Genocidio in nome della sicurezza nella visione dei coloni israeliani

Ramona Wadi

17 dicembre 2024 MiddleEastMonitor

 

I leader dei coloni israeliani chiedono al governo israeliano di emulare la strategia genocida usata contro i palestinesi a Gaza per sfollare e ripulire etnicamente i palestinesi dalla Cisgiordania occupata. In una lettera al Gabinetto di Sicurezza israeliano Yisrael Ganz, capo del Consiglio Yesha [unione dei consigli comunali delle colonie in Cisgiordania, ndt.] che si occupa degli affari delle colonie, insieme ad altri leader dei coloni e sindaci ha chiesto la demolizione di edifici e campi profughi nella Cisgiordania occupata. Tutti i coloni israeliani e le colonie in cui vivono sono chiaramente illegali ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra. “Dopo aver trasferito la popolazione, l’infrastruttura terroristica dovrebbe essere smantellata esattamente come abbiamo fatto nella Striscia di Gaza, ovvero: ogni edificio incriminato deve essere distrutto, ogni terrorista deve essere eliminato”, ha scritto nella sua lettera. “Questo è il momento di abbandonare un approccio difensivo e procedere con uno di offensiva letale, efficiente ed efficace in Giudea e Samaria [Cisgiordania]”.

Questo è il momento giusto, si legge nella lettera, perché un’attenzione distratta fissa su Gaza si è poi spostata su Libano e Siria. E se la Cisgiordania occupata, già destinata all’illusoria costruzione di uno Stato e a fantomatici finanziamenti da parte della comunità internazionale, ha in passato servito il suo scopo di mantenere in vita la “soluzione” dei due Stati, Israele ha dichiarato apertamente che il paradigma è ormai defunto e inapplicabile. Quindi perché la comunità internazionale dovrebbe ora preoccuparsi della sua mancata realizzazione? Il tempo è favorevole a Israele, ma non al popolo palestinese. Il genocidio non ha spinto la comunità internazionale ad agire. Al contrario, il mondo ha continuato a tergiversare raccogliendo come sempre dati statistici. Nella Cisgiordania occupata i dati hanno già normalizzato le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, e la comunità internazionale avrà vita più facile. E avendo normalizzato il genocidio e le sue conseguenze, cosa può davvero impedire a Israele di ripetere lo stesso schema di pulizia etnica se lo vuole?

“La sovranità israeliana in Giudea e Samaria farà fuori l’asse del male, proteggerà Gerusalemme e Tel Aviv e salvaguarderà anche Londra, Berlino e New York”, ha detto Yisrael Ganz al Jerusalem Post. Il colonialismo e il genocidio di Israele vengono ora promossi come strumenti per proteggere l’Occidente. Ovviamente, gli Stati Uniti, la Germania e il Regno Unito non si opporrebbero a tale retorica e alla sua realizzazione, data la loro complicità nel genocidio di Gaza, per non parlare del loro indiscusso sostegno decennale all’espansione coloniale.

Se Israele e la comunità internazionale sono concordi sul genocidio per creare una zona cuscinetto di una presunta sicurezza, come definirà le vittime la comunità internazionale? Danni collaterali? Irrilevanti? Se Israele commetterà davvero un genocidio nella Cisgiordania occupata con la benedizione della comunità internazionale, il che è probabile, come saranno ridefiniti i diritti umani e il diritto internazionale? Non solo la comunità internazionale non ha fermato il genocidio a Gaza, ma acconsentirebbe alla sua estensione nella Cisgiordania occupata sotto le mentite spoglie di preoccupazioni per la sicurezza non solo israeliana, ma addirittura internazionale. Nonostante la resistenza anticoloniale palestinese sia diretta esclusivamente contro Israele, non contro Israele e i suoi complici. Lo squilibrio di potere è enorme e continua a crescere parallelamente al soggiogamento forzato del popolo palestinese. Israele sta annunciando apertamente il suo ruolo nel cambiare il Medio Oriente e il mondo si rifiuta ancora di riconoscere come i palestinesi in tutta la Palestina colonizzata vengano sacrificati all’obiettivo sionista del Grande Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La resistenza palestinese potrà sempre sopravvivere senza sostegno dall’esterno. E Israele?

Joseph Massad

13 dicembre 2024 – Middle East Eye

Nonostante l’esultanza in Israele per i suoi recenti successi, le vittime palestinesi continueranno a lottare fino a quando il suo genocida regime suprematista ebraico non sarà completamente smantellato.

Negli ultimi due mesi, gli israeliani e i loro padroni americani hanno intensificato la campagna di sterminio a Gaza nella speranza di reprimere la resistenza palestinese allo stato di apartheid suprematista ebraico una volta per tutte.

Non essendo riusciti a ottenere nessuno dei loro obbiettivi dopo il 7 ottobre 2023, gli Stati Uniti e Israele ne hanno attribuito la responsabilità agli alleati della resistenza palestinese e agli aiuti militari che le hanno fornito.

Hanno cominciato a prendere di mira questi alleati nella convinzione che senza aiuto dall’esterno la resistenza palestinese si sarebbe dissolta e avrebbe cessato di esistere.

Ironicamente è invece Israele che, sin dalla sua fondazione nel 1948, non potrebbe sopravvivere economicamente o militarmente in assenza di massicce e costanti iniezioni di capitale finanziario, militare e diplomatico dall’occidente.

Israele infatti non può sopravvivere oggi senza questi enormi livelli di assistenza e protezione, senza i quali la colonia di insediamento collasserebbe nel giro di mesi.

Questo fatto è risultato più chiaro nell’ultimo anno, durante il quale Israele si è dimostrato una potenza militare di quart’ordine il cui unico risultato è stato di commettere un genocidio contro una popolazione civile.

Per raggiungere i suoi obbiettivi Israele ha fatto affidamento su di un livello monumentale di aiuto militare e di spionaggio da parte di Stati Uniti e Unione Europea. Con il loro aiuto Israele è stato in grado di indebolire la resistenza libanese, fino ad un cessate il fuoco che finora ha violato più di 100 volte, e di ottenere una situazione di stallo con l’Iran.

A loro volta gli americani, con la Turchia e Israele, hanno avuto successo nell’aiutare a rovesciare il regime siriano, che era stato una manna per la resistenza palestinese e libanese. Gli israeliani hanno anche preso di mira funzionari iraniani e bombardato il consolato iraniano a Damasco, cosa che ha portato alla rappresaglia iraniana e a ulteriori bombardamenti israeliani sull’Iran.

Nel frattempo, con il pieno sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, Israele ha ucciso e affamato in massa ancora di più i palestinesi nel nord di Gaza e ha intensificato i pogrom dei coloni e i raid dell’esercito, così come le invasioni di città e cittadine della Cisgiordania.

Ha anche aumentato la repressione contro i palestinesi imprigionati a Gerusalemme Est occupata, da ultimo imponendo nelle loro scuole un programma israeliano, razzista e anti-palestinese, e vietando il programma palestinese, in aggiunta alla requisizione di abitazioni e attività palestinesi a beneficio dei coloni ebrei.

Per quanto riguarda gli isolati cittadini palestinesi di Israele, il regime israeliano negli ultimi mesi ha anche emanato un certo numero di leggi che erodono i pochi diritti che ancora avevano sotto il sistema israeliano di apartheid.

L’ultimissima strategia israeliana e statunitense ambisce a cancellare dalla memoria le massicce sconfitte militari che gli israeliani hanno subito da quando Hamas ha lanciato l’operazione Al-Aqsa Flood lo scorso ottobre.

Soprattutto essa ambisce a rafforzare la colonia di insediamento ebraica contro le costanti minacce militari poste dalla resistenza e imporre la volontà israeliana, non solo al popolo palestinese ma all’intero mondo arabo.

Resistenza palestinese

Adesso che gli Stati Uniti sono riusciti a rovesciare tutti i dittatori arabi che si sono degnati di respingere l’ordine di normalizzare i rapporti con Israele (o che hanno insistito su condizioni per la normalizzazione che Israele ha rifiutato) – Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e Bashar Al-Assad – mentre hanno sostenuto tutti gli altri dittatori arabi che si sono sottomessi completamente alla loro volontà e dimostrano loro obbedienza – dal Marocco alla Giordania e all’Autorità Palestinese fino al Golfo – gli americani e gli israeliani sono certi che l’eliminazione della resistenza palestinese sia del tutto alla loro portata.

Questa percezione è basata sulla persistente convinzione ideologica da parte degli imperialisti Stati Uniti e del genocida Stato israeliano che la resistenza palestinese non sia generata dalla natura genocida e segregazionista del regime della colonia di insediamento israeliana, ma sia invece il risultato del supporto esterno che riceve.

Secondo questi miopi e autoreferenziali strateghi statunitensi e israeliani una volta distrutto tale supporto, anche la resistenza palestinese scomparirà.

Non sorprende che la loro ignoranza e il loro rifiuto di imparare dalla storia della resistenza palestinese alla colonizzazione sionista e al dominio suprematista ebraico siano più ostinati che mai.

Che la resistenza palestinese sia cominciata negli anni ’80 del diciannovesimo secolo, agli albori della colonizzazione ebraica e senza supporto esterno, sembra irrilevante per i crudeli e razzisti strateghi americani e israeliani.

In realtà a partire dal 1882 e per tutti gli anni ’90 del 1800 la resistenza contadina palestinese prese di mira tutte le colonie ebraiche, al punto che “non c’era quasi colonia ebraica che non entrasse in conflitto” con i contadini palestinesi autoctoni.

Il fatto che la resistenza palestinese sia continuata da allora, per la maggior parte del tempo non solo senza supporto esterno ma nonostante gli enormi aumenti nella quantità e qualità del supporto esterno per l’oppressore sionista dei palestinesi, non disillude questi strateghi di tale convinzione razzista, che sminuisce l’oppressione dei palestinesi come vero impulso alla loro resistenza.

Soli

A differenza del popolo palestinese i colonizzatori sionisti dalla fine del diciannovesimo secolo hanno sempre goduto del supporto di tutte le nazioni colonizzatrici europee e dell’impero statunitense nella repressione di ogni resistenza alla colonizzazione ebraica e all’apartheid.

Dopo la prima guerra mondiale i sionisti sono stati aiutati nei loro sforzi anche da regimi arabi e da alcune famiglie palestinesi ricche e possidenti che hanno collaborato sia con loro che con l’occupazione britannica del paese.

Fatta eccezione per alcuni volontari provenienti da oltreconfine, il popolo palestinese ha resistito alla colonizzazione sionista da solo e con tutta la propria forza, affrontando l’impero britannico e le bande sioniste negli anni ’20 e ’30 del ventesimo secolo nonostante il ricorso da parte di britannici e sionisti al terrorismo e a brutalità estreme contro questa popolazione prigioniera.

I contadini giordani rivoluzionari che hanno tentato di aiutare i palestinesi fornendo loro rifugio e hanno preso di mira gli interessi britannici in Giordania sono stati rapidamente repressi nella seconda metà degli anni ’30 dall’Emiro Abdullah di Giordania e dal suo esercito controllato dagli inglesi, il quale si è avvalso di 10 aerei delle forze aeree britanniche per bombardarli.

Il cosiddetto supporto dei pochi eserciti arabi che sono intervenuti il 15 maggio 1948 per fermare l’espulsione sionista di quasi 400.000 palestinesi – che era cominciata quasi sei mesi prima, il 30 novembre 1947 – e per salvaguardare quel 45 % di Palestina che gli imperi del nord avevano designato come Stato palestinese nel famigerato Piano di Ripartizione delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 – è stato del tutto controproducente.

Non solo questi eserciti arabi, male equipaggiati, erano in netta inferiorità numerica rispetto alle bande sioniste, addestrate ed equipaggiate meglio, ma essi hanno anche fallito nell’evitare l’espulsione per mano sionista di altri 360.000 palestinesi e hanno perso più di metà del 45 % di Palestina che avrebbero dovuto proteggere.

