Alcuni coloni erigono il primo avamposto di sempre all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme e aggrediscono i palestinesi del posto.

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Nir Hasson

7 aprile 2026 – Haaretz

Due settimane fa alcuni israeliani della Cisgiordania e di Gerusalemme hanno piazzato una tenda nei pressi del villaggio palestinese di Nu’man. “La politica del governo è fare pressione su di noi” dice il mukhtar del vicino villaggio di Umm Tuba

Per la prima volta un avamposto di una colonia illegale è stato fondato all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme. Gli abitanti di due villaggi palestinesi nelle vicinanze hanno detto che i coloni li hanno aggrediti con pietre e lacrimogeni, impedendo loro di pascolare le pecore.

In seguito a scontri scoppiati domenica quattro palestinesi sono stati arrestati. Altri quattro sono rimasti feriti.

Il villaggio palestinese di Nu’man è unico all’interno di Gerusalemme est. Benché sulle mappe si trovi all’interno del territorio municipale della città, alla grande maggioranza dei suoi abitanti non è stata concessa la residenza permanente israeliana che hanno altri palestinesi di Gerusalemme est. Al contrario Israele li considera abitanti della Cisgiordania. Di conseguenza dal punto di vista israeliano sono presenti illegalmente in Israele, mentre si trovano a casa loro.

La situazione degli abitanti è ulteriormente peggiorata da quando è stata costruita la barriera di separazione ed è stata asfaltata una nuova strada che unisce alla capitale le colonie a est di Gerusalemme. La strada e la barriera hanno rinchiuso il villaggio, obbligando gli scolari a lasciare le scuole israeliane in cui si recavano a Gerusalemme est e ad andare in quelle della città cisgiordana di Beit Sahur.

Due settimane fa è comparso un gruppo di adolescenti ebrei. Alcuni di loro hanno detto di essere di Har Homa, un quartiere di Gerusalemme est nei pressi della collina che separa Nu’man dal quartiere di Umm Tuba. Altri a quanto pare sono arrivati da avamposti coloniali in Cisgiordania.

Gli adolescenti hanno piazzato una grossa tenda a qualche decina di metri dalle case di Nu’man e hanno tracciato nuovi sentieri. Hanno scritto con lo spray sulla tenda la parola “vendetta” e il nome del loro avamposto: Homat Yehuda [Muraglia ebraica, ndt.].

Hanno anche disegnato una stella di Davide blu sulle pietre, su un pozzo e su alcune case di Nu’man.

Gli adolescenti sono rimasti tutto il giorno nel loro avamposto sulla collina e hanno ricevuto molte visite. I palestinesi dicono che hanno anche cercato di entrare in alcune case di Nu’man ed hanno aggredito i palestinesi che si sono avvicinati alla collina.

Domenica, raccontano i palestinesi, gli adolescenti hanno aggredito un gruppo di abitanti del villaggio che si erano avvicinati all’avamposto. Usando mazze, pietre e lacrimogeni hanno ferito quattro palestinesi, che hanno dovuto essere medicati. I palestinesi hanno risposto lanciando anche loro pietre.

Gli attivisti israeliani che erano presenti a Nu’man hanno chiamato ripetutamente la polizia, ma gli agenti si sono presentati solo dopo che la violenza era terminata. Quando lo hanno fatto, i poliziotti hanno arrestato tre abitanti. Poi sono tornati nel pomeriggio e ne hanno arrestato un quarto. Sono anche saliti fino all’avamposto e un attivista israeliano che era presente sul posto ha detto che hanno promesso che si sarebbero occupati di evacuarlo.

La polizia ha rilasciato uno dei quattro palestinesi arrestati, ma lunedì ha chiesto alla pretura di Gerusalemme di estendere di altri sei giorni la custodia cautelare degli altri tre, uno dei quali è minorenne. La polizia ha affermato che uno dei reati che sospetta sia stato commesso dai tre è la presenza illegale in Israele, benché ufficialmente, come già notato, Israele abbia reso illegale la loro presenza nelle loro stesse case quando li ha inclusi all’interno di Gerusalemme est senza concedere loro il diritto di residenza.

Anche gli abitanti di Umm Tuba si sono lamentati del fatto che i coloni dell’avamposto li hanno aggrediti quando si sono avvicinati alla collina. Gli abitanti di Umm Tuba, che hanno tutti la residenza permanente in Israele, per anni hanno pascolato le loro greggi nel wadi [letto del torrente, ndt.] sotto la collina. Ma da quando è stato fondato l’avamposto, affermano, i pastori hanno subito minacce e violenze da parte degli abitanti ebrei. Lunedì, quando i pastori sono arrivati al wadi con le loro pecore è comparso un gran numero di poliziotti e hanno detto loro di andarsene. Secondo gli abitanti uno ha persino minacciato il mukhtar [capo villaggio] di Umm Tuba, Aziz Abu Tir, insultandolo con parolacce.

“Siamo stati i vicini di Har Homa ormai da 30 anni e non ci sono mai stati problemi,” dice Sameh Abu Tir, un abitante di Umm Tuba. “Al contrario, i nostri figli scendevano a pascolare le pecore. Ma ora ogni volta che ci avviciniamo loro ci minacciano.”

Reut Maimon, dell’organizzazione [israeliana] di sinistra Ir Amim afferma che il violento attacco contro gli abitanti di Nu’man è stato il risultato diretto della continua indifferenza della polizia nei confronti delle loro ripetute richieste di intervento.

“Il Comune di Gerusalemme e il suo sindaco devono prendere immediatamente l’iniziativa di smantellare l’avamposto per impedire le gravissime conseguenze del fatto che un avamposto violento venga fondato all’interno del territorio delle città di Gerusalemme,” afferma. “Il Comune dovrebbe garantire la sicurezza e il benessere degli abitanti di Nu’man e Umm Tuba e mobilitare immediatamente tutte le istituzioni assistenziali della città per prendersi cura degli adolescenti coinvolti nelle violenze.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele chiude cinque organi di informazione palestinesi a Gerusalemme

Redazione MEE

24 febbraio 2026 – Middle East Eye

Rabbia per i continui tentativi di eliminare la documentazione dei crimini israeliani contro i palestinesi, soprattutto alla Moschea di Al-Aqsa

Israele ha chiuso cinque organi di informazione palestinesi che riportano notizie su Gerusalemme est occupata, stigmatizzandoli come “organizzazioni terroristiche”.

Secondo la radio dell’esercito israeliano domenica il Ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato che le pubblicazioni Quds Plus, Maraj, Al-Maydan, Al Quds al-Asima e Asima Agency sarebbero state vietate.

Pare che la decisione sia stata presa dopo che lo Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, ha detto che Hamas stava cercando di scatenare tensioni a Gerusalemme durante il mese di Ramadan, utilizzando siti web come “copertura per il movimento”.

Le autorità israeliane non hanno fornito alcuna ulteriore prova a sostegno delle accuse.

Commentatori hanno affermato che la decisione fa parte di un continuo tentativo di eliminare la documentazione delle violazioni israeliane alla Moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, uno dei siti più sacri dell’islam.

Abdullah Marouf, professore di studi su Gerusalemme, ha scritto su X: “Questo significa una sola cosa: l’occupazione sta per attuare una mossa decisiva nei prossimi giorni e settimane a Gerusalemme e alla sacra Moschea di Al-Aqsa. Ecco perché sta mettendo a tacere preventivamente tutte le voci di informazione di Gerusalemme.

