Coraggio popolo di Gaza! Verrete uccisi a stomaco pieno.

Ahmed Al-Najjar – Giornalista e accademico palestinese

19 maggio 2025 – Al Jazeera

Il nuovo piano umanitario statunitense ci “salverà“, proprio come i precedenti.

Da bambino mi è sempre stato detto che la colazione è il pasto più importante. Ti dà l’energia per andare avanti per tutta la giornata. E così, nella mia famiglia, facevamo regolarmente una colazione deliziosa.

Questo, ovviamente, in passato. Da settimane ormai non mangiamo quasi nulla. Io stesso ho sognato di mangiare una fetta di formaggio e una pagnotta calda intinta nel timo e nell’olio.

Invece inizio l’ennesima giornata di genocidio con una tazza di tè e un “biscotto arricchito del WFP [Programma Alimentare Mondiale dell’ONU, ndt] non in vendita”, insipido e in fase di scadenza, che ho comprato per 1,50 dollari.

Ho seguito le ultime notizie e ho iniziato a pensare che il mio desiderio di qualcosa di diverso da un biscotto del Programma Alimentare Mondiale potrebbe presto essere esaudito.

A quanto pare gli Stati Uniti si sono stancati di sentire i palestinesi di Gaza dire che stanno morendo di fame. Quindi hanno deciso di porre fine alla fame o almeno alle fastidiose lamentele al riguardo.

E così con incrollabile, orgogliosa fiducia nella propria ingegnosità il governo statunitense ha annunciato un nuovo meccanismo per la distribuzione di cibo a Gaza. La “Gaza Humanitarian Foundation”, un termine straordinario ora aggiunto al nostro lessico di ONG e organizzazioni benefiche sul genocidio, dovrebbe riprendere la distribuzione di cibo entro la fine di maggio e distribuire “300 milioni di pasti”. Israele, da parte sua, si è offerto volontario per garantire il processo umanitario, pur continuando le sue azioni omicide.

Mentre questo nuovo “meccanismo” alimentare viene messo a punto il governo israeliano, “sotto la pressione degli Stati Uniti”, ha annunciato che consentirà l’ingresso di “una quantità minima di cibo” per prevenire “lo sviluppo di una crisi alimentare”, secondo quanto riportato dai media internazionali. La ripresa, a quanto pare, durerà solo una settimana.

Qui a Gaza, dove la crisi alimentare è già “ben sviluppata”, non siamo affatto sorpresi da questi annunci. Siamo abituati a vedere Israele con il sostegno straniero premere e rilasciare il “pulsante cibo” a suo piacimento.

Per anni siamo stati tenuti in una prigione di 365 chilometri quadrati, dove i nostri carcerieri israeliani controllano il nostro cibo, razionandolo in modo da non andare mai oltre il livello di sopravvivenza. Molto prima di questo genocidio hanno dichiarato apertamente al mondo che ci stavano tenendo a dieta, contando attentamente le nostre calorie per assicurarsi che non morissimo, ma soffrissimo soltanto. Non si è trattato di una punizione passeggera; è stata una politica ufficiale del governo.

Chiunque, mosso da un sentimento di umanità, osasse sfidare il blocco dall’esterno veniva attaccato, persino ucciso.

Alcuni dicono che avremmo dovuto essere grati che ai camion fosse permesso di entrare. Vero, lo era. Ma altrettanto spesso non gli veniva consentito, soprattutto quando noi, i prigionieri, venivamo ritenuti colpevoli di cattiva condotta.

Innumerevoli volte ho trovato il panificio del mio quartiere chiuso perché non c’era gas per cucinare, oppure non riuscivo a trovare il mio formaggio preferito perché i nostri carcerieri avevano deciso che era un prodotto “a duplice uso” (si intende militare e civile, ndtr.) e non poteva entrare a Gaza.

Eravamo bravi a coltivare il nostro cibo ma non potevamo fare molto nemmeno in questo senso perché gran parte del nostro terreno fertile era vicino alla recinzione della prigione, e quindi irraggiungibile. Amavamo pescare, ma anche la pesca era strettamente sorvegliata e limitata. Avventurarsi oltre la costa significava essere uccisi.

Tutto questo blocco umiliante e calcolato era in atto ben prima del 7 ottobre 2023.

Dopo quel giorno la quantità di cibo consentita a Gaza è stata drasticamente ridotta. Nei giorni successivi ho avvertito più che mai la stretta del blocco israeliano su Gaza, anche se lo conoscevo fin dalla nascita. Per la prima volta mi sono ritrovato a lottare per ottenere qualcosa di così basilare come il pane. Ricordo di aver pensato: sicuramente il mondo non permetterà che questo duri.

Eppure eccoci qui, 19 mesi dopo: sono trascorsi 590 giorni e la lotta è diventata ancora più aspra.

Il 2 marzo Israele ha vietato l’ingresso di cibo e di ogni altro aiuto a Gaza. Da allora la situazione è peggiorata sempre di più, facendoci rimpiangere le fasi precedenti della crisi, quando la sofferenza sembrava leggermente più sopportabile.

Fino a poche settimane fa, ad esempio, potevamo ancora avere qualche pomodoro insieme ai soliti fagioli in scatola che ci distruggevano lo stomaco. Ma ora i venditori di verdura sono scomparsi.

Anche i panifici hanno chiuso e la farina è praticamente scomparsa, lasciandomi con il desiderio di rivivere il leggero disgusto alla vista dei vermi che si contorcono nella farina infestata, perché significherebbe che mia madre potrebbe di nuovo fare il pane. Tutto ciò che ora potrei realisticamente desiderare è trovare delle fave non scadute.

Riconosco che altri se la passano molto peggio di me. Per i genitori di bambini piccoli la lotta per trovare cibo è un’agonia.

Prendete il mio barbiere per esempio. Quando sono andato da lui per un taglio di capelli due settimane fa appariva esausto.

“Riesci a immaginare? Non mangio pane da settimane. Quel poco di farina che ogni tanto riesco a comprare lo metto da parte per i miei figli. Mangio solo quanto basta per sopravvivere, non per saziarmi. Non capisco perché il mondo li tratti così. Se ai loro occhi non siamo degni di vivere che abbiano almeno pietà dei nostri figli affamati. Va bene se vogliono far morire di fame noi, ma non i nostri figli”, mi ha detto.

Questo potrebbe sembrare una crudele sacrificio, ma è ciò che qui dopo 19 mesi di incessanti omicidi israeliani è diventato l’essere genitori. I genitori sono consumati dalla paura, non solo per la sicurezza dei loro figli, ma anche per la possibilità che possano essere bombardati mentre hanno fame. Questo è l’incubo di ogni famiglia e di ogni tenda a Gaza.

Nei pochi ospedali a malapena funzionanti il panorama della carestia è ancora più straziante. Neonati e bambini ischeletriti giacciono sui letti d’ospedale; madri malnutrite siedono accanto a loro.

È diventato normale vedere quotidianamente immagini di bambini palestinesi emaciati. Anche noi facciamo fatica a trovare cibo, ma vederli ci spezza il cuore. Vogliamo aiutare. Pensiamo che magari una scatola di piselli potrebbe fare la differenza. Ma che aiuto possono offrire i piselli a un neonato affetto da severa denutrizione, ad un bambino ridotto a fragile guscio di pelle e ossa?