Tutte le terre che Abdullah, nel frattempo autoproclamatosi Re, è riuscito a tenere sono state annesse alla Giordania, secondo un piano elaborato in precedenza con i sionisti. Più tardi egli si è rifiutato di riconoscere il governo di tutta la Palestina istituito a Gaza nel settembre del 1948.

Anche i poteri imperiali hanno riconosciuto l’annessione israeliana del 78 % della Palestina e l’annessione di Abdullah del 18 %, che ha ribattezzato “Cisgiordania”. (Gaza è stata difesa dagli egiziani fino a quando non è stata conquistata due volte dagli israeliani, nel 1956 e di nuovo nel 1967, quando Israele se ne è infine impossessato).

Nel frattempo tutti le principali potenze imperiali e l’Unione Sovietica hanno sostenuto pienamente la conquista sionista del 1948 sia militarmente che diplomaticamente.

Per sostenere la conquista sionista della terra dei palestinesi, sono arrivati in Palestina piloti volontari ebrei inglesi e americani e brigate ebree sioniste internazionali da tutto il mondo occidentale. Molti volontari continuano a recarsi in Israele per contribuire a imporre ai palestinesi la supremazia ebraica e l’apartheid.

Perdere legittimità

Dal 7 ottobre 2023 anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono diventati a tutti gli effetti complici di Israele nel suo genocidio di palestinesi tuttora in corso – un genocidio che è supportato apertamente o tacitamente da tutti i regimi arabi, inclusa la collaborazionista Autorità Palestinese, con l’eccezione della libanese Hezbollah, del governo yemenita di Ansar Allah, di alcuni gruppi della resistenza irachena, del regime siriano recentemente caduto e dell’Iran.

Questi sostenitori di Israele palestinesi, arabi e occidentali hanno anche dato un contributo determinante alla protezione militare di Israele dalle ritorsioni da parte delle forze arabe della resistenza e dell’Iran e, nel caso dell’Autorità Palestinese, attuato una campagna di repressione dei resistenti palestinesi in Cisgiordania.

Allo stesso tempo i sostenitori dei palestinesi hanno lanciato una campagna per rendere sempre più difficile ai sostenitori e agli sponsor di Israele continuare ad aiutarlo nel suo genocidio in corso.

Sia presso le Nazioni Unite che presso la Corte Internazionale di Giustizia o la Corte Penale Internazionale è stato emanato contro Israele un cospicuo numero di risoluzioni, sentenze e rinvii a giudizio, che gli Stati Uniti hanno tentato di neutralizzare con tutte le minacce e le sanzioni di cui sono capaci.

A questo si aggiunge il crescente successo del movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni nell’esercitare pressioni su paesi e imprese affinché ritirino i loro investimenti in Israele, come ha recentemente fatto la Norvegia.

Inoltre la perdita del sostegno da parte di una cospicua porzione dell’opinione pubblica occidentale, inclusi gli ebrei europei e americani, ha anch’essa contribuito all’indebolimento della legittimità della colonia d’insediamento genocida in circoli occidentali tradizionalmente filo-israeliani, i quali storicamente avevano fornito indispensabile aiuto.

Collasso inevitabile

Il bilancio degli ultimi 15 mesi presenta luci e ombre.

La debolezza militare, economica e diplomatica di Israele è stata smascherata, come la sua incapacità di fermare il proprio indebolimento quotidiano su tutti i fronti, tranne quello del genocidio.

Eppure, grazie al grande aiuto militare e finanziario dagli Stati Uniti e dai paesi dell’Unione Europea, gli israeliani riescono a continuare a usare ogni barbarico metodo a loro disposizione per distruggere la resistenza palestinese.

La cosa che lascia perplessi gli strateghi americani e israeliani tuttavia è che la resistenza palestinese, la quale non ha ricevuto nessun aiuto militare o finanziario da alcuna fonte esterna all’indomani del 7 ottobre 2023, continua a resistere alla distruzione israeliana a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Nonostante l’esultanza e i festeggiamenti in Israele per i suoi recenti successi, le sue vittime palestinesi continueranno a lottare fino al completo smantellamento del suo regime suprematista ebraico e genocida.

Alla luce di questi sviluppi è più probabile che sia il genocida Israele, e non la resistenza palestinese, a non essere più in grado di sopravvivere a causa del decrescente supporto dall’esterno e dell’isolamento internazionale.

Questo gli strateghi statunitensi e israeliani lo sanno bene, anche se rifiutano di prenderne atto.

Tutto l’orrore omicida che essi stanno infliggendo oggi alla regione araba non potrà che rimandare l’inevitabile collasso del genocida regime coloniale d’insediamento, ma non riuscirà a preservarne l’esistenza.

Joseph Massad è professore di politiche moderne e storia intellettuale del mondo arabo alla Columbia University, New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri ricordiamo: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Arabi desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi], e più recentemente Islam in Liberalism [L’Islam nel pensiero liberale]. I suoi libri sono stati tradotti in dodici lingue.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




A Gaza non si sfugge al terrore

Ahmed Mohammed Jnena  

24 novembre 2024 Mondoweiss

Quando a Gaza è iniziato il genocidio ho confidato in Dio e respinto del tutto la paura. Ma poi, intrappolato sotto le macerie della mia casa distrutta, ho provato un’autentica paura. E da allora non mi ha più abbandonato.

La guerra incalzava. Le bombe cadevano senza sosta, più rumorose e pesanti che mai. Per me non era una novità. Il mio quartiere, al-Shuja’iyya, è stato bombardato innumerevoli volte: 2008, 2012, 2014, 2021, e tra queste c’erano attacchi aerei periodici e lunatici, imprevedibili ma familiari. Questa era la vita a Gaza, che è stata un ciclo infinito di sopravvivenza e ricostruzione. Quindi, quando i primi attacchi aerei seguirono il 7 ottobre, pensai che fosse solo un capitolo della stessa triste storia. Mi sbagliavo.

Il numero dei morti salito a diverse migliaia, gli attacchi aerei implacabili… Il numero di sigarette di mio padre aumentava di giorno in giorno. A Gaza le sigarette non sono un lusso, sono una forma di silenziosa autopunizione o un disperato tentativo di alleviare lo stress. I fattori di stress sono ovunque, anche prima che scoppiasse la guerra. Sapevo che presto i prezzi delle sigarette sarebbero saliti alle stelle, un altro crudele paradosso nelle nostre vite.

Sono Ahmed, ho 23 anni e faccio parte di una famiglia di nove persone. Due dei miei fratelli vivono all’estero: uno è insegnante in Kuwait e ci sostiene economicamente, l’altro è in Turchia e sta cercando di emigrare in Europa per provvedere alla moglie e ai due figli. Una settimana dopo il 7 ottobre mia madre, mia sorella e quattro dei miei fratelli sono stati evacuati nella scuola UNRWA di Al-Rimal, nella parte occidentale di Gaza City. Mio padre, 64 anni, e io siamo rimasti indietro: “i lealisti”, come dicevamo scherzando.

Mio padre non aveva paura della morte. L’accettava con calma rassegnazione, a volte trovando conforto nella sua ineluttabilità. Io, d’altro canto, credevo di poter respingere del tutto la paura riponendo la mia fiducia in Dio. “La paura è un’illusione”, gli dissi una sera. Scosse la testa, la voce ferma.

“La paura è reale, figlio mio”, disse. “Anche i profeti avevano paura. Ricordi Mosè quando gli fu detto di tenere il bastone? La paura esiste tanto quanto il coraggio”.

Allora non ne ero convinto. Ma l’8 novembre ho scoperto la verità sulla paura.

Un F-16 israeliano ha ridotto la nostra casa in macerie in pochi secondi. Ero intrappolato tra due muri crollati, bloccato sul posto dal cemento implacabile. Per due strazianti ore sono rimasto solo in una soffocante oscurità, ascoltando i deboli scricchiolii della distruzione e le grida lontane. La paura mi ha afferrato, cruda e ineluttabile.

Poi l’ho sentito. La voce di mio padre mi chiamava da qualche parte tra le macerie. Era stato colpito dallo stesso attacco aereo ma mi stava cercando tra le rovine. Le sue mani, ferme nonostante il caos, mi guidarono tra le macerie dall’altra parte del muro. Quella fu l’ultima cosa che ricordo chiaramente prima che il secondo attacco aereo ne stroncasse la voce e lo uccidesse. Il mio coraggioso padre se n’era andato.

Quando fui tirato fuori dalle macerie avevo il bacino e parte della spina dorsale rotti. Quando arrivò l’ambulanza fui portato d’urgenza all’ospedale di al-Shifa. Rimasi lì per settimane a ricevere cure prima che l’esercito israeliano circondasse l’ospedale e bombardasse proprio il piano in cui mi trovavo. La morte insisteva nel seguirmi come un’ombra. Non appena l’esercito circondò l’ospedale fui trasferito con altri pazienti e dottori all’Ospedale Europeo di Khan Younis.

La mia spina dorsale e il mio bacino necessitavano di un intervento chirurgico e l’ospedale in cui mi trovavo a malapena funzionava, veniva usato principalmente come rifugio. Alla fine il Ministero della Salute rilasciò un’impegnativa che mi avrebbe consentito di essere curato in Egitto, cosa non facile da ottenere poiché si dà la priorità ai casi più gravi. Però non ha funzionato. Anche se mio fratello poteva garantire i fondi per il mio viaggio in Egitto, gli israeliani hanno presto preso il controllo del valico di Rafah e lo hanno chiuso, mettendo le cure fuori discussione.

Dovevo perseverare in questa lotta senza fine, non avevo scelta. Un doloroso passo dopo l’altro, la mia salute è migliorata e alla fine riesco a camminare. Ora vendo sapone fatto in casa per le strade di Deir al-Balah per sostenere mia madre, i miei fratelli e mia sorella, ma anche perché non ho altra scelta.

Penso che nonostante tutte queste difficoltà posso ancora farcela. Abbiamo sempre lottato a Gaza prima del 7 ottobre. Ma ciò che non riesco a gestire è la profonda paura che mi ha sconvolto quella notte.

Da quella notte la paura non mi ha più abbandonato. I miei ricordi prima dell’attacco sembrano frammenti di un sogno, sfocati e irraggiungibili. Non ricordo molto della mia vita prima di allora. Forse se tornassimo alle macerie, ai resti della nostra casa, qualche oggetto dimenticato potrebbe scatenare un ricordo. Per ora, però, vivo nel presente, portando il peso di un passato che non riesco a ricordare e una paura che non posso negare.

La paura esiste. È reale. Mio padre ha ragione. Ora ho capito.

.(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Mandati di arresto della CPI: i palestinesi hanno prevalso nella “guerra della legittimità”

Richard Falk

22 novembre 2024-Middle East Eye

Il valore permanente dell’emissione dei mandati di arresto è quello di aiutare la Palestina a conquistare il primato del diritto, della moralità e del dibattito pubblico

La Corte penale internazionale (CPI) ha ritardato di sei mesi l’emissione formale di mandati di arresto per i principali leader politici israeliani che hanno diretto l’assalto genocida a Gaza, sebbene abbia risposto affermativamente nel giro di pochi giorni a una richiesta analoga che riguardava le accuse di responsabilità penale del presidente russo Vladimir Putin in Ucraina

Doppi standard, certo, ma l’azione della CPI è una valida alternativa al rifiuto della raccomandazione del procuratore capo Karim Khan del 20 maggio o al ritardo indefinito della decisione se emettere o meno i mandati di arresto.

La sentenza della Sezione preliminare n.1 della CPI di emettere mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, data l’evidenza schiacciante della loro responsabilità per gravi crimini internazionali, è una grande notizia.

È un colpo contro l’impunità geopolitica e a favore della responsabilità. Se questa azione della CPI viene valutata in base alla sua capacità di influenzare il comportamento a breve termine di Israele in direzioni più in linea con il diritto internazionale e con le opinioni prevalenti nelle Nazioni Unite, nel Sud del mondo e nell’opinione pubblica mondiale, questa decisione della CPI può essere cinicamente liquidata come un gesto vuoto.

