Ventiquattro palestinesi uccisi nei raid aerei israeliani contro Gaza*

Al Jazeera e agenzie

10 maggio 2021- Al Jazeera

*Alle 00,17 di mercoledì 12 maggio le vittime palestinesi sono 28 di cui 10 bambini [ ndr]

Secondo il ministero della Salute palestinese, almeno 24 palestinesi sono stati uccisi a seguito dei raid aerei israeliani contro la Striscia di Gaza occupata, dopo che Hamas aveva lanciato dal territorio costiero dei razzi verso Israele.

Le forze israeliane hanno continuato a bombardare il territorio fino a martedì mattina, prendendo di mira siti a Khan Younis, nel campo profughi di al-Bureij e nel quartiere di al-Zaitoun.

All’alba sono morti almeno 3 civili, uccisi da un aereo da guerra israeliano che ha preso di mira una casa del campo profughi di al-Shati.

Raed al-Dahshan, portavoce della difesa civile di Gaza, ha detto ad Al Jazeera che fra i tre ci sono una donna e un disabile.

Il ministero della Salute palestinese di Gaza ha detto che, in seguito agli attacchi israeliani, il bilancio delle vittime è salito a 24 persone, inclusi nove bambini. Almeno altre 106 persone sono state ferite.

La maggior parte dei bambini apparteneva alla stessa famiglia. Due di loro, Ibrahim, undicenne, e il fratellino Marwan, di sette anni, erano gli unici figli di Yousef al-Masri.

In attesa dell’iftar, il pasto serale che interrompe il digiuno del Ramadan, i ragazzini stavano giocando davanti alle loro case a Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, quando due esplosioni hanno fatto tremare la strada.

Lunedì, Eman Basher, insegnante, ha reso omaggio a Rahaf al-Masri,10 anni, uccisa durante gli attacchi.

Dopo il ferimento di centinaia di palestinesi da parte delle forze israeliane che hanno preso d’assalto il complesso della moschea di Al Aqsa che si trova nella Gerusalemme Est occupata, Hamas, l’organizzazione che governa a Gaza, ha lanciato decine di razzi contro Israele, incluso bombardamento che ha fatto scattare le sirene contro i raid aerei fino a Gerusalemme.

Hamas ha dato un ultimatum a Israele perché ritirasse le forze da Al Aqsa, il terzo luogo più sacro dell’Islam e anche per gli ebrei [come luogo su cui sorgeva il Secondo Tempio, ndtr.].

Le tensioni a Gerusalemme sono state alimentate dalle previste espulsioni forzate di famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah e dai raid delle forze israeliane contro Al Aqsa, in una delle notti più sante del mese di Ramadan.

Israele avverte Hamas

In un discorso il primo ministro Benjamin Netanyahu ha minacciato un’operazione di lunga durata contro Hamas, accusando il gruppo di aver varcato la “linea rossa” con gli ultimi lanci di razzi, promettendo una pesante reazione. “Chi ci attacca pagherà un prezzo altissimo,” ha detto.

Un soldato israeliano ha riferito che, nella parte sud del Paese un civile ha riportato leggere ferite dopo che un veicolo è stato colpito da un missile anticarro partito da Gaza.

Abu Obeida, portavoce dell’ala militare di Hamas, ha detto che l’attacco contro Gerusalemme è stato la risposta a quelli che lui chiama “crimini e aggressioni” israeliane nella città. “Questo è un messaggio che il nemico farebbe bene a capire”, ha aggiunto.

Ha minacciato altri attacchi se le forze israeliane ritorneranno nel complesso della moschea di Al Aqsa o espelleranno famiglie palestinesi da un quartiere di Gerusalemme Est.

Attacco contro Al Aqsa

All’inizio della giornata la polizia israeliana ha lanciato lacrimogeni, granate stordenti e usato proiettili ricoperti di gomma contro i fedeli palestinesi alla moschea di Al Aqsa.

Più di una decina di lacrimogeni e granate stordenti sono finite nella moschea, mentre la polizia ha attaccato i manifestanti all’interno delle mura che circondano il complesso.

Secondo la Mezzaluna Rossa palestinese più di 300 palestinesi sono stati feriti dalle forze armate israeliane, incluse 228 persone ricoverate in ospedali e ambulatori per essere curati. La polizia israeliana ha dichiarato che sono stati feriti 21 agenti, tre dei quali sono stati portati in ospedale. Paramedici israeliani hanno detto che sono stati feriti anche sette civili israeliani.

Di conseguenza, e in un apparente tentativo di evitare ulteriori scontri, le autorità israeliane hanno cambiato il percorso pianificato di una marcia di israeliani dell’estrema destra ultra-nazionalista attraverso il quartiere musulmano della Città Vecchia per ricordare la “Giornata di Gerusalemme”, che celebra la conquista israeliana di Gerusalemme Est che non è riconosciuta dalla comunità internazionale come territorio israeliano.

Lo scontro di lunedì è stato l’ultimo dopo settimane di attacchi quasi ogni notte da parte di truppe israeliane nella Città Vecchia di Gerusalemme contro manifestanti palestinesi durante il sacro mese musulmano di Ramadan.

Sabato, più di 250 persone sono state ferite dopo l’ingresso di forze israeliane dentro Al Aqsa durante la Laylat ul-Qadr, una delle notti più sante dell’Islam.

Espulsioni forzate

Le tensioni nella Gerusalemme Est occupata sono state alimentate dalla prevista espulsione forzata di decine di palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah, dove coloni israeliani illegali stanno cercando di occupare proprietà di famiglie palestinesi.

Abitanti del quartiere e attivisti della solidarietà locale e internazionale hanno recentemente tenuto veglie a sostegno delle famiglie palestinesi minacciate di sfratto.

Lunedì la Corte Suprema israeliana ha rimandato una sentenza definitiva sul caso, citando le “circostanze”.

La polizia di frontiera e le forze israeliane hanno attaccato i sit-in usando acqua maleodorante, lacrimogeni, proiettili di gomma e granate stordenti. Decine di palestinesi sono stati arrestati.

Nida Ibrahim, reporter di Al Jazeera da Ramallah, ha detto che in tutta la Cisgiordania occupata hanno avuto luogo “moltissime proteste spontanee” di sostegno.

Abbiamo sentito persone intonare slogan a sostegno di quelli di Gerusalemme Est e Sheikh Jarrah, inneggiando alla libertà, affinché i palestinesi non vengano cacciati dalle proprie case.”

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno manifestato profonda preoccupazione per gli scontri a Gerusalemme Est, esortando Israele a calmare la situazione e a non eseguire le espulsioni forzate. Anche gli alleati arabi di Israele e la Turchia hanno condannato le azioni di Israele.

Israele ha conquistato Gerusalemme Est, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza durante la Guerra dei Sei giorni nel 1967.

Ha poi annesso unilateralmente Gerusalemme Est e considera l’intera città quale sua capitale, una decisione non riconosciuta dalla vasta maggioranza della comunità internazionale. I palestinesi vogliono i territori occupati per uno Stato futuro con capitale Gerusalemme Est.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




I cittadini arabi di Gerusalemme dimostrano un coinvolgimento senza precedenti nelle proteste a Gerusalemme

Nir Hasson, Yanal Jbareen, Fatima Khamaisi

9 maggio 2021 – Haaretz

Tradizionalmente i cittadini arabi di Israele hanno evitato di unirsi alle lotte dei palestinesi. Tuttavia le recenti proteste di Gerusalemme segnano un radicale cambiamento.

Dei 200 palestinesi feriti nei violenti scontri di venerdì a Gerusalemme, due lo sono stati in modo relativamente grave. Data la partecipazione senza precedenti di cittadini arabo-israeliani agli ultimi incidenti, non è sorprendente che entrambi non siano abitanti di Gerusalemme Est, ma cittadini arabi di Israele.

Secondo Sireen Jbareen, 25 anni, un’esponente di spicco del movimento di protesta dei giovani cittadini arabi, dalla sola città araba di Umm al-Fahm più di 250 manifestanti hanno partecipato alle proteste di venerdì a Sheikh Jarrah. Inoltre le centinaia di dimostranti che venerdì sera si sono scontrate con la polizia nel complesso della moschea di Al-Aqsa erano arrivate da città arabe della parte centro-settentrionale di Israele.

Tuttavia il rapporto tra i palestinesi di Gerusalemme est e i cittadini arabi di Israele è complesso. Da una parte gli arabo-israeliani mediano tra gli abitanti di Gerusalemme est e le autorità israeliane, in quanto la maggioranza di loro ricopre posizioni di spicco nella parte orientale della capitale israeliana (avvocati, presidi di scuola e funzionari di agenzie governative). D’altra parte gli abitanti di Gerusalemme est nutrono risentimento nei confronti dei cittadini-arabo-israeliani benestanti, che, sostengono, hanno dimenticato i loro fratelli di Gerusalemme che soffrono soggetti all’occupazione israeliana.

