Indignazione dopo che un video fatto filtrare mostra un poliziotto israeliano sparare a un palestinese alla schiena

Yumna Patel

4 novembre 2019 – Mondoweiss

Le reti sociali palestinesi si sono scatenate durante il fine settimana in quanto la gente ha manifestato la propria indignazione riguardo a un video filtrato clandestinamente che mostra un poliziotto di frontiera israeliano che spara a un palestinese alla schiena mentre l’uomo si allontana dai poliziotti con le mani in alto.

Il video, girato l’anno scorso, è stato fatto filtrare durante il fine settimana e divulgato sabato al pubblico dal Canale 13 israeliano.

Le immagini mostrano poliziotti di frontiera israeliani che ordinano a un palestinese non identificato di girarsi e allontanarsi da loro, che si trovavano a un posto di controllo tra la Cisgiordania e Gerusalemme.

Corri”, dicono i poliziotti all’uomo, che allora si gira prontamente, alza le mani e si allontana in gran fretta da loro.

Pochi secondi dopo, mentre un poliziotto filma con il suo telefonino, un altro poliziotto spara una pallottola ricoperta di gomma, che può essere letale se sparata a corta distanza, colpendo l’uomo alla schiena. Allora questi cade a terra e lo si sente gridare di dolore.

Secondo Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] l’incidente è stato reso noto lo scorso anno durante un’inchiesta relativa ad un’altra vicenda che ha coinvolto poliziotti di frontiera che hanno picchiato un palestinese senza alcun motivo apparente.

La poliziotta incriminata, che avrebbe circa 20 anni, è stata arrestata insieme ad altre quattro colleghe e congedata dalla polizia di frontiera solo per essere poi arruolata come soldatessa nell’esercito per terminare il suo servizio di leva.

Il portavoce della polizia israeliana Micky Rosenfeld ha detto ai media che gli altri poliziotti di frontiera presenti alla scena sono stati “esonerati dal servizio e alcuni di loro sono stati trasferiti ad altra mansione.”

Secondo Haaretz, lo scorso ottobre, durante un’udienza in tribunale per il poliziotto, il giudice avrebbe affermato che a quanto pare egli avrebbe sparato al palestinese “come un modo discutibile per divertirsi.”

Il video mostra la gravità del cieco odio e del razzismo sionista,” ha affermato in un comunicato l’OLP, dicendo che “le vite e il sangue dei palestinesi sono diventati uno spasso per gli assassini.”

Su twitter la dottoressa Hanan Ashrawi [storica dirigente politica palestinese, ndtr.] ha manifestato la propria rabbia, scrivendo: “Volgare e crudele disumanità: l’orrore inammissibile quando un palestinese disarmato viene colpito a sangue freddo solo perché ‘prodi’ soldati israeliani possono farlo con impunità e per il proprio divertimento. Basta #IsraeliCrimes. #FreePalestine.”

Buona parte della frustrazione manifestata dai palestinesi sulle reti sociali durante il fine settimana non deriva solo dalla sparatoria, ma anche dal presunto scambio di parole tra i poliziotti che ne è seguito.

Secondo Haaretz, prove presentate durante l’udienza relative alla poliziotta hanno incluso messaggi di testo tra lei è la sua unità in cui si vantava della sparatoria.

Nel suo reportage Canale 13 ha citato l’avvocato della poliziotta sospettata mentre dice che lei non è responsabile dello sparo. Il reportage include anche uno scambio su Whatsapp che avrebbe avuto luogo tra un altro soldato maschio dell’unità e qualcuno che potrebbe essere la sua fidanzata.

Schermate circolate sulle reti sociali mostrano la presunta fidanzata del poliziotto chiedere se è arrivato, e lui risponde. “Sì, siamo al portone, ma che te ne pare dello sparo? Sono o non sono un professionista?”, e un emoticon con un braccio piegato [per mostrare i muscoli].

La sua fidanzata risponde: “Sì, amore mio, sei un professionista. Sii prudente!” insieme a un emoticon con un cuoricino.

Mondoweiss non ha potuto verificare l’autenticità di questi messaggi.

In seguito alle reazioni durante il fine settimana, domenica il ministero della Giustizia israeliano ha affermato che deciderà nelle prossime settimane se presentare una denuncia contro la soldatessa o no.

La sparatoria ha suscitato un’accesa reazione da parte di gruppi per i diritti e di palestinesi in Cisgiordania, dove tali incidenti sono diventati normali ai posti di controllo e in altre zone in cui ai soldati israeliani viene data la possibilità di esercitare il proprio controllo sui palestinesi.

Questa documentazione eccezionale mostra quello che purtroppo è un avvenimento frequente: le forze di sicurezza israeliane che colpiscono un palestinese senza alcuna ragione,” ha detto su twitter il portavoce di B’Tselem [organizzazione israeliana per i diritti umani, ndtr.] Amit Gilutz. “Questi esempi sono il diretto risultato della cultura di impunità promossa da Israele, che è fondamentale per la continuazione del suo controllo militare sui palestinesi.”

B’Tselem ha continuamente criticato l’esercito israeliano per la sua mancanza di responsabilizzazione dei soldati che quotidianamente violano i diritti umani dei palestinesi, affermando:

Questo è il comportamento standard del sistema di applicazione delle leggi militari, basato sulla consapevolezza che avallare – anche implicitamente – le evidenti infrazioni dei soldati agli ordini senza rendere nessuno responsabile è ciò che consente il continuo uso di forza letale. Questa forza è fondamentale per la possibilità di Israele di conservare il suo controllo violento su milioni di palestinesi.”

Yumna Patel è l’inviata di Mondoweiss in Palestina.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 15 – 28 ottobre 2019 (due settimane)

Le dimostrazioni collegate alla “Grande Marcia del Ritorno”, iniziate il 30 marzo 2018, si sono ripetute per l’80esima settimana consecutiva. Nel corso delle proteste settimanali [svolte nel periodo di riferimento del presente Rapporto], 335 palestinesi, tra cui 168 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane; non sono stati segnalati morti.

Dei 335 feriti, 68 (di cui 29 minori) sono stati colpiti con armi da fuoco. Fonti israeliane hanno riferito che contro le forze israeliane sono stati lanciati ordigni esplosivi improvvisati, bombe a mano e bottiglie incendiarie e che ci sono stati diversi tentativi di aprire brecce nella recinzione. Non sono stati registrati ferimenti di israeliani.

In almeno 28 occasioni, allo scopo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso, le forze israeliane hanno aperto il fuoco nelle aree della Striscia di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale e al largo della costa. Sono stati segnalati due feriti [palestinesi], uno dei quali un lavoratore. In altri due episodi, le forze israeliane hanno arrestato quattro palestinesi che, a quanto riferito, avrebbero tentato di infiltrarsi in Israele attraverso la recinzione perimetrale; due di loro erano minori. Le forze israeliane hanno effettuato quattro incursioni [entro la Striscia] e compiuto operazioni di spianatura del terreno nei pressi della recinzione perimetrale.

Il 18 ottobre, al checkpoint di Jubara (Tulkarm), le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un palestinese 25enne. Secondo le autorità israeliane, l’uomo avrebbe tentato di pugnalare un soldato israeliano, mentre, secondo Organizzazioni per i Diritti Umani, i soldati hanno sparato e ucciso l’uomo perché si era avvicinato ad un’area riservata del checkpoint, non rispettando l’ordine di fermarsi. Il suo corpo è ancora trattenuto dalle forze israeliane. Il 24 ottobre le forze israeliane hanno sparato gas lacrimogeni nella zona H2 (controllata da Israele) della città di Hebron. Come conseguenza, 70 palestinesi, tra cui 28 minori, avendo inalato gas, hanno avuto bisogno di cure mediche e sono stati trasportati in ospedale. La mattina seguente è morto un neonato palestinese.

In Cisgiordania, durante proteste e scontri, altri 134 palestinesi, tra cui almeno sette minori, sono stati feriti da forze israeliane [di seguito il dettaglio]. 52 feriti sono stati registrati a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante la manifestazione settimanale contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni di accesso e, a Turmus’ayya (Ramallah), durante una manifestazione contro gli attacchi al villaggio da parte di coloni israeliani e la recente installazione, sempre ad opera di coloni, di due strutture sulla terra del villaggio, vicino all’insediamento colonico di Shilo. Nel villaggio di Qaffin (Tulkarm), vicino a una porta della Barriera, in due casi distinti, le forze israeliane hanno sparato e ferito un palestinese e ne hanno aggredito fisicamente un altro; entrambi avevano tentato di attraversare la Barriera senza permesso. Nella città di Nablus, altri 51 palestinesi sono rimasti feriti in scontri con forze israeliane, avvenuti in seguito all’ingresso di coloni israeliani nel sito religioso della Tomba di Giuseppe. Altri 9 palestinesi sono rimasti feriti nel Campo profughi di Al Am’ari (Ramallah), in scontri verificatisi durante una “demolizione punitiva”, descritta in un successivo paragrafo. In un episodio separato, accaduto nel medesimo Campo, le forze israeliane hanno sparato e ferito un palestinese. Secondo resoconti di media israeliani, si sarebbe trattato di un tentativo di aggressione con auto, e l’uomo sarebbe stato colpito, dopo lo scontro, perché sospettato di avere con sé un oggetto sospetto. Fonti locali palestinesi hanno riferito che l’uomo si è schiantato accidentalmente contro una jeep militare. Non sono stati segnalati feriti tra le forze israeliane. Complessivamente, quasi la metà dei [134] feriti è stata curata per aver inalato gas lacrimogeno, il 38% perché colpito da proiettili di gomma e i rimanenti per aver subito aggressioni fisiche o ferite di arma da fuoco.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 79 operazioni di ricerca-arresto, arrestando 86 palestinesi, tra cui nove minori. La maggior parte delle operazioni sono state condotte nel governatorato di Hebron (23), seguono i governatorati di Ramallah e di Gerusalemme.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, o costretto le persone ad autodemolire, cinque strutture, sfollando dieci persone e causando ripercussioni di diversa entità su altre 19 [segue dettaglio]. Tre delle strutture colpite erano a Gerusalemme Est e due in Area C. Due di queste [cinque strutture] si trovavano nei quartieri di Beit Hanina e Jabal al Mukabbir (Gerusalemme Est), dove due famiglie palestinesi sono state costrette ad autodemolire una struttura abitativa in un caso, ed una di sostentamento nell’altro, provocando lo sfollamento per la prima famiglia e ripercussioni sulla sussistenza della seconda. A Gerusalemme Est, oltre un quarto delle demolizioni di quest’anno (52 su 178 strutture) sono state eseguite dagli stessi proprietari palestinesi, principalmente per evitare di pagare al Comune il costo della demolizione. La terza demolizione, effettuata dalle autorità israeliane a Gerusalemme Est, vicino al checkpoint di Qalandiya, riguardava due piani in costruzione, per otto appartamenti. Altre due proprietà [delle 5] sono state demolite in Area C, vicino al Campo profughi di Al ‘Arrub (Hebron); si trattava di strutture agricole e per animali. Il numero di strutture demolite finora in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, rileva un aumento di quasi il 35% rispetto al corrispondente periodo del 2018.

