Il killer silenzioso di Gaza

Taqwa Ahmed Alwawi

15 giugno 2026 – Palestine Deep Dive

Mentre gli ospedali collassano e la fame aumenta un’epidemia respiratoria espone la crescente catastrofe sanitaria di Gaza.

A metà gennaio 2026 il collasso del sistema sanitario di Gaza aveva raggiunto un punto di svolta catastrofico. I corridoi degli ospedali erano già sovraffollati di pazienti affetti da malnutrizione, malattie croniche e lesioni legate al genocidio quando una nuova ondata di malattie respiratorie ha iniziato a diffondersi rapidamente nella Striscia. Il 14 gennaio il dottor Muhammad Abu Salmiya, direttore del complesso medico Al-Shifa, ha avvertito pubblicamente che i virus respiratori si diffondevano a una velocità allarmante, travolgendo un sistema sanitario che aveva perso da tempo la capacità di rispondere.

I medici riscontravano un significativo aggravarsi delle malattie respiratorie stagionali. Il personale medico ha riferito sintomi insolitamente gravi, tra cui febbre alta prolungata, estrema stanchezza, intenso dolore corporeo e difficoltà respiratoria acuta. Questi sintomi sono più pericolosi tra i bambini malnutriti, i pazienti anziani e quelli con preesistenti patologie.

A causa della distruzione dei laboratori, dellassenza di test diagnostici e della mancanza di strutture operative in grado di effettuare test su larga scala, i medici non sono in grado di confermare lesatto ceppo del virus a Gaza, né sono autorizzati a inviare test al di fuori di Gaza. Di conseguenza i medici non hanno accesso ai vaccini specifici per la malattia in circolazione. Si basano invece sui sintomi clinici e sui modelli ricorrenti tra i pazienti per acquisire una comprensione della malattia. Molti sospettano che si tratti di un ceppo influenzale mutato o di uninfezione respiratoria simile al coronavirus, esacerbata dalla fame e dallo stress cronico.

Le malattie che i medici non riescono a identificare con precisione a causa della mancanza di test diagnostici e di laboratori funzionanti possono includere sia infezioni comuni che ceppi potenzialmente sconosciuti. Ciò che è evidente tuttavia è che in un sistema sanitario privato di medicinali, attrezzature e personale, e in una popolazione già indebolita da una crisi prolungata, queste malattie stanno diventando molto più gravi di quanto sarebbero normalmente. Condizioni patologiche che di solito si risolverebbero con riposo e cure di base si stanno invece aggravando, trasformandosi in malattie prolungate e debilitanti, sempre più difficili da trattare.

Abu Salmiya, direttore del Complesso Medico Al-Shifa, il più grande ospedale di Gaza, ha sottolineato che la diffusione delle infezioni non avviene nel nulla; il sistema immunitario della popolazione di Gaza è stato sistematicamente indebolito dalla fame prolungata, dai ripetuti spostamenti forzati e da oltre due anni di incessanti attacchi militari israeliani. I virus respiratori agiscono su corpi già debilitati dalla fame, dalla disidratazione, dallo stress cronico e dai traumi.

I medici spiegano che la mancanza di cibo ha lasciato molti pazienti con una risposta immunitaria gravemente compromessa. Le infezioni minori persistono, peggiorano e si diffondono, mentre la guarigione diventa lenta o impossibile. In questo contesto un virus stagionale che altrimenti sarebbe gestibile è diventato potenzialmente fatale.

Strutture sanitarie al collasso

Gli ospedali di Gaza operano ben oltre le loro capacità. In diverse strutture l’occupazione dei posti letto ha superato il 150%, mentre l’assistenza preventiva di routine, comprese le vaccinazioni annuali per bambini, anziani e persone con malattie croniche, è di fatto collassata. In molti casi i vaccini sono semplicemente non disponibili.

Quello che sta accadendo a Gaza è la prevedibile conseguenza di una distruzione deliberata e sistematica delle infrastrutture sanitarie pubbliche.

Dall’ottobre 2023 i raid aerei e le operazioni di terra israeliane hanno danneggiato o distrutto ospedali, cliniche, ambulanze e infrastrutture mediche, mentre centinaia di operatori sanitari sono stati uccisi e feriti durante l’offensiva.

Alla fine del 2025 solo una frazione degli ospedali di Gaza era seppure solo parzialmente funzionante. Le unità di terapia intensiva operavano regolarmente oltre la loro capacità, mentre la carenza di carburante, elettricità, acqua potabile e forniture mediche paralizzava i servizi essenziali. Bambini e anziani sono particolarmente vulnerabili. I medici sono stati costretti a eseguire interventi chirurgici senza un’anestesia adeguata e, a volte, senza un’illuminazione affidabile a causa delle interruzioni di corrente.

Nel corso del genocidio l’ospedale Al-Shifa, il più grande complesso medico di Gaza, è stato ripetutamente attaccato, assediato ed evacuato con la forza. Ai pazienti veniva ordinato di andarsene anche in condizioni critiche, alcuni costretti a percorrere lunghe distanze sotto il fuoco nemico.

Il 23 novembre 2023 il dottor Muhammad Abu Salmiya è stato arrestato dalle forze israeliane mentre accompagnava un convoglio di evacuazione medica coordinato dalle Nazioni Unite. È stato detenuto in Israele per circa sette mesi senza accusa né processo ed è stato rilasciato il 1° luglio 2024 senza alcuna incriminazione formale. La sua detenzione ha allontanato uno dei più alti dirigenti sanitari di Gaza in un momento in cui il sistema sanitario era già al collasso.

Collasso sistematico

Nei campi profughi e nei rifugi sovraffollati le famiglie sono costrette a sopravvivere con un apporto calorico minimo e a bere acqua non potabile, con servizi igienici inadeguati. In alcune zone del nord di Gaza, in seguito alla chiusura delle stazioni di pompaggio per carenza di carburante, le acque reflue si riversano nelle aree residenziali. In queste condizioni le malattie infettive si diffondono rapidamente. Le infezioni respiratorie acute, le malattie simil-influenzali e altre patologie trasmissibili sono aumentate vertiginosamente, soprattutto nei rifugi sovraffollati dove il distanziamento fisico e l’igiene di base sono impossibili.

Per capire come l’epidemia stia influenzando la vita quotidiana ho parlato con diversi abitanti di Gaza che, in base ai loro sintomi, i medici ritengono siano contagiati da un virus respiratorio. Le loro testimonianze erano sorprendentemente simili e riflettevano un’esperienza condivisa e ricorrente in tutta la Striscia. “Qui la gente non muore più solo per le bombe”, mi ha detto un abitante del luogo, “muore di fame e di malattie”.

Osama, un diciannovenne che vive nella zona centrale di Gaza, ha descritto sintomi iniziati solo due giorni prima del nostro incontro, ma che si sono aggravati rapidamente. Ha parlato di forti mal di testa, estrema debolezza muscolare, nausea e completa perdita di appetito: sintomi che, a suo dire, erano di gran lunga peggiori di qualsiasi influenza avesse mai avuto. Come altre persone con cui ho parlato, Osama aveva cercato di farsi curare, ma aveva scoperto che non cerano farmaci disponibili.

Aggravata dalla grave carenza di cibo e medicine la malattia lo ha lasciato esausto e in gran parte incapace di muoversi durante il giorno, impedendogli di svolgere le attività più elementari. La sua più grande paura è che, senza accesso a cure adeguate, le sue condizioni peggiorino. Il suo messaggio riecheggiava quello espresso, seppur con parole diverse, da tutti gli intervistati: “Le persone a Gaza sono esseri umani, proprio come tutti gli altri fuori”.

Morti silenziose

Queste testimonianze riflettono una realtà condivisa: la malattia si sta diffondendo in un luogo dove riposo, nutrimento, calore e cure mediche sono in gran parte inesistenti.

