Il visionario piano di pace palestinese per Israele e Gaza di cui non avete mai sentito parlare

Dahlia Scheindlin

26 novembre 2025 – Haaretz

Il documento di 51 pagine di un gruppo di studiosi e politologi palestinesi offre un cammino molto più chiaro verso la pace in Medio Oriente della risoluzione ONU o del piano in 20 punti di Trump

In appena una settimana, da quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione che conferma il piano in 20 punti per il cessate il fuoco del presidente USA Trump e una forza internazionale di stabilizzazione per Gaza, i peggiori timori di molti palestinesi sembrano essersi confermati.

Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, in risposta a quelle che sostiene essere violazioni di Hamas, Israele ha incrementato quotidianamente gli attacchi contro Gaza, uccidendo centinaia di persone, tra cui in media due minori al giorno. Hamas ha rilasciato tutti gli ostaggi vivi e la maggior parte di quelli uccisi il 7 ottobre. Eppure l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] rimane schierato e occupa oltre metà di Gaza, consente o limita gli aiuti a piacimento e la forza internazionale non si vede da nessuna parte.

Alcuni analisti si sono affrettati a protestare contro i difetti e i limiti della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Però, qual è l’alternativa? La via d’uscita preferita dai palestinesi non è immediatamente scontata, ma esiste.

Ci sono chiare puntualizzazioni da fare per ogni risposta. Hamas e Fatah sono entrambe ampiamente criticate dai palestinesi e possono difficilmente essere viste come rappresentative del popolo. E nessun palestinese può parlare per la vasta gamma di punti di vista all’interno della società civile.

Ma alcune voci palestinesi manifestano un significativo accordo su alcuni principi essenziali per un cessate il fuoco, una pace e un piano di ricostruzione palestinesi. Questi principi rispondono all’attuale processo guidato dagli USA, ma riflettono anche posizioni e richieste di lunga data che i palestinesi hanno espresso da anni.

Forse il progetto più complessivo, pragmatico, visionario per una soluzione è il Piano Palestinese per un Armistizio, reso noto all’inizio dell’anno. Scritto in collaborazione da un gruppo di studiosi e politologi palestinesi e sostenuto dalla Cambridge Initiative on Peace Settlements [Iniziativa di Cambridge per la Soluzione dei Conflitti, gruppo di accademici e studiosi impegnati nel trovare un’uscita da situazioni belliche, ndt.], questo documento in 51 pagine è ricco di dettagli su come gli autori propongono che Gaza debba passare dalla guerra al cessate il fuoco, all’intervento internazionale e alla pace.

Sia logico che ovvio

Rispondendo alla recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, i principi fondamentali per un miglior piano per il cessate il fuoco vanno dal logico all’ovvio. Primo, i critici palestinesi evidenziano ripetutamente che ogni piano promosso a livello internazionale dovrebbe includere nel processo i palestinesi. Il presidente Trump e la sua squadra dialogano regolarmente con i dirigenti israeliani mentre il Qatar è diventato di fatto il rappresentante di Hamas nei negoziati, benché Hamas non rappresenti quasi per niente i palestinesi.

Jamal Nusseibeh, co-autore palestinese-statunitense del Piano di Armistizio, che è anche uno studioso, giurista e finanziatore, spiega ad Haaretz che formalmente l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è ancora l’unica rappresentante riconosciuta dello Stato di Palestina e dovrebbe essere presente nei negoziati. Secondo, mentre i rappresentanti dei palestinesi hanno chiesto per anni un intervento internazionale, essi hanno ripetutamente insistito che ogni sforzo di questo genere deve basarsi sul diritto internazionale. L’attuale piano ignora le leggi internazionali in vario modo: evita di far riferimento alle passate risoluzioni ONU, per il Consiglio di Sicurezza chiaramente è come se non ci fossero mai state.

Nonostante il riconoscimento [da parte dell’ONU] come Stato osservatore non membro e il riconoscimento da parte di circa 160 singoli Stati, l’attuale risoluzione aspira ad uno Stato remoto e ipotetico invece di trattare fin da ora la Palestina come uno Stato sovrano. Ciò rende vani i recenti riconoscimenti da parte della Francia e del Regno Unito, due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Il diritto internazionale richiede anche di rispettare il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024, che ha sentenziato che l’occupazione dei territori palestinesi nel suo complesso è illegale e deve finire. Ciò significherebbe insistere sul fatto che Israele si ritiri dal territorio sovrano palestinese contestualmente all’ingresso di una forza internazionale per la transizione verso un governo palestinese. Dal punto di vista palestinese in base a queste condizioni una forza internazionale è benvenuta: un intero capitolo del Piano Palestinese di Armistizio è dedicato alla questione.

Al contrario molti temono che l’attuale Forza Internazionale di Stabilizzazione (FIS) prevista dalla risoluzione dell’ONU sia destinata o persino progettata per congelare lo status quo. Nusseibeh nota che pertanto i palestinesi la considerano una “legalizzazione dell’occupazione” o una “supervisione colonialista” come in un articolo di Yara Hawari, co-direttrice di Al-Shabaka, un centro studi politico palestinese. Nessun palestinese con cui ho parlato crede alla vaga menzione nella risoluzione a “una commissione tecnocratica, apolitica” palestinese per Gaza, all’eventuale ritorno dell’ANP o a una “sovranità” raccomandata e futuribile.

Poi un terzo principio coincide con il risultato finale di interventi internazionali riusciti in tutto il mondo: un punto di arrivo con uno status politico definitivo. Politicamente, afferma Nusseibeh, un piano palestinese per un intervento internazionale deve trattare la Palestina come uno Stato.

Ci sono importanti implicazioni per definire l’obiettivo finale della sovranità palestinese come l’obiettivo della FIS. Per esempio ciò comporterebbe un mandato per Gaza e anche per la Cisgiordania, dove i palestinesi hanno bisogno di protezione dall’ultima ondata di attacchi terroristici ebraici.

Il Piano di Armistizio Palestinese spiega: “Per appoggiare la transizione all’autodeterminazione dei palestinesi il mandato della forza di pace dovrebbe riguardare tutti i TPO [Territori Palestinesi Occupati, ndt.], consentendo alle truppe di garantire la sicurezza e agire come una forza di interposizione tra israeliani e palestinesi.

Il suo mandato dovrebbe essere non solo di monitorare le violazioni, ma anche di rafforzare la pace; di conseguenza le sue truppe dovrebbero sostituire le forze israeliane nei TPO. Più sinteticamente, Nusseibeh ha scritto di recente che la regione ha bisogno di “una forza di pace per la Palestina, non di una forza di stabilizzazione per Gaza.”

Inoltre egli vede questa iniziativa verso la sovranità con la protezione fisica internazionale come il principale incentivo per Hamas a deporre le armi, in quanto senza l’occupazione la resistenza diventerebbe inutile, e a unirsi all’OLP. Omar Rahman, membro del Middle East Council on Global Affairs [Consiglio del Medio Oriente sulle Questioni Globali, istituzione indipendente di studi politici, ndt.] con sede a Doha, concorda: “Accetterebbero di cedere le armi e sciogliersi come parte di questo processo politico in corso per porre fine all’occupazione,” dice ad Haaretz.

Ciò significa accettare il quadro dei due Stati. Più di una volta Hamas ha indicato la propria disponibilità a un percorso di integrazione con l’OLP, molto più di quanto Hamas abbia mai accettato di cedere le armi nell’attuale vuoto politico.

Un orizzonte per il disarmo di Hamas, a sua volta, potrebbe indurre Paesi molto sollecitati ma ancora non impegnati come Indonesia, Egitto, Azerbaijan ed altri, a partecipare alla FIS. Al momento la loro partecipazione è ancora “legata a un orizzonte politico e (senza questo) non saranno disposti a rimanere intrappolati a Gaza a fare il lavoro sporco per Israele,” afferma Rahman.

Non sono considerazioni da poco: il percorso palestinese agevolerebbe quello che Trump sostiene di voler fare.

