Alcuni coloni erigono il primo avamposto di sempre all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme e aggrediscono i palestinesi del posto.

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Nir Hasson

7 aprile 2026 – Haaretz

Due settimane fa alcuni israeliani della Cisgiordania e di Gerusalemme hanno piazzato una tenda nei pressi del villaggio palestinese di Nu’man. “La politica del governo è fare pressione su di noi” dice il mukhtar del vicino villaggio di Umm Tuba

Per la prima volta un avamposto di una colonia illegale è stato fondato all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme. Gli abitanti di due villaggi palestinesi nelle vicinanze hanno detto che i coloni li hanno aggrediti con pietre e lacrimogeni, impedendo loro di pascolare le pecore.

In seguito a scontri scoppiati domenica quattro palestinesi sono stati arrestati. Altri quattro sono rimasti feriti.

Il villaggio palestinese di Nu’man è unico all’interno di Gerusalemme est. Benché sulle mappe si trovi all’interno del territorio municipale della città, alla grande maggioranza dei suoi abitanti non è stata concessa la residenza permanente israeliana che hanno altri palestinesi di Gerusalemme est. Al contrario Israele li considera abitanti della Cisgiordania. Di conseguenza dal punto di vista israeliano sono presenti illegalmente in Israele, mentre si trovano a casa loro.

La situazione degli abitanti è ulteriormente peggiorata da quando è stata costruita la barriera di separazione ed è stata asfaltata una nuova strada che unisce alla capitale le colonie a est di Gerusalemme. La strada e la barriera hanno rinchiuso il villaggio, obbligando gli scolari a lasciare le scuole israeliane in cui si recavano a Gerusalemme est e ad andare in quelle della città cisgiordana di Beit Sahur.

Due settimane fa è comparso un gruppo di adolescenti ebrei. Alcuni di loro hanno detto di essere di Har Homa, un quartiere di Gerusalemme est nei pressi della collina che separa Nu’man dal quartiere di Umm Tuba. Altri a quanto pare sono arrivati da avamposti coloniali in Cisgiordania.

Gli adolescenti hanno piazzato una grossa tenda a qualche decina di metri dalle case di Nu’man e hanno tracciato nuovi sentieri. Hanno scritto con lo spray sulla tenda la parola “vendetta” e il nome del loro avamposto: Homat Yehuda [Muraglia ebraica, ndt.].

Hanno anche disegnato una stella di Davide blu sulle pietre, su un pozzo e su alcune case di Nu’man.

Gli adolescenti sono rimasti tutto il giorno nel loro avamposto sulla collina e hanno ricevuto molte visite. I palestinesi dicono che hanno anche cercato di entrare in alcune case di Nu’man ed hanno aggredito i palestinesi che si sono avvicinati alla collina.

Domenica, raccontano i palestinesi, gli adolescenti hanno aggredito un gruppo di abitanti del villaggio che si erano avvicinati all’avamposto. Usando mazze, pietre e lacrimogeni hanno ferito quattro palestinesi, che hanno dovuto essere medicati. I palestinesi hanno risposto lanciando anche loro pietre.

Gli attivisti israeliani che erano presenti a Nu’man hanno chiamato ripetutamente la polizia, ma gli agenti si sono presentati solo dopo che la violenza era terminata. Quando lo hanno fatto, i poliziotti hanno arrestato tre abitanti. Poi sono tornati nel pomeriggio e ne hanno arrestato un quarto. Sono anche saliti fino all’avamposto e un attivista israeliano che era presente sul posto ha detto che hanno promesso che si sarebbero occupati di evacuarlo.

La polizia ha rilasciato uno dei quattro palestinesi arrestati, ma lunedì ha chiesto alla pretura di Gerusalemme di estendere di altri sei giorni la custodia cautelare degli altri tre, uno dei quali è minorenne. La polizia ha affermato che uno dei reati che sospetta sia stato commesso dai tre è la presenza illegale in Israele, benché ufficialmente, come già notato, Israele abbia reso illegale la loro presenza nelle loro stesse case quando li ha inclusi all’interno di Gerusalemme est senza concedere loro il diritto di residenza.

Anche gli abitanti di Umm Tuba si sono lamentati del fatto che i coloni dell’avamposto li hanno aggrediti quando si sono avvicinati alla collina. Gli abitanti di Umm Tuba, che hanno tutti la residenza permanente in Israele, per anni hanno pascolato le loro greggi nel wadi [letto del torrente, ndt.] sotto la collina. Ma da quando è stato fondato l’avamposto, affermano, i pastori hanno subito minacce e violenze da parte degli abitanti ebrei. Lunedì, quando i pastori sono arrivati al wadi con le loro pecore è comparso un gran numero di poliziotti e hanno detto loro di andarsene. Secondo gli abitanti uno ha persino minacciato il mukhtar [capo villaggio] di Umm Tuba, Aziz Abu Tir, insultandolo con parolacce.

“Siamo stati i vicini di Har Homa ormai da 30 anni e non ci sono mai stati problemi,” dice Sameh Abu Tir, un abitante di Umm Tuba. “Al contrario, i nostri figli scendevano a pascolare le pecore. Ma ora ogni volta che ci avviciniamo loro ci minacciano.”

Reut Maimon, dell’organizzazione [israeliana] di sinistra Ir Amim afferma che il violento attacco contro gli abitanti di Nu’man è stato il risultato diretto della continua indifferenza della polizia nei confronti delle loro ripetute richieste di intervento.

“Il Comune di Gerusalemme e il suo sindaco devono prendere immediatamente l’iniziativa di smantellare l’avamposto per impedire le gravissime conseguenze del fatto che un avamposto violento venga fondato all’interno del territorio delle città di Gerusalemme,” afferma. “Il Comune dovrebbe garantire la sicurezza e il benessere degli abitanti di Nu’man e Umm Tuba e mobilitare immediatamente tutte le istituzioni assistenziali della città per prendersi cura degli adolescenti coinvolti nelle violenze.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La pena di morte è una legge vile e razzista che non resisterà ad un ricorso giurisdizionale**

Mordechai Kremnitzer

31 marzo 2026 – Haaretz

L’approvazione della legge, che svilisce la vita umana, è una vittoria per le organizzazioni terroristiche e sottolinea l’abbandono da parte di Israele dei valori umanistici e liberali, mettendo a nudo la natura reazionaria del regime. Qualunque tribunale che approverà questa legge è inadatto a giudicare.

Negli ultimi anni la Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] ha lavorato per portare avanti la revisione del sistema giudiziario, con maggiore intensità nelle scorse settimane, sfruttando lo stato di guerra con l’Iran.

Ciò include il ripristino della pena di morte, che ricopre un posto d’onore, o più precisamente di disonore, nel recidere del tutto i restanti valori umanistici e liberali di Israele.

Nel mondo liberal-democratico l’abolizione della pena di morte è considerata uno dei più alti traguardi dell’epoca successiva alla seconda guerra mondiale. Israele si è adeguato a questa tendenza in due modi: abolendo la pena di morte per omicidio, che ha ereditato dalla Palestina sotto il mandato britannico, e sostituendola con l’ergastolo obbligatorio nel 1954; inoltre, attraverso una coerente prassi delle procure e dei tribunali per evitare l’uso della pena di morte, eccetto per i crimini nazisti.

I nostri codici prevedono assai pochi reati punibili con la pena di morte – per crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico, per i più gravi reati contro la sicurezza dello Stato, per i reati di terrorismo, per i reati più gravi commessi da soldati in base alla legge marziale e per omicidi commessi in Cisgiordania da chi non è cittadino o residente israeliano.

Ma, come già detto, tranne che per i crimini nazisti il sistema giudiziario si caratterizzava nel rendere lettera morta la pena di morte prevista dai codici. In Israele la distanza tra la pena di morte sancita nei codici e la sua mancata applicazione nella realtà non era dovuta solo a vincoli giudiziari, ma anche ad inequivocabili valutazioni di sicurezza che evidenziavano la mancanza di prove in merito a un effetto deterrente della pena di morte di fronte al terrorismo.

Di fatto le valutazioni indicavano la possibilità che la pena di morte potrebbe in realtà incoraggiare gli atti di terrorismo che conferiscono lo status di shahid (martirio) e la glorificazione sociale di coloro che sono stati giustiziati, nonchè gravi incidenti durante l’arresto dei sospettati e il rischio di morte di ostaggi israeliani.

