La lobby di Israele si sta indebolendo davanti ai nostri occhi

 Philip Weiss  

2 dicembre 2025 – Mondoweiss

Dopo due anni di genocidio a Gaza il sostegno della comunità ebraica americana a Israele è in evidente crisi. La questione chiave in questa crisi è un soggetto un tempo considerato impossibile da criticare: la lobby israeliana.

Il mese scorso un membro di alto livello dell’organizzazione ebraica J Street [gruppo di pressione liberal statunitense moderatamente critica con Israele, ndtr.], che aveva lavorato per Obama e Harris, ha spiegato che la tradizione del Congresso di sostenere Israele “a qualunque costo” è stata imposta da un’“associazione ben finanziata di …ebrei”.

Un piccolo, organizzato e ben finanziato gruppo di ebrei americani ha posto la questione come dirimente nelle elezioni e la maggior parte dei candidati ha deciso che non valeva la pena di contrastarlo”, ha scritto Ilan Goldenberg. Non molto tempo fa gli attacchi contro la lobby israeliana (compreso il mio) erano considerati teorie cospirative antisemite. Adesso li diffonde un’importante organizzazione ebraica

Questo accade perché lo storico sostegno ad Israele della comunità ebraica americana oggi è in evidente crisi. Eminenti ebrei stanno finalmente attaccando la lobby, una struttura politica creata 60 anni fa da organizzazioni ebraiche di primo piano per garantire che non ci fosse alcuna distanza tra i governi israeliano e USA.

La crisi è stata determinata dalla dirompente vittoria alle elezioni per il sindaco di New York di Zohran Mamdani, che ha infranto una regola della politica americana: non puoi essere antisionista ed essere preso su serio nella politica statunitense.

La lobby israeliana, guidata da Bill Ackman e Mike Bloomberg, ha speso decine di milioni per sconfiggere Mamdani, ma Mamdani ha sconfitto Andrew Cuomo due volte. Dopo le elezioni generali del mese scorso l’establishment ebraico si è espresso con voce timorosa. L’elezione di Mamdani è “deprimente” e “nefasta”, ha affermato la Conferenza dei presidenti [delle associazioni ebraiche USA, ndt.]. “L’ingresso di Zohran Mamdani” a Gracie Mansion [la residenza ufficiale del sindaco di New York, ndtr.] ci ricorda che l’antisemitismo rimane un chiaro e imminente pericolo.”

La ADL [Lega Antidiffamazione, organizzazione ebraica internazionale, ndtr.] ha annunciato un “monitoraggio di Mamdani” in base all’idea che Mamdani favorirà la violenza antisemita – un’accusa basata sulle critiche di Mamdani ad Israele. “Mamdani ha promosso narrazioni antisemite…ed ha mostrato forte animosità nei riguardi dello Stato ebraico in contrasto con le opinioni della schiacciante maggioranza degli ebrei di New York.”

Se la lobby pensava di mettere al tappeto Mamdani, non ci è riuscita. Due settimane dopo l’elezione Mamdani è andato alla Casa Bianca ed ha parlato di “genocidio” israeliano e Trump non ha fatto niente per contraddirlo. Era ora di sentire pronunciare quel termine alla Casa Bianca.

Il coraggio di Mamdani ha dato il via al nuovo discorso critico verso Israele, ma questo è stato permesso da un più vasto movimento sociale. I giovani americani si stanno ribellando contro Israele per le sue politiche antipalestinesi di genocidio e apartheid.

Il mese scorso Rahm Emanuel [politico e ambasciatore statunitense, membro del partito democratico, ndtr.] ha portato la triste notizia alla più grande organizzazione ebraica, la Jewish Federations. Sottolineando che Obama visitò Israele prima di lanciare la sua campagna presidenziale nel 2007, Emanuel, che sta per candidarsi alla presidenza, ha detto che nel 2028 nessun candidato democratico oserà seguire il copione tradizionale. 

Nessuno sta lasciando l’America per andare a Gerusalemme. Questa è la politica.”

E non si parla solo di democratici. Emanuel ha detto che tutti i giovani, di sinistra e di destra, si stanno scagliando contro Israele.

Guardate in che posizione si trova Israele in America tra i giovani sotto i 30 anni”, ha detto. “Dimenticate il partito. Oggi è un rischio politico prendere una posizione filoisraeliana. Israele è estremamente impopolare – voglio far comprendere questo aspetto a tutti quelli tra noi che sostengono uno Stato ebraico – oggi per la generazione sotto i 30 anni gli ultimi due anni saranno decisivi come lo è stata la guerra dei 6 giorni per la generazione precedente. Ma dobbiamo essere onesti sul compito che abbiamo di fronte.”

La lobby israeliana si sta squagliando davanti ai nostri occhi. Durante la stessa conferenza Eric Fingerhut, un ex membro del Congresso a capo delle Federations, ha detto che la brutta immagine di Israele è il risultato di una cospirazione internazionale:

Abbiamo riscontrato un attacco pianificato e coordinato contro i sostenitori di Israele in Nordamerica e contro la comunità ebraica che appoggia Israele, alimentato da miliardi di dollari in fondi neri…provenienti da Iran, Qatar, Cina e Russia ed altri. Diffuso dai più avanzati strumenti di comunicazione mai inventati…”

La conferenza era finalizzata a ripristinare la buona posizione di Israele nel discorso americano – “un’importante riabilitazione a lungo termine della narrazione di ciò che significa Israele.”

Ma ha clamorosamente fallito. La copertura dell’evento si è incentrata su un altro disastro: la scrittrice Sarah Hurwitz, ex autrice di discorsi di Obama, ha lamentato che parlare ai giovani di Israele significa finire contro “un muro di bambini morti.”

I bambini morti stanno tormentando anche gli ebrei americani, ha detto Hurwitz:

C’è tiktok che martella il cervello dei giovani tutto il giorno con video della carneficina a Gaza. Ecco perché così tanti di noi non possono avere una conversazione sana con gli ebrei più giovani, perché qualunque cosa cerchiamo di dire loro, la ascoltano attraverso questo muro di carneficina. Io voglio fornire dati, informazioni, fatti. Loro li ascoltano attraverso questo muro di carneficina.”

Hurwitz ha affermato che l’educazione sull’olocausto ha fallito con i giovani ebrei. Questo li ha portati a vedere gli israeliani pesantemente armati come nazisti, e i loro bersagli, gli scheletrici palestinesi, come oggetti di simpatia.

Hurwitz è stata ferocemente attaccata sui social media per questi commenti. Ma è un’eroina per la comunità ebraica ufficiale, per la sua affermazione che coloro che negano il diritto degli ebrei ad uno Stato ebraico sono antisemiti.

La sovranità ebraica in Medio Oriente è insita nella religione ebraica, dice Hurwitz, e la forza militare di Israele è la risposta necessaria ad una storia di odio verso gli ebrei antica di 2000 anni. Negando queste verità gli antisionisti dimostrano di odiare gli ebrei.

Queste idee sono sbagliate e pericolose. Il motivo per cui i giovani americani odiano Israele è che ha ucciso indiscriminatamente i civili palestinesi e ha distrutto i loro mezzi di sopravvivenza per due anni a Gaza, con l’avallo del governo americano e della lobby israeliana.

La signora Rachel, famosa sui media per bambini, ha dato voce alla situazione morale di Gaza a novembre quando ha accolto a New York una ragazza traumatizzata di nome Qamar:

Mi dispiace tanto per Qamar perché il mondo è rimasto fermo quando il suo campo è stato bombardato, le sono state negate cure mediche per 20 giorni ed hanno dovuto amputarle una gamba e lei viveva in una tenda lacera, allagata e fredda.”

Non c’è da meravigliarsi che Rachel sia diventata una leader nell’ambito della solidarietà per la Palestina negli Stati Uniti, per la sua chiarezza, semplicità e senso di responsabilità.

I principali media stanno ora facendo il possibile per negare questo movimento. Negano che le posizioni riguardo alla Palestina abbiano avuto un ruolo nella sconfitta di Kamala Harris nel 2024. Negano che abbiano costituito un fattore importante nella vittoria di Mamdani a New York.

Anche quando neo candidati che si battono contro Israele stanno crescendo nelle primarie dei democratici in tutto il Paese.

Questo sconvolgimento politico adesso è una crisi per gli ebrei, come è giusto che sia. La comunità ebraica si sta dividendo riguardo al suo sostegno ufficiale al genocidio.

Gli ebrei che denunciano le azioni di Israele sono stati cruciali per la coalizione di Mamdani. Alcuni erano sionisti progressisti. Ma anche il sionismo liberal è a sua volta in confusione, abbandonando vecchi dogmi – come ‘il BDS è antisemita’ – per allinearsi ai giovani ebrei.

Mentre Sarah Hurwitz, Eric Fingerhut e Joanathan Greenblatt stanno portando l’establishment ebraico in una situazione marginale. L’argomentazione decisiva di Hurwitz è l’eccezionalismo: gli ebrei hanno un ruolo speciale da ricoprire nel mondo, ecco perché la gente ci odia.

Si inserisce in una lunga tradizione: la lobby ha propinato una bugia dopo l’altra nel nostro discorso politico. I rifugiati non hanno il diritto di tornare alle loro case. Insediare 700.000 coloni nei territori occupati è buona cosa. Non esiste apartheid. Non esiste genocidio.

Le guerre di Israele contro i suoi vicini sono nell’interesse degli USA.

Queste bugie ora non funzionano più. Qualunque ideale il sionismo abbia sposato alle sue origini come movimento di liberazione europeo, esso si è coagulato in fanatismo a fronte della resistenza palestinese. La comunità ebraica ufficiale ha incentivato quel fanatismo.

Le bugie della lobby israeliana un tempo erano un argomento tabù in America. Oggi la sua crisi porta questo discorso nelle pubbliche piazze.

Philip Weiss

Philip Weiss è fondatore e caporedattore di Mondoweiss.

(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Oltre 100.000 palestinesi probabilmente uccisi a Gaza, afferma un importante istituto tedesco

Redazione MEE

25 novembre 2025-Middle East Monitor

Il Max Planck Institute rileva che il bilancio delle vittime della guerra a Gaza è considerevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese

Almeno 100.000 palestinesi sono stati verosimilmente uccisi nella guerra israeliana a Gaza, secondo un nuovo studio pubblicato da uno dei principali istituti di ricerca tedeschi, il Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) [Istituto Max Plank per la ricerca demografica].

L’MPIDR ha pubblicato martedì un rapporto che stabilisce che il numero di persone uccise nella Striscia di Gaza è notevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese.

L’MPIDR è la seconda più grande istituzione europea per la ricerca demografica e una delle più grandi al mondo.

Lo studio stima che 78.318 persone siano state uccise a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2024 come conseguenza diretta della guerra. In un’analisi successiva, gli autori hanno scoperto che il numero di morti provocate dal conflitto a Gaza aveva probabilmente superato le 100.000 unità entro il 6 ottobre 2025.

Secondo il Ministero della Salute palestinese a Gaza almeno 69.733 persone sono state uccise dalla guerra israeliana contro Gaza.

