“Non so come ne usciremo”: quanto ancora potrà resistere Israele?

Simon Speakman Cordall

3 aprile 2026 – Al Jazeera

Anni di guerra hanno profondamente cambiato la politica, l’economia e la società israeliane, affermano gli analisti

Due anni e mezzo a lanciare brutali attacchi contro i propri vicini e sull’enclave assediata di Gaza hanno trasformato la politica, l’economia e la società di Israele, affermano gli analisti.

Adesso, mentre Israele è impegnato in ciò che molti nel Paese hanno ripetutamente definito una “battaglia esistenziale” contro il nemico regionale Iran, resta da vedere che cosa può riservare il futuro per Israele. La fine definitiva del conflitto probabilmente verrà decisa dai parlamentari di Washington piuttosto che dagli strateghi di Israele.

Anche prima della guerra all’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza ha avuto ripercussioni sulla condizione e sulle finanze del Paese. Secondo gli stessi dati della Banca di Israele le guerre della nazione contro Gaza, gli Houti, il Libano e l’Iran a partire da ottobre 2023 sono già costate 352 miliardi di shekel (112 miliardi di dollari), che corrispondono a un costo medio di circa 300 milioni di shekel (96milioni di dollari) al giorno.

Presso la Corte Internazionale di Giustizia Israele affronta ciò che i giuristi hanno già definito plausibili accuse di genocidio, mentre sia il suo primo ministro che l’ex ministro della difesa sono colpiti da mandati di arresto per crimini di guerra, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024. Ora, dal punto di vista economico, il Paese si prepara a quelle che potrebbero essere conseguenze finanziarie catastrofiche della sua guerra all’Iran.

E sembra che non si veda una fine certa.

Una lunga strada da percorrere

Gli obbiettivi della guerra dichiarati da Israele, di deteriorare le capacità militari dell’Iran e di creare le condizioni per cui la sua popolazione possa insorgere contro il governo, sembrano alquanto lontani.

Dopo quattro settimane di continui bombardamenti non ci sono segnali evidenti di agitazioni popolari in Iran o di minacce al governo.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di dirigenti degli Stati Uniti di aver di fatto distrutto militarmente l’Iran, il 27 marzo la Reuters, citando cinque fonti interne all’intelligence USA, ha riferito che solo un terzo delle scorte missilistiche di Teheran è stato distrutto.

Intanto la popolazione di Israele riceve irregolari ma frequenti allarmi di attacchi aerei, che avvertono nuovamente di ritirarsi nei rifugi e infrangono in continuazione ogni apparenza di normalità.

Si è di fronte a un paradosso. Le misure di emergenza, che hanno fatto chiudere molte scuole mentre i genitori devono continuare a lavorare, hanno accresciuto la tensione nelle famiglie. Ma gli analisti in Israele affermano che queste stesse famiglie considerano la guerra che stanno vivendo come da sempre inevitabile.

C’è un peso tombale che è caduto sulla gente, una specie di sudario”, ha detto a Al Jazeera la consulente politica e sondaggista Dahlia Scheindlin da una località vicino a Tel Aviv. Ha descritto qualcosa di simile a una lugubre determinazione tra gli ebrei israeliani ad andare avanti con la guerra per il momento, comunque.

La gente è esausta, ma per ora il 78% degli ebrei israeliani alla fine di marzo ha dichiarato all’Istituto per la Democrazia di Israele di appoggiare la continuazione della guerra.

Significativamente tuttavia una maggioranza riteneva anche che gli strateghi negli USA e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

Perciò, per quanto tempo continueranno a sostenere il conflitto Scheindlin non può dirlo. “Non è come la guerra dei 12 giorni (tra Israele e l’Iran nel giugno 2025), perché questa è durata molto più a lungo. E non è come il lancio di razzi di Hamas nel passato.

L’Iran lancia missili balistici, il che significa che tutti devono andare ogni volta nei rifugi. Sta anche durando molto di più e non sappiamo quanto a lungo continuerà”, ha detto.

Sinceramente non so come usciremo da tutto questo. Nessuno lo sa. Siamo ancora in mezzo al guado.”

Politica in bilico

Lo sfondo di tutto questo è una politica che pochi riconoscerebbero come quella che ha firmato gli Accordi di Oslo negli anni ’90 del ‘900. O quella che negli anni ’80 espulse l’ultranazionalista Meir Kahane, il promotore delle convinzioni estremiste che l’intransigente Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e molti degli attuali membri del suo partito Potere Ebraico implicitamente sostengono.

Certamente personaggi come Ben Gvir e l’ultra ortodosso Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento ritiene di essere titolato dalla Bibbia a possedere la Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo sia con il sostegno della coalizione trasversale che della popolazione.

Poi ci sono stati i festeggiamenti che hanno salutato l’approvazione della legge di Ben Gvir sulla pena di morte, destinata specificamente ai palestinesi.

Per completare l’opera, questa settimana vi è stata l’approvazione di un bilancio record di 271 miliardi di dollari – votato dai parlamentari in un bunker fortificato – che ha stornato milioni di shekel verso organizzazioni ortodosse e organizzazioni di coloni estremisti in ciò che analisti e gruppi di opposizione affermano essere un tentativo di rafforzare l’appoggio al governo di Netanyahu di fronte al perdurante intervento militare.

Chiunque voti contro il bilancio sta votando contro la sicurezza di Israele, contro le agevolazioni fiscali per i lavoratori in Israele e contro la tassazione delle banche”, ha affermato lunedì prima del voto Smotrich, i cui sostenitori nell’estrema destra e nei gruppi di coloni sono i primi beneficiari.

Certamente è tutto sempre peggio”, ha detto Aida Touma-Sliman del partito di sinistra Hadash. “Il mondo intero è stato a guardare ed ha trovato scuse per loro mentre commettevano un genocidio (a Gaza). Ovviamente pensano che anche quello che stanno facendo adesso sia accettabile. Il mondo intero lo ha detto.”

Tempeste in arrivo

Tuttavia resta da vedere per quanto tempo la sempre più estremista politica di destra di Israele rimarrà accettabile per una popolazione che fra non molto sosterrà il grave impatto delle sue eterne guerre regionali.

Nonostante il loro generale sostegno (o almeno la mancanza di una significativa opposizione) a gran parte della sua campagna genocidaria a Gaza, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e diversi altri Paesi occidentali hanno condannato l’approvazione questa settimana della legge sulla pena di morte, prevista specificamente per i palestinesi.

Benchè finora sia stato ampiamente al riparo da tali ripercussioni, Israele non è assolutamente immune dagli effetti sul lungo termine della guerra, come segnalano gli analisti. Un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo suggerisce che il conflitto con l’Iran abbia già imposto costi significativi per via delle maggiori spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della ridotta attività dei consumatori.

Se gli sgravi fiscali per ora hanno ampiamente protetto i consumatori israeliani dal previsto aumento dei prezzi del carburante provocato dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, analisti come l’economista politico Shir Hever avvertono che, essendo Israele un importatore di carburante, si tratta di un sollievo solo temporaneo.

Tutti i precedenti conflitti in cui Israele si è impegnato hanno avuto alle spalle un bilancio concordato, con obbiettivi chiari e solide basi finanziarie su cui misurare tali obbiettivi”, afferma Hever. “Tuttavia ciò a cui stiamo assistendo è il tipo di economia che si potrebbe osservare in uno Stato totalitario, in cui le spese militari vengono adottate arbitrariamente senza considerare come la cosa sia compatibile con l’economia generale.”

In conclusione, come e quando finirà la guerra probabilmente sta meno nelle decisioni di Israele che in quelle di un presidente USA sempre più imprevedibile.

E quando questa settimana l’emittente statunitense Newsmax gli ha chiesto fino a che punto secondo lui Israele ha conseguito i suoi obbiettivi, il massimo che Netanyahu è stato capace di dire è stato “a metà”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Alcuni psicanalisti stanno lasciando l’International Psychoanalytical Association a causa del suo doppio standard antipalestinese

Palestine Mental Health Networks  

29 marzo 2026 – Mondoweiss

La Palestine Mental Health Network invita i professionisti della salute mentale a dimettersi dall’International Psychoanalytical Association a causa dei pregiudizi antipalestinesi dell’organizzazione.

La psicanalisi comprende meglio della grande maggioranza delle altre discipline che il silenzio non è mai neutrale. Ciò che non viene detto non scompare ma ritorna, distorto, come sintomo. Freud lo chiamò il ritorno di quello che viene represso e su questa intuizione costruì un intero metodo. Di cosa è sintomo, vale la pena di chiedersi, il silenzio dell’International Psychoanalytical Association [Associazione Psicanalitica Internazionale] (IPA) sul genocidio a Gaza?

Siamo le Palestine Mental Health Networks [Reti della Salute Mentale della Palestina], un collettivo di professionisti della salute mentale di 23 Paesi, uniti dal nostro impegno verso i principi della psicanalisi e la fondamentale dignità di tutti gli esseri umani, una categoria dalla quale spesso i palestinesi vengono esclusi. Nelle settimane successive a quando abbiamo diffuso un appello pubblico perché gli psicanalisti si dimettano dall’IPA, lo hanno fatto colleghi di tutto il mondo. Vale la pena di leggere con attenzione le loro ragioni. Non lo hanno semplicemente definito un fallimento politico. Lo hanno definito un fallimento clinico.

Il resoconto

L’IPA è rimasta in silenzio su Gaza per oltre due anni, più di 73.000 persone uccise, oltre 20.000 minori morti, carestia pianificata, torture documentate. Nel gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha definito il comportamento di Israele un plausibile genocidio. La Commissione d’Inchiesta dell’ONU ha confermato che si tratta di genocidio nel settembre 2025. L’International Association of Genocide Scholars [Associazione internazionale di Studiosi del Genocidio] ha confermato che tale è. L’IPA non ha emesso alcun comunicato, non ha chiesto un cessate il fuoco, non ha citato alcun crimine. Le parole “occupazione”, “genocidio”, “apartheid”, “assedio”, “punizione collettiva” e “pulizia etnica” non sono comparse in alcuna delle comunicazioni formali dell’IPA sulla Palestina.

