Una guerra israeliana infinita. Amira Hass. Perché la Cisgiordania non si è ribellata

Philippe Agret

13 ottobre 2025 – Orient XXI

Amira Hass è una giornalista israeliana del quotidiano di sinistra Haaretz che vive da venti anni a Ramallah, in Cisgiordania. Spiega perché non è scoppiata nessuna intifada in questo territorio occupato, e ampiamente ignorato, dopo il 7 ottobre 2023. Diversamente da ciò che avevano immaginato i capi di Hamas a Gaza. Intervista

 Philippe Agret. Lei vive a Ramallah, in Cisgiordania. Perché secondo lei non c’è stata un’intifada in Cisgiordania dopo il 7 ottobre, anche se ci sono stati violenti combattimenti armati nel nord?

Amira Hass. È una domanda cruciale, forse LA domanda da porsi, non solo perché Yahya Sinwar e Mohammed Deif immaginavano una rivolta palestinese più ampia e una guerra regionale contro Israele dopo il loro grande attacco militare. Questa domanda è giusta, perché la situazione creata da Israele a Gaza e in Cisgiordania prima del 7 ottobre era intollerabile.

Anzitutto non definirei intifada la presenza di alcune decine di giovani armati nei campi di rifugiati del nord, pronti ad essere uccisi sul campo.

Se ci si riferisce alla prima intifada (1987-1993), essa vedeva un sollevamento popolare con la partecipazione di tutti gli strati della popolazione e di conseguenza un movimento di cui la lotta armata non era il motore principale, o non lo era affatto. Un movimento che presupponeva uno spirito di solidarietà interna, un coordinamento e un obbiettivo chiaro. La resistenza armata è sempre appannaggio di un piccolo numero di persone ed è un fenomeno essenzialmente maschile, almeno nel contesto palestinese. Del resto l’obbiettivo di questi gruppi non è mai stato molto chiaro.

Se poi non si sono visti gruppi di giovani armati sparare su una postazione militare, un veicolo blindato o un colono, questo dipende anzitutto dallo stato delle forze delle due organizzazioni che hanno finanziato e incoraggiato i giovani ad armarsi: Hamas e la Jihad islamica. Erano attivi nel nord, ma meno nel resto della Cisgiordania.

Inoltre, nonostante il prestigio che circondava questi gruppi e i sentimenti di solidarietà nei confronti di ogni martire, tendo a credere che la maggior parte degli abitanti della Cisgiordania dubitasse dell’efficacia delle loro azioni.

P.A. Perché?

A.H.  C’è un tabù nella società palestinese: criticare le operazioni armate e i martiri. Perciò il malumore e la collera nei confronti dei gruppi armati nelle città e nei campi profughi – in cui Israele ha distrutto edifici e infrastrutture e sfollato circa 40.000 abitanti – non vengono né evocati né espressi pubblicamente.

Ma suppongo che queste critiche circolino sotto traccia e siano note. Nel campo profughi di Balata, a Nablus, i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, coordinate con membri di Fatah (a volte sono le stesse persone), sono riusciti a convincere gli uomini armati a lasciare il campo, se provenivano da fuori, o a deporre le armi. La popolazione ha accettato la logica di tale posizione.

P.A. Perché non si è visto un sollevamento popolare e non violento come alternativa alla lotta armata?

A.H. La realtà degli accordi di Oslo ha scollegato l’occupato dall’occupante frapponendo un’entità intermedia tra i due: l’Autorità Nazionale Palestinese. Per lanciare un progetto di disubbidienza civile di massa bisogna anzitutto chiedere la rottura dei legami burocratici e di sicurezza tra l’entità intermedia e l’occupante. In altri termini, esigere dall’Autorità Nazionale Palestinese che cambi modo di agire. Innumerevoli richieste e molte risoluzioni del consiglio centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che chiedevano la fine della cooperazione sulla sicurezza con Israele non sono mai state ascoltate o attuate da Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e dal suo seguito.

La dimensione burocratica della cooperazione palestinese con Israele è ancor più difficile da contestare o da bloccare poiché riguarda i bisogni fondamentali dei cittadini: ottenere una carta di identità, registrare le nascite, andare all’estero, aprire un’impresa e un conto bancario, importare ed esportare, ecc. Una simile rottura richiede una pianificazione minuziosa, una decisione comune e la volontà dell’insieme della popolazione di prepararsi ad affrontare quotidianamente enormi sacrifici. Qualche anno fa Qadura Farès, quadro di Fatah e vecchio prigioniero – apprezzato e venerato dalla base, ma spesso in disgrazia presso la dirigenza – aveva ideato un ambizioso piano di disubbidienza civile di massa, ma evidentemente non è mai riuscito a convincere della sua fattibilità.

Durante i 30 anni di esistenza delle zone A e B i palestinesi hanno goduto di un certo “respiro” di fronte all’occupazione: certamente in zone limitate e per brevi periodi. La definisco “logica dei bantustan”. Ha abituato le persone ad un benessere e una normalità limitati, che non erano disposte ad abbandonare.

Infine, le enclave palestinesi concepite da Oslo e da Israele, sempre più disperse e ridotte, hanno frammentato la vita quotidiana sotto una dominazione straniera ostile: ogni città o villaggio vive diversamente questa esperienza e trova o meno i propri modi di collaborazione o di resistenza. Ciò fu ben visibile col movimento di resistenza contro il muro di separazione all’inizio degli anni 2000: organizzate da ciascun villaggio per conto proprio, le manifestazioni non erano più esclusivamente palestinesi. Si poteva contare sulla presenza e il sostegno di militanti internazionali ed israeliani. È difficile immaginare oggi l’elaborazione di una strategia unificata per tutta la Cisgiordania. La solidarietà interna è indebolita.

P.A. Sembra che una parte della popolazione palestinese si sia sentita tradita o abbandonata dai suoi dirigenti?

A.H.I “dirigenti” palestinesi evidentemente non hanno alcun interesse ad una nuova strategia. Sono diventati una ‘nomenklatura’ che identifica la “causa nazionale” con la propria stabilità e il proprio benessere. L’ampia cerchia che ruota intorno al nucleo di questa ‘nomenklatura’, cioè i funzionari e gli uomini d’affari, dipende da essa e non si può permettere, o non osa, staccarsene.

