Tre mesi dopo il cessate il fuoco a Gaza: Israele espande il proprio controllo e rade al suolo interi quartieri

Yarden Michaeli

15 gennaio 2026 – Haaretz

Mentre l’inviato USA Steve Witkoff annuncia la prossima fase del piano di Trump per Gaza, immagini satellitari rivelano che l’esercito israeliano sta estendendo la linea gialla sotto il suo controllo più profondamente entro le aree controllate da Hamas, mentre Hamas costruisce tendopoli

A tre mesi dall’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas immagini satellitari rivelano sviluppi significativi sul terreno in tutta la Striscia di Gaza.

Ciò include il consolidamento delle Forze di Difesa di Israele (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.] lungo il confine della sua area di controllo nella Striscia. Questo confine, noto come Linea Gialla, in alcuni casi si estende per centinaia di metri entro il territorio che è ufficialmente considerato essere sotto il controllo di Hamas. Le immagini mostrano anche zone di distruzione che si sono ampliate dopo l’inizio del cessate il fuoco, compresa l’area di Jabalya e il quartiere di Shujaiyeh, entrambi all’interno e oltre la zona sotto il controllo dell’IDF. Nel territorio controllato da Hamas sono state costruite nuove tendopoli per ospitare decine di migliaia di sfollati gazawi.

Tutti questi sviluppi avvengono mentre la Striscia, in seguito all’attuazione solo parziale del piano del presidente USA Donald Trump per porre fine alla guerra di Gaza, resta in una situazione di limbo, mentre continuano regolarmente a verificarsi spari, attacchi aerei e scontri. La cessazione ufficiale delle ostilità in ottobre e il rilascio degli ostaggi dalla detenzione di Hamas sono stati considerati una fase transitoria in vista della piena attuazione dell’accordo di Trump che prometteva, tra le altre cose, di gestire il ritiro dell’IDF dalla maggior parte di Gaza, la ricostruzione dell’enclave, il rifornimento di soccorsi per le masse di gazawi sfollati e il disarmo di Hamas.

Alcuni di questi passi in effetti sono stati compiuti: gli ostaggi in vita e tutti i cadaveri tranne uno sono stati restituiti a Israele, l’IDF ha ritirato in parte le sue forze e la Striscia adesso è divisa lungo una linea di controllo, la Linea Gialla. Tuttavia le parti devono ancora procedere alla fase successiva dell’accordo e la situazione ad interim si sta trascinando. Mercoledì l’inviato USA Steve Witkoff ha annunciato l’inizio della fase successiva del piano, mentre il primo ministro [israeliano] Benjamin Netanyahu ha affermato che si tratta solo di un passo simbolico.

L’esercito israeliano controlla circa il 54% del territorio di Gaza. Qui si possono vedere la divisione del controllo nella Striscia e alcune delle aree di attività documentate dal satellite:

Modifiche avvenute durante il cessate il fuoco

Le ultime immagini satellitari sono state riprese da Planet Labs [società statunitense che monitora quotidianamente la situazione del pianeta tramite immagini satellitari, ndt.]. Un esame delle immagini mostra che dopo l’entrata in vigore dell’accordo l’IDF ha riorganizzato e dispiegato le sue forze, tra gli altri luoghi, lungo la Linea Gialla, che il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha recentemente definito come “il nuovo confine di Israele.” Nel quadro di questi sviluppi l’IDF ha creato nuovi avamposti nelle zone sotto il suo controllo.

Secondo l’organizzazione britannica Forensic Architecture [guidata dal noto architetto israeliano Eyal Weizman, ndt.] dall’inizio del cessate il fuoco fino alla metà di dicembre l’IDF ha creato 13 nuovi avamposti all’interno della Striscia. Tra questi due grandi avamposti nell’area di Jabalya. Gli avamposti sono alti, sovrastano il territorio e consentono un’ampia visuale. La loro costruzione ha implicato la demolizione di edifici e lo sgombero di terreni, nonché l’utilizzo di pesante tecnologia ingegneristica per costruire alti terrapieni dai quali è possibile osservare tutto il nord di Gaza. I palestinesi hanno postato dei video online che li mostrano.

Le immagini satellitari mostrano anche che dopo il cessate il fuoco l’IDF ha continuato a demolire centinaia di ulteriori edifici a Jabalya intorno all’ospedale indonesiano. La gran parte delle distruzioni si trova sul lato israeliano della Linea Gialla, come compare sulle pubblicazioni ufficiali dell’IDF, ma è chiaro che molti altri edifici sono stati distrutti anche ad ovest della Linea. Un video a livello del suolo mostra la considerevole altezza dei nuovi avamposti a Jabalya. Uno di questi video è stato diffuso da Canale 11.

Secondo dichiarazioni ufficiali dell’IDF e testimoni palestinesi la zona della Linea Gialla è un costante punto caldo per incidenti, compresi colpi di arma da fuoco e vittime. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, che nei suoi rapporti non fa distinzione tra civili e combattenti, dall’annuncio del cessate il fuoco in varie località della Striscia sono stati uccisi 449 palestinesi e altri 1.246 sono stati feriti. Secondo l’UNICEF 100 delle vittime sono minorenni. In un incidente due bambini di 10 e 12 anni, che secondo le loro famiglie stavano cercando legna per il fuoco, sono stati uccisi in un attacco aereo. In seguito l’IDF ha detto di aver preso di mira due sospetti che attraversavano la Linea Gialla e di aver agito per “neutralizzare la minaccia.” Dopo il cessate il fuoco tre soldati dell’IDF sono stati uccisi nel sud della Striscia da spari anticarro e da cecchini di Hamas.

. La linea non è segnata in modo continuo sul terreno: l’IDF ha posizionato grossi blocchi gialli di cemento, a volte distanti tra loro centinaia di metri, per indicare il tracciato. I palestinesi hanno testimoniato che ogni tanto l’IDF sposta i blocchi verso ovest, dentro al territorio controllato da Hamas. L’analisi delle immagini satellitari mostra che in varie zone lungo la Linea Gialla c’è sicuramente una differenza tra la posizione dei blocchi gialli sul terreno e quella della Linea Gialla così come segnalata nelle pubblicazioni ufficiali dell’esercito, compresa la mappa pubblicata dall’Unità portavoce dell’IDF in arabo per la popolazione di Gaza. Per esempio nel quartiere di Shujaiyeh, nella parte orientale di Gaza City, nelle immagini satellitari si possono identificare i blocchi di cemento gialli posti a circa 300 metri ad ovest della Linea Gialla ufficiale segnalata nella mappa dell’IDF.

Organi di informazione internazionali hanno identificato altri luoghi in cui le pubblicazioni ufficiali non coincidono con la realtà sul terreno. Come rivelato da Haaretz un mese fa, dopo il cessate il fuoco l’IDF ha continuato a demolire altre centinaia di edifici a Shujaiyeh, ad ovest della linea ufficiale, oltre la linea dei blocchi gialli.

In risposta, l’IDF ha affermato: “All’interno del quadro del cessate il fuoco, le operazioni dell’IDF sono condotte per contrastare le minacce delle organizzazioni terroriste a Gaza, guidate da Hamas, che hanno ripetutamente violato il cessate il fuoco. L’IDF lavora per marcare in modo visibile la Linea Gialla, conformemente alle condizioni del terreno e alle valutazioni operative aggiornate e svolge le necessarie attività operative nell’area sforzandosi di minimizzare il più possibile i danni ai civili, nel rispetto del diritto internazionale.”

L’esercito non ha risposto a specifiche domande, quali: perché la posizione dei blocchi sul terreno non è aggiornata sulla mappa ufficiale, perché la linea non è segnata in modo continuo sul terreno in modo da ridurre i danni ai civili e perché la distruzione di edifici si sta espandendo anche al di là della Linea Gialla, in aree sotto il controllo di Hamas.

La distruzione avvenuta negli ultimi mesi si aggiunge alla cancellazione di intere città nella Striscia durante la guerra. Secondo l’ultimo rapporto del Centro Satelliti delle Nazioni Unite, che misura la portata della distruzione nella Striscia fino a metà ottobre, durante la guerra più dell’80% delle strutture sono state distrutte o danneggiate.

Il risultato diretto dell’estesa distruzione è uno sfollamento di massa che provoca durissime sofferenze ai gazawi. Secondo l’ONU centinaia di migliaia di persone lottano per sopravvivere in tende danneggiate dalla pioggia, dal vento e dalle mareggiate o in edifici a rischio di crollo. In totale 1,3 milioni di persone necessitano di assistenza. Solo negli ultimi giorni migliaia di tende e rifugi di fortuna che ospitavano decine di migliaia di persone sono state distrutte o danneggiate dalla pioggia e dai forti venti.

Recentemente Haaretz ha riferito che i medici nella Striscia hanno rilevato un aumento delle malattie e delle ospedalizzazioni, attribuibili in parte al fatto di aver vissuto a lungo in tende umide. Il Ministero della Sanità palestinese ha riferito che sette persone sono morte di freddo dall’inizio dell’inverno e che altri 25 gazawi sono stati uccisi dal crollo di edifici.

A fronte di questo scenario le immagini satellitari ottenute da Haaretz mostrano che nel territorio controllato da Hamas nelle scorse settimane sono state allestite almeno quattro grandi tendopoli, due nel centro della Striscia e altre due nel nord di Gaza City.

Secondo il Comitato egiziano, un ente impegnato a fornire aiuti nella Striscia, la tendopoli vicina al Corridoio Netzarim [strada costruita da Israele che taglia a metà la Striscia di Gaza, ndt.] dovrebbe ospitare 15.000 famiglie. Nell’ambito degli sforzi per assistere gli sfollati le agenzie dell’ONU hanno anche bonificato e livellato il terreno nel quartiere Hamad di Khan Younis, allestendovi una tendopoli per spostare una parte degli sfollati lontano dalle durissime condizioni sulla costa. Nonostante questi sforzi ci vorranno enormi risorse per assistere la massa di sfollati che sono vissuti nelle tende per due anni.

