L’ONU avverte che, nel contesto di una carenza di cure protesiche, 1 amputato su 5 a Gaza è un minore

Redazione di MEMO

4 maggio 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie turca] Anadolu riferisce che lunedì le Nazioni Unite hanno avvisato che un amputato su cinque nella Striscia di Gaza è un minore, mentre una mancanza critica di specialisti protesici e l’ingresso ristretto di ausili lasciano migliaia di malati senza adeguate cure.

Durante una conferenza stampa il portavoce ONU Stephane Dujarric ha affermato che “riguardo alla salute, rimangono preoccupazioni relative alle malattie della pelle e ad altre questioni mediche legate a parassiti e roditori,” aggiungendo che più di 6.600 persone hanno bisogno di protesi e cure di riabilitazione.

Ciò include migliaia di persone che da ottobre 2023 hanno ricevuto amputazioni, e tuttavia solo otto tecnici protesisti sono in grado di intervenire,” ha detto.

Avvisando che “con una grave mancanza di specialisti e un ingresso ristretto di materiali protesici, potrebbero volerci cinque anni o più per soddisfare gli attuali bisogni,” Dujarric ha sottolineato che “uno su cinque amputati è un minore.”

Dujarric ha evidenziato che “internazionali sono necessari urgentemente tecnici protesici, così come l’ingresso senza impedimenti di materiale protesico che rimane molto limitato dalle autorità israeliane.”

Dal 2007 Israele ha imposto un devastante blocco sulla Striscia di Gaza, lasciando 2,4 milioni di abitanti del territorio sull’orlo della carestia.

Nell’ottobre 2023 ha lanciato una brutale offensiva di due anni contro Gaza, uccidendo più di 72.000 persone, ferendone oltre 172.000 e causando una distruzione massiccia in tutto il territorio assediato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Attivisti pro-Palestina compaiono in tribunale per l’attacco a una fabbrica di armi israeliana in Germania. Le famiglie affermano che dal loro arresto, avvenuto lo scorso settembre, i “Cinque di Ulm” sono detenuti in condizioni carcerarie estreme.

Kate Connolly

Lunedì 27 aprile 2026 – The Guardian

Cinque attivisti pro-Palestina sono comparsi in tribunale per l’attacco a una fabbrica di armi israeliana in Germania, accusati di aver causato danni per circa 1 milione di euro.

I pubblici ministeri affermano che gli imputati, di età compresa tra i 25 e i 40 anni, si sono introdotti illegalmente nella proprietà e hanno gridato slogan pro-Palestina mentre distruggevano attrezzature per ufficio, delicati strumenti di misurazione e rompevano finestre in un sito collegato alla Elbit Systems nella città meridionale di Ulm.

Gli attivisti hanno pubblicato online dei video in cui rivendicavano la responsabilità dell’attacco, che a loro direintendeva attirare l’attenzione sul sostegno della Germania a Israele e sulle azioni militari di quest’ultimo a Gaza.

L’apertura del processo, lunedì, è stata descritta dai presenti come caotica. Gli avvocati della difesa hanno lasciato l’aula dopo che era stato negato loro il permesso di sedersi con gli imputati che erano separati dalle tribune del pubblico da uno spesso vetro blindato.

Dopo una sospensione di due ore presso il tribunale regionale di Stoccarda, gli avvocati hanno preso posto sulle sedie degli imputati e si sono rifiutati di obbedire all’ordine del giudice di spostarsi ai propri posti.

L’udienza è stata quindi aggiornata e dovrebbe riprendere tra una settimana.

In una dichiarazione rilasciata dopo la sospensione del processo gli avvocati degli imputati hanno affermato di aver presentato un’istanza di ricusazione contro il presidente della corte, accusando il tribunale di “un’inaccettabile violazione del diritto degli imputati a un giusto processo”.

Gli attivisti berlinesi, cittadini britannici, irlandesi, tedeschi e spagnoli, sono detenuti in custodia cautelare in carceri separate dall’8 settembre, giorno in cui sono accusati di aver compiuto l’attacco e chiamato la polizia.

Il gruppo, noto come i Cinque di Ulm, è stato accusato di violazione di proprietà privata, danneggiamenti e appartenenza a un’organizzazione criminale – Palestine Action Germany – ai sensi dell’articolo 129 del codice penale tedesco.

L’accusa ai sensi dell’articolo 129 implica che le autorità considerino gli imputati una minaccia per la società, che permette di negare la libertà su cauzione. Le famiglie degli imputati affermano che i loro cari sono stati rinchiusi fino a 23 ore al giorno in cella e che l’accesso a visite, libri, telefonate e posta è stato limitato. Se riconosciuti colpevoli, rischiano fino a cinque anni di carcere.

Parlando a nome di tutti gli imputati in vista del processo, Benjamin Düsberg, avvocato di Daniel Tatlow-Devally, 32 anni, di Dublino, ha affermato di ritenere che lo Stato tedesco stia cercando di fare dei cinque, nessuno dei quali ha precedenti penali, un esempio nel tentativo di ostacolare il movimento contro il commercio di armi verso Israele.

Düsberg, uno degli otto avvocati della difesa, ha dichiarato: “Intendiamo usare il procedimento per ribaltare la situazione. Vogliamo dimostrare che non sono i nostri clienti a dover essere incolpati bensì i vertici di Elbit che hanno continuato a fornire armi anche durante il genocidio”.

Elbit Systems è il principale fornitore di armi terrestri per le Forze di Difesa Israeliane (IDF). L’azienda è stata contattata per un commento sul processo.

Facendo riferimento all’articolo 32 del codice penale tedesco, Düsberg ha affermato: “La nostra argomentazione principale sarà che le azioni dei nostri clienti in Germania – ovvero la distruzione di attrezzature di laboratorio e di uffici – erano giustificate in base al principio di assistenza d’emergenza”.

Secondo questa clausola un atto altrimenti illecito può essere giustificato se non vi è altro modo per scongiurare un danno o un attacco imminente, ha spiegato.

La Germania è il secondo maggiore fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti. La difesa sosterrà che, dal momento in cui la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito nel 2024 che l’accusa di genocidio contro i palestinesi di Gaza era “plausibile”, Berlino avrebbe dovuto interrompere tutte le consegne. Israele ha respinto l’accusa della CIG definendola “oltraggiosa e falsa”.

Mimi Tatlow-Golden, madre di Tatlow-Devally, laureata in filosofia, ha affermato di temere che il caso abbia una dimensione politica e che i cinque saranno “sottoposti a un processo farsa” poiché lo Stato tedesco intende lanciare un messaggio sulle potenziali sanzioni per tali azioni.

Ha dichiarato: “I cinque amici hanno provocato solo danni materiali, in un luogo specifico e con l’obiettivo di porre fine a un genocidio. Non hanno nascosto la loro identità e si sono consegnati spontaneamente per essere arrestati. Non rappresentano alcun pericolo per la collettività. Utilizzare l’articolo 129 per tenerli in detenzione… prima del processo può, a mio avviso, essere visto solo come al servizio di fini politici”.

Matthias Schuster, un altro degli avvocati della difesa, ha dichiarato: “I nostri clienti non sono pericolosi, ma [le autorità] credono che debbano essere considerati tali per giustificare le rigide condizioni di custodia a cui sono stati sottoposti”.

Nicky Robertson, la madre di Zo Hailu, 25 anni, detenuta in una prigione di Bühl nel Baden-Württemberg, ha affermato che il “trattamento estremo” ricevuto dal gruppo è sembrato “una risposta sproporzionata per danni alla proprietà”.

Hailu, cittadina britannica, è stata denudata al momento dell’arresto e le è stato dato un pannolino per adulti da indossare per sei ore, ha detto Robertson. “Queste sono persone che amano l’ambiente e i bambini. Sono ragazzi premurosi, creativi, sportivi e bravi a lavorare in squadra. Non rappresentano un pericolo per la società. Anzi, tutt’altro”, ha aggiunto.

Rosie Tricks, il cui fratello venticinquenne, Crow Tricks, anch’egli cittadino britannico, è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Stoccarda-Stammheim, ha dichiarato che le visite sono state limitate a due ore al mese. “È bello vederli, ma conoscendo Crow come una persona socievole, vivace e divertente, la luce della nostra famiglia, è davvero penoso vederli in questa situazione”, ha detto Rosie a proposito di Crow. “La loro salute ne ha sicuramente risentito. Sembrano stare bene, ma dentro c’è molta ansia e preoccupazione.”

Gli altri imputati sono Vi Kovarbasic, un tedesco di 29 anni, e Leandra Rollo, una cittadina spagnola di 40 anni originaria dell’Argentina. A tutti e cinque è stata negata la libertà su cauzione, anche dopo la scadenza del termine di sei mesi per la detenzione preventiva.

Un portavoce del tribunale di Stoccarda-Stammheim ha dichiarato: “Il codice di procedura penale consente, a determinate condizioni, la proroga della detenzione preventiva”. In un’udienza speciale sulla detenzione tenutasi il mese scorso la Corte d’appello regionale di Stoccarda “ha esaminato tali condizioni… e ha disposto la proroga della detenzione preventiva per tutti gli imputati” basando la sua decisione “sull’esistenza di un rischio di fuga che non sarebbe sufficientemente mitigato nemmeno dal versamento di una cauzione”.

Il processo dovrebbe concludersi alla fine di luglio.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’inizio della fine della dottrina israeliana della “sicurezza permanente”

Meron Rapoport e Ameer Fakhoury

24 aprile 2026 – +972 Magazine

La costante ricerca della “vittoria totale” da parte di Israele lo ha invischiato un una guerra contro l’Iran che non può vincere, erodendone la legittimità all’estero e approfondendone il degrado morale all’interno.