Non è solo un questione di vigliaccheria istituzionale, ma di coraggio istituzionale selettivo.

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022 l’IPA si è mossa nel giro di pochi giorni: una pagina di crisi dedicata, un fondo di aiuto d’emergenza, risorse cliniche e un comunicato che definiva la guerra “immorale” e chiedeva di “porvi fine”. Il presidente dell’IPA Heribert Blass ha affermato: “Noi chiediamo la fine immediata della guerra.” Noi chiediamo. Per Gaza, dopo oltre due anni, 73.000 uccisi, minori quotidianamente colpiti alla testa, una carestia indotta e torture documentate, l’IPA non ha chiesto alcunché. Non ha chiesto un solo cessate il fuoco. Per l’Ucraina: chiarezza morale e mobilitazione istituzionale. Per Gaza: silenzio. L’IPA vorrebbe farci credere che questa differenza è dovuta a una questione legale. Non lo è. E’ dovuta alla razza.

Palestinesi non-terroristi”

La prima dichiarazione in assoluto su Israele-Palestina dell’IPA è stata l’8 ottobre 2023, un giorno dopo l’attacco di Hamas. Ha condannato Hamas e ha utilizzato la teoria psicanalitica — scissione, proiezione, l’istinto di morte — per patologizzare la resistenza palestinese come “lo scatenamento dell’istinto di morte”. Decenni di spoliazione, assedio e crimini di guerra documentati contro i palestinesi non hanno prodotto alcuna risposta istituzionale. L’attacco contro Israele ne ha prodotta una nel giro di 24 ore.

A venti giorni dall’attacco di Israele, dopo che migliaia di palestinesi erano già stati uccisi, la presidentessa dell’IPA Hariette Wolfe ha riconosciuto la sofferenza di “palestinesi non-terroristi”. Leggete questa frase come siete stati addestrati a leggere il linguaggio della negazione. “Non-terroristi” colloca “terroristi” come se fosse la condizione abituale dei palestinesi, l’anonima categoria dalla quale alcuni individui devono essere singolarmente inclusi nell’umanità. Non si tratta di un lapsus verbale, compare in un documento istituzionale studiato. Riflette la struttura di pensiero che ha guidato l’intero approccio dell’IPA nei confronti del genocidio: la sofferenza dei palestinesi è leggibile solo nella misura in cui può essere separata dalla resistenza palestinese — solo nella misura in cui come palestinesi possono essere fatti sparire in quanto soggetti politici.

La scusa legale

Il 6 gennaio 2026 le Palestine Mental Health Networks hanno scritto formalmente al direttivo dell’IPA. La lettera chiedeva che l’IPA parlasse del genocidio, riconoscesse la storia di 78 anni di occupazione e offrisse ai colleghi palestinesi la stessa rete di sostegno destinata a quelli ucraini. Il presidente dell’IPA Blass ha risposto nel giro di 24 ore.

Invece di affrontare in modo concreto la lettera, il dottor Blass ha proposto un’obiezione procedurale, sostenendo che la lettera era “anonima”, benché fosse firmata da un collettivo di clinici di 23 Paesi citati. Poi ha invocato vincoli legali: “In quanto ente benefico internazionale, è ormai evidente che l’IPA è sottoposta a vincoli legali e regolamentari che limitano la sua possibilità di fare dichiarazioni politiche.”

Limiti legali. Per Gaza, non per l’Ucraina, nel cui caso l’IPA non ha trovato simili vincoli quando ha chiesto la fine immediata della guerra. Non per il 7 ottobre, quando l’IPA non ha esitato a utilizzare una teoria psicanalitica per patologizzare la resistenza palestinese. I limiti giuridici sembrano agire con una precisione che non traccia rischi legali ma il rischio di turbare i membri impegnati a favore del sionismo.

Normalizzazione come programma

La posizione dell’IPA non è stata del tutto silente. Ha permesso, e promosso, un discorso selettivamente. Nel gennaio 2026 l’IPA ha annunciato un dialogo registrato tra un analista palestinese e uno israeliano pubblicizzato come uno “scambio intimo su Israele-Palestina”. Il video era stato registrato nel luglio 2024, quando erano già stati uccisi 40.000 palestinesi, quando era stato ucciso un minore al giorno, quando molti erano stati operati senza anestesia. La conversazione si incentrava sulle storie personali dei due analisti e sui loro sforzi per comprendersi a vicenda. Non ha citato il genocidio. Non ha affrontato la questione del colonialismo di insediamento israeliano. Ha creato una falsa simmetria tra il colonizzatore e il colonizzato.

Nel marzo 2026 l’American Psychoanalytic Association [Associazione Psicanalitica Americana], un’istituzione che fa parte dell’IPA, ha ospitato un simposio intitolato “Resilienza in risposta alla violenza e alla guerra”. Tre relatori: un ricercatore sulla resilienza, un analista israeliano invitato a parlare della risposta psicanalitica organizzata in Israele e uno psicoterapeuta palestinese, invitato non a parlare delle sofferenze dei palestinesi ma a presentare un caso clinico. Il trauma israeliano: citato, contestualizzato, istituzionalmente organizzato. L’esperienza palestinese: presente solo come materiale clinico. Un simposio sul trauma, tenuto durante il genocidio a Gaza, non riconosce i palestinesi come popolo che soffre. Li riconosce come fornitori di un esempio.

Le dimissioni

Finora vari membri hanno già lasciato l’IPA per questi problemi. Alcuni operatori hanno reso pubbliche le loro ragioni.

La dottoressa Avgi Saketopoulou, un’analista e teorica di New York, ha citato una cosa di cui raramente si parla in pubblico: il silenzio dell’IPA ha “creato un’atmosfera professionale permissiva in cui gli analisti sionisti si sentono autorizzati a scatenarsi, sostenendo cose razziste e discriminatorie con i loro pazienti e supervisori, sia nei consultori che nella nostra lista di indirizzi mail”. Pazienti palestinesi e arabi hanno lasciato prematuramente le cure; tirocinanti hanno cambiato supervisori perché i loro analisti hanno manifestato i loro pregiudizi in contesti clinici ed educativi. Sull’argomento dell’IPA riguardo ai vincoli legali la dottoressa Saketopoulou è stata esplicita: “Garantire lo status di associazione caritatevole è una strategia difensiva di lusso… quello che ci è stato effettivamente detto è che il silenzio sulla Palestina è il prezzo per fare affari.” Ha anche citato quello che ha descritto come uno scandalo che l’IPA ha accolto senza un commento: prima di assumere la presidenza il dottor Blass ha partecipato a un incontro con Yair Lapid, non uno psicanalista ma il leader di un partito dell’opposizione israeliana, che nel febbraio 2026 ha espresso il proprio appoggio a un “Grande Israele” citando i confini biblici che si estenderebbero fino all’Iraq. All’interno dell’IPA questo passa per neutralità. Non c’è uno scenario paragonabile, ha osservato la dottoressa Saketopoulou, in cui verrebbe visto come neutrale un presidente dell’IPA che si sia incontrato pubblicamente con membri della resistenza palestinese o persino con il leader dell’Autorità Nazionale Palesitnese. Meno male che i dirigenti dell’IPA non stanno prendendo posizione!

Denise Cullington, un’analista britannica con oltre trent’anni di esperienza sul campo, ha scritto al dottor Blass: “Ovviamente non si tratta di guerra tra due parti armate, ma di un attacco dal cielo contro ospedali, ambulanze, università, edifici, impianti di desalinizzazione e persone”. Ha citato quello che avrebbe voluto dall’istituzione: “Quello che speravo avreste fatto sarebbe stato dimostrare la vostra attenzione per la psicanalisi e per i vostri colleghi e aiutarli a far fronte alla situazione e al terribile dolore che ne deriva e iniziare ad ascoltare e a condividere il lutto.”

La domanda

Un’istituzione che non riesce a distinguere il genocidio dalle divergenze politiche, i valori dalle opinioni, ha rinunciato alla sua pretesa di essere un’autorità morale. Le Palestine Mental Health Networks chiedono agli psicanalisti di dimettersi dall’IPA.

A quanti dicono di dover rimanere per cambiare l’istituzione dall’interno: cosa è riuscito a cambiare finora il fatto che rimaniate nell’istituzione? In due anni e mezzo di genocidio la vostra presenza nell’IPA ha promosso i diritti dei palestinesi? Se il direttivo dell’IPA vede che persino quelli che sono indignati rimarranno e pagheranno la quota non ha ragioni per cambiare rotta. La vostra presenza non è utile, è una forma di legittimazione.

In futuro a un certo punto tutti parleranno del silenzio dell’IPA. Quando quel momento arriverà sarà impossibile dire a voi stessi che non sapevate. Può darsi che non sempre lo abbiate saputo. Ma adesso lo sapete.

Per favore, unitevi al nostro appello. Non c’è bisogno che siate membri dell’IPA per firmare questa lettera. Firmando dichiarate a quelli che sono ancora dentro l’IPA che la comunità globale della psicanalisi e della salute mentale non guarderà da un’altra parte: continuare a far parte di un’ istituzione che copre un genocidio è incompatibile con i fondamenti etici del nostro lavoro. Ogni firma, dall’interno e dall’esterno, accresce il peso morale di questo appello e rende più difficile ai membri di considerare la loro appartenenza come una scelta privata e apolitica. Non lo è.

Per firmare: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfR9rB2cf0MxH-UyH8V6yODmBGIJ7s4 FHxTO5qbtvtImBz-rg/viewform

The Palestine Mental Health Networks

No Healing Without Liberation

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La chiusura del valico di Rafah lascia i pazienti di Gaza bloccati e senza cure.

Maram Humaid

16 marzo 2026 – Aljazeera

Migliaia di persone rischiano un peggioramento delle proprie condizioni di salute dopo che la chiusura di questo importante valico ha bloccato le evacuazioni sanitarie per le famiglie in attesa di cure all’estero.

Gaza City, Striscia di Gaza – Il 28 febbraio Lama Abu Reida si trovava a poche ore da quello che sperava avrebbe cambiato il destino della sua figlioletta malata, Alma.

La famiglia era stata finalmente informata che la bambina, di meno di cinque mesi e incapace di respirare senza un respiratore, aveva i requisiti per una evacuazione sanitaria.