All’interno della transizione alla fase due dell’accordo di Gaza si prevede che sia creata un’area residenziale per gazawi non affiliati ad Hamas nel territorio sotto controllo israeliano. Immagini satellitari pubblicate da Haaretz la scorsa settimana mostrano scavi, sgombero di macerie e livellamenti vicino a Rafah in un’area che secondo l’esercito sarebbe destinata a questo scopo. I lavori di sterro, iniziati circa un mese fa, coprono un km2. Fonti militari hanno affermato che nella fase iniziale l’area ospiterà 20.000 gazawi.

Tuttavia per ora non è chiaro se e quando le parti avvieranno realmente la fase successiva.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna, Amedeo Rossi)




“Questa è una nuova Nakba”: come oltre 100 palestinesi della Cisgiordania hanno dovuto lasciare le proprie case in un solo giorno

I contadini, sottoposti a costanti soprusi, demoliscono le case e vendono le greggi mentre alcuni volontari organizzano “spostamenti protetti” per tenere lontane le pecore dei coloni. “Uomini in perfetta forma fisica hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni per proteggerli” dice l’osservatore Amir Pansky, definendola la più disgustosa pulizia etnica possibile

Matan Golan

13 gennaio 2026 – Haaretz

A Ras Ein al-Auja il suono della saldatura del metallo è continuato tutta la notte. Sempre più famiglie hanno iniziato a impacchettare le proprie cose preparandosi a lasciare le loro case a causa delle crescenti vessazioni subite da parte dei vicini avamposti dei coloni.

Domenica pomeriggio Yousef ha venduto il suo gregge di pecore. I suoi vicini hanno demolito il recinto, mentre altri hanno fatto altrettanto con la casa. Allo stesso tempo attivisti di sinistra sono stati chiamati per fornire agli abitanti protezione mentre se ne andavano.

Uno degli uomini è scoppiato a piangere vicino al camion carico di quello che aveva in casa. “Questa è una nuova Nakba,” dice il suo vicino, Husseini. “Ognuno se ne sta andando in zone diverse. Alcuni ad Auja, altri a Gerico, a Taybeh o nella zona meridionale del Monte Hebron. Abbiamo vissuto qui per 40 anni, dopo essere stati obbligati a lasciare Masafer Yatta [nel sud della Cisgiordania, ndt.] nel 1967, ma ovunque andiamo ci seguiranno, questo ci hanno detto i coloni.”

Il gregge di pecore della famiglia è stato caricato su un camion a due piani, le pecore sotto e gli agnelli sopra. “Porteremo le pecore lontano sulle montagne,” dice Husseini, indicando verso ovest. Dallo scoppio della guerra i coloni hanno impedito loro di uscire al pascolo, obbligandoli a comprare fieno per il gregge con i propri soldi. Oltre a temere i vicini che vivono negli avamposti dei dintorni, gli abitanti di Ras Ein al-Auja affermano di non poter continuare a vivere in questo modo dal punto di vista economico. “Non abbiamo futuro,” dice una persona del posto.

Husseini racconta che i coloni che sono passati vicino a casa sua la settimana scorsa gli hanno gridato: “Vi abbiamo sconfitti.” Dice che gli abitanti sapevano che stava per arrivare l’ora di partire. “É lo stesso gruppo di coloni, agiscono in base a un piano. Il governo sta con loro, così come l’esercito e la polizia. Ogni volta si concentrano su una comunità diversa, la obbligano ad andarsene e poi prendono la terra su cui essa si trovava,” aggiunge. “Alla fine nulla importa, né i medi né le pressioni internazionali, ci riescono. Dopo averci tagliati fuori e impedito di sopravvivere non rimane altro da fare. È questa la democrazia di cui sono così orgogliosi?”

La comunità è divisa in varie aree. Nella primavera del 2024 i coloni hanno fondato un nuovo avamposto a centinaia di metri da quella a nord ovest, con una mandria di cammelli e un gregge di pecore. Circa una settimana e mezza fa i coloni hanno costruito un’espansione dell’avamposto nei pressi delle case dei contadini. Giovedì circa 100 persone hanno deciso di lasciare le proprie case,

ma non tutte le famiglie. Alcuni hanno detto di voler rimanere e guardano i loro vicini prepararsi ad andarsene. Nel pomeriggio di venerdì le greggi dei coloni sono tornate a scorrazzare nelle zone che circondano la comunità.

Per la prima volta attivisti di sinistra hanno fornito “spostamenti protetti” ininterrottamente nel villaggio per tener lontane le greggi di coloni dalle zone residenziali, mentre altri avevano il compito di consentire agli uomini che avevano lavorato 12 ore per demolire le strutture di riposare un po’ per il giorno successivo. Dopo che un gregge dei coloni si è fermato nel villaggio gli attivisti sono stati chiamati per portarlo via. I bambini hanno chiesto a uno degli attivisti, trattato dai contadini come un membro della famiglia, se anche questa volta aveva portato nella sua macchina palloni da calcio. Stavolta non lo aveva fatto.

“È straziante,” afferma Amir Pansky di Looking the Occupation in the Eye [Guardare l’occupazione negli occhi, organizzazione israeliana contro l’occupazione, ndt.] con gli occhi lucidi: “Non è la prima espulsione che vedo, ma è la peggiore. Ci sono persone con cui siamo stati per tre anni, conosciamo le famiglie, i genitori. E’ semplicemente del tutto surreale.”

Pansky dice che il governo potrebbe evacuare ufficialmente il villaggio e sostenere i costi, ma invece si nasconde dietro a tredicenni che se ne occupano al suo posto. “Uomini (palestinesi) nel fiore degli anni hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni che li proteggano dai pastori inviati dai consigli regionali [strutture amministrative dei coloni, ndt.] e da organizzazioni sioniste religiose,” aggiunge. “Questa è la forma più degradante di espulsione etnica che si possa immaginare.”

Vestiti lavati pendono dai fili per stendere i panni e su barriere di metallo di ogni casa in previsione di peregrinazioni e dell’ignoto. Una donna con un vestito colorato sta sulla soglia della sua casa di lamiera mentre le sue figlie saltano su un logoro divano. “Mio marito va a lavorare e io rimango con le piccole,” dice. “Originariamente recintavamo il cortile per segnare i confini della casa, ma abbiamo aggiunto i cancelli a causa dei coloni. Stanno sempre girovagando qui intorno, a volte entrano perfino dentro. Abbiamo sempre sperato che loro, i coloni, e non noi, se ne andassero. È una buona zona, è duro lasciare una terra così fertile,” aggiunge.

La parte occidentale della comunità è stata abbandonata da giovedì. Solo qualche cane spaventato vaga tra ciò che rimane dell’espulsione. Nel campo arato in cui i bambini giocavano a calcio non rimane che un pallone giallo.

Lunedì, quando il sole è sceso, le greggi dei coloni hanno attraversato il villaggio. Un giovane delle colline [gruppo di giovanissimi coloni estremisti molto violenti, ndt.] mascherato ha fatto una “V” con le dita nei pressi delle rovine delle case accompagnato dal compiacimento dei coloni con sorrisi nervosi sul volto. L’autista del veicolo di una pattuglia dell’esercito fa segno verso i giornalisti con il gesto delle tre dita. Dall’altro lato della strada una ragazzina in tuta da ginnastica rosa controlla gli oggetti sul terreno, preparandosi a lasciare il posto che è stata la sua casa.

L’IDF ha dichiarato che “alla luce delle crescenti frizioni nella zona l’esercito rafforzerà la sua presenza operativa a Ras Ein al-Auja.” Secondo l’esercito “forze dell’IDF sono entrate nella zona in base alle richieste e alle necessità operative per impedire scontri tra la popolazione e conservare l’ordine e la sicurezza nella zona.”

L’IDF sottolinea che “la condotta delle forze come descritta nell’articolo non è accettabile ed è oggetto di controllo. Ai soldati dell’IDF è richiesto di agire in base agli ordini e ai regolamenti.” Aggiunge che “il processo di verifica della proprietà delle terre non è ancora stato completato.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Non posso contribuire a mettere a tacere degli scrittori, e per questo mi dimetto da direttrice della settimana degli scrittori di Adelaide

Louise Adler

12 gennaio 2026 – The Guardian

La cancellazione dell’invito all’autrice australiano-palestinese Randa Abdel-Fattah indebolisce la libertà di espressione ed è un’avvisaglia di una nazione meno libera

La decisione della direzione del festival di Adelaide – nonostante la mia forte opposizione – di annullare l’invito alla scrittrice australiano-palestinese Randa Abdel-Fattah alla settimana degli scrittori di Adelaide indebolisce la libertà di espressione ed è un’avvisaglia di una nazione meno libera, in cui l’attività di lobbying e la pressione politica determinano chi possa parlare e chi no.

In seguito alle atrocità di Bondi [l’attacco antisemita sulla spiaggia di Bondi, ndtr.] i governi statale e federale si sono affrettati a rabbonire la banda dei “te lo avevamo detto”. Con allarmante noncuranza le proteste vengono messe fuorilegge, la libertà di espressione viene limitata e i politici si precipitano a vietare frasi e slogan.

Adesso i leader religiosi devono essere sorvegliati dalla polizia, le università monitorate, le emittenti pubbliche controllate e le arti ridotte all’osso. Hai mai criticato Israele? Joe McCarthy [il responsabile della caccia alle streghe anticomunista negli USA degli anni ’50, ndt.] si congratulerebbe con gli eredi delle sue tattiche.