Il rapporto del MPIDR cita alcune delle fonti pubbliche utilizzate per la raccolta dei dati: il Ministero della Salute di Gaza, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati (B’Tselem), due enti delle Nazioni Unite, ovverosia l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari e il Gruppo Interagenzia per la Stima della Mortalità Infantile, e l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica.

Si legge nel documento che “L’aspettativa di vita a Gaza è diminuita del 44% nel 2023 e del 47% nel 2024 rispetto a quanto sarebbe stata senza la guerra, equivalenti a perdite rispettivamente di 34,4 e 36,4 anni”.

La guerra di Israele contro Gaza è iniziata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas al sud di Israele.

Genocidio

Nei due anni successivi Israele ha ridotto l’enclave in macerie con un attacco che le Nazioni Unite, esperti di diritti umani, studiosi del genocidio e decine di leader mondiali hanno concluso essere un genocidio.

Il recente rapporto pubblicato dalla conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo afferma che il bombardamento dell’enclave ha creato un “abisso creato dall’uomo”.

Sebbene il bilancio delle vittime dell’Istituto Max Planck sia molto più alto di quello registrato dal Ministero della Salute palestinese, lo studio si è astenuto dal pronunciarsi sulla questione se l’attacco di Israele costituisca un genocidio.

“Lo studio ha anche rilevato che la distribuzione per età e genere delle morti violente a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e il 31 dicembre 2024 assomigliava molto ai modelli demografici osservati in diversi genocidi documentati dal Gruppo inter-agenzia delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile (UN IGME).”

“Poiché genocidio è un termine giuridico molto specifico devono essere soddisfatti alcuni criteri aggiuntivi affinché sia ​​applicabile. Questo non era l’obiettivo di questo studio”, si legge nel rapporto. Gli studiosi, tuttavia, hanno dettagliato il modello statistico utilizzato per determinare quella che hanno definito la “mortalità correlata al conflitto” a Gaza.

“Le nostre stime dell’impatto della guerra sull’aspettativa di vita a Gaza e in Palestina sono significative, ma probabilmente rappresentano solo un limite inferiore dell’effettivo carico di morti” ha affermato Ana C. Gomez-Ugarte, una delle autrici del rapporto. “La nostra analisi si concentra esclusivamente sulle morti dirette legate al conflitto. Gli effetti indiretti della guerra, spesso più gravi e duraturi, non vengono quantificati nelle nostre considerazioni”, ha aggiunto.

L’11 ottobre è iniziato un cessate il fuoco a Gaza, mediato dagli Stati Uniti. Tuttavia Israele ha continuato a colpire l’enclave, violando l’accordo.

Secondo le autorità di Gaza, almeno 339 palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani in quasi 500 violazioni del cessate il fuoco.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’ONU sposa il colonialismo: analisi del mandato del Consiglio di Sicurezza a favore dell’amministrazione coloniale statunitense di Gaza

Craig Mokhiber

19 novembre 2025 – Mondoweiss

Il sostegno del Consiglio di Sicurezza al piano di Trump per Gaza ignora il diritto internazionale, punisce i palestinesi e premia i responsabili del genocidio.

A più di due anni dall’inizio del genocidio in Palestina il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è finalmente intervenuto. Ma anziché agire per far rispettare il diritto internazionale, proteggere le vittime e chiamare i colpevoli a rispondere delle loro azioni ha adottato una risoluzione che viola apertamente le disposizioni fondamentali del diritto internazionale, priva di potere e penalizza ulteriormente le vittime mentre premia e rafforza i responsabili.

La cosa più inquietante è che cede il controllo di Gaza e dei sopravvissuti al genocidio agli Stati Uniti, complici diretti del genocidio, e prevede la partecipazione del regime israeliano al processo decisionale. Secondo il piano ai palestinesi non deve essere concessa alcuna partecipazione alle decisioni riguardanti i loro diritti, il loro governo e le loro vite.

Adottando questa risoluzione il Consiglio, di fatto, è diventato un ingranaggio dell’oppressione statunitense, uno strumento per la continua occupazione illegale della Palestina e un complice del genocidio israeliano.

Da quando l’ONU ha diviso la Palestina nel 1947 contro la volontà della popolazione indigena, preparando il terreno per 80 anni di Nakba, l’ONU non ha mai agito in modo altrettanto sfacciatamente coloniale (e oltre la sua autorità giuridica), calpestando così sconsideratamente i diritti di un popolo.

Una risoluzione infernale

Lunedì 17 novembre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato una proposta statunitense rivolta a cedere il controllo di Gaza a un organismo coloniale guidato dagli Stati Uniti chiamato “Consiglio della Pace”, schierando al contempo una forza di occupazione per procura, anch’essa diretta dagli Stati Uniti, chiamata “Forza Internazionale di Stabilizzazione”. Entrambe le istituzioni risponderanno, in ultima analisi, a Donald Trump in persona e opereranno di concerto con il regime israeliano.

In quello che sarà a lungo ricordato come un giorno di vergogna per le Nazioni Unite, mentre sia la Russia che la Cina si sono astenute, non esercitando il loro diritto di veto, e nessun membro del Consiglio di Sicurezza ha avuto il coraggio, la sensibilità etica o un sentimento di rispetto del diritto internazionale per votare contro quello che può essere visto solo come un oltraggio coloniale statunitense, la ratifica di un genocidio e una flagrante abdicazione dei principi della Carta delle Nazioni Unite.

La risoluzione respinge implicitamente una serie di recenti sentenze della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), nega apertamente il diritto palestinese all’autodeterminazione e rafforza l’impunità del regime israeliano, nonostante il genocidio continui.

Nonostante la sentenza della CIG secondo cui il popolo palestinese ha diritto all’autodeterminazione sulla propria terra, la risoluzione lo priva immediatamente di quel diritto, autorizzando forze straniere ostili a governarlo.

Malgrado la Corte abbia stabilito che Gaza (così come la Cisgiordania e Gerusalemme Est) è occupata illegalmente e che l’occupazione deve cessare rapidamente e completamente, la risoluzione estende l’occupazione israeliana, approva la presenza indefinita delle truppe del regime israeliano e vi sovrappone una seconda occupazione guidata dagli Stati Uniti.

E per quanto la Corte abbia inoltre stabilito che i palestinesi non devono negoziare i propri diritti con i loro oppressori e che nessun accordo o processo politico può prevalere su tali diritti, la risoluzione li annulla e li affida alla discrezione degli Stati Uniti, dei suoi partner israeliani e di altri Paesi.

Anche nel mezzo di un genocidio in corso perpetrato da un regime di apartheid nella risoluzione non si fa alcun riferimento ai crimini di genocidio, apartheid o colonizzazione, alle migliaia di palestinesi ancora detenuti nei campi di tortura e di sterminio israeliani, né ai principi di attribuzione della responsabilità agli autori dei crimini o di risarcimento per le vittime.

Israele non è nemmeno tenuto a rispettare i propri obblighi legali di risarcimento e riparazione poiché tale responsabilità è invece affidata a donatori e istituzioni finanziarie internazionali, in quello che equivale a un salvataggio multimiliardario del regime israeliano. In sintesi, la risoluzione garantisce la piena impunità del regime israeliano, oltre a promuovere la sua normalizzazione.

Un’amministrazione coloniale

La risoluzione accoglie, approva e allega persino l’ampiamente screditato piano Trump (versione del 29 settembre) e, pur non citando per intero le disposizioni problematiche, invita tutte le parti ad attuarlo nella sua interezza.

Conferisce al Consiglio per la Pace presieduto da Trump il potere di fungere da amministrazione di transizione per il governo di tutto il territorio della Striscia, di controllare tutti i servizi e gli aiuti, il movimento delle persone in entrata e in uscita e l’assetto, i finanziamenti e la ricostruzione di Gaza, includendo l’autorizzazione, formulata in modo pericolosamente ampio, di “qualsiasi altro compito che possa essere richiesto”. E assegna al consiglio di amministrazione di Trump l’autorità immediata di istituire “entità operative” e “autorità commerciali” non definite, a sua discrezione.

La risoluzione prevede addirittura la creazione di un organo collaborazionista composto da tecnocrati palestinesi che riceveranno ordini e riferiranno al Consiglio di Pace di Trump sulla loro stessa terra. In palese violazione del diritto internazionale la risoluzione rifiuta il controllo palestinese sul proprio territorio a Gaza finché Trump e i suoi collaboratori non decideranno che l’Autorità Nazionale Palestinese abbia soddisfatto i requisiti di riforma stabiliti dallo stesso Trump e dall’altrettanto odiosa “Proposta Franco-Saudita”. E non contiene alcuna promessa di indipendenza o sovranità palestinese.

Invece, in aperta contraddizione con le conclusioni della Corte Internazionale di Giustizia, fa arretrare la causa della libertà e dell’autodeterminazione palestinese lungo una linea vaga, iper-condizionata e non impegnativa che afferma che DOPO che gli organi guidati da Trump avranno deciso che i palestinesi avranno soddisfatto criteri NON DEFINITI di “riforma e sviluppo”, “POTREBBERO finalmente presentarsi le condizioni per un PERCORSO credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese”.

E ogni briciolo di speranza di progresso rimasto in quelle condizioni viene infine infranto dal colpo di grazia contenuto nella clausola che stabilisce che qualsiasi processo volto a raggiungere tali obiettivi deve essere controllato dagli stessi Stati Uniti. In altre parole il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha concesso un veto sull’autodeterminazione palestinese agli Stati Uniti, principale sponsor del regime israeliano e complice diretto del genocidio.

La risoluzione non offre nemmeno la speranza che la sistematica deprivazione del popolo palestinese a Gaza possa finire. Mentre la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato che le restrizioni agli aiuti devono cessare, la risoluzione si limita a “sottolineare l’importanza” degli aiuti umanitari. Non ne richiede il flusso e la distribuzione senza restrizioni.

Una forza di occupazione per procura

La risoluzione istituisce anche una forza di occupazione armata per procura, denominata “Forza Internazionale di Stabilizzazione”, che opererà sotto la guida del Consiglio per la Pace presieduto da Trump. Questa forza dovrà avere un comando approvato dal Consiglio di Trump e opererà esplicitamente in collaborazione con Israele, autore del genocidio (così come con l’Egitto).

I suoi membri devono essere scelti in collaborazione con” il regime israeliano con il quale devono cooperare per il controllo dei sopravvissuti palestinesi a Gaza.

Avrà il compito di proteggere i confini (ovvero, di tenere i palestinesi in trappola), di stabilizzare il contesto di sicurezza di Gaza (ovvero, di reprimere qualsiasi resistenza all’occupazione, all’apartheid o al genocidio), di smilitarizzare Gaza (ma non il regime israeliano), di distruggere le capacità di difesa militare di Gaza (ma non quelle di Israele), di dismettere le armi della resistenza palestinese (ma non quelle del regime israeliano), di addestrare la polizia palestinese (al fine di controllare il popolo palestinese all’interno di Gaza) e di lavorare per gli obiettivi (nefasti) del “Piano Globale (di Trump)”.

La forza ha anche il compito di “proteggere i civili” e di fornire aiuti umanitari nella misura in cui gli Stati Uniti lo consentano (o siano propensi) a farlo. Ma dovrebbe ormai essere evidente che una forza del genere, che deve collaborare con Israele, non farebbe nulla per opporsi all’aggressione israeliana e agli attacchi contro i civili.