Organizzazioni umanitarie internazionali hanno ripetutamente avvertito che la catastrofe sanitaria di Gaza non è casuale. Associazioni mediche hanno descritto l’attuale situazione degli ospedali di Gaza come sovraffollata e insicura, mentre funzionari sanitari internazionali hanno sottolineato che la distruzione delle infrastrutture sanitarie ha reso quasi impossibile il controllo delle malattie.

Ai sensi del diritto internazionale umanitario gli attacchi alle strutture sanitarie, il blocco degli aiuti medici e la privazione di cibo ai civili costituiscono gravi violazioni. Eppure non c’è nessun addebito delle responsabilità, anche quando malattie prevenibili diventano letali.

Il virus respiratorio che si sta diffondendo a Gaza dall’inizio del 2026 è la conseguenza biologica dell’assedio, della carestia e della distruzione sistematica del sistema sanitario.

I medici avvertono che senza un intervento immediato che includa cibo, medicine, carburante e protezione per le strutture mediche l’epidemia continuerà, mietendo silenziosamente vittime mentre il mondo distoglie lo sguardo.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Oltre mille professionisti della Sanità chiedono il boicottaggio dell’Associazione Medica Israeliana per il genocidio di Gaza

Redazione MEMO

15 giugno 2026 – Middle East Monitor

Oltre 1.150 professionisti e organizzazioni sanitarie hanno firmato una petizione che chiede il boicottaggio dell’Associazione Medica Israeliana (IMA) accusandola di non aver difeso l’etica medica durante il genocidio perpetrato da Israele a Gaza.

La campagna, guidata dal People’s Health Mment (PHM), da Artsen voor Gaza (Medici per Gaza) e dal Consiglio Consultivo Sanitario di Jewish Voice for Peace, chiede la sospensione dell’IMA dall’Associazione Medica Mondiale (WMA).

Gli attivisti accusano l’IMA di silenzio di fronte alla distruzione del sistema sanitario di Gaza da parte di Israele, all’uccisione e alla detenzione di operatori sanitari palestinesi e alle torture nei centri di detenzione israeliani.

Secondo il PHM la campagna mira a “porre fine alla complicità medica” e a spingere la comunità medica globale ad agire contro quello che definisce il fallimento dell’IMA nel condannare gli attacchi contro le strutture sanitarie di Gaza. Il gruppo afferma che 1.722 operatori sanitari palestinesi sono stati uccisi dall’ottobre 2023, mentre ospedali, ambulanze e cliniche sono stati ripetutamente attaccati o distrutti, paralizzando il sistema sanitario di Gaza.

La rivista The Lancet ha riferito che la campagna chiede che la sospensione dell’IMA venga inserita all’ordine del giorno dell’Assemblea Generale dell’Associazione Medica Mondiale (WMA) di ottobre. La rivista ha anche osservato di non aver individuato alcuna dichiarazione pubblica in cui l’IMA abbia condannato gli attacchi israeliani contro il sistema sanitario di Gaza, criticato la condotta di Israele nel genocidio, chiesto un cessate il fuoco o reagito ai rapporti delle Nazioni Unite sul genocidio contro i palestinesi.

Leslie London, professoressa emerita di sanità pubblica all’Università di Città del Capo e membro di People’s Health Movement Sudafrica, ha dichiarato a The Lancet che l’IMA è stata “collusa con l’indicibile trattamento dei palestinesi durante quest guerra”. Ha accusato l’Associazione di non aver riconosciuto le prove del deliberato attacco mirato contro strutture e operatori sanitari, nonché le condizioni crudeli, disumane e degradanti” a cui sono sottoposti i detenuti palestinesi nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani

La PHM afferma che gli operatori sanitari palestinesi sono stati “sistematicamente presi di mira” nell’ambito della distruzione del sistema sanitario palestinese, descrivendo questo fenomeno come centrale nel genocidio di Gaza e nella pulizia etnica nella Cisgiordania occupata. La campagna chiede che le associazioni membri della WMA sollevino formalmente la questione, sostengano misure disciplinari e riconoscano la rappresentanza medica palestinese all’interno della WMA.

In una dichiarazione rilasciata a The Lancet l’IMA ha respinto le accuse definendole “bugie” o “accuse fortemente contestabili presentate come fatti”. Ha sostenuto che le richieste di una sua espulsione confondono le azioni di un governo con quelle di un’associazione medica e ha avvertito che una tale mossa danneggerebbe la collaborazione scientifica e indebolirebbe il dialogo medico internazionale.

Anche la WMA ha dichiarato a The Lancet di apprezzare il dialogo con le 117 associazioni mediche nazionali aderenti e di opporsi all’esclusione di membri a causa delle azioni dei loro governi. Si afferma che il dialogo tra i medici è essenziale durante i conflitti globali e le crisi umanitarie.

Tuttavia gli attivisti sostengono che un dialogo senza assunzione di responsabilità rischia di normalizzare la distruzione del sistema sanitario di Gaza. Derek Summerfield, docente senior onorario di medicina al King’s College di Londra e firmatario della petizione, ha dichiarato a The Lancet che l’IMA ha “violato ogni regola della WMA”.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La produzione agricola israeliana contaminata da sostanze chimiche a causa delle esplosioni dell’esercito a Gaza

Mera Aladam

9 giugno 2926 – Middle East Eye

Da un nuovo studio emerge che è stato individuato del materiale pericoloso nel terreno agricolo a circa 20 km dal confine con Gaza

Da un nuovo studio emerge che la produzione agricola locale in Israele è stata contaminata da sostanze chimiche pericolose rilasciate dalle esplosioni dell’esercito durante i due anni di genocidio a Gaza.

La ricerca è stata condotta da esperti della Hebrew University, del Ministero della Sanità, dell’Istituto Volcani e dell’Organizzazione per la Ricerca Agricola dell’Arava meridionale [regione del distretto meridionale di Israele, ndtr.].

Essa ha rivelato che PFAS – un gruppo di prodotti chimici sintetici di lunga durata – sono stati individuati in patate campionate in decine di campi vicino al confine con Gaza.

Lo studio aggiunge che l’inquinamento da PFAS è stato rilevato in pozzi per l’acqua e terreni fino a 19 km da Gaza.

I ricercatori ipotizzano che il materiale chimico sia stato probabilmente trasportato dal vento sul terreno agricolo dopo essere stato rilasciato dagli esplosivi a Gaza, evidenziando l’impatto ambientale della devastante guerra di Israele.

I PFAS sono notoriamente di difficile smaltimento nell’ambiente e nel corpo umano e sono inoltre resistenti al calore, guadagnandosi il soprannome di “sostanze chimiche eterne”.

Certi tipi di PFAS sono stati collegati a diverse problematiche di salute, inclusi danni al sistema riproduttivo e immunitario, problemi di sviluppo nei feti e aumento del rischio di cancro.

In Israele circa il 15% dei pozzi di acqua potabile e il 70% delle sorgenti d’acqua usate per l’agricoltura contengono residui di PFAS, portando alla chiusura di importanti pozzi d’acqua in tutto il Paese.

L’impronta di CO2 causata dalla guerra genocida di Israele a Gaza ha peggiorato un ambiente già fragile con emissioni che nei primi 15 mesi dell’aggressione sono stimate superiori a quelle di 100 Paesi.

La Rete di Ricerca di Scienze Sociali [piattaforma scientifica statunitense in rete, ndtr.], ha evidenziato che il costo climatico della distruzione israeliana di Gaza – incluse la rimozione dei detriti e la ricostruzione – potrebbe superare l’equivalente di 31 milioni di tonnellate di diossido di carbonio.

E’ più delle emissioni annuali del 2023 di molti Paesi, compresi Costa Rica, Afghanistan e Zimbabwe.