La piccola borsa da viaggio era pronta, la documentazione clinica in ordine e Abu Rheida era pronta a partire. Non restava che uscire dal valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, e da lì dirigersi in Giordania, dove Alma avrebbe potuto sottoporsi a un intervento chirurgico impossibile nella Striscia di Gaza.

Ma appena un giorno prima della partenza prevista per il 1° marzo Israele ha chiuso i valichi di Gaza “fino a nuovo avviso” adducendo motivi di sicurezza. La decisione ha coinciso con l’inizio dell’attacco militare congiunto con gli Stati Uniti contro l’Iran e ha infranto le speranze di Abu Rheida.

“Mi hanno detto che il valico era stato chiuso senza preavviso a causa della guerra con l’Iran”, dice la madre con voce rotta dal dolore.

Alma, che soffre di una cisti polmonare, è ricoverata all’ospedale Nasser di Khan Younis nel sud di Gaza da oltre tre mesi e la madre è al suo fianco giorno e notte.

“Non può assolutamente fare a meno dell’ossigeno”, dice Abu Rheida. “Senza, si sfinisce”.

«Non so cosa potrebbe succedere»

Il valico di Rafah, la principale porta d’accesso di Gaza al mondo esterno, è rimasto chiuso per lunghi periodi durante la guerra genocida di Israele contro i palestinesi nella Striscia, iniziata nell’ottobre del 2023.

Il 1° febbraio Israele ha annunciato una riapertura limitata nell’ambito di una fase di prova a seguito di un “cessate il fuoco” con il gruppo palestinese Hamas. Ciò ha reso possibili in base agli accordi alcuni spostamenti in particolare per i casi medici.

Tuttavia solo pochi pazienti sono riusciti a viaggiare e migliaia sono rimasti in lista d’attesa fino alla chiusura del 28 febbraio che ha bloccato il trasferimento all’estero dei feriti, così come le evacuazioni sanitarie di pazienti come Alma.

I medici avevano detto alla sua famiglia che l’unica opzione per Alma, ricoverata in terapia intensiva tre volte in un mese, era un intervento chirurgico all’estero per rimuovere la cisti dal polmone. Sebbene non particolarmente rischiosa, un’operazione del genere non può essere eseguita a Gaza a causa delle limitate risorse mediche.

“La vita di mia figlia dipende da un singolo intervento chirurgico, dopo il quale potrebbe vivere una vita completamente normale”, afferma Abu Rheida.

«Se il suo viaggio dovesse subire ulteriori ritardi… non so cosa potrebbe succedere. Le sue condizioni non sono rassicuranti», aggiunge sconsolata.

Domenica le autorità israeliane hanno annunciato che il valico di Rafah riaprirà mercoledì per consentire un «flusso limitato di persone» in entrambe le direzioni.

«La chiusura ha ucciso i miei figli»

Ciò che di fatto teme Abu Rheida è quanto Hadeel Zorob ha già vissuto.

Il figlio di sei anni di Zorob, Sohaib, è morto il 1° marzo 2025, mentre la figlia di otto anni, Lana, si è spenta il mese scorso, il 18 febbraio. Entrambi i bambini soffrivano di una rara malattia genetica che causa un progressivo deterioramento delle funzioni corporee.

Entrambi erano in attesa di un’autorizzazione medica per recarsi all’estero per le cure, ma questa non è mai arrivata.

«Ho visto i miei figli morire lentamente davanti ai miei occhi, uno dopo l’altro, senza poter fare nulla», dice scoppiando in lacrime Zorob, 32 anni.

Quando è morta Lana sarebbe dovuta partire dopo pochi giorni.

«Il viaggio di mia figlia era previsto nello stesso periodo in cui il valico è stato chiuso, ma è morta prima», racconta Zorob.

«Quando è arrivata la notizia della chiusura del valico il dolore per mia figlia è tornato prepotentemente al pensiero di tanti bambini che subiranno la stessa sorte».

Zorob racconta che nelle prime fasi della malattia i suoi figli erano ancora in grado di muoversi e giocare in modo relativamente normale.

Prima della guerra di Israele contro Gaza entrambi i bambini ricevevano cure ospedaliere specialistiche che avevano contribuito a stabilizzare in qualche misura le loro condizioni. Ma con l’intensificarsi degli attacchi israeliani le loro condizioni sono gradualmente peggiorate fino a raggiungere uno stadio critico. Il collasso del sistema sanitario di Gaza ha reso difficile per la famiglia l’accesso ai farmaci di cui avevano assoluto bisogno.

«Abbiamo persino provato a far arrivare le medicine dalla Cisgiordania, e ho chiesto aiuto alla Croce Rossa e all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non c’è stato verso», racconta Zorob.

Durante la guerra lei e la sua famiglia sono state costrette a lasciare la loro casa e a trasferirsi in una tenda nella zona di al-Mawasi. Le nuove condizioni di sfollamento hanno reso molto più difficile prendersi cura dei bambini.

«Entrambi erano costretti a letto… con i pannolini, e la loro glicemia doveva essere monitorata costantemente. Dovevamo dar loro da bere e controllare la loro alimentazione… tutto questo in una tenda, senza beni di prima necessità».

Zorob dice di sentirsi «impazzire» al pensiero che i suoi figli avrebbero avuto la possibilità di sopravvivere e migliorare se avessero potuto ricevere cure all’estero.

«La chiusura dei valichi ha ucciso i miei figli!» aggiunge, con la voce piena di angoscia. «Il mondo non dà valore alle nostre vite né a quelle dei nostri figli… questa è diventata la normalità».

Zorob dice che, nonostante il dolore incessante, cerca di farsi forza per il suo terzo figlio, Layan, di quattro anni.

«Tutto ciò che desidero è che quello che è successo ai miei figli non accada a nessun’altra madre… che il valico venga riaperto e che ai bambini e ai malati sia permesso di viaggiare».

«È chiedere troppo?»

Secondo il Ministero della Salute di Gaza oltre 20.000 pazienti e feriti sono in attesa di poter viaggiare all’estero per ricevere cure mediche.

Tra questi figurano circa 4.000 malati di cancro, che necessitano di cure specialistiche non disponibili a Gaza, e circa 4.500 bambini.

Gli elenchi includono anche circa 440 casi “salvavita” che necessitano di un intervento urgente e quasi 6.000 feriti che necessitano di cure ospedaliere continue al di fuori di Gaza.

L’Associazione Al-Dameer per i diritti umani ha definito la chiusura del valico di Rafah una forma di punizione collettiva per i civili di Gaza, avvertendo che essa “condanna a morte un numero sempre maggiore di malati” e aggrava la crisi umanitaria di Gaza.

Per Amal al-Talouli la chiusura del valico di Rafah è stata un altro colpo devastante nella sua battaglia contro il cancro.

La donna di 43 anni soffre di cancro al seno da circa cinque anni. Nonostante si fosse sottoposta a delle cure prima della guerra, la malattia è ricomparsa e si è diffusa in altre parti del corpo, compresa la colonna vertebrale.

“Sia lode a Dio, accettiamo il nostro destino”, dice la madre di due figli. “Eppure, perché la nostra sofferenza deve peggiorare solo perché ci viene impedito di viaggiare e i valichi sono chiusi?”

Al-Talouli vive attualmente con dei parenti dopo aver perso la sua casa nell’area del Progetto di Beit Lahiya [complesso residenziale multipiano, ndt.], nel nord di Gaza, durante la guerra.

Lo sfollamento non è stata una scelta facile a causa delle sue condizioni di salute, afferma. La situazione è aggravata dalla grave carenza di farmaci e personale medico specializzato, una realtà che affligge anche altri malati di cancro a Gaza.

“C’è carenza di tutto”, dice al-Talouli. «Ho sviluppato osteoporosi e accumulo di liquido negli occhi a causa della chemioterapia. La chemio richiede una buona alimentazione, ma la malnutrizione e la carestia hanno reso tutto molto più difficile».

Al-Talouli afferma che la chiusura dei valichi ha peggiorato ulteriormente la situazione.

«Ci colpisce moltissimo. Non arrivano medicinali né trattamenti essenziali», dice Al-Talouli, il cui nome era in una lista d’attesa per recarsi fuori Gaza per le cure.

Sottolinea che i malati di cancro a Gaza hanno urgente bisogno di sostegno.

«Ora desidero solo che il valico riapra, così da poter guarire e continuare la mia vita con i miei figli», dice. «È chiedere troppo?»

Humaid è corrispondente on-line di Al Jazeera English a Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Coazione a ripetere”: come la guerra permanente condiziona la psiche israeliana

Dana Mills

4 marzo 2026 – +972 Magazine

Dal 7 ottobre all’Iran il governo israeliano ha ripetutamente usato lo stato di emergenza per rendere superfluo il pensiero individuale, spiega la Dott.ssa Dana Amir.

Otto mesi fa Israele ha lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran, segnando l’inizio di quella che in seguito sarebbe stata definita la “Guerra dei 12 giorni”. Al termine il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato una vittoria storica. “Abbiamo rimosso due minacce esistenziali: la minaccia di annientamento da parte di armi nucleari e la minaccia di annientamento da parte di 20.000 missili balistici”, ha affermato. “Se non avessimo agito ora lo Stato di Israele sarebbe presto andato incontro al rischio di un annientamento”.

La guerra si è svolta nel mezzo del genocidio israeliano a Gaza, meno di due anni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre contro il sud di Israele, e mentre Israele si confrontava contemporaneamente con Hezbollah e gli Houthi. Per molti israeliani ha segnato l’apice di un biennio caratterizzato da ansia, impotenza e incertezza. Ma sabato scorso l’avvio congiunto di una nuova guerra contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti ha infranto le promesse di Netanyahu, insieme a qualsiasi illusione di tregua da un continuo stato di emergenza.

Come sempre l’esperienza stessa della guerra è condizionata dall’apartheid israeliano nella terra tra il fiume e il mare. I palestinesi in Cisgiordania e a Gaza non hanno rifugi per sfuggire ai bombardamenti, mentre i cittadini palestinesi di Israele hanno infrastrutture molto meno stabili per proteggersi dai missili balistici. A volte sembra che Netanyahu e il suo governo siano impegnati in uno stato di guerra e instabilità permanente nella regione, in cui tutti gli esseri umani sono costretti a vivere in una condizione di costante vulnerabilità e precarietà.