Alcuni sostengono che l’impatto tangibile dei mandati di arresto, se pur ve ne sarà alcuno, consisterà solo nel modificare leggermente i piani di viaggio futuri di Netanyahu e Gallant. La decisione obbliga i 124 stati membri della CPI a effettuare l’arresto di questi individui, qualora fossero così audaci da avventurarsi nel loro territorio. Gli Stati non membri, tra cui Stati Uniti, Russia, Cina, Israele e altri, non sono nemmeno soggetti a questo minimo obbligo.

Limitazioni

Ricordiamo che la Palestina è parte del trattato della CPI.

Quindi se Netanyahu o Gallant dovessero mettere piede nei territori palestinesi occupati di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est, l’autorità governativa di Ramallah sarebbe legalmente obbligata ad arrestarli.

Tuttavia, se osasse arrestare un leader israeliano, per quanto forti siano le prove contro di lui, ciò metterebbe alla prova il coraggio dell’Autorità Nazionale Palestinese ben oltre il suo comportamento passato. Questa valutazione dell’effetto tangibile non coglie il punto del perché questo sia uno sviluppo storicamente significativo sia per la lotta palestinese che per la credibilità della CPI.

Prima di presentare un argomento sul perché questa mossa della CPI è un passo storico sembra opportuno riconoscerne i grandi limiti.

Innanzitutto, sebbene la raccomandazione del procuratore alla Camera dei giudizi preliminari della CPI sia stata fatta a maggio (o otto mesi dopo il 7 ottobre 2023), non includeva tra i crimini attribuiti a questi due leader il genocidio, che è, ovviamente, il principale crimine dell’assalto israeliano, nonché emanazione del loro ruolo.

Inoltre, un limite notevole è il lungo ritardo della CPI tra i mandati di arresto raccomandati e la sentenza della Sezione.

Ciò è stato sostanzialmente ingiustificabile date le terribili condizioni di emergenza di devastazione, carestia e sofferenza esistenti a Gaza durante questo intervallo, aggravate dal blocco da parte di Israele dell’assistenza umanitaria fornita da Unrwa e da altre organizzazioni umanitarie e degli aiuti internazionali alla popolazione civile di Gaza che aveva un disperato bisogno di cibo, carburante, elettricità, acqua potabile, forniture mediche e operatori sanitari.

La decisione della CPI è ulteriormente soggetta a contestazione giurisdizionale una volta che l’ordine di arresto è stato finalizzato. L’accettazione del provvedimento del 20 novembre è, in senso formale, provvisoria, poiché l’obiezione di Israele all’autorità giurisdizionale della CPI è stata fatta prematuramente, ma può essere fatta senza pregiudizio in futuro ora che la CPI ha agito.

Anche nell’improbabile caso in cui potessero essere effettuati arresti è dubbio che la detenzione potrebbe essere mantenuta, data la legislazione del Congresso degli Stati Uniti che autorizza l’uso della forza per “liberare” dalla prigionia della CPI cittadini statunitensi o alleati accusati.

Ci sono già state minacce da parte di alcuni membri del Senato e della Camera degli Stati Uniti che verranno emanate sanzioni contro Khan e i membri della Camera preliminare della CPI. Tali iniziative, se promulgate, indeboliranno ulteriormente la reputazione degli Stati Uniti come sostenitori dello stato di diritto negli affari internazionali

Significato duraturo

Nonostante queste formidabili limitazioni, questa invocazione dell’autorità procedurale della CPI è di per sé un triste promemoria per il mondo riguardo al fatto che la responsabilità per [perseguire, n.d.t] i crimini internazionali dovrebbe spettare a tutti i governi. Le prove sono state valutate da esperti oggettivi e professionalmente qualificati sotto gli auspici di un’istituzione internazionale che è autorizzata da un trattato ampiamente ratificato a determinare l’appropriatezza legale di prendere una decisione così controversa.

Le decisioni ufficiali della CPI vengono emesse senza essere soggette a un diritto di veto che ha paralizzato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite durante questo periodo di violenza a Gaza. Ciò non significa che seguirà l’attuazione o che l’azione penale andrà avanti, e tanto meno che le future conclusioni di colpevolezza saranno rispettate nell’improbabile eventualità che si verifichino, come ha scoperto, con suo sconcerto, la più anziana Corte internazionale di giustizia [organismo dell’ONU che giudica gli Stati, n.d.t.] sin dalla sua fondazione nel 1945.

Tuttavia, sia la CPI che la Corte internazionale di giustizia sono formalmente libere dal “primato della geopolitica” che così spesso prevale sulla rilevanza del diritto internazionale o della Carta delle Nazioni Unite in altre sedi non giudiziarie.

Un risultato come quello raggiunto dalla CPI in merito ai mandati di arresto è un’applicazione diretta e autorevole del diritto internazionale e, in tal senso, non produce controargomentazioni ma reazioni grossolane. Netanyahu definisce la sentenza della CPI “assurda” e una manifestazione di “antisemitismo”. Questo tipo di intemperanza verbale israeliana è simile a quanto affermato in passato contro l’ONU stessa e le sue attività.

Il significato duraturo dell’emissione dei mandati di arresto è quello di aiutare la Palestina a vincere la “guerra di legittimità” condotta per collocarsi sul terreno più elevato del diritto, della moralità e del discorso pubblico.

I seguaci della scuola “realista” che continuano a dominare le élite di politica estera negli Stati importanti liquidano il diritto internazionale e le considerazioni normative in materia di sicurezza globale e di contesti geopoliticamente infiammati come una distrazione fuorviante per situazioni che [ritengono, ndt.] sono meglio guidate e, in ogni caso, saranno determinate dai rapporti di forza militari.

Un simile modo di pensare trascura l’esperienza di tutte le guerre anticoloniali del secolo precedente vinte militarmente dalla parte più debole. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto imparare questa lezione nella guerra del Vietnam dove hanno dominato i campi di battaglia aerei, marittimi e terrestri e tuttavia hanno perso la guerra.

La parte più debole ha prevalso militarmente, ovvero ha prevalso nella guerra per la legittimità che il più delle volte ha controllato gli esiti politici sin dal dal 1945 nei conflitti interni di identità nazionale. Questi esiti riflettono il declino dell’agenzia storica del militarismo anche di fronte a molte innovazioni tecnologiche, apparentemente rivoluzionarie, nella guerra.

Per questa ragione, ma indipendentemente da questa linea di analisi, sempre più osservatori attenti sono giunti alla sorprendente conclusione che Israele ha già perso la guerra e, nel farlo, ha messo a repentaglio la sua futura sicurezza e prosperità, e forse anche la sua esistenza.

Alla fine la resistenza palestinese potrebbe ottenere la vittoria nonostante il prezzo indicibile imposto da un così orribile assalto genocida.

Se questo risultato si avverasse, uno dei fattori internazionali a cui si darebbe attenzione è la decisione della CPI di emettere mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant, per quanto futile possa sembrare oggi tale azione.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il mandato di arresto della CPI contro Netanyahu: cosa ci si può aspettare dopo

Sondos Asem

21 novembre 2024 – Middle East Eye

Tutti gli Stati membri ora hanno l’obbligo di arrestare il primo ministro israeliano se dovesse arrivare sul loro territorio

I mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant hanno un importante peso giudiziario e politico.

Hanno immediate conseguenze relative agli obblighi legali degli Stati che fanno parte dello Statuto di Roma, il trattato che ha dato vita alla Corte.

Tutti i 124 Stati membri dello Statuto di Roma ora hanno l’obbligo di arrestare Netanyahu e Gallant, così come il capo militare di Hamas Mohammed Deif, anch’egli destinatario di un mandato nonostante Israele sostenga che è stato ucciso a Gaza.

Un processo non può iniziare in assenza [degli imputati] e gli Stati membri devono consegnare l’accusato alla Corte dell’Aia.

Ma la Corte non ha poteri esecutivi. Si basa sulla collaborazione degli Stati membri perché arrestino e consegnino i sospettati.

È un passo incredibilmente importante nella lotta contro l’impunità,” dice a MEE Giulia Pinzauti, docente di diritto internazionale all’Università di Leida. “Gli Stati membri hanno l’obbligo di collaborare con la Corte e dovrebbero farlo. È un momento fondamentale per la cooperazione con la Corte.”

I firmatari dello statuto includono tutti gli Stati membri dell’UE, così come la Gran Bretagna, in Medio Oriente la Giordania, la Tunisia e la Palestina.

Tuttavia altri Stati, in particolare USA, Cina, India e Russia, non sono firmatari. La maggior parte degli Stati del Medio Oriente e del Nord Africa, tra cui Turchia e Arabia Saudita, non riconoscono la CPI.

Giovedì, in seguito all’annuncio della Prima Camera preliminare, vari Stati che aderiscono allo Statuto, tra cui Olanda, Francia, Giordania, Belgio e Irlanda, hanno annunciato la loro intenzione di applicare la decisione della Corte. Contattato da MEE per un commento, il governo britannico ha rifiutato di dire se applicherà il mandato di arresto.

È probabile che Netanyahu e Gallant, che non è più ministro della Difesa, ridurranno i loro viaggi, come ha fatto il presidente russo Vladimir Putin in seguito al mandato di arresto della CPI contro di lui.

Anche un futuro governo israeliano potrebbe scegliere di consegnarli all’Aia.

Oltretutto Stati che non sono membri dello Statuto di Roma potrebbero scegliere di consegnare all’Aia i sospettati, vietare loro di entrare nel proprio territorio o perseguirli in base al proprio ordinamento giuridico.

Triestino Marinello, avvocato di diritto internazionale per la tutela dei diritti umani che rappresenta le vittime palestinesi presso la CPI, afferma che è improbabile che Netanyahu venga estradato da Israele finché è primo ministro. “Ma ciò avrà un notevole impatto sulla sua capacità di agire come primo ministro, perché non potrà viaggiare in 124 Stati, che hanno l’obbligo legale, non la discrezionalità politica, di arrestarlo ed estradarlo,” dice Marinello a Middle East Eye.

Secondo Marinello, che definisce “storici” i mandati di arresto, avrà un impatto che va oltre quelli relativi a Netanyahu e Gallant.

I mandati potrebbero avviare cause nazionali contro altri cittadini di Israele, soprattutto con doppia nazionalità in Paesi europei, perché la Corte ha stabilito che sono stati commessi crimini. “Chiunque sia coinvolto nella commissione dei crimini deve essere portato in giudizio a livello locale ma anche internazionale,” afferma Marinello.

Benché la CPI abbia giurisdizione sul crimine di genocidio, le accuse contro i dirigenti israeliani escludono questo reato, che attualmente viene esaminato dalla Corte Internazionale di Giustizia in una causa presentata a dicembre dal Sud Africa contro Israele.

Tuttavia il procuratore ha preventivamente riconosciuto che attualmente altri crimini e la campagna di bombardamenti israeliani in corso sono attivamente indagati dalla CPI.

Le due Corti con sede all’Aia hanno competenze diverse.

La CIG, il principale organo giudicante dell’ONU, si occupa di controversie legali tra Stati e fornisce pareri consultivi presentati da organizzazioni dell’ONU e agenzie collegate.

Invece la CPI persegue singoli individui per quattro crimini internazionali: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La polizia del Regno Unito arresta l’accademico israeliano Haim Bresheeth dopo un discorso pro-Palestina

Redazione MEE

4 novembre 2024-Middle East Eye

Professore ebreo in pensione arrestato per presunto sostegno a un’organizzazione proscritta dopo aver detto che “Israele non può vincere contro Hamas”

Un accademico ebreo cresciuto in Israele è stato arrestato dalla polizia metropolitana di Londra dopo un discorso da lui tenuto durante una manifestazione pro-Palestina nella capitale britannica durante il quale ha affermato che Israele “non può vincere contro Hamas”.

Haim Bresheeth, figlio di sopravvissuti all’Olocausto e fondatore del Jewish Network for Palestine, è stato arrestato durante una manifestazione fuori dalla residenza dell’ambasciatrice israeliana Tzipi Hotovely, nel nord di Londra.