Il nome attribuito alla letale ondata di bombardamenti israeliani in Libano l’8 aprile, lanciata mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra USA e Iran, è estremamente rivelatrice riguardo all’attuale posizione regionale di Israele. Fino a poco tempo fa Israele sceglieva nomi delle guerre che edulcorassero le enormi distruzioni o mobilitassero il fronte interno. L’operazione “Margine Protettivo” del 2014 a Gaza, per esempio, cercava di trasmettere resilienza, mentre la campagna “Spade di ferro” nella Striscia dopo il 7 ottobre e “Ruggito del Leone” di quest’anno contro l’Iran ha inteso evidenziarne la potenza militare.

Non più: con 100 attacchi aerei in Libano che hanno lasciato 300 morti e oltre 1.100 feriti “Oscurità eterna” suggerisce che l’unico obiettivo di Israele in Libano sia morte e annientamento. Se nel 1996 l’uccisione di 100 civili libanesi da parte di Israele nel villaggio di Qana nel sud del Libano provocó la fine dell’operazione “Grappoli d’ira”, oggi il massacro di centinaia di persone è percepito praticamente come un fine in sè, senza neppure una traccia di critiche da parte dell’esercito o dell’opinione pubblica.

Nonostante l’attuale cessate il fuoco di 10 giorni in Libano, Israele continua a distruggere villaggi e infrastrutture civili in zone del sud sotto il suo controllo, un tentativo di creare una zona cuscinetto permanente e, come a Gaza, impedire agli abitanti di tornarvi. A fine marzo il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che alla fine della guerra ai 600.000 libanesi che vivevano a sud del fiume Litani non sarà permesso tornare e le loro case presso il confine saranno state distrutte.

Sia in Libano che in Iran, guerre non iniziate come risposta a un attacco né per impedire una minaccia inminente, Israele è sembrato adottare in pieno la dottrina della “sicurezza permanente”. Come ha sostenuto recentemenre il sociologo politico Yagil Levy adottando il termine coniato dallo storico Dirk Moses, questo approccio intende non solo eliminare minacce inmediate ma anche quelle future attraverso distruzioni su vasta scala della vita dei civili ed espellere o controllare la popolazione. In sintesi, non c’è una soluzione política, ma solo militare, e quello che non si può ottenere con la forza lo si potrà ottenere con ancora più forza.

Questo approccio della “sicurezza permanente” è stato evidente in primo luogo nella guerra di Israele contro Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre. Quando solo qualche giorno dopo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare di “vittoria totale”, inizialmente, e a ragion veduta, la frase è stata percepita dall’opinione publica israeliana come un tentativo di sfuggire alle sue responsabilità per gli errori [del sistema di sicurezza]. Ma ciò ha rappresentato molto più di un esercizio retorico: il genocidio, la pulizia etnica e la riduzione di intere città in polvere e cenere sono stati la manifestazione della “vittoria totale” sostenuta da tutto il sistema politico e militare israeliano.

Non è un caso che lo spostamento sia avvenuto specificamente a Gaza. Fino al 7 ottobre la Striscia era il principale esempio della messa in pratica della dottrina della “gestione del conflitto” firmata Netanyahu, una combinazione di blocco quasi totale, recinzione sopra e sotto terra, controllo completo in cielo e in mare e una rigida sorveglianza elettronica della vita quotidiana dei palestinesi insieme a periodici episodi di bombardamenti ogni anno o due che venivano reputati “tollerabili” dal punto di vista israeliano.

La gestione del conflitto ha fornito anche una formula per frammentare e contenere la politica palestinese, parte di una strategia per rinviare la questione dell’autodeterminazione. Hamas è stato “tenuto sotto controllo” attraverso un meccanismo di deterrenza, contenimento e convogliando fondi approvati dallo stesso Netanyahu in modo da mantenere le tensioni a bassa intensità. E in Cisgiordania l’Autorità Palestinese è servita come subappaltante dell’occupazione israeliana, conservando l’illusione dell’autonomia palestinese. Persino Naftali Bennett [exprimo ministro e dirigente di un partito di estrema destra dei coloni, ndt.], che ora si presenta come un’alternativa a Netanyahu, l’ ha brutalmente definita come “una scheggia nel culo”, una seccatura da gestire piuttosto che una minaccia esistenziale.

Quando la barriera attorno a Gaza è crollata il 7 ottobre, altrettanto ha fatto la dottrina del contenimento del conflitto. Ma ciò non ha portato Israele a cercare il modo per risolvere lo scontro con i palestinesi. Al contrario ha deciso di vincerlo definitivamente. E non solo con i palestinesi. Israele ha esteso il concetto di sicurezza assoluta a buona parte del Medio Oriente: Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran. In base a questa dottrina le leggi internazionali non esistono più, il compromesso politico è sparito e i cessate il fuoco non vincolano Israele nè a Gaza nè in Libano. Questa è la guerra permanente, in cui Israele sfrutta la sua superiorità militare per eliminare ogni minaccia, grande o piccola, e a ogni distanza.

L’ultima campagna contro l’Iran ha elevato il concetto di “sicurezza permanente” a un ulteriore livello. Non è stato piu sufficiente colpire duramente i dirigenti, gli impianti nucleari e gli obiettivi militari, come Israele ha fatto nel giugno 2025. Questa volta l’obiettivo era il cambiamento di regime in un Paese di circa 90 milioni di abitanti con una civiltà di migliaia di anni, non semplicemente per neutralizzare una minaccia percepita, ma ridefinendo lo stesso contesto politico.

Eppure Israele da solo non ha la forza militare né la legittimità politica sufficienti per una mossa talmente ambiziosa, e di conseguenza era necessario il coinvolgimento americano. Quindi, contrariamente alle posizioni più caute espresse nel gabinetto di Trump, Netanyahu è riuscito a convincere il presidente USA Donald Trump che questo obiettivo poteva essere raggiunto e così è iniziata una guerra israelo-americana che per il momento è parsa essere un altro passo verso il raggiungimento della “sicurezza permanente” in tutta la regione.

E qui, di fatto, è dove questa logica si è rivelata un’illusione. Anche se una minaccia viene affrontata, immediatamente se ne produce un’altra, evidenziando così il paradosso dell’intero progetto: non raggiungere la “sicurezza permamente” ponendo fine al conflitto ma piuttosto il suo perpetuarsi attraverso un orizzonte di minacce in continua espansione.

“Dopo l’Iran Israele non può vivere senza un nemico,” ha notato all’inizio del mese il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. “Non solo l’amministrazione Netanyahu ma anche alcune figure dell’opposizione, anche se non tutte, stanno cercando di dichiarare la Turchia come il nuovo nemico.” Il vicino capisce come ragiona la Super Sparta [come Netanyahu ha definito Israele, ndt.].

Un nuovo Medio Oriente

E’ troppo presto per sintetizzare i risultati della guerra, ma sembra già che Israele abbia sbattuto contro un muro: invece di avvicinarsi alla “sicurezza permanente” si è ritrovato in una situazione di sicurezza piú precaria di prima. Non solo l’obiettivo generale di rovesciare il regime iraniano non è stato raggiunto, ma Israele non può neppure cercare di raggiungere un’amara situazione di stallo.

Di fatto l’Iran ha resistito alla pressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele e, come molti commentatori ed esperti hanno sostenuto, è riuscito a spostare la discussione da un contesto di coercizione militare a uno di negoziati politici, cambiando di conseguenza le stesse regole del gioco.

Sta iniziando a prendere forma un nuovo Medio Oriente, in cui lo status sia di Israele che degli Stati del Golfo viene eroso. Israele ha dovuto interrompere i suoi attacchi in Libano e Washington ha riconosciuto la necessità di un cessate il fuoco con Hezbollah per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz. La Repubblica Islamica, libera da sanzioni e con ampie dimensioni geografiche, demografiche e ideologiche, non è più soltanto un attore regionale ma sta raggiungendo uno status di potenza globale.

È il suo potere sullo stretto che probabilmente ha obbligato Trump a prendere in considerazione come base legittima per i negoziati la proposta iraniana in 10 punti per porre fine alla guerra, dal togliere le sanzioni e un ritiro statunitense dal Medio oriente fino a garanzie per i suoi alleati regionali. Persino ora, mentre il presidente USA cerca di imporre un contro blocco al blocco iraniano di Hormuz, le condizioni dell’Iran hanno già iniziato a definire i confini dei colloqui.

Il punto più drammatico qui non è l’uranio arricchito che rimane nelle mani dell’Iran né la sua insistenza nel continuare il programma nucleare civile, e neppure i missili balistici che l’Iran ha lanciato per 40 giorni contro Israele e gli Stati del Golfo arabico.

È piuttosto il ruolo dell’Iran nella regione. L’Iran non ha rispettato la richiesta americana di sconfessare i suoi alleati in Libano, Iraq e Yemen, ma ha fatto il contrario. In particolare gli Stati Uniti e Israele sono obbligati a fare i conti con la profondità dei legami strategici tra l’Iran ed Hezbollah: Hormuz non verrà riaperto se Israele continua a bombardare il Libano.

A questo si aggiunge un altrettanto significativo cambiamento nei rapporti tra USA e Israele, e la decisione israeliana di trascinare gli Stati Uniti in guerra potrebbe dimostrarsi il colpo di grazia. Nel giugno 2025 Israele ha agito da solo fino all’ultimo dei 12 giorni del conflitto, colpendo obiettivi militari e uccidendo importanti politici del regime, e l’Iran ha risposto lanciando missili solo contro Israele. Questa volta l’ingresso di Washington nell’attacco fin dal primo giorno ha cambiato le regole del gioco, garantendo all’Iran la legittimità per ampliare il campo colpendo le basi americane nel Golfo, coinvolgendo gli Stati della regione e soprattutto chiudendo lo Stretto di Hormuz. Ciò ha dunque trasformato uno scontro bilaterale in una crisi globale costruita da Israele con le sue stesse mani.