Inoltre essa ha il compito di “monitorare il cessate il fuoco”, un cessate il fuoco garantito dagli Stati Uniti, che ha consentito continui attacchi israeliani a Gaza ogni giorno da quando è stato dichiarato (con l’uccisione di centinaia di persone e massicce distruzioni alle infrastrutture civili), ma che non tollera alcuna ritorsione da parte della resistenza palestinese. È lecito supporre che qualsiasi monitoraggio del cessate il fuoco da parte di una tale forza sarà concentrato principalmente sulla parte palestinese, non sul regime israeliano in quanto potenza occupante.

In altre parole, la missione di questa forza di occupazione per procura è controllare, contenere e disarmare la popolazione vittima del genocidio, non il regime che lo perpetra, e garantire la sicurezza non per le vittime del genocidio, ma per i suoi autori.

Attraverso un’ulteriore inaudita violazione del diritto internazionale la risoluzione autorizza le forze del regime israeliano a continuare a occupare (illegalmente) Gaza finché il Consiglio di Pace guidato dagli Stati Uniti e le forze del regime israeliano non decidano insieme diversamente. E, in ogni caso, la risoluzione prevede che le Forze di Difesa Israeliane possano rimanere a Gaza per occupare un “perimetro di sicurezza” a tempo indeterminato.

Infine, sia il Consiglio coloniale per la Pace che la sua “forza di stabilizzazione” occupante per procura hanno un mandato di due anni con un’eventuale proroga in concerto con Israele (e l’Egitto), ma non con la Palestina.

La follia dei colonizzatori

Inutile dire che questa risoluzione è stata respinta dalla società civile palestinese, da quasi tutte le parti politiche e della resistenza palestinesi, dai difensori dei diritti umani e dagli esperti di diritto internazionale di tutto il mondo.

In base al diritto internazionale l’occupazione della Palestina è illegale, il popolo palestinese ha diritto all’autodeterminazione e ha il diritto di resistere all’occupazione straniera, alla dominazione coloniale e a regimi razzisti come quello israeliano. Questa risoluzione non solo tende a negare questi diritti, ma arriva persino a rafforzare la presenza illegale di Israele e ad autorizzare i suoi stessi meccanismi di occupazione straniera e di dominazione coloniale.

Inoltre il Consiglio di Sicurezza trae tutti i suoi poteri dalla Carta delle Nazioni Unite. Tale Carta, in quanto trattato, è parte del diritto internazionale, non al di sopra di esso. In quanto tale, il Consiglio è vincolato dalle regole del diritto internazionale, comprese soprattutto le norme supreme del cosiddetto jus cogens e dell’erga omnes, come l’autodeterminazione e l’inammissibilità dell’acquisizione di territorio con la forza. Il suo palese disprezzo per le conclusioni della Corte Internazionale di Giustizia su queste questioni rivela quanto molti dei termini di questa risoluzione siano di fatto illegittimi e ultra vires (oltre l’autorità del Consiglio).

In quanto tali, le conseguenze di questa azione canaglia del Consiglio di Sicurezza dell’ONU avranno implicazioni che vanno ben oltre la Palestina. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, se non vincolato dal diritto internazionale, diventa un pericoloso strumento di repressione e ingiustizia. Questo è esattamente ciò a cui abbiamo assistito in questo caso, poiché il Consiglio ha ignorato il diritto internazionale e di fatto ha consegnato i sopravvissuti di Gaza ai complici diretti del genocidio.

E i sostenitori del Consiglio saranno ben consapevoli che il veto è stato ripetutamente utilizzato in seno al Consiglio per negare i diritti dei palestinesi. In questo caso, quando avrebbe potuto essere utilizzato per proteggere i diritti dei palestinesi, il veto è sparito nel nulla. Nel giro di un minuto di votazione il Consiglio di Sicurezza ha perso ogni legittimità.

Una via da seguire

Il tentativo degli Stati Uniti di imporre una forma di colonialismo ottocentesco al popolo palestinese di Gaza, da tempo sofferente, come il precedente progetto coloniale franco-saudita, è destinato al fallimento. Tali progetti sono fondamentalmente marci fin dalla nascita, poiché cercano di imporre risultati privi di legalità (secondo il diritto internazionale), privi di legittimità (per l’esclusione della rappresentanza palestinese) e senza alcuna concreta speranza di successo (dato il loro rifiuto pressoché universale sia in Palestina che nel mondo).

Gli Stati Uniti potrebbero essere in grado di minacciare e corrompere un numero sufficiente di Stati per ottenere il sostegno in un voto all’ONU, ma assicurarsi truppe e altro personale sufficienti per attuare la risoluzione sul campo, contro la volontà della popolazione indigena, potrebbe essere un’altra faccenda. E mantenere il sostegno mentre il piano (inevitabilmente) inizierà a sgretolarsi sarà ancora più difficile.

Nel frattempo, per coloro che si impegnano per la giustizia, i diritti umani e lo stato di diritto, il compito è chiaro. Questo piano deve essere contrastato in ogni capitale e in ogni momento. I governi devono essere spinti a porre fine alla loro complicità negli abusi israeliani, negli eccessi degli Stati Uniti e in questo atroce schema coloniale. Il regime israeliano deve essere isolato. Gli sforzi per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni devono essere raddoppiati. Deve essere imposto un embargo militare, sui carburanti e sulla tecnologia. I responsabili israeliani devono essere processati in ogni tribunale disponibile. E le strade devono riecheggiare della voce giusta di milioni di persone che chiedono a gran voce la libertà palestinese attraverso manifestazioni, scioperi, disobbedienza civile e azioni dirette.

E quando questo castello di carte coloniale crollerà un’altra soluzione più giusta sarà pronta a prendere il suo posto. Se la maggioranza globale si alzerà in piedi davanti all’imperatore e affermerà il proprio potere collettivo, agendo nell’ambito del meccanismo Uniting For Peace” dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite [la risoluzione 377 A dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite prevede che se il Consiglio di sicurezza non agisce come richiesto per mantenere la sicurezza e la pace internazionale, l’Assemblea generale può emettere raccomandazioni per misure collettive, incluso l’uso della forza armata quando necessario, ndt.] per aggirare il veto degli Stati Uniti, adottando misure per garantire l’accertamento giuridico delle responsabilità, isolare e punire il regime israeliano e fornire una protezione reale alla Palestina, allora l’ONU potrà continuare a lottare. In caso contrario, quasi certamente appassirà e morirà, vittima di ferite autoinflitte, nessuna delle quali più profonda della vergognosa risoluzione del 17 novembre 2025.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La decisione della Germania di accogliere asini – ma non bambini – da Gaza per essere curati ha suscitato indignazione

Leon Wystrychowski

18 novembre 2025 – Middle East Monitor

La notizia sembra uno scherzo di cattivo gusto, ma non è così. “Asinelli salvati da Gaza trovano casa a Oppenheim”, riferisce la Allgemeine Zeitung, un giornale regionale della Germania ovest. Su Instagram la sezione commenti sul post è stata velocemente bloccata a causa di “numerosi commenti inappropriati e pieni di odio”, verosimilmente critici nei confronti della decisione della Germania di accogliere quattro asinelli. Ma qual è il contesto più ampio?

Gli animali sono benvenuti – i gazawi no

Per molti la vicenda dei quattro asinelli “salvati” da Gaza è una prova ulteriore del disumano cinismo dei leader tedeschi. Da ottobre 2023 praticamente nessun essere umano di Gaza è stato accolto dalla Germania. Berlino non ha dato priorità al soccorso dal genocidio di Gaza ai cittadini palestinesi con passaporto tedesco, nonostante l’obbligo stabilito dal Ministero degli Esteri di evacuare i propri cittadini dalle zone di guerra e di crisi. Intanto la Germania ha addirittura concesso la cittadinanza a israeliani che erano stati fatti prigionieri durante le operazioni a Gaza dopo l’ottobre 2023, chiedendo con forza il loro rilascio in quanto “ostaggi tedeschi”.

Mentre nei mesi scorsi diversi Paesi occidentali – per esempio la Spagna nell’estate 2024 – hanno accolto gruppi di bambini di Gaza feriti o malati per ricevere cure, la Germania non ha fatto quasi niente. Si ritiene che solo due bambini di Gaza siano stati curati in Germania in più di due anni. Diverse città tedesche si sono offerte di accogliere un maggior numero di minori da Gaza ed hanno sostenuto di essere pronte a farlo, ma il governo federale ha bloccato questi piani, adducendo a pretesto la situazione “molto imprevedibile” di Gaza anche dopo il cessate il fuoco ufficiale. Il Ministero degli Esteri e quello degli Interni hanno citato anche “procedure complesse” e la necessità di passare al vaglio i membri della famiglia che avrebbero accompagnato [i minori]. Le ONG che aiutano i pazienti provenienti dall’estero devono garantire il loro ritorno e quello degli accompagnatori: se in seguito viene fatta domanda di asilo le ONG devono coprire i costi del procedimento legale, che spesso dura anni.

Anche l’articolo di Allgemeine Zeitung offre un esempio del grottesco doppio standard del discorso tedesco su Gaza. Comincia così: “Hanno sofferto la fame e la miseria, le percosse e la fatica.” A parte il fatto che questa impostazione suggerisce che i gazawi non sono solo potenziali “terroristi di Hamas” e “odiatori degli ebrei”, ma anche maltrattatori di animali, esso ignora la sistematica tortura dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano, come documentato in recenti rapporti del Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), praticamente assente dai media tedeschi. L’empatia dimostrata verso gli asini in questo articolo supera di molto quella verso gli esseri umani a Gaza nei due anni trascorsi. Non sorprende che l’articolo eviti di menzionare chi sia responsabile della fame degli asini o delle deprivazioni di quasi due milioni di palestinesi. L’articolo si rallegra che gli asini “nonostante tutto quello che hanno passato, sono notevolmente fiduciosi” e “hanno addirittura iniziato a riprendersi un po’.” Una simile attenzione per la condizione psicologica della popolazione umana di Gaza è praticamente inesistente nei media tedeschi.

Il ‘greenwashing’ del genocidio da parte della Germania

C’è tuttavia un’altra dimensione al di là dell’ovvio cinismo: la storia di come questi asinelli sono arrivati in Germania. “Questi asini erano abbandonati, feriti, maltrattati o destinati alla morte”, comunica lo zoo di Oppenheim. (Non una parola sul perché sono stati abbandonati o che cosa sia successo ai loro originari proprietari). Gli animali sono stati “salvati” da organizzazioni israeliane per la difesa degli animali – per la precisione, un gruppo che pare abbia “salvato 50 asinelli a Gaza”. Come possa agire una ONG israeliana in una zona di guerra in corso non è chiaro, ma probabilmente è stato necessario un coordinamento con l’esercito.