Il 24 ottobre, nel Campo profughi di Al Am’ari (Ramallah), in Area A [ad amministrazione palestinese], le autorità israeliane hanno demolito, per “motivi punitivi”, un edificio residenziale a tre piani in costruzione, colpendo quattro famiglie (tredici persone). La casa apparteneva alla famiglia di un palestinese che era stato accusato di aver ucciso, nel maggio 2018, un soldato israeliano durante un’operazione di ricerca-arresto; successivamente l’uomo era stato condannato all’ergastolo dalle autorità israeliane. Degli scontri scoppiati durante la demolizione è stato riferito sopra [nel 4° paragrafo]. Dall’inizio del 2019, per “motivi punitivi” sono state demolite sette case. Erano state sei nel 2018 e nove nel 2017.

In diverse aree della Cisgiordania, la raccolta delle olive è stata pesantemente disturbata dalla violenza di coloni israeliani: sono stati aggrediti e feriti due agricoltori [palestinesi], sono stati danneggiati 1.085 alberi e rubate diverse tonnellate di olive. Le Comunità colpite includevano Al Jab’a e Nahhalin (entrambe in Betlemme), Burin e Awarta (entrambe in Nablus), Kafr ad Dik e Yasuf (entrambe a Salfit) e Turmus’ayya (Ramallah). Sono stati inoltre segnalati numerosi altri episodi di lancio di pietre da parte di coloni nei confronti di agricoltori palestinesi. La raccolta delle olive, che si svolge ogni anno tra ottobre e novembre, è un evento chiave per i palestinesi, sia sul piano economico che sociale e culturale.

Cinque attacchi di coloni hanno provocato ferimenti e danni a proprietà palestinesi. Un palestinese è stato aggredito fisicamente e ferito da coloni israeliani nell’area controllata da Israele [zona H2] della città di Hebron. Oltre 40 veicoli e alcune case sono stati vandalizzati nei villaggi di Yatma (Nablus) e Deir Ammar (Ramallah). In altri due casi, verificatisi nei villaggi di Al Mughayyir (Ramallah) e Qusra (Nablus), è stato riferito che coloni israeliani hanno danneggiato una struttura agricola di proprietà palestinese, hanno spruzzato graffiti tipo “questo è il prezzo da pagare” e vandalizzato un cancello e serbatoi d’acqua. Finora, nel 2019, OCHA ha registrato 270 casi in cui coloni israeliani hanno ucciso o ferito palestinesi o danneggiato proprietà palestinesi; un numero un po’ più alto rispetto a quello del corrispondente periodo del 2018 (213 casi), ma più che doppio rispetto a quello del 2017 (124 casi).

Media israeliani hanno riportato tre episodi di attacchi con pietre e bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli di coloni israeliani; almeno tre veicoli hanno subìto danni. Finora, nel 2019, OCHA ha registrato 90 casi in cui palestinesi hanno ucciso o ferito coloni o altri civili israeliani oppure danneggiato le loro proprietà; un calo rispetto al numero di episodi avvenuti nei corrispondenti periodi del 2018 (141 casi) e 2017 (211 casi).

259

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




La nuova Gerusalemme, terra promessa o città mummificata?

Francesca Merz

23 ottobre 2019, Nena News

Il settore turistico non è visto dalle autorità israeliane solo come motore di sviluppo economico. Porta con sé la possibilità di controllare la narrazione e garantire la proiezione di Gerusalemme all’esterno solo come “città ebraica” e non più di città di tante civiltà

La città di Gerusalemme è meta da millenni di pellegrinaggi; crogiolo di culture e di religioni, per questa stupenda città sono passate culture millenarie, e qui i popoli si sono incontrati e scontrati per secoli. Sembra una storia antica, ma quanto mai attuale.

E’ proprio questa storia, o meglio, una parte di questa storia, al centro delle nuove politiche dello stato di Israele, politiche che, negli ultimi anni, hanno visto l’apertura al turismo come una delle principali azioni e strategie. La comunicazione nell’ultimo anno è stata, come sempre accade quando c’è Israele di mezzo, del tutto vincente, un video colorato e con persone di ogni carnagione è il marchio comunicativo della campagna “Visit Israel”, con immagini mozzafiato e vedute aeree dal drone. Apertura, interculturalità, capacità di essere internazionali e aprirsi al mondo, al turismo l’immagine che Israele mostra al mondo. Ma dietro questa promozione si celano alcuni retroscena. Tentiamo di analizzarli. Il piano di sviluppo turistico dello Stato ha in sé molte motivazioni.

Uno dei piani strategici presentati dallo Stato israeliano, il piano Marom, punta a sviluppare Gerusalemme come città turistica. Solo nel 2014, il Jerusalem Institute of Israeli Studies ha condotto 14 delle sue 18 ricerche di quell’anno nel settore turistico e le ha sottoposte al Comune di Gerusalemme, al Ministero di Gerusalemme e a quello degli Affari della Diaspora e all’Autorità di Sviluppo di Gerusalemme. Legato a questo, il governo israeliano ha stanziato 42 milioni di dollari per sostenere Gerusalemme come meta turistica internazionale, mentre il Ministero del Turismo dovrebbe allocare circa 21.5 milioni di dollari per la costruzione di hotel e ricettività. L’Autorità ha anche offerto specifici incentivi agli imprenditori e alle compagnie che costruiscono o ampliano alberghi a Gerusalemme e organizzano eventi culturali per attirare visitatori, come il Jerusalem Opera Festival, o eventi per l’industria del turismo, come il Jerusalem Convention for International Tourism. Promuovere il settore turistico è anche alla base del Jerusalem 5800 Master Plan che immagina Gerusalemme come “città globale, importante centro turistico, ecologico, spirituale e culturale mondiale” che attiri 12 milioni di turisti (10 milioni di stranieri e 2 di locali) e oltre 4 milioni di residenti.

foto di Michele Giorgio

Il quartiere palestinese di Silwan (foto di Michele Giorgio)

Per rendere Gerusalemme “l’attrazione turistica del Medio Oriente”, il piano punta a aumentare gli investimenti privati e la costruzione di hotel, la costruzione di giardini-terrazza e parchi e la trasformazione di aree che circondano la Città Vecchia con la costruzione di alberghi, e vietando la circolazione delle auto. Il piano prevede la costruzione di un aeroporto nella valle di Horkania, tra Gerusalemme e il Mar Morto, per servire 35 milioni di passeggeri all’anno. L’aeroporto sarà collegato con strade e ferrovie a Gerusalemme, all’aeroporto Ben Gurion e altre città. Il Jerusalem 5800 tenta di presentarsi come piano che promuove “la pace attraverso la prosperità economica” ma ha obiettivi demografici che dimostrano il contrario. Prevede infatti che i 120 miliardi di dollari di valore aggiunto dall’attuazione del piano, insieme ai 75-85mila impiegati negli alberghi e i 300mila nelle industrie dell’indotto, attireranno più israeliani ebrei a Gerusalemme, aumentandone il numero e facendo pendere la bilancia demografica ebrei-arabi a favore dei primi. Tuttavia il settore turistico non è visto solo come motore di sviluppo economico per attrarre ebrei in città. Lo sviluppo turistico porta con sé la possibilità di controllare la narrazione e garantire la proiezione di Gerusalemme all’esterno come “città ebraica” (vedi la mappa ufficiale della Città Vecchia del Ministero del Turismo). Israele ha per tale ragione irrigidito le misure per chi lavora come guida turistica: le guide non assumono come unica la narrazione israeliana e che tentano di dare un’analisi alternativa e critica della situazione possono perdere la licenza. Questi piani per promuovere l’industria del turismo israeliana vanno di pari passo con le restrizioni imposte da Israele allo sviluppo della stessa industria palestinese a Gerusalemme Est.

Tra gli ostacoli posti: l’isolamento di Gerusalemme Est dal resto dei Territori Palestinesi Occupati, specialmente dopo la costruzione del Muro, e la conseguente fortissima contrazione del turismo arabo, le alte tasse; le restrizioni nel rilascio dei permessi per la costruzione di hotel a non ebrei, o la conversione di edifici in alberghi; e le difficili procedure per ottenere licenze per gli uomini d’affari palestinesi. Questi ostacoli, insieme ai milioni di dollari che vengono versati nel mercato turistico israeliano, fanno sì che l’industria turistica palestinese non abbia speranza di competervi.

Ma lo sviluppo del settore turistico, e di un particolare tipo di turismo, come vedremo nella seconda parte dell’articolo, con il conseguente fenomeno della gentrificazione della città, o meglio della sua mummificazione, risultano essere un ulteriore strumento di apartheid. Il boom turistico di Israele negli ultimi anni, culminato con i recenti accordi con molteplici scali internazionali e con le compagnie low coast, come la RyanAir, pare rientrare alla perfezione in quel meccanismo di controllo dei flussi turistici e soprattutto nella necessità di controllare la narrazione data ai turisti. L’ormai fortissimo Stato Israeliano, dopo anni di chiusura e controlli serrati verso l’esterno, ha così aperto i flussi incentivando un turismo di massa, gestito dalle grandi compagnie e organizzazioni israeliane, facilmente controllabile nei suoi percorsi cittadini, molto facilmente indottrinabile, e con usi e consumi tendenzialmente occidentali (i nuovi scali prevedono l’intensificazione delle partenze dall’Europa), e quindi pronti a riversarsi nei centri commerciali e nei locali USA style. Un significativo dibattito sul fenomeno della mummificazione o desertificazione di Gerusalemme sta quindi prendendo piede; il fenomeno, va detto, è quanto mai noto nelle nostre città, spesso si affronta il tema per luoghi come Firenze o Venezia, ma Gerusalemme non è un luogo come un altro, e non solo per la sua storia millenaria, ma perché terreno di uno dei conflitti sociali, economici e culturali più noti ma meno conosciuti del mondo.

