“Coazione a ripetere”: come la guerra permanente condiziona la psiche israeliana

Dana Mills

4 marzo 2026 – +972 Magazine

Dal 7 ottobre all’Iran il governo israeliano ha ripetutamente usato lo stato di emergenza per rendere superfluo il pensiero individuale, spiega la Dott.ssa Dana Amir.

Otto mesi fa Israele ha lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran, segnando l’inizio di quella che in seguito sarebbe stata definita la “Guerra dei 12 giorni”. Al termine il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato una vittoria storica. “Abbiamo rimosso due minacce esistenziali: la minaccia di annientamento da parte di armi nucleari e la minaccia di annientamento da parte di 20.000 missili balistici”, ha affermato. “Se non avessimo agito ora lo Stato di Israele sarebbe presto andato incontro al rischio di un annientamento”.

La guerra si è svolta nel mezzo del genocidio israeliano a Gaza, meno di due anni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre contro il sud di Israele, e mentre Israele si confrontava contemporaneamente con Hezbollah e gli Houthi. Per molti israeliani ha segnato l’apice di un biennio caratterizzato da ansia, impotenza e incertezza. Ma sabato scorso l’avvio congiunto di una nuova guerra contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti ha infranto le promesse di Netanyahu, insieme a qualsiasi illusione di tregua da un continuo stato di emergenza.

Come sempre l’esperienza stessa della guerra è condizionata dall’apartheid israeliano nella terra tra il fiume e il mare. I palestinesi in Cisgiordania e a Gaza non hanno rifugi per sfuggire ai bombardamenti, mentre i cittadini palestinesi di Israele hanno infrastrutture molto meno stabili per proteggersi dai missili balistici. A volte sembra che Netanyahu e il suo governo siano impegnati in uno stato di guerra e instabilità permanente nella regione, in cui tutti gli esseri umani sono costretti a vivere in una condizione di costante vulnerabilità e precarietà.

Da sabato mattina, tra una corsa alla stanza antipanico e il tentativo di pensare al futuro prossimo e a medio termine, ho riflettuto sulle conseguenze psicologiche di questa situazione. Per comprendere meglio le implicazioni personali e politiche del vivere in uno stato di guerra perpetua ho parlato con la Dott.ssa Dana Amir, psicologa clinica, psicoanalista, scrittrice e poetessa.

L’intervista è stata modificata per motivi di sintesi e chiarezza.

Prima che gli israeliani avessero il tempo di piangere le vittime degli attacchi del 7 ottobre il governo ha iniziato a massacrare i civili palestinesi a Gaza, mentre i media tradizionali israeliani giustificavano questa violenza genocida sostenendo che avrebbe “impedito il prossimo 7 ottobre”. Secondo lei quale prezzo psicologico stanno pagando gli israeliani costretti a vivere in questo ciclo di paura e violenza da più di due anni?

Quando eventi di tale travolgente intensità – il 7 ottobre, il successivo massacro israeliano a Gaza e le guerre con Iran e Hezbollah – si verificano in così rapida successione la prima cosa che crolla è la capacità di elaborare il lutto, che è uno dei processi più essenziali per la psiche umana. Dobbiamo elaborare il lutto per andare avanti. Quando questa possibilità viene negata la psiche praticamente si blocca.

Il risultato è che noi israeliani siamo di fatto bloccati in uno stato psicologico primitivo riguardo allo sforzo necessario per elaborare eventi traumatici. Non abbiamo modo di fare ciò che è necessario per andare avanti. Ci lasciamo invece coinvolgere in una forma altamente pericolosa di coazione a ripetere: un impulso inconscio a rivivere l’evento ancora e ancora, a riscrivere il dolore sia a livello personale che collettivo.

Ciò a cui stiamo assistendo è una società che non riesce a elaborare il lutto e, di conseguenza, non riesce a condurre alcun significativo esame di coscienza, né interiormente né in relazione agli altri. Il risultato è una sorta di sprofondamento nel dolore, da cui le uniche vie d’uscita sono atti di vendetta che scaricano questo dolore sull’altro e lo riproducono al suo interno.