Gli artisti sono sempre stati un problema per lo Stato e i gruppi di interesse, ma in conseguenza della guerra di Gaza le contrapposizioni si sono intensificate. Sfruttando la retorica della coesione sociale, le crisi si sono moltiplicate: l’approvazione del finanziamento del governo israeliano al festival di Sydney nel 2022, le sanzioni comminate a giovani attori che indossavano delle kefiah alla Compagnia del Teatro di Sydney, il concerto di Jayson Gillham cancellato dalla Melbourne Symphony Orchestra, l’iniziale rimozione di Khaled Sabsabi come rappresentante dell’Australia alla Biennale di Venezia, l’annullamento da parte della Biblioteca Statale [dello Stato] di Victoria di un programma di scrittura giovanile, la cancellazione del festival degli scrittori di Bendigo [città australiana, ndt.] e una quantità di organizzazioni artistiche che hanno sommessamente ceduto alle pressioni per inserire in programma un artista piuttosto che un altro. A mio parere commissioni composte da persone con poca esperienza artistica e cieche alle implicazioni morali dell’abbandonare il principio di libertà di espressione sono state spaventate dalla pressione esercitata da politici interessati alle proprie prospettive elettorali e da continue e coordinate campagne di invio di lettere.

Nel 2023 l’AWW [Adelaide Writers Week, settimana degli scrittori di Adelaide, ndt.] ha programmato alcune sessioni dedicate agli scrittori palestinesi contemporanei. I propagandisti si sono precipitati a riesumare, travisare e citare erroneamente i post sui social media per creare le condizioni per sospendere gli inviti agli scrittori. Il premier dell’Australia meridionale, Peter Malinauskas, si è indignato per i tweet di uno scrittore, esprimendo la sua personale contrarietà, come era suo diritto in quanto cittadino in un Paese democratico.

È stato confortante ascoltare il suo successivo discorso al pubblico di un gremito Municipio. Ha condiviso il suo pensiero sulle arti, sul loro ruolo nella società e sulle responsabilità dell’attuale governo. Ha confessato di aver pensato di ritirare il finanziamento. Infine ha concluso che “se i politici decidono che cosa sia culturalmente appropriato…questo ci porta ad un futuro in cui i politici possono direttamente sopprimere eventi che sono fondati proprio sulla libertà di espressione… questa è una strada che ci conduce nel territorio della Russia di Putin.”

Il suo discorso resta un modello per dirigenti politici che si confrontano con produzioni artistiche che potrebbero offenderli personalmente, danneggiare le loro prospettive elettorali o turbare agguerriti gruppi di interesse.

La direzione del Festival di Adelaide adesso ha annullato il mio invito a Abdel-Fattah, che doveva parlare del suo ultimo racconto, ‘Disciplina’, a causa di preoccupazioni riguardo alla “sensibilità culturale” – e il premier ha appoggiato questa decisione. Di conseguenza, al momento in cui scrivo, più di 180 scrittori si sono ritirati (dal festival).

Si può solo supporre che a tempo debito queste preoccupazioni potrebbero essere addotte anche da oppositori della libertà di espressione per chiedere la cancellazione o la messa a tacere di altri che hanno chiesto giustizia per il popolo palestinese, scrittori che includono Kenneth Roth, Francesca Albanese e Najwan Darwish. Molti anni fa l’ex premier Don Dunstan ha vantato Adelaide come “la Atene del sud”. Adesso lo slogan turistico dell’Australia del sud potrebbe essere “Benvenuti nella Mosca sul Torrens [fiume dell’Australia meridionale, ndt.]

La dichiarazione della direzione cita la coesione della comunità, un’ansia spesso richiamata che dovrebbe essere considerata con scetticismo. È un termine manageriale finalizzato a inibire il pensiero. Chi, dopotutto, si esprimerebbe in favore della divisione sociale? Presumibilmente solo un terrorista o un nichilista. La ragion d’essere dell’arte e della letteratura è scompigliare lo status quo: non bisogna essere uno studioso di storia per sapere che l’arte al servizio della “coesione sociale” è propaganda.

A quanto pare le arti sono diventate “pericolose” e gli artisti sono un pericolo per il benessere psico-sociale della comunità. Ma, per essere del tutto chiari, l’abitudine di invocare “la sicurezza” è un modo per dire “non voglio ascoltare la tua opinione”. In questo caso sembra si applichi solo ad un’invitata palestinese.

Gli sforzi sempre più estremi e repressivi dei lobbisti filoisraeliani per soffocare anche le più blande critiche hanno avuto un effetto dissuasivo sulla libertà di espressione e sulle istituzioni democratiche. Il nuovo mantra “Bondi ha cambiato tutto” ha offerto un’altra arma coercitiva a questa lobby, ai suoi stenografi sui media e ad una classe politica senza spina dorsale. Perciò nel 2026 la direzione, in un contesto di forte pressione politica, ha emesso un editto secondo cui un autore deve essere cancellato.

Nella storia dei 65 anni della settimana degli scrittori di Adelaide non vi sono stati disordini, eccettuate occasionali zuffe per le code al caffè o lamentele sul perché i croissant fossero ripieni di zucca. Si potrebbe chiedere se qualcuna delle persone “preoccupate” si sia avventurata nei giardini del ‘Pioneer Women’Memorial’ [parco e attuale sede del festival, ndt.], dove oltre 160.000 entusiasti si sono riuniti ogni anno dal 2023.

Ovviamente non c’è modo di proteggere chiunque di noi da un singolo estremista violento (anche se leggi più severe sul possesso di armi sono un ovvio punto di partenza). Ma la realtà è che i cittadini che vengono all’AWW sono estremamente educati (al di là della gara per assicurarsi un posto), ascoltano con il massimo rispetto gli scrittori e poi entrano nella tenda dei libri per comprarne un sacco.

Ma nulla di tutto ciò ha influenzato la decisione: una scrittrice deve essere esclusa su pressione di lobbisti filoisraeliani, burocrati e politici opportunisti.

Io non posso contribuire a mettere a tacere degli scrittori per cui, con immensa tristezza, mi dimetto dalla mia carica di direttrice dell’AWW. Gli scrittori e la scrittura hanno importanza, anche quando espongono idee che ci mettono a disagio e ci sfidano.

Ora più che mai, quando i nostri organi di informazione chiudono, i nostri politici diventano ogni giorno più timorosi del potere reale e l’Australia diventa più ingiusta e diseguale, abbiamo bisogno di scrittori.

AWW è il canarino nella miniera. Amici e colleghi artisti, state attenti al futuro.

Stanno venendo a cercarvi.

Louise Adler è stata direttrice della settimana degli scrittori di Adelaide dal 2023 al 2026. Fa parte del comitato consultivo del Consiglio Ebraico dell’Australia.

[Nota redazionale: l’Adelaide Writers’ Week 2026 è stata annullata a causa della rinuncia per protesta di moltissimi autori invitati contro l’esclusione di Randa Abdel-Fattah]

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Editoriale | Gli abitanti arabo-israeliani di Tarabin sono vittime della campagna di Ben-Gvir

Editoriale Haaretz

6 gennaio 2026, Haaretz

L’operazione di pubbliche relazioni nel Negev condotta dal Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha fatto la sua prima vittima. Mohammed Hussein Tarabin, 35 anni, padre di sette figli, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da un poliziotto di un’unità speciale.

La polizia ha rapidamente fornito un briefing, affermando che Tarabin “metteva in pericolo le forze di polizia”, ​​giustificando così il suo assassinio. Ben-Gvir si è affrettato a sostenere l’omicidio, così come il capo della polizia.

Tuttavia, il quadro che emerge è che, nel migliore dei casi, si è trattato di un uso inutile-ingiustificato di armi da fuoco, con il sospetto di illeciti penali nel peggiore.

Tarabin è stato colpito all’interno della sua casa, nonostante non costituisse un pericolo per le forze di polizia e non fosse armato. In realtà, l’unica cosa che ha fatto di sbagliato è stata aprire la porta agli agenti di polizia che si stavano introducendo in casa sua. Tarabin avrebbe dovuto essere arrestato con l’accusa di essere coinvolto nell’incendio di auto, ma era solo un sospettato. Per la polizia, questo è stato sufficiente a renderlo un potenziale bersaglio. È stato sufficiente per sparargli mentre apriva la porta.

Tarabin è stato colpito a distanza ravvicinata, un proiettile al petto. Se fosse stato un cittadino ebreo, si sarebbe scatenato l’inferno. Ma Tarabin era un cittadino arabo, sospettato di illeciti, quindi la presunzione di innocenza fino a prova contraria a lui non si applicava. L’uccisione di Tarabin ricorda la tragica morte di Yakub Abu al-Kiyan nel 2017. Anche allora, la polizia si precipitò a sostenere gli agenti coinvolti nell’incidente, finché non si scoprì che la sparatoria era ingiustificata.

Passarono anni prima che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu si scusasse per quel grave incidente, e anche allora, lo fece solo per attaccare le forze dell’ordine.

Questa volta non c’è nessuno nel governo che oserà dire nulla.

La sparatoria nel villaggio di Tarabin al-Sana rappresenta un nuovo apice nella trasformazione delle comunità del Negev in obiettivi fortificati. Invece di occuparsi dei criminali la polizia impone sanzioni e restrizioni a un’intera comunità, trasformandone la vita in un inferno. Blocchi di cemento, elicotteri, droni, forze speciali e la Guardia Nazionale: tutto questo ha lo scopo di rendere intollerabile la vita degli abitanti arabi del Negev.

Finora i risultati di questa campagna sono stati un fallimento. Una pistola è stata sequestrata e quasi tutti gli arrestati sono stati rilasciati poco dopo. L’unico a trarre vantaggio da questo incidente è Ben-Gvir. La sofferenza dei cittadini arabi israeliani risuona sui social media e accresce la sua popolarità tra le persone di estrema destra.

Considerate le imminenti elezioni e il fatto che nessuno nella polizia sia pronto a opporsi a lui, sembra che i cittadini arabi israeliani continueranno a soffrire per mano di una polizia che si è sottomessa a un kahanista criminale ed estremista.