Ha rilevato che l’impatto complessivo delle guerre di Israele a Gaza e Libano, come anche dei precedenti conflitti militari con Yemen e Iran, equivale all’attività di 84 centrali elettriche per un anno.

Il cambiamento climatico e gli attacchi di Israele alle infrastrutture ambientali hanno afflitto a lungo Gaza e altre parti della Palestina occupata.

Dopo la Nakba – la pulizia etnica e la distruzione delle comunità palestinesi nel 1948 da parte delle forze sioniste – il Jewish National Fund (JNF) ha piantato foreste di monocoltura di pini, spesso sulle rovine dei villaggi palestinesi.

Nel 2013 la Società per la Protezione della Natura in Israele ha rivelato che i progetti del JNF hanno avuto un impatto devastante sulla biodiversità locale.

Nel 2021 Fadel al-Jadba, direttore del dipartimento di orticoltura del Ministero dell’Agricoltura palestinese, ha detto a Middle East Eye che nel decennio scorso si è verificata una notevole diminuzione della produzione agricola.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Secondo un sondaggio quasi la metà dei giovani ebrei statunitensi vorrebbe sostituire Israele con uno Stato binazionale.

The Forward e Arno Rosenfeld

31 maggio 2026 Haaretz

I dati segnalano un cambiamento generazionale nel sostegno statunitense a uno Stato binazionale in Israele, in accordo con una delle principali rivendicazioni delle proteste antisioniste nei campus universitari e non solo. Questo anche se la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche classifica la richiesta di un unico Stato come espressione di antisemitismo

Secondo un sondaggio condotto dal Jewish Voter Resource Center [osservatorio sui dati dell’elettorato ebraico, ndt.] quasi la metà degli ebrei americani sotto i 35 anni ritiene che il conflitto israelo-palestinese dovrebbe essere risolto creando un unico Stato che comprenda Israele, la Cisgiordania e Gaza, con un governo eletto sia da israeliani che da palestinesi.

I risultati segnalano un cambiamento generazionale nel sostegno statunitense a uno Stato binazionale in Israele, riflettendo una delle principali rivendicazioni delle proteste antisioniste nei campus universitari e non solo, anche se la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche classifica le richieste di un unico Stato come espressione di antisemitismo.

“La crescente disaffezione dei giovani ebrei americani nei confronti di Israele è una diretta conseguenza delle politiche di Bibi Netanyahu e del modo in cui l’establishment ebraico americano ha preteso lealtà incondizionata verso Israele, a prescindere dal fatto che sia giusto o sbagliato”, ha affermato Jeremy Ben-Ami, presidente di J Street, un gruppo di pressione progressista. “Stanno raccogliendo i frutti di ciò che hanno seminato; questo è il risultato.”

Ben-Ami ha citato, tra le altre cose, la distruzione causata dalla guerra di Israele a Gaza, in cui si stima siano stati uccisi 70.000 palestinesi e distrutto oltre l’80% delle infrastrutture dell’enclave, e la crescente violenza perpetrata dai coloni ebrei in Cisgiordania.

I dati alimentano inoltre un dibattito sempre più acceso sulla percentuale di ebrei negli Stati Uniti che si definiscono sionisti. Le Federazioni ebraiche del Nord America hanno preso a diffondere all’inizio di quest’anno dati che mostrano come circa il 90% degli ebrei americani continui a sostenere l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico, mentre solo il 37% si definisce “sionista”.

Il sondaggio del Jewish Voter Resource Center, pubblicato giovedì, mette in discussione questi risultati. Secondo l’indagine, il 24% degli adulti ebrei intervistati sostiene la soluzione al conflitto con uno Stato unico, quasi il doppio rispetto al 13% che solo due anni fa si dichiarava favorevole ad uno Stato binazionale. Sebbene per il sondaggio del 2024 non siano disponibili dati disaggregati per fasce d’età, un’indagine dell’American Jewish Committee del 2022 ha rilevato che il 23% degli ebrei americani di età compresa tra i 25 e i 40 anni era favorevole a uno Stato binazionale.

Secondo il nuovo sondaggio metà degli ebrei non ortodossi sotto i 35 anni, il 51%, sostiene uno Stato binazionale.

Le Federazioni ebraiche del Nord America hanno rifiutato di commentare.

Questa brusca inversione di tendenza si verifica in un momento di trasformazione nel modo in cui gli americani vedono Israele; dal 2022 il gradimento verso Israele è crollato in quasi tutti i gruppi demografici, e il crollo si è esteso anche agli ebrei. Un sondaggio del Washington Post ha rilevato che il 61% degli adulti ebrei ha affermato che Israele ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi a Gaza, mentre il 39% lo ritiene colpevole di genocidio.

Questo cambiamento nell’opinione pubblica acuisce ulteriormente la spaccatura tra gli ebrei israeliani e quelli americani. Mentre molti ebrei negli Stati Uniti sono indignati dalla condotta di Israele a Gaza in seguito all’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre, gli ebrei israeliani hanno manifestato un senso di crescente vulnerabilità e alcuni hanno interpretato il massacro come la fine di ogni possibilità per Israele di rinunciare al controllo sui territori occupati o di concedere pari diritti ai palestinesi.

Un sondaggio condotto dall’Università di Tel Aviv lo scorso anno ha rilevato che solo il 15% degli ebrei israeliani sosteneva la soluzione dei due Stati, mentre il 29% voleva annettere la Cisgiordania e Gaza senza offrire la cittadinanza ai palestinesi che vi risiedono. Solo l’1% degli ebrei israeliani era favorevole a “uno Stato binazionale con diritti civili”.

Interpellati più nel dettaglio sulla possibilità di una soluzione a uno Stato, il 3% degli ebrei israeliani ha dichiarato che la sosterrebbe solo se ai palestinesi venissero concessi pari diritti, mentre il 37% ha affermato di sostenerla anche se ai palestinesi non venissero concessi pieni diritti.

Jeremy Pressman, studioso del conflitto israelo-palestinese presso l’Università del Connecticut, ha affermato che i giovani ebrei americani non hanno mai vissuto Israele come potenza vulnerabile e svantaggiata, a differenza delle generazioni più anziane che hanno assistito alla nascita dello Stato o alla sua vittoria nelle guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973; sono cresciuti al contrario in gran parte sotto governi di destra e hanno assistito alla violenza israeliana contro i palestinesi sui social media. “Questo crea un divario tra la visione dominante del conflitto da parte degli ebrei israeliani e la visione di centrosinistra, o talvolta di estrema sinistra, degli ebrei americani”, ha dichiarato Pressman in un’intervista.

Il Jewish Voter Resource Center, affiliato al Jewish Democratic Council of America, ha intervistato 800 elettori ebrei registrati [al voto], con un margine di errore di +/- 3,5 punti percentuali e di +/- 6,9 punti percentuali per gli ebrei sotto i 35 anni.

A Boston Asher Kaplan Leba, leader della Rete delle Sinagoghe del Massachusetts su Israele/Palestina, ha affermato che molti ebrei sono disillusi riguardo alla soluzione a due Stati poiché il governo israeliano ha intrapreso azioni come l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania che sembrano renderne più difficile l’attuazione.

“È stata la mia posizione per molti anni”, ha detto Leba, 32 anni. “Ma non voglio passare il resto della mia vita adulta ad aspettare che i despoti etno-nazionalisti che controllano Israele, con i quali non condivido alcun valore, cambino.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Questo è il volto di Israele.

Yara Hawari

21 maggio 2026 Al Jazeera

Il video di Ben Gvir sugli attivisti della flottiglia legati ha mostrato Israele senza maschera.

Questa settimana Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, ha pubblicato sui social media un video in cui schernisce gli attivisti della flottiglia detenuti dalle forze israeliane.