Il messaggio contraddittorio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump prima della guerra con l’Iran, che suggeriva un possibile accordo e minacciava contemporaneamente l’uso della forza militare, ha creato nell’opinione pubblica un continuo senso di impotenza, culminato sabato mattina con l’attacco alla Repubblica Islamica. Come si fa a fronteggiare tali livelli di incertezza?

Esiste davvero un profondo senso di impotenza accompagnato da uno stato di costante prontezza ad assorbire il dolore. Questa prontezza permane durante la guerra stessa, perché rimaniamo nell’assoluta incertezza su ciò che sta accadendo. Di conseguenza viviamo in uno stato di allerta incessante, estenuante e snervante.

In superficie questa prontezza fornisce un illusorio senso di potenza: l’essere pronti apparentemente porta all’azione, ad esempio a correre verso la stanza antipanico. Ma la prontezza in cui ci troviamo non ha orizzonte. Ben poco di ciò che accade dipende effettivamente da ciò che facciamo, e c’è una crescente sensazione che nulla di tutto ciò sia collegato ai nostri interessi. Siamo pedine su una scacchiera controllata da forze politiche che hanno sé stesse come unico orizzonte politico.

Questa situazione offre l’opportunità di riflettere sulla natura dell’ansia. Considero l’ansia psicologica l’equivalente della temperatura corporea, una sorta di meccanismo di segnalazione. Quando la temperatura corporea aumenta il nostro impulso immediato è quello di abbassarla. Ma la febbre è in realtà un segnale importante che il sistema immunitario sta combattendo qualcosa. È un meccanismo di allarme naturale che cerca anche di affrontare ciò che sta attaccando il corpo.

L’ansia funziona in modo simile: in uno stato di ansia normale, non in quella patologica, che è un’alterazione del meccanismo di segnalazione, l’ansia si intensifica quando c’è una minaccia per il sistema psichico e si attenua una volta che il sistema immunitario della psiche riesce a farvi fronte.

Tuttavia nella situazione attuale il termometro non funziona più correttamente. Siamo costantemente ansiosi e di conseguenza l’ansia diventa una condizione costante. Cambiano solo le cause.

Quando l’ansia diventa un parametro costante assomiglia a un malato alla cui malattia viene assegnato ogni giorno un nome diverso. Ieri moriva di influenza; oggi muore di cancro. Le malattie stesse perdono significato perché portano tutte allo stesso risultato. Di conseguenza non vengono mobilitate risorse reali per affrontarle.

Nel linguaggio della psicologia cognitiva questo si chiama impotenza appresa. È un fenomeno osservato nei topi da laboratorio che smettono di premere i pedali che forniscono loro cibo. Non riescono più a collegare un’azione specifica a un risultato specifico, e quindi si arrendono.

Gli israeliani sono da tempo quei topi. Abbiamo smesso di premere i pedali. Il nostro livello di ansia e impotenza è così alto che la maggior parte di noi ha rinunciato al tentativo di comprendere la connessione tra azione o inazione e il suo risultato. Sembra che tutti i risultati siano identici. In un certo senso questa è la grande vittoria del governo: è riuscito a trasformare cittadini attivi e pensanti in indifesi topi da laboratorio.

Questa situazione è esattamente il motivo per cui a novembre una compagine di associazioni di psicologi e organizzazioni della società civile ha pubblicato una lettera in cui si chiedeva al primo ministro di dichiarare lo stato di emergenza nel campo della salute mentale.

Nel suo bestseller “The Shock Doctrine” Naomi Klein sostiene che governi e aziende sfruttano crisi estreme – guerre, disastri o collasso economico – per portare avanti programmi politici ed economici di vasta portata. Nel caso di Israele il governo sembra utilizzare l’accumularsi di così tanti fattori che generano ansia per reprimere il dissenso e intensificare il potere militare e la continua disumanizzazione dei palestinesi. Come possono le persone reagire sul piano psicologico e mantenere una resistenza collettiva in tali condizioni?

Gli stati di emergenza collettivi sono situazioni prodotte dagli stessi governi. Il loro utilizzo è legato alla dichiarazione dello stato di emergenza, che solo il detentore del massimo potere ha l’autorità di proclamare.