Secondo una dichiarazione rilasciata all’agenzia di stampa Skwawkbox da un portavoce della polizia è accusato di aver sostenuto un’organizzazione proibita. In una registrazione video dell’arresto di Bresheeth un agente di polizia lo informa che è stato arrestato ai sensi del Terrorism Act 2000 per “aver fatto un discorso d’odio”.

“Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi dichiarati, né a Gaza, né in Libano, né in Iran, né altrove”, ha detto Bresheeth nel suo discorso.

“Cosa ha ottenuto? Omicidi, caos, genocidio, razzismo, distruzione, ecco in cosa sono bravi”, ha detto Bresheeth. “Ma non possono combattere la resistenza, hanno perso ogni singola volta.

“Non possono vincere contro Hamas, non possono vincere contro Hezbollah, non possono vincere contro gli Houthi. Non possono vincere contro la resistenza unita contro il genocidio che hanno iniziato”.

Il portavoce della polizia ha affermato che le forze dell’ordine sono impegnate in un “intervento di costante equilibrio ” e che stavano agendo per “prevenire intimidazioni e gravi disordini nelle comunità”.

Dopo aver trascorso una notte in custodia Bresheeth è stato rilasciato senza imputazione il 2 novembre, ma è ancora sotto inchiesta.

L’arresto dell’accademico ebreo segue una serie di raid e arresti che hanno preso di mira giornalisti e attivisti filo-palestinesi ai sensi della legislazione antiterrorismo. A ottobre la polizia antiterrorismo ha fatto irruzione nell’abitazione del giornalista Asa Winstanley come parte di un’indagine ai sensi del Terrorism Act sulla sua attività sui social media.

Il 15 agosto il giornalista Richard Medhurst è stato arrestato ai sensi dell’articolo 12 del Terrorism Act al suo arrivo nel Regno Unito, presumibilmente in relazione al suo reportage sulla Palestina.

Meno di due settimane dopo la giornalista filo-palestinese Sarah Wilkinson è stata arrestata da membri della polizia antiterrorismo col volto coperto durante un’irruzione all’alba nella sua abitazione per accuse relative a contenuti da lei pubblicati online.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Perché i democratici sono i collaboratori perfetti di Israele nel genocidio

Tariq Kenney-Shawa

29 ottobre 2024 – +972 Magazine

Occultando l’appoggio a Israele con vuoti gesti umanitari ed empatia verso i palestinesi Biden e Harris hanno indebolito la pressione per porre fine alla guerra

Nell’ultimo anno abbiamo assistito al fatto che il presidente Joe Biden ha elevato il “rapporto speciale” tra USA e Israele a nuovi livelli. Da rifornire le scorte di armi di Israele e difenderlo dal dover pagare le conseguenze delle sue azioni a livello internazionale a schierare risorse e personale statunitensi a difesa di Israele, l’amministrazione Biden ha fatto di tutto e di più per garantire che Israele non solo potesse sostenere il suo attacco senza precedenti contro Gaza, ma che non dovesse accollarsi l’intero costo della guerra.

Biden ha iniziato la sua campagna per la rielezione competendo con Donald Trump per il titolo di “miglior amico di Israele”, una corsa grottesca verso il basso che è diventata una tradizione durante il periodo elettorale statunitense. Così quando il presidente alla fine ha deciso di rinunciare, alcuni erano speranzosi che la vicepresidente Kamala Harris ci avrebbe liberati da questa spirale verso il basso. Sono rimasti presto delusi.

I mezzi di comunicazione hanno insistito con entusiasmo sul fatto che Harris sembrava dimostrare “una maggiore comprensione ed empatia verso i palestinesi,” e hanno ipotizzato che questa differenza potrebbe portare in prospettiva a un cambiamento di politica. Ma nei mesi successivi alla sua designazione alla testa della candidatura democratica Harris ha messo in chiaro di essere pronta e desiderosa di continuare con la disastrosa eredità di Biden per i prossimi 4 anni.

E mentre la stragrande maggioranza degli israeliani preferisce Trump a Harris e l’ex-presidente sicuramente rimane il candidato preferito tra i dirigenti più estremisti del Paese, essi potrebbero sbagliarsi. Perché se guardi oltre la posizione di parte, non solo Biden passerà alla storia come il più fedele alleato di Israele, ma la strategia che lui e i suoi sostenitori democratici hanno accolto, mascherando il loro supporto incondizionato a Israele dietro l’apparente preoccupazione per i diritti umani, ha giocato un ruolo cruciale nel consentire a Israele di cavarsela così a lungo nonostante il genocidio.

Biden, un convinto sionista

A dire il vero il “rapporto speciale” dell’America va molto oltre Biden. Ma quando l’appoggio incondizionato a Israele è diventato una minaccia per gli interessi regionali e statunitensi, i presidenti che l’hanno preceduto, da Harry Truman a Dwight D. Eisenhower, da Ronald Regan a George Bush Sr., hanno posto dei limiti reali.

A 81 anni Biden è il presidente più anziano della storia degli USA, con una carriera politica che dura da oltre mezzo secolo e che lui ha costruito con l’aiuto della lobby filo-israeliana. Una volta si è vantato di aver “creato più finanziatori per l’AIPAC [principale organizzazione della lobby filo-israeliana negli USA, ndt.] negli anni ’70 e inizio ’80… di chiunque altro,” e in cambio il presidente ha ricevuto più finanziamenti dalla lobby di Israele di qualunque altro politico statunitense dal 1990.

Con questo appoggio Biden ha imparato che, mentre la lobby israeliana può portare una carriera politica a livelli mai visti, può altrettanto facilmente distruggerla: persino la più moderata critica alla politica israeliana rischia di scatenare la collera degli influenti apologeti di Israele. I costi politici di qualunque cosa che sia meno di una fedeltà incondizionata a Israele sono particolarmente alti durante il periodo elettorale, e il 2024 non fa eccezione. Biden considera il “rapporto speciale” un pilastro fondamentale delle più generali priorità geostrategiche dell’America. Da agire come un alleato fondamentale durante la Guerra Fredda a fungere da base operativa avanzata per l’espansione della potenza americana, proteggere Israele ha a lungo occupato l’epicentro degli interessi USA in Medio Oriente.

Tuttavia, come egli ama ricordarci, l’appoggio di Biden a Israele è sempre stato guidato soprattutto da una dedizione ideologica al progetto sionista: “Non c’è bisogno di essere ebreo per essere sionista, e io sono un sionista,” Biden ha ripetutamente dichiarato. “Se non ci fosse stato Israele l’America avrebbe dovuto inventarlo.”

Biden è diventato maggiorenne durante l’ascesa di Israele, assorbendo una sfilza di miti a senso unico che giustificarono la fondazione dello Stato ad ogni costo. Al tavolo da pranzo di famiglia il padre di Biden, Joseph R. Biden Sr., parlava a suo figlio degli orrori della II Guerra Mondiale, insistendo sul fatto che l’unico modo per impedire un secondo Olocausto era soprattutto proteggere Israele.

Per Biden e la sua generazione Israele è stato una affascinante storia di redenzione in cui i palestinesi erano totalmente assenti. È per questo che nella visione di Biden gli israeliani uccisi il 7 ottobre sono stati “assassinati”, “massacrati” e “non solo uccisi, ma trucidati.” Ma quando descrive la strage di palestinesi Biden assume un tono diverso: “Non ho idea se i palestinesi stanno dicendo la verità su quante persone sono state uccise. Sono sicuro che siano stati uccisi innocenti, ed è il prezzo di intraprendere una guerra.”

Si metta a confronto la profonda ammirazione di Biden per Israele con il suo evidente disprezzo per i palestinesi e gli arabi ed ecco un’immagine chiara della visione del mondo che informa il modo in cui prende le sue decisioni politiche.

Utilizzare l’umanitarismo come arma

Ma, al di là del personale impegno e dei pregiudizi di Biden, lui, Harris e i dirigenti democratici personificano una più ampia strategia liberale: l’ipocrita accoglimento delle leggi umanitarie internazionali e l’imposizione selettiva del cosiddetto ordine mondiale “basato sulle norme”.

Durante l’anno scorso abbiamo visto Biden e Harris utilizzare come arma questi affascinanti aspetti del liberalismo facendo leva su di essi per distrarre dal fatto che in realtà loro stessi stavano aiutando Israele a commettere un genocidio. Così facendo hanno effettivamente evitato una resistenza maggiore a queste politiche in patria e anche i tentativi internazionali per intervenire.

Un utile esempio delle conseguenze di ciò è l’ormai infame “molo umanitario” che l’amministrazione Biden ha promosso come soluzione per fare in modo che gli aiuti umanitari superassero il blocco israeliano. Il molo è stato un disastro tecnico, crollato nei marosi dopo aver fallito nel consegnare aiuti e costato ai contribuenti USA oltre 230 milioni di dollari. Ma quello che è riuscito a fare è stato distrarre temporaneamente l’attenzione dal rifiuto dell’amministrazione Biden di utilizzare la propria notevole influenza per imporre a Israele di smettere di limitare l’aiuto umanitario a Gaza. Così facendo ha concesso a Israele più tempo per affamare la Striscia.

Da parte sua la copertura dei principali media si è concentrata più sull’innocua retorica e presunta “frustrazione” di Biden con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che sull’appoggio della sua amministrazione allo sforzo bellico israeliano. In questo modo ha creato l’impressione che un [qualsiasi] cambiamento nella strategia israeliana sarebbe comunque consistito solo in un ulteriore netto rifiuto, ignorando l’evidente realtà della complicità USA.

Sebbene Harris potrebbe non nutrire lo stesso zelo sionista di Biden, ha ripetutamente promesso che continuerà con il lascito genocida di Biden. Quando non ha evitato le domande su perché i tentativi “incessanti” della sua amministrazione di garantire un cessate il fuoco siano finora falliti e come il suo approccio sarà differente da quello di Biden, Harris ha ripetuto il suo “impegno per la difesa di Israele e la sua possibilità di difendersi.”

Ciò potrebbe suonare come un vago slogan, privo di definizione politica. Ma l’intento è quanto più esplicito possibile: Harris continuerà a utilizzare il potere statunitense per proteggere Israele dall’ essere chiamato a rispondere del perseguimento della “difesa di Israele” e continuerà a far arrivare armi per garantire che Israele possa “difendersi”. La retorica empatica di Harris, che non si allontana molto da quella di Biden, sarà altrettanto vuota ed estraniante.

Un “male minore”?

Molti di quelli che si oppongono all’attuale appoggio incondizionato dell’attuale amministrazione a Israele hanno sostenuto che, con Trump come alternativa, Biden e Harris rappresentano comunque il “male minore”. Ma questo modo di ragionare ignora sia le conseguenze di questa retorica vuota e ingannevole sull’opposizione in patria e all’estero, sia il fatto che questa riproposta politica dell’amministrazione di Biden e Harris, anche molto prima del 7 ottobre, rispecchia da vicino quella del suo predecessore.

Fin dal primo giorno l’amministrazione Biden ha confermato le iniziative più controverse di Trump, lasciando l’ambasciata USA a Gerusalemme, riconoscendo la sovranità israeliana sulle Alture del Golan, non riaprendo la rappresentanza dell’OLP a Washington e cercando disperatamente accordi di normalizzazione tra Israele e i suoi vicini arabi che cancellino del tutto i palestinesi. Mentre Biden ha ripreso i finanziamenti all’UNRWA, la sua amministrazione li ha di nuovo rapidamente tagliati sotto la pressione di una campagna israeliana di calunnie.

L’unica differenza politica riconoscibile è stata la campagna di sanzioni largamente inefficace di Biden che ha preso di mira coloni israeliani che continuano ad attaccare i palestinesi in tutta la Cisgiordania. Nel contempo l’amministrazione Biden ha dato a Israele più assistenza finanziaria e militare di ogni precedente governo.

Al momento la principale differenza riguarda il discorso. Ma quando Trump dice che lascerebbe che Israele “finisca il lavoro” a Gaza almeno è onesto, rendendo impossibile ignorare la complicità degli USA. Il razzismo esplicito e scioccante di Trump, che per esempio usa “palestinese” come un insulto, crea un bersaglio chiaro. Invece Biden e Harris occultano il loro appoggio a Israele dietro un linguaggio di umanitarismo, cullando elettori e attivisti nella condiscendenza mentre consentono comunque a Israele di “finire il lavoro”.

