Coloni israeliani distruggono l’unica conduttura d’acqua che alimenta il villaggio di Umm Safa nella Cisgiordania occupata.

Redazione di MEMO

16 giugno 2026 – Middle East Monitor

Lunedì coloni israeliani hanno danneggiato l’unica conduttura d’acqua che rifornisce il villaggio di Umm Safa nella Cisgiordania centrale occupata.

Fonti locali hanno detto all’agenzia [turca] Anadolu che i coloni hanno distrutto la principale e unica conduttura, mentre passavano con un bulldozer sulla terra posseduta da palestinesi e costruivano una strada per la colonia vicino al villaggio, a nord-ovest di Ramallah.

Le fonti hanno affermato che il danno alla conduttura ha provocato l’interruzione totale della fornitura d’acqua al villaggio.

Il villaggio di Umm Safa sta assistendo a un inasprimento degli attacchi dei coloni lanciati dalle colonie circostanti e dagli avamposti in tutte le direzioni, impedendo ai palestinesi l’accesso alle loro terre.

La Cisgiordania occupata ha visto un incremento degli attacchi da parte dei coloni e dell’esercito israeliani contro i terreni agricoli palestinesi, inclusi incendi, deforestazione e azioni per impedire agli agricoltori l’accesso ai loro campi, in particolar modo nelle aree vicine alle colonie e agli avamposti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un medico deve stare in un ospedale, non nella cella di una prigione: liberate Abu Safiyah ora!

Editoriale di Haaretz

15 giugno 2026 Haaretz

Se Israele ha delle prove contro Abu Safiya, dovrebbe presentarle e incriminarlo. Se non ha prove contro di lui, deve immediatamente rilasciarlo insieme a tutti gli altri medici incarcerati.

Mercoledì scorso è apparsa una foto del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nella Striscia di Gaza settentrionale, detenuto in Israele dal dicembre 2024. Nella foto appare estremamente emaciato, con lividi sulle braccia forse dovuti a un’infezione cutanea. L’immagine ha scatenato un’ondata di rabbia e critiche in tutto il mondo per il trattamento riservato ad Abu Safiya in carcere.

La foto era l’istantanea dello schermo della sua partecipazione in videoconferenza a un’udienza della Corte Suprema, relativa a una petizione presentata contro la sua detenzione. Come per tutti gli altri detenuti provenienti da Gaza, tra cui 13 medici, Israele non ha presentato alcuna prova contro di lui, né lo ha incriminato.

Lui e gli altri detenuti di Gaza vengono trattenuti con il dubbio status legale di “combattenti illegali”. La sua detenzione è stata prorogata quasi automaticamente ogni sei mesi da un giudice del Tribunale distrettuale di Be’er Sheva.

Secondo la testimonianza di altri detenuti, pochi giorni dopo che è stata presentata la petizione in suo favore, Abu Safiya è stato trasferito dalla sua cella nel carcere di Ketziot e messo in isolamento nel carcere di Nafha. Questo sembra essere dovuto a una decisione del Servizio penitenziario di punirlo per aver presentato la petizione.

Questa decisione del Servizio penitenziario si aggiunge ad altre prove delle atrocità commesse all’interno delle carceri israeliane da quando si è insediato Itamar Ben-Gvir come Ministro della Sicurezza Nazionale e soprattutto dopo l’attacco di Hamas al sud di Israele del 7 ottobre 2023.

Molti avvocati hanno affermato che i loro clienti hanno chiesto loro di smettere di convocarli alle udienze o di presentare ricorsi a loro nome perché il tragitto dal carcere al tribunale e persino alla stanza in cui si tengono le udienze in videoconferenza è sempre accompagnato da violenti attacchi da parte delle guardie carcerarie.

Anche prima del suo arresto Abu Safiya era diventato un simbolo della sofferenza dei palestinesi a Gaza. Gestiva il più grande ospedale del nord di Gaza e ha continuato a curare i pazienti anche dopo che suo figlio è stato ucciso dai soldati israeliani, dopo essere stato ferito lui stesso e dopo che parte dell’ospedale è stata distrutta dai bombardamenti che hanno ucciso anche alcuni suoi colleghi.

La sua prolungata detenzione e quella degli altri medici di Gaza è un’ingiustizia e costituisce una punizione collettiva per gli abitanti di Gaza, che hanno bisogno dei loro servigi. Inoltre alimenta gli appelli al boicottaggio di Israele.

Sabato scorso una delle principali riviste mediche, The Lancet, ha riportato la notizia di una petizione firmata da decine di organizzazioni e centinaia di medici che chiedevano il boicottaggio dell’Associazione Medica Israeliana a causa della sua incapacità di difendere l’etica medica di fronte alla distruzione del sistema sanitario di Gaza e alle sofferenze dei suoi abitanti, nonché per il ruolo svolto dai medici nel sistema carcerario israeliano.

Se Israele ha prove contro Abu Safiya dovrebbe incriminarlo e presentare tali prove. Se non ha prove contro di lui deve rilasciarlo immediatamente insieme a tutti gli altri medici incarcerati.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un bambino palestinese di 10 anni è stato arrestato, violando persino le prassi dell’IDF

Amira Hass

8 giugno 2026 – Haaretz

Guarda, sta proprio lì vicino alla porta del negozio, piangendo.” L’ufficiale decide di arrestare sia il padre che il figlio.

Cos’hai fatto nell’esercito oggi, mio caro?”

Ho arrestato un bambino di 10 anni, mamma.”

Dove?”

A Hizma, a nordest di Gerusalemme.”

Nella serata di giovedì scorso una coppia e il loro figlio di 10 anni hanno fatto visita al nonno del bambino, che vive da qualche altra parte nel villaggio. Il bambino è sceso a comprare qualcosa nel negozio di alimentari. Erano circa le 23: tardi, è vero, ma tra giovedì e venerdì la gente passa il tempo in famiglia fino a tardi. Dopotutto il giorno dopo è vacanza.

Poi, mentre il bambino era ancora giù, sono arrivati dei vicini ed hanno detto al padre che un ufficiale lo stava cercando. E’ risultato che una forza militare armata su due jeep stava facendo irruzione nel villaggio, come succede quotidianamente.

Tuo figlio mi ha tirato una pietra,” ha sostenuto l’ufficiale. “Come?” ha protestato il padre, 46 anni. “Ha 10 anni. E’ semplicemente andato a comprare qualcosa al negozietto. E guarda, sta proprio lì vicino alla porta del negozio, piangendo.”

L’ufficiale ha deciso di arrestarli entrambi. I soldati hanno messo il bambino nella jeep. Hanno ammanettato il padre con le mani dietro la schiena e lo hanno bendato. Il video di una telecamera vicina lo mostra quando viene messo nella jeep dell’esercito mentre passano le auto.

Dopo che per ore i due non sono tornati, la famiglia terrorizzata ha cercato di trovarli. La polizia israeliana ha detto di non averli presi. Nella mente di ogni membro della famiglia sono balenate ipotesi orribili. Ognuno di loro ha sentito testimonianze in prima persona che descrivono soldati, sia di leva che commando del fronte interno (cioè coloni), che picchiano palestinesi per divertimento.

Venerdì, poco prima delle 7 e dopo una notte insonne, uno dei familiari, che è anche mio amico, mi ha chiamata: “Vogliamo sapere dove sono e stiamo anche cercando un avvocato per far rilasciare il bambino,” ha detto. Ho fatto una rapida ricerca e un ufficiale della sicurezza mi ha detto che i due erano stati arrestati dall’esercito e che l’esercito stava ancora cercando di capire dove fossero.

In quanto giornalista ho ricordato all’ufficiale della sicurezza che il bambino ha 10 anni e che questo arresto era illegale. Come descritto nel 2015 da una pubblicazione dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele “l’età della responsabilità penale nei territori (in Cisgiordania) è 12 anni. Ciò significa che è vietato arrestare o incarcerare bambini con meno di 12 anni.”

Tuttavia l’esercito insiste che gli è consentito arrestare questi bambini per un tempo massimo di 3 ore e fino a 6 con l’approvazione di un tenente colonnello. Questa è stata la risposta dell’unità del portavoce dell’esercito israeliano a una richiesta di informazioni inviata alla fine del 2014 dall’associazione per i diritti civili.

Tuttavia alle 8 del mattino di venerdì le 3 ore di arresto di un bambino sotto i 12 anni consentite dalla stessa prassi dell’esercito erano passate da molto, anche con l’estensione speciale di altre 3 ore. Persino secondo le pratiche permissive dichiarate dall’esercito il tempo massimo per l’arresto era finito, l’istituzione che deteneva ancora il bambino lo stava facendo senza alcuna autorità.

L’esercito li sta cercando,” ho detto al mio amico. Ha risposto: “Se sono stati arrestati dall’esercito devono essere in una delle due basi militari della zona, quella di Anata o quella di Al-Ram.” L’ho detto all’ufficiale della sicurezza, che ha promesso di verificare. Alle 9,57 il mio amico mi ha telefonato dicendo che il padre aveva appena chiamato per far sapere che erano stati rilasciati dalla base di Anata e stavano tornando ad Hizma. E, come se rispondesse a una domanda che avevo paura di fare, il mio amico mi ha informata: non sono stati picchiati.

Non erano stati picchiati ma, secondo la testimonianza del padre ad Haaretz, ecco come sono stati trattati: quando sono arrivati alla base e sono stati fatti scendere dalla jeep, secondo quanto ha capito il padre una soldatessa ha chiesto a qualcuno in ebraico se fosse consentito ammanettare e bendare un bambino di 10 anni. Ha ricevuto una risposta positiva e ciò è quello che hanno fatto i soldati: hanno ammanettato il bambino di 10 anni e gli hanno messo sugli occhi una borsa di plastica.

Entrambi sono stati fatti sedere all’aperto, sull’asfalto. Hanno avuto freddo. Il bambino piangeva e ha chiesto a suo padre: “Quando ci lasceranno andare?” Il tempo passava lentamente. Ovviamente non riuscivano ad addormentarsi. Il padre ha chiesto che gli venisse consentito di andare in bagno. Il bambino non è più riuscito a trattenersi ed ha bagnato i pantaloni. Il padre ha continuato a gridare che aveva bisogno di andare in bagno. Una soldatessa che li sorvegliava ha gridato in arabo “Stai zitto! Stai zitto!” Alla fine è arrivato un soldato e ha portato il padre dietro a un rimorchio nella base, gli ha tolto le manette e l’ha avvertito di non muoversi da lì o gli avrebbe sparato. In seguito il padre è stato di nuovo ammanettato, e le manette sono state messe più strette. Ha detto che gli facevano male, e il soldato ha risposto in arabo di stare zitto.

