Come ho imparato ad innamorarmi delle sanzioni

Le sanzioni non hanno distrutto il Sud Africa e l’Iran; e non distruggeranno Israele. Soprattutto, libereranno Israele dalla trappola dalla quale non è in grado di uscire da solo.

di Shlomo Sand

 Haaretz

I media la definiscono l’intifada dei singoli. Ma tutti noi sappiamo che è innanzitutto un’ intifada dei giovani. La classe politica israeliana è convinta che [i giovani] vengano sobillati, ma chiunque voglia essere onesto con sé stesso sa che le ragioni reali della recente ondata di attacchi sono la persistente occupazione, le umiliazioni quotidiane, il vuoto esistenziale e la percezione di non avere nessuna via di uscita.

Poco distante dalle nostra vita quotidiana a Tel Aviv e a Haifa, un popolo privo dei diritti umani e privo dei più fondamentali diritti civili ha vissuto per circa mezzo secolo. Noi, gli israeliani, lavoriamo, studiamo e viviamo agiatamente e liberamente, mentre non lontano da noi un popolo è alla mercé dei soldati e della smisurata avidità per la terra dei coloni appoggiati dal governo.

Ogni volta che sento le notizie di un ragazzo o una ragazza palestinese che hanno buttato la loro vita per ammazzare degli israeliani, sono costernato per il gesto, ma allo stesso tempo non posso esimermi dal ricordare le dure parole di Alexander Penn [poeta israeliano di origine russa membro del partito comunista, ma anche sionista. ndt]: “Ed egli è stato incendiato, sta fiammeggiando e sacrifica se stesso per incenerire l’amara offesa della schiavitù”.

Naturalmente la resistenza armata non è di per sé qualcosa di nobile e di virtuoso. E’ difficile e spesso orrendo. Donne innocenti e bambini sono colpiti e persino uccisi.

Ma quelli che lo stanno perpetrando non sono nati assassini. In altre circostanze storiche, quei bambini e quei giovani che prendono un coltello da cucina, un’accetta o una vecchia auto e li trasformano in armi letali, avrebbero potuto finire i loro studi, diventare degli onesti professionisti, essere delle madri e dei padri, crescere dei bambini e invecchiare pacificamente.

Ma nella loro storia è stato danneggiato qualcosa che sta provocando disastri e che nella nostra storia israeliana sta diventando mostruoso.

Quando incontro all’estero dei colleghi , spesso mi chiedono come possa succedere che i discendenti degli ebrei perseguitati possano trasformarsi in così brutali persecutori. Io rispondo che la persecuzione non ha mai prodotto un automatico vaccino contro l’arbitrarietà e la cecità verso il destino dell’altro.

Tuttavia se l’insediamento dei profughi [ebrei] cacciati dall’Europa può essere considerata come una giustizia storicamente discutibile ( dopo tutto, i nativi non avrebbero dovuto pagare per quello che la civiltà cristiana ha fatto ai nostri genitori e ai nostri nonni) il continuo insediamento dei figli dei profughi che hanno già acquisito una sovranità è un male privo di qualsiasi giustizia.

La maggior parte della società israeliana sostiene i mali dell’occupazione o indifferente riguardo ad essi. Alcuni pensano che è il prezzo da pagare per la lenta liberazione dell’immaginaria patria che la bibbia ha promesso loro. Altri traggono un beneficio da generosi finanziamenti e da beni reali; per la maggior parte di essi è semplicemente più comodo ignorare tutto quello che li circonda.

Le ferie incombenti, la carriera che è così difficile da preservare e sviluppare, le difficoltà economiche e gli ostacoli e altri simili cose ci impediscono di vedere e comprendere perché dei ragazzini diventano degli assassini. Perché tredicenni, quattordicenni, quindicenni hanno apparentemente perso interesse verso la loro vita e sono di conseguenza disposti a prendersi la vita di altri in un’esplosione di odio.

Non scrivo per convincere i coloni e i loro fanatici sostenitori. Non provo a cambiare il pensiero dei politici populisti che nuotano in un oceano di manipolazione del potere.

Cerco di rivolgermi a coloro che sono apatici o forse pigri, o semplicemente perché gli conviene non saperne niente. L’ondata di terrore degli ultimi mesi non ci ha ancora impedito dal condurre una vita normale. È ancora possibile vivere un’esistenza illusoria, nella convinzione che alla fine tutto in qualche modo si aggiusterà.

Se noi israeliani siamo riusciti fino ad ora a cavarcela da tutte le guerre e dalle intifade , sicuramente riusciremo a superare tutti i guai futuri.

Io, in dissenso con costoro, penso che la vita oggi in un Medio Oriente instabile e in un Paese ebraico in continua espansione è simile a una corsa senza speranza e condannata [in partenza]. Non solo stanno crollando i valori fondamentali, ma con loro è stata erosa anche la logica politica dei nostri stessi presunti interessi.

Penso che i miei contributi ingenui possano servire? Non proprio. Sono sempre più persuaso che la possibilità di un’opposizione politica capace di modificare la tendenza generatasi in Israele – che annunci che Israele non è interessato a nessuna sovranità oltre i confini del 1967 e che intenda rimandare indietro nelle loro precedenti patrie tutti i coloni; che i luoghi santi non devono essere sotto il controllo esclusivo di Israele e che Gerusalemme può essere la capitale dei due Stati – la probabilità che ciò avvenga sia prossima allo zero.

È possibile che, se il terrorismo aumenta e se, dio non voglia, gli assalitori suicidi più anziani si uniscono ai giovani di oggi, se non ora in futuro, più e più israeliani si stancheranno concretamente dell’occupazione. Ma se questo triste scenario si concretizzasse, ciò avverrebbe dopo dopo che ancora più sangue venga versato da entrambe le parti.

Proprio perché mi oppongo all’occupazione e alla negazione dei diritti degli altri, detesto anche il terrorismo e lo ripudio. Per questa ragione, sono sfortunatamente arrivato a una conclusione che precedentemente avevo rifiutato di fare o di esprimere pubblicamente. Non posso più continuare a criticare le pressioni sul governo israeliano.

Per anni mi sono opposto al boicottaggio e alle sanzioni, ma sono sempre più convinto che, come le sanzioni hanno funzionato quando sono state applicate contro il Sud Africa e contro l’Iran, possono essere efficaci se applicate contro Israele.