Per esempio c’è un’istituzione ufficiale, la Commissione di resistenza alla colonizzazione e al muro. È composta principalmente da militanti di Fatah pagati dall’Autorità. Raccoglie informazioni, dispone di avvocati che rappresentano i cittadini nelle questioni di esproprio di terreni (da parte di Israele) e organizza manifestazioni di solidarietà e di protezione insieme alle comunità minacciate dai coloni e dalla burocrazia dell’occupazione.

Benché non vi sia ragione di dubitare dell’onestà delle persone coinvolte, esposte agli spari dei soldati, alla violenza dei coloni e agli arresti, esse non hanno però ottenuto l’adesione delle masse. Al contrario, la loro identificazione con Fatah e l’Autorità non attira loro le simpatie dell’opinione pubblica. Sono sconosciuti, a differenza dei giovani che sono stati uccisi dall’esercito israeliano e le cui gigantografie, con armi impressionanti, ricoprono tutti i muri.

Di fatto la brutalità della repressione israeliana contro ogni tentativo di resistenza è spaventosa. Indipendentemente dalle forme di resistenza o di opposizione, questa brutalità è più intensa e generalizzata di prima, soprattutto sotto questa coalizione di estrema destra e dopo il 7 ottobre. Per resistere in modo attivo la comunità palestinese ha bisogno di credere nella propria efficacia, di avere dei dirigenti degni di fiducia, che ascoltino il popolo e siano in grado di guidarlo con un obbiettivo comune chiaro.

Tutto ciò non esiste. I sondaggi possono anche dire che i palestinesi sono favorevoli alla lotta armata e che questo è il solo modo di arrivare ad una soluzione, ma in pratica le loro scelte personali dimostrano il contrario. Io vedo genitori che si sforzano di allontanare i figli dagli scontri vicino ai posti militari o di mandarli a studiare all’estero, anche se ideologicamente sostengono la lotta armata.

P.A. Dopo il 7 ottobre sono emerse nuove forme o nuovi spazi di resistenza in Cisgiordania?

A.H. Prima di veder nascere nuove forme di resistenza è necessario un cambiamento radicale nella politica interna palestinese. Sotto forma di un’OLP ormai obsoleta? Di un’OLP del tutto nuova? Di un cambiamento spinto dalla diaspora? Di un’iniziativa palestinese inclusiva (che comprenda i palestinesi “del 1948”)? Ognuna di queste opzioni ha i suoi sostenitori o è collegata a certe iniziative intellettuali, ciò che come minimo ci indica quanto la popolazione aspiri ad un cambiamento politico. Ma è ovvio che sta ai palestinesi decidere.

In ogni caso, nel momento in cui il genocidio perpetrato dallo Stato israeliano prosegue, la sensazione di incompetenza e di paralisi politica è più forte che mai, al contrario dell’atmosfera di vittoria dei primi giorni dopo il 7 ottobre e degli slogan che si sentivano nella diaspora palestinese e in Cisgiordania.

P.A. Qual è l’impatto dell’accelerazione della colonizzazione e della violenza dei coloni dopo il 10 ottobre? Cosa pensa delle (nuove?) strategie israeliane di colonizzazione?

A.H. Vivere eternamente sotto l’occupazione e la colonizzazione è una forma di resistenza permanente. Perché si tratta di un modo di vivere organico né organizzato né pianificato. Si parla di soumoud [resilienza, ndt.]. Poiché l’obbiettivo di Israele è sempre stato acquisire “il più possibile di terra con il meno possibile di palestinesi”, la determinazione delle comunità di allevatori e agricoltori di rimanere sui loro terreni e la capacità di garantire una certa normalità nelle zone A e B sono state fenomenali. Ma il governo attuale e le sue milizie semi-ufficiali di bande di coloni sono riusciti a spezzare il soumoud in vaste zone della Cisgiordania, ad espellere una sessantina di comunità e ad impedire a decine di villaggi l’accesso alle proprie terre coltivate o ai pascoli.

I metodi non sono propriamente nuovi, ma i “giovani delle colline” [gruppi di giovani coloni molto radicali, ndt.] e la costruzione perfettamente organizzata e pianificata di avamposti da parte di pastori violenti hanno agevolato la burocrazia dell’occupazione: quest’ultima ha sempre cercato di “ripulire” la maggior parte della Cisgiordania da ogni presenza palestinese, ma lo faceva “troppo lentamente”. Il processo ha ormai subito un’accelerazione.

D’altra parte i coloni e i loro organi non governativi, diretti e ispirati dal ‘gauleiter’ [gerarca nazista a capo di un distretto, ndt.] della Cisgiordania, Bezalel Smotrich, conducono una guerra su più fronti contro i palestinesi che arriva a rompere la “logica dei Bantustan”. Nessuno è al sicuro da nessuna parte.

P.A. Può approfondire questa guerra su più fronti?

A.H.  Gli introiti dell’Autorità Palestinese sono apertamente depredati. Smotrich, il Ministro delle Finanze, semplicemente impedisce il trasferimento dei ricavi – sotto forma di tasse doganali sulle importazioni palestinesi che transitano nei porti israeliani – alle casse pubbliche dell’Autorità palestinese. Le sorgenti d’acqua sono sistematicamente deviate dallo Stato e dai coloni. Dopo l’ottobre 2023 l’esercito blocca città e villaggi con nuove grate di ferro, ostacolando ancor più di prima la libertà di circolazione, rispondendo ad una rivendicazione costante dei coloni: circolare “in sicurezza” sulle strade della Cisgiordania.

Inoltre si assiste ad un’ondata senza precedenti di furti e “confische” di denaro contante e di oro nelle case degli abitanti perpetrati da soldati agli ordini dei loro comandanti durante le incursioni a tutte le ore del giorno e della notte. Questo avviene mentre la popolazione ha già speso la maggior parte dei suoi risparmi perché, contro il parere degli stessi militari, il governo impedisce a decine di migliaia di palestinesi di tornare a lavorare in Israele. Per il terzo anno consecutivo il governo impedisce a migliaia di agricoltori di raccogliere le loro olive, una fonte importante di reddito e un evento collettivo, sia patriottico che emotivo, di continuità e appartenenza alla terra.