Il tempo continuava a passare lentamente. Qualcuno è arrivato e ha puntato su di loro una torcia elettrica e poi li ha fotografati. E’ stata data loro dell’acqua. Il tempo continuava a passare mentre rimanevano svegli. Al sorgere del sole le manette facevano sempre più male. Il calore del sole ha iniziato a dare fastidio. Alla fine sono stati rilasciati alle 9,30 senza essere stati interrogati, indagati o citati in giudizio.

L’unità del portavoce dell’IDF mi ha risposto come segue: “Giovedì, durante un’attività operativa nel villaggio di Hizma forze dell’IDF hanno identificato un sospetto e un minore palestinesi che avrebbero tentato di lanciare pietre su una strada. Il sospetto e il minore sono stati in arresto durante alcune ore per essere interrogati e sono stati rilasciati immediatamente dopo l’interrogatorio.”

Un sacco di bugie in una sola breve risposta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’antisemitismo della destra israeliana

Carolina Landsmann

7 giugno 2026 – Haaretz

Nella lotta della destra contro la sinistra nessuno strumento retorico è più apprezzato della citazione di uno dei fondatori del sionismo laburista, Berl Katznelson, in cui egli chiede: “C’è un altro popolo sulla terra così emotivamente perverso da considerare spregevole e odiosa ogni cosa la propria Nazione faccia mentre ogni assassinio, stupro o rapina commessi dai suoi nemici riempie il suo cuore di ammirazione e rispetto?”

L’auto-antisemitismo (ebrei che odiano sé stessi) è l’insulto più comune lanciato contro l’“estrema” sinistra. In quanto scrivo su Haaretz, come altri collaboratori del giornale e il suo editore Amos Schocken spesso sono stata accusata di auto-antisemitismo. Anche l’avvocato Ofer Cassif, un ebreo membro del partito Hadash, per lo più composto da arabi, è considerato dai suoi accusatori di esserlo.

Al contrario l’odio che le persone di destra provano verso quelli di sinistra in Israele non è percepito come odio di sé stessi. Quando quelli di destra odiano la sinistra la percepiscono come estranea al loro “sé”, come ostile al loro “noi”. Come esempi possiamo citare l’iconica scena di Benjamin Netanyahu che sussurra nell’orecchio del rabbino cabalista Yitzhak Kaduri per dirgli che la sinistra ha dimenticato cosa significhi essere ebreo, o la pratica comune di etichettare le persone di sinistra come traditori. O la nuova espressione nata il 7 ottobre “fai parte di Israele?”, sottintendendo che la sinistra non fa davvero parte della Nazione. Nell’odio della destra verso la sinistra quest’ultima viene vista come straniera e ostile nei confronti dell’identità collettiva.

Negli ultimi anni esaminando il discorso d’odio verso la sinistra si rileva che esso si unisce all’odio contro gli ebrei ashkenaziti [letteralmente “tedeschi”, originari dell’Europa centro-orientale, ndt.] e che le cose attribuite alle persone di sinistra sono compatibili con quelle che i nazisti dicevano degli ebrei. Come l’odio della destra contro gli ashkenaziti di sinistra, la propaganda nazista dipingeva gli ebrei come una forza che lavorava dall’interno per corrompere la Nazione (tedesca), in quanto cosmopoliti senza radici, sleali nei confronti della Nazione e che promuovono valori universali e liberali per indebolire l’appartenenza nazionale (tedesca).

Erano visti come un’élite che controllava in modo eccessivo i media, il mondo accademico, la cultura, le banche e ogni altro centro di potere, utilizzando il proprio potere per condizionare il modo di pensare della gente e imporre i propri valori alla maggioranza.

Erano anche percepiti come i responsabili della degenerazione morale e dell’offuscamento dell’identità nazionale, che agivano contro lo spirito della Nazione e i suoi veri interessi, promuovendo l’assimilazione invece di un’identità nazionale pura. Chi lo ha detto, Goebbels o Yair Netanyahu [figlio del primo ministro Benjamin Netanyahu, ndt.]?

C’è sicuramente al momento un’ondata globale di antisemitismo, ma, con nostro orrore, non ha risparmiato Israele. Chiunque voglia capire come agiva l’antisemitismo europeo non deve più aprire un libro di storia. E’ sufficiente accendere Channel 14 [rete televisiva israeliana di destra, ndt.] e ascoltare quello che viene detto lì sugli ebrei ashkenaziti di sinistra. Gli ebrei sono gli stessi o i loro discendenti, e l’unica differenza è che, secondo la gente che li odia, questa volta la Nazione “minacciata” non è quella ariana, ma quella ebraica. Qui vediamo dal vivo, in onda, la follia nel Paese degli ebrei. Non c’è da stupirsi che l’odio verso gli ashkenaziti di sinistra sulle reti sociali sia spesso accompagnato dall’auspicio di un commentatore: peccato che i nazisti non abbiano finito il lavoro.

A differenza della sinistra, con le sue feroci critiche allo Stato e al percorso che sta seguendo, dipinto da alcuni come una mutazione antisemitica autoimmune, voi a destra non siete affatto “auto”: siete semplicemente normalissimi antisemiti. Avete imparato a parlare fluentemente il linguaggio nazista. I nazisti odiavano gli ebrei d’Europa e voi provate lo stesso odio verso i loro discendenti in Israele.

Mentre ci chiedevamo se fosse legittimo fare “paragoni”, abbiamo perso di vista il fatto che nel dibattito interno tra ebrei, insieme a tutti gli altri processi che hanno luogo qui, nello Stato ebraico i discendenti dei perseguitati sono vittime della stessa identica propaganda.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli ospedali chiudono e si esauriscono i medicinali. Dopo Gaza adesso Israele sta provocando il collasso del sistema sanitario in Cisgiordania

Amira Hass

31 maggio 2026 – Haaretz

Nelle farmacie pubbliche manca la maggior parte dei farmaci e molti pazienti non possono permettersi di acquistarli sul mercato privato. La confisca da parte di Israele delle entrate doganali ha peggiorato in modo significativo il debito del Ministero della Sanità palestinese, che avverte: presto non saremo più in grado di fornire i servizi sanitari essenziali.

Il sistema sanitario palestinese teme un peggioramento della condizione dei pazienti con malattie croniche in Cisgiordania ed un aumento del tasso di mortalità, a causa delle gravi difficoltà di bilancio dell’Autorità Palestinese e dell’impoverimento della sua popolazione. Il debito accumulato dal Ministero della Sanità palestinese nei confronti dei fornitori esterni, 2,6 miliardi di shekel [780 milioni di euro ca.], equivale quasi al suo bilancio attuale, 2,89 miliardi di shekel [870 milioni € ca.]

Come tutti i dipendenti del settore pubblico, anche i medici e gli infermieri ricevono metà del salario, o anche meno. La maggior parte dei farmaci non è disponibile nelle farmacie pubbliche e le scorte di farmaci salva-vita, come quelli per il cancro e le malattie renali, si stanno riducendo. Molti pazienti coperti dall’ assicurazione sanitaria pubblica non possono permettersi di acquistare le medicine nel mercato privato.

Gli operatori sanitari all’interno e fuori dal sistema pubblico definiscono la situazione “sull’orlo del collasso”. La settimana scorsa, prima della festività di Eid al-Adha [Festa del Sacrificio, seconda festività più importante del calendario islamico, ndt.], il Ministero della Sanità palestinese ha segnalato che la capacità di fornire servizi medici essenziali è a rischio, sottolineando che la crisi nel settore pubblico ha creato una reazione a catena, danneggiando anche istituzioni sanitarie di organizzazioni non governative e il settore privato.

Le due cause dirette e principali di questa situazione sono il sequestro da parte del Ministero delle Finanze israeliano delle entrate doganali sulle importazioni dell’Autorità Palestinese (detratti automaticamente dal Ministero i pagamenti dell’AP per la fornitura di prodotti come acqua e elettricità), e il divieto per circa 170.000 palestinesi di ritornare al loro lavoro in Israele.

Dall’inizio di maggio i medici e gli infermieri del settore pubblico palestinese in Cisgiordania sono scesi in sciopero per non aver ricevuto il salario pieno da diversi anni. Anche prima dello sciopero il personale lavorava solo part-time, come altri dipendenti del settore pubblico.

Gli ospedali pubblici forniscono solo cure salva-vita e la loro qualità è compromessa a causa della carenza di personale, dell’insufficienza di medicine e di attrezzature mediche disponibili e della difficoltà nel reperire risorse per la normale manutenzione e le riparazioni delle attrezzature esistenti. Lo sciopero coinvolge anche 447 cliniche del Ministero della Sanità, su un totale di 590 operative in Cisgiordania. Perciò sono anche compromessi i servizi di cura e monitoraggio per le donne incinte, le madri e i neonati, i bambini disabili e gli scolari.

Il debito di circa 2.6 miliardi di shekel (780 milioni di euro) accumulato dal Ministero della Sanità è suddiviso equamente tra gli ospedali non governativi – dove i pazienti sono indirizzati per le cure – e circa 30 aziende farmaceutiche di produzione e importazione.

Questa è l’opinione del Ministro della Sanità palestinese dr. Majed Abu Ramadan, che ha presentato queste osservazioni la settimana scorsa ad un incontro con rappresentanti delle aziende farmaceutiche. I rappresentanti hanno appreso da lui che su 1.260 tipi di farmaci che il Ministero della Sanità acquista regolarmente attualmente ce ne sono 260 nei magazzini e sugli scaffali.

Uno dei partecipanti a questo incontro era l’ex Ministro della Sanità dr. Fathi Abu Moghli, oggi membro dell’Associazione Produttori Farmaceutici. “Il dr. Abu Ramadan ha chiesto alle case farmaceutiche di resistere e continuare a fornire farmaci al Ministero, nonostante il debito a loro dovuto, che ha raggiunto 1.3 miliardi di shekel (390 milioni di euro)”, ha detto a Haaretz Abu Moghli, aggiungendo che molte aziende non sarebbero in grado di soddisfare questa richiesta poichè non dispongono più del capitale necessario ad acquistare i medicinali all’estero.

