Cerco di non fare confronti fra periodi storici. E poi Israele marchia i palestinesi con un numero

Hanin Majadli

19 agosto 2026 • Haaretz

Forse siamo fermi nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi

Questa settimana le Forze di Difesa Israeliane hanno operato a Qabatiyah, vicino a Jenin. Durante l’operazione alcuni detenuti palestinesi sono stati contrassegnati con dei numeri scritti sulla fronte e sul corpo.

Questo richiama alla mente certi periodi storici. Poco dopo è arrivata anche la replica. Secondo quanto riportato, i comandanti hanno chiarito alle Forze la gravità dell’atto e si è imparata la lezione.

Si è imparata la lezione. È difficile pensare a una frase israeliana più tipica. Per decenni qui si sono imparate delle lezioni. Quando i palestinesi vengono uccisi si impara la lezione. Quando i detenuti vengono maltrattati si impara la lezione. Dopo ogni atto che avrebbe dovuto essere un’eccezione si impara la lezione. Eppure chissà come le lezioni non vengono mai apprese in tempo per prevenire il prossimo incidente. Un brevetto israeliano.

Certo, non è la prima volta che qualcosa viene impresso sulla pelle dei palestinesi. In questo contesto si sono già imparate delle lezioni, poi dimenticate. C’è stato il palestinese sul cui volto era stata impressa “involontariamente” una stella di David con la “suola dello stivale di un poliziotto”. Case palestinesi in Cisgiordania su cui sono state dipinte con la vernice spray delle stelle di David come se fossero svastiche. E guardate con quanta facilità arriviamo alle richieste pubbliche di non permettere ai medici arabi di curare gli ebrei.

Per non parlare della ben nota paura dei palestinesi a mostrare apertamente la propria identità nei momenti in cui le strade ebraiche si fanno più violente, più nazionaliste, più vendicative. Ricordo delle parenti che nei momenti di tensione si toglievano l’hijab durante i tragitti notturni in auto. E anche se non voglio violare il divieto di “fare paragoni” con altri periodi, arriva Israele e imprime dei numeri sulla pelle dei palestinesi. E allora cosa volete che pensiamo?

Ancor prima che le Forze di Difesa Israeliane annunciassero che avrebbero imparato la lezione mi chiedevo se fosse stato un soldato ad agire di propria iniziativa, se l’ordine fosse stato impartito da un comandante, o se si trattasse di un clima generale che lasciava intendere fosse lecito numerare i detenuti palestinesi sulla fronte. Sono consapevoli delle associazioni che questo evoca? Vogliono che vediamo le immagini e le confrontiamo? O forse sono talmente immersi nel loro senso di potere che nessuno si ferma a pensare a come appare la cosa? E cosa è peggio: fare una cosa del genere consapevolmente, o farla senza minimamente comprenderne il significato?

A volte penso che diamo troppa importanza al dibattito sull’opportunità di fare paragoni. Forse non c’è bisogno di fare paragoni. “Loro”, di cui non pronunceremo i nomi, non si sono mostrati mentre facevano saltare in aria le case e scherzavano sulla distruzione su TikTok, che all’epoca non esisteva. Non hanno trasformato le uccisioni di massa in uno spettacolo di intrattenimento in prima serata. Forse siamo fermi nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi.

Forse Israele non trae ispirazione da nessuno. Forse è già nella fase in cui fornisce ispirazione. Ecco i reel degli spettacoli del genocidio. Per un vasto pubblico che non solo non si scandalizza né si imbarazza o vergogna, ma esulta. Media che trasformano la fame in barzellette raccontate su un panel. Politici che competono tra loro sulle ipotesi di vendetta. Soldati che documentano il tutto con orgoglio. Un’intera nazione che sta progressivamente perdendo la capacità di tracciare dei fondamentali confini morali non per paura o obbedienza, ma in un’atmosfera di hafla, di celebrazione festosa.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un medico palestinese detenuto in un carcere israeliano descrive l’incuria medica, le botte e le umiliazioni

Amira Hass

2 agosto 2026 – Haaretz

Il dottor Mazen Rantisi, 71 anni, trattenuto in una struttura carceraria per prigionieri in detenzione amministrativa, ha descritto le violenze delle guardie, il grave sovraffollamento, le squallide condizioni igieniche e il cibo immangiabile. Il Servizio Carcerario: ‘Le accuse sono false’.

Un medico di Ramallah detenuto per più di un mese ha descritto le dure condizioni del carcere di Ofer, una struttura carceraria per detenuti in regime amministrativo in Cisgiordania. Ha rapidamente perso peso a causa del cibo che ha definito non adatto al consumo umano, ha passato i primi dieci giorni senza le sue regolari medicazioni e tuttora gli viene negata una di esse. Le sue richieste di vedere un medico sono rimaste senza risposta, e ha detto, e solo una volta un medico gli ha sentito il polso, attraverso una fessura nella porta.

Il dottor Mazen Rantisi ha reso il suo racconto ad un avvocato del Comitato pubblico contro la Tortura in Israele, che lo ha visitato martedì scorso. La sua testimonianza corrisponde ai risultati di un rapporto dell’Ufficio del Difensore Pubblico che ha evidenziato il degrado delle condizioni di detenzione, e ricalca i racconti di altri detenuti e prigionieri palestinesi.

Il dottor Rantisi, di 71 anni, è conosciuto come il “dottore dei poveri”: fa pagare solo 30 shekel (10 dollari) a visita nella sua piccola clinica e spesso rinuncia al compenso. E’ stato arrestato a casa sua nelle prime ore del 21 giugno e accusato di essere a capo del consiglio dell’Unione dei Comitati dei Lavoratori della Sanità.

L’ONG, fondata nel 1985 da attivisti palestinesi di sinistra, fornisce cure mediche ogni anno a migliaia di palestinesi soprattutto in zone lontane dai centri urbani, ed è legalmente registrata presso il Ministero dell’Interno dell’Autorità Palestinese.

Nel 2020 Israele ha dichiarato l’associazione un’ “associazione illegale”ai sensi dei Regolamenti di Difesa (Emergenza) del periodo del mandato britannico, adducendo che questa ed altre associazioni avessero fatto arrivare denaro al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: un’accusa che esse hanno veementemente respinto. Lo hanno definito un pretesto per ostacolare il lavoro di organizzazioni che operano a favore dei palestinesi. Altri sette abitanti della Cisgiordania sono stati arrestati dopo il 21 giugno per i loro incarichi nell’Unione dei Comitati dei Lavoratori della Sanità. Quattro sono stati rilasciati, di cui tre donne; una di loro, che è stata incriminata come il dottor Rantisi, è stata rilasciata su cauzione.

Saja Misherqi Baransi è stata la prima avvocata ad aver incontrato il dottor Rantisi di persona dopo il suo arresto, sebbene attraverso un vetro divisorio. Altri avvocati hanno parlato con lui solo per telefono o lo hanno visto su uno schermo video nel tribunale militare, dove i giudici hanno più volte prorogato la sua detenzione.

Quando il dottor Rantisi è stato condotto nella sala visite Misherqi Baransi, che lo conosceva da anni, ha constatato quanto fosse diventato magro e debole. Ha detto a Haaretz che due guardie mascherate lo hanno fatto entrare con la schiena curva, la testa china verso il pavimento e le mani ammanettate dietro. La benda sugli occhi era stata rimossa appena prima, ha detto.

Il dottor Rantisi le ha detto che quella era la posizione imposta ai detenuti quando escono dalla cella: per andare in cortile, per spostarsi da un braccio all’altro o verso la stanza dove guardano su uno schermo le loro udienze presso il tribunale militare. Ognuno di questi spostamenti è una tortura, ha detto; quando prova a raddrizzarsi anche di poco le guardie gli spingono la testa di nuovo in basso. Una volta, ha raccontato, la guardia ha cercato di fargli sbattere la testa contro una porta.

Una grata di ferro separa la stanza dove ha avuto luogo l’incontro da quella dove sono posizionate le guardie. Alla base della grata c’è una piccola apertura attraverso cui i detenuti sporgono le mani perchè le guardie rimuovano le manette metalliche. Misherqi Baransi ha visto che il dottor Rantisi faticava a curvarsi e allungare le braccia dietro di lui; ha detto alle guardie che dovevano tenere conto della sua età. Le hanno risposto di non interferire con la procedura, ha detto.

Il dottor Rantisi le ha detto che durante le quattro conte quotidiane del carcere – la prima alle 5 del mattino – i detenuti devono inginocchiarsi contro il muro con la testa china. Ha anche detto che spesso le guardie li insultano e li umiliano.