Nel frattempo il mondo sta in silenzio osservando Israele bloccare gli aiuti e sganciare bombe e chiedendosi incredulo come sia possibile?

Il 7 maggio l’esercito israeliano ha bombardato via al-Wehda, una delle più trafficate di Gaza City. Un missile ha colpito un incrocio pieno di venditori ambulanti, un altro un ristorante in funzione. Almeno 33 palestinesi sono stati uccisi.

Sono apparse online immagini di una tavola con fette di pizza imbevute del sangue di una delle vittime. L’immagine di una pizza a Gaza ha catturato l’attenzione mondiale; il bagno di sangue no. Il mondo esigeva risposte: come si può vivere una condizione di carestia se è possibile ordinare la pizza?

, nel contesto di una carestia genocida si trovano negozianti e ristoranti. Negozianti che vendono un chilo di farina a 25 dollari e una lattina di fagioli a 3 dollari. Un ristorante dove viene servita la fetta di pizza più piccola e costosa del mondo: un impasto di pessima qualità, formaggio e il sangue di chi l’ha ordinata.

In questo mondo ci viene chiesto di spiegare la presenza di una pizza per riuscire a credere che siamo degni del cibo. In questo mondo l’abbozzo di un piano astratto degli Stati Uniti per sfamarci sembra ragionevole, mentre tonnellate di aiuti salvavita attendono ai valichi di frontiera di essere accettati e distribuiti da agenzie umanitarie già pienamente operative.

A Gaza abbiamo già assistito a esercitazioni di pubbliche relazioni mascherate da “azione umanitaria”. Ricordiamo i lanci aerei che uccidevano più persone di quante ne nutrissero. Ricordiamo il molo da 230 milioni di dollari che ha trasportato a malapena 500 camion di aiuti a Gaza dal mare: un’impresa che avrebbe potuto essere compiuta in mezza giornata da terra attraverso un valico aperto.

A Gaza abbiamo fame, ma non siamo stupidi. Sappiamo che Israele può affamarci e commettere un genocidio solo perché gli Stati Uniti glielo permettono. Sappiamo che fermare il genocidio non è tra le preoccupazioni di Washington. Sappiamo di essere ostaggi non solo di Israele, ma anche degli Stati Uniti.

Ciò che ci tormenta non è solo la carestia; è anche la paura che sotto le mentite spoglie di soccorritori arrivino degli estranei con l’unico compito di iniziare a gettare le basi della colonizzazione. Anche se il piano statunitense venisse applicato e anche se prima del prossimo bombardamento israeliano ci fosse permesso di mangiare so che il mio popolo non sarà distrutto dall’uso del cibo come arma.

Israele, gli Stati Uniti e il mondo intero dovrebbero capire che non baratteremo la terra per le calorie. Libereremo la nostra patria, anche a stomaco vuoto.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Ahmed Al-Najjar

Ahmed Al-Najjar è un giornalista e accademico palestinese che vive a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Si occupa del genocidio israeliano in corso.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Non siamo numeri: le voci dei giovani di Gaza

Yvonne Singh

5 maggio 2025 – Middle East Eye

L’antologia include saggi che coprono la guerra del 2014 a Gaza fino alla campagna militare israeliana in corso.

“Voglio che il mondo sappia che la Palestina ha scrittori, artisti, pensatori e, soprattutto, appassionati. Voglio che il mondo sappia che siamo esseri umani proprio come voi”. Così scrive Anas Jnena in uno dei tanti toccanti racconti presenti in questa importante e attuale raccolta.

Le voci dei giovani di Gaza sono state palesemente assenti nella guerra in corso.

Sono state ridotte a cupe statistiche da mezzi di comunicazione sommerse dalla brutalità del genocidio in corso che ha causato la morte di oltre 52.000 palestinesi fino ad oggi.

Questo libro, nato come piattaforma online, costituisce l’ultima revisione e presenta una costellazione di storie, poesie e saggi di 59 giovani palestinesi di Gaza.

Attraverso i loro occhi siamo testimoni della ricchezza e del calore della loro cultura e dell’innegabile impatto umano della guerra.

Come suggerisce Allam Zedan nel suo testo: “Rappresento la generazione che ha vissuto tre guerre”.

Zedan, che da scolaro impertinente della sesta classe [in Palestina la sesta classe corrisponde alla nostra prima media, ndt.] sgranocchiava di nascosto semi di girasole in classe, divenuto un giovane adulto segnato dalla stanchezza ritrova la sua insegnante.

Studiare sodo non è garanzia per un buon lavoro: prima dell’inizio dell’ultima guerra, il 7 ottobre 2023, la disoccupazione giovanile colpiva il 60% dei palestinesi di Gaza.

Come per altri che affrontano innumerevoli ostacoli nella ricerca di lavoro, le speranze di Zedan di mettersi in proprio sono ostacolate dall’impossibilità di aprire un conto in banca.

«Il destino di noi giovani è quello di morire o consumarci lentamente», scrive.

La sua insegnante, che ha perso il figlio quando una granata israeliana ha colpito la sua casa durante la guerra del 2014, gli impartisce un’ultima lezione: “Non arrenderti… Sii paziente e rimani a lottare un altro giorno“.

“I colori della speranza”

Speranza e resilienza brillano in questa antologia proprio come lo splendore delle stelle illumina il cielo notturno di Gaza, effetto collaterale delle continue interruzioni di corrente.

I saggi partono dal 2015 e ci conducono fino ai giorni nostri. Quartieri e strade rese familiari dalle notizie di cronaca si popolano delle risate, delle speranze e dei sogni dei giovani.

Questo libro colma un abisso, offrendoci uno spaccato della vita dei giovani palestinesi di Gaza e dando peso alle loro voci.

Questi non sono remoti fatti di cronaca: sono giovani che amano la sabbia tra le dita dei piedi, il sapore dolce della knafeh [dolce tipico mediorientale, ndt.] e ascoltano con passione la musica sufi e Adele [cantautrice britannica, ndt.].

Nada Hammad scrive della campagna “Colors of Hope” [Colori della Speranza, ndt.] dopo la guerra del 2014: giovani donne trascinano secchi di vernice al porto di al-Mina a Gaza e tingono i muri con un arcobaleno vibrante in contrasto col grigio delle macerie lasciate dal conflitto.

Khaled Alostath, appassionato di libri, desidera ardentemente sentire il peso di un romanzo nel palmo della mano, piuttosto che sforzare gli occhi per leggere un PDF sul suo cellulare.

Leggere narrativa, spiega, è il suo modo di sentirsi vivo, maledicendo il protagonista del romanzo di fantascienza Peace di Gene Wolfe – “vieni a vedere l’inferno in cui viviamo qui”- mentre la terra trema sotto i suoi stessi piedi.

Scorre le fotografie delle grandi biblioteche del mondo – Londra, Washington DC e Alessandria – e fantastica di spulciare tra gli scaffali.

Akram Abunahla descrive con sottile umorismo i pericoli dello shopping online a Gaza: il suo desiderio di possedere una collezione di CD di musica tradizionale è ostacolato da una serie di leggi bizantine che affronta con la destrezza di un videogiocatore esperto.