Non ci sono dubbi che migliaia di palestinesi sarebbero morti comunque indipendentemente da chi avesse occupato la presidenza americana lo scorso anno. Ma, data la nota imprevedibilità di Trump, è difficile, se non inutile, sapere esattamente che caratteristiche avrebbe avuto il ruolo degli USA nel genocidio.

Anche un’amministrazione Trump “America first” [prima l’America] avrebbe speso più in aiuti militari a Israele di qualunque altra amministrazione o piuttosto si sarebbe concentrata su altre priorità di politica internazionale, come accentuare la competizione con la Cina? Dato che Trump non condivide l’impegno ideologico personale di Biden verso Israele, avrebbe consentito a Israele di estendere la sua guerra in tutta la regione se ciò avesse significato affossare le speranze dell’allargamento degli Accordi di Abramo per includere una normalizzazione tra l’Arabia Saudita e Israele?

Cosa ancora più importante, se Trump fosse stato presidente, gli attori nazionali e internazionali sarebbero stati spronati ad opporsi al genocidio israeliano e alla complicità statunitense con maggiore vigore attraverso appelli per l’embargo alle armi, sanzioni o disinvestimenti? Il movimento contrario al genocidio negli USA sarebbe stato così ampiamente calunniato o si sarebbe esteso per includere un’ampia coalizione di liberal e progressisti, uniti nell’opposizione all’estremismo di Trump?

È indubbio che la lealtà del Partito Democratico ha silenziato l’opposizione contro la complicità dell’amministrazione Biden nel genocidio. E si potrebbe sostenere che la comunità internazionale non ha sentito l’urgenza di controbilanciare l’indifferenza di Washington nei confronti delle leggi internazionali allo stesso modo in cui lo avrebbe fatto se le avesse violate Trump.

Tra l’estremismo esplicito e l’empatia performativa

Dopo più di un anno di genocidio mandato in onda in tutto il pianeta con raccapricciante dettaglio, ci dobbiamo chiedere cosa avrebbe ottenuto un più esteso, più politicamente variegato movimento contrario al genocidio sia negli USA che all’estero, motivato da interessi condivisi per destituire Trump. Perché tutto quello che l’amministrazione di Biden e Harris ha fatto è stato perpetrare lo stesso genocidio sotto un’apparenza di legittimità, diffondendo pressioni con frasi fatte sulla pace mentre accentuava la complicità statunitense.

Questo non è un appello per votare (o scoraggiare dal votare) qualcuno. I democratici non “impareranno la lezione” perdendo gli elettori contrari al genocidio; invece li incolperanno della vittoria di Trump e mineranno nei prossimi anni i tentativi di costruire un movimento più ampio ed efficace. Né dovremmo sottovalutare le conseguenze del fatto che Trump incoraggi Israele a “finire il lavoro” a Gaza, in Libano e in Iran, anche se ciò rappresenterebbe semplicemente una versione accelerata di quello che Israele sta già facendo con il tacito appoggio di Biden. Trump ha anche messo in chiaro che farà tutto quello che può per potenziare i tentativi bipartisan di reprimere tutte le organizzazioni filopalestinesi.

Ma dobbiamo riconoscere che c’è un pericolo non solo nell’esplicito estremismo, ma anche nell’empatia performativa che preserva attivamente lo status quo. Perché la verità è che non c’è un “male minore”. E mentre noi discutiamo di questo e siamo ossessionati dalle differenze tra amministrazioni che condividono gli stessi obiettivi genocidi ma utilizzano strategie diverse, la montagna di corpi palestinesi e libanesi non fa che crescere.

Tariq Kenney-Shawa è uno studioso di politica statunitense di Al-Shabaka, il gruppo di studio e rete politica palestinese. Ha conseguito un master in Affari Internazionali presso la Columbia University e un diploma di laurea in Scienze Politiche e Studi sul Medio Oriente all’università Rutgers. Le ricerche di Tariq sono concentrate su argomenti che vanno dal ruolo della narrazione nel perpetuare e resistere all’occupazione alle analisi sulle strategie palestinesi per la liberazione. Il suo lavoro è comparso tra gli altri su Foreign Policy, +972 Magazine, Newlines Magazine e the New Politics Journal.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ha denunciato il silenzio di una prestigiosa rivista medica sull’Olocausto. Ora indaga su come la rivista tratta le notizie su Gaza.

Jonah Valdez

17 ottobre 2024, The Intercept

Durante un simposio ad Harvard una storica che ha denunciato il silenzio del New England Journal of Medicine sulle atrocità naziste ha evidenziato il trattamento riservato dalla rivista a Gaza.

All’inizio di quest’anno due storici della medicina di Harvard hanno pubblicato un articolo su come una delle principali riviste mediche americane abbia intenzionalmente ignorato le atrocità naziste degli anni ’30 e ’40. L’articolo ha rivelato che il New England Journal of Medicine, una delle più longeve e prestigiose pubblicazioni mediche della nazione, scelse di non occuparsi delle politiche sanitarie razziste e antisemite del regime nazista, delle uccisioni di massa e della sperimentazione medica e, in un caso, elogiò il sistema sanitario nazista per il suo approccio alla salute pubblica.

Mercoledì il New England Journal of Medicine ha tenuto un convegno in cui i redattori, Joelle M. Abi-Rached e Allan M. Brandt, hanno potuto presentare le loro scoperte, e Abi-Rached ha colto l’occasione per criticare la rivista per aver reiterato oggi quegli errori.

“Il silenzio della rivista in merito alla polverizzazione del sistema sanitario a Gaza, all’attacco implacabile di Israele contro gli operatori sanitari, alla creazione di un disastro umanitario e sanitario pubblico e all’utilizzo della fame come arma è simile o diverso dal suo silenzio durante l’Olocausto?” ha affermato Abi-Rached verso la fine del suo discorso, intervenendo on-line da Parigi. “Come si spiega la rimozione della tragica situazione dei palestinesi dalle pagine della rivista? Cosa intendiamo per le caratteristiche delle politiche della salute se ignoriamo proprio la condizione, la salute e il benessere delle popolazioni emarginate e vulnerabili?”

Abi-Rached, recentemente fuggita dalla campagna di bombardamenti israeliana in Libano, dove è cresciuta e ha insegnato, ha chiesto perché la rivista non avesse ancora pubblicato alcun articolo sui palestinesi e Gaza.

Durante il suo discorso Abi-Rached ha ammonito che la distruzione a Gaza è parte di “una significativa erosione” delle leggi e del quadro umanitario internazionale nati dalla seconda guerra mondiale e dopo le atrocità dell’Olocausto. Ha poi osservato che nessuno dovrebbe sorprendersi che il suo articolo con Brandt, pubblicato durante la guerra a Gaza, abbia “suscitato reazioni così forti tra medici, esperti di sanità pubblica e altro personale sanitario, e il grande pubblico, che è rimasto giustamente sconvolto dal silenzio della rivista riguardo alla sofferenza dei palestinesi”.

Ha affermato che è compito degli storici, delle riviste mediche e delle università parlare e sollevare tali questioni per fare i conti sia con il passato che con il presente, riferendosi alla guerra di Israele a Gaza come “la crisi morale più allucinante del nostro tempo”.

“Quello che sta accadendo oggi a Gaza è senza precedenti. Supera di gran lunga le violazioni della imparzialità medica viste in El Salvador, Cile, Nicaragua, Guatemala, Siria, Sudan o Ucraina”, ha continuato Abi-Rached. “Stiamo assistendo oggi allo stesso deliberato e sistematico attacco contro il personale sanitario, non solo a Gaza, ma anche in Libano, dove il conflitto si è trasferito estendendosi”. (il termine “imparzialità medica” si riferisce al principio di salvaguardare l’accesso alle cure mediche in tempo di guerra).

Le osservazioni di Abi-Rached giungono in un momento in cui molti nella comunità medica stanno denunciando apertamente le atrocità commesse dall’esercito israeliano, in gran parte indotti dall’impegno di operatori sanitari che nel corso dell’ultimo anno si sono presi cura di pazienti all’interno degli ospedali di Gaza.

Più di recente Feroze Sidhwa, un chirurgo che ha lavorato all’ospedale europeo di Khan Younis, a Gaza, per due settimane tra marzo e aprile, ha scritto un editoriale per il New York Times basato sulle osservazioni di 65 medici, infermieri e paramedici che si sono occupati di pazienti durante la guerra. I medici hanno fornito immagini radiografiche che mostravano proiettili conficcati nei crani e nelle vertebre dei pazienti. Molti hanno riferito di aver curato molti bambini, spesso sotto i 12 anni, colpiti alla testa o al torace. Dei detrattori pro-Israele hanno respinto le prove come “modificate digitalmente o completamente falsificate” e il Times ha preso l’insolita decisione di pubblicare una nota in cui confermava [la veridicità del] l’articolo dopo aver svolto “ulteriori indagini di revisione sulle nostre precedenti risultanze”.

Durante la guerra a Gaza, l’esercito israeliano ha preso di mira gli ospedali con ripetuti attacchi aerei e operazioni di terra. All’inizio di questa settimana, lo studente palestinese diciannovenne Shaban al-Dalou è stato visto bruciare vivo mentre era collegato a una flebo dopo che un attacco aereo israeliano contro l’ospedale di Al-Aqsa ha incendiato le tende di centinaia di sfollati che vi si erano rifugiati.

Negli ultimi 12 mesi più di 800 operatori sanitari sono stati uccisi a Gaza e la maggior parte dei suoi ospedali sono stati distrutti dagli attacchi israeliani o fanno fatica a funzionare per la mancanza di risorse dovuta al blocco in corso delle forniture mediche.

In Libano, dove Israele ha recentemente intensificato i suoi attacchi con intensi bombardamenti e attacchi aerei su vasta scala, nelle ultime settimane circa metà dei suoi centri medici e cliniche sono stati chiusi a causa di danni strutturali o della loro vicinanza ai bombardamenti.

L’articolo di Abi-Rached E Brandt, “Nazism and the Journal”, ha ricevuto ampia attenzione dopo la sua pubblicazione a marzo, inclusa una copertura da parte del New York Times. Anche all’epoca l’assenza [sul New England Journal of Medicine] di un articolo sulla guerra di Israele a Gaza e la sua incapacità di tracciare linee di connessione tra l’Olocausto e quello che esperti hanno definito un genocidio in corso dei palestinesi hanno generato una protesta da parte di altri professionisti nel campo medico.

Mercoledì, dopo il discorso di Abi-Rached, nella sala conferenze della Countway Library della scuola sono scoppiati applausi tra la folla da parte di diverse decine di persone.

Eric Rubin, caporedattore del New England Journal of Medicine, ha risposto alle osservazioni di Abi-Rached riconoscendo che la rivista non ha ancora pubblicato alcun lavoro su Gaza. “Non significa che non pubblicheremo su Gaza”, ha detto, aggiungendo di essere aperto all’idea. Tuttavia, ha detto che è stato difficile trovare una voce unica sull’argomento.

“Secondo me, non basta dire ‘Gli attacchi agli ospedali sono malvagi’. È stato detto ovunque, non siamo gli unici a dirlo. Non basta dire che la imparzialità medica è un valore importante”, ha detto Rubin. “Quindi cosa possiamo dire che possa cambiare il modo di pensare delle persone?”

“E non sono sicuro di quale possa essere, ma ci piacerebbe essere in grado di creare una prospettiva unica”, ha aggiunto. “Non credo che l’abbiamo ancora trovata e penso che sia quello che stiamo cercando”.

Ha anche riconosciuto la portata del dissenso. Dopo la pubblicazione del numero sulle ingiustizie storiche, che includeva l’articolo di Abi-Rached e Brandt, un certo numero di lettori ha annullato i propri abbonamenti per protesta, ha detto Rubin. Gaza è ancora più spinosa, ha detto.

“Abbiamo sentito che nella sala esistono fondate controversie che non sono così nette“, ha detto Rubin, riferendosi a una domanda precedente di un partecipante.