La cella del dottor Rantisi ha sei letti, ma ospita 10 persone; quattro dormono a turno su materassi sul pavimento. Tutti sono molto più giovani del dottor Rantisi, che ha detto che gli lasciano sempre un letto. Diverse volte a settimana, ha detto, le squadre del Servizio Penitenziario israeliano fanno incursione nelle celle e picchiano i detenuti: loro la chiamano qam’a (soppressione in arabo). Haaretz ha ricevuto simili racconti da altre carceri.

I giovani mi proteggono, mi circondano e si prendono le botte”, ha detto il dottor Rantisi. Durante un’incursione le guardie hanno sparato gas lacrimogeni nella cella. L’esperienza di soffocamento è stata straziante per lui.

Da quando è stato incarcerato il dottor Rantisi ha indossato gli stessi indumenti forniti dal Servizio Penitenziario israeliano, lavandoli con un sapone che, come ha detto, “puzza terribilmente”. Un’unica saponetta viene usata da tutti i detenuti sia per lavarsi che per lavare i vestiti e si esaurisce prima che ne arrivi una nuova. Poichè non gli è permesso di stendere i panni ad asciugare in cella durante le conte, a volte sono costretti a rimettersi camicie e pantaloni bagnati o umidi.

Il dottor Rantisi ha detto alla sua avvocata che il Servizio Penitenziario israeliano non fornisce detersivi, scope o stracci per pavimenti e che la stanza è torrida e piena di pulci e zanzare. Il problema è peggiorato dal fatto che le guardie portano i materassi nel cortile, li lavano e li riportano dentro bagnati. L’umidità produce muffa.

Il cibo viene portato in cella tre volte al giorno, ma il dottor Rantisi dice che è immangiabile e le porzioni sono scarse. Nei primi giorni non è riuscito a toccarlo. L’hummus non è cotto, ha detto, il riso puzza, i pomodori sono quasi marci e le uova non sono fresche. Poco a poco ha iniziato a mangiare un po’ di pane, anche se era ammuffito. Ai detenuti non vengono dati libri da leggere, nè penne o quaderni.

In risposta il Servizio Penitenziario israeliano ha affermato: “Le accuse descritte sono false, non sono basate su fatti e fanno parte di una campagna di denigrazione contro lo Stato di Israele e le sue legittime istituzioni. Il Servizio Penitenziario agisce in base alla legge e sotto costante supervisione giuridica. Tutti coloro che sono sotto custodia del Servizio Penitenziario sono detenuti nel rispetto della legge e dei diritti e del trattamento richiesti dalla legge.”

Ma il rapporto dell’Ufficio del Difensore Pubblico, pubblicato il 1° luglio, afferma che nel 2025 le condizioni di detenzione in Israele sono significativamente peggiorate, con ciò che viene definita una violazione senza precedenti dei diritti di detenuti e prigionieri. Il rapporto punta il faro sul sovraffollamento, la scarsa pulizia e igiene, le infestazioni di insetti, la carente aereazione e la mancanza di dotazioni di base per i detenuti. Sottolinea che il sovraffollamento è tuttora peggiore tra i detenuti e i prigionieri e riporta le loro lamentele circa grave mancanza di cibo, inadeguate cure mediche e costante violenza. Secondo il rapporto questi problemi sono stati portati all’attenzione del procuratore generale e del commissario del Servizio Penitenziario israeliano.

Dichiarazione: chi scrive è amica personale del dottor Rantisi e di sua moglie.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




103 chiodi sulla mappa: come il governo di Israele sta seppellendo la soluzione a due Stati( Seconda Parte)

Matan Golan

30 giugno 2026 – Haaretz

Prima parte

Ricompense per le espulsioni

Un’analisi sui dati delle colonie rivela alcuni sviluppi già visti in precedenza ma che Israele ha evitato per decenni, come la legalizzazione di sette insediamenti su terreni utilizzati come basi militari e la creazione di 44 colonie su terre non riconosciute come statali, compresi appezzamenti di proprietari privati palestinesi. Oltre a questi sono stati identificati altri sviluppi senza precedenti: l’approvazione di colonie in zone di tiro, la legalizzazione di avamposti coinvolti nell’espulsione di comunità [palestinesi] e la creazione di insediamenti coloniali su terreni che sono stati soggetti a pulizia etnica.

Questo ultimo dato emerge dall’esame della posizione delle colonie confrontata con la mappa delle comunità espulse stilata da B’Tselem [ong israeliana, ndt.]. In 19 casi su 103 il gabinetto di sicurezza ha approvato la legalizzazione di avamposti nei pressi dei quali dal 2022 le comunità [palestinesi, ndt.] sono state espulse, in molti casi con il notorio coinvolgimento diretto dei coloni nelle espulsioni. In altri due casi è stato approvata la creazione di un nuovo insediamento coloniale nei pressi di comunità espulse. Decine di colonie sono già state definite zone con autonomia amministrativa, benché ciò non sia stato attribuito alle strutture abbandonate delle comunità espulse, molte delle quali si trovavano su terre il cui status era stato riconosciuto come proprietà privata palestinese.

In coordinamento con i vertici politici e militari sono stati creati avamposti agricoli e a questi sono state concesse a pascolo terre pubbliche in modo non trasparente. Un rapporto del 2024 di Peace Now e Kerem Navot [ong israeliana che monitora la colonizzazione della Cisgiordania, ndt.] rivela che la maggior parte della terra occupata dagli avamposti agricoli, che rappresentano centinaia di migliaia di dunam, non è affatto terra dello Stato e non è stata assegnata in modo legale agli allevamenti. Dallinizio della guerra [contro Gaza, ndt.] decine di comunità sono scappate a causa del terrorismo inflitto loro da questi abitanti.

La colonia di Mitzpeh Eretz, ad esempio, è la legalizzazione dell’avamposto di Netzah Harel, fondato nel 2023 tra le aree della comunità beduina di Mu’arrajat al-Markaz. Le strutture di questa comunità si trovavano su terre palestinesi riconosciute come di proprietà privata, mentre l’avamposto agricolo era su un vicino appezzamento di terra statale e terrorizzava i suoi vicini. Nel dicembre di quell’anno la comunità beduina è stata obbligata a scappare. Una foto satellitare del 2023 mostra la fattoria incastonata nel complesso della comunità, mentre una foto del 2025 la mostra nei pressi delle strutture abbandonate.

La stessa cosa è successa nellinsediamento coloniale di Kanfei Hashahar. E’ nato come avamposto agricolo di Gaon Yarden, fondato nel 2020 su una piccola porzione di terra statale a nord della comunità di Ein Samiya e a ovest di quella di Ras al-Tin, entrambe su terreni palestinesi riconosciuti come proprietà privata. Nel luglio 2022 gli abitanti di Ras al-Tin sono stati espulsi e nel maggio 2023 anche quelli di Ein Samiya. Non lontano da lì nel 2023 è stata creata anche la fattoria HaTeena, a nord dellavamposto agricolo di Malchei Hashalom, che è stato riconosciuto come colonia lo stesso anno. Tra le due fattorie cera la comunità di al-Qabun, espulsa nellagosto 2023.

Malachei Hashalom, creata nel 2015, è considerata la fattoria madre” della zona. La sua prima emanazione, lavamposto agricolo Harashash, è stata fondata nel 2020 e ha occupato vaste aree di pascolo. Nellottobre 2023 è stata espulsa la vicina comunità di Ein al-Rashash, e due mesi dopo anche quella di Khirbet Jabait. Altre comunità nei dintorni di Duma e di al-Mughayyir sono state espulse dopo continue vessazioni da parte di altri avamposti agricoli legati a Malachei Hashalom, tra cui quello di Giborei David, la cui legalizzazione è stata approvata lo scorso marzo, lo stesso mese in cui ha espulso la comunità di Kaabneh.

Mentre gli abitanti di al-Kaabneh discutevano se cercare di tornare alle proprie case, che si trovano su terreni riconosciuti come di proprietà privata palestinese e che ora sono state denominate terre in fase di indagine” [letteralmente survey lands” definizione previa alla denominazione come terre dello Stato, ndt.], il gabinetto di sicurezza aveva già approvato la creazione lì di una nuova colonia.

La legalizzazione di Malachei Hashalom incarna ogni ramificazione del meccanismo di erosione delle terre palestinesi. Si trova su terreni privati palestinesi di proprietà del villaggio di al-Mughayyir, per i quali alla fine degli anni 70 lesercito emise un ordine di esproprio. Le leggi internazionali in effetti stabiliscono che tali ordini potrebbero essere imposti solo per scopi militari e in forma provvisoria, ma in quegli anni fungevano da principale mezzo per fondare colonie, che lo Stato allora sosteneva servissero per uno scopo temporaneo di sicurezza.

Nel 1979, in seguito a un ricorso della colonia di Elon Moreh allAlta Corte, in cui i coloni chiarirono che per loro si trattava di un insediamento permanente, lapproccio cambiò. Il governo approvò la Risoluzione 145, che stabiliva che da allora in poi la creazione di colonie sarebbe avvenuta su terre dello Stato”.