LA “MUMMIFICAZIONE” DELLA CITTA’

Il dibattito internazionale su flussi turistici e desertificazione dei centri è molto ben esplicitato in un termine assai appropriato, ossia la “mummificazione” delle città , ovvero la capacità del turismo di massa di uccidere la città, nella loro essenza, memoria, capacità di rigenerazione sociale, svuotandole di vita, privandole dell’interiore, facendole diventare un immenso parco a tema,  in una sorta di tassidermia urbana. Molta buona politica internazionale sta cercando di porsi il problema e di porre le basi per un suo potenziale superamento, non è questa la sede per ricapitolare le esperienze e i metodi utilizzati da città come Amburgo, Barcellona, Londra, Bruges per tentare di sovvertire questo meccanismo, ma è la sede per ricordare che questo meccanismo è ben noto.  In Israele il meccanismo non solo non si sovverte, ma anzi, proprio questo processo risulta utilissimo per svuotare le città occupate, Gerusalemme su tutte (ma anche città come Nazareth e Betlemme) della propria memoria storica, del proprio commercio, delle attività culturali, degli spazi pubblici, di gioco, di vita, insomma degli spazi della comunità, per fare spazio a “servizi per il turista”; tutto ciò, ovvero la memoria storica, gli spazi della comunità, gli antichi esercizi commerciali coincidono in questa parte di mondo alla memoria del popolo palestinese. Con un’unica grande operazione di richiamo turistico Israele è riuscita dunque a aumentare notevolmente gli introiti in relazione al settore ricettivo, e distruggere una storia non più utile a fini propagandistici. Gerusalemme è una città di pellegrinaggi, abituata da secoli a ricevere l’arrivo di persone di ogni religione, ed è esattamente esaltando questo processo che Israele ha basato la sua narrazione di “accoglienza turistica” ratificando accordi con compagnie low cost che consentono l’arrivo a Tel Aviv con prezzi assolutamente competitivi, dagli 80 ai 100 euro andata e ritorno dai maggiori aeroporti italiani, ad esempio. La creazione di un turismo di massa consente di esercitare una pratica ben nota allo Stato israeliano, ovvero il controllo di gruppi su vasta scala, gruppi che hanno le caratteristiche del turismo inconsapevole: necessità di una guida che li porti in percorsi specifici ben conosciuti alle autorità e precedentemente “ripuliti” dalla presenza della cultura non utile a fini propagandistici, necessità di viaggi organizzati da tour operator, totale interdipendenza dei partecipanti che si muovono in gruppi praticamente privi di autonomia di movimento, incanalati in percorsi di facilissimo controllo.

Il boom turistico di Gerusalemme ha in qualche modo giustificato, come avviene in molte città del mondo, la creazione di servizi specifici per questa tipologia di turismo organizzato. Il processo ha ingenerato risultati scontati: in nome del decoro, del combattimento del degrado, della necessità di creare parcheggi per i grandi bus turistici, e della creazione di direttrici adatte al turismo di massa, Gerusalemme si è trasformata in una zona rossa permanente, il principio è quello di eliminare tutto ciò che è legato alla storia comunitaria, alla cittadinanza attiva, ai servizi per il cittadino, alle pratiche dell’abitare, per trasformare con più velocità possibile Gerusalemme da città di vita dei suoi abitanti e della sua storica comunità, a “città museo” a cielo aperto, con la peculiarità che quel museo sarà esclusivamente gestito dagli israeliani, così come da loro è gestita la totalità dell’incoming turistico, anche solo perché detengono il controllo dell’unico scalo aereo. Al meccanismo di controllo si somma il fatto che, controllando le masse di turismo in entrata, il governo israeliano può controllare nel dettaglio anche la narrazione sulla città, sulla storia, sui siti archeologici, ampliando così in maniera velocissima la propria “pubblicità” e raccontando la propria versione della storia, ad una sempre crescente quantità di persone. I percorsi turistici concepiti nel nuovo piano della Gerusalemme occupata raccontano una storia parziale, per usare un eufemismo, riesumando “prove” archeologiche che non tengono conto della stratificazione delle civiltà ma solo quelle che risultano utili per la narrazione imposta.

La prima e più banale delle modifiche, è stata una vera e propria modifica del giro della città, e della sua storica entrata. I grandi bus turistici si fermano ora nel grande parcheggio organizzato vicino alla porta di Jaffa, a sua volta porta di riferimento della Gerusalemme sotto il controllo israeliano, mentre la porta da cui tutti i pellegrini nei secoli sono entrati e hanno considerato come principale, ovvero la Porta di Damasco, unica porta che porta direttamente all’antico suq (o meglio a quel poco che ne sta rimanendo), sta diventando una porta secondaria, quasi un passaggio “esotico” per turisti che amano il brivido, con orde di turisti totalmente inconsapevoli che passano per quelle vie, quasi che quei piccoli brandelli di vita reale fossero attori, comparse dai tratti orientali in una terra ormai fatta di centri commerciali a sei piani. L’intento, da qui a qualche anno, così come sta già avvenendo, è di non far più passare i turisti per locali e luoghi frequentati e gestiti da palestinesi, questo ovviamente ha un duplice riscontro in termini economici: le tipologie di commercio storiche, gestite dai palestinesi, erano servizi per la cittadinanza, si tratta di panifici, piccoli fruttivendoli, negozi che riparano scarpe, artigiani; Israele, lavorando attivamente per incentivare il turismo di massa, cambia la toponomastica della città in modo da indirizzare i flussi per nascondere del tutto l’esistenza dei palestinesi, e aumentare esponenzialmente il fenomeno di mummificazione della città, ottemperando, in questo meccanismo, nel medesimo momento a più obiettivi, da un lato quello di arricchire esponenzialmente i centri commerciali e i nuovi negozi che nascono ad uso e consumo dei turisti a Gerusalemme, dove i turisti si sentono coccolati da forme e marche che conoscono, da fast food internazionali, marchi vegan, locali fusion, uguali in tutto il mondo, dall’altra parte distruggere una parte sostanziale della memoria di una città millenaria, legata, chiaramente, al popolo palestinese. Jaffa street, con i suoi Mall e le sue catene di fast food ci fa sentire coccolati da ciò che conosciamo, molto più che la visita alla porta di Damasco e al suq. In questa parte di città, tra le viuzze dimenticate, vedreste negozi chiusi, anziani sarti palestinesi che resistono all’ondata di affaristi e speculatori, passando le proprie giornate in negozi vuoti, senza più clienti, senza più una comunità, senza più una vita, per il solo dovere della resilienza, quel “sumud” che riempie gli occhi di lacrime a quegli uomini e quelle donne che Gerusalemme se la ricordano come il luogo magico che doveva essere settanta anni fa, con l’oro delle sue mura, i suoi vicoli riparati dal sole, il senso incombente di eternità, il silenzio delle tre di pomeriggio interrotto solo dalle urla dei bimbi che escono dalla scuola, scene che possono essere viste solo uscendo dai percorsi turistici, scene che potrete ancora vedere in alcuni vicoli stretti e dimenticati della Gerusalemme  Est,  nelle pochissime scuole palestinesi rimaste, scuole i cui muri sono coperti dal filo spinato, perché costantemente bersaglio delle rappresaglie di coloni.

La mummificazione della città, il suo svuotarla della vita, è un meccanismo fisiologico di ogni massiccia turisticizzazione cittadina, un fenomeno studiato nel dettaglio dall’autorità Israeliana, e utilizzato esattamente alla stregua di quei meccanismi di controllo di cui parla diffusamente Neve Gordon nel testo dedicato all’ occupazione israeliana, un controllo non solo sulle masse palestinesi, ma, ora, anche sulle masse provenienti da fuori, per un indottrinamento subito in maniera del tutto inconsapevole dai turisti che percorrono le vie di Gerusalemme.

Il progetto ovviamente non si limita a Gerusalemme, ma va ben oltre, sono inserite all’interno dei tour anche cittadine quali Nazareth, Betlemme o Gerico, che si trovano in Palestina. Il refrain con il quale vengono promossi tutti questi luoghi è sotto l’egemonia del marchio “Visit Israel”, in quel processo di appropriazione di terre, culture e spazi vitali, che vede ora nel turismo di massa una delle armi più subdole e vincenti.  Nena News




Gerusalemme: la Disneyland d’Israele

Francesca Merz

22 ottobre 2019, Nena News

Il primo di due articoli di Francesca Merz sulle trasformazioni in corso nella Città Santa: parte del progetto di turistizzazione e mercificazione messo in piedi dal governo israeliano è una funivia che attraverserà, ignorandoli e stravolgendoli, i quartieri palestinesi. Con uno fine chiaramente politico.

Ci sono argomenti di dibattito internazionale che non trovano nemmeno una riga scritta in italiano, da nessuna parte, uno di questi riguarda il futuro dello skyline di Gerusalemme. Argomento certamente di grande interesse sotto il profilo dello storico dell’arte, dell’architetto, del paesaggista, ma, soprattutto, vero e proprio grande tema politico.

Nell’ambito del grande piano per la turisticizzazione di Gerusalemme, e contestualmente della necessità di controllare i flussi in arrivo, non solo nella fase di accesso al Paese, ma soprattutto negli itinerari e nei luoghi ai quali i turisti possono accedere, di lavorare col turismo di massa, e di concretizzare al massimo le entrate derivanti da un turismo facilmente indottrinabile, sono in ponte nuovi progetti: il National Infrastructure Committee (NIC) ha approvato la richiesta del piano per la costruzione di una funivia nella Città Vecchia. Il progetto, che andrà a modificare il maniera sostanziale l’aspetto della città, avrà ripercussioni economiche, culturali e politiche per la Città Vecchia e non solo.