La Asima Agency ha detto di aver sospeso tutte le sue attività di informazione, “non per retrocedere dalle proprie posizioni o abbandonare la propria linea, ma per proteggere i corrispondenti e i giornalisti gerosolimitani dall’oppressione e dall’aggressione dell’occupazione”.

L’agenzia ha affermato di essere un organo di informazione da Gerusalemme indipendente e autofinanziato.

Gerusalemme resterà il nostro campo d’azione, la Moschea di Al-Aqsa la nostra causa e la libera espressione è un impegno che non si spegne col tempo”, ha dichiarato.

Secondo la radio dell’esercito israeliano definire le piattaforme di informazione “terroriste” in base alle leggi antiterrorismo permette alle autorità israeliane di chiuderle, di vietare i loro contenuti e bloccare tutte le loro attività digitali.

Soffocare le voci palestinesi indipendenti’

Alcuni giorni prima della decisione la giornalista palestinese Nisreen Salem Al-Abd è stata arrestata mentre svolgeva un reportage a Gerusalemme.

In seguito è stata rilasciata, secondo un avvocato, a condizione che sarebbe rimasta agli arresti domiciliari per 10 giorni, senza poter usare il suo telefonino o i suoi social media durante gli arresti e le è stato impedito di andare alla Moschea di Al-Aqsa per 180 giorni.

Il Forum dei media palestinesi ha condannato la decisione di censurare gli organi di informazione.

E’ un chiaro tentativo di soffocare le voci palestinesi indipendenti, stravolgere il loro ruolo di rendere nota la realtà di ciò che accade e mettere a tacere la loro narrazione verso il pubblico arabo e internazionale”, ha dichiarato.

Consideriamo la decisione una patente violazione della libertà di stampa e di espressione e una trasgressione degli standard internazionali che garantiscono la libertà del lavoro di informazione.”

Le autorità israeliane hanno vietato a migliaia di fedeli palestinesi di entrare alla Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata per praticare la preghiera del primo venerdì di Ramadan la scorsa settimana, nonostante avessero i permessi precedentemente concessi.

La Moschea di Al-Aqsa è stata al centro della pluridecennale occupazione israeliana della Palestina.

Per i palestinesi e per i musulmani di tutto il mondo la moschea simbolizza la lotta per la libertà, l’identità e l’indipendenza. Per molti israeliani ultra nazionalisti essa è il luogo in cui sperano di vedere eretto il terzo tempio ebraico.

Per decenni è stata governata da un accordo internazionale che manteneva il suo status religioso come esclusivo sito islamico.

Ma dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967 Israele ha gradualmente compromesso tale status attraverso continue restrizioni all’accesso per musulmani e palestinesi, espandendo al contempo la presenza e il controllo degli ebrei.

Negli ultimi anni vi sono state frequenti incursioni di coloni accompagnati dalle forze israeliane, mentre ai funzionari della Waqf islamica (antica istituzione del diritto islamico, fondazione pia a scopo di beneficenza, ndtr.) è stato impedito di amministrare il complesso della Moschea di Al-Aqsa.

La scorsa settimana la polizia israeliana ha arrestato l’imam di Al-Aqsa nel cortile della moschea, con un’iniziativa che secondo i palestinesi minaccia ulteriormente la sacralità del sito durante il mese sacro del Ramadan.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Il governo israeliano informa la Corte Suprema che non permetterà ai pazienti di Gaza di ricevere cure in Cisgiordania o a Gerusalemme

Redazione di MEMO

27 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Secondo il quotidiano Haaretz nella versione in ebraico, Israele ha informato la Corte Suprema che non permetterà l’evacuazione di pazienti gravemente ammalati dalla Striscia di Gaza verso ospedali nella Cisgiordania o a Gerusalemme Est occupate, citando quelli che ha definito come problemi di sicurezza.

La posizione del governo è stata inviata lunedì in risposta all’esposto presentato da organizzazioni israeliane per i diritti umani che cercano di costringere le autorità a permettere ai pazienti di Gaza di accedere alle cure mediche negli ospedali della Cisgiordania e di Gerusalemme.

Secondo Haaretz il governo ha detto alla Corte che “continua a rifiutare” di approvare il trasferimento di abitanti di Gaza gravemente malati per cure in quelle aree, argomentando che i loro spostamenti potrebbero rappresentare rischi per la sicurezza, incluso il presunto trasferimento di informazioni e “l’esportazione di una struttura terroristica.”

Nonostante il mantenimento di un blocco contro Gaza, le autorità israeliane hanno suggerito che invece i pazienti dovrebbero viaggiare verso un Paese terzo per ricevere le cure.

Il governo ha dichiarato che migliaia di palestinesi di Gaza sono già stati trasferiti all’estero per cure mediche in nazioni tra cui Emirati Arabi Uniti, Romania, Giordania, Turchia, Francia, Italia, Belgio, Egitto, Lussemburgo, Malta e Norvegia.

Attivisti per i diritti umani hanno avvertito che tale politica nega di fatto cure salvavita a molti pazienti a Gaza, dove il settore della sanità è stato devastato e deve affrontare gravi carenze di medicine, strumentazione e servizi specializzati.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il ministro di estrema destra Ben-Gvir sovrintende alla distruzione all’interno del complesso dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati

Redazione Palestine Chronicle

20 gennaio 2026 – The Palestine Chronicle

Le autorità israeliane hanno demolito le strutture all’interno della sede centrale dell’UNRWA a Gerusalemme Est, segnando una grave escalation contro l’agenzia delle Nazioni Unite e il suo ruolo al servizio dei rifugiati palestinesi.

Martedì le autorità di occupazione israeliane hanno effettuato operazioni di demolizione all’interno della sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego dei Rifugiati Palestinesi (UNRWA) nella Gerusalemme Est occupata, in un’azione descritta dai funzionari palestinesi come una pericolosa escalation contro un organismo umanitario internazionale.

Le demolizioni hanno avuto luogo all’interno del complesso dell’UNRWA nel quartiere di Sheikh Jarrah. Secondo testimoni e palestinesi, sono state eseguite alla presenza del Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra.

Mentre le squadre israeliane si muovevano per distruggere le strutture all’interno della sua sede di Gerusalemme Est, l’UNRWA ha dichiarato di trovarsi di fronte a un “attacco senza precedenti”,

All’interno del complesso ONU

Secondo il Governatorato di Gerusalemme, i bulldozer israeliani hanno demolito uffici mobili e altre strutture all’interno del complesso dell’UNRWA. Il Governatorato ha affermato che, mentre i lavori di demolizione continuavano, le forze israeliane hanno anche issato la bandiera israeliana sul complesso, sostituendo quella delle Nazioni Unite.

I funzionari palestinesi hanno descritto l’iniziativa come parte di una “politica sistematica e ufficiale” che prende di mira un’agenzia delle Nazioni Unite che gode di immunità giuridica internazionale e svolge un ruolo insostituibile nel fornire servizi ai rifugiati palestinesi.

L’UNRWA assiste circa 192.000 rifugiati palestinesi nella sola Gerusalemme, fornendo istruzione, assistenza sanitaria e servizi sociali.

Ben-Gvir elogia la demolizione

Ben-Gvir ha accolto con favore la demolizione degli uffici dell’UNRWA, descrivendola come una “giornata storica” ​​e una celebrazione di quella che ha definito la sovranità israeliana su Gerusalemme.