La quindicenne Iman Inshasi si trasferisce dagli Emirati Arabi Uniti a Gaza; inizialmente se la prende per i rubinetti ostruiti, la mancanza di acqua pulita, il caldo intenso (i ventilatori funzionano ad intermittenza a causa della mancanza di corrente).

Tuttavia alla fine la sua contrarietà si trasforma in rispetto, nell’osservare come le persone riescano a sopravvivere e persino a sviluppare le loro vita con pochissimo.

“Il 7 ottobre non è nato dal nulla”

In un bellissimo pezzo sull’amicizia il poeta Mosab Abu Toha [vincitore del premio Pulitzer 2025, ndt] ricorda di aver lavorato in un bar sulla spiaggia con il suo amico Ezzat e descrive il loro amore condiviso per la squadra di calcio del Barcellona e per la torta “nido d’api” di sua madre (un dolce palestinese che ricorda un alveare).

Ezzat muore in un attacco missilistico israeliano nel 2014 e suo padre regala ad Abu Toha la sua maglia di Messi.

Quando Mosab si laurea l’unico pensiero che lo attraversa è il fantasma di Ezzat che applaude per lui.

L’antologia conduce al dopo il 7 ottobre 2023 e alla guerra in corso; come osserva Basma Almaza: “Il 7 ottobre non è arrivato dal nulla“.

A differenza di qualsiasi notizia di cronaca “We Are Not Numbers” aiuta a comprendere come l’odio verso Israele sia stato fomentato dall’imposizione di un brutale assedio militare durato 16 anni a due milioni di persone costrette ad abitare una striscia di terra di 365 kmq.

In queste pagine la speranza si accende, ma a tratti si affievolisce. I capitoli più bui della storia gettano ombre minacciose sulle vite di questi giovani, frenando le loro aspirazioni di istruzione, lavoro, viaggi e persino di salute, con il blocco israeliano che porta a una cronica e mortale carenza di medicinali.

La Grande Marcia del Ritorno del 2018 è descritta come un’atmosfera festosa di una protesta pacifica infranta dall’esplosione di un proiettile; mentre Aya Alghazzawi si chiede se la pandemia abbia reso il mondo impenetrabile come Gaza.

Almaza racconta di come il 9 ottobre 2023 la sua casa di famiglia sia stata distrutta, 19 anni di ricordi svaniti in un istante, e di come intere famiglie siano state annientate dai bombardamenti aerei: “La famiglia Sabat a Beit Hanoun, la famiglia Abu Daqqa a Khan Younis, la famiglia al-Daws a Zaytoun, la famiglia Sha’ban a Nasr, la famiglia Abu Rakab a Zawayda”.

Vengono narrate scene orribili di questa guerra: ci fa rivivere il devastante terrore del massacro della farina del 29 febbraio 2024, la corsa di “anime disperate”, la “raffica” di proiettili israeliani sui camion degli aiuti e il panico che ne è seguito.

Yusuf El-Mhayed racconta di essere stato costretto, insieme a diversi altri uomini del suo quartiere, a marciare verso lo stadio Yarmouk, spogliato e picchiato selvaggiamente (la sua conoscenza dell’inglese lo rendeva un bersaglio) e, quando gli è stato detto che poteva andarsene, è stato crudelmente ferito da un cecchino israeliano.

Dagli aggiornamenti forniti su ognuno di questi scrittori apprendiamo che ora è l’unico sostentamento della famiglia ed è stato costretto a trasferirsi 14 volte (è originario del quartiere di Shujaiya).

Fino a oggi nel corso del genocidio sono stati tragicamente uccisi quattro scrittori: Yousef Dawas, Mahmoud Alnaouq, Huda Alsoso e Mohammed Hamo.

Questa antologia è dedicata a loro e ad un loro insegnante e mentore Refaat Alareer, anch’egli ucciso in un attacco aereo israeliano il 6 dicembre 2023.

Le storie contenute in queste pagine testimoniano la resilienza dello spirito dei giovani di Gaza e, alla fine, offrono speranza per il suo futuro.

Come afferma El-Mhayed: “Sto ancora cercando disperatamente di sopravvivere a questo genocidio in corso, e ora lo sto documentando per me stesso, per il mio popolo e per voi, con la speranza che condividere la mia storia contribuisca a porvi fine”.

I giovani di Gaza hanno parlato attraverso questa raccolta straziante e spesso bellissima. Il minimo che possiamo fare è ascoltarli.

We are Not Numbers: The Voices of Gazas Youth è curato da Ahmed Alnaouq e Pam Bailey ed è stato pubblicato da Hutchinson Heinemann nel 2025 [scaricabile online, ndt.].

Yvonne Singh

Yvonne Singh è giornalista, scrittrice e redattrice. I suoi articoli sono apparsi, tra gli altri, su The Guardian, The Observer, The Mirror, The London Evening Standard e la BBC. Ha lavorato per molti anni al Guardian e fa parte della redazione di Middle East Eye e Pree, la rivista letteraria di scrittura caraibica. Insegna giornalismo e saggistica creativa al City Lit di Londra.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




ONU: l’85% delle richieste di aiuti umanitari nel nord di Gaza bloccati o ritardati da Israele

  1. Redazione di MEMO

12 novembre 2024 – Middle East Monitor

Le Nazioni Unite hanno riferito che lo scorso mese l’85% delle sue richieste di concordare l’invio di convogli di aiuti ed ingressi umanitari nel nord di Gaza sono stati o bloccati o ritardati dalle autorità israeliane.

Secondo un portavoce dell’ONU, Stephane Dujarric, l’UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs [ufficio ONU per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha inoltrato 98 richieste di accesso per il passaggio attraverso un posto di controllo nella Gaza Valley, ma solo 15 sono state approvate.

Egli ha annunciato che “negli ultimi tre giorni équipe dell’OCHA, di agenzie ONU che si occupano di diritti umani e di altre organizzazioni umanitarie hanno visitato nove luoghi a Gaza City per valutare i bisogni di centinaia di famiglie sfollate, molte delle quali stanno tornando nel nord di Gaza.”

Dujarric ha espresso serie preoccupazioni per i palestinesi ancora nel nord di Gaza a causa del blocco ancora in corso, sollecitando Israele a permettere operazioni umanitarie essenziali.

Inoltre, secondo un portavoce ONU un nuovo rapporto redatto da OCHA rivela inoltre che a ottobre organizzazioni umanitarie hanno presentato 50 richieste per entrare a Gaza nord, delle quali 33 sono state rigettate e 8 sono state accolte ma hanno subito ritardi che hanno inciso negativamente sulle loro missioni.

Il rapporto è stato pubblicato nel mezzo di una crescente crisi umanitaria, dato che la parte settentrionale di Gaza presenta gravi condizioni di carestia dopo 50 giorni durante i quali non è stato permesso l’ingresso di aiuti o approvvigionamenti. Le agenzie ONU avvertono che le centinaia di migliaia di abitanti dell’area stanno sperimentando estrema violenza, inclusi trasferimento forzato e carenze di cibo e risorse potenzialmente mortali.