Già la scorsa estate fonti di informazione hanno riferito che l’esercito israeliano stava trasportando centinaia di asini di Gaza in una fattoria chiamata “il Santuario per Ricominciare”. I media israeliani l’hanno definito “soccorso agli animali”. Secondo l’agenzia di notizie belga c’erano stati 10 di questi trasferimenti all’inizio di agosto. L’ “organizzazione di aiuto” israeliana si vanta di aver “salvato” circa 600 asini. In un altro rapporto su altri quattro asinelli portati in un ranch in Bassa Sassonia nel nord della Germania si rivela che dietro i trasferimenti in Germania c’è effettivamente l’organizzazione ‘Santuario per Ricominciare’. L’articolo aggiunge inoltre: “Gli asini dovevano lavorare duramente, erano trattati molto male e non avevano diritti. Le loro malattie non venivano curate.”

Dall’inizio del genocidio a Gaza gli asini sono diventati un mezzo di trasporto vitale. Con le limitazioni di carburante e le strade danneggiate, essi trasportano in modo sicuro i feriti e i malati agli ospedali, trasportano le persone nel viaggio di ritorno a casa e consegnano cose essenziali come acqua, cibo e rifornimenti. Ben lungi dall’essere sfruttati insensatamente o lasciati morire, gli animali malati e feriti a Gaza sono curati e salvati.

Un rapporto del Guardian di aprile 2025 ha sottolineato che una sola equipe medica ha soccorso oltre 7.000 asini da ottobre 2023. Intanto il giornalista Tarek Baè ha sottolineato su X che, secondo l’ONU, ad agosto 2024 il 43% di tutto il bestiame a Gaza era stato ucciso in seguito alla guerra di distruzione di Israele.

Visto in quest’ottica il “salvataggio” di asini da parte di soggetti israeliani sembra più un furto o un sequestro. Fa parte della strategia in atto dell’esercito israeliano: negare ai palestinesi i mezzi di produzione, soprattutto terra e ulivi, e i trasporti è centrale per il controllo coloniale e per la sistematica espulsione dei palestinesi. A lungo sono state usate giustificazioni ecologiche per mascherare questi piani, i critici parlano anche di “guerra ambientale”: dalla piantagione di alberi da parte del Fondo Nazionale Ebraico (JNF) alla creazione di riserve naturali che espellono i palestinesi e ne mettono a rischio le vite, fino al preteso “salvataggio” degli asini di Gaza. La Germania sta sostenendo la pulizia etnica dei palestinesi e il genocidio a Gaza non solo politicamente, economicamente, attraverso gli armamenti forniti a Israele, bloccando gli aiuti per Gaza, ma anche distruggendo gli ultimi mezzi di sopravvivenza nella Striscia di Gaza dietro la maschera di “greenwashing” (ecologismo di facciata, ndtr.).

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Tutto è ammesso”: i crimini di guerra israeliani a Gaza raccontati in un documentario britannico

Simon Speakman Cordall

11 novembre 2025 – Aljazeera

Il nuovo film, che presenta testimonianze dirette di soldati israeliani a Gaza, rivela un campionario di abusi sistematici.

Nel corso di un nuovo documentario che presenta testimonianze di soldati israeliani impiegati a Gaza, dopo circa 30 minuti dall’inizio un soldato riflette sull’enclave dopo mesi di guerra israeliana: “Caldo terribile. Sabbia. Fetore. E cani che vagano in branco. Mangiano cadaveri… È orribile… È una specie di apocalisse zombie. Niente alberi. Niente cespugli. Niente strade. Non c’è nulla”.

Il documentario Breaking Ranks: Inside Israels War [Rompere i ranghi: nel cuore della guerra israeliana, ndt.], andato in onda lunedì [10 novembre, ndt.] sulla rete britannica ITV, presenta le testimonianze di soldati israeliani: alcuni parlano della vergogna provata per aver partecipato a ciò che riconoscono essere un genocidio, altri descrivono senza esitazioni la natura di quella guerra.

Sono compresi i dettagli di regole sull’apertura del fuoco quasi del tutto avulse da possibili giustificazioni, la distruzione totale di proprietà e case, l’uso sistematico di scudi umani, la guerra con i droni e le uccisioni indiscriminate legate a un sistema di aiuti militarizzato.

“La gente non ci pensa”, dice alla telecamera uno dei soldati, citato come Eli. “Perché se ci pensi, vorresti suicidarti.

“Quando ti prendi un momento per pensarci, ti viene voglia di urlare”, dice, con il volto oscurato per nascondere la sua identità.

Fuoco libero

Nei suoi due anni di guerra genocida a Gaza Israele ha ucciso più di 69.000 persone e ne ha ferite centinaia di migliaia. Le agenzie internazionali affermano che ci vorranno decenni prima che l’enclave si riprenda, se mai ci riuscirà.

L’intelligence israeliana sostiene che l’83% delle persone uccise a Gaza erano civili.

“‘Non ci sono civili a Gaza’, lo sentiamo dire continuamente”, riferisce Daniel, comandante di un’unità corazzata israeliana. Un’altra collaboratrice, il maggiore Neta Caspin, descrive una conversazione con il rabbino della sua brigata.

Racconta: “[Lui] si è seduto accanto a me e ha passato mezz’ora a spiegarmi perché dobbiamo comportarci come loro [Hamas] il 7 ottobre 2023. Che dobbiamo vendicarci di tutti loro, civili compresi… che questo è il solo modo”.

Il 7 ottobre 2023 Il braccio armato di Hamas ha condotto un attacco contro Israele, durante il quale sono morte 1.139 persone e circa 250 sono state fatte prigioniere.

Il capitano Yotam Vilk del Corpo Corazzato descrive la sospensione di tutte le regole sull’apertura del fuoco contro i civili – secondo le quali questi dovrebbero disporre dei mezzi, dell’intenzione e della capacità di rappresentare una minaccia per i soldati israeliani.

“Non esistono mezzi, intenzioni e capacità a Gaza”, spiega Vilk. “Basta un semplice sospetto che i civili si muovano dove non è permesso'”, dice, descrivendo l’ambiente sovraffollato e caotico di Gaza, dove i limiti precisi ai movimenti sono noti quasi esclusivamente alle truppe israeliane.

“Chiunque oltrepassi il limite viene automaticamente considerato un criminale e può essere ucciso”, aggiunge Vilk.

Zanzare

Durante la sua guerra Israele ha negato il crescente numero di accuse di crimini di guerra da parte di molteplici organismi, sostenendo di aver indagato su qualsiasi accusa credibile.

Tuttavia ad agosto un rapporto dell’organismo di monitoraggio britannico Action on Armed Violence (AOAV) [azione contro la violenza armata] ha rivelato che, delle poche indagini sulle accuse di crimini di guerra da parte degli investigatori militari, tra cui l’uccisione di 15 paramedici ad aprile, poche hanno portato a una risposta.

Rispondendo alle smentite israeliane di non aver utilizzato scudi umani, il comandante carrista Daniel ha chiarito che l’esercito “sta mentendo”.

“Si chiama ‘protocollo zanzara'”, dice riferendosi alla pratica di routine di catturare civili palestinesi, agganciare loro un iPhone e usarli per esplorare a distanza presunti centri di Hamas.

“Ogni compagnia ha la sua ‘zanzara'”, aggiunge, alludendo ai palestinesi catturati come insetti. “Si tratta di tre palestinesi per battaglione, da nove a dodici per brigata, poi decine, se non centinaia, per divisione”.

Daniel ricorda che alcuni soldati della sua unità avevano deciso di rilasciare due adolescenti catturati come scudi umani, preoccupati di incorrere in una violazione del diritto internazionale, e aggiunge che allora un alto ufficiale aveva affermato: “I soldati non hanno bisogno di conoscere il diritto internazionale, ma solo lo ‘spirito [militare israeliano]“.

Distruzione

Secondo l’ONU durante i suoi due anni di guerra a Gaza Israele ha distrutto o danneggiato il 92% del patrimonio abitativo e sfollato più volte almeno 1,9 milioni di persone.

Tutte le istituzioni che compongono una società, dalle università agli ospedali, sono state prese di mira e distrutte. I video caricati sui social media dai soldati israeliani mostrano un’orgia di violenza, con case e beni palestinesi saccheggiati ed esposti al ridicolo dai soldati.

“Senti che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e che puoi fare qualsiasi cosa”, ha detto un militare di leva che ha dichiarato di chiamarsi solo “Yaakov”. “Non per vendetta, ma semplicemente perché puoi”.

Altri partecipanti hanno raccontato di aver bruciato regolarmente le case palestinesi o di aver esultato davanti alle demolizioni.

Parlando dall’insediamento illegale israeliano di Beit El, nella Cisgiordania occupata, il giudice rabbinico Avraham Zarbiv, oggetto di una denuncia per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale, si è vantato di aver guidato un bulldozer per distruggere case e beni della gente durante la sua permanenza a Gaza.

“Pubblico molti video”, dice, prima di passare a uno in cui lo si vede alla guida di un bulldozer, mentre distrugge case in palese violazione del diritto internazionale.

“Fino alla fine, fino alla vittoria, fino all’insediamento coloniale. Non ci arrenderemo finché questo villaggio non sarà spazzato via”, dice nel video, spiegando alla telecamera come il suo filmato “sollevi il morale dei soldati”.

Proseguendo, Zarbiv si è attribuito il merito di aver introdotto la tattica di distruggere intere case, ormai diventata comune.

“Abbiamo cambiato il comportamento di un intero esercito”, si vanta. “Rafah è stata rasa al suolo. Jabalia è stata rasa al suolo. Beit Hanoon è stata rasa al suolo. Shujayea è stata rasa al suolo. E Khan Younis è stata rasa al suolo.”

Vergogna

Un altro soldato ha descritto lesperienza di restare seduto in uno scantinato, mezzo svestito, e uccidere palestinesi a distanza tramite un drone, incoraggiato da media e da unopinione pubblica che, come ha detto Yaakov, sergente di plotone e presente nel film, non sapevano né volevano sapere cosa stesse accadendo a Gaza.

Qualsiasi vita che non fosse israeliana contava poco, dice Eli, mentre Yaakov descrive come, da un’altra parte, i soldati del programma di aiuti privato israelo-americano, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), “aprissero il fuoco, anche senza vedere una minaccia concreta”.

Alcuni dei partecipanti hanno riconosciuto di aver preso parte a un genocidio; altri hanno ammesso di aver causato sofferenze.

“Tutte le moschee, quasi tutti gli ospedali, quasi tutte le università, ogni istituzione culturale è stata distrutta”, ha detto Yaakov rivolgendosi alla telecamera.

Avete distrutto una società. Non è necessario ucciderli uno a uno per distruggere ogni traccia della società che c’era prima.

“Spero di poter trovare un modo per vivere senza provare vergogna qualsiasi cosa faccia.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




In una tenda al centro di Gaza nasce un festival di cinema delle donne

Ibtisam Mahdi 

4 novembre 2025 +972Mag

Tenutosi la scorsa settimana nell’arco di sei giorni, il Festival Internazionale di Cinema delle Donne è stato “un’affermazione che Gaza ama la vita nonostante il genocidio”

Alla fine di un tappeto rosso improvvisato, steso tra gli edifici distrutti nel quartiere centrale di Deir Al-Balah a Gaza, alcune decine di palestinesi sedevano davanti a un grande schermo televisivo. Il silenzio è calato all’inizio del film, con i partecipanti che alternavano un attenzione incupita a sommessi ma udibili singhiozzi mentre guardavano le proprie esperienze degli ultimi due anni che scorrevano davanti a loro per un’ora e mezza. Il film era La voce di Hind Rajab e la proiezione ha segnato l’apertura del primo Festival Internazionale di Cinema delle Donne di Gaza.