Il vicesindaco israeliano Aryeh King si è spinto oltre, pubblicando sui social media che la rimozione dell’UNRWA da Gerusalemme era ora in corso, utilizzando un linguaggio provocatorio per descrivere l’agenzia.

Contesto giuridico e politico

La demolizione fa seguito alle misure legislative israeliane contro l’UNRWA.

Nell’ottobre 2024 la Knesset israeliana ha approvato una legge che vieta le operazioni dell’UNRWA e proibisce alle autorità israeliane di collaborare con l’agenzia.

Una seconda legge adottata a dicembre ha ordinato l’interruzione dei servizi di elettricità e acqua alle proprietà utilizzate dall’UNRWA.

Gli organismi internazionali hanno ripetutamente avvertito che lo smantellamento dell’UNRWA avrebbe conseguenze catastrofiche per milioni di rifugiati palestinesi che dipendono dai suoi servizi a Gerusalemme, in Cisgiordania, a Gaza, in Libano, in Giordania e in Siria.

UNRWA

L’UNRWA è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 1949 per fornire assistenza e protezione ai palestinesi sfollati durante la creazione di Israele.

Israele ha a lungo cercato di indebolire l’agenzia, considerando la sua esistenza come un riconoscimento dei diritti dei rifugiati palestinesi secondo il diritto internazionale.

La demolizione delle strutture dell’UNRWA a Gerusalemme Est avviene nel contesto di una più ampia campagna israeliana contro le istituzioni palestinesi nella città, che include chiusure forzate, demolizioni e restrizioni volte a ridisegnare il panorama demografico e politico di Gerusalemme.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Coloni israeliani irrompono nel quartier generale dell’UNRWA a Gerusalemme Est occupata

Redazione di MEMO

27 maggio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che ieri un gruppo di israeliani di destra ha fatto irruzione nel quartier generale dell’Agenzia ONU per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA) a Gerusalemme Est occupata.

Oggi sono orgogliosa di liberare la ex-sede dell’UNRWA nel centro di Gerusalemme,” ha affermato Yulia Malinovsky, del partito di destra Yisrael Beiteinu (Israele è la Nostra Casa) in un video condiviso sul suo account X [precedentemente Twitter, ndt.] girato all’interno della struttura.

Malinovsky, deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.], ha collegato l’incursione all’anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est.

Governo israeliano, siamo qui. Siete invitati a venire e vedere come la sovranità è applicata,” ha detto.

Sono dentro la sede. L’UNRWA non è più qui. Non c’è ragione perché ritorni,” ha affermato Malinovsky.

Non ci sono stati commenti immediati da parte dell’UNRWA sull’incursione dei coloni.

Nell’ottobre 2024, la Knesset ha approvato due leggi che etichettano l’UNRWA come gruppo terroristico e che vietano le sue attività nei territori palestinesi occupati, incluse misure volte ad eliminare i privilegi dell’agenzia e ad impedire qualunque relazione con essa. Queste leggi sono entrate in vigore il 30 gennaio. Israele ha fatto forti pressioni per chiudere l’UNRWA in quanto è l’unica agenzia ONU ad avere un mandato specifico per prendersi cura dei bisogni di base dei rifugiati palestinesi. Se l’agenzia non esiste più, sostiene Israele, allora non deve più esistere neppure il problema dei rifugiati e il legittimo diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alla loro terra sarebbe ingiustificato. Israele ha negato il diritto al ritorno a partire dagli ultimi anni quaranta, anche se la sua accettazione come membro dell’ONU era condizionata alla possibilità per i palestinesi di ritornare alle loro case e alla loro terra.

Fondata nel 1949, l’UNRWA ha funzionato come fondamentale ancora di salvezza per i rifugiati palestinesi, supportando circa 5,9 milioni di persone a Gaza, in Cisgiordania, Giordania, Siria e Libano.

Israele ha occupato Gerusalemme durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980 con un’iniziativa mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele caccia con la forza gli studenti e chiude una scuola UNRWA a Gerusalemme Est occupata

  1. Redazione di MEMO

18 febbraio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Wafa ha riferito che le autorità israeliane hanno cacciato con la forza studenti palestinesi e hanno chiuso una scuola gestita dall’UN Relief and Works Agency (UNRWA) [l’Agenzia ONU di Soccorso e Lavoro per i Profughi Palestinesi, ndt.] a Gerusalemme Est occupata.

Il governatorato di Gerusalemme ha riferito che le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione in una scuola elementare per bambini affiliata all’UNRWA nel quartiere di Wadi Al-Joz a Gerusalemme e hanno ordinato al personale di chiudere l’istituto dopo aver cacciato con la forza gli studenti.

L’azione segue un ordine del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di far rispettare il divieto all’UNRWA di operare nella città. Con le nuove restrizioni, le attività dell’UNRWA dentro le “aree sotto la sovranità israeliana” sono adesso proibite, inclusa l’operatività degli uffici di rappresentanza e l’erogazione di servizi. Anche agli israeliani è proibito avere contatti con l’agenzia. Gerusalemme Est è stata annessa dallo Stato di occupazione negli anni ’80, con un’iniziativa che non è stata riconosciuta dalla maggior parte delle Nazioni in quanto secondo il diritto internazionale l’annessione dei territori acquisiti con la forza delle armi è illegale.

A maggio 2024, la dirigenza dell’UNRWA è stata obbligata a chiudere le sedi sotto la pressione degli attacchi da parte dei coloni illegali che hanno raggiunto il punto in cui i suoi edifici sono stati incendiati due volte in una settimana. Il 10 ottobre dello scorso anno l’autorità israeliana che gestisce il territorio ha annunciato la confisca del terreno sul quale è collocata la sede dell’UNRWA nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est occupata e la trasformazione del sito in un avamposto illegale che comprende 1.440 unità abitative. Tutte le colonie israeliane e i coloni che ci vivono sono illegali per il diritto internazionale.

Il regime di occupazione ha anche colpito il centro di formazione di Kalandia e il 14 gennaio 2024 l’autorità israeliana per il territorio ha preso una decisione chiedendo all’UNRWA di liberarlo e di pagare una tassa di occupazione retroattiva di 17 milioni di shekels (circa 4,56 milioni di euro) con il pretesto di aver costruito e aver usato gli edifici senza permesso.

L’UNRWA fornisce servizi essenziali, inclusi aiuti umanitari, sanitari ed educativi, a più di 110.000 rifugiati palestinesi registrati nella sola Gerusalemme. Nella città occupata l’agenzia ONU gestisce due campi profughi, Shuafat e Kalandia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il giorno in cui Israele è andato a prendere i librai

Oren Ziv

11 febbraio 2025 – +972 Magazine

Con un libro palestinese da colorare come prova di “istigazione all’odio”, la polizia israeliana ha fatto irruzione nella libreria di Gerusalemme est Educational Bookshop, famosa in tutto il mondo, e ne ha arrestato i proprietari.

Se in qualunque momento durante lo scorso anno e mezzo potreste aver pensato che le autorità israeliane avevano già superato qualunque possibile limite nel restringere la libertà di espressione dei palestinesi, vi sareste sbagliati. Perché ieri la polizia israeliana ha fatto irruzione nei due locali di una libreria famosa nel mondo nella Gerusalemme est occupata, ha arrestato il proprietario e suo nipote e sequestrato una serie di libri, tra cui un album per l’infanzia da colorare.