Infine, alcuni palestinesi sono infuriati perché il processo internazionale non include un meccanismo perché Israele debba rendere conto delle sue azioni. Una rete di organizzazioni della società civile palestinese in Palestina ha incluso nella propria lista di richieste alla comunità internazionale in risposta al Consiglio di Sicurezza un meccanismo di verifica delle responsabilità: “Giudizio per le atrocità di massa storiche e attuali di Israele, includendo l’appoggio alla costituzione di un meccanismo internazionale, imparziale e indipendente per indagare i crimini commessi contro il popolo palestinese.”

Quando gli viene chiesto dei crimini commessi da Hamas contro gli israeliani Rahman risponde che, se il processo per chiamarne a rispondere si basa sul diritto internazionale, allora entrambe le parti dovrebbero pagarne le conseguenze, compreso Hamas. Ma sottolinea che quasi tutti quelli che hanno pianificato il 7 ottobre sono già morti. Nusseibeh ritiene che sarebbe “utile se ci fosse un qualche riferimento almeno a quello che molte persone ormai chiamano un genocidio.”

Argomenti su cui sperare

Questo elenco di problemi riguardo al piano di Trump non è esaustivo, ma non lo sono neppure le soluzioni che vengono dagli stessi palestinesi. Alcune ulteriori iniziative affrontano le questioni più immediate, come il gruppo di Comuni di Gaza che ha guidato il notevole progetto di ricostruzione “Pheonix-Gaza”.

Ingegneri, architetti, studenti e ricercatori universitari hanno prodotto insieme un documento di ampiezza e ottimismo straordinari dedicato alla ricostruzione di case, salute, educazione, quartieri, antichità e altro. Ciò di cui c’è bisogno sono un cessate il fuoco e un orizzonte politico per attirare stanziamenti e fondi esteri.

Tra i palestinesi i principi, la visione e i progetti ci sono. Nusseibeh solleva un elemento finale che la comunità internazionale può fornire e di cui la popolazione della regione, israeliani e palestinesi, ha disperatamente bisogno. In riferimento al processo di pace del passato, afferma: “L’unico modo in cui possiamo iniziare a uscire dal baratro in cui ci troviamo ora è dare speranza. E questa speranza verrà se avremo una spinta internazionale ben strutturata verso una pace a lungo termine.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il governo israeliano del 7 ottobre si limiterà al fatto che non c’è che da rimproverare l’esercito per gli attacchi

Editoriale di Haaretz

26 novembre 2025 – Haaretz

Il governo israeliano, sotto il cui mandato è avvenuto il massacro del 7 ottobre, è determinato a imputarne la colpa esclusivamente all’esercito. Questo è il suo obiettivo e ogni mezzo è considerato valido per raggiungerlo: minare la fiducia dell’opinione pubblica nell’IDF [esercito israeliano, ndt.], politicizzare la nomina di alti gradi e screditare pubblicamente il capo di stato maggiore Eyal Zamir [nominato da Netanyahu per continuare la guerra a Gaza, ndt.].

Il governo preferisce nascondere la verità piuttosto che prendersi le sue responsabilità per gli errori di quanti hanno guidato Israele per anni – 14 anni (meno uno) nel caso del primo ministro Benjamin Netanyahu – portandolo al disastro.

Il governo si rifiuta di fare la cosa ovvia: istituire una commissione d’inchiesta pubblica. Al contrario l’esercito ha già indagato su sé stesso. “L’IDF è l’unica istituzione del Paese che ha accuratamente esaminato i propri errori e se n’è preso la responsabilità,” ha scritto Zamir. Da questo punto di vista l’indagine dell’esercito non sostituisce una commissione d’inchiesta pubblica, ma è nondimeno un processo serio e credibile. Questo è precisamente ciò che lo rende pericoloso agli occhi del governo, che intende controllare le conclusioni delle indagini.

In questo contesto lo scontro tra il ministro della Difesa Israel Katz e Zamir diventa più chiaro. Zamir ha avvertito che bloccare nomine nell’esercito “danneggia la capacità dell’IDF e la sua adeguatezza alle prossime sfide.” Katz ha risposto in modo arrogante, affermando: “Il capo di stato maggiore sa molto bene di essere subordinato al primo ministro, al ministro della Difesa e al governo di Israele.”

Il messaggio sottinteso è un appello ai seguaci di Bibi [Netanyahu] perché etichettino Zamir come uno che minaccia lui e il suo governo.

Zamir ha anche rivelato di aver saputo solo dai media che Katz ha intenzione di rivedere il rapporto investigativo sul 7 ottobre stilato dalla Commissione Turgeman dell’esercito. Il rapporto è stato redatto da 12 tra generali maggiori e di brigata in sette mesi ed è stato presentato al ministro della Difesa in persona.

“La decisione di sollevare dubbi sul rapporto… è sconcertante,” ha scritto giustamente Zamir. Evidenziando quello che ha visto come un tentativo politico di scavalcare il lavoro di esperti, ha aggiunto: “Una revisione alternativa di 30 giorni da parte dell’ispettore dell’establishment della difesa, con il dovuto rispetto, non è seria.”

Il conflitto tra Katz e Zamir non è puramente personale, è parte di un più complessivo tentativo di prendere il controllo del sistema della difesa. Katz agisce per lo più per interposta persona, più preoccupato della sua posizione nelle primarie del Likud [il partito di Netanyahu e suo, ndt.] che del futuro di Israele o dell’IDF. La provocazione contro Zamir arriva direttamente dalla famiglia di Netanyahu. Il primo ministro cerca di fare all’IDF quello che il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir sta facendo alla polizia.

Questa situazione pericolosa sposta la responsabilità sull’opinione pubblica. Di fronte ai tentativi del governo di autoassolversi dalle sue responsabilità storiche e di concentrare l’attenzione solo sull’esercito – benché tutti gli alti gradi della Difesa si siano presi le proprie responsabilità e si siano dimessi e l’esercito continui a indagare su sé stesso – l’opinione pubblica deve comprendere quale parte appoggiare e quale deve difendere.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele ha abbandonato Hadar Goldin molto prima di non riuscire a riportare a casa il suo corpo

Yagil Levy

18 novembre 2025 – Haaretz

Il ritorno dei resti del soldato Hadar Goldin in Israele perché venga sepolto dopo 11 anni a Gaza solleva domande sul fatto che il Paese non sia riuscito a riportare a casa prima il suo corpo. Ma le vere domande dovrebbero concentrarsi di più sulle circostanze che portarono alla morte di Goldin.

Ricordiamo i fatti noti. L’operazione Margine Protettivo, il conflitto del 2014 contro Gaza in cui Goldin venne ucciso, non iniziò intenzionalmente. Fu il risultato di un “deterioramento della sicurezza… che nessuna delle due parti aveva voluto,” come ammise l’esercito all’ufficio del supervisore pubblico. L’esercito venne trascinato nel conflitto e poi in un’operazione di terra la cui necessità, secondo ufficiali di alto grado, era discutibile. Durante questa operazione le vite dei soldati delle Israeli Defence Forces [l’esercito israeliano, ndt.] vennero messe a rischio e alla fine essa diede come risultato la morte di 44 soldati (nell’operazione di terra) [i civili palestinesi uccisi furono circa 1.500, ndt.]. Per Goldin e due suoi compagni della Brigata Givati il rischio fu particolarmente elevato.

L’incarico della brigata era di condurre una perlustrazione dei tunnel a Rafah. Alle 8 del mattino del primo agosto 2014 entrò in vigore un cessate il fuoco. Ciononostante un reparto della Givati venne incaricato di individuare un certo tunnel. “Da quel momento,” tuttavia, “la ricerca di tunnel offensivi che attraversassero la barriera (di confine) doveva essere effettuata in base a una regola d’ingaggio che escludeva l’uso di armi, a meno che non ci fosse un chiaro e immediato pericolo di vita,” scoprì un’indagine della procura generale militare.

Quindi il reparto della Givati venne messo in pericolo mortale essendo stato escluso da un fuoco di copertura e al contrario potendo rispondere solo se avesse incontrato un evidente pericolo. Il comandante di brigata Ofer Winter si oppose alla missione: “Non voglio mandare dentro persone con le mani legate,” affermò, avvertendo che la perlustrazione sarebbe avvenuta in una zona non ancora conquistata in un settore non protetto. “Anche così non potremmo eliminare tutti i tunnel,” affermò, cercando di contrastare l’ossessione di condurre la perlustrazione di un ulteriore tunnel.