“Ho pianto guardando il film”, ha detto a +972 Magazine Nihal Hasanein, una delle partecipanti, dopo la proiezione del 26 ottobre. All’inizio di quest’anno ha perso tre suoi figli in un attacco aereo israeliano sulla sua casa a Beit Lahiya; ora vive nel campo di Al-Jazaeri a Deir Al-Balah, dove il film è stato proiettato. “Mi ha riportato alla mente i ricordi di quando ho perso tutti i miei figli in una volta, insieme alla mia casa”, ha detto Hasanein.

Diretto dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania, La voce di Hind Rajab ricostruisce l’omicidio di Hind Rajab, una bambina di 5 anni, e di sei membri della sua famiglia da parte di soldati israeliani mentre tentavano di fuggire da Gaza City in auto nel gennaio 2024. Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia a settembre, il film ha ricevuto il Gran Premio della Giuria e una standing ovation di 23 minuti da parte del pubblico. Successivamente ha vinto diversi altri premi prestigiosi, diventando una delle opere arabe più acclamate dell’anno. La proiezione, poco più a sud del quartiere natale di Rajab a Gaza, è stata la prima nel mondo arabo.

Il Festival Internazionale di Cinema delle Donne è stato lanciato dal regista e ricercatore palestinese Ezzaldeen Shalh, ex presidente dell’Unione Internazionale del Cinema Arabo, in collaborazione con il Ministero della Cultura Palestinese e istituzioni cinematografiche locali e internazionali. Nella sua intenzione il festival mira a presentare film prodotti, diretti o scritti da donne, in particolare in Palestina ma anche nel mondo arabo e non, e che affrontino le questioni femminili.

L’edizione inaugurale, organizzata con lo slogan “Donne leggendarie durante il genocidio”, ha cercato di far luce sulle sofferenze delle donne palestinesi negli ultimi due anni e di rilanciare la vita culturale di Gaza. “C’era bisogno di una piattaforma artistica che rappresentasse le donne palestinesi e permettesse loro di raccontare al mondo le loro storie dalla propria prospettiva”, ha affermato Shalh.

Dal 26 ottobre – Giornata Nazionale della Donna Palestinese e anniversario della prima Conferenza delle Donne Palestinesi del 1929 – al 31 ottobre il festival ha presentato quasi 80 film provenienti da oltre due dozzine di paesi tra Medio Oriente e Nord Africa, Europa e Americhe. Le proiezioni hanno attirato oltre 500 partecipanti, numeri che impallidiscono rispetto alle cifre prebelliche, quando oltre 2.000 persone al giorno affollavano simili festival culturali a Gaza.

Oltre a Ben Hania, il festival inaugurale ha reso omaggio ad altre due donne il cui lavoro ha contribuito alla lotta del popolo palestinese: la regista palestinese Khadijeh Habashneh e la compianta regista libanese Jocelyne Saab. La giuria includeva registe di spicco come Annemarie Jacir e Céline Sciamma e l’attrice Jasmine Trinca.

Yusri Darwish, presidente dell’Unione Generale dei Centri Culturali in Palestina, ha celebrato il festival come “una nuova affermazione che Gaza ama la vita nonostante il genocidio e che può trasformare le macerie in uno schermo e la tristezza in un messaggio di speranza”.

Darwish ha osservato che organizzare il festival in questo momento è “un omaggio alle donne palestinesi che hanno sopportato gli orrori della guerra – dalla perdita alla detenzione, fino allo sfollamento – e che meritano che le loro storie vengano raccontate al mondo con onestà e giustizia”.

Superare gli ostacoli

Secondo Shalh la sfida più grande nell’organizzazione del festival è stata trovare una sede, dato che “a Gaza tutte le sedi adatte erano state distrutte”. La troupe ha dovuto erigere tende provvisorie sullo sfondo di edifici parzialmente crollati; senza elettricità, si sono affidati a un generatore per proiettare i film. “La comunicazione con i registi e la giuria è stata difficile”, ha precisato.

Le condizioni a Gaza hanno reso impossibile la partecipazione di tutti coloro che avrebbero dovuto percorrere lunghe distanze. Niveen Abu Shammala, una giornalista che viveva nel quartiere di Shuja’iya nella parte orientale di Gaza City prima della guerra ma che ora è sfollata in una tenda nella parte occidentale della città, era solita documentare eventi culturali, in particolare festival cinematografici, in tutta la Striscia. Tuttavia, l’elevato costo dei trasporti, oltre all’orario tardo – il festival apriva dopo le 15:30 – le ha impedito di partecipare.

“Anche se la guerra è finita, c’è ancora paura a muoversi di notte”, ha spiegato. “Mi sarebbe piaciuto guardare i film che hanno partecipato, perché è difficile scaricarli con la connessione internet estremamente debole.”

Nelly Al-Masri ha potuto partecipare, guardando tutti e tre i film proiettati il ​​secondo giorno del festival presso la sede del Sindacato dei Giornalisti. È rimasta particolarmente colpita dal cortometraggio giordano Hind Under Siege [Hind sotto assedio] che parla anch’esso di Hind Rajab. “Questo film mi ha profondamente colpito”, ha detto Al-Masri a +972. “Parlava a nome dei bambini di Gaza, non solo a nome di Hind”.

Al-Masri sperava di partecipare a un maggior numero di eventi del festival, ma i costi di trasporto, la continua difficoltà di procurarsi cibo e acqua pulita a sufficienza e la necessità di prendersi cura dei figli lo hanno reso impossibile. “Molte donne stanno affrontando la stessa situazione”, ha detto. “Speriamo che le condizioni a Gaza migliorino”.

Hamsa Mahmoud, una bambina di dieci anni, non sapeva dell’esistenza del festival ma ha partecipato a diverse proiezioni dopo aver notato la folla radunarsi intorno alle tende vicino a casa sua. “È la prima volta che partecipo a un festival”, ha spiegato. “Ero felice di essere qui, e ancora più felice di avere la possibilità di guardare qualcosa su uno schermo. Dall’inizio della guerra e delle interruzioni di corrente non siamo più riusciti a vedere nulla. Vorrei che ci fossero più festival come questo”.

Un’altra partecipante, l’attivista sociale Faten Harb, vede il cinema come un mezzo importante per consolidare la determinazione delle donne palestinesi a Gaza. “L’arte è un messaggio nobile e il modo più semplice e facile per raggiungere il mondo senza dire troppo”, ha detto.

“Il mondo è stanco di sentire notizie di uccisioni, distruzione e feriti”, ha continuato Harb. “Ecco perché dobbiamo cercare altri modi per raccontare la sofferenza della popolazione di Gaza. Abbiamo urgente bisogno di questo tipo di eventi per far luce su ciò che è accaduto nella Striscia di Gaza durante la guerra genocida, soprattutto alle donne, che sono state le più duramente colpite”.

Ibtisam Mahdi è una giornalista freelance di Gaza specializzata in reportage su temi sociali, in particolare riguardanti donne e bambini. Collabora anche con organizzazioni femministe di Gaza su temi di cronaca e comunicazione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Donne palestinesi raccontano di come le forze israeliane le abbiano usate come scudi umani a Gaza e in Cisgiordania

Majd Jawad

28 ottobre 2025 – Mondoweiss

Durante il genocidio di Gaza diverse testimonianze hanno documentato l’uso di donne palestinesi come scudi umani da parte dell’esercito israeliano. Non si tratta di atti isolati compiuti da soldati ribelli, ma di una pratica sistematica nota ai comandanti israeliani e riconosciuta dagli stessi soldati.

Mi hanno costretta a portare un drone dentro sette case per ispezionarle e assicurarsi che fossero vuote di persone o attrezzature militari. La mia bambina ha pianto per ore mentre mi aspettava. Li ho supplicati di permettermi di allattarla, ma hanno rifiutato, continuando a usarmi come scudo umano, ha raccontato Hazar Al-Sititi, 33 anni, del campo profughi di Jenin.

Durante l’assedio di dieci giorni del campo profughi di Jenin da parte dell’esercito israeliano nell’agosto 2024 i soldati hanno costretto Al-Sititi a separarsi dalla sua bambina di sei mesi e a eseguire i loro ordini.

Mi obbligavano a precedere un’unità di fanteria composta da circa 30 soldati, con una distanza di dieci metri tra noi. Poi mi ordinavano di entrare nelle case, costringere gli abitanti a uscire e riprendere l’interno prima che i soldati facessero irruzione per arrestare i giovani che cercavano, racconta Al-Sititi.

Questa non è stata soltanto l’azione occasionale di un soldato scellerato, ma rispecchia una pratica militare sistematica, attuata con il consenso dei comandanti israeliani, come ammesso dai soldati in una precedente indagine di Haaretz. Nell’esercito sanno che non si tratta di un atto isolato compiuto da un giovane e insensato comandante di compagnia che agisce di propria iniziativa, ha dichiarato un soldato agli intervistatori.

Dall’inizio del genocidio a Gaza sono emerse testimonianze che documentano l’uso da parte dell’esercito israeliano del corpo di donne palestinesi come scudo umano, in base a procedure specifiche stabilite per proteggere i soldati israeliani dal pericolo durante le operazioni di terra e le incursioni nelle aree palestinesi.

Una scelta tra mia figlia e la mia vita

«Quel giorno circa 70 soldati israeliani hanno invaso il campo e lo hanno circondato. Hanno arrestato diversi giovani prima di giungere alla mia abitazione. Hanno sfondato la porta e hanno urlato contro la mia bambina. Poi mi hanno costretta a scegliere: o mi avrebbero portato via mia figlia, oppure sarei stata usata come scudo umano», ha raccontato Iman al-Amer, 41 anni, del campo di Jenin.

I soldati hanno ordinato a Iman di entrare in diverse case, costringere i residenti a uscire avvisandoli che un rifiuto avrebbe comportato la loro uccisione.

Questa pratica fa parte di quello che è noto come Protocollo Zanzara, una procedura militare non dichiarata in base alla quale i detenuti, deliberatamente trattenuti sul campo invece che nelle prigioni israeliane, sono costretti a svolgere rapide mansioni in siti civili o militari prima dell’ingresso dei soldati.

Perché le donne?

IL’uso da parte di Israele del corpo dei palestinesi come scudo umano coinvolge palestinesi di ogni età e sesso. Nel corso di decenni di occupazione dei territori palestinesi Israele ha preso di mira non solo gli uomini, ma anche i bambini, gli anziani e le donne, sia durante le operazioni militari su larga scala che nelle incursioni quotidiane.

La dottoressa Lina Meari, del Dipartimento di Scienze Sociali e Comportamentali e dell’Istituto per gli Studi sulle Donne, ha spiegato: La visione delle questioni di genere da parte delle potenze coloniali è rigida e costante, radicata nella convinzione che le donne siano intrinsecamente deboli e possano essere sfruttate come strumenti, attraverso molestie o stupri, o utilizzate per esercitare pressione sui combattenti resistenti affinché si arrendano o compiano operazioni militari. In questo contesto, l’uso del corpo di una donna come scudo umano può anche essere inteso come una tattica per costringere i membri della resistenza a non usare armi contro i soldati israeliani durante le operazioni militari, data la sua condizione delicata’”.