Senza dimenticare gli arresti di massa e la detenzione, le cui condizioni sono diventate spaventose: fame, umiliazioni, sovraffollamento carcerario che favorisce le malattie della pelle, privazione di libri e materiale per scrivere, divieto di visite di familiari…Le prigioni sono il luogo in cui il sadismo dello Stato e dei singoli convergono e si manifestano più apertamente. Ovunque i palestinesi sono ormai esposti ai capricci dei soldati e dei coloni ed alla crudeltà calcolata dei responsabili e delle istituzioni vigenti. Non stupisce che la popolazione tema che una volta che Israele avrà finito con Gaza faccia partire delle espulsioni di massa, se non una politica di genocidio, in Cisgiordania.

P.A. Come considera il ruolo dell’ANP, a volte forza di collaborazione e di repressione contro il proprio popolo e tuttavia ostacolo ai tentativi di annessione di Israele?

Amira Hass È importante distinguere l’ANP in quanto fornitrice di servizi alla popolazione, in quanto direzione nazionale e in quanto ente politico con l’obbiettivo di accedere allo statuto di Stato. Molte persone e soggetti dell’Autorità sono onesti capifamiglia risoluti a servire la loro comunità. Lo storno di introiti dell’ANP da parte di Israele ha ridotto della metà, se non di due terzi, i loro salari già da parecchi anni. Cosa che evidentemente ha delle ripercussioni personali e professionali e incide sulla loro volontà di fare bene il proprio lavoro.

D’altra parte è notevole che il settore pubblico continui a funzionare e a fornire dei servizi, per modesti e insufficienti che siano. Quanto alle istituzioni stesse, il loro funzionamento varia da un luogo all’altro, può essere minimo, in particolare a causa dei tagli al budget, mentre altrove certi settori, come il sistema giudiziario, sono indeboliti dalla politica interna.

Gli accordi di Oslo hanno esentato Israele da ogni responsabilità verso il popolo che continua ad occupare e l’Autorità deve rimediare ai mali provocati da Israele: che si tratti di aiutare le persone sfollate, le famiglie indigenti, i feriti o semplicemente quelli che soffrono di ipertensione arteriosa a causa di una realtà insopportabile e dello stress permanente. Fino ad oggi l’ANP paga le spese dei pazienti gazawi venuti a farsi curare in Cisgiordania prima del 7 ottobre: paga la loro degenza e le loro cure. Paga anche l’acqua potabile che Israele ha dovuto, sotto pressione internazionale, fornire a Gaza. Piccole quantità che costituiscono ormai la sola acqua potabile disponibile.

Sotto questo aspetto non si può dire che l’Autorità agisca contro il suo popolo. Invece ciò avviene quando si considera il suo ruolo di direzione politica nazionale. In assenza di elezioni o di “risorse nuove”, è caratterizzata da una sclerosi di idee e di azioni. In quanto nomenklatura è incapace di staccarsi dai propri interessi personali e di conseguenza di prendere la minima iniziativa di cambiamento o di disubbidienza civile nei confronti degli israeliani. In certi casi la sua prontezza a seguire i diktat israeliani indica una vera collaborazione, sto parlando di collaborazione burocratica.

P.A. E la collaborazione per la sicurezza?

A.H. Non so se ed in quale misura l’Autorità riesca, speri o possa sventare attacchi armati contro gli israeliani. In cambio, a mio avviso, dovrebbe avere il diritto di opporsi alle azioni che facilitano le campagne di distruzione e le espulsioni di massa da parte di Israele. Invece preferisce utilizzare i suoi servizi di sicurezza per intimidire e soffocare le critiche interne e la libera discussione. Dato che si tratta di una nomenklatura, con i suoi evidenti fenomeni di nepotismo, gli alti salari e i vantaggi che ne conseguono, la sua ostilità alla lotta armata, del resto sensata, è considerata dalla popolazione un indice di corruzione, se non di tradimento.

P.A. Nonostante la recente ondata di riconoscimenti dello Stato di Palestina, che cosa resta della “soluzione di due Stati”?

A.H.Sbagliamo continuando a parlare di “soluzione”. Nei processi storici il problema è sapere ciò che è stato fatto per garantire che la prossima fase sia migliore per il popolo. I ritardatari che oggi riconoscono uno Stato palestinese sembrano ignorare la realtà dell’annessione di fatto da parte di Israele della maggior parte della Cisgiordania e la minaccia di espulsioni di massa.

Ma vorrei essere positiva: facciamo pressione su quei Paesi e i loro dirigenti perché impongano sanzioni a Israele in modo che quest’ultimo inizi a demolire i circa 300 avamposti già costruiti, come prima tappa prima dello smantellamento progressivo delle colonie.

Bisogna ribadire l’assioma secondo cui tutte le colonie sono illegali. Bisogna respingere l’affermazione secondo cui sono “irreversibili”, perché questo significa che accettiamo e sosteniamo l’espropriazione quotidiana e permanente dei palestinesi.

Una volta che il processo dei negoziati sarà ripreso lo Stato di Palestina potrebbe accettare che degli ebrei israeliani rimangano all’interno delle sue frontiere. Ma a condizione che le vecchie colonie siano aperte a tutti e non solo agli ebrei israeliani; che i proprietari fondiari – comprese le comunità locali le cui terre sono pubbliche e non private – siano indennizzati per le terre rubate; che i coloni violenti siano espulsi e che lo Stato di Israele garantisca che coloro che restano non costituiranno una quinta colonna. Un riconoscimento privo di sanzioni immediate e coraggiose contro Israele non è che una pia illusione.

P.A.Per finire con una nota più personale, come si svolge il lavoro di una giornalista israeliana in Cisgiordania dopo il 7 ottobre?

A.H. La situazione è più frustrante che mai: ci sono troppi eventi importanti e pericolosi, troppi incidenti, attacchi e risoluzioni governative (israeliane) che bisogna seguire seriamente e meticolosamente. E i lettori (israeliani) rifiutano più che mai di conoscere e comprendere il contesto generale.