Ma Sami Turgeman, il comandante del comando meridionale dell’IDF, ignorò le obiezioni.

Nonostante i vincoli imposti la zona venne perlustrata. Il comandante della compagnia di ricognitori, il maggiore Benaya Sarel, comunicò: “Vedo una persona sospetta. La elimino,” e così facendo violò il cessate il fuoco circa un’ora dopo che era entrato in vigore. Venne preso in un’imboscata da miliziani di Hamas e ucciso insieme al radiofonista Liel Gidoni e ad Hadar Goldin, il cui corpo venne portato via dalla cellula di Hamas.

Winter mise a rischio la vita di un altro soldato, il vice comandante di compagnia Eitan Pund, quando gli consentì di condurre una caccia all’uomo dei terroristi in un tunnel, in violazione delle regole d’ingaggio. Allo stesso tempo invocò la cosiddetta Direttiva Hannibal (intesa a impedire la cattura di soldati anche a rischio di colpirli) alla ricerca di Goldin. Si scatenò un intenso scontro a fuoco ricordato come il Venerdì Nero. Noi ci concentriamo sui nostri morti, ma dobbiamo anche ricordare che, secondo Israele, vennero uccisi circa 70 civili di Gaza. In breve, la morte di soldati e civili si sarebbe potuta evitare.

Può l’esercito guardare negli occhi i familiari e giurare che fosse necessario prendersi quei rischi, che erano noti fin dall’inizio? La nostra sicurezza venne migliorata in seguito alle sanguinose battaglie per trovare e distruggere tunnel in quell’operazione militare? L’incidente rifletteva una specie di mentalità tecnica militare che privilegiava l’infinito lavoro rappresentato dalla distruzione di armi ignorando nel contempo il contesto complessivo in cui l’operazione venne posta in atto e la probabilità che un nuovo tunnel venisse costruito per sostituire quelli distrutti, come di fatto avvenne.

Ma qui risiede il ruolo problematico giocato dal lutto, in particolare rendendo un penoso omaggio a Goldin. È emotivo ma contribuisce anche a cancellare ciò che la commemorazione dei morti si suppone produca, che è politico. Pensando alle circostanze complessive che provocarono la perdita della vita e collegando disastri isolati a una (mancanza di) logica generale. La rabbia è diretta all’abbandono del corpo e non in primo luogo all’avventatezza con cui è stata trattata la vita.

*

Nota redazionale: l’articolo si concentra su alcune decisioni di comandanti dell’esercito israeliano che hanno portato alla morte di un soldato, ma svela anche quello che successe il primo agosto 2014 a Rafah. All’epoca l’IDF sostenne che Hamas aveva violato una tregua entrata da poco in vigore sequestrando un soldato. Per questo venne scatenata un’operazione militare in base alla Direttiva Hannibal, che prevede l’uso eccessivo della forza per evitare il rapimento di un ostaggio israeliano anche a costo della vita di quest’ultimo. Quel giorno gli abitanti di Rafah erano tornati nelle strade convinti che fosse in corso una tregua e vennero colpiti indiscriminatamente. Secondo fonti mediche palestinesi nei quattro giorni di bombardamenti ci furono almeno 135 morti, di cui 75 minori. Il comunicato dell’esercito israeliano, ripreso dai principali giornali italiani, sostenne che erano stati i miliziani di Hamas ad aver violato gli accordi. Questo articolo dimostra al contrario che era stata un’operazione israeliana ad aver provocato la reazione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Dopo due anni di guerra contro Gaza, il boicottaggio accademico verso Israele tocca livelli mai visti prima

Redazione di MEMO

28 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Negli ultimi due anni il boicottaggio di ricercatori e istituzioni del mondo accademico israeliano ha conosciuto una crescita senza precedenti, che rispetto al 2023 ha visto i casi di annullamento e/o sospensione degli accordi di cooperazione universitaria addirittura triplicati. Questa netta impennata è una reazione agli atti criminosi che Israele continua a perpetrare nella Striscia di Gaza.

Stando al resoconto pubblicato lunedì scorso dal quotidiano Haaretz, gli episodi di boicottaggio verso il mondo accademico israeliano registrati dall’inizio della guerra nel mese di ottobre 2023 sfiorerebbero il migliaio. Vi hanno aderito istituti di ricerca, associazioni professionali ed esponenti della comunità accademica internazionale.

Rispetto all’anno precedente — scrive Haaretz — i casi di boicottaggio sono triplicati.

Diversi professori di spicco delle università israeliane avrebbero espresso grande preoccupazione per l’impatto sempre più grave provocato dall’attuale isolamento accademico, soprattutto in mancanza di una qualsivoglia azione efficace da parte del governo, prosegue il giornale.

Intervistato da Haaretz, un ricercatore israeliano che preferisce mantenere l’anonimato ha detto che nel paese la ricerca scientifica “è sull’orlo del tracollo” a causa del crescente isolamento internazionale.

Secondo Ariel Porat, Presidente dell’università di Tel Aviv, le istituzioni accademiche stanno attraversando “il peggior momento di tutta la loro storia, in termini di boicottaggio”, e le prospettive di un miglioramento a guerra finita “sono ancora fuori portata”, data la crescente ostilità nei confronti di Israele.

Haaretz riporta inoltre che negli ultimi due anni all’incirca 40 università estere hanno interrotto, del tutto o in parte, i rapporti di cooperazione accademica con gli atenei israeliani. Segno, questo, del netto calo di prestigio di Israele nella classifica accademica mondiale.

(traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




Centinaia di prestigiosi ebrei e israeliani sollecitano le potenze mondiali a considerare Israele responsabile delle “atrocità a Gaza”

Etan Nechin

22 ottobre 2025 – Haaretz

Una lettera aperta firmata da almeno 460 intellettuali, celebrità e personalità politiche ebrei e israeliani chiede all’ONU e ai capi di stato di affrontare “le condizioni soggiacenti di occupazione, apartheid e la negazione dei diritti dei palestinesi” che sono assenti nell’accordo di cessate il fuoco del presidente USA Trump a Gaza.

New York – Un gruppo di importanti personalità e celebrità ebraiche chiede ai dirigenti mondiali che Israele sia considerato responsabile delle sue azioni a Gaza e di utilizzare il cessate il fuoco con Hamas come punto di svolta verso una pace giusta e definitiva.

In una lettera aperta intitolata “Ebrei chiedono di agire” resa pubblica mercoledì all’ex-portavoce della Knesset ed ex-presidente israeliano ad interim Avraham Burg, all’ex-negoziatore israeliano Daniel Levy, alla saggista canadese Naomi Klein e al giornalista Peter Beinart si sono aggiunte almeno 460 personalità pubbliche ebraiche che invocano sanzioni contro Israele e l’applicazione del diritto internazionale.

La lettera, indirizzata al segretario generale dell’ONU e ai capi di stato del mondo, segna il primo appello collettivo di questo genere da quando è iniziato il cessate il fuoco il 10 ottobre.

“È con grande sollievo che accogliamo il cessate il fuoco,” afferma la lettera. “E tuttavia non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che questo cessate il fuoco è fragile: le forze israeliane rimangono a Gaza, l’accordo non fa alcun riferimento alla Cisgiordania, le sottostanti condizioni di occupazione, apartheid e negazione dei diritti dei palestinesi rimangono irrisolte.”

Tra i firmatari ci sono artisti, scrittori e attivisti come gli attori Ilana Glazer, Hannah Einbinder e Wallace Shawn, i registi vincitori di Oscar Jonathan Glazer e Yuval Avraham, gli attori di teatro Eric André e Leo Reich e il vincitore del premio Pulitzer Benjamin Moser.

La lettera sollecita i leader mondiali a rispettare le leggi internazionali, sanzionare i complici di crimini di guerra, garantire che gli aiuti raggiungano Gaza e respingere le false accuse di antisemitismo contro i sostenitori della pace e della giustizia.

“Il cessate il fuoco deve essere l’inizio, non la fine. Il rischio del ritorno a una situazione politica di indifferenza verso l’occupazione e il conflitto permanente è troppo grande. Questa stessa pressione deve continuare per raggiungere una nuova epoca di pace e giustizia per tutti, sia palestinesi che israeliani,” afferma la lettera.