Le sanzioni non hanno distrutto il Sud Africa o l’Iran. Né distruggeranno Israele. Io, ovviamente, mi oppongo per principio a sanzioni il cui obiettivo sia quello di cambiare il regime e lo stile di vita in Israele. Nessuno se non gli israeliani ha il diritto di farlo.

Ma le sanzioni che sono intese a impedire il continuo controllo di Israele sulla vita degli altri, il che ha impedito a costoro di possedere la propria terra e gestire il proprio destino negli ultimi 50 anni, non contraddicono il principio democratico di autodeterminazione. È vero il contrario. Lo ampliano.

Questa è un’opportunità, e non piccola, che tali sanzioni salvino sia i ragazzi che commettono attacchi suicidi che le loro vittime. E oltretutto, potrebbero togliere Israele dalla trappola da cui, come dimostra ogni giorno che passa, non è in grado di uscire da solo. A mio modesto parere chiunque ami il Paese e si opponga al terrorismo non può più permettersi di continuare a protestare contro le pressioni e le sanzioni che divengono via via sempre più legittime

Il prof. Sand insegna nel dipartimento di storia dell’università di Tel Aviv. Il suo ultimo libro “History in the Shadows” [titolo originale “Crépuscule de l’histoire”, sull’insegnamento della storia, ndtr.] è stato pubblicato nel 2015.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




I suoni dell’occupazione

I sussurri, le grida ed i colpi di fucile “sentiti ma non necessariamente visti” sono parti integranti dei lavori artistico-documentaristici creati da Rehab Nazzal, che è stata ferita a una gamba dai soldati dell’esercito israeliano in dicembre.

di Amira Hass,

Haaretz 

Il soldato dell’esercito israeliano che ha ferito Rehab Nazzal a Betlemme venerdì 11 dicembre 2015, sparandole ad una gamba, non sapeva chi fosse. Non conosceva il suo nome; che è nata a Qabatiyah, vicino a Jenin; che ha 55 anni e che è anche cittadina canadese; che insegna arte in una scuola a Betlemme; che una delle sue esposizioni ha fatto arrabbiare l’ambasciatore israeliano in Canada; o che sta scrivendo una tesi di dottorato interdisciplinare che non si può sintetizzare in una frase, ma si occupa tra altre cose degli armamenti contemporanei, compresi i droni e il fatto che prendano di mira le capacità sensoriali degli esseri umani.

Ai fini della sua ricerca, Nazzal ha assistito alle manifestazioni settimanali a Betlemme in via Al-Khalil, che dall’inizio di ottobre è bloccata dal minaccioso muro di separazione e dalla torre di controllo. Filma come vengono disperse le manifestazioni, accompagna i feriti in ospedale, incontra le famiglie dei partecipanti arrestati e parla con i residenti delle case colpite dai gas lacrimogeni e dal liquido puzzolente, spruzzato da un veicolo militare noto come “La Puzzola”.

Come sempre, Nazzal quel venerdì aveva in mano una cinepresa. Stava camminando in direzione opposta rispetto ai manifestanti, che fuggivano verso sud poiché “La Puzzola” si stava avvicinando, minacciando di spargere in ogni direzione il suo liquido disgustoso, che Israele ha sviluppato come arma non letale. L’odore rivoltante impregna il corpo per parecchi giorni, e nessun lavaggio lo toglie dai vestiti. Ma per amore della sua ricerca, Nazzal ha deciso di dirigersi a nord, avvicinarsi il più possibile al veicolo “La Puzzola” e filmarlo mentre era in azione.

Non ha sentito lo sparo; era concentrata sul veicolo. Ma improvvisamente ha avvertito il dolore, come una bruciatura di sigaretta sulla gamba. I suoi pantaloni e le scarpe si sono intrisi di sangue.

La sensazione di bruciore ed il rumore dello sparo ci distoglie brevemente dal descrivere la ferita, anche solo per rispettare la massima di Nazzal, che nessun evento deve essere isolato dal suo contesto.

Poiché l’artista ha vissuto per molti anni all’estero, i suoi ricordi della conquista israeliana del 1967 sono ancora freschi. Uno di quei ricordi riguarda una visita alla prigione di Jenin, quando suo fratello tredicenne fu imprigionato dopo essere stato sorpreso a tagliare le linee telefoniche di una postazione dell’esercito a Qabatiyah [cittadina nei pressi di Jenin- Ndtr.].

“Mio fratello cominciò a gridare che voleva tornare a casa con noi.”, ha ricordato durante un’intervista ad Haaretz il mese scorso. “E ci mostrò che lo avevano torturato: quelli che lo avevano interrogato gli avevano bruciato i piedi con una sigaretta accesa.”

Ricorda i segni della bruciatura. Era una ragazzina nel 1967, e ricorda i soldati che entravano nelle case a Qabatiyah, puntando luci abbaglianti negli occhi dei residenti nel mezzo della notte. “Cerchi di vedere qualcosa, e vedi i fucili e gli scarponi.”

Ricorda i soldati che svuotavano sacchi di cibo. Riso e legumi più tardi potevano essere sistemati, ma l’incubo di sua madre era che mischiassero il sale con lo zucchero.

Nazzal dice che i soldati picchiarono suo padre di fronte a lei e ai suoi fratelli. Negli anni ’30 lui si era unito ai combattenti di Sheikh Azz A-Din al-Qassam (che lottò contro la colonizzazione britannica ed ebraica). “Immagina che cosa significò vederlo umiliato davanti a te. Tornò dalla prigione e non disse una parola sulle torture,” dice.

Ricorda che I soldati usarono i megafoni per ordinare a tutti gli uomini ed i ragazzi che avevano fucili o coltelli di portarli nella scuola, e poi irruppero nelle case in cerca di armi.

Ricorda lunghi periodi di coprifuoco. Una volta, sbirciò fuori da una fessura e vide dei prigionieri con i ferri ai piedi che buttavano giù un muro. Era un unico ricordo, di prigionieri reclutati per demolire una casa, o erano due diversi ricordi che erano affiorati? Lei non lo sa.

Nazzal aveva uno zio che insegnava inglese e ricorda l’umiliazione che gli inflissero: i soldati, che non sapevano l’arabo, lo misero sulla parte anteriore di una jeep che pattugliava la città. Gli diedero ordini in inglese e lui dovette fare il traduttore.