Da sabato mattina, tra una corsa alla stanza antipanico e il tentativo di pensare al futuro prossimo e a medio termine, ho riflettuto sulle conseguenze psicologiche di questa situazione. Per comprendere meglio le implicazioni personali e politiche del vivere in uno stato di guerra perpetua ho parlato con la Dott.ssa Dana Amir, psicologa clinica, psicoanalista, scrittrice e poetessa.

L’intervista è stata modificata per motivi di sintesi e chiarezza.

Prima che gli israeliani avessero il tempo di piangere le vittime degli attacchi del 7 ottobre il governo ha iniziato a massacrare i civili palestinesi a Gaza, mentre i media tradizionali israeliani giustificavano questa violenza genocida sostenendo che avrebbe “impedito il prossimo 7 ottobre”. Secondo lei quale prezzo psicologico stanno pagando gli israeliani costretti a vivere in questo ciclo di paura e violenza da più di due anni?

Quando eventi di tale travolgente intensità – il 7 ottobre, il successivo massacro israeliano a Gaza e le guerre con Iran e Hezbollah – si verificano in così rapida successione la prima cosa che crolla è la capacità di elaborare il lutto, che è uno dei processi più essenziali per la psiche umana. Dobbiamo elaborare il lutto per andare avanti. Quando questa possibilità viene negata la psiche praticamente si blocca.

Il risultato è che noi israeliani siamo di fatto bloccati in uno stato psicologico primitivo riguardo allo sforzo necessario per elaborare eventi traumatici. Non abbiamo modo di fare ciò che è necessario per andare avanti. Ci lasciamo invece coinvolgere in una forma altamente pericolosa di coazione a ripetere: un impulso inconscio a rivivere l’evento ancora e ancora, a riscrivere il dolore sia a livello personale che collettivo.

Ciò a cui stiamo assistendo è una società che non riesce a elaborare il lutto e, di conseguenza, non riesce a condurre alcun significativo esame di coscienza, né interiormente né in relazione agli altri. Il risultato è una sorta di sprofondamento nel dolore, da cui le uniche vie d’uscita sono atti di vendetta che scaricano questo dolore sull’altro e lo riproducono al suo interno.

Il messaggio contraddittorio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump prima della guerra con l’Iran, che suggeriva un possibile accordo e minacciava contemporaneamente l’uso della forza militare, ha creato nell’opinione pubblica un continuo senso di impotenza, culminato sabato mattina con l’attacco alla Repubblica Islamica. Come si fa a fronteggiare tali livelli di incertezza?

Esiste davvero un profondo senso di impotenza accompagnato da uno stato di costante prontezza ad assorbire il dolore. Questa prontezza permane durante la guerra stessa, perché rimaniamo nell’assoluta incertezza su ciò che sta accadendo. Di conseguenza viviamo in uno stato di allerta incessante, estenuante e snervante.

In superficie questa prontezza fornisce un illusorio senso di potenza: l’essere pronti apparentemente porta all’azione, ad esempio a correre verso la stanza antipanico. Ma la prontezza in cui ci troviamo non ha orizzonte. Ben poco di ciò che accade dipende effettivamente da ciò che facciamo, e c’è una crescente sensazione che nulla di tutto ciò sia collegato ai nostri interessi. Siamo pedine su una scacchiera controllata da forze politiche che hanno sé stesse come unico orizzonte politico.

Questa situazione offre l’opportunità di riflettere sulla natura dell’ansia. Considero l’ansia psicologica l’equivalente della temperatura corporea, una sorta di meccanismo di segnalazione. Quando la temperatura corporea aumenta il nostro impulso immediato è quello di abbassarla. Ma la febbre è in realtà un segnale importante che il sistema immunitario sta combattendo qualcosa. È un meccanismo di allarme naturale che cerca anche di affrontare ciò che sta attaccando il corpo.

L’ansia funziona in modo simile: in uno stato di ansia normale, non in quella patologica, che è un’alterazione del meccanismo di segnalazione, l’ansia si intensifica quando c’è una minaccia per il sistema psichico e si attenua una volta che il sistema immunitario della psiche riesce a farvi fronte.

Tuttavia nella situazione attuale il termometro non funziona più correttamente. Siamo costantemente ansiosi e di conseguenza l’ansia diventa una condizione costante. Cambiano solo le cause.

Quando l’ansia diventa un parametro costante assomiglia a un malato alla cui malattia viene assegnato ogni giorno un nome diverso. Ieri moriva di influenza; oggi muore di cancro. Le malattie stesse perdono significato perché portano tutte allo stesso risultato. Di conseguenza non vengono mobilitate risorse reali per affrontarle.

Nel linguaggio della psicologia cognitiva questo si chiama impotenza appresa. È un fenomeno osservato nei topi da laboratorio che smettono di premere i pedali che forniscono loro cibo. Non riescono più a collegare un’azione specifica a un risultato specifico, e quindi si arrendono.

Gli israeliani sono da tempo quei topi. Abbiamo smesso di premere i pedali. Il nostro livello di ansia e impotenza è così alto che la maggior parte di noi ha rinunciato al tentativo di comprendere la connessione tra azione o inazione e il suo risultato. Sembra che tutti i risultati siano identici. In un certo senso questa è la grande vittoria del governo: è riuscito a trasformare cittadini attivi e pensanti in indifesi topi da laboratorio.

Questa situazione è esattamente il motivo per cui a novembre una compagine di associazioni di psicologi e organizzazioni della società civile ha pubblicato una lettera in cui si chiedeva al primo ministro di dichiarare lo stato di emergenza nel campo della salute mentale.

Nel suo bestseller “The Shock Doctrine” Naomi Klein sostiene che governi e aziende sfruttano crisi estreme – guerre, disastri o collasso economico – per portare avanti programmi politici ed economici di vasta portata. Nel caso di Israele il governo sembra utilizzare l’accumularsi di così tanti fattori che generano ansia per reprimere il dissenso e intensificare il potere militare e la continua disumanizzazione dei palestinesi. Come possono le persone reagire sul piano psicologico e mantenere una resistenza collettiva in tali condizioni?

Gli stati di emergenza collettivi sono situazioni prodotte dagli stessi governi. Il loro utilizzo è legato alla dichiarazione dello stato di emergenza, che solo il detentore del massimo potere ha l’autorità di proclamare.

Quindi fin dall’inizio si tratta di una condizione imposta dal potere a quanti vi sono soggetti.

Nel momento in cui viene dichiarato lo stato di emergenza entriamo in una sorta di stanza sicura [a prova di esplosione] non solo fisicamente, ma anche psicologicamente. È una condizione in cui siamo circondati da spesse mura, senza ricezione per i cellulari, isolati dal mondo esterno. Il significato di questa condizione è la rarefazione, o addirittura l’annullamento, del pensiero indipendente e critico. In uno stato di emergenza qualcun altro pensa per noi. L’emergenza stessa rende superfluo il pensiero individuale.

Se immaginiamo il sistema psichico come un apparato digerente, una sana digestione implica l’assunzione di ciò che è necessario ed espulsione di ciò che non lo è. C’è una negoziazione costante tra ciò che viene interiorizzato e ciò che viene rifiutato.

In questo stato di emergenza non c’è spazio per una tale digestione. O ingoiamo interamente i messaggi che ci vengono somministrati, o li sputiamo del tutto, oppure li teniamo bloccati nella gola.

Questo è il motivo per cui in situazioni di stato di emergenza può essere esercitata una forza così grande su di noi. È anche il motivo per cui il detentore del potere ha interesse a creare sempre più stati di emergenza. Il compito più difficile in tali circostanze è quello di recuperare la pluralità, il dubbio e il pensiero stesso.

Ora, mentre corriamo avanti e indietro verso i rifugi e l’Iran risponde ai continui bombardamenti israelo-americani le nostre vite sono cambiate ancora una volta. La frequenza degli attacchi e la rapida regionalizzazione della guerra hanno creato molteplici strati di incertezza. Come si collegano gli ultimi giorni ai due anni appena trascorsi?

Penso che questi ultimi giorni siano semplicemente un concentrato di ciò che accade ininterrottamente da più di due anni: ansia al massimo, esaurimento al massimo, nervi completamente a pezzi. E a tutto questo si aggiungono messaggi che inquadrano questa guerra come una guerra di liberazione, persino come possibile base per una nuova pace mondiale.

Il grado in cui questi messaggi sono distaccati dalla distruzione deliberata che viene perpetrata produce una profonda disconnessione tra causa ed effetto, una disconnessione che, come ho detto prima, crea terreno fertile per l’impotenza appresa.

Negli ultimi tempi sembra che non ci sorprendiamo più quando si verificano nuovi disastri. Una catastrofe segue l’altra. In che modo questo influisce sulla nostra capacità di immaginare un orizzonte diverso, di vivere le nostre vite con una prospettiva più ampia e immaginare un futuro non saturo di violenza?

La resistenza si basa proprio sulla capacità di immaginare, di andare oltre ciò che è immediatamente reale e concreto. La capacità di aggrapparsi alla possibilità di un orizzonte dipende da una sorta di lirismo individuale e collettivo dell’anima.

Non si tratta di un singolo atto di deviazione dalla realtà. È uno sforzo continuo per permettere alla realtà di trasformarsi dentro di noi ripetutamente, in modo che alla fine possa trasformarsi anche fuori di noi.

Nel 1920 Paul Klee dipinse l’Angelo della Storia [Angelus Novus”], raffigurando un angelo che fissa qualcosa da cui sembra cercare di fuggire. Il suo volto è rivolto al passato, mentre la sua schiena è rivolta al futuro. Negli ultimi giorni mi è spesso tornata in mente questa immagine: quella di una persona il cui sguardo è fisso su ciò che viene distrutto piuttosto che su ciò che potrebbe essere costruito; qualcuno che cerca di sfuggire a qualcosa, ma alla fine ne rimane intrappolato.