La ratifica del progetto è avvenuta in un modo quanto mai anomalo, promossa dal Ministro del Turismo Yariv Levin e dall’Autorità per lo Sviluppo di Gerusalemme (JDA), in una prima fase sono stati stanziati 18 milioni di shekel, destinati alla pianificazione. Con un colpo di coda atto a bypassare le commissioni per la conservazione dello stesso stato israeliano, il Ministero del Turismo ha deciso di dare la precedenza a questo progetto definendolo una “priorità nazionale”, una categoria che di solito è riservata all’avanzamento di progetti infrastrutturali e costruzioni stradali, aggirando così efficacemente i comitati destinati a elaborare tali progetti. La funivia è stata definita dal National Infrastructure Committee (NIC) come un progetto di trasporto progettato per ridurre la congestione delle strade che portano alla Città Vecchia.

Nella prima fase il percorso della funivia comprenderà tre stazioni: dal sito della Prima stazione a Monte Sion, e da lì al Kedem Center all’ingresso di Silwan. Verrà inoltre costruito un grande parcheggio per lasciare autobus e auto. Il piano a lungo termine, non attualmente approvato, comprenderà invece la costruzione di stazioni sul Monte degli Ulivi e vicino alla piscina Siloam ai margini del Wadi e nel quartiere Hilweh di Silwan.

La maggior parte dei problemi di pianificazione sembrano concentrarsi tra la stazione di Sion e il centro Kedem. Al centro del dibattito, se dibattito si può chiamare la scelta di uno Stato occupante nei confronti della popolazione palestinese che vive in questi quartieri, è che la costruzione di queste nuove stazioni comporterebbe la demolizione di alcuni piani superiori di case del quartiere di Silwan.

Il Kedem Center, così come progettato andrà a diventare l’edificio più grande della Città Vecchia, con una superficie complessiva di 15.000 metri quadrati, situato a soli 20 metri dalle mura della Città Vecchia. Il fatto che questo progetto, il cui impatto sul paesaggio storico di Gerusalemme sarà drastico e irreversibile sia stato posto nei termini della “priorità nazionale” fa chiaramente intravedere gli interessi politici ed economici che ne stanno alla base, e dovrebbe, aldilà della preoccupazione per gli abitanti delle zone interessate alle demolizioni, allertare tutta la comunità internazionale.

Molti esperti di conservazione e architetti, stanno protestando contro la “Disneyfication” del bacino storico della città, tanto che è arrivato ad occuparsi del caso anche il New York Times, nella figura di Michael Kimmelman, giornalista e principale critico d’arte del quotidiano statunitense.

Kimmelman è arrivato in Israele a metà luglio sulla scia di una petizione internazionale proprio contro il piano per la costruzione della funivia: trentacinque importanti architetti e storici dell’architettura della comunità internazionale si sono uniti ai loro colleghi e alle società di conservazione dei beni culturali in Israele per esprimere la loro veemente opposizione al progetto.

Come indica in maniera assai precisa nel suo articolo la funivia di Gerusalemme non è la soluzione di trasporto funzionale che i suoi sostenitori sostengono che sarà, ma un chiaro prodotto della realtà politica nell’Israele del 21° secolo, le ragioni che stanno alla base della “necessità nazionale”, sono come sempre politiche ed ideologiche, mascherate da necessità di sviluppo e progresso. Kimmelman ha capito che le ragioni sono soprattutto di natura politica, con lo scopo di nascondere il carattere universale della città, in modo che “curi una narrazione specificamente ebraica di Gerusalemme, promuovendo le rivendicazioni israeliane sulle parti arabe della città”.

Dal suo punto di vista, la funivia – che ignora l’esistenza del villaggio arabo di Silwan, dove verrà eretto uno dei suoi giganteschi piloni, rappresenta l’approccio generale del governo israeliano verso i palestinesi, come parte di una brutale strategia che ha lo scopo di rendere la vita difficile, impadronirsi delle proprietà dei palestinesi e infine costringerli a lasciare la città.

Un altro principio che deriva dall’articolo di Kimmelman e sul quale è necessario soffermarsi è nella stessa concezione del progresso infrastrutturale della città di Gerusalemme portato avanti dalle autorità israeliane, ovvero quello che lui stesso chiama il metodo “taglia e incolla”: le idee vengono importate in Israele in modo avventato, senza alcun riferimento ai singoli contesti locali, e in maniera specifica con la mal celata necessità di eliminare gli spazi per i cittadini, in una tensione costante verso la mercificazione e dysneyzzazione della città.

La violazione delle restrizioni sui grattacieli in tutte le parti della città, che è destinata, in parte, a trasformare l’ingresso di Gerusalemme in un enorme blocco di edifici per uffici e centri commerciali con torri di vetro a 40 piani è solo uno dei tanti esempi di pianificazione del “taglio” da Singapore o Jakarta e “incolla” a Gerusalemme. Inoltre è stata la stessa Shira Talmi Babay, pianificatore distrettuale, ad aver dichiarato a TheMarker che Singapore è il modello di pianificazione adeguato per Gerusalemme.

Dell’esperienza di Kimmelman è importante notare il fatto che l’esperto è andato anche in visita in campi profughi, e qui, uno dei più grandi esperti di urbanistica e arte internazionale, ha rilevato come in totale assenza di pianificazione si siano costituite, grazie ad un’architettura spontanea, spazi di comunità legati alla visione della cittadinanza e non orientati solo ai flussi turistici e alla mercificazione della città.

I pianificatori israeliani hanno totalmente dimenticato, come sottolinea lo stesso Kimmelman, di dover fornire non solo alloggi, ma anche “spazio comune”, al fine di evitare la sensazione di vivere in quartieri fantasma alienati, e se è vero, come è vero, che il problema è ben noto in molte città, il fatto che la repressione di spazi comunitari vada a incidere proprio sulla possibilità di riunione, manifestazione e condivisione delle comunità storiche non può non portare all’attenzione internazionale di come la pianificazione in ottica di disneyficazione della città contribuisca anche al principale scopo politico dello Stato sionista. I quartieri in difficoltà sono stati del tutto ignorati, i danni in termini sociali ed ecologici sono già incalcolabili.

Inoltre, la costruzione della funivia, avrà un ulteriore vantaggio per la narrazione, la tipologia stessa di trasporto andrà a modificare i flussi turistici e in particolare i luoghi toccati da questi flussi. E’ sentore comune e condiviso che la fruizione stessa di un complesso storico possa essere garantita al meglio entrando in una città storica attraverso le sue storiche entrate, che nel tempo, per l’appunto ne hanno caratterizzato l’evoluzione urbanistica e la fruizione, la funivia è invece destinata a “scaricare” i suoi passeggeri nel Kedem Center. L’ingresso alla Città Vecchia avverrebbe a quel punto necessariamente tramite tunnel o attraverso Dung Gate.

Va ricordato che il Kedem Center, che  diventerebbe a quel punto il luogo di accesso a tutta la città Vecchia, appartiene alla Fondazione Elad, Fondazione nazionalista ebraica. Non è difficile comprendere come la costruzione stessa della funivia si identifichi con l’acquisizione ebraica di Silwan, poiché essa sarà gestita da coloni o entità nazionaliste, e terminerà la sua corsa nel grande centro Kedem, è dunque abbastanza scontato e ragionevole supporre che pochi palestinesi useranno i servizi della funivia.

Va inoltre detto che, divenendo il Centro il principale accesso alla città Vecchia, pare allo stesso modo del tutto probabile che l’accesso alla città sarà a pagamento tramite il Kedem Center, che le guide che partiranno dal Kedem Center realizzeranno speciali visite per le carovane di turisti in arrivo con percorsi di racconto molto specifici; già ora tutti i percorsi turistici, i pannelli esplicativi in giro per la città, e il racconto della cosiddetta “Città di Davide” dimentica ad esempio di raccontare la presenza di cristiani e musulmani a Gerusalemme.

Verrà così a essere costituita una nuova rotta di trasporto turistico, con una capacità di 3.000 persone all’ora per la Città Vecchia e capace di produrre enormi profitti per i gestori che determineranno percorso e suoi contenuti. Gli organismi che trarranno vantaggio da questo progetto saranno Elad, che gestisce la città di David e il Centro Kedem, e la Western Wall Heritage Foundation, che gestisce i tunnel del Muro occidentale, inoltre sarà l’ennesima esperienza indirizzata dal nazionalismo israeliano, i visitatori non saranno più liberi di muoversi all’interno di un tessuto urbano occupato e diversificato, ma saranno “incanalati” in siti come i tunnel della città di David e del muro occidentale dove, oltre ad addebitare un vero e proprio costo d’entrata alla città, il turista sarà anche indirizzato ancor di più verso una narrazione “chiusa”, modellata secondo le opinioni nazionali e religiose, basate putativamente su reperti archeologici selezionati tra quelli trovati,  nascondendo del tutto le parti non ebraiche del passato di Gerusalemme. Nena News




L’ambasciatore USA afferma che evacuare le colonie della Cisgiordania “sarebbe un sicuro disastro”

Yumna Patel

17 ottobre 2019 – Mondoweiss

Giovedì l’ambasciatore USA in Israele David Friedman ha detto al sito di notizie in rete “Arutz Sheva” [legato ai coloni sionisti religiosi, ndtr.] di ritenere che lo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme “abbia promosso la pace” e che “lo sradicamento” di ebrei o arabi nel caso di un piano di pace USA nella regione sarebbe “inumano”.

In una lunga intervista con il sito di notizie, che si occupa di argomenti che vanno dalla guerra del 1967 all’Iran, a Freidman è stato chiesto del fantomatico piano di pace del presidente Donald Trump e del futuro status delle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata.

È una parte molto importante del piano,” ha detto Friedman. “Vista l’esperienza dell’evacuazione da Gaza non credo che un piano realistico e praticabile possa prevedere che qualcuno, ebreo o arabo, venga obbligato a lasciare la propria casa.”

Riferendosi apparentemente alla vecchia posizione dei palestinesi e della comunità internazionale secondo cui ogni piano di pace dovrebbe richiedere che alcune delle centinaia di colonie in Cisgiordania vengano evacuate, Friedman ha affermato che “sarebbe un sicuro disastro”.