Quindi fin dall’inizio si tratta di una condizione imposta dal potere a quanti vi sono soggetti.

Nel momento in cui viene dichiarato lo stato di emergenza entriamo in una sorta di stanza sicura [a prova di esplosione] non solo fisicamente, ma anche psicologicamente. È una condizione in cui siamo circondati da spesse mura, senza ricezione per i cellulari, isolati dal mondo esterno. Il significato di questa condizione è la rarefazione, o addirittura l’annullamento, del pensiero indipendente e critico. In uno stato di emergenza qualcun altro pensa per noi. L’emergenza stessa rende superfluo il pensiero individuale.

Se immaginiamo il sistema psichico come un apparato digerente, una sana digestione implica l’assunzione di ciò che è necessario ed espulsione di ciò che non lo è. C’è una negoziazione costante tra ciò che viene interiorizzato e ciò che viene rifiutato.

In questo stato di emergenza non c’è spazio per una tale digestione. O ingoiamo interamente i messaggi che ci vengono somministrati, o li sputiamo del tutto, oppure li teniamo bloccati nella gola.

Questo è il motivo per cui in situazioni di stato di emergenza può essere esercitata una forza così grande su di noi. È anche il motivo per cui il detentore del potere ha interesse a creare sempre più stati di emergenza. Il compito più difficile in tali circostanze è quello di recuperare la pluralità, il dubbio e il pensiero stesso.

Ora, mentre corriamo avanti e indietro verso i rifugi e l’Iran risponde ai continui bombardamenti israelo-americani le nostre vite sono cambiate ancora una volta. La frequenza degli attacchi e la rapida regionalizzazione della guerra hanno creato molteplici strati di incertezza. Come si collegano gli ultimi giorni ai due anni appena trascorsi?

Penso che questi ultimi giorni siano semplicemente un concentrato di ciò che accade ininterrottamente da più di due anni: ansia al massimo, esaurimento al massimo, nervi completamente a pezzi. E a tutto questo si aggiungono messaggi che inquadrano questa guerra come una guerra di liberazione, persino come possibile base per una nuova pace mondiale.

Il grado in cui questi messaggi sono distaccati dalla distruzione deliberata che viene perpetrata produce una profonda disconnessione tra causa ed effetto, una disconnessione che, come ho detto prima, crea terreno fertile per l’impotenza appresa.

Negli ultimi tempi sembra che non ci sorprendiamo più quando si verificano nuovi disastri. Una catastrofe segue l’altra. In che modo questo influisce sulla nostra capacità di immaginare un orizzonte diverso, di vivere le nostre vite con una prospettiva più ampia e immaginare un futuro non saturo di violenza?

La resistenza si basa proprio sulla capacità di immaginare, di andare oltre ciò che è immediatamente reale e concreto. La capacità di aggrapparsi alla possibilità di un orizzonte dipende da una sorta di lirismo individuale e collettivo dell’anima.

Non si tratta di un singolo atto di deviazione dalla realtà. È uno sforzo continuo per permettere alla realtà di trasformarsi dentro di noi ripetutamente, in modo che alla fine possa trasformarsi anche fuori di noi.

Nel 1920 Paul Klee dipinse l’Angelo della Storia [Angelus Novus”], raffigurando un angelo che fissa qualcosa da cui sembra cercare di fuggire. Il suo volto è rivolto al passato, mentre la sua schiena è rivolta al futuro. Negli ultimi giorni mi è spesso tornata in mente questa immagine: quella di una persona il cui sguardo è fisso su ciò che viene distrutto piuttosto che su ciò che potrebbe essere costruito; qualcuno che cerca di sfuggire a qualcosa, ma alla fine ne rimane intrappolato.

Il potere del lirismo umano risiede nella capacità di volgere in avanti il ​​volto dell’angelo della storia. È il potere di rivendicare per noi stessi non solo il diritto, ma anche l’obbligo di scegliere la vita anziché la morte, di scegliere il futuro anziché rievocare all’infinito il passato in modo compulsivo e futile.