In una clip un’attivista ammanettata grida “Palestina libera” mentre Ben-Gvir le passa accanto. Viene immediatamente afferrata per i capelli e spinta a terra dal personale di sicurezza. Ben-Gvir osserva la scena con aria compiaciuta. In un’altra clip decine di detenuti vengono mostrati legati e inginocchiati con la fronte a terra, costretti in posizioni di stress mentre l’inno nazionale del regime israeliano risuona da un altoparlante. Ben-Gvir sventola una grande bandiera israeliana e urla loro: “Benvenuti in Israele, qui siamo noi a comandare”.

Ben-Gvir sa di potersi permettere questo senza subire gravi conseguenze. Perché mai dovrebbe pensare il contrario? Il suo paese l’ha appena fatta franca dopo un genocidio trasmesso in diretta streaming a un pubblico globale.

Non sono mancate le condanne, in particolare da parte dei governi i cui cittadini figurano tra i detenuti. Il primo ministro italiano, Giorgia Meloni, ha definito le immagini “inaccettabili” e una violazione della dignità umana. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha dichiarato che non avrebbe tollerato i maltrattamenti subiti dai cittadini del suo paese e ha annunciato che avrebbe esercitato pressioni a (livello de) ll’Unione Europea per sanzioni specifiche contro Ben-Gvir, avendogli già vietato l’ingresso in Spagna. Persino l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, ha affermato che Ben-Gvir aveva “tradito la dignità della sua nazione”.

Ma, per quanto genuina sia l’indignazione, sanzionare Ben-Gvir colpisce solo un ingranaggio di una macchina genocida ben più ampia. È la stessa tattica impiegata dagli Stati europei di fronte alla costruzione di insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata: sanzionare una manciata di coloni violenti lasciando intatta la struttura statale che pianifica, finanzia e protegge l’impresa degli insediamenti. Il gesto crea l’apparenza di conseguenze senza minacciare il sistema che le produce.

Questo non è denunciare le responsabilità. È la comunità internazionale che traccia una linea di demarcazione abbastanza distante dalla propria complicità in modo da sentirsi pulita. Ben-Gvir non ha costruito le prigioni, non ha ordinato le torture sistematiche al loro interno, né ha imposto il blocco che la flottiglia stava cercando di rompere. È un ministro di un governo che ha perpetrato un genocidio con il sostegno materiale e diplomatico di molti degli stessi Stati occidentali che ora si schierano per denunciarlo. Rimuoverlo dall’equazione non cambia nulla. Le prigioni restano. Il blocco resta. E il genocidio continua.

Il video ha toccato un nervo scoperto anche in Israele. Netanyahu ha rimproverato pubblicamente Ben-Gvir, affermando che la sua condotta “non è in linea con i valori e le norme di Israele”. Il ministro degli Esteri Gideon Saar si è rivolto direttamente a lui su X: “Con questa vergognosa dimostrazione hai consapevolmente arrecato danno al nostro Stato, e non è la prima volta”. Saar ha aggiunto che Ben-Gvir ha “vanificato gli enormi sforzi, professionali e di successo, compiuti da moltissime persone”. Per Saar e Netanyahu il problema non è ciò che Ben-Gvir sta facendo, ma il fatto che lo stia mostrando con tanta sfrontatezza. La preoccupazione è l’immagine: un video ha reso visibile, a un pubblico europeo e con la partecipazione di cittadini europei, una prassi consolidata nei confronti dei palestinesi.

E ciò che il video mostra non è un caso isolato. Oltre 9.600 palestinesi sono attualmente detenuti nei centri di detenzione del regime israeliano. Di questi, più di 3.500 sono in detenzione amministrativa, imprigionati a tempo indeterminato senza accusa né processo. Tra i detenuti ci sono centinaia di bambini. I prigionieri sono sottoposti a sistematica privazione di cibo, percosse, negazione di cure mediche e violenze sessuali che vanno dallo spogliarello forzato allo stupro. Almeno 84 prigionieri palestinesi sono morti sotto la custodia israeliana dall’ottobre 2023 a causa di torture, fame e negligenza medica. Quasi ogni famiglia palestinese ha un caro che è stato imprigionato a un certo punto della vita: un’esperienza che si ripercuote per generazioni e lascia profonde cicatrici su famiglie e comunità anche molto tempo dopo il rilascio.

Saar ha concluso il suo messaggio a Ben-Gvir insistendo sul fatto che questo “non è il volto di Israele”. Si sbaglia. Questo è il volto di Israele. È violento. È orribile. Ed è crudele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Come Israele sta usando milizie e blocchi di cemento per impadronirsi di ciò che resta di Gaza  

Tareq S. Hajjaj  

19 maggio 2026 Mondoweiss

Le forze israeliane hanno oltrepassato la “Linea Gialla” che divide a metà la Striscia di Gaza e ora controllano il 65% del territorio. Gli abitanti chiamano il nuovo confine “muro dell’apartheid” di Gaza

La mattina del 13 maggio gli abitanti nei pressi della moschea di al-Hikma, nella parte orientale di Deir al-Balah, hanno iniziato a ricevere telefonate da una persona che affermava di essere il “Capitano Abu Omar”, ufficiale dell’esercito israeliano, che ordinava loro di evacuare le proprie case e spostarsi di oltre 200 metri a ovest della moschea. Il termine per andarsene era inferiore a una settimana.

Lo stesso pomeriggio dei combattenti armati fedeli a Shawqi Abu Nuseira, leader di una milizia di Gaza che, secondo i residenti, è armata e protetta dall’esercito israeliano, hanno fatto irruzione negli stessi quartieri che l’esercito aveva avvertito poche ore prima. Secondo i residenti, il messaggio era lo stesso: evacuare.

La scena di Deir al-Balah si inserisce in un quadro più ampio che si sta profilando in tutta Gaza. Dall’inizio di maggio le forze israeliane hanno spinto i blocchi di cemento gialli che delimitano la cosiddetta “Linea Gialla” sempre più in profondità nelle aree della Striscia nominalmente sotto il controllo di Hamas.

Secondo Reuters la Linea ha conquistato un ulteriore 11% del territorio di Gaza, portando la superficie totale sotto il controllo militare israeliano al 65%. All’inizio del cessate il fuoco nell’ottobre 2025 Israele controllava il 53% della Striscia, con un accordo che avrebbe dovuto essere temporaneo e portare a un graduale ritiro israeliano dall’enclave. La nuova espansione è adesso nota come “linea arancione”, confinando oltre 2,2 milioni di palestinesi in ciò che resta di Gaza.

Abu Nuseira, secondo gli abitanti di Gaza centrale e Khan Younis, è un ex militante di lunga data delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese a Gaza, con una lunga storia di lotta contro Israele. Ha perso un figlio nelle prime settimane della guerra del 2023, dopodiché ha iniziato ad agire in modo più aggressivo contro Hamas. Lui e la sua milizia ora operano in aree sotto controllo israeliano e sono ampiamente considerati a Gaza dei collaboratori che ricevono armi e supporto logistico da Israele.

In un video pubblicato sulla pagina Facebook della milizia, Abu Nuseira compare circondato da uomini pesantemente armati e mascherati. Afferma di “proteggere la vita delle persone” e che la loro “continua sofferenza è legata al rifiuto di Hamas di cedere l’amministrazione della Striscia di Gaza”. Al termine del suo discorso, i suoi uomini scandiscono ripetutamente “Morte ad Hamas”.