Il potere del suono

A Nazzal è sempre piaciuto dipingere e disegnare, ma negli ultimi 10 anni si è maggiormente concentrata su altri sensi, soprattutto sull’ascolto. Nel 2006 ha scoperto il potere del suono come strumento di arte politica, quando per la prima volta ha portato i suoi tre figli dal Canada ad incontrare la sua famiglia a Qabatiyah. Aveva vissuto all’estero dal 1980, prima in Giordania e in Siria, poi in Canada.

“Il volo da Toronto ad Amman è durato 12 ore”, ha detto. “Poi ci sono volute altre 12 ore per raggiungere Qabatiyah: checkpoints, attese, perquisizioni. Come siamo arrivati, siamo crollati a letto ed abbiamo dormito a lungo.

“Improvvisamente, sono stata svegliata da una granata stordente. Giuro che ho pensato fosse un terremoto. Ho stretto la mano di mia madre e lei mi ha detto di non preoccuparmi. Era normale. Lei ci era già abituata.

“Poi sono cominciati gli spari, e la casa al buio si è riempita di mormorii in inglese e in arabo. Ho immediatamente afferrato la mia cinepresa. Mia madre ha urlato ‘Ti uccideranno!’. Ma ciò che ho registrato erano solo i suoni e le poche luci che si potevano vedere.

“Da 30 ore di video ho estratto quattro minuti di registrazione audio (lo spettatore sente il suono, ma vede solo uno schermo nero) per il lavoro ‘Una notte a casa’. Mi ha sorpresa il modo in cui la gente lo ha recepito, perché quei suoni richiamavano rumori di violenza in altri luoghi, come il Sudamerica e la Bulgaria, in altri tempi.”

Ha scoperto che un’immagine è passibile di turbare le persone, di riempire lo spettatore di stereotipi. “Se sentono il suono di una donna che piange, si identificano con lei. Se vedono la donna in lacrime che indossa un foulard, il pregiudizio prevarrà sull’empatia.”

Ma Nazzal non ha sentito lo sparo che l’ha ferita l’11 dicembre. Un’ambulanza palestinese che si trovava nei pressi l’ha raggiunta e mentre i paramedici le prestavano i primi soccorsi, i soldati hanno tirato dalla jeep gas lacrimogeni contro di loro. “Eravamo tutti soffocati dal gas”, ha detto. Poi lei ha perso conoscenza per il dolore.

“E’ un crimine di guerra tirare gas lacrimogeni a persone che stanno curando un ferito”, ha aggiunto.

La pallottola è entrata ed uscita dal suo corpo, e fortunatamente non ha spezzato delle ossa. Lentamente è guarita dall’infezione, il dolore è passato ed ha smesso di zoppicare.

“Io sono solo una delle 600 persone ferite da armi da fuoco da ottobre”, ha detto a metà gennaio (oggi il numero è almeno di 2000). “Solo in quel giorno, ci sono stati 16 feriti a Betlemme.”

Quando è stata colpita, la sua videocamera si è spostata dall’immagine della”Puzzola” e della strada vuota. Più tardi si è accorta che aveva filmato una jeep della polizia di frontiera e due cecchini che stavano dietro ad una colonna all’entrata dell’albergo di fronte al quale lei si trovava. L’asfalto intorno alla jeep era coperto di pietre.

Haaretz ha chiesto all’esercito israeliano se ci fossero ordini di sparare ai fotografi. L’Ufficio del portavoce dell’esercito ha risposto che quel giorno c’era una dimostrazione violenta vicino alla tomba di Rachele, durante la quale due ufficiali dell’esercito sono stati feriti e che “i soldati hanno risposto con metodi per disperdere la folla.” Ha aggiunto che sono stati feriti diversi palestinesi, e che la procura militare sta predisponendo un’ indagine sulla vicenda.

Nazzal aveva un altro fratello, che studiava ad Amman quando scoppiò la guerra nel 1967; Israele non gli ha mai permesso di tornare. Non si ricorda di lui, e non lo ha mai incontrato prima che gli ufficiali della sicurezza israeliana lo assassinassero in Grecia nel 1986.

Ha mostrato il funerale in un video intitolato “Mourning [Lutto]” alla sua esposizione ad Ottawa nel 2014. Un altro video mostrava i volti di altri palestinesi uccisi durante gli attacchi contro israeliani o in operazioni omicide. Si è rifiutata di commentare i rapporti che mettevano in relazione suo fratello ad attacchi che hanno ucciso dei civili, compresi dei bambini, come quello alla scuola di Maalot nel 1974 [nell’attacco, avvenuto in occasione del 26° anniversario della nascita di Israele vennero uccise, oltre agli aggressori, 26 persone, tra cui molti bambini di una scuola, e 66 vennero ferite. Ndtr.].

“Se c’è qualcuno che può parlare di perdere dei figli, quelli siamo noi”, ha replicato Nazzal. “Circa 800.000 persone scacciate nel 1948 hanno perso la loro patria. Io lavoravo in Giordania aiutando le famiglie sopravvissute. Ero sconvolta dal numero dei nostri morti: 50.000.

Se c’è qualcuno che può parlare di umiliazione e tortura, siamo noi.”, ha proseguito. “Andate ad Hebron, guardate i soldati che controllano le mani degli scolari per scoprire i segni (che hanno tirato pietre). Andate a vedere gli alberi che Israele sradica ogni giorno. Non è possibile separare un evento o una persona dal complessivo contesto di questa martoriata terra.”

Traduzione di Cristiana Cavagna




Il mito che gli ebrei sono sempre vittime di persecuzioni, che siano o no occupanti.

Le persone non devono essere giudicate [soprattutto] nel momento del dolore, ma i familiari delle vittime che chiedono l’espulsione dei parenti dei terroristi denotano la stessa cecità della maggior parte degli ebrei israeliani.

di Amira Hass |

Haaretz

Data l’assenza della pena di morte in Israele, 18 parenti di 17 israeliani uccisi da palestinesi in 13 diversi attacchi hanno chiesto che le famiglie degli assalitori vengano puniti con l’espulsione “permanente”. In una lettera spedita ai ministri del governo e pubblicata sui siti di notizie, i parenti spiegano “che la vera punizione che gli assassini si meritano è la morte. Ma la pietas ebraica impedisce di farvi ricorso”. La lettera e la richiesta è stata anche firmata dalle famiglie di cinque ebrei assassinati da altrettanti assalitori uccisi sul luogo dell’aggressione.