Come evidenzia il libro Human Shields: A History of People in the Line of Fire, [di Neve Gordon e Nicola Perugini, pubblicato in Italia col titolo Scudi Umani: una storia dei corpi sulla linea del fuoco, Ed. Laterza, ntr.] l’attenzione globale sulle donne e i loro diritti coincide paradossalmente con il loro sfruttamento come scudi umani. Ciò che un tempo era socialmente emarginato, le donne e i bambini, è diventato un obiettivo strategico.

Durante l’attuale genocidio sono emerse testimonianze di diversi ragazzi e ragazze palestinesi usati come scudi umani dall’esercito israeliano. Tra queste c’è la storia della piccola Malak Shahab, nove anni, del campo di Nur Shams a Tulkarem, portata via da casa insieme alla sua famiglia e trattenuta con quello scopo.

Secondo il racconto di Malak, I soldati mi spingevano contro ciascuna porta della casa di mia zia, mentre loro stavano dietro di me, pronti a sparare. Quando nessuno rispondeva, e con profonda disperazione per essere costretta a obbedire, bussavo alla porta con la testa”.

Lo sfollamento forzato come strategia

«Mi hanno usata come scudo umano tre volte fin da quando ero bambina. Ogni volta eseguivo compiti militari sotto minaccia e ogni volta pretendevano che lasciassi subito dopo il campo. Anche se mi usassero mille volte, rimarrei comunque nel mio quartiere», afferma Hazar Al-Sititi.

Questo comportamento potrebbe indicare che tali protocolli vadano oltre una semplice tattica militare del momento, trasformando il corpo palestinese e l’individuo in un bersaglio a sé stante. Le donne sono state usate come scudi umani nel campo di Jabalia come parte di un piano più ampio per svuotare l’area dei suoi abitanti”, dice Meari, aggiungendo: “I colonizzatori ricorrono alle donne nei momenti in cui non riescono a reprimere la resistenza o a proteggersi. Gli attacchi in un luogo come il campo di Jabalia erano inaspettati, quindi l’esercito israeliano si è servito di ogni mezzo a sua disposizione, compresi gli scudi umani, per proteggersi”.

Secondo un’indagine del sito ebraico “The Warmest Place in Hell” [Il posto più caldo dell’Inferno, ndtr.], nell’ambito della sua politica di sfollamento forzato dei civili fin dal primo giorno del genocidio, l’esercito israeliano ha usato una coppia di anziani come scudi umani per costringerli a lasciare la loro casa, dopo che la coppia aveva dichiarato di non poter raggiungere Khan Younis a piedi e di non avere un posto dove andare in seguito agli ordini di evacuazione dell’esercito.

Un’altra indagine condotta dall’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor [ONG per i diritti umani con sede a Ginevra, ndtr.] ha identificato la coppia di anziani come Maziyouna Abu Hussein e Muhammad Abu Hussein. Sono stati costretti a entrare nelle case per verificare che fossero sicure e, una volta portato a termine il loro compito, i soldati israeliani li hanno giustiziati con dei colpi di arma da fuoco.

Il protocollo Zanzaraa Gaza

Dopo il suo arresto nella Striscia di Gaza il 7 ottobre 2023 Muhannad Wasfi è stato usato come scudo umano dai soldati israeliani. “Dopo 45 giorni nelle prigioni israeliane mi hanno trasferito nella parte meridionale della Striscia per svolgere una missione militare, alla ricerca di tunnel all’interno delle case. Ho perquisito case vuote, sollevando tappeti e spostando mobili alla ricerca di un’apertura o di un buco, ma non ho trovato nulla”, ha detto Wasfi.

Ha continuato: Per la prima volta ho sentito che la morte era imminente. Avevo sentito molte storie di palestinesi uccisi dai soldati anche dopo aver completato i compiti che erano stati loro imposti. Ogni volta che entravo in una stanza, recitavo la shahada [testimonianza di fede in Allah, ndtr.], come se fosse il mio ultimo respiro”.

La testimonianza di Muhannad è in linea con quello che è noto come Protocollo Vespa, in base al quale prigionieri e detenuti palestinesi vengono prelevati dalle prigioni israeliane e portati in zone di combattimento attivo per essere usati come scudi umani. Le testimonianze, compresa la sua, indicano che durante le operazioni di ricerca dei tunnel i detenuti sono spesso costretti a indossare uniformi militari israeliane, probabilmente per sgomberare gli ingressi dei tunnel da eventuali esplosivi nel caso in cui uno venisse individuato e fatto detonare dai combattenti.

Mi vestivano con la loro uniforme e mi mettevano un cappello, una telecamera e un dispositivo audio sulla testa. Mi bendavano gli occhi, mi legavano le mani e mi ordinavano di perquisire i luoghi. Mi interrogavano e mi torturavano. Una volta mi hanno spogliato nudo, mi hanno messo in una stanza, hanno acceso l’aria condizionata e hanno messo musica ad alto volume in ebraico fino a farmi perdere parzialmente l’udito, ha detto Wasfi.

L’infermiere Hassan al-Ghoul di Gaza ha testimoniato: Mi hanno costretto a indossare un’uniforme militare completa, ma senza armi, e mi hanno dato un attrezzo da taglio e una torcia elettrica. Mi hanno detto che avremmo fatto irruzione nell’ospedale Nasser e che io sarei entrato per primo. Mi hanno detto che mi avrebbero indicato un’apertura e che sopra la mia testa ci sarebbe stato un drone sotto il loro controllo aggiungendo: così, se fai qualcosa, possiamo vederti e controllarti. Mi hanno detto che sarei andato all’ospedale e che, se avessi trovato dei civili, avrei dovuto dire loro di andarsene perché l’esercito avrebbe fatto irruzione. Mi hanno ordinato di aprire tutte le porte chiuse e di manomettere tutte le bombole di gas a cui era attaccato un filo. Ho interrotto il soldato dicendo: Qualsiasi bombola di gas con un filo potrebbe esplodere con me vicino. Lui ha risposto: Lascia che esploda; è per questo che ti mandiamo lì’. Ho eseguito il compito dietro minaccia, sotto la mira di unarma”.

Una violazione anche della legge israeliana?

Forse questi protocolli militari definiscono i metodi di utilizzo dei palestinesi come scudi umani in un contesto storico recente, ma non tengono conto della lunga storia di questa pratica nella regione, che risale a prima della fondazione dello Stato di Israele.

Nel suo studio When Palestinians Became Human Shields: Counterinsurgency, Racialization, and the Great Revolt (1936-1939) [Quando i palestinesi divennero degli scudi umani: la controinserruzione, la razzializzazione e la grande rivolta (1936-1939) ndtr.] lo scrittore Charles Anderson ha documentato il primo caso registrato di scudo umano in Palestina durante la rivolta araba del 1936: Suleiman Touqan, sindaco di Nablus, che ricopriva un ruolo sociale di rilievo tra la popolazione locale. L’esercito britannico lo collocò sul tetto di un edificio militare per proteggere le proprie forze dagli attacchi dei combattenti palestinesi. Anderson sottolinea che questo faceva parte di una strategia più ampia per colpire i combattenti palestinesi e scoraggiare attacchi previsti sulle principali vie di comunicazione della zona.

Questa violazione israeliana dei corpi palestinesi divenne particolarmente evidente durante l’invasione delle città della Cisgiordania nel marzo 2002, durante la Seconda Intifada. Nota come “Procedura del Vicino”, prevedeva la perlustrazione delle abitazioni prima dell’ingresso dell’esercito alla ricerca di individui o combattenti ricercati.

Dopo la Seconda Intifada, il 6 ottobre 2005, la Corte Suprema israeliana ha emesso una sentenza che vieta l’uso di civili palestinesi come scudi umani nelle operazioni militari. Ciononostante l’esercito ha continuato a attuare questa pratica fino ad oggi, in palese violazione delle norme e del diritto internazionale.

Il diritto internazionale proibisce lo sfruttamento o l’uso di individui protetti dalla Quarta Convenzione di Ginevra, ai sensi degli articoli 28 e 49, come scudi umani per rafforzare le posizioni militari contro gli attacchi nemici o per prevenire attacchi di rappresaglia durante un attacco.

Il diritto internazionale umanitario garantisce alle donne una protezione speciale in tempo di conflitto, riconoscendo che le donne in particolare sono esposte a specifiche forme di violenza. Di conseguenza, necessitano di ulteriori tutele, sia in quanto madri, sia in quanto più vulnerabili alla violenza sessuale.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rapporto: l’esercito israeliano scarica dentro Gaza rifiuti e macerie dalle colonie di confine

Redazione di MEMO

26 ottobre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che domenica i media israeliani hanno affermato che l’esercito israeliano ha permesso il trasferimento di grandi quantità di rifiuti e macerie di costruzione dalle colonie adiacenti alla Striscia di Gaza dentro l’enclave palestinese.

Il quotidiano Haaretz ha riferito che camion israeliani appartenenti ad una società privata stavano trasportando rifiuti e macerie dentro Gaza nelle aree di confine sotto il controllo dell’esercito.

Il giornale ha affermato che i camion sono stati visti avanzare due-trecento metri dentro Gaza dove “hanno scaricato quello che trasportavano lungo le strade invece che nelle apposite aree di conferimento,” prima di ritornare vuoti in Israele attraverso il valico Kisufim, nella zona centrale di Gaza controllata da Israele.

I comandanti sul campo hanno emanato istruzioni che consentono a camion appartenenti a società private di entrare nella Striscia di Gaza e di scaricare i loro carichi ovunque lo ritengano opportuno,” ha affermato Haaretz, citando funzionari di sicurezza.

Secondo il giornale l’esercito israeliano ha negato di essere a conoscenza di tali fatti.

Non c’è stato alcun commento ufficiale dall’esercito sul rapporto.

Giovedì l’ufficio media del governo di Gaza ha dichiarato che, in seguito a due anni di guerra genocida scatenata da Israele che ha distrutto circa 90% delle infrastrutture civili, pari a circa 70 milioni di tonnellate di macerie, l’enclave è una “zona di disastro ambientale e strutturale”.

Secondo l’ONU, si stima che la ricostruzione di Gaza possa costare circa 70 miliardi di dollari.

La prima fase di un accordo per il cessate il fuoco è entrata in vigore a Gaza il 10 ottobre nell’ambito del piano in 20 punti del presidente statunitense Donald Trump.

Questa fase include il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi. Il piano prevede inoltre la ricostruzione di Gaza e la costituzione di un nuovo sistema di governo senza Hamas.

Secondo il ministero della Sanità [di Gaza, ndt.] dall’ottobre 2023 l’esercito israeliano in una guerra brutale contro Gaza ha ucciso più di 68.000 persone e ferito più di altre 170.000.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Macerie, bande armate e attacchi aerei: quello che mi aspettava dopo essere ritornato a Gaza City

Ahmed Ahmed 

23 ottobre 2025 – +972 Magazine

Non avrei più potuto rimandare il ritorno dopo il cessate il fuoco. Ma la gioia di essere a casa ha lasciato rapidamente il posto a ulteriori incertezza e paura.