Muhammad al-Amour, residente nella parte orientale di Deir al-Balah, ha dichiarato a Mondoweiss che alcune famiglie hanno ricevuto chiamate dirette di evacuazione dall’esercito israeliano e che lo stesso giorno nelle stesse zone sono arrivate le milizie “ad avvisare gli abitanti tra cui decine di sfollati e quelli di case vicino alla Linea Gialla nella parte orientale di Deir al-Balah”. Al-Amour ha affermato che gli abitanti hanno preso sul serio gli avvertimenti e hanno iniziato ad evacuare le proprie case, temendo di essere uccisi dalle milizie o bombardati dall’esercito se fossero rimasti. “Questo è successo ripetutamente durante la guerra ad altre famiglie in diverse zone “, ha aggiunto.

Il nuovo “muro di Berlino” di Gaza

A Khan Younis, nel sud del Paese la linea arancione si è avvicinata a circa 200 metri dalle zone in cui si rifugiano gli sfollati. I palestinesi hanno paragonato le linee gialla e arancione al Muro di Berlino e, in altre circostanze, al muro dell’apartheid che attraversa la Cisgiordania occupata. Questo confine invisibile separa decine di migliaia di famiglie dalle loro case, terre e proprietà in aree dove l’esercito continua a demolire ciò che resta.

Mahmoud al-Raqab, uno sfollato di Khan Younis che vive a circa 300 metri dalla Linea Gialla, ha dichiarato a Mondoweiss che la continua avanzata della linea verso le zone residenziali è “estremamente pericolosa”.

“Tristezza, ansia e paura ci sopraffanno mentre questa espansione continua verso ciò che resta della nostra terra, del nostro quartiere e delle nostre tende”, ha affermato. “Sta riducendo gli spazi a nostra disposizione, impedendoci persino di camminare vicino alle nostre case e aumentando la probabilità che vengano confiscati altri terreni, case, tende e attività commerciali”.

Al-Raqab ha affermato di considerare quanto sta accadendo identico alla confisca dei terreni e alle restrizioni alla libertà di movimento imposte ai palestinesi in Cisgiordania e nelle zone cuscinetto. “Sta distruggendo ogni speranza che il resto della mia famiglia e i nostri vicini possano un giorno tornare a vivere insieme “, ha dichiarato Al-Raqab a Mondoweiss.

“L’esercito sta espandendo la sua occupazione su vaste aree agricole e zone aperte vicino a via Salah al-Din e nelle regioni orientali, scavando profonde trincee per impedire l’accesso alla zona e negare ai palestinesi la possibilità di coltivarla di nuovo”, ha aggiunto. La regione orientale è considerata il “granaio” di Gaza, già sede di fattorie, uliveti e agrumeti e fonte di sostentamento per decine di migliaia di famiglie che possiedono terreni nella parte orientale di Khan Younis.

“Questo è un nuovo muro dell’apartheid che si sta erigendo nella Striscia di Gaza”, ha concluso. «Oggi posano blocchi di cemento. Domani costruiranno alti muri. Stanno sezionando le nostre terre, erigendo barriere tra noi e le nostre case, imponendo restrizioni alla nostra libertà di movimento verso le nostre abitazioni, fattorie e terreni, separando le persone dalle loro proprietà e dalle loro terre d’origine e inglobando gradualmente la nostra terra sotto i nostri occhi.»

Al-Raqab afferma di aver visto la linea avanzare circa otto volte negli ultimi 12 mesi e di aver assistito personalmente alla sua più recente espansione. Poiché vive in una zona adiacente racconta come la linea abbia isolato nuove aree che si estendono dall’ospedale Dar al-Salam alla rotonda di Bani Suhaila, a est di Khan Younis, lungo via Salah al-Din.

“Non possiamo fare nulla contro questa linea”, ha dichiarato. “Non possiamo ignorarla e tornare a casa: verremmo uccisi immediatamente. Non è eroismo andare a farsi uccidere. Non è una questione personale per me, la mia casa e la mia terra. L’occupazione sta rubando tutta la mia patria, non solo la mia terra. E se ora non possiamo fare nulla per riprenderci la nostra terra, questo non significa che ce ne dimenticheremo. La terremo nei nostri cuori e nelle nostre menti finché non torneremo.”

Tareq S. Hajjaj è corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro dell’Unione degli scrittori palestinesi. È presente su Twitter/X all’indirizzo @Tareqshajjaj.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La scena culturale di Gaza rivive da sotto le macerie

Ruwaida Amer

15 maggio 2026 – +972 Magazine

Dopo che Israele ha distrutto le istituzioni letterarie e artistiche della Striscia, i palestinesi stanno lanciando nuove iniziative per preservare il sapere e rivendicare il diritto alla vita

Durante i primi due anni della guerra genocida israeliana quasi tutti i centri e le istituzioni culturali di Gaza sono stati distrutti e almeno 150 delle figure di spicco del panorama culturale uccise. Negli ultimi mesi, nonostante la fragilità del cosiddetto cessate il fuoco, sono emerse diverse iniziative per far rivivere la fiorente scena letteraria e artistica della Striscia.

Tra queste c’è la Biblioteca Phoenix, inaugurata a fine aprile, i cui fondatori hanno raccolto oltre 100.000 dollari tramite una campagna di crowdfunding per ristrutturare un edificio superstite nel centro di Gaza City. Fondata da due amici, Omar Hamad e Ibrahim Al-Masri, la nuova biblioteca di Gaza si propone di salvare dalle macerie ciò che resta della vita letteraria della Striscia.

Durante il genocidio, l’occupazione ha perseguito una politica di sradicamento dell’istruzione distruggendo scuole, università e biblioteche. Hanno distrutto centinaia di migliaia di libri, molti dei quali antichi e parte del patrimonio e dell’eredità palestinese, alcuni stampati prima del 1948 e altri risalenti all’epoca ottomana”, racconta a +972 Hamad, di 30 anni. “L’idea della biblioteca è nata dal desiderio di preservare ciò che era sopravvissuto e di far rivivere la lettura, la scrittura e la ricerca a Gaza, in mezzo all’immenso vuoto educativo creato dalla guerra”.

Al-Masri, 31 anni, afferma che il progetto è nato da un analogo senso di responsabilità. “Siamo persone che leggono, scrivono e che hanno a cuore la cultura, ed è stato difficile per noi vedere centri educativi e biblioteche distrutti e libri bruciati”, spiega. “Per fortuna siamo riusciti a recuperare libri dalle macerie di biblioteche private e universitarie. Altri libri appartenevano a persone martirizzate durante la guerra e ci sono stati donati dalle loro famiglie. Desideravano che altri potessero beneficiare di quei libri, che costituissero un atto di beneficenza duraturo [in onore dei loro cari].”

Abbiamo chiamato la biblioteca ‘Fenice’ perché evoca la rinascita dalle macerie e la speranza in mezzo al dolore», aggiunge. «Vogliamo vivere le nostre vite normalmente e dimostrare al mondo che, nonostante le circostanze, rimaniamo saldi nel nostro sapere, nella nostra cultura e nel nostro Paese”.

Per Hamad la biblioteca rappresenta anche un tentativo di condividere il rifugio che i libri gli hanno offerto durante la guerra. “Sono stato sfollato diverse volte ed ero molto affezionato ai miei libri. Passavo ore a leggere e cercavo persone che avessero libri per poterli scambiare”, racconta. “Continuavo a pensare a come avrei potuto mettere questi libri in un luogo adatto dove tutti potessero trarne beneficio, proprio come loro avevano aiutato me ad alleviare le difficoltà e l’amarezza dello sfollamento”.

La biblioteca ora ospita più di 6.000 libri in arabo e inglese che spaziano in campi quali scienza, linguistica, media, istruzione, management, economia, medicina, matematica, diritto e storia, oltre alla letteratura araba e internazionale, con una particolare attenzione alla scrittura palestinese e di Gaza. È diventata rapidamente un rifugio per lettori appassionati in cerca di pace e tranquillità, nonché uno spazio di studio per gli studenti le cui biblioteche universitarie sono state distrutte.

