un comportamento “civilizzato”.

“Vittime civilizzate”

Israele espulse più di 100.000 siriani dalle alture del Golan. Alla fine della guerra ne erano rimasti solo 15.000.

Distrusse 100 città e villaggi siriani, trasferendone le terre ai coloni ebrei. Nel Sinai, dove la popolazione all’epoca era composta principalmente da beduini e contadini, 38.000 persone divennero profughe.

Durante la guerra Israele uccise più di 18.000 egiziani, siriani, giordani e palestinesi, perdendo meno di 1.000 soldati.

Durante e dopo la guerra gli israeliani uccisero a colpi di arma da fuoco almeno 1.000 prigionieri di guerra egiziani che si erano arresi, costringendo molti a scavarsi la fossa prima di essere giustiziati.

Inoltre uccisero i palestinesi che prestavano servizio nell’esercito egiziano, selezionandoli appositamente per l’esecuzione. Con l’avanzare dell’occupazione Israele continuò a deportare centinaia di palestinesi.

Tutto ciò costituì, agli occhi dell’Occidente, un’ulteriore dimostrazione di ciò che le vittime “civilizzate” fanno quando conquistano le terre di coloro che considerano incivili.

Eppure, nonostante i consueti crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, il palese razzismo anti-arabo e il disprezzo suprematista, la conquista israeliana fu comunque presentata come una giusta vittoria delle “vittime” israeliane sui loro “oppressori” arabi.

Espansione coloniale

Mentre un coro filo-israeliano in Occidente insisteva sul fatto che il povero Israele stesse mantenendo la sua brutale occupazione dei territori conquistati nel 1967 per poi barattarli con le sue vittime di guerra in cambio della pace, in realtà Israele stava portando avanti il processo di colonizzazione.

Facciamo un rapido inventario.

Nel 1977, 10 anni dopo l’invasione, uno dopo l’altro i governi laburisti israeliani avevano annesso Gerusalemme Est, costruito 30 colonie ebraiche nella sola Cisgiordania e quattro nella Striscia di Gaza, con altre in costruzione.

Oltre 50.000 coloni ebrei si erano già trasferiti nelle colonie fondate a Gerusalemme Est, che vennero deliberatamente e fraudolentemente definite “quartieri”.

Prima che il partito Likud salisse al potere i governi laburisti fondarono anche la maggior parte dei 18 insediamenti coloniali nella penisola del Sinai.

Nel 1972 i laburisti espulsero 10.000 egiziani dopo aver confiscato le loro terre nel 1969. Le loro case, i raccolti, le moschee e le scuole furono rase al suolo per far posto a sei kibbutz, nove insediamenti rurali ebraici e la colonia ebraica di Yamit nel Sinai occupato.

Alla fine le colonie del Sinai furono smantellate nel 1982, in seguito alla firma del trattato di pace tra Egitto e Israele.

Nella Siria occupata Israele istituì la sua prima colonia ebraica, il Kibbutz Golan, nel luglio del 1967.

Durante una visita alle alture del Golan subito dopo la guerra del 1967 il Primo Ministro laburista israeliano Levi Eshkol, il cui nome alla nascita era Shkolnik, fu sopraffatto dalla nostalgia per il suo luogo di nascita, esclamando con gioia: “Proprio come in Ucraina”.

Gli israeliani sfrattarono circa 5.000 rifugiati palestinesi dalle loro case nel “Quartiere ebraico” di Gerusalemme Est, che non era mai stato esclusivamente ebraico e che, prima del 1948, era di proprietà ebraica per meno del 20%. All’epoca, le proprietà ebraiche consistevano in non più di tre sinagoghe con le relative pertinenze.

Nel 1948 i 2.000 abitanti ebrei del quartiere fuggirono nella parte sionista quando l’esercito giordano salvò Gerusalemme Est dal saccheggio e dall’occupazione sionista.

Anche prima del 1948 musulmani e cristiani costituivano la maggioranza degli abitanti del “Quartiere Ebraico” di 2 ettari, e la maggior parte degli ebrei viveva in affitto in abitazioni di proprietà loro o di istituti cristiani o musulmani.

Dopo la conquista israeliana il quartiere fu notevolmente ampliato fino a coprire oltre 16 ettari.