Certo ci sono stati periodi in cui funzionari della sicurezza hanno fornito al governo e alla Knesset pareri professionali e non si sono limitati ad una debole e inconsistente dichiarazione di non opposizione alla legge. Vi era un tempo un parlamento che non legiferava finchè non gli fosse sottoposta dati affidabili dal punto di vista professionale, ricerche e pareri di esperti. C’era, e ora non c’è più.

Una governance illuminata è stata sostituita da una governance incompetente. Come prevede il principio di legalità nel diritto penale, la legge riguarda il futuro e non si applica agli atti commessi prima della sua entrata in vigore. Tuttavia contiene anche un’indicazione per il futuro. Ciò riguarda i gazawi detenuti in quanto coinvolti nel massacro del 7 ottobre. Se fossero accusati di reati capitali è ragionevole ritenere che il nuovo approccio alla pena di morte verrebbe applicato nei loro confronti – non più lettera morta, ma un cappio intorno al collo degli incriminati.

Il vecchio Israele era orgoglioso della propria moderazione. Il nuovo Israele, quello in cui Ben Gvir e Smotrich dettano la linea, fa l’esatto opposto. Cerca di sostituire la moderazione con una sete di sangue, purché non sia sangue ebreo. Il vecchio approccio scaturiva da una moralità universale ed ebraica. La deliberata uccisione di una persona quando può essere punita in altri modi è un atto estremamente crudele. Da questo punto di vista la nuova legge è un grande traguardo per le organizzazioni terroristiche ebraiche. Uno dei loro obbiettivi è restringere la distanza morale tra loro e i mezzi illeciti che utilizzano e lo Stato contro cui lottano. Arriva il parlamento di Israele e fa loro un regalo.

E’ anche interessante notare che tra i pochi casi in cui è stata applicata la pena di morte in Israele due si sono rivelati errori giudiziari. E’ il caso di Meir Tobianski, che è stato condannato a morte da una corte marziale e giustiziato e il cui nome in seguito è stato riabilitato dalle accuse attribuitegli.

E’ anche il caso di John Demjanjuk, incriminato dalla Corte Distrettuale e condannato a morte, ma assolto in appello a causa di un ragionevole dubbio circa la sua identità, cioè se fosse veramente l’“Ivan il terribile” di Treblinka. Se non fossero stati aperti gli archivi dei servizi segreti sovietici è altamente improbabile che Demjanjuk sarebbe stato assolto.

Il rischio di errori giudiziari aumenta in un clima pubblico intriso di sete di vendetta e di disumanizzazione dei palestinesi. La nuova legge fa di tutto per assicurare che il margine di errore cresca: abolisce il requisito di unanimità nei tribunali militari della Cisgiordania nelle decisioni sull’incriminazione e la condanna, stabilendo un voto a maggioranza.

I promotori della legge hanno anche trovato un modo per garantire che essa non possa, dio non voglia, applicarsi agli ebrei: nella definizione di reato di omicidio è stato stabilito che lo scopo dell’omicidio sia la negazione dell’esistenza dello Stato di Israele. Quanto al reato di omicidio in Cisgiordania, che deve essere giudicato da un tribunale militare, vi sono processati solo gli abitanti palestinesi.

Gli estensori di questa legge sanno che la nauseante macchinazione che hanno prodotto non resisterà ad un ricorso, ma questo non li spaventa. Per prima cosa, non è dato sapere quanto tempo ci vorrà perché venga emanata una sentenza. In secondo luogo, se l’Alta Corte di Giustizia intervenisse, sarà possibile sostenere che è responsabile degli attacchi terroristici. Terzo, sarà possibile accusare la corte di contrastare la volontà del popolo e quindi che ci voglia una corte diversa, che rispetti la volontà del popolo, qualunque possa essere la natura morale di tale volontà.

La pena di morte è diventata una cartina di tornasole per classificare un regime come progressista o regressivo. Israele sta marciando dritto verso la seconda ipotesi, fingendo di appartenere alla prima. Questo inganno ha smesso di essere convincente. Il danno all’immagine di Israele e alle sue relazioni con l’Occidente liberale è evidente e destinato ad aggravarsi.

Si può presumere che il primo ministro non ne fosse a conoscenza anticipatamente, in quanto nessuno lo avrebbe informato. La pena di morte simbolizza il disprezzo per la vita umana, prima e anzitutto per la vita degli arabi. Questo disprezzo si manifesta di continuo, nel trattamento di coloro che non sono coinvolti nel terrorismo a Gaza, negli sfollamenti condotti con autorità e beneplacito in Cisgiordania e nella discriminazione contro cittadini arabi relativamente alla loro sicurezza. Finchè il governo di Israele persiste nella supremazia ebraica e nella netta distinzione tra sangue ebreo e palestinese, il disprezzo per la vita umana non può restare limitato ad un unico gruppo.

Esso si estende anche al gruppo di appartenenza: nel trattamento da parte del governo degli ostaggi, delle vittime che non sono sostenitrici del governo, delle avanguardie che difendono i confini del Paese e dei soldati. Al governo non deve essere consentito di sfruttare la sofferenza.

Si dice che quando l’ex deputato Avraham Melamed del Partito Nazionale Religioso (che rappresentava la fazione del sionismo religioso) era membro del sottocomitato per la scelta dei giudici egli chiedesse ad ogni candidato la sua opinione sulla pena di morte. Una posizione a favore della pena di morte avrebbe squalificato il candidato. Ma ora noi israeliani diciamo: “Come siamo fortunati noi ebrei ad avere un nostro Stato. Finalmente possiamo erigere patiboli nel nostro Stato e impiccarvi i gentili [i non ebrei, ndtr.].”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

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Nota redazionale: pur non condividendo una parte significativa del contenuto di questo editoriale abbiamo deciso di tradurlo ugualmente in quanto rappresenta un punto di vista interno a Israele di un giornale critico con il governo Netanyahu ma che accoglie la logica del sionismo “progressista”. Si indigna per la legge sulla pena di morte per i “terroristi” palestinesi ma non tiene conto del fatto che essa viene già applicata di fatto ai palestinesi fin dalla nascita di Israele: nei confronti degli “infiltrati”, i rifugiati che tentavano di tornare alle proprie case dopo la Nakba; dei cittadini palestinesi di Israele se protestavano o semplicemente ignoravano le norme sul coprifuoco in vigore nelle zone da loro abitate (come nel caso di Kafr Qasim nel 1956); di quelli nei territori occupati e anche al di fuori di essi, con attentati o operazioni militari per eliminare gli oppositori al regime sionista. Negli ultimi decenni non si fanno quasi neanche più i processi, e nei rarissimi casi in cui soldati o coloni che hanno ucciso palestinesi finiscono davanti a un giudice e vengono condannati, le pene sono risibili. Ciò rappresenta un’applicazione della pena capitale che la nuova legge non fa che estendere e dandole una patina di legalità.




Israele garantisce l’impunità a coloni e soldati, e una famiglia palestinese viene uccisa a colpi d’arma da fuoco

Editoriale di Haaretz

16 marzo 2026 Haaretz

La responsabilità dell’uccisione della famiglia Bani Odeh a Tammun, nella parte settentrionale della valle del Giordano, avvenuta nella notte tra sabato e domenica ricade sull’alto comando delle Forze di Difesa Israeliane, sulla Polizia israeliana e sul governo israeliano. Le scuse non servono a nulla: senza alcuna giustificazione, un’unità in borghese della Polizia di Frontiera in Cisgiordania ha sparato contro un’auto che semplicemente trasportava un padre, una madre e quattro figli di ritorno a casa. I soldati non erano in pericolo e, anche se l’avessero percepito, nulla può giustificare la pesante e indiscriminata sparatoria.

L’unità in borghese è entrata nel villaggio a bordo di un’auto con targa palestinese mentre la famiglia stava tornando da una spesa a Nablus, in vista del Ramadan. Secondo i testimoni oculari, le truppe hanno aperto il fuoco contro di loro. I primi a essere colpiti sono stati Othman di 7 anni, che a quanto pare aveva bisogno di cure speciali ed era cieco, e Mohammed di 5 anni, seguiti dai genitori, Ali Khaled Bani Odeh di 37 anni, e Waad Othman Bani Odeh di 35. Un terzo bambino, Khaled, di 11 anni, sopravvissuto all’attacco, ha raccontato che dopo la sparatoria un soldato lo ha tirato fuori dall’auto, lo ha picchiato e gli ha detto: “Abbiamo ucciso dei cani”.