Negli scorsi anni questo concetto è stato confermato, in quanto solo i palestinesi gerosolimitani hanno partecipato alla lotta di Gerusalemme est. Solo di rado le ondate di protesta a Gerusalemme est, soprattutto riguardo alla moschea di Al-Aqsa, hanno provocato manifestazioni anche altrove in Israele.

Tuttavia nessuno ricorda un coinvolgimento così massiccio di cittadini arabo-israeliani alle manifestazioni di Gerusalemme est. Durante gli ultimi 10 giorni di Ramadan decine di autobus di fedeli, alcuni dei quali hanno preso parte ai recenti scontri con la polizia, sono arrivati nella capitale dalle città e cittadine arabo-israeliane del nord e del centro. Per molti palestinesi, gerosolimitani e non, ciò segna un cambiamento radicale.

La vecchia generazione palestinese, che ha vissuto due intifada all’inizio degli anni ’90 e 2000, “dice che non ne è uscito niente per loro” e che “hanno ormai perso la speranza,” dice Jbareen. “Ora i giovani sentono di dover uscire (e protestare),” aggiunge. Yara, 21 anni, anche lei di Umm al-Fahm, afferma che “ciò che sta avvenendo a Gerusalemme non succede solo ai suoi abitanti,” sottolineando che gli arabi cittadini di Israele lottano affinché gli arabi in tutto Israele possano esercitare il proprio diritto di rimanere sulla loro terra. Gli abitanti di Umm al-Fahm hanno un ruolo centrale nelle proteste degli arabo-israeliani in generale. Tra i manifestanti palestinesi gerosolimitani i giovani di Umm al-Fahm hanno la reputazione di non aver paura della polizia.

Unirsi ai palestinesi di Gerusalemme è strettamente legato alla recente ondata di proteste a Umm al-Fahm contro l’indifferenza della polizia nei confronti della crescente violenza all’interno della comunità araba. Un paio di mesi fa tre organizzazioni di giovani impegnate nel sociale si sono unite per formare l’“United Fahmawi Movement” [Movimento Unitario Fahmawi] (Fahmawi è il soprannome di chi abita a Umma al-Fahm). I suoi dirigenti coordinano sia le proteste contro la polizia a nord che le proteste a Gerusalemme. Anche le reti sociali hanno giocato un ruolo fondamentale nel riunire i giovani sostenitori della lotta. Sabato molti giovani hanno cambiato l’immagine del proprio profilo sulle reti sociali in solidarietà con i feriti negli scontri nel complesso della moschea di Al-Aqsa usando l’hashtag Palestinian Lives Matter [Le vite dei palestinesi contano, in riferimento al movimento degli afroamericani contro le violenze della polizia negli USA, ndtr.].

Recentemente persino la comunità drusa di Israele, che in genere evita di unirsi alle proteste della comunità araba e sicuramente non si fa coinvolgere in quelle dei palestinesi di Gerusalemme, ha iniziato a postare video su social media utilizzando l’hashtag Save Sheikh Jarrah” [Salvare Sheikh Jarrah]. Finora, domenica [9 maggio], l’hashtag ha ricevuto più di 1.5 milioni di condivisioni su Twitter ed è comparso nel pannello di tendenza in Israele e in Cisgiordania.

“Venerdì, quando sono arrivato a Sheikh Jarrah, ho visto chiaramente la separazione razzista,” dice Shadi Nassar, 23 anni, dalla cittadina arabo-israeliana di Arabeh, nel nord. “Gerusalemme è il centro della questione palestinese, senza di essa non c’è liberazione del popolo palestinese, che vive sotto occupazione e un’ingiustizia storica.” Ha aggiunto che i giovani arabo-israeliani stanno andando a Gerusalemme “per esprimere solidarietà agli abitanti di Sheikh Jarrah la cui capitale sia Gerusalemme” così come nella lotta per la creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme come capitale.

Lin Jbareen, 17 anni, di Umm al-Fahm, afferma che dopo che “ho visto l’ingiustizia e la sofferenza del (suo) popolo,” ha capito “che la resistenza in ogni sua forma è efficace e quindi sto cercando di fare del mio meglio per partecipare alle manifestazioni e alle iniziative sociali in modo che forse un giorno ci sarà una grande rivoluzione.”

Ibrahim, 18 anni, della città arabo-israeliana di Kafr Kana, sempre nel nord, vede le proteste come un obbligo religioso. “Gli abitanti musulmani di Gerusalemme stanno soffrendo discriminazioni in ogni aspetto della vita, come l’espulsione dal quartiere di Sheikh Jarrah,” dice. “Sono contro le discriminazioni in generale, soprattutto nei confronti dei deboli, e quindi è un mio obbligo religioso appoggiarli,” aggiunge. Yara, 22 anni, della città settentrionale di Baka al-Garbiyeh, sostiene che i cittadini arabo-israeliani giovani si stanno unendo alle ultime proteste “perché siamo un unico popolo, una Nazione, dalla Galilea al Negev, e continueremo ad andare (alle proteste)”, dice.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Adolescente palestinese ucciso durante un’incursione in un villaggio della Cisgiordania

Al Jazeera e agenzie di notizie

6 maggio 2021- Al Jazeera

Il sedicenne Said Odeh è morto dopo essere stato colpito due volte alla schiena da forze israeliane nella Cisgiordania occupata.

Fonti palestinesi affermano che durante un’incursione in un villaggio a sud della città di Nablus, nella Cisgiordania occupata, truppe israeliane hanno sparato a un sedicenne palestinese uccidendolo.

Secondo Defense for Children International Palestine [Difesa Internazionale dei Minori-Palestina, Ong internazionale, ndtr.] (DCIP) forze israeliane che si trovavano in un uliveto all’ingresso del villaggio di Odala hanno sparato per due volte alla schiena a Said Odeh. Afferma che per 15 minuti è stato impedito a un’ambulanza di raggiungere Odeh , che al suo arrivo è stato dichiarato morto dopo essere stato trasferito all’ospedale Rafidia di Nablus.

Le forze israeliane uccidono sistematicamente minori palestinesi in modo illegale nella più totale impunità, utilizzando intenzionalmente una forza letale contro minori palestinesi che non stanno rappresentando alcun pericolo,” afferma Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma per la responsabilizzazione di DCIP. “L’impunità sistematica ha favorito un contesto in cui le forze israeliane non conoscono limiti.”

In un comunicato il ministero della Salute palestinese afferma che mercoledì un secondo palestinese è stato colpito alla schiena durante scontri ed è stato curato in ospedale, e annuncia la morte del sedicenne.

L’esercito israeliano afferma che nella notte di mercoledì le truppe hanno sparato a palestinesi che lanciavano molotov nei pressi del villaggio palestinese di Beita, a sud di Nablus.

Le truppe hanno agito per bloccare sospetti sparando verso di loro,” ha detto una portavoce dell’esercito israeliano, aggiungendo che sull’incidente ci sarà un’indagine.

Alcuni abitanti di Beita e Odala affermano che ci sono state proteste contro le incursioni delle forze israeliane, che hanno sparato lacrimogeni e proiettili veri, vicino agli ingressi dei villaggi nelle ultime notti.

Le incursioni sono state condotte come parte delle ricerche da parte dell’esercito israeliano in alcuni villaggi nella zona di un presunto palestinese armato che domenica ha aperto il fuoco al posto di controllo di Za’tara nella Cisgiordania occupata, ferendo gravemente due israeliani e leggermente un altro.

Uno degli israeliani, un diciannovenne, è morto mercoledì notte per le ferite, ha detto su Twitter il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz.

L’Agenzia Israeliana per la Sicurezza, nota anche come Shin Bet, ha detto di aver arrestato un palestinese sospettato di aver sparato, identificandolo come Muntaser Shalabi, un quarantaquattrenne abitante del villaggio palestinese di Turmus Ayya.

Lo Shin Bet ha detto che Shalabi, trovato in un edificio abbandonato nel villaggio di Silwad, non è affiliato ad alcun gruppo armato.

Veglia a Sheikh Jarrah attaccata

Nella Gerusalemme est occupata la polizia di frontiera israeliana ha ancora una volta attaccato la veglia notturna di Sheikh Jarrah, organizzata da abitanti che devono affrontare l’espulsione dalle loro case e da attivisti solidali con loro.

Decine di persone sono rimaste ferrite e, secondo l’agenzia di notizie palestinese Maan, almeno 10 palestinesi, tra cui un medico, sono stati arrestati.

Le forze israeliane hanno anche sparato lacrimogeni e acque reflue chimicamente potenziate nella casa degli al-Kurds, una delle famiglie minacciate di espulsione dalle loro case a favore di coloni israeliani, come stabilito dal tribunale distrettuale israeliano di Gerusalemme.

Martedì la Corte Suprema di Israele deciderà se le famiglie palestinesi hanno il diritto di presentare appello contro l’ordine del tribunale distrettuale di cacciarli.

Attivisti per i diritti umani affermano che se i palestinesi perderanno la battaglia legale ciò potrebbe rappresentare un precedente per decine di altre case nella zona.

Dovranno ucciderci… è l’unico modo per farci andare via,” ha detto alla Reuter [agenzia di notizie britannica, ndtr.] Abdelfatteh Iskafi.