Decine di migliaia di palestinesi, incluse decine di pazienti in tre ospedali nel nord della Striscia di Gaza, sono “in immediato pericolo di morte per fame o di conseguenze di lungo periodo sulla salute” ha avvertito domenica l’Euro-Med Human Rights Monitor.

Il Monitor ha aggiunto che “l’uso della denutrizione come arma di guerra da parte di Israele è parte del genocidio in corso nella Striscia, che include anche uccisioni di massa e trasferimenti forzati.”

Dall’attacco di Hamas dello scorso anno Israele ha continuato una devastante offensiva contro Gaza, nonostante una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU che chiede un immediato cessate il fuoco.

Da allora sono state uccise più di 43.600 persone, per la maggior parte donne e minori, e altre circa 103.000 ferite, secondo fonti della sanità locale.

Israele deve inoltre affrontare una accusa di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia per le sue azioni contro Gaza.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un chirurgo palestinese sopravvive alle prigioni di Sde Teiman e Ofer

Fedaa al-Qedra

10 novembre 2024 The Electronic Intifada

Il dott. Khaled Al Serr, chirurgo del Nasser Medical Complex di Khan Younis, ha recentemente trascorso sei mesi come prigioniero nel sistema giudiziario militare israeliano. Prima del suo arresto si stava prodigando quanto possibile nell’impegno assistenziale durante una delle peggiori crisi umanitarie che Gaza abbia mai visto.

“Dal momento in cui è iniziata la guerra ho fatto tutto il possibile per aiutare la mia gente”, ha ricordato Al Serr durante un’intervista all’inizio di ottobre. “Non potevo pensare alla mia sicurezza quando così tanti miei connazionali avevano bisogno di aiuto”.

Ma alla fine di marzo le forze israeliane hanno preso d’assalto il Nasser Medical Complex per la seconda volta durante il genocidio in corso. I soldati hanno costretto il personale medico, tra cui Al Serr, a evacuare.

Ronzando sopra le loro teste i droni impartivano l’ordine di lasciare l’edificio. Nonostante indossasse il camice bianco da medico e uno stetoscopio al collo, che lo identificavano chiaramente come un medico, Al Serr è stato arrestato.

“Ci hanno fatto spogliare, ci hanno legato le mani e ci hanno bendato gli occhi”, racconta a The Electronic Intifada. “È stato umiliante, ma peggio ancora, ci hanno trattato come criminali. Eravamo solo medici che cercavano di salvare vite”.

Sopportare condizioni disumane

I soldati hanno poi portato Al Serr e gli altri in una casa vicina che era stata trasformata in un centro di comando militare. Lì, afferma, lui e i suoi colleghi hanno sopportato cinque giorni di detenzione in condizioni disumane.

“Per i primi quattro giorni non ci hanno dato cibo”, dice Al Serr, “e il quarto giorno (la sera), ci hanno portato un pezzettino di pane e del formaggio, appena sufficienti per sopravvivere”.

Durante tutto il calvario i medici sono rimasti con le mani legate e gli occhi bendati, mentre venivano sottoposti a interrogatori aggressivi e trattamenti violenti, ricorda.

Dopo cinque giorni di tormento, sono stati gettati dentro jeep militari, stipati insieme come sacchi di verdura.

“Ci hanno ammucchiati uno sopra l’altro”, dice Al Serr. “Siamo stati trattati peggio degli animali e i soldati, seduti su di noi, ci hanno deriso e picchiato durante tutto il tragitto fino al centro di detenzione di Sde Teiman” nel deserto del Negev.

Il centro di detenzione di Sde Teiman, noto per il trattamento disumano riservato ai detenuti, è diventato la nuova prigione di Al Serr. Racconta come i prigionieri non solo fossero disumanizzati, ma anche sottoposti a continui abusi fisici e psicologici.

“Ci hanno legato le mani e bendato gli occhi. Non ci era permesso muoverci, parlare o anche solo guardare di lato. Ogni piccolo movimento dava seguito a brutali percosse”, afferma Al Serr.

Uno degli aspetti più strazianti della prigionia è stato l’abuso sessuale e l’uso eccessivo della forza contro i prigionieri, dice.

“Ci picchiavano senza pietà, prendendo di mira le zone sensibili del nostro corpo con i manganelli”, racconta Al Serr. “Ci hanno persino aggrediti sessualmente, usando qualsiasi mezzo possibile per degradarci e umiliarci. Ci hanno spruzzato spray al peperoncino sulle parti intime. Era orribile.”

Il trattamento era un tentativo calcolato di distruggere i prigionieri, fisicamente e mentalmente.

Li ho visti torturare un uomo anziano solo perché muoveva le labbra nel recitare il Corano,dice Al Serr

La crudeltà andava oltre il dolore fisico, precisa.

Ai prigionieri era consentito lavarsi solo una volta alla settimana e, anche in quel caso, i vestiti che venivano dati loro erano stati cosparsi di sputi da parte dei soldati. “Avevamo due minuti per fare la doccia e, una volta finito, dovevamo indossare vestiti sporchi su cui [i soldati] si erano asciugati i piedi”, aggiunge Al Serr.

Le condizioni di vita a Sde Teiman erano squallide, con la struttura infestata da insetti e topi.

I detenuti erano costretti a dormire sopra sottili stuoie su pavimenti di cemento grezzo.

“Il freddo era insopportabile e non avevamo coperte per proteggerci”, dice Al Serr. “In quei pochi mesi ho perso 40 chili, sopravvivendo a malapena con un pezzo di pane tostato e una piccola porzione di marmellata o formaggio ogni giorno. Non era abbastanza per sostenere una persona”.

I prigionieri venivano spesso picchiati, soprattutto quelli che sfidavano le regole arbitrarie e oppressive delle guardie.

“Quando gli andava le guardie facevano irruzione nella cella e ci intimavano di sdraiarci a faccia in giù con la testa a terra. Chi disobbediva veniva picchiato con i manganelli”, dice Al Serr. “Alcuni prigionieri mi hanno detto che venivano picchiati sulle parti intime con i manganelli e colpiti con scariche elettriche. Usavano qualsiasi metodo possibile per tormentarci”.

Trasferiti nella prigione di Ofer

Nel corso delle proteste internazionali per gli abusi a Sde Teiman alcuni prigionieri, tra cui Al Serr, sono stati trasferiti nella prigione di Ofer nella Cisgiordania occupata. Al Serr è stato portato nella prigione di Ofer a giugno.

Sebbene le condizioni fossero leggermente migliori, gli abusi psicologici e fisici sono continuati. Amnesty International ha riferito che era trattenuto lì “senza accuse o processo ai sensi della legge abusiva sui combattenti illegali“.

“A Ofer i pestaggi erano meno frequenti, ma l’umiliazione non è mai cessata”, afferma Al Serr. “Non ci fornivano cure mediche adeguate. Ho avuto un’emorragia interna e non sono stato visitato da un medico per oltre un mese”.

Al Serr ha detto che quando finalmente gli è stato prescritto un farmaco è arrivato 10 giorni dopo la sua visita in ospedale. La mancanza di cibo e cure mediche nella prigione di Ofer rispecchiavano le terribili condizioni di Sde Teiman.