Il potere del lirismo umano risiede nella capacità di volgere in avanti il ​​volto dell’angelo della storia. È il potere di rivendicare per noi stessi non solo il diritto, ma anche l’obbligo di scegliere la vita anziché la morte, di scegliere il futuro anziché rievocare all’infinito il passato in modo compulsivo e futile.

Dana Mills è scrittrice, attivista, danzatrice e responsabile dello sviluppo delle risorse di +972/Local Call. È autrice di “Dance and Politics: Moving beyond Boundaries” [Danza e politica: oltrepassare i confini, ndt.] (2016), “Rosa Luxemburg” (2020), “Dance and Activism” Danza e attivismo, ndt.] (2021) e “One Woman’s War” [Guerra di una donna, ndt.] (2024).

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




All’ombra della guerra con l’Iran Israele trova un altro modo per punire Gaza

Ohood Nassar, Gaza

1 marzo 2026 – Aljazeera

La repressione delle attività delle ONG e il blocco degli aiuti causato dalla chiusura dei valichi di frontiera costituiscono un’altra punizione collettiva

Quando Israele e gli Stati Uniti hanno sferrato l’attacco all’Iran i palestinesi nella Striscia di Gaza hanno iniziato a essere presi dal panico.

Si sono ricordati di come nel passato i valichi fossero stati chiusi causando carestie e si sono precipitati nei mercati per acquistare tutto ciò che potevano. A causa di ciò i prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità sono saliti alle stelle. Ben presto è giunta la notizia della chiusura dei valichi di frontiera.

Tutto questo è accaduto proprio mentre scadeva il periodo di tolleranza concesso da Israele a 37 ONG prima del loro ritiro da Gaza per non aver soddisfatto i requisiti di registrazione. Organizzazioni come Medici Senza Frontiere (noto anche con l’acronimo francese MSF), Medical Aid for Palestinians UK, Handicap International – Humanity & Inclusion, ActionAid, CARE, ecc. avrebbero dovuto smettere di operare a Gaza.

All’ultimo momento una sentenza della Corte Suprema israeliana ha permesso alle ONG di continuare ad operare nell’attesa che venga esaminato il loro ricorso contro il divieto. Ma nonostante la decisione queste organizzazioni non possono continuare a funzionare pienamente. Questo perché l’occupazione israeliana continua a impedire l’ingresso dei loro rifornimenti e del personale straniero a Gaza.

Secondo queste ONG esse insieme sono responsabili della metà delle distribuzioni alimentari nella Striscia e del 60% dei servizi forniti negli ospedali da campo.

Per molte famiglie a Gaza questo significa fame, perché i pacchi alimentari non verranno distribuiti e i mezzi di sussistenza andranno persi.

Sappiamo che non è che le ONG non rispettino le nuove regole di registrazione, così come la chiusura dei valichi di frontiera non è una questione di sicurezza. Si tratta dell’imposizione di un’ennesima forma di punizione collettiva ai palestinesi.

Anche se la Corte Suprema si pronunciasse miracolosamente contro il divieto imposto alle ONG, l’occupazione israeliana troverebbe comunque un altro modo per cacciare queste organizzazioni straniere da Gaza. Ciò è stato reso chiaro questo mese, quando è stato rivelato che World Central Kitchen, che gestisce decine di mense popolari in tutta la Striscia e che non è nella lista delle espulsioni, potrebbe sospendere le sue attività.

Secondo l’ufficio stampa governativo di Gaza ciò è avvenuto perché Israele ha bloccato l’ingresso della maggior parte dei camion di rifornimento dell’organizzazione. Di conseguenza non ci sono abbastanza rifornimenti per continuare a cucinare. World Central Kitchen aveva precedentemente affermato di servire 1 milione di pasti al giorno.

Quindi ora nel mezzo della guerra con l’Iran, che potrebbe durare settimane o mesi, centinaia di migliaia di famiglie non avranno più cibo a sufficienza.

Tutto questo si aggiunge alla continua guerra di Israele contro l’UNRWA. Fin dalla sua creazione alla fine del 1949 l’agenzia delle Nazioni Unite è stata la spina dorsale del sostegno internazionale ai rifugiati palestinesi. Ha la maggiore capacità di risposta alle emergenze e la più ampia gamma di servizi offerti. Eppure, Israele ne ha vietato le operazioni e ha bloccato l’ingresso dei suoi rifornimenti nella Striscia.

Attraverso un’incessante attività di lobbying Israele è riuscita a ottenere tagli sostanziali al bilancio dell’UNRWA. Di conseguenza, il mese scorso 600 dipendenti sono stati licenziati. Gli stipendi dei restanti sono stati ridotti del 20%.

Il divieto imposto alle ONG probabilmente comporterà anche la perdita del lavoro per migliaia di persone. E questo in un momento in cui la disoccupazione a Gaza ha superato l’80%.

Anche la mia famiglia ne soffrirà. In passato, abbiamo beneficiato di aiuti alimentari e di beni di prima necessità da parte delle ONG, e mio fratello è riuscito a trovare un lavoro temporaneo come autista per una di esse.

La possibile chiusura delle organizzazioni internazionali rappresenta una minaccia diretta per la vita di centinaia di migliaia di civili che dipendono da loro per i servizi e l’impiego. La chiusura dei valichi di frontiera potrebbe significare un’altra crisi alimentare.

Si tratta di una forma di punizione collettiva che ancora una volta non farà notizia. Israele è costantemente alla ricerca di nuovi modi per rendere le nostre vite sempre più insopportabili, ancora più impossibili nella nostra patria devastata.

Due anni e mezzo di genocidio israeliano hanno distrutto ospedali, scuole, università, strade, reti fognarie e di acqua potabile, impianti di trattamento delle acque, la rete elettrica e innumerevoli generatori e pannelli solari.

La stragrande maggioranza della popolazione vive vite primitive in tende o rifugi di fortuna che non possono proteggere le persone dal caldo o dal freddo estremi.

L’acqua è contaminata, il cibo è insufficiente, la terra è stata distrutta e avvelenata.

Ora saremo privati ​​di quel poco di sostegno internazionale che abbiamo ricevuto.

E qual è l’obiettivo di tutto questo? Spingerci sempre più vicini alla disperazione e alla resa definitiva, farci desiderare di lasciare la nostra patria da soli. Una pulizia etnica col generale beneplacito.

Tutte le organizzazioni che Israele sta cercando di bandire sono straniere. La maggior parte di esse ha sede in paesi occidentali. Eppure i governi occidentali non hanno quasi mai condannato le azioni intraprese da Israele contro le proprie organizzazioni. Non c’è stata indignazione per il fatto che l’occupazione stia cercando di distruggere le forniture umanitarie internazionali per avere il controllo totale sulla distribuzione degli aiuti.

La punizione collettiva è una violazione del diritto internazionale. Gli Stati sono obbligati ad andare oltre le condanne verbali e ad agire imponendo sanzioni. Finché ciò non accadrà noi a Gaza continueremo a essere sottoposti ad atti di punizione collettiva sempre più brutali da parte dei nostri occupanti.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Scrittrice residente a Gaza, Ohood Nassar è una giornalista e insegnante di Gaza. Ha scritto per We Are Not Numbers, New Arab, Institute for Palestine Studies, Electronic Intifada e Prism.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le forze israeliane hanno sparato oltre 900 proiettili per uccidere dei soccorritori a Gaza nel 2025: rapporto

Mohammad Mansour

24 febbraio 2026 – Al Jazeera

Una nuova indagine di Forensic Architecture ed Earshot dimostra che i soldati israeliani hanno sparato centinaia di colpi durante un massacro di operatori umanitari a Gaza

Una nuova indagine congiunta ha rivelato che lo scorso marzo a Gaza i soldati israeliani hanno sparato più di 900 proiettili contro un convoglio di veicoli di emergenza palestinesi chiaramente contrassegnati per poi procedere all’uccisione degli operatori umanitari sopravvissuti, alcuni dei quali sono stati colpiti “in stile esecuzione” a distanza ravvicinata.

Il rapporto pubblicato lunedì dall’agenzia di ricerca indipendente Forensic Architecture e dal gruppo di investigazione audio Earshot offre la ricostruzione fino ad ora più dettagliata del massacro di Tal as-Sultan, un quartiere a ovest di Rafah nella Striscia di Gaza meridionale, avvenuto il 23 marzo 2025.

Nell’attacco sono stati uccisi quindici operatori umanitari, tra cui paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS), vigili del fuoco della Difesa Civile Palestinese (PCD) e un membro dello staff dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA). Gli operatori umanitari uccisi sono stati poi sepolti insieme ai loro veicoli.

Inizialmente l’esercito israeliano ha affermato che i veicoli erano “non coordinati” e in seguito ha ammesso un “errore professionale”. Ma l’analisi forense dipinge un quadro diverso: un’imboscata coordinata, l’assenza di fuoco di risposta e un’azione calcolata per eliminare i sopravvissuti.

La scienza del massacro

L’indagine si basa in gran parte su una tecnica di testimonianza contestualizzatae su analisi avanzate di balistica audio per analizzare il suono degli spari e determinare la distanza dello sparatore, il tipo di arma e l’orientamento.

Gli investigatori hanno analizzato i filmati recuperati dal telefono di un paramedico della PRCS ucciso, Rifaat Radwan, che ha iniziato a registrare alle 5:09 del mattino, quando è iniziata l’imboscata. In un video della durata di cinque minuti e mezzo, sono stati registrati almeno 844 colpi d’arma da fuoco. Sommati ad altre registrazioni, il conteggio totale documentato ha raggiunto almeno 910 colpi d’arma da fuoco.

Nel video, girato dall’interno di una delle ultime due ambulanze, si sente Radwan chiedere perdono alla madre e recitare la dichiarazione di fede islamica, la shahada, prima di morire.

Secondo l’analisi di Earshot il 93% di questi spari presentava una specifica impronta acustica: un'”onda d’urto supersonica”, seguita da un’esplosione. Questa combinazione conferma che la telecamera e gli operatori umanitari accalcati attorno ad essa si trovavano direttamente sulla linea di fuoco.

“La densità degli spari… supera spesso i 900 colpi al minuto”, afferma il rapporto, osservando che, a un certo punto, sono stati sparati cinque colpi in soli 67 millisecondi. Questa cadenza di fuoco conferma che almeno cinque tiratori, probabilmente molti di più, stavano sparando simultaneamente da un banco di sabbia sopraelevato distante circa 40 metri.