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ha dichiarato che il veicolo “ha accelerato in direzione delle truppe” e che l’unità “si è sentita in pericolo”. Un parente ha commentato: “Un padre, una madre e quattro figli. Chi mai accelererebbe? Questo è un omicidio a sangue freddo”.

La vita dei palestinesi in Cisgiordania è diventata un bene di scarso valore, sia per i coloni in uniforme o anche in abiti civili, sia per l’esercito. Né la polizia né l’esercito, che a volte si oppone alla violenza e a volte vi partecipa, possono chiamarsene fuori.

Tutto ciò avviene sotto la guida del Capo del Comando Centrale Avi Bluth che ha intrapreso una politica sconsiderata in Cisgiordania, con un Capo di Stato Maggiore che non fa nulla per fermarla e un Ministro della Sicurezza Nazionale assetato di sangue.

La situazione è peggiorata nelle ultime settimane. All’incendio di case e terreni agricoli, all’abbattimento di alberi e agli attacchi con bastoni si è aggiunto l’uso di armi da fuoco. Sabato i coloni hanno ucciso un abitante del villaggio di Qusra. La settimana scorsa tre palestinesi sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco a Khirbet Abu Falah, mentre un abitante di Wadi al-Rahim è stato ucciso sempre a colpi di arma da fuoco da un colono in uniforme militare. Una settimana prima un colono riservista aveva ucciso due abitanti a Qaryout. E tre settimane fa, un giovane abitante di Mukhmas è stato picchiato e ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre le truppe dell’IDF si trovavano nella zona.

Questi atti non rappresentano un’eccezione, ma sono il risultato di politiche che permettono a coloni e soldati di agire indisturbati e di colpire palestinesi innocenti. L’unità degli affari interni della polizia ha aperto un’indagine, ma quando la norma è che nessuno venga perseguito e l’esercito si rifiuta di assumersene la responsabilità le uccisioni non faranno che aumentare. Dal punto di vista del governo guidato da Benjamin Netanyahu, ideatore del “Piano Decisivo”, da Bezalel Smotrich, dallo sconsiderato Ministro della Difesa Israel Katz e dal Ministro della Sicurezza Nazionale kahanista [fanatico religioso, ndt.] Itamar Ben-Gvir, le uccisioni fanno parte di un piano volto ad annettere la Cisgiordania ed espellere la sua popolazione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Come la maggioranza silenziosa di Israele sta lasciando che i palestinesi della Cisgiordania vengano cacciati via

Amira Haas

10 marzo 2026 Haaretz

“Abitanti di Beita, vi consigliamo di iniziare a fare i bagagli”, commentava lunedì l’amministratore del gruppo WhatsApp in lingua ebraica “News of the Hills” [in riferimento a Hilltop Youth, i giovani delle colline, giovani coloni estremisti haredi che hanno stabilito avamposti senza base legale israeliana e operano gravi violenze contro i palestinesi. Ndt.], dopo aver spiegato che “Beita è solo un esempio di ciò che accade quando gli ebrei decidono… di comportarsi come i proprietari terrieri”. Come al solito, ha invocato Dio, concludendo il suo sermone con “C’è una sola soluzione: il trasferimento. Accadrà presto, se Dio vuole”.

L’amministratore ha poi postato il seguente consiglio meno di un giorno dopo che gli ebrei israeliani avevano preso d’assalto il villaggio di Khirbet Abu Falah e ucciso a colpi d’arma da fuoco due dei suoi residenti: “A tutti i piccoli terroristi di Abu Falah… la migliore raccomandazione che riceverete è semplicemente quella di fuggire. Trasferitevi in ​​Turchia, Dubai o in Francia… Non avete futuro qui. Le colline vi sconfiggeranno”. In quasi tutti i casi noti gli aggressori ebrei ribadiscono alle vittime palestinesi la raccomandazione di fuggire in un altro Paese.

E così, in pieno giorno, sotto le telecamere di sorveglianza delle Forze di Difesa Israeliane e del servizio di sicurezza Shin Bet e nei video degli aggrediti trasmessi in diretta streaming, le squadre terroristiche ebraiche continuano instancabilmente a sparare contro i palestinesi, a distruggere boschi e condutture dell’acqua, a violare i campi e a picchiare e tormentare donne e anziani, giovani e persino bestiame, a picchiare quasi a morte gli attivisti che praticano presenza protettiva e poi a vantarsi apertamente che l’obiettivo è espellere i palestinesi dalla loro patria.

C’è una spiegazione logica del perché possano continuare a scatenarsi e a vantarsi della loro furia.

La ragione è duplice. Il primo punto è che la loro “soluzione” di espulsione si sposa a meraviglia con i piani ufficiali oggi non più celati e con le linee politiche segrete attuate in passato. Inoltre la loro visione da incubo risponde alle speranze, ai desideri e ai lunghi anni di lavaggio etnocentrico del cervello di troppi ebrei israeliani.

Il secondo punto è che alla maggior parte dei membri della società ebraica israeliana non importerebbe se i palestinesi scomparissero completamente da questa terra, e non solo dietro recinzioni di filo spinato, muri di separazione, la Route 6 e i ristoranti di Wadi Ara.

Il primo punto afferma che dietro ogni adolescente trasandato o cowboy, con tzitzit [le frangie attaccate ai quattro angoli della camicia bianca tallit gadol, ndt.] e pistola, c’è una lunga fila di avvocati e pianificatori ben vestiti, laureati nelle migliori università, ministri e impiegati del Fondo Nazionale Ebraico, comandanti militari e dirigenti e ispettori dell’Amministrazione Civile.

Quelli che per anni hanno fatto finta che la “sicurezza” fosse l’unica ragione per dichiarare zone di tiro e divieti di coltivazione della terra. Quelli che, per mano delle forze dell’ordine, hanno ordinato la distruzione delle cisterne d’acqua e proibito alle comunità palestinesi di allacciarsi all’acqua e all’elettricità. Quelli che hanno redatto e stanno redigendo leggi e ordinanze che stabiliscono, in un linguaggio militaresco o in un magniloquente gergo legale, che i terreni pubblici saranno assegnati solo agli ebrei.

Sono loro che hanno progettato e autorizzato muri di separazione e autostrade per divorare quanti più terreni agricoli e futuri lotti edificabili palestinesi possibile – su entrambi i lati della Linea Verde, nel Negev e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Il sacro terrorismo ebraico, che raggiunge ogni giorno nuove vette, non fa che accelerare notevolmente la violenza burocratica e l’espropriazione che lo Stato persegue da decenni.

Le colline hanno già vinto, anche se la soluzione finale che stanno profilando non si materializza. Stanno vincendo in virtù del fatto che solo la violenza che provoca feriti gravi o morte varca la soglia della cronaca. Stanno vincendo semplicemente perché l’opposizione sionista non ha inviato le sue migliaia di sostenitori con esperienza di combattimento a proteggere le comunità palestinesi. Le colline stanno vincendo perché i partiti di opposizione non arabi chiariscono con il loro silenzio che ciò che stanno facendo i pogromisti non li disturba. Le colline stanno vincendo perché le comunità ebraiche all’estero continuano a sostenere Israele, il che incoraggia il terrorismo ebraico a conquistare più territorio, così da poter accogliere più immigrati in cerca di una casa per le vacanze invernali.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La verità sulla violenta espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948 non è una novità

Amira Hass

3 marzo 2026 – Haaretz

I documenti israeliani recentemente scoperti confermano ciò che i palestinesi affermano da decenni su espulsioni e massacri

“Migliaia di documenti recentemente scoperti permettono ora di raccontare la vera storia dell’espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948”, dichiara il sottotitolo di un altro inquietante articolo dello storico Adam Raz, pubblicato di recente. Il titolo non coglie nel segno. I palestinesi raccontarono la “vera storia” del ’48 da molto prima che questi documenti emergessero. L’essenza di quella storia è sempre stata chiara: l’esercito ebraico li espulse intenzionalmente, e uno dei mezzi impiegati furono omicidi e massacri.

Il sottotitolo non è del tutto coerente con l’articolo stesso: Raz cita la letteratura e gli studi palestinesi – di Saleh Abd al-Jawad e Adel Manna – basati su testimonianze orali. Questi studi e opere letterarie, anche se pubblicati dopo la Nakba, attingevano alla conoscenza diretta di quanto era accaduto. Questa conoscenza proveniva da centinaia di migliaia di persone che avevano vissuto gli eventi mentre si svolgevano.