Dopo essere arrivati ​​alla prigione di Ofer Al Serr e i suoi colleghi sono stati condannati da un tribunale militare.

È stato un processo farsa condotto al telefono”, ha ricordato. “Non conoscevamo nemmeno le accuse contro di noi. Ci hanno etichettati come ‘combattenti illegali’ catturati durante la guerra e ci hanno imposto condanne arbitrarie fino alla fine del conflitto”.

Preoccupazioni per la famiglia e il rilascio

Ciò che ha pesato di più su Al Serr durante la sua prigionia è stata l’incertezza riguardo alla sua famiglia. “Ero costantemente preoccupato per loro, soprattutto perché durante la guerra erano stati sfollati. Ho sentito voci di operazioni militari vicino a Rafah, dove si trovavano, e ho temuto il peggio”, dice.

Dopo il suo inaspettato rilascio il 30 settembre, probabilmente perché non era considerato una minaccia, Al Serr è tornato al lavoro determinato a continuare a servire il suo popolo nonostante il trauma che aveva sopportato. Ma quando si è riunito alla sua famiglia loro vivevano tra le rovine della loro casa a Khan Younis.

“Siamo persone forti e resilienti”, dice, riflettendo sulla sua esperienza. “Questa non è la fine; è una testimonianza”.

Fedaa al-Qedra è una giornalista a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Perché Israele ha messo fuori legge l’UNRWA e cosa questo potrebbe significare per i rifugiati palestinesi

Qassam Muaddi  

29 ottobre 2024 Mondoweiss 

Israele ha vietato il lavoro dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi come parte di una campagna in corso per cancellare i diritti dei rifugiati palestinesi. Il commissario generale dell’UNRWA ha affermato che la legge sacrificherà “un’intera generazione di bambini”.

Lunedì 28 ottobre la Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato un disegno di legge che mette al bando ed espelle l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e il Lavoro dei rifugiati palestinesi (UNRWA) da Israele e da Gerusalemme Est. Il disegno di legge è stato presentato da due membri della Knesset, Dan Illouz, nato in Canada, del partito Likud [il partito di Netanyahu, ndt.], e Yulia Malinovski, nata in Ucraina, del partito Yisrael Beiteinu [partito nazionalista di destra, ndt.]. Era stato approvato in prima battuta dalla Commissione per la Sicurezza e gli Affari Esteri della Knesset a metà ottobre. La Knesset, che conta 120 seggi, lunedì ha votato il disegno di legge in scrutinio finale con una schiacciante maggioranza di 92 voti a favore e solo 10 contrari, trasformandolo in legge. Dovrebbe entrare in vigore tra 90 giorni.

La legge proibisce tutte le attività dell’UNRWA, incluso il provvedere servizi essenziali ai rifugiati palestinesi. Vieta inoltre a tutti i funzionari israeliani di comunicare con l’UNRWA, ordina la chiusura dei suoi uffici e revoca tutte le esenzioni fiscali, lo status diplomatico e i visti d’ingresso all’UNRWA e al suo personale. La legge proibisce specificamente le attività dell’UNRWA “nel territorio di Israele”. Le attività dell’UNRWA sono principalmente in Cisgiordania e a Gaza, e i suoi uffici principali sono a Gerusalemme Est, tutti luoghi che secondo il diritto internazionale non fanno parte del territorio di Israele. Tuttavia Israele ha annesso Gerusalemme Est nel 1981, il che rende la legge applicabile agli uffici e alle strutture dell’UNRWA che sono lì.

Comunque Israele controlla effettivamente anche la Cisgiordania e Gaza e tratta la Cisgiordania come parte del suo territorio, sebbene non l’abbia ancora ufficialmente annessa. In altre parole, cosa significhi questa legge per le principali attività dell’UNRWA in queste aree resta poco chiaro. “Se Israele decidesse di applicare questa legge in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza significherebbe che più di 2,9 milioni di palestinesi in circa 30 campi profughi non avrebbero più scuole, assistenza medica, raccolta dei rifiuti e altri servizi municipali”, ha detto a Mondoweiss Lubna Shomali, direttrice di BADIL, Centro Risorse per la Residenza Palestinese e i Diritti dei Rifugiati.

Poiché Israele continua la sua campagna per spopolare forzatamente la parte settentrionale di Gaza, e i suoi leader chiedono apertamente l’annessione ufficiale della Cisgiordania, è plausibile che Israele possa applicare il suo bando dell’UNRWA anche in quelle aree. Questa decisione porrebbe fine a gran parte del lavoro dell’UNRWA e ai servizi che ha fornito per 76 anni, e metterebbe a rischio milioni di rifugiati palestinesi.

La campagna israeliana contro l’UNRWA

La legge arriva dopo mesi di sforzi israeliani per screditare l’UNRWA, tra cui l’accusa che 12 dei suoi dipendenti avrebbero partecipato agli attacchi del 7 ottobre. Il comitato indipendente delle Nazioni Unite che ha esaminato le accuse di Israele e il capo degli affari umanitari dell’UE hanno rilevato che Israele non ha fornito alcuna prova a sostegno delle sue accuse. Tuttavia Israele ha comunque esercitato pressioni diplomatiche sui paesi membri delle Nazioni Unite affinché tagliassero i fondi all’UNRWA.

La campagna contro l’UNRWA ha toccato anche gli Stati Uniti. Nel 2018 l’amministrazione Trump ha ufficialmente tagliato i fondi statunitensi all’UNRWA come parte di una serie di mosse che hanno preso di mira elementi fondamentali della causa palestinese, tra cui il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, il riconoscimento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e il riconoscimento dell’annessione da parte di Israele delle alture del Golan siriane occupate, tutto in contraddizione con il diritto internazionale e le antiche posizioni degli Stati Uniti. L’amministrazione Biden ha ripristinato parte dei finanziamenti tagliati da Trump ma non li ha riportati al livello precedente. Gli attacchi all’UNRWA durante l’amministrazione Trump sono apparsi come un tentativo di indebolire il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Gli Stati Uniti hanno ripreso le affermazioni israeliane secondo cui i rifugiati palestinesi ottengono il loro status di rifugiati dall’UNRWA e quindi l’eliminazione dell’Agenzia annullerebbe anche quei diritti.

“Lo status di rifugiati è indipendente dall’esistenza dell’UNRWA e, secondo il diritto internazionale, dà ai rifugiati il ​​diritto di scegliere tra ritorno, reinsediamento o integrazione, ma finché non esercitano la libertà di scelta il loro status rimane valido e hanno diritto all’assistenza umanitaria, e questo vale per tutti i rifugiati nel mondo”, ha spiegato Shomali di BADIL a Mondoweiss. “Questo diritto è collettivo per tutti i rifugiati palestinesi perché, nel caso dei palestinesi, è collegato al loro diritto nazionale all’autodeterminazione. Ma è anche un diritto umano individuale e fondamentale che nessun compromesso politico da parte di alcuna autorità può annullare. L’UNRWA rappresenta il riconoscimento internazionale di questa realtà legale e politica, ed è per questo che Israele cerca da tanto tempo di liquidare l’UNRWA “, ha sottolineato.