Il direttore dell’Associazione Produttori Farmaceutici, Muhannad Habash, ha detto che nel 2025 le aziende hanno fatto quanto loro possibile per continuare a fornire medicinali a credito, ma stanno faticando a farlo ancora quest’anno. In un’intervista a Radio Al-Raya Habash ha detto che dall’inizio dell’anno il Ministero della Sanità ha pagato solo 16 milioni di shekel (4 milioni e 800mila euro) ai fornitori farmaceutici.

Uno dei sei impianti produttivi farmaceutici in Cisgiordania è Dar al-Shifa (Pharmacare) il cui direttore, Bassem Khoury, afferma che il Ministero della Sanità gli deve circa 20 milioni di shekel. “Ma continueremo a fornire al Ministero i farmaci che produciamo, come antibiotici per bambini e farmaci per la cura del diabete e la pressione alta, poichè è un nostro dovere verso la comunità”, ha dichiarato a Haaretz Khoury, aggiungendo che il debito del Ministero della Sanità verso altre aziende è molto più alto.

L’altra metà dell’ingente debito è verso gli ospedali privati. “Gli ospedali pubblici hanno bravi medici, ma la lista d’attesa per gli interventi è molto lunga”, ha detto a Haaretz S., un chirurgo palestinese che lavora in ospedali non profit a Gerusalemme e in Cisgiordania. Abu Moghli afferma che a causa delle croniche difficoltà di bilancio il Ministero della Sanità non è stato in grado di aumentare il numero del personale medico nel corso degli anni, nonostante molti laureati in medicina e infermieristica siano disoccupati.

Lo scarso numero di medici nel sistema pubblico è uno dei motivi per cui il Ministero della Sanità indirizza i pazienti agli ospedali privati, come An-Najah a Nablus (un ospedale universitario), Istishari Arab Hospital a Ramallah e due ospedali a Gerusalemme est, Makassed Hospital e Augusta Victoria Hospital, l’accesso ai quali necessita di un permesso israeliano di spostamento. I pazienti sono anche indirizzati per le cure in Giordania e, meno frequentemente che in passato, in Israele.

Nel 2024 vi sono stati 96.000 deferimenti per cure esterne, che costano al Ministero della Sanità palestinese circa 960 milioni di shekel (290 milioni di euro). Fino a ottobre 2023 il Ministero ha anche coperto il trasferimento di pazienti dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania e a Gerusalemme.

A causa del debito dell’Autorità Palestinese verso gli ospedali privati, ha detto il chirurgo S. a Haaretz, questi ospedali sono anche costretti a ridurre i salari dei propri dipendenti e alcuni loro conti bancari sono scoperti. Ai pazienti viene addirittura richiesto di pagare parte dei dispositivi essenziali per la chirurgia disponibili, ha detto. Alcuni pazienti contraggono prestiti o contano sull’aiuto di amici per acquistare i loro farmaci regolari.

Medici e pazienti testimoniano che per via della chiusura delle cliniche la pressione nei pronto soccorso negli ospedali pubblici e negli istituti medici non governativi non ha fatto che crescere. Lo stress e le lunghe attese per gli esami medici creano tensione tra i pazienti e i loro familiari, gli altri pazienti e il personale medico. Sono anche stati riportati casi di violenza verso i medici.

La crisi del sistema sanitario è dovuta a due fattori addizionali, segnala il dr. Mustafa Barghouti, direttore della Palestinian Medical Relief Society, che fornisce servizi medici non profit. Secondo lui il numero di persone che richiedono cure presso le cliniche dell’organizzazione è anch’esso aumentato. Un fattore è dato dallo sforzo diretto e dichiarato da parte di Israele di cacciare dall’area l’UNRWA – UN Relief and Works Agency for Palestine Refugees in Medio Oriente – e organizzazioni di aiuti internazionali come Doctors Without Borders, nonchè l’ordine di chiusura di parecchie organizzazioni della società civile palestinese. Tutte queste organizzazioni sono state costrette a ridurre le prestazioni mediche che fornivano o agevolavano.

Un altro fattore, ha spiegato, sono gli oltre 1.000 checkpoint e posti di blocco permanenti sulle strade della Cisgiordania, che impediscono l’accesso veloce alle cure e costringono il personale medico e le ambulanze a percorrere strade complicate e tortuose o a trasferire i pazienti e i feriti da spari israeliani utilizzando la modalità “back-to back” in base alla quale un paziente viene portato con un veicolo o una barella ad un cancello chiuso o un posto di blocco all’uscita da una località e poi trasferito su un’ambulanza all’altro lato. Questo è un aggravio di bilancio e inoltre compromette la disponibilità del personale. L’allungamento del tempo di viaggio, che include lunghe attese ai checkpoint gestiti dai soldati, accresce anche i costi del viaggio e a volte il personale medico è costretto a pagare personalmente le spese e a lottare per avere i rimborsi.

S. ricorda un medico specialista che non è riuscito a eseguire un’operazione urgente all’ospedale di Hebron a causa di un’incursione dell’esercito nel suo villaggio e della chiusura dell’accesso.

B., madre di un figlio affetto da paralisi cerebrale, non lo manda più in una scuola speciale a Ramallah perché la strada diretta per uscire dal loro villaggio dal 7 ottobre è stata chiusa da una grata di ferro sbarrata. “La corsa con un taxi speciale è diventata più costosa e mio marito ha smesso di lavorare in Israele. Per un po’ ho potuto ancora pagare i farmaci per mio figlio, ma non li compro da due settimane.”, ha detto. Secondo il dr. Barghouti: “Se si mettono insieme tutti i fattori che determinano la crisi del sistema sanitario la conclusione è che questo è il risultato di un piano accurato e calcolato

Il Ministero della Sanità ha creato una squadra di emergenza guidata dal direttore generale del ministero, Wael al-Sheikh (fratello di Hussein al-Sheick, vicepresidente dell’Autorità Palestinese). Ogni tanto una donazione risolve un’emergenza o l’altra. L’Unione Europea assiste l’ospedale Augusta Victoria e, secondo Abu Moghli, ha anche promesso di trasferire 23 milioni di euro agli ospedali della Cisgiordania e una analoga cifra ai fornitori farmaceutici. Ma queste somme sono trascurabili a confronto del debito totale del ministero.

L’economia palestinese era vacillante anche prima che la confisca delle entrate doganali diventasse una prassi. Già nel 2013 un rapporto della Banca Mondiale affermò che il controllo israeliano sulla maggior parte della Cisgiordania impedisce la realizzazione delle potenzialità economiche della società palestinese e le provoca perdite che ammontano a diversi miliardi di dollari all’anno (3,4 miliardi di dollari nel 2011). Queste costanti perdite hanno creato una dipendenza dalle donazioni estere, che sono diminuite nel corso degli anni, e hanno avuto un impatto diretto sui limitati bilanci per lo sviluppo e sui magri bilanci dei ministeri sociali, come quelli dell’educazione e della sanità.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Secondo un sondaggio quasi la metà dei giovani ebrei statunitensi vorrebbe sostituire Israele con uno Stato binazionale.

The Forward e Arno Rosenfeld

31 maggio 2026 Haaretz

I dati segnalano un cambiamento generazionale nel sostegno statunitense a uno Stato binazionale in Israele, in accordo con una delle principali rivendicazioni delle proteste antisioniste nei campus universitari e non solo. Questo anche se la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche classifica la richiesta di un unico Stato come espressione di antisemitismo

Secondo un sondaggio condotto dal Jewish Voter Resource Center [osservatorio sui dati dell’elettorato ebraico, ndt.] quasi la metà degli ebrei americani sotto i 35 anni ritiene che il conflitto israelo-palestinese dovrebbe essere risolto creando un unico Stato che comprenda Israele, la Cisgiordania e Gaza, con un governo eletto sia da israeliani che da palestinesi.

I risultati segnalano un cambiamento generazionale nel sostegno statunitense a uno Stato binazionale in Israele, riflettendo una delle principali rivendicazioni delle proteste antisioniste nei campus universitari e non solo, anche se la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche classifica le richieste di un unico Stato come espressione di antisemitismo.

“La crescente disaffezione dei giovani ebrei americani nei confronti di Israele è una diretta conseguenza delle politiche di Bibi Netanyahu e del modo in cui l’establishment ebraico americano ha preteso lealtà incondizionata verso Israele, a prescindere dal fatto che sia giusto o sbagliato”, ha affermato Jeremy Ben-Ami, presidente di J Street, un gruppo di pressione progressista. “Stanno raccogliendo i frutti di ciò che hanno seminato; questo è il risultato.”

Ben-Ami ha citato, tra le altre cose, la distruzione causata dalla guerra di Israele a Gaza, in cui si stima siano stati uccisi 70.000 palestinesi e distrutto oltre l’80% delle infrastrutture dell’enclave, e la crescente violenza perpetrata dai coloni ebrei in Cisgiordania.

I dati alimentano inoltre un dibattito sempre più acceso sulla percentuale di ebrei negli Stati Uniti che si definiscono sionisti. Le Federazioni ebraiche del Nord America hanno preso a diffondere all’inizio di quest’anno dati che mostrano come circa il 90% degli ebrei americani continui a sostenere l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico, mentre solo il 37% si definisce “sionista”.

Il sondaggio del Jewish Voter Resource Center, pubblicato giovedì, mette in discussione questi risultati. Secondo l’indagine, il 24% degli adulti ebrei intervistati sostiene la soluzione al conflitto con uno Stato unico, quasi il doppio rispetto al 13% che solo due anni fa si dichiarava favorevole ad uno Stato binazionale. Sebbene per il sondaggio del 2024 non siano disponibili dati disaggregati per fasce d’età, un’indagine dell’American Jewish Committee del 2022 ha rilevato che il 23% degli ebrei americani di età compresa tra i 25 e i 40 anni era favorevole a uno Stato binazionale.

Secondo il nuovo sondaggio metà degli ebrei non ortodossi sotto i 35 anni, il 51%, sostiene uno Stato binazionale.

Le Federazioni ebraiche del Nord America hanno rifiutato di commentare.