Anche se questa conoscenza non fu immediatamente trascritta, verificata con metodi storici convenzionali o tradotta in ebraico, essa trasmetteva la vera storia fin dall’inizio. Era la conoscenza degli espulsi, dei sopravvissuti, degli “assenti presenti”, delle sorelle in lutto e degli abitanti del villaggio che cercavano di raggiungere – “infiltrarsi”, nel nostro linguaggio – i loro vigneti per raccogliere i frutti dagli alberi piantati dai loro genitori. Apparteneva ai giovani che cercavano vendetta con le armi, agli studenti che cantavano il ritorno in patria e ai fondatori delle organizzazioni di liberazione.

Presentare tali documenti come se fossero gli unici a rivelare la verità – o come se la verità esistesse solo una volta che vengono alla luce significa concedere all’autore del reato in esclusiva la prima e l’ultima parola nello stabilire quale sia la storia vera.

Le ipotesi dei ricercatori – e spesso le loro conclusioni esplicite – tratte da queste testimonianze e dal chiaro schema che ne emergeva si sono dimostrate più accurate delle affermazioni di coloro che davano priorità ai documenti scritti sopra ogni altra cosa. Ad esempio: che l’espulsione fosse pianificata piuttosto che spontanea e che gli atti di massacro fossero più numerosi di quanto inizialmente riportato.

Raz osserva che dei 17 milioni di documenti conservati negli Archivi di Stato israeliani e negli Archivi dell’IDF e dell’Ente di Difesa oltre 16 milioni sono inaccessibili al pubblico. Il loro occultamento è deliberato. Si può ragionevolmente supporre che se questi documenti avessero contraddetto le testimonianze orali sulla Nakba e sulla Guerra d’Indipendenza ebraica lo Stato si sarebbe affrettato a renderli pubblici.

Quindi un sottotitolo più accurato avrebbe potuto recitare: “Migliaia di documenti scoperti per caso e rivelati grazie ai tenaci sforzi dell’Istituto Akevot [Organizzazione fondata nel 2014 con l’obiettivo di sostenere il lavoro dei difensori dei diritti umani anche ampliando l’accesso del pubblico agli archivi del governo israeliano, n.d.t.] confermano la vera storia raccontata dai palestinesi sul ’48 – una storia che la società israeliana si è rifiutata di ascoltare”.

“La storia di ogni società esistita fino ad oggi è la storia di lotte di classe… oppressori e oppressi… in costante opposizione l’uno all’altro”, scrissero Karl Marx e Friedrich Engels nel “Manifesto del Partito Comunista”. Potremmo ampliare questa formulazione per includere le lotte di genere, interetniche e nazionali. La verità sullo sfruttamento, l’oppressione e il profitto a spese altrui esiste con o senza documentazione.

I documenti – soprattutto quelli prodotti dagli oppressori e profittatori, da chi ha espulso e da chi ha massacrato – aggiungono dettagli cruciali. Consentono precisione: la sequenza degli eventi, le date, i tipi di armi e munizioni, i nomi di coloro che hanno impartito gli ordini, nonché i moventi e gli obiettivi definiti dai loro autori. Ma presentare tali documenti come se fossero gli unici a rivelare la verità – o come se la verità esistesse solo una volta che essi vengono alla luce – significa concedere in esclusiva all’autore del reato la prima e l’ultima parola nello stabilire la verità storica.

Questa assurda gerarchia è familiare a qualsiasi giornalista che si occupi di questioni palestinesi e non consideri il proprio ruolo come un rafforzamento della narrazione israeliana sulla sicurezza. Le testimonianze palestinesi sono generalmente considerate dagli israeliani come materiale giornalistico di qualità inferiore. Un video o una foto incriminanti – ad esempio, di un attacco di coloni, di abusi da parte di un soldato o di una guardia carceraria, o di un detenuto rilasciato dalla custodia dell’Israel Prison Service che sembra appena uscito da un campo di concentramento – hanno maggiori probabilità di essere accettati come prova credibile.

In cima a questa gerarchia di “verità” c’è il documento segreto israeliano trapelato o la dichiarazione di un funzionario israeliano. Ottenere tale materiale è considerato giornalismo investigativo. Di solito conferma – spesso non in tempo reale e solo dopo che sono già stati arrecati gravi danni – le testimonianze palestinesi, respinte come inferiori, accumulate in precedenza.

Ad esempio: il movente dell’espropriazione alla base della dichiarazione di “zone di tiro”, la forza sproporzionatamente letale usata per reprimere le manifestazioni nelle prime settimane della seconda intifada, il fuoco delle IDF contro gli abitanti di Gaza in fuga con bandiere bianche durante la guerra del 2008-2009, l’uso proibito del fosforo bianco contro i civili e la designazione di intere famiglie come obiettivi legittimi nella guerra del 2014. Queste pratiche non sono iniziate il 7 ottobre 2023. Eppure, i resoconti basati sulle testimonianze palestinesi acquisiscono valore solo una volta confermati da un’autorità della sicurezza[israeliana] o da un documento scritto israeliano.

A causa di questa gerarchia giornalistica distorta, quando le testimonianze orali si accumulano – una dopo l’altra, rivelando lo stesso schema in luoghi e tempi diversi, come l’uccisione di palestinesi, compresi bambini, che non rappresentavano una minaccia per nessun soldato – una singola smentita da parte del portavoce delle IDF è sufficiente a spingerle nella cantina dell’attenzione pubblica israeliana.

Ma per quanto profonda possa essere quella cantina, la vera storia – del nostro potere distruttivo, letale, espropriante ed espulsivo – rimane intatta e valida, e va ricercata al di fuori di questo potere.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Quando i commercianti d’armi israeliani si vantano che Gaza funga da laboratorio per test sugli esseri umani

Sapir Sluzker Amran

24 febbraio 2026 – Haaretz

La settimana scorsa mi è capitato di arrecare disturbo in un festival del sangue. Faccio fatica a trovare un modo diverso per descriverlo. Si svolgeva in un piccolo padiglione dell’Expo Tel Aviv, dove diverse centinaia di persone si erano radunate per la Defense Tech Expo Israel 2026, la più grande fiera del genere nel paese dal 7 ottobre e dalla guerra di annientamento nella Striscia di Gaza.

Avevo trovato l’annuncio su un sito web di notizie economiche. Tra le altre cose, prometteva (in inglese) che la mostra avrebbe presentato “tecnologie collaudate in combattimento che hanno plasmato il recente conflitto” una perifrasi tecnica che inquadra il combattimento come un risultato professionale, privo di contesto. Il significato dei termini tecnici inglesi “field-tested” [“testato sul campo”] e “innovation under fire” [innovazione in un contesto di guerra] è semplice: si tratta di sistemi testati in una situazione molto reale, in cui centinaia di persone sono state uccise in un solo giorno, per un totale di decine di migliaia in due anni. E questo viene presentato come un vantaggio commerciale, come se si stesse vendendo una crema rassodante coreana o un forno a microonde che riscalda il cibo nella metà del tempo rispetto ad altri modelli.

In altre parole, i produttori che espongono i loro prodotti qui si vantano apertamente e spudoratamente del fatto che Gaza sia il laboratorio perverso che permette loro di guadagnare di più; di essere dei trafficanti d’armi che traggono profitto dalla guerra e che gli unici numeri di cui si preoccupano riguardano la capitalizzazione di mercato della loro azienda. Gli organizzatori della conferenza non presentano il bilancio delle vittime accertate a Gaza che secondo il Ministero della Salute palestinese nella Striscia a ottobre 2025 era di 68.844, di cui 1.054 bambini di età pari o inferiore a 12 mesi, un numero che Israele non contesta più – come una difficoltà degna di discussione. Cosa hanno presentato come sfida? “La minaccia di TikTok e dei social media”, come veniva presentata una delle sessioni nello spot, presumibilmente focalizzata sui video di civili, a volte intere famiglie, sterminate con l’ausilio di queste tecnologie innovative.

Nella pubblicità non c’era nulla riguardo ai fallimenti di quei sistemi durante la fase sperimentale, di tentativi ed errori, né riguardo all’etica dell’uso delle tecnologie di intelligenza artificiale, che riducono il coinvolgimento umano nel processo decisionale e portano all’uccisione di civili.

All’ingresso della sala conferenze imprenditori, generali israeliani e delegazioni provenienti da tutto il mondo attendevano pazientemente; la cerimonia di apertura, con interventi di personalità come il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, ex Ministro della Difesa italiano e attuale presidente di un’azienda italiana produttrice di strumenti per la difesa, era già iniziata. La stragrande maggioranza dei partecipanti era israeliana, accorsi sia per vendere che per scoprire cosa vendevano le altre aziende. Secondo quanto riportato, le tante delegazioni straniere addette agli acquisti che avevano caratterizzato le precedenti edizioni della fiera erano questa volta meno numerose.