Nuha Attieh, 58 anni, ha affermato di temere che la sua famiglia sia la prossima [ad essere cacciata] se la sentenza verrà confermata. “Temo per la mia casa, per i miei ragazzi, ho paura di tutto.”

Mercoledì, parlando con Al Jazeera, il capo del partito [laico di sinistra, ndtr.] Iniziativa Nazionale Palestinese Mustafà Barghouti ha affermato che quanto sta avvenendo a Sheikh Jarrah è un “processo di pulizia etnica”.

Non è niente di nuovo, ma parte di un metodo sistematico che il governo israeliano ha seguito dall’annessione di Gerusalemme (est), cercando di eliminare la presenza palestinese dalla città,” ha affermato.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Secondo la corte israeliana gli abitanti di Sheikh Jarrah devono “raggiungere un accordo” con i coloni che vogliono sfrattarli

Yumna Patel

3 maggio 2021Mondoweiss

Le famiglie di Sheikh Jarrah che lottano per rimanere nelle loro case hanno detto di “respingere con fermezza” l’accordo proposto dalla Corte Suprema di Israele, “perché queste sono le nostre abitazioni e i coloni non sono i nostri padroni di casa“.

Decine di palestinesi del quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est occupata, che domenica 2 maggio avrebbero dovuto essere cacciati con la forza dalle loro case, hanno avuto dalla Corte Suprema israeliana altri quattro giorni per “raggiungere un accordo” con i coloni israeliani che stanno tentando di impossessarsi delle loro case.

Nell‘udienza di domenica in merito a un ricorso presentato dalle famiglie di Sheikh Jarrah contro il loro sfratto, un giudice della corte suprema ha deciso di rinviare la sentenza sull’appello a giovedì 6 maggio.

Nel frattempo il tribunale ha ordinato alle sei famiglie, circa 27 persone, di “mettersi d’accordo” con gli stessi coloni che da decenni tentano di sfrattarli con la forza dalle loro case.

In una dichiarazione le famiglie di Sheikh Jarrah hanno affermato che il giudice “ha ordinato che ‘entrambe’ le parti raggiungano un ‘accordo’ in base al quale le famiglie di Sheikh Jarrah riconoscano la proprietà della terra rivendicata dal movimento dei coloni e paghino l’affitto a tali organizzazioni”.

Le famiglie hanno dichiarato di “respingere con fermezza” i termini di tale accordo, “perché queste sono le nostre abitazioni e i coloni non sono i nostri padroni di casa”.

Nella dichiarazione si legge: “Il sistema intrinsecamente ingiusto dei tribunali coloniali israeliani non prende in considerazione la possibilità di mettere in discussione l’illegalità della proprietà da parte dei coloni e ha già deciso a favore dell’espropriazione delle famiglie”, e si aggiunge che la corte ha elaborato il procedimento giudiziario in modo da “stemperare la resistenza popolare e la protesta dell’opinione pubblica contro questi tentativi espansionistici e colonialistici”.

“Poiché la minaccia di espulsione dalle nostre case rimane come prima imminente, continueremo la nostra campagna internazionale rivolta a fermare questa pulizia etnica”, affermano le famiglie.

Il membro della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] Ahmad Tibi, che ha partecipato all’audizione, ha riferito su Twitter che ciò che sta accadendo a Sheikh Jarrah” non è una questione di proprietà immobiliare ma politica al fine di ebraicizzare Sheikh Jarrah e Gerusalemme est”.

“In Israele esistono due sistemi giudiziari, uno per gli ebrei … e uno per i palestinesi”, afferma Tibi.

Da decine di anni le famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah sono sotto attacco in virtù di una disputa giudiziaria con i coloni israeliani, dopo che organizzazioni dei coloni hanno accampato dei diritti sulle loro case utilizzando una serie di leggi israeliane che consentono agli ebrei di rivendicare il possesso di proprietà palestinesi che un tempo, prima del 1948, erano abitate da ebrei.

Sebbene le famiglie, che sono state sistemate nel quartiere come profughi sulla base di un progetto residenziale istituito nel 1957 dall’UNRWA e dal governo giordano, contestino la validità delle rivendicazioni dei coloni sulle loro case, i tribunali israeliani si sono costantemente pronunciati a favore dei coloni.

Dagli anni ’90 l’associazione di destra dei coloni Nahalat Shimon International si è impegnata con forza per lo sgombero degli abitanti palestinesi di Sheikh Jarrah e la successiva sostituzione di questi con nuclei di coloni israeliani.

Finora nel quartiere il gruppo ha portato a termine con successo tutti i suoi tentativi e, con il sostegno del tribunale distrettuale israeliano e il pieno supporto da parte delle autorità israeliane, ha spostato più di 67 palestinesi da Sheikh Jarrah e continua a premere per un imminente spostamento di circa altri 87.

Oltre alle sei famiglie minacciate di espulsione immediata, un tribunale distrettuale israeliano ha anche stabilito all’inizio di quest’anno che altre sette famiglie del quartiere dovrebbero lasciare le loro case entro il 1° agosto.

In totale solo quest’anno 58 persone, inclusi 17 bambini, saranno sfollate con la forza da Sheikh Jarrah per far posto ai coloni ebrei.

Nel corso delle ultime settimane i palestinesi di Sheikh Jarrah hanno intensificato la loro lotta per salvare le loro famiglie dallo sfratto con una campagna sui social media per #SaveSheikhJarrah, sit-in e manifestazioni quotidiane nel quartiere.

Durante il fine settimana diverse manifestazioni in solidarietà con le famiglie si sono svolte a Gerusalemme e in tutta la Cisgiordania.

Sempre nel corso del fine settimana sono diventati virali i video della polizia israeliana che reprime manifestazioni pacifiche e confisca le bandiere palestinesi insieme al video di un colono israeliano che si introduce nella proprietà di una famiglia palestinese del quartiere.

Il video dello scambio verbale tra il colono e la palestinese proprietaria della casa, nel momento in cui il colono dice ai proprietari “se non la rubo io la ruberà qualcun altro”, ha suscitato indignazione sui social media.

Domenica sera gli abitanti palestinesi di Sheikh Jarrah hanno organizzato un sit-in e un iftar [il pasto serale consumato dai musulmani che interrompe il digiuno quotidiano durante il mese del Ramadan, ndtr.] all’aperto per interrompere insieme il loro digiuno come testimonianza della loro presenza continua nel quartiere. La loro manifestazione, che era del tutto pacifica, è stata rapidamente repressa dall’esercito israeliano che ha disperso il raduno e sparato granate assordanti contro i gruppi di palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Ci hanno buttati fuori come se fossimo spazzatura”: i palestinesi che hanno perso le proprie case a Gerusalemme.

Yuval Abraham 

29 aprile 2021 – +972 magazine

Nel 2020 Israele ha demolito un numero record di case palestinesi a Gerusalemme. Dietro ad ognuna di queste c’è una famiglia che ha perso tutto, e molte non sono in grado di ricostruire la propria vita.

Ci sono aridi dati statistici: secondo i numeri forniti dall’associazione per i diritti umani Ir Amim [Ong israeliana impegnata a garantire l’uguaglianza di tutti i cittadini di Gerusalemme, ndtr.] nel 2020 un record di 140 famiglie palestinesi di Gerusalemme est ha perso la propria casa. Nel 2019 a Gerusalemme 72 famiglie palestinesi hanno assistito alla demolizione della propria abitazione, mentre nel 2018 questo numero era di 59. La maggior parte di queste persone, che hanno visto come i bulldozer sfondavano i muri della loro casa, sono invisibili agli occhi dell’opinione pubblica israeliana. Sono diventati una statistica. Ma ogni casa demolita porta con sé uno sconvolgimento complessivo per la famiglia, con ripercussioni che durano anni, molto al di là della demolizione in sé.

Ho incontrato tre diverse famiglie palestinesi subito dopo che, nel 2020, le loro case erano state demolite. Ho parlato con loro di nuovo alla fine dell’anno scorso per sentire quello che ne è stato delle loro vite da quando le loro abitazioni erano state distrutte. Non sono criminali, sono persone che hanno costruito le proprie case su terreni di proprietà privata che, per loro sventura, si trovavano in zone in cui in base a considerazioni demografiche Israele intende ridurre la presenza palestinese. E quando Israele vuole cacciare degli arabi dalle loro terre trova sempre il modo di farlo.

La famiglia Abadiya

Ismayil Abadiya è nato e cresciuto nel quartiere di Sur Baher, a Gerusalemme est. Quando ha voluto costruire una casa per i figli sulla sua terra ha scoperto che gli era impossibile ottenere una licenza edilizia dalle autorità israeliane. Si è scoperto che il piano regolatore di Sur Baher stilato dal Comune di Gerusalemme e da vari enti regolatori non aveva considerato edificabile il suo terreno.

È così che sono fatti i piani regolatori a Gerusalemme est: la maggioranza di essi non è stata aggiornata per 20 anni ed è molto difficile ottenere una licenza edilizia proprio perché sono stati predisposti per limitare l’ampliamento dei quartieri.