Molti degli ordini militari imposti rimasero in vigore e sulle terre di al-Mughayyir venne creato un avamposto della brigata Nahal dellIDF [l’esercito israeliano, ndt.] e trasformato in una base dellartiglieria. Nel corso degli anni essa si ridusse di dimensioni e nel 2015 alcuni coloni occuparono la parte abbandonata. Dopo otto anni, nel febbraio 2023, il gabinetto di sicurezza ha approvato la legalizzazione dellavamposto [dei coloni, ndt.]. Tuttavia su tali terreni, di proprietà privata palestinese in unarea teoricamente espropriata per scopi militari, non possono essere approvati progetti edilizi.

Per risolvere il problema è stata tirata fuori una vecchia soluzione: lo scorso giugno 750 dunam sono stati dichiarati terra dello Stato per legalizzare retroattivamente la colonia. Da allora la zona è stata dichiarata territorio amministrativamente autonomo e la sua piena legalizzazione è imminente.

Si prevede che questo trucco verrà utilizzato a favore di altri 43 insediamenti su terre che non sono state approvate come terreni delle Stato per la costruzione. Come Malachei Hashalom, 15 di essi si trovano su terreni che l’Amministrazione Civile ha definito terre private palestinesi.

Malachei Hashalom è anche una delle 7 colonie approvate in basi militari dismesse. A tale proposito si tratta di un caso particolarmente estremo: un insediamento fondato su terra privata sottoposta a un ordine di esproprio militare e attorno al quale sono state operate massicce espulsioni della comunità viene legalizzato attraverso la dichiarazione che si tratta di terreni statali.

E’ un caso estremo, ma non eccezionale. Nel corso dei decenni successivi alla Risoluzione 145 in Cisgiordania centinaia di migliaia di dunam sono stati dichiarati terre dello Stato, cioè terre pubbliche. Secondo le Convenzioni dellAia è previsto che il potere occupante (Israele) preservi le risorse del territorio della popolazione occupata a titolo provvisorio e le gestisca a favore di questultima. Ma nel 2018, in seguito a un ricorso da parte dellong [israeliana] Bimkom e dellAssociazione per i Diritti Civili in Israele, è risultato chiaro che più del 99% dei terreni dello Stato destinati allo sviluppo civile è stato ceduto per la colonizzazione.

Oltre a queste, sette insediamenti sono stati approvati in zone di tiro, dove è vietato lingresso ai civili, un divieto applicato ai palestinesi ma non ai coloni che lo violano. Questo è un fenomeno nuovo, ma chiunque abbia anche solo una vaga conoscenza della storia non dovrebbe essere sorpreso. Negli anni successivi al 1967 circa il 20% del territorio della Cisgiordania, compresi terreni riconosciuti come proprietà privata palestinese, è stato dichiarato zona di tiro.

Nel verbale di una discussione della Commissione Ministeriale Congiunta sulle Questioni delle Colonie del 1979 lallora ministro dellAgricoltura Ariel Sharon, che aveva dato il via a questa pratica nel 1967, spiegò che le zone di tiro erano state tutte ideate per uno scopo: fornire unopportunità per la colonizzazione ebraica nella zona.”

Da allora nel corso degli anni lo Stato ha continuato a legare il preteso scopo securitario con l’intenzione meno dibattuta di impedire lo sviluppo palestinese nella zona. Tra le varie questioni, nel 2014 un importante ufficiale del Comando Centrale [dell’esercito israeliano, ndt.] affermò che l’addestramento nelle zone di tiro intendeva ridurre il numero di palestinesi che vi vivevano e nel 2022 l’Alta Corte ha consentito l’espulsione di otto villaggi dalla Zona di Tiro 918 a Masafer Yatta dopo che l’esercito aveva sostenuto che ciò era fondamentale per mantenere l’efficienza operativa [delle truppe].

Da allora vi sono stati creati circa 10 avamposti, compresi tre aziende agricole nate in coordinamento con i vertici politici e militari; ciò non ha impedito allesercito di sostenere ancora una volta, nel giungo 2025, che le costruzioni palestinesi interferiscono con le sue attività di addestramento. Recentemente il capo del Comando Centrale ha firmato ordini per escludere terreni da varie zone di tiro in Cisgiordania dopo che degli avamposti [di coloni, ndt.] avevano invaso il loro territorio, un passo che si prevede accelererà la loro legalizzazione.

Smuovere le acque

Vasti settori dell’opinione pubblica israeliana si augurano che ci siano cambiamenti se il governo di Netanyahu verrà sostituito in seguito alle imminenti elezioni. Ma sarà possibile rovesciare la rivoluzione che lo Stato ha messo in atto in Cisgiordania negli ultimi anni? “Alcune delle iniziative sono revocabili. Poteri che sono stati trasferiti possono essere restituiti, allocazioni finanziarie possono essere cancellate. Molte cose possono essere radicalmente cambiate, ma ciò richiede passi concreti con un altissimo costo politico, soprattutto riguardo all’evacuazione (di colonie),” afferma Ofran.

Il prossimo governo sarà in grado di annullare la costituzione di nuove colonie, ma mentre stiamo parlando sono già state fondate illegalmente sul terreno a un ritmo accelerato e con uno stanziamento di denaro destinato a questo scopo. Ogni passo che viene fatto (la pubblicazione di un bando di gara, un contratto firmato, una struttura occupata) richiederà uno sforzo politico molto maggiore se lo si vuole annullare. Più ci allontaniamo da un accordo politico più alto sarà il suo prezzo.”

Secondo Ofran la questione cruciale non è solo quanto potere avranno quelli che si oppongono alle colonie, ma anche cosa faranno a questo riguardo. Se, con il fine di garantire la coesione della coalizione, non decidono di smuovere le acque, come negli ultimi 20 anni, non cambierà niente. E altrettanto succederà se agiranno come il governo del cambiamento(il breve governo Bennett-Lapid) che disse di non aver intenzione di modificare lo status quo. Riguardo a tutte le colonie che sono state approvate diranno: Non è una cosa nuova, è già stato deciso.”

Il dottor Shaul Arieli, che guida il gruppo di ricerca Tamrur-Politography che si concentra sul conflitto israelo-palestinese, propone unopinione diversa: A breve termine le 103 nuove colonie sono in buona misura un bluff burocratico, un tentativo di creare infrastrutture nel futuro. Molte di queste sono derivazioni di quartieri e avamposti che sono stati legalizzati, non nuove costruzioni o un incremento di popolazione,” afferma.

In pratica nel corso degli ultimi 20 anni c’è stato un graduale declino nel bilancio migratorio complessivo delle colonie e durante il mandato dell’attuale governo è diventato negativo: se ne sono andate più persone di quante siano arrivate. Quindi a medio termine, anche se il prossimo governo non cambiasse la politica e questi insediamenti venissero popolati, si prevede che vi andranno a vivere solo alcune centinaia di abitanti, mentre esse creano un pesante fardello per la sicurezza. Militarmente più una comunità è piccola più è facile evacuarla. La questione è prendere una decisione e agire in modo complessivo e sistematico, e per fare ciò è necessario un contesto politico diverso rispetto all’attuale.”

Arieli insiste sul fatto che una soluzione a due Stati è ancora fattibile: Il territorio consente ancora una separazione a un prezzo politico ragionevole per entrambe le parti. Con uno scambio di terre del 4% del territorio l80% della popolazione israeliana al di là della Linea Verde può rimanere sotto sovranità israeliana,” sostiene, ma ci risulta difficile trasmettere questo dato allopinione pubblica. La sensazione che una soluzione politica non sia realistica è una vittoria cognitiva dei coloni sullopinione pubblica israeliana.”

E a lungo termine? Secondo Arieli se le 103 colonie vengono realizzate e Israele si muove verso un accordo politico il prezzo nazionale che dovrà pagare sarà maggiore, in parte a causa della necessità di evacuarle. Al contrario, se sceglie di non perseguire un accordo politico ma di annettere i territori, questi 103 insediamenti non cambieranno la perdita della maggioranza ebraica o, alternativamente, la perdita del regime democratico in Israele.”

Dror Etkes, di Kerem Navot, non è ottimista. Echiaro che quello che è stato fatto in Cisgiordania nel corso degli ultimi tre anni e mezzo è irreversibile,” afferma. Uno Stato che non riesce e si rifiuta di evacuare avamposti nelle zone dell’Autorità Nazionale Palestinese che sono stati creati per provocare il collasso degli Accordi di Oslo e non riesce e si rifiuta di sanzionare i propri soldati sicuramente non evacuerà oltre 200 avamposti fondati durante il mandato dellattuale governo, che ha stretto unalleanza con nazionalisti criminali.