Si può presumere che sia un po’ sgradevole fare acquisti in pubblico ma questo non significa che non ci siano acquirenti: secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute le vendite di armi israeliane sono aumentate di oltre il 18% negli ultimi due anni. Alla fine del 2024 gli ordini ricevuti dall’industria della difesa israeliana hanno raggiunto i 68,4 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto al 2023.

Il Ministero della Difesa ha annunciato lo scorso anno che il record storico di esportazioni nel settore della difesa di Israele è stato battuto per il quarto anno consecutivo, con oltre 14,7 miliardi di dollari nel 2024, pari a un aumento del 13% rispetto all’anno precedente.

Questo divario tra una realtà di violenza in corso e un ciclo infinito di spargimenti di sangue da una parte e il linguaggio di innovazione, crescita e opportunità dall’altra – è nauseante. Noi, un piccolo gruppo di attivisti, siamo andati alla conferenza e alla mostra per evidenziare questo divario. Quando abbiamo esposto cartelli che accusavano i visitatori di sostenere e partecipare a crimini di guerra e immagini di bambini uccisi dalle tecnologie innovative che erano venuti a esaminare, i partecipanti sono sembrati sorpresi. Genocidio? Bambini morti? Economia del sangue? Che cosa c’entra con loro? Questo è diverso da loro.

Infatti la conferenza ha persino ospitato una sessione intitolata “Donne in prima linea nell’innovazione della sicurezza: tra visione, potere e influenza globale”. Uno dei relatori era l’amministratrice delegata e co-fondatrice di Smart Shooter, che sviluppa e produce mirini intelligenti. Secondo i resoconti l’azienda ha registrato un fatturato di 20,8 milioni di dollari nei primi nove mesi del 2025, con un aumento del 241% rispetto allo stesso periodo del 2024. Un risultato femminista di cui possiamo essere tutti orgogliosi, una celebrazione degna della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo.

Era un mondo alla rovescia, sottosopra. I trafficanti d’armi che hanno fatto fortuna con i cadaveri accumulati e che a quanto pare non si sono distinti particolarmente nel proteggere gli israeliani durante il massacro del 7 ottobre dovrebbero essere emarginati dalla società. Invece, si permettono di continuare la loro festa del commercio, sfacciatamente, vantandosi di armi testate nel corso di un genocidio.

Molti dei presenti sembravano non capire quale fosse il problema. Alcuni hanno espresso il loro parere su quelle “donne pazze” che non capiscono nulla della vita. “È così che funziona il mondo, tutti hanno bisogno di armi”, mi ha urlato una.

Coloro che traggono profitto dalle uccisioni ma anche coloro che semplicemente non vogliono affrontare l’orribile realtà – preferiscono dipingere come deliranti coloro che si rifiutano di rimanere in silenzio. Una partecipante, che ha cercato di convincermi a porre fine al disturbo che stavamo causando, ha spiegato che i presenti stavano solo facendo il loro lavoroe che lei stessa era in realtà contraria alla guerra.

Ma il nostro obiettivo non era convincere le persone all’interno; coloro che traggono vantaggio dal sistema non si offriranno volontari per sfidarlo. Siamo venuti alla conferenza e alla mostra per rompere il silenzioso consenso che considera tutto ciò come qualcosa di normale. Ignorarlo conferisce legittimità pubblica a un consesso del genere e ai suoi partecipanti, accademici inclusi, come se si trattasse solo di un altro evento professionale di routine e neutrale.

Dobbiamo dire la verità così com’è: nulla di tutto questo è di routine o neutrale. Abbiamo la responsabilità, come società, di agire contro la normalizzazione delle uccisioni a Gaza, non di fingere che si tratti di un’innovazione priva di contesto e di permettere ai profittatori della guerra di godere di uno status pubblico esente da critiche.

Sapir Slutzker Imran è un’avvocata per i diritti umani, attivista sociale e dottoranda in giurisprudenza presso l’Università Bar-Ilan.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Un chiaro atto di annessione”: il nuovo piano di Israele di dichiarare le terre palestinesi in Cisgiordania proprietà statale

Matan Golan

16 febbraio 2026 Haaretz

È la prima volta che un ente governativo israeliano decide di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania. Secondo il nuovo piano del governo, se i palestinesi non riusciranno a dimostrare la proprietà dei loro terreni nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano, questi verranno registrati come proprietà statale.

Con una decisione presa domenica dal governo, Israele prevede di incorporare il 15% del territorio nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano [in base agli accordi di Oslo del 1993, ma solo provvisoriamente, ndt.], entro i prossimi cinque anni.

Domenica il governo israeliano ha stanziato 244 milioni di shekel (66,7 milioni di euro) per la procedura, che attribuirà ai palestinesi l’onere di dimostrare la proprietà. Se gli abitanti non riusciranno a dimostrare di possedere il terreno, questo verrà registrato come proprietà statale.

Gli esperti ritengono che la misura comporterà l’espropriazione delle terre di molti palestinesi, poiché avranno difficoltà a dimostrarne la proprietà. In base alla risoluzione, il governo ha incaricato i ministri e il comandante del Comando Centrale delle IDF di autorizzare il Ministero della Giustizia ad attuare la misura.

Questa è la prima volta che un ente governativo israeliano si propone di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania.

La risoluzione è stata adottata dopo che nel maggio 2025 il governo aveva ordinato, per la prima volta da quando Israele l’ha occupata nel 1967, di avviare la regolamentazione della proprietà terriera in Cisgiordania. L’accordo prevede che i diritti di proprietà terriera nell’Area C saranno registrati in modo permanente nel Catasto israeliano.

Area C della Cisgiordania.

L’agenzia autorizzata a implementare la misura è una speciale “autorità di regolamentazione”, che sarà istituita presso l’Autorità per la Registrazione e la Regolamentazione dei Diritti Fondiari del Ministero della Giustizia.

L’Ufficio di Stato di Israele presso il Ministero dell’Edilizia Abitativa e delle Costruzioni sarà responsabile della mappatura e della suddivisione dei terreni per la registrazione.

La regolamentazione fondiaria si riferisce alla registrazione dei diritti di proprietà nel Catasto dopo la mappatura e la definizione delle rivendicazioni di proprietà. La proprietà registrata nel Catasto è definitiva e difficilmente impugnabile. In base a questa procedura, qualsiasi terreno per il quale non vi sia alcuna rivendicazione di proprietà viene trasferito allo Stato.

La registrazione dei terreni in Cisgiordania è iniziata durante il Mandato britannico [dal 1920 al 1948, ndt.] e la dominazione giordana [dal 1948 al 1967, ndt.], ma solo il 34% è stato completato. Israele ha sospeso il processo per ordine militare dopo l’occupazione della Cisgiordania.

Nella risoluzione approvata domenica il governo israeliano ha sostenuto che la misura è stata adottata in risposta ai tentativi dell’Autorità Nazionale Palestinese di registrare i terreni nell’Area C in violazione degli accordi firmati.

“L’Autorità Nazionale Palestinese gestisce il proprio insediamento territoriale per quanto riguarda tutta la Giudea e la Samaria[Il modo israeliano di chiamare la Cisgiordania,ndt], e ha persino istituito un’agenzia speciale indipendente incaricata di registrare i terreni, sebbene questo processo non rientri nella sua giurisdizione per quanto riguarda l’Area C”, si legge nella nota esplicativa della risoluzione.

Gli esperti hanno dichiarato ad Haaretz che la registrazione da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese non ha alcun significato pratico, poiché il Catasto è sotto il controllo israeliano.

Il mese scorso l’Alta Corte di Giustizia ha respinto un ricorso contro la risoluzione del governo approvata a maggio, affermando che era improbabile che provocasse a breve “azioni che determinino ‘fatti sul campo’ o causino danni irreversibili”.

La petizione, presentata da Yesh Din – Volontari per i Diritti Umani, Bimkom – Agenda per i Diritti Urbanistici, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele e HaMoked – Centro per la Difesa dell’Individuo, sosteneva che la risoluzione del governo fosse un chiaro atto di annessione che viola gli impegni di Israele nei confronti del diritto internazionale.