Ismayil non voleva correre rischi e costruire senza permesso, come fanno molti nella sua situazione, e ha deciso di comprare un terreno a Wadi al-Hummus, a soli 10 minuti di macchina dalla sua casa. Wadi al-Hummus si trova fuori dai confini del Comune di Gerusalemme per come sono stati delimitati nel 1967, quando [Israele] ha occupato la parte orientale della città. Vi ha costruito legalmente una casa ed ha ottenuto tutti i permessi necessari dall’Autorità Nazionale Palestinese, che è responsabile delle licenze edilizie nell’Area B della Cisgiordania, dove si trova il terreno.

Dopo che la casa era stata costruita, Ismayil ha scoperto dell’esistenza di un ordine militare che vieta di costruire nei pressi del muro di separazione, che Israele ha eretto a qualche decina di metri di distanza. Il tentativo di Ismayil di portare il suo caso nei tribunali israeliani non ha dato risultati. Ero con lui la notte in cui la sua casa è stata demolita nel 2019. “I soldati sono entrati ed ho immediatamente alzato le mani. Due dei miei figli erano in casa e non volevo violenze,” ha detto.

“In un primo tempo quando hanno bussato alla porta ci siamo rifiutati di andarcene perché quella era la nostra casa. Ma nel momento in cui hanno fatto irruzione, volevo prendere ogni cosa e uscire. Però sono entrati in modo violento e ci hanno buttati fuori come se fossimo spazzatura.”

Lo ricordo seduto sulla strada, con gli occhi gonfi vicino al suo figlio maggiore che tossiva a causa dei lacrimogeni sparati contro di loro solo qualche minuto prima. “Mi spiace, mi spiace,” mormorava Ismayil mentre guardava suo figlio. Ricordo la bicicletta di Hiba, la figlia di quattro anni, tutta rotta e sepolta tra le macerie.

Siamo rimasti in contatto per qualche mese. Mi sono sentito responsabile perché ho scritto di lui e l’ho fotografato per un articolo. Mi sono messo in contatto con ogni sorta di ente benefico, associazione di solidarietà e avvocati per avere un aiuto. Alcuni hanno promesso un aiuto legale, ma non hanno fatto molto. Non c’era veramente niente da fare.

Un mese dopo la distruzione, quando sono andato a trovarlo, Ismayil mi ha ospitato in casa di sua madre dove stavano vivendo lui e i cinque figli. Siamo andati insieme sul luogo in cui si trovava la sua vecchia casa, dove Ismayil va ogni giorno solo per dare un’occhiata. Le proprietà della famiglia erano ancora sepolte lì sotto un cumulo di pietre.

Nel corso del tempo abbiamo iniziato a comunicare sempre meno. Non volevo mollare, ho pensato che forse parlare a più persone di quello che era successo potesse aiutare.

Ho suggerito di iniziare una campagna di finanziamento, ma Ismayil ha categoricamente rifiutato. In un primo tempo ha detto che, poiché il Comune non rilascia licenze edilizie e di conseguenza non c’è per lui un posto in cui costruire legalmente, non sarebbe servito. Un’altra volta mi ha detto: “È qualcosa di fisico nel mio corpo. Non posso chiedere soldi a estranei.” Un po’ alla volta ho smesso di avere notizie da lui. A un certo punto ho anche smesso di chiamarlo.

Lo scorso luglio, proprio un anno dopo che la sua casa era stata demolita, Ismayil mi ha chiamato: “Sono in macchina,” mi ha detto. “Ho viaggiato parecchio. Non riesco più a respirare. Non ho più niente da perdere.”

Mi ha detto che la settimana prima sua figlia aveva festeggiato il suo quinto compleanno. “I suoi amici, dei bambinetti, sono venuti a visitarci. Ci hanno riso in faccia per come eravamo ridotti, dei miserabili, a vivere in una stanza della casa di mia madre. Erano vicino a me e lei gli ha gridato: “Non avvicinatevi a mio padre, è mio. È solo mio. Gli voglio bene.”

“Ha più paura per me di quanto io ne abbia per lei,” ha detto Ismayil. “Di notte si aggrappa a me. Di giorno sta seduta vicino a me in silenzio. Per tutta la mia vita ho cercato di occuparmi di lei, di essere un buon padre, e alla fine è lei che si occupa di me.”

Ho di nuovo offerto di lanciare una raccolta fondi. Ha rifiutato: “Se lo faccio, qual è la differenza tra me è un mendicante?”

“Voglio che tu mi metta in contatto con Ofer Hindi, il funzionario che ha firmato l’ordine di demolizione,” mi ha detto. “Voglio che mi conosca, che sappia chi sono. Gli chiederò di costruire una piccola casa sulla mia terra con una recinzione alta, in modo che non ci siano problemi di sicurezza dovuti alla vicinanza con il muro, qualunque cosa voglia. Mettici solo in contatto.”

La famiglia Ali

Lo scorso giugno le autorità israeliane hanno demolito la casa di of Ihab Hassan Ali nel campo profughi di Shuafat. È stata la terza volta che è stato espulso. “Prima del 1948 vivevamo vicino ad Abu Ghosh (un villaggio arabo nei pressi di Gerusalemme), in un villaggio chiamato Beit Thul. I miei genitori vennero deportati da lì durante la Nakba [la Catastrofe, cioè la pulizia etnica operata dai sionisti, ndtr.], la casa venne demolita e da allora siamo stati una famiglia di rifugiati,” dice. “All’epoca i miei genitori si spostarono nella Città Vecchia (di Gerusalemme). Ma nel 1967 nelle settimane successive all’occupazione [da parte di Israele, ndtr,] vennero cacciati anche da lì. Per questo siamo venuti nel campo di Shuafat.”

Negli ultimi anni molti palestinesi di Gerusalemme sono stati obbligati a vivere nel campo, che si trova dall’altra parte del muro di separazione, dopo che Israele ha negato loro le licenze edilizie all’interno della città o ha demolito le loro case, proprio come nel caso di Ihab.

Il Comune di Gerusalemme non fornisce praticamente alcun servizio allo spaventosamente affollato campo profughi di Shuafat. La costruzione avviene in modo pericoloso, senza supervisione o permessi. Ihab lì ha costruito una casa più di 30 anni fa, quando il campo era scarsamente abitato. Vi abita con i suoi figli e nipoti.

Negli anni ’80, quando Ihab costruì la sua casa, cercò di ottenere una licenza edilizia, ma ricevette la seguente risposta di una sola frase dall’Organismo Municipale e Unità di Monitoraggio di Gerusalemme: “Nessun progetto approvato e nessuna licenza edilizia può essere ottenuta per l’area in questione.” Ihab dice che, come molti palestinesi in città, aveva solo due possibilità: lasciare Gerusalemme o costruire la sua casa senza permesso.

Ihab Hassan Ali sta sulle macerie della sua casa nel campo profughi di Shuafat, Gerusalemme Est. (Rachel Shor)

Più di 30 anni dopo sono arrivati tanti poliziotti ed hanno demolito la sua casa. Era un grande edificio di due piani accanto al supermercato della famiglia. Un rappresentante del Comune ha detto a Ihab che la demolizione era avvenuta allora perché la casa era troppo vicina al muro di separazione.

“Ho costruito questa casa per la mia famiglia molto prima che venisse eretta la barriera,” afferma. “I muratori che l’hanno edificata avrebbero potuto riposarsi nel mio giardino, gli avrei offerto del tè. Se la barriera è vicina alla mia casa è perché Israele l’ha costruita vicino a casa mia.”

Quando l’ho chiamato alla fine dell’anno scorso mi ha detto: “Né io né la mia famiglia ci siamo ripresi dal punto di vista psicologico. Abbiamo cercato di immaginare cosa fare economicamente. Quando ero giovane ho lavorato come muratore, ma ho smesso quando avevo una quarantina d’anni. Ho preso tutti i miei risparmi ed ho aperto un piccolo supermercato. Ora sono tornato a lavorare come manovale senza uno shekel in tasca, ma il mio corpo non è più quello di una volta e alla fine di ogni giornata di lavoro le gambe mi bruciano.”

“Non faccio vedere ai miei figli e nipoti quanto sia difficile, “continua Ihab. “Dico loro di non preoccuparsi, che le cose vanno così, che in futuro compreremo un altro appezzamento di terra, vivremo come gli altri, costruiremo una casa con gli stessi pavimenti e finestre che avevamo prima. Non li lascio andare alle macerie, che sono ancora lì nel campo. Passo per altre strade, ma è difficile perché la loro scuola è lì vicino.”

“Sulla carta sono un cittadino, ma non ho diritti. Le autorità arrivano nel campo ogni giorno. Consegnano solo multe e ordini di demolizione per fare in modo che lasciamo la città. Questo processo non ha fatto che aumentare negli ultimi 20 anni. Prima di Oslo non era così, iniziò a cambiare tutto nel 1994. A Gerusalemme si sono accaniti con imposizioni contro la costruzione da parte dei palestinesi, senza fornire piani regolatori che consentissero di costruire legalmente.”