“I carri armati si sono ritirati! La gente sta tornando a Gaza City!”

Era poco dopo il mezzogiorno di venerdì 10 ottobre e via Al-Rantisi, la principale arteria di Gaza, è stata inondata da gente che fischiava, esultava e gridava eccitata nei telefoni. Ero nella tenda dei miei familiari lì vicino, il mio cuore batteva mentre attendevo ansiosamente notizie sull’ inizio del cessate il fuoco mediato dagli USA. Solo una settimana prima ero stato obbligato a scappare dalla mia città in conseguenza della brutale invasione israeliana e non vedevo l’ora di tornare a casa. Improvvisamente era venuto il momento.

Ho cercato invano di fare cenno di fermarsi a ogni veicolo in transito, ma il numero di persone che riempiva la strada, molte delle quali avevano passato la notte in tenda, era molto superiore alla capienza di qualunque mezzo di trasporto disponibile. Ho preso la mia bicicletta dalla tenda e mi sono unito alla folla diretta a nord.

Le strade brulicavano di uomini, donne, bambini e anziani che correvano contro il tempo per tornare a casa. Alcuni erano ansiosi di verificare se la loro abitazione era ancora in piedi. Altri stavano correndo per riunirsi con i propri cari che erano sopravvissuti agli ultimi giorni dell’operazione israeliana. Molti volevano semplicemente lasciare le tende dietro di sé e vivere di nuovo nella propria casa, anche se era stata in buona parte distrutta.

Quando sono arrivato a Gaza City ho faticato a riconoscerla. Le strade erano piene di lamiere contorte, vetri rotti e macerie di case e grattacieli spianati dal metodico bombardamento di edifici alti e dall’uso di robot riempiti di esplosivo da parte di Israele. Molte strade erano completamente bloccate. Ho dovuto scendere dalla bicicletta e portarla a spalle per una parte del percorso.

Erano passati pochi giorni da quando ero stato sfollato, ma in quel lasso di tempo ogni angolo della città era diventato una mappa di ricordi sui luoghi in cui le strutture fisiche si trovavano una volta: la mia scuola, i caffè in cui incontravo gli amici, i ristoranti in cui mangiavo con la mia famiglia, i negozi dove ero solito comprarmi i vestiti.

Una volta raggiunto il mio quartiere mi sono sentito molto sollevato dal vedere il mio edificio ancora in piedi. Ho preso la chiave dalla borsa e ho salito le scale con un sorriso solo per scoprire la porta spalancata, le finestre distrutte e l’intonaco caduto dai muri. Tutti i nostri mobili erano rovinati. Eppure ero comunque contento: a differenza di altri che avevano perso tutto e ora erano obbligati a vivere in tenda io avevo un tetto sulla testa.

Senza rendermi conto di cosa stessi facendo mi sono steso sul pavimento coperto di macerie e ho pianto. Ero a casa.

Un debole battito di vita

Per due anni una domanda mi ha perseguitato giorno e notte: sarei sopravvissuto fino a vedere la fine di questa guerra genocida?

Il mese scorso ho sentito la morte avvicinarsi a me quando le forze israeliane hanno incrementato i loro attacchi contro Gaza City. Avevo giurato che non sarei mai scappato dalla mia città, ma alla fine non ho avuto altra scelta in quanto carri armati e i droni si aggiravano per le strade attorno a me.

Ho lasciato la mia casa in lacrime, portandomi dietro i ricordi dei 29 anni passati tra le sue mura e con una piccola borsa di cose indispensabili: cibo in scatola, documenti personali, vestiti invernali e un album di foto di famiglia. Alcuni parenti e amici sono rimasti a Gaza City, impossibilitati a sostenere i costi del trasporto, trovare un posto in cui andare o sopportare lo sfinimento di mesi da sfollati. Mi sono congedato da loro prima di andarmene, sapendo che a Gaza ogni separazione può essere definitiva.

Dopo essere sfollato ho continuato a lavorare come giornalista dalla mia tenda a Deir AL-Balah. Ho camminato chilometri ogni giorno alla ricerca di un posto in cui caricare i miei apparecchi elettronici o un segnale abbastanza forte per inviare reportage alle redazioni che li pubblicano. A volte ho lavorato da una semplice tenda destinata ai giornalisti nei pressi dell’ospedale Al-Aqsa, che Israele aveva già bombardato.

Nei giorni che hanno portato al cessate il fuoco persino la minima voce dopo la ripetuta serie di colloqui falliti è sembrata un miracolo. Ci aggrappavamo alle dichiarazioni del presidente USA Donald Trump mentre spingeva per il rilascio degli ostaggi israeliani e mediava un accordo, anche mentre le tasse degli americani continuavano a finanziare le bombe israeliane.

Ogni mattina iniziava con i vicini che bisbigliavano riguardo ai negoziati. “Ritorneremo presto,” ha detto Um Saeb, una donna anziana che viveva nella tenda vicina, quando le ho chiesto cosa aveva sentito quel giorno.

Quando finalmente è stato annunciato l’accordo ho sentito come se a Gaza fosse tornato un debole battito di vita. Nonostante lo scetticismo e il timore di un altro tradimento israeliano all’ultimo momento, la gente ha iniziato cautamente a festeggiare.

Poco dopo il mio rientro a casa il mio amico Waseem mi ha telefonato. “Com’è ridotta la tua casa?” ha chiesto. “E’ parzialmente distrutta, la mia casa ha bisogno di un riparo,” ho risposto prima di chiedergli “E la vostra?” “Ne sto ancora cercando una traccia,” mi ha detto tranquillamente. “I carri armati hanno completamente spianato il nostro quartiere.”

Waseem e i suoi due fratelli hanno sgobbato per anni per costruire la loro casa nel quartiere di Al-Tuffah e la sua famiglia si è rifiutata durante la guerra di lasciarla. Ma alla fine di giugno sono scappati sotto un pesante bombardamento israeliano, spostandosi da allora da una parte all’altra della città.

Suo padre Naser, che soffre di vari problemi di salute, aveva l’abitudine di passare la maggior parte del tempo nell’orto, piantando verdure, ulivi e fiori persino durante il culmine della carestia imposta da Israele al nord di Gaza. Una volta mi ha dato melanzane e peperoni di quell’orto, piccoli ma sono stati regali preziosi durante mesi di mancanza di cibo.

I miei amici e io, compresi alcuni che sono stati in seguito uccisi durante il genocidio, eravamo soliti passare i fine settimana in casa di Waseem per sfuggire al caos del centro della città, facendo grigliate, fumando e a volte vedendo film insieme.

Poco prima della guerra Waseem aveva previsto di sposarsi, quindi sua madre aveva venduto la collana d’oro per aiutarlo a costruire un secondo piano. Quando ho chiamato per consolarla [per la perdita] della casa di famiglia non riuscivo a trovare le parole. Entrambi abbiamo pianto perché a Gaza le case non sono solo muri e soffitti, ma l’incarnazione di sicurezza, memoria e pace: ora tutto ciò è andato in polvere.

Di nuovo in trappola.

Quelli di noi che sono sopravvissuti al genocidio ora stanno iniziando a cercare di mettere di nuovo insieme i pezzi delle proprie vite. Ma a Gaza City i continui attacchi israeliani e gli scontri tra Hamas e le milizie locali si stanno ulteriormente aggiungendo ai nostri problemi.

Dopo che sono tornato a casa i parenti rimasti in città mi hanno messo in guardia dal pericolo delle bande presenti nel nostro quartiere che hanno collaborato con le truppe israeliane durante gli ultimi giorni della loro operazione. Sono state viste saccheggiare case e minacciare di uccidere famiglie sfollate appena rientrate, così come combattere contro le forze di Hamas. Non è chiaro se questi gruppi hanno deciso di rimanere nella zona o sono stati “abbandonati” dalle forze israeliane durante il ritiro.

Un giorno della settimana scorsa, mentre stavo togliendo le macerie e i vetri rotti in tutto il mio alloggio per prepararlo al ritorno dei miei nipoti dal sud, ho sentito vicino a me degli spari. Durante gli ultimi due anni le mie orecchie sono state ben addestrate: potrei dire che provenivano da un kalashnikov. Sono corso alla finestra e ho visto sotto un gruppo mascherato di combattenti, identificabili come di Hamas dalla bandana verde e dalle uniformi di tipo militare.

Vicino a casa mia gli scontri tra Hamas e le milizie sono continuati per tre giorni. Il proiettile di un cecchino delle milizie è sfrecciato direttamente oltre l’edificio. Sono rimasto intrappolato dentro, chiedendomi di nuovo se e quando la sparatoria e il costante rischio di morire sarebbero terminati. Alla fine qualcuno dei combattenti delle milizie è scappato, mentre altri sono stati catturati o si sono arresi ad Hamas prima di essere giustiziati.

Alla fine la situazione era abbastanza sicura perché il resto della mia famiglia tornasse a casa, ma sono rimasto in ansia. Dopo che è entrato in vigore il cessate il fuoco le forze israeliane hanno continuato a bombardare varie zone, compreso un attacco aereo il 19 ottobre che ha ucciso 11 membri della famiglia Abu Shaban mentre tornavano alla loro casa nella parte orientale di Gaza City.

L’esercito israeliano ha detto che la famiglia aveva attraversato la “Linea Gialla” nel territorio ancora occupato dai soldati, ma era chiaro che non rappresentavano alcuna minaccia per la sicurezza; probabilmente non si erano resi conto di quanto fosse ancora pericoloso tornare a casa. I soldati avrebbero potuto sparare colpi di avvertimento, ma sembra che anche dopo il cessate il fuoco siano impazienti di continuare a uccidere.

Dopo essere sopravvissuto a pericoli mortali durante gli ultimi due anni fatico ancora a credere che la guerra sia davvero finita. Ma anche se il nostro incubo fosse finito sopravviverò al trauma che continuerà a perseguitarmi? Potranno mai quelli di noi che sono sopravvissuti a tutto questo sentirsi di nuovo al sicuro?

Ahmed Ahmed è uno pseudonimo di un giornalista di Gaza City che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di rappresaglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un obbiettivo alla volta: la logica che ha permesso ai progressisti israeliani di commettere genocidio

Yuval Abraham

20 ottobre 2025 – +972 Magazine

Attribuendo un obbiettivo militare ad ogni uccisione gli israeliani di ogni parte della popolazione hanno potuto partecipare ai massacri senza porsi il problema della moralità delle proprie azioni.

Pochi mesi dopo il 7 ottobre mi sono iscritto ad un corso introduttivo sul genocidio alla Open University di Israele. Il docente ha iniziato la prima lezione dicendoci – eravamo circa 20 studenti ebrei israeliani contattati su Zoom – che alla fine del semestre avremmo capito esattamente che cosa comporta il genocidio e saremmo stati in grado di spiegare perché Israele non sta commettendo un genocidio a Gaza.