“La risoluzione del governo ribalta una politica messa in atto da sessant’anni, con la convinzione che regolamentare la gestione del territorio sotto occupazione [israeliana] significhi violare i diritti dei palestinesi”, ha dichiarato ad Haaretz l’avvocato Michael Sfard, esperto di diritto internazionale e legislazione di guerra.

Se la risoluzione venisse applicata, ha affermato Sfard, i diritti dei palestinesi sulla loro terra in tutta la Cisgiordania potrebbero essere violati.

“La risoluzione, che sottrae la gestione del territorio all’esercito e la cede a un ente governativo israeliano, è un’espressione di sovranità e quindi di annessione israeliana”, ha affermato Sfard.

“Stabilisce anche la supremazia politica ebraica. Non sono riusciti a ottenere una vittoria totale a Gaza e ora stanno cercando di mettere in atto una totale espropriazione in Cisgiordania.”

L’architetto Alon Cohen Lifshitz di Bimkom [associazione israeliana di architetti e urbanisti per i diritti umani, ndt.] ha dichiarato: “Nonostante il processo di registrazione palestinese dell’Area C sia privo di senso, il governo lo sta usando come argomento peraltro infondato per giustificare la revisione della regolamentazione fondiaria con una modalità che viola il diritto internazionale”.

“I palestinesi non possono procedere con quella registrazione, che è in pratica inutile. Ma, secondo il governo, tale processo minaccia il crescente controllo di Israele sulla Cisgiordania”.

La dott.ssa Michal Breyer della ONG Bimkom sostiene che la risoluzione fa parte dell’attuale strategia del governo per annettere vaste aree della Cisgiordania.

Afferma che esiste un ampio consenso, incluso un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, sul fatto che le procedure di regolamentazione fondiaria siano un chiaro esercizio di autorità sovrana e pertanto ai sensi del diritto internazionale siano vietate ad una potenza occupante.

“Lo Stato ha sostenuto che, nell’ambito della regolamentazione fondiaria in Cisgiordania, si possa dichiarare la proprietà statale”, ha affermato. “Questo rivela il vero intento del provvedimento: il continuo saccheggio delle terre palestinesi e l’espansione dell’attività di insediamento coloniale”.

La principale implicazione della risoluzione del governo è “l’espropriazione massiccia dei palestinesi dalla maggior parte delle loro terre nell’Area C e la dichiarazione [delle terre] come proprietà statale”, ha affermato Peace Now in una nota.

“Il processo di regolamentazione richiederà ai proprietari terrieri di dimostrare i propri diritti di proprietà in modo per loro quasi impossibile, e finché non saranno in grado di dimostrare la proprietà, la terra sarà automaticamente registrata come proprietà statale”, ha aggiunto la ONG.

“La registrazione fondiaria è un chiaro atto di sovranità, ed è vietata ad uno Stato occupante ai sensi del diritto internazionale”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un palestinese di 14 anni è stato lasciato morire dissanguato per 45 minuti mentre i soldati israeliani stavano lì accanto

Amira Hass

8 febbraio 2026 – Haaretz

Jadallah Jadallah è stato colpito da un’unità di paracadutisti nel campo profughi di Far’a. I video lo mostrano abbandonato chiedendo aiuto, mentre la sua famiglia guardava impotente a distanza. Al momento Israele trattiene il suo corpo. Secondo l’IDF “è stato identificato un terrorista che costituiva una minaccia immediata, i militari gli hanno sparato e hanno fornito i primi soccorsi.”

Un ragazzo di 14 anni ferito da arma da fuoco è disteso sulla schiena in un vicolo del campo profughi di al-Far’a nel nordest della Ciasgiordania. Un folto gruppo di soldati gli gira intorno o si ferma accanto, a volte a meno di un metro di distanza. Ogni tanto gli lanciano un’occhiata, ma in genere stanno vicino senza guardarlo, come se sul terreno ci fosse un oggetto anziché un essere umano.

Si gira di lato e piega le gambe mentre le sue ginocchia ricadono in avanti. Allunga una mano e poi l’altra. Queste sanguinano e poi lui alza ancora una o due mani. I vicini guardano dalle finestre delle case accanto, impossibilitati a fare alcunché.

Con un altro movimento che sembra una richiesta di attenzione e di aiuto getta il suo cappello verso i soldati. Uno di loro lo scalcia indietro. Lui lancia nuovamente il cappello. Questa volta un soldato lo scalcia delicatamente in modo che sia fuori dalla portata del ragazzo. Ogni tanto i soldati sparano in aria. Una volta sparano verso sua madre. Quando lei capisce che il ragazzo ferito è suo figlio corre fuori dalla casa distante 200 metri, cercando di raggiungerlo e implorare per la sua vita.

Diverse pallottole colpiscono il muro vicino alla porta di entrata, costringendola a rientrare. Il ragazzo ferito è Jadallah Jadallah (Jad per i suoi familiari), nato a maggio 2011. Il 16 novembre la sua famiglia si è ritrovata in due dolorosi elenchi: Jad è diventato uno dei 55 minori in Cisgiordania uccisi dai soldati israeliani nel 2025 e uno dei 77 minori uccisi i cui corpi sono trattenuti dall’esercito – molti di questi nelle celle frigorifere dell’obitorio – per ordine del governo. Poiché il suo corpo non è stato restituito per la sepoltura la famiglia si aggrappa ancora alla speranza che sia vivo, anche se quattro inquietanti video ottenuti da Haaretz documentano l’ora finale della sua breve vita. Alcuni minuti di quell’ora sono descritti più sopra.

Secondo il sito web del portavoce dell’esercito postato alle 18,12 di quel giorno si è trattato di “un’operazione offensiva del battaglione di Tzanhanim) nel campo di Far’a al comando della Brigata Menashe.”

Gli abitanti del campo dicono che i soldati stavano cercando un latitante. Non è stato arrestato nel corso dell’operazione e in seguito si è consegnato. Un video precedente, che precede cronologicamente gli altri, ottenuto da Haaretz, mostra tre persone all’incrocio di un vicolo nel campo che si recano verso la casa di Jadallah. Spiano da dietro l’angolo di un edificio alla fine del vicolo, guardando nella strada alla loro sinistra. Dal filmato è difficile determinare se siano dei minori, ma retrospettivamente sappiamo che sono Jad e i suoi amici.

Uno di loro corre nella stradina. Qualche secondo dopo un altro ragazzino si avvicina. L’amico che aveva corso con lui improvvisamente si dirige anch’egli verso ovest. Poi altre due persone entrano in scena da nord. Dal loro linguaggio del corpo – imbracciano e puntano i fucili – si può dedurre che sono soldati. Il terzo ragazzo corre verso ovest dando loro la schiena.

Appare un altro soldato e il ragazzino scompare alla vista. Un leggero cambiamento nei toni di grigio del video è dovuto probabilmente alla polvere sollevata quando qualcosa cade a terra. I vicoli sono sabbiosi dopo che l’anno scorso l’esercito ha divelto l’asfalto. I testimoni completano ciò che il video non mostra: due dei ragazzi riescono a scappare; Jad cade. I soldati lo trascinano per diversi metri nel vicolo.

La dichiarazione del portavoce dell’esercito afferma che durante l’attività dell’unità di ricognizione nel campo profughi i soldati “hanno identificato un terrorista che stava tentando di ferire i soldati. Questi gli hanno sparato e hanno eliminato il terrorista. Non ci sono stati danni alle nostre forze.”

La dichiarazione omette il fatto che i soldati hanno sparato a Jad quando non vi era pericolo per le loro vite e che egli non è stato immediatamente “eliminato”. Il terzo video mostra Jad che solleva il busto con difficoltà, ancora una volta stendendo una mano verso i soldati, per poi collassare. Si vede una manica coperta di sangue. I soldati continuano a muoversi intorno lui. Almeno due si avvicinano, sembra per filmarlo. Uno spara in aria. Un altro si avvicina, si china e fa cadere al suo fianco ciò che sembra una pietra. Gli abitanti del campo hanno interpretato questo come la costruzione di una prova e la predisposizione di una giustificazione per lo sparo.

Gli abitanti affermano che i soldati hanno impedito ad un’ambulanza palestinese di raggiungere la scena. “Mio figlio non aveva un fucile, non teneva in mano una granata, niente”, ha detto la settimana scorsa suo padre Jihad nella loro casa. Sua moglie Safaa ha aggiunto: “Se anche fosse stato così, avrebbero dovuto prenderlo e curarlo. Hanno fatto in modo che sembrasse che lui fosse uscito per compiere un attacco terroristico.