Un sondaggio dell’opinione pubblica rivela un drastico declino nell’appoggio a Israele tra gli americani, sospendere la vendita di armi a Israele è rapidamente diventata una posizione maggioritaria nel partito Democratico, con una maggioranza di senatori democratici che ora votano per tali misure. Come ha rilevato una recente inchiesta del New York Times, è diventato impossibile ignorare che Netanyahu ha trascinato Trump nella guerra e la crescente reazione è un segnale sempre più chiaro del desiderio di Washington di allontanarsi dall’Israele di Netanyahu.

Un vuoto di paradigma

Se due anni e mezzo fa il paradigma della “gestione del conflitto” di Netanyahu è fallito, ora potremmo stare assistendo all’inizio della fine anche della dottrina della “sicurezza permanente”. Entrambi si basavano sullo stesso presupposto, cioè che la realtà può essere controllata attraverso la forza, ed entrambi hanno fallito.

Il vuoto che accompagna il fallimento di entrambi i paradigmi rivela anche il decadimento morale all’interno della società israeliana. Il discorso pubblico è per lo più pervaso dal linguaggio dell’annientamento. Quando Trump ha minacciato di cancellare l’intera civiltà iraniana molti americani e persone in tutto il mondo hanno condannato come genocide le sue affermazioni. In Israele c’è stato silenzio, lo stesso che ha prevalso mentre le forze israeliane distruggevano Gaza o perpetravano la pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano.

Nonostante la marea di commentatori e politici che hanno vantato giorno e notte gli “enormi” risultati della guerra e nonostante le assicurazioni di Netanyahu che Iran ed Hezbollah sono stati indeboliti come non mai, l’opinione pubblica israeliana sta già iniziando a vedere le crepe. In un sondaggio condotto da Canale 13 dopo il cessate il fuoco con l’Iran solo il 33% di chi ha risposto credeva che Israele e gli Stati Uniti avessero vinto la guerra e il 28% che avesse vinto l’Iran. Un sondaggio simile del giornale israeliano Maariv ha scoperto dati altrettanto sorprendenti, che si sono raramente visti alla fine delle guerre o delle operazioni militari israeliane.

Ma per comprendere la profondità del fenomeno si deve essere precisi: è il paradigma della “vittoria totale” in sè che si è spezzato. Prima a Gaza, quando i palestinesi sono rimasti lì e Hamas non è stato sconfitto, e persino ancor di più nelle ultime settimane, quando è diventato chiaro che Hezbollah, che si presumeva sconfitto, ha continuato ad operare e a lanciare decine e persino centinaia di missili al giorno. E alla fine, poichè gli israeliani vedono i rappresentanti iraniani che negoziano con gli americani da una posizione di maggior forza rispetto a quella che avevano prima della guerra conservando il controllo di una delle arterie di trasporto più importanti al mondo.

Eppure questa frattura nella consapevolezza dell’opinione pubblica non garantisce un ravvedimento politico. Senza un progetto politico che fornisca agli israeliani un linguaggio, una direzione e un’alternativa, la crescente sensazione di fallimento politico e militare potrebbe trasformarsi in disperazione piuttosto che in critica. Tale disperazione ha la paradossale tendenza a stabilizzare lo status quo e potrebbe in ultima istanza favorire Netanyahu.

Infatti il collasso nella gestione del conflitto e dei paradigmi della “sicurezza permanente” non indica una transizione ordinata tra quadri di riferimento. Israele sta invece cadendo profondamente in un vuoto strategico, politico e morale in cui la violenza militare continua per conto suo, persino quando smette di generare un senso o uno scopo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nuove prove che è la lobby israeliana a dettare le linee guida dell’UE

David Cronin 

23 aprile 2026 The Electronic Intifada

Questa settimana Kaja Kallas, responsabile della politica estera dell’Unione Europea, ha offerto un mix di farsa e disonestà.

“L’Europa è la più grande sostenitrice del popolo palestinese”, ha dichiarato lunedì.

Il giorno successivo i governi dell’UE hanno dimostrato quanto sia grande il loro sostegno, rifiutandosi ancora una volta di imputare a Israele la sua violenza genocida contro il popolo palestinese.

Un milione di cittadini dell’UE ha firmato una petizione per la revoca dei privilegi commerciali a Israele. Invece di compiere questo passo fondamentale, i governi dell’UE hanno imposto ulteriori sanzioni all’Iran, bersaglio dell’aggressione da parte di Israele e Stati Uniti.

I diplomatici che lavorano alle dipendenze di Kallas non possono certo essere considerati i maggiori sostenitori del popolo palestinese.

Un documento che ho ottenuto grazie a una richiesta di accesso agli atti dimostra che, a più di due anni dall’inizio del genocidio di Gaza, la lobby israeliana continua a dettare le regole a cui obbediscono i principali funzionari di Bruxelles.

Hélène Le Gal, capo della divisione Medio Oriente del servizio diplomatico dell’UE, sembra particolarmente disposta a farsi scrivere la sceneggiatura.

Il documento dimostra che Le Gal ha accettato di ospitare un “dialogo strategico” organizzato congiuntamente dal servizio diplomatico e dal gruppo filo-israeliano European Leadership Network (Elnet). L’evento, previsto per il 12 e 13 maggio, vedrà la partecipazione di “30 figure di spicco nel campo politico e dell’opinione pubblica – 15 provenienti dall’UE e 15 da Israele”, come si legge nell’invito.

Le Gal, secondo alcuni messaggi di posta elettronica scambiati tra Elnet e i suoi colleghi del servizio diplomatico, ha acconsentito che l’invito fosse emesso a suo nome, chiedendo solo “piccole modifiche”.

È significativo che Le Gal e il suo entourage abbiano richiesto solo “piccole modifiche” all’invito. La bozza originale afferma che il servizio diplomatico “espone le posizioni e gli interessi dell’UE al governo di Israele, con l’obiettivo generale di promuovere le relazioni tra l’UE e Israele”.

Sebbene tale formulazione non sembri aver incontrato obiezioni sostanziali, almeno un collega di Le Gal l’ha ritenuta troppo riduttiva. È stata proposta una modifica per chiarire che il servizio opera “in tutto il mondo”, anche per quanto riguarda le relazioni UE-Israele.

Nessuno sembrava preoccupato dall’obiettivo dichiarato di “promuovere le relazioni” con uno Stato che perpetra un genocidio.

Linea rossa?

Secondo l’invito le discussioni che si terranno durante l’evento di maggio saranno “completamente” riservate. Come di consueto, l’opinione pubblica dovrà rimanere all’oscuro su questioni di evidente interesse pubblico.

Tali questioni, stando all’ordine del giorno, includeranno il Board of Peace [“Consiglio per la Pace”] istituito dal presidente statunitense Donald Trump, le elezioni israeliane del 2026 e la “crescente influenza” di Turchia e Qatar. Anche l’Iran e il “futuro della normalizzazione dei rapporti arabo-israeliani” saranno all’ordine del giorno.

Un altro tema in discussione sarà il finanziamento delle “tecnologie a doppio uso” nell’ambito di Horizon Europe, un importante programma di ricerca scientifica.

Dato che il termine “doppio uso” si riferisce ad applicazioni sia civili che militari, possiamo fare un’ipotesi plausibile sul contenuto di tali discussioni. Quasi certamente si sosterrà che l’UE dovrebbe finanziare lo sviluppo delle future armi israeliane [Dal 2021 Horizon Europe ha elargito a Israele 3 miliardi e 400 milioni di euro, ndt.]

Con ogni probabilità gli eleganti partecipanti non saranno così volgari da sottolineare che Israele brama più armi per poter sterminare le famiglie palestinesi e distruggere le loro case.

L’assenza di volgarità non dev’essere interpretata come ritegno da parte dei sostenitori di Israele.

L’European Leadership Network non si fa scrupoli a collaborare con personaggi che possono essere considerati “controversi” – per usare un eufemismo. All’inizio di quest’anno ha organizzato la visita di Eyal Hulata al quartier generale della NATO a Bruxelles, come dimostra il documento ottenuto in base alle norme sulla libertà d’informazione.

Hulata potrebbe non essere un nome noto in Europa, ma è ben conosciuto in certi ambienti: per 23 anni ha fatto parte del Mossad, l’agenzia responsabile dello spionaggio e degli omicidi mirati.

A causa di altri impegni Hélène Le Gal “purtroppo non può ricevere” Hulata, si legge in un messaggio di posta elettronica del suo ufficio. Non c’è alcun indizio che suggerisca che abbia espresso disappunto per le attività del Mossad quando i suoi amici di Elnet le hanno chiesto se potesse incontrare Hulata.

La nuova legge israeliana sulla pena di morte era stata descritta come una sorta di linea rossa per l’UE. Eppure il disegno di legge sulla pena di morte era già in discussione alla Knesset – il parlamento israeliano – da alcuni mesi prima di essere formalmente adottato alla fine di marzo. Il “dialogo strategico” UE-Israele previsto per maggio è stato preparato mentre la legge era prossima all’approvazione.

La conclusione inevitabile è che alcune delle figure più importanti della burocrazia di Bruxelles non hanno linee rosse. Hanno solo tappeti rossi, che stendono ogni volta che i sostenitori di Israele glielo chiedono.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Eurovision 2026: Oltre 1000 artisti chiedono il boicottaggio contro la “normalizzazione” del genocidio israeliano

Dalia Anis

21 aprile 2026- Middle East Eye

Brian Eno, Macklemore e Sigur Rós tra gli artisti che accusano l’emittente di “reazioni ipocrite ai crimini di Russia e Israele”

Oltre 1100 musicisti e operatori culturali hanno chiesto il boicottaggio della 70ª edizione dell’Eurovision Song Contest per via della partecipazione di Israele in un quadro di crescente pressione per escludere il paese a causa del genocidio a Gaza.