Philippe Agret

Storico giornalista dell’Agenzia France Press (AFP). Dopo essere stato corrispondente a Londra ha diretto parecchi uffici dell’AFP in Asia.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Morte di un villaggio

Yigal Bronner

11 luglio 2025, London Review of Books

Quando i coloni sono entrati nel villaggio palestinese di Mu’arrajat, tutti sapevamo che cosa sarebbe successo subito dopo. Quello che è successo tante e tante volte in Cisgiordania. Invasione, molestie, furti e terrore, fino al raggiungimento dell’obiettivo non nascosto: ripulire l’area dai non-ebrei. Io e gli altri attivisti che erano con me però non potevamo smettere di tentare. Quindi alle 22.30 del 2 luglio alcuni di noi sono partiti da Gerusalemme e hanno percorso la strada tortuosa che scende verso la valle del Giordano. Mu’arrajat prende il nome da quelle curve. O lo prendeva.

Verso sera diverse decine di coloni dai vicini avamposti illegali si sono radunati nel villaggio. Alcuni sono arrivato con materiale da campeggio, altri hanno portato un gregge di pecore. Poi hanno fatto irruzione nelle case dei palestinesi. In una hanno spostato i mobili nella veranda, si sono seduti e hanno fatto come se fossero a casa propria. Un altro gruppo ha fatto uscire un gruppo di sessanta capre e pecore dal recinto di Ibahim e le ha portato via dal villaggio. Nessuno ha più rivisto quegli animali. Un terzo gruppo ha tagliato la corrente a una delle case. Dentro c’erano donne e bambini. Terrorizzati che venisse dato fuoco alla loro casa sono scappati portando con sé solo i vestiti che avevano addosso. I coloni sono entrati e hanno rubato soldi e oggetti di valore.

I leader di questo attacco ben orchestrato, uomini provenienti dalle colonie e dagli avamposti intorno al villaggio, erano sul posto e davano ordini. Ma la maggior parte degli aggressori erano degli adolescenti, i cosiddetti “giovani delle colline” che sono alla testa del crescente movimento di supremazia ebraica in Israele.

Siamo arrivati al villaggio dopo che il gregge di pecore era stato rubato ma prima dell’attacco alla casa a cui era stata tagliata la corrente. La polizia era stata chiamata ma non si vedeva da nessuna parte. L’ho chiamata alle 23.48. Hanno detto che stavano arrivando. L’ho chiamata di nuovo a mezzanotte e 34 minuti, spiegando in dettaglio il pericolo che correvano le famiglie palestinesi, gli attivisti (i coloni stavano lanciando pietre ai miei colleghi e li colpivano con delle mazze) e le proprietà. “Cosa state aspettando” ho chiesto. “Che succeda qualche disgrazia? Perché non mandate una macchina della polizia? Vi abbiamo chiamato molte volte!” Mi è stato rimproverato di avere un tono isterico e mi hanno detto di aspettare pazientemente, perché le forze di sicurezza stavano arrivando. Anche altri avevano chiamato e ricevuto risposte simili. La polizia non è mai arrivata.

A Gerusalemme un’avvocata che rappresenta il villaggio stava preparando una richiesta urgente alla Corte Suprema di Israele di emettere un ordine che imponesse alla polizia e l’esercito di rimuovere i coloni invasori. Ci mandava continue richieste di aggiornamento. Le mandavamo continue risposte. La richiesta è stata presentata il giorno seguente, ma il giudice della Corte Suprema Alex Stein ha detto che non c’era motivo di intervenire, data che si presumeva che le forze di sicurezza avrebbero agito per preservare l’ordine. L’avvocata ha fatto ricorso, che è stato nuovamente respinto. Non ci sarebbe stato nessun intervento della polizia, dell’esercito o dei tribunali, come i leader dei coloni ben sapevano. Hanno detto ai palestinesi che avevano 24 ore per andarsene, o sarebbe stato peggio per loro.

I residenti conoscevano la procedura. La stessa che avevano visto in tutta la Cisgiordania. Alla fine di maggio la stessa cosa era successa a Mahayer al-Dir: i coloni avevano stabilito un avamposto nel villaggio, avevano attaccato i residenti e svaligiato le loro case; anche lì la polizia e i tribunali non erano intervenuti quando i coloni avevano dato i loro ultimatum. Gli abitanti del villaggio che avevano tardato a fare i bagagli erano stati picchiati dai coloni, e diversi tra loro erano finiti in ospedale con ferite gravi. I residenti di Mu’arrajat, che avevano amici e familiari a Maghayer al-Dir, non hanno aspettato fino alla mattina per andarsene. L’ultimatum dei coloni è stato rispettato entro le 24 ore. Le case erano state smantellate, i beni di prima necessità impacchettati e portati via, la scuola svuotata. Tutti i 250 residenti se ne sono andati.

Ne ho conosciuto bene alcuni durante gli ultimi cinque anni. Ho parlato con Alia ogni volta che iniziavo il turno di notte, di modo che sapesse chi chiamare in caso di emergenza. Suliman mi chiamava quasi tutte le notti, quando i coloni prendevano a pugni la sua porta di casa. Erano vessati, invasi e terrorizzati; i coloni hanno dato fuoco alla moschea del villaggio; nonostante questo hanno mantenuto la loro dignità. Ho visto i villaggi intorno a loro cadere uno dopo l’altro, ma loro continuavano a resistere. Adesso anche loro sono dispersi, senza casa, sradicati.

I coloni, nel frattempo, stanno celebrando un’altra vittoria nei social media: l’espulsione di un’altra comunità di “nemici” o “invasori”, come chiamano le persone la cui terra e le cui case hanno invaso e occupato. L’intera valle del Giordano è stata ebraicizzata.

Quando una persona muore, ci sono dei rituali che ci aiutano a piangerne la scomparsa, e persone che ci guidano nell’elaborazione del lutto. Ma cosa possiamo fare quando un intero villaggio è cancellato, quando la vita di un’intera comunità viene distrutta? Specialmente quando nessuno intorno a noi sembra farci caso, quando a nessuno sembra importare nulla?

Mu’arrajat non esiste più.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




L’avanzata dei gruppi paramilitari di coloni nella strategia israeliana per la Cisgiordania

Meron Rapoport da Tel Aviv, Israele

4 luglio 2025 – Middle East Eye

In Cisgiordania milizie composte da coloni e sostenute da leader politici israeliani stanno intensificando gli sforzi per espellere i palestinesi e impadronirsi delle terre.