Questa brusca inversione di tendenza si verifica in un momento di trasformazione nel modo in cui gli americani vedono Israele; dal 2022 il gradimento verso Israele è crollato in quasi tutti i gruppi demografici, e il crollo si è esteso anche agli ebrei. Un sondaggio del Washington Post ha rilevato che il 61% degli adulti ebrei ha affermato che Israele ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi a Gaza, mentre il 39% lo ritiene colpevole di genocidio.

Questo cambiamento nell’opinione pubblica acuisce ulteriormente la spaccatura tra gli ebrei israeliani e quelli americani. Mentre molti ebrei negli Stati Uniti sono indignati dalla condotta di Israele a Gaza in seguito all’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre, gli ebrei israeliani hanno manifestato un senso di crescente vulnerabilità e alcuni hanno interpretato il massacro come la fine di ogni possibilità per Israele di rinunciare al controllo sui territori occupati o di concedere pari diritti ai palestinesi.

Un sondaggio condotto dall’Università di Tel Aviv lo scorso anno ha rilevato che solo il 15% degli ebrei israeliani sosteneva la soluzione dei due Stati, mentre il 29% voleva annettere la Cisgiordania e Gaza senza offrire la cittadinanza ai palestinesi che vi risiedono. Solo l’1% degli ebrei israeliani era favorevole a “uno Stato binazionale con diritti civili”.

Interpellati più nel dettaglio sulla possibilità di una soluzione a uno Stato, il 3% degli ebrei israeliani ha dichiarato che la sosterrebbe solo se ai palestinesi venissero concessi pari diritti, mentre il 37% ha affermato di sostenerla anche se ai palestinesi non venissero concessi pieni diritti.

Jeremy Pressman, studioso del conflitto israelo-palestinese presso l’Università del Connecticut, ha affermato che i giovani ebrei americani non hanno mai vissuto Israele come potenza vulnerabile e svantaggiata, a differenza delle generazioni più anziane che hanno assistito alla nascita dello Stato o alla sua vittoria nelle guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973; sono cresciuti al contrario in gran parte sotto governi di destra e hanno assistito alla violenza israeliana contro i palestinesi sui social media. “Questo crea un divario tra la visione dominante del conflitto da parte degli ebrei israeliani e la visione di centrosinistra, o talvolta di estrema sinistra, degli ebrei americani”, ha dichiarato Pressman in un’intervista.

Il Jewish Voter Resource Center, affiliato al Jewish Democratic Council of America, ha intervistato 800 elettori ebrei registrati [al voto], con un margine di errore di +/- 3,5 punti percentuali e di +/- 6,9 punti percentuali per gli ebrei sotto i 35 anni.

A Boston Asher Kaplan Leba, leader della Rete delle Sinagoghe del Massachusetts su Israele/Palestina, ha affermato che molti ebrei sono disillusi riguardo alla soluzione a due Stati poiché il governo israeliano ha intrapreso azioni come l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania che sembrano renderne più difficile l’attuazione.

“È stata la mia posizione per molti anni”, ha detto Leba, 32 anni. “Ma non voglio passare il resto della mia vita adulta ad aspettare che i despoti etno-nazionalisti che controllano Israele, con i quali non condivido alcun valore, cambino.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite accusa le forze israeliane di stupro e abuso sessuale su detenuti palestinesi

Liza Rozovsky

29 maggio 2026 – Haaretz

Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha aggiunto le forze di sicurezza israeliane alla lista delle Nazioni Unite di soggetti accusati di violenza sessuale nei conflitti. Il rapporto cita diversi casi di stupro e altre violenze sessuali commesse dalle forze israeliane contro detenuti palestinesi in custodia e durante gli interrogatori.

Secondo una relazione annuale presentata al Consiglio di Sicurezza di cui Haaretz ha preso visione il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha aggiunto le forze di sicurezza israeliane a una lista ONU di soggetti accusati di violenza sessuale nei conflitti.

Il rapporto afferma che le Forze di Difesa, il Servizio Carcerario e l’Unità Antiterrorismo della Polizia di Frontiera di Israele sono responsabili di abusi denunciati contro i palestinesi, principalmente nei centri di detenzione, e invita Israele a prevenire tali violazioni e a perseguire i responsabili.

In base al rapporto del Segretario Generale sulla violenza sessuale in situazioni di conflitto, nel 2025 le Nazioni Unite hanno verificato numerosi casi di violenza sessuale connessi al conflitto israelo-palestinese, inclusi casi di tortura. Il rapporto afferma che le Nazioni Unite hanno identificato 31 vittime provenienti dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania: quattordici uomini, sette donne, nove minorenni e una ragazza. Tredici di questi casi si sono verificati nel 2025, mentre diciotto nel 2023 e nel 2024.

“Le violazioni citate consistono in stupri, anche con oggetti, stupri di gruppo, tentati stupri, violenze fisiche ai genitali, sparatorie mirate ai genitali, toccamenti al seno e ai genitali, perquisizioni corporali e ispezioni delle cavità corporee condotte senza apparente giustificazione per ragioni di sicurezza, nudità forzata e minacce di stupro”, si legge nel rapporto.

Secondo il rapporto nove vittime, la maggior parte delle quali abitanti di Gaza, sono state sottoposte a stupri e stupri di gruppo, in alcuni casi ripetutamente.

Il rapporto afferma che la maggior parte dei reati è stata commessa durante la detenzione e l’interrogatorio di palestinesi in diverse strutture, tra cui campi militari come la base di Sde Teiman e il centro di detenzione di Etzion, nonché nelle prigioni israeliane di Megiddo, Ofer, Ramla, HaSharon, Shatta, Nafha e Damon e nella stazione di polizia di Gush Etzion.

Riferisce inoltre che le forze di sicurezza hanno aggredito palestinesi ai posti di blocco e durante le operazioni militari in Cisgiordania, aggiungendo che tra le vittime figurano giornalisti e difensori dei diritti umani.

Il rapporto indica che molti dei casi denunciati riguardano molteplici forme di violenza sessuale avvenute simultaneamente e in alcuni casi documentate tramite filmati o fotografie, tra cui almeno uno stupro. Descrive gli abusi subiti dalle detenute come minacce di stupro, nudità forzata, contatti fisici indesiderati e umilianti perquisizioni corporali effettuate senza evidente giustificazione per motivi di sicurezza.

Uomini e ragazzi sarebbero stati vittime di stupro o tentato stupro e di violenze dirette ai genitali, «con la conseguenza che cinque vittime di sesso maschile hanno sofferto di gravi emorragie rettali o gonfiori per diversi giorni o settimane e in alcuni casi non hanno ricevuto cure mediche».

Il documento afferma inoltre che gli effetti a lungo termine della violenza sessuale sui detenuti rilasciati e rimpatriati a Gaza sono stati aggravati dalle pessime condizioni di vita e aggiunge che la crisi umanitaria e i ripetuti spostamenti di massa nell’enclave hanno esposto donne e ragazze a un rischio maggiore di violenza sessuale.

La relazione cita inoltre le conclusioni della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’ONU sui Territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, e su Israele, che, vi si legge, ha ripetutamente documentato quella che definisce una “sistematica mancanza di assunzione di responsabilità” per le violazioni contro i palestinesi, contribuendo così a creare “un clima di impunità“.

Si fa riferimento a un caso in cui cinque riservisti israeliani sono stati incriminati nel febbraio 2025 per una grave aggressione avvenuta nel campo militare di Sde Teiman, ma si afferma che l’atto d’accusa non includeva accuse di violenza sessuale o stupro, nonostante le prove presentate, tra cui materiale video e referti medici. Il rapporto aggiunge che tutte le accuse sono state ritirate nel marzo 2026, ammonendo che tali esiti rischiano di “rafforzare un clima di impunità che potrebbe favorire il ripetersi di reati di violenza sessuale nel corso del conflitto”.

Le forze di sicurezza israeliane sono state menzionate insieme ad Hamas, che è stato inserito nella lista nera delle Nazioni Unite lo scorso anno per le violenze sessuali commesse dai suoi membri il 7 ottobre e nei confronti degli ostaggi.

L’elenco comprende anche una serie di attori statali e non statali, tra cui Hayat Tahrir al-Sham [organizzazione politica-paramilitare sunnita coinvolta nella guerra civile in Siria, ndt.], lo Stato Islamico, le forze governative siriane guidate da Bashar al-Assad, l’esercito sudanese e le milizie alleate, l’esercito nazionale somalo e al-Shabaab, nonché le forze armate russe.

Sulla base del documento il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha scritto di aver avvertito l’ anno scorso sia la Russia che Israele di porre fine agli atti di violenza sessuale e di adottare misure per prevenire gli abusi istituzionali e assicurare i responsabili alla giustizia. Ha affermato che i due Paesi non hanno adottato misure preventive adeguate e hanno continuato a bloccare l’accesso agli organismi di monitoraggio delle Nazioni Unite competenti.

Il rapporto rileva che i casi verificati riflettono probabilmente solo una parte di un modello più ampio. Le Nazioni Unite affermano che le loro conclusioni dovrebbero essere considerate indicative piuttosto che esaustive, citando quello che descrivono come un continuo diniego di accesso da parte di Israele alle strutture di detenzione e a Gaza. Dicono inoltre che le segnalazioni di violenze sessuali rimangono difficili a causa di quelle che definiscono minacce esplicite da parte delle forze armate e di sicurezza israeliane volte a costringere i detenuti a non denunciare gli abusi.

Il rapporto rileva inoltre che la rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, è rimasta in contatto con il governo israeliano e la società civile in seguito all’avvertimento lanciato ad Israele lo scorso anno, secondo il quale il Paese avrebbe potuto essere inserito nella lista nera. Tuttavia, Israele non ha fornito informazioni che indicassero l’adozione delle misure previste dalle Nazioni Unite.

Nel gennaio 2025 Haaretz ha riportato che Patten aveva cercato di approfondire la sua indagine sulla violenza sessuale contro gli israeliani durante il massacro del 7 ottobre perpetrato da Hamas, ma non aveva potuto effettuare una seconda visita in Israele dal momento che le autorità le avevano negato l’accesso alle strutture in cui sono detenuti i palestinesi. Patten è anche autrice del rapporto delle Nazioni Unite più completo fino ad oggi sulla violenza sessuale nel corso dell’attacco del 7 ottobre perpetrato da Hamas.