I gruppi di attivisti No Music for Genocide e Palestinian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel (più comunemente noto come movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni) hanno pubblicato martedì una lettera aperta per “rifiutare l’uso dell’Eurovision per insabbiare e normalizzare il genocidio, l’assedio e la brutale occupazione militare israeliana contro i palestinesi”.

«Visti i piani israelo-americani per la creazione di campi di concentramento iper-sorvegliati nella “Nuova Gaza” come può un artista o un fan dell’Eurovision partecipare in coscienza alla prossima edizione del concorso in Austria, “?» si legge nella lettera firmata anche da artisti come Macklemore, Paloma Faith, Kneecap, Massive Attack e da ex vincitori dell’Eurovision.

«Ci sono momenti in cui il silenzio passivo non è un’opzione. Ci rifiutiamo di tacere quando la violenza genocida di Israele fa da colonna sonora e mette a tacere le vite dei palestinesi». L’Eurovision, organizzato annualmente dall’Unione Europea di Radiodiffusione (UER), è stato accusato di doppi standard per aver escluso la Russia dalla competizione poco dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, citando le preoccupazioni per una “crisi senza precedenti in Ucraina” che avrebbe potuto “screditare il concorso”.

Dopo oltre due anni e mezzo di genocidio perpetrato da Israele a Gaza, con un bilancio di oltre 72.000 morti secondo il Ministero della Salute di Gaza, l’Eurovision ha ripetutamente difeso la partecipazione dell’emittente pubblica israeliana Kan al concorso.

“Le risposte ipocrite dell’EBU ai crimini di Russia e Israele hanno infranto ogni illusione di ‘neutralità’ dichiarata dall’Eurovision. Nel 2022, l’EBU affermò che la presenza della Russia avrebbe ‘screditato la competizione'”, continua la lettera.

“Eppure oltre 30 mesi di genocidio a Gaza, insieme alla pulizia etnica e all’espropriazione di terre nella Cisgiordania assediata, non sono considerati sufficienti per applicare la stessa politica a Israele”.

L’EBU ha rifiutato di sottoporre l’esclusione di Israele ad un voto durante la sua riunione di dicembre e in risposta cinque paesi – Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna – hanno annunciato il loro ritiro dall’Eurovision 2026 a Vienna.

L’anno scorso il sito israeliano Ynet ha riportato che il presidente israeliano Isaac Herzog aveva formato una squadra per promuovere la partecipazione di Israele con alcune “attività di lobbying dirette ai membri dell’EBU con l’obiettivo di impedire all’assemblea di procedere a una votazione vincolante che Israele temeva di perdere”.

La lettera aggiunge: “Applaudiamo al ritiro etico delle emittenti spagnole, irlandesi, islandesi, slovene e olandesi, e dei numerosi finalisti della selezione nazionale che si sono impegnati a rifiutarsi di partecipare all’Eurovision”.

In una protesta simile contro la decisione dell’EBU il vincitore svizzero dell’Eurovision Song Contest 2024, Nemo, ha restituito il premio dopo che Israele ha ottenuto il via libera per partecipare all’evento di quest’anno.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Un rapporto afferma che Meta “favorisce dal punto di vista finanziario” la violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi

Mera Aladam

14 aprile 2026 – Middle East Eye

I dati pubblicati da 7amleh rivelano la tendenziosità di Meta nel controllo dei contenuti di israeliani e palestinesi

Il nuovo rapporto di un osservatorio sulle reti sociali ha scoperto che Meta [ex-Facebook, ndt.] sta “favorendo dal punto di vista finanziario” contenuti di incitamento all’odio contro i palestinesi da parte di pagine israeliane favorevoli alle colonie.

Secondo 7amleh, l’ Arab Center for the Advancement of Social Media [Centro Arabo per il Miglioramento delle Reti Sociali], Meta ha consentito ad account affiliati ai coloni e a mezzi di comunicazione estremisti di generare introiti sulle proprie piattaforme nonostante i loro contenuti violino le sue stesse linee di politica aziendale, comprendendo materiale violento, razzista e che incita all’odio contro i palestinesi.

I risultati sono stati pubblicati domenica in un rapporto intitolato Monetising Occupation: Meta’s Financial Enablement of Settlement Activity and Violent Rhetoric Against Palestinians [Monetizzare l’occupazione: il favoreggiamento finanziario di Meta a favore delle attività di colonizzazione e dei discorsi violenti contro i palestinesi].

L’organizzazione ha affermato che il gigante tecnologico statunitense “non solo tollera discorsi violenti che incitano all’odio, ma incentiva attivamente la loro produzione e diffusione,” violando le sue stesse politiche aziendali riguardo allo sfruttamento economico e ai contenuti.

7amleh aggiunge che consentire che tali contenuti si sviluppino mina le responsabilità di Meta in base ai principi dell’ONU e delle leggi internazionali umanitarie e sui diritti umani.

I contenuti che in base alla politica aziendale di Meta dovrebbero essere esclusi dalla monetizzazione includono la promozione di avamposti illegali, la giustificazione della violenza dei coloni, lo scherno nei confronti dei palestinesi, gli appelli all’espulsione forzata, i discorsi genocidi e l’esaltazione delle distruzioni a Gaza.

Il rapporto ha scoperto che di contro le voci palestinesi “sulle piattaforme di Meta restano complessivamente escluse dalla possibilità di essere redditizie unicamente in base alla loro collocazione geografica” nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Ciò significa che ai giornalisti, agli autori di contenuti, ai mezzi di comunicazione e alle organizzazioni della società civile palestinesi viene strutturalmente negato l’accesso a strumenti economici disponibili ad altri persino quando i loro contenuti sono professionali e conformi alle regole.”

Nadim Nashif, direttore esecutivo di 7amleh, ha detto a Middle East Eye che Meta ha mantenuto per un decennio quello che ha descritto come un comportamento discriminatorio e di eccessivo controllo su contenuti, giornalisti e media palestinesi.

Questa censura ha incluso rimozione di post, restrizioni, ridotta visibilità e sospensione di account che hanno preso di mira autori e pagine palestinesi.

Al contrario, durante tutto il decennio [Meta] ha consentito espliciti discorsi genocidi e violenti in ebraico contro i palestinesi,” ha detto Nashif, aggiungendo che il problema si è intensificato in seguito al genocidio di Israele contro Gaza.

Ha aggiunto che, nonostante “molti allarmi e avvertimenti” da parte di 7amleh e di altre organizzazioni di controllo, l’impresa ha fatto molto poco per contrastare l’incremento di contenuti di incitamento all’odio in ebraico.

Secondo Nashif ora non ci sono solo “pregiudizi nel sistema di controllo [dei contenuti]”, ma anche la diffusa circolazione e monetizzazione di tali contenuti che, afferma, incentivano la produzione di altro materiale violento.

Stiamo assistendo a un circolo vizioso,” ha affermato. “È qualcosa che Meta ha il dovere di bloccare.”

MEE ha contattato Meta per un commento ma al momento della pubblicazione di questo articolo non ha ricevuto alcuna risposta.

I palestinesi “vengono strutturalmente esclusi”

Questo rapporto giunge nel contesto di un incremento della violenza dei coloni e dell’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata insieme ai continui bombardamenti israeliani a Gaza.

Dall’inizio del genocidio, nell’ottobre 2023, Israele ha ucciso più di 72.336 palestinesi a Gaza. Nello stesso periodo le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di 1.050 palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Lama Nazeeh, responsabile delle politiche di sostegno di 7amleh, ha affermato che Meta non solo sta consentendo che rimangano in rete discorsi antipalestinesi, ma sta anche “trasformando una parte di quel sistema integrato in una fonte di profitto.” Nel contempo i palestinesi “rimangono strutturalmente esclusi” da programmi di che originano introiti, ha detto a MEE.

Fra gli esempi citati nel rapporto, i post del rapper israeliano Yoav Eliasi, che si fa chiamare The Shadow [L’Ombra], contengono messaggi politici estremisti e violenti contro i palestinesi, tra cui esortazioni a festeggiare le distruzioni a Gaza e appoggio alle colonie.

Secondo il rapporto l’account è coinvolto in vari programmi che generano introiti. Al contrario in precedenza Human Rights Watch [una delle principali ong per i diritti umani al mondo, ndt.] ha scoperto che Meta è responsabile di “censurare sistematicamente contenuti palestinesi”, attribuendo ciò a “politiche scorrette di Meta e alla loro applicazione incoerente ed errata, all’uso eccessivo di strumenti elettronici per moderare i contenuti e indebite influenze governative per la rimozione di contenuti.”

L’impresa ha anche rimosso account di molti individui e associazioni palestinesi e filo-palestinesi.”

Non si tratta solo di una questione di censura, ma di discriminazione, oppressione ed esclusione economica: i palestinesi vengono silenziati e viene loro negato l’accesso, mentre a quanti promuovono la loro spoliazione e disumanizzazione è consentito trarre profitto,” ha detto Nazeeh.

Ha aggiunto che ciò che avviene ha conseguenze sia sul terreno che a livello internazionale.

Meta sta contribuendo a costruire un’economia digitale attorno all’apartheid, alla violenza dei coloni, agli attacchi, all’incitamento al razzismo e all’impunità, marginalizzando nel contempo il giornalismo, il sostegno e la testimonianza dei palestinesi,” ha spiegato.

Nazeeh ha chiesto che Meta “ponga immediatamente fine al suo sistema discriminatorio” e smetta di agevolare la narrazione israeliana di estrema destra, in particolare nel bel mezzo di quello che ha descritto come un contesto complessivo di “guerra, occupazione e violenza di colonialismo di insediamento.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Le donne raccontano gli abusi subiti ad opera dei militari israeliani

Ohood Nassar

15 aprile 2026 – The Electronic Intifada

Mentre cercano un qualche conforto tra le rovine di ciò che resta della loro terra gli abitanti di Gaza sono anche consapevoli che gli efferati crimini di Israele non devono essere dimenticati.