Levacuazione di questi avamposti e colonie, la cui dislocazione è stata accuratamente scelta, o anche solo di una piccola parte di essi richiederà che lo Stato eserciti la propria autorità e violenza che non sono mai state utilizzate contro i coloni in Cisgiordania, neppure durante il disimpegno. È difficile immaginare che lex-direttore del Yesha Council delle colonie [organizzazione dei consigli municipali dei coloni, ndt.] Naftali Bennett entri in conflitto con i suoi amici e collaboratori, e altrettanto Gadi Eisenkot, che è stato fotografato qualche mese fa in uno degli avamposti più violenti della Cisgiordania. Nei prossimi anni Israele continuerà a intensificare il proprio coinvolgimento nel pantano dellapartheid che ha creato e alimentato con le proprie mani.”

(traduzione dallinglese di Amedeo Rossi)




103 chiodi sulla mappa: come il governo di Israele sta seppellendo la soluzione a due Stati( Prima Parte)

Matan Golan

30 giugno 2026 – Haaretz

Il governo israeliano ha approvato decine di colonie collocate strategicamente in tutta la Cisgiordania. L’obiettivo: creare sul terreno una situazione irreversibile.

Oggi stiamo creando eventi storici sul terreno. Lo Stato palestinese è stato tolto di mezzo, non con degli slogan ma con fatti concreti. Ogni comunità [ebraica, ndt.], ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa.” Il ministro Bezalel Smotrich ha fatto queste affermazioni l’agosto scorso, in seguito all’approvazione del piano E1, che consente di costruire tra Gerusalemme e la colonia di Ma’ale Adumim. “Questo è un passo significativo che cancella di fatto l’illusione dei ‘due Stati’,” ha aggiunto.

L’approvazione del progetto, inteso a separare il nord della Cisgiordania dal sud e rinviato da anni a causa delle pressioni internazionali, ha attirato l’attenzione pubblica in tutto il mondo e in Israele.

Ma lontano dall’attenzione dei media, durante il mandato dell’attuale governo è in corso un’iniziativa ben più ampia che sta escludendo sempre più la possibilità in cui molti israeliani ancora credono: la separazione territoriale dai palestinesi. Ciò viene fatto attraverso l’approvazione di non meno di 103 colonie, uno sviluppo strategico che sta cambiando la mappa della Cisgiordania.

Dal 1967 [anno della Guerra dei Sei Giorni, con l’occupazione israeliana di Alture del Golan, Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, ndt.] fino alla formazione dell’attuale governo, Israele ha creato e legalizzato 127 colonie in Cisgiordania. Dall’inizio dell’attuale legislatura quel numero è quasi raddoppiato, per ora sulla carta. Insieme ad esse ci sono più di 300 avamposti, più di metà dei quali creati durante la guerra [contro Gaza, ndt.] a differenti livelli di legalizzazione. Recentemente il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato di un’iniziativa per legalizzarne circa 140.

Il risultato è che in Cisgiordania ora ci sono più di 470 punti di colonizzazione destinati a cancellare ogni possibilità di creazione di uno Stato palestinese. Smotrich l’ha affermato in vari modi, compreso un video dello scorso gennaio sulle reti sociali rivolto al presidente francese Emmanuel Macron, in cui ha dichiarato: “È così che si seppellisce l’idea palestinese.” Ha ricevuto il sostegno del primo ministro Benjamin Netanyahu, che lo scorso settembre ha affermato che “non verrà mai creato uno Stato palestinese. Questa è una vera rivoluzione e sta passando totalmente inosservata,” afferma Hagit Ofran, dell’Osservatorio sulle Colonie di Peace Now [associazione israeliana contro l’occupazione, ndt.]. “La Cisgiordania non assomiglia a quello che era tre anni fa. Qui sono successe cose estremamente drammatiche: l’approvazione di nuove colonie, il ritiro dagli accordi di Oslo e in direzione di una situazione di annessione di fatto, un folle afflusso di fondi per infrastrutture e strade, il collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese, l’acquisizione di un milione di dunam (1 dunam corrisponde a circa 1.000m2) da parte di avamposti agricoli ed espulsioni che sono il risultato di uno sforzo comune dell’esercito israeliano e dei coloni, e non c’è alcun dibattito pubblico riguardo a tutto questo.”

Secondo Ofran questa è la ricetta per un disastro: “Le nuove colonie creeranno un’enorme fardello per il sistema della difesa, a cui non solo verrà chiesto di garantirne la sicurezza, ma anche di fare i conti con i loro effetti: l’assenza di un orizzonte politico e la crescente disperazione e pressione tra i palestinesi, indebolendo nel contempo la posizione politica di Israele.”

La sua opinione è condivisa dall’Istituto di Studi sulla Sicurezza Nazionale dell’università di Tel Aviv, che recentemente ha pubblicato un documento in cui sostiene che la trasformazione politico-ideologica che sta avvenendo in Cisgiordania, con al centro i nuovi insediamenti, crea allo Stato di Israele un grave rischio politico e di sicurezza

Tutto ciò ha anche un costo economico. Secondo i dati del monitoraggio di Peace Now l’attuale governo ha investito almeno 19,8 miliardi di shekel (5,79 miliardi di euro) nello sviluppo delle colonie e in infrastrutture. Questa cifra ovviamente non include l’aumento previsto nel bilancio della difesa se, come ha detto recentemente il maggior generale Avi Bluth [che vive in una colonia, ndt.], capo del Comando Centrale, “la gente deve capire che c’è meno denaro per lo sviluppo del Paese perché siamo impegnati a difendere tutte le zone al di fuori dei nostri confini e all’interno della popolazione palestinese,” afferma Ofran.

Un’analisi dei dati sulle 103 colonie approvate rivela una mossa attentamente pianificata. Include passi che Israele ha evitato per decenni, così come nuovi sviluppi, come la legalizzazione di colonie all’interno di zone di tiro [dell’esercito, ndt.] e di avamposti impegnati nell’espulsione di comunità [palestinesi, ndt.]. Ma emerge soprattutto un chiaro obiettivo: le nuove colonie, alcune delle quali previste in zone che non hanno mai avuto una presenza israeliana, sono state pensate per frammentare le aree palestinesi in Cisgiordania.

E mentre Smotrich ha ripetutamente dichiarato che si tratta di una “rivoluzione”, sembra che l’opinione pubblica israeliana, che si è riversata in massa in piazza per protestare a favore del carattere democratico ed ebraico di Israele, sia ignara di quello che sta avvenendo, nonostante il chiaro rapporto tra l’impedire la soluzione a due Stati e il carattere dello Stato [di Israele].

Il fenomeno del terrorismo ebraico è effettivamente riuscito a penetrare nei principali media, ma è solo la punta dell’iceberg di un’iniziativa molto più ampia in direzione di un’annessione silenziosa della Cisgiordania. Quelli che la stanno guidando non sono “hilltop youth” [“giovani delle cime delle colline”, gruppo di coloni estremisti particolarmente violenti, ndt.] o coloni a capo di avamposti, ma il governo di Israele, e secondo esperti di organizzazioni accademiche e della società civile la cosa potrebbe già essere irreversibile. Questa annessione sta avvenendo non solo de facto, ma anche de jure.

Un livello allarmante di permessi

L’iniziativa più importante nella rivoluzione dell’annessione è stata siglata con l’accordo di coalizione, la nomina di Smotrich a ministro aggiunto nel ministero della Difesa e la creazione dell’Amministrazione degli Insediamenti, che è subentrata all’Amministrazione Civile [ente militare che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.] riguardo alle competenze civili nell’Area C [in base agli accordi di Oslo sotto temporaneo controllo civile e militare israeliano, ndt.]. Quindi Smotrich è diventato l’autorità che gestisce l’attività dell’esercito riguardo a territorio, legalizzazione, pianificazione ed esecuzione delle decisioni, legislazione nelle aree civili attraverso ordini militari e altre questioni. Anche la consulenza legale su queste materie è stata trasferita dalla procura generale militare, che è vincolata alle leggi internazionali, a un consulente legale del ministero della Difesa.

Nel 2023 sono state prese due iniziative complementari: in febbraio il governo ha autorizzato il gabinetto di sicurezza a discutere la fondazione e legalizzazione delle colonie in vece sua e in giugno è stato approvato un emendamento che ha abbreviato il processo per ottenere licenze edilizie nelle colonie e ha trasferito l’autorità di concederle dal ministero della Difesa a Smotrich. Il risultato è stato da una parte una vertiginosa accelerazione nella promozione delle costruzioni in Cisgiordania e dall’altra la rapida approvazione di colonie senza il controllo dell’opinione pubblica.

Secondo i dati di Peace Now alla fine del 2025 in Cisgiordania sono state approvate più di 40.000 unità immobiliari (questo mese Smotrich ha annunciato che il numero è arrivato a 60.000), così come la creazione di 103 colonie. Per fare un confronto, nel decennio precedente al mandato dell’attuale governo erano state approvate solo sei colonie.