Guterres ha esortato il governo israeliano a “cessare immediatamente ogni atto di violenza sessuale” e ad attuare rapidamente gli impegni volti ad affrontare e prevenire tali abusi. Ha inoltre chiesto che i responsabili delle violenze sessuali nel massacro del 7 ottobre siano chiamati a risponderne, sottolineando al contempo l’importanza del giusto processo. Il rapporto afferma che le Nazioni Unite non hanno ricevuto informazioni da Israele in merito a eventuali incriminazioni per violenza sessuale contro palestinesi detenuti per il loro presunto ruolo nell’attacco del 7 ottobre.

Nella relazione il Segretario generale delle Nazioni Unite ha ribadito il suo appello a Israele affinché “cessi immediatamente ogni atto di violenza sessuale” e attui “impegni con scadenza definita” per prevenire tali abusi. Ha inoltre esortato Israele a garantire “accesso illimitato” agli organi delle Nazioni Unite per indagare sulle presunte violazioni, comprese le violenze sessuali legate al conflitto, e ha chiesto che i responsabili dei crimini commessi durante gli attentati del 7 ottobre e successivamente siano chiamati a risponderne “nel rispetto del giusto processo”, esortando al contempo Hamas ad adottare misure per contrastare la violenza sessuale.

Secondo il rapporto le Nazioni Unite non hanno ancora ricevuto da Israele informazioni relative alle incriminazioni per violenza sessuale mosse contro i palestinesi detenuti in Israele con l’accusa di aver partecipato al massacro del 7 ottobre. Il rapporto sottolinea inoltre che Israele dovrebbe garantire che i prigionieri palestinesi siano trattati «in modo dignitoso» e indagare e perseguire tutte le accuse di violenza sessuale nei confronti dei detenuti.

I crimini sessuali di Hamas sono stati descritti in dettaglio anche negli ultimi due rapporti annuali, pubblicati nel 2024 e nel 2025. Questa volta il rapporto si è concentrato sulla violenza sessuale contro gli ostaggi israeliani tenuti prigionieri dal gruppo combattente a Gaza.

In base a quanto riportato, dopo il rilascio di oltre 50 ostaggi sulla base di due accordi nel 2025 sei ostaggi hanno testimoniato pubblicamente di aver subito violenza sessuale. Una donna, rilasciata a gennaio, ha testimoniato in merito di numerosi episodi di violenza sessuale. Nel marzo 2025 altre due donne, rilasciate nel 2023, hanno testimoniato su atti violenza sessuale. Anche tre uomini, rilasciati nell’ottobre 2025, hanno riferito di aver subito violenza sessuale.

Il rapporto sottolinea che le Nazioni Unite non sono state in grado di verificare queste testimonianze perché Israele non ha permesso agli organi competenti dell’organizzazione di condurre le indagini.

Intervenendo venerdì in una conferenza stampa sui risultati del rapporto, Patten ha detto che Israele era stato informato in anticipo della sua inclusione nella lista nera e aveva risposto al rapporto a marzo negando la presenza di «qualsiasi forma di violenza sessuale» nei confronti dei palestinesi e inviando un documento contenente le proprie prassi giuridiche e le direttive destinate alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e alle forze dell’ordine.

Tuttavia il documento “non conteneva informazioni su alcuna indagine, processo o condanna completa per casi di violenza sessuale”, ha dichiarato Patten, aggiungendo che il caso di Sde Teiman, in cui filmati trapelati mostrano abusi su una detenuta palestinese nella struttura, è emblematico.

“Non solo nell’atto d’accusa non c’era menzione di violenza sessuale, ma le incriminazioni sono state addirittura ritirate del tutto dal procuratore generale militare”, ha concluso.

L’anno scorso i riservisti sono stati accusati di maltrattamenti aggravati e lesioni personali gravi nei confronti del detenuto. Secondo l’atto d’accusa lo avrebbero picchiato, trascinato sul pavimento, calpestato e colpito con un taser. Il detenuto ha riportato fratture alle costole, un polmone perforato e una perforazione del colon.

Sempre l’anno scorso l’uomo è stato rilasciato dalla custodia delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e rimandato a Gaza senza che le autorità israeliane avessero raccolto la sua testimonianza sui presunti maltrattamenti subiti dalle guardie israeliane.

“Questo è il caso, come forse ricorderete, che ha scatenato manifestazioni da parte di alcuni membri della Knesset per protestare contro l’arresto dei soldati, tra cui attacchi al campo di Sde Teiman, e a coloro che indagavano sul caso”, ha dichiarato Patten venerdì.

Nel luglio 2024 centinaia di persone hanno protestato davanti alla struttura contro l’arresto dei soldati in una manifestazione culminata con l’irruzione nella base da parte di un gruppo di manifestanti guidati dal deputato di estrema destra Zvi Succot.

L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Danny Danon e il Ministero degli Esteri israeliano hanno criticato il Segretario Generale dell’ONU per la decisione. Il Ministero degli Esteri, sul sito X, ha definito la decisione un “tentativo di creare una falsa simmetria tra Israele e le reali atrocità sessuali commesse da Hamas”.

Danon e il Ministero degli Esteri hanno dichiarato che avrebbero “interrotto i rapporti” con il Segretario Generale fino alla nomina di un nuovo Segretario Generale dell’ONU.

Nel frattempo il Ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha annunciato di aver chiesto al Procuratore Generale del Paese di aprire un’indagine penale sul trattamento riservato dalle forze israeliane agli attivisti francesi che hanno partecipato all’ultima flottiglia diretta nella Striscia di Gaza.

Barrot ha dichiarato in un’intervista a France Inter che la decisione è stata presa in seguito a una relazione del Console Generale in Turchia, secondo la quale gli attivisti sarebbero stati vittime di violenze sessuali, umiliazioni e percosse.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Oltre il confine era lecito dare di matto”: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane raccontano il declino morale dell’esercito in Libano

Tom Levinson

20 maggio 2026 – Haaretz

«La sensazione è che le Forze di Difesa Israeliane siano diventate come un esercito di barbari: lasciano che i soldati saccheggino così sono contenti e continuano a combattere», dice un soldato. Cinque di loro hanno raccontato ad Haaretz gli orrori e la disillusione

Nadav ha visto i soldati entrare nelle case e saccheggiare tutto ciò che trovavano. Itai è rimasto paralizzato dalla paura durante uno scontro. Elad disgustato dalla distruzione dei villaggi ha giurato che non sarebbe mai più tornato. Tomer ha chiesto ai suoi amici di accertarsi che nessun ufficiale parlasse al suo funerale. E ha smesso di portare con sé una pistola perché teme di farsi del male.

Sono cinque soldati di diversa estrazione sociale, alcuni dei quali riservisti. Servono nella fanteria e nel Corpo Corazzato. Alcuni sono padri; altri hanno appena finito le superiori. Alcuni si trovavano a Bint Jbeil appena oltre il confine, altri hanno raggiunto il fiume Litani, a circa 30 chilometri all’interno del territorio libanese.

Ma tutti sentono che il cessate il fuoco dichiarato il mese scorso è una finzione e che la zona di sicurezza israeliana che si sta creando nel Libano meridionale è una cicatrice incisa sui loro corpi. Qui a seguire i soldati raccontano la loro esperienza nell’ultima ondata di combattimenti tra Israele e Hezbollah.

Tutti i nomi sono pseudonimi e i soldati nel Libano meridionale ritratti nelle foto, fornite dall’ufficio stampa delle Forze di Difesa Israeliane, non sono menzionati in questo articolo.

I soldati saccheggiavano anche durante le visite dei comandanti di brigata”

Nadav, 32 anni, fante riservista, del centro del Paese.

“Il metodo era stabilito. Ogni sera, dopo il tramonto, arrivava il convoglio dell’unità logistica. La loro missione era quella di portarci rifornimenti: cibo, carburante, munizioni; tutto ciò che serviva. Ma c’era anche la missione non ufficiale: saccheggiare e scaricare il bottino al posto di comando in modo che i soldati lo trovassero pronto al loro ritorno a casa.

I soldati del convoglio, ovviamente, non erano degli sprovveduti; si prendevano gli oggetti di valore. ‘Scegliete quello che volete’, gli veniva detto. E di cose da saccheggiare non c’era certo penuria. Il villaggio in cui operavamo apparteneva a persone ricche, pieno di ville con piscine, auto di lusso, gioielli. Quasi ogni casa conteneva oggetti di valore. Entravamo nelle case sparando a raffica, ovvero sparando ovunque. … Una volta accertato che la zona fosse sgombra, iniziava la vera missione: trovare gli oggetti di valore.

È iniziato con piccole cose ed è gradualmente degenerato. Sugli Humvee [camion americani di supporto multiuso, ndt.] la gente caricava tappeti, motociclette, poltrone, stufe. Interi magazzini. Si sentivano soldati di oltre 30 anni litigare: ‘L’ho visto prima io’, ‘Avete già preso un sacco di cose dall’altra casa’. Però il piatto forte non erano le case, ma i negozi. I soldati entravano e portavano via tutta la merce: intere scatole di caramelle, sigarette, detersivi, persino articoli di cancelleria. Qualcuno ha preso uno zaino per il figlio. Un altro un tornio. Persino il sapone per le mani dell’avamposto proveniva dal Libano. Si vedevano in continuazione soldati che giravano per il villaggio con la roba dei civili; sembrava la missione principale. Alla maggior parte dei comandanti di alto grado non importava. I soldati saccheggiavano anche quando un comandante di brigata faceva visita; lui chiudeva un occhio. Faceva finta di non vedere.

Una volta il comandante del battaglione si è messo in contatto via radio e ha detto: ‘Vi ricordo che siamo in territorio nemico, dobbiamo esssere pronti ad agire. Se qualcuno entra in un negozio per prendere qualcosa deve aprire un fuoco di sbarramento: ci potrebbero essere dei ‘maledetti’ [Hezbollah] nascosti’.

Questo era l’approccio: nessun problema con il saccheggio, basta non farsi male. L’esercito non ha fatto praticamente alcun tentativo di fermarci; non c’era alcuna presenza della Polizia Militare ai valichi di frontiera.

Devo ammettere che all’inizio non mi dava fastidio, ma col passare dei giorni ha cominciato a disgustarmi. Ero andato lì per garantire la sicurezza della popolazione a nord, non per rubare. Ho provato a parlarne con la gente, a discutere, ma non c’era nessuno che volesse parlarne.

