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Gaza oggi. Ancora sangue sulla Grande Marcia

Patrizia Cecconi

30 marzo 2019, L’Antidiplomatico

Oggi in Palestina è la Giornata della Terra, cioè la ricorrenza di una delle tante stragi impunite commesse da Israele contro un gruppo di palestinesi che tentavano di opporsi a un ulteriore furto delle loro terre in “alta Galilea”. Una giornata celebrativa che a Gaza coincide con il primo anniversario della Grande Marcia del Ritorno. Una giornata che potrebbe essere una carneficina come molti temono e i cui esiti non saranno importanti solo per Gaza ma, ci dicono più voci, per il futuro del Medio Oriente perché Gaza, pur sotto assedio e forse proprio perché sott’assedio, è diventata una “piazza” speciale, su cui arrivano e da cui partono messaggi politicamente complessi . Questo si diceva stamattina quando il sole si era appena levato e si discuteva di ciò che sarebbe stato.

Verso le 10 di questa stamattina, quando la marcia non era ancora cominciata, già si contava il primo martire. Mohammad J. Saad, 20 anni, ucciso da una granata alla testa nell’accampamento di Malaka nella zona centrale della Striscia. Lo stesso accampamento dove qualche mese fa, in uno dei venerdì della marcia, Taaghreed in un bellissimo abito bianco e Ahmad in elegante abito scuro decisero di sposarsi dando al loro gesto il significato altamente simbolico di partecipazione al sogno comune di libertà e di riconoscimento del diritto al ritorno nella loro terra. Era diversi mesi fa, e da allora sulla sabbia di Malaka, come su quella degli altri quattro accampamenti delle tende del ritorno, non sono più caduti confetti ma sangue.

Sempre a Malaka, nel pomeriggio, c’è stato il secondo omicidio. Un lacrimogeno – sparatogli in bocca come già successo per altri martire nei mesi scorsi – ha stroncato la vita di Adhan Nedal Saqr Amara, 17 anni, altri sogni spezzati prima ancora di raggiungere la maggiore età. Abbiamo ragione di supporre che non si tratti di errori ma del sadismo di chi sa di essere impunito perché protetto dal potere di quelle stesse lobby che garantiscono furti e o regali di terre altrui allo Stato ebraico.

La Marcia sta concludendosi e si tirano le somme. Due martiri e 112 feriti ospedalizzati secondo i dati ufficiali del Ministero della Salute, di questi circa la metà seriamente intossicati dai nuovi lacrimogeni usati da Israele che, come si sa, usa Gaza anche come laboratorio di sperimentazione delle sue armi. Questi nuovi lacrimogeni, uno dei quali ha ucciso il giovane Adhan, non sembra abbiano provocato convulsioni come altri usati precedentemente, ma violenta irritazione agli occhi e serie difficoltà di respirazione ottenendo più facilmente la dispersione dei manifestanti.

Tra le azioni di cui i manifestanti vanno fieri c’è quella di un gruppo di giovani che a Khan Younis ha sfidato la morte per andare a issare la bandiera palestinese sulla recinzione che definisce l’assedio. Piccola cosa dirà qualcuno, certo che è piccola cosa, ma grande simbolo, significa che pur in questa situazione, dove si sa che si può cadere come sagome di un tirassegno, c’è qualcosa che resiste alla legittima paura, qualcosa che i palestinesi chiamano al karameh, cioè sentimento di dignità. Quella che non permette ai gruppi di resistenti, con e senza orientamenti partitici, di accettare le concessioni fatte da Israele grazie alla mediazione egiziana. “Concessioni” e non riconoscimento di diritti dovuti, ciò per cui Gaza manifesta dal 30 marzo dello scorso anno.