Tra febbraio 2023 e marzo 2025 il gabinetto di sicurezza si è riunito tre volte ed ha approvato 28 colonie, tutte avamposti o “quartieri” già creati che si sono separati dal territorio di competenza di colonie esistenti. Ma dal maggio 2025 la tendenza si è intensificata, sia come numero di insediamenti approvati (74 in meno di un anno) che come loro collocazione.

Lo scorso marzo il gabinetto di sicurezza ha legalizzato 34 nuove colonie, anche su terra di proprietà privata palestinese, in aree designate zone di tiro [dell’esercito, ndt.] e in luoghi isolati in mezzo a comunità palestinesi. In quella stessa riunione il capo di stato maggiore ha avvertito che la mossa era in contraddizione con il fabbisogno di personale dell’esercito israeliano. Come risposta la coalizione lo ha rimproverato.

I 103 insediamenti approvati includono 48 avamposti legalizzati, 24 ampliamenti o separazioni da colonie esistenti e 31 nuove colonie, comprese 4 che erano state evacuate nel disimpegno del 2005.

Tuttavia il punto più significativo che emerge dall’analisi dei dati è la logica spaziale che guida i permessi: insieme all’ampliamento dei blocchi di insediamenti già esistenti, per esempio quelli di Shiloh e Talmonim, c’è un’iniziativa per concentrare i punti di colonizzazione lungo le strade dell’Area C e nei luoghi isolati, creando ostacoli tra aree sotto il controllo dell’ANP e interrompendo ogni contiguità territoriale.

Ciò è direttamente funzionale alla visione del “Piano Decisivo” di Smotrich per creare cantoni palestinesi isolati tra loro e porre fine alle aspirazioni nazionali dei palestinesi. Lo scorso settembre Smotrich ha chiarito che l’unico diritto di voto che verrebbe concesso ai palestinesi sarebbe per le elezioni municipali “nei loro cantoni, dove saranno amministrati” e non “per un parlamento sovrano”.

Secondo Ofran non si tratta di una visione del futuro. “Già oggi in Cisgiordania gli israeliani hanno diritti e i palestinesi no. Non per niente il mondo lo definisce apartheid,” afferma. “La concentrazione delle colonie tra le zone palestinesi e il collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese sono mosse molto significative che impediscono concretamente un compromesso politico. Perchè? Per questa ragione: ci vuole un’entità con cui possa essere raggiunto un compromesso. Non puoi sviluppare un’entità e un’economia palestinesi se il suo territorio contiene centinaia di punti sotto il controllo di un altro Stato, comprese le strade circostanti. La cosa semplicemente non funziona.

Si consideri anche il messaggio che Israele sta inviando all’opinione pubblica palestinese”, aggiunge Ofran. “Stiamo chiarendo loro che non c’è motivo di tentare di risolvere pacificamente il conflitto, e di fatto li stiamo spingendo verso soluzioni radicali e violente. Smotrich sa che indebolendo l’ANP rafforza Hamas. E lo ha detto esplicitamente (nel 2015): ‘Hamas è una risorsa’.”

Agli occhi di molti israeliani che si definiscono progressisti il piano di “cantonalizzazione” di Smotrich è un’idea estremista e “deludente”. Ma in larga misura è già la situazione sul terreno. Benché esista ancora un’entità nazionale palestinese nella forma dell’ANP, il piano è di liberarsi anche di quella: lo scorso settembre, dopo che Netanyahu ha chiarito che non avrebbe esercitato la sovranità in Cisgiordania, il ministro delle Finanze ha affermato che avrebbe fatto uso di ogni mezzo a sua disposizione per far collassare la già vacillante ANP, compreso il suo sistema sanitario. “In pratica Israele controlla già tutta la Cisgiordania e l’ANP è diventata un subappaltatore che si occupa della raccolta dei rifiuti e paga gli stipendi dei docenti,” dice Ofran.

La pianificazione territoriale che sta dietro questa mossa è particolarmente evidente nella zona del Consiglio Regionale della Samaria, dove sono stati approvati 28 insediamenti, 12 dei quali nuovi e alcuni in zone in cui non c’è mai stata una presenza israeliana. Diciannove colonie si trovano nel nord della Cisgiordania, dove c’è la più estesa contiguità dell’Area A nella regione, frammentata da due lingue dell’Area C che fino al 2023 erano sottoposte alla Legge del Disimpegno [decisa dal governo Sharon nel 2005 e revocata nel 2023, ndt.] e in cui agli israeliani era vietato l’ingresso.

Le colonie approvate nella zona includono le quattro evacuate nel disimpegno [del 2005, ndt.] e nuovi insediamenti, tutti su terre che circondano o frammentano la contiguità palestinese. Per spostarsi tra di essi i coloni devono viaggiare attraverso l’Area A per evitare deviazioni che richiederebbero l’uscita nel territorio sotto sovranità israeliana e il ritorno in Cisgiordana attraverso un altro posto di blocco. In altre parole ciò significa ulteriore erosione degli Accordi di Oslo.

Questo obiettivo si rispecchia in altre aree della Cisgiordania. Sulle colline occidentali di Hebron sono stati approvati tre nuovi insediamenti, due dei quali su una stretta lingua dell’Area C in cui vivono palestinesi. Oggi nell’area si trova solo l’isolata colonia di Negohot, accessibile da ovest attraverso un posto di blocco che serve solo la colonia. Ma gli ulteriori insediamenti creeranno una contiguità [israeliana] che richiederà nuove strade e si prevede frammenterà la contiguità palestinese, isolerà i villaggi nei pressi della barriera nell’Area B e bloccherà la contiguità dell’Area A da ovest, tra Dahriyah ed Hebron.

Anche qui l’iniziativa sta procedendo a notevole velocità e questo mese sono già iniziati lavori di preparazione del terreno. Allo stesso modo a est di Efrat tra tre villaggi palestinesi è prevista la colonia di Ma’aleh Arugot, che funge da punto di connessione tra insediamenti sparsi a ovest e a est del blocco di Gush Etzion, che sono attualmente separati dalla contiguità palestinese.

A ovest di Ramallah le colonie sono state approvate in due sezioni separate, creando contiguità fino al muro di separazione e la Linea Verde [il confine riconosciuto di Israele, ndt.] e rendendo confusa la frontiera: tre colonie tra Beit Horon e Mevo Horon e cinque tra il blocco di Talmonim a est e la città palestinese di Ni’lin a ovest. Alla cerimonia di inaugurazione di Maoz Tzur, un insediamento legalizzato su terreni privati [palestinesi, ndt.] all’interno di una zona di tiro, Ze’ev “Zambish” Hever, direttore esecutivo dell’organizzazione di coloni Amana, l’ha definito un sogno che si è realizzato: “Stiamo ponendo fine alla separazione tra Modi’in e Beit Horon e nei prossimi mesi, se Dio vuole, saremo collegati anche con i blocchi di Talmonim e Dovel.” La cancellazione della Linea Verde sta avvenendo anche in altre aree, inclusa la legalizzazione di avamposti cuscinetto lungo la barriera.

Fine della Prima Parte

Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi




Il 30% degli ebrei americani adulti afferma che Israele ha commesso un genocidio a Gaza

A.P.

7 luglio 2026 –Haaretz

Per come la vedo io stanno cercando di spazzare via una civiltà” ha affermato dell’azione militare israeliana contro i palestinesi Harold Kalmus, un democratico di 69 anni di Arden, Delaware, che si descrive come un ebreo per nascita.

Dopo decenni di solido sostegno bipartisan a Israele un nuovo sondaggio di AP e NORC rivela una netta erosione dell’appoggio verso l’alleato di lungo corso degli USA, con una crescente opposizione da parte dei democratici e segni di divisione tra i repubblicani.

La ricerca di Associated Press e NORC (Center for Public Affairs Research) [Centro di Ricerca per le Questioni Pubbliche] giunge in un momento in cui quello che una volta era il consenso su una questione di politica estera sta polarizzando sempre più gli americani in base a linee partitiche e generazionali animate dalla critica per il comportamento di Israele quasi tre anni dopo lo scoppio della sua ultima guerra contro Hamas a Gaza.

Circa un terzo degli adulti statunitensi, compresa più o meno metà dei democratici, ritiene che durante la guerra a Gaza Israele abbia commesso un genocidio contro i palestinesi, un’accusa sollevata da alcune organizzazioni per i diritti umani e negata con veemenza da Israele e dal governo USA. Circa 2 americani su 10 affermano che Israele non lo ha fatto e il resto, approssimativamente la metà, non ne sa abbastanza per avere un’opinione.