Alcuni dicevano che era una mitzvah [precetto, dovere religioso, nel linguaggio colloquiale buona azione], con una giustificazione religiosa. Altri dicevano che tanto tutto veniva distrutto comunque, quindi non c’era motivo di lasciarvi oggetti di valore.

Quando ne ho parlato con uno degli ufficiali ha sospirato e ha detto che anche a lui dava fastidio: ‘Ma c’è carenza di soldati, ed è difficile avanzare pretese o lamentarsi con persone che fanno 400 giorni di servizio di riserva’. La sensazione è che le Forze di Difesa Israeliane siano diventate un esercito di barbari: lasciano che i soldati saccheggino per farli contenti e spingerli a continuare a combattere. Dopo che la notizia è esplosa sui media abbiamo avuto una discussione. Il comandante di compagnia ha preteso che ‘tutto ciò che è successo qui rimanga qui’. Poche ore dopo è entrato nei negozi e ha distrutto tutto, così che i soldati non avessero nulla da saccheggiare.

Tutti si sono finti innocenti, comportandosi come se nulla fosse accaduto, come se non tornassero a casa ogni volta con il bagagliaio pieno di roba rubata. Nell’avamposto c’erano persino dei divani che avevamo preso dal Libano. Le prove erano ovunque, ma tutti l’hanno fatta franca.”

“Sentivo di dovermi fare del male perché qualcuno mi prendesse sul serio”

Itai, 20 anni, membro della Brigata Paracadutisti, del centro del Paese.

“Mi ricordo il momento in cui ho capito che non ce la facevo più. È successo nella casa in cui dormivamo a Bint Jbeil, alla fine di marzo. Pioveva incessantemente e non c’era riscaldamento. Il freddo penetrava nelle ossa, mescolandosi al sudore sulle nostre uniformi.

Non riuscivo a smettere di tremare. Ho provato a coprirmi il viso con la sciarpa, ma non è servito a molto. Ricordo di aver iniziato a piangere, ma in silenzio; ho cercato di non farmi sentire da nessuno. Ero esausto, non riuscivo a muovermi. Non riuscivo ad addormentarmi. C’erano topi ovunque, che ci si arrampicavano addosso. Non c’era molto che potessimo fare.

La mattina dopo ho chiesto al comandante di plotone di poter rimanere nella casa e di non uscire per le operazioni, ma si è rifiutato. Mi ha detto: ‘Sei scemo? Non puoi restare qui, tutti stanno andando avanti, smettila di fare il piagnucolone’. Gli altri hanno riso… Non volevo fare il difficile né tornare a casa. Ero in crisi.

Qualche giorno dopo ci siamo trovati coinvolti in uno scontro a fuoco; diversi terroristi ci hanno sparato addosso. I miei amici si sono lanciati all’attacco sparando senza sosta, ma io sono rimasto paralizzato. Mi sentivo un fallito, un perdente. Ogni secondo sembrava un’eternità. Mentre cercavo riparo dietro un muro mi è caduto un auricolare. C’era un gran frastuono di spari e hanno iniziato a fischiarmi le orecchie. Mi sentivo come se mi stessi disconnettendo, come se non capissi cosa stesse succedendo intorno.

Uno dei miei amici ha cercato di parlarmi, ma non capivo cosa dicesse. Mi ha afferrato per la maglietta e mi ha spinto in un posto più riparato, dietro un edificio. Alla fine dell’incidente, mi sono reso conto che avevamo molti feriti. Tre ragazzi erano gravemente feriti. Mi sentivo in colpa.

Non c’era il tempo di elaborare l’accaduto. Continuavano a spararci addosso: colpi di mortaio, razzi, esplosioni di continuo. Poi sono arrivati ​​i droni, e questo ci ha spaventati ancora di più. Non riuscivo a smettere di guardare il cielo.

Quando sono tornato a casa tutto mi sembrava strano. Dopo qualche ora mi sono reso conto di non capire più cosa significasse andare in giro per il mondo senza il rumore delle esplosioni, senza paura. I miei genitori sentivano che qualcosa non andava. Continuavano a chiedermi se avessi bisogno di qualcosa, ma non avevo la forza di aprirmi con loro. Avevano paura che mi succedesse qualcosa. Stavano cercando di convincermi a lasciare il servizio in prima linea, a trasferirmi al quartier generale.

‘Non so cosa farò se ti succede qualcosa’, mi ha detto mia madre. Mia sorella minore mi ha detto che non riesce a smettere di piangere quando non ci sono. Mi ha colpito, mi ha spezzato il cuore. Quando siamo tornati ho chiesto di parlare con un funzionario responsabile per la salute mentale ma continuavano a prendermi in giro. Dicevano che al momento c’era un problema, che dovevo aspettare. Mi sentivo come se tutto mi stesse crollando addosso, come se non potessi resistere. Ho iniziato a odiare tutti, mi sentivo solo.

Alla fine mi hanno mandato a un incontro. Il tipo mi ha chiesto se volevo farmi del male e ha detto che dovevo imparare a respirare profondamente. Mi è sembrata una cosa molto superficiale, come se il suo unico obiettivo fosse farmi tornare a combattere, non curarmi o aiutarmi. Alla fine dell’incontro mi ha raccomandato di stare via ancora qualche giorno e poi tornare.

‘È importante mantenere la continuità funzionale’, diceva. Ho cercato di spiegargli che non ero in grado di operare, che non potevo. Ha risposto che ci saremmo rivisti dopo due settimane per vedere se c’erano stati dei miglioramenti. Non sapevo cosa fare. Ho pensato di dovermi fare del male perché qualcuno mi prendesse sul serio.”

Solo dopo che Haaretz ha contattato le Forze di Difesa Israeliane a Itai è stato prescritto un trattamento intensivo per la salute mentale.

“Questeo è l’Eercito Israeliano degli ultimi due anni: le Forze di Difesa Israeliane che distruggono case».”

Elad, 28 anni, fante riservista, del nord.

“Poche ore prima di entrare in Libano il comandante di brigata è venuto a parlarci.: ‘Questo è un momento storico; distruggeremo Hezbollah. Ci saranno combattimenti feroci, i terroristi ci aspettano, forse alcuni di voi non torneranno. Ma alla fine gli abitanti del nord potranno vivere in sicurezza, tutto grazie a voi.’ Tutti esultavano; sembrava un rito pagano. … Avevo già vissuto questa situazione: prima di entrare a Gaza, prima della precedente operazione in Libano, sempre le stesse promesse, sempre le stesse delusioni.

Anche stavolta è stato lo stesso. Nel villaggio in cui siamo entrati non c’erano terroristi; le case erano vuote. Non c’erano combattimenti, solo operazioni per radere al suolo e case.

Queste sono le IDF degli ultimi due anni: le Forze di Difesa Israeliane che distruggono case. I notiziari parleranno di battaglie feroci e della distruzione delle infrastrutture terroristiche, ma la nostra missione era una sola: non lasciare in piedi nessuna struttura, distruggere tutto.

Una volta era necessario ‘incriminare’ una struttura per distruggerla, trovarvi armi, dimostrare la presenza di terroristi. Ma oggi distruggono e basta, persino scuole, cliniche; l’unica cosa che non abbiamo toccato è stato il cimitero. Hanno quasi smesso di usare gli esplosivi. Gli ufficiali hanno spiegato che erano troppo costosi e meno efficienti. Invece si avvalgono di appaltatori con escavatori militari. Alcuni vengono pagati a giornata, altri a numero di case che demoliscono. Nessuno di loro è un soldato; sono tutti civili. A quanto pare nessuno di loro ha mai fatto parte dell’esercito. Erano tutti coloni estremisti, beduini o drusi. Quando ho chiesto a uno degli appaltatori come fosse possibile mi ha risposto che erano gli unici disposti a farlo. E noi? Il nostro ruolo era quello di proteggerli.

Ogni giorno a ciascuna compagnia veniva assegnato un nuovo complesso di edifici del villaggio. Sembrava una corsa contro il tempo, cercare di demolire il più possibile. Ogni sera gli ufficiali dovevano riferire quante case ogni compagnia aveva demolito. Lo chiamavano ‘valutazione dei risultati’.

Una volta abbiamo ricevuto l’ordine di interrompere le demolizioni alle due del pomeriggio ma l’appaltatore si è rifiutato. Ha detto: ‘Mi hanno promesso che avremmo lavorato fino a sera. Non me ne vado da qui senza aver demolito altre case’. I comandanti hanno dovuto rivolgersi al comandante di divisione perché lo convincesse a fermarsi.

Per molti dei miei commilitoni più religiosi questa era una missione suprema. Il comandante di battaglione era il più estremista. Si rifiutava di tornare a casa, aveva sempre un sorriso in faccia. Era euforico, come un tifoso sfegatato la cui squadra vince il campionato dopo vent’anni di attesa.

Diceva: ‘Niente sarà più come prima. Ciò che distruggiamo non sarà mai più’ ricostruito.’ Quando qualcuno parlava di tornare in Israele lui lo correggeva: ‘Anche questo è Israele’.

La cosa mi disgustava parecchio. Entravamo nelle case delle persone e alcune erano ancora piene di oggetti personali, resti di vite passate, come se fossero fuggite senza aver avuto il tempo di fare i bagagli. C’erano quadri alle pareti, vestiti nelle stanze, mobili. Mi si stringeva il cuore. Mi sentivo a disagio, come se stessi entrando con la forza nelle case altrui, nelle loro vite. La maggior parte delle persone che erano con me non se ne curava. Entravano e cercavano cose da rubare, da saccheggiare. A volte non prendevano nemmeno oggetti di valore, solo souvenir: piccole tazze, caffettiere. Altri si divertivano a distruggere, puro vandalismo. Prendevano un martello e spaccavano le cose, oppure aprivano armadi e rompevano tazze e piatti. L’unica motivazione era la vendetta.

Dopo qualche settimana ho deciso che ne avevo abbastanza. Ho detto ai comandanti che al lavoro mi stavano pressando per farmi tornare con la minaccia di licenziarmi, ma era una bugia. Sentivo solo di dovermene andare da lì.

Quando sono salito a bordo dell’autocolonna per l’ultima volta, in partenza, ho guardato il Libano e ho giurato che non ci sarei mai più tornato. Quella è stata l’ultima volta.”