La scorsa settimana, pochi giorni dopo l’uccisione di tre palestinesi da parte delle forze israeliane intervenute per proteggere dei coloni che assaltavano violentemente il villaggio palestinese di Kafr Malik nella Cisgiordania occupata, un’insolita ondata di condanna ha travolto la politica e i media israeliani.

Ma l’indignazione non era rivolta all’uccisione dei palestinesi. È scaturita solo dopo che i coloni si sono rivoltati contro i soldati israeliani.

Venerdì sera dei coloni, comunemente noti in Israele come “Giovani delle Colline”, hanno attaccato i soldati di stanza in un avamposto coloniale vicino a Kafr Malik, a nord-est di Ramallah. Il giorno seguente, lo stesso gruppo ha assaltato una base militare vicina.

Per un esercito da tempo abituato a scortare i coloni durante le incursioni nelle comunità palestinesi, l’aggressione da parte dei loro usuali alleati è stata inaspettata e inquietante.

Il termine “Giovani delle Colline” non potrebbe descrivere in modo più appropriato questa organizzazione. La loro struttura, le tattiche e la crescente sicurezza con cui agiscono indicano che ora agiscono più come una formazione paramilitare che come un insieme informale di giovani coloni radicalizzati.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Israel Katz ed esponenti di tutto lo spettro politico israeliano, tra cui membri sia della coalizione che dellopposizione, hanno immediatamente condannato gli attacchi contro i soldati.

Eppure le attività violente di questi gruppi di coloni contro i palestinesi continuano da anni senza apprezzabili conseguenze politiche o legali.

Violenza autorizzata dallo Stato

L’ascesa delle milizie di coloni non è un fenomeno nuovo.

Durante gli scontri del maggio 2021 tra ebrei e palestinesi, milizie di coloni condussero attacchi coordinati e simultanei contro villaggi palestinesi in tutta la Cisgiordania.

Queste milizie non agiscono in modo spontaneo, ma operano allinterno di una struttura organizzata che comprende diverse centinaia di uomini armati.

Ciò che è cambiato è la palese ufficializzazione delle loro operazioni sotto lattuale governo israeliano.

Da quando Bezalel Smotrich, che è anche ministro delle Finanze israeliano, ha assunto il controllo dell’Amministrazione Civile in Cisgiordania, queste milizie sembrano operare in stretta connessione con un obiettivo strategico più ampio: espandere il controllo israeliano sull’Area C [area dei territori occupati sotto totale controllo israeliano, ndt.], che costituisce circa il 60% della Cisgiordania, ostacolando di fatto la possibilità di istituire un futuro Stato palestinese.

Un elemento centrale di questa strategia è la proliferazione delle cosiddette “fattorie dei pastori”, un modello di insediamento che consente ai coloni di impossessarsi di vaste aree di terreno senza l’approvazione formale del governo e con scarsa, se non nessuna, resistenza militare. Queste fattorie nascono in genere con pochi coloni, a volte anche solo due o tre, ma si espandono rapidamente su vaste aree.

Attraverso questi avamposti piccoli gruppi di coloni, spesso collegati ai Giovani delle Colline, riescono ad affermare il controllo su ampie distese di terreno. I coloni che gestiscono queste fattorie minacciano ed espellono con la forza pastori e abitanti palestinesi, creando di fatto zone di esclusione senza annessione ufficiale.

Per i palestinesi che vivono in Cisgiordania la violenza e l’espropriazione inflitte da queste milizie non sono né nuove né sporadiche.

Ma i recenti attacchi ai soldati israeliani hanno improvvisamente attirato l’attenzione su questi gruppi, esponendo una realtà che i palestinesi subiscono da tempo: frange del movimento dei coloni si stanno evolvendo in forze organizzate e militarizzate che perseguono un programma di estorsioni territoriali con crescente impunità.

Strategia post-Smotrich

Sotto la guida di Smotrich molte di queste fattorie vengono ora legalizzate. Allo stesso tempo sono aumentati gli attacchi (esplicitamente intenzionali e coordinati) contro pastori palestinesi e comunità beduine a est della strada Alon [componente strategica del piano Alon, che dopo la guerra del 1967 prevedeva l’annessione di una striscia di terra lungo il confine orientale della Cisgiordania, inclusa appunto la strada Alon, ndt.] e in particolare nella Valle del Giordano.

Lo scopo di questi attacchi sembra essere chiaro: cacciare i palestinesi dalla zona.

Di recente le milizie di coloni hanno iniziato a spingersi ad ovest della Alon Road, avvicinandosi alle regioni di Nablus e Ramallah. Non è ancora chiaro se le milizie ricevano ordini diretti dallo stesso Smotrich, ma è evidente che i loro obiettivi collimano.

Entrambi lavorano per un obiettivo comune: consolidare il controllo israeliano sull’Area C e liberarla dai suoi abitanti palestinesi.

Un esempio di questa tacita cooperazione è emerso in seguito agli eventi di venerdì scorso.

Smotrich ha dichiarato che sparare agli ebrei costituisce una “linea rossa” che non deve essere oltrepassata, affermando in modo inequivocabile la proibizione di aprire il fuoco contro gli ebrei.

Inizialmente i coloni avevano affermato che un ragazzo [ebreo] di 14 anni era stato colpito dai soldati israeliani, sebbene in seguito sia emerso che il ragazzo era rimasto ferito mentre lanciava pietre contro i soldati in un luogo completamente diverso. Ciononostante Smotrich ha scelto di schierarsi con la versione dei fatti dei Giovani delle Colline.

L’attacco alla base militare del giorno successivo ha costretto il ministro delle Finanze a condannare pubblicamente le azioni dei coloni, ma gli interessi strategici condivisi dalle due parti rimangono intatti.

L’aumento negli ultimi tempi della frequenza degli attacchi contro i palestinesi potrebbe derivare dalla preoccupazione del ministro delle Finanze israeliano che il governo possa cadere o che lui possa non fare parte del prossimo esecutivo. Nella maggior parte dei sondaggi il Partito Sionista Religioso di Smotrich non supera la soglia di sbarramento.

Smotrich è uno dei politici più abili e scaltri d’Israele e possiede una profonda conoscenza storica.

L’aggressiva espansione delle milizie armate di coloni in Cisgiordania non consiste semplicemente in una serie di attacchi isolati; fa parte del più ampio sforzo di Smotrich per stabilire “fatti sul campo” irreversibili in caso di un cambio di governo.