Quindi non riteniamo che un’evacuazione forzata sia realizzabile. E lo dico sia dal punto di vista degli ebrei che degli arabi,” ha continuato Friedman.

Né l’intervistatore né Friedman hanno fatto menzione delle centinaia di migliaia di palestinesi espulsi a forza dalle loro case nel 1948 e nel 1967, e dei continui tentativi di Israele di trasferire con la forza comunità palestinesi come i beduini di Khan al-Ahmar.

Quando gli viene chiesto: “Nessuna espulsione?” Friedman ha risposto affermando che è stato “francamente un processo inumano – parlando di ebrei e di arabi.”

Nel 2006 è fallito, ha prodotto una reazione estremamente contraria tra gli israeliani. Penso sia una politica fallimentare, e non qualcosa che potremmo proporre,” ha detto, in riferimento all’evacuazione delle colonie israeliane illegali da Gaza a metà degli anni 2000.

Friedman ha manifestato la speranza di espandere la sovranità israeliana su Gerusalemme occupata, le Alture del Golan e la Cisgiordania, affermando “abbiamo fatto enormi progressi su Gerusalemme – se non il 100% del ritorno a casa, siamo al 95%.”

Il Golan era raggiungibile al 100% nei termini del riconoscimento del presidente”, ha affermato, lodando la decisione di Trump all’inizio dell’anno di riconoscere il territorio siriano occupato come parte di Israele.

Ha anche apprezzato il “progresso che abbiamo fatto” nella Cisgiordania occupata ed ha manifestato la speranza che “anche se non accettato immediatamente” gli USA possano promuovere un piano che “lavori per lo Stato di Israele e per la regione, che i palestinesi possano accettare e che porti la pace nella regione.”

Friedman ha proseguito elogiando la guerra del 1967, che diede come risultato l’espulsione di altre centinaia di migliaia di palestinesi e l’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme est, come “una data straordinaria per Israele e per il mondo.”

Da quando è stato nominato ambasciatore, Friedman è stato una figura molto controversa tra i palestinesi e i loro sostenitori.

Strenuo sostenitore del movimento di colonizzazione, Friedman ha provocato polemiche all’inizio dell’anno, quando ha detto di credere che Israele abbia il diritto di annettere parti della Cisgiordania – una proposta che, pur illegale in base al diritto internazionale, negli ultimi mesi ha ripreso molto vigore nella politica israeliana dominante.

Friedman, ex-curatore fallimentare di Trump, è anche stato presidente di “American Friends of Beit El Yeshiva” [Amici Americani della Yeshiva di Beit El] – una ong che appoggia la colonia illegale di Beit El, nei pressi di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, dove il suo nome compare su vari edifici della colonia, direttamente finanziati dalla sua organizzazione.

Yumna Patel

Yumna Patel è la corrispondente in Palestina per Mondoweiss.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un giudice multa i promotori di una petizione contro la vendita di armi di Israele alle Filippine

Orly Noy

17 ottobre 2019 – +972

Un giudice condanna i promotori di un ricorso, che hanno fatto causa al governo nel tentativo di porre fine all’esportazione di armi nelle Filippine, a pagare una multa, mandando un chiaro messaggio a quanti protestano contro la complicità di Israele con alcuni dei regimi più repressivi al mondo

Giovedì la giudice Gilia Ravid, del tribunale distrettuale di Tel Aviv, ha emesso una sentenza su un ricorso presentato dall’avvocato per i diritti umani Eitay Mack per conto di più di 50 attivisti per i diritti umani che chiedono che Israele smetta di esportare armi alle Filippine. Come avviene di solito nel caso di ricorsi di questo genere, l’udienza si è tenuta a porte chiuse e la sentenza è stata tenuta segreta. Tuttavia, con un’iniziativa inusuale, il giudice ha imposto ai ricorrenti il pagamento di 10.000 shekel (circa 2.500 euro) per le spese legali – l’unica parte della sentenza di cui è stata autorizzata la pubblicazione. 

In risposta alla richiesta dello Stato in questo senso, l’udienza si è tenuta a porte chiuse “per evitare danni alla sicurezza dello Stato e alle relazioni internazionali.” Mentre questa è la norma per simili processi, non si può fare a meno di chiedersi la ragione che ci sta dietro e la reale efficacia di una richiesta simile, dato che la maggior parte delle prove presentate dai ricorrenti era già di dominio pubblico ed è stata riferita sia dai media israeliani che internazionali.

Il ricorso era basato su comunicati stampa ufficiali delle autorità filippine che elencano in dettaglio le forniture di armi da Israele. Le prove includono post sulla pagina Facebook della polizia e della guardia costiera filippine e di un’industria bellica che agevola le vendite da Israele, oltre a informazioni ufficiali pubblicate dalla polizia filippina, dal ministero della Difesa e da fonti di informazione ufficiali.

Nel settembre 2019, durante la sua visita in Israele, il presidente filippino Rodrigo Duderte ha ammesso di aver ordinato alle forze di sicurezza di acquistare armi solo da Israele, dato che, a differenza di Stati Uniti, Germania e persino Cina, Israele non pone nessuna restrizione sul suo traffico d’armi. Ha fatto questa dichiarazione durante una conferenza stampa a Gerusalemme, davanti al presidente israeliano Reuven Rivlin e a molti leader mondiali.

Non è neppure un segreto come il governo di Duderte utilizzi queste armi. Secondo i gruppi per i diritti umani, da quando nel giugno 2016 Duderte ha preso il potere, la polizia e le milizie filippine che con essa collaborano hanno ucciso senza un regolare processo almeno 12.000 persone come parte della “lotta alla droga” del regime.

Se tutte le informazioni del ricorso sono note e disponibili all’opinione pubblica, perché l’udienza si è svolta a porte chiuse? E perché non è stato reso pubblico il verdetto del giudice? Come sempre la parola magica è “sicurezza dello Stato”, sufficiente a rendere i giudici acquiescenti nei confronti della volontà dei servizi di sicurezza e del governo. L’ufficio del pubblico ministero del distretto, che rappresenta lo Stato, ha argomentato a favore del silenzio stampa affermando che, dato che lo Stato non può rispondere pubblicamente all’azione legale, il suo silenzio potrebbe essere mal interpretato dai media.

Ciò presuppone che i mezzi di comunicazione israeliani abbiano un qualche interesse in questo tipo di denunce. Storicamente i media locali non hanno mai sfidato la pesante censura dello Stato su informazioni riguardanti le vendite di armi ad alcuni dei regimi più repressivi al mondo, nonostante il fatto che i ricorsi siano stati presentati in “tempo reale”, e che i Paesi che comprano le armi stiano commettendo gravi violazioni dei diritti umani, crimini di guerra e contro l’umanità.

Altrettanto irragionevole della decisione del tribunale di accogliere la censura sul caso è la decisione della giudice Ravid di imporre un’ammenda ai promotori. Ciò manda un chiaro e sconfortante messaggio all’opinione pubblica: “Siete stati avvertiti: protestare ha un prezzo.”

Questo tipo di ricorsi viene presentato con un’intrinseca mancanza di equilibrio dei poteri, perché lo Stato presenta i suoi documenti al tribunale senza notificarli alla parte avversa,” ha detto Mack. “Il tribunale ora è andato oltre, punendo i cittadini che hanno esercitato il proprio dovere civico cercando di impedire la complicità del loro Paese in crimini contro l’umanità,” ha aggiunto.

Secondo Mack i promotori hanno quasi finito di raccogliere di fondi necessari per coprire le spese legali imposte dal tribunale. “Ho avuto l’appoggio di ogni gruppo sociale, veramente da tutti, compresi personaggi di destra che stanno facendo una lotta per proprio conto su questo problema,” ha affermato.

C’è qualcosa di anacronistico riguardo alle ripetute richieste da parte dei ministeri degli Esteri e della Difesa dell’imposizione del silenzio stampa. L’opinione pubblica percepisce questo comportamento come rivoltante. I ministeri possono anche vincere la battaglia, però stanno perdendo la guerra. Nessun divieto può cancellare le orribili immagini che arrivano dalle Filippine,” ha aggiunto Mack.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call [edizione in ebraico di +972, ndtr.]

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’ultima àncora di salvezza: la vera ragione dell’appello di Abbas alle elezioni

Ramzy Baroud

14 ottobre, 2019 – Middle East Monitor

L’appello alle elezioni nei territori occupati da parte del Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese [ANP] Mahmoud Abbas è uno stratagemma politico. Non ci saranno elezioni veramente democratiche sotto la leadership di Abbas. La vera domanda è: innanzitutto, perché lo ha fatto?

Il 26 settembre Abbas ha scelto la sede politica più importante al mondo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per proporre “elezioni generali in Palestina – in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza.”

Il leader palestinese ha fatto precedere al suo annuncio una nobile enfasi sulla centralità della democrazia nei suoi pensieri. “Fin dall’inizio abbiamo creduto nella democrazia come fondamento della costruzione del nostro Stato e della nostra società”, ha detto con inconfondibile disinvoltura. Ma, a conti fatti, è stata solo Hamas a rendere impossibile la missione democratica di Abbas – non Israele, e certo non il retaggio antidemocratico, evidente e corrotto della stessa ANP.

Al suo rientro da New York Abbas ha creato una commissione il cui compito, secondo i media ufficiali palestinesi, è di svolgere consultazioni con varie fazioni palestinesi riguardo alle elezioni che ha promesso.

Hamas ha immediatamente accettato l’invito alle elezioni, pur chiedendo maggiori delucidazioni. La principale richiesta del gruppo islamico, che controlla la Striscia di Gaza assediata, è di svolgere elezioni che comprendano contemporaneamente il Consiglio Legislativo Palestinese (CLP), la presidenza dell’ANP e soprattutto il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP) – la componente legislativa dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

Mentre l’OLP è caduta sotto lo stretto controllo di Abbas e di una cricca interna al suo stesso partito Fatah, le altre istituzioni hanno operato senza alcun mandato democratico e popolare per quasi 13 anni. Le ultime elezioni del CLP si sono tenute nel 2006, seguite da uno scontro tra Hamas e Fatah che ha portato all’attuale rottura politica tra i due partiti. Quanto al mandato di Abbas, anch’esso è scaduto nel 2009. Ciò significa che Abbas, che apparentemente crede “nella democrazia come fondamento della costruzione del nostro Stato”, è un presidente che regna in modo antidemocratico senza alcun mandato per governare i palestinesi.

