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Le forze israeliane uccidono un palestinese dentro la sua casa a Gerusalemme

Shatha Hammad, Ramallah, Palestina Occupata

Lunedì 15 agosto 2022 – Middle East Eye

Il padre del ventunenne Muhammad al-Shaham ha affermato che i soldati hanno lasciato che suo figlio perdesse sangue per 40 minuti dentro la casa prima di portarlo via.

Secondo la sua famiglia lunedì mattina le forze israeliane hanno colpito a morte in testa un giovane palestinese, Muhammad al-Shaham, dopo aver fatto irruzione nella sua casa nel sobborgo di Kufr Aqab a Gerusalemme Est occupata.

Ibrahim al-Shaham, il padre di Muhammad, ha affermato che suo figlio ventunenne è stato colpito da breve distanza da un proiettile diretto alla testa e poi lasciato a perdere sangue dentro la sua casa per circa 40 minuti prima di essere preso dalle forze israeliane per essere curato.

Ibrahim ha negato il comunicato delle forze israeliane secondo cui suo figlio avrebbe tentato di colpire uno degli agenti. Ha detto ai mezzi di informazione locale che gli agenti hanno fatto saltare la porta della casa alle 3,30 del mattino e immediatamente hanno aperto il fuoco contro la famiglia.

Nel comunicato le forze israeliane hanno confermato la morte di Shaham in un ospedale israeliano alcune ore dopo l’incidente in seguito alle ferite.

Hanno aggiunto che truppe in borghese che stavano cercando armi a Kufr Aqab sono state affrontate dalla famiglia al-Shaham quando hanno assaltato la loro casa. Hanno dichiarato che Shaham allora ha tentato di colpire uno degli agenti e che in seguito a ciò gli hanno sparato.

Un video dalle telecamere di sorveglianza nell’area mostrano i soldati che trasportavano il corpo di Shaham su un veicolo militare dopo il suo ferimento.

Ibrahim afferma che la sparatoria di fronte alla sua famiglia è stata simile ad altre uccisioni effettuate dalle forze israeliane la settimana scorsa a Nablus.

Dice che prima di lasciare la casa i soldati hanno raccolto i bossoli dei proiettili che hanno sparato a suoi figlio.

Il padre di Shaham afferma inoltre che essi hanno perquisito e distrutto le suppellettili della casa, situata a Kufr Aqab, proprio al confine tra Gerusalemme Est e Ramallah.

Comportamento mafioso’

Il ministero degli Esteri palestinese ha condannato l’uccisione di Shaham, descrivendolo come un “crimine efferato” e l’ultimo di una serie di “esecuzioni e assassinii sul campo commessi dalle forze israeliane su indicazione del governo.”

Il ministero ha affermato che “questo è il comportamento delle mafie e delle organizzazioni criminali che hanno come obiettivo omicidi a sangue freddo senza processo”.

Ha affermato che indagherà sulla morte a tutti i livelli, specialmente presso la Corte Penale Internazionale, il Consiglio per i Diritti Umani e ad altri livelli legali delle Nazioni Unite, nel contesto dei suoi continui sforzi per porre fine all’impunità dello Stato di Israele per le sue azioni.

Hussein Al-Sheikh, segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha affermato che l’uccisione di Shaham richiede un’immediata inchiesta a livello internazionale.

Quasi ogni giorno l’esercito israeliano conduce operazioni di incursione e arresto nelle città e nei villaggi palestinesi, che spesso portano al ferimento o all’uccisione di palestinesi.

Quest’anno più di 130 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano, inclusi 49 vittime nella Striscia di Gaza e più di 81 nella Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupate.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Politica USA su Israele-Palestina: cosa (non) è cambiato con Biden

In occasione del viaggio di Joe Biden in Israele e Palestina Al Jazeera ha paragonato le sue politiche alle strategie di Donald Trump.

Ali Harb

12 luglio 2022 – Al Jazeera

Il presidente Joe Biden, che si definisce sionista, è spesso citato dai suoi più importanti consiglieri per aver detto che se non ci fosse Israele gli Stati Uniti dovrebbero inventarne uno.

Così, quando è salito alla Casa Bianca, i difensori dei diritti umani palestinesi e gli elettori arabo-americani che l’avevano sostenuto, non nutrivano grandi aspettative di cambiamento sotto la sua guida circa la posizione USA verso Israele.

Comunque, fra le promesse durante la campagna di Biden e quelle degli inizi della sua presidenza di portare avanti una politica estera incentrata sui diritti umani, molti avevano sperato che il presidente avrebbe almeno ribaltato alcune delle decisioni del suo predecessore Donald Trump che avevano ulteriormente allineato gli USA con Israele.

Ma i difensori dei diritti umani sostengono che fino ad ora il presidente democratico non sia riuscito ad adempiere neppure alle sue modeste promesse ai palestinesi e che al momento la posizione USA sia più simile a quella che aveva con Trump che con Barack Obama.

Mentre Biden viaggia verso Israele per la prima volta da quando è presidente, Al Jazeera esamina quali delle politiche di Trump sono state cambiate da Biden e quali sono rimaste immutate.

Ambasciata USA a Gerusalemme

Di tutti i cambiamenti a favore di Israele delle politiche di Trump, trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme è stata forse la più gravida di conseguenze. La decisione del 2018 ha dato un appoggio concreto degli USA alle rivendicazioni di Israele sull’intera città santa come sua capitale.

Israele ha annesso illegalmente Gerusalemme Est nel 1980 dopo averla conquistata nel 1967.

Mentre i palestinesi esprimevano la propria indignazione contro la decisione e le Nazioni Unite la dichiaravano a grandissima maggioranza “nulla e senza effetto legale”, a Washington venne approvata da politici di entrambi i partiti.

In vista dello spostamento dell’ambasciata e in presenza di una debole reazione araba Trump dichiarò Gerusalemme “fuori discussione”.

Biden non ha mai preso seriamente in considerazione l’idea di riportare l’ambasciata a Tel Aviv. Gli USA sotto la sua amministrazione hanno trattato Gerusalemme come se fosse la capitale di Israele, usando allo stesso tempo un linguaggio ambiguo per descrivere la propria visione di Gerusalemme Est.

Per esempio, il rapporto annuale sui diritti umani redatta dal Dipartimento di Stato USA include Gerusalemme Est nella sezione riguardante Israele. Ma aggiunge in una postilla: “Con il linguaggio usato in questo rapporto non si vuole prendere posizione su nessuno dei temi relativi all’assetto finale oggetto del negoziato fra le parti del conflitto, incluso quello dei confini specifici della sovranità israeliana a Gerusalemme o dei confini tra Israele e qualsiasi futuro Stato palestinese.”

Il consolato per i palestinesi di Gerusalemme

Nel 2019 Trump ha chiuso il consolato per gli affari palestinesi a Gerusalemme e trasferito le sue funzioni all’ambasciata israeliana nella Città Santa.

La decisione recide i legami con i palestinesi ed esplicita la bocciatura USA delle loro rivendicazioni su Gerusalemme.

Da candidato Biden aveva promesso di riaprire il consolato, ma, a oltre un anno e mezzo dall’inizio della sua amministrazione, lo spostamento non si è materializzato.

Mentre i funzionari USA dicono di essere ancora interessati a ristabilire la sede diplomatica, Biden e i suoi più importanti collaboratori sono riluttanti a scontrarsi pubblicamente con Israele, che si oppone alla riapertura del consolato.

“Da presidente Biden farà immediatamente dei passi per ripristinare l’assistenza economica e umanitaria al popolo palestinese, in conformità con la legislazione USA, inclusa l’assistenza ai rifugiati, operando per affrontare l’attuale crisi umanitaria a Gaza e per riaprire il consolato USA a Gerusalemme Est, e lavorerà per riaprire la missione diplomatica palestinese a Washington,” disse Biden durante la sua campagna davanti a una tribuna di elettori arabo americani nel 2020.

La missione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina a Washington, chiusa da Trump nel 2018, non è stata riaperta neppure da Biden a causa di pressioni interne bipartisan contro la decisione.

Colonie

Da candidato Biden aveva promesso di opporsi all’annessione ed espansione delle colonie. E in contrasto con Trump, che non si era mai pubblicamente opposto alle azioni israeliani, l’amministrazione Biden ha occasionalmente criticato a voce l’approvazione di nuove colonie nella Cisgiordania occupata.

Ma tali smorzate critiche spesso sono contenute in vaghe dichiarazioni che stabiliscono paralleli fra le azioni israeliane e quelle palestinesi affermando che gli USA disapprovano un’escalation da entrambe le parti.

Lo scorso ottobre Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stat USA, in una rara occasione era stato esplicito nella critica di Israele dopo il suo annuncio di un piano su grande scala di espansione delle colonie.

“Noi ci opponiamo fermamente all’espansione delle colonie che è totalmente in contrasto con i tentativi di diminuire le tensioni e garantire la calma,” aveva detto Price in quell’occasione.

Ma quel linguaggio diretto è rapidamente svanito.

La scorsa settimana è stato chiesto a Price se gli USA avessero fatto pressione su Israele per porre fine al progetto di una colonia che avrebbe separato le comunità palestinesi in Cisgiordania da quelle a Gerusalemme Est e ha detto: “Noi abbiamo dialogato regolarmente con entrambe le parti per incoraggiarle a non compiere passi che avrebbero esacerbato le tensioni a questo proposito, in caso in cui qualcosa del genere allontani ulteriormente la soluzione dei due Stati.”