La lettera giustamente sottolinea un fatto importante: tutti i mezzi di punizione e di deterrenza adottati da Israele finora non hanno arrestato l’ondata di attacchi solitari. Non lo hanno ottenuto l’uccisione sul posto degli assalitori o sospetti tali [uccisioni extragiudiziali, ndt], nè le demolizioni delle case dei loro familiari, né le condanne a lunghe detenzioni, né le restrizioni alla libertà di movimento dei parenti[degli assalitori].

La lettera non dice nulla riguardo a dove i familiari dovrebbero essere espulsi, ma un servizio della radio Arutz Sheva colma la lacuna e chiarisce che l’obiettivo è di espellerli da Israele. I firmatari non spiegano se intendono che anche la famiglia allargata – zie e zii, cugini- debba essere espulsa, o soltanto il nucleo familiare, in altre parole i genitori e i loro figli. E nemmeno entrano nei dettagli sulle modalità dell’espulsione, se debbano andarsene a piedi o con un pulmino.

I firmatari sanno che “ la famiglia che ha cresciuto ed educato l’assassino e gli ha insegnato ad odiare gli ebrei e ad ammazzare devono pagare il prezzo, fosse solo per il potere di deterrenza determinato da una tale espulsione”. Uno dei firmatari è un rabbino (Yehuda Henkin) e tre sono mogli di rabbini uccisi ( Neta Lavi, Noa Litman e Sarah Don).

La lettera è scritta nel linguaggio stereotipato che prevale da queste parti , riguardo agli “ebrei ammazzati in quanto ebrei”. La gente non dovrebbe essere giudicata quando è colpita da un lutto, ma i firmatari dell’appello per un’espulsione di massa dei palestinesi abbracciano il mito accettato non solo da loro o dalle famiglie ebree delle vittime, il mito che l’ebreo è sempre vittima della persecuzione, sia occupante o no, sia il potere militare o no.

Il fatto che nella loro lettera vi è una totale incapacità di comprendere la realtà della superiorità militare, diplomatica ed economica che ha permesso per 70 anni di espellere i palestinesi, rubare la loro terra, demolire le loro case e ammazzarli in linea con la legge, con l’ordinamento e con la democrazia per gli ebrei, non è dovuto al loro dolore personale; come la maggior parte degli ebrei israeliani, che hanno scelto di negarla, ignorano volutamente questa realtà. Dopo tutto se ne approfittano.

Infatti Ruthie Hasno, abitante a Kiryat Arba, il cui marito Avraham è stato travolto e ammazzato [da un auto], è convinta che quelli che hanno spedito la lettera parlino in nome di tutti. Ha detto a Arutz Sheva: “La richiesta di espellere i terroristi e le loro famiglie non solo viene dalle famiglie delle vittime ma anche dall’intero popolo ebraico. Tutto il popolo ebraico sta chiedendo inequivocabilmente l’espulsione di tutti i terroristi e di quelli che si sono macchiati del sangue ebraico. Non hanno nessun diritto e nessun posto in questo Stato”.

Sin dalla sua costituzione Israele è caratterizzata, dalle espulsioni di massa dei palestinesi dalla loro terra e dai tentativi di altre massicce espulsioni. I gerosolimitani sono sempre a rischio di espulsione. Dalla loro città e dalla loro terra. Imprigionando 1.8 milioni di palestinesi in una stretta striscia , il che non è sostenibile, Israele sta alimentando in circa il 40% della popolazione il desiderio di emigrare. Ciò è un tentativo indiretto di espulsione. Il sovraffollamento dei palestinesi nelle enclave A e B della Cisgiordania è il [risultato] del compromesso dei governi

a Oslo tra l’antico desiderio di espellere i palestinesi e la situazione diplomatica che lo rende impossibile.

L’attuale governo in ogni momento supera ogni limite, avendo l’approvazione dalla gente. Questa è la ragione per cui la lettera non deve essere sottovalutata come un grido di dolore di [alcuni] individui. È una pericolosa indicazione da parte di famiglie che non si discostano dall’opinione maggioritaria in Israele. “Che Benjamin Netanyahu faccia [le espulsioni] senza paura”, dice Ruthie Hasno. “Per questo l’abbiamo votato”.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Sì, Israele sta commettendo esecuzioni extragiudiziarie

Nel 2016 non c’è bisogno di essere Adolf Eichmann per essere giustiziato in Israele – basta essere un’adolescente palestinese con delle forbici.

Di Gideon Levy – Haaretz – 17 gennaio 2016

Potremmo dirlo così: Israele giustizia persone senza processo praticamente ogni giorno. Ogni altra definizione sarebbe una menzogna. Se una volta c’era qui una discussione sulla pena di morte per i terroristi, ora sono giustiziati anche senza processo (e senza che se ne discuta). Se una volta c’era un dibattito sulle regole d’ingaggio, oggi è chiaro: spariamo per uccidere ogni palestinese sospetto.

Il ministro della Sicurezza Pubblica, Gilad Erdan, ha illustrato chiaramente la situazione quando ha detto: “Ogni terrorista deve sapere che non sopravviverà all’attacco che sta per compiere,” e praticamente tutti i politici lo hanno seguito con nauseabonda unanimità, da Yair Lapid [fondatore del partito di centro “Yesh Atid” (C’è un futuro). Ndtr.] in su. Non erano mai stati rilasciati tante licenze di uccidere, né il dito era stato così nervoso sul grilletto.

Nel 2016, non c’è bisogno di essere Adolf Eichmann [criminale nazista rapito in Argentina, processato e giustiziato in Israele. Ndtr.] per essere giustiziati, basta essere un’adolescente palestinese con delle forbici. I plotoni d’esecuzione sono attivi ogni giorno. Soldati, poliziotti e civili sparano a quelli che hanno accoltellato israeliani, o hanno cercato di farlo o sono sospettati di averlo fatto, e anche a coloro che hanno investito israeliani con la loro auto o sembra che lo abbiano fatto.

In molti casi, non c’era bisogno di sparare, e sicuramente non di uccidere. Nella maggior parte dei casi la vita di chi ha sparato non era in pericolo. Sparano per uccidere persone che avevano un coltello o persino forbici, o gente che ha semplicemente messo le mani in tasca o ha perso il controllo della propria auto.