Durante l’udienza che si è tenuta oggi presso la pretura di Gerusalemme la rappresentante della polizia, sergente maggiore Ortal Malka, ha affermato che sono stati identificati otto libri dell’ Educational Bookshop che rispondono ai criteri di “istigazione all’odio”, ma non ha specificato quali. Si è anche rifiutata di commentare il fatto che la maggior parte dei libri non è neppure scritta in arabo e che la clientela del negozio è principalmente internazionale.

Dato che un arresto per sospetta “istigazione all’odio” richiede l’approvazione preventiva dell’ufficio della procura generale, il proprietario del negozio, Mahmoud Muna, e suo nipote Ahmad Muna, che lavora insieme a lui, sono stati arrestati per sospetto “disturbo alla quiete pubblica”, una prassi comune in casi riguardanti la libertà d’espressione. In un comunicato la polizia ha tuttavia sostenuto che il negozio vende libri che includono “contenuti che istigano all’odio e sostengono il terrorismo,” e che il mandato di perquisizione utilizzato dalla polizia per fare irruzione nei due locali del negozio citava come presunto reato il fatto di “aver espresso solidarietà con un’organizzazione terroristica”.

Durante la notte i due sono stati rinchiusi nel Russian Compound, un centro per gli interrogatori e carcerario di Gerusalemme ovest, e portati lunedì pomeriggio davanti al giudice per un’udienza sulla proroga della loro detenzione. Fuori dall’aula del tribunale si sono riunite decine di attivisti e di diplomatici per protestare a favore dei detenuti, mentre familiari e amici hanno affollato la zona cercando di entrare. Il giudice ha stabilito di prorogare la loro detenzione fino a martedì mattina, dopodiché ha raccomandato il loro rilascio. [Aggiornamento: Mahmoud e Ahmad sono stati rilasciato martedì con 5 giorni di arresti domiciliari e gli è stato proibito di recarsi alla libreria per 20 giorni].

Quando il loro avvocato, Nasser Odeh, ha chiesto perché i Muna fossero stati accusati di disturbo della quiete pubblica Malka ha risposto: “La polizia israeliana crede che, soprattutto durante questo periodo, e in particolare a Gerusalemme, vendere libri che contengono quello che sospettiamo rappresenti un pericolo, tenendo conto dei soggetti.”

Riguardo al numero di libri sequestrati – Odeh ha notato che la polizia ha lasciato il negozio portando via varie casse – Malka ha replicato: “Trenta, forse quaranta, non so quanti alla fine considereremo come incitamento all’odio. Abbiamo sequestrato almeno ottanta libri che sospettiamo di istigazione, forse di più, ma non è sicuro che tutti vengano classificati come tali. Gli agenti hanno preso tutto quello che hanno ritenuto rispondesse ai criteri.”

Quando Odeh ha chiesto di sapere i titoli dei libri sequestrati e i nomi dei loro autori, Malka ha risposto: “Non posso rispondere. Ci confronteremo con i Muna sui libri quando riceverò l’autorizzazione… Ci vorrà tempo per esaminarli, ed è per questo che siamo qui a chiedere una proroga della detenzione (dei Muna) per vari giorni… Molti dei libri sono in arabo, altri in inglese, e qualcun altro in tedesco. Non posso esaminarli uno per uno.”

In base a un’immagine di alcuni dei libri confiscati che poi sono stati restituiti, i titoli includono lavori di Noam Chomsky, Ilan Pappé e Banksy, insieme a libri sul conflitto israelo-palestinese, su rivolte studentesche e arte. Secondo un comunicato della polizia reso pubblico dopo l’irruzione, tra quelli sequestrati c’è un libro per bambini da colorare intitolato Dal Fiume al Mare dell’illustratore sudafricano Nathi Ngubane.

Tra le righe

I due locali di Educational Bookshop si trovano uno di fronte all’altro su via Salah Al-Din, la principale strada commerciale di Gerusalemme est, adiacente alla Porta di Damasco nella Città Vecchia. Fondata nel 1984, l’istituzione ora è considerata una delle librerie più importanti del Medio Oriente, frequentata da giornalisti, ricercatori, diplomatici e turisti per la sua estesa collezione di libri su politica e storia di Israele/Palestina in inglese, arabo e altre lingue. Ospita regolarmente anche eventi pubblici come presentazioni di libri.

Oltre a gestire i negozi, Mahmoud Muna è co-curatore di un’antologia di storie di scrittori di Gaza intitolata Daybreak in Gaza: Stories of Palestinian Lives and Culture [Alba a Gaza: storie di vite e cultura palestinesi], stilata sullo sfondo del massacro israeliano contro Gaza per “preservare l’eredità del popolo di Gaza attraverso letteratura, musica, storie e memorie.”

I negozi sono famosi tra la clientela internazionale e si trovano nei pressi della pretura, ma sono praticamente sconosciuti in Israele. I funzionari del tribunale, gli agenti di polizia e le guardie sono rimasti sorpresi dall’interessamento da parte di mezzi di comunicazione e diplomatici, e lunedì pomeriggio, quando l’udienza è iniziata, le librerie erano aperte e decine di israeliani e stranieri di sinistra sono andati a comprare libri e manifestare solidarietà.

Murad Muna, fratello di Mahmoud e zio di Ahmad, ha descritto a +972 l’irruzione e l’arresto come gli è stato raccontato da un terzo fratello che ha assistito agli eventi: “Alle 15 la polizia israeliana è arrivata ai due locali della libreria cercando libri con la bandiera palestinese,” ha detto. Benché molti dei volumi che hanno confiscato fossero in inglese non sapevano lo leggere, così hanno usato il traduttore di Google per capire di cosa trattassero.”

Mai, moglie di Mahmoud, ha detto a +972 che la loro figlia di 11 anni era presente durante l’incursione della polizia: “Sfortunatamente Laila era in negozio. Ha visto tutto ed era veramente scioccata. Ma le abbiamo parlato e detto che suo padre è forte e non deve preoccuparsi. Non capisce perché hanno preso i libri né quello che cercavano.” Mai nota di aver avuto paura che un tale momento sarebbe arrivato: “Ho sempre detto a Mahmoud di temere che qualcosa del genere sarebbe successo, l’ho visto arrivare.”

Secondo Murad “si tratta di un problema politico. I libri che vendiamo si possono trovare in rete, li puoi comprare ovunque. Trattano del conflitto israelo-palestinese. Abbiamo molti libri scritti da professori e accademici israeliani. Non credo che ci sia una logica o una ragione per arrestarli.” Con le lacrime agli occhi aggiunge: “Non è facile per la famiglia. Speriamo che vengano liberati oggi.”

Per smentire l’accusa di istigazione all’odio da parte della procura, durante l’udienza Odeh ha cercato di spiegare al tribunale che i clienti dei negozi sono per lo più stranieri: diplomatici, giornalisti e turisti. Il rappresentante della polizia ha replicato: “Non so (chi siano i clienti), e ciò non ha importanza. La cosa importante è che c’è un pubblico e il tribunale dovrebbe capirlo.”

“Dal momento in cui ho saputo degli arresti,” ha proseguito Odeh, “mi sono ricordato di due attacchi drammatici. Nel 1258, quando i mongoli invasero Baghdad, entrarono nelle biblioteche, confiscarono e bruciarono libri e ne buttarono alcuni nel fiume nel tentativo di controllare il sapere dell’opinione pubblica, solo per vendetta. Il secondo caso fu in Germania nel 1933, quando la comunità ebraica venne perseguitata. Non sto facendo un confronto, (ma) scrittori e autori furono arrestati per evitare che la loro arte fosse una critica delle atrocità del regime.”