In reazione al voto della Knesset il commissario generale dell’UNRWA Philippe Lazzarini ha inviato una lettera al presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Philemon Yang, chiedendo all’Assemblea di intervenire per fermare l’applicazione della legge. La lettera segnala che la legge avrebbe un impatto “pericoloso” sugli sforzi umanitari a Gaza, dove tutta la popolazione è stata sfollata e dipende dagli aiuti umanitari.

Lazzarini ha aggiunto che la situazione a Gaza è “oltre il linguaggio diplomatico”, notando che “nessun’entità altro che l’UNRWA può fornire istruzione a 660.000 ragazzi e ragazze. Un’intera generazione di bambini sarebbe sacrificata”.

In precedenza Lazzarini aveva scritto sul suo account X che la legge israeliana non è altro che una “punizione collettiva”, aggiungendo che porre fine ai servizi dell’UNRWA “non priverà i palestinesi del loro status di rifugiati”, che è protetto dalla risoluzione 194 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvata nel 1949, in cui si afferma che i rifugiati palestinesi hanno diritto al ritorno e al risarcimento.

L’UNRWA sul campo

L’UNRWA lavora attualmente in 58 campi profughi palestinesi riconosciuti nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Giordania, in Siria e in Libano, servendo oltre 5,9 milioni di rifugiati palestinesi. I servizi dell’UNRWA includono 706 scuole, che provvedono istruzione elementare, media e in alcuni casi superiore a oltre 660.000 bambini e adolescenti. L’UNRWA gestisce anche 147 centri medici, con una media di sette visite mediche a persona ogni anno. Questi centri offrono medicine di base a basso costo e gratuite ai residenti di basso reddito dei campi profughi. A Gaza l’UNRWA è la più grande organizzazione di assistenza umanitaria, dato che il 78% della popolazione di Gaza è composta da rifugiati del 1948 e dai loro discendenti. Durante il genocidio israeliano in corso l’agenzia ha svolto un ruolo centrale negli sforzi umanitari per assistere la popolazione di Gaza, che è stata quasi interamente sfollata; molti degli sfollati sono diventati rifugiati per la terza volta nella loro vita.

Negli ultimi mesi l’ONU ha lanciato una campagna di vaccinazione di massa dei bambini contro la diffusione della poliomielite, che ha avuto una virulenta recrudescenza a Gaza durante il genocidio in corso a causa della distruzione dei sistemi sanitari da parte di Israele. Sebbene la campagna sia stata pianificata e gestita dall’UNICEF e dall’OMS, l’esecuzione logistica della campagna è stata principalmente realizzata dagli oltre 1.200 dipendenti dell’UNRWA a Gaza, poiché l’agenzia ha il maggior numero di dipendenti ONU nella Striscia. Martedì l’UNICEF ha affermato in una dichiarazione che il bando dell’UNRWA da parte della legge israeliana appena approvata potrebbe causare “il collasso del sistema umanitario” a Gaza e mettere a rischio la vita di un gran numero di bambini.

Lunedì il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha invitato Israele ad “agire in modo coerente con i suoi obblighi ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”, aggiungendo che “la legislazione nazionale non può alterare tali obblighi”. Amnesty International ha affermato in una dichiarazione che la legge israeliana equivale alla “criminalizzazione degli aiuti umanitari” e sabato 52 organizzazioni umanitarie internazionali hanno firmato un “appello globale per salvare l’UNRWA”. L’appello ha sottolineato che le azioni di Israele contro l’Agenzia, tra cui il voto del disegno di legge anti-UNRWA, sono “parte della strategia più ampia del governo di Israele per delegittimare l’UNRWA, screditare il suo sostegno ai rifugiati palestinesi e minare il quadro giuridico internazionale che protegge i loro diritti, incluso il diritto al ritorno”, aggiungendo che “se approvate, queste leggi avranno un impatto grave non solo sulle operazioni dell’UNRWA ma anche sui diritti dei rifugiati palestinesi”.

“I paesi membri dell’ONU devono fare pressione su Israele e se necessario sospendere tutti i rapporti economici e diplomatici per salvare l’UNRWA”, ha detto Lubna Shomali a Mondoweiss. “Se Israele riesce a vietare un’istituzione internazionale creata da una risoluzione dell’ONU, allora cosa potrebbe impedirgli di vietare le istituzioni della società civile palestinese e altre organizzazioni internazionali? Chi sarà la prossima vittima?”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Lo storico voto dell’ONU a favore delle sanzioni contro Israele cambierà le prospettive per i palestinesi?

Omar Barghouti

Giovedì 19 settembre 2024 – The Guardian

Nel corso della nostra pluridecennale resistenza contro lo spietato regime di oppressione da parte di Israele i palestinesi non hanno mai perso la speranza

Quando il 18 settembre 2024 l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato a larga maggioranza una risoluzione che chiede delle sanzioni contro Israele il Canada si è astenuto, obiettando che la risoluzione “si allinea con il boicottaggio, il disinvestimento, le sanzioni, a cui il Canada si oppone fermamente”. Questa formulazione, ipocrisia a parte, capovolge in realtà la verità. Lanciato nel 2005, il movimento non violento e antirazzista BDS, ispirato dalla lotta anti-apartheid sudafricana e dal movimento per i diritti civili degli Stati Uniti, ha costantemente sostenuto i diritti dei palestinesi in linea con il sistema giuridico internazionale.

Il BDS chiede di porre fine all’occupazione illegale e all’apartheid di Israele e di sostenere il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare e ottenere dei risarcimenti. È l’assemblea generale delle Nazioni Unite che sta finalmente iniziando ad “allinearsi” con l’urgente compito di applicare il diritto internazionale in modo coerente anche a Israele. Come afferma Craig Mokhiber, ex alto funzionario dell’ONU per i diritti umani, la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) rende il BDS “non solo un imperativo morale e un diritto costituzionale e umano, ma anche un obbligo giuridico internazionale”.

Questa risoluzione, ben lungi dall’essere semplicemente l’ennesima approvata dall’ONU, costituisce una sentenza storica. È la prima volta in assoluto che l’assemblea generale abbia chiamato in causa il regime di apartheid di Israele e la prima volta in 42 anni che abbia richiesto delle sanzioni per porre fine alla sua occupazione illegale, come stabilito dalla ICJ a luglio.

Molti palestinesi e attivisti solidali restano comunque scettici. A quasi un anno dall’inizio del genocidio di Israele contro 2,3 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza occupata e assediata Israele commette quotidianamente atrocità, mostrando un livello senza precedenti di presunta inviolabilità, o quello che persino il mite segretario generale dell’ONU chiama “totale impunità”. In collaborazione con le potenze occidentali egemoniche, guidate dagli Stati Uniti, Israele non solo sta sterminando decine di migliaia di palestinesi autoctoni, ma nel contempo sta anche distruggendo i principi stessi del diritto internazionale.

Molti esperti di diritti umani dell’ONU concordano. In una dichiarazione rilasciata lo stesso giorno hanno affermato che “l’edificio del diritto internazionale è in bilico, mentre la maggior parte degli Stati evita di prendere misure significative per rispettare i propri obblighi internazionali riaffermati nella sentenza [della ICJ]”. Hanno scritto che per rispettare la sentenza gli Stati devono imporre all’occupazione illegale e al “regime di apartheid” di Israele radicali sanzioni economiche, commerciali, accademiche e di altro tipo, indicando come misura più urgente un totale embargo militare.