I dirigenti di Hamas hanno partecipato alle manifestazioni di oggi in compagnia della delegazione egiziana. Il messaggio sembrerebbe chiaro ma le interpretazioni di natura politica in questo spicchio di mondo non sono mai lineari. Ci dicono alcuni gazawi che questo voleva significare che Hamas intende accettare l’invito a spegnere gradualmente la marcia con le rivendicazioni che l’hanno fatta nascere. Altri dicono che è una partita che Hamas sta giocando per non essere messo all’angolo e per garantire il miglioramento delle condizioni di vita veramente penose di una parte della popolazione gazawa ed evitare altre manifestazioni di malcontento popolare. Comunque, come ci hanno già detto ieri attivisti, medici, giornalisti e cittadini “qualunque” tutte le concessioni ottenute dalla delegazione egiziana sono interne alla logica dell’assediante. Non dovrebbero essere concessioni ma diritti che già spettano ai gazawi e che Israele non riconosce. Non è questo che vogliono i gazawi e lo hanno ben spiegato con la loro presenza al border i 30 – 40 mila che hanno sfidato i mezzi corazzati schierati in massa lungo la recinzione e i tiratori scelti dislocati lungo tutta la linea dell’assedio.

Rispetto alle previsioni di ieri le cose sono andate meglio del previsto. 112 feriti non sono cosa da niente, ma si temeva di peggio, si temeva la pesante carneficina che avrebbe potuto far scattare la reazione che da più parti si ipotizzava. Gli ospedali erano allertati e i timori espressi dal dr. Said dell’Al Awda Hospital e dal dr. Raed dell’UHCC che temevano di trovarsi nuovamente a soccorrere centinaia di feriti senza averne i mezzi , per fortuna sono stati fugati. I 112 feriti sono stati dislocati in 5 ospedali da nord a sud della Striscia e il Ministero della Salute ha comunicato che tra loro ci sono ben 26 bambini, un paio di giornalisti e due soccorritori e che anche un’ambulanza è stata danneggiata. Tutte cosucce che si configurano come pesanti violazioni del Diritto universale ma che in pochi si illudono che porteranno Israele sul banco degli imputati.

Ora che la giornata si è conclusa si aspettano le conseguenze politiche di quest’ultima manifestazione. Una cosa è chiara e ci è stata ripetuta da tante persone che oggi, pur non seguendo alcuna fazione politica, sono andate al border convinte di dover rischiare: i palestinesi di Gaza, per quanto coraggiosi e un po’ folli, non vanno a farsi ammazzare per nessun partito ma per quell’idea che ha dato il via alla marcia a partire dalle riflessioni di Abu Hartema, un po’ poeta, un po’ utopista, che si sono allargate a macchia d’olio e che, nonostante i tentativi di controllo e direzione di Hamas, restano la spina dorsale della Grande marcia la quale, al momento, non si sa come si evolverà e se si evolverà. Le valutazioni che emergono in proposito sono diverse. ma qui tutto e è estremamente variabile e ora la parola passa alla sfera istituzionale. I gazawi vogliono la libertà e il diritto al ritorno. Accetteranno le concessioni ottenute grazie all’Egitto nel caso in cui le istituzioni locali, ovvero Hamas, le accettasse?

I gazawi non sono Hamas, e i prossimi giorni si capirà se la Marcia si sarà chiusa come si chiuse la prima intifada nel 1993 o se i diritti irrinunciabili per cui circa 270 martiri hanno perso la vita sono ancora irrinunciabili e nessun accordo li metterà all’angolo.

Patrizia Cecconi

Betlemme 30 marzo 2019




Israele:centinaia di lavoratori palestinesi arrestati:”Pulizia di Pasqua”

Redazione di Nena News

28 marzo 2018 Nena News

Da sabato fermati 468 palestinesi senza permesso in territorio israeliano in un’operazione che la polizia di Tel Aviv ha chiamato “Rimuovere il Chametz”, i cibi proibiti durante la festa. Adalah: “Razzismo”

Roma, 28 marzo 2018, Nena News – Sul campo lo Stato di Israele ha dispiegato 2.300 uomini, tra poliziotti e volontari. E anche l’aviazione. Sabato scorso il lancio dell’operazione, ribattezzata “Removing Chametz”, rimuovere il chametz, per la religione ebraica tutti la pulizia e l’eliminazione dalle proprie case dei cibi proibiti durante la Pasqua ebraica, cibi non kosher e cibi prodotti da grano o cereali, mescolati con acqua e lasciati a lievitare.