Dana Mills è scrittrice, attivista, danzatrice e responsabile dello sviluppo delle risorse di +972/Local Call. È autrice di “Dance and Politics: Moving beyond Boundaries” [Danza e politica: oltrepassare i confini, ndt.] (2016), “Rosa Luxemburg” (2020), “Dance and Activism” Danza e attivismo, ndt.] (2021) e “One Woman’s War” [Guerra di una donna, ndt.] (2024).

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’euforia della “vittoria” di Israele sull’Iran sta rapidamente cedendo il passo alla disillusione.

Meron Rapoport

27 giugno 2025- +972Magazine

Politicamente, Netanyahu potrebbe sembrare il vincitore della “Guerra dei 12 giorni”. Ma Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi militari ed è impossibile ignorare Gaza.

“Possiamo dire che questa è la più grande vittoria nella storia dello Stato di Israele?”. È quanto ha chiesto un conduttore del Canale 12 israeliano al generale in pensione dell’esercito israeliano Giora Eiland – padre del cosiddetto “Piano dei Generali” per affamare e ripulire etnicamente le città più settentrionali di Gaza – circa due ore dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Iran, il 24 giugno. Eiland si è mostrato modesto. La vittoria nella guerra del 1967 è stata più grande, ha rassicurato il conduttore, ma si è trattato certamente di un risultato straordinario.

Essendo abbastanza vecchio da ricordare l’euforia seguita alla guerra del 1967, non posso negare gli echi tra la Guerra dei Sei Giorni e questa “Guerra dei Dodici Giorni” con l’Iran: lo stesso sollievo collettivo per una minaccia esistenziale percepita come presumibilmente eliminata, lo stesso disprezzo e la stessa presa in giro per le prestazioni del nemico, lo stesso orgoglio travolgente per l’abilità militare di Israele, unito alla convinzione che una tale vittoria garantisca il futuro del Paese per i decenni a venire.

Ma come la storia ci ricorda, la guerra del giugno 1967 non fu l’ultima per Israele. Tutt’altro. Per molti versi, segnò l’inizio di una nuova era di spargimenti di sangue. L’attuale guerra a Gaza, e forse anche quella con l’Iran, possono essere viste come una diretta continuazione di quel “glorioso trionfo”.

Ci vollero anni dopo il 1967 perché gli israeliani capissero che la guerra non aveva inaugurato la trasformazione che speravano. Questa volta, la disillusione si è fatta sentire quasi immediatamente. Poche ore dopo l’improvviso annuncio del cessate il fuoco da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump era già evidente che una vittoria sull’Iran difficilmente avrebbe posto fine al conflitto di Israele con la Repubblica Islamica, per non parlare di tutte le sue guerre future.

Nelle prime ore di domenica mattina, subito dopo l’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato: “Vi avevo promesso che gli impianti nucleari iraniani sarebbero stati distrutti, in un modo o nell’altro. Quella promessa è stata mantenuta”. In un discorso televisivo, Trump ha ribadito tale opinione, sostenendo che i siti erano stati “totalmente distrutti” nell’attacco aereo di sabato sera.

Gli iraniani hanno subito replicato di aver rimosso la maggior parte dell’uranio arricchito da Fordow prima dell’attacco, mentre un servizio della CNN che citava fonti di intelligence statunitensi ha rivelato che l’attacco aveva probabilmente ritardato il programma nucleare iraniano di “qualche mese” al massimo. Dato che l’obiettivo dichiarato della guerra era quello di eliminare la minaccia immediata di una bomba iraniana – e che l’intelligence statunitense non ha mai creduto che l’Iran fosse vicino a produrne una – è difficile sostenere che questo obiettivo sia stato raggiunto.

L’ “amaro sapore ” della guerra

Un altro punto interrogativo incombe sull’impatto della guerra sulla deterrenza di Israele in Medio Oriente. Da un lato, l’esercito israeliano ha chiaramente dimostrato una schiacciante superiorità: ha sorvolato lo spazio aereo iraniano senza ostacoli, possedeva informazioni precise sulla posizione di alti funzionari della difesa e scienziati nucleari iraniani e ha effettuato attacchi mirati con notevole precisione. Le sue capacità operative e tecnologiche si sono mostrate pienamente. Israele ha anche dimostrato di poter agire come un bullo di quartiere nella regione – ignorando il diritto internazionale e aggirando i negoziati in corso tra l’Iran e l’amministrazione Trump – pur continuando a godere di un sostegno incrollabile da parte dell’Occidente, soprattutto di Washington.