Il Custode Giordano dei Beni degli Assenti [istituzione con sede in Giordania responsabile della gestione delle proprietà di individui divenuti “assenti” a causa del conflitto del 1948, ndt.] aveva conservato tutti i beni ebraici a nome dei loro proprietari originari e non li aveva mai espropriati.

Dopo il 1967 il governo israeliano restituì le proprietà ebraiche a Gerusalemme Est ai loro originari proprietari ebrei israeliani, confiscando al contempo tutte le proprietà palestinesi nel quartiere.

Nel frattempo, le proprietà palestinesi a Gerusalemme Ovest, confiscate da Israele nel 1948, non furono mai restituite ai palestinesi di Gerusalemme Est che, ora sotto occupazione, le rivendicavano.

Il rifacimento di Gerusalemme

Il 29 giugno 1967 Israele pose Gerusalemme Est occupata sotto la municipalità ampliata di Gerusalemme Ovest. Destituì e successivamente deportò il sindaco palestinese-giordano, sciolse il consiglio comunale e collocò la città sotto una amministrazione esclusivamente ebraica.

Subito dopo la conquista l’area fu dichiarata “sito di interesse archeologico”, con il divieto di qualsiasi costruzione.

Le autorità israeliane avviarono scavi archeologici sotterranei alla disperata ricerca del tempio ebraico, portando alla distruzione di numerosi edifici storici palestinesi, tra cui l’ospedale Fakhriyyah del XIV secolo e la scuola al-Tankiziyya.

Nel 1980 Israele annesse ufficialmente la città, un’azione dichiarata “nulla e priva di valore” da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Gli scavi e le trivellazioni sotto e accanto ai luoghi santi musulmani procedettero a ritmo serrato alla ricerca dell’inafferrabile Primo Tempio, che non è mai stato trovato, ammesso che sia mai esistito.

Seguirono presto sfratti di palestinesi di Gerusalemme. Coprifuoco periodici e punizioni collettive furono imposti in tutti i territori occupati.

Inoltre gli israeliani ribattezzarono la Cisgiordania “Giudea e Samaria” e cambiarono i nomi di città e strade per adattarli alle loro fantasie bibliche.

Tutto questo e molto altro hanno preceduto l’attuale genocidio e suscitato elogi o indifferenza da parte dei sostenitori e finanziatori occidentali di Israele.

Un modello persistente

Sembra che il sostegno a Israele da parte dei principali mezzi di informazione occidentali aumenti in proporzione alla sua crudeltà verso le vittime.

La Nakba perpetrata nel 1948 e il sistema di apartheid imposto ai palestinesi che non riuscì a espellere tra il 1948 e il 1967 furono salutati come epiche conquiste da parte delle “vittime ebree” contro le popolazioni a cui avevano rubato le terre e distrutto la vita.

Ma se oggi in Occidente è considerato un crimine morale descrivere la risposta palestinese al colonialismo israeliano in corso come resistenza, lo stesso Ben-Gurion non esitò a chiamarla proprio così nel 1938.

La rivolta palestinese, spiegò, “è una resistenza attiva dei palestinesi a quella che considerano un’usurpazione della loro patria da parte degli ebrei: ecco perché combattono”.

Proseguì: “Dietro i terroristi c’è un movimento che, sebbene primitivo, non è privo di idealismo e abnegazione… noi siamo gli aggressori e loro si difendono. Il paese è loro perché lo abitano, mentre noi vogliamo venire qui e stabilirci, e dal loro punto di vista vogliamo portargli via il loro paese mentre ne siamo ancora fuori”.

A parte questo, è stata la capacità “difensiva” e quasi divina di Israele di annientare le sue vittime nel 1967 a convincere l’Occidente della sua nobile capacità civilizzatrice.

Quella guerra è diventata il modello persistente per le cosiddette campagne “preventive” di Israele, guerre che espandono la sua portata coloniale pur consentendogli di atteggiarsi a vittima innocente.

Quindi non sorprende che i sostenitori occidentali di Israele abbiano invocato questo retaggio non solo dopo i suoi ultimi attacchi contro l’Iran, ma anche durante la sua campagna genocida a Gaza e la sua aggressione di più ampia portata in Cisgiordania, Libano, Siria e Yemen. A loro avviso, Israele non si sta semplicemente difendendo, ma agisce in rappresentanza dell’Occidente.