Già nell’ottobre 2023, a pochi giorni dall’attacco genocida di Israele a Gaza, il presidente colombiano Gustavo Petro ha messo in guardia contro “la crescita senza precedenti del fascismo e, di conseguenza, la morte della democrazia e della libertà… Gaza è solo il primo esperimento nel considerarci tutti sacrificabili”. In altre parole, “ora o mai più”, come hanno affermato gruppi ebraici progressisti e antisionisti. Ciò significa che la priorità più urgente dell’umanità ora è porre fine al genocidio di Israele, riconoscendo insieme che la giustizia per i palestinesi si interseca e si intreccia con le lotte per la giustizia razziale, climatica, economica, di genere e sociale.

Le decisioni della ICJ, lo storico voto dell’assemblea generale e le dichiarazioni degli esperti dell’ONU sono tutte espressione della crescita di una maggioranza globale che non solo sostiene la lotta per l’emancipazione palestinese ma anche la missione fondamentale di salvare nientemeno che l’umanità da un’era contraddistinta dal “diritto del più forte”, mai vista dalla seconda guerra mondiale, che sta relegando le istituzioni dell’ONU nel dimenticatoio della storia.

Comunque i palestinesi non si fanno illusioni che la luce della giustizia si accenda su di noi grazie alla ICJ o all’ONU, quest’ultima storicamente responsabile della Nakba del 1947-49, della pulizia etnica della maggior parte dei palestinesi e dell’istituzione di Israele come colonia di insediamento su gran parte dell’area della Palestina storica. Il totale fallimento del sistema giudiziario internazionale, dominato dalle potenze coloniali euro-americane, nel fornire gli strumenti di base necessari, inequivocabili e giuridicamente vincolanti per fermare il primo genocidio televisivo al mondo, per non parlare del garantire la giustizia, la dice lunga.

Abbiamo il diritto internazionale dalla nostra parte. Abbiamo un’etica superiore come popolo autoctono che combatte un sistema di oppressione depravato e genocida per ottenere i nostri diritti. L’etica e la legge sono necessarie nella nostra o in qualsiasi altra lotta di liberazione, ma non sono mai sufficienti. Per smantellare un sistema di oppressione gli oppressi hanno invariabilmente bisogno anche di potere: il potere del popolo, il potere della base, il potere di una coalizione trasversale, il potere della solidarietà e il potere dei media, fra l’altro.

Nel costruire il potere del popolo i palestinesi non stanno elemosinando al mondo la carità; stiamo chiedendo una solidarietà significativa. Ma prima di tutto stiamo chiedendo la fine della complicità. L’obbligo etico più forte in situazioni di terribile oppressione è di non fare del male e di riparare il danno fatto da te o in tuo nome.

Come ha dimostrato la lotta che ha posto fine all’apartheid in Sudafrica, porre fine alla complicità statale, corporativa e istituzionale nel sistema di oppressione di Israele, in particolare attraverso le tattiche non violente del BDS, è la forma più efficace di solidarietà, di costruzione del potere popolare per aiutare a smantellare le strutture dell’oppressione.

Tuttavia, a quasi un anno dal genocidio c’è chi si lamenta di una “stanchezza da genocidio”. Ma i palestinesi, in particolare a Gaza, non possono permettersi il lusso della “stanchezza da genocidio”, poiché Israele continua a massacrare, affamare e sfollare con la forza, commettendo ciò che gli esperti dell’ONU hanno identificato come “distruzione totale di case, città, scuole e insegnanti, sistema sanitario, genocidio culturale e, più di recente, ecocidio”.

I palestinesi non hanno mai perso la speranza nella nostra resistenza pluridecennale al regime spietato di oppressione di Israele. Questa speranza sconfinata non è radicata in un pio desiderio o in una fede ingenua in una vittoria inevitabile che cada dal cielo, ma nel costante sumud [termine arabo di ampio significato culturale; possibili traduzioni parziali: fermezza, perseveranza, resilienza, resistenza, ndt.] del nostro popolo, nella risolutezza a voler continuare a vivere nella nostra patria, nella libertà, nella giustizia, nell’uguaglianza e nella dignità. È inoltre radicata nella crescita ispiratrice del movimento di solidarietà globale e nel suo impatto.

Inoltre, come dice lo scrittore britannico-pakistano Nadeem Aslam, “La disperazione va guadagnata. Personalmente non ho fatto tutto il possibile per cambiare le cose. Non mi sono ancora guadagnato il diritto alla disperazione”. A meno che voi non vi siate guadagnati quel diritto dovete continuare a organizzarvi, continuare a sperare, continuare a porre fine alla complicità nella vostra sfera personale di influenza. Con un radicalismo strategico possiamo prevalere e prevarremo sul genocidio, sull’apartheid e su tutta questa indicibile oppressione.

Omar Barghouti è uno dei fondatori della campagna palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni [BDS].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cimitero dei numeri – Israele trattiene 552 corpi, inclusi quelli di decine di minori

Redazione di Palestine Chronicle e WAFA

27 agosto 2024 – Palestine Chronicle

Le istituzioni hanno sottolineato che “è arrivato a 552 il numero dei corpi trattenuti nei cimiteri di numeri e nelle celle frigorifere.”

Martedì le Istituzioni dei Prigionieri e la Campagna Nazionale per il Recupero dei Corpi dei Martiri hanno riferito che le autorità dell’occupazione israeliana continuano a trattenere 552 corpi, inclusi 256 nei cosiddetti cimiteri dei numeri [in cui sono sepolti in forma anonima palestinesi uccisi da Israele, ndt.], insieme a centinaia della Striscia di Gaza.

Questa informazione è stata rilasciata in una dichiarazione congiunta dalla Palestine Prisoners Society [Società dei Prigionieri Palestinesi] (PPS), dalla Commissione di Detenuti ed Ex-Detenuti, dalla Fondazione Damir per i Diritti Umani e dalla Campagna Nazionale per il Recupero dei Corpi dei Martiri, in coincidenza con il Giorno Nazionale per il Recupero dei Corpi che cade annualmente il 27 agosto.

Le istituzioni hanno sottolineato che “il numero di corpi trattenuti nei cimiteri di numeri e celle frigorifere è arrivato a 552, inclusi 256 nei cimiteri dei numeri e 296 dal ritorno della politica di detenzione nel 2015.”

Le organizzazioni hanno anche osservato che i corpi trattenuti includono 9 donne, 32 prigionieri, 55 minori, 5 individui dai territori del 1948 [palestinesi con cittadinanza israeliana, ndt.] e sei palestinesi rifugiati dal Libano.

La dichiarazione riferisce inoltre che “dall’inizio dell’aggressione israeliana il 7 ottobre, l’occupazione ha aumentato la detenzione dei corpi, dal momento che sta trattenendo 149 corpi e questo numero costituisce più della metà di quanti sono stati sequestrati dal 2015, osservando che questo dato non include i [corpi dei] martiri detenuti nella Striscia di Gaza.”