In un’intervista telefonica con Haaretz Burg ha spiegato le ragioni della stesura della lettera. “Durante le tenebre a Gaza non ho mai smesso di scrivere e difendere i miei valori. Da ciò è emerso un progetto che appoggio senza riserve. Abbiamo raggiunto un momento di rottura esistenziale. Il mio Paese ora è in conflitto con i miei valori umani ed ebraici più profondi. Tra un apparato dello Stato che è stato sequestrato e i fondamenti morali del mio popolo, la scelta è chiara,” ha detto.

Ad agosto Burg aveva chiesto agli ebrei del mondo di unirsi in una denuncia legale collettiva presso la Corte Internazionale di Giustizia accusando Israele di crimini contro l’umanità a Gaza, scrivendo sul suo Substack [piattaforma in rete, ndt.]: “Abbiamo bisogno di un milione di ebrei, meno del 10% della popolazione ebraica totale, per presentare un appello collettivo alla Corte dell’Aia.”

“Sono arrivato alla convinzione che mi sbagliavo a credere che fossimo in pochi. Migliaia di ebrei nel mondo stavano aspettando questa voce. Quello che sta avvenendo a Gaza e nei territori [palestinesi] occupati non è ebraismo, è un’orribile mutazione religiosa e fanatica. Dobbiamo opporci contro di essa, dire la verità al potere e rifiutarci di rimanere in silenzio,” ha aggiunto.

Levy, uno dei promotori della lettera, ha detto ad Haaretz che il tentativo non è sminuire le atrocità del 7 ottobre. “Riguarda il fatto di vedere senza veli non solo quello che è successo dopo, ma quello che è stato ignorato per decenni: il rifiuto di perseguire qualunque cammino politico per affrontare e risolvere l’occupazione permanente. Ciò non potrà mai portare alla sicurezza o al benessere,” ha affermato.

L’iniziativa intende trovare altre voci ebraiche. “E non è difficile,” sostiene. “Continuano ad aumentare. Molti sono stati profondamente disgustati da quello che è stato fatto in nome della collettività ebraica, come se fosse ciò che abbiamo imparato dalla storia ebraica, come se fosse il nostro destino manifesto.”

La lettera fa seguito a un recente sondaggio del Washington Post che mostra una netta disapprovazione tra gli ebrei americani per la condotta israeliana della guerra, con il 61% che afferma che a Gaza Israele ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi.”

Nonostante il cessate il fuoco, secondo fonti ospedaliere da domenica gli attacchi dell’esercito israeliano nel sud di Gaza hanno ucciso 44 persone.

“Penso che vedremo più persone che non vorranno tornare alla situazione precedente dopo questo fragile cessate il fuoco. Dicono no, questo deve cambiare. Dobbiamo chiedere fondamentalmente quello per cui ci battiamo. Perché tornare semplicemente allo status quo del 6 ottobre porterà solo a un ulteriore disastro. Fare pressione funziona. Sanzionare è importante. Non possiamo semplicemente voltare pagina come se non fosse successo niente,” ha aggiunto Burg.

“Nel corso della storia ebraica ci sono stati momenti in cui la maggioranza ha seguito ciecamente dirigenti disastrosi ed è stata una minoranza che si è opposta a loro ed ha preservato questa grande e nobile tradizione. Ciò è successo in precedenza ed è di nuovo il nostro dovere,” ha detto.

“La minoranza dei giusti deve offrire un’ancora di salvezza alla maggioranza fuorviata. Opporsi alle ideologie del suprematismo ebraico e alla leadership di un primo ministro corrotto che sacrifica tutti noi sull’altare dei suoi interessi egoistici e della sua brutale arroganza.”

La pubblicazione della lettera coincide con un summit europeo a Bruxelles in cui i leader stanno valutando sanzioni contro Israele e con un’imminente sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sugli obblighi di Israele a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Ciò coincide anche con l’inizio di colloqui sulla seconda fase del piano del presidente USA Donald Trump per il cessate il fuoco.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come la politica israeliana di separazione a Gaza e in Cisgiordania consolida Hamas

Amira Hass

17 ottobre 2025 Haaretz

Isolando Gaza dalla Cisgiordania e i palestinesi dalla loro terra, Israele ha contribuito a consolidare Hamas e a cancellare ogni alternativa politica. Anche se il sogno di ville di lusso a Gaza è svanito, la logica che lo sostiene rimane: controllo del territorio, espulsione indiretta e soffocamento continuo del popolo palestinese con il pretesto della sicurezza

Le premesse di un boom immobiliare a Gaza – dall’idea del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich alla promessa del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di quartieri di lusso per i poliziotti fino al piano della leader dei coloni Daniella Weiss di ristabilire (con l’aiuto divino) le colonie – si sono rivelate nient’altro che aria fritta.

Sarebbe bello poter dire che l’accordo di cessate il fuoco ora in vigore nella Striscia di Gaza abbia inferto un duro colpo al movimento dei coloni e ai suoi sostenitori negli Stati Uniti. Altrettanto seducente è l’immagine dei loro castelli di sabbia che crollano sotto il peso dell’inimmaginabile resilienza e tenacia degli abitanti di Gaza e dopo il rifiuto duro ma politicamente calcolato dell’Egitto a consentire una fuga di massa di palestinesi nel suo territorio.

I responsabili della politica estera egiziana – indipendentemente da chi guidi il Paese – sospettano da tempo l’intenzione di Israele di “appioppargli” Gaza e i suoi problemi. Fin dall’inizio della guerra hanno preso sul serio i piani israeliani di espulsione della popolazione di Gaza e di conseguente reinsediamento degli ebrei, come apertamente espresso dai governanti israeliani – che sembravano dimenticare come tentativi simili da parte dei loro predecessori del partito socialista democratico sionista Mapai-Labour di espellere nuovamente i rifugiati del 1948 da Gaza fossero falliti.

Ma il cessate il fuoco non può essere visto semplicemente come una gratificante sconfitta del movimento dei coloni. La logica politica dietro quelle ondate di aria fritta e castelli di sabbia ha plasmato, e continua a plasmare, la politica israeliana sin dalla firma degli Accordi di Oslo. Tale logica è riuscita a impedire la creazione di uno Stato che avrebbe realizzato il diritto palestinese all’autodeterminazione, seppur sul restante 22% del territorio tra il fiume e il mare.

Il sabotaggio della sovranità palestinese da parte di Israele è l’immagine speculare del suo tentativo di impossessarsi di quanta più terra possibile con il minor numero possibile di palestinesi. In pratica questo significa espulsione – che sia nell’Area A [in base agli accordi di Oslo il territorio cisgiordano sotto virtuale controllo totale dell’ANP, ndt.] o in esilio, con bombe dell’aviazione o con i manganelli e le spranghe di ferro dei “giovani delle colline” [gruppi di coloni particolarmente violenti, ndt.], che sia attraverso demolizioni di case e sfratti forzati effettuati sotto la minaccia delle armi dall’Amministrazione Civile [ente militare incaricato della gestione dei territori occupati, ndt.] o dalle Forze di Difesa Israeliane o l’incarcerazione e la persecuzione di coloro che cercano di proteggere la propria comunità e se stessi – il risultato è lo stesso.

Se questa è la politica guida, gli sforzi internazionali per “riformare” i libri scolastici palestinesi sono destinati a fallire. La realtà quotidiana del soffocamento sistematico imposto da Israele e la sua prepotenza, supportata dalla sua superiorità militare sono i padri dell’istigazione [alla violenza].

Uno degli strumenti più efficaci per sabotare uno Stato palestinese è stato e rimane la “separazione”. Espresso nei termini di sicurezza che l’opinione pubblica israeliana ama adottare – anche quando le motivazioni politiche e immobiliari sono evidenti – questo strumento assume molte forme: separare Gaza dalla Cisgiordania (dal 1991); separare la Cisgiordania da Gerusalemme Est; dividere le città palestinesi l’una dall’altra; isolare i villaggi dalle strade circostanti e dai centri regionali; disconnettere i palestinesi dalla loro terra e tra di loro.