All’inizio del 2020 il Comune ha inviato a Ihab una convocazione, informandolo di una multa che avrebbe dovuto pagare per la demolizione della sua casa. “Calcolo che la multa sarà attorno al mezzo milione di shekel [circa 127.000 euro], so che c’erano un sacco di soldati e mezzi pesanti. Capisci? Mi verrà a costare come la casa. Compri da loro quello che hanno distrutto.”

La famiglia Abu Diab

Le autorità hanno demolito la casa di Ahmad Abu Diab, nel quartiere di Silwan, lo scorso giugno. Per qualche ragione il piano regolatore della zona ha destinato il suo terreno a “spazio pubblico aperto” in cui è vietato costruire. “Cosa pensano, che questa sia un’area per coltivare aranci, limoni?” chiede. “Questo è un piccolo appezzamento di terra privata di mia proprietà. Non ho nessun altro posto al mondo su cui costruire una casa.”

“Ho chiesto al Comune perché non cambiano la destinazione d’uso,” afferma Ahmad. “Dicono che me ne dovrei occupare io stesso e mi hanno chiesto di pagare un ingegnere, un avvocato, utilizzare un velivolo per fotografare tutte le case del quartiere dall’alto, e poi mappare la terra dei vicini. Questo, dicono, è l’unico modo secondo loro di verificare se sia possibile aggiornare il piano regolatore. Ma questa è responsabilità loro! Dove vado a prendere centinaia di migliaia di shekel per fare una cosa del genere?”

“Se fossimo ebrei potremmo costruire ovunque. E non è solo un problema mio, tutta Silwan è piena di ordini di demolizione per gente che ha costruito sulla propria terra senza permesso perché non se ne può ottenere uno. Quelli che hanno ricevuto un ordine di demolizione e hanno abbastanza soldi possono pagarsi un avvocato e presentare appello. In questo modo rimandano la demolizione più e più volte. Ma alla fine dovranno comunque demolire (la casa). È un modo per prendere tempo. Non ho neppure i soldi per un avvocato, quindi non posso guadagnare tempo.”

“Dopo la demolizione ci siamo spostati nel soggiorno di una casa vicina di parenti,” dice Ahmad. “Abbiamo vissuto lì per un mese, tutti in una stanza.”

“Degli amici mi hanno offerto di andare dall’altra parte del muro di separazione, nel campo profughi di Shuafat, ma non ho voluto. Sono di Silwan, il nonno di mio nonno è sepolto qui. Sono le mie radici, tutta la mia famiglia vive qui vicino, nei giorni di festa mi ci vuole solo un’ora per visitare chiunque. Non me ne voglio andare. Ho cercato un’abitazione in affitto, ma è molto difficile perché non ci sono case. Quando ho trovato qualcosa, i proprietari si sono rifiutati perché ho cinque bambini piccoli e avevano paura che distruggessimo la casa. Alla fine ho trovato un appartamento a Silwan, dove viviamo adesso.”

“La vita di tutta la mia famiglia è cambiata tanto da non riconoscerla più,” continua. “Soprattutto quella della mia figlia maggiore, Manal, che fa la seconda elementare. Gli altri sono troppo piccoli, non parlano della demolizione. Ma lei sì, ricorda la stanza e il bagno che aveva nell’altra casa. Tutte le nostre cose sono state distrutte. Sono rimaste troppo tempo al sole sotto le macerie. Ho ricomprato tutto.”

“Parlando di soldi, ce la caviamo a malapena. Ho dovuto mettere i miei figli in una scuola diversa per ragioni economiche e da allora i loro voti sono nettamente peggiorati. Un mese fa il Comune mi ha mandato una multa di 27.000 shekel [circa 6.800 €] per la demolizione e per pagare quelli che sono venuti a farla.”

Yuval Abraham è uno studente di fotografia e linguistica.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Un golpe”: le fazioni palestinesi criticano il rinvio delle elezioni politiche

Al Jazeera e agenzie

30 aprile 2021 – Al Jazeera

Hamas afferma che la decisione del presidente Abbas “è un golpe contro il percorso verso la collaborazione politica e il consenso”.

Il movimento palestinese Hamas, che governa la Striscia di Gaza assediata, ha duramente criticato la decisione del presidente Mahmoud Abbas di rimandare le elezioni politiche previste il 22 maggio.

Giovedì notte il presidente Abbas ha annunciato il rinvio facendo riferimento al rifiuto israeliano di permettere che si tengano le elezioni a Gerusalemme est. Ha tuttavia sottolineato che una volta che Israele consenta di votare a Gerusalemme, le elezioni si terranno “entro una settimana”.

Abbiamo accolto con rammarico la decisione di Fatah (il partito) e dell’Autorità Nazionale Palestinese espressa dal loro presidente, Mahmoud Abbas, di interrompere le elezioni palestinesi,” ha affermato in un comunicato l’organizzazione Hamas.

Essa afferma di ritenere totalmente responsabili l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e Fatah del rinvio e delle sue ripercussioni, considerando questo passo “un golpe contro il cammino verso la collaborazione nazionale e il consenso.”

Il comunicato afferma che Hamas ha boicottato l’incontro [che ha preceduto la decisione di rinviare il voto, ndtr.], in quanto “sapeva già che l’ANP e Fatah stavano andando verso l’annullamento delle elezioni per calcoli diversi, non riguardanti Gerusalemme.” Anche il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, respingendo la decisione, ha chiesto l’osservanza degli accordi nazionali per tenere le elezioni, aggiungendo che cercherà in ogni modo di ribaltare la decisione di rimandare il voto. V

Anche il commissario dell’Unione Europea per la politica estera Josep Borrell ha condannato la decisione di rinviare il voto a lungo atteso.

La decisione di rimandare le previste elezioni palestinesi, comprese quelle legislative fissate originariamente per il 22 maggio, è molto deludente,” ha detto Borrell in un comunicato.

Incoraggiamo vivamente tutti gli attori palestinesi a riprendere gli sforzi basandosi sui colloqui fruttuosi tra le fazioni durante i mesi scorsi. Dovrebbe essere fissata senza indugio una nuova data per le elezioni.”

Il ritardo rischia di accentuare le tensioni  in una società palestinese politicamente divisa.

All’inizio di questa settimana il quotidiano “Al-Quds”, noto per essere vicino all’ANP, ha rivelato che Abbas è stato sottoposto a pressioni da parte araba e statunitense perché rinviasse il voto. Ha affermato che le pressioni erano dovute alla probabilità che Hamas vincesse le elezioni.

Proteste

Parlando con Al Jazeera prima della decisione, alcuni palestinesi nella Cisgiordania occupata hanno detto che se il governo palestinese avesse voluto realmente andare al voto avrebbe trovato una soluzione. “È facile trovare delle scuse,” ha detto un negoziante palestinese.

Dopo la decisione di Abbas, centinaia di palestinesi arrabbiati si sono riuniti nella città centrale di Ramallah e nella Striscia di Gaza per condannare la mossa.

C’è un’intera generazione di giovani che non sa cosa siano le elezioni,” ha detto all’agenzia di notizie AFP Tariq Khudairi, un manifestante di Ramallah. “Questa generazione ha il diritto di eleggere i propri dirigenti.”

Guadagnare tempo

Chi critica Abbas lo accusa di aver utilizzato la questione di Gerusalemme per guadagnare tempo in quanto le prospettive politiche di Fatah erano peggiorate.

Hamas è vista come meglio organizzata di Fatah e con buone prospettive di conquistare terreno in Cisgiordania.

Alcuni osservatori hanno anche visto il problema di Gerusalemme come un possibile pretesto per l’annullamento, perché una vittoria della profondamente divisa Fatah di Abbas è considerata incerta.

In recenti sondaggi, due terzi degli interpellati hanno manifestato scontento nei confronti del presidente. Abbas ha anche affrontato l’opposizione da parte di gruppi scissionisti di Fatah, tra cui uno guidato da Nasser al-Kidwa, nipote del leggendario leader palestinese Yasser Arafat, e un altro dal potente ex-capo dei servizi di sicurezza di Fatah, in esilio, Mohammed Dahlan.

Controsenso”

Durante le ultime elezioni palestinesi, gli abitanti di Gerusalemme est hanno votato nei dintorni della città e migliaia l’hanno fatto via posta, un’iniziativa simbolica accettata da Israele.

Questa settimana il ministero degli Esteri israeliano ha affermato che le elezioni sono una “questione interna dei palestinesi e che Israele non ha intenzione di interferire con esse o di impedirle.”

Ma non ha fatto alcun commento riguardo al voto a Gerusalemme, la città che descrive come sua “capitale indivisibile” e dove ora vieta ogni attività politica dei palestinesi.

Abbas ha detto ai dirigenti dell’OLP di aver ricevuto un messaggio da Israele in cui si dice di non poter dare indicazioni sulla questione di Gerusalemme perché lo Stato ebraico attualmente non ha un governo.

Lo stesso Israele è impantanato nella sua peggiore crisi politica di sempre, senza aver ancora formato un governo in seguito alle inconcludenti elezioni del 23 marzo.