Khaled Radwan, uno studente universitario di 20 anni, afferma di frequentare la biblioteca sia per studiare che per la sua passione di sempre per la lettura. “Avevo bisogno di molti libri per i miei studi e tutte le biblioteche universitarie sono state completamente distrutte”, dice a +972. “Sono anche un appassionato lettore fin da bambino. Mio padre aveva alcuni libri e mi piaceva andare nella Città Vecchia di Gaza per trovarne di antichi. Sono particolarmente interessato ai libri di storia e sulle civiltà; amo leggere delle diverse epoche in Palestina e in altri Paesi”.

Radwan ora spera di contribuire ad ampliare la collezione della biblioteca cercando libri sotto le macerie di biblioteche e centri culturali distrutti. “È importante preservare la nostra storia dopo che l’esercito israeliano ha distrutto così tanti libri”, aggiunge. “Bruciano deliberatamente la storia in modo che non ci rimanga nulla, ma noi teniamo alla cultura e alla conoscenza e vogliamo che non vadano perdute a causa dei loro attacchi e delle loro guerre”.

Per Sarah Al-Taweel, 24 anni, che frequentava le biblioteche universitarie durante i suoi studi, la Biblioteca Phoenix rappresenta un rifugio. “Studiavo all’Università di Al-Azhar e mi spostavo tra le biblioteche per prendere in prestito libri da leggere”, racconta a +972. “Ho smesso di farlo durante la guerra. Ho provato a procurarmi libri e romanzi online, ma la sensazione è diversa quando tengo un libro tra le mani. Mi sento psicologicamente a mio agio, come se fossi libera tra le parole e le righe. Speravo di trovare anche un solo libro che mi tenesse occupata”.

Quando ha saputo dell’apertura della biblioteca Al-Taweel ha detto di essere stata tra le prime a visitarla. Rivedere i libri disposti sugli scaffali come prima della guerra le ha restituito un senso di normalità. “Ora posso dedicare del tempo alla lettura”, dice. “Isolarmi dalla difficile realtà in cui viviamo è importante per preservare la salute mentale. Ecco perché per me il risultato più importante dopo il cessate il fuoco è stata l’apertura della biblioteca.”

“La musica è un balsamo per l’anima”

Durante la guerra a Gaza la formazione musicale è rimasta una delle poche attività culturali e artistiche a continuare nonostante le difficili condizioni a stento immaginabili.

Ismail Daoud, insegnante di oud e direttore accademico del Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said di Gaza, è stato tra coloro che hanno cercato di mantenere viva la musica. Insieme ad altri insegnanti del Conservatorio si spostava tra le tende dei bambini nella zona di Al-Mawasi a Khan Younis per insegnare canto e strumenti musicali.

“All’inizio della guerra sono stato sfollato dalla mia casa nel nord di Gaza con i miei figli e pochi effetti personali essenziali, e ho lasciato indietro i miei strumenti musicali. Tutto è stato bombardato e distrutto”, racconta a +972. “Per i primi sette mesi di guerra non ho sentito musica né suonato. Ma nel maggio del 2024 il mio collega Ahmed Abu Amsha mi ha detto che il Conservatorio voleva far ripartire le attività musicali a Gaza.”

Anche la sede del Conservatorio è stata tra gli spazi culturali distrutti. Inaugurato nel 2012 in un edificio della Mezzaluna Rossa Palestinese a Tel Al-Hawa, a ovest di Gaza City, l’istituto è stato bombardato, saccheggiato e incendiato durante la guerra, con la conseguente perdita di mobili e strumenti. L’amministrazione è ora alla ricerca dei fondi necessari per ricostruire e riaprire la sede.

Nel frattempo il Conservatorio ha ripreso a offrire lezioni ai bambini, inizialmente nel nord di Gaza e in seguito in spazi di apprendimento improvvisati in tutta la Striscia. Col tempo, ha affermato Daoud, la musica, che definisce “un linguaggio universale di pace”, è diventata uno strumento importante per aiutare i bambini ad affrontare il trauma psicologico della guerra.

“All’inizio è stato difficile”, afferma. “Abbiamo perso uno studente di nome Youssef Salman di Khan Younis. Suo padre era in viaggio all’estero e comunicavano online.”

Un giorno Youssef non è venuto a lezione perché era andato in un bar a parlare con suo padre, e lì è stato colpito. Sua sorella era con noi ed era devastata dalla perdita del fratello, ma la musica è stata il nostro sostegno e la nostra consolazione in quelle situazioni: è un balsamo per l’anima.”

Oggi il Conservatorio offre lezioni di strumenti come tabla, oud, chitarra e flauto, oltre a canto corale, a bambini e ragazzi dagli 8 ai 20 anni. Abu Amsha, insegnante e coordinatore del Conservatorio nonché direttore del gruppo musicale Gaza Birds Singing, è diventato virale la scorsa estate con una sua suggestiva canzone che si armonizza con il ronzio costante dei droni israeliani, ora usata nella campagna globale per boicottare l’Eurovision Song Contest.

“C’è un aumento significativo del numero di persone che cercano una formazione musicale”, afferma Daoud. “Attualmente stiamo pianificando di organizzare concerti e festival culturali con organizzazioni locali a Gaza come l’UNICEF. Questo lavoro è stata la nostra principale fonte di sostegno dall’inizio della guerra. Vogliamo continuare a diffondere speranza e vita.”

Non un lusso, una umana necessità”

Prima della guerra il regista teatrale e produttore culturale palestinese Jamal Abu Al-Qumsan aveva dedicato parte della sua casa nella parte occidentale di Gaza City a quella che definiva una “galleria culturale”: uno spazio in cui ospitava intellettuali, scrittori, musicisti e artisti per vari eventi.

“Il teatro a Gaza era vitale per l’espressione artistica e la consapevolezza della comunità, nonostante le risorse limitate e il blocco”, dichiara a +972. “C’erano spettacoli, laboratori e iniziative regolari per bambini e bambine e ragazzi e ragazze, e il teatro rappresentava una finestra di speranza e un luogo di espressione e dialogo”.

Al-Qumsan metteva in scena spettacoli durante tutto l’anno, soprattutto per i bambini. “Per loro il teatro non era solo intrattenimento, ma uno spazio per imparare e riappropriarsi dell’infanzia”, ​​ afferma. “Durante la guerra sono stati privati ​​di spazi sicuri, creando un enorme vuoto psicologico e culturale che sentiamo ancora oggi”.

La vivace scena artistica di Gaza, un tempo fiorente, è stata quasi completamente spazzata via dalla guerra israeliana. Tra i luoghi demoliti è il Teatro Rashad Al-Shawa nel quartiere di Al-Rimal a Gaza City, il principale centro per le produzioni teatrali della Striscia.

Dalla fine del 2023, con l’invasione di terra di Gaza City da parte dell’esercito israeliano, la casa e la galleria di Al-Qumsan sono state distrutte. È stato costretto a vivere in una tenda nella zona di Al-Zawayda, nella Gaza centrale, dove si trova tuttora.

Eppure, anche in questa situazione di sfollamento, Al-Qumsan ha continuato a organizzare proiezioni cinematografiche e laboratori artistici per bambini nei campi profughi in diverse zone della Striscia. “Queste attività offrono ai bambini la possibilità di ridere e li aiutano a ritrovare un certo equilibrio psicologico, rafforzando in loro la consapevolezza di essere amati e di avere diritto alla gioia e alla vita”, afferma. “Per loro il teatro è un mezzo per esprimere le emozioni e ritrovare un senso di sicurezza durante la guerra”.

La perdita della galleria ha lasciato un segno indelebile su Al-Qumsan, “sia a livello personale che professionale”. Ciononostante sta cercando di trovare modi alternativi per continuare la sua attività teatrale, che descrive come “non un lusso, ma una necessità umana”.