Sono le donne palestinesi, in particolare, ad aver sofferto. Le Nazioni Unite stimano che a maggio 2025 siano state uccise a Gaza oltre 28.000 donne e ragazze.

Il dottor Hussein Hammad, ricercatore sui diritti umani a Gaza, ha dichiarato a The Electronic Intifada che è evidente che Israele ha “perpetrato un genocidio contro tutte le fasce della società palestinese, comprese le donne”, in totale disprezzo del diritto internazionale umanitario, inclusa la Quarta Convenzione di Ginevra.

“Durante la sua guerra genocida a Gaza [Israele] ha commesso gravi violazioni contro le donne.”

Le testimonianze di Sharifa Qudih di Khan Younis e di Saja Abdel Aal di Jabaliya rivelano parte di ciò che le donne hanno subito durante le incursioni militari israeliane nei quartieri di Gaza – un percorso che inizia, ma non finisce, con i raid aerei e gli sfollamenti.

In uno stretto corridoio all’interno di una scuola statale trasformata in rifugio nella città di Khan Younis, nel sud di Gaza, Sharifa Qudih, 50 anni, siede su un pezzo di cartone circondata da famiglie che le passano di continuo accanto.

Nubile e senza figli di cui prendersi cura, questo corridoio “è tutto ciò che resta”, ha detto, dopo che la sua casa nella città di Abasan al-Kabira, a est di Khan Younis, è stata distrutta.

Nel febbraio 2024 intorno alle 5:30 del mattino, ha raccontato Sharifa, stava dormendo quando la sua casa è stata bombardata.

«Mi sono svegliata per una fortissima esplosione e poi mi sono ritrovata sotto le macerie», ha raccontato.

Non ha riportato ferite gravi, ma è rimasta intrappolata sotto i detriti per quasi due ore prima che le truppe israeliane la sentissero e la tirassero fuori.

«Quando mi hanno fatta uscire ho pensato che sarei morta o che mi avrebbero fatta prigioniera».

Invece, ha raccontato a The Electronic Intifada, i soldati le hanno ordinato di togliersi l’hijab, il velo che le copre i capelli, e le hanno legato le mani.

Poi l’hanno interrogata.

«Mi hanno chiesto perché fossi in casa e i nomi di alcune persone. Non ne conoscevo nessuna».

I soldati l’hanno fatta sedere su una sedia, sul pavimento devastato di casa sua, mentre continuavano le operazioni. Sharifa ha raccontato che i soldati l’hanno poi usata come scudo umano, insieme a un gruppo di giovani.

«Ci hanno costretti a camminare davanti a loro», ha detto.

Violaioni premiate

Hammad ha affermato che i centri per i diritti umani hanno documentato centinaia di casi in cui l’esercito israeliano ha violato il diritto internazionale, incluso l’utilizzo di donne e bambini come scudi umani.

Sharifa è stata fotografata mentre era seduta su una sedia su un cumulo di terra, con soldati israeliani accovacciati dietro di lei, apparentemente pronti al combattimento. Lo ha scoperto solo in seguito, quando un soldato israeliano ha ricevuto un premio per la foto, scattata a quanto pare da un drone, e ha dichiarato di non aver dato alcun consenso, né che gli sia mai stato chiesto.

“Sono rimasta scioccata quando dei conoscenti mi hanno mandato una mia foto esposta in una galleria d’arte a Tel Aviv. Non avevo idea che mi avessero fotografata.”

Dopo che i soldati hanno finito con lei l’hanno lasciata andare, con un drone di sorveglianza che la monitorava dall’alto, ha raccontato. Ha dovuto camminare sulle macerie per più di un’ora per allontanarsi dalla zona e mettersi in salvo.

Sharifa ora vive nel corridoio della scuola governativa di Khan Younis. Non ha né materasso né coperta. Dorme e si siede su un pezzo di cartone distribuito come aiuto umanitario. La sua casa è stata completamente distrutta e non ha nessun altro posto dove andare.

Saja Abdel Aal, 23 anni, ora vive in una fragile tenda a Deir al-Balah che non la protegge né dal freddo né dal caldo.

Saja è stata sfollata dal campo profughi di Jabaliya, al nord di Gaza, nell’ottobre del 2024.

“Eravamo seduti in famiglia a mangiare”, ha ricordato. Intorno alle 16 del 6 ottobre di quell’anno sono iniziati i pesanti bombardamenti vicino alla loro casa.

La famiglia è fuggita in fretta, rifugiandosi presso un parente nella vicina Beit Lahiya. Durante i giorni dello sfollamento, ha raccontato, non avevano acqua potabile da bere, non avevano niente da mangiare e sono rimasti assediati in casa fino al 18 ottobre.

Quel giorno droni israeliani dotati di altoparlanti hanno sorvolato la zona, ordinando ai residenti di evacuare immediatamente: gli uomini alla Scuola del Kuwait, le donne alla Scuola Hamad, entrambe a Beit Lahiya vicino all’Ospedale Indonesiano.

“Per un attimo ho provato un po’ di sollievo”, ha raccontato Saja. “Ho pensato che l’assedio fosse finito, che il pericolo fosse cessato e che avrei potuto mangiare e bere di nuovo”.

Ma mentre si dirigeva verso la scuola è stata colpita dalla scheggia di un proiettile di carro armato sparato nella loro direzione, ed è rimasta ferita alla mano sinistra.

“Ho fasciato la ferita con un vecchio pezzo di stoffa, ma il sangue non si fermava”.

La scuola era diventata un posto di blocco e centro di interrogatori. Le donne venivano perquisite e interrogate, poi costrette a camminare a piedi verso sud. Durante la terribile esperienza, Saja ha chiesto dell’acqua a una delle soldatesse, che “me l’ha rifiutata e l’ha versata per terra davanti a me ridendo”.

Dentro un carro armato

Hammad ha affermato che durante gli sfollamenti forzati le truppe israeliane hanno allestito posti di blocco dove le donne venivano perquisite in modi che “violano la loro dignità e le sottopongono a umiliazioni durante gli interrogatori e i controlli “.

A volte il trattamento che subiscono è di gran lunga peggiore e include violenze sessuali e torture.

Mentre le donne se ne stavano andando, i soldati hanno chiamato Saja e le hanno ordinato di salire su un carro armato.

“Il mio cuore si è quasi fermato. Ho pensato che mi avrebbero arrestata.”

Saja ha raccontato che dentro il carro armato i soldati le hanno prestato i primi soccorsi, poi l’hanno filmata – per fingere, ha aggiunto, di trattare le donne con “gentilezza e umanità” – prima di ordinarle di continuare a camminare verso sud.

Ha camminato per più di un’ora tra macerie e carri armati, con la mano ancora sanguinante.

“I droni quadricotteri ci circondavano e ci impedivano di fermarci o di fare alcun movimento.”

Giunta nella parte occidentale di Gaza City è stata trasferita all’ospedale Al-Shifa, dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico alla mano. In seguito la casa della sua famiglia nel campo profughi di Jabaliya è stata distrutta.

Sebbene l’attenzione si sia allontanata da Gaza a causa dell’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran e di un cessate il fuoco che tale non è mai stato, la difficile situazione della popolazione permane. Entrambe le donne intervistate in questo articolo hanno affermato che per loro è importante che il mondo conosca le loro storie.

“Anche se le donne a Gaza non portano armi vengono trattate come fossero combattenti della resistenza”, ha detto Saja a The Electronic Intifada. “Abbiamo bisogno di protezione e sicurezza”.

Sharifa ha affermato di voler dire al mondo “che le donne palestinesi sono pazienti nonostante le sofferenze che stiamo sopportando”. Ma, ha aggiunto, “abbiamo bisogno di aiuto”.

Ohood Nassar è una giornalista e insegnante originaria di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Francia: la legge “Yadan” e la strumentalizzazione dei dati sull’antisemitismo

Sarra Grira 

7 aprile 2026 – Orient XXI

Per legittimare una proposta di legge intesa soprattutto a impedire critiche contro Israele e la denuncia del genocidio a Gaza la deputata Caroline Yadan si appoggia, tra gli altri, ai dati sull’antisemitismo. Ma l’identità e la metodologia delle organizzazioni che ne sono all’origine mostrano una strumentalizzazione di questa situazione a favore di una posizione filoisraeliana. Una petizione contro questo progetto di legge sul sito dell’Assemblea Nazionale ha già raccolto circa 700.000 firme.

L’esame del [progetto di] legge all’Assemblea Nazionale nel momento in cui il parlamento israeliano ha appena adottato una norma che istituisce la pena di morte riservata solo ai palestinesi non fa che rendere questa iniziativa ancora più grave in un contesto di persistente impunità per Israele. Questo progetto, presentato fin dal novembre 2024, è sostenuto da Caroline Yadan, deputata dell’ottava circoscrizione [elettorale] dei francesi residenti all’estero (che comprende in particolare Israele, la Palestina e Gerusalemme), che ha lasciato il partito Renaissance, pur restandogli “collegata”, per protestare contro la decisione del presidente Emmanuel Macron di riconoscere lo Stato di Palestina.

Per dare alla legge la legittimità che rivendica nel titolo, nell’esposizione delle sue motivazioni la proposta si appoggia sui dati riguardanti gli atti di antisemitismo e sul posto che occupano rispetto all’insieme delle azioni antireligiose in Francia.

Se il notevole aumento dell’antisemitismo nel Paese è indubbio, il modo in cui queste cifre sono presentate denota una doppia volontà: da una parte confondere antisemitismo e critiche contro lo Stato di Israele, dall’altra stabilire una gerarchia tra l’antisemitismo e le altre forme di razzismo, contraddicendo le indicazioni della Commission nationale consultative des droits de l’homme [Commissione Nazionale Consultiva dei Diritti dell’Uomo](CNCDH).