Potrebbe benissimo aver ragione nei suoi calcoli. È altamente improbabile che un futuro governo israeliano intervenga per smantellare fattorie o avamposti di pastori in Cisgiordania, e ancora meno probabile che agisca per restituire ai palestinesi sfollati le terre da cui sono stati espulsi.

Smotrich potrebbe anche avere in mente la linea del piano per il Medio Oriente dell’amministrazione Trump, da lui pubblicamente criticato. Secondo tale piano, gran parte dell’Area C verrebbe annessa a Israele, mentre ci sarebbe uno Stato palestinese spezzettato sotto forma di enclavi separate sparse in tutta la Cisgiordania.

L’evidente obiettivo di Smotrich è garantire che le aree annesse siano il più possibile prive di palestinesi, riducendo il numero di palestinesi che potrebbero rivendicare la cittadinanza o pieni diritti all’interno dello Stato israeliano.

La guerra in corso a Gaza sta anche plasmando il pensiero delle milizie dei coloni, oltre a rafforzare Smotrich e il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. La guerra ha creato un ambiente permissivo che sembra incoraggiare questi attori ad accelerare i loro programmi in Cisgiordania.

La fantasia dei coloni

I coloni hanno a lungo coltivato l’ambizione di svuotare la Cisgiordania della sua popolazione palestinese. Per anni questa aspirazione è stata ampiamente intesa, persino tra gli stessi coloni, come una fantasia irrealizzabile.

Tuttavia, la distruzione quasi totale di Gaza e la crescente percezione che la pulizia etnica della Striscia di Gaza sia diventata, almeno in modo semi-esplicito, uno degli obiettivi di guerra del primo ministro Netanyahu, hanno incoraggiato i gruppi di coloni a credere che un simile scenario possa essere possibile anche in Cisgiordania.

La pulizia etnica in Cisgiordania presenterebbe però sfide logistiche e politiche ben più complesse rispetto a Gaza. A differenza di Gaza, infatti, in Cisgiordania la popolazione palestinese e quella dei coloni è molto più intrecciata sul territorio.

Inoltre, la Giordania (situata appena oltre il confine) reagirebbe quasi certamente con molta meno indulgenza dell’Egitto nel caso di un tentativo israeliano di espellere nel suo territorio con la forza centinaia di migliaia di palestinesi.

Tuttavia alcuni dei metodi attualmente impiegati dall’esercito israeliano a Gaza sembrano gradualmente estendersi anche in Cisgiordania, seppur su scala minore.

Negli ultimi mesi ampi settori dei campi profughi di Tulkarem e Jenin, insieme ad altre aree, sono stati rasi al suolo con i bulldozer e centinaia di case sono state demolite dalle forze israeliane. Le immagini relative a questi siti assomigliano sempre di più a quelle provenienti da Gaza.

Anche se la Cisgiordania non sta ancora vivendo una completa riproduzione della campagna di Gaza, ciò che si sta verificando potrebbe essere visto come la preparazione di un più ampio sforzo da parte di Smotrich e delle milizie dei coloni per “sgomberare” aree chiave dai palestinesi.

Una sfida tra criminali

L’attacco di venerdì scorso all’esercito israeliano da parte delle milizie dei coloni ha segnato una rara trasgressione delle regole non scritte che da tempo governano il rapporto tra coloni ed esercito in Cisgiordania. Questa violazione ha suscitato alcune critiche all’interno di Israele.

Tuttavia è improbabile che tali critiche abbiano un impatto significativo sulle operazioni delle milizie o sulla più ampia direttiva di espansione degli insediamenti ed espulsione dei palestinesi.

Il ministro della Difesa Israel Katz, che ha recentemente revocato l’uso di ordini di detenzione amministrativa contro coloni ebrei (indebolendo così i poteri esecutivi della Divisione Controterrorismo Ebraico dello Shin Bet), ha ora annunciato la formazione di una nuova unità di polizia incaricata di affrontare la violenza dei coloni.

Secondo Katz l’esercito israeliano e lo Shin Bet saranno in qualche modo coinvolti ma l’unità sarà guidata principalmente da agenti di polizia.

In pratica, tuttavia, non c’è dubbio che per la nomina del comandante dell’unità sarà richiesta l’approvazione di Ben Gvir, che sovrintende alla polizia ed è ampiamente considerato un alleato del movimento dei coloni.

In tali termini, la creazione di questa unità non appare un autentico tentativo di arginare la violenza dei coloni quanto piuttosto una manovra politica per gestire la percezione dell’opinione pubblica. Probabilmente mira a deviare le critiche piuttosto che ad affrontare seriamente gli attacchi in corso.

Le aggressioni pubbliche contro i soldati israeliani sono generalmente impopolari in Israele, e persino gli israeliani di centro e centro-destra si oppongono alla violenza dei coloni contro i palestinesi. Questi fattori rappresentano una potenziale minaccia al progetto politico portato avanti da Smotrich e dalle milizie dei coloni.

Tuttavia, nonostante queste tensioni interne, è improbabile che il progetto venga fondamentalmente bocciato.

Smotrich e Ben Gvir, i rappresentanti più in vista del movimento dei coloni alla Knesset, sono ormai profondamente integrati all’interno del governo israeliano, il che rende difficile immaginare uno scenario in cui questo programma venga significativamente messo in discussione dall’interno.

Tuttavia, come spesso accade in movimenti violenti di questa natura, potrebbero esserci elementi più estremisti che percepiscano Smotrich e Ben Gvir come troppo moderati o non sufficientemente impegnati nella causa. Ma questa è in definitiva una competizione tra fazioni alimentata dal crescente radicalismo. È una sfida tra criminali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Coloni israeliani entrano a Gaza per fondare un avamposto ‘simbolico’

Oren Ziv

1 marzo 2024 – +972 Magazine

Decine di coloni e attivisti di destra hanno assaltato il valico di Erez e costruito due strutture di legno senza che soldati e polizia intervenissero.