L’articolo sopra riportato è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato in Israele sulle edizioni del quotidiano in Ebraico e in Inglese.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele ha distrutto Mohammad Bakri per aver osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è

Gideon Levy

28 dicembre 2025 Haaretz

Israele si è girata dall’altra parte mentre la società palestinese israeliana piangeva la morte di Mohammad Bakri, una delle sue figure più celebri: attore, regista e icona culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile

Venerdì la sala adiacente alla moschea nel villaggio di Bi’ina, in Galilea, era affollata. Migliaia di persone tristi in volto venivano a rendergli omaggio e se ne andavano; ero l’unico ebreo tra loro.

La società palestinese israeliana piange la morte di uno dei suoi più grandi esponenti, attore, regista ed eroe culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile, Mohammad Bakri, e Israele, nella morte come nella vita, gli ha voltato le spalle. Solo un’emittente televisiva ha dedicato un servizio alla sua scomparsa. Un pugno di ebrei è sicuramente andato a porgere le condoglianze alla sua famiglia, ma venerdì pomeriggio non ce n’era nessuno.

Bakri è stato sepolto mercoledì a tarda notte, su richiesta della famiglia, senza che ci fosse stato alcuno spazio in Israele per elogiarlo, ringraziarlo per il suo lavoro, chinare il capo in segno di apprezzamento e chiedergli perdono.

Si meritava tutto. Bakri era un artista e un combattente per la libertà, di quelli di cui si parla nei libri di storia e a cui si intitolano vie. Non c’era posto per lui nell’Israele ultranazionalista, nemmeno dopo la sua morte.

Israele lo ha annientato solo perché ha osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è. Molto prima dei giorni bui di Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir, 20 anni prima del 7 ottobre e della guerra a Gaza, Israele lo ha trattato con un fascismo che non farebbe vergognare i ministri del Likud Yoav Kisch e Shlomo Karhi [ministri dell’Istruzione e delle Comunicazioni nell’attuale governo Netanyahu, ndt.].

L’insigne establishment giudiziario israeliano si è unito per condannare la sua opera. Un giudice del tribunale distrettuale di Lod ha vietato la proiezione del suo film Jenin, Jenin. Il procuratore generale dell’epoca si è unito alla guerra e l’illuminata Corte Suprema ha stabilito che il film era stato realizzato con “motivazioni scorrette “: questo era il livello delle argomentazioni addotte dal faro della giustizia.

E tutto a causa di una manciata di riservisti che si sentirono offesi” dal suo film e cercarono di pareggiare i conti. Non furono gli abitanti del campo profughi di Jenin a essere offesi, ma il soldato Nissim Magnaji. La sua richiesta fu accolta e Bakri fu distrutto. Tutto questo accadde molto prima dell’attuale Medioevo.

Pochi accorsero in suo aiuto. Gli artisti tacquero e l’affascinante interprete di Beyond the Walls [nel ruolo di prigioniero palestinese nel film israeliano del 1984 che gli valse riconoscimenti internazionali, ndt.] fu gettato in pasto ai cani. Non si riprese mai più.

Una volta pensavo che Jenin, Jenin un giorno sarebbe stato proiettato in ogni scuola del Paese, ma oggi è chiaro che questo non accadrà, non nell’Israele di oggi e presumibilmente nemmeno in futuro.

Ma il Bakri che conoscevo non provava rabbia né odio. Non l’ho mai sentito esprimere una sola parola di odio verso coloro che lo ostracizzavano, verso coloro che facevano del male a lui e al suo popolo. Suo figlio Saleh una volta disse: “[Israele] ha distrutto la mia vita, la vita di mio padre, la mia famiglia, la vita della mia Nazione”. Non credo che suo padre si sarebbe mai espresso a quel modo.

Venerdì questo ammirevole figlio si ergeva imponente, con una kefiah sulle spalle, e lui e i suoi fratelli, di cui il padre era così orgoglioso, salutavano coloro che erano venuti a porgere le loro condoglianze per la morte del padre.

Come lo amavo. In una piovosa notte invernale al campus del Monte Scopus dell’Università Ebraica di Gerusalemme, quando la gente ci gridava “traditori” dopo la proiezione di Jenin, Jenin, e all’Israel Film Center Festival al Marlene Meyerson JCC di Manhattan a New York a cui era invitato ogni anno, e dove anche c’erano manifestanti che gridavano. All’ex Café Tamar di Tel Aviv, in cui passava di solito il venerdì, e nei dolorosi saggi che pubblicava su Haaretz. Liberi da cinismo, innocenti come un bambino e pieni di speranza, proprio come lui.

Il suo ultimo e breve film Le Monde, scritto da sua figlia Yafa, è ambientato a una festa di compleanno in un lussuoso hotel. Una ragazza distribuisce rose agli ospiti, un violinista suona “Tanti auguri a te”, in TV si vede Gaza bombardata e Bakri si alza con l’aiuto di una giovane donna che si era seduta accanto a lui e se ne va. È cieco.

Tre settimane fa mi ha scritto per dirmi che aveva intenzione di venire nella zona di Tel Aviv per il funerale di un uomo a lui caro, il regista Ram Loevy, e io gli ho risposto che ero malato e che non avremmo potuto incontrarci. Per quanto ne so, alla fine non è andato nemmeno lui al funerale.

“Stai bene e prenditi cura di te”, mi ha scritto l’uomo che non si è mai preso cura di sé.

Bakri è morto, il campo di Jenin è stato distrutto e tutti i suoi abitanti sono stati espulsi, di nuovo senza casa a causa di un altro crimine di guerra. Ma la speranza ha continuato a battere nel cuore di Bakri, fino alla sua morte; su questo non eravamo d’accordo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Hamas è orgogliosa dei suoi “successi”, ma non ha convinto gli abitanti di Gaza che ne pagano il prezzo

Amira Hass

27 dicembre 2025 – Haaretz

In un documento autocelebrativo, pubblicato dall’organizzazione in occasione del secondo anniversario dell’attacco del 7 ottobre, Hamas non spiega come la lotta armata, che definisce necessaria, non abbia mai fermato quello che definisce l’Israele colonialista

Proprio come le istituzioni efficienti – governative o non governative – che presentano rapporti periodici sulle proprie attività e risultati, Hamas ha appena pubblicato una valutazione dell’attacco del 7 ottobre e delle sue conseguenze fino al cessate il fuoco siglato due anni dopo.

Come tali istituzioni Hamas sta presumibilmente pensando alle parti interessate che leggeranno il suo rapporto. Nel documento pubblicato mercoledì – 36 pagine in arabo, 42 in inglese – è chiaro che la popolazione della Striscia di Gaza non è tra le parti interessate. Non può essere parte integrante del quadro di successi e resilienza descritto nel testo.

Nel corso di conversazioni con amici e familiari, pur non destinate alla pubblicazione o alla discussione nei media israeliani, anche i fedeli sostenitori di Hamas nell’enclave nutrono dubbi sull’attacco e sulle motivazioni che lo hanno determinato. E non ottengono risposte.

Coloro che non sono sostenitori di Hamas a Gaza, persone che chiedono a Hamas di fare un bilancio su di sé, non troveranno alcun cenno a questo nel testo. Troveranno “disprezzo per il loro sangue e sofferenza… un palese ignorare la realtà, un tentativo di convincere la gente che la più grande tragedia nella storia moderna della Palestina e di Gaza è stata una ‘esigenza nazionale’ e una conquista storica”, come ha scritto un abitante di Gaza rimasto nella Striscia.

Una donna che ha lasciato l’enclave all’inizio della guerra e ha letto il documento di Hamas ne conclude che “queste persone non ammetteranno mai i loro disastrosi errori e non sentiranno mai la sofferenza e le tragedie del nostro popolo, poiché sono insensibili e privi di coscienza”.

Gli autori di questi commenti non hanno mai sostenuto l’organizzazione rivale, Fatah, e non possono essere sospettati di essere filoisraeliani. Entrambi – come tutti i palestinesi e non solo loro – sottoscriverebbero volentieri la cornice principale del rapporto sulla storia del conflitto: il sionismo come movimento di insediamento coloniale, con Israele come entità per natura espropriatrice ed espulsiva. Non dimenticano nemmeno per un istante che Israele ha scelto, come politica, di uccidere i loro familiari, gli amici e i vicini, distruggendo al contempo le loro case e l’intera Gaza.

Ma sono anche tra i non pochi a Gaza che chiedono ad Hamas di assumersi le proprie responsabilità e di non crogiolarsi sugli allori autocelebrativi per il “glorioso attraversamento” del confine e per i 20 “risultati più importanti” del 7 ottobre (il che significa che ce ne sono altri), come indicato nel rapporto. Tra i risultati elencati ci sono l’isolamento di Israele, la sua disintegrazione interna e il sabotaggio del processo di normalizzazione con i paesi arabi.

Chiunque cerchi voci critiche come quelle sopra menzionate può trovarle, ma non sono le voci dominanti e certamente non ottengono il posto che meritano nei resoconti di importanti media arabi come Al Jazeera.

A differenza dei cittadini di Gaza sopra menzionati che hanno definito le dichiarazioni di Hamas “illusioni”, altri probabilmente rimarranno colpiti dalla realtà alternativa che emerge dal rapporto dell’organizzazione, intitolato “La nostra narrazione: Il Diluvio di Al Aqsa: due anni di determinazione e volontà di liberazione”.

Con il suo documento Hamas si rivolge a: i palestinesi della diaspora; la Ummah (il mondo musulmano), un termine ripetuto più volte nel rapporto; i palestinesi della Cisgiordania e al vasto movimento di solidarietà a sostegno della Palestina e di Gaza, menzionato come uno dei risultati raggiunti. Queste comunità ci ricordano che il governo di Hamas a Gaza è percepito come un punto di partenza. L’organizzazione continua ad aspirare a una posizione che gli consenta di guidare l’intera nazione palestinese in qualità di membro dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che necessita di essere riformata dopo essere stata completamente svuotata di significato dall’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Mahmoud Abbas.

Ma Hamas non intende aspettare che tutto questo si realizzi. Sta rafforzando la propria posizione nei luoghi in cui ciò è possibile. Il successo apparente della lotta armata è uno strumento per consolidare questa forza.