“La Galleria Culturale di Jamal non era solo un luogo, ma una casa per artisti, bambini e persone creative”, afferma. “Credo però che la cultura non riguardi solo gli edifici, ma anche la volontà. Attualmente sto lavorando alla progettazione di una nuova galleria culturale utilizzando materiali semplici e reperibili localmente. C’è un grande desiderio tra i bambini e le famiglie di teatro e attività culturali”, conclude Al-Qumsan. “Ogni volta che presentiamo uno spettacolo o un’attività constatiamo quanto sia necessario questo tipo di spazi. Le persone non cercano solo intrattenimento, ma anche speranza e un senso di normalità. Questo conferma che il teatro rimarrà una necessità sociale e culturale, a prescindere dalle difficoltà.”

Ruwaida Amer è una giornalista indipendente di Khan Younis

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’aggressione a una suora francese e la storia dimenticata dei cristiani palestinesi

Ramzy Baroud  

14 maggio 2026 – The Palestine Chronicle

I cristiani palestinesi hanno subito le stesse politiche di pulizia etnica, razzismo e occupazione militare dei loro fratelli e sorelle musulmani.

Il video è terrificante, benché si tratti del genere di orrore che ora è sinonimo del comportamento di Israele, del suo esercito, dei suoi coloni armati e della società che è stata indotta a vedere l’ ‘altro’ come subumano.

Però non è il tipico video virale che quasi quotidianamente arriva dalla Palestina occupata. Questa volta la vittima non è un palestinese: è un’anziana suora francese.

Il primo maggio è arrivato da Gerusalemme un filmato che mostra un israeliano di 36 anni che insegue una suora francese – una ricercatrice presso la Scuola Francese di Ricerca Biblica e Archeologica – e la getta violentemente a terra.

In un’agghiacciante dimostrazione di crudeltà, l’assalitore non colpisce semplicemente e corre via. Si allontana di qualche passo e poi torna dalla donna a terra e la prende ripetutamente a calci senza pietà mentre giace impotente a terra.

Ciò che sconvolge di più è il senso di normalità che segue. L’aggressore rimane sulla scena, conversando con un altro uomo che appare del tutto imperturbato da ciò che in un altro contesto avrebbe dovuto essere un evento devastante.

Il video si è velocemente imposto sulla scena dei principali media, raccogliendo superficiali condanne. Molti hanno spiegato la vicenda come parte del più ampio repertorio delle violenze israeliane, sottolineando il perdurante genocidio a Gaza come l’esempio più ovvio di questa aggressione incontrollata.

Ma anche il contesto di violenza generalizzata non spiega del tutto perché sia stata presa di mira una suora francese. Non è una persona di colore, è europea, è cristiana e non sostiene rivendicazioni storiche o territoriali che potrebbero solitamente provocare la paranoia ‘securitaria’ dello Stato sionista.

Eppure l’incidente è tutt’altro che ‘isolato’, benché i dirigenti israeliani si siano precipitati a definirlo una ‘vergognosa’ eccezione. Al contrario, la suora è stata aggredita in quanto cristiana.

Questo pone una domanda: perché?

Per dare una risposta dobbiamo riconoscere che i cristiani palestinesi sono stati sistematicamente cancellati dalla storia della loro terra.

I cristiani palestinesi non sono semplicemente presenti sulla terra: sono tra le comunità storicamente più radicate in Palestina. Sono tutt’altro che ‘stranieri’ o ‘spettatori’ intrappolati in un ipotetico conflitto tra ebrei e musulmani.

Infatti la presenza arabo-cristiana in Palestina precede di secoli l’epoca islamica. Si tratta dei discendenti delle storiche tribù che hanno plasmato l’identità della regione molto prima della comparsa delle correnti politiche odierne.

L’emarginazione dei cristiani palestinesi è un fenomeno relativamente nuovo, profondamente connesso al colonialismo occidentale. Per secoli le potenze europee hanno usato il pretesto della ‘protezione’ delle comunità cristiane per giustificare i propri interventi imperialisti.

Di conseguenza questo ha inquadrato i cristiani nativi non come arabi sovrani con libero arbitrio, ma come guardiani dell’Occidente, una narrazione che di fatto li ha spogliati del loro status di autoctoni e li ha alienati agli occhi del mondo dal loro tessuto nazionale.

Il sionismo ha aggiunto a questa cancellazione una patina letale. Si è spesso fatto passare come ‘protettore’ dei cristiani per evitare di suscitare l’ira dei suoi sostenitori occidentali.

In realtà i cristiani palestinesi hanno subito le stesse politiche di pulizia etnica, razzismo e occupazione militare dei loro fratelli e sorelle musulmani. Come altro si può spiegare la catastrofica diminuzione della popolazione cristiana?

Prima della Nakba del 1948 i cristiani palestinesi costituivano circa il 12% della popolazione. Oggi quel numero è crollato all’1%. Solo durante la Nakba decine di migliaia di loro sono stati espulsi dalle proprie case a Gerusalemme ovest, Haifa e Giaffa, le loro proprietà sono state saccheggiate e le loro comunità smantellate.

Una veloce scorsa alla mappa di Gerusalemme e Betlemme oggi racconta la storia di una costante cancellazione. Gerusalemme viene sistematicamente svuotata dalla sua popolazione nativa, sia cristiana che musulmana. Le proprietà e i luoghi di culto cristiani sono soggetti a restrizioni e la ‘Little town of Bethlehem’ [‘La piccola città di Betlemme’, tradizionale canto natalizio di fine Ottocento, ndtr.] è stata inglobata in un anello di colonie illegali e da un muro dell’apartheid alto 8 metri che ha trasformato il luogo di nascita di Cristo in una prigione a cielo aperto.

Eppure nonostante questo è raro che sentiamo parlare della lotta per la sopravvivenza dei cristiani palestinesi. Invece il mondo occasionalmente assiste a ‘incidenti’, come la diffusa abitudine degli estremisti ebrei di sputare sui pellegrini e i preti stranieri a Gerusalemme. Questo comportamento si è così tanto normalizzato che ministri israeliani, come Itamar Ben Gvir, hanno preventivamente difeso quegli atti come “un’antica usanza” che non dovrebbe essere criminalizzata.

Il motivo per cui la storia dei cristiani palestinesi viene raramente raccontata è che non corrisponde esattamente alle accomodanti narrazioni utilizzate dai governi occidentali. Questi sono inclini a presentare il ‘conflitto’ come una lotta dello Stato ebraico per la propria identità contro una monolitica minaccia ‘islamica’. Israele è pesantemente coinvolto in questa stessa retorica dello ‘scontro di civiltà’, posizionandosi come avanguardia della “civilizzazione occidentale” contro l’estremismo arabo.

Ma alcuni palestinesi – sia musulmani che cristiani – sono in scala minore anch’essi colpevoli della caduta in questa trappola. I primi spesso dipingono la resistenza palestinese come una lotta esclusivamente musulmana; nel contempo alcuni cristiani condividono proprio quella narrativa che ha condotto fin dall’inizio alla loro emarginazione.

Il genocidio di Gaza tuttavia ha dimostrato che questa logica non è solo sbagliata, ma insostenibile. Nel corso della carneficina Israele ha distrutto più di 800 moschee, ma non ha risparmiato i santuari cristiani.

Il 19 ottobre 2023 un attacco aereo israeliano prese di mira un edificio all’interno del complesso della chiesa di San Porfirio, una delle più antiche chiese al mondo.

In quel massacro furono uccisi 18 cristiani palestinesi e il loro sangue intrise la polvere di un santuario che aveva 1.600 anni. E’ stato un ammonimento devastante del fatto che i missili israeliani non distinguono tra una moschea e una chiesa, né tra il sangue di un musulmano e quello di un cristiano.