“La sensazione che domina là è di impotenza, che a nessuno importi davvero di noi.”

Tomer, 19 anni, fante proveniente dal nord di Tel Aviv.
“È terrificante, e chiunque dica il contrario mente. Quando c’è uno scontro con i terroristi puoi attaccare o metterti al riparo. C’è anche la copertura dell’aviazione e dei mezzi corazzati. Puoi farcela. Ma con i droni la sensazione è che sia solo questione di fortuna. Due droni sono esplosi vicino al mio plotone, anche se non ci sono state vittime.

Il comandante di compagnia ci ha fatto un discorso dicendo che era merito della nostra buona disciplina operativa, ma era una totale assurdità. Pochi metri più indietro e saremmo morti o finiti all’ospedale Ichilov [di Tel Aviv] senza una gamba. Dopo una delle esplosioni avevo un fischio nelle orecchie e non mi hanno nemmeno permesso di andare da un medico.

Siamo sinceri: la sensazione dominante è di impotenza. Ci dicono di seguire le istruzioni, di indossare l’equipaggiamento protettivo, di tenere i caschi, ma gli ufficiali non hanno soluzioni concrete. Ci dicono di piazzare gli ‘osservatori del cielo’, soldati che se ne stanno in piedi come degli idioti su una collina a guardare in alto per vedere se sta arrivando qualcosa. Questa sarebbe la soluzione di un esercito con centinaia di aerei da combattimento e un budget enorme? Come si fa a stare lì per ore mantenendo la massima concentrazione? Non è umano. La sensazione è che a nessuno importi davvero di noi.

Dopo qualche settimana ci hanno portato un sistema che in realtà non funziona bene, e persino con il puntatore [un mirino elettro-ottico intelligente] non sempre si colpisce qualcosa. Ci dicono che stanno facendo esperimenti di ogni tipo e ci chiedono di stendere le reti, ma non si possono coprire tutte le aree. Uno dei tizi religiosi ogni giorno ci legge un capitolo dei Salmi. Questo è ciò che ci resta: pregare.

Siamo bersagli immobili là fuori, e Hezbollah lo sa. Approfittano della situazione.

Poi al telegiornale dicono “cessate il fuoco, cessate il fuoco” – ma di cosa state parlando? Sapete quanti droni ci mandano contro? Questa storia non finisce mai. È così che si fa un cessate il fuoco?

I politici parlano e prendono tempo, mentre noi siamo là fuori con le mani legate. Se, Dio non voglia, mi succedesse qualcosa, qualcuno si scuserebbe con i miei genitori? No. Si limiterebbero a trasmettere una canzone triste alla radio e a leggere il mio nome al telegiornale.

Quando ne abbiamo parlato con gli ufficiali ci hanno detto che è meglio che veniamo feriti noi piuttosto che i civili al nord. Immagino abbiano ragione, ma comunque è spaventoso e soprattutto frustrante, perché non sembra che si stia facendo abbastanza per proteggerci.

Almeno tre amici del mio plotone hanno fatto testamento. Io ho scritto una lettera d’addio ai miei genitori e l’ho lasciata nella mia borsa al posto di guardia. Una sera abbiamo parlato di cosa avremmo detto ai funerali l’uno dell’altro, se uno di noi fosse morto. Era un po’ uno scherzo, ma anche un po’ serio.

Il soldato più disilluso tra noi, uno che si lamenta ogni volta che deve fare qualcosa, mi ha chiesto: ‘Dì che amavo il mio Paese. Dì che ero un vero duro, che mi offrivo sempre volontario così mio padre sarà orgoglioso’.

Io ho detto che avrei preferito un funerale tranquillo, che parlassero solo i miei genitori, forse mio fratello. Ma basta. Niente discorsi di merda degli ufficiali. Li detesto.”

“Faccio fatica a mangiare. Sento odore di sangue; mi sembra quasi di sentirne il gusto.”

Or, 36 anni, riservista di una brigata corazzata, del centro del paese.

“Il messaggio è arrivato molto più velocemente di quanto mi aspettassi: mezz’ora, forse anche meno, dopo il suono delle sirene che annunciavano la guerra. ‘Ragazzi, ci stanno chiamando, andate al deposito di emergenza.’

[La mia compagna] ha subito chiesto: ‘Cosa? Cos’è successo?’. L’ha capito subito. Me lo leggeva in faccia. Era la quinta volta. Si è fermata sulla soglia del nostro appartamento, ha allargato le braccia e si è aggrappata allo stipite della porta. ‘Non andarci’, ha detto. ‘Quel che è successo l’ultima volta succederà di nuovo. Non è giusto. Non stai pensando a me.’

Da due anni stiamo cercando di avere un figlio. Dice che è per lo stress, per la guerra, per colpa mia. È difficile darle torto. Da più di un anno ormai non sono più quello di prima.

Il momento peggiore è stato durante il precedente ciclo di combattimenti in Libano. … Molti eventi mi hanno segnato, ma uno in particolare mi ha cambiato completamente, lasciandomi emotivamente mutilato, come se qualcuno mi avesse strappato l’anima. Cinque persone, riservisti come me, sono state uccise

Ci ​​hanno chiamato per aiutare a evacuarli. La morte aleggiava nell’aria. Parti di corpi, sangue, organi esposti. Dopo che tutto fu finito, sentii che qualcosa dentro di me era cambiato. Mi ha sconvolto la mente. Sono entrato in una casa libanese e ho distrutto tutto. Ho devastato l’intero appartamento.

Da allora faccio fatica a mangiare. Sento odore di sangue; mi sembra quasi di sentirne il gusto, come se qualcuno me lo facesse gocciolare sulla lingua. Ho quasi smesso di mangiare, ho chiuso la mia attività. Tutto è crollato.

Eppure ho deciso di andare – forse perché è proprio lì che mi sento normale, con le sirene, con le esplosioni. Ogni volta che attraverso il confine mi sento di nuovo vivo.

Mi sono offerto volontario per rimanerci. Anche quando piove, anche quando tutti gli altri stanno male. Preferisco dormire sul pavimento in case semidistrutte piuttosto che tornare al nostro appartamento. Avevo la sensazione che lì, oltre il confine, fosse in qualche modo lecito dare di matto.

Tante volte siamo stati vicini alla morte. Vicino a noi cadevano colpi di mortaio, esplodevano razzi. Ma non c’erano vittime. Per quasi due mesi ho prestato servizio senza incontrare la morte. Ma un drone esplosivo ha cambiato tutto. Ha colpito un bulldozer e ha bruciato vivo il civile beduino che era venuto a ripararlo. Siamo accorsi sul posto, ma non c’era più niente da fare. È morto sul colpo. Suo figlio era accanto a lui. Era sotto shock. Continuava a gridare senza sosta in arabo ‘Padre, padre, padre’, come fosse posseduto, con lo sguardo vuoto.

Due settimane dopo siamo stati congedati, ma le sue parole mi sono rimaste impresse. Sono passati più di 10 anni dalla morte di mio padre e non mi sono ancora ripreso. Da allora non riesco a smettere di vederlo che chiama suo padre, con quello sguardo vuoto. Ho pensato di andare a trovarlo a Shefa-Amr [una città nel nord], ma mi vergogno.

Cosa potrei dirgli? Non sono nemmeno in grado di prendermi cura di me stesso; mi rifiuto di chiedere aiuto. È sempre stato così: mi è difficile ammettere che le cose vadano male; stupido orgoglio maschile, ego. Una settimana fa ho deciso di smettere di portare con me una pistola e l’ho chiusa in una cassaforte. Ho avuto paura che in un momento di debolezza avrei potuto combinare qualcosa.

Ma non è questo che mi spaventa davvero. La mia vera paura è che [la mia compagna] se ne vada, che decida di averne abbastanza. È difficile biasimarla. È così bella, così intelligente… perché mai dovrebbe sobbarcarsi il peso di vivere con una persona traumatizzata come me?

Non posso nemmeno prometterle che se mi richiamassero non andrei. Non voglio mentire. Lei non può capire. Dice: ‘Ti fa così male, perché sei così masochista? Ti stanno sfruttando. Lo Stato ti sta sfruttando’.

So che ha ragione, ma mi rifiuto di ascoltarla. Mi sento come un pesce fuor d’acqua. Penso solo a trovare un modo per tornare, per essere di nuovo là in Libano.

A volte entro nei gruppi online di unità che cercano volontari e penso di andare a combattere come volontario. Vado su siti web e guardo foto del Libano meridionale, video. Probabilmente la gente che leggerà questo penserà che sono pazzo, uno psicopatico. Probabilmente hanno ragione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Lo strangolamento finanziario dei palestinesi da parte di Israele fa il paio con il terrorismo dei coloni

Amira Hass

7 maggio 2026 – Haaretz

Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele ha intrapreso contro i palestinesi e la loro leadership

Ogni mese Israele ruba centinaia di milioni di shekel all’Autorità Palestinese. Si tratta dei dazi doganali sui beni importati destinati ai palestinesi che transitano nei porti israeliani, e delle tasse e tariffe su carburante, sigarette e cemento che Israele vende ai palestinesi. Invece di trasferire questi introiti ai funzionari del Tesoro dell’AP come è richiesto, deposita i fondi su alcuni conti bancari israeliani.

I fondi rubati hanno ormai raggiunto la cifra di 14 miliardi di shekel (4,8 miliardi di dollari). Certo sono pochi soldi per la nazione ad alta tecnologia che con una sola bomba intelligente distrugge in pochi secondi ciò che libanesi, iraniani e palestinesi hanno costruito in centinaia di anni. E grazie a dio Israele possiede molte bombe.

Ma il denaro è fondamentale per realizzare i nostri obbiettivi di dominio ebraico assoluto ed esclusivo dal fiume al mare, a prescindere che il primo ministro sia Benjamin Netanyahu o Naftali Bennett. L’importo non arricchirà necessariamente Israele, ma trattenerlo impoverisce sia le famiglie palestinesi che l’intera società palestinese. L’AP è sommersa fino al collo di debiti verso le banche e i fornitori di beni e servizi e verso i dipendenti del suo settore pubblico. A differenza del passato questa volta l’agricoltura e il lavoro in Israele non possono salvare l’economia palestinese; anch’essi sono proibiti, o quasi, da una direttiva israeliana.