Il suo attuale furioso accanimento è l’ennesima dimostrazione lampante di ciò che le “vittime” occidentali possono e dovrebbero fare alle loro vittime non occidentali.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è docente di politica e storia intellettuale araba moderne alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri figurano “Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan” [Conseguenze coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania, ndt.], “Desiring Arabs” [Desideri degli arabi, ndt.], “The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians” [La persistenza della questione palestinese: saggi su sionismo e i palestinesi, ndt.] e, più recentemente, “Islam in Liberalism” [L’Islam nel liberismo, ndt.]. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cartellino rosso per genocidio: perché la FIFA deve essere ritenuta responsabile

Ramzy Baroud

12 giugno 2025 – Middle East Monitor

I tifosi di tutto il mondo stanno contestando senza mezzi termini il continuo sostegno della FIFA a Israele, organizzandosi con una coesione senza precedenti a sostegno della Palestina. A differenza di azioni precedenti, questa mobilitazione è ora notevolmente ben coordinata, ampia e solida. Sono lontani i tempi in cui gran parte della solidarietà sportiva emergeva dalla tifoseria di club come il Celtic, il Deportivo Palestino o squadre arabe. Gaza è ora il fulcro indiscusso della solidarietà sportiva mondiale. Le conseguenze di ciò sono probabilmente le più significative in termini di raggiungimento di una consapevolezza globale totale in particolare del genocidio israeliano a Gaza, ma anche dell’occupazione militare israeliana e dell’apartheid in tutta la Palestina occupata.

Per anni, i media mainstream hanno fatto del loro meglio per ignorare bandiere, striscioni e cori pro-Palestina. Quando la solidarietà ha superato livelli tollerabili, che si trattasse di Scozia o Cile, la FIFA ha represso con multe e varie altre misure punitive. Oggi, tuttavia, tali tattiche stanno fallendo completamente. A volte, il Celtic Park sembra essere un’enorme manifestazione pro-Palestina, e numerosi altri club si stanno unendo o stanno intensificando i loro sforzi.

Il 31 maggio, durante la finale di UEFA Champions League del Paris Saint-Germain contro l’Inter, è sembrato che tutte le attività dei tifosi del PSG si siano concentrate sulla Palestina. I cori di “Nous sommes tous les enfants de Gaza” – “Siamo tutti i bambini di Gaza” – risuonavano ovunque, dentro e fuori dallo stadio. Non appena Achraf Hakimi ha segnato il gol del vantaggio, sullo sfondo si è srotolata un’enorme bandiera: “FERMATE IL GENOCIDIO A GAZA”.

Questi atti di solidarietà sportiva senza precedenti sono molto simili al boicottaggio sportivo del Sudafrica dell’apartheid, iniziato a metà degli anni ’60. Questi boicottaggi sono stati determinanti nello scatenare il dibattito e spostare la discussione sull’apartheid dalle aule accademiche alle piazze.

Sebbene quanto sopra sia vero, i due casi non sono sempre paragonabili. All’epoca, grazie agli sforzi dei governi del Sud del mondo, i boicottaggi iniziarono in gran parte a livello istituzionale e ottennero gradualmente un massiccio sostegno popolare.

Nel caso palestinese, invece, si registra un completo collasso morale da parte di istituzioni come la FIFA, mentre sono i tifosi a sostenere la solidarietà.

Ma la FIFA non ha ancora preso alcuna misura contro Israele, nonostante il palese razzismo all’interno delle istituzioni sportive israeliane e il danno diretto che sta infliggendo allo sport palestinese. La scusa preferita dalla FIFA è lo slogan: “Sport e politica non vanno d’accordo”. Ma se così fosse, perché allora la FIFA ha combinato perfettamente le due cose dopo l’invasione russa dell’Ucraina?

Quasi subito dopo l’inizio della guerra i paesi occidentali, con la pretesa di parlare a nome della comunità internazionale, hanno iniziato a imporre centinaia, e poi migliaia, di sanzioni contro la Russia, che si è ritrovata isolata in ogni ambito, incluso lo sport. La FIFA si è subito schierata.

Sebbene sia iniziata molto prima del genocidio israeliano a Gaza, riguardo alla Palestina l’ipocrisia è sconfinata. Ogni sforzo palestinese, spesso sostenuto da associazioni arabe, musulmane e del Sud del mondo, per ritenere Israele responsabile dell’apartheid e dell’occupazione militare si è scontrato con un fallimento sistematico. Ogni volta, la risposta è la stessa. La dichiarazione imbarazzante della FIFA dell’ottobre 2017 ne è un esempio lampante.