La vicenda della suora francese vale ogni attimo di attenzione che ha ricevuto, come il prendere a bersaglio i pellegrini. Ma mentre i titoli cambiano, noi dobbiamo ricordare che i cristiani palestinesi sopportano una sofferenza che è collettiva e radicata nel suolo stesso della Palestina. Oggi sono una comunità in pericolo e Israele è il responsabile. Senza di loro la Palestina non è la stessa.

La patria palestinese è completa solo quando è la culla della coesistenza religiosa e i cristiani palestinesi stanno proprio al cuore di quella storia lunga due millenni. La loro sopravvivenza non è una ‘questione di una minoranza’, è la sopravvivenza della Palestina stessa.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle. Ha scritto otto libri. Il suo ultimo, ‘Before the Flood’, è stato pubblicato da Seven Stories Press. Tra gli altri libri: Our Vision for Liberation’, ‘My Father was a Freedom Fighter’ e ‘The Last Earth’. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e Affari Globali (CIGA).

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)


 




Israele approva la legge su processo pubblico e pena di morte per i detenuti del 7 ottobre

Redazione di Al Jazeera, AP, Reuters

12 maggio 2026 – Al Jazeera

Le organizzazioni per i diritti umani avvertono che il disegno di legge rende più facile l’imposizione della pena di morte ed elimina le garanzie di un giusto processo

I parlamentari israeliani hanno approvato un disegno di legge che istituisce un tribunale speciale con il potere di comminare la pena di morte ai palestinesi accusati di coinvolgimento negli attentati guidati da Hamas il 7 ottobre 2023.

Il disegno di legge è stato approvato nella tarda serata di lunedì con 93 voti favorevoli e nessun contrario dalla Knesset, il parlamento israeliano composto da 120 seggi. I restanti 27 parlamentari erano assenti o si sono astenuti dal voto.

Le organizzazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani avvertono che il disegno di legge renderà troppo facile l’imposizione della pena di morte, eliminando al contempo le procedure che tutelano il diritto a un giusto processo. Muna Haddad, avvocata di Adalah – Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele – ha dichiarato ad Al Jazeera che il disegno di legge riduce intenzionalmente le garanzie legali a un giusto processo per assicurare la condanna di massa dei palestinesi.

“Il disegno di legge consente esplicitamente processi di massa che si discostano dalle norme standard in materia di prove, inclusa un’ampia discrezionalità giudiziaria nell’ammettere prove ottenute in condizioni coercitive che possono configurarsi come tortura o maltrattamenti”, ha affermato Haddad. “Ciò costituisce una grave violazione delle garanzie a un giusto processo, ben al di sotto dei requisiti del diritto internazionale”.

In contrasto con la normale prassi giudiziaria israeliana, che di solito vieta le telecamere in aula, il disegno di legge impone la ripresa e la trasmissione pubblica dei momenti chiave dei processi su un sito web dedicato. Questo includerebbe le udienze di apertura, i verdetti e le sentenze. Haddad ha segnalato che questa disposizione di fatto “trasforma i procedimenti in processi farsa a scapito dei diritti degli imputati”.

[Dei circa 11.000 palestinesi prigionieri, ndt.] Israele detiene tra i 200 e i 300 palestinesi, contando anche quelli catturati nel Paese durante gli attacchi del 7 ottobre, che non sono ancora stati incriminati. L’attacco guidato da Hamas contro le comunità israeliane lungo il confine meridionale di Israele con Gaza ha ucciso almeno 1.139 persone, per lo più civili, secondo un conteggio di Al Jazeera basato su statistiche ufficiali israeliane. Altre 240 persone circa sono state prese in ostaggio. La successiva guerra genocida di Israele contro Gaza ha ucciso circa 72.628 palestinesi, di cui almeno 846 da quando è entrato in vigore il “cessate il fuoco” mediato dagli Stati Uniti lo scorso ottobre. La guerra, che secondo gli esperti delle Nazioni Unite potrebbe configurarsi come genocidio, ha lasciato il territorio palestinese in rovina.

Lunedì diverse organizzazioni israeliane per i diritti umani tra cui Hamoked, Adalah e il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele hanno affermato che, sebbene “la giustizia per le vittime del 7 ottobre sia un imperativo legittimo e urgente”, qualsiasi accertamento delle responsabilità per i crimini “deve essere perseguito attraverso un processo che includa, anziché abbandonare, i principi di giustizia”.

Il disegno di legge è distinto dalla legge approvata a marzo che ha sancito la pena di morte per i palestinesi condannati per l’omicidio di israeliani, una misura duramente condannata dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni per i diritti umani come discriminatoria e disumana. Tale legge si applica ai casi futuri e non è retroattiva, quindi non potrebbe essere applicata ai sospettati per i fatti dell’ottobre 2023.

Il portavoce di Hamas Hazem Qassem ha dichiarato che la nuova legge “serve a coprire i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza”. La Corte penale internazionale sta indagando sulla condotta di Israele nella guerra a Gaza e ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, nonché per tre leader di Hamas tutti successivamente uccisi da Israele. Israele sta inoltre battendosi contro l’apertura di un procedimento per genocidio presso la Corte internazionale di giustizia. Israele respinge le accuse.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




OMS: da ottobre 2023 43.000 persone a Gaza hanno subito ferite permanenti

Redazione di MEMO

12 maggio 2026 – Middle East Monitor

Martedì l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha affermato che circa 43.000 dei 172.000 feriti a Gaza da ottobre 2023, inclusi approssimativamente 10.000 minori, hanno subito ferite permanenti.

Parlando ai giornalisti a Ginevra Reinhilde Van de Weerdt, la rappresentante dell’OMS per i territori palestinesi occupati, ha detto che le stime aggiornate riflettono il devastante impatto a lungo termine del conflitto contro la popolazione e il sistema sanitario di Gaza.

Ha affermato che dall’ultimo rapporto dell’OMS del settembre 2025 sono state registrate circa 5.000 feriti permanenti, quasi la metà dei quali dopo che è stato annunciato il cessate il fuoco a ottobre 2025.

Secondo i dati dell’OMS, le lesioni maggiori agli arti rappresentano la quota più ampia dei casi gravi, con più di 22.000 registrati, seguiti da oltre 5.000 amputazioni traumatiche, più di 3.400 ustioni gravi, oltre 2.000 ferite alla colonna vertebrale e più di 1.300 ferite traumatiche al cervello.

Van de Weerdt ha detto che al momento più di 50.000 ferite richiedono una riabilitazione di lunga durata.

Ha osservato che tra luglio 2025 e maggio 2026 circa 14.000 pazienti sono stati registrati per i servizi di ricostruzione degli arti e circa metà di quelli valutati richiedono operazioni chirurgiche aggiuntive.

Nel frattempo, a causa di gravi mancanze a Gaza, solo 500 dei 2.300 amputati valutati tra settembre 2024 e maggio 2026 hanno ricevuto protesi permanenti.

Secondo l’OMS, nonostante i bisogni crescano, i servizi di riabilitazione rimangono criticamente limitati, senza strutture riabilitative completamente funzionanti a Gaza.

Van de Weerdt ha affermato che più di 400 pazienti stanno aspettando letti specializzati per la riabilitazione, obbligando gli ospedali a dimettere in anticipo i pazienti e incrementando il rischio di disabilità permanente.

Ha anche avvisato che nessuna apparecchiatura per la riabilitazione è entrata a Gaza negli ultimi due anni, mentre 18 spedizioni di sedie a rotelle, arti artificiali e dispositivi per la riabilitazione rimangono in attesa di autorizzazione [all’ingresso].

Gli abitanti di Gaza hanno sopportato una sofferenza inimmaginabile,” ha detto. “Essi si meritano non solo cure di emergenza, ma il supporto continuativo necessario per guarire e riprendere la loro vita.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)