La scorsa settimana Maya Berry, direttrice esecutiva dell’Arab American Institute (AAI), un think-tank con sede a Washington, ha detto ad Al Jazeera che l’amministrazione continua a trovare eccezioni per giustificare le violenze israeliane contro i palestinesi.

“È la continuazione di un approccio politicizzato,” ha detto delle politiche di Biden sul conflitto.

“Che si tratti dell’amministrazione Biden o di specifici membri del Congresso, essi stanno facendo di Israele un’eccezione. Non si permetterebbe a nessun altro Paese di fare quello che fa Israele senza che debba affrontare conseguenze politiche sulla scena internazionale. E il protettore principale a questo riguardo sono gli Stati Uniti.”

Aiuti a Israele

Nonostante le crescenti richieste di porre condizioni o restrizioni agli aiuti USA a Israele, Biden in realtà ha  incrementato l’assistenza di Washington al suo principale alleato nella regione rispetto ai tempi di Obama e Trump.

Israele riceve annualmente 3,8 miliardi di dollari in assistenza e quest’anno ha ottenuto un miliardo di dollari extra per “ripristinare Iron Dome [“Cupola di Ferro”], il sistema antimissilistico di difesa, dopo la guerra a Gaza nel maggio 2021.

In un editoriale del Washington Post uscito la scorsa settimana Biden si è dichiarato orgoglioso di aver approvato “il più massiccio pacchetto di aiuti per Israele” della storia.

Aiuti ai palestinesi

Mentre Trump aveva praticamente posto fine a tutti gli aiuti USA ai palestinesi, tagliando completamente i fondi all’United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees [Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente] (UNRWA), Biden ha rinnovato parte di quegli aiuti.

Biden ha detto che, dall’insediamento nel 2021, la sua amministrazione ha ripristinato 500 milioni di dollari di aiuti ai palestinesi, inclusi dei fondi per l’UNRWA che nell’era Obama aveva ricevuto annualmente circa 350 milioni di dollari.

Normalizzazione

L’amministrazione Biden è totalmente impegnata nello sforzo di normalizzazione fra Israele e i Paesi arabi iniziato con Trump e noto come gli Accordi di Abramo.

Il Dipartimento di Stato dice che la normalizzazione arabo-israeliana non soddisfa la necessità di pace fra Israele e i palestinesi. Ma gli analisti dicono che Biden ha difeso quella stessa normalizzazione dell’era Trump che ha ignorato i palestinesi.

Infatti, prima del suo viaggio in Medio Oriente, Biden ha ripetutamente citato la normalizzazione come motivo della sua visita.

“Parte dello scopo del viaggio in Medio Oriente è approfondire l’integrazione di Israele nella regione, cosa che io penso saremo in grado di fare e che è un bene per la pace e per la sicurezza di Israele. Ecco anche spiegato il motivo per cui i leader di Israele hanno fortemente approvato la mia visita in Arabia  Saudita,” ha detto Biden lo scorso mese.

Le alture di Golan

Quando Trump aveva riconosciuto la sovranità israeliana sulle alture di Golan siriane occupate, molti esperti di diritto internazionale segnalarono che la decisione avrebbe minato il divieto di acquisire territori con la forza.

Sebbene Biden stia caldeggiando il concetto di integrità territoriale in Ucraina, la sua amministrazione ha confermato l’appartenenza ad Israele delle alture di Golan.

Anche se il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha in precedenza usato un linguaggio ambiguo per descrivere il territorio siriano, dall’insediamento di Biden nessun cambiamento delle politiche USA sul tema è mai stato annunciato.

“Le politiche statunitensi riguardo al Golan non sono cambiate e affermazioni contrarie sono false,” ha detto l’anno scorso su Twitter l’Ufficio per gli affari del Medio Oriente del Dipartimento di Stato.

Legami con i palestinesi

Se Trump ha quasi totalmente ignorato i palestinesi nelle sue politiche per la regione, l’amministrazione Biden ha cercato di riallacciare le relazioni americane con i leader palestinesi.

Ci sono state parecchie telefonate fra alti funzionari USA e palestinesi, incluse quelle tra Biden e il presidente palestinese Mahmoud Abbas.

Lo scorso mese l’amministrazione USA ha annunciato che la sezione per gli affari palestinesi dell’ambasciata americana a Gerusalemme inizierà a rapportarsi direttamente su “questioni rilevanti” con il Bureau per gli Affari del Vicino Oriente all’interno del Dipartimento di Stato.

In seguito al cambiamento diplomatico si è ribattezzata Office of Palestinian Affairs (OPA) quella che era la Palestinian Affairs Unit (PAU).

Ma gli esperti l’hanno liquidata come una mossa prevalentemente di facciata, sottolineando come non sia un’adeguata sostituzione all’impegno per un vero consolato per i palestinesi a Gerusalemme.

“Nelle presenti circostanze mi sento molto sicuro nell’affermare che questo è semplicemente un tentativo propagandistico per cercare di placare la frustrazione dei palestinesi, soprattutto alla luce dell’imminente visita del presidente nella regione,” ha detto ad Al Jazeera Khalil Jahshan, direttore esecutivo dell’Arab Center, Washington DC.

Ciononostante l’amministrazione si è attribuita quella che descrive come un ristabilimento delle relazioni con l’Autorità Palestinese.

“Abbiamo collaborato con Israele, Egitto, Qatar e Giordania per mantenere la pace impedendo ai terroristi di riarmarsi. Abbiamo anche ricostruito i legami USA con i palestinesi,” ha scritto Biden sul Washington Post.

Organizzazioni internazionali

Biden è rientrato in contatto con molte organizzazioni ONU e internazionali, tra cui il Consiglio per i Diritti Umani che Trump aveva abbandonato a causa delle loro critiche a Israele.

Ma i funzionari USA hanno sempre sottolineato che stanno tornando in questi forum per proteggere Israele dall’interno e non per difendere gli sforzi di appoggiare i diritti umani dei palestinesi.

Lo scorso mese il Dipartimento di Stato ha rimproverato una commissione di inchiesta del Consiglio per i Diritti Umani che aveva pubblicato un rapporto in cui accusava Israele di cercare di acquisire un controllo permanente sui palestinesi  “senza intenzioni di porre fine all’occupazione”.

Il 7 giugno Price ha dichiarato che la commissione di inchiesta “rappresenta un approccio unilaterale e fazioso che non fa nulla per contribuire all’avanzamento delle prospettive di pace”.

Allo stesso modo l’amministrazione Biden ha revocato le sanzioni che Trump aveva imposto sui funzionari della Corte Penale internazionale (ICC), mantenendo nel contempo la sua opposizione alle indagini della ICC sulle violazioni israeliane.

Nelle ultime settimane il Dipartimento di Stato ha detto ripetutamente che la ICC non è la “sede appropriata” per indagare sull’assassinio di Shireen Abu Akleh, la giornalista di Al Jazeera ammazzata a maggio dall’esercito israeliano nella Cisgiordania occupata.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La mossa israeliana di accatastare terreni adiacenti ad al-Aqsa provoca timori che intenda impossessarsene

Redazione di MEE

27 giugno 2022 – Middle East Eye

Associazioni per i diritti umani affermano che ci sono voci secondo cui il governo israeliano potrebbe cercare di registrare l’area a sud della moschea di Al-Aqsa come terra dello Stato.

Lunedì alcune associazioni per i diritti umani hanno messo in guardia che la decisione del governo israeliano di iniziare la procedura per la registrazione della proprietà dei terreni adiacenti alla moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata rischia di consentire un’appropriazione che avrebbe “gravi conseguenze di ampia portata”.

La scorsa settimana il ministero della Giustizia ha iniziato il “procedimento di definizione dell’attribuzione fondiaria” nella zona di Abu Thor così come del sito dei palazzi omayyadi [dinastia araba insediata a Damasco tra il 661 e il 750 d.C., ndt.] adiacenti al muro meridionale della moschea di Al-Aqsa.

L’operazoine sta facendo ricorso a un fondo governativo destinato a “ridurre le diseguaglianze socio-economiche” e a “creare un futuro migliore” per i palestinesi della città.

Tuttavia, secondo un comunicato congiunto delle associazioni israeliane per i diritti umani Ir Amim e Bimkom visionato da Middle East Eye, questo fondo è stato largamente utilizzato per registrare al catasto terreni per le colonie illegali e in ultima istanza porterà a un’ulteriore spoliazione dei palestinesi.

Le ONG con sede a Gerusalemme affermano che ci sono voci secondo cui il governo israeliano starebbe cercando di registrare la zona a sud della Moschea di Al-Aqsa come terra dello Stato.

“(Il procedimento) potrebbe portare a conseguenze disastrose per centinaia di case palestinesi ad Abu Thor, mentre l’altro potrebbe provocare una grave accentuazione delle tensioni a causa della sua ubicazione estremamente sensibile nelle immediate vicinanze di Al-Aqsa,” afferma il comunicato congiunto.

Secondo i media palestinesi lunedì Sheikh Najeh Bakirat, vicedirettore del waqf [ente benefico religioso, ndt.] islamico di Gerusalemme, ha detto che modificare la proprietà dei palazzi omayyadi non è lecito e viola la Convenzione di Ginevra.

Il controllo israeliano su Gerusalemme est, compresa la Città Vecchia, viola una serie di principi delle leggi internazionali che stabiliscono che una potenza occupante non ha la sovranità sui territori occupati e non può apportarvi alcun cambiamento permanente.

A Gerusalemme est quasi il 90% dei terreni non è registrato, in quanto nel 1967, in seguito all’occupazione della città, le autorità israeliane interruppero gli accatastamenti.