La fonte dei dati

Se ci si vuole attenere ai dati più precisi, in Francia non si trovano delle statistiche sull’antisemitismo ricavate da quelli derivanti dalle condanne giudiziarie. La ragione è semplice: il codice penale non fa distinzioni tra le varie forme di razzismo. Separare le condanne per antisemitismo richiederebbe uno studio degli atti giudiziari caso per caso, cosa che non è mai stata fatta.

Le cifre rilasciate dal ministero dell’Interno e riprese dalla CNCDH nel suo rapporto annuale sono un insieme di rilevazioni sul campo attraverso la Direction nationale du renseignement territorial [Direzione Nazionale delle Informazioni Territoriali] (DNRT) che, secondo la sua presentazione ufficiale sul sito del ministero, “assicura un monitoraggio quotidiano dei fatti che le vengono relazionati dai suoi contatti e collaboratori locali.” La CNCDH non li considera dati scientifici ma li cita e li tiene in considerazione, perché essi indicano una tendenza.

Riguardo all’antisemitismo la DNRT si appoggia principalmente sulla rete territoriale di un’associazione, il Service de protection de la communauté juive [Servizio di Protezione della Comunità Ebraica] (SPCJ). Presentandosi come un’ “organizzazione apolitica”, essa lavora in stretta collaborazione con il CRIF, il Conseil représentatif des institutions juives de France [Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia], di cui è un’emanazione1.

Nella sezione “Contributi” del rapporto annuale della CHCDH è di fatto il CRIF, e con lui il Service de protection de la communauté juive, che viene citato tra i collaboratori della società civile.

Nei dati del 2025 disponibili sul suo sito ufficiale il SPCJ registra 1.320 atti antisemiti. Esso presenta la sua metodologia in questi termini:

Sono rilevati esclusivamente i fatti che hanno dato luogo a delle denunce, a segnalazioni alla polizia o all’autorità giudiziaria, così come quelli constatati ufficialmente (flagranza/costatazione da parte di un funzionario di polizia giudiziaria o di una persona autorizzata).”

Qui è importante sottolineare che le denunce e le segnalazioni non danno necessariamente luogo a condanne o neppure ad azioni penali.

La Palestina presa di mira

Quali sono le azioni che vengono etichettate come antisemite dall’SPCJ o che incitano ad aggredire verbalmente o fisicamente gli ebrei?

Una parte del rapporto è dedicato a quella che i suoi autori chiamano la “retorica anti-israeliana” presentata come “un catalizzatore sempre fondamentale degli atti di antisemitismo.”

Circa un terzo degli intenti antisemiti rilevati (388 su 1.320) “implicano dei riferimenti espliciti alla Palestina: Gaza, ‘liberazione della Palestina’, ‘Intifada’, accuse di ‘genocidio’, slogan presi dalle manifestazioni e dalla retorica anti-israeliana radicalizzata”. Se si escludono le “45 (che) comportano anche un’apologia dello jihadismo e 74 un’apologia del nazismo, evidenziando un’accentuazione e una radicalizzazione dei toni utilizzati”, non viene fornita nessuna spiegazione riguardo al rapporto tra questi slogan propalestinesi e le manifestazioni di antisemitismo. A meno di voler considerare che l’espressione della solidarietà con la Palestina e i palestinesi riveli di fatto antisemitismo.

La stessa tendenziosità era già presente nel rapporto dello SPCJ relativo all’anno 2024, in cui si legge che “almeno 43 azioni antisemite al mese fanno riferimento alla Palestina”. Anche lì, cosa vuol dire “evocare la Palestina”? E in cosa ciò è antisemita? Queste formulazioni interrogano tanto più in quanto lo stesso rapporto evoca in questi termini il contesto che favorisce l’aumento degli atti antisemiti:

Questa atmosfera deriva in gran parte dall’iperattivismo di qualche centinaio di militanti radicali anti-israeliani (blocco di scuole e università, azioni di boicottaggio, atti e manifestazioni contro gli eventi organizzati dalle organizzazioni ebraiche, scritte e graffiti anti-israeliani, apologia del terrorismo palestinese e legittimazione delle azioni di Hamas).

Sono così messi sullo stesso piano l’apologia delle azioni di Hamas, “graffiti anti-israeliani” (affermazioni ostili all’Arabia Saudita verrebbero forse associate all’islamofobia?) e le azioni di boicottaggio, criminalizzate dalla circolare dall’ex- ministra della Giustizia Michèle Alliot-Marie nel febbraio 2010, ma di cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto la legittimità nel giugno 2020.

Una definizione tendenziosa dell’antisemitismo

Nel luglio 2025 abbiamo chiesto un parere a Magali Lafourcade, segretaria generale della CNCDH, riguardo all’interpretazione che lo SPCJ poteva fare di slogan come “Free Palestine” (Palestina libera) o “From the river to the sea, Palestine will be free” (Dal fiume al mare la Palestina sarà libera). All’epoca ci aveva raccomandato di consultare la parte “Contributi” del rapporto della commissione. Tuttavia questa non forniva ulteriori elementi di spiegazione.

Invece dalla pagina “Definizione dell’antisemitismo” sul sito dell’SPCJ risulta che l’associazione adotta per esteso quella dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), criticata ad esempio da Irène Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e d’espressione. Come la proposta di legge detta “Yadan” che la cita nel suo preambolo esplicativo, questa definizione permette, attraverso gli esempi che vi sono presentati, di associare la critica allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo. Kenneth Stern, giurista statunitense e principale estensore del testo, ha lui stesso lamentato l’uso di certi esempi per attaccare le critiche a Israele2.

Stesso discorso da parte del CRIF, i cui dirigenti ritengono che parlare di genocidio a Gaza sia antisemita. Così per esempio in data 26 marzo 2025 si legge sul sito dell’organizzazione:

Il presidente del CRIF ha denunciato una evoluzione del discorso antisemita, in particolare attraverso l’accusa di ‘genocidio’ contro Israele. Ha paragonato questa retorica a ‘un’attualizzazione dell’accusa di popolo deicida’ evocata un tempo contro gli ebrei. ‘In entrambi i casi c’è un fondamento mitologico, cioè mendace. Gli ebrei non hanno ucciso Gesù, lo Stato di Israele non ha commesso un genocidio, qualunque sia indubbiamente la tragica situazione della popolazione civile a Gaza,’ ha dichiarato.”

La stessa logica viene applicata nei dati dell’SPCJ per il 2025, in cui la parola “genocidio” viene sistematicamente citata tra virgolette: “Riprendendo le accuse false ed estreme (‘genocidio’, ‘criminali’, ‘nazisti’), questa retorica costruisce un’immagine disumanizzata degli ebrei ed apre la strada al passaggio alle vie di fatto, che siano verbali o fisiche.

Tuttavia molteplici organizzazioni del diritto internazionale, tra cui Human Rights Watch ed Amnesty International, hanno concluso che a Gaza c’è stato effettivamente un genocidio. Il 26 gennaio 2024 è stata la Corte Internazionale di Giustizia ad affermare, in un’ordinanza, l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio a Gaza. E la Corte Penale Internazionale, riconosciuta dalla Francia, ha imputato due dirigenti ebrei israeliani, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, di crimini di guerra e contro l’umanità. Tutte queste organizzazioni ricadono dunque sotto l’accusa di antisemitismo?

Peraltro, quando sono avvenuti incidenti che hanno costellato la marcia femminista dell’8 marzo 2024, è stato il servizio d’ordine dell’ SPCJ che ha garantito la protezione del collettivo pro-israeliano Nous Vivrons [Continueremo a vivere, che si dichiara sionista. Ci furono tafferugli perché SPCJ e NV cercarono di infiltrarsi nel corteo e vennero respinti, ndt.]. Questa associazione, che beneficia dell’appoggio pubblico di Caroline Yadan3, ne sostiene il progetto di legge4.

Una logica di concorrenza tra vittime

Le posizioni eminentemente politiche che rivelano le intenzioni dell’SPCJ e del CRIF e la definizione come minimo ampia di quello che entrambi considerano come antisemita pongono interrogativi sulla collocazione attribuita a questa “retorica anti-israeliana” in detti rapporti e nei loro dati .

Un altro punto ripreso nell’esposizione delle ragioni della proposta di legge detta “Yadan”: l’antisemitismo sarebbe il fatto antireligioso più importante in Francia. Il resoconto dei dati dell’SPCJ lo conferma:

La lettura degli eventi antireligiosi mette in evidenza una situazione strutturale: l’antisemitismo occupa un posto centrale. Nel 2025 gli atti antisemiti rappresentano il 53% dell’insieme degli eventi antireligiosi, mentre la popolazione ebraica in Francia costituisce una minoranza numericamente molto debole (meno dell’1%).

Problema: per stabilire una classifica ci vogliono degli elementi di confronto. Questi mancano, perché secondo l’ultimo rapporto della CNCDH per quanto riguarda gli episodi antimusulmani “nessun organismo nazionale ha presentato dei dati dopo il 2021,” cioè dopo la dissoluzione, nel 2020, del Collectif contre l’islamophobie en France [Collettivo contro l’Islamofobia in Francia] (CCIF). A parte la logica della competizione tra vittime stabilita dall’affermazione dell’SPCJ, ripresa da Caroline Yadan, è piuttosto l’esplosione dell’islamofobia che allarma la difensora dei diritti Claire Hédon. Nel suo rapporto intitolato “Le discriminazioni fondate sulla religione: osservazioni ed analisi del Difensore dei diritti” pubblicato il 4 dicembre 2024, quest’ultima nota:

L’aumento delle discriminazioni per motivi religiosi sembra osservabile indipendentemente dal tipo di religione. Esse restano tuttavia riportate decisamente più di frequente da persone che dichiarano di essere di religione musulmana o in quanto considerate come tali (il 34%) che dalle persone che si dichiarano di un’altra religione (19%), includendo la religione ebraica o anche il buddismo, o quelle di religione cristiana (di queste solo il 4% dichiara di essere stata discriminata a causa della propria religione).