Veto” israeliano

Parlando con alcuni inviati prima dell’annuncio di venerdì, la giornalista palestinese Nadia Harhash, critica con Abbas, ha detto che utilizzare Gerusalemme per giustificare un rinvio “non è affatto una mossa astuta per l’ANP.”

Harhash, candidata alle elezioni con una fazione contraria ad Abbas, ha sostenuto che ciò concede a Israele il potere di veto de facto sul diritto di voto dei palestinesi.

Anche Hamas ha affermato che un ritardo rappresenta una resa al “veto dell’occupazione israeliana.” Le elezioni sono state in parte viste come un tentativo unitario da parte di Hamas e Fatah per rafforzare la fiducia a livello internazionale sulla capacità di governo dei palestinesi prima della possibile ripresa dell’attività diplomatica guidata dagli USA con il presidente Joe Biden, dopo quattro anni di Donald Trump, che hanno visto Washington appoggiare obiettivi fondamentali di Israele.

Alcuni analisti hanno affermato che Abbas sperava che le elezioni consentissero a Fatah e Hamas di continuare a condividere il potere, ma si è sentito minacciato dall’emergere di forti fazioni scissioniste e dal sorgere di nuovi gruppi critici nei confronti della sua leadership.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Superato il limite. Le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione

27 aprile 2021 – Human Rights Watch

(Gerusalemme) – In un rapporto reso noto oggi, Human Rights Watch [notissima Ong per i diritti umani con sede negli USA, ndtr.] afferma che le autorità israeliane stanno commettendo i crimini contro l’umanità di apartheid e persecuzione. Queste conclusioni si fondano su una politica complessiva del governo israeliano per mantenere il dominio degli ebrei israeliani sui palestinesi e su gravi violazioni commesse contro i palestinesi che vivono nei territori occupati, compresa Gerusalemme est.

Il rapporto di 213 pagine, “Superata la soglia. Le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione”, esamina il trattamento dei palestinesi da parte di Israele. Presenta la situazione attuale di un’autorità unica, il governo israeliano, che è il potere dominante nell’area tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo, popolata da due gruppi più o meno delle stesse dimensioni numeriche, e che privilegia metodicamente gli ebrei israeliani reprimendo i palestinesi, in modo più pesante nei territori occupati.

“Per anni voci autorevoli hanno avvertito che l’apartheid sarebbe stato proprio dietro l’angolo se la traiettoria del dominio di Israele sui palestinesi non fosse cambiata,” afferma Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. “Questo studio dettagliato mostra che le autorità israeliane sono già andate oltre quell’angolo e oggi stanno commettendo i crimini contro l’umanità di apartheid e persecuzione.” La conclusione che si tratta di apartheid e persecuzione non muta lo status giuridico dei territori occupati, costituiti da Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, e Gaza, né la situazione concreta dell’occupazione.

Originariamente coniato riguardo al Sud Africa, oggi “apartheid” è un termine giuridico universale. La proibizione contro discriminazioni e oppressione istituzionalizzati particolarmente gravi, o apartheid, costituisce un principio fondamentale del diritto internazionale. La Convenzione Internazionale sulla Soppressione e Punizione del Crimine di Apartheid e lo Statuto di Roma del 1998 che ha creato la Corte Penale Internazionale (CPI) definiscono l’apartheid un crimine contro l’umanità che consiste in tre elementi fondamentali:

1. L’intenzione di conservare la dominazione di un gruppo razziale su un altro.

2. Un contesto di oppressione sistematica del gruppo dominante sul gruppo emarginato.

3. Atti disumani.

Il riferimento a un gruppo razziale è inteso oggi come relativo non solo a modalità di trattamento sulla base di tratti genetici, ma anche di discendenza e origine nazionale o etnica, come definita nella Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione Razziale. Human Rights Watch applica questa interpretazione più ampia di razza.

Il crimine contro l’umanità di persecuzione, come definito dallo Statuto di Roma e dal diritto consuetudinario internazionale, consiste in una grave privazione di fondamentali diritti di un gruppo razziale, etnico o altro con intenti discriminatori.

Human Rights Watch ha rilevato che gli elementi di questi crimini si ritrovano nel territorio occupato come parte di un’unica politica del governo israeliano. Questa politica intende conservare la dominazione degli ebrei israeliani sui palestinesi in Israele e nei territori occupati, dove è accompagnata da oppressione sistematica e azioni inumane contro i palestinesi che vi vivono.

Avvalendosi di anni di documentazione sui diritti umani, studi di caso e dell’esame di documenti programmatici del governo, di affermazioni di politici e di altre fonti, Human Rights Watch ha messo a confronto politiche e prassi nei confronti dei palestinesi nei territori occupati e in Israele con quelli riguardanti ebrei israeliani che vivono nelle stesse zone. Nel luglio 2020 Human Rights Watch ha scritto al governo israeliano, sollecitando il suo punto di vista su questi problemi, ma non ha ricevuto alcuna risposta.

In Israele e nei territori occupati le autorità israeliane hanno cercato di estendere il più possibile la terra a disposizione delle comunità ebraiche e di concentrare la maggior parte dei palestinesi in centri densamente popolati. Le autorità hanno adottato politiche per contenere quello che hanno descritto esplicitamente come una “minaccia demografica” da parte dei palestinesi. A Gerusalemme, per esempio, i progetti del governo per il Comune, comprese sia la parte occidentale che quella orientale occupata della città, hanno fissato l’obiettivo di “conservare una solida maggioranza ebraica in città” e persino specificato la percentuale demografica che sperano di preservare.

Per mantenere la loro dominazione le autorità israeliane discriminano sistematicamente i palestinesi. La discriminazione istituzionale che i cittadini palestinesi di Israele devono affrontare include leggi che consentono a centinaia di cittadine ebraiche di escludere di fatto i palestinesi e stanziamenti che destinano solo una quota ridotta alle scuole palestinesi rispetto a quelle che accolgono bambini ebrei israeliani. Nel territorio occupato la durezza della repressione, compresa l’imposizione di un regime militare draconiano sui palestinesi, accordando nel contempo agli ebrei israeliani che vivono in modo segregato nello stesso territorio pieni diritti in base alla legge civile israeliana che ne rispetta i diritti, rappresenta la sistematica oppressione inerente all’apartheid.

Le autorità israeliane hanno commesso una serie di abusi contro i palestinesi. Molti di quelli commessi nel territorio occupato costituiscono gravi violazioni dei diritti fondamentali e azioni inumane relative di nuovo all’apartheid, tra cui: vaste restrizioni agli spostamenti nella forma del blocco di Gaza e di un regime di permessi, la confisca di più di un terzo della terra in Cisgiordania, dure condizioni in parti della Cisgiordania che hanno portato al trasferimento forzato di migliaia di palestinesi fuori dalle loro case, negazione dei diritti di residenza a centinaia di migliaia di palestinesi e dei loro familiari e la sospensione dei diritti civili fondamentali di milioni di palestinesi. Molte delle violazioni che sono al centro della perpetrazione di questi crimini, come la quasi totale negazione dei permessi edilizi ai palestinesi e la demolizione di migliaia di case con il pretesto della mancanza di permessi, non hanno alcuna giustificazione riguardante la sicurezza. Altre, come l’effettivo congelamento dell’anagrafe che Israele controlla nei territori occupati, che non ha altro scopo che impedire la riunificazione della famiglia per i palestinesi che vi vivono e impedisce agli abitanti di Gaza di vivere in Cisgiordania, utilizzano la sicurezza come pretesto per ulteriori obiettivi demografici. Anche quando la sicurezza fa parte della motivazione, essa non giustifica l’apartheid e la persecuzione più di quanto lo facciano la forza eccessiva o la tortura, afferma Human Rights Watch.

“Negare a milioni di palestinesi i diritti fondamentali senza alcuna legittima giustificazione riguardo alla sicurezza ed esclusivamente perché sono palestinesi e non ebrei non è solo una questione di occupazione illegittima,” scrive Roth. “Queste politiche, che concedono agli ebrei israeliani gli stessi diritti e privilegi ovunque vivano e discriminano i palestinesi a vari livelli ovunque essi vivano riflette una politica che privilegia un popolo a spese di un altro.”

Negli ultimi anni affermazioni e azioni delle autorità israeliane, compresa l’approvazione nel 2018 di una legge con valenza costituzionale che definisce Israele “lo Stato-Nazione del popolo ebraico”, il crescente insieme di leggi che privilegiano ulteriormente i coloni israeliani in Cisgiordania e non si applicano ai palestinesi che vivono sullo stesso territorio, così come negli ultimi anni la massiccia espansione di colonie e relative infrastrutture che le collegano a Israele hanno chiarito l’intenzione di conservare la supremazia degli ebrei israeliani. La possibilità che un futuro leader israeliano possa un giorno definire un accordo con i palestinesi che smantelli il sistema discriminatorio non smentisce la situazione attuale.