Una percentuale simile, il 30%, di ebrei adulti sostiene che Israele ha commesso un genocidio, mentre circa la metà (il 49%) dice il contrario.

Harold Kalmus, un sessantanovenne democratico di Arden, nel Delaware, che si descrive come un ebreo per nascita, ha affermato che ricorda di essere stato orgoglioso di Israele quando era giovane. Ora non più.

Mi rendo conto che c’è una minaccia da parte di Hamas e che si trovano in una situazione molto difficile, ma quello che hanno fatto è semplicemente un orrore indicibile,” ha detto dell’azione militare israeliana contro i palestinesi. “Per come la vedo io stanno cercando di spazzare via una civiltà”

Quasi tre anni dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 con un bilancio di 1.200 persone uccise in Israele, in maggioranza civili mentre 251 ostaggi sono stati portati a Gaza, i dati mostrano opinioni su Israele nettamente peggiorate negli USA. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, e che non fa distinzione tra vittime civili e miliziani, a Gaza sono morti più di 73.000 palestinesi, compresi più di 1.000 uccisi dall’inizio dell’ultimo cessate il fuoco.

Secondo un altro sondaggio le simpatie americane si sono spostate verso i palestinesi e allontanate dagli israeliani più o meno dal 2020, ma da quando è iniziata l’ultima guerra a Gaza il divario si è notevolmente ampliato.

Molti americani, circa 4 su 10, non ne sanno abbastanza da dire se l’immediata risposta militare di Israele contro l’attacco di Hamas o le sue continue operazioni militari siano giustificate. Tra quanti hanno un’opinione in entrambi i casi molti dicono che la rappresaglia iniziale era motivata, ma una maggioranza [di questi] ritiene che le attuali azioni non lo siano.

Circa tre quarti degli ebrei adulti hanno detto che la risposta iniziale di Israele era giustificata, ma solo circa 4 su 10 lo pensano riguardo alle sue operazioni in corso.

Solo un terzo degli adulti statunitensi vede Israele come una questione “estremamente” o “veramente” importante per loro personalmente. Ma è stato un argomento scottante nella politica americana in quanto, a soli quattro mesi da elezioni di medio termine di cruciale importanza che determineranno l’equilibrio dei poteri nel Congresso per gli ultimi due anni di mandato del presidente Donald Trump, i rapporti tra i due Paesi rimangono tesi.

Recentemente il vice presidente JD Vance ha criticato i dirigenti israeliani che hanno manifestato frustrazione nei confronti di Trump mentre di recente nelle primarie di New York e del Colorado oppositori di Israele hanno sconfitto [candidati] sostenuti dall’establishment democratico.

Il sostegno democratico per Israele si riduce

Il sondaggio AP-NORC rileva uno cambiamento decisivo nel partito democratico. Circa il 58% dei democratici ora afferma che gli USA “appoggiano troppo” gli israeliani, in crescita rispetto al 45% di un sondaggio AP-NORC del gennaio 2024, quando era al potere l’ex-presidente Joe Biden. Ciò include nella nuova rilevazione il 51% degli ebrei democratici.

Circa 6 democratici su 10, il 62%, afferma che gli USA “non appoggiano abbastanza” i palestinesi, in aumento rispetto al 49% del 2024. I giovani democratici dai 45 anni in giù sono ancora più propensi rispetto ai più anziani a sostenere che gli Stati Uniti “non appoggiano abbastanza” i palestinesi, ma i democratici più anziani si stanno mettendo al passo con i giovani. Circa il 57% dei democratici anziani, rispetto al 39% di due anni fa, ora afferma che gli USA dovrebbero fare di più per i palestinesi.

Joy Jennik, democratica di 73 anni originaria di Brookfield, Wisconsin, ha affermato di non aver avuto forti convinzioni sui rapporti tra USA e Israele fin dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre.

Ora crede che Israele sia colpevole di genocidio.

Della Striscia di Gaza non è rimasto quasi niente. Quella povera gente sopravvive a stento” ha detto Jennik, insegnante di economia domestica in pensione.

Solo una piccola percentuale di repubblicani, il 13%, descrive le azioni di Israele come genocide, benché ci sia un’evidente differenza in base all’età. Circa 2 repubblicani su 10 sotto i 45 anni afferma che Israele ha commesso un genocidio, mentre lo dice solo 1 su 10 con un’età superiore ai 45 anni.

Nel complesso il 60% dei repubblicani descrive il sostegno degli USA a Israele come “giusto”. Solo circa 2 repubblicani su 10 sostengono che gli Stati Uniti sono “troppo favorevoli” agli israeliani, anche se i repubblicani sotto i 45 anni sono più propensi ad affermarlo.

La percentuale complessiva dei repubblicani secondo cui gli USA “appoggiano troppo” Israele non è cambiata in modo significativo dal 2024, ma quella di quanti sostengono che gli USA non lo fanno abbastanza è crollata dal 39% al 15%.

Mike Cardona, un repubblicano settantenne della periferia di Phoenix, ha affermato di essere soddisfatto del livello di appoggio che gli USA stanno fornendo a Israele e ha rifiutato l’opinione secondo cui Israele ha commesso un genocidio.

Speravo che intervenissero in modo più duro e meglio,” ha detto Cardona, venditore di prodotti industriali in pensione, riferendosi alle azioni militari di Israele a Gaza. “Sfortunatamente verranno uccisi alcuni innocenti, ma Hamas ed Hezbollah non ne hanno mai tenuto conto quando hanno ucciso bambini e donne in Israele.”

Netanyahu è generalmente impopolare, mentre le opinioni su Mamdani sono contrastanti

Nelle interviste varie persone interpellate hanno sottolineato che le loro critiche nei confronti di Israele erano concentrate sui suoi dirigenti, soprattutto sul primo ministro Benjamin Netanyahu, che dopo i ripetuti scontri con i presidenti democratici è percepito come strettamente associato a Trump.

Nel complesso solo il 20% degli adulti statunitensi ha un’opinione positiva del primo ministro israeliano, mentre quasi il doppio, 38%, esprime un parere negativo. Circa il 41% non ne sa abbastanza per esprimere un opinione.

Netanyahu è particolarmente impopolare tra gli ebrei adulti: approssimativamente 6 su 10 lo vedono negativamente, mentre un terzo circa positivamente.

I giovani adulti, indipendentemente dal partito, affermano con maggiore probabilità rispetto ai più anziani di non avere un’opinione su Netanyahu. Ma mentre i repubblicani più anziani lo vedono più positivamente che negativamente, le opinioni dei repubblicani più giovani tendono ad essere sfavorevoli.

Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha assunto un certo rilievo come critico esplicito di Israele, e il 27% degli adulti statunitensi ha un’opinione favorevole del trentaquattrenne democratico socialista. Un altro 28% degli adulti USA ha un’opinione negativa, mentre il 44% non è in grado di esprimere un’opinione.

Gli ebrei adulti, che nella stragrande maggioranza si identificano con i democratici, ha un’opinione più positiva di Mamdani che di Netanyahu, con il 44% che vede il sindaco di New York positivamente, il 39% negativamente e il 17% non si esprime.

Complessivamente circa la metà dei democratici ha un’idea favorevole di Mamdani e solo 1 su 10 lo vede negativamente, mentre il resto, circa il 39%, non ha un’opinione.

Nel contempo i rapporti tra gli USA e Israele non sono in cima alle preoccupazioni di molti americani quando pensano alle imminenti elezioni di medio termine.

Per persone come Michael Ripka, addetto al palco di 34 anni di Casper, Wyoming, che in genere vota repubblicano, l’economia è di gran lunga la questione più importante a cui pensare.

Tutto quanto è terribilmente caro,” ha sostenuto. I conflitti in Medio Oriente, ha aggiunto, sono “al 100 per 100 un enorme diversivo.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Prima non c’erano innocenti a Gaza. Adesso l’IDF sta applicando la stessa politica in Cisgiordania

Gideon Levy

28 giugno 2026 – Haaretz

Il 7 ottobre, che ha giustificato un genocidio a Gaza, ha eliminato ogni ritegno anche in Cisgiordania. Adesso la sentenza che non ci sono civili innocenti è stata applicata anche ai palestinesi della Cisgiordania

Il 7 ottobre ha sconvolto la Cisgiordania.

Come in Israele, niente è come era prima del 7 ottobre tra Jenin e Hebron. E’ un’occupazione con nuove regole, più crudele di sempre. Il 7 ottobre non è stato sparato un solo colpo dai palestinesi in Cisgiordania, e neppure nella maggior parte dei tanti giorni seguenti, eppure vengono puniti da Israele come non lo sono mai stati dalla Nakba.

La sentenza secondo cui non ci sono civili innocenti nella Striscia di Gaza è stata applicata anche agli abitanti della Cisgiordania, cosa per cui è consentito e necessario fare loro violenza più che mai. La Cisgiordania da parte sua sta rispondendo con una totale impotenza, come accadde ai suoi abitanti nel 1967.