Documenti ufficiali del governo militare degli anni ’50 e ’60 – pubblicati decenni dopo – hanno confermato ciò che i palestinesi (e la sinistra non sionista) avevano capito da tempo: la cosiddetta logica “di sicurezza” alla base delle dure restrizioni alla circolazione era motivata in gran parte da interessi immobiliari ebraici. La concezione di una popolazione e di un territorio palestinesi frammentati su entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania precedente la conquista del 1967, ndt.] ha sempre rispecchiato il progetto di una “Grande Terra d’Israele” per gli ebrei. Entrambe le visioni sono ancora valide oggi, parallelamente alle vaghe clausole del piano Trump per un cessate il fuoco e un “nuovo Medio Oriente”.

Il diritto dei coloni compensa la parziale perdita a Gaza – “parziale” perché l’IDF ha raggiunto l’obiettivo condiviso di infliggere la massima distruzione e morte nell’enclave – intensificando gli attacchi e l’accaparramento di terre in Cisgiordania. Questo si traduce principalmente nella separazione quotidiana dei contadini dalle loro terre, una tattica con risultati immediati e dolorosi. Insieme all’Amministrazione Civile, all’esercito e alla polizia, i coloni accelerano questo processo attraverso la violenza fisica, l’ostruzionismo burocratico e un’arroganza insaziabile. Poiché siamo ormai nella stagione della raccolta delle olive, i battaglioni del Signore [i coloni nazional-religiosi, ndt.] hanno rivolto la loro attenzione al raccolto e agli stessi raccoglitori.

Sabato 11, quando questo articolo è stato scritto, a mezzogiorno sono pervenute segnalazioni di vessazioni e attacchi diretti da parte di coloni e soldati – separatamente o insieme – contro i raccoglitori di olive dei villaggi di Jawarish, Aqraba, Beita e Madama a sud di Nablus, di Burqa a est di Ramallah e di Deir Istiya nella regione di Salfit. Il giorno precedente segnalazioni simili erano arrivate da Yarza a est di Tubas, da Immatin, Kafr Thulth e Far’ata nell’area di Qalqilya, da Jawarish, Qablan, Aqraba, Hawara, Yanun e Beita nell’area di Nablus e da al-Mughayyir e Mazra’a al-Sharqiya a est di Ramallah. Queste segnalazioni provengono solo da un gruppo WhatsApp che monitora la Cisgiordania settentrionale. Le vessazioni vanno dagli sconfinamenti sui terreni alle provocazioni, ai blocchi stradali e alle minacce armate, fino alle aggressioni fisiche, al furto di olive e all’incendio di veicoli di raccoglitori e giornalisti. E ciò che i coloni fanno sporadicamente, la politica ufficiale lo attua sistematicamente: la negazione del diritto dei palestinesi alla libertà di movimento tra Gaza e la Cisgiordania e all’interno della Cisgiordania stessa. La negazione del diritto di scegliere il proprio luogo di residenza o di lavoro è da tempo devastante per la società, l’economia e le strutture politiche palestinesi, e in particolare per il futuro dei suoi giovani.

Non meno delle valigie di denaro contante del Qatar che Benjamin Netanyahu iniziò a trasferire a Gaza, la separazione della popolazione della Striscia da quella della Cisgiordania e l’isolamento di Gaza dal resto del mondo, tutto ciò ha contribuito a rafforzare Hamas, prima come organizzazione politica e militare e poi come forza di governo.

Negli anni ’90 Hamas affermò che Israele non aveva alcuna reale intenzione di fare la pace e che gli accordi di Oslo non avrebbero portato all’indipendenza. Le restrizioni israeliane alla circolazione a Gaza e la sua continua espansione delle colonie sia a Gaza che in Cisgiordania resero questa argomentazione convincente per molti palestinesi, soprattutto a Gaza. Gli attentati suicidi di Hamas furono visti sia come una reazione che come un test: avrebbe la risposta di Israele infine premiato gli oppositori di Oslo e i critici dell’Autorità Nazionale Palestinese?

E Israele li ha ricompensati, non rispettando i propri impegni. Le restrizioni alla circolazione e il furto burocratico di terre hanno indebolito Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese, che avevano sostenuto il processo diplomatico ma che dall’inizio degli anni 2000 avrebbero sposato la resistenza armata.

Eludendo abilmente il fatto che la frammentazione palestinese sia sempre stata l’obiettivo di Israele, Hamas ha presentato il disimpegno israeliano del 2005 e lo smantellamento degli insediamenti come prova del proprio successo: la lotta armata aveva funzionato. Ogni nuova generazione di diplomati di scuola superiore – che non avevano mai lasciato la Striscia sigillata, non avevano mai conosciuto un altro stile di vita e non riuscivano a trovare lavoro – è diventata più vulnerabile alla visione oppressiva del mondo, alla propaganda e alle motivazioni di Hamas nell’unirsi al braccio armato (un reddito che sostentava le famiglie povere). Hamas ha imparato a incanalare l’energia e la creatività represse di Gaza nella sua macchina militare e politica.

L’Autorità Nazionale Palestinese, Fatah e il loro apparato di sicurezza sono rimasti impotenti di fronte alla crescente ondata di espropriazione di terre in Cisgiordania e alla devastazione economica diretta e indiretta insita in questa espropriazione e separazione, una situazione aggravata dall’ordine dei successivi ministri delle finanze israeliani di trattenere le entrate fiscali palestinesi.

Per l’opinione pubblica palestinese in Cisgiordania, questa impotenza è inseparabile dalla corruzione delle élite civili e militari dell’Autorità Nazionale Palestinese, considerate egoiste e indifferenti finché le loro tasche rimangono piene. Non sorprende quindi che la resistenza armata – associata principalmente ad Hamas – mantenga il suo prestigio tra i giovani della Cisgiordania. Per loro almeno la resistenza armata causa sofferenza e umiliazione all’aggressore israeliano.

Tutti i segnali suggeriscono che Israele continuerà a bloccare la libertà di movimento palestinese tra Cisgiordania, Israele e Gaza e a limitare l’ingresso nella Striscia di palestinesi dall’estero e di attivisti internazionali. Di conseguenza coloro che hanno più bisogno di sapere cosa pensano veramente gli abitanti di Gaza della resistenza armata non potranno saperlo. In altre parole, che molti di loro disprezzano Hamas.

Di fronte alle politiche israeliane di assedio, uccisioni, distruzione e spoliazione in Cisgiordania, la maggior parte dei palestinesi non residenti nella Striscia, insieme a molti dei loro sostenitori internazionali, continuerà a considerare Hamas come l’autentico rappresentante dell’aspirazione alla libertà e alla resistenza all’oppressione.

L’esperienza dimostra che, una volta avviati i lavori di bonifica degli ordigni inesplosi e di ricostruzione di Gaza, diventerà chiaro che il processo è molto più complicato e costoso di quanto inizialmente previsto. Oltre alla ricostruzione fisica, ciascuno dei milioni di abitanti di Gaza avrà bisogno di cure fisiche e psicologiche e di riabilitazione materiale, su una scala e una durata mai viste che sfidano ogni immaginazione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Opinioni | Come regista israeliano ringrazio tutti coloro che boicottano le mie opere

Barak Heymann

30 settembre 2025 – Haaretz

Non c’è dubbio che il boicottaggio culturale di Israele danneggerà non solo i fascisti, ma anche le persone buone e coraggiose. E allora? È un piccolo prezzo da pagare per porre fine a un genocidio.

Quanto è stata grande la delusione e quanto profonda la rabbia di alcuni miei colleghi della comunità del cinema e televisione israeliani nel leggere la lettera promossa e redatta dalle note documentariste Ada Ushpiz e Yulie Cohen e firmata da oltre 50 artisti israeliani!

La lettera intende trasmettere un messaggio inequivocabile e chiaro, anche se complesso e sorprendente, a tutti coloro che in questo momento stanno boicottando Israele. Il messaggio? Siamo con voi fino in fondo!

Lo Stato di Israele, attraverso il suo esercito, nel quale prestano servizio i nostri figli, nipoti, vicini, studenti, e con l’aiuto del denaro proveniente dalle tasse che tutti noi paghiamo, sta attualmente massacrando un’altra nazione. La sta annientando, e sta condannando chiunque non sia ancora stato ucciso a una vita di esilio perpetuo. E non mostra alcuna intenzione di fermarsi. Al contrario: più Israele uccide, più diventa assetato di sangue. Il numero dei morti nella Striscia di Gaza è equivalente, in proporzione, a 10 milioni di abitanti degli Stati Uniti. Un olocausto.