Li uccidono indiscriminatamente – donne, uomini, ragazzine, ragazzini. Gli sparano mentre stanno fermi, ed anche quando non sono più pericolosi. Sparano per uccidere, per punire, per sfogare la propria rabbia e per vendicarsi. Qui c’è un tale disprezzo che questi incidenti sono a malapena raccontati dai media.

Sabato scorso [16 gennaio 2016] al checkpoint di Beka’ot (chiamato Hamra dai palestinesi), nella valle del Giordano, alcuni soldati hanno ucciso l’uomo d’affari Said Abu al-Wafa , di 35 anni, padre di 4 figli, con 11 pallottole. Contemporaneamente, hanno ucciso anche Ali Abu Maryam, un bracciante agricolo e studente di 21 anni, con tre pallottole. L’esercito israeliano non ha spiegato le ragioni dell’uccisione dei due uomini, salvo sostenere che c’era il sospetto che qualcuno avesse sfoderato un coltello. Ci sono delle telecamere di sicurezza sul posto, ma l’esercito israeliano non ha mostrato il filmato dell’incidente.

Il mese scorso altri soldati dell’IDF hanno ucciso Nashat Asfur, padre di tre figli che lavorava in un mattatoio israeliano per polli. Gli hanno sparato nel suo villaggio, Sinjil, dalla distanza di 150 metri, mentre stava camminando verso casa per un matrimonio. All’inizio di questo mese, Mahdia Hammad, quarantenne madre di 4 figli, stava guidando verso casa attraverso il suo villaggio, Silwad. Ufficiali della polizia di frontiera hanno crivellato la sua macchina con dozzine di proiettili dopo aver sospettato che volesse investirli.

I soldati non hanno avuto sospetti di nessun genere sulla studentessa di cosmetologia Samah Abdallah, 18 anni. Hanno sparato all’auto di suo padre “per sbaglio”, uccidendola; hanno sospettato il pedone sedicenne Alaa al-Hashash di volerli accoltellare. Ovviamente hanno giustiziato anche lui.

Hanno ucciso anche Ashrakat Qattanani, 16 anni, che aveva un coltello e inseguiva una donna israeliana. Prima un colono l’ha investita con la sua macchina, e quando era a terra ferita, soldati e coloni le hanno sparato per almeno quattro volte. Un’esecuzione, cos’altro?

E quando i soldati hanno sparato alla schiena a Lafi Awad, 20 anni, mentre stava scappando dopo aver lanciato delle pietre, non si è trattato di un’esecuzione?

Sono solo alcuni dei casi che ho documentato nelle scorse settimane su Haaretz. Il sito web dell’associazione [israeliana] per i diritti umani B’tselem presenta un elenco di altri 12 casi di esecuzioni.

Margot Wallström, ministra degli Esteri svedese, una dei pochi ministri al mondo che hanno ancora una coscienza, ha chiesto che si indaghi su queste uccisioni. Non c’è una richiesta più morale di questa. Avrebbe dovuto essere fatta dal nostro stesso ministro della Giustizia.

Israele ha risposto con i suoi soliti ululati. Il primo ministro ha detto che ciò era “oltraggioso, immorale e ingiusto”. e Benjamin Netanyahu comprende bene questi termini: è esattamente il modo in cui descrivere la campagna di esecuzioni criminali da parte di Israele sotto la sua guida.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La domanda non è perché la violenza sta esplodendo a Hebron, ma perché adesso?

Lo scontro è inevitabile quando centinaia di coloni vivono in mezzo a centinaia di migliaia di palestinesi.

di Amira Hass

Haaretz

Il rompicapo che il servizio di sicurezza israeliano ha cercato di risolvere nelle scorse settimane, riguardo al motivo per cui il centro dell’escalation si è posizionato tra Gerusalemme e Hebron, non è complicato. Queste sono le due città in cui i coloni vivono nel cuore della popolazione palestinese. In entrambe, i coloni sono pesantemente protetti, il che significa che sistematicamente ci si imbatte in soldati, poliziotti, agenti di sicurezza israeliani armati, come anche lo sono gli stessi coloni. In altre città la vita può andare avanti quasi dimenticandosi delle colonie e delle postazioni militari che le circondano. A Gerusalemme e a Hebron questo è impossibile, la protezione di poche centinaia di coloni impedisce costantemente la vita di centinaia di migliaia di palestinesi.

Dal punto di vista palestinese, la vita prosegue all’ombra di violente provocazioni quotidiane e di infinite umiliazioni. Perciò la vera domanda è perché l’ondata di protesta popolare, comprese le aggressioni individuali all’arma bianca, è esplosa adesso e non prima. Non è ancora possibile sapere se gli attacchi con le armi di venerdì segnano una nuova fase e se i tentativi israeliani di repressione la fermeranno oppure incoraggeranno altri a prendere le armi.

Uno dei compiti dei servizi di sicurezza palestinesi nelle ultime settimane è stato quello di controllare che individui armati non si avvicinassero a punti di contatto con l’esercito israeliano, ma questa non è l’unica spiegazione al fatto che non siano state usate le armi. Finora, anche senza indicazioni dall’alto, la maggior parte dei palestinesi concorda che sia meglio non essere indotti all’uso delle armi, a causa dell’amara esperienza della seconda intifada e della paura della repressione israeliana. Le persone che hanno sparato e ferito tre israeliani sono evidentemente giunte alla conclusione che ora i palestinesi lo possono accettare e sono pronti ad affrontare una maggiore repressione.

Come previsto, nella notte tra venerdì e sabato l’esercito israeliano ha compiuto raids in diversi quartieri. Un sito web di informazioni, identificato come appartenente ad Hamas, ha riferito che nel quartiere di Abu Sneina i soldati hanno arrestato un uomo delle forze di sicurezza palestinesi. Era probabilmente da quel quartiere, parte del quale è sotto il controllo della sicurezza israeliana, che sono stati colpiti i due giovani israeliani vicino alla Tomba dei Patriarchi.

Secondo fonti palestinesi, venerdì notte e sabato mattina[i coloni] israeliani hanno attaccato parecchie case palestinesi nei quartieri di Tel Rumeida e Jaber, attraverso i quali passa la strada che collega la città vecchia di Hebron a Kiryat Arba. Hanno tentato di entrare nelle case ed hanno tirato pietre almeno contro una di esse, mentre i soldati israeliani si trovavano lì vicino. Domenica l’esercito israeliano ha occupato almeno tre case nella città vecchia di Hebron, ha radunato gli abitanti di ognuna di esse in una stanza ed ha comunicato che le case erano diventate postazioni militari per 24 ore.