Lunedì in un comunicato il portavoce della polizia ha affermato: “E’ stata effettuata una perquisizione in due librerie di Gerusalemme est sospettate di vendere libri che contengono istigazioni. I sospetti che vendevano i libri sono stati arrestati da agenti di polizia. Come parte dell’inchiesta gli investigatori… si sono trovati davanti a numerosi libri che contengono vari materiali di natura nazionalista palestinese che istigano all’odio, compreso un libro da colorare per bambini intitolato Dal Fiume al Mare. I sospetti, sulla trentina, sono stati arrestati dagli agenti e trattenuti per essere interrogati.

Oggi i due saranno portati davanti al tribunale in quanto la polizia chiede di prorogare la loro detenzione per completare l’indagine. La polizia israeliana continuerà nei suoi sforzi per impedire l’istigazione all’odio e il sostegno al terrorismo utilizzando ogni risorsa disponibile, comprese potenzialità tecnologiche avanzate. Ciò include individuare e arrestare quanti sono coinvolti in reati intesi a minare la sicurezza di cittadini israeliani, ovunque essi siano.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, inviato di Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




78 palestinesi uccisi e 340 demolizioni registrate a Gerusalemme dal 7 ottobre 2023

Redazione di MEMO

9 ottobre 2024 – Middle East Monitor

Ieri la Palestinian Press Agency [agenzia di stampa palestinese, ndt.] (SAFA) ha riferito che il governatorato di Gerusalemme ha affermato che dal 7 ottobre 2023 le forze di occupazione israeliane hanno ucciso 78 palestinesi, ne hanno arrestati 1.791 e hanno effettuato 340 demolizioni e operazioni con i bulldozer nel governatorato.

In un rapporto che dettaglia la situazione a Gerusalemme durante l’ultimo anno, il governatorato ha evidenziato la crescita senza precedenti di incursioni nella moschea di Al-Aqsa. Ha registrato che 50.475 coloni hanno preso d’assalto la moschea, azione che è parte di un più ampio piano per imporre divisioni temporali e spaziali sul luogo santo.

In aggiunta il rapporto ha rivelato che Gerusalemme ha visto una campagna senza precedenti di sfollamenti forzati di palestinesi dai loro quartieri storici come Sheikh Jarrah e Silwan che l’occupazione cerca di svuotare dei loro abitanti per far posto ai coloni illegali.

Durante lo scorso anno la demolizione ed il sequestro di case palestinesi non sono cessati ma sono sistematicamente raddoppiati per creare una nuova situazione funzionale al progetto di colonizzazione, con 340 demolizioni e operazioni con i bulldozer registrate nel governatorato.

Inoltre nel rapporto si afferma che l’occupazione ha imposto un soffocante assedio economico ai palestinesi di Gerusalemme, limitando il movimento di beni e persone, insieme a misure arbitrarie contro commercianti e investitori gerosolimitani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Al canto di ‘bruciare Shu’afat’ e ‘spianare Gaza’, una moltitudine di persone partecipa alla marcia delle bandiere a Gerusalemme

Oren Ziv

6 giugno 2024 – +972Magazine

Ministri israeliani si sono uniti all’annuale celebrazione della conquista di Gerusalemme est, durante la quale slogan razzisti e aggressioni ai giornalisti sono diventati dominanti.

L’annuale Marcia delle Bandiere del “Giorno di Gerusalemme” è stata a lungo famigerata per la sua aperta ostentazione della supremazia ebraica. Ogni anno, in ricordo dell’occupazione israeliana di Gerusalemme est nel 1967 e della continuazione del controllo sulla città, decine di migliaia di ebrei israeliani, per la maggior parte giovani, si scatenano nella Città Vecchia, attaccano e aggrediscono gli abitanti palestinesi e gridano slogan razzisti – il tutto sotto la protezione della polizia.

Tuttavia, se in passato si poteva dire che solo alcuni dei gruppi partecipanti si comportavano in tal modo, quest’anno questa è diventata la norma. Incoraggiati dalla brutale guerra di vendetta del loro governo contro la Striscia di Gaza quasi tutti i gruppi che ieri pomeriggio si sono radunati alla Porta di Damasco prima della marcia si sono uniti alle incitazioni.

I cori includevano: “Che il tuo villaggio possa bruciare”, “Shuafat va a fuoco”, “Maometto è morto” e il canto di vendetta genocida che comprende una ingiunzione biblica trasferita sui palestinesi: “Possa il loro nome essere cancellato”. Il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il ministro delle finanze Bezalel Smotrich sono arrivati entrambi alla Porta di Damasco con le loro guardie del corpo verso la fine dei festeggiamenti e si sono uniti gioiosamente a coloro che festeggiavano mentre cantavano e danzavano.

Oltre ai cori, alcuni partecipanti recavano bandiere del gruppo suprematista ebraico Lehava e cartelli con le scritte: “Un proiettile nella testa di ogni terrorista” e “Kahane aveva ragione”. Alcuni si riferivano esplicitamente all’attuale attacco a Gaza, auspicando di “spianare Rafah” e sventolavano la bandiera di Gush Katif, il blocco di insediamenti israeliani evacuato come parte del “disimpegno” del 2005 e che molta parte della destra israeliana spera di vedere ricostruito. Alcuni portavano cartelli raffiguranti gli ostaggi ancora in mano a Hamas a Gaza.

Tuttavia il focus principale per i partecipanti non era Gaza, ma il Monte del Tempio/Moschea di Haram al-Sharif. La giornata è iniziata con più di 1000 ebrei che sono saliti alla spianata, che è sacra sia per gli ebrei che per i musulmani e amministrata congiuntamente dalla polizia israeliana e dalla fondazione islamica Waqf. Molti di loro avevano bandiere israeliane e alcuni hanno violato lo “status quo” di lunga data del sito mettendosi a pregare.

Erano guidati da attivisti che intendono non solo permettere agli ebrei di pregare nel sito, ma ricostruire un tempio ebraico sul sito della Moschea di Al-Aqsa e della Cupola della Roccia. Nella marcia un gruppo di giovani indossava magliette raffiguranti la Cupola della Roccia demolita.

A parte arrestare una manciata di manifestanti che hanno aggredito dei giornalisti, la polizia – compresi il capo della polizia e diversi comandanti di alto grado – non ha fatto niente per impedire o punire le istigazioni. Questa mancanza di intervento era particolarmente spudorata vista la repressione seguita al 7 ottobre, che ha visto la polizia arrestare e accusare di istigazione a delinquere centinaia di cittadini palestinesi per essersi opposti alla guerra di Gaza sia sui social media che in piccole proteste nonviolente.

Questo doppio standard è intrinseco alla politica del governo: ciò che conta non è il contenuto di quel che viene detto, ma chi lo dice. Così, mentre i palestinesi vengono arrestati per i post sui social media, agli ebrei viene lasciato libero sfogo per celebrare il Giorno di Gerusalemme aggredendo i palestinesi e auspicando la loro morte.

Giornalisti aggrediti

Le violenze sono iniziate circa alle 13. A quell’ora la polizia aveva già sgombrato un percorso attraverso il quartiere musulmano della Città Vecchia costringendo gli abitanti palestinesi a restare dentro le loro case e i proprietari di negozi a chiuderli.