“La lotta armata”, come immagine speculare della glorificazione degli eserciti ufficiali negli Stati regolari, rimane un ethos fondamentale e una componente vitale nella costruzione del potere politico nelle organizzazioni che ambiscono a tale potere. Ciò era vero per i palestinesi e per altre nazioni in altri periodi. Poiché la Ummah è un destinatario importante, il testo collega delicatamente questo ethos all’Islam. Chiunque non ascolti le voci di critica e rabbia a Gaza potrebbe rimanere colpito dagli elogi del rapporto all’uso delle armi, ignorandone le falsità e contraddizioni.

Portando avanti la lunga tradizione di esagerare il numero di israeliani morti negli scontri militari con Hamas, gli autori affermano che a Gaza siano stati uccisi 5.942 soldati israeliani. Questo numero è attribuito al Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir.

Complessivamente, secondo i “resoconti medici” citati nel testo, Israele avrebbe subito 13.000 vittime su tutti i fronti (Libano, Cisgiordania e Gaza). Il rapporto è mendace anche riguardo alla coesione sociale di Gaza. All’ombra di incessanti bombardamenti, della distruzione dalle case, dell’impoverimento e della morte, la società di Gaza ha vissuto fenomeni prevedibili di disintegrazione interna, sfruttamento della debolezza e speculazione bellica ad un livello sconfortante.

Il testo mente anche quando elogia il rifiuto degli abitanti di Gaza di arrendersi ai tentativi di espulsione da parte di Israele. La gente semplicemente non ha potuto andarsene. Chi è riuscito a farlo ha lasciato l’enclave e molti continuano a sognare di andarsene. Questi fatti sono incompatibili con la narrazione.

Una delle spiegazioni fornite dagli autori del rapporto riguardo alla scelta della lotta armata sottolinea un fatto: Israele ha sabotato l’attuazione degli Accordi di Oslo continuando a costruire insediamenti. Gli autori omettono opportunisticamente di menzionare che negli anni ’90 Hamas era altrettanto determinata a sabotare gli accordi e il programma di Yasser Arafat, come dimostra la serie di attentati suicidi compiuti dall’organizzazione.

Gli autori considerano il 7 ottobre come un capitolo nella storia della lotta armata, ma dimenticano di esaminare i risultati dei capitoli precedenti in cui non si riuscì a impedire la conquista del territorio da parte di Israele, dato che Israele fece esattamente ciò che si voleva evitare. Gli attentati suicidi degli anni ’90 furono utilizzati da Israele come spiegazione o pretesto per fermare il trasferimento del territorio dell’Area C della Cisgiordania ai palestinesi.

Gli attacchi del primo decennio del secolo portarono alla costruzione del muro di separazione e alla definitiva separazione di Gaza dalla Cisgiordania. Nel secondo decennio, Hamas e la Jihad Islamica non tentarono nemmeno di respingere la crescente violenza dei coloni in Cisgiordania e l’espansione degli insediamenti.

L’obiettivo di Hamas – secondo cui è impossibile isolarli e farli scomparire – è liberare tutta la Palestina oppure ottenere uno Stato palestinese accanto a Israele? Come nei messaggi che ha diffuso fin dalla sua fondazione nel 1987, anche quello attuale è ambiguo e confuso.

Nel rapporto il tono prevalente è a favore della liberazione di tutta la Palestina. In una rassegna storica che inizia dal 1948 e anche prima si afferma che “il progetto sionista … non ha compreso che il suo destino sarà come quello di ogni ondata di invasione che ha preso di mira la nostra benedetta e santa terra nel corso della storia: o ne verrà espulso o vi verrà sepolto”.

D’altra parte rileva come risultato positivo il crescente numero di paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina” entro i confini del 1967. Il documento indica ciò che occorre fare per fermare la giudaizzazione” a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, ma non fa riferimento a ciò che sta accadendo all’interno dello stesso Israele. In una frase tipicamente vaga il rapporto descrive una visione di libertà, liberazione della terra compresa la città santa di Gerusalemme, e la creazione del nostro Stato”.

Il rapporto è inutile ai fini di negoziati diretti o indiretti con Israele. La sicurezza di sé che traspare – reale o finta che sia – conferma ciò che afferma: Hamas non ha intenzione di lasciare la scena.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele ci sta cacciando”: il piano per aprire il valico di Rafah a Gaza lascia i palestinesi con più domande che risposte

Nagham Zbeedat

8 dicembre 2025 – Haaretz

I palestinesi di Gaza affermano di sentirsi sotto pressione nel decidere se lasciare le proprie famiglie nella speranza di attraversare il valico verso l’Egitto; alcuni hanno rinunciato del tutto a lasciare la Striscia.

La decisione potrebbe segnare una svolta per gli abitanti della Striscia sotto assedio, dove l’uscita è stata resa praticamente impossibile dall’inizio della guerra. Ha suscitato speranze tra i 16.500 malati e feriti che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno urgente bisogno di lasciare la Striscia per accedere a cure mediche salvavita all’estero, dal momento che il sistema sanitario di Gaza è prossimo al tracollo. La riapertura potrebbe anche dare una fragile spinta all’economia di Gaza, al collasso, offrendo ai commercianti una rara opportunità di movimentare le merci oltre l’enclave.

Ma la riapertura è accompagnata da rigide limitazioni imposte da Israele e da controversie politiche che hanno riacceso i timori che la decisione possa essere parte di un intento più ampio di cacciare definitivamente i palestinesi da Gaza.

Secondo dei funzionari israeliani i palestinesi che vorranno andarsene dovranno ottenere l’autorizzazione della sicurezza sia israeliana che egiziana, sebbene i criteri per tale autorizzazione restino poco chiari.

Israele ha affermato che la riapertura dipenderà dai preparativi logistici della missione dell’Unione Europea che supervisiona il valico dal 2005, nonché dalle riparazioni delle infrastrutture gravemente danneggiate durante la guerra.

Inoltre non è ancora chiaro come verranno gestite le persone prive di documenti o se verranno escluse del tutto, il che aggiunge un ulteriore livello di incertezza, dato il numero di famiglie a Gaza che hanno perso documenti di identità essenziali, tra cui passaporti e carte d’identità nazionali, a causa di ripetuti sfollamenti e bombardamenti.

A seguito dell’annuncio di Israele i ministri degli Esteri di Egitto, Indonesia, Giordania, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti hanno rilasciato venerdì una dichiarazione congiunta in cui viene espressa una “profonda preoccupazione” per il piano di Israele di aprire il valico di Rafah esclusivamente “in una direzione, con l’obiettivo di trasferire gli abitanti della Striscia di Gaza in… Egitto”.

La dichiarazione congiunta condanna quelli che i ministri hanno descritto come “tentativi di espellere forzatamente il popolo palestinese dalla sua terra” e sottolinea “l’importanza” di attuare il piano di cessate il fuoco in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che prevede che il valico rimanga aperto in entrambe le direzioni.

Prima della guerra Rafah era l’unica porta di Gaza verso il mondo esterno non controllata da Israele: un passaggio vitale attraverso cui viaggiavano studenti, famiglie riunite e merci.

Dall’inizio della guerra l’Egitto ha inasprito drasticamente le restrizioni. La situazione è peggiorata ulteriormente nel maggio 2024, quando le forze israeliane hanno preso il controllo del lato di Gaza del valico, costringendo l’Egitto a chiuderlo. Da allora il valico di Rafah è rimasto quasi costantemente chiuso, consentendo solo sporadiche e limitate uscite a scopi medici, l’ultima delle quali a febbraio.

“Molte paure”

Per molti palestinesi a Gaza, intrappolati dalla guerra, dalle espulsioni e dal collasso del sistema sanitario, l’annuncio di Israele è stato interpretato come un’inconsueta opportunità in uno stato di realtà prestabilito. Ma all’interno di Gaza lo stato d’animo è più complesso. Per alcuni l’annuncio non rappresenta un’opportunità ma un dilemma.

Hamada, 29 anni, è originario di Gaza City e vive a Deir al-Balah da settembre. I suoi genitori e fratelli sono rimasti a Gaza City. Se gliene fosse data la possibilità, vorrebbe partire per l’Egitto, ricongiungersi con la sua ragazza in Cisgiordania, sposarsi e costruirsi una nuova vita lì.

Ma anche quel sogno sembra difficile da realizzare.

“Quando ho sentito la notizia per la prima volta, mi sono sentito solo confuso”, dice. “Da un lato, lascerò la mia famiglia e mi adeguerò ai piani dell’occupazione israeliana. Dall’altro, siamo privati ​​dei mezzi di sussistenza di base, sia a livello personale che collettivo. Non riesco a svolgere il mio lavoro come si deve. Lavoro online e non ho una connessione internet stabile. Per ottenere un lavoro dovrei spendere più di quanto riesco a guadagnare.”

Il suo desiderio di andarsene non nasce dal bisogno di comodità, ma dalla stanchezza.

“Per uno come me, che vuole fare una vita normale, vivere in questo posto è estenuante, fisicamente, emotivamente, finanziariamente e mentalmente”, dice. “Se non fosse stato per la mia famiglia me ne sarei andato prima.”

La sua visione dell’Egitto non è idealistica. È vulnerabile e incerta. “Se dovessimo arrivare in Egitto, vorrei stabilirmi, creare una famiglia e vivere in pace”, dice. “Ma in realtà so che sarà dura. Se la pensassi diversamente, mi illuderei. Chiunque viva nella diaspora ha vita dura, persino in Egitto, il posto più vicino a Gaza.”

Ciò che lo frena non è la mancanza di voglia di vivere, ma la paura di perdere tutto il resto. “Ci sono molte incognite e paure”, dice. “Lasciare la famiglia, la possibilità di tornare, l’adattamento dentro e fuori Gaza. Se me ne andassi e mi sposassi in Egitto rimarrei solo? La mia famiglia non può lasciare la Striscia. Cosa faremmo? Ci sono molte paure che ci paralizzano.”