Prima che Rubin prendesse la parola un partecipante, che ha detto che la sua famiglia vive in Israele dalla sua creazione nel 1948 e la cui figlia ha perso un’amica durante gli attacchi del 7 ottobre, ha sostenuto che l’imparzialità medica è stata “distrutta da entrambe le parti” e ha sottolineato il rifiuto di Hamas verso servizi medici forniti dalla Croce Rossa, come richiesto dal diritto internazionale. Ha anche menzionato l’accusa secondo cui Hamas usa gli ospedali “come copertura per attività militari”. Funzionari israeliani e statunitensi spesso affermano che Hamas usa gli ospedali e altre infrastrutture civili come scudo, ma le affermazioni si sono dimostrate esagerate o infondate.

Il partecipante si è identificato come co-presidente del Jewish Employee Resource Group [Organizzazione di sostegno ai dipendenti ebrei, ndt.] presso il Mass General Brigham [sistema sanitario integrato senza scopo di lucro impegnato nella ricerca medica, insegnamento e cura dei pazienti negli USA, ndt.] e ha aggiunto che un sondaggio condotto tra il personale ebreo dell’ospedale ha mostrato che un quarto di loro ha paura di lavorare in ospedale e più di due terzi “si sentono incapaci di dichiarare completamente la propria identità nel contesto lavorativo“.

“In entrambi i contesti vorremmo che ci fosse imparzialità in merito, in modo che il personale ebraico non provasse tali sentimenti, e allo stesso modo, nel contesto del conflitto bellico, le strutture sanitarie e l’assistenza sanitaria fossero considerate uno spazio neutrale da tutte le parti”, ha affermato.

Brandt, coautore insieme a Abi-Rached, ha risposto deplorando quella che considera l’erosione delle Convenzioni di Ginevra attraverso i vari conflitti in tutto il mondo e ha parlato della necessità di ripristinare la fiducia in tali norme istituzionali.

Abi-Rached ha poi respinto l’argomento “entrambe le parti” del partecipante, sostenendo che la sua logica è “un po’ pericolosa”.

“Si dovrebbe ricordare” che l’idea che “il solo fatto che combattenti o militanti vengano curati in ospedale sia una giustificazione o un pretesto sufficiente per bombardarlo, e così facendo causare ancora più danni, è esattamente ciò che i fascisti hanno storicamente usato come scusa“, ha detto, facendo riferimento a una citazione del dittatore italiano Benito Mussolini che giustificava la sua campagna di bombardamenti sugli ospedali etiopi negli anni ’30.

Abi-Rached aveva già fatto riferimento agli effetti delle guerre di Israele sul sistema sanitario in Libano in un articolo del Boston Review pubblicato all’inizio di questo mese. Nell’articolo ha descritto i momenti in cui decine di pazienti si sono riversati nell’ospedale di Beirut in cui lavorava in seguito agli attentati israeliani attraverso le esplosioni dei cercapersone.

“Siamo diventati oggetto di una macabra sperimentazione”, ha scritto. “Nuove armi vengono testate, studiate e perfezionate su vite considerate sacrificabili, con l’approvazione delle più potenti democrazie occidentali”.

“La guerra in corso fa parte dell’espansione di Eretz Israel [Grande Israele, la biblica “terra promessa”, ndt.], con sempre più colonie illegali, guidata dal messianismo del governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu?” ha continuato Abi-Rached. “Potrebbe essere spiegato dal trauma duraturo dell’Olocausto che persiste ancora generazioni dopo, con un inquietante trasferimento dell’odio per i nazisti sugli “arabi” che in primo luogo non hanno avuto nulla a che fare con l’Olocausto?”

Jonah Valdez

Jonah Valdez è un reporter di The Intercept che si occupa di politica, politica estera degli Stati Uniti, Israele e Palestina, questioni relative ai diritti umani e ai movimenti di protesta per la giustizia sociale.

In precedenza è stato redattore del Los Angeles Times, dove è entrato a far parte del giornale come membro inaugurale della L.A. Times Fellowship. Per il Times, Valdez ha scritto articoli su giustizia ambientale, gentrificazione, trasporti, lavoro, cultura pop e l’industria di Hollywood. Valdez ha iniziato a occuparsi di notizie locali per il Southern California News Group. I suoi lavori si possono trovare anche su The Guardian, Voice of San Diego e San Diego-Union Tribune. È cresciuto a San Diego e ora risiede a Los Angeles, dove scrive anche poesie e sta lavorando alla sua prima raccolta.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Accademici israeliani aprono la strada nell’invocare l’”azione di sterminio” dei palestinesi

Nadav Rapaport

14 ottobre 2024-Middle East Eye

Professori di studi del Medio Oriente nelle migliori università israeliane giustificano apertamente l’affamare i civili di Gaza per spianare la strada alla campagna militare dell’esercito

Uzy Raby, professore di Storia, è uno degli esperti di Medio Oriente più apprezzati dai media israeliani.

Il docente senior del dipartimento di Storia mediorientale e africana dell’Università di Tel Aviv ha sostenuto senza mezzi termini la necessità di affamare i civili nel nord di Gaza che non seguono l’ordine dell’esercito israeliano di evacuare a sud.

“Chiunque rimanga lì sarà giudicato dalla legge come terrorista e subirà un processo di morte per fame o sterminio”, ha affermato durante un’intervista televisiva il mese scorso.

Poi, parlando di un possibile attacco a Beirut, ha ribadito lo stesso ragionamento.

“Bisogna infliggerla [la guerra] alla popolazione”, ha affermato Raby.

Secondo Assaf David, co-fondatore del “Forum for Regional Thinking” e responsabile del gruppo “Israel in the Middle East” presso il “Van Leer Jerusalem Institute”, Raby e altri come lui “sono più militanti persino dell’establishment militare-di sicurezza che attualmente guida la guerra di Israele”.

La prova di ciò può essere trovata nel sostegno che alcuni di loro hanno dato al piano dell’ex alto ufficiale israeliano Giora Eiland.

Il piano prevedeva di sfollare con la forza tutti i civili dalla parte settentrionale dell’enclave, o di sottoporli alla fame e alla forza militare, il che, secondo i critici, potrebbe equivalere a pulizia etnica e genocidio.

Occupiamo subito Gaza’

Gli studiosi israeliani del Medio Oriente sono sempre stati piuttosto conservatori sulle questioni israelo-palestinesi e regionali, ha detto David.

Ma da quando è iniziata la guerra nell’ottobre 2023 alcuni di loro hanno sposato un discorso di estrema destra simile alle opinioni estremiste dei ministri più di estrema destra di Israele, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich.

Il dottor Harel Chorev è un altro docente di Medio Oriente presso l’Università di Tel Aviv che ha sostenuto il piano Eilan. Ha detto a Channel 13 che avrebbe “firmato a due mani” il piano poiché è coerente con il suo piano per Gaza.

A marzo, Chorev ha chiesto un’operazione militare a Rafah nonostante le obiezioni degli Stati Uniti. “Rafah deve essere conquistata”, ha detto al quotidiano Maariv.

Il professor Eyal Zisser, vicerettore dell’Università di Tel Aviv e membro del dipartimento di studi sul Medio Oriente, ha chiesto all’esercito israeliano di “occupare subito Gaza”. A giugno, il professor Benny Morris, uno dei principali studiosi del conflitto israelo-palestinese e membro del dipartimento del Medio Oriente presso l’Università Ben-Gurion, ha chiesto in modo sconcertante che Israele sganciasse una bomba nucleare sull’Iran.

Oltre a sollecitare altri potenziali crimini di guerra e l’occupazione della Striscia di Gaza questi accademici stanno anche portando avanti una campagna apertamente disumanizzante contro palestinesi, arabi e musulmani.

Secondo Yonatan Mendel, docente presso il dipartimento di studi sul Medio Oriente alla “Ben-Gurion University of the Negev”, gli accademici israeliani hanno cercato acriticamente di mobilitare il pubblico dietro la devastante campagna dell’esercito a Gaza.

“Le voci che abbiamo ascoltato dagli studiosi [israeliani, n.d.t.] del Medio Oriente non hanno quasi mai messo in discussione il pensiero del pubblico in generale in Israele”, ha detto a MEE.

“Da quando è iniziata la guerra il discorso nei media israeliani è stato molto limitato. Il discorso ruotava attorno a “insieme vinceremo” e vedeva la durissima risposta militare di Israele come l’unica cosa che poteva e doveva essere fatta”, ha detto Mendel.

Una settimana dopo l’inizio della guerra, Raby ha detto che le regole che si applicano all’Occidente non dovrebbero applicarsi al conflitto israelo-palestinese.

“Quando… provi a risolvere i problemi mediorientali in termini occidentali, fallirai”, ha detto.

Il mese scorso Raby ha suggerito che le azioni israeliane dovrebbero essere condite con una speciale “spezia mediorientale”. Come Raby, Chorev ha detto che le cose dovrebbero essere fatte diversamente in Medio Oriente.

Nessun civile innocente

“Alcuni di questi esperti credono che ‘Israele dovrebbe essere orgoglioso del fatto di non essere una democrazia liberale occidentale”, ha detto David. “Vogliono che Israele si unisca al Medio Oriente, ma sulla base di un ordinamento della regione in senso autoritario, poiché pensano che sia l’unico modo in cui Israele possa sopravvivere nell’area”, ha aggiunto.

Secondo Mendel, questa retorica è rappresentata dal famoso commentatore, Eliahu Yusian, un autoproclamato esperto di questioni mediorientali, che afferma che non ci sono “civili innocenti” a Gaza.

“L’establishment voleva sentire una voce [come quella di Yusian] che diceva: ‘Sono barbari. Dovremmo essere barbari come loro'”, ha detto Mendel.

Il professor Avi Bareli, docente di Israele e storia del sionismo alla Ben-Gurion University, ha scritto lo scorso ottobre che i palestinesi sono “una società che adora la morte e innalza la bandiera dell’omicidio”. Ci sono altre voci nel mondo accademico israeliano del Medio Oriente, ma secondo David “purtroppo sono marginali ed emarginate”.

David sostiene che almeno in parte “alcune di queste voci si autocensurano e scelgono di non criticare le mosse politiche e militari di Israele contro i palestinesi e le dichiarazioni dei loro colleghi”.

In effetti le voci non mainstream nelle università israeliane sono sottoposte a una severa sorveglianza.

Secondo un rapporto di “Academia for Equality”, un’organizzazione che lavora per promuovere la democratizzazione, l’uguaglianza e l’accesso al sistema di istruzione superiore, dall’inizio della guerra oltre 160 studenti palestinesi e diversi membri delle facoltà hanno affrontato azioni disciplinari da parte delle loro istituzioni per dichiarazioni sospettate di sostenere Hamas o la lotta palestinese.

Mendel sostiene che “Il mondo accademico israeliano in generale e gli studi mediorientali in particolare avrebbero dovuto fornire un contrappeso molto più forte alla visione ristretta del governo secondo la quale Israele non ha alcuna responsabilità per ciò che accade in Cisgiordania e a Gaza e che l’unico modo per risolvere i suoi problemi politici nella regione è usare l’esercito”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Mustafa Barghouti riflette sul futuro della lotta palestinese in un periodo di genocidio e pulizia etnica

Redazione

7 ottobre 2024 – Mondoweiss

In un’intervista con Mondoweiss, il Segretario generale del Palestinian National Initiative, il dott. Mustafa Barghouti riflette sull’importanza dell’unità nazionale palestinese, sulle sfide che la lotta palestinese deve affrontare e sul diritto di resistere.