Perciò i soli obbiettivi rimasti verso cui i primi arrivati per partecipare ai festeggiamenti hanno potuto dirigere la propria rabbia erano alcuni giornalisti già arrivati per documentare la marcia. Il giornalista palestinese Saif Kwasmi è stato aggredito dalla folla, mentre anche il giornalista di Haaretz Nir Hasson è stato gettato a terra e preso a calci. Ma invece di arrestare qualcuno dei manifestanti, la polizia in seguito ha fermato e interrogato Kwasmi, che è stato accusato di istigazione.

La maggior parte dei giornalisti non è riuscita ad arrivare vicino ai manifestanti. Prima dell’arrivo del grosso della folla la polizia ha spinto tutti i giornalisti in una piccola area prospicente la Porta di Damasco: secondo i comandanti della polizia permettere ai giornalisti di seguire i partecipanti attraverso la Città Vecchia sarebbe stata una provocazione pericolosa, data l’ostilità dei manifestanti nei confronti dei media.

Dopo parecchie ore e molte richieste all’ufficio del capo della polizia ai giornalisti è stato permesso di andare in mezzo alla folla festante, ma solo dopo essere stati avvisati che lo facevano a proprio rischio. A quel punto i manifestanti avevano già lanciato molte bottiglie di plastica nella zona della stampa e schernito i giornalisti dal basso.

Poco prima della fine delle celebrazioni Ben Gvir è arrivato alla Porta di Damasco. Circondato da una folta scorta che impediva ai giornalisti di avvicinarsi e fare domande, il ministro ha colto l’opportunità di dichiarare il proprio totale ripudio del delicato status quo religioso sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif, che ha da tempo statuito che gli ebrei hanno il diritto di visitare il sito, ma non di pregarvi.

Sono tornato qui per mandare un messaggio a Hamas e in ogni casa a Gaza e in Libano: Gerusalemme è nostra. La Porta di Damasco è nostra. Il Monte del Tempio è nostro”, ha proclamato. “Oggi, seguendo le mie indicazioni, gli ebrei sono entrati liberamente nella Città Vecchia e hanno pregato liberamente sul Monte del Tempio. Lo diciamo nel modo più semplice: tutto questo è nostro.”

Nelle precedenti marce per il Giorno di Gerusalemme Ben Gvir era solo uno dei partecipanti. Oggi è il ministro in carica della polizia, che è responsabile della sicurezza della marcia e della facilitazione della salita degli ebrei alla spianata di Al-Aqsa. Benché il primo ministro benjamin netanyahu abbia preso le distanze dalla dichiarata intenzione di Ben Gvir di sovvertire lo status quo, in ultima istanza è il ministro della sicurezza nazionale ad imporre la linea di condotta.

Una volta il Giorno di Gerusalemme era un evento eccezionale, in cui il razzismo e la supremazia ebraica che da sempre sono esistiti nella società israeliana si rendevano evidenti a tutti. Ma oggi, mentre l’orgia di vendetta dell’esercito prosegue a Gaza con l’attivo sostegno della maggior parte degli israeliani, tra la crescente violenza dell’esercito e dei coloni in Cisgiordania e le campagne di persecuzione e silenziamento del dissenso all’interno della Linea Verde, la Marcia delle Bandiere è diventata solo un ulteriore esempio di come Israele abbia normalizzato l’estremismo.

Oren Ziv è un fotogiornalista, lavora per Local Call ed è membro fondatore del collettivo di fotografia ‘Activestills’.

(Traduzione dall’inglese di cristiana Cavagna)




Il caso di al-Shifa: indagine sull’attacco al più grande ospedale di Gaza

Louisa Loveluck, Evan Hill, Jonathan Baran, Jarrett Ley, Ellen Nakashima

21 dicembre 2023, Washington Post

Un’analisi del Washington Post su immagini open source e satellitari fa luce sulle affermazioni delle forze di difesa israeliane dell’uso da parte di Hamas dell’ospedale al-Shifa a Gaza City.

GERUSALEMME – Settimane prima che Israele inviasse truppe nell’ospedale al-Shifa, il suo portavoce iniziò a montare un caso.

Le affermazioni erano straordinariamente specifiche: che cinque edifici ospedalieri sarebbero stati direttamente implicati nelle attività di Hamas; che gli edifici si troverebbero sopra i tunnel sotterranei utilizzati dai militanti per dirigere attacchi missilistici e comandare i combattenti e che ai tunnel fosse possibile accedere dall’interno dei reparti ospedalieri. Le affermazioni sarebbero supportate da “prove concrete”, ha affermato il portavoce delle forze di difesa israeliane Daniel Hagari esponendo il caso in un briefing del 27 ottobre.

Dopo aver preso d’assalto il complesso il 15 novembre, l’IDF ha pubblicato una serie di fotografie e video che, secondo loro, ne dimostrerebbero la tesi centrale.

I terroristi venivano qui a dirigere le loro operazioni”, ha detto Hagari in un video pubblicato il 22 novembre, accompagnando gli spettatori attraverso un tunnel sotterraneo, illuminando stanze buie e vuote sotto al-Shifa.

Secondo l’analisi del Washington Post di immagini open source, satellitari e di tutti i materiali dell’IDF rilasciati pubblicamente, le prove presentate dal governo israeliano non riescono a dimostrare che Hamas utilizzasse l’ospedale come centro di comando e controllo. La cosa solleva interrogativi critici, dicono gli esperti legali e umanitari, sul fatto se i danni ai civili causati dalle operazioni militari israeliane contro l’ospedale – l’accerchiamento, l’assedio e infine il raid nella struttura e nel tunnel sottostante – fossero proporzionati alla minaccia stimata.

L’analisi del Post dimostra che:

Le stanze collegate alla rete di tunnel scoperte dalle truppe dell’IDF non offrono prove dirette di un uso militare da parte di Hamas.

Nessuno dei cinque edifici ospedalieri indicati da Hagari sembra essere collegato alla rete di tunnel.

Non ci sono prove che sia possibile accedere ai tunnel dall’interno dei reparti ospedalieri.

Ore prima che le truppe dell’IDF entrassero nel complesso, l’amministrazione Biden aveva desecretato le valutazioni dell’intelligence statunitense che supportavano le affermazioni di Israele. All’indomani del raid, i funzionari israeliani e statunitensi sono rimasti fedeli alle loro dichiarazioni iniziali.

“Abbiamo totale fiducia nell’intelligence… che Hamas lo stesse usando come nodo di comando e controllo”, ha detto la settimana scorsa al Post un alto funzionario dell’amministrazione statunitense, parlando a condizione di restare anonimo per discutere risultati sensibili. “Hamas aveva tenuto gli ostaggi nel complesso dell’ospedale fino a poco prima che Israele entrasse”.

Il governo degli Stati Uniti non ha reso pubblico il materiale desecretato e il funzionario non ha voluto condividere i dati su cui si basava questa valutazione.

“L’IDF ha pubblicato prove ampie e inconfutabili che indicano l’uso strumentale del complesso ospedaliero di Shifa da parte di Hamas per scopi terroristici e attività terroristiche clandestine”, ha detto al Post un portavoce dell’IDF.

Quando è stato chiesto se fossero disponibili ulteriori prove su al-Shifa, il portavoce ha detto: “Non possiamo fornire ulteriori informazioni”. Il 24 novembre l’esercito israeliano ha annunciato in un comunicato di aver distrutto il tunnel nell’area dell’ospedale; subito dopo le truppe si sono ritirate.