La settimana scorsa sono state bloccate le strade di accesso diretto che collegano Hebron ai villaggi e alle città vicine. Nella città vecchia di Hebron, chiunque non sia residente in Shuhada Street o Tel Rumeida non può entrare in questi quartieri. Il checkpoint all’entrata della moschea di Al-Ibrahimi (Tomba dei Patriarchi) è stato chiuso. Venerdì pomeriggio ai musulmani è stato impedito di entrare nel loro luogo sacro.

L’esercito israeliano ed il servizio di sicurezza Shin Bet hanno effettuato incursioni in ogni casa in cui un membro della famiglia è stato recentemente ucciso dai soldati o dalla polizia. In alcune delle case, i soldati hanno controllato ogni stanza ed esaminato i materiali di costruzione. I residenti hanno dichiarato a Haaretz che il personale dello Shin Bet ha comunicato loro l’intenzione di far esplodere le case. Non si trattava di casi in cui un militare o un civile israeliano era stato ucciso, ma di aggressioni all’arma bianca che avevano causato una lieve ferita, o addirittura nessuna.

Le famiglie sostengono di essere certe che se i soldati avessero voluto, avrebbero potuto ferire o arrestare i loro parenti. Dopo l’uccisione, che le famiglie ritengono intenzionale, la seconda più grave punizione è la sottrazione del corpo. Per le famiglie e per i loro congiunti, il pensiero che i loro cari giacciano in un obitorio e non abbiano ricevuto una degna sepoltura incrementa il livello di odio ed avversione nei confronti di Israele e degli israeliani.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Sapere che cosa accadrà alle loro famiglie non spaventa i palestinesi

Tre residenti di Jabal Mukkaber (sobborgo palestinese di Gerusalemme est, n.d.t.) sapevano che le loro case e la vita delle loro famiglie sarebbero state distrutte, eppure sono andati a Gerusalemme martedì scorso con determinazione omicida.

di Amira Hass

Haaretz

La mattina del 6 ottobre, quando la polizia ha fatto saltare in aria la casa di Ghassan Abu Jamal – uno degli assassini nell’attacco terroristico di novembre alla sinagoga Har Nof – a Gerusalemme est ed ha provocato gravi danni agli appartamenti di suo fratello e dei genitori, suo cugino Ala’a Abu Jamal stava a guardare.

“Ha cercato di dire ai poliziotti ‘Perché dovevate fare questo?’ ”, ricorda S., un parente. “ ‘La Corte Suprema ha approvato la demolizione della casa di Ghassan, ma ha dato ordine di evitare di danneggiare gli appartamenti vicini. Perché colpite anche la famiglia dei genitori e del fratello?’ ” Ma loro non hanno ascoltato. “Lo hanno insultato e picchiato davanti a sua moglie e a tre bambini”, ha aggiunto S.

Una settimana dopo, il 13 ottobre, il cugino Ala’a, dipendente della Bezeq (azienda di telecomunicazioni, n.d.t.), ha lanciato la sua auto aziendale contro Yeshayahu Kirshavsky ad una fermata di autobus a Gerusalemme. Poi è uscito dalla macchina ed ha ucciso Kirshavsky, di 60 anni, con un’accetta, prima di essere ammazzato.

“Noi, io, siamo ancora sotto shock,” ha detto S. “Lui era un uomo tranquillo, con la testa a posto. Aveva un lavoro stabile, a differenza di Ghassan, che era sempre disoccupato. Sono così preoccupato di come la gente viene spinta a gesti estremi. Se un uomo come Ala’a ha fatto quel che ha fatto – ed io sono contrario a questo con tutto il cuore – chi può sapere che cos’altro può succedere? Dopo la punizione dell’intera famiglia di Ghassan e di suo cugino Uday per l’attacco alla sinagoga, lui sapeva che cosa aspettarsi: che sarebbe stato ucciso; che avrebbero distrutto la sua casa; che la vita dei suoi figli e di sua moglie sarebbe stata distrutta. Eppure ha fatto quel che ha fatto.”

“Che governo stupido”, ha detto S. “Non vedete che così non funziona, che i vostri metodi di punizioni collettive provocano esattamente l’opposto?”, ha chiesto.

La figlia di Ghassan, Salma, ha compiuto cinque anni circa un mese fa. Ha chiesto una torta con in cima una vecchia foto di lei e suo papà. Nella foto, lei lo guarda con adorazione e lui le sorride con amore. E’ servita molta glassa e molta panna montata per ricoprire la torta rettangolare.

Dal momento dell’approvazione da parte della Corte Suprema della demolizione della casa di Ghassan, due mesi fa, sua moglie Nadia ed i loro tre bambini hanno vissuto al piano di sotto con il fratello Muawiyyah. L’Alta Corte di Giustizia, che ha respinto una petizione da parte di Hamoked (Centro per la difesa dei diritti individuali ed umani del gruppo Addameer, ndt) contro la punizione della famiglia, ha anche approvato la sua deportazione da Gerusalemme est alla Cisgiordania, poco dopo il compleanno della bambina.

Nadia è parente di Ghassan –  entrambi appartengono allo stesso clan nel villaggio beduino di Sawwahra, che è stato diviso a metà nel 1967: parte di esso è rimasta in Cisgiordania ed un’altra parte, conosciuta come Jabal Mukkaber, è diventata un quartiere di Gerusalemme est.

Quando è stato costruito il muro di separazione in Cisgiordania all’inizio del nuovo millennio, sono stati interrotti i contatti tra le due zone, e solo Nadia è rimasta nella sua casa di Gerusalemme grazie ai permessi di residenza temporanea del Ministero dell’Interno. Dopo l’attacco alla sinagoga, la sua richiesta di rinnovo del permesso è stata respinta.

Il giorno del compleanno di sua figlia, i bambini della grande famiglia e le loro madri si sono riuniti nella piccola stanza degli ospiti di Muawiyyah per festeggiare. Ma Nadia, vestita di nero, non era con loro, ha preferito restare in un’altra stanza.