Non è che i palestinesi rinuncino a esplicitare i propri sentimenti. Più volte hanno chiesto ad Abbas di andarsene. Ma l’ottantatreenne è deciso a rimanere al potere – per quanto si possa definire ‘potere’ sotto il giogo dell’occupazione militare israeliana.

L’opinione prevalente dopo la richiesta di Abbas di elezioni è che, date le circostanze, una simile impresa sia semplicemente impossibile. Tanto per cominciare, dopo aver ottenuto il riconoscimento degli USA di Gerusalemme come capitale, è difficile che Israele permetta ai palestinesi di includere Gerusalemme est occupata in qualunque futura votazione.

D’altro lato, è probabile che Hamas rifiuti l’inclusione di Gaza nelle elezioni se esse fossero limitate al CLP e escludessero la carica di Abbas e il CNP. Senza un voto per il CNP la riorganizzazione e la rinascita dell’OLP resterebbero fantomatiche, un’opinione condivisa da altre fazioni palestinesi.

Essendo consapevole di questi ostacoli, Abbas sa già che le possibilità di reali elezioni eque, libere e veramente inclusive sono minime. Ma la sua proposta è l’ultima, disperata mossa per fermare il crescente risentimento tra i palestinesi e la sua incapacità per decenni di utilizzare il cosiddetto processo di pace per ottenere i diritti del suo popolo a lungo negati.

Ci sono tre principali ragioni che spingono Abbas a compiere questa mossa in questo specifico momento.

Primo, la fine del processo di pace e della soluzione dei due Stati, attraverso una serie di iniziative israeliane e americane, hanno lasciato l’ANP, e soprattutto Abbas, isolati e con scarse disponibilità finanziarie. I palestinesi che hanno sostenuto simili illusioni politiche non sono più la maggioranza.

Secondo, lo scorso dicembre la corte costituzionale dell’ANP ha stabilito che il presidente avrebbe dovuto indire le elezioni entro i prossimi sei mesi, cioè entro giugno 2019. La corte, anch’essa sotto il controllo di Abbas, ha inteso fornire al leader palestinese uno strumento giuridico per sciogliere il parlamento precedentemente eletto – il cui mandato è scaduto nel 2010 – e predisporre nuove basi per la sua legittimazione politica. Tuttavia egli non ha rispettato la decisione della corte.

Terzo, e più importante, il popolo palestinese è chiaramente stufo di Abbas, della sua autorità e di tutti gli intrighi politici delle fazioni. Infatti, secondo un sondaggio dell’opinione pubblica svolto a settembre dal Centro palestinese per la Ricerca Politica e di Opinione, il 61% di tutti i palestinesi in Cisgiordania e Gaza vuole che Abbas si dimetta.

Lo stesso sondaggio indica che i palestinesi rifiutano l’intero discorso politico che è stato alla base delle strategie politiche di Abbas e della sua ANP. Inoltre, il 56% dei palestinesi è contrario alla soluzione dei due Stati; quasi il 50% ritiene che l’azione dell’attuale governo dell’ANP di Mohammed Shtayyeh sia peggiore del precedente e il 40% vuole che l’ANP venga sciolta.

Significativamente, il 72% dei palestinesi vuole che le elezioni legislative e presidenziali si svolgano in tutti i territori occupati. La stessa percentuale vuole che l’ANP interrompa la sua partecipazione all’assedio imposto alla Striscia di Gaza.

Abbas si trova ora nella posizione politica più debole da quando ha preso il potere, molti anni fa. Privo del controllo sugli esiti politici che sono decisi da Tel Aviv e Washington, ha fatto ricorso ad una vaga richiesta di elezioni che non hanno possibilità di successo.

Mentre l’esito è prevedibile, Abbas spera che, per ora, potrà ancora una volta apparire come il leader impegnato che rivolge l’attenzione al consenso internazionale e ai desideri del suo popolo.

Ci vorranno mesi di spreco di energie, di contese politiche e di un imbarazzante circo mediatico prima che l’imbroglio delle elezioni vada in pezzi, lasciando il campo ad un gioco al massacro tra Abbas ed i suoi rivali che potrebbe durare mesi, se non anni.

È difficile che questa sia la strategia che il popolo palestinese – che vive sotto una brutale occupazione ed un soffocante assedio – necessiti o desideri. La verità è che Abbas e qualunque classe politica egli rappresenti sono diventati un vero ostacolo nel cammino di una nazione che ha un disperato bisogno di unità e di una strategia politica seria. Ciò che il popolo palestinese chiede con urgenza non è una timida chiamata al voto, ma una nuova leadership, una richiesta che ha ripetutamente espresso, benché Abbas rifiuti di ascoltare.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele si appresta a trasformare i cittadini beduini in rifugiati nel loro stesso Paese

Jonathan Cook

16 ottobre 2019 – Mondoweiss

La pluridecennale lotta di decine di migliaia di israeliani contro l’espulsione dalle loro case – per alcuni per la seconda o la terza volta – dovrebbe essere la prova sufficiente che Israele non è una democrazia liberale occidentale, come sostiene di essere.

La scorsa settimana 36.000 beduini – tutti cittadini israeliani – hanno scoperto che il loro Stato sta per farne rifugiati nel loro stesso Paese, spostandoli in campi vigilati. Questi israeliani, a quanto pare, sono del tipo sbagliato.

Il loro trattamento ha dolorosamente ricordato il passato. Nel 1948 750.000 palestinesi vennero espulsi dall’esercito israeliano fuori dai confini del recentemente fondato Stato ebraico costituito sulla loro patria – quella che i palestinesi definiscono la Nakba, o catastrofe.

Israele viene regolarmente criticato per la sua aggressiva occupazione, la sua espansione incessante delle colonie illegali sulla terra palestinese e i suoi ripetuti e spietati attacchi, soprattutto contro Gaza. Di rado gli analisti notano anche le sistematiche discriminazioni di Israele contro gli 1.8 milioni di palestinesi i cui progenitori sopravvissero alla Nakba e vivono all’interno di Israele, apparentemente come cittadini.

Ma ognuno di questi soprusi viene affrontato singolarmente, come se non fossero collegati tra loro, invece che come differenti sfaccettature di un progetto complessivo. Si può individuare un modello guidato da un’ideologia che disumanizza i palestinesi ovunque Israele li trovi.

Questa ideologia ha un nome. Il sionismo fornisce il filo rosso che mette in rapporto il passato – la Nakba – con l’attuale pulizia etnica dalle loro case da parte di Israele a danno dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme est, la distruzione di Gaza e i tentativi coordinati dello Stato di cacciare i cittadini palestinesi di Israele fuori da ciò che è rimasto delle loro terre storiche e dentro a ghetti.

La logica del sionismo, anche se i suoi più ingenui sostenitori non riescono a comprenderla, è sostituire i palestinesi con ebrei – quella che Israele definisce ufficialmente ebraizzazione.

La sofferenza dei palestinesi non è uno sfortunato effetto collaterale del conflitto. È il reale obiettivo del sionismo: incentivare i palestinesi ancora presenti ad andarsene “volontariamente”, per sfuggire a oppressione e miseria ulteriori.

L’esempio più evidente di questa strategia di sostituzione della popolazione è il trattamento di lunga data che Israele riserva a 250.000 beduini che formalmente hanno la cittadinanza. I beduini sono il gruppo più povero di Israele, vivono in comunità isolate per lo più nella vasta area semiarida del Negev, il sud del Paese. In gran parte non visibili, Israele ha avuto relativamente mano libera nei suoi tentativi di “spostarli”.

È per questo che, per un decennio dopo che aveva apparentemente finito le sue operazioni di pulizia etnica del 1948 e guadagnato il riconoscimento dalle capitali occidentali, Israele ha segretamente continuato ad espellere migliaia di beduini fuori dai suoi confini, nonostante il loro diritto alla cittadinanza.

Nel contempo altri beduini in Israele sono stati cacciati a forza fuori dalle loro terre ancestrali per essere spostati sia in circoscritte zone controllate, sia in townships [termine che riprende il nome delle zone urbane destinate ai neri nel Sudafrica dell’apartheid, ndtr.] che sono diventate le comunità più deprivate di Israele.

È difficile definire nei beduini, semplici contadini e pastori, una minaccia per la sicurezza, come è stato fatto con i palestinesi sotto occupazione.

Ma Israele ha una definizione più ampia di sicurezza della semplice sicurezza fisica. Essa si fonda sulla conservazione di un’assoluta predominanza demografica degli ebrei. I beduini possono essere tranquilli, ma il loro numero pone una gravissima minaccia demografica e il loro modo di vivere pastorale ostacola la sorte prevista per loro – tenerli ben chiusi in ghetti.

La maggior parte dei beduini ha titoli di proprietà di molto precedenti alla creazione di Israele. Ma Israele ha rifiutato di rispettare queste rivendicazioni e molte decine di migliaia sono stati criminalizzati dallo Stato, ai loro villaggi è stato negato il riconoscimento legale.

Per decenni sono stati obbligati a vivere in baracche o tende perché le autorità rifiutano di autorizzare [la costruzione di] case adeguate e vengono loro negati servizi pubblici come scuole, acqua ed elettricità.

Se vogliono vivere in modo legale i beduini hanno un’unica alternativa: devono abbandonare le loro terre ancestrali e il loro modo di vita per spostarsi in una povera township. Molti beduini hanno fatto resistenza, rimanendo attaccati alla loro terra storica nonostante le durissime condizioni impostegli.

Uno di questi villaggi non riconosciuti, Al Araqib, è stato utilizzato per dare l’esempio. Lì le forze israeliane hanno demolito le case di fortuna più di 160 volte in meno di un decennio. Ad agosto un tribunale israeliano ha approvato il fatto che lo Stato faccia pagare a sei abitanti 370.000 dollari come multa per le ripetute espulsioni.