Il dott. Mustafa Barghouti è un medico e politico palestinese, segretario generale del Palestinian National Initiative [partito politico socialdemocratico, ndt.], da lui fondato nel 2002. Barghouti è anche noto per aver fondato nel 1979 la Palestinian Medical Relief Society, che fornisce servizi medici ai palestinesi in Cisgiordania e a Gaza. Nell’anno trascorso dopo il 7 ottobre 2023 ha avuto uno spazio rilevante sia nei media in lingua inglese che in quelli in lingua araba come importante sostenitore dell’unità nazionale palestinese e dell’organizzazione di immediate elezioni democratiche come requisito urgente per affrontare la minaccia di genocidio e pulizia etnica a cui sono sottoposti i palestinesi. Nel corso dell’anno trascorso ha sostenuto con forza i diritti dei palestinesi a resistere all’occupazione e all’apartheid, a Gaza e ovunque. Mondoweiss ha discusso con il dott. Barghouti il ​​2 ottobre 2024, per riflettere sul genocidio in corso iniziato un anno fa e su cosa ha significato per la lotta palestinese.

Mondoweiss: È passato un anno intero da quando è iniziato il genocidio israeliano a Gaza e ora si è esteso a una guerra regionale che coinvolge Hezbollah e, ​​potenzialmente, l’Iran. Cosa ha pensato quando un anno fa Hamas ha lanciato il suo attacco a sorpresa? Si aspettava che la risposta israeliana sarebbe stata un genocidio come quello di cui è stato testimone?

Mustafa Barghouti: Nessuno si aspettava che il comando della seconda brigata israeliana per forza e dimensioni, [la Brigata di Gaza dell’esercito israeliano] avrebbe ceduto in quel modo. Ciò ha portato a molti fatti che, secondo me, non erano mai stati pianificati, come la cattura di civili. C’è stato un certo livello di caos. Non sapevo, ovviamente, che ci sarebbe stato un attacco del genere, ma mi aspettavo una sorta di esplosione [da Gaza], perché Israele stava ignorando qualsiasi richiesta di porre fine a questo stato di assedio. Abbiamo assistito a una situazione caratterizzata da 57 anni di continua occupazione israeliana. La pulizia etnica durava da 76 anni. L’assedio di Gaza stava diventando insopportabile. Stiamo parlando di 17 anni di assedio a Gaza che hanno portato a una situazione in cui le persone erano private quasi del tutto dell’energia elettrica, solo poche ore al giorno, il 24 percento dell’acqua era inquinata o salata, l’80 percento dei giovani laureati era disoccupato e non c’era solo un completo disastro economico ma una totale perdita di speranza. Penso che quando siamo arrivati ​​a quel momento, il 7 ottobre, sia diventato chiaro a tutti i palestinesi che Israele non aveva alcun piano per una risoluzione pacifica di questa situazione.

Il nuovo governo israeliano è un governo fascista con persone come [il ministro delle Finanze Bezalel] Smotrich e [il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar] Ben-Gvir, che sono loro stessi coloni e sono stati precedentemente accusati dal sistema giudiziario israeliano di essere membri di gruppi terroristici. Hanno dichiarato chiaramente che il piano israeliano è di riempire la Cisgiordania di coloni e insediamenti coloniali in modo che i palestinesi perdano ogni speranza di avere un proprio Stato e debbano scegliere tra andarsene, che equivale ad una pulizia etnica, vivere in uno stato di sottomissione, cioè di apartheid, o morire, il che costituisce genocidio. In realtà, questa è una politica israeliana dichiarata ufficialmente. Quindi, naturalmente, le persone si aspettavano una sorta di reazione rivolta a tirarci fuori da una situazione terribile in cui Israele stava letteralmente distruggendo la causa palestinese. Netanyahu è stato molto chiaro sui suoi piani. Ha dichiarato che l’obiettivo della normalizzazione con i Paesi arabi sarebbe stato quello di liquidare la causa palestinese.

E se ciò non bastasse, appena due settimane prima del 7 ottobre Netanyahu è comparso davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e ha mostrato una mappa di Israele che includeva tutta la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e le alture del Golan e una mappa del nuovo Medio Oriente, che sta cercando di costruire, come ha detto, per i prossimi 50 anni.

Facciamo un balzo in avanti fino a oggi. Israele ha annunciato di aver lanciato un’invasione terrestre “limitata” del Libano meridionale. Allo stesso tempo i combattimenti a Gaza per ora hanno rallentato, ma gli attacchi aerei e i massacri contro la popolazione civile continuano regolarmente e la probabilità di un cessate il fuoco sembra ora più lontana che mai. Come pensa si evolverà la situazione, sia a Gaza che in termini di escalation regionale?

Innanzitutto, bisogna capire che Israele in realtà non ha ridotto le sue operazioni a Gaza. Continua, forse in misura minore rispetto a prima, ma hanno già distrutto quasi l’80 percento di tutte le case di Gaza, parzialmente o completamente. Hanno distrutto tutte le università. Hanno distrutto la maggior parte delle scuole. Hanno distrutto 34 ospedali su 36. Hanno stipato più di 1,7 milioni di persone in un’area che non supera i 31 Km quadrati. In media vediamo uccidere 50-100 persone ogni giorno.

E contemporaneamente stanno invadendo il Libano. Non credo a quello che dicono, che Israele effettuerà un’operazione limitata in Libano. Secondo me, cercheranno di condurre un’operazione militare di terra che seguirà due direttrici; una verso il fiume Litani, nel tentativo di spingere tutti dalla sponda meridionale a quella a nord del fiume, e forse oltre, e allo stesso tempo un’altra ala della missione militare israeliana andrà nella valle della Beqaa, nel tentativo di tagliare fuori ogni contatto tra Siria e Libano.

Secondo me Israele sta pianificando di occupare completamente il sud del Libano, e forse di più, per molto tempo e in maniera definitiva. L’unica cosa che li potrebbe fermare sarebbe l’ammontare delle perdite che potrebbero subire in seguito ai combattimenti con Hezbollah. Nient’altro li fermerà.

Questo solleva la questione: quando Biden, il Presidente francese, e altri leader occidentali si azzardano a dire che Israele ha il diritto di difendersi, significa che il diritto all’autodifesa include l’invasione di altri Paesi, il bombardamento di altre capitali e l’occupazione di terre di altri popoli? E se Israele ha il diritto di difendersi, anche i palestinesi, dato che sono sotto occupazione, hanno il diritto di difendersi? Ciò che vediamo qui è un orribile doppio standard. È scioccante vedere la Francia dichiarare di aver partecipato alla difesa di Israele dai razzi iraniani insieme agli Stati Uniti e ad alcuni altri Paesi della regione. Qualcuno di loro ha mai preso in considerazione di partecipare alla protezione di civili palestinesi innocenti quando 51.000 di loro sono già stati uccisi, compresi i 10.000 ancora dispersi sotto le macerie? Il numero di palestinesi uccisi dopo questa guerra a Gaza probabilmente supererà i 100.000 se includiamo coloro che moriranno di malattie e i feriti che moriranno per mancanza di cure mediche.

L’Iran ha già lanciato contro Israele un attacco missilistico senza precedenti, ma ha attaccato solo installazioni militari. Ciò che è interessante qui è che sia Hezbollah che Hamas stanno attaccando solo installazioni militari, mentre Israele sta bombardando una popolazione civile.

E pensa, quindi, che questa situazione potrebbe degenerare in una guerra regionale nel caso Israele non fosse disposto a ritirarsi dal Libano meridionale, se effettivamente lo occuperà?

Assolutamente. Penso che sia esattamente ciò che Netanyahu vuole. Vuole trascinare la regione in una guerra. Vuole trascinare gli Stati Uniti, o forse ha già un piano congiunto con gli Stati Uniti, perché non penso che Biden abbia bisogno di essere trascinato. C’è già dentro. È complice di questo genocidio. Penso che stia cercando di portare gli Stati Uniti in guerra in modo che attacchino o partecipino all’attacco dell’Iran. Penso che questo sia uno dei suoi obiettivi principali, distruggere le capacità nucleari dell’Iran.

E quindi che ruolo ha Gaza in tutto questo?

A mio parere, il piano originale di Netanyahu era di ripulire etnicamente Gaza. E non lo ha nascosto. Lo ha detto il secondo giorno di guerra, l’8 ottobre. Il suo portavoce militare, Richard Hecht, ha dichiarato che tutti i gazawi avrebbero dovuto essere sfrattati nel Sinai. Hanno fallito. Hanno fallito a causa della fermezza e dell’eroismo del popolo palestinese a Gaza, ma anche perché l’Egitto non ha collaborato. L’Egitto si è reso conto che se i palestinesi fossero stati spinti nel Sinai, sarebbe stato un enorme disastro per la sicurezza dell’Egitto e una minaccia per la sicurezza nazionale. Dal momento che Netanyahu non è riuscito a condurre una pulizia etnica completa, sta conducendo un genocidio a Gaza.

Ma penso che il suo obiettivo finale una volta che avrà finito con il Libano, sarà quello di cercare di sfrattare tutti dalla parte nord di Gaza e di annetterla a Israele. Questo sarebbe il piano B per una completa annessione della Striscia o la totale pulizia etnica della popolazione di Gaza. Ma ciò non significa necessariamente che avrà successo.

E in quel caso il resto di Gaza continuerebbe ad assistere a una guerra “a bassa intensità“?

Andrà avanti. Netanyahu ha già dichiarato che continuerà l’occupazione israeliana di Gaza. Vuole creare una sorta di struttura civile di collaborazionisti che lavoreranno sotto l’occupazione israeliana, come cercarono di fare con le Leghe dei villaggi in Cisgiordania durante gli anni ’80 [sotto la totale giurisdizione militare israeliana, ndt.].

Facciamo un passo indietro. I palestinesi soffrono di una profonda frammentazione politica, forse oggi più che mai. Più di recente a Pechino ci sono stati colloqui sul raggiungimento di un’unità nazionale. Qual è il significato di questi colloqui e pensa che ci sarà qualche risultato?

Ci sarà qualche risultato se l’Autorità Nazionale Palestinese accetterà di applicarne i contenuti. Finora non è successo.

Naturalmente questi colloqui sono stati significativi, sia a Mosca che a Pechino. Ho personalmente redatto entrambi gli accordi in collaborazione con altri. L‘accordo a Pechino era più chiaro, più specifico. Includeva tre passaggi molto specifici [verso l’unità nazionale]. Il primo è la formazione di un governo di consenso nazionale unificato, che sarebbe responsabile sia della Cisgiordania che di Gaza, garantendone l’unità e impedendo il piano di Netanyahu di separare le due entità l’una dall’altra. Il secondo passaggio richiederebbe un incontro della cosiddetta leadership palestinese ad interim, o leadership unificata, secondo il nostro precedente accordo al Cairo nel 2011. E il terzo passaggio comporterebbe l’incontro di tutti i leader delle fazioni palestinesi per redigere un piano di attuazione di tutte queste decisioni.

L’accordo afferma che il presidente dovrebbe avviare consultazioni immediate per formare un governo di consenso nazionale, ma sfortunatamente non lo ha fatto. Finora, l’Autorità Nazionale Palestinese non si è mossa in quella direzione. Finché non lo farà, questo accordo rimarrà sulla carta.

Lei ha sostenuto pubblicamente, in tutte le sedi, la resistenza a Gaza e in tutta la Palestina, e il ruolo che ha svolto sui media nell’ultimo anno è stato quello di sviluppare un discorso che sostenga la resistenza. Durante il genocidio a Gaza è stato sottolineato dall’Autorità Nazionale Palestinese e dai suoi sostenitori che la resistenza, in particolare la resistenza armata, porterebbe solo alla nostra distruzione e servirebbe come scusa da parte di Israele per [portare avanti] il genocidio e la pulizia etnica. Come risponde a questo?

Coloro che si oppongono alla resistenza armata si oppongono a qualsiasi forma di resistenza, non solo a quella armata. Si oppongono anche alla resistenza pacifica e non violenta. Mi conosce, sono stato un sostenitore e un attivista della resistenza non violenta per tutta la vita. Ma dico ciò che dice il diritto internazionale. Sto difendendo il diritto delle persone sotto occupazione a resistere in tutte le forme. Il diritto internazionale afferma che le persone sotto occupazione militare, ovunque si trovino, hanno il diritto di resistere all’occupazione in tutte le forme, comprese quelle militari, purché rispettino il diritto umanitario internazionale.