Nel 2018 il governo ha iniziato per la prima volta a promuovere “la definizione della procedura della proprietà fondiaria”.

Tuttavia nel 2020, dopo un anno di monitoraggio del procedimento, secondo Ir Amim esso è stato utilizzato come strumento per “impossessarsi di altra terra a Gerusalemme est, portando a un’espansione delle colonie israeliane e ulteriore spoliazione dei palestinesi.”

Espulsione di massa

L’area a sud della moschea di Al-Aqsa è particolarmente sensibile a causa dei continui interventi nella zona del governo israeliano e dei coloni che potrebbero sostituire gli abitanti palestinesi con parchi turistici a tema biblico.

Secondo il Silwan Lands Defence Committee [Commissione per la Difesa della Terra di Silwan] nel quartiere di Silwan, a sud di Al-Aqsa, sono stati emessi contro palestinesi più di 7.820 ordini di demolizione, sia amministrativi che giudiziari, mettendo a rischio di espulsione migliaia di persone.

La zona è anche luogo di lavori archeologici di scavo del governo, che secondo i palestinesi minacciano le fondamenta della moschea di Al-Aqsa. Dalla fine degli anni ’70 il governo israeliano ha portato avanti scavi sotto la Città Vecchia e il quartiere palestinese di Silwan, a sud della moschea di Al-Aqsa, alla ricerca della Città di David, antica di tremila anni. È la presunta capitale di Re David, il biblico padre fondatore della nazione ebraica.

Ad oggi Israele ha investito almeno 40 milioni di shekel (circa 11 milioni di €) nell’iniziativa portata avanti dall’Autorità Israeliana per le Antichità (IAA) e finanziata dall’organizzazione dei coloni Ir David Foundation [Fondazione di Re David], comunemente nota come Elad.

L’associazione dei coloni è anche titolare del parco nazionale della Città di David, di cui ha preso il controllo dopo un accordo raggiunto nel 2002 con l’Autorità Israeliana per la Natura e i Parchi.

Il parco nazionale per la città antica è stato trasformato in una grande attrazione turistica, con centinaia di migliaia di visitatori all’anno.

I palazzi omayyadi (noti agli israeliani come il Parco Archeologico Ophel) sono situati tra la Città di David e le mura meridionali della moschea di Al-Aqsa.

“Ci sono seri timori che lo Stato stia promuovendo la definizione dei titoli di proprietà nel sito dei palazzi omayyadi/Ophel per consentire la presa di possesso israeliana di questo terreno attraverso la registrazione formale come terra dello Stato, favorendo nel contempo gruppi di coloni appoggiati dallo Stato nell’aggressivo tentativo di conquistare il controllo di questi luoghi molto sensibili,” affermano Ir Amim e Bimkom.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il comitato israeliano per la scarcerazione rigetta l’appello per la liberazione del prigioniero palestinese Ahmed Manasra.

WAFA, PC, Social Media

Martedì 28 giugno 2022 – The Palestine Chronicle

L’agenzia di notizie ufficiale palestinese WAFA ha riferito che lunedì durante seduta della commissione per la scarcerazione anticipata della prigione israeliana di Ramle è stato rigettato l’appello per liberare il ventenne prigioniero palestinese Ahmed Manasra che sta soffrendo per una condizione di salute mentale in progressivo peggioramento.

L’avvocato Khaled Zabarqa, che rappresenta Manasra, ha affermato che il comitato per la scarcerazione anticipata si è rifiutato di discutere l’appello per il rilascio di Manasra, che è stato presentato dal suo collegio difensivo a causa del serio deterioramento delle sue condizioni fisiche e mentali, dichiarando che la pratica è stata considerata in base alla “legge sul terrorismo”.

Manasra, residente nella Gerusalemme Est occupata, aveva 13 anni quando nel 2015 insieme a suo cugino Hassan aggredì degli israeliani a Gerusalemme.

Mentre Manasra venne arrestato, quel giorno suo cugino fu ucciso. Manasra adesso sta scontando una condanna a nove anni e mezzo di prigione, di cui finora ne ha scontati circa sei.

Gli è stato diagnosticato un deterioramento delle condizioni mentali a causa del pestaggio da parte dei coloni israeliani dopo l’attacco e di mesi di interrogatori e torture brutali nelle prigioni israeliane.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Vita e morte di un quartiere di Gerusalemme.

Lemire V., Au pied du Mur. Vie et mort du quartier maghrébin de Jérusalem (1187-1967), Seuil, Paris, 2022, ‎ 416 pagine.

Recensione di Amedeo Rossi

22 giugno 2022

In questo libro lo storico francese Vincent Lemire ricostruisce la vicenda del quartiere marocchino (o più precisamente maghrebino) di Gerusalemme attraverso i suoi oltre 8 secoli di vita. Va detto subito che questo saggio non rompe solo il “muro del silenzio”, come lo definisce Lemire, riguardo alla vicenda del quartiere maghrebino di Gerusalemme. È anche un saggio estremamente dettagliato e un esempio di uso delle fonti più disparate: lavoro d’archivio in svariati Paesi e in molte lingue (tra cui l’ebraico e l’arabo), materiale fotografico e articoli di giornale, lettere private, fonti orali, controversie giudiziarie e petizioni, oltre a una vastissima bibliografia. Nel libro sono frequentemente presenti immagini a testimonianza di questa ricerca capillare, che ha dato vita a una ricostruzione che mette in rapporto l’oggetto di studio (il quartiere) con le vicende più generali dell’area mediorientale e non solo. A fine anno è annunciata la pubblicazione in inglese. Si spera che presto sia disponibile anche un’edizione italiana.

Nato su iniziativa di Salah al-Din (Saladino), il quartiere era inizialmente destinato ad ospitare i pellegrini che dal Maghreb si recavano alla Mecca. Per questo venne affidato a un waqf (fondazione benefica religiosa), che prese il nome dal mistico sufi Abu Madyan, la cui famiglia era originaria di Tlemcen, in Algeria. Con il tempo alcuni pellegrini si stabilirono nel quartiere e divennero parte della comunità gerosolimitana. La sua posizione centrale, a ridosso della Spianata delle Moschee (Haram al-Sharif, il Monte del Tempio per gli ebrei) lo rese un luogo pienamente integrato nella vita urbana, che condivise quindi la sorte di Gerusalemme, sottoposta nel corso dei secoli alla dominazione araba, ottomana e infine britannica. Cosmopolita come il resto della città, dal libro emerge l’immagine di un quartiere vivace e differenziato sia dal punto di vista sociale che economico.

Fu nel periodo del mandato britannico che iniziò a delinearsi il drammatico destino che lo attendeva. L’impero intendeva favorire l’immigrazione sionista in Palestina. A sua volta i dirigenti del nazionalismo ebraico utilizzarono il messianismo biblico come legittimazione delle proprie pretese di conquista e nel contempo come forza attrattiva per incentivare l’emigrazione nella “Terra promessa”. Il quartiere si trovava a ridosso del cosiddetto Muro del Pianto, i contrafforti occidentali della Spianata delle Moschee che dal XVI secolo erano diventati luogo di preghiera per gli ebrei. Paradossalmente, nota l’autore, “il quartiere maghrebino si trovò nelle immediate vicinanze del propulsore che galvanizzava le identità religiose di Gerusalemme fin dai suoi inizi”.

Nel 1927 una forte esplosione fece tremare il quartiere, con uno scambio di accuse tra le due comunità. Come si è scoperto di recente, in realtà si trattò di un attentato organizzato dalla milizia sionista Haganà per intimidire la popolazione del quartiere in seguito a numerosi incidenti con i fedeli che si recavano al Muro del Pianto. Fu sempre in seguito a uno scontro avvenuto nel quartiere maghrebino tra nazionalisti ebrei che rivendicavano il possesso di quello che secondo loro era il Monte del Tempio e i fedeli musulmani che scoppiò la rivolta araba del 1929. “Il quartiere maghrebino”, scrive Lemire, “era ormai al centro del conflitto, e rimarrà in questa pericolosa posizione fino alla sua distruzione nel giugno 1967.”

La guerra del 1947-49 e la conseguente nascita di Israele rappresentarono un duro colpo per i suoi abitanti. Pur rimanendo sul lato giordano della città, le attività benefiche del waqf Abu Madyan vennero notevolmente ridotte a causa dell’occupazione israeliana dei terreni di Ain Karem, da cui l’ente benefico ricavava buona parte delle risorse necessarie ad aiutare i propri assistiti.

È in questo contesto che compare un altro attore, il colonialismo francese, che negli anni ’50 si erse a difensore dei cittadini originari dei suoi possedimenti nel Maghreb per contrastare le crescenti spinte indipendentiste del nazionalismo arabo. L’intervento francese fu però contraddittorio, anche a causa dei rapporti di collaborazione con Israele, come nel caso della crisi di Suez del 1956 e della lotta contro l’FNL algerino, a cui parteciparono attivamente i servizi di intelligence israeliani. In quegli anni la Francia stava anche contribuendo al programma atomico di Israele. L’indipendenza dell’Algeria pose fine a questa attività diplomatica francese.