Dal 7 ottobre Israele ha adottato una politica di vessazioni continue e

crescenti, nonostante il lungo periodo trascorso da allora. La punizione della Cisgiordania si sta configurando come un ergastolo. I suoi abitanti si sono comportati perfettamente per quanto riguarda Israele, sottomessi, sanguinanti e senza leadership. Non hanno espresso alcuna significativa opposizione a ciò che si sta facendo ai loro fratelli a Gaza, ma questo non li ha aiutati. La loro colpa era e resta il fatto che sono palestinesi. Terrorismo o no, sono sempre colpevoli.

Il 7 ottobre, che ha reso possibile un genocidio a Gaza, ha anche spento ogni ritegno in Cisgiordania. Mentre Israele piangeva i suoi morti e i suoi ostaggi i coloni sono stati veloci a cogliere un’opportunità d’oro. Con la loro astuzia hanno capito che era arrivato il momento per cui avevano pregato per tutti quegli anni: una grande guerra motivata da un desiderio di vendetta, con la cui copertura si può fare qualunque cosa.

La rivoluzione in Cisgiordania è avvenuta lungo diversi binari, ben pianificati e coordinati, soffocando i suoi abitanti in tutti i modi. Ciò ha comportato mosse draconiane che non sono cambiate da allora e sono probabilmente destinate a restare per sempre. Da tutte le parti è un inferno e gli israeliani hanno distolto lo sguardo da ciò che accade a ovest della linea verde

La Cisgiordania è stata accerchiata quasi ermeticamente. Centinaia di cancelli gialli che erano stati installati all’entrata di ogni città e villaggio palestinese sono stati chiusi e sbarrati. Ad oggi non esiste una comunità in Cisgiordania che non sia sotto assedio almeno parziale. Le principali entrate in città come Nablus, Hebron e Ramallah sono state chiuse come le entrate ai villaggi e gli abitanti sono costretti a percorrere strade sterrate. Non ci sono più strade normali per i palestinesi.

Il folle assedio continua fino ad oggi. Non ha niente a che fare con la sicurezza. La settimana scorsa il consulente legale dell’esercito israeliano responsabile della Cisgiordania si è ricordato di rimarcare che l’esercito stava limitando illegalmente la libertà di movimento dei palestinesi (come ha riferito giovedì il giornalista di Haaretz Yaniv Kubovich). E’ gentile che se ne sia ricordato, ma la sua dichiarazione non cambierà nulla. I coloni vogliono strade su cui i palestinesi non possono circolare, ed è quello che otterranno.

La seconda disgrazia capitata ai palestinesi è stato il totale divieto di lavorare in Israele, che significa un totale divieto di guadagnarsi da vivere per quasi tre anni.

Anche le incursioni dell’esercito sono diventate più frequenti e arbitrarie di prima. Poi sono arrivati i pogrom. E poi le “squadre di sicurezza” dei coloni locali, un mistificante nome per le milizie dei coloni. Ogni coordinatore locale per la sicurezza è diventato un generale e ogni colono un re. Sono stati installati con la violenza circa 150 avamposti, che si sono impossessati di centinaia di migliaia di acri, più di qualunque altro programma “ufficiale” di insediamento.

E poi è arrivato il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che ha trasformato le prigioni dove sono detenuti migliaia di prigionieri – alcuni dei quali innocenti, per la maggioranza prigionieri politici, molti altri detenuti senza processo – in terribili centri di tortura. Le persone vi muoiono di fame.

Inoltre l’esercito ha allentato le sue regole d’ingaggio. Dal 7 ottobre più di un migliaio di palestinesi sono stati uccisi nella tranquilla Cisgiordania, compresi oltre 200 minori. Ben pochi di loro costituivano un pericolo, se poi lo costituivano, per qualcuno. I soldati che hanno combattuto nella Striscia di Gaza, i loro invidiosi amici e gli squilibrati coloni assetati di sangue hanno tutti abbracciato le uccisioni indiscriminate come un modus operandi anche in Cisgiordania.

Tutto questo è accaduto senza che vi fosse quasi nessuna attività terroristica in Cisgiordania. Tutto questo è accaduto per oltre tre anni, senza che se ne veda la fine. Forse è ora di dire basta?

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I palestinesi riferiscono che coloni e IDF hanno fatto irruzione in una moschea in Cisgiordania e appeso bandiere israeliane

Jack Khoury e Matan Golan

27 giugno 2026 Haaretz

Fonti ufficiali palestinesi hanno affermato che nel cortile si suonava musica ebraica. I funzionari del Waqf [trust che gestisce beni immobili musulmani inalienabili di scopo religioso o caritatevole, ndt.] hanno dichiarato che la chiamata del muezzin dalla Grotta dei Patriarchi [Grotta di Machpelah per gli ebrei e Moschea di Ibrahim per i musulmani, nel cuore della Città Vecchia di Hebron, ndt.] è stata bloccata per cinque giorni per “manutenzione” e che il direttore della moschea, Mu’taz Abu Sanina, è stato rimosso per 12 giorni, la terza di tali sospensioni

Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA venerdì truppe e coloni israeliani sono entrati nella moschea di al-Ras a Hebron, espellendo i fedeli e impedendo le preghiere del mattino. L’agenzia ha inoltre riferito che bandiere israeliane sono state appese alle pareti e che nel cortile è stata diffusa musica ad alto volume.

Il Ministero palestinese del Waqf e degli Affari Religiosi ha condannato l’incidente, definendolo una “grave escalation” degli attacchi contro i luoghi di culto a Hebron.

In secondo luogo fonti palestinesi hanno riportato che per cinque giorni le autorità israeliane hanno vietato al Waqf musulmano di Hebron di intonare la chiamata alla preghiera nella Moschea di Ibrahimi adducendo lavori di manutenzione, e hanno limitato l’accesso al personale e al direttore della moschea.

Secondo le segnalazioni entrambi sono stati allontanati dal sito per 12 giorni, il terzo allontanamento di questo tipo nelle ultime settimane. Il direttore della moschea, Muataz Abu Sanina, ha affermato che l’accesso del personale del Waqf è stato limitato e le preghiere ritardate, aggiungendo che i lavori in corso nel sito vanno ben oltre la semplice manutenzione ordinaria.

Abu Sanina ha inoltre dichiarato che l’accesso del personale del Waqf è stato ripetutamente limitato e che, di fatto, gli orari di preghiera vengono alterati a prescindere da quelli ufficiali.

L’inasprimento giunge dopo che il Ministro delle Finanze [israeliano] Bezalel Smotrich ha annunciato all’inizio di questo mese che l’autorità in materia di pianificazione e costruzione in alcune zone di Hebron è stata trasferita dal Comune di Hebron all’Amministrazione Civile [organismo militare israeliano che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.], a seguito di una decisione del governo dello scorso febbraio. [Secondo il Protocollo di Hebron del 1997 la città è suddivisa in: Zona H1 (circa l’80% della città) gestita amministrativamente e per la sicurezza dall’Autorità Palestinese, e la Zona H2 (circa il 20% della città, che comprende il centro storico e i luoghi santi) in cui il controllo civile e della sicurezza è sotto la diretta autorità di Israele, ndt.]

Secondo quanto riportato da fonti in lingua ebraica, il Consiglio Supremo di Pianificazione dell’Amministrazione Civile ha approvato il trasferimento dell’autorità di pianificazione su otto siti, tra cui la Grotta dei Patriarchi, i siti di sepoltura ebraici nella zona H2 della città e la tomba di Othniel ben Kenaz nella zona H1, la parte di Hebron amministrata dai palestinesi in base all’Accordo di Hebron del 1997.

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) non hanno risposto alle nostre domande in merito.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Donald Trump sta realizzando il mio sogno: che Israele risponda delle sue azioni

Gideon Levy

21 giugno 2026 – Haaretz

A volte i sogni si avverano. Per anni io ed altri dinosauri abbiamo sognato la pressione internazionale e le sanzioni come ultima via d’uscita dal caos. Sapevo che gli israeliani non si sarebbero mai svegliati una mattina dicendo “facciamola finita con tutto questo – l’occupazione, l’apartheid, il controllo di un altro popolo – perché è orribile.”

Sapevo che semplicemente non sarebbe accaduto. Pensavo che ciò che ha funzionato a meraviglia contro il primo regime di apartheid, quello del Sudafrica – le sanzioni, l’ostracismo e il boicottaggio internazionale che hanno portato alla sua caduta – avrebbe funzionato bene anche contro il secondo regime di apartheid, quello praticato in Israele.