Il leader di Al Araqib, il settantenne Sheikh Sayah Abu Madhim, recentemente ha passato mesi in carcere dopo essere stato arrestato per occupazione illegale di suolo, benché la sua tenda sia a pochi passi dal cimitero dove sono sepolti i suoi antenati.

Ora le autorità israeliane stanno perdendo la pazienza con i beduini.

Lo scorso gennaio sono stati svelati piani per lo sgombero dalle loro case urgentemente e con la forza di circa 40.000 beduini in villaggi non riconosciuti, sotto il pretesto di progetti di “sviluppo economico”. Sarà la più vasta espulsione da decenni.

Come “sicurezza”, anche “sviluppo” ha una connotazione diversa in Israele. In realtà significa sviluppo per gli ebrei, o ebraizzazione – non sviluppo per i palestinesi.

Il progetto include una nuova autostrada, una linea elettrica ad alta tensione, una struttura per la sperimentazione di armamenti, una zona militare di tiro e una miniera di fosforo.

La scorsa settimana è stato rivelato che le famiglie verrebbero obbligate a stare dentro centri di trasferimento nelle township, a vivere per anni in sistemazioni di fortuna mentre viene deciso il loro destino finale. Questi centri sono già stati paragonati ai campi di rifugiati costruiti per i palestinesi in seguito alla Nakba.

Il malcelato scopo è di imporre ai beduini condizioni di vita tali per cui alla fine accetteranno di essere rinchiusi definitivamente nelle township alle condizioni imposte da Israele.

Quest’estate sei importanti esperti per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno inviato una lettera a Israele per protestare in base alle leggi internazionali contro le gravi violazioni dei diritti delle famiglie beduine e per sostenere che sarebbero possibili approcci alternativi.

Adalah”, l’associazione giuridica per i palestinesi in Israele, nota che Israele ha espulso a forza i beduini per settant’anni, trattandoli non come esseri umani ma come pedine nella sua battaglia senza fine per sostituirli con coloni ebrei.

Lo spazio vitale dei beduini si è incessantemente ridotto e il loro modo di vita è stato distrutto. Ciò contrasta crudamente con la rapida espansione delle città e fattorie di singole famiglie ebraiche sulla terra da cui i beduini sono stati cacciati.

È difficile non concludere che quello che sta avvenendo sia una versione amministrativa della pulizia etnica che i funzionari israeliani mettono in atto in modo più palese nei territori occupati sulla base di cosiddetti problemi di sicurezza.

Queste interminabili espulsioni sembrano meno una politica necessaria e ragionata e più un orribile tic nervoso ideologico.

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. Tra i suoi libri: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [“Israele e il crollo della civiltà: Iraq, Iran ed il piano per rifare il Medio Oriente”] (Pluto Press), e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [“Palestina scomparsa: esperimenti israeliani in disperazione umana”] (Zed Books).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 1- 14 ottobre 2019 (due settimane)

Il 4 ottobre, ad est di Jabalia (Gaza nord), vicino alla recinzione israeliana di Gaza, un palestinese 28enne è stato ucciso dalle forze israeliane durante una manifestazione della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR).

Un altro palestinese, 20enne, è morto il 7 ottobre per le ferite riportate durante una protesta svolta nell’aprile 2019. Dal marzo 2018, data di inizio delle proteste GMR, sono stati complessivamente uccisi 210 palestinesi, tra cui 46 minori. Inoltre, nel corso delle proteste tenute durante il periodo di riferimento [1-14 ottobre], sono stati feriti dalle forze israeliane 261 palestinesi (di cui 127 minori); 48 di loro presentavano ferite di arma da fuoco. Fonti israeliane hanno riferito che contro le forze israeliane sono stati lanciati ordigni esplosivi improvvisati, bombe a mano e bottiglie incendiarie; inoltre ci sono stati diversi tentativi di forzare la recinzione: non sono state riportate vittime israeliane. Jamie McGoldrick, Coordinatore umanitario per i Territori palestinesi occupati, in una dichiarazione rilasciata prima della protesta dell’11 ottobre, organizzata sul tema “Our Child Martyrs”, ha invitato Israele e Hamas a proteggere i minori, ribadendo che “i minori non devono mai essere il bersaglio di violenza, né dovrebbero essere messi a rischio di subire violenza o essere incoraggiati a partecipare alla violenza”.

In almeno 18 occasioni non collegate alla GRM, allo scopo di far rispettare le restrizioni di accesso [imposte ai palestinesi], le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso aree [interne] di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale e [in mare] al largo della costa; non sono state riportate vittime. In un’altra occasione, le forze israeliane hanno arrestato tre civili palestinesi, incluso un minore che, presumibilmente, avevano tentato di entrare illegalmente in Israele attraverso la recinzione.

In Cisgiordania, durante proteste e scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane 37 palestinesi, tra cui almeno due minori. Tale numero [37] rappresenta una riduzione significativa rispetto alla media bisettimanale di ferimenti di palestinesi (129), registrata dall’inizio del 2019. 14 dei 37 ferimenti si sono verificati venerdì 4 e 11 ottobre a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante le proteste settimanali contro l’espansione degli insediamenti [colonici] e contro le restrizioni di accesso. Altre 10 persone sono rimaste ferite nei giorni 1 e 4 ottobre, vicino al checkpoint di Beit El / DCO (Ramallah), in due manifestazioni tenute in solidarietà con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame. In un altro caso, avvenuto il 5 ottobre nel villaggio di Azzun (Qalqiliya), un bambino di un anno e una donna hanno subìto lesioni causate da inalazione di gas: la loro casa è parzialmente bruciata a causa di un incendio innescato da candelotti lacrimogeni lanciati dalle forze israeliane durante scontri con i residenti palestinesi. Complessivamente, quasi la metà dei feriti è stata curata per inalazione di gas lacrimogeno, il 38% per lesioni provocate da proiettili di gomma; i rimanenti erano stati aggrediti fisicamente o feriti con armi da fuoco.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato 152 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 101 palestinesi, tra cui quattro minori. La maggior parte delle operazioni sono state condotte nel governatorato di Ramallah (42), seguita dai governatorati di Hebron (35) e Gerusalemme (33).

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o costretto le persone ad autodemolire 31 strutture; come conseguenza, 52 persone sono state sfollate ed altre 98 hanno subito ripercussioni [segue dettaglio]. L’episodio più consistente si è verificato nel quartiere di Jabal al Mukabbir, a Gerusalemme Est, dove sono state prese di mira 13 strutture, tra cui una abitazione; rappresentanti delle famiglie colpite hanno riferito di non aver ricevuto ordini di demolizione, né alcun preavviso. Sempre a Gerusalemme Est, nel quartiere di Beit Hanina, palestinesi sono stati costretti ad autodemolire tre edifici abitativi, provocando lo sfollamento di sei famiglie di rifugiati. A Gerusalemme Est, oltre un quarto delle demolizioni di quest’anno (46 su 173 strutture) sono state eseguite dagli stessi proprietari palestinesi, principalmente per evitare di pagare al Comune il costo della demolizione. In Area C, una delle undici strutture demolite era un pannello solare finanziato da donatori, fornito come assistenza umanitaria in risposta a una precedente demolizione avvenuta nella Comunità di Shib al Harathat (Hebron). Ad oggi, il numero di strutture demolite quest’anno in Cisgiordania rappresenta un aumento di quasi il 40% rispetto al corrispondente periodo del 2018.

Durante il periodo di riferimento, in occasione delle festività ebraiche, le autorità israeliane hanno bloccato su larga scala, per cinque giorni, gli spostamenti tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania; il provvedimento ha colpito i titolari di permessi palestinesi, compresi i commercianti. Sono state fatte eccezioni per emergenze sanitarie e, in Cisgiordania, anche per studenti e impiegati palestinesi presso ONG internazionali e agenzie delle Nazioni Unite. Per israeliani e titolari di documenti di identità di Gerusalemme, coloni compresi, gli spostamenti tra Israele e la Cisgiordania sono proseguiti senza restrizioni. Inoltre, a Tulkarm e Jenin, a causa delle festività ebraiche, le autorità israeliane hanno rimandato fino al 23 ottobre l’apertura dei cancelli della Barriera della Cisgiordania, interrompendo l’accesso degli agricoltori alle loro terre per la raccolta delle olive.

La stagione della raccolta delle olive, iniziata ai primi di ottobre, è stata interrotta in diverse aree dalla violenza di coloni israeliani. Gli episodi includono l’aggressione fisica ed il ferimento di tre contadini palestinesi a Tell e Jit (entrambi a Nablus) e Al Jab’a (Betlemme). Includono inoltre l’incendio di circa 100 ulivi e sette furti di raccolti nei villaggi di Kafr ad Dik (Salfit) e Burin (Nablus). Per i palestinesi, la stagione della raccolta delle olive, che si svolge ogni anno tra ottobre e novembre, è un evento chiave, sia dal punto di vista economico che sociale e culturale.

Altri cinque attacchi di coloni hanno provocato ferimenti di palestinesi e danni alle proprietà. In due di questi attacchi, verificatesi nella zona della città di Hebron controllata da Israele e nella Comunità di Khirbet al Marajim, quattro palestinesi, tra cui un minore e una donna, sono stati aggrediti e feriti fisicamente da coloni israeliani. In altri due casi, avvenuti nei villaggi di Qira e Marda (entrambi a Salfit) oltre 20 veicoli e alcune abitazioni sono stati vandalizzati; in altri due casi separati due veicoli sono stati colpiti da pietre e danneggiati. Finora, nel 2019, OCHA ha registrato 243 episodi in cui coloni israeliani hanno ucciso o ferito palestinesi o danneggiato proprietà palestinesi. Questo numero indica un limitato aumento rispetto al corrispondente periodo del 2018 (213 casi), ma un numero di casi quasi doppio rispetto al 2017 (124).

Media israeliani hanno riportato tre episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli o case di coloni israeliani: non sono state segnalate vittime o danni. Finora, nel 2019, OCHA ha registrato 84 episodi in cui palestinesi hanno ucciso o ferito coloni o altri civili israeliani oppure danneggiato le loro proprietà: un declino rispetto al numero di episodi verificatisi nei corrispondenti periodi del 2018 (141 episodi) e 2017 (211 episodi).