La guerra dei Sei giorni e l’occupazione israeliana decretarono la fine del quartiere. Tra il 10 e l’11 giugno (il conflitto era finito proprio il 10) i bulldozer israeliani rasero al suolo quasi tutto il quartiere. Agli abitanti vennero concesse 2 ore per lasciare le proprie case. Nella demolizione morirono, a seconda delle fonti, da una a tre persone. Con un formalismo tipico del modus operandi di Israele, prima dell’operazione venne riunita una commissione composta da tre architetti, uno storico e un archeologo. “L’obiettivo”, scrive Lemire,” è evidentemente di occultare le responsabilità politiche mettendo in primo piano le competenze scientifiche.” La commissione suggerì di preservare il 60% degli edifici. L’intervento di demolizione interesserà invece quasi tutto il quartiere. La responsabilità di non aver seguito il parere degli esperti venne attribuita dall’esercito e dal potere politico locale (Comune di Gerusalemme) e statale all’iniziativa di un gruppo di imprenditori edili. La motivazione ufficiale: si sarebbe trattato di un quartiere di baracche, quindi di un’operazione di risistemazione urbanistica per ragioni di igiene e sicurezza, in quanto gli edifici sarebbero stati pericolanti. La situazione era ben diversa, come dimostrano le testimonianze personali, la documentazione d’archivio anche israeliana e il materiale fotografico che accompagnano la narrazione del libro. Ma l’operazione propagandistica funzionò, persino riguardo alla corretta risistemazione degli abitanti del quartiere, 650 persone, che invece vennero abbandonati a se stessi. Un patrimonio storico plurisecolare di 135 edifici venne distrutto, e al suo posto rimase la spianata che si trova a ridosso del Muro del Pianto.

Ciò che rimase del quartiere, l’isolato noto come Dar Abu Said, venne demolito nel giugno 1969, sostenendo anche in questo caso che si trattava di edifici pericolanti. In questo caso ci fu uno scontro tra il ministero degli Affari religiosi e parte del governo da una parte e dall’altra l’amministrazione comunale, il Dipartimento delle Antichità e il ministero degli Esteri, che si opponevano per varie ragioni all’operazione. Uno solo degli edifici da demolire effettivamente presentava una crepa, definita “utile” dal Menachem Begin, allora ministro senza portafoglio, poi primo ministro di Israele nonché premio Nobel. Ma era stata provocata da lavori di scavo di caterpillar israeliani. Ciò fu sufficiente a giustificare la distruzione. Quella che lo storico chiama “ebrezza messianica” che si era impadronita di Israele dopo la vittoria del 1967 ebbe la meglio.

Nelle conclusioni Lemire afferma che “la funzione dello storico è capire e non giudicare, indagare e stabilire i fatti e non giudicarli sul piano morale né definirli su un piano giudiziario.” E citando il grande storico Marc Bloch insiste: “Quando lo studioso ha osservato e spiegato, il suo compito è finito.” Se ciò può valere per il ricercatore, il lettore non può esimersi dal constatare che la pratica della pulizia etnica ha accompagnato fin dalla sua nascita lo Stato di Israele. Quanto avvenuto al quartiere maghrebino era già toccato in sorte a centinaia di villaggi palestinesi nel 1947-49 (la Nakba), si ripeté durante e dopo la guerra del 1967 (la Naksa) e da allora continua a segnare le vicende dell’occupazione israeliana in Cisgiordania e a Gaza, come allora nella sostanziale indifferenza della comunità internazionale. Questo libro non può che destare nel lettore indignazione e condanna.




Gli abitanti di Gerusalemme affrontano un’implacabile guerra economica israeliana

Agenzia di stampa Safa

21 giugno 2022 – Monitor de Oriente

I palestinesi che vivono a Gerusalemme stanno affrontano un’implacabile guerra economica da parte di Israele, consistente in imposte onerose che prendono di mira i commercianti e i negozianti in un contesto di debolezza dei mercati.

Le autorità dell’occupazione israeliana stanno facendo pressioni sui gerosolimitani attraverso l’imposizione di tasse elevate per obbligarli ad andarsene dalla città santa, lasciando negozi e case come bottino alla municipalità israeliana di Gerusalemme.

La tassa israeliana più nota è l’arnona, un’imposta fondiaria locale che ogni abitazione o negozio paga al Comune di Gerusalemme. Nonostante secondo l’agenzia di stampa Safa i palestinesi rappresentino il 35% degli attuali abitanti della città santa e gli ebrei il 65%, la municipalità israeliana di Gerusalemme raccoglie il 33% delle sue entrate totali dagli abitanti palestinesi.

Per i palestinesi di Gerusalemme l’arnona significa che ogni commerciante palestinese deve pagare 100 dollari per ogni m2 di superficie del proprio negozio.

Nel contempo secondo Safa le autorità dell’occupazione israeliana, che impongono imposte esose ai palestinesi, erogano molte sovvenzioni agli ebrei per agevolare la loro presenza nella città santa.

A causa delle numerose chiusure di attività provocate dal COVID-19 e al peggioramento della situazione della sicurezza in città, come anche al peggioramento della situazione economica in tutto il mondo, i commercianti palestinesi si sono visti obbligati a chiudere i propri negozi per lunghi periodi, per cui hanno avuto pochissime entrate, non hanno potuto pagare le tasse e si sono trovati sotto l’assillo del Comune che chiede loro di andarsene.

“La mancanza di sostegno finanziario per i gerosolimitani, soprattutto commercianti e negozianti, complica la crisi di Gerusalemme e ne minaccia la presenza,” dice Safa Ziyad Al Hammouri, direttore del Centro di Studi Sociali ed Economici Al Quds.

Hammouri chiede che si crei un fondo per il sostegno ai gerosolimitani contro la guerra economica che li prende di mira cercando di obbligarli a lasciare la città santa. Evidenzia che nel bilancio dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) la percentuale destinata a Gerusalemme è inferiore all’1%. “Ciò dimostra la concreta marginalizzazione da parte dell’ANP,” afferma Hammouri.

Le statistiche ufficiali riportate da Safa rivelano che a Gerusalemme il 70% è costituito da proprietari di immobili e negozi e da commercianti, sottolineando che l’accumulo di debiti determinerebbe l’esproprio della proprietà da parte del Comune israeliano.

Secondo Safa 250 negozi palestinesi sono stati chiusi dal Comune israeliano per il reiterato mancato pagamento di imposte, oltre che per il blocco commerciale imposto ai gerosolimitani.

Le statistiche israeliane hanno rivelato che la municipalità di Gerusalemme spende solo il 5% del bilancio totale a favore dei palestinesi, nonostante rappresentino oltre il 35% degli abitanti della città.

Per risolvere questo problema gli esperti contattati da Safa hanno affermato che ci dovrebbero essere fondi speciali per sostenere i gerosolimitani, compresi abitanti, commercianti e proprietari di edifici e negozi, in modo che siano in grado di affrontare le complicate misure fiscali israeliane.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Monitor de Oriente.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 10 – 30 maggio 2022

1). L’11 maggio, nel Campo profughi di Jenin, un’importante giornalista palestinese, Shireen Abu Akleh, è stata uccisa con arma da fuoco mentre realizzava un servizio su un’operazione militare israeliana; un altro giornalista è stato colpito e ferito; entrambi indossavano giubbotti da addetti stampa.

Il Coordinatore Speciale ed il Coordinatore Umanitario, facendo eco ai portavoce del Segretario Generale delle Nazioni Unite, hanno chiesto indagini indipendenti e trasparenti per l’accertamento delle responsabilità. Il 13 maggio, mentre migliaia di palestinesi si erano radunati per i funerali di Abu Akleh, la polizia israeliana è intervenuta presso l’ospedale Saint Joseph, dove si trovava la salma della giornalista ed ha attaccato con manganelli i palestinesi che partecipavano al corteo funebre, compresi i portatori della bara ed altre persone in lutto, ferendone 33 ed arrestandone 15. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite si è detto “profondamente turbato” dal comportamento di alcuni membri della polizia ed ha esortato “al rispetto dei diritti umani fondamentali, compresi i diritti alla libertà di opinione, di espressione e di riunione pacifica”.

2). In scontri a fuoco occorsi durante due operazioni militari, condotte nella città di Jenin e nel Campo profughi di Jenin, sono rimasti uccisi altri due palestinesi (uno era un ragazzo) e un soldato israeliano; nelle stesse operazioni 34 palestinesi sono rimasti feriti [seguono dettagli]. Il 15 maggio, un palestinese è morto per le ferite riportate due giorni prima, quando era stato colpito dalle forze israeliane durante un’operazione di ricerca-arresto che ha visto uno scontro a fuoco all’interno e vicino al Campo profughi di Jenin. Durante tale operazione, un soldato israeliano è rimasto ucciso e almeno 30 palestinesi sono rimasti feriti. Inoltre, una abitazione per cinque famiglie è stata demolita, provocando lo sfollamento di venti persone, tra cui dieci minori. Secondo quanto riferito, la demolizione ha fatto parte di una procedura militare, in base alla quale i soldati prendono come bersaglio una casa dove si nasconde un sospetto che rifiuta di arrendersi. Il 20 maggio, le forze israeliane hanno condotto un’operazione di ricerca-arresto nella città di Jenin ed hanno avuto uno scontro a fuoco con palestinesi armati; un palestinese di 17 anni, coinvolto, a quanto riferito, nel lancio di una bottiglia incendiaria, è stato ucciso dalle forze israeliane.