Sapevo anche che la chiave di ogni cambiamento nell’atteggiamento della comunità internazionale verso Israele sta a Washington. Senza di essa non ci può essere nessuna efficace pressione internazionale su Israele. Confidavo in un illuminato e coraggioso presidente americano come Barack Obama, che avrebbe messo fine alle corrotte e distorte relazioni tra il suo Paese e Israele.

Ho sognato il momento in cui gli israeliani sarebbero stati costretti a riconoscere che è impossibile continuare in questo modo, con incredibile arroganza verso gli Stati Uniti e con evidente disprezzo per il mondo intero, senza pagarne il prezzo.

Quel momento adesso sta arrivando. Non un presidente liberale, ma piuttosto il più ottuso di tutti presidenti americani sta predicando moralità a Israele come fosse René Cassin, il giurista ebreo francese coautore della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Il vicepresidente, che è più conservatore del comandante in capo, lancia ammonimenti senza precedenti. I loro contenuti parlano da soli, la loro logica suona così: non c’è bisogno di distruggere un intero edificio perché dentro potrebbe esserci un militante di Hezbollah; non è carino attaccare il presidente USA, l’ultimo amico al mondo di Israele; la Siria potrebbe fare un lavoro migliore di Israele in Libano; due terzi delle armi e munizioni che proteggono Israele sono fabbricate e pagate dagli USA: la voce della ragione proviene da Washington.

È ragionevole ritenere che queste dure parole non rimarranno nel regno della retorica, ma verranno seguite da azioni. Un’amministrazione così concentrata su sè stessa e sul proprio onore non si pulirà la faccia dallo sputo dicendo che piove.

Insieme alla sensazione di amarezza, giustificata o no, per il fatto che Israele ha spinto la superpotenza in una guerra fallimentare, sorgerà una nuova alba sulle relazioni tra i due Paesi, una fredda e nuvolosa mattina. Le elezioni in USA non cambieranno le cose. Non ci sarà più un “amico di Israele” alla Casa Bianca, qualcuno che pensa che a Israele si debba permettere tutto, incondizionatamente.

È impossibile compiacersi per questo. Da un lato è l’ultima possibilità di una correzione. Dall’altro lato è un grave colpo a Israele e agli israeliani. Il più grande pericolo per lo Stato, più grande di qualunque minaccia iraniana, sta prendendo forma davanti ai nostri occhi attoniti.

Quando Washington batterà un colpo, l’Europa si unirà volentieri anch’essa. Stanno solo aspettando il segnale. È difficile immaginare come Israele possa cavarsela senza il mondo. Il mondo lo odierà come ha fatto con altri Stati paria. È spaventoso e sarà doloroso. Ma è la nostra ultima speranza.

Perciò bisogna essere grati al presidente Donald Trump per cambiare le vuote e inutili parole pronunciate da tutti i suoi predecessori liberali e svoltare verso un rivoluzionario cambio di politica.

Basta con dissennati aiuti senza condizioni, ma una condizione legata ad ogni dollaro e ogni missile: comportati bene o pagane il prezzo. Non puoi più fare come ti pare: assassinare, violentare, violare la sovranità nazionale e il diritto internazionale impunemente. In un simile contesto Israele non sarà più in grado di continuare a farsi beffe della comunità internazionale, la quale è completamente unita nell’opposizione all’occupazione.

Che lo voglia o no, Israele dovrà prendere atto di tutto ciò. Si sono già viste le prime crepe: un accordo fatto con l’Iran senza tenere in minimo conto Israele, che per anni ha ignorato gli Stati Uniti e il mondo intero.

Questo è solo l’inizio: un mondo che è stato atterrito da ciò che Israele ha fatto nella Striscia di Gaza pretenderà una resa dei conti. Uno Stato genocida non può più essere il cocco del mondo occidentale. Uno Stato i cui cittadini compiono tutti i giorni dei pogrom con l’appoggio dei suoi soldati non farà parte della famiglia delle nazioni. Il sogno sta iniziando ad avverarsi. Sarà un incubo.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Coloni israeliani distruggono l’unica conduttura d’acqua che alimenta il villaggio di Umm Safa nella Cisgiordania occupata.

Redazione di MEMO

16 giugno 2026 – Middle East Monitor

Lunedì coloni israeliani hanno danneggiato l’unica conduttura d’acqua che rifornisce il villaggio di Umm Safa nella Cisgiordania centrale occupata.

Fonti locali hanno detto all’agenzia [turca] Anadolu che i coloni hanno distrutto la principale e unica conduttura, mentre passavano con un bulldozer sulla terra posseduta da palestinesi e costruivano una strada per la colonia vicino al villaggio, a nord-ovest di Ramallah.

Le fonti hanno affermato che il danno alla conduttura ha provocato l’interruzione totale della fornitura d’acqua al villaggio.

Il villaggio di Umm Safa sta assistendo a un inasprimento degli attacchi dei coloni lanciati dalle colonie circostanti e dagli avamposti in tutte le direzioni, impedendo ai palestinesi l’accesso alle loro terre.

La Cisgiordania occupata ha visto un incremento degli attacchi da parte dei coloni e dell’esercito israeliani contro i terreni agricoli palestinesi, inclusi incendi, deforestazione e azioni per impedire agli agricoltori l’accesso ai loro campi, in particolar modo nelle aree vicine alle colonie e agli avamposti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un medico deve stare in un ospedale, non nella cella di una prigione: liberate Abu Safiyah ora!

Editoriale di Haaretz

15 giugno 2026 Haaretz

Se Israele ha delle prove contro Abu Safiya, dovrebbe presentarle e incriminarlo. Se non ha prove contro di lui, deve immediatamente rilasciarlo insieme a tutti gli altri medici incarcerati.

Mercoledì scorso è apparsa una foto del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nella Striscia di Gaza settentrionale, detenuto in Israele dal dicembre 2024. Nella foto appare estremamente emaciato, con lividi sulle braccia forse dovuti a un’infezione cutanea. L’immagine ha scatenato un’ondata di rabbia e critiche in tutto il mondo per il trattamento riservato ad Abu Safiya in carcere.

La foto era l’istantanea dello schermo della sua partecipazione in videoconferenza a un’udienza della Corte Suprema, relativa a una petizione presentata contro la sua detenzione. Come per tutti gli altri detenuti provenienti da Gaza, tra cui 13 medici, Israele non ha presentato alcuna prova contro di lui, né lo ha incriminato.

Lui e gli altri detenuti di Gaza vengono trattenuti con il dubbio status legale di “combattenti illegali”. La sua detenzione è stata prorogata quasi automaticamente ogni sei mesi da un giudice del Tribunale distrettuale di Be’er Sheva.

Secondo la testimonianza di altri detenuti, pochi giorni dopo che è stata presentata la petizione in suo favore, Abu Safiya è stato trasferito dalla sua cella nel carcere di Ketziot e messo in isolamento nel carcere di Nafha. Questo sembra essere dovuto a una decisione del Servizio penitenziario di punirlo per aver presentato la petizione.

Questa decisione del Servizio penitenziario si aggiunge ad altre prove delle atrocità commesse all’interno delle carceri israeliane da quando si è insediato Itamar Ben-Gvir come Ministro della Sicurezza Nazionale e soprattutto dopo l’attacco di Hamas al sud di Israele del 7 ottobre 2023.

Molti avvocati hanno affermato che i loro clienti hanno chiesto loro di smettere di convocarli alle udienze o di presentare ricorsi a loro nome perché il tragitto dal carcere al tribunale e persino alla stanza in cui si tengono le udienze in videoconferenza è sempre accompagnato da violenti attacchi da parte delle guardie carcerarie.

Anche prima del suo arresto Abu Safiya era diventato un simbolo della sofferenza dei palestinesi a Gaza. Gestiva il più grande ospedale del nord di Gaza e ha continuato a curare i pazienti anche dopo che suo figlio è stato ucciso dai soldati israeliani, dopo essere stato ferito lui stesso e dopo che parte dell’ospedale è stata distrutta dai bombardamenti che hanno ucciso anche alcuni suoi colleghi.

La sua prolungata detenzione e quella degli altri medici di Gaza è un’ingiustizia e costituisce una punizione collettiva per gli abitanti di Gaza, che hanno bisogno dei loro servigi. Inoltre alimenta gli appelli al boicottaggio di Israele.

Sabato scorso una delle principali riviste mediche, The Lancet, ha riportato la notizia di una petizione firmata da decine di organizzazioni e centinaia di medici che chiedevano il boicottaggio dell’Associazione Medica Israeliana a causa della sua incapacità di difendere l’etica medica di fronte alla distruzione del sistema sanitario di Gaza e alle sofferenze dei suoi abitanti, nonché per il ruolo svolto dai medici nel sistema carcerario israeliano.

Se Israele ha prove contro Abu Safiya dovrebbe incriminarlo e presentare tali prove. Se non ha prove contro di lui deve rilasciarlo immediatamente insieme a tutti gli altri medici incarcerati.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)