Più di 65.000 neonati, bambini, donne, uomini e anziani nella Striscia di Gaza sono stati uccisi dai nostri figli migliori”, e sempre più palestinesi stanno esalando il loro ultimo respiro in questo preciso momento a causa delle malattie, dopo che gli ospedali in cui erano in cura sono stati bombardati dai piloti dellaeronautica militare. Oppure stanno morendo di sete e di fame, in conseguenza della campagna di vendetta e punizione collettiva che Israele sta imponendo a tutti i palestinesi della Striscia, senza pietà e indiscriminatamente.

A causa di questo orrore, che nulla al mondo può giustificare, nemmeno il terribile massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre, all’estero sempre più istituzioni israeliane sono ormai oggetto di una rabbia feroce. Cosa c’è di più naturale del boicottaggio di qualsiasi istituzione pubblica sostenuta dal sanguinario governo dello Stato di Israele e dell’ostracismo di qualsiasi opera finanziata dalla sadica organizzazione terroristica chiamata governo di Israele, guidata da mafiosi [in italiano nel testo, ndt.] assetati di sangue? Cosa c’è di più ovvio dell’onorare, rispettare e incoraggiare chiunque si rifiuti di legittimare i parassiti genocidi e di normalizzare i crimini ripugnanti dello Stato di Israele collaborando con i suoi alleati?

Sono un documentarista e, per finanziare i miei film, ho fatto domanda – e continuo a farloper ottenere i fondi cinematografici locali. In questo modo, anche se a volte ciò avviene loro malgrado e in contrasto con la visione del mondo di molti dei responsabili, finisco anchio, insieme a loro, per essere parte del sostegno al governo israeliano. Abbraccio tutti coloro che scelgono di non proiettare i miei film, e li ringrazio per questo.

Ciò è chiaro e ovvio, nonostante la complessità e la contraddizione interna che ne deriva. Dopo tutto, l’utilità dei nostri film, come ben spiegato da Cohen e Ushpiz, è insignificante di fronte al colossale disastro di cui il nostro Paese è responsabile, e non abbiamo né il diritto né la possibilità di negare la nostra parte di partecipazione a questo inferno. È nostro dovere accettarne la responsabilità.

Trovo quindi sconcertante il teatrino che si è svolto la scorsa settimana all’interno della comunità cinematografica locale, dopo che uno dei suoi membri ha pubblicato su Facebook un post meschino, mendace e manipolatorio in cui attaccava coloro che avevano firmato la lettera. Il nostro unico obiettivo era quello di rafforzare la posizione delle migliaia di artisti internazionali che hanno recentemente dichiarato che, alla luce dell’olocausto che Israele sta perpetrando a Gaza e in Cisgiordania, boicotteranno ogni istituzione israeliana in quanto tale e ogni casa di produzione israeliana che sostiene il genocidio e l’apartheid”.

Non c’è dubbio che il boicottaggio culturale di Israele, che non solo comprendo, ma incoraggio (come parte di ogni opposizione al genocidio che Israele sta compiendo), danneggerà non solo i fascisti e i collaboratori del regime sionista, ma anche persone valide e coraggiose, come le donne che hanno promosso la lettera e coloro che l’hanno firmata. E allora? È un piccolo prezzo da pagare per chiunque ritenga necessario fare tutto il possibile per fermare il genocidio, e non c’è altra alternativa che pagare quel prezzo, nonostante il disagio che comporta.

Anch’io – da persona che non usa mezzi termini né esita a esprimere pubblicamente la propria opinione, che si oppone con tutta se stessa al servizio militare nell’IDF, aspira al crollo dell’entità sionista così come è attualmente costituita, e i cui migliori amici nell’industria cinematografica locale sono tra i critici più severi dello Stato di Israele – sono favorevole al boicottaggio dei miei film, fintanto che il Paese che li finanzia continuerà a uccidere una nazione, a trasferire popolazioni, ad aggravare l’apartheid e a diffondere odio, sangue e morte.

Dopo tutto, non è possibile separare le istituzioni e le produzioni ideologicamente contrarie al regime e ai suoi crimini da quelle che lo sostengono, mentre cercano di rimanerne indenni. Non è realistico. Chiunque si opponga al genocidio perpetrato da Israele non ha la possibilità di fare una distinzione del genere e si rapporta allo stesso modo con chiunque utilizzi il denaro dello Stato. Ci aspettiamo davvero che qualcuno dedichi risorse ed energie a fantomatici esami di ammissione al movimento internazionale per il boicottaggio? No, è semplicemente irrealistico.

Il compito più urgente in questo momento è fermare immediatamente il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele e garantire che il mondo intero sia consapevole di questo crimine, affinché presti attenzione e agisca per fermarlo. Quasi tutti i mezzi sono leciti per raggiungere questo nobile obiettivo, compresa una petizione che chiede il boicottaggio delle istituzioni ufficiali israeliane.

Ci siamo guadagnati questo boicottaggio a pieno titolo, poiché noi, che lo vogliamo o no, per scelta o per imposizione, siamo parte di questo crimine. Pertanto è nostro dovere morale sostenere chiunque si opponga e miri a fermarlo. Anche se questo va contro i nostri interessi personali, e anche se alcuni dei nostri bambini (film) di sinistra e umanisti verranno gettati insieme all’acqua sporca dei nostri avversari. Cosa è questo rispetto alle migliaia di bambini (bambini umani, reali) che Israele sta uccidendo da quasi due anni?

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gli USA potrebbero presto colpire l’intera Corte Penale Internazionale con sanzioni

Reuters

22 settembre 2025 – Haaretz

Sanzioni applicate alla Corte come ente potrebbero condizionare le sue operazioni correnti, dalla capacità di pagare il proprio staff all’accesso ai conti bancari e al software di routine

Gli Stati Uniti stanno pensando di imporre sanzioni entro questa settimana contro l’intera Corte Penale Internazionale, mettendo in pericolo le operazioni correnti della Corte come rappresaglia per le indagini su sospetti crimini di guerra israeliani.

Washington ha già imposto sanzioni mirate contro diversi procuratori e giudici della Corte, ma inserire nell’elenco delle sanzioni la Corte stessa costituirebbe una grave escalation.

Sei fonti a conoscenza del problema, tutte anonime in quanto si tratta di una questione diplomatica sensibile che non è stata resa pubblica, hanno affermato che una decisione su tali “sanzioni all’ente” è prevista a breve tempo.

Una fonte ha detto che funzionari della Corte hanno già tenuto incontri interni per discutere dell’impatto di potenziali sanzioni generali. Due altre fonti hanno detto che si sono tenuti incontri anche con diplomatici di stati membri della Corte.

Un funzionario USA, parlando in condizioni di anonimato in quanto si tratta di questioni sensibili, ha confermato che sono state valutate sanzioni estese all’ente, ma non è stata dettagliata la tempistica della possibile iniziativa.

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha accusato la Corte di rivendicare ciò che ha affermato essere la sua “presunta giurisdizione” sul personale USA ed israeliano e ha detto che Washington sta per compiere ulteriori passi, anche se non ha specificato esattamente quali.

(La CPI) ha l’opportunità di cambiare corso apportando cambiamenti cruciali ed appropriati. Gli USA intraprenderanno ulteriori passi per proteggere i nostri coraggiosi militari ed altri, finchè la CPI continuerà a rappresentare una minaccia ai nostri interessi nazionali”, ha affermato il portavoce.

Sanzioni applicate alla Corte come ente potrebbero compromettere le sue operazioni correnti, dalla capacità di pagare il proprio staff all’accesso ai conti bancari e al software di routine sui suoi computer.

Per mitigare i potenziali danni lo staff della CPI ha ricevuto in questo mese i salari in anticipo per tutto il 2025, hanno detto tre delle fonti, anche se non è la prima volta che la Corte ha pagato i salari in anticipo per precauzione in caso di sanzioni.

Hanno aggiunto che la Corte sta anche cercando fornitori alternativi per servizi bancari e software.

La CPI, che ha sede all’Aja, ha incriminato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, come anche figure dell’organizzazione combattente Hamas, per presunti crimini commessi durante la guerra di Gaza.