Ma mentre il successo di Netanyahu nel trascinare gli Stati Uniti in una guerra da lui stesso avviata ha il rafforzato l’immagine di Israele come potenza regionale, sarebbe un errore sottovalutare il livello di deterrenza che l’Iran è riuscito a stabilire.

Dal 1948, le principali città israeliane non avevano mai affrontato il tipo di minaccia prolungata sperimentata durante questa guerra: numerosi edifici ridotti in macerie; altri 25 destinati alla demolizione a causa di danni strutturali; 29 civili israeliani uccisi; quasi 10.000 persone rimaste senza casa; oltre 40.000 richieste di risarcimento presentate all’autorità fiscale, strade delle città svuotate e attività economiche bloccate. Il 7 ottobre è stato orribile, ma è stato ampiamente percepito dagli israeliani come una catastrofe senza precedenti. La guerra di 12 giorni con l’Iran, tuttavia, ha intaccato il loro consolidato senso di sicurezza. Milioni di persone hanno sentito che iniziava a incrinarsi il loro senso di invulnerabilità.

L’Iran ha dimostrato che, nonostante le difese all’avanguardia di Israele, il territorio di quest’ultimo è pur sempre vulnerabile. Le immagini di distruzione da Tel Aviv, Bat Yam e Be’er Sheva assomigliavano a scene di Gaza e sono state ampiamente diffuse in tutta la regione, anche da coloro che non necessariamente sostengono il regime iraniano. Anche se la maggior parte degli israeliani ritiene che la sofferenza “valga il prezzo” di infliggere un duro colpo all’Iran, la costante corsa ai rifugi, le notti insonni e il disorientamento quotidiano hanno lasciato un segno psicologico duraturo. Se il conflitto dovesse riaccendersi, è improbabile che gli israeliani lo affronteranno con la stessa compostezza.

È chiaro che Netanyahu e la leadership israeliana non cercavano un confronto prolungato con l’Iran, proprio perché avrebbe minato la narrazione della “vittoria totale” che ha dominato i primi giorni della campagna. Questo probabilmente spiega perché subito dopo l’attacco statunitense al nucleare iraniano la maggior parte dei commentatori e degli analisti israeliani ha iniziato a parlare di “chiudere la storia”.

Eppure anche in questo limitato confronto di 12 giorni Israele non ha raggiunto i suoi obiettivi dichiarati. In una conferenza stampa poco dopo l’inizio dell’offensiva Netanyahu ha definito tre obiettivi: smantellare il programma nucleare iraniano, eliminare le sue capacità missilistiche balistiche e troncare il suo sostegno all'”asse del terrore”. Il Ministro della Difesa Israel Katz si è spinto oltre, affermando che uno degli obiettivi di Israele era assassinare l’ayatollah Ali Khamenei – di fatto, innescare un cambio di regime.

Quell’obiettivo “finale” non è stato raggiunto. Infatti, mentre i dettagli dell’accordo di cessate il fuoco tra Trump e Teheran rimangono poco chiari, è evidente che nessuno dei tre obiettivi di Netanyahu è stato raggiunto. L’Iran non ha fretta di tornare ai colloqui sul nucleare, accusando Washington di doppiezza per aver intrapreso azioni diplomatiche mentre dava il via libera agli attacchi israeliani. Non è stato limitato l’arsenale missilistico iraniano in espansione, che il Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir ha indicato come la ragione principale dell'”attacco preventivo”. E non vi è alcuna riduzione del sostegno iraniano al suo cosiddetto “anello di fuoco”: la rete regionale di alleati dell’Iran che circonda Israele.

Se Israele è emerso come la potenza militare superiore, diplomaticamente sembra aver guadagnato poco, se non nulla. Questo risultato non dovrebbe sorprendere: dall’inizio della guerra a Gaza Netanyahu ha in gran parte abbandonato gli sforzi per stabilire chiari obiettivi diplomatici per l’azione militare, affidandosi invece alla forza come unico strumento politico, da Gaza e dal Libano alla Siria e ora all’Iran.