Le autorità israeliane dovrebbero eliminare ogni forma di repressione e discriminazione che privilegi gli ebrei israeliani a spese dei palestinesi, anche per quanto riguarda la libertà di movimento, la destinazione di terre e risorse, l’accesso all’acqua, all’elettricità e ad altri servizi e la concessione di permessi di costruzione. La procura generale della Corte Penale Internazionale (CPI) dovrebbe indagare e perseguire quanti sono verosimilmente implicati nei crimini contro l’umanità di apartheid e persecuzione. Dovrebbero farlo anche i Paesi in accordo con le proprie leggi nazionali in base al principio della giurisdizione universale e imporre sanzioni individuali, compreso il divieto di viaggiare e il blocco dei beni, contro funzionari pubblici responsabili di aver commesso questi crimini.

Le prove di crimini contro l’umanità dovrebbero indurre la comunità internazionale a rivedere la natura del proprio impegno in Israele e Palestina e adottare un approccio centrato sui diritti umani e sulla responsabilizzazione invece che esclusivamente sul “processo di pace” in fase di stallo. I Paesi dovrebbero formare una commissione d’inchiesta ONU per indagare la discriminazione e repressione sistematiche in Israele e Palestina e [nominare] un inviato internazionale dell’ONU per i crimini di persecuzione e apartheid con il mandato di mobilitare un’azione internazionale per porre fine a persecuzione e apartheid in tutto il mondo. I Paesi dovrebbero condizionare la vendita di armi e l’assistenza militare e per la sicurezza a Israele al fatto che le autorità israeliane prendano iniziative concrete e verificabili e smettano di commettere questi crimini. I Paesi dovrebbero vietare accordi, programmi di cooperazione e ogni tipo di commercio e trattati con Israele per individuare quanti contribuiscono direttamente a commettere questi crimini, ridurre l’impatto sui diritti umani e, ove non fosse possibile, porre fine ad attività e finanziamenti destinati ad agevolare questi gravi crimini.

“Mentre la maggior parte del mondo considera la cinquantennale occupazione come una situazione temporanea che il pluridecennale “processo di pace” presto risolverà, l’oppressione dei palestinesi ha raggiunto là un livello e una persistenza che corrispondono alla definizione di crimini di apartheid e persecuzione,” afferma Roth. “Quanti si impegnano per la pace tra israeliani e palestinesi, che sia una soluzione a uno Stato unico o a due Stati o una confederazione, dovrebbero nel contempo riconoscere questa situazione per quello che è e attivare gli strumenti per la difesa dei diritti umani necessari per porvi fine.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 13 – 26 aprile 2021

Nella città di Gerusalemme, nel corso di molteplici episodi di violenza, sono rimasti feriti almeno 166 palestinesi e 20 israeliani, tra civili ed agenti di polizia.

In scontri quotidiani, i palestinesi hanno lanciato pietre e bottiglie incendiarie e le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni, granate sonore e proiettili di gomma. La violenza è stata particolarmente intensa il 22 aprile, dopo che civili israeliani avevano marciato verso la Porta di Damasco della Città Vecchia, cantando slogan anti-arabi e scontrandosi con palestinesi prima che entrambi i gruppi venissero dispersi dalle forze israeliane. Attacchi sparsi, sia ad opera di palestinesi che di civili israeliani, hanno incluso aggressioni fisiche, lancio di pietre ed incendio di automobili. Gli eventi si sono estesi alla maggior parte dei governatorati della Cisgiordania ed a Gaza, lungo la recinzione perimetrale con Israele (vedi più avanti). A Gerusalemme, 208 palestinesi, tra cui sette minori, sono stati arrestati, anche a seguito di segnalazioni di aggressione contro israeliani. Gli episodi di violenza sono iniziati il 13 aprile, la prima notte del Ramadan, dopo che le autorità israeliane avevano installato barriere metalliche fuori dalla Porta di Damasco, bloccando l’accesso a un’area pubblica dove, tradizionalmente, nel mese di Ramadan, i palestinesi si riuniscono la sera, dopo la l’interruzione del digiuno. La calma è ritornata il 25 aprile, quando le autorità israeliane hanno rimosso le barriere metalliche.

Nella Striscia di Gaza, a quanto riferito in collegamento con gli eventi di Gerusalemme, gruppi armati palestinesi hanno lanciato circa 45 razzi contro Israele. Sono seguiti attacchi aerei e bombardamenti israeliani sulla Striscia: una fattoria è stata danneggiata. Fonti israeliane hanno riferito che i razzi sarebbero stati lanciati per tre notti di seguito, tra il 23 e il 25 aprile: quattro persone, tra cui una donna incinta, hanno riportato lesioni cadendo mentre correvano verso i rifugi. Secondo quanto riferito, il lancio di razzi ha danneggiato un numero non precisato di edifici e veicoli. Il 25 aprile le autorità israeliane hanno ridotto, da 15 a 9 miglia nautiche, la zona di pesca consentita al largo della costa meridionale di Gaza; tra il 26 e il 28 aprile hanno vietato la navigazione a qualsiasi distanza dalla costa.

Sempre in relazione con gli eventi di Gerusalemme, centinaia di palestinesi di Gaza hanno partecipato a proteste notturne vicino alla recinzione israeliana che perimetra la Striscia. I manifestanti hanno bruciato pneumatici, lanciato pietre e si sono avvicinati alla recinzione; le forze israeliane hanno risposto con fuoco di avvertimento, ma non sono state riportati ferimenti. Secondo fonti israeliane, da Gaza verso Israele sarebbero stati lanciati anche palloni incendiari, senza causare danni.

Oltreché in Gerusalemme Est, in Cisgiordania 31 palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane [seguono dettagli]. Ventiquattro di essi, tra cui un bambino di tre anni, sono rimasti feriti in manifestazioni che, in solidarietà con le proteste di Gerusalemme, si sono svolte nelle città di Tulkarm, Betlemme e Al Bireh, e nei villaggi di Deir Sharaf e Al Lubban ash Sharqiya. Quattro persone sono rimaste ferite nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya) durante una protesta settimanale contro le attività di insediamento [colonico]; due in un’operazione di ricerca-arresto nel Campo Profughi di Aqbet Jaber; una ad At Tuwani (Hebron), negli scontri con coloni israeliani accompagnati da forze israeliane. Dei feriti, sedici sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno, sei sono stati colpiti da proiettili di gomma, cinque sono stati colpiti con proiettili veri e quattro sono stati aggrediti fisicamente.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 66 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 43 palestinesi. Di queste, 14 operazioni si sono svolte nel governatorato di Hebron e 12 in quello di Nablus.

In aree di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale e in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento in almeno 18 occasioni, secondo quanto riferito, per far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi]. In altre tre occasioni, le forze israeliane hanno effettuato la spianatura di terreni prossimi alla recinzione. Non sono stati segnalati feriti.

Per mancanza di permessi edilizi, le autorità israeliane hanno confiscato due strutture nella Comunità di Susiya (Hebron), compromettendo il sostentamento di una famiglia di otto persone. Il calo delle demolizioni e delle confische a cui si è assistito nelle ultime settimane è in linea con la prassi attuata, in precedenti anni, durante il mese di Ramadan (ad eccezione del 2020, quando furono prese di mira circa 40 strutture). Ad Al Walaja (Betlemme), sulla base del fatto che l’area era stata dichiarata [da Israele] “terra di stato”, le forze israeliane hanno distrutto con bulldozer 120 ulivi e mandorli di proprietà palestinese, oltre a terrazzamenti.

In Cisgiordania, oltre quanto accaduto nella città di Gerusalemme, coloni israeliani, noti o ritenuti tali, hanno ferito un palestinese e danneggiato decine di alberi di proprietà palestinese [seguono dettagli]. L’uomo ferito stava lavorando la sua terra vicino al villaggio di Al Khader (Betlemme) quando è stato attaccato, secondo quanto riferito, da una guardia di sicurezza di insediamenti colonici. Un altro uomo è stato aggredito fisicamente, ma non ferito, a Huwwara (Nablus). Circa 90 ulivi sono stati danneggiati in quattro diverse località; in altre tre località sono stati vandalizzati oltre 10 ettari di raccolti stagionali e, a quanto riferito, ulteriori danni sono stati arrecati a una casa in costruzione, a recinzioni, a muri di sostegno, a un cancello agricolo, oltre che a strutture idriche e ad automobili. A Wadi as Seeq (Ramallah), coloni israeliani hanno attaccato pastori palestinesi, provocando la morte di due pecore. A Mughayir al Abeed, coloni hanno lanciato pietre contro palestinesi, costringendoli a lasciare l’area, quindi hanno installato due tende ed hanno occupato una grotta per sette giorni, prima che le forze israeliane smontassero le tende e li costringessero ad uscire.

Inoltre, in Cisgiordania, oltre agli episodi riferiti alla città di Gerusalemme, palestinesi, noti o ritenuti tali, hanno causato danni a otto veicoli israeliani lanciando pietre. Gli episodi sono stati riportati da fonti israeliane.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 29 aprile Israele ha rimosso le restrizioni, in vigore dal 25 aprile, relative alla zona di pesca consentita al largo della costa di Gaza [vedi sopra, al secondo paragrafo].