258

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Israele non ha mai avuto intenzione di rispettare né il Piano di partizione del 1947 né i confini del 1967

Thomas Suárez

10 ottobre 2019 Middle East Monitor

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva promesso che avrebbe annesso parti della Cisgiordania occupata se fosse stato rieletto alle elezioni del mese scorso, suscitando indignazione nei leader di tutto il mondo. Tuttavia, quella “promessa” di usurpare non solo la Cisgiordania ma tutta la Palestina, è una notizia vecchia di un secolo, una promessa mantenuta e comunque nessuna indignazione internazionale ha mai avuto una qualche importanza.

Un logoro capitolo del mito della creazione di Israele spiega così le sue conquiste: quando, nel novembre del 1947, le Nazioni Unite proposero di dividere la Palestina in due Stati (Risoluzione dell’Assemblea Generale 181), i fondatori di Israele accettarono l’offerta con gratitudine, mentre i palestinesi la derisero e attaccarono il nascente “Stato ebraico”.

Il risultato di questa presunta intransigenza palestinese? La “cosa fondamentale”, come affermano gli spin-doctor israeliani di CAMERA [Comitato per la correttezza di corrispondenze e analisi in Medio Oriente,ndtr.], è che se i palestinesi avessero accettato la divisione, dal 1948 ci sarebbe stato uno Stato palestinese, “e non ci sarebbe stato neppure un rifugiato palestinese”.

Questa è più che una bizzarra razionalizzazione di sette decenni di imperialismo e pulizia etnica; è un’invenzione storica. Il movimento sionista non ha mai avuto alcuna intenzione di rispettare qualsiasi accordo che gli “desse” meno dell’intera Palestina. Importanti leader come il “moderato” Chaim Weizmann e l’iconico David Ben-Gurion finsero di accettare la partizione perché consegnava loro un’arma abbastanza potente per ostacolare la divisione: lo Stato.

Quando la Gran Bretagna accettò di diventare un benefattore del sionismo, codificato con l’ambigua Dichiarazione Balfour del 1917, i suoi negoziatori sapevano benissimo che i sionisti avevano pianificato di usurpare e ripulire etnicamente la Palestina, e che al contrario le assicurazioni della Dichiarazione erano una bugia. Come lamentava Lord Curzon [politico conservatore britannico e ministro degli Esteri dal 1919 al 1924, ndtr.], i propagandisti del sionismo “hanno cantato una melodia diversa in pubblico” – una melodia che i principali media continuano a canticchiare oggi.

Nel 1919, gli attivisti come Weizmann erano già esasperati dall’incapacità della Gran Bretagna di stabilire uno Stato sionista dal Mediterraneo al fiume Giordano [cioè su tutta la Palestina storica, ndtr.] – per cominciare – e spingevano perciò verso un “piano di emigrazione globale” dei non ebrei per avere la pulizia etnica fatta e finita. La menzogna pubblica fu mantenuta; il colonnello britannico Richard Meinertzhagen assicurò Weizmann che il vero piano era “ancora taciuto al grande pubblico”. Né il pubblico fu informato quando, nello stesso anno, la commissione King-Crane degli Stati Uniti andò nella regione per scoprire da sé che “i sionisti non vedevano l’ora di una espropriazione praticamente completa degli attuali abitanti non ebrei della Palestina”. Il rapporto della Commissione venne insabbiato.

Fu nel 1937 che i disordini causati dall’espropriazione portarono gli inglesi a proporre di spartire la terra. Ben-Gurion vide il potenziale nascosto nella partizione: “A seguito dell’istituzione dello Stato”, disse all’esecutivo sionista, “aboliremo la divisione e ci espanderemo in tutta la Palestina”. Fece la stessa promessa a suo figlio Amos.

Quando Ben-Gurion, Weizmann e gli altri si incontrarono a Londra nel 1941 per discutere un piano futuro, il cinico distacco fu agghiacciante. Avrebbero gli “arabi” avuto uguali diritti nello “Stato ebraico”? Certo, ma solo dopo che non ne fosse rimasto più nessuno. La partizione sarebbe stata ragionevole? Certamente, se il confine fosse stato il fiume Giordano (che significava il 100 % della Palestina ad Israele), estensibile perfino nel regno hascemita della Giordania. Un partecipante sfidò i sionisti; l’industriale Robert Waley Cohen li accusò di seguire un’ideologia nazista.

Nel 1944, gli inglesi sapevano che l’opposizione alla spartizione si era “indurita a tutti i livelli dell’opinione pubblica ebraica [sionista]” e che le nuove risoluzioni tra i leader dei coloni ponevano “un’enfasi speciale sul rifiuto della spartizione”. Ma il fallimento della spartizione sarebbe diventato un problema palestinese. Gli inglesi sarebbero tornati a casa.

Ben-Gurion descrisse lo Stato come uno “strumento”, non il “fine”, una distinzione “particolarmente rilevante per la questione dei confini”, che sarebbero invece stati fissati “prendendo il controllo del paese con la forza delle armi”. Quasi nessun pretesto è stato accampato fuori dalle mura delle Nazioni Unite: il presidente dell’Organizzazione Sionista d’America Abba Silver condannò pubblicamente qualsiasi menzione di partizione e chiese una “linea di azione aggressiva e militante” per prendere possesso di tutta la Palestina. Le milizie dell’Agenzia Ebraica erano impegnate a fare proprio questo, stabilendo freneticamente roccaforti in aree che le Nazioni Unite avevano assegnato ai palestinesi.

“La pace del mondo”, mise in guardia il futuro primo ministro israeliano Menachem Begin alle Nazioni Unite nell’estate del 1947 – dopo che il terrorismo sionista aveva già raggiunto l’Europa e la Gran Bretagna – sarà minacciata se “la [biblica] Patria Ebraica” non fosse stata data completamente ai sionisti. “Qualunque cosa possa essere firmata o promessa” alle Nazioni Unite, avvertì il Jewish Standard, sarebbe stata annullata da “il potere e la passione che si oppongono alla partizione” per una “risoluzione senza compromessi”.

Questo fanatismo di massa per “ristabilire” un antico regno ed essere la sua ipotetica popolazione era il risultato di quello che potrebbe essere descritto come un lavaggio del cervello. Già nel 1943 l’intelligence americana aveva segnalato che il sionismo stava alimentando “uno spirito molto simile al nazismo, (per) irreggimentare la comunità (e) ricorrere alla forza” per raggiungere i propri obiettivi. Avvertimenti simili sulla morsa fascista del sionismo sugli ebrei provenivano da individui interni ad esso, tra cui J.S. Bentwich, ispettore capo delle scuole ebraiche e presidente dell’Università ebraica Judah Magnes.

Il giorno prima che fosse approvata la risoluzione 181, la CIA avvertì nuovamente che i sionisti avrebbero ignorato la divisione e “intraprenderanno una forte campagna di propaganda negli Stati Uniti e in Europa” per ottenere più territorio. Poi però, come oggi, gli americani furono mantenuti all’oscuro: “Gli americani”, ha osservato nel 1948 Kermit Roosevelt, esponente dell’intelligence statunitense, non si rendono conto “della misura in cui è stata rifiutata l’accettazione della partizione come soluzione definitiva da parte dei sionisti in Palestina”.

Ironicamente, è stato perché le Nazioni Unite non hanno mai creduto che i sionisti avrebbero onorato i confini della spartizione che hanno “dato loro” un’area di terra sproporzionatamente ampia, sperando che ciò potesse ritardare la loro inevitabile aggressione. Ma l’inchiostro era a malapena asciutto quando il sindaco di Tel Aviv, presunta capitale del nuovo Stato, annunciò che la sua città “non sarebbe mai stata la capitale ebraica”. Lo sarebbe stata Gerusalemme, una violazione diretta della risoluzione delle Nazioni Unite per la partizione, che l’aveva designata come zona internazionale. L’Agenzia Ebraica affermò anche che “un certo numero di istituzioni nazionali” sarebbero state a Gerusalemme.

Il duplice atteggiamento nei confronti della loro “vittoria” alle Nazioni Unite non fu particolarmente celato. Sia il “liberale” Haaretz che il quotidiano sionista [della destra, ndtr.] Haboker, diedero un medesimo messaggio: “I giovani dello Yishuv [l’insediamento ebraico in terra d’Israele, ndtr.] devono mantenere nei loro cuori la profonda convinzione che le frontiere non sono state fissate per l’eternità”, affermava Haboker. Indipendentemente dal tempo ci vorrà, il resto sarà “restituito all’ovile”.

Una volta garantito uno Stato israeliano, gli avvertimenti della CIA si fecero anche più infausti: gli agenti sionisti si stavano infiltrando fra il personale militare americano e dell’American Airlines. L’ex senatore americano Guy Gillette lavorava apertamente per il gruppo terroristico Irgun e spinse per il riconoscimento generale della sovranità israeliana su tutte le terre che le sue milizie potessero conquistare.

Gerusalemme rimaneva la preoccupazione più pressante di Israele. Mentre la terra sotto il dominio “arabo” avrebbe potuto essere ad un certo punto usurpata, una Gerusalemme amministrata dalle Nazioni Unite no. E così quando il mediatore delle Nazioni Unite conte Folke Bernadotte stilò un nuovo piano di pace nell’autunno del 1948, il gruppo terroristico Lehi [noto anche come Banda Stern, ndtr.] lo minacciò, opponendosi ad una “amministrazione non ebrea”. Tuttavia, nella Risoluzione 181 Bernadotte mantenne la zona internazionale e il giorno successivo il Lehi, sotto la guida del futuro primo ministro israeliano Yitzhak Shamir, lo assassinò.

Alla fine del 1948 Israele aveva rubato più di metà della terra che aveva “accettato” di lasciare ai palestinesi e si rifiutò di lasciarla. Questo fu all’origine del termine fuorviante “confini del 1967”; in verità erano la linea del cessate il fuoco. La partizione era una farsa e i negoziatori palestinesi avevano ragione a respingerla, ma la loro onestà fu, dal punto di vista machiavellico, un errore tattico su cui i sionisti contavano. In breve, Israele non ha mai avuto intenzione di rispettare né il piano di partizione del 1947 né i confini del 1967. Il cosiddetto Grande Israele in tutta la Palestina storica e oltre è sempre stato l’obiettivo del sionismo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)