C’è anche il costo. “Se il confine si apre e i prezzi salgono alle stelle, non potrò andarmene”, dice. “Non posso permettermelo.”

Hamada osserva sulla rete ciò che scrivono le persone che vogliono andarsene. Insiste sul fatto che queste parole non significano che la gente voglia abbandonare Gaza. “Tutti noi amiamo Gaza”, dice. “Anche quando è in rovina e non mostra segni di vita la amiamo. Questa non è poesia o idealizzazione delle nostre vite. Vivere tutta questa distruzione e morte ci ha legato a questo posto”.

Ciò che la gente sogna qui, dice, è ridotto alle forme più elementari di dignità.

A Gaza i nostri desideri e i nostri sogni si limitano all’amore per una ciotola di zuppa di lenticchie calda, all’odio per un piatto vuoto, al sogno di un luogo dove i bombardamenti aerei non possano arrivare.”

“C’è troppa pressione per prendere questa decisione ora”

Sami, 26 anni, è originario di Jabaliya e vive a Deir al-Balah dal 14 ottobre 2023. Lavora come podcaster e creatore di contenuti visivi ed inoltre è impiegato presso Save the Children. Solo due giorni prima dell’inizio della guerra lui e il suo team hanno aperto il loro studio di podcasting: il culmine di anni di lavoro.

“Un mese dopo lo studio è stato bombardato e raso al suolo”, racconta.

Lo spazio fisico non c’è più, ma il lavoro continua. Il team continua a produrre episodi che parlano della vita giovanile, sociale e culturale a Gaza, anche se le attrezzature e le infrastrutture sono scomparse.

A differenza di altri che vedono nell’andarsene l’unica via d’uscita Sami crede ancora nel proposito di restare, almeno in teoria.

“Ho sempre pensato che quando e se la guerra fosse finita non avrei lasciato Gaza immediatamente”, dice. “Credo che le darò la possibilità di respirare, ricostruirsi e riabilitarsi. Penso che sia meglio fare le cose con calma..”

Ma il suo proposito di restare si scontra con un sentimento di responsabilità e paura. “Sono l’uomo di casa”, dice. “I miei vecchi genitori, i miei sette fratelli: come farò ad andarmene con tutti loro? Come farò ad andarmene senza di loro?”

Per lui la possibilità di andarsene non dipende tanto dall’opportunità quanto dalla sicurezza.

“Se avessi la garanzia che il cessate il fuoco e la fine della guerra fossero una cosa certa e duratura, allora potrei prendere in considerazione l’idea di andarmene”, dice. “Almeno non mi preoccuperei così tanto per la mia famiglia. Li sentirei più al sicuro.”

Ma non ci sono garanzie. “La guerra potrebbe tornare. L’esercito potrebbe non ritirarsi mai. C’è troppa pressione per prendere questa decisione ora”, dice.

Afferma che se potesse lavorare all’estero e portare con sé la sua famiglia lo prenderebbe in considerazione. Senza questa possibilità l’idea di partire gli sembra lacerante.

Descrive la vita quotidiana a Gaza come una sorta di crudele illusione di normalità. “Le nostre grida e le nostre richieste sono ben lontane da ciò che stiamo ricevendo”, dice. “Un’enorme quantità di prodotti è arrivata sui nostri mercati, ma senza alcun valore reale. Hanno inondato i nostri mercati di iPhone, barrette di cioccolato e cose assurde. È come costruire una piscina per un senzatetto.”

Non c’è alcun giudizio nelle sue parole verso coloro che se ne vanno o spendono soldi in beni di lusso. “Non posso biasimare chi compra iPhone o se ne va”, dice. “Tutti noi non sappiamo cosa fare. Non c’è cibo vero da comprare – niente pollo e carne – o è molto raro trovarlo.”

Secondo lui l’apertura di Rafah potrebbe essere legata sia a motivi di immagine sia a questioni strategiche. “L’apertura del valico di Rafah è un modo per migliorare la narrazione e l’immagine [israeliana] nei media internazionali – guardate, gli stiamo fornendo iPhone, cioccolata e permettiamo loro di andarsene– oppure per spingerci in un angolo, senza alcuna speranza, e costringerci ad andarcene volontariamente.”

La sua percezione delle pressioni subite è radicata nella realtà quotidiana. Abbiamo bisogno di cibo, vestiti, riparo. Queste sono le nostre richieste. Ma non abbiamo nemmeno il minimo indispensabile, la sicurezza. Molti dettagli dimostrano come Israele ci stia spingendo fuori dalla Striscia. Ci sta rendendo stranieri e rifugiati nella nostra patria”.

Vede la contraddizione svolgersi in tempo reale. “Molti palestinesi che hanno lasciato Gaza e ora si trovano in Egitto aspettano che il confine venga aperto per poter tornare”, dice. “E molti dall’altra parte aspettano di fare il contrario.”

Per lui i giudizi provenienti dall’esterno sono irrilevanti. A chi ci critica, sia che decidiamo di restare o di andarcene, dico che non sono affari loro”, afferma. Nessuno condivide le nostre ferite, quindi non possono sapere come possiamo guarire”.

Rinunciare ad andarsene

Per Khaled Abu Sultan, 33 anni, che una volta ha cercato di trasformare l’idea della fuga in un impegno collettivo, l’annuncio sul confine non ha praticamente più alcun significato. All’inizio di quest’anno ha lanciato un’iniziativa popolare per aiutare gli abitanti di Gaza a condividere informazioni sulle possibili vie di uscita dalla Striscia.

All’epoca ha descritto l’iniziativa non come un piano per abbandonare Gaza, ma come una lotta per la sopravvivenza. Ha affittato una piccola casa a Gaza City dopo mesi di sfollamento nel sud. Descrive la parte meridionale di Gaza come “insopportabile”, ma afferma che, anche ora, nulla nella Striscia sembra vivibile. La differenza, dice, è l’isolamento.

A Gaza City ho trovato una dimensione di solitudine”, dice. Mi sono isolato. Non desidero parlare con nessuno. Non desidero interagire con ciò che accade intorno a me. Onestamente, non mi sono nemmeno preoccupato di prendere in esame la decisione di lasciare la Striscia. Mi concentro sulla mia casa, sul lavoro e su me stesso, e basta”.

A differenza dei mesi precedenti, quando seguiva ossessivamente ogni voce sull’apertura di un valico, non crede più che ciò possa avvenire con effetti concreti. A suo avviso la disputa tra il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha trasformato il valico in una performance politica.

“Non credo che il confine verrà aperto”, afferma. “Netanyahu vuole qualcosa e al-Sisi dice di no. Per loro è un gioco fatto di provocazioni. E anche se il confine verrà aperto lasceranno passare solo pazienti e feriti, e la situazione sarà monitorata attentamente.”

Quella che sembra un’analisi politica si trasforma rapidamente in qualcosa di più personale.

“Sono una delle tante persone che hanno perso la speranza”, afferma. “Non voglio più viaggiare e andarmene. Tutti intorno a me erano sotto shock. Mi sono arreso alla realtà e sono stato costretto a stabilirmi a Gaza City perché questo dilemma ci prosciugava.”

Questo cambiamento è sorprendente, considerando quanta energia un tempo dedicava al tentativo di aiutare le persone a trovare una via d’uscita.

Quando gli viene chiesto come sia passato dallo sforzo di aiutare gli altri a rinunciare egli stesso alla partenza, la sua risposta è semplice: Ho perso la speranza. Sono arrivato al punto di non sopportarmi più, quindi ho rinunciato”.

“Ora provo indifferenza per tutto ciò che accade”, continua. “Non guardo nemmeno più il telegiornale. La vita non ha senso né scopo. Tutta la nostra esistenza è arbitraria. Questa decisione è nata dalla disperazione, perché mi ha consumato. Ha consumato i miei pensieri. Non riuscivo a pensare ad altro che a questo. Ecco perché ho deciso di togliermelo dalla testa, dal mio orizzonte

Il suo ritiro non è concepito come pace, ma come autoconservazione. Per lui, la speranza è diventata una forma di tormento.

In questo limbo l’idea stessa di andarsene è diventata fonte di esaurimento. Eppure Khaled non rifiuta del tutto la speranza. Semplicemente ora la tratta in modo diverso.

Nel momento in cui ci si lascia andare appare la rivelazione”, dice, facendo una pausa prima di aggiungere una contraddizione che sembra più umana che politica.

“La speranza c’è finché respiriamo”, dice. “Se smettiamo di sognare moriremo.”

Al centro della tensione c’è una questione politica più ampia: se la riapertura sia stata pensata principalmente per alleviare la pressione umanitaria o per creare delle condizioni che rendano più semplice partire che sopravvivere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La guerra di Gaza è cessata, ma non per gli artisti e gli accademici del mondo

David Rosenberg

11 dicembre 2025 – Haaretz

Nella misura in cui gli affari israeliani hanno dovuto affrontare un boicottaggio essa è cessata. Non così nelle università e nel mondo dell’arte, e il “soft power” è troppo importante per Israele per ignorarlo

Deve essere stato uno shock per molti israeliani quando la settimana scorsa quattro paesi hanno annunciato che boicotteranno il concorso Eurovision Song Contest di quest’anno in protesta contro la guerra di Israele a Gaza. Mercoledì se n’è unito un quinto, e un sesto potrebbe seguire.

Per gli israeliani la guerra è finita, e per quanto brutali siano stati i combattimenti, sono pronti a voltare pagina. C’è una lotta in corso su come indagare sul disastro del 7 ottobre, e l’esercito ha condotto due indagini interne, ma quasi nessuno parla di esaminare come l’esercito ha combattuto la guerra stessa. È una vicenda che un giorno dovrebbe essere lasciata agli storici, non qualcosa con cui confrontarsi qui e ora.