Non poteva pretendere di essere felice, o che la tensione e la preoccupazione per il futuro non le devastassero l’anima. I suoi tre bambini sono cresciuti circondati dalla famiglia allargata nel quartiere di Gerusalemme: Nadia non può strapparli al loro ambiente naturale, ma al tempo stesso non può abbandonarli e andare a vivere da sola in Cisgiordania.

La torta è stata portata nella stanza e messa su un piccolo tavolo. Dopo aver spento le candeline, con l’aiuto di una zia, Salma ha brandito un lungo coltello affilato e lo ha puntato dritto sul viso del suo papà morto. Ha affondato il coltello nella gola e ha continuato tagliando parti della sua faccia, e poi della propria faccia, in pezzettini che sono stati distribuiti tra i bambini. Allora sua zia si è allontanata dal tavolo ed è andata in un angolo della stanza, sperando che nessuno si accorgesse delle sue lacrime.

I bambini ovviamente non hanno capito il simbolismo del coltello che tagliava l’immagine del padre. Il coltello ha detto ciò che i parenti evitano di dire apertamente: che sono arrabbiati col padre, Ghassan, che li ha abbandonati, che non si è preso cura di loro ed ha fatto quel che ha fatto. Alcuni preferiscono non vedere fotografie dettagliate degli omicidi, per scacciare il pensiero del coltello che forse ha colpito il corpo di persone che stavano pregando.

“Quale cuore è più spezzato di quello di un padre il cui figlio ha fatto questo?” ha detto a Haaretz il padre Mohammed. Ha detto cose simili un anno fa. “Che dio possa perdonarlo”, mormora S.

S. ha anche detto martedì scorso che il cugino Ala’a ha accompagnato le famiglie di Ghassan e del cugino Uday in tutte le fasi della punizione collettiva decisa da Israele.

“Gli interrogatori dei parenti, le ricorrenti incursioni e visite della polizia nelle loro case, qua e là pugni, insulti, il fratello Muawiyyah che ha perso il lavoro”, ha raccontato.

E poi hanno sigillato la casa dei genitori di Uday. “Sigillare” vuol dire buttare del  cemento nella casa e riempire tutte le stanze di un liquido che si solidifica fino a raggiungere 50-80 cm. dal soffitto.

La bella casa di povera pietra della famiglia fu costruita negli anni ’30. Non sarà più possibile abitarla. Ora i genitori di Uday affittano un piccolo appartamento nelle vicinanze, ma continuano a pagare le tasse  municipali per la casa riempita di cemento.

La famiglia ha subito altre forme di punizione collettiva non ordinate dalla Corte Suprema. Per esempio, i vicini e i conoscenti li evitano, perché sanno o temono che se fanno visita alla famiglia, lo Shin Bet, il servizio di sicurezza, si presenterà il giorno dopo o la polizia farà loro una visita notturna, con tutto ciò che comporta – lo spavento dei bambini nel cuore della notte, colpi e schiaffi, grida ed insulti, una porta o un mobile rotti.

Quando Ala’a ha deciso di seguire le orme del cugino, sapeva benissimo che avrebbe potuto essere ucciso. Questo pensiero non lo ha spaventato. Sapeva anche delle punizioni che i suoi genitori, sua moglie ed i suoi figli avrebbero subito. Forse può avere immaginato che le punizioni sarebbero state ancor più dure, data l’attuale ira ed il desiderio di vendetta di Israele.

Altri due residenti di Jabal Mukkaber hanno sparato ed accoltellato dei passeggeri di un autobus nel quartiere di Armon Hanatziv di Gerusalemme martedì scorso, uccidendo Haim Haviv, di 78 anni e Alon Gruverg, di 51. Non solo sapevano che sarebbero quasi sicuramente morti, ma anche che le loro famiglie avrebbero pagato un caro prezzo per le loro azioni.

Uno di loro era Baha Aliyan, che S. non conosceva, ma ne aveva sentito parlare. Era un attivista sociale, che ha iniziato varie attività per migliorare la qualità della vita, come aprire delle librerie in diversi quartieri palestinesi o sollevare lo spirito collettivo partecipando a diverse gare del Guinness Mondiale dei Primati. S. ha detto di Baha la stessa cosa che aveva detto di Ala’a: “Se un uomo simile decide di fare quel che ha fatto, è solo un’ennesima prova di quanto la situazione sia deteriorata, di quanto sia diventata pericolosa.”

Quando è stata annunciata la sua morte, è circolato ampiamente un post che Aliyan aveva caricato su Facebook il 12 dicembre 2014 – i 10 comandamenti di ogni shahid (martire): “Ci vedremo in paradiso”, era il decimo comandamento. “Non voglio manifesti”, era il secondo, mentre il primo imponeva alle organizzazioni politiche di “non utilizzare il mio sacrificio e la mia morte, perché appartengono alla patria, non a voi.” In altri termini, non pagate per il mio funerale o per la tenda funebre (un’usanza musulmana,ndt)  per sbandierare in cambio i vostri vessilli.

Il terzo comandamento protegge le madri: “Non date fastidio a  mia madre con domande solo per provocare commozione negli spettatori televisivi.”

L’ottavo comandamento dice che è sufficiente che la gente venga a pregare dopo il funerale. Il nono dice che lui non deve diventare un altro numero dimenticato.

Nel quarto chiede di non instillare odio in suo figlio. “ Vorrei lasciagli scoprire da solo la sua patria e morire per lei, non per vendicare la mia morte.”

Nel quinto comandamento, Aliyan ha scritto: “Se vogliono demolire la mia casa, lasciateli fare. La pietra non ha maggior valore dell’anima che dio ha creato.” Il sesto comandamento dice al popolo di non essere triste per la sua morte. “Siate tristi per ciò che accadrà a voi dopo di me.” E poi: “Non guardate a ciò che ho scritto prima del mio sacrificio. Chiedetevi ciò che c’è dietro di esso.”

( Traduzione di Cristiana Cavagna)




Israele potrebbe essere in procinto di intraprendere i primi passi per diventare uno Stato teocratico

Nella caotica situazione attuale riguardo alla sicurezza, si prevede che il Comitato ministeriale per la legislazione prenda in considerazione un disegno di legge che inserirebbe nella legislazione israeliana precetti religiosi ebraici.

Haaretz Editoriale

Nella caotica situazione attuale riguardo alla sicurezza, si prevede che il Comitato ministeriale per la legislazione analizzi domenica [18 ott.] un disegno di legge che potrebbe preannunciare il primo passo verso la trasformazione di Israele in un Paese regolato dalla legge ebraica (Halakha), inserendo precetti della religione ebraica nella legislazione israeliana.