Infine, nella lettura del rapporto dell’SPCJ ci si stupisce dell’assenza di un qualunque riferimento all’ascesa dell’estrema destra quando si tratta dell’aumento dei dati sull’antisemitismo. Tuttavia nel 2024 il Rassemblement national (RN) [il partito di estrema destra di Marine Le Pen, ndt.] ha eletto un numero record di deputati all’Assemblea nazionale (119), in seguito a elezioni legislative che hanno rivelato l’antisemitismo di molti dei suoi candidati che il partito ha dovuto sostituire in tutta fretta. Per la CNCDH è proprio nel suo elettorato che l’antisemitismo resta notevolmente presente. Come ha sottolineato Magali Lafourcade nell’intervista che ci ha concesso: “I livelli di ostilità verso gli ebrei sono molto alti tra le persone che votano RN e Reconquête [partito di estrema destra i cui due principali dirigenti, Éric Zemmour e Sarah Knafo, sono di origine ebraica nordafricana, ndt.]. L’antisemitismo si colloca all’estrema destra e in modo molto persistente.

Nella società francese l’antisemitismo non è solo una realtà innegabile, è anche un argomento troppo grave da essere strumentalizzato in questo modo a seconda dei progetti politici. Questi rivelano una volontà di associare la critica legittima allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo, dopo la pulizia etnica che ha accompagnato la sua creazione fino alla guerra genocida che continua a condurre contro i palestinesi di Gaza.

Questi progetti dimostrano anche il desiderio non solo di separazione, ma di gerarchizzazione tra le diverse forme di razzismo, facendo dell’antisemitismo una sorta di matrice per pensare i razzismi, in linea con ciò che sostiene la ministra Aurore Bergé, in particolare attraverso le Assises de lutte contre l’antisémitisme [Assise della lotta contro l’antisemitismo] e con la Délégation interministérielle à la lutte contre le racisme, l’antisémitisme et la haine anti-LGBT [Delegazione interministeriale per la lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e l’odio anti-LGBT] (Dilcrah). Peraltro la CNCDH non cessa di ricordarlo: il razzismo non è “settario”: quelli che lo accolgono provano odio nei confronti di tutte le minoranze, che siano razziali, politiche o sessuali.

1. Il 3 ottobre 1980 una bomba scoppiò davanti alla sinagoga del 24° [distretto] in via Copernic, a Parigi, facendo 4 morti e 46 feriti. Come reazione il CRIF e il Fondo Sociale Ebraico fondarono insieme il Servizio di Protezione della Comunità Ebraica per organizzare la protezione degli ebrei in Francia, in particolare attraverso strategie di autodifesa nei quartieri in cui si trovano luoghi di culto.

2. Valentine Faure, “Kenneth Stern, giurista americano: ‘La nostra definizione di antisemitismo non è stata concepita come uno strumento di controllo del diritto di espressione’”, Le Monde, 21 maggio 2024.

3. “Manifestazione con il collettivo Nous Vivrons”, sito ufficiale di Caroline Yadan, 27 marzo 2025.

4. “Intellettuali e politici si mobilitano per la legge contro l’antisemitismo”, Le Point, 31 marzo 2026.

Sarra Grira

Giornalista e caporedattrice di Orient XXI.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Come banchieri, burocrati e osservatori sostengono il genocidio israeliano a Gaza

Hossam Shaker

4 aprile 2026 – Middle East Eye

Dalla guerra con i droni e la tecnologia alla finanza e al silenzio politico, il genocidio moderno opera attraverso sistemi che devono assumersi le proprie responsabilità alla pari di chi preme il grilletto

In termini relativi l’essere umano appare assente sulla scena del genocidio nella sua forma moderna, e sono visibili solo le vittime. Questa forma evoluta di genocidio nasconde i suoi autori e i suoi complici.

Agisce attraverso politiche, procedure e strumenti di guerra meccanizzata, tecnologica e digitale, compresa l’intelligenza artificiale, a differenza delle atrocità del passato, quando chi brandiva strumenti di morte e terrore appariva di persona, urlando mentre decapitava le vittime o bruciava le case.

I soldati dell’occupazione israeliana, ad esempio, hanno bombardato quartieri civili nella Striscia di Gaza a bordo di aerei da guerra e carri armati, mentre gli operatori di droni rimangono in ambienti climatizzati all’interno di basi militari distanti o si appostano nelle case palestinesi che hanno occupato.

Dietro questi ufficiali e soldati, perlopiù invisibili, si celano leader, funzionari, responsabili politici ed esecutori di procedure, nonché costruttori di armi, munizioni e software, insieme a sostenitori e propagandisti militari, politici ed economici del genocidio moderno, che spesso appaiono sotto mentite spoglie e rispettabili, indossando a volte cravatte di seta.

Uno dei compiti più complessi è identificare i complici del genocidio moderno, come quello perpetrato nella Striscia di Gaza tra il 2023 e il 2025. I ruoli appaiono stratificati e complessi, molti dei quali indiretti o non chiaramente visibili.

Tuttavia questa difficoltà non giustifica il mancato esame delle responsabilità, sia palesi che occulte.

Agire in tal senso rimane un imperativo etico per assicurare alla giustizia i responsabili di un genocidio moderno e in continua evoluzione, o per cercare di prevenirlo e scongiurarne i segnali premonitori, ove possibile.

Responsabili occulti

Un genocidio moderno funziona come un sistema che comprende una vasta gamma di responsabilità, alcune delle quali invisibili o per lo più inaspettate. Queste possono includere, ad esempio, il coinvolgimento di un centro di ricerca universitario nello sviluppo di tecnologie e software utilizzati in pratiche di genocidio e pulizia etnica.

Possono anche includere l’assegnazione di sovvenzioni provenienti da fondi sovrani o istituzioni di previdenza sociale a industrie militari che supportano l’occupazione israeliana e i crimini di guerra che essa commette.

Tali realtà possono costituire un tormento per le persone di coscienza che scoprano la propria inaspettata complicità in un sistema che perpetra atrocità, anche se non hanno personalmente premuto il pulsante che lancia un proiettile esplosivo di grandi dimensioni in grado di radere al suolo un quartiere residenziale in un campo profughi palestinese.

Claude Eatherly offre uno dei primi esempi del rimorso di coscienza che ha afflitto alcuni individui.

Il pilota dell’aeronautica statunitense giunse a riconoscere il proprio coinvolgimento in una delle più grandi atrocità dell’era moderna, avendo contribuito ai preparativi per il lancio della bomba atomica su Hiroshima.

Eatherly non sganciò la bomba personalmente. Il suo ruolo si era limitato a condurre una ricognizione aerea su Hiroshima prima del devastante attacco.

Eppure giunse a considerarsi complice della distruzione della città giapponese, e il suo senso di colpa lo perseguitò al punto da indurlo a tentare il suicidio due volte e a essere ricoverato in ospedale.

Livelli di complicità

Altri, nei Paesi occidentali che hanno sostenuto lo Stato israeliano durante il genocidio nella Striscia di Gaza, si sono dimessi pubblicamente da posizioni di prestigio in governi, ministeri, amministrazioni pubbliche e aziende informatiche, rifiutandosi di partecipare a ciò che alimentava le atrocità in corso.

Alcuni si sono spinti oltre, scegliendo percorsi ben più pesanti, decidendo di sacrificare la propria vita per fuggire ad una propria complicità. Tra questi, il giovane ufficiale dell’aeronautica statunitense Aaron Bushnell, che il 25 febbraio 2024 si presentò all’ingresso dell’ambasciata israeliana a Washington, DC, e si diede fuoco, dichiarando in diretta streaming: “Non sarò più complice del genocidio”, e gridando “Palestina libera” mentre il suo corpo bruciava.

L’ufficiale venticinquenne aveva affermato che il sostegno militare diretto degli Stati Uniti a un esercito che stava commettendo un genocidio lo rendeva complice di un crimine a cui il mondo intero poteva assistere in tempo reale. Il suo gesto volle rappresentare un segno di protesta contro tale complicità.

È necessario cercare i complici del genocidio anche in luoghi impensabili, compresi quelli in cui vivono coloro che lo sostengono in modo palese o occulto: persone che sono complici nel fornire supporto militare, logistico, politico, diplomatico, economico o propagandistico; persone che non riescono a perseguire i propri cittadini che si arruolano in un esercito responsabile di genocidio, oppure persone che traggono profitto dal sistema del genocidio in seno a grandi aziende, fabbriche e gruppi di interesse.

In un rapporto dettagliato pubblicato nel luglio 2025 Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha identificato oltre 60 aziende, tra cui importanti imprese statunitensi ed europee, presumibilmente coinvolte in quella che lei ha definito un'”economia del genocidio”.

L’elenco dei potenziali complici si estende ulteriormente, includendo commentatori e influencer a pagamento che tentano di minimizzare le atrocità e persuadere il pubblico con argomentazioni semplicistiche in cui forse nemmeno loro stessi credono.

Silenzio e potere

Bisogna inoltre ricordare che coloro che non intraprendono azioni adeguate in risposta ad un genocidio sono a loro volta complici nel perpetrarlo, attraverso la scelta di distogliere lo sguardo, rimanere in silenzio di fronte alle sue atrocità ed evitare di manifestare reazioni credibili.

Il loro silenzio è diventato complice nell’aprire la strada agli orrori inflitti dalla leadership israeliana al popolo palestinese nella Striscia di Gaza.

In questo contesto lo slogan “Il silenzio uccide” suona reale. Coloro che non intraprendono nemmeno una minima azione di fronte a un genocidio visibile a tutti sono come individui che ignorano un incendio che sta divorando una casa abitata nelle vicinanze, senza fare alcuno sforzo per intervenire o persino per chiamare i soccorsi, ma continuando invece a dedicarsi ai propri hobby.