All’inizio ero convinto che [al-Shifa] fosse il luogo in cui si svolgevano le operazioni”, ha detto al Post un membro senior del Congresso americano, parlando a condizione di restare anonimo a causa della delicatezza della questione. Ma ora, ha detto, “Penso ci debba essere un nuovo livello di chiarimenti. A questo punto vorremmo avere più prove”.

Il fatto che un alleato degli Stati Uniti abbia preso di mira un complesso che ospita centinaia di pazienti malati e morenti e migliaia di sfollati non ha precedenti negli ultimi decenni. L’avanzata su al-Shifa ha causato il collasso delle operazioni dell’ospedale. Mentre le truppe israeliane si avvicinavano e i combattimenti si intensificavano finiva il carburante, i rifornimenti non potevano entrare e le ambulanze non riuscivano a raccogliere le vittime dalle strade.

Citando il personale ospedaliero, le Nazioni Unite hanno riferito che, prima che le truppe entrassero nel complesso, i medici avevano scavato una fossa comune per circa 180 persone. L’obitorio aveva cessato di funzionare da tempo. Diversi giorni dopo, quando i medici dell’OMS arrivarono per evacuare le persone ancora all’interno, dissero che il luogo della guarigione era diventato una “zona di morte”. Almeno 40 pazienti – tra cui quattro bambini prematuri – erano morti nei giorni precedenti il raid e per le sue conseguenze, hanno detto le Nazioni Unite.

Nelle settimane successive altri ospedali di Gaza sono stati attaccati in modo simile a quanto accaduto ad al-Shifa, facendone non solo un momento spartiacque nel conflitto, ma un fondamentale case study del rispetto di Israele della legislazione di guerra.

Status protetto

Il complesso medico di al-Shifa era l’ospedale più avanzato e meglio attrezzato di Gaza. Dopo che Israele ha lanciato la sua devastante campagna di attacchi aerei in rappresaglia per il brutale attacco di Hamas del 7 ottobre, al-Shifa è diventato il cuore pulsante del vacillante sistema sanitario dell’enclave, nonché un luogo di rifugio per decine di migliaia di sfollati di Gaza che temevano sarebbero stati uccisi nelle loro case.

Le strutture mediche godono di una protezione speciale – anche in tempo di guerra – perdendo il loro status solo “se vengono utilizzate al di fuori della loro funzione medica per commettere atti dannosi per il nemico”, ha affermato Adil Haque, professore di diritto alla Rutgers University.

Senza una conoscenza completa dei dati dell’intelligence israeliana e dei suoi piani di battaglia, la legalità delle operazioni militari israeliane contro al-Shifa rimane una questione aperta.

Ma nel suo briefing del 27 ottobre, Hagari ha fornito un quadro chiaro di ciò che pensava le forze israeliane avrebbero trovato, mostrando un video animato di ciò che presumibilmente si trovava sotto la struttura. Nel film militanti mascherati pattugliavano un livello collegato a un labirinto di stanze più sotterranee con computer portatili e zone notte.

“La legge riguarda ciò che l’aggressore avesse in mente nel momento in cui ha pianificato ed eseguito la missione rispetto sia al danno collaterale che si aspettava di causare sia al vantaggio militare che prevedeva di ottenere”, ha affermato Michael Schmitt, professore emerito presso il Naval War College degli Stati Uniti.

L’IDF non ha voluto commentare il vantaggio militare cercato o ottenuto.

Qual era l’urgenza? La cosa non è ancora stata dimostrata”, ha affermato Yousuf Syed Khan, avvocato senior presso Global Rights Compliance, lo studio legale che ha redatto i documenti delle Nazioni Unite sulla guerra d’assedio.

Anche se il tunnel sotterraneo scoperto dalle forze israeliane dopo il raid indicasse una possibile presenza di militanti sotto l’ospedale in un qualche momento, non prova che un nodo di comando operasse lì durante la guerra.

Stiamo avendo una comprensione più dettagliata e tridimensionale dell’ospedale al-Shifa e dei tunnel sottostanti”, ha affermato Brian Finucane, ex consulente legale del Dipartimento di Stato e ora consulente senior presso Crisis Group [ONG indipendente impegnata a prevenire e risolvere i conflitti, ndt.]

Ciò che manca davvero qui è una conoscenza affidabile e sicura della quarta dimensione, che è il tempo. Quando sono stati utilizzati in un determinato modo i vari elementi dell’ospedale? E i tunnel sotto il complesso ospedaliero?

La conferenza stampa del 27 ottobre ha provocato soprassalti di paura nell’ospedale, e il personale l’ha vista come il pretesto per un’azione militare. Poche ore dopo le reti di comunicazione dell’enclave si sono interrotte. “Dopodiché, sono iniziati i bombardamenti sugli edifici circostanti al-Shifa”, ricorda Ghassan Abu Sitta, un chirurgo anglopalestinese che lavorava all’ospedale quella notte. “Il bombardamento era molto vicino e l’edificio tremava violentemente.”

All’inizio di novembre migliaia di civili terrorizzati erano rimasti intrappolati all’interno dell’area dell’ospedale mentre l’operazione militare israeliana isolava di fatto il complesso dal mondo esterno.

Almeno due bambini prematuri sono morti l’11 novembre quando l’ospedale è rimasto senza elettricità per alimentare le incubatrici, ha detto il personale.

Diverse decine di altri pazienti in terapia intensiva sono morte nei giorni successivi, hanno riferito i medici. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha detto che non ha più potuto inviare ambulanze per assistere o evacuare i feriti.

Nelle prime ore del 15 novembre l’IDF ha dichiarato che stava effettuando una “operazione precisa e mirata” contro Hamas in un’area specifica del complesso e che aveva ucciso un certo numero di militanti all’esterno del complesso “prima di entrare. “

Nella tarda mattinata i medici all’interno della struttura e i funzionari del Ministero della Sanità di Gaza hanno affermato che le forze israeliane ne avevano preso il completo controllo. Le truppe erano andate di stanza in stanza interrogando il personale e i pazienti e chiedendo ad alcuni di riunirsi nel cortile, non lontano dalla fossa comune dove i morti venivano sepolti senza nessuna cerimonia.

Il Post ha analizzato le immagini satellitari e le fotografie sui social media per mappare i danni all’ospedale e localizzare la fossa comune, appena dentro i cancelli orientali del complesso ospedaliero.

“Si è trattato di un’operazione militare molto precisa e mirata che Israele ha condotto con molti sforzi per ridurre le vittime civili”, ha detto l’alto funzionario dell’amministrazione americana.

Quando il 18 novembre sono arrivati gli operatori umanitari dell’OMS, medici e pazienti hanno implorato la squadra di fornire un passaggio sicuro, ha riferito l’organizzazione.

Nel pronto soccorso diverse decine di bambini prematuri piangevano, come hanno mostrato i video e detto i medici. Altri due erano morti prima dell’arrivo dei mezzi per l’evacuazione dell’OMS.

Emergono le prove

Durante l’occupazione di al-Shifa da parte dell’IDF, durata più di una settimana, l’IDF ha pubblicato numerose serie di foto e video che mostravano presunte prove dell’attività militare di Hamas all’interno e sotto l’ospedale.

Meno di 24 ore dopo che le forze israeliane erano entrate nel complesso, l’IDF ha diffuso un filmato che mostrava il portavoce Jonathan Conricus mentre attraversava l’unità di radiologia. Dietro una macchina per la risonanza magnetica indica quella che lui chiama una “pesca miracolosa” contenente un fucile tipo kalashnikov e un caricatore di munizioni.