In sintesi la sua argomentazione era la seguente: al massimo Israele potrebbe stare distruggendo Gaza, ma le sue azioni sono guidate da obbiettivi militari piuttosto che da un “intenzione di distruggere” un gruppo specifico “in quanto tale”, come specifica la Convenzione sul Genocidio. In assenza di questa intenzione, ha concluso, il termine genocidio non può essere impiegato.

Negli ultimi due anni ho pubblicato molte ricerche che rivelano dettagli sulla politica di fuoco illimitato di Israele a Gaza, parecchie delle quali hanno contribuito a formulare accuse legali di genocidio. Quando il Sudafrica ha presentato la sua denuncia contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel gennaio 2024, essa si basava in parte sul nostro esposto del novembre 2023 che rivelava la campagna di Israele di uccisioni di massa gestite dall’intelligenza artificiale dirette contro le case delle famiglie di sospetti militanti. Quando un comitato delle Nazioni Unite il mese scorso ha analogamente raggiunto la conclusione che Israele ha commesso un genocidio si è basato, in parte, su un’altra delle nostre ricerche che mostrava che l’80% dei morti a Gaza erano civili, secondo un data base dei servizi di sicurezza interni israeliani.

Eppure pochi delle decine di soldati ed ufficiali con cui ho parlato nel corso di queste ricerche, molti dei quali si sono offerti volontariamente come informatori, si ritenevano partecipi di un genocidio. Quando ufficiali di intelligence e comandanti descrivevano il bombardamento di case civili a Gaza spesso richiamavano la logica del docente dell’università: certo, possiamo aver commesso dei crimini, ma non eravamo assassini poiché ogni azione aveva uno specifico obbiettivo militare.

Per esempio, dopo il 7 ottobre l’esercito ha autorizzato i soldati ad uccidere fino a 20 civili allo scopo di assassinare un sospetto militante di Hamas di basso grado, oppure centinaia di civili se l’obbiettivo erano figure più importanti. La gran maggioranza di queste uccisioni sono avvenute in abitazioni civili dove non aveva luogo alcuna attività militare. Ma per la maggioranza dei soldati con cui ho parlato la mera esistenza di un sospetto obbiettivo militare, anche in casi in cui la fotografia dell’intelligence non era chiara, giustificava virtualmente qualunque numero di morti.

Durante un’altra ricerca un soldato mi ha raccontato come il suo battaglione abbia utilizzato droni a controllo remoto per sparare su civili palestinesi, compresi donne e bambini, mentre cercavano di tornare alle loro case distrutte in una zona occupata dall’esercito israeliano, uccidendo 100 palestinesi disarmati nell’arco di tre mesi. L’obbiettivo, mi ha spiegato, non era ucciderli per il gusto di farlo, ma per svuotare il quartiere e renderlo così più sicuro per i soldati di stanza lì.

Un’altra soldatessa ha raccontato di aver preso parte ad un bombardamento di un intero blocco residenziale, comprendente oltre 10 edifici multipiano e un grattacielo, tutti abitati da famiglie. Sapeva in anticipo che facendo ciò lei e la sua squadra avrebbero probabilmente ucciso circa 300 civili. Ma l’operazione, ha spiegato, si basava su informazioni secondo cui un comandante di Hamas di livello relativamente alto avrebbe potuto essere nascosto da qualche parte sotto uno di quegli edifici. In assenza di informazioni più precise hanno distrutto l’intera zona nella speranza di ucciderlo.

La soldatessa ha ammesso che l’attacco è stato un massacro. Ma a suo parere non era questa l’intenzione: l’obbiettivo era colpire il comandante, che avrebbe potuto anche non essere là.

Questo schema di focalizzazione sull’obbiettivo ha svolto un ruolo cruciale nel consentire agli israeliani comuni di partecipare al genocidio, forse più ancora della sola obbedienza, che normalmente viene considerata la principale motivazione in simili contesti. Considerando ogni azione violenta come un compito a sé stante, dal prendere di mira un militante di Hamas al mettere in sicurezza una zona, i soldati possono evitare di confrontarsi con il proprio ruolo nel massacro di massa di civili.

Inoltre questo atteggiamento mentale diventa più facile da sostenere in un periodo di intelligenza artificiale e di grandi numeri. Queste tecnologie possono raccogliere ed analizzare informazioni su un’intera popolazione quasi istantaneamente, mappando gli edifici e i loro abitanti con presumibile precisione. In tal modo producono un continuo flusso di apparenti giustificazioni militari, creando una parvenza di legalità per una politica di uccisioni di massa. Infatti l’intelligenza artificiale ha permesso a Israele di trasformare un caposaldo del diritto internazionale – l’obbligo di attaccare soltanto obbiettivi militari – in uno strumento che legittima ed accelera proprio quel massacro che si intendeva impedire.

Motivazioni sovrapposte

Mentre un fragile cessate il fuoco mediato dagli USA entra in vigore a Gaza, gli sforzi globali per garantire responsabilità e giustizia continueranno a pieno ritmo. La denuncia del Sudafrica alla CIG continuerà a far rumore, mentre Israele e i suoi sostenitori, compresi i governi occidentali, tenteranno di screditare le accuse di genocidio allo scopo di evitare le conseguenze legali di una simile sentenza. Nel far questo continueranno ad indicare pretesi obbiettivi militari dietro ogni specifico attacco, come fa normalmente l’esercito in risposta ai nostri rapporti.  

L’abitudine degli autori del genocidio di invocare la “sicurezza” come giustificazione della violenza di massa è ben documentata, giustficando le azioni di brutalità in un più ampio schema di autodifesa. Ma qualunque inconsistente scusa venga avanzata per ogni caso, gli attacchi di Israele sono stati condotti innegabilmente con la totale consapevolezza che avrebbero comportato la distruzione di un altro popolo. Il risultato è un numero di morti palestinesi che si ritiene superi i 100.000 e il quasi completo annientamento della Striscia di Gaza.

Tuttavia focalizzarsi solo su come ogni singolo atto di violenza si è sommato fino a creare una complessiva realtà di genocidio significa anche non cogliere il punto. Per molti leader israeliani la morte e la distruzione di massa era l’intento. Dalla deliberata riduzione alla fame di due milioni di persone e l’uccisione di chi cercava gli aiuti, fino al radere al suolo sistematicamente intere città e agire attivamente per l’espulsione di massa, l’eliminazione dei palestinesi di Gaza come obbiettivo in quanto tale era ampiamente chiara.

Soprattutto dopo che Israele ha violato il precedente cessate il fuoco di marzo, qualunque [giustificazione come, n.d.t.] obbiettivo militare si potesse dire esistesse è diventata anche più esile. Ciò che è rimasto è una nuda logica omicida che l’esercito raramente si è preoccupato di giustificare in termini militari.

Questa motivazione è chiara non solo nei fatti ma anche a parole. Come ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu a maggio: “Continuiamo a demolire le case: non hanno dove ritornare. L’unica via di uscita sarà la volontà dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia.” L’ex capo dell’intelligence militare Aharon Haliva è entrato in dettagli anche più specifici: “Per tutto ciò che è accaduto il 7 ottobre, per ognuno di noi che è morto il 7 ottobre, 50 palestinesi devono morire. Non importa adesso se bambini o no. Non sto parlando di vendetta ma sto mandando un messaggio per le future generazioni. Hanno bisogno di una Nakba adesso e poi soffrirne il prezzo.”

Ma essenzialmente le motivazioni legate a un obbiettivo e quelle genocidarie non si escludono a vicenda: anzi, si rafforzano una con l’altra. E questa sovrapposizione allarga la base di coloro che intendono partecipare al massacro.

I soldati apertamente favorevoli al genocidio – e ce n’erano molti – hanno raso al suolo la città di Rafah per fare pulizia etnica dei palestinesi, mentre quelli con una percezione più liberale di sé stessi l’hanno distrutta per “creare una zona cuscinetto di sicurezza”. Haliva considerava il bombardamento di case civili come un atto di vendetta, mentre soldati più turbati da simili giustificazioni potevano raccontarsi che è stato fatto per colpire un bersaglio al loro interno.

La mentalità orientata ad un obbiettivo frammenta la distruzione di un popolo e la inserisce in migliaia di azioni isolate, ognuna giustificata di per sé, nessuna riconosciuta come parte di una più ampia campagna di genocidio. Ciò consente ad alcuni di coloro che la conducono di ignorare l’intento generale, nemmeno se leader come Netanyahu e Haliva lo esplicitano chiaramente. Per parafrasare il vecchio detto: concentrandosi su un singolo albero non vedono la foresta del genocidio.

Il genocidio come disegno morale

Ciò che sta al cuore di queste giustificazioni è la disumanizzazione dei palestinesi. I soldati che hanno massacrato 300 persone per uccidere un solo militante di Hamas mi hanno detto che probabilmente non lo avrebbero fatto se anche un solo bambino ebreo si fosse trovato nell’edificio.

La disumanizzazione va in due direzioni: non solo trasforma le vittime in una minaccia mostruosa, ma fa anche l’opposto, riducendole a polvere, rimpicciolendole fino a farle scomparire. Ecco come un soldato che compie una determinata missione può giustificare l’uccisione di 300 persone. Non le vede come 300 singoli esseri umani, ma solamente come dati di un software che calcola “i danni collaterali”.

Molti ebrei israeliani hanno interpretato gli sviluppi degli ultimi due anni attraverso il linguaggio dell’olocausto. Un amico d’infanzia che è diventato ufficiale di carriera nell’esercito, e che non mi parla più, ha scritto su Facebook che prima del 7 ottobre si è impegnato a seguire le testimonianze pubbliche di sopravvissuti all’olocausto “per traumatizzarsi il più possibile” e in tal modo trovare uno scopo nel suo lavoro. Dopo il massacro di Hamas, che lui considera un’azione degli odierni nazisti, ha scritto che ora può capire a fondo il dolore dei sopravvissuti all’olocausto.

Altri in Israele e nel mondo, me compreso, hanno visto il massacro di Israele di civili, i bambini di Gaza che muoiono di fame, le fosse comuni e i continui sfollamenti forzati ed hanno considerato quegli stessi eventi dalla prospettiva opposta.

E’ impressionante che l’immaginario dell’olocausto possa essere usato sia per giustificare la distruzione di Gaza sia per opporvisi. Questo paradosso parla del potere del genocidio come linguaggio morale prevalente nel nostro tempo e del fatto che i palestinesi devono spesso tradurre la propria sofferenza nei termini di quel linguaggio per essere anche solo ascoltati come vittime.

Tuttavia vedere gli ultimi due anni non solo attraverso il prisma del genocidio ma anche come una seconda Nakba – un duraturo progetto di eliminazione finalizzato a distruggere sia un popolo che lo spazio in cui vive – può avvicinarci a comprendere la natura delle azioni di Israele. Mentre il genocidio è spesso considerato violenza fine a sé stessa, la Nakba rappresenta una violenza che ha uno scopo: la rimozione e la sostituzione di un popolo.

Eppure, in quanto ebreo israeliano posto di fronte agli orrori degli ultimi due anni, non posso non pensare in termini di olocausto. La distruzione di Gaza mi ha permesso di comprendere meglio non solo le storie delle vittime, ma anche quelle degli autori – la maggioranza silenziosa che ha favorito le atrocità con le proprie azioni e con le storie che si racconta per giustificare tutto questo.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)