I famigliari descrivono Jad come timido e prudente, uno che corre sempre via quando arrivano i soldati e che raramente esce di casa. Ricordano tra l’altro che, come circa la metà degli abitanti del campo, sono stati costretti a lasciare le loro case per sei mesi l’anno scorso nel corso di una prolungata operazione dell’esercito, e hanno dovuto affittare un appartamento a Salfit, nella Cisgiordania nordoccidentale.

Dicono che Jad abbia detto ai soldati ‘Sono un bambino’”, dice sua madre, il viso contorto dal dolore. Sua sorella Shahed aggiunge: “Una soldatessa si è arrabbiata con i suoi colleghi e ha detto ‘Perché avete sparato? E’ un bambino’”. Le case nel campo sono sovraffollate. La gente si chiude dentro per paura dei soldati, può vedere e sentire tutto attraverso le finestre. Molti di loro hanno lavorato in Israele e capiscono bene l’ebraico. Se quelle parole sono state davvero pronunciate c’era chi poteva sentirle e capirle.

Shahed ha detto che dopo che i soldati hanno portato via suo fratello la famiglia ha ricevuto una telefonata dal comitato di collegamento palestinese locale in cui si diceva che era vivo. Circa dieci minuti dopo il comitato ha riferito di aver ricevuto un messaggio dalla sua controparte, il comitato di collegamento israeliano, che affermava che era morto.

Il fratello maggiore Qusay ha detto: “Mio fratello non è stato ucciso. Noi non crediamo che sia stato ucciso. Se lo è stato, vogliamo il corpo.” La madre ha detto che “i suoi fratellini mi chiedono se è in un frigorifero.” La figlia ha detto di temere che un organo sia stato espiantato dal suo corpo. Suo padre, un ufficiale delle forze di sicurezza nazionale palestinesi, ha risposto: “Se è morto e se gli hanno prelevato un organo per salvare un altro bambino, agli occhi di Dio questa è una gran cosa.”

A metà del quarto video ottenuto da Haaretz, che dura circa sei minuti, si vede la porta di una jeep color kaki. La stella rossa di David la contrassegna come un’ambulanza militare. Ma Jad aveva smesso di muoversi almeno due minuti prima. Alcuni secondi dopo l’arrivo dell’ambulanza un soldato si china su di lui, a quanto pare per controllare le sue pulsazioni e tastare varie parti del suo corpo. Indossa guanti blu. Se abbia fatto qualcosa dopo di ciò, non lo si può vedere nel filmato.

Verso la fine del video si vede un altro soldato che regge un panno bianco, forse una coperta termica di alluminio. Un altro porta un tappeto preso da una delle case. Poi il video si spegne. I testimoni dicono che i soldati hanno trasportato Jad sul tappeto e lo hanno caricato sull’ambulanza. Jad è stato portato via sul tappeto circa alle 17,35. Secondo i familiari fino alle 17,28 non ha ricevuto aiuto, cosa che hanno visto anche suo padre e sua sorella che guardavano dal secondo piano, sconvolti per l’impossibilità di salvarlo. Per quanto tempo è stato lasciato a terra sanguinante? Alcuni dicono circa 90 minuti, sostenendo che è stato colpito poco prima delle 16. Altri dicono che è stato colpito intorno alle 16,45, il che significa che sono trascorsi circa 45 minuti critici mentre lui sanguinava senza soccorso. 11 di quei minuti sono documentati in tre dei video in possesso di Haaretz.

Nella sua risposta a Haaretz il portavoce dell’esercito ha ampliato la stringata dichiarazione pubblicata sul sito web: “E’ stato identificato un terrorista che ha lanciato un blocco di cemento contro i soldati ed ha posto una minaccia immediata. I soldati hanno sparato al terrorista per eliminare la minaccia e di conseguenza è stato ferito. Dopo aver verificato che il terrorista non avesse sul corpo alcun congegno esplosivo, i soldati gli hanno prestato il primo soccorso. L’accusa che essi non gli abbiano fornito cure mediche è falsa. E’ stato inviato al giornalista un video che prova l’erogazione di cure mediche. Non siamo a conoscenza dell’accusa che i soldati abbiano posto delle pietre accanto alla testa del terrorista. L’incidente è oggetto di riesame.”

Il video fornito dal portavoce dell’esercito dura sette secondi. Il portavoce non ha spiegato come i soldati abbiano verificato che Jad non portava un ordigno esplosivo o perché, se temevano che ne facesse esplodere uno, siano rimasti così vicini a lui tanto a lungo.

Questa è esattamente la domanda della famiglia dopo aver sentito da Haaretz la spiegazione dell’esercito. Nella loro piccola casa è un dolore dopo l’altro: che i soldati non gli hanno permesso di salvare Jad; che lui ha sanguinato davanti ai loro occhi mentre i soldati gli camminavano intorno con indifferenza; e che Israele trattiene il suo corpo.” Ci hanno fatto doppiamente del male”, dice il padre Jihad. “Quando lo hanno ucciso ed ora che lo trattengono. Io vago nel cimitero del campo e penso tra di me: se solo mio figlio fosse qui.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’IDF ammette di aver ucciso 70.000 palestinesi a Gaza. Quali altre accuse potrebbero rivelarsi fondate?

Nir Hasson

29 gennaio 2026 – Haaretz

La disputa sul numero delle vittime potrebbe essere prossima alla conclusione, ma si prevede che il dibattito sulle loro identità continuerà ad andare avanti. L’opinione pubblica israeliana deve chiedersi cosa voglia dire questo tardivo riconoscimento per la credibilità dell’esercito e del governo in merito alla condotta di Israele a Gaza.

Il tardivo riconoscimento da parte di Israele del bilancio delle vittime riportato dal Ministero della Salute di Gaza non dovrebbe sorprendere. Sebbene i funzionari israeliani abbiano attentamente esaminato i dati dall’inizio della guerra, nessun importante portavoce israeliano li ha contestati per diversi mesi.

Il dibattito sulla credibilità del Ministero si svolge quasi esclusivamente sui social media e sui principali media israeliani. Ogni singolo governo, organizzazione no-profit e studioso che si occupa di Gaza accetta i dati del Ministero e li considera molto affidabili.

Per capire perché i rapporti del Ministero della Salute siano affidabili dobbiamo prima chiederci quali informazioni contrarie esistano. Ma non ci sono rapporti in contrasto. L’ultima guerra a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, è la prima guerra nella storia israeliana in cui le IDF non hanno pubblicato dati ufficiali sulle vittime della parte avversa.

Invece il Ministero della Salute di Gaza ha pubblicato non solo il bilancio complessivo delle vittime, ma ha anche compilato un elenco dettagliato della maggior parte dei decessi, compresi i loro nomi completi, i nomi dei loro padri e nonni, le date di nascita e i numeri di identificazione.

L’elenco ottenuto da Haaretz, che comprende i palestinesi uccisi a Gaza da ottobre 2023 a ottobre 2025, include i dettagli di 68.844 vittime, pari al 96% del bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Salute.

Complessivamente l’elenco contiene circa mezzo milione di informazioni verificabili. Le vittime conteggiate nel bilancio, ma di cui non vengono riportati i dettagli, sono corpi non identificati o di cui il Ministero della Salute non dispone di dati completi.

Il Ministero afferma che 80% dei dati utilizzati per compilare l’elenco sono stati forniti dagli obitori degli ospedali della Striscia. Il resto dei decessi è stato inserito nel bilancio in seguito alle segnalazioni dei familiari. Tuttavia il Ministero ha spiegato che questi decessi sono stati inseriti solo a seguito di un’indagine legale che ha esaminato le prove dei decessi.

Nei mesi immediatamente successivi all’inizio della guerra gli elenchi del Ministero risultavano meno affidabili e i ricercatori avevano riscontrato errori e duplicazioni. Tuttavia nel corso dell’ultimo anno gli errori sono stati corretti. Alcuni nomi registrati sono stati rimossi per essere riesaminati e non tutti sono stati nuovamente inseriti nell’elenco.

A seguito di queste modifiche la credibilità delle liste è notevolmente cresciuta e i ricercatori che hanno tentato di contestarle non hanno trovato errori di rilievo. Alcuni studiosi ritengono che il bilancio complessivo delle vittime della guerra – compresi coloro che sono morti a causa delle sue conseguenze e coloro che sono rimasti uccisi e sepolti sotto le macerie – sia significativamente superiore a 70.000. In effetti studi accademici degli ultimi mesi stimano che la guerra abbia causato la morte di oltre centomila palestinesi.