La dichiarazione era una risposta al rapporto finale del “Comitato di monitoraggio FIFA Israele-Palestina” che faceva seguito alle ripetute richieste da parte di organizzazioni internazionali di indagare sulla questione dell’occupazione israeliana e sulla necessità che la FIFA chiamasse Israele a rispondere delle proprie azioni.

La replica è stata netta: “La situazione attuale (…) non ha nulla a che fare con il calcio”. È di “eccezionale complessità e delicatezza” e non può essere “modificata unilateralmente da organizzazioni non governative come la FIFA”. Lo “status finale dei territori della Cisgiordania” è di competenza delle competenti autorità di diritto pubblico internazionale.

La dichiarazione concludeva che “la FIFA… deve rimanere neutrale rispetto alle questioni politiche”, aggiungendo che l’associazione “si asterrà dall’imporre sanzioni” a Israele e che “la questione è dichiarata chiusa”.

Da allora molto è cambiato. Ad esempio, nel luglio 2018, Israele si è dichiarato un paese riservato agli ebrei, da cui la Legge sullo Stato nazionale. Ha inoltre approvato una legge nel luglio 2020 che consente l’annessione della Cisgiordania occupata. Dal 7 ottobre 2023 ha lanciato un genocidio contro Gaza.

I termini delle accuse questa volta non provengono dai palestinesi e loro alleati. È il linguaggio delle istituzioni internazionali che stanno indagando attivamente sulle orribili violazioni commesse da Israele a Gaza.

Sebbene la FIFA possa ancora affermare che la questione sia troppo “complessa” e “delicata”, come può ignorare che oltre 700 atleti palestinesi sono stati uccisi e oltre 270 impianti sportivi sono stati distrutti nei primi 14 mesi di guerra?

Qui va detto qualcosa sulla tenacia dei palestinesi, una qualità che non dipende dall’azione o dall’inazione della FIFA. La nazionale di calcio palestinese continua a crescere e, cosa ancora più impressionante, i bambini palestinesi di Gaza riescono in qualche modo a crearsi spazi persino tra le rovine delle loro città per calciare un pallone, rubando così un momento di gioia agli orrori del genocidio.

Sebbene la FIFA continui a deludere la Palestina, gli appassionati di sport si rifiutano di essere parte di questa farsa morale. E, in definitiva, saranno la tenacia dei palestinesi e la crescente solidarietà con la loro giusta causa a costringere la FIFA ad agire, non solo per il bene della Palestina, o anche per il futuro dello sport, ma per la rilevanza stessa della FIFA.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il genocidio israeliano a Gaza è una guerra demografica

Joseph Massad

23 maggio 2025 – Middle East Eye

Dietro l’uccisione di massa e l’espulsione dei palestinesi si cela un imperativo strategico: ripristinare il predominio demografico ebraico in tutto il territorio sotto il controllo coloniale israeliano.

Il genocidio in corso a Gaza, che ha ucciso quasi 54.000 palestinesi, insieme ai vari piani per espellere i sopravvissuti, ha un obiettivo primario: salvaguardare linsediamento coloniale ebraico di Israele ripristinando la maggioranza demografica ebraica persa, che era stata ottenuta fin dal 1948 attraverso uccisioni di massa ed espulsioni.

I sionisti compresero subito che l’unica possibilità di sopravvivenza del loro progetto di colonizzazione era l’istituzione di una maggioranza ebraica attraverso l’espulsione dei palestinesi.

Theodor Herzl, il fondatore del movimento sionista, delineò negli anni Novanta dell’Ottocento i primi piani in merito, piani che l’Organizzazione Sionista ha poi perseguito a partire dagli anni Venti del Novecento. Tuttavia l’espulsione divenne possibile solo dopo la conquista militare sionista della Palestina.

Alla vigilia della guerra del 1948 la Palestina contava una popolazione ebraica di 608.000 persone (pari al 30%), la maggior parte delle quali giunta nel paese nei due decenni precedenti, insieme a 1.364.000 palestinesi.

Durante la conquista del 1948 le forze sioniste uccisero l’1% della popolazione palestinese, oltre 13.000 persone, e ne espulsero circa 760.000, ovvero più dell’80% di coloro che vivevano nell’area che Israele avrebbe poi dichiarato Stato ebraico.