Le foto rilasciate dai militari più tardi lo stesso giorno mostravano l’intero bottino di armi recuperate in ospedale: circa 12 fucili tipo kalashnikov oltre a caricatori di munizioni e diverse granate e giubbotti antiproiettile.

Il Post non è stato in grado di verificare in modo indipendente a chi appartenessero le armi o come fossero finite all’interno dell’unità di radiologia.

Nei giorni successivi sarebbero emerse prove più ampie che sembravano indicare l’attività dei militanti sotto la struttura. Il 16 novembre i militari israeliani hanno diffuso immagini che mostrano l’ingresso di un tunnel nell’angolo nord-est del complesso ospedaliero, vicino all’edificio della chirurgia specialistica.

Le immagini satellitari indicavano che le truppe israeliane avevano trovato l’ingresso all’interno di un piccolo edificio che avevano demolito.

In seguito i militari hanno pubblicato video delle loro truppe e di Hagari mentre esploravano la rete di tunnel collegata al pozzo d’ingresso. Il filmato mostrava un lungo tunnel che si estendeva a est dal pozzo e correva a sud sotto l’unità di chirurgia specialistica; un’altra sezione si dirigeva a nord, lontano dal complesso dell’ospedale. Dai video non è stato possibile determinare la distanza o la direzione finale della sezione nord del tunnel.

È bloccato e sigillato; sanno che saremmo venuti qui da più di un mese e l’hanno sigillato”, ha detto Hagari in un video.

Il Post ha mappato il percorso del tunnel geolocalizzando i siti scavati all’interno di al-Shifa e analizzando i video fotogramma per fotogramma per determinare la direzionalità e la lunghezza della rete. Il Post ha poi sovrapposto i percorsi dei tunnel sulla mappa originale rilasciata dall’IDF il 27 ottobre, che secondo loro mostrava l’intera estensione dell’infrastruttura di comando e controllo di Hamas.

Nessuno dei cinque edifici evidenziati dall’IDF sembra collegarsi ai tunnel, e non è stata prodotta alcuna prova che dimostri che si potesse accedere ai tunnel dall’interno dei reparti dell’ospedale, come aveva affermato Hagari.

Il Post ha analizzato le prove visive dell’IDF che mappano il tunnel sotto al-Shifa e le ha confrontate con le affermazioni iniziali dei militari.

In una sezione sotto l’edificio dell’ambulatorio sono collegati al tunnel due piccoli bagni, un lavandino e due stanze vuote. Hagari ha detto che le stanze e il tunnel ricevevano elettricità, acqua e aria condizionata da al-Shifa. Una stanza, ha detto Hagari, era una “sala operativa”, e l’ha detto dando il cablaggio elettrico come prova.

Le stanze spoglie, piastrellate di bianco, non mostravano alcuna prova immediata di utilizzo, per comando e controllo o altro. Non ci sono segni di abitazione recente come rifiuti, contenitori per cibo, vestiti o altri oggetti personali.

Questa stanza è stata evacuata e tutta l’attrezzatura è stata evacuata. Immagino che sia stato evacuato quando hanno saputo o capito che saremmo entrati nell’ospedale di Shifa”, ha detto Hagari nel video.

Non ha spiegato quando si pensa che i militanti avessero operato nel tunnel o quando sarebbe avvenuta la loro presunta partenza. L’IDF non ha risposto alle richieste di chiarimenti.

“Se alla fine non trovi quello che avevi detto che avresti trovato è legittimo essere scettici sul fatto che la tua valutazione del valore militare dell’operazione fosse fondata o meno”, ha detto Geoffrey Corn, professore di diritto alla Texas Tech University ed ex consigliere senior per la legislazione di guerra dell’esercito degli Stati Uniti. “Non è certamente decisivo. La domanda finale è se, date le circostanze, la valutazione del vantaggio militare fosse ragionevole”.

In una dichiarazione del 18 novembre Hamas ha descritto le affermazioni sul suo utilizzo di al-Shifa come parte di una “campagna di palesi bugie”. I funzionari non hanno risposto a una richiesta di commenti sul presunto utilizzo dei tunnel da parte del gruppo.

Il giorno successivo l’IDF ha pubblicato un’ulteriore prova: il filmato di una telecamera di sicurezza che mostrava militanti armati condurre attraverso l’ospedale due ostaggi dei circa 240 catturati durante l’assalto al sud di Israele il 7 ottobre. Uno sembrava ferito ed è su una barella. Non è chiaro se gli ostaggi siano stati portati in ospedale per cure mediche o per altri scopi.

La presa di ostaggi è un crimine secondo il diritto internazionale. Ma “l’uso improprio dell’ospedale cinque settimane prima dell’operazione dell’IDF non chiarisce la legalità dell’operazione dell’IDF”, ha detto Haque.

Gli ospedali come obiettivi

Mentre la polvere si depositava su al-Shifa, gli esperti mettevano in guardia sul precedente che aveva creato.

Penso che ci sia il rischio che ciò che Israele ha cercato di fare qui sia scusare in anticipo le future operazioni contro gli ospedali. Non si dovrebbe presumere che gli ospedali possano in genere essere presi di mira in base a ciò che Israele ha ipotizzato riguardo a Shifa”, ha affermato Finucane.

Al momento dell’operazione militare del 15 novembre quasi la metà delle principali strutture mediche nel nord di Gaza era stata presa di mira o danneggiata nei combattimenti, secondo un’analisi che il Post ha fatto dei dati di Insecurity Insight, un gruppo di ricerca senza scopo di lucro.

Nel mese seguente una serie di altri ospedali hanno chiuso o ridotto le operazioni al punto di essere a malapena funzionanti, mentre gli attacchi aerei continuano e le vittime aumentano.

Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha dichiarato domenica di essere “sconvolto dall’effettiva distruzione” dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, che ha causato la morte di almeno otto pazienti e messo fuori servizio la struttura.

Martedì, dopo aver arrestato il direttore dell’ospedale Ahmed al-Kahlot, Israele ha diffuso un video di interrogatorio in cui Kahlot ammetteva di essere un membro di Hamas e affermava che l’ospedale era sotto il controllo delle Brigate Izzedine al-Qassam, il braccio armato del gruppo. In risposta, il Ministero della Sanità di Gaza ha affermato che la dichiarazione è stata fatta “sotto la forza dell’oppressione, della tortura e dell’intimidazione” per “giustificare i successivi crimini [di Israele], soprattutto contro il sistema sanitario”.

L’ospedale Al-Awda, tra gli ultimi ospedali funzionanti nel nord, è stato assediato dalle truppe israeliane all’inizio di questo mese mentre i medici continuavano a curare i loro pazienti e carburante e cibo scarseggiavano, come hanno detto medici e Medici Senza Frontiere (MSF).

Cerchiamo di essere chiari: Al-Awda è un ospedale funzionante con personale medico e molti pazienti in condizioni vulnerabili”, ha affermato in una nota il capo missione di MSF, Renzo Fricke.

Martedì MSF ha affermato che le forze israeliane avevano preso il controllo della struttura. Uomini e ragazzi sopra i 16 anni, compresi i medici, sono stati portati fuori e spogliati, legati e interrogati. C’erano ancora dozzine di pazienti nei reparti, ha aggiunto l’organizzazione, ma le scorte di anestetici e ossigeno erano finite.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)