Washington ha in precedenza comminato sanzioni a funzionari della Corte per il loro ruolo in quei casi e in una distinta indagine per sospetti crimini in Afghanistan, che inizialmente aveva riguardato azioni da parte delle truppe USA.

Tre fonti diplomatiche hanno detto che alcuni dei 125 Stati membri della CPI tenteranno di respingere sanzioni addizionali degli USA durante l’Assemblea Generale dell’ONU a New York in questa settimana.

Ma quattro fonti diplomatiche all’Aja e a New York hanno affermato che tutto indica che Washington incrementerà i suoi attacchi alla CPI.

La via delle sanzioni individuali è esaurita. Ora la domanda è quando, piuttosto che se, verrà compiuto il prossimo passo”, ha affermato un alto diplomatico.

Il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha definito la Corte “una minaccia alla sicurezza nazionale che è stata uno strumento di guerra legale” contro gli Stati Uniti e il loro alleato Israele.

La Corte è stata creata nel 2002 con un trattato che le conferisce giurisdizione a perseguire il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra, sia che siano stati commessi da un cittadino di uno Stato membro sia che abbiano avuto luogo sul territorio di uno Stato membro.

Israele e gli Stati Uniti non sono Stati membri. La Corte riconosce lo Stato di Palestina come membro e ha sentenziato che questo le conferisce giurisdizione sulle azioni commesse sul territorio palestinese. Israele e gli Stati Uniti lo negano.

A febbraio la Casa Bianca ha imposto sanzioni contro il Procuratore generale della Corte, Karim Khan, che aveva richiesto i mandati di cattura contro Netanyahu e Gallant. Khan è in congedo a fronte di una inchiesta in corso su accuse di abusi sessuali, che lui nega.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Non c’è nulla di nuovo in questo film sulla Nakba – ecco perchè è così importante

Aluf Benn

9 settembre 2025 – Haaretz

Il documentario a lungo atteso di Neta Shoshani, che è stato censurato per due anni per le pressioni del governo e trasmesso la scorsa settimana sul National Broadcaster Kan di Israele, mostra il grado di rimozione e negazione della Nakba, anche quando Israele sta attuandone una seconda a Gaza

Pochi mesi prima che fosse colpito da un ictus e si ritirasse dalla vita pubblica, chiesi al primo ministro Ariel Sharon che cosa avesse appreso nella sua lunga carriera. “Nulla cambia mai, eccetto il passato”, rispose senza esitare.

Ho pensato a quella conversazione mentre guardavo il documentario di Neta Shoshani ‘1948: Remember, remember not’, che è andato in onda sabato notte sul Canale 11 di Israele, dopo oltre due anni di ritardo per le pressioni degli attivisti di destra e le minacce del ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi di tagliare il budget dell’emittente pubblica.

77 anni dopo gli eventi, mandare in onda un film sulla Nakba palestinese del 1948 sulla televisione israeliana è ancora percepito come un atto sovversivo e sfrontato. Shoshani ha seguito la strada tracciata dai “Nuovi Storici” della fine degli anni ’80, che hanno iniziato a demolire i miti fondativi che circondano la nascita di Israele: in primis la nozione che gli ebrei fossero “i pochi contro i molti” e che “gli arabi se ne siano andati volontariamente”. Il suo film mostra come la parte ebraica disponesse di superiorità militare fin dall’inizio della guerra e come l’espulsione dei palestinesi sia stata condotta in base ad un piano strategico (“Piano D” dell’Haganah). Decenni dopo che Benny Morris pubblicò ‘La nascita della questione dei rifugiati palestinesi’ nel 1987, Shoshani si è scontrata con lo stesso muro di silenzio e negazione che ancora non è crollato.

Solo una piccola parte della società ebrea israeliana mostra interesse per la Nakba, per i villaggi distrutti, per le circostanze che trasformarono centinaia di migliaia di palestinesi in rifugiati. La maggioranza preferisce non sapere e non chiedere che cosa ci fosse qui prima, mentre passa accanto a recinzioni di cactus e alle rovine delle case arabe. Il governo è attivamente impegnato a cancellare le prove: al centro di ‘1948: Remember, remember not’ c’è il costante occultamento del Rapporto Shapira – un documento scritto dal primo procuratore generale di Israele che ha messo in luce atti di massacro, stupro e violenza commessi dai combattenti nella guerra di indipendenza di Israele contro i villaggi palestinesi nel 1948.

Vi è un motivo utilitaristico dietro a questo silenziamento. “Il modo in cui viene percepito il 1948 influisce pesantemente sul modo in cui viene percepita l’intera esperienza sionista/israeliana”, ha scritto Morris nel suo fondamentale saggio del 1988 ‘La nuova storiografia: Israele affronta il suo passato’. “Se Israele, il paradiso del popolo più perseguitato, fosse nato puro ed innocente, allora avrebbe meritato la benevolenza, l’assistenza materiale ed il sostegno politico dimostratigli dall’occidente, e avrebbe meritato ancor di più negli anni a venire. Se invece Israele fosse nato macchiato, infangato dal peccato originale, allora non avrebbe meritato quella benevolenza e assistenza più di quanto la meritassero i suoi vicini.”

Shoshani ha terminato il suo film prima della guerra del 7 ottobre ed il tempo intercorso tra la sua realizzazione e la sua diffusione non ha fatto che accentuare la sua importanza. Israele sta ora compiendo una seconda Nakba a Gaza e in Cisgiordania e qui la società ebraica resta imprigionata nella rimozione e nella negazione, proprio come lo fu nel 1948.

Come spiegano diversi degli intervistati nel film, Israele non può ammettere crimini di guerra per paura di un contraccolpo mondiale. Ecco perchè sulla TV israeliana non viene trasmesso nessun filmato da Gaza e i volti dei soldati sono sfocati. All’opinione pubblica viene detto che “i rapporti sulla stampa estera” che mostrano la fame di massa e l’uccisione di bambini non sono la conseguenza dei bombardamenti dell’esercito e della politica israeliani: non sono altro che propaganda di Hamas ed espressione dell’antisemitismo dei suoi simpatizzanti occidentali.

Proprio come nel 1948, Israele attribuisce tutta la responsabilità morale per il disastro nella guerra attuale alla parte araba del conflitto: loro lo hanno iniziato, loro lo meritano, adesso andiamo avanti con il prossimo reality show.

Alla fine di ‘1948: Remember, remember not’ mi sono reso conto che Sharon aveva torto, nonostante tutta la sua sapienza ed esperienza. Il passato in realtà non cambia, è sempre presente qui. E come si è dimostrato nuovamente proprio ieri, il ciclo sanguinoso ebraico-arabo non si ferma, neanche quando i capi promettono: “Solo un altro colpo e poi si finisce”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




ONU: da gennaio registrati oltre 1000 attacchi israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania

Amira Haas

28 agosto 2025 Haaretz

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, che includono solo gli attacchi che hanno provocato morti, feriti o danni alle proprietà, nel 2025 sono stati finora uccisi 11 palestinesi e 696 sono rimasti feriti. I dati indicano una continua tendenza al rialzo nel numero di incidenti violenti da parte di israeliani in Cisgiordania

Nei primi otto mesi di quest’anno le Nazioni Unite hanno registrato oltre 1.000 aggressioni perpetrate da civili israeliani contro palestinesi e le loro proprietà in decine di località in Cisgiordania. Undici palestinesi sono stati uccisi durante questi attacchi mentre cercavano di proteggere le loro case, i greggi di pecore o campi e boschi contro gli aggressori militari e civili. Altri 696 sono rimasti feriti.

Queste cifre attestano la crescente tendenza alla violenza esercitata dai civili israeliani contro i palestinesi dal 2021, anno in cui sono stati documentati 532 casi di questo tipo. Nel 2024 si sono verificati 1.449 simili episodi di violenza, in cui soldati e civili israeliani hanno ucciso 11 palestinesi e ne hanno feriti altri 486.