Furono queste uccisioni e questi interventi di pulizia etnica ad istituire la superiorità demografica ebraica in Israele tra il 1948 e il 1967.

Espulsione

Nel novembre del 1948 erano rimasti in Israele circa 165.000 palestinesi e la popolazione ebraica coloniale era salita a 716.000 persone, con un incremento dal 30 all’81% quasi da un giorno all’altro.

Nel 1961 la popolazione ebraica era cresciuta fino a 1.932.000 su una popolazione totale di 2.179.000, portando la percentuale ebraica all’89%.

Alla vigilia della conquista israeliana di tre paesi arabi nel 1967 la popolazione complessiva contava 2,7 milioni di persone, di cui 2,4 milioni erano coloni ebrei e loro discendenti, con la persistenza dell’89% di prevalenza ebraica.

Il principale passo falso demografico commesso dalla colonia ebraica fu la conquista, nel 1967, del resto della Palestina, insieme alle alture del Golan e allo scarsamente popolato Sinai egiziano.

La voracità territoriale di Israele, pur portando a una conquista che ne triplicò le dimensioni geografiche, compromise significativamente la supremazia demografica ebraica per il cui ottenimento i sionisti si erano così duramente impegnati dal 1948.

Prima dell’espulsione del 1967 la popolazione della Cisgiordania era stimata tra 845.000 e 900.000 abitanti, mentre quella della Striscia di Gaza variava tra 385.000 e 400.000 abitanti.

L’espulsione vera e propria iniziò durante la conquista israeliana, con oltre 200.000 palestinesi, molti dei quali rifugiati del 1948 provenienti da quello che era diventato Israele, costretti ad attraversare il fiume Giordano dalla riva occidentale a quella orientale.

Minaccia demografica

A Gaza fino al dicembre 1968 le forze israeliane espulsero 75.000 palestinesi e impedirono ad altri 50.000, che lavoravano, studiavano o viaggiavano in Egitto o altrove, di tornare a casa.

Dopo le espulsioni il censimento israeliano del settembre 1967 registrò una popolazione di 661.700 abitanti in Cisgiordania e 354.700 a Gaza.

La popolazione palestinese di Gerusalemme Est contava 68.600 persone. Complessivamente, questo significava che la popolazione palestinese complessiva di Israele, Cisgiordania e Gaza ammontava a 1.385.000, riducendo la percentuale di ebrei in tutti i territori controllati da Israele dall’89% al 56%, con l’esclusione delle poche migliaia di siriani ed egiziani rimasti sulle alture del Golan e nel Sinai.

Infatti dalle alture del Golan gli israeliani espulsero tra 102.000 e 115.000 siriani, lasciandone non più di 15.000.

Riguardo alla popolazione del Sinai, all’epoca composta principalmente da beduini e contadini, 38.000 di loro divennero profughi. Inoltre con il progredire dell’occupazione Israele continuò a deportare centinaia di palestinesi.

Negli anni ’70 questo terremoto demografico successivo al 1967 procurò all’allora Primo Ministro israeliano Golda Meir molte notti insonni, preoccupata per il numero di palestinesi concepiti ogni notte.

La riduzione della quota ebraica coloniale della popolazione continuò, con la crescente ansia degli israeliani, fino al 1990.

Afflusso sovietico

Nel 1990 la popolazione dell’Israele del 1948 aveva raggiunto circa 4,8 milioni di abitanti, di cui 3,8 milioni di ebrei e un milione di palestinesi, mentre la popolazione palestinese della Striscia di Gaza era di 622.016 persone e quella della Cisgiordania di 1.075.531.

Il numero totale di palestinesi sotto il controllo israeliano era di 2.697.547, il che significava che gli ebrei rappresentavano il 58% della popolazione, un aumento marginale rispetto al 56% del 1967.

Il crollo dell’URSS e le conseguenti crisi economiche nelle repubbliche post-sovietiche portarono a un’emigrazione di massa, soprattutto tra gli ebrei, che trovavano più facile trasferirsi poiché la Legge del Ritorno israeliana offriva loro una destinazione immediata senza le complicazioni dell’emigrazione verso i paesi occidentali.

Ciò rese Israele un’opportunità molto attraente per gli ebrei sovietici e una manna dal cielo per lo Stato israeliano, poiché contribuì a prevenire la temuta “bomba demografica” palestinese, così come la crisi cominciò a essere definita dagli israeliani.