Ieri pomeriggio oltre 100 israeliani hanno assaltato il valico di Erez nel nord di Gaza nel più significativo tentativo di ristabilire colonie ebraiche nella Striscia dall’inizio della guerra. Un gruppetto è riuscito a penetrare a Gaza per parecchie centinaia di metri prima di essere intercettato da soldati israeliani, mentre circa altri 20 sono entrati nell’area fra i due muri che costituiscono la barriera che cinge la Striscia. Là hanno stabilito un “avamposto” nello stile che si vede comunemente in Cisgiordania, costruendo per parecchie ore senza interventi da parte di esercito o polizia. 

Dai primi momenti della guerra è stato chiaro che i politici israeliani di destra e i leader dei coloni hanno percepito l’opportunità di cambiare radicalmente lo status quo in Israele-Palestina. Per mesi ci sono state richieste sempre più pressanti, non ultima a gennaio in un’importante conferenza a Gerusalemme in cui alti funzionari hanno presentato i loro piani per rioccupare Gaza, spesso mentre si chiedeva contestualmente di espellere dalla Striscia i suoi 2.3 milioni di abitanti palestinesi. In parallelo attivisti di destra, quasi tutti giovani, hanno cominciato regolarmente a dimostrare contro l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia nei pressi della recinzione di Gaza. Tuttavia l’azione di ieri ha marcato un nuovo picco nelle loro attività. 

Verso le 14 gli attivisti hanno cominciato a riunirsi in una stazione ferroviaria a Sderot, città nel sud di Israele vicino a Gaza. In quel punto di incontro iniziale per quella che era ufficialmente una “protesta” per rendere onore a Harel Sharvit, un colono ucciso mentre prestava servizio a Gaza, l’atmosfera era calma, persino sonnolenta. Un’auto della polizia è passata nei pressi senza reagire a quanto stava avvenendo. Da qui gli attivisti si sono mossi in auto private verso il checkpoint di Erez, l’unico valico civile fra Israele e la Striscia di Gaza, classificato dall’esercito israeliano come “zona militare chiusa” da quando è stata brevemente occupata dai palestinesi nel corso dell’attacco guidato da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre. 

Arrivati vicino al posto di blocco gli attivisti sono usciti dalle loro auto e hanno iniziato una manifestazione. A questo punto hanno incontrato un altro convoglio di veicoli pieni di “giovani delle colline”, giovani coloni violenti che regolarmente stabiliscono nuovi avamposti in Cisgiordania e attaccano i palestinesi per costringerli a lasciare le loro terre. Almeno due di loro erano armati di fucili come quelli usati dall’esercito, e hanno portato materiali da costruzione per erigere un avamposto. 

A un certo punto alcuni di loro hanno cominciato a correre verso il posto di blocco e sono riusciti ad attraversarlo non ostacolati dai pochi soldati presenti incapaci di fermarli. Nello spazio fra i due muri che circondano la Striscia circa una ventina di loro ha cominciato a erigere due strutture usando i materiali che avevano portato: assi e pali di legno e lamiere di ferro per i tetti. Nel frattempo un gruppetto di giovani coloni è penetrata di corsa ancora più dentro Gaza, sempre senza che i soldati glielo impedissero.

Le radio dei soldati hanno ricevuto il messaggio che un certo numero di persone era entrato a Gaza e sono stati mandati jeep militari e persino due carri armati per cercarli. Circa mezz’ora dopo una jeep militare ha riportato i giovani sul lato israeliano del valico senza arrestarli. Sono usciti dalla jeep fra gli applausi degli altri attivisti, unendosi al gruppo più grande che cantava “È nostra.”

Per parecchie ore chi era arrivato nello spazio fra i due muri ha continuato senza impedimenti a costruire l’avamposto che hanno chiamato New Nisanit, come una delle colonie di Gaza abbandonate come parte del “disimpegno” del 2005. Come in Cisgiordania i soldati sono rimasti nei pressi a offrire protezione invece di cercare di fermarli.

Questo è il nostro Paese’

Amiel Pozen e David Remer, entrambi diciottenni, sono due dei coloni che sono riusciti a penetrare per circa 500 metri entro Gaza. Dopo essere stati prelevati e riportati al posto di blocco dall’esercito israeliano hanno parlato con +972

Non avevamo paura di entrare (a Gaza), il Santo è con noi e le Forze di difesa israeliane erano lì per aiutarci,” ha detto Remer. “Noi siamo venuti qua (perché) vogliamo tornare a casa. Io vivo in una comunità di deportati da Gush Katif (blocco di insediamenti ebraici a Gaza sfollato nel 2005) e abbiamo voluto ritornarci. Dopo tutto quello che è successo non c’è dubbio che dobbiamo ritornarci. 

La sensazione è molto bella, come tornare a casa,” ha continuato Remer. “È nostra. Il Santo, che Egli sia benedetto, ha detto che è nostra. Se non ci saremo noi sappiamo cosa ci sarà.”

Pozen ha aggiunto: “Siamo venuti in rappresentanza dell’intera popolazione, del popolo ebraico. Noi vogliamo ritornare in tutta la Terra di Israele, in tutte le parti della nostra Terra Santa. Non ci sono ‘due stati per due popoli’, è sbagliato. Il popolo di Israele appartiene alla Terra di Israele.”

Riguardo alla possibilità di persuadere il governo a sostenere il reinsediamento a Gaza Pozen ha affermato: “Vorrei che il governo capisse (ciò che) la maggioranza delle persone ha già capito: noi siamo qui. È nostra. Non ci sono ostacoli politici o internazionali. Non dobbiamo tenere nessun altro in considerazione. È una questione interna. Dobbiamo andare a Gaza, distruggere tutti i terroristi là e costruirvi noi.”

Un altro dei coloni fermati dall’esercito dopo essere penetrato in profondità dentro Gaza ha mostrato ai suoi amici sul cellulare la foto di una pianta di fragole in un orto palestinese dicendo: “Guardate com’è bello il Paese.”

Nel corso della serata i giovani coloni hanno continuato ad aggirare l’esercito e a correre verso l’avamposto. Molti l’hanno fatto strisciando in un buco nella recinzione probabilmente creato durante gli eventi del 7 ottobre, finché i soldati non hanno portato un bulldozer per chiuderlo con del terriccio.