“I soldati israeliani hanno teso un’imboscata agli operatori umanitari palestinesi e li hanno sottoposti a continui attacchi con armi da fuoco per oltre due ore”, tra le 5:09 e le 7:13 del mattino, si legge nel rapporto.

Dall’imboscata all’esecuzione

Il rapporto contesta la narrazione israeliana di una “zona di combattimento” caotica. Descrive invece un massacro metodico di operatori umanitari palestinesi diretti ad aiutare delle persone ferite nel corso di attacchi israeliani.

“Non c’è stato alcuno scontro a fuoco nella zona, né una minaccia tangibile alla sicurezza di quei soldati. Questi attacchi non sono avvenuti in ‘una zona di combattimento ostile e pericolosa’, come affermato dai portavoce israeliani”, si legge nel rapporto.

Analizzando il ritardo tra il suono degli spari e il rimbombo dell’eco sulle pareti di cemento vicine, gli investigatori hanno seguito i movimenti dei soldati.

Per i primi quattro minuti i soldati hanno mantenuto una posizione costante su un banco di sabbia. Successivamente i dati audio mostrano un aumento dell’intervallo dell’eco, indicando che i soldati si stavano spostando giù per la collina, avanzando di circa 50 metri verso il convoglio mentre continuavano a sparare.

Ciò corrobora la testimonianza del sopravvissuto Assaad al-Nassasra, un operatore della PRCS, che ha dichiarato agli investigatori: “Camminavano tra [gli operatori umanitari] e sparavano”.

I risultati più agghiaccianti riguardano gli ultimi istanti dell’attacco. L’analisi di una successiva telefonata fatta dal paramedico Ashraf Abu Libda ai centralinisti immortala l’arrivo dei soldati presso i veicoli.

L’analisi audio identifica specifici colpi di arma da fuoco in cui il distinto “crack supersonico” del proiettile scompare, lasciando solo l’esplosione dello sparo. Sul piano balistico questo indica che l’assassino si trovava a una distanza compresa tra 1 e 4 metri (da 3 a 13 piedi) dalla vittima.

Questi colpi coincidono con gli ultimi rumori dei movimenti di Abu Libda, il che suggerisce che sia stato colpito mentre giaceva a terra. Un medico che in seguito ha esaminato i corpi ha confermato che le ferite erano compatibili con uccisioni in stile esecuzione”.

Le forze israeliane sono state ripetutamente accusate di crimini contro l’umanità e crimini di guerra durante la loro guerra genocida a Gaza, che ha causato la morte di oltre 72.000 palestinesi. Un recente rapporto della rivista medica The Lancet afferma che il bilancio delle vittime nei primi 16 mesi è stato molto più alto rispetto alle cifre ufficiali. Nonostante un “cessate il fuoco” in vigore da ottobre Israele ha ucciso più di 600 palestinesi.

Organizzazioni per i diritti umani e studiosi hanno affermato che l’offensiva militare israeliana che ha ridotto Gaza in macerie è un genocidio. La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) sta esaminando un caso di genocidio contro Israele, mentre la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra contro il Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

La brutale uccisione dei 15 operatori umanitari nel marzo 2025 ha suscitato indignazione, ma Israele non ha dovuto affrontare conseguenze legali o politiche poiché ha continuato a ricevere il sostegno dei suoi alleati occidentali, inclusi gli Stati Uniti.

Nascondere le prove

Il rapporto descrive in dettaglio un tentativo sistematico da parte delle forze israeliane di nascondere il massacro nelle ore successive.

Le immagini satellitari di quella mattina hanno rivelato che sul luogo erano state dispiegate delle ruspe. I veicoli di emergenza erano stati schiacciati e sepolti, e sulla scena erano stati costruiti dei terrapieni per bloccare la visibilità.

Questi riscontri forensi concordano con le immagini satellitari esclusive ottenute dall’agenzia di fact-checking Sanad di Al Jazeera lo scorso anno. In un rapporto pubblicato il 30 marzo 2025 Sanad ha rivelato immagini scattate il 25 marzo che mostravano che almeno cinque veicoli di soccorso erano stati “completamente distrutti” e sepolti nella sabbia dalle forze israeliane in via al-Muharrarat, il luogo del massacro.

All’epoca la Difesa Civile Palestinese condannò l’atto come un “crimine di sterminio”, affermando che le forze israeliane avevano deliberatamente “alterato i punti di riferimento del luogo” e utilizzato macchinari pesanti per nascondere i corpi delle vittime.

“Il personale militare israeliano ha agito intenzionalmente per nascondere e distruggere le prove… seppellendo i corpi delle vittime [e] insabbiando i telefoni cellulari”, afferma il rapporto di Forensic Architecture.

Il sopravvissuto al-Nassasra fu arrestato, portato nel famigerato campo di detenzione israeliano di Sde Teiman e torturato per 37 giorni. Ha testimoniato che i soldati gli avevano confiscato e seppellito il telefono, probabilmente per nascondere le prove.

Uno dei due operatori della PRCS sopravvissuti all’attacco è stato successivamente utilizzato come “scudo umano” presso un posto di blocco militare israeliano vicino al luogo dell’incidente, si legge nel rapporto.

Lalas, Yotam e Amatzia

In un raro caso di identificazione, l’analisi audio è stata in grado di isolare e migliorare le voci dei soldati israeliani che parlavano ebraico durante l’attacco.

L’inchiesta identifica tre soldati per nome Elias (chiamato Lalas), Yotam e Amatzia in base alle loro conversazioni mentre si muovevano tra i corpi.

In una registrazione si sente un soldato chiedere: “Lalas, hai finito?” prima di ricevere l’ordine di “puntargli le armi contro”.

Il rapporto conclude che non c’è stato “alcuno scambio a fuoco nella zona, né alcuna minaccia tangibile alla sicurezza di quei soldati”, smentendo le affermazioni israeliane di una battaglia. Documenta invece un attacco deliberato a un convoglio umanitario che si è concluso con l’esecuzione premeditata di coloro che erano sopravvissuti al fuoco di sbarramento iniziale.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Quando i commercianti d’armi israeliani si vantano che Gaza funga da laboratorio per test sugli esseri umani

Sapir Sluzker Amran

24 febbraio 2026 – Haaretz

La settimana scorsa mi è capitato di arrecare disturbo in un festival del sangue. Faccio fatica a trovare un modo diverso per descriverlo. Si svolgeva in un piccolo padiglione dell’Expo Tel Aviv, dove diverse centinaia di persone si erano radunate per la Defense Tech Expo Israel 2026, la più grande fiera del genere nel paese dal 7 ottobre e dalla guerra di annientamento nella Striscia di Gaza.

Avevo trovato l’annuncio su un sito web di notizie economiche. Tra le altre cose, prometteva (in inglese) che la mostra avrebbe presentato “tecnologie collaudate in combattimento che hanno plasmato il recente conflitto” una perifrasi tecnica che inquadra il combattimento come un risultato professionale, privo di contesto. Il significato dei termini tecnici inglesi “field-tested” [“testato sul campo”] e “innovation under fire” [innovazione in un contesto di guerra] è semplice: si tratta di sistemi testati in una situazione molto reale, in cui centinaia di persone sono state uccise in un solo giorno, per un totale di decine di migliaia in due anni. E questo viene presentato come un vantaggio commerciale, come se si stesse vendendo una crema rassodante coreana o un forno a microonde che riscalda il cibo nella metà del tempo rispetto ad altri modelli.

In altre parole, i produttori che espongono i loro prodotti qui si vantano apertamente e spudoratamente del fatto che Gaza sia il laboratorio perverso che permette loro di guadagnare di più; di essere dei trafficanti d’armi che traggono profitto dalla guerra e che gli unici numeri di cui si preoccupano riguardano la capitalizzazione di mercato della loro azienda. Gli organizzatori della conferenza non presentano il bilancio delle vittime accertate a Gaza che secondo il Ministero della Salute palestinese nella Striscia a ottobre 2025 era di 68.844, di cui 1.054 bambini di età pari o inferiore a 12 mesi, un numero che Israele non contesta più – come una difficoltà degna di discussione. Cosa hanno presentato come sfida? “La minaccia di TikTok e dei social media”, come veniva presentata una delle sessioni nello spot, presumibilmente focalizzata sui video di civili, a volte intere famiglie, sterminate con l’ausilio di queste tecnologie innovative.

Nella pubblicità non c’era nulla riguardo ai fallimenti di quei sistemi durante la fase sperimentale, di tentativi ed errori, né riguardo all’etica dell’uso delle tecnologie di intelligenza artificiale, che riducono il coinvolgimento umano nel processo decisionale e portano all’uccisione di civili.

All’ingresso della sala conferenze imprenditori, generali israeliani e delegazioni provenienti da tutto il mondo attendevano pazientemente; la cerimonia di apertura, con interventi di personalità come il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, ex Ministro della Difesa italiano e attuale presidente di un’azienda italiana produttrice di strumenti per la difesa, era già iniziata. La stragrande maggioranza dei partecipanti era israeliana, accorsi sia per vendere che per scoprire cosa vendevano le altre aziende. Secondo quanto riportato, le tante delegazioni straniere addette agli acquisti che avevano caratterizzato le precedenti edizioni della fiera erano questa volta meno numerose.

Si può presumere che sia un po’ sgradevole fare acquisti in pubblico ma questo non significa che non ci siano acquirenti: secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute le vendite di armi israeliane sono aumentate di oltre il 18% negli ultimi due anni. Alla fine del 2024 gli ordini ricevuti dall’industria della difesa israeliana hanno raggiunto i 68,4 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto al 2023.

Il Ministero della Difesa ha annunciato lo scorso anno che il record storico di esportazioni nel settore della difesa di Israele è stato battuto per il quarto anno consecutivo, con oltre 14,7 miliardi di dollari nel 2024, pari a un aumento del 13% rispetto all’anno precedente.