Tuttavia si scoprì che il milione di ebrei sovietici immigrati in Israele tra il 1990 e il 2000 – che ne alterarono significativamente la demografia aumentando sia la popolazione ebraica che quella ashkenazita [ebrei provenienti dall’Europa, ndt.] – non erano tutti ebrei.

L’appartenenza ebraica di oltre la metà di loro fu messa in discussione sia dai rabbini israeliani, che insistevano sul fatto che un ebreo dovesse essere una persona nata da madre ebrea, sia dai gruppi sionisti, tra cui la Zionist Organisation of America (ZOA), poiché molti dei nuovi arrivati ​​avevano, nella migliore delle ipotesi, solo un nonno ebreo. Tra questi, coniugi e altri parenti per nulla ebrei.

Molti degli immigrati post-sovietici si rifiutarono di imparare l’ebraico e continuarono a parlare russo, il che portò alla pubblicazione in Israele di numerosi giornali in lingua russa per venire incontro alle loro esigenze. Alcuni giovani immigrati formarono persino gruppi neonazisti e skinhead che attaccavano ebrei e sinagoghe in tutto il paese.

Tuttavia questa importante ondata migratoria non poté competere con la crescita della popolazione palestinese.

Panico demografico

Nel 2000 la popolazione di Israele aveva raggiunto i 6,4 milioni, di cui cinque milioni di ebrei e quasi 1,2 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 2,012 milioni e quella di Gaza di 1,138 milioni, riducendo la percentuale di coloni ebrei e dei loro discendenti a non più del 52% della popolazione totale.

Rendendosi conto che le poche colonie europee sopravvissute al cambio di rotta globale del colonialismo di insediamento a partire dagli anni ’60 – tra cui il Sudafrica sostanzialmente fino al 1994 – erano quelle che mantenevano una massiccia maggioranza demografica bianca, come Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, il governo israeliano si lasciò prendere dal panico.

Alla fine di quell’anno, il ripristino della superiorità demografica ebraica era diventato una vera e propria ossessione.

Quel dicembre l’Istituto di Politica e Strategia del Centro Interdisciplinare dell’Università di Herzliya in Israele tenne la prima di una serie di conferenze annuali incentrate sulla forza e la sicurezza dello Stato, con particolare riguardo al mantenimento del suo carattere suprematista ebraico.

Uno dei “Punti Principali” individuati nel rapporto di 52 pagine della conferenza era la preoccupazione per i numeri demografici necessari per preservare la supremazia ebraica in Israele:

L’alto tasso di natalità [degli arabi israeliani] mette in discussione il futuro di Israele come Stato ebraico… Le attuali tendenze demografiche, se dovessero continuare, mettono a repentaglio il futuro di Israele come Stato ebraico. Israele ha due strategie alternative: di adattamento o contenimento. Quest’ultima richiede una politica demografica sionista energica e a lungo termine, i cui effetti politici, economici ed educativi garantiscano il carattere ebraico di Israele.

Il rapporto aggiungeva assertivamente che “coloro che sostengono la preservazione del carattere di Israele come… Stato ebraico per la nazione ebraica… costituiscono la maggioranza della popolazione ebraica in Israele”.

Mantenere la superiorità

La conferenza non fu un’iniziativa isolata. Fu l’allora presidente israeliano Moshe Katsav in persona a dare il benvenuto ai partecipanti.

Riflettendo le opinioni suprematiste ebraiche dominanti tra gli ebrei israeliani e le organizzazioni ebraiche americane filo-israeliane, la conferenza fu co-sponsorizzata dall’American Jewish Committee, dall’Israel Center for Social and Economic Progress, dal Ministero della Difesa israeliano, dall’Agenzia Ebraica, dall’Organizzazione Sionista Mondiale, dal Centro per la Sicurezza Nazionale dell’Università di Haifa e dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale israeliano presso l’Ufficio del Primo Ministro.

La conferenza vide la partecipazione di 50 relatori: alti funzionari governativi e militari, tra cui ex e futuri primi ministri, professori universitari, personalità del mondo degli affari e dei media, nonché accademici ebrei americani e agenti della lobby filo-israeliana statunitense.

Da allora la conferenza di Herzliya si tiene annualmente, la questione demografica viene regolarmente discussa e proposte strategie per salvaguardare la superiorità demografica ebraica.