3). Il 14 maggio un palestinese di 23 anni è morto in conseguenza delle ferite riportate il 22 aprile ad Haram Al Sharif / Monte del Tempio, nella Città Vecchia di Gerusalemme. Secondo testimoni oculari, era stato colpito alla testa con un proiettile gommato; secondo i media israeliani, che citano documenti sanitari israeliani, sul suo corpo non è stata riscontrata nessuna ferita causata da tale tipo di proiettile. Il 16 maggio, le forze israeliane hanno limitato la partecipazione di palestinesi al suo corteo funebre ed hanno sparato proiettili gommati contro l’ambulanza che trasportava la salma. Durante il corteo, le forze israeliane hanno confiscato bandiere palestinesi ed hanno aggredito le persone in lutto. Secondo quanto riferito, palestinesi hanno lanciato petardi contro agenti di polizia israeliani che hanno risposto con granate stordenti. Circa 71 palestinesi e, a quanto riferito, due poliziotti israeliani sono rimasti feriti, mentre altri 18 palestinesi circa, compresi minori, sono stati arrestati all’interno del cimitero vicino alla Città Vecchia di Gerusalemme.

4). Il 24 maggio, nella città di Nablus, vicino alla Tomba di Giuseppe, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un 16enne palestinese. Secondo i resoconti dei media israeliani, che citano le forze israeliane, il ragazzo stava lanciando una bottiglia incendiaria. Ciò è accaduto dopo che le forze israeliane, che scortano i coloni israeliani al sito, hanno lanciato bombe assordanti, e i palestinesi hanno lanciato pietre verso di loro; successivamente, le forze israeliane hanno sparato proiettili veri, proiettili gommati e lacrimogeni, ferendo 89 palestinesi. Dall’inizio dell’anno, le forze israeliane che scortano i coloni israeliani al sito, hanno ucciso due palestinesi, tra cui un minore, e ne hanno feriti 306. Nel corso degli anni, la Tomba di Giuseppe ha visto scontri ricorrenti tra palestinesi e forze israeliane di scorta ai coloni israeliani.

5). In Cisgiordania, in episodi separati che, secondo quanto riferito, hanno coinvolto palestinesi nel lancio di pietre, le forze israeliane hanno ucciso altri due ragazzi palestinesi [seguono dettagli]. Il 27 maggio, vicino al villaggio di Al Khader (Betlemme), le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un ragazzo di 14 anni. Secondo i resoconti dei media israeliani che citano l’esercito israeliano, il ragazzo stava lanciando bottiglie incendiarie; tuttavia, secondo testimoni oculari, è stato colpito alla schiena e non era coinvolto in alcuno scontro. Durante lo svolgimento del corteo funebre del ragazzo, tre palestinesi, tra cui un minore, sono stati colpiti con armi da fuoco e feriti mentre scoppiavano scontri tra palestinesi e forze israeliane all’ingresso del villaggio. L’11 maggio, ad Al Bireh, mentre gli studenti stavano uscendo dalla vicina scuola, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un ragazzo palestinese di 16 anni. In quel momento palestinesi lanciavano pietre contro le forze israeliane che, sparando proiettili veri, hanno colpito lo studente al petto; nella stessa circostanza un altro ragazzo è stato ferito. Testimoni affermano che entrambi i ragazzi non erano coinvolti nel lancio di pietre. In nessuno di tali episodi è stato riportato alcun ferito israeliano.

6). In Cisgiordania, complessivamente, sono stati feriti dalle forze israeliane 1.240 palestinesi, inclusi 38 minori [seguono dettagli]. Circa 268 feriti sono stati registrati vicino a Beita e Beit Dajan (entrambi a Nablus) e Kafr Qaddum (Qalqiliya) in manifestazioni contro gli insediamenti e durante la commemorazione del 74° anniversario di quella che i palestinesi chiamano “An Nakba” [“La catastrofe”, esodo palestinese] del 15 maggio 1948. Altri 309 feriti sono stati registrati il 29 maggio, in scontri scoppiati durante otto proteste tenutesi a Hebron, Nablus, Ramallah e nella Città Vecchia di Gerusalemme, contro l’ingresso di coloni israeliani e altri gruppi israeliani nell’Haram al Sharif / Monte del Tempio (vedi sotto). In altri quindici episodi registrati a Qaryut, Qusra, Burqa, Huwwara e Burin (tutti a Nablus), città di Nablus, città di Salfit e Haris (Salfit), 357 persone sono rimaste ferite a seguito dell’ingresso di coloni israeliani, accompagnati da forze israeliane, nelle Comunità palestinesi. Secondo fonti palestinesi, le forze israeliane hanno sparato in aria bombe assordanti ed i residenti hanno risposto lanciando pietre contro di loro. In cinque occasioni, le forze israeliane hanno sparato, ferendo 40 palestinesi durante scontri nelle vicinanze del Campus universitario di Al Quds nella città di Abu Dis (Gerusalemme) e dell’Università Tecnica nella città di Tulkarm. Altri 52 palestinesi sono rimasti feriti durante sei operazioni di ricerca-arresto condotte a Gerusalemme e Jenin. Altri sei sono rimasti feriti durante una demolizione in Silwan, a Gerusalemme Est, (vedi sotto e sopra). I restanti 208 feriti sono stati segnalati in situazioni diverse a Gerusalemme Est (vedi sopra). Di tutti i feriti palestinesi, 75 sono stati colpiti da proiettili veri e 261 da proiettili gommati; la maggior parte delle persone ferite è stata curata per aver inalato gas lacrimogeni.

7). Il 29 maggio, migliaia di coloni israeliani e altri israeliani hanno marciato attraverso Gerusalemme Est durante l’annuale “Giornata di Gerusalemme”, che commemora l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, nel 1967. Le autorità israeliane hanno schierato migliaia di poliziotti ed hanno installato barriere di metallo fuori dalla Porta di Damasco, bloccando l’accesso e l’uscita dei palestinesi dalla Città Vecchia di Gerusalemme e costringendo i proprietari a chiudere i loro negozi. Sono scoppiati scontri tra palestinesi e forze israeliane, durante i quali 87 palestinesi, tra cui nove minori e una donna, sono stati feriti con proiettili gommati e granate stordenti e 72 palestinesi sono stati arrestati. In precedenza, lo stesso giorno, circa 2.600 israeliani sono entrati nell’Haram al Sharif / Monte del Tempio, innescando violenti scontri tra palestinesi e polizia israeliana che ha protetto l’ingresso degli israeliani. All’interno della moschea di Al Qibli, le forze israeliane hanno sparato proiettili gommati, granate stordenti e lacrimogeni contro i fedeli palestinesi e, per diverse ore, hanno chiuso i cancelli con catene di ferro, impedendo loro di lasciare la struttura. Durante questi scontri almeno 20 palestinesi, tra cui tre donne, sono stati arrestati. In una dichiarazione, l’Ente islamico che gestisce il sito, il “Waqf”, ha accusato le autorità israeliane di “violare la santità” di Al Aqsa, consentendo ad “estremisti ebrei di assaltare la moschea, fare tournée provocatorie e svolgere preghiere e rituali pubblici”.

8). A Gerusalemme Est e nell’Area C della Cisgiordania, adducendo la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, confiscato o costretto le persone a demolire 58 strutture di proprietà palestinese [seguono dettagli]; undici delle strutture erano state finanziate da donatori e fornite come aiuto umanitario. Di conseguenza, 110 persone, tra cui 59 minori, sono state sfollate e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di altre 607 circa. Circa 46 delle strutture si trovavano in Area C, di cui diciassette in un’area designata [da Israele] come “zona di tiro” per l’addestramento militare, dove le Comunità palestinesi sono a rischio di trasferimento forzato. Tredici strutture sono state demolite a Gerusalemme Est, comprese cinque case demolite dai proprietari per evitare di pagare multe.

9). Inoltre, senza alcun preavviso, le autorità israeliane hanno demolito e messo i sigilli a tre strutture di sostentamento e ad un pozzo d’acqua; rispettivamente nel Campo profughi di Shu’fat, a Gerusalemme Est, ed in Ras ‘Atiya, a Qalqiliya. Il pozzo era l’unica fonte di acqua potabile e di irrigazione per circa 400 ettari di terreni coltivati; la sua chiusura colpisce 1.200 famiglie palestinesi dei sette villaggi circostanti. Il 18 maggio, adducendo motivi di sicurezza, è stata demolita una struttura in Area A.

10). Secondo fonti della Comunità locale, il 18 maggio le forze israeliane hanno emesso ordini di sfratto contro famiglie palestinesi che gravitano su 4 ettari di terreni agricoli palestinesi vicino a Wadi Fukin (Betlemme), comprese tre abitazioni, minacciando il ricovero ed i mezzi di sussistenza di otto famiglie. Le autorità israeliane avevano designato l’area come “terra demaniale”, che raramente viene assegnata a palestinesi. Il 22 maggio, nel villaggio di Jinba, Masafer Yatta, in Hebron, adducendo motivi di sicurezza, le forze israeliane hanno emesso un ordine di requisizione contro 2,2 ettari di terra palestinese utile a completare parte della barriera della Cisgiordania. Jinba è una delle Comunità di pastori a rischio di sfollamento forzato, a seguito della sentenza dell’Alta Corte di Giustizia Israeliana che ha sancito l’utilizzo di 3.000 ettari da destinare alle esercitazioni militari. La designazione di quest’area come “Zona di tiro attiva” potrebbe comportare lo sfollamento di circa 1.200 palestinesi, inclusi 580 minori. Il 25 maggio, il Comune di Gerusalemme ha consegnato un ordine definitivo di demolizione ai proprietari di un edificio residenziale, composto da 12 unità abitative, dislocato in Wadi Qaddum, nel quartiere Silwan di Gerusalemme Est. Circa 74 persone, tra cui 42 minori, rischiano lo sfollamento.