In più la dichiarazione aggiunge che “il numero [di corpi] di persone detenuti a Gaza dall’occupazione è stimato intorno alle centinaia, ma non c’è alcuna dichiarazione ufficiale da parte dell’occupazione riguardo l’effettivo numero di corpi di martiri ad oggi a Gaza.”

Nel frattempo, decine di civili e di famiglie di coloro i cui corpi sono trattenuti dall’occupazione israeliana oggi hanno preso parte a proteste nei governatorati di Ramallah, Jenin e Nablus chiedendo che le autorità israeliane restituiscano i corpi trattenuti dei palestinesi uccisi dall’esercito israeliano.

Genocidio in corso

Facendosi beffe della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiede il cessate il fuoco immediato, Israele ha fronteggiato una condanna internazionale durante la sua brutale offensiva in corso contro Gaza.

Attualmente sotto accusa davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi, dal 7 ottobre Israele sta conducendo una devastante guerra contro Gaza.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza 40.476 palestinesi sono stati uccisi e 93.647 feriti durante il genocidio israeliano in corso a Gaza a partire dal 7 ottobre.

Inoltre almeno 11.000 persone, presumibilmente morte sotto le macerie delle loro case dappertutto nella Striscia, non sono conteggiate.

Israele afferma che il 7 ottobre, durante l’operazione Inondazione di Al-Aqsa, sono stati uccisi 1.200 soldati e civili. I media israeliani hanno pubblicato rapporti secondo cui quel giorno molti israeliani sono stati uccisi dal “fuoco amico.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Entro 48 ore tutti i centri sanitari di Gaza cesseranno di funzionare – Ministero della Salute

Redazione di Palestine Chronicle

30 giugno 2024 – The Palestine Chronicle

Domenica il Ministero della Sanità di Gaza ha dichiarato che entro 48 ore gli ospedali e le stazioni di ossigeno in tutta la Striscia cesseranno le operazioni in seguito allesaurimento del carburante causato dalla guerra israeliana in corso.

In una dichiarazione il Ministero ha avvertito che entro 48 ore i restanti ospedali, centri sanitari e stazioni di ossigeno smetteranno di funzionare”.

Il Ministero ha osservato che questa situazione è prevista a causa dellesaurimento del carburante necessario per il funzionamento dei generatori, del quale Israele impedisce lingresso a Gaza insieme ad altre forniture essenziali come medicine e cibo, in un quadro di inasprimento delle restrizioni nei confronti della Striscia”.

Ha rilevato che le scorte di carburante sono quasi esaurite nonostante le rigorose misure di austerità attuate dal Ministero per conservare le scorte rimanenti il ​​più a lungo possibile, data l’insufficiente quantità disponibile per il funzionamento”.

Il ministero ha esortato tutte le organizzazioni internazionali e umanitarie pertinenti a intervenire tempestivamente fornendo il carburante necessario, nonché i generatori elettrici e i pezzi di ricambio necessari per la manutenzione”.

Venerdì Hossam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, ha affermato che l’ospedale avrebbe cessato a breve le operazioni a causa della carenza di carburante necessario per i suoi generatori elettrici.

La PRCS evacua

Domenica la Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha evacuato la sua sede amministrativa temporanea nel sud della Striscia di Gaza a causa degli attacchi israeliani nella zona.

L’organizzazione “ha evacuato completamente la sua sede amministrativa temporanea nell’area di Mawasi Khan Younis a causa della caduta di schegge sull’edificio e dei bombardamenti diretti, che costituivano un pericolo per il personale che lavora all’interno”, ha affermato sabato su X.

Larea di Al-Mawasi è stata designata dallesercito israeliano come rifugio sicuroper i palestinesi in seguito allinvasione di terra di Rafah allinizio di maggio.

Tuttavia le forze israeliane hanno attaccato l’area da quando i palestinesi già precedentemente sfollati e rifugiatisi a Rafah sono stati costretti a sfollare ad Al-Mawasi.

Genocidio in corso

Attualmente sotto processo davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi, dal 7 ottobre Israele sta conducendo una guerra devastante contro Gaza.

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza nel genocidio israeliano in corso a Gaza 37.877 palestinesi sono stati uccisi e 86.969 feriti.

Inoltre in tutta la Striscia almeno 7.000 persone risultano disperse, presumibilmente morte, sotto le macerie delle loro case.

Organizzazioni palestinesi e internazionali affermano che la maggior parte delle persone uccise e ferite sono donne e minori.

La guerra israeliana ha provocato una grave carestia, soprattutto nel nord di Gaza, con la morte di molti palestinesi, soprattutto minori.

Laggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di quasi due milioni di persone provenienti da tutta la Striscia di Gaza, di cui la stragrande maggioranza costretti a rifugiarsi nella città meridionale, densamente affollata, di Rafah, vicino al confine con lEgitto in quello che è diventato il più grande esodo di massa in Palestina a partire dalla Nakba del 1948.

Israele afferma che il 7 ottobre, durante loperazione ‘Al-Aqsa Flood’ (‘Tempesta di Al-Aqsa’, ndtr.), sono stati uccisi 1.200 soldati e civili. I media israeliani hanno pubblicato rapporti che suggeriscono che quel giorno molti israeliani sarebbero stati uccisi dal fuoco amico”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Trovati in una scuola di Gaza corpi di donne, minori e neonati ‘colpiti a morte dalle forze israeliane’

Redazione di The New Arab

13 dicembre 2023 – The New Arab

A quanto riferito l’esercito israeliano ha colpito ed ucciso palestinesi che si erano rifugiati in una scuola vicino al campo profughi di Jabalia, nella parte settentrionale di Gaza.

I corpi di più di una decina di palestinesi che sarebbero stati colpiti a morte dalle forze israeliane sono stati trovati mercoledì in una scuola nella parte settentrionale di Gaza.

Almeno 15 corpi crivellati di proiettili e decomposti sono stati trovati ammucchiati nella scuola Shadia Abu Ghazala ad ovest del campo profughi di Jabalia, in un’area chiamata Al-Faluja. La scuola è stata usata come rifugio per le persone sfollate a causa dei bombardamenti israeliani.

Testimoni oculari e parenti delle vittime hanno affermato che sono state colpite a bruciapelo dalle truppe israeliane. A quanto pare le vittime sono state uccise nella notte tra martedì e mercoledì, ma ciò non può essere confermato.

Un video sconvolgente dei corpi è stato ottenuto da Al Jazeera e condiviso sui social media.

Precedentemente mercoledì Israele ha bombardato la scuola primaria per ragazzi Abu Hussein di Jabalia gestita dalle Nazioni Unite, uccidendo e ferendo decine di persone.

Israele ha continuamente bersagliato scuole ed ospedali dove avevano trovato rifugio decine di migliaia di palestinesi sfollati per la brutale campagna militare aerea e terrestre israeliana.

Intere famiglie ed edifici multipiano sono stati spazzati via dagli attacchi dell’aviazione israeliana e la maggior parte delle 18.600 persone uccise dal 7 ottobre sono donne e minori.

Ci sono state richieste internazionali di portare Israele davanti ad una corte di giustizia per il genocidio in corso a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)