Nel 2002 l’ex Primo Ministro israeliano Shimon Peres, figura chiave del governo israeliano dagli anni ’50, espresse preoccupazione per il “pericolo” demografico palestinese, poiché la Linea Verde che separa Israele dalla Cisgiordania stava iniziando a “scomparire… il che potrebbe portare a un legame tra il futuro dei palestinesi della Cisgiordania e quello degli arabi israeliani”.

Descrisse la questione come una “bomba demografica” e auspicò che l’arrivo di altri 100.000 ebrei in Israele avrebbe rinviato questo “pericolo” demografico di altri 10 anni. Sottolineò che “la demografia sconfiggerà la geografia”.

Nel 2010 la popolazione israeliana aveva raggiunto i 7,6 milioni di abitanti, di cui 5,75 milioni di ebrei e 1,55 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 2,48 milioni e quella di Gaza di 1,54 milioni. Questo rendeva la popolazione ebraica una minoranza non superiore al 49% per la prima volta dopo la massiccia pulizia etnica dei palestinesi del 1948.

Ciò era intollerabile per lo Stato di apartheid, ed è stato in questo contesto che il parlamento israeliano approvò nel luglio 2018 una nuova “Legge fondamentale: Israele come Stato-nazione del popolo ebraico”, dove si afferma che “la terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui è stato istituito lo Stato di Israele” e che “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivo del popolo ebraico”.

La nuova legge, dichiarata costituzionale dalla Corte Suprema israeliana nonostante il suo carattere razzista, fu un’esplicita conferma che Israele aveva compreso di stare perdendo la “guerra” demografica.

Infatti affermava che, indipendentemente dal numero di ebrei rimasti in Israele o dalla loro percentuale rispetto alla popolazione, avrebbero continuato a godere di privilegi razzisti e coloniali esclusivi nei confronti dei palestinesi indigeni.

Supremazia codificata

Nel 2020 la popolazione di Israele contava 9,2 milioni di persone, di cui 6,8 milioni di ebrei e 1,9 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 3,05 milioni e quella di Gaza di 2,047 milioni, con una ulteriore riduzione della percentuale di coloni ebrei e dei loro discendenti al 47% della popolazione totale.

I palestinesi, tuttavia, non sembrano essere l’unica popolazione considerata una “bomba” demografica che minaccia la superiorità demografica ebraica.

Soltanto nel gennaio 2023 Morton Klein, presidente nazionale della ZOA, ha rilasciato una dichiarazione allarmata sull’imminente “de-giudaizzazione” dello Stato ebraico.

Questa volta i colpevoli si sono rivelati essere gli pseudo-ebrei, coloro a cui la famigerata e razzista “Legge del Ritorno” di Israele ha permesso l’ingresso nel Paese. La legge fu modificata nel 1970 per consentire a chiunque nel mondo avesse un nonno ebreo – inclusi il coniuge, i figli e i nipoti non ebrei di tale persona, e i rispettivi coniugi – di diventare colono in Israele e ottenere la cittadinanza israeliana.

La dichiarazione della ZOA affermava con rammarico che l’emendamento del 1970 aveva permesso a mezzo milione di “non ebrei” provenienti dall’ex Unione Sovietica (FSU) di stabilirsi nello Stato ebraico.

La preoccupazione si basava sui dati del governo israeliano secondo cui “in gran parte a causa della clausola sui nonni oltre il 50% di tutti gli immigrati nello Stato ebraico lo scorso anno erano non ebrei, e il 72% degli immigrati provenienti dai paesi dell’ex Unione Sovietica nello Stato ebraico oggi sono non ebrei”.

L’organizzazione sionista rilevava che “questo sta causando un calo significativo della percentuale di ebrei che vivono in Israele, mettendo a repentaglio la continuità di Israele come Stato ebraico”.

Secondo la dichiarazione della ZOA questa situazione spaventosa avrebbe comportato che “i non ebrei avranno sempre più influenza nel determinare i leader, le leggi e le decisioni di sicurezza dello Stato ebraico” e che “gli ebrei della diaspora che hanno bisogno o desiderano vivere nella patria ebraica potrebbero ritrovarsi in futuro in uno Stato a maggioranza non ebraica”.

La dichiarazione chiedeva “l’eliminazione o una modifica della clausola sui nonni. Dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che lo Stato ebraico rimanga ebraico”.