11). Coloni israeliani hanno ferito venti palestinesi, inclusi quattro minori, e persone conosciute come coloni, o ritenute tali, hanno danneggiato proprietà palestinesi in 34 casi [seguono dettagli]. Il 22 maggio, nei pressi dell’insediamento di Esh Kosdeh (Nablus), un ragazzo di 15 anni è stato picchiato da coloni e sequestrato per due ore, prima di essere consegnato a un’ambulanza e portato in ospedale per cure mediche. Altri dieci palestinesi sono stati colpiti con pietre o aggrediti fisicamente, di cui tre nell’Area H2 della città di Hebron, controllata da Israele, tre nel quartiere di Sheikh Jarrah e nella Città Vecchia di Gerusalemme, e quattro (tra cui una donna) ad ‘Al Mas’udiya e Duma (entrambi a Nablus). Altri nove ferimenti si sono verificati in due episodi separati accaduti a Burqa, dove un colono israeliano ha fatto irruzione nel villaggio, lanciando pietre contro i residenti e causando danni a veicoli. In altri sedici casi accaduti intorno a Ramallah, Hebron e Salfit, coloni hanno causato danni alle strutture di sostentamento palestinesi, hanno rubato attrezzature agricole e serbatoi d’acqua, danneggiando un impianto idrico e relative condutture. Secondo quanto indicato dalle locali Comunità palestinesi, in dodici episodi registrati a Betlemme, Ramallah, Salfit, Hebron e Nablus, circa 650 ulivi di proprietà palestinese sono stati sradicati da coloni. Nei villaggi di Al Funduq (Qalqiliya), Kafr ad Dik (Salfit), Urif (Nablus) e Al Jiftlik (Gerico) e nel quartiere Silwan di Gerusalemme Est, coloni hanno attaccato queste Comunità, lanciando pietre contro case e veicoli, provocando danni ad almeno dodici veicoli e a due abitazioni.

12). Persone conosciute come palestinesi, o ritenute tali, hanno lanciato pietre, ferendo cinque coloni israeliani e danneggiando dieci veicoli israeliani in transito su strade della Cisgiordania. Gli episodi sono avvenuti vicino a Nablus, Ramallah e Gerusalemme. In ventidue casi, veicoli e autobus israeliani sono stati danneggiati dal lancio di pietre o bottiglie incendiarie.

13). Nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale israeliana o al largo della costa, in almeno 59 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento [verso palestinesi], presumibilmente per far rispettare le restrizioni di accesso [loro imposte da Israele]; due pescatori palestinesi sono stati arrestati. Inoltre, ad est di Rafah, le forze israeliane hanno arrestato due palestinesi mentre, a quanto riferito, stavano cercando di entrare in Israele attraverso la recinzione perimetrale. In quattro occasioni, bulldozer militari israeliani hanno condotto operazioni di spianatura del terreno all’interno di Gaza, in prossimità della recinzione perimetrale.

14). Il 15 maggio, le autorità israeliane hanno revocato un divieto di 11 giorni, relativo all’uscita, da Gaza verso Israele, di persone in possesso di permessi israeliani; ne risultavano colpiti principalmente lavoratori e commercianti. Il divieto era stato inizialmente imposto per due giorni, in occasione del “Memoriale di Israele” e dei “Giorni dell’Indipendenza”, ed era stato ampliato in seguito all’uccisione di tre israeliani da parte di palestinesi della Cisgiordania. Durante il periodo di divieto è stata consentita l’uscita [da Gaza] solo per casi sanitari urgenti. Secondo quanto riferito, il 15 maggio [giorno della revoca del divieto di uscita da Gaza] sono uscite 4.600 persone, per lo più lavoratori, il numero giornaliero più alto in 15 anni.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 2 giugno, ad Al Midya, Ramallah, forze israeliane hanno sparato, uccidendo un ragazzo palestinese.

Il 2 giugno, durante un’operazione di ricerca-arresto condotta nel Campo profughi di Ad Duheisha, Betlemme, forze israeliane hanno sparato, uccidendo un palestinese.

Il 1° giugno, a Ya’bad (Jenin), forze israeliane hanno ucciso un palestinese nel corso di una demolizione “punitiva” della casa di famiglia del palestinese che, il 29 marzo, in Israele, sparò, uccidendo cinque persone.

Il 1° giugno, forze israeliane hanno sparato, uccidendo una donna palestinese che, vicino al Campo profughi di Al Arrub (Hebron), avrebbe tentato di accoltellare un soldato israeliano.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




I suprematisti ebrei cantano “Morte agli arabi” durante la Marcia della Bandiera

Oren Ziv

30 maggio 2022 – +972

Israeliani di estrema destra hanno attaccato negozianti, giornalisti e curiosi palestinesi inneggiando al genocidio per le strade di Gerusalemme.

Domenica 29 maggio decine di migliaia di israeliani di estrema destra sono scesi nelle strade di Gerusalemme per l’annuale Marcia della Bandiera in occasione della “Giornata di Gerusalemme”, che celebra la “riunificazione” della città da parte di Israele nel 1967, quando conquistò Gerusalemme est sconfiggendo la Giordania. Per i palestinesi residenti a Gerusalemme questo giorno è spesso uno dei più violenti dell’anno, con estremisti ebrei israeliani che marciano e attraversando la Porta di Damasco entrano nella Città Vecchia e aggrediscono verbalmente e fisicamente i palestinesi per le strade. La Marcia di quest’anno non è stata diversa.

Se dal punto di vista dell’opinione pubblica israeliana la Marcia della Bandiera si è svolta in modo relativamente tranquillo – non sono stati lanciati razzi da Gaza come aveva minacciato Hamas, non sono scoppiate né battaglie né violenze in tutto il paese come è avvenuto nel 2021 – per i palestinesi residenti in città, la Marcia di quest’anno è stata persino peggiore degli anni precedenti.

Verso mezzogiorno la polizia ha iniziato a sfollare i palestinesi non residenti dalla Città Vecchia e ha impedito alle persone di entrare attraverso molti dei cancelli della città. Successivamente, le autorità hanno chiuso completamente la Porta di Damasco a palestinesi e turisti. I giovani israeliani che erano entrati nella Città Vecchia prima della marcia ufficiale hanno aggredito e spruzzato spray al peperoncino ai palestinesi per strada.

Ad un certo punto è scoppiata una rivolta, durante la quale un colono ha estratto un’arma. La polizia non lo ha arrestato.

Sebbene la polizia avesse affermato che le bandiere palestinesi sarebbero state confiscate solo se avessero interferito con la Marcia, in pratica la polizia ha arrestato diversi uomini palestinesi che sventolavano bandiere alla Porta di Damasco e successivamente ha confiscato bandiere ad altri. Alcuni palestinesi hanno trovato un modo creativo per issare la bandiera durante la parata, con l’aiuto di un drone che ha sventolato la bandiera sopra le mura della Città Vecchia. Quando poco dopo il drone è atterrato, è stato sequestrato dalla polizia.

Quest’anno, i canti principali della Marcia sembrano essere stati slogan razzisti come “Morte agli arabi”, “Maometto è morto” e “Che il tuo villaggio bruci” – intonati da quasi tutti i gruppi che sono passati attraverso la Porta di Damasco, e non solo ai margini. Giovani estremisti ebrei hanno anche festeggiato la morte della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh e hanno augurato la morte ad Ahmad Tibi, membro palestinese della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.]

Gli organizzatori della marcia non hanno fatto nulla per impedire i canti. Neanche la polizia, che disperde regolarmente e con la forza le proteste palestinesi a Gerusalemme in caso di canti politici ritenuti di “istigazione”, è intervenuta. Solo quando un gruppo di manifestanti ha cercato di prendere d’assalto il recinto della stampa, la polizia li ha fermati, ma senza effettuare alcun arresto, nemmeno di quelli che avevano lanciato oggetti contro i giornalisti sotto gli occhi della polizia.

Mentre la polizia faceva sgombrare i palestinesi entro un chilometro dalla Porta di Damasco, nella Città Vecchia i manifestanti aggredivano i team dei media palestinesi, israeliani e internazionali. Hanno imprecato contro i giornalisti, interrotto le trasmissioni in diretta e cercato di colpire alcuni giornalisti con le bandiere. Alcuni fra i manifestanti entrati in marcia attraverso la Porta di Damasco hanno cercato anche di danneggiare i negozi palestinesi e aggredire i residenti. Un manifestante palestinese è stato arrestato dopo aver sventolato una bandiera palestinese davanti ai dimostranti.

foto Oren Ziv.

Contemporaneamente, centinaia di manifestanti palestinesi si sono radunati con bandiere palestinesi in via Salah A-Din, a diverse centinaia di metri dalla Porta di Damasco, e hanno marciato verso i posti di blocco della polizia fino a che gli agenti li hanno dispersi con granate assordanti. Successivamente, le forze sotto copertura hanno arrestato un manifestante palestinese e hanno sparato proiettili veri che ne hanno ferito un altro.

Quando i coloni israeliani hanno rotto i finestrini di oltre una dozzina di auto nel quartiere e sono fuggiti senza essere arrestati, alcuni dei manifestanti palestinesi hanno proseguito verso Sheikh Jarrah; i coloni sono stati filmati anche mentre lanciavano pietre contro i palestinesi in piena vista della polizia, che non li ha arrestati. Gli estremisti ebrei hanno quindi aggredito, spruzzato con spray al peperoncino e rubato il cellulare a un giornalista palestinese. Alla fine della giornata più di 40 palestinesi erano comunque stati fermati e arrestati. Nella tarda notte di domenica, giovani ebrei estremisti hanno tentato di marciare ancora una volta nel quartiere ma sono stati fermati dalla polizia.