L’opinione pubblica israeliana deve chiedersi cosa indichi il tardivo riconoscimento da parte dell’IDF del numero di vittime palestinesi rispetto alla credibilità delle affermazioni dell’esercito e del governo riguardo ad altri aspetti dei combattimenti a Gaza: dalle norme di ingaggio agli abusi sui detenuti palestinesi, ai saccheggi, alla posizione degli ospedali rispetto alle strutture di Hamas, e all’enormità delle distruzioni.

La disputa sul numero delle vittime potrebbe essere prossima alla conclusione, ma si prevede che continueranno a trascinarsi le polemiche sulla loro identità. Tuttavia il riconoscimento da parte delle IDF del conteggio del Ministero della Salute non fa che convalidare l’affermazione secondo cui i dati israeliani sul tasso di vittime civili non corrispondono alla realtà.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che il rapporto tra combattenti e civili è di 1:1 o 1:1,5. L’organizzazione no-profit britannica Action on Armed Violence [Azione contro la violenza armata, n.d.t.] ha pubblicato questa settimana uno studio che lo smentisce secondo cui per ogni combattente ucciso dal fuoco israeliano cinque civili sono stati uccisi, il che significa che l’83% di tutte le vittime sono state civili.

Lo studio di Action on Armed Violence è uno dei tanti che stimano che il tasso di vittime civili sia significativamente più alto di quello dichiarato da Israele. Proprio come i funzionari israeliani stanno iniziando ad accettare il bilancio delle vittime palestinesi inizialmente respinto, potrebbero anche ammettere la validità dell’elevato tasso di vittime civili. Accettare il conteggio del ministero significa anche accettare l’autenticità del suo elenco di nomi. Molti dei nomi inseriti sono di donne, minori e neonati.

Molti degli uomini uccisi probabilmente non erano combattenti. In qualsiasi guerra gli uomini rappresentano una parte significativa dei civili uccisi e anche a Gaza corrono rischi maggiori per portare cibo e raccogliere legna da ardere. Inoltre le IDF hanno trovato molto più facile definirli come militanti.

Riconoscere la credibilità della lista palestinese è il primo passo per ammettere ciò che abbiamo fatto a Gaza negli ultimi due anni: uccidere decine di migliaia di palestinesi, distruggere intere città, sfollare quasi due milioni di persone e farne morire di fame centinaia.

Uno sguardo più attento all’elenco rivela la gravità delle atrocità: 17 bambini sono morti il ​​giorno stesso della nascita, 115 entro un mese e 1.054 prima di aver compiuto un anno.

Le atrocità sono aggravate dal fatto che, per molti israeliani, non sono affatto atroci. Decine di israeliani hanno sfacciatamente pubblicato commenti di gioia e giubilo per la morte per ipotermia di Ayesha, una neonata di appena poche settimane.

Ofek Azulay ha scritto che si tratta di una notizia meravigliosa. Arella Schreiber ha scritto: “Bellissimo”. Avshalom Weinberg ha scritto: “Che ce ne siano molte altre”. Tzipi David ha scritto: “Fantastico”. Barak Levinger ha aggiunto: “La morte a sangue freddo è giusta per chi ha ucciso a sangue freddo”. E questi commenti sono solo la punta dell’iceberg.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’espulsione finale dei palestinesi è in corso e la vostra indifferenza lo permette

Amira Hass

27 gennaio 2026 – Haaretz

I cambiamenti in Cisgiordania, attuati nel quadro della risolutezza, sono devastanti e avvengono a velocità della luce. L’opposizione israeliana resta in silenzio

Il colpo di stato governativo che ci sta riportando indietro ha una sorella maggiore nel Piano Decisivo di espulsione volontaria del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che sta spingendo Israele verso nuovi abissi, giorno dopo giorno. Eppure l’opposizione sionista, che ha concesso il suo appoggio nella forma di ulteriori riservisti, sangue e slogan alla guerra di sterminio e vendetta nella Striscia di Gaza, continua ad ignorare l’intrinseca connessione tra loro.

Quindi che cosa succederà quando i discendenti di Giosuè entreranno nelle città palestinesi in Cisgiordania, vi appiccheranno il fuoco, spareranno contro le case e colpiranno i passanti coi loro bastoni? Voi, membri e sostenitori dei democratici e di Yesh Atid (partito politico israeliano di centro, ndtr.), correrete ad arruolarvi nell’esercito per proteggere questi santi guerrieri dai palestinesi della Cisgiordania che rifiutano di arrendersi?

I cambiamenti che vengono realizzati nella cornice della determinatezza sono devastanti e avvengono alla velocità della luce. Sono di proporzioni bibliche. Le armate ufficiali di Dio e i loro mercenari sono impegnati nelle espulsioni e nell’annientamento, emulando le gesta a Gaza. Queste legioni di santi guerrieri espellono una comunità pastorizia dopo l’altra, attaccano villaggio dopo villaggio e scuole e moschee.

Una sorgente, una piana fertile e un uliveto…l’accesso ad essi è stato vietato a coloro che ne sono stati proprietari per secoli. Le entrate dell’Autorità Nazionale Palestinese sono in mano al nostro Ministro delle Finanze. Le piante di sabra [dalla parola ebraica tzabur, che designa una pianta simile al fico d’india, ndt.] e la bellezza della terra sono solamente nostre. Ci sono ancora qua e là esigue comunità pastorizie palestinesi, o villaggi le cui strutture furono costruite prima del 1967, ma nessun problema. Stanno diventando sempre più povere, sempre più stremate.

L’area C della Cisgiordania, che ci é stata tramandata dal monte Sinai, è piena di allevamenti di pecore da carne rigorosamente kosher, che producono profitti ingenti e richiedono finanziamenti e sostegno del governo. Adesso si sono già allargati nell’area B. Poi sarà la volta dell’area A e delle sue città. (le aree create dagli accordi di Oslo del 1993: la A sotto controllo palestinese, la B sotto  controllo sia israeliano che palestinese, la C sotto totale controllo israeliano, ndt.). Gli eletti dell’armata di Dio non conoscono paura, non esiste forma di violenza che non intendano impiegare. Ogni battaglione aggiunto, ogni comandante di brigata e compagnia, ogni detective della polizia e ogni capo di stato maggiore sono suoi partner operativi. I vostri fratelli armati in Giudea e Samaria (come viene chiamata la Cisgiordania, ndt.) prendono di mira le città palestinesi. Non ci sarebbero riusciti se non fosse per la vostra indifferenza.

Dopo che i palestinesi sono stati concentrati in enclave urbane strutturate dai nostri migliori capi militari, sarà tempo di programmare la loro espulsione finale. In Giordania? Un’altra guerra? Quisquilie per l’armata dell’Onnipotente.

Il progetto di Smotrich è in atto dagli ultimi tre anni, condotto apertamente e sistematicamente. Le sue fondamenta erano già state poste dai suoi predecessori spirituali in Cisgiordania a partire dalla metà degli anni ’90 del 1900, dalle circonvallazioni di Yitzhak Rabin all’appello di Ariel Sharon ai coloni di “andare sulle colline” e la voluta impotenza delle forze dell’ordine di fronte alla violenza organizzata dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà.

Simili avvertimenti sono stati fatti più di una volta e le probabilità che ora vengano ascoltati con le orecchie e con il cuore dall’ opposizione, che si definisce liberale e democratica, sono scarse. Inoltre due delle sue colonne portanti, Yisrael Beiteinu (‘Israele casa nostra’, partito di destra nazionalista sionista e laica, ndt.) e Naftali Bennet [ex primo ministro di Israele dal 13 giugno 2021 al 1º luglio 2022, ndt.] ed il suo misterioso partito, hanno condotto parti del programma decisionale prima che il suo attuale autore entrasse in carica.

Per di più il glorioso sistema legale che siete corsi a difendere negli scorsi tre anni ha permesso e facilitato “piccole” deportazioni, da Umm al-Hiran nel Negev a al-Hadidiya nel nord della Valle del Giordano. Non resta che esprimere frustrazione e rabbia, finché il regime ce lo permette.

Il silenzio auto imposto e l’intimidazione degli ebrei; lo svuotamento del Paese dalla sua popolazione palestinese; una dittatura per gli ebrei dopo che è stata imposta con successo sui palestinesi, cosa che non siamo riusciti a completare nel 1948; e una nuova incarnazione del Regno di Giudea e della regola della ‘halakha’ (legge ebraica, che si basa sui testi sacri, ndt.). “Due persone potranno camminare insieme, se prima non si sono messe d’accordo?”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)