Ma la guerra di Gaza rimane molto viva in molti luoghi fuori da Israele. Come ha dichiarato l’RTÉ irlandese [Radio televisione pubblica, n.d.t.] in una nota annunciando la sua decisione di ritirarsi da Eurovision: “La partecipazione dell’Irlanda rimane inaccettabile data la spaventosa perdita di vite a Gaza e la crisi umanitaria che continua a mettere a rischio la vita di così tanti civili. RTÉ resta profondamente preoccupata per l’uccisione mirata di giornalisti a Gaza durante il conflitto.”

Questo non è l’unico evento BDS [di boicottaggio, n.d.t.] post-bellico. Alla fine di ottobre, più di due settimane dopo il cessate il fuoco, oltre 1.000 figure letterarie, tra cui gli autori Sally Rooney, Arundhati Roy e Rachel Kushner, hanno firmato un impegno per boicottare le istituzioni culturali israeliane. Un’iniziativa globale lanciata a settembre per bloccare la musica da Israele, chiamata No Music for Genocide, sta ancora reclutando artisti ed etichette. Allo stesso modo una campagna chiamata Filmmakers for Palestine ha visto la sua petizione per boicottare Israele firmata da star come Emma Stone.

Nemmeno il boicottaggio delle istituzioni europee di istruzione superiore contro Israele si è attenuato, secondo un rapporto pubblicato il mese scorso dall’Associazione dei Rettori delle Università israeliane. Anche se l’ondata di boicottaggi dichiarati pubblicamente è diminuita, in molti casi gli accademici israeliani continuano ad affrontare boicottaggi nascosti sotto forma di articoli respinti da riviste e mancati inviti a conferenze accademiche.

Israele è troppo globalizzato ed economicamente avanzato e il mercato del Paese è troppo piccolo per non essere coinvolto pienamente con il resto del mondo.

Ma nessuno dovrebbe sottovalutare il costo del declino del soft power di Israele, ovvero la sua capacità di influenzare altri Paesi attraverso la sua cultura, i suoi valori politici e la sua politica estera. I sostenitori del BDS avevano ragione quando il mese scorso hanno chiesto l’annullamento di un’esibizione della Filarmonica d’Israele a Parigi perché è “un’orchestra al servizio della propaganda sionista”. L’affermazione è esagerata. La Filarmonica non è un’organizzazione del governo israeliano, ma una sua eccellente esibizione ricorda alla gente che il paese non è solo guerra e oppressione dei palestinesi. I concerti fanno quasi certamente più bene all’immagine di Israele della maldestra hasbara [propaganda.n.d.t.] del governo.

In ogni caso la cultura ha un impatto diretto sull’economia. Anche se non a livello dell’alta tecnologia o del gas naturale, è un’industria esportatrice e crea posti di lavoro. I boicottaggi accademici danneggiano anche l’economia perché rendono più difficile per gli scienziati israeliani collaborare con i loro colleghi nel mondo e accedere a finanziamenti esteri che abilitano l’innovazione che guida l’alta tecnologia israeliana. Infatti le partnership transfrontaliere sono così cruciali che senza di esse Israele rischia un’ulteriore fuga dei cervelli.

Non aspettatevi che il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu affronti questo problema. Disprezza ugualmente l’establishment culturale e le università per il loro appartenere al campo anti-governativo e non sognerebbe mai di sacrificare la sua guerra contro di loro per l’interesse nazionale. “The Sea”, un film su un ragazzo palestinese che cerca di farsi avanti nella vita nonostante gli ostacoli posti dal governo, quest’anno è in lizza per un Oscar, ma il ministro della Cultura Miki Zohar vuole punire l’industria cinematografica per averlo prodotto.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Questo è il “crimine” che ha fatto sì che la signora Rachel venisse nominata “Antisemita dell’anno”

Libby Lenkinski

8 dicembre 2025 – Haaretz

StopAntisemitism, un’organizzazione che pretende di rappresentare gli ebrei, ha inserito nella lista nera l’amata educatrice Rachel perché considera i palestinesi come esseri umani. La sua assurda nomina, in un momento di crescente antisemitismo, riflette la demonizzazione della compassione stessa.

Recentemente StopAntisemitism, un gruppo di pressione che monitora le dichiarazioni di personaggi pubblici per presunto antisemitismo, ha inserito la signora Rachel nella sua lista dei primi dieci finalisti per il premio “Antisemita dell’anno”. Quando il gruppo ha annunciato i suoi tre finalisti, lei non è stata selezionata.

Questo è il contesto in cui una delle educatrici di bambini più amate al mondo viene pubblicamente processata. La signora Rachel. L’insegnante di scuola materna di Internet, la donna che insegna ai bambini piccoli a parlare, cantare e a calmarsi attraversando le loro prime paure. Il suo presunto crimine? Aver offerto assistenza ai bambini e alle famiglie di Gaza con la stessa tenerezza che offre a ogni bambino, ovunque.

Puntano il dito a cose come questa: ha accolto bambini palestinesi amputati nel suo programma affinché i bambini negli Stati Uniti possano vederli non come astrazioni, ma come coetanei – bambini come loro che imparano a parlare, a sorridere, a vivere di nuovo. Si è presentata a un ricevimento della rivista Glamour indossando uno scialle ricamato con disegni realizzati per lei da bambini di Gaza: case, cieli, fiori, parole di desiderio cucite su stoffa da piccole mani. Non propaganda ma connessione umana.

Prima di trasferirmi in Israele ero un’insegnante d’asilo. Conoscevo i bambini nei modi più naturali e normali: il modo in cui raccontavano storie, il modo in cui nutrivano paure, il modo in cui inventavano mondi interi con sabbia e tovaglioli di carta. Quando sento statistiche su bambini morti o feriti, qualsiasi bambino, cerco di rievocare la pienezza dei bambini che conoscevo: la loro immaginazione, le loro particolarità, i piccoli universi che portavano dentro di sé. L’amore per i bambini è amore per i bambini. Perché si dovrebbe chiedere alla signora Rachel di mettere da parte questi sentimenti?

Se questo sembra surreale, è perché lo è. Ma fa anche parte di qualcosa di molto più calcolato, guidato dal governo israeliano di estrema destra e da alcuni esponenti dell’establishment istituzionale ebraico americano: trasformare qualsiasi critica alla politica israeliana in odio per gli ebrei.

Quando le obiezioni all’occupazione, alle espulsioni forzate o alle uccisioni di massa possono essere etichettate come antisemite, la responsabilità svanisce. Intere popolazioni scompaiono dietro un ricatto morale.

Le istituzioni ebraiche americane non hanno inventato questa strategia, ma molte l’hanno adottata con entusiasmo. Barattando la rettitudine etica per accedere alle istituzioni, hanno varcato una linea che non dovrebbe mai essere superata: la sicurezza ebraica non deve avvenire a scapito dell’umanità palestinese. Ma ormai siamo arrivati ​​a questo punto.

Un gruppo che pretende di rappresentare gli ebrei e di essere preso sul serio può inserire un educatore infantile in una lista nera estremista per essersi rifiutato di distogliere lo sguardo dai bambini palestinesi. Non si tratta di proteggere gli ebrei. Si tratta di salvaguardare il potere.

Il pericolo più profondo qui non è la confusione di significati, ma l’inversione dei valori morali. Ci viene detto che invocare pietà è tradimento, che il dolore è estremismo, che nominare la sofferenza è odio. Mentre Gaza è in rovina, il fragile cessate il fuoco rischia di crollare e i bambini continuano a essere uccisi dalle IDF [forze armate israeliane, n.d.t.] persino la compassione viene messa sotto accusa.

Definire questo “difesa nazionale” non lo rende morale. Definire il dissenso “odio” non lo rende antisemitismo. Definire la coscienza “radicalismo” non la rende pericolosa. Definire il silenzio “sicurezza” non lo rende una protezione.

Esistono definizioni di antisemitismo che non richiedono la cancellazione dei palestinesi. Nexus, la Dichiarazione di Gerusalemme e altri distinguono la critica a uno Stato dall’odio per un popolo, pur difendendo con vigore e onestà la sicurezza ebraica. Questi quadri teorici comprendono una cosa semplice: la sopravvivenza ebraica non è mai stata garantita rendendo qualcun altro sacrificabile. È sempre stata garantita attraverso la solidarietà.

[E’evidente la contrapposizione con la definizione operativa di antisemitismo approvata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA) su cui si basano esplicitamente diversi disegni di legge presentati al Parlamento italiano, n.d.t.]

Eppure, mentre si verifica questa distorsione, l’antisemitismo stesso sta effettivamente aumentando. Il nazionalismo bianco sta risorgendo. Il sionismo cristiano, radicato nella teologia apocalittica e nell’amore strumentale per gli ebrei, è stato accolto nelle strutture di potere americane sotto la bandiera del “sostegno a Israele”. Questi non sono alleati. Sono bombe ad orologeria.

E dovremmo dirlo chiaramente: l’antisemitismo si manifesta anche all’interno di movimenti che rivendicano il linguaggio della giustizia quando la rabbia contro Israele si unisce a vecchie teorie del complotto sul potere e il controllo ebraico.

Qualsiasi istituzione ebraica che si allinei a una qualsiasi di queste forze non sta scegliendo la sicurezza. Sta scegliendo il pericolo.

Ecco perché ciò che sta accadendo alla signora Rachel è importante. Non perché sia ​​assurdo, anche se lo è, ma perché dimostra quanto questa logica sia arrivata lontano. Se i bambini palestinesi devono sparire affinché gli ebrei si sentano al sicuro, allora ciò che viene protetto non è la vita ebraica.

La sicurezza ebraica non si costruisce mettendo a tacere gli altri. Si costruisce rifiutandoci di diventare ciò che un tempo ha cercato di cancellarci.

E se preoccuparsi dei bambini amputati, delle famiglie affamate e dei bambini orfani è ormai considerato antisemitismo… Nominate anche me.