Tutti questi attacchi sono stati e sono perpetrati in aree sotto la piena responsabilità delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ovvero nelle aree B e C (una definizione che ha diviso arbitrariamente il controllo in Cisgiordania tra le Forze di Difesa Israeliane e l’Autorità Nazionale Palestinese, una divisione che avrebbe dovuto terminare nel 1999). Secondo il diritto internazionale questo significa che l’esercito deve proteggere le popolazioni locali, le loro vite, i loro mezzi di sussistenza e le proprietà.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (UNHCR), che documenta questi attacchi, non include nei suoi rapporti bisettimanali gli attacchi che non si concludono con morti, feriti o danni alle proprietà.

Il dipartimento per gli affari negoziali dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che documenta tutti gli incidenti legati al controllo israeliano in Cisgiordania (da uccisioni e ferimenti a incursioni, detenzioni, espropriazioni di terreni ed erezione di posti di blocco permanenti o mobili), include nei suoi rapporti anche gli attacchi dei coloni che non si concludano con feriti, e tali attacchi si verificano quotidianamente.

Tra questi rientrano le incursioni [nelle proprietà palestinesi, n.d.t.], le minacce con armi e cani, il blocco delle strade, l’intimidazione dei pastori e il disturbo delle loro greggi, l’impedimento dell’accesso agli uliveti, il bagno – spesso con l’accompagnamento dell’esercito – nelle sorgenti dei villaggi e le molestie agli abitanti.

I dati pubblicati da questo dipartimento indicano anche un netto aumento: a luglio 2021 erano stati registrati 51 attacchi e episodi di molestie di varia intensità da parte di cittadini israeliani mentre a luglio di quest’anno ne sono stati registrati 369. A titolo di confronto, nel luglio di quest’anno l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha segnalato 163 attacchi.

Il più grave di questi ultimi attacchi si è concluso con l’uccisione di Awdah Hathaleen del villaggio di Umm al-Kheir. Il presunto assassino è Yinon Levi, un colono di uno degli avamposti della zona. Secondo quanto riportato da palestinesi e organizzazioni israeliane per i diritti umani due giorni fa i coloni hanno allestito roulotte proprio accanto alle case del villaggio, a pochi metri dal luogo in cui si trovava Levi quando ha iniziato a sparare con la sua pistola.

Anche ad agosto si sono verificati decine di attacchi. Solo tra il 12 e il 18 agosto le Nazioni Unite hanno documentato 29 attacchi in 23 comunità della Cisgiordania da parte di civili israeliani contro palestinesi conclusasi con lesioni personali o danni alle proprietà. Undici persone sono rimaste ferite in questi attacchi, nove delle quali da parte dei coloni e due da parte di soldati. Tra i feriti ci sono un uomo anziano, un bambino e tre donne. La documentazione mostra che sono stati danneggiati anche 700 alberi.

I danni agli ulivi e alle aree agricole sono uno degli aspetti più odiosi di tali attacchi. Secondo le prove accumulate nel corso degli anni e documentate da Haaretz in numerose occasioni, i metodi sono vari: includono incendi, tagli, sradicamenti, segatura di rami e, durante la stagione della raccolta delle olive, furto del raccolto. Il danno arrecato pregiudica i ricavi previsti da queste colture. Ogni albero abbattuto o sradicato vanifica anni di lavoro, insieme agli investimenti nelle risorse utilizzate per la loro cura, tra cui acqua e insetticidi.

Gli agricoltori palestinesi sentono una vicinanza emotiva e personale in particolare con i loro ulivi, poiché questi rappresentano la continuità delle generazioni e del loro modo di vivere. Gli alberi sono sia un bene familiare che si trasmette per eredità, sia un simbolo nazionale che attesta l’esistenza di un popolo e il suo legame con la terra. Danneggiare questi alberi non è percepito come vandalismo fine a se stesso, ma come un deliberato intento di cancellare i legami familiari e nazionali delle persone che li possiedono e li coltivano.

Così, quando la scorsa settimana, su ordine del comandante del Comando Centrale delle IDF maggior generale Avi Bluth l’esercito ha sradicato migliaia di ulivi con frutti quasi maturi nel villaggio di al-Mughayyir, lo shock e l’orrore sono stati immensi. Lo sradicamento di massa in pieno giorno è riuscito a fare in due o tre giorni ciò che i civili israeliani “riescono” a fare di nascosto in molti attacchi. Bluth ha presentato questo massiccio sradicamento come la risposta a una sparatoria in cui era rimasto ferito un civile israeliano nei pressi dell’avamposto di Adei Ad; il presunto attentatore proveniva da quel villaggio.

Solo ad al-Mughayyir ci sono stati da gennaio 2023 83 attacchi da parte di civili israeliani. Tra questi l’incendio di auto e case e danni agli alberi. Due abitanti del villaggio che stavano proteggendo le loro case e i loro alberi sono stati uccisi dai soldati nell’aprile 2024 e a metà agosto di quest’anno. Quasi la metà degli attacchi, 39, è stata perpetrata da gennaio di quest’anno. Il numero più alto, 11, si è registrato a maggio.

Secondo B’Tselem almeno 40 comunità di pastori palestinesi hanno dovuto abbandonare le loro residenze negli ultimi tre anni a causa dell’aumento degli attacchi. In molti villaggi si segnala la presenza di israeliani armati che impediscono agli abitanti di raggiungere i loro appezzamenti di terra. I palestinesi affermano che gli aggressori provengono solitamente da avamposti di pastori, che si sono moltiplicati notevolmente negli ultimi anni sia che vi risiedano, che siano in visita o vi lavorino per curare le greggi.

Gli abitanti di questi avamposti si vantano di controllare vaste aree di terreni agricoli e pascoli. Così, ad esempio, in un video pubblicato sui social media questa settimana allo scopo di raccogliere donazioni per questi avamposti, la persona che ha fondato un avamposto a est di al-Mughayyir, Eliav Libi, racconta al rabbino Shmuel Eliyahu che 12 avamposti agricoli ora controllano 90.000 dunam (22.240 acri) tra la catena montuosa centrale e la valle del Giordano.

In un gruppo WhatsApp di sostenitori degli avamposti si possono trovare messaggi come: “Gli arabi riferiscono che degli ebrei festanti hanno incendiato due veicoli nel villaggio di Abu Falah, vicino all’insediamento di Shilo”, oppure “Arabi piagnoni riferiscono che ebrei felici hanno incendiato diversi veicoli nel villaggio di Silwad, vicino all’insediamento di Ofra”. Entrambi sono apparsi il 31 luglio.

Anche i palestinesi hanno gruppi WhatsApp pensati per segnalare in tempo reale attacchi e molestie da parte dei coloni. Lo scorso lunedì mattina uno di questi gruppi ha riferito che un anziano contadino di Halhul è stato picchiato duramente dagli israeliani, che da un mese impediscono alle famiglie di accedere ai loro vigneti. Più tardi nello stesso giorno è stata segnalata la presenza di pastori israeliani con le loro pecore nei vigneti e negli uliveti nei villaggi di Asira al-Qibliya (a sud-ovest di Nablus) e di Atara, a nord di Ramallah.

Quella sera sono stati pubblicati video di due fuoristrada e di un gregge di pecore che invadevano il territorio della comunità di pastori palestinesi di al-Tiran, a sud di Dahariya. Nel 2024 i residenti della vicina Khirbet Zanuta sono stati costretti ad abbandonare le loro case con i loro greggi a causa di molestie simili, sempre più frequenti.

Al portavoce delle IDF è stato chiesto se queste statistiche indichino il fallimento dell’esercito e di commentare la conclusione che gli attacchi sono coerenti con la politica israeliana di accaparrarsi quanta più terra palestinese possibile.

In risposta, il portavoce ha dichiarato: “Le forze delle IDF, l’Amministrazione Civile e la Polizia Israeliana stanno lavorando per prevenire la violenza e mantenere l’ordine pubblico nel settore di Giudea e Samaria. Le IDF prendono molto seriamente, rifiutano e condannano qualsiasi comportamento illegale e agiscono con risolutezza in conformità con gli ordini e i valori delle IDF.

“Le IDF stanno adottando le misure a loro disposizione, inclusi arresti e ordini di espulsione. La missione delle IDF è quella di mantenere la sicurezza di tutti i residenti della regione e di lavorare per prevenire il terrorismo e le attività che mettono in pericolo i cittadini dello Stato di Israele, e questa violenza distoglie l’attenzione delle forze di sicurezza dalla loro missione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)