È risaputo che l’Unione Europea non ha adottato alcuna misura punitiva contro Israele nel corso dei due anni di un genocidio che si è consumato incessantemente sotto gli occhi di tutti. La burocrazia del processo decisionale europeo ha vanificato i successivi tentativi di imporre anche sanzioni moderate e ha fatto deragliare le proposte di revocare i privilegi di cui Israele gode in virtù dell’accordo di associazione UE-Israele.

Nel frattempo, l’Europa ha continuato a imporre pacchetti di sanzioni di vasta portata alla Russia per la guerra in Ucraina, comprendenti migliaia di misure.

Con il prevalere dell’inazione la negazione e l’elusione si sono resi necessari per proteggere i governi europei e occidentali dall’obbligo di rispondere in modo proporzionato. In questo contesto la leadership israeliana ha maturato l’impressione di poter persistere nel commettere atrocità senza doverne rispondere.

Il genocidio contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza non avrebbe potuto continuare per due anni senza la complicità, diretta o indiretta, di individui ed entità.

Tra questi figurano coloro che lo hanno sostenuto, reso possibile e incoraggiato, esplicitamente o implicitamente. Vi sono coloro che hanno partecipato ad alcuni aspetti delle sue operazioni, coloro che hanno investito nelle sue industrie o tratto profitto da contratti correlati, e coloro che non hanno tentato di fermarlo o contrastarlo. Vi sono anche coloro che lo hanno semplicemente ignorato e sono rimasti in silenzio, o che hanno continuato a negarlo, evitando persino di riconoscerlo fin dal suo inizio come un genocidio.

Nessuno di loro può essere assolto dal sospetto di complicità nel terribile genocidio perpetrato in due anni in una piccola enclave costiera sul Mediterraneo, densamente popolata da rifugiati palestinesi, nel corso del XXI secolo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

Hossam Shaker è un giornalista e scrittore che si è occupato a lungo del tema della migrazione in Europa.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Non so come ne usciremo”: quanto ancora potrà resistere Israele?

Simon Speakman Cordall

3 aprile 2026 – Al Jazeera

Anni di guerra hanno profondamente cambiato la politica, l’economia e la società israeliane, affermano gli analisti

Due anni e mezzo a lanciare brutali attacchi contro i propri vicini e sull’enclave assediata di Gaza hanno trasformato la politica, l’economia e la società di Israele, affermano gli analisti.

Adesso, mentre Israele è impegnato in ciò che molti nel Paese hanno ripetutamente definito una “battaglia esistenziale” contro il nemico regionale Iran, resta da vedere che cosa può riservare il futuro per Israele. La fine definitiva del conflitto probabilmente verrà decisa dai parlamentari di Washington piuttosto che dagli strateghi di Israele.

Anche prima della guerra all’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza ha avuto ripercussioni sulla condizione e sulle finanze del Paese. Secondo gli stessi dati della Banca di Israele le guerre della nazione contro Gaza, gli Houti, il Libano e l’Iran a partire da ottobre 2023 sono già costate 352 miliardi di shekel (112 miliardi di dollari), che corrispondono a un costo medio di circa 300 milioni di shekel (96milioni di dollari) al giorno.

Presso la Corte Internazionale di Giustizia Israele affronta ciò che i giuristi hanno già definito plausibili accuse di genocidio, mentre sia il suo primo ministro che l’ex ministro della difesa sono colpiti da mandati di arresto per crimini di guerra, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024. Ora, dal punto di vista economico, il Paese si prepara a quelle che potrebbero essere conseguenze finanziarie catastrofiche della sua guerra all’Iran.

E sembra che non si veda una fine certa.

Una lunga strada da percorrere

Gli obbiettivi della guerra dichiarati da Israele, di deteriorare le capacità militari dell’Iran e di creare le condizioni per cui la sua popolazione possa insorgere contro il governo, sembrano alquanto lontani.

Dopo quattro settimane di continui bombardamenti non ci sono segnali evidenti di agitazioni popolari in Iran o di minacce al governo.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di dirigenti degli Stati Uniti di aver di fatto distrutto militarmente l’Iran, il 27 marzo la Reuters, citando cinque fonti interne all’intelligence USA, ha riferito che solo un terzo delle scorte missilistiche di Teheran è stato distrutto.

Intanto la popolazione di Israele riceve irregolari ma frequenti allarmi di attacchi aerei, che avvertono nuovamente di ritirarsi nei rifugi e infrangono in continuazione ogni apparenza di normalità.

Si è di fronte a un paradosso. Le misure di emergenza, che hanno fatto chiudere molte scuole mentre i genitori devono continuare a lavorare, hanno accresciuto la tensione nelle famiglie. Ma gli analisti in Israele affermano che queste stesse famiglie considerano la guerra che stanno vivendo come da sempre inevitabile.

C’è un peso tombale che è caduto sulla gente, una specie di sudario”, ha detto a Al Jazeera la consulente politica e sondaggista Dahlia Scheindlin da una località vicino a Tel Aviv. Ha descritto qualcosa di simile a una lugubre determinazione tra gli ebrei israeliani ad andare avanti con la guerra per il momento, comunque.

La gente è esausta, ma per ora il 78% degli ebrei israeliani alla fine di marzo ha dichiarato all’Istituto per la Democrazia di Israele di appoggiare la continuazione della guerra.

Significativamente tuttavia una maggioranza riteneva anche che gli strateghi negli USA e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

Perciò, per quanto tempo continueranno a sostenere il conflitto Scheindlin non può dirlo. “Non è come la guerra dei 12 giorni (tra Israele e l’Iran nel giugno 2025), perché questa è durata molto più a lungo. E non è come il lancio di razzi di Hamas nel passato.

L’Iran lancia missili balistici, il che significa che tutti devono andare ogni volta nei rifugi. Sta anche durando molto di più e non sappiamo quanto a lungo continuerà”, ha detto.

Sinceramente non so come usciremo da tutto questo. Nessuno lo sa. Siamo ancora in mezzo al guado.”

Politica in bilico

Lo sfondo di tutto questo è una politica che pochi riconoscerebbero come quella che ha firmato gli Accordi di Oslo negli anni ’90 del ‘900. O quella che negli anni ’80 espulse l’ultranazionalista Meir Kahane, il promotore delle convinzioni estremiste che l’intransigente Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e molti degli attuali membri del suo partito Potere Ebraico implicitamente sostengono.

Certamente personaggi come Ben Gvir e l’ultra ortodosso Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento ritiene di essere titolato dalla Bibbia a possedere la Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo sia con il sostegno della coalizione trasversale che della popolazione.

Poi ci sono stati i festeggiamenti che hanno salutato l’approvazione della legge di Ben Gvir sulla pena di morte, destinata specificamente ai palestinesi.

Per completare l’opera, questa settimana vi è stata l’approvazione di un bilancio record di 271 miliardi di dollari – votato dai parlamentari in un bunker fortificato – che ha stornato milioni di shekel verso organizzazioni ortodosse e organizzazioni di coloni estremisti in ciò che analisti e gruppi di opposizione affermano essere un tentativo di rafforzare l’appoggio al governo di Netanyahu di fronte al perdurante intervento militare.

Chiunque voti contro il bilancio sta votando contro la sicurezza di Israele, contro le agevolazioni fiscali per i lavoratori in Israele e contro la tassazione delle banche”, ha affermato lunedì prima del voto Smotrich, i cui sostenitori nell’estrema destra e nei gruppi di coloni sono i primi beneficiari.

Certamente è tutto sempre peggio”, ha detto Aida Touma-Sliman del partito di sinistra Hadash. “Il mondo intero è stato a guardare ed ha trovato scuse per loro mentre commettevano un genocidio (a Gaza). Ovviamente pensano che anche quello che stanno facendo adesso sia accettabile. Il mondo intero lo ha detto.”

Tempeste in arrivo

Tuttavia resta da vedere per quanto tempo la sempre più estremista politica di destra di Israele rimarrà accettabile per una popolazione che fra non molto sosterrà il grave impatto delle sue eterne guerre regionali.

Nonostante il loro generale sostegno (o almeno la mancanza di una significativa opposizione) a gran parte della sua campagna genocidaria a Gaza, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e diversi altri Paesi occidentali hanno condannato l’approvazione questa settimana della legge sulla pena di morte, prevista specificamente per i palestinesi.

Benchè finora sia stato ampiamente al riparo da tali ripercussioni, Israele non è assolutamente immune dagli effetti sul lungo termine della guerra, come segnalano gli analisti. Un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo suggerisce che il conflitto con l’Iran abbia già imposto costi significativi per via delle maggiori spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della ridotta attività dei consumatori.

Se gli sgravi fiscali per ora hanno ampiamente protetto i consumatori israeliani dal previsto aumento dei prezzi del carburante provocato dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, analisti come l’economista politico Shir Hever avvertono che, essendo Israele un importatore di carburante, si tratta di un sollievo solo temporaneo.

Tutti i precedenti conflitti in cui Israele si è impegnato hanno avuto alle spalle un bilancio concordato, con obbiettivi chiari e solide basi finanziarie su cui misurare tali obbiettivi”, afferma Hever. “Tuttavia ciò a cui stiamo assistendo è il tipo di economia che si potrebbe osservare in uno Stato totalitario, in cui le spese militari vengono adottate arbitrariamente senza considerare come la cosa sia compatibile con l’economia generale.”

In conclusione, come e quando finirà la guerra probabilmente sta meno nelle decisioni di Israele che in quelle di un presidente USA sempre più imprevedibile.

E quando questa settimana l’emittente statunitense Newsmax gli ha chiesto fino a che punto secondo lui Israele ha conseguito i suoi obbiettivi, il massimo che Netanyahu è stato capace di dire è stato “a metà”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)