I chametz in questione sono i lavoratori palestinesi illegali in Israele, provenienti dalla Cisgiordania: in pochi giorni ne sono stati arrestati almeno 468, fa sapere la polizia israeliana. Fermati e multati anche 8 datori di lavoro 17 caporali e 24 “trasportatori”, quelli che vanno a prendere gli operai al confine e li distribuiscono nei cantieri e nelle aziende agricole.

Il portavoce della polizia, Micky Rosenfeld, ha parlato di perquisizioni in decine di luoghi di lavoro in Israele e annunciato che “l’operazione continuerò fino a quando sarà necessario”. In vista della Pasqua ebraica (che inizierà il 30 marzo, quest’anno coincidente con la Giornata della Terra, la commemorazione dell’uccisione di sei palestinesi in Galilea nel 1976, mentre difendevano la propria terra dalla confisca). Ha poi aggiunto che 14 dei quasi 500 arrestati sono accusati di “attività terroristiche” e altri nove residenti ad Umm al Fahem – nel triangolo nel nord est di Israele, a maggioranza palestinese – di aver condotto i palestinesi della Cisgiordania illegalmente in territorio israeliano.

L’operazione non stupisce troppo: da sempre le autorità israeliane ne compiono di simili prima e durante le feste ebraiche. Arresti generalizzati ma anche la chiusura dei checkpoint tra i Territori Occupati e Israele, di fatto impedendo ai pochi palestinesi muniti di permesso israeliano di recarsi al lavoro per giorni, a volte per settimane. Succederà anche stavolta: da domani per otto giorni Gaza e Cisgiordania saranno completamente sigillate al transito palestinesi, restando aperto solo a quello dei coloni israeliani.

Subito si è sollevata la protesta delle organizzazioni legali e per i diritti umani. Adalah, nota associazione che si occupa della minoranza palestinese in Israele, ha condannato l’operazione in sé, ma anche il nome razzista che gli è stato attribuito: “La terminologia della polizia israeliana verso persone che come il cibo devono essere rimosse dimostra il carattere razzista della sua attività – si legge in una nota – Alla fine si tratta di pulizia etnica”.

Secondo il Cogat, l’ente israeliano responsabile per i Territori Occupati, ogni giorno transitano legalmente 70mila lavoratori palestinesi, un numero molto più basso rispetto ai livelli pre-Seconda Intifada: con la costruzione del muro e l’implementazione del regime dei permessi, il numero di lavoratori legali si è drasticamente ridotto, anche a causa di una volontaria politica da parte israeliana di loro sostituzione con immigrati stranieri, in particolare dall’Asia dell’Est. Sarebbero invece almeno 50mila i palestinesi lavoratori illegali sia in Israele che nelle colonie, persone che attraversano la Linea Verde con l’aiuto di passeur e caporali, sborsando denaro per poter essere impiegati per qualche settimana nei cantieri o nelle aziende agricole.

Privi di qualsiasi diritto e forma di tutela, senza protezioni durante lo svolgimento del loro lavoro, sono sottopagati rispetto al salario minimo israeliano e lo “stipendio” è spesso decurtato dai datori di lavoro che chiedono denaro per l’alloggio. Alloggio che spesso è lo stesso cantiere in cui lavorano, costantemente in fuga dai controlli della polizia: abusi e violazioni sono casi comuni, fino al carcere per chi viene sorpreso senza documenti.

Ma le forze armate operano solo in casi particolari, come l’attuale operazione: esercito, polizia e governo conoscono benissimo la tratta dei lavoratori e luoghi di la

voro, ma chiudono un occhio. Dopotutto si tratta di manodopera a basso costo e zero diritti. Che non merita nemmeno un minimo di sicurezza: le organizzazioni palestinesi denunciano casi di morti bianche o infortuni di illegali,di lavoratori  abbandonati dai datori di lavoro. E se riescono a raggiungere un ospedale, si vedono recapitare a casa conti salatissimi. Nena News