Libby Lenkinski è la fondatrice di Albi, un’organizzazione che promuove la cultura del cambiamento

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




I palestinesi affermano che, contrariamente alle affermazioni della propaganda israeliana, l’ospedale Al-Shifa di Gaza è “ben lungi dall’essere pienamente operativo”

Nagham Zbeedat

5 dicembre 2025 – Haaretz

Sui social media alcuni influencer filoisraeliani hanno diffuso video del reparto maternità restaurato dell’ospedale Al-Shifa per mettere in dubbio la distruzione del complesso da parte di attacchi aerei e raid dell’IDF. Le immagini satellitari e le testimonianze di palestinesi di Gaza dimostrano il contrario.

All’ingresso di quello che un tempo era il più grande e importante complesso medico di Gaza, su un muro di cemento è stato scritto un messaggio in arabo e in inglese: “Giuriamo di ricostruirlo

Il graffito è stato dipinto nell’ambito di un impegno congiunto, durato oltre un anno, di organizzazioni umanitarie, governi stranieri e cittadini comuni per ristrutturare l’ospedale Al-Shifa di Gaza City.

Eppure, quando la scorsa settimana sono circolati online dei video che mostravano muri appena ridipinti e corridoi riparati ad Al-Shifa, è scoppiata una polemica. In post che hanno ricevuto milioni di visualizzazioni degli influencer filoisraeliani hanno falsamente affermato che le immagini costituissero la “prova” che gli ospedali di Gaza non fossero mai stati bombardati da attacchi aerei israeliani.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i media in lingua araba hanno riferito che, come appare in alcuni filmati che mostrano delle impalcature su alcune delle strutture sopravvissute, la ristrutturazione dell’ospedale Al-Shifa sarebbe iniziata all’inizio del 2024, nonostante le operazioni militari israeliane in corso in quel periodo.

L’edificio che appare nei video virali è il reparto maternità, una struttura situata all’estremità sud-occidentale del complesso di Al-Shifa. È stato costruito di recente, alla fine del 2020, e rispetto ad altri edifici ospedalieri ha subito danni minimi durante le diverse settimane di attacchi da parte delle IDF dell’anno scorso. Grazie a una rete elettrica funzionante nelle vicinanze e all’accesso a delle materie prime come la vernice, è stata una delle poche strutture che gli operai rimasti a Gaza hanno potuto riparare.

“Quello che si vede in quei video è solo un po’ di vernice e piccole riparazioni”, spiega Hajar, 32 anni, di Gaza City. “Quell’edificio ha subito danni minimi perché è separato dal complesso principale. Si trova a sud-est dell’ospedale e non è stato colpito direttamente dai raid, solo da alcuni colpi di artiglieria. Il resto dell’ospedale è stato spazzato via.”

Queste strutture, che un tempo costituivano la spina dorsale del sistema sanitario di Gaza, sono state ridotte a lamiere contorte, soffitti crollati e sale operatorie bruciate. La loro ricostruzione richiede risorse ben oltre l’attuale capacità di Gaza: equipaggiamento specializzato, materiali importati, macchinari pesanti e manodopera qualificata sono stati tutti dissipati dalla guerra.

“Condividere queste immagini senza spiegazioni serve all’occupazione e alla sua narrazione”, afferma Kamel, un infermiere di 28 anni del quartiere Shujaiyeh di Gaza City, che si è offerto volontario in ospedale all’inizio della guerra nel 2023 e da allora vi è tornato più volte. Questa opinione è ampiamente diffusa tra abitanti e operatori sanitari di Gaza.

In ogni modo “gli edifici principali – il reparto di chirurgia, il pronto soccorso, l’unità di dialisi, la medicina interna, le sale operatorie, la terapia intensiva e altro ancora – sono completamente distrutti e del tutto irreparabili”, afferma Kamel.

Più di un ospedale

Prima della guerra l’ospedale Al-Shifa (in arabo “l’ospedale della guarigione”) era la principale istituzione medica di Gaza, la più grande, la più attrezzata e fondamentale. Ma i palestinesi della Striscia raccontano ad Haaretz che l’ospedale costituisce un simbolo della resistenza di Gaza, un luogo in cui le vite sono state consegnate, salvate e perse durante decenni di blocco e attacchi ripetuti.

La sua distruzione durante i due anni di guerra ha rappresentato un punto di rottura per molti palestinesi, non solo per il suo ruolo cruciale nell’assistenza sanitaria, ma anche per ciò che rappresentava per una popolazione già stremata dalla devastazione.

Dopo mesi di bombardamenti e due incursioni su larga scala da parte delle IDF, l’ospedale è ormai in gran parte irriconoscibile. Gli edifici principali – tra cui chirurgia, pronto soccorso, terapia intensiva, dialisi e medicina interna – sono distrutti o incendiati. I corridoi che un tempo ospitavano famiglie sfollate a causa della guerra sono ridotti in macerie. Le sale operatorie sono carbonizzate. Gli impianti elettrici, le condutture dell’ossigeno e le reti idriche sono state recise. Solo un paio di strutture periferiche ha subito danni minimi, consentendo ai volontari di ridipingere ed eseguire riparazioni di base.

A marzo Hajar, madre di tre figli, stava andando a prendere l’acqua per la sua famiglia quando un inaspettato attacco aereo israeliano ha fatto tremare il terreno sotto i suoi piedi. Spaventata, è caduta rovinosamente, fratturandosi un braccio. Poiché Al-Shifa si trovava a corto di forniture mediche e prestava assistenza solo ai casi più gravi causati dalla guerra ha dovuto recarsi all’ospedale Al-Quds, situato a 2,6 km di distanza. “Nemmeno lì hanno potuto operarmi, anche se avevo davvero bisogno di un intervento chirurgico. Tutto quello che hanno potuto fare è stato mettermi una fasciatura e dirmi di aspettare che il braccio guarisse da solo”, spiega. “Al-Shifa era tutto per noi quando c’era bisogno di cure mediche.”

L’ospedale e il suo vasto complesso hanno subito alcuni dei colpi più duri della guerra, tra cui due massicce incursioni che hanno lasciato profonde ferite fisiche e psicologiche alla popolazione di Gaza: nel corso della prima, ampie parti del complesso sono state bombardate, le sue aree mediche sono state invase dai corpi e l’elettricità e l’ossigeno sono venuti a mancare; la seconda incursione, la scorsa primavera durante gli ultimi giorni del Ramadan, è stata ancora più distruttiva. “Hanno bruciato tutto. Hanno spianato i cortili dell’ospedale con i bulldozer”, ricorda Hajar. “Quando l’esercito si è ritirato e finalmente ci è stato permesso di rientrare, abbiamo trovato una fossa comune. Corpi ammucchiati uno sopra l’altro. Alcuni erano stati sepolti dalle ruspe. Non posso dimenticare quella scena.”

Secondo Human Rights Watch, la distruzione degli ospedali Al-Shifa, Nasser e Kamal Adwan ha seguito uno schema costante – incursioni, evacuazioni forzate, negazione di forniture salvavita e demolizione di edifici – che, sempre secondo HRW, indica un attacco deliberato alle infrastrutture mediche di Gaza. Le Nazioni Unite hanno descritto la condotta delle IDF come “medicidio”.

Ancora “lungi dall’essere pienamente operativo”

Nonostante la distruzione, sul campo è proseguito un intervento umanitario silenzioso, spontaneo e spesso pericoloso. Volontari, ingegneri, personale medico locale e ONG hanno svolto compiti un tempo riservati a istituzioni pienamente funzionanti: rimuovere manualmente i detriti, riallacciare le linee elettriche interrotte, recuperare attrezzature dalle macerie dell’ospedale, costruire in modo creativo letti ospedalieri e tentare di ripristinare la funzionalità di base in alcune parti del complesso.

L’edificio della maternità, ora parzialmente restaurato, è diventato un esempio non di ripresa, ma di determinazione – un piccolo segno di ciò che i palestinesi sperano di ricostruire se ne avranno i mezzi.

Dopo il primo cessate il fuoco nel gennaio 2024 sono iniziati immediatamente gli sforzi per riparare i danni infrastrutturali e riavviare le attività dell’ospedale Al-Shifa. Tra le istituzioni che hanno facilitato la riabilitazione figurano il governo malese, l’organizzazione no-profit britannica SKT Welfare, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Gift of the Givers, un’organizzazione umanitaria fondata in Sudafrica nel 1992.

Tutti i medici e gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato, sia come membri di una delegazione medica sia come persone che hanno lavorato a Gaza, hanno confermato che gli edifici dell’ospedale sono stati gravemente danneggiati. La distruzione è stata pesante e ingiustificabile”, ha dichiarato Abou Rageila ad Haaretz. Ci siamo concentrati su un unico edificio perché le nostre precedenti strutture mediche erano insufficienti per i casi gravi che richiedevano interventi chirurgici o trattamenti complessi. Il collasso delle infrastrutture nel settore sanitario di Gaza ha reso questo progetto unico nel suo genere”.

Il fine dell’organizzazione non era solo quello di ripristinare i servizi medici, ma anche di sostenere l’economia locale. Attraverso i propri programmi, ha fornito opportunità di lavoro agli abitanti colpiti dalla guerra. Gift of the Givers ha collaborato con alcune organizzazioni per ripristinare un piano dell’ospedale. Il costo totale del progetto è stato di 1,5 milioni di dollari, di cui 300.000 sono stati donati da Gift of the Givers.

Abou Rageila sottolinea che il termine “recupero” deve essere usato con cautela. “L’edificio è ora utilizzabile per ricevere pazienti, ma richiede ancora importanti lavori. Mancano pannelli solari, attrezzature mediche essenziali e materiali di consumo. La maggior parte dei dispositivi attualmente in uso è stata recuperata da ospedali distrutti durante la guerra. Abbiamo pulito e riparato muri, chiuso le fessure danneggiate dalle bombe e coordinato gli interventi al fine di rendere lo spazio funzionale, ma Al-Shifa è ben lungi dall’essere pienamente operativo.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)