Israele non sta solo arrestando le persone impegnate nella resistenza armata. Sta arrestando anche le persone che si impegnano nella resistenza con discorsi e scritti e in altri tipi di resistenza pacifica.

E a proposito, Hamas ha mantenuto la resistenza non violenta per almeno cinque anni, tra il 2014 e il 2019. La risposta israeliana è consistita in dure violenze contro le marce pacifiche organizzate a Gaza e in Cisgiordania.

È molto importante, soprattutto per i nostri giovani, capire che l’oppressore, il colonizzatore, l’aggressore, cerca sempre di impedire alle persone sotto oppressione di esercitare il loro diritto di resistere all’ingiustizia. Frantz Fanon ha parlato del diritto delle persone oppresse di praticare violenza contro la violenza dell’oppressore, ma ciò che vediamo qui è una situazione ancora peggiore, in cui l’oppressore sta cercando di impedire ai palestinesi di resistere in qualsiasi forma. Se ti impegni nella resistenza militare, ti accusano di terrorismo. Se fai resistenza pacifica, ti accusano di violenza. Se fai resistenza con scritti e discorsi, ti accusano di provocazione o istigazione. Se sei uno straniero che sostiene la causa palestinese sei accusato di antisemitismo e se sei un ebreo che sostiene i diritti dei palestinesi, sei definito un ebreo che odia se stesso.

È un’intera serie di slogan ideologici e tattici utilizzati dall’establishment israeliano per negare al popolo il diritto di resistere. È solo un altro modo per disumanizzare i palestinesi. Il 7 ottobre la prima mossa israeliana è stata quella di disumanizzare Hamas e disumanizzare immediatamente i palestinesi in generale. Ecco perché Gallant ci ha chiamato animali umani. E l’obiettivo è giustificare l’uccisione di civili e di bambini. Perché, per loro, non siamo esseri umani.

Quindi la sua risposta ad alcune delle critiche da parte di palestinesi è che Israele non ha bisogno di una scusa per portare a termine ciò che sta facendo.

Ovviamente no. Il crimine peggiore al mondo è dare la colpa alla vittima. È assolutamente inaccettabile incolpare la vittima per ciò che l’aggressore le sta facendo.

E riguardo alla questione dell’unità nazionale: diciamo che domani l’Autorità Nazionale Palestinese accetti una sorta di governo di unità. Cosa significa quel governo di unità quando c’è un disaccordo fondamentale non solo su come resistere all’occupazione israeliana, ma anche se resisterle o meno?

Beh, certo, questo è un problema importante. Ma secondo me le due cause principali della divisione interna palestinese sono le seguenti:

In primo luogo, il disaccordo sul programma. L’Autorità Nazionale Palestinese e, in larga misura, i rappresentanti del Comitato Esecutivo dell’OLP, hanno creduto ad Oslo, non solo come accordo ma come approccio, il che significa che credono che il problema possa essere risolto attraverso negoziati con la parte israeliana anche quando abbiamo uno squilibrio di potere gravemente distorto a vantaggio degli interessi di Israele. Quella linea si basava su due illusioni: la prima illusione era che il movimento sionista e Israele come establishment fossero pronti per un compromesso con i palestinesi (la realtà ha dimostrato che non sono pronti per questo, come è stato dimostrato quando la Knesset israeliana ha deciso di non consentire uno Stato palestinese) e, in secondo luogo, penso che l’intera idea di un compromesso sia stata demolita quando la Knesset israeliana ha approvato la legge sullo Stato-nazione, che afferma che l’autodeterminazione nella terra della Palestina storica è esclusiva del popolo ebraico.

Quindi la linea di Oslo è fallita e Israele l’ha uccisa. E l’approccio, che faceva affidamento su un compromesso, è fallito. L’altra illusione su cui si basava questo approccio era che gli Stati Uniti potessero mediare tra palestinesi e Israele. Anche ciò è fallito perché gli Stati Uniti sono totalmente dalla parte di Israele.

Poiché questa linea è fallita, l’elemento programmatico della divisione interna è crollato. È scomparso.

Il secondo elemento della divisione interna era legato all’esistenza di una competizione per l’autorità tra Fatah e Hamas. Siamo onesti e ammettiamolo. Hamas gestiva Gaza. Fatah gestiva la Cisgiordania. Oggi non c’è più alcuna Autorità. Gaza è occupata e la Cisgiordania è completamente occupata. Quindi non c’è motivo di competizione per un’Autorità che non esiste: è un’Autorità senza autorità.

Ma c’è ancora un disaccordo fondamentale sulla strategia. Nemmeno sulla resistenza, ma sull’idea di resistenza.

Assolutamente, perché alcune persone sono ancora bloccate nel credere a Oslo e sognano ancora di recuperare ciò che è stato perso. Ma ora sono una minoranza molto piccola. Ecco perché diciamo che la strada verso l’unità inizia attraverso due fasi. La fase intermedia è trovare un modo per scendere a compromessi e creare una sorta di leadership unificata provvisoria, perché la crisi in cui ci troviamo non può aspettare e i rischi che corriamo sono troppo grandi. E la seconda fase è portare a elezioni libere e democratiche che includano i palestinesi in Palestina e fuori dalla Palestina. Solo allora la gente deciderà quale strategia adottare democraticamente.

Ovviamente, devo dirle che se avessimo avuto le elezioni nel 2021 forse non avremmo avuto questa guerra.

Si riferisce a quando il presidente in carica dell’Autorità Nazionale Palestinese ha annullato le elezioni usando Gerusalemme come scusa? La scusa era che ai palestinesi di Gerusalemme non sarebbe stato permesso dagli israeliani di partecipare perché avevano documenti di residenza permanente israeliani, corretto?

Esatto. Era una scusa, perché quando ci siamo incontrati in Egitto con tutte le fazioni palestinesi avevamo un piano per aggirare la questione, e tutti erano d’accordo con questo piano. Avremmo tenuto le elezioni a Gerusalemme senza il permesso israeliano, senza dare a Israele il potere di veto sulle nostre elezioni, e il nostro piano era di distribuire 150 urne in tutta Gerusalemme, e poi di utilizzare 20 telecamere per monitorare ogni urna. E lasciare che Israele provasse a fermarci. Sono sicuro che se avessimo adottato quel sistema il numero di giovani palestinesi che avrebbero votato a Gerusalemme sarebbe stato molto più alto del numero di palestinesi che avrebbero votato in conformità con gli accordi di Oslo, perché sarebbe stato un atto di sfida e resistenza contro le autorità israeliane. Ma sfortunatamente, le elezioni sono state annullate. Se avessimo tenuto le elezioni nessun partito avrebbe avuto la maggioranza assoluta. E a proposito, questo vale per la situazione odierna, secondo tutti i sondaggi.

Perché ora abbiamo un sistema completamente proporzionale. Se avessimo avuto un governo pluralistico, un sistema pluralistico, allora penso che questo avrebbe creato una situazione in cui il blocco o l’assedio di Gaza probabilmente avrebbero potuto essere spezzati. E forse non avremmo avuto questa guerra.

Molti hanno detto che la Cisgiordania non ha avuto un ruolo importante nel sostenere Gaza e nel resistere all’occupazione. La gente di Gaza sperava che ci sarebbe stata un’intifada popolare che avrebbe creato un fronte comune nella guerra. Qual è la sua valutazione sul ruolo della Cisgiordania e cosa pensa che le impedisca di avere un ruolo più attivo nella resistenza?

Non sono mai stato d’accordo, e non mi piace affatto nessun approccio che separi la Cisgiordania da Gaza e Gerusalemme dalla Cisgiordania. Guardi, c’è stato un tempo in cui la maggior parte delle attività di resistenza si svolgevano qui in Cisgiordania. E la gente urlava: “Dov’è Gaza? Perché Gaza non fa nulla?” C’è stato un tempo nel 2021 in cui il fulcro prevalente della lotta palestinese era a Gerusalemme, finché Gaza non è intervenuta. Quindi non sono d’accordo con questo tipo di separazione. Penso che dal 2015 la Cisgiordania stia vivendo una nuova forma di Intifada.

Le persone sono obbligate a resistere a causa dell’espansione degli insediamenti israeliani, a causa di ciò che Israele sta cercando di fare. E sfido coloro che dicono che la Cisgiordania non stia partecipando, perché l’esercito israeliano non può entrare in nessuna città, nessun villaggio, nessun centro abitato, nessun campo senza affrontare una crescente resistenza popolare. Ma in Cisgiordania le condizioni sono diverse, in termini di presenza dell’esercito israeliano e in termini di numero di persone arrestate. Stiamo parlando di circa 11.000 persone finora. E ciò ha anche a che fare con il comportamento passivo, negativo e non costruttivo dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Dobbiamo capire che gli obiettivi della lotta sono molti. In questo senso, il primo obiettivo della lotta palestinese oggi è rimanere in Palestina, essere risoluti e rimanere. Il fatto che il numero di palestinesi rimasti in Palestina anche dopo la cacciata del 70% del popolo palestinese [nella Nakba, ndt.] sia ora maggiore del numero di ebrei israeliani, è il più grande problema e il più importante punto debole del movimento sionista. Ed è per questo che credo che la questione del rimanere in Palestina sia del tutto essenziale.

E non si tratta solo di restare. Le persone qui, la presenza demografica, non sarebbero state così efficaci se non avessimo resistito. Quindi il primo traguardo è che le persone restino. Il secondo è che resistano all’ingiustizia, all’occupazione e all’apartheid. Ed è per questo che non biasimo i palestinesi del 1948 [quelli rimasti in Palestina dopo fondazione di Israele e la Nakba ndt.] se non sono così attivi sotto il regime fascista. Finché vivono in Palestina e vi rimangono.

Dopo Gaza la Cisgiordania sarà la prossima?

La Cisgiordania è l’obiettivo principale prima di Gaza. Ciò che accade a Gaza è a causa della Cisgiordania. Netanyahu vuole annettere la Cisgiordania. E non solo Netanyahu e il suo governo, ma l’establishment sionista nel suo complesso. Ma non possono annettere la Cisgiordania con tutte queste persone al suo interno. Ecco perché stanno combinando l’espansione degli insediamenti coloniali e l’annessione graduale con lo spostamento dei palestinesi, sia con la forza che creando difficili condizioni sociali ed economiche. Ed è per questo che dobbiamo capire che l’obiettivo principale di tutto questo attacco è la Cisgiordania, inclusa, ovviamente, Gerusalemme.

Netanyahu dice apertamente che sta correggendo l’errore di Ben-Gurion, ovvero il fatto che non abbia cacciato i palestinesi rimasti nel 1948 e occupato la Cisgiordania e Gaza espellendone la popolazione.

Netanyahu pensa anche di correggere l’errore di Rabin, che prese in considerazione la possibilità, o il potenziale, di un qualche tipo limitato di autogoverno palestinese.

E in terzo luogo, pensa di correggere l’errore di Sharon, che ha dovuto ritirarsi da Gaza [nel 2005]. Questa è la mentalità di Netanyahu: Si considera il più grande leader sionista dopo Jabotinsky. Il suo obiettivo principale è l’annessione totale di tutta la Palestina, e oltre. Ha sentito cosa ha detto Trump; ha appena scoperto che Israele è molto piccolo e deve espandersi.

Pensa che ci sia spazio per la speranza in mezzo a questa disperazione?

, c’è molta speranza. C’è speranza nella resilienza delle persone. C’è speranza nella resistenza delle persone. Credo nella generazione più giovane in Palestina. Penso che stiano mostrando fantastici esempi di resilienza e resistenza. Non parlo solo di resistenza militare o anche di resistenza civile. Parlo anche di questo fantastico movimento che attraversa la generazione palestinese più giovane in tutto il mondo, specialmente in Paesi come gli Stati Uniti e l’Europa, dove c’è un’intera nuova generazione di palestinesi che si è rigenerata e rimotivata.

Penso che il 7 ottobre abbia restituito motivazione ad un’intera generazione palestinese ovunque. E penso che questo apra la strada a un nuovo tipo di unità palestinese attorno a un progetto unificato che include tutti i palestinesi ovunque vivano, sia in Palestina che fuori dalla Palestina.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)