Sebbene non arrivasse a chiedere esplicitamente l’espulsione di mezzo milione di coloni europei “non ebrei”, come Israele aveva fatto con i palestinesi nativi nel 1948 e nel 1967, l’implicazione era chiara.

Se si accetta l’opinione della ZOA secondo cui questi ex ebrei sovietici in Israele oggi non sono affatto ebrei, allora la percentuale di ebrei scende ulteriormente fino al 42%.

Fase finale

È stato in questo contesto che nel maggio 2021 Israele, la sua Corte Suprema e i coloni ebrei hanno intensificato la loro campagna per terrorizzare i palestinesi di Gerusalemme Est , espellendo 13 famiglie – per un totale di 58 persone – dalle loro case nel quartiere di Shaykh Jarrah.

Altri 1.000 palestinesi sono stati minacciati di sfratto dai coloni e dai tribunali israeliani.

La decisione è stata vista a livello internazionale come un’ulteriore conferma che Israele è uno Stato di apartheid.

Nel gennaio 2021 l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem aveva già pubblicato un rapporto che identificava il regime israeliano come uno Stato di “supremazia ebraica” e descriveva Israele come uno Stato di apartheid.

Ad aprile, un mese prima della sentenza della Corte Suprema, Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto in cui dichiarava Israele uno Stato di apartheid sia all’interno dei confini del 1948 che nei territori occupati del 1967.

Amnesty International ha seguito l’esempio nel febbraio 2022, dichiarando anch’essa Israele uno Stato di apartheid.

È in considerazione dello status di minoranza dei coloni ebrei israeliani che si sta verificando l’attuale genocidio a Gaza, parallelamente ai piani per espellere i sopravvissuti palestinesi al di fuori della Striscia.

Il disperato tentativo israeliano di ripristinare la supremazia demografica ebraica è ciò che spinge allo sterminio e all’espulsione pianificata dei due milioni di palestinesi a Gaza. Nel marzo 2025 il governo israeliano ha approvato la creazione di “un organismo per la gestione della migrazione volontaria [dei palestinesi] da Gaza”.

Il governo degli Stati Uniti, che durante le amministrazioni di Joe Biden e Donald Trump ha collaborato con Israele per trovare destinazioni per i sopravvissuti palestinesi al genocidio espulsi, starebbe mediando un altro accordo, questa volta con i signori della guerra libici, per accoglierli.

Con l’esodo di un numero compreso tra 100.000 e mezzo milione di ebrei israeliani dal Paese dall’ottobre 2023, in continuità con una precedente tendenza all’emigrazione, sembra improbabile che, anche se Israele riuscisse nelle sue campagne di sterminio ed espulsione a Gaza, possa mai ripristinare la supremazia demografica ebraica.

L’unica opzione rimasta sarebbe quella di sterminare tutti i palestinesi, non solo quelli di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di storia politica e intellettuale araba moderna alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli, sia accademici che giornalistici. Tra le sue opere figurano: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la creazione dellidentità nazionale in Giordania],Desiring Arabs [Arabi Desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi]. Più di recente ha pubblicato Islam in Liberalism [LIslam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati pubblicati in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Funzionaria ONU: il governo israeliano è il più criminale di tutti

Redazione di MEMO

6 maggio 2025 – Middle East Monitor

Quds Press ha riferito che Francesca Albanese, la Relatrice Speciale ONU sulla Situazione dei Diritti Umani nel territorio palestinese occupato dal 1967, ha descritto il governo israeliano come “il più criminale tra i governi,” aggiungendo che “Israele sta usando la fame come un’arma.”

Albanese ha accusato Israele di commettere un genocidio nella Striscia di Gaza ed ha affermato che l’assedio che continua ad imporre va contro il diritto umanitario internazionale.

Ha anche dichiarato che Israele deve essere sanzionato per le sue violazioni del diritto internazionale a Gaza, affermando che prima o poi i principi del diritto umanitario internazionale prevarranno sulla brutalità israeliana.

Israele ha completamente chiuso tutti i valichi verso Gaza il 2 marzo, vietando l’ingresso di cibo, acqua e carburante.

L’esercito di occupazione israeliano ha ripreso la sua aggressione a Gaza il 18 marzo, rompendo il cessate il fuoco e l’accordo di scambio dei prigionieri del 19 gennaio.

Dall’ottobre 2023 Israele ha ucciso più di 52.200 palestinesi nell’enclave, molti dei quali donne e minori.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)