Questo divario tra una realtà di violenza in corso e un ciclo infinito di spargimenti di sangue da una parte e il linguaggio di innovazione, crescita e opportunità dall’altra – è nauseante. Noi, un piccolo gruppo di attivisti, siamo andati alla conferenza e alla mostra per evidenziare questo divario. Quando abbiamo esposto cartelli che accusavano i visitatori di sostenere e partecipare a crimini di guerra e immagini di bambini uccisi dalle tecnologie innovative che erano venuti a esaminare, i partecipanti sono sembrati sorpresi. Genocidio? Bambini morti? Economia del sangue? Che cosa c’entra con loro? Questo è diverso da loro.

Infatti la conferenza ha persino ospitato una sessione intitolata “Donne in prima linea nell’innovazione della sicurezza: tra visione, potere e influenza globale”. Uno dei relatori era l’amministratrice delegata e co-fondatrice di Smart Shooter, che sviluppa e produce mirini intelligenti. Secondo i resoconti l’azienda ha registrato un fatturato di 20,8 milioni di dollari nei primi nove mesi del 2025, con un aumento del 241% rispetto allo stesso periodo del 2024. Un risultato femminista di cui possiamo essere tutti orgogliosi, una celebrazione degna della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo.

Era un mondo alla rovescia, sottosopra. I trafficanti d’armi che hanno fatto fortuna con i cadaveri accumulati e che a quanto pare non si sono distinti particolarmente nel proteggere gli israeliani durante il massacro del 7 ottobre dovrebbero essere emarginati dalla società. Invece, si permettono di continuare la loro festa del commercio, sfacciatamente, vantandosi di armi testate nel corso di un genocidio.

Molti dei presenti sembravano non capire quale fosse il problema. Alcuni hanno espresso il loro parere su quelle “donne pazze” che non capiscono nulla della vita. “È così che funziona il mondo, tutti hanno bisogno di armi”, mi ha urlato una.

Coloro che traggono profitto dalle uccisioni ma anche coloro che semplicemente non vogliono affrontare l’orribile realtà – preferiscono dipingere come deliranti coloro che si rifiutano di rimanere in silenzio. Una partecipante, che ha cercato di convincermi a porre fine al disturbo che stavamo causando, ha spiegato che i presenti stavano solo facendo il loro lavoroe che lei stessa era in realtà contraria alla guerra.

Ma il nostro obiettivo non era convincere le persone all’interno; coloro che traggono vantaggio dal sistema non si offriranno volontari per sfidarlo. Siamo venuti alla conferenza e alla mostra per rompere il silenzioso consenso che considera tutto ciò come qualcosa di normale. Ignorarlo conferisce legittimità pubblica a un consesso del genere e ai suoi partecipanti, accademici inclusi, come se si trattasse solo di un altro evento professionale di routine e neutrale.

Dobbiamo dire la verità così com’è: nulla di tutto questo è di routine o neutrale. Abbiamo la responsabilità, come società, di agire contro la normalizzazione delle uccisioni a Gaza, non di fingere che si tratti di un’innovazione priva di contesto e di permettere ai profittatori della guerra di godere di uno status pubblico esente da critiche.

Sapir Slutzker Imran è un’avvocata per i diritti umani, attivista sociale e dottoranda in giurisprudenza presso l’Università Bar-Ilan.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Giovani e vecchi lottano per riprendere gli studi a Gaza

Ola Al-Asi

11 febbraio 2026 – Al Jazeera

I palestinesi stanno lavorando duramente per riprendere la loro istruzione dopo che la guerra genocida di Israele ha costretto università e scuole alla chiusura.

Nuseirat, Striscia di Gaza – Nibal Abu Armana è seduta nella sua tenda, dove insegna a Mohammed, il figlio di sette anni, nozioni di base di alfabetizzazione e matematica.

Nibal, 38 anni, madre di sei figli, è costretta a fare affidamento sulla fioca luce di una lampada LED a batteria.

Dopo due ore, gli occhi di Nibal e Mohammed sono esausti.

Ecco cosa significa istruzione per molti a Gaza. La maggior parte dei palestinesi nell’enclave vive come Nibal e la sua famiglia: sfollati e costretti a sopravvivere in rifugi temporanei a malapena abitabili.

Ma la guerra genocida di Israele contro Gaza, che ha ucciso più di 70.000 palestinesi, dura da oltre due anni ed è improbabile che la necessaria ricostruzione avvenga a breve.

La maggior parte degli edifici scolastici è stata danneggiata o distrutta da Israele, insieme alla maggior parte delle altre strutture a Gaza. Molte delle strutture scolastiche rimaste sono ora utilizzate come rifugi per le famiglie sfollate. E gli studenti – sia i bambini a scuola che i giovani adulti all’università – hanno perso in gran parte qualsiasi forma di istruzione regolare dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.

“Prima della guerra, i miei figli avevano una routine: svegliarsi presto, andare a scuola, tornare a casa, pranzare, giocare, fare i compiti e andare a dormire presto”, ha detto Nibal ad Al Jazeera. “C’era un senso di disciplina”.

Ora, ha detto, le giornate dei suoi figli sono scandite dai loro bisogni primari: procurarsi l’acqua, procurarsi i pasti da una mensa di beneficenza e trovare qualcosa da bruciare sul fuoco per cucinare e scaldarsi. Dopo tutto questo, rimane poco tempo durante la giornata per studiare.

Nibal, originaria del campo di Bureij ma ora residente a Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale, ha detto che i suoi figli hanno avuto difficoltà, soprattutto all’inizio della guerra, quando ogni forma di istruzione si è interrotta per mesi.

E ora, anche se la situazione sta migliorando, è difficile recuperare. Molti bambini più grandi, che hanno mancato l’istruzione in un periodo fondamentale della loro vita, non sono disposti a riprendere gli studi. “Il mio figlio maggiore, Hamza, ha 16 anni e rifiuta categoricamente l’idea di tornare a scuola”, ha detto Nibal. “È stato escluso dagli studi per così tanto tempo vivendo da sfollato che ha perso interesse per l’istruzione. Ha nuove responsabilità. Lavora con suo padre come facchino, aiutando le persone a trasportare le cassette degli aiuti. Si impegna a raccogliere i soldi per comprare cibo per noi e vestiti per sé”.

“È cresciuto prima del tempo; si assume le responsabilità e pensa come farebbe un genitore per i suoi fratelli più piccoli”, ha detto.

Il secondo figlio di Nibal, Huzaifa, 15 anni, è desideroso di continuare a studiare, ma è incerto sul suo futuro poiché pensa che gli ci vorranno anni per recuperare il tempo perso non avendo potuto studiare adeguatamente.

Per ora studia, ma è costretto a frequentare le lezioni in un’aula tenda improvvisata. “Mi stanco seduto per terra, e mi fa male la schiena e il collo mentre scrivo e guardo gli insegnanti”, ha detto Huzaifa.

Attacchi all’istruzione

Dalla guerra genocida di Israele contro Gaza 745.000 studenti sono rimasti fuori dalla scuola, inclusi 88.000 studenti dell’istruzione superiore che sono stati costretti a sospendere gli studi.

Nonostante il “cessate il fuoco” in vigore da ottobre, che Israele continua a violare, oltre il 95% degli edifici scolastici gravemente danneggiati necessita di interventi di ristrutturazione o ricostruzione, secondo le valutazioni satellitari dei danni dell’UNESCO. Almeno il 79% dei campus universitari e il 60% dei centri di formazione professionale sono stati danneggiati o distrutti.

Ahmad al-Turk, professore addetto alle pubbliche relazioni e assistente del presidente dell’Università Islamica di Gaza, ha affermato che Israele sta deliberatamente attaccando l’istruzione.

“Prendere di mira i professori ha ripercussioni sulle generazioni future, soprattutto considerando l’esperienza e le competenze che questi professori possiedono nei loro campi di specializzazione”, ha affermato al-Turk. “Non c’è dubbio che l’assenza di professori competenti influisca negativamente sul rendimento degli studenti, così come sul processo di ricerca in futuro”.

Questo è particolarmente preoccupante per Raed Salha, professore presso l’Università Islamica ed esperto di pianificazione regionale e urbana.

“La competenza universitaria non è qualcosa che può essere sostituita rapidamente”, ha affermato. “È una conoscenza accumulata in anni di insegnamento e ricerca. Perderla – che sia a causa di morte, sfollamento forzato o interruzioni prolungate – è una perdita devastante per gli studenti, le istituzioni accademiche e la società nel suo complesso”.

La maggior parte delle famiglie e degli studenti universitari ha difficoltà anche con il sistema di istruzione online, poiché è difficile permettersi l’acquisto di dispositivi elettronici e telefoni cellulari, anche senza considerare la debolezza della connessione internet a Gaza.

“Gli insegnanti cercano di insegnare; gli studenti cercano di seguire, ma gli strumenti sono quasi inesistenti”, ha affermato Salha.

“Non possiamo ricreare l’esperienza degli studenti che escono di casa la mattina, incontrano gli amici, siedono nei cortili dell’università, nelle biblioteche, nei laboratori o partecipano ad attività ed eventi”, ha affermato. “Questa esperienza ha plasmato identità e senso di appartenenza degli studenti per generazioni. Oggi questo viene loro sottratto.”

Sfide universitarie

Lo studente universitario Osama Zimmo ha spiegato che abituarsi all’apprendimento online è stata una sfida.

“Siamo diventati nomi sugli schermi, non studenti che vivono un’esperienza completa”, ha detto il ventenne studente di ingegneria civile di Gaza City.

Osama si era iscritto a Ingegneria dei Sistemi Informativi presso l’Università al-Azhar di Gaza prima della guerra e aveva completato il primo anno di studi.

Ma nonostante la sua passione iniziale per quel campo, è diventato difficile continuare gli studi online una volta che l’università è passata all’e-learning.

“Ho scoperto di non avere un portatile, una corrente elettrica stabile o una buona connessione internet e persino il mio telefono era vecchio e inaffidabile”, ha detto, aggiungendo che l’incertezza sulla fine della guerra e l’impatto dell’intelligenza artificiale lo hanno fatto riflettere sulla sua scelta di campo.

Alla fine ha deciso di cambiare corso di laurea, iniziando un corso di laurea in ingegneria civile presso l’Università Islamica, che lo avrebbe portato a essere meno dipendente dall’elettricità e da internet.