Inoltre, mentre il governo e la polizia hanno insistito nelle ultime settimane sul fatto che non c’è stato alcun cambiamento dello status quo di Al-Aqsa, gli eventi di domenica hanno presentato un quadro molto diverso. [Fino al 1967 la moschea Al Aqsa era sotto il controllo del Ministero dei Beni giordano. Con la guerra dei sei giorni Israele ha inglobato de facto la parte araba di Gerusalemme; il controllo della moschea è stato attribuito dagli occupanti alla Fondazione islamica Waqf cui è stata garantita la piena indipendenza dal governo israeliano, ndtr.]

Per mesi, gli ebrei sono saliti senza problemi sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif per pregare; domenica, molti di loro hanno sventolato bandiere israeliane e si sono prostrati a terra in preghiera mentre la polizia stava a guardare.

La leadership israeliana sostiene che le affermazioni di un’appropriazione da parte degli ebrei di Al-Aqsa sarebbero “istigazione” e “fake news”, ma chiunque abbia visto le immagini di oltre 1.000 ebrei che entrano nell’area sa che un cambiamento significativo sta avvenendo in concreto sotto i nostri occhi.

Oren Ziv è fotoreporter e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La polizia israeliana attacca un altro funerale palestinese a Gerusalemme

Yumna Patel

17 maggio 2022 – MondoWeiss

Lunedì notte la polizia israeliana ha attaccato il funerale del palestinese Walid al-Sharif nella Gerusalemme est occupata, ferendo decine di partecipanti al corteo funebre. Al-Sharif, di 23 anni, è stato colpito alla testa con un proiettile d’acciaio ricoperto di gomma dalle forze israeliane il 22 aprile durante un’incursione israeliana alla spianata della Moschea di Al-Aqsa.

Lunedì notte la polizia israeliana ha attaccato il funerale del palestinese Walid al-Sharif nella Gerusalemme est occupata, ferendo decine di partecipanti al corteo funebre. Al-Sharif, di 23 anni, è stato colpito alla testa con un proiettile d’acciaio ricoperto di gomma dalle forze israeliane il 22 aprile durante un’incursione israeliana alla spianata della Moschea di Al-Aqsa nel mese sacro del Ramadan, che ha causato decine di feriti.

Una ripresa video del 22 aprile mostra le forze israeliane che assaltano la spianata e aprono il fuoco contro la folla. Dopo uno sparo nella sua direzione, si vede al-Sharif cadere a terra e rimanere immobile, prima di essere portato via dalle forze israeliane.

Nonostante il video e le dichiarazioni di testimoni e della famiglia di al-Sharif, la polizia israeliana ha negato di avergli sparato, sostenendo che è morto per le ferite riportate cadendo a terra. Testimoni oculari e Al Jazeera hanno riferito che i responsabili israeliani dell’ospedale “hanno rifiutato di fornire una causa precisa della morte.”

Al-Sharif è rimasto in condizioni critiche in ospedale durante le scorse tre settimane, finché è morto a causa delle ferite il 14 maggio. Le forze israeliane hanno trattenuto il suo corpo restituendolo alla sua famiglia per la sepoltura lunedì.

Secondo quanto riportato dai media locali, migliaia di palestinesi si sono radunati nella spianata della moschea di Al-Aqsa quando il corpo di al-Sharif vi è stato portato dalla sua famiglia per celebrare la preghiera funebre.

Dopo la preghiera migliaia di partecipanti hanno trasportato il suo corpo dalla moschea al cimitero fuori dalla Città Vecchia.

Il video circolato sui social media mostra le forze di polizia pesantemente armate che attaccano il corteo funebre quando si dirige da Al-Aqsa al cimitero.

Secondo il giornalista di Al Jazeera Wajd Waqfi la polizia israeliana ha aggredito le persone in lutto e ha impedito loro di esibire bandiere palestinesi, arrestando decine di palestinesi. La polizia israeliana ha riferito di 20 arresti.

L Mezzaluna Rossa palestinese ha riferito che 71 palestinesi sono stati feriti da proiettili d’acciaio rivestiti di gomma, granate assordanti e pestaggi. Almeno 13 persone hanno dovuto essere ricoverate in ospedale.

E’ stato riferito che almeno uno dei feriti si trovava in gravi condizioni dopo essere stato colpito ad un occhio da un proiettile rivestito di gomma. Il ferito è risultato essere Nader al-Sharif, un parente del deceduto.

Il Centro di Informazioni Wadi Hilweh a Silwan (quartiere di Gerusalemme est, ndtr.) ha affermato che al-Sharif era in condizioni critiche ed è stato curato al Centro Medico Shaare Zedek a Gerusalemme. Il centro ha aggiunto che le forze israeliane hanno fatto irruzione nella sua stanza di ospedale cacciando fuori i membri della sua famiglia.

L’attacco della polizia israeliana al corteo funebre ha innescato scontri a Gerusalemme est che sono proseguiti fino a notte, con i palestinesi che hanno lanciato pietre e ordigni incendiari contro le forze israeliane.

La polizia israeliana ha riferito che sono stati feriti sei agenti e ha rilasciato una dichiarazione affermando che le sue forze “hanno agito con decisione contro centinaia di delinquenti e violenti rivoltosi che…hanno intrapreso azioni violente contro le forze di polizia mettendo a rischio le loro vite.”

Dirigenti sia palestinesi che giordani hanno condannato l’attacco al funerale, che ha avuto luogo pochi giorni dopo che la polizia israeliana aveva attaccato il funerale della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh a Gerusalemme est.

L’attacco al funerale di Abu Akleh, che è stato ampiamente diffuso in televisione, ha provocato indignazione in tutto il mondo, essendo circolati sui social media dei video della polizia israeliana che aggredisce le persone che portano la bara.

I poliziotti israeliani hanno sostenuto di essere stati attaccati da lanci di pietre, benché le loro accuse siano state smentite dalle riprese video e dalle affermazioni di testimoni oculari.

Un nuovo video diffuso dall’ospedale St.Joseph di Gerusalemme, da cui ha preso avvio il corteo funebre per Abu Akleh, mostra decine di poliziotti pesantemente armati che durante il funerale invadono l’ospedale, compreso il reparto di emergenza, aggredendo il personale medico, i pazienti e le persone in lutto.

Un’altra ripresa di una videocamera di sorveglianza mostra la polizia che lancia una granata fumogena verso l’ospedale prima di farvi irruzione.

L’agenzia di informazioni Wafa ha riferito che l’ospedale ha comunicato di aver contattato uno studio legale per “esaminare la possibilità di sporgere una denuncia contro le autorità di occupazione israeliane riguardo alla violenza della polizia”.

Yumna Patel

Yumna Patel è la direttrice del notiziario sulla Palestina per Mondoweiss

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Rapporto OCHA del periodo 19 aprile-9 maggio 2022

1). In Cisgiordania e Israele, durante quattro attacchi palestinesi, o attacchi tentati o presunti, sono rimasti uccisi quattro israeliani e un ragazzo palestinese (presunto aggressore); nelle stesse circostanze sono rimasti feriti anche cinque israeliani e un palestinese [seguono dettagli].

Il 29 aprile, nell’insediamento di Ariel, a nord di Salfit, due palestinesi di Qarawat Bani Hassan (Salfit) hanno sparato, uccidendo una guardia di sicurezza israeliana; sono stati successivamente arrestati quello stesso giorno. Il 5 maggio, nella città di Elad, in Israele, due palestinesi di Rummana (Jenin) hanno ucciso tre israeliani e ne hanno feriti altri quattro; sono stati arrestati tre giorni dopo. L’8 maggio, nell’insediamento israeliano di Tekoa (Betlemme), un ragazzo palestinese di 17 anni è stato ucciso con arma da fuoco da una guardia di sicurezza israeliana; secondo le autorità israeliane sarebbe stato visto scavalcare la recinzione perimetrale dell’insediamento, impugnando un coltello. Nella circostanza non è stato segnalato alcun ferito israeliano. Lo stesso giorno, alla Porta di Damasco (Gerusalemme Est), presso una torre di sorveglianza della polizia, un palestinese avrebbe accoltellato e ferito un agente di polizia israeliano e successivamente, secondo i media israeliani, sarebbe stato colpito e ferito con arma da fuoco.

2). A seguito dei due suddetti attacchi, le forze israeliane hanno fatto irruzione nei villaggi di Qarawat Bani Hassan (Salfit) e Rummana (Jenin), da dove provenivano gli autori, ed hanno bloccato tutti gli accessi alla città di Salfit e ai cinque villaggi vicini. Le irruzioni hanno innescato scontri con palestinesi; questi hanno lanciato pietre e bottiglie incendiarie contro le forze israeliane che, in risposta, hanno sparato proiettili veri; ciò ha provocato l’uccisione di un palestinese di 27 anni nel villaggio di Azzun (Qalqiliya). Altri tre palestinesi sono stati feriti con proiettili veri e altri dodici sono stati arrestati dalle forze israeliane. Per almeno un giorno, è stato seriamente compromesso l’accesso ai servizi e ai mezzi di sussistenza di tutti i quarantamila residenti dei villaggi colpiti. Durante le irruzioni, le forze israeliane hanno anche perquisito le case di famiglia degli autori dell’attacco di Elad ed hanno effettuato rilevamenti, secondo quanto riferito, nella prospettiva di una loro demolizione “punitiva”.