Quest’ultimo fronte ha nuovamente messo in luce i limiti di tale approccio. Fin dal primo giorno l’Iran ha dichiarato che non avrebbe negoziato sotto il fuoco nemico, chiedendo un cessate il fuoco prima di qualsiasi ritorno ai colloqui sul nucleare. Israele ha rifiutato e Netanyahu è sembrato applicare la stessa strategia precedentemente riservata ad Hamas: negoziati solo sotto il fuoco nemico. Eppure, alla fine, il cessate il fuoco è stato dichiarato senza alcuna (nota) precondizione, esattamente come richiesto dall’Iran.

Il divario tra “obiettivi” ambiziosi e “risultati” più sfuggenti sta già seminando delusione, almeno nella destra israeliana. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha parlato di un “sapore amaro” che accompagna la “vittoria decisiva”. Benny Sabti, un analista israeliano di origine iraniana che è diventato una voce di spicco nei notiziari israeliani durante la guerra, ha twittato che “un cessate il fuoco in mezzo al continuo lancio di razzi e alle vittime è una decisione irrazionale. L’Iran ne uscirà più forte”.

Persino l’apparente successo diplomatico di Netanyahu, che ha trascinato le forze armate statunitensi in una guerra iniziata da Israele, è ora in fase di rivalutazione. Solo pochi giorni fa è stato salutato come un trionfo personale per il premier israeliano, con il parlamentare Aryeh Deri che ha definito Trump “messaggero di Dio per il popolo ebraico”. Ma affidandosi agli Stati Uniti per sferrare il colpo finale a Fordow Israele ha di fatto ceduto una parte della sua autonomia, il che ha reso evidente che Trump ha ancora l’ultima parola. Dopo che l’Iran ha lanciato un missile tre ore dopo il cessate il fuoco Israele ha inviato aerei da guerra per rispondere. Ma mentre erano già in volo Trump ha pubblicamente avvertito Israele sul suo account Truth Social: “NON SGANCIATE QUELLE BOMBE”, costringendo gli aerei a tornare indietro.

Una restaurazione politica?

In apparenza Netanyahu sembra essere in Israele il grande vincitore di questa guerra. Persino i suoi più accaniti critici sui media gli hanno attribuito il merito del successo militare, per non parlare dei suoi sostenitori, che sono tornati a parlare di lui in termini quasi divini. Lui stesso sembra rinato: rilascia interviste, visita i siti di impatto missilistico, mangia falafel con la gente – gesti che aveva praticamente abbandonato dall’avvio della sua riforma giudiziaria, e certamente dal 7 ottobre. Non sorprende che sui media stiano già circolando speculazioni su una sua possibile convocazione di elezioni anticipate per capitalizzare sulla sua gloria ritrovata.

Ma i sondaggi pubblicati dopo l’attacco iniziale di Israele contro l’Iran sono stati meno incoraggianti per Netanyahu di quanto ci si poteva aspettare. Il Likud ha guadagnato terreno, ma il blocco di coalizione di destra rimane fermo alla previsione di 50 seggi alla Knesset, non sufficienti a impedire all’opposizione di formare un governo. Una possibile spiegazione è che i piloti dell’aeronautica e gli ufficiali dell’intelligence, i due gruppi forse più associati al movimento di protesta anti-Netanyahu, siano emersi come i veri eroi della guerra.

Il motivo principale per cui Netanyahu ha scelto questo momento per lanciare una guerra contro l’Iran è stato quello di far scomparire Gaza dalla vista: far dimenticare alla gente il suo fallimento nell’eliminare Hamas; far dimenticare gli ostaggi ancora prigionieri; far dimenticare la crescente indignazione internazionale per le immagini orribili provenienti dalla Striscia; far dimenticare la crescente frustrazione interna per la guerra; e far dimenticare che il mostruoso piano di spingere i palestinesi nel sud di Gaza in preparazione dell’espulsione è in stallo, ottenendo ben poco se non sparare ai civili affamati in attesa di cibo. Ma ora che la guerra con l’Iran è finita Gaza è di nuovo impossibile da ignorare.