L’Università Islamica ha ripreso le lezioni in presenza a dicembre.

“È stata una scelta di continuare piuttosto che fermarsi” sostiene Osama “Adattarsi piuttosto che cedere”.

“Studiamo non perché la strada sia chiara, ma perché arrendersi è esattamente ciò che questa realtà cerca di imporci.”

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Netanyahu revoca la cittadinanza a due palestinesi con cittadinanza israeliana e ne ordina la deportazione a Gaza

Redazione di MEMO

10 febbraio 2026 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha firmato un ordine di revoca della cittadinanza israeliana a due palestinesi che secondo l’emittente pubblica israeliana saranno deportati a Gaza con un’iniziativa senza precedenti.

Scrivendo su X, la società statunitense dei social media, Netanyahu ha affermato che “questa mattina ho firmato la revoca della cittadinanza e gli ordini di deportazione per due terroristi israeliani.”

Netanyahu, lui stesso ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra a Gaza, ha dichiarato che i due “hanno effettuato accoltellamenti e sparatorie contro civili israeliani.”

Molti altri come loro subiranno la stessa sorte,” ha avvertito, minacciando misure aggiuntive contro i palestinesi nei territori occupati da Israele nel 1948 [cioè in Israele, ndt.].

L’emittente pubblica israeliana ha affermato che i due palestinesi verranno deportati a Gaza.

La Striscia di Gaza sta soffrendo conseguenze catastrofiche da quando Israele, sostenuto dagli Stati Uniti, da ottobre 2023 ha avviato una guerra genocida, che è durata due anni, con circa 2,4 milioni di palestinesi che vivono nell’enclave.

Secondo l’emittente israeliana Channel 12 i due palestinesi obiettivo della misura sono Mahmoud Ahmed e Mohammed Ahmed Hussein Halasi.

Su oltre 10 milioni [di abitanti] i palestinesi all’interno di Israele sono più del 20% della popolazione e sostengono di dover affrontare discriminazione e marginalizzazione e di essere stati presi di mira dai successivi governi israeliani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Ecco perché Israele permette il più alto numero mai raggiunto di omicidi nelle sue città palestinesi.

Neve Gordon

5 febbraio 2026 – Al Jazeera

Israele tollera la violenza contro i suoi cittadini palestinesi per cacciarli via, mentre usa l’antisemitismo come arma per attirare gli ebrei.

Mentre i media internazionali si sono giustamente concentrati sul genocidio e sulle enormi dimensioni dell’espulsione da Gaza, e sulla pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata, poca o nessuna copertura mediatica al di fuori di Israele hanno avuto i 300 omicidi, 252 dei quali hanno riguardato vittime palestinesi, avvenuti in territorio israeliano nel 2025. Questo anche se lo scorso anno ha visto il maggior numero di omicidi mai registrato tra i cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono il 21% della popolazione israeliana ma subiscono l’80% degli omicidi. Questo vuol dire un omicidio ogni 36 ore.

I media internazionali si sono anche occupati della crescita dell’antisemitismo nel mondo, anche se poco o per nulla si sono occupati di come Israele ha esagerato e strumentalizzato la concezione sionista di antisemitismo per creare panico morale tra gli ebrei ovunque. In effetti, quando parlo con amici ebrei in Israele, mi chiedono spesso come faccia io, che vivo a Londra, a far fronte all’antisemitismo. Dato che ricevono le notizie dai media israeliani, gli si può perdonare la convinzione che gli ebrei in tutto il mondo siano in imminente pericolo.

Questi due fenomeni, l’epidemia di delitti nella comunità palestinese in Israele e l’uso dell’antisemitismo come arma per amplificare le paure degli ebrei, potrebbero sembrare non avere nessun legame. Tuttavia, c’è chiaramente un filo che li unisce, un filo che si chiama ingegneria demografica.

Gli atti fondativi

L’ingegneria demografica è un elemento centrale del progetto sionista. Durante la guerra del 1948, circa 750.000 palestinesi sono stati espulsi in quella che il diplomatico statunitense Fayez Sayegh ha chiamato “eliminazione razziale”. Come parte di questo processo le città palestinesi furono spopolate e circa 500 villaggi furono distrutti. Nel 1951, i profughi palestinesi erano stati “sostituiti” da un pari numero di immigrati ebrei, sia europei sopravvissuti all’Olocausto che mizrahi provenienti dai Paesi arabi, trasformando in questo modo la composizione razziale dello Stato senza modificare il numero complessivo di abitanti.

Dopo la guerra, Israele non solo ignorò completamente la Risoluzione 194 delle Nazioni Unite che afferma il diritto dei palestinesi che erano stati resi profughi nel 1948 a ritornare alle loro case, ma nel 1950 approvò la Legge del ritorno, che conferiva “a tutti gli ebrei del mondo il diritto a emigrare in Israele ottenendone la cittadinanza, indipendentemente dal loro Paese di origine o dal fatto che potessero dimostrare qualche legame con Israele-Palestina, mentre privava di un diritto simile i palestinesi, compresi quelli che avevano un documentato legame ancestrale con il Paese”.

Nel corso degli anni numerosi politici e personalità influenti israeliane hanno descritto quello che Israele stava facendo nei territori che aveva occupato nel 1967 come un completamento del lavoro lasciato incompleto nel 1948: “Una seconda, vera Nakba per finire il lavoro di (David) Ben-Gurion (ex primo ministro israeliano)”, è stata la battuta di un giornalista. Contemporaneamente, dentro Israele, un diverso tipo di strategia demografica si sta manifestando, anche se l’obiettivo generale rimane lo stesso.

Criminalità come spinta per andarsene

Itamar Ben-Gvir non è certamente il primo ministro della Sicurezza Nazionale che ha permesso a delle gang criminali di terrorizzare le comunità palestinesi. Ma sotto la supervisione di Ben-Gvir gli omicidi hanno raggiunto livelli record. E il 2026 sembra seguire la stessa tendenza, con 31 palestinesi assassinati nel primo mese.

Da una parte, Israele ha usato la criminalità in aumento per dipingere i propri cittadini palestinesi come incivili e barbari, estendendo anche a loro la disumanizzazione dei palestinesi senza Stato a Gaza e in Cisgiordania. Dall’altra, ha permesso a dei criminali di terrorizzare le città palestinesi.

In effetti, la polizia ha risolto solo il 15% degli omicidi nelle comunità palestinesi facendo poco, o niente, per impedire ai criminali di raccogliere dalle attività commerciali “spese di protezione” che si stima privino la comunità di circa due miliardi di shekel (600 milioni di euro) all’anno.

Il 22 di gennaio i palestinesi hanno lanciato la più grande dimostrazione dal 2019, sventolando bandiere nere e cantando slogan che accusano la polizia di totale abbandono. Il giorno seguente gli organizzatori hanno proclamato uno sciopero generale, mentre uno degli organizzatori, Mohammed Shlaata, ha detto chiaramente che la responsabilità della violenza è delle autorità: “Siamo in una situazione di emergenza”, ha detto. “Puntiamo chiaramente il dito, la colpa è della polizia”.

Alcuni amici palestinesi con cui ho parlato mi hanno detto che temono per la vita dei loro figli e vogliono che lascino il Paese, mentre altri hanno fatto i bagagli e se ne sono andati. È vero, quelli che se ne sono andati sono pochi, ma i cittadini palestinesi stanno raggiungendo il limite.

Antisemitismo e migrazione negativa

Mentre il governo non fa nulla per reprimere le attività criminali e l’illegalità nelle comunità palestinesi in Israele, esagera e strumentalizza la concezione sionista di antisemitismo per riaffermare costantemente il vittimismo ebraico.

Mentre molto è stato scritto sull’uso di una falsa nozione di antisemitismo, che confonde le critiche a Israele e al sionismo con la persecuzione degli ebrei per mettere a tacere i palestinesi e le voci a loro favore, si sente parlare molto meno dell’utilizzo dell’antisemitismo riguardo al problema israeliano della migrazione negativa, cioè degli ebrei che se ne vanno da Israele.

Dal 2023 sono più gli ebrei che hanno lasciato il Paese di quelli che sono entrati. Nel 2024 se ne sono andati da Israele 26.000 cittadini in più rispetto agli immigrati che sono arrivati; nel 2025 la differenza è salita a 37.000. In altre parole, la migrazione negativa è salita del 42% e le autorità israeliane sono preoccupate che questa tendenza stia prendendo piede o addirittura stia accelerando.

Di conseguenza, sia ai cittadini israeliani che alla diaspora ebraica viene raccontato che l’antisemitismo in tutto il mondo è fuori controllo. Agli ebrei viene detto che l’orribile massacro di Bondi in Australia è l’indicatore di una nuova tendenza, che nel Regno Unito l’antisemitismo è stato normalizzato, e che gli ebrei europei hanno paura di indossare la kippah.

Senza dubbio l’antisemitismo è molto aumentato negli ultimi due anni, e c’è ovviamente un nucleo di verità in queste storie. Ma, al contrario del vero e reale panico tra i cittadini palestinesi, che lo Stato ha ignorato, nel caso dell’antisemitismo lo Stato esagera in modo drammatico e strumentalizza i fatti per produrre panico morale. Il messaggio è chiaro: gli ebrei nel mondo dovrebbero temere per la loro vita, e quindi quelli che vivono in Israele dovrebbero pensarci bene prima di andarsene, mentre il solo modo in cui gli ebrei della diaspora possono essere al sicuro è emigrando in Israele.

Il suprematismo come collante

Il collante che tiene assieme tutte le strategie demografiche dispiegate da Israele è la convinzione nell’eccezionalismo e nel suprematismo ebraico. Il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania sono giustificati attraverso la disumanizzazione dei palestinesi; il fatto che gli omicidi e la criminalità nelle comunità palestinesi dentro Israele siano ignorati ha le sue radici nella discriminazione razziale che continua dal 1948, e Israele usa il razzismo contro gli ebrei come un’arma per contrastare la migrazione negativa. L’obiettivo ultimo è di garantire il carattere razziale-religioso di Israele come esclusivamente ebraico, il sogno di uno Stato puramente ebraico.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)