3). In Cisgiordania, in quattro distinti episodi, le forze israeliane hanno ucciso altri quattro palestinesi con proiettili veri [seguono dettagli]. Una delle vittime, un ventenne, è deceduto per le ferite riportate il 9 aprile, durante un’operazione di ricerca-arresto condotta ad Al Yamun (Jenin); era stato colpito con arma da fuoco dalle forze israeliane, nel contesto di lanci di pietre da parte palestinese. Un altro ventenne è stato ucciso il 27 aprile, nel Campo profughi di Jenin, durante un’operazione di ricerca-arresto; secondo fonti israeliane, la vittima sarebbe stata coinvolta in uno scontro a fuoco. Un’altra vittima, di 20 anni, è stata uccisa il 26 aprile, con arma da fuoco, nel Campo profughi di Aqabet Jaber (Gerico), sempre nel contesto di lanci di pietre, ad opera di palestinesi, contro un’unità israeliana sotto copertura; durante tale operazione altri tre palestinesi sono rimasti feriti e altri due sono stati arrestati. In un altro caso, verificatosi l’8 maggio, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un palestinese di 27 anni che tentava di entrare in Israele attraverso una breccia nella Barriera, nell’area di Tulkarm.

4). In Cisgiordania, complessivamente, sono stati feriti dalle forze israeliane 668 palestinesi, inclusi 24 minori [seguono dettagli]. La maggior parte dei feriti (375) sono stati registrati vicino a Beita e Beit Dajan (entrambi a Nablus) e Kafr Qaddum (Qalqiliya), in manifestazioni contro gli insediamenti; altri 78 ferimenti sono avvenuti durante altre manifestazioni a Nablus, Qalqilya e Betlemme tenute in segno di protesta contro l’incremento di uccisioni di palestinesi. In cinque episodi, a Qaryut (Nablus), città di Nablus, città di Salfit e Haris (Salfit), 100 palestinesi sono stati feriti dopo che coloni israeliani, accompagnati da forze israeliane, sono entrati in Comunità palestinesi; secondo fonti palestinesi, le forze israeliane hanno sparato in aria bombe assordanti e i residenti hanno successivamente lanciato pietre contro di loro. Altri 12 palestinesi sono rimasti feriti durante cinque operazioni di ricerca-arresto condotte a Gerusalemme, Gerico, Jenin e Betlemme. Altri quattro sono rimasti feriti durante una demolizione “punitiva” a Silat al Harithiya (Jenin), (vedi più avanti). I restanti 99 feriti sono stati segnalati nella Città Vecchia di Gerusalemme (vedi sotto). Di tutti i feriti palestinesi, 17 sono stati causati da proiettili veri, 117 da proiettili di gomma e la maggior parte dei rimanenti è stata curata per inalazione di gas lacrimogeni.

5). In sei occasioni, la polizia israeliana ha effettuato operazioni dentro e intorno ad Haram Al Sharif / Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme, innescando violenti scontri con i palestinesi. Un totale di 99 palestinesi, inclusi 15 minori, sono rimasti feriti; altri 107 sono stati arrestati, mentre le finestre, le porte e i tappeti della moschea di Al Qibly hanno subito ingenti danni. Queste operazioni hanno fatto seguito, per tre settimane consecutive, a incursioni quasi quotidiane da parte delle forze israeliane, con lo scopo di allontanare i fedeli palestinesi e garantire l’ingresso degli israeliani nel Complesso. Le forze israeliane hanno sparato granate assordanti, proiettili con la punta di gomma e lacrimogeni ed hanno malmenato i palestinesi con manganelli, compresi minori, donne e giornalisti. Il 4 maggio, gli israeliani hanno ripreso i loro ingressi quotidiani nel Complesso di Al Aqsa, dopo che le autorità israeliane ne avevano vietato l’ingresso per 12 giorni. Funzionari palestinesi hanno avvertito che l’ammissione di coloni israeliani nel Complesso potrebbe aggravare ulteriormente una situazione già tesa e modificare lo “status quo” ad Haram Al Sharif / Monte del Tempio. Secondo i funzionari israeliani, non c’è alcuna intenzione di modificare lo “status quo”.

6). Il 3 maggio, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto la petizione presentata da 12 Comunità di pastori palestinesi di Massafer Yatta (Hebron) contro la decisione dell’esercito israeliano di utilizzare 3.000 ettari della loro terra [palestinese] come “zona di tiro” operativa. Dal 4 maggio, l’esercito israeliano è autorizzato a condurre addestramenti militari in quest’area. Circa 1.200 palestinesi, inclusi 560 minori, potrebbero essere sfollati con la forza o subire conseguenze di altro tipo.

7). In Area C della Cisgiordania e a Gerusalemme Est, adducendo la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, confiscato o costretto le persone ad autodemolire nove strutture di proprietà palestinese. Di conseguenza, una persona è stata sfollata e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di altre 31 circa. Ciò in conseguenza di una diminuzione delle demolizioni e delle confische durante il Ramadan, coerentemente con quanto verificatosi nella maggior parte degli anni precedenti.

8). Il 7 maggio, a Silat al Harithiya (Jenin), le forze israeliane hanno demolito “punitivamente” parti di una struttura abitativa. La proprietà ospitava due familiari di un palestinese accusato di essere coinvolto nell’uccisione di un colono israeliano avvenuta il 16 dicembre 2021.

9). Coloni israeliani hanno ferito diciassette palestinesi, inclusi due minori, e persone conosciute come coloni, o ritenute tali, hanno danneggiato proprietà palestinesi in 27 casi [seguono dettagli]. In sei distinti episodi accaduti a Surif, As Samu’s e Safa (tutti a Hebron), Sinjil (Ramallah), Beita (Nablus) e Kisan (Betlemme), coloni israeliani hanno aggredito e ferito tredici contadini palestinesi che stavano lavorando nelle proprie terre; due dei contadini feriti sono stati colpiti con armi da fuoco e tre aggrediti da cani. Altri dieci attacchi si sono verificati a Nablus, Ramallah, Hebron e Salfit, con irruzioni in strutture di sostentamento, furto di attrezzature agricole e serbatoi d’acqua e danni a un impianto idrico e condutture. In altri quattro casi, vicino a Ramallah, Hebron e Nablus, sono state lanciate pietre contro veicoli palestinesi, provocando il ferimento di quattro palestinesi, tra cui una bambina di quattro anni, e danni ad almeno sedici veicoli. In tredici episodi, accaduti Betlemme, Ramallah, Salfit, Hebron, Nablus e Qalqilya, coloni hanno sradicato circa 450 ulivi di proprietà palestinese.

10). Persone conosciute come palestinesi, o ritenute tali, hanno lanciato pietre, ferendo tredici coloni israeliani e danneggiando dieci veicoli israeliani che viaggiavano sulle strade della Cisgiordania. Gli episodi sono avvenuti vicino a Nablus, Ramallah e Gerusalemme. In otto casi, veicoli e autobus israeliani sono stati danneggiati dal lancio di pietre o bottiglie incendiarie.

11). In Gaza, tra il 20 e il 23 aprile, gruppi armati palestinesi hanno lanciato razzi contro Israele. Successivamente, in un episodio, le forze israeliane hanno effettuato attacchi aerei, colpendo postazioni militari a Gaza. In Israele tre israeliani sono rimasti feriti mentre cercavano rifugio e sono stati segnalati alcuni danni. Un palestinese è stato ferito da razzi palestinesi caduti all’interno di Gaza. I raid aerei non hanno procurato alcun ferito, ma sono stati rilevati danni ai siti presi di mira e alle vicine proprietà civili, comprese quattro unità abitative. Il 24 aprile, a seguito di uno degli attacchi missilistici, le autorità israeliane hanno imposto un divieto di due giorni all’uscita da Gaza di 12.000 lavoratori o commercianti palestinesi titolari di permessi israeliani.

12). Il 4 maggio, a causa delle celebrazioni nazionali israeliane, le autorità israeliane hanno chiuso, per persone e merci, i valichi controllati da Israele; successivamente, adducendo problemi di sicurezza, le autorità israeliane hanno annunciato una proroga del divieto di uscita delle persone (con alcune eccezioni) fino a nuovo avviso. Al termine del presente rapporto, la chiusura del valico di Erez risulta essere la più lunga dall’escalation di maggio 2021 e impedisce l’uscita per motivi di lavoro, fino ad un massimo di 12.000 persone titolari di permessi israeliani. Il valico commerciale di Kerem Shalom è stato riaperto il 6 maggio, consentendo la normale circolazione delle merci in entrata e in uscita da Gaza.

13). Sempre nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale israeliana o al largo della costa, in almeno 50 occasioni le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento [verso palestinesi], presumibilmente per far rispettare le restrizioni di accesso [loro imposte]. In tre casi, tre palestinesi sono rimasti feriti dai colpi di arma da fuoco israeliani. Undici pescatori, tra cui tre minori, sono stati arrestati in mare e quattro barche da pesca sono state sequestrate.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

L’11 maggio, un’importante giornalista di Al Jazeera, Shireen Abu Aqla, mentre svolgeva un servizio giornalistico su un’operazione militare israeliana condotta nel Campo profughi di Jenin, è stata uccisa con arma da fuoco e un altro giornalista è rimasto ferito. Il Coordinatore Speciale e il Coordinatore Umanitario, facendo eco ai portavoce del Segretario generale ONU, hanno chiesto indagini tempestive e l’accertamento delle responsabilità relative alle circostanze della sua uccisione.

L’11 maggio, ad Al Bireh, Ramallah, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un ragazzo di 16 anni.

Il 13 maggio, nel Campo profughi di Jenin, nel corso di una operazione militare, un soldato israeliano è stato ucciso e un numero, ancora non definito, di palestinesi, feriti.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it