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




“Morte agli arabi”. Scoppia il caos a Gerusalemme dopo un corteo dell’estrema destra

Redazione di MEE

22 aprile 2021 – Middle East Eye

Forze israeliane lanciano lacrimogeni contro manifestanti palestinesi radunati alla Porta di Damasco dopo una settimana di attacchi anti-palestinesi

Martedì centinaia di militanti di estrema destra e antipalestinesi sono scesi in piazza nella Città Vecchia di Gerusalemme scandendo “Morte agli Arabi” mentre protestavano nel centro della città.

Il corteo, guidato da Lehava, un’associazione israeliana di estrema destra, è stato organizzato con lo slogan “ripristinare la dignità ebraica” a Gerusalemme.

Ciò è avvenuto dopo una settimana di violente aggressioni in aumento contro cittadini palestinesi di Israele nella Città Vecchia. Il giornale israeliano Haaretz ha informato che l’impennata di violenze contro i palestinesi è iniziata dopo che è stato postato su TikTok il video di un ebreo ultra-ortodosso schiaffeggiato, apparentemente a caso, sulla metropolitana leggera di Gerusalemme.

In seguito a ciò due diciassettenni palestinesi sono stati arrestati.

Giovedì contromanifestanti palestinesi si sono radunati presso la Porta di Damasco di Gerusalemme, il principale punto di accesso utilizzato dai palestinesi per entrare oltre le mura della Città Vecchia.

Le forze di sicurezza israeliane hanno tentato di impedire che il corteo antipalestinese raggiungesse i contro-manifestanti, ma secondo quanto riportato da Haaretz alla fine le forze di sicurezza hanno iniziato a lanciare lacrimogeni contro gli attivisti palestinesi, cercando di disperdere la folla, mentre hanno utilizzato poliziotti a cavallo per respingere gli attivisti israeliani di estrema destra.

Immagini che circolano sulle reti sociali mostrano la polizia e centinaia di dimostranti che corrono per le strade mentre in sottofondo rimbombano petardi o granate assordanti.

Secondo l’Associated Press [agenzia di notizie USA, ndtr.] il servizio di pronto soccorso della Mezzaluna rossa palestinese ha affermato che 32 palestinesi sono rimasti feriti, di cui 12 ricoverati in ospedale.

Secondo Haaretz organizzazioni israeliane di estrema destra hanno usato gruppi WhatsApp per chiedere ai manifestanti di portare armi, postando istruzioni su come evitare di essere arrestati.

Il giornale ha informato che in una chat di gruppo organizzata dall’organizzazione di estrema destra La Familia [formata dagli ultras della squadra di calcio di Gerusalemme Beitar, ndtr.], un utente ha scritto: “Bruciare gli arabi oggi, le molotov sono già nel portabagagli…per come la vedo io, oggi muore un arabo.”

In un video postato su Twitter i giovani israeliani sono stati filmati mentre lanciavano tubi e altri oggetti contundenti nelle case di abitanti palestinesi della Città Vecchia.

Giovedì mattina un ebreo ha spruzzato uno spray urticante in faccia a una donna palestinese e il conducente di un’auto con bandiera israeliana ha sparato qualche raffica di arma da fuoco nei pressi del ministero della Giustizia israeliano.

Lo slogan “Morte agli Arabi” utilizzato durante il corteo è una costante durante le proteste organizzate da Lehava, meglio nota per il suo uso di minacce, soprusi e violenze per impedire che israeliani e palestinesi si fidanzino o persino che siano amici o colleghi di lavoro.

Benché i palestinesi rappresentino circa il 20% della popolazione israeliana e le due comunità vivano una vicino all’altra in città come Gerusalemme, l’ostilità è in aumento.

In febbraio uno studio approfondito dell’Università Ebraica di Gerusalemme ha mostrato che il 66% degli ultraortodossi, il 42% degli israeliani credenti e il 24% dei laici “odia gli arabi”. Il termine “arabi” è usualmente utilizzato in Israele come un modo per negare l’esistenza dei palestinesi e della Palestina storica.

Lo stesso studio ha rilevato che il 49% degli israeliani credenti e il 23% dei laici appoggia l’idea di togliere il diritto di voto ai palestinesi all’interno di Israele.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 30 marzo 12 aprile 2021

Il 6 aprile, a Bir Nabala (Gerusalemme), ad un posto di blocco istituito per un’operazione di ricerca-arresto, le forze israeliane hanno sparato contro un’auto, uccidendo il guidatore palestinese 45enne e ferendo la moglie.

Secondo le autorità israeliane, dopo l’alt, l’auto avrebbe accelerato improvvisamente in un apparente tentativo di travolgere i soldati. Secondo la donna ferita, suo marito, nel procedere, stava seguendo le istruzioni del soldato.

In Cisgiordania, complessivamente, le forze israeliane hanno ferito cinquantadue palestinesi [seguono dettagli]. Ventitré sono rimasti feriti nel corso di quattro operazioni di ricerca-arresto condotte a Silwan (Gerusalemme Est), nei Campi profughi di Al ‘Arrub (Hebron) e Aqbat Jaber (Gerico) e nella città di Nablus. Ventidue sono rimasti feriti nei villaggi di Kafr Qaddum (Qalqiliya) e Beit Dajan (Nablus), in due proteste settimanali contro l’attività di insediamento colonico. Due 13enni sono rimasti feriti nella città di Hebron, in due distinti episodi; uno di loro ha perso un occhio, colpito da un proiettile di gomma durante scontri in cui non era coinvolto. Due palestinesi sono rimasti feriti a Sabastiya (Nablus), in scontri seguiti ad una visita di israeliani a siti archeologici locali e un altro a Nablus, durante una visita di israeliani alla Tomba di Giuseppe. Un anziano è rimasto ferito nel villaggio di Bani Na’im (Hebron), durante scontri scoppiati nel corso della confisca di una tenda da parte delle forze israeliane. Un altro palestinese è rimasto ferito nell’area di Gerusalemme mentre tentava di attraversare una breccia nella Barriera. Del totale dei feriti, 29 sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeno, 12 sono stati colpiti da proiettili di gomma, cinque sono stati colpiti con proiettili veri e sei sono stati aggrediti fisicamente o spruzzati con sostanze irritanti.

Le forze di polizia israeliane hanno aggredito fisicamente nove attivisti (fra loro anche un membro del parlamento israeliano) che stavano manifestando contro lo sfratto di famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est. Il capo della polizia del distretto di Gerusalemme ha ordinato la chiamata a rapporto degli agenti coinvolti, mentre, a quanto riportato, il parlamentare ferito ha presentato una denuncia al Ministero della Giustizia.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 154 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 167 palestinesi. Il governatorato di Ramallah ha registrato il maggior numero di operazioni (43), seguito da quello di Gerusalemme (27) e di Hebron (23).

In aree di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale e in mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco d’avvertimento in almeno 14 occasioni, a quanto riferito, per far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi]: non sono stati segnalati feriti.

In Area C ed a Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi edilizi, sono state demolite o sequestrate 20 strutture di proprietà palestinese, sfollando 13 persone e incidendo sui mezzi di sussistenza di altre 90 [seguono dettagli]. Dieci strutture sono state demolite in otto Comunità dell’Area C; in un caso, nell’area Dhahrat an Nada di Betlemme, sono state sfollate sette persone. A Susiya (Hebron), le autorità israeliane hanno sequestrato una tenda fornita come assistenza umanitaria. A Gerusalemme Est, nel quartiere di Jabal al Mukkabir, una famiglia di sei persone è stata costretta a demolire la propria casa mentre, ad Al ‘Isawiya, sono state demolite sei strutture di sussistenza. Le autorità israeliane hanno inoltre emesso sei ordini di arresto dei lavori contro almeno 32 strutture palestinesi (residenziali e agricole) e contro una strada a Khirbet ar Ras al Ahmar (Tubas).

Coloni israeliani, noti o ritenuti tali, hanno ferito sette palestinesi, di cui due ragazzi, ed hanno danneggiato alberi di proprietà palestinese [seguono dettagli]. I ragazzi sono stati aggrediti fisicamente in due episodi separati accaduti nell’area H2 di Hebron. Gli altri cinque sono stati colpiti con pietre o aggrediti fisicamente mentre lavoravano la loro terra: quattro [dei 5] ad An Nabi Salih (Ramallah) e uno a Jalud (Nablus). Palestinesi hanno riferito che a Qusra (Nablus) sono stati sradicati circa 100 alberelli di olivo. Nella zona H2 di Hebron una casa è stata danneggiata da una bottiglia incendiaria e a Kifl Haris (Salfit) sono stati danneggiati contatori dell’acqua. A Qaryut (Nablus) e Al Bqai’a (Hebron) coloni hanno devastato con bulldozer terreni privati palestinesi. A Deir Jarir (Ramallah), coloni hanno aggredito fisicamente e ferito un attivista israeliano che stava fornendo presenza protettiva a pastori palestinesi.

Palestinesi, noti o ritenuti tali, hanno aggredito fisicamente e ferito due israeliani; inoltre, lanciando pietre e altri oggetti, hanno danneggiato otto veicoli israeliani, che transitavano su strade della Cisgiordania. Gli episodi sono stati riferiti da fonti israeliane.

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