Se qualche israeliano avesse avuto bisogno di un avvertimento, non ha dovuto aspettare a lungo: il 25 giugno sette soldati sono stati uccisi da un ordigno esplosivo improvvisato a Khan Yunis. E contrariamente alle speranze di Netanyahu, la pressione per porre fine alla guerra a Gaza non potrà che intensificarsi.

Anche prima del mortale incidente di Khan Yunis si percepiva già un palpabile senso di stanchezza e disperazione tra le truppe israeliane in servizio a Gaza, in particolare tra i riservisti. La guerra con l’Iran potrebbe infatti rafforzare la crescente convinzione tra gli israeliani che, se il Paese riesce ad affrontare con successo una minaccia apparentemente esistenziale come il programma nucleare iraniano, allora può certamente gestire una sfida di gran lunga inferiore come Hamas, raggiungendo un accordo per porre fine alla guerra in cambio di tutti gli ostaggi.

In effetti il “Forum degli Ostaggi e delle Famiglie Scomparse”, il principale gruppo che rappresenta le famiglie degli israeliani ancora prigionieri a Gaza, non ha perso tempo a fare il collegamento. “Chiunque praggiungere un cessate il fuoco con l’Iran può anche porre fine alla guerra a Gaza” ha dichiarato in una nota dopo il cessate il fuoco. Non è ancora chiaro se ora Trump farà pressione per porre fine alla guerra a Gaza al fine di rafforzare la sua immagine di pacificatore. Ma se dovesse procedere in questa direzione sarà molto più difficile per Netanyahu resistere, soprattutto dopo aver di fatto consegnato a Trump le chiavi per porre fine alla guerra con l’Iran.

Lo sfogo furioso di Steve Bannon, figura di spicco del MAGA, che ha definito Netanyahu uno “sfacciato bugiardo” per aver violato il cessate il fuoco mediato da Trump, è un segnale d’allarme. E i Paesi europei, molti dei quali hanno sostenuto Israele durante la guerra con l’Iran per un istintivo riflesso Occidente contro Oriente, potrebbero ora intensificare le loro minacce di sanzionare Israele, e forse persino darvi seguito, a meno che non “metta fine alle sofferenze” a Gaza..

Per oltre 30 anni la “minaccia esistenziale” dell’Iran – e l’affermazione che solo lui potesse neutralizzarla – è stata una delle carte politiche più potenti di Netanyahu. Ma ora l’ha giocata. E non sarà facile giocarla di nuovo. Non può affermare in modo credibile nel prossimo futuro che l’Iran sia sul punto di costruire una bomba senza minare proprio quella “vittoria decisiva” che ha celebrato in diretta televisiva.

Questo lascia la pulizia etnica a Gaza e l’annessione della Cisgiordania come obiettivi rimanenti del programma di Netanyahu. Ma politicamente queste sono carte molto più deboli, soprattutto se restano in piedi da sole, senza l’incombente spettro di un “asse del male” iraniano.

Senza una carta forte da giocare Netanyahu potrebbe arrivare a considerare un accordo globale su Gaza – come quello recentemente proposto da Gilad Erdan, ex ambasciatore a Washington e fedele sostenitore di Netanyahu – come la via più praticabile: porre fine alla guerra, riportare a casa gli ostaggi (i pochi ancora vivi) e andare alle elezioni cavalcando l’entusiasmo per la vittoria in Iran e le immagini di lui che abbraccia gli ostaggi al loro ritorno.

Smotrich e Ben Gvir probabilmente abbandonerebbero la coalizione. Ma se Netanyahu dovesse vincere le elezioni quasi certamente i due tornerebbero nel governo per portare avanti la riforma giudiziaria e l’annessione della Cisgiordania. Sarebbe una scommessa drammatica, e un’inversione di rotta rispetto a quasi tutto ciò che Netanyahu ha fatto negli ultimi 20 mesi. Ma paradossalmente, le probabilità di un simile cambiamento potrebbero essere aumentate dopo la conclusione poco chiara della guerra con l’Iran.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)