Il furto del denaro palestinese è una delle più antiche pratiche di Israele e nel corso degli anni ha assunto svariate forme. In questo caso è un saccheggio esteso, organizzato ed esplicito a livello ufficiale, con forti entrate che crescono di mese in mese. I ladri non sono mascherati, non sparano un colpo e non hanno bisogno di decifrare il codice della cassaforte. La possiedono già e possono entrarvi e prendere ciò che contiene come vogliono. Il bottino è il reddito del governo palestinese, con il quale vengono pagati gli insegnanti, i medici e gli addetti alla manutenzione, con cui vengono acquistati i farmaci e costruite le scuole e sì, vengono anche pagati i salari del personale delle forze di sicurezza palestinesi.

Quelle stesse forze che gli ufficiali dell’esercito israeliano elogiano per il loro ruolo nel garantire la calma in Cisgiordania nonostante le quotidiane incursioni dell’esercito, alcune delle quali mortali, nonostante gli attacchi quotidiani da parte di civili ebrei armati e nonostante la crescente povertà e disoccupazione.

Israele ha condotto il suo lavoro di predatore delle entrate dell’AP in tre fasi. Esse mostrano il progresso della riforma giudiziaria, poiché le decisioni a riguardo si sono sempre più concentrate nelle mani di un singolo ente, senza intervento della Knesset (il parlamento) o dei tribunali.

La persona che per prima ha attirato la mia attenzione su questo aspetto è stato l’economista Muayyad Afaneh, un consulente del Ministero delle Finanze palestinese, che per molto tempo ha segnalato la gravità della situazione. In una prima fase, nel 2018, fu la Knesset ad approvare una legge per confiscare i fondi corrispondenti approssimativamente ai salari e alle indennità che l’AP elargisce ai prigionieri palestinesi, agli ex prigionieri e alle loro famiglie, e alle famiglie delle persone uccise, che aumentano quotidianamente. Vi è stata una discussione, il cui risultato era chiaro fin dall’inizio, ma almeno vi è stata una parvenza di un procedimento che rispettava la separazione dei poteri. La legge è entrata in vigore nel 2019.

Nell’ottobre 2023 il governo ha deciso di appropriarsi delle entrate dell’AP corrispondenti all’importo destinato alla Striscia di Gaza. Per la maggior parte si tratta di indennità destinate a famiglie tradizionalmente contrarie a Hamas: cioè ai dipendenti del settore pubblico dell’AP, per la maggior parte fedeli a Fatah che, su ordine di Mahmoud Abbas (il presidente dell’AP, ndtr.), hanno smesso di lavorare dal 2007 fino alla pensione. L’importo comprende anche il pagamento delle cure mediche per gli abitanti della Striscia di Gaza all’estero e in Cisgiordania e il pagamento di circa 15 milioni di m3 di acqua potabile che Israele fornisce a Gaza dopo le critiche internazionali per aver chiuso i rubinetti all’inizio della guerra.

Questa quantità di acqua non può soddisfare il bisogno della popolazione, né si conosce quanto di essa raggiunga veramente i punti di distribuzione dell’acqua, poiché le condutture sono danneggiate e i carrarmati continuano a distruggere le infrastrutture. Ma ciò che importa qui è che l’AP paga Israele per l’acqua.

E a maggio 2026 il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha deciso di sua propria autorità che verrà sottratto anche ciò che resta nelle casse, dopo tutte le confische e le trattenute per i servizi che Israele vende ai palestinesi. Tutto ciò come punizione perché l’AP si è rivolta alle istituzioni internazionali chiedendo che si interrompa il genocidio e che Israele rispetti la legge. Queste tre fasi indicano che non c’è limite alla corsa alla vendetta collettiva.

Il furto organizzato e sistematico delle entrate palestinesi è simile al terrorismo dei devoti coloni. Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele sta conducendo contro i palestinesi e la loro leadership. Tutto ciò in aggiunta alla guerra di annientamento, che si serve di bombe, tortura e morte di fame nelle carceri.

Il logoramento ha il suo braccio ufficiale di governo e il suo braccio pirata, l’esercito terroristico dell’impresa coloniale. Entrambi hanno lo stesso obbiettivo. Il braccio ufficiale giustifica le sue azioni con lo stato di diritto e la lotta contro la resistenza palestinese all’occupazione. Il braccio pirata parla apertamente e liberamente di espellere i palestinesi dal Paese, quella fase B del piano decisionale del ministro delle finanze che egli definisce con l’eufemismo di “migrazione volontaria”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Alcuni coloni erigono il primo avamposto di sempre all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme e aggrediscono i palestinesi del posto.

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Nir Hasson

7 aprile 2026 – Haaretz

Due settimane fa alcuni israeliani della Cisgiordania e di Gerusalemme hanno piazzato una tenda nei pressi del villaggio palestinese di Nu’man. “La politica del governo è fare pressione su di noi” dice il mukhtar del vicino villaggio di Umm Tuba

Per la prima volta un avamposto di una colonia illegale è stato fondato all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme. Gli abitanti di due villaggi palestinesi nelle vicinanze hanno detto che i coloni li hanno aggrediti con pietre e lacrimogeni, impedendo loro di pascolare le pecore.

In seguito a scontri scoppiati domenica quattro palestinesi sono stati arrestati. Altri quattro sono rimasti feriti.

Il villaggio palestinese di Nu’man è unico all’interno di Gerusalemme est. Benché sulle mappe si trovi all’interno del territorio municipale della città, alla grande maggioranza dei suoi abitanti non è stata concessa la residenza permanente israeliana che hanno altri palestinesi di Gerusalemme est. Al contrario Israele li considera abitanti della Cisgiordania. Di conseguenza dal punto di vista israeliano sono presenti illegalmente in Israele, mentre si trovano a casa loro.

La situazione degli abitanti è ulteriormente peggiorata da quando è stata costruita la barriera di separazione ed è stata asfaltata una nuova strada che unisce alla capitale le colonie a est di Gerusalemme. La strada e la barriera hanno rinchiuso il villaggio, obbligando gli scolari a lasciare le scuole israeliane in cui si recavano a Gerusalemme est e ad andare in quelle della città cisgiordana di Beit Sahur.

Due settimane fa è comparso un gruppo di adolescenti ebrei. Alcuni di loro hanno detto di essere di Har Homa, un quartiere di Gerusalemme est nei pressi della collina che separa Nu’man dal quartiere di Umm Tuba. Altri a quanto pare sono arrivati da avamposti coloniali in Cisgiordania.

Gli adolescenti hanno piazzato una grossa tenda a qualche decina di metri dalle case di Nu’man e hanno tracciato nuovi sentieri. Hanno scritto con lo spray sulla tenda la parola “vendetta” e il nome del loro avamposto: Homat Yehuda [Muraglia ebraica, ndt.].

Hanno anche disegnato una stella di Davide blu sulle pietre, su un pozzo e su alcune case di Nu’man.

Gli adolescenti sono rimasti tutto il giorno nel loro avamposto sulla collina e hanno ricevuto molte visite. I palestinesi dicono che hanno anche cercato di entrare in alcune case di Nu’man ed hanno aggredito i palestinesi che si sono avvicinati alla collina.

Domenica, raccontano i palestinesi, gli adolescenti hanno aggredito un gruppo di abitanti del villaggio che si erano avvicinati all’avamposto. Usando mazze, pietre e lacrimogeni hanno ferito quattro palestinesi, che hanno dovuto essere medicati. I palestinesi hanno risposto lanciando anche loro pietre.

Gli attivisti israeliani che erano presenti a Nu’man hanno chiamato ripetutamente la polizia, ma gli agenti si sono presentati solo dopo che la violenza era terminata. Quando lo hanno fatto, i poliziotti hanno arrestato tre abitanti. Poi sono tornati nel pomeriggio e ne hanno arrestato un quarto. Sono anche saliti fino all’avamposto e un attivista israeliano che era presente sul posto ha detto che hanno promesso che si sarebbero occupati di evacuarlo.

La polizia ha rilasciato uno dei quattro palestinesi arrestati, ma lunedì ha chiesto alla pretura di Gerusalemme di estendere di altri sei giorni la custodia cautelare degli altri tre, uno dei quali è minorenne. La polizia ha affermato che uno dei reati che sospetta sia stato commesso dai tre è la presenza illegale in Israele, benché ufficialmente, come già notato, Israele abbia reso illegale la loro presenza nelle loro stesse case quando li ha inclusi all’interno di Gerusalemme est senza concedere loro il diritto di residenza.

Anche gli abitanti di Umm Tuba si sono lamentati del fatto che i coloni dell’avamposto li hanno aggrediti quando si sono avvicinati alla collina. Gli abitanti di Umm Tuba, che hanno tutti la residenza permanente in Israele, per anni hanno pascolato le loro greggi nel wadi [letto del torrente, ndt.] sotto la collina. Ma da quando è stato fondato l’avamposto, affermano, i pastori hanno subito minacce e violenze da parte degli abitanti ebrei. Lunedì, quando i pastori sono arrivati al wadi con le loro pecore è comparso un gran numero di poliziotti e hanno detto loro di andarsene. Secondo gli abitanti uno ha persino minacciato il mukhtar [capo villaggio] di Umm Tuba, Aziz Abu Tir, insultandolo con parolacce.

“Siamo stati i vicini di Har Homa ormai da 30 anni e non ci sono mai stati problemi,” dice Sameh Abu Tir, un abitante di Umm Tuba. “Al contrario, i nostri figli scendevano a pascolare le pecore. Ma ora ogni volta che ci avviciniamo loro ci minacciano.”

Reut Maimon, dell’organizzazione [israeliana] di sinistra Ir Amim afferma che il violento attacco contro gli abitanti di Nu’man è stato il risultato diretto della continua indifferenza della polizia nei confronti delle loro ripetute richieste di intervento.

“Il Comune di Gerusalemme e il suo sindaco devono prendere immediatamente l’iniziativa di smantellare l’avamposto per impedire le gravissime conseguenze del fatto che un avamposto violento venga fondato all’interno del territorio delle città di Gerusalemme,” afferma. “Il Comune dovrebbe garantire la sicurezza e il benessere degli abitanti di Nu’man e Umm Tuba e mobilitare immediatamente tutte le istituzioni assistenziali della città per prendersi cura degli adolescenti coinvolti nelle violenze.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)