Molti dei giovani erano delle stesse organizzazioni che hanno passato parecchie delle scorse settimane cercando, spesso senza successo, di impedire agli aiuti umanitari di raggiungere Gaza. Ai loro occhi c’è un legame fra il trattenimento degli aiuti per i palestinesi e la rifondazione di colonie ebraiche a Gaza: entrambi sono visti come un mezzo per ottenere una “vittoria” decisiva.

Mechi Fendel, un’attivista di destra di Sderot, ha detto a +972: “Siamo venuti qui ad affermare che il giorno dopo la fine della guerra dobbiamo insediarci ed espandere le città ebraiche su tutta la Striscia di Gaza. Perché se non lo facessimo diventerà come un nido di vespe. Non si può lasciare un vuoto. Non c’è motivo per volere che si ripeta. Io vivo a un chilometro dalla Striscia di Gaza. Non posso avere dei terroristi come vicini e il 7 ottobre ci hanno fatto vedere di cosa sono veramente capaci.”

Per quanto riguarda la costruzione di un avamposto vicino alla recinzione ha spiegato: “Far vedere che abbiamo costruito due case è un atto simbolico. Sono venuti con queste grosse assi di legno e in pratica hanno costruito due strutture qui nella Striscia di Gaza. Naturalmente è simbolico perché non ci passeranno la notte. Ma il punto è: qui è dove dobbiamo stare. Questo è il nostro Paese. Non possiamo lasciare disabitata un’intera striscia di terra.”

E cosa succederebbe ai palestinesi di Gaza se si stabilissero delle colonie ebraiche? “Se sono disposti ad accettare la giurisdizione israeliana, a lasciarci entrare e controllare il loro sistema educativo e aiutarli finanziariamente, allora, se sono pacifici, lasciamoli stare,” ha sostenuto Fendel. “Fino ad ora non ho mai trovato un palestinese che sia pacifico. Come ho scritto, i lavoratori palestinesi (che lavorano in Israele) per decine di anni sono diventati terroristi in un secondo.

Penso che il governo quando vedrà che noi siamo con loro, che il popolo lo vuole, sarà d’accordo,” ha continuato. “Perché neanche il governo vuol vedere nascere un nido di vespe. Penso che se noi abbiamo le persone e la volontà e facciamo vedere di essere là, siamo coraggiosi e vogliamo farlo, il governo ci aiuterà.”

Prima gli assalti dei soldati, adesso dei coloni’

Le dinamiche hanno ricordato le tipiche scene in Cisgiordania, con i coloni a cui viene data la libertà di azione mentre i soldati restano a guardare nonostante siano in una zona militare chiusa e alcuni di loro entrino persino in una zona di combattimento. Si sono visti alcuni dei soldati abbracciare gli attivisti. Un soldato ha detto a +972 che loro li sostengono e che il problema sono “i media che vogliono azione per filmare i soldati che picchiano ebrei.”

Anche se i soldati hanno l’autorità di sottoporre a fermo dei cittadini israeliani, e lo hanno fatto con giornalisti e altri civili che negli ultimi mesi si sono avvicinati alla recinzione, invariabilmente evitano di trattenere coloni che infrangono la legge in Cisgiordania, e è successo anche ieri. Uno degli attivisti, che ha detto a +972 di essere un soldato non in servizio che portava la sua arma militare su abiti civili, ha riferito di aver lasciato prima l’area perché i soldati l’hanno avvisato che l’avrebbero “buttato fuori dall’esercito.”

 I soldati parlano con calma con gli attivisti, fra cui il ben noto Baruch Marzel, un kahanista [seguace del defunto rabbino estremista Meir Kahane ndt.] arrivato in un momento successivo. “Sono come i soldati che hanno fatto irruzione [a Gaza], adesso sono loro (i giovani coloni) a fare irruzione,” dice Marzel a uno dei soldati. 

Più tardi, mentre se ne stavano andando, Marzel ha detto a +972 che l’azione gli ha ricordato “la prima colonia a Sebastia”, un villaggio vicino a Nablus, in Cisgiordania, dove circa 50 anni fa un gruppo di coloni del movimento Gush Emunim (Blocco dei Fedeli) [movimento dei coloni nazional-religiosi sorto nel 1974, ndt.] tentò di stabilire una colonia ebraica sfidando i tentativi del governo di cacciarli fino a quando non cedette. Egli aggiunge che il problema principale per lui non è insediarsi a Gaza, ma deportare i palestinesi in “tutti i Paesi che li sostengono.” 

Un funzionario della sicurezza presente sulla scena ha espresso a +972 il suo disappunto su come gli attivisti siano riusciti ad attraversare con tale facilità il posto di blocco. “Se sono riusciti a entrare a Gaza ciò significa che anche (i palestinesi) possono entrare dalla direzione opposta,” ha detto. 

Funzionari di polizia arrivati sul posto si sono comportati con la stessa indifferenza dei soldati. Sembrava non avessero fretta di intervenire e all’inizio hanno arrestato solo uno dei manifestanti. Dopo il tramonto, verso le 19, alcuni attivisti hanno cominciato ad andarsene e in seguito il resto è poi stato disperso dalla polizia. La scorsa notte un totale di nove persone è stato arrestato e portato a una stazione di polizia.

La scorsa notte, in risposta alle domande di +972, un portavoce della polizia ha dichiarato: “Le forze della polizia israeliana sono state chiamate nel pomeriggio vicino al valico di Erez in seguito all’arrivo di manifestanti e alla penetrazione di un gruppetto nella Striscia di Gaza attraverso la recinzione, violando l’ordine di un generale. Alla luce di un pericolo reale per le vite dei manifestanti le forze di polizia sono state costrette ad agire nel territorio della Striscia di Gaza dove alcuni di loro li hanno affrontati e si sono rifiutati di andarsene, non lasciando alla polizia altra scelta che arrestarne nove per aver violato l’ordine di un generale e non aver (obbedito) a un ufficiale di polizia.

I manifestanti sono stati portati a una stazione di polizia per essere interrogati, dopo di che si deciderà chi di loro verrà deferito domani alla Corte di Appello per discutere la loro causa.” Oggi la polizia non ha risposto a un’altra richiesta di informazioni circa quali degli arrestati siano stati accusati, ma sembra che siano stati tutti rilasciati la scorsa notte.

Oren Ziv è una fotogiornalista e reporter di Local Call e fra i fondatori del collettivo di fotografi Activestills.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)