Le origini della legislazione israeliana sono state codificate Legge Fondamentale [una sorta di Costituzione, ndt], approvata nel 1980.

In base a questa Legge Fondamentale, quando un giudice deve decidere su una questione legale che non trova risposta né nelle leggi né nelle sentenze precedenti, oppure nell’interpretazione, dovrebbe rivolgersi come fonte supplementare ai “principi di libertà, di giustizia, di integrità e pace della tradizione di Israele ( intendendo la tradizione ebraica)”.

Nel corso degli anni, la corte ha interpretato questo come un riferimento ai principi generali della tradizione ebraica e la maggior parte dei giudici non ha accettato il parere secondo cui ciò metterebbe in pratica i principi della legge ebraica come sono formulati. Inoltre, poiché è stato anche possibile trovare risposte a questioni legali mediante ragionamenti deduttivi, i tribunali non hanno fatto ricorso spesso alla Legge del 1980.

I promotori del nuovo disegno di legge, guidati da Nissan Slomiansky membro alla Knesset del gruppo Habayit Hayehudi [Casa Ebraica, un partito politico sionista religioso di estrema destra, il cui leader è Naftali Bennet, ndt] sono in disaccordo con il fatto che la legge in vigore non obblighi i giudici ad applicare i principi religiosi della legge ebraica, per cui cercano di emendarla. Il disegno di legge proposto imporrebbe ai giudici di considerare i precetti della religione ebraica (e ciò viene affermato esplicitamente, al contrario di quanto fa l’attuale legge), come anche i principi di giustizia, di onestà, di pace, ecc., prima di cercare risposte attraverso l’interpretazione delle norme di legge.

Nella procedura , il disegno di legge renderebbe la legge ebraica , in cui sono incluse le regole del Mishna [insieme della Torah orale e del suo studio, ndt], del Talmud[raccolta di discussioni sulla legge mosaica, ndt] e dell’ halakha é la pratica religiosa ebraica, ndt], parte integrante della legge israeliana senza il filtro dell’attuale legge. La [nuova] legislazione obbligherebbe i magistrati ad applicare una simile legge senza avere la possibilità di trovare risposte con le regole della deduzione.

È difficile capire perché i promotori del disegno di legge lo considerino corretto per un paese democratico introdurre i precetti di un’antica religione. Perché l’intera popolazione israeliana, una larga parte della quale non è religiosa e alcuni non sono neanche ebrei, dovrebbe essere soggetta a una legge religiosa ebraica? E questo in relazione con un diritto religioso  che discrimina sistematicamente gruppi di popolazione quali le donne e coloro che non sono ebrei. I magistrati laici e quelli non ebrei saranno obbligati, in base alla proposta di legge, a promulgare sentenze secondo i precetti della legge religiosa. Per “facilitare di più le cose” per loro, il disegno di legge prevede che un istituto ufficiale ”traduca” la legge ebraica in un linguaggio moderno  e lo renda accessibile a tutti i giudici.

Al di là del messaggio estremistico e coercitivo che il disegno di legge trasmette, esso rafforzerebbe i dubbi sulla legittimità di Israele quale Stato democratico. L’argomentazione che Israele è un Paese che rispetta i diritti dei suoi cittadini risulta sostanzialmente indebolito, evidenziandone maggiormente gli aspetti di Stato ebraico religioso, in particolare quelli che impongono leggi religiose a abitanti che non sono religiosi o che non sono ebrei.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




I residenti di Gerusalemme est sentono di non avere più niente da perdere

Anche quando non sono d’accordo con chi lancia pietre, i palestinesi di Gerusalemme est dicono che la loro esistenza è costantemente minacciata.

di Amira Hass

Haaretz

Rami ha ottenuto la cittadinanza israeliana due anni fa. E’ uno studente nel mezzo dei suoi vent’anni, nato e abitante a Gerusalemme est. Avverso al lancio delle pietre, ha intrapreso una cosciente e autonoma scelta di “israelizzazione” fin dalla scuola superiore.

Rami (non è il suo vero nome) è arrivato alla conclusione che non sarebbe andato avanti nella vita senza imparare l’ebraico, familiarizzare con la cultura ebraica e addirittura farsi degli amici ebrei, e proseguire gli studi e cercare opportunità di lavoro attraverso le istituzioni israeliane. Ha inoltrato due richieste di cittadinanza al Ministero dell’Interno, che le ha respinte entrambe. Solo dopo aver pagato ad un avvocato una cospicua cifra che lo ha indebitato, ha ottenuto la cittadinanza.

Non è patriottismo israeliano ciò che ha motivato Rami a diventare cittadino. Come tanti palestinesi di Gerusalemme che sono riusciti o hanno provato ad ottenere la cittadinanza israeliana, lo ha fatto per poter studiare e vivere all’estero senza il timore di non ricevere il permesso di ritornare alla sua città e alla sua casa. “La nostra esistenza a Gerusalemme è costantemente minacciata”, dice Rami, che si definisce un arabo di Gerusalemme, piuttosto che un palestinese.

Variazioni su questo tema emergono in ogni conversazione con residenti di Gerusalemme est, specialmente nel corso degli attuali ben noti scontri tra polizia e giovani. Giorno e notte, ogni palestinese di Gerusalemme vive e respira il desiderio degli israeliani, che si percepiscono nelle politiche dello Stato, che loro lascino la città e se ne vadano all’estero o a Ramallah. In quanto residenti ma non cittadini, sono soggetti alle leggi di ingresso israeliane – come se avessero chiesto di andare là e non fossero stati annessi. La residenza fuori città – per studio, lavoro o soggiorno in Cisgiordania – li mette a rischio di perdere lo status di residenti di Gerusalemme ed essere espulsi, con l’approvazione dell’Alta Corte.

La costante minaccia di Israele alla loro esistenza nella città è un punto cardine per capire la situazione di Gerusalemme est, anche se c’è chi dice – come la psicologa Rana Nashashibi, il dott. Muhammad Jadallah e Nasser Kos dell’associazione dei Prigionieri Palestinesi – che chiunque volesse e potesse andarsene lo ha già fatto. Così è. I 303.000 palestinesi che vivono a Gerusalemme est (il 75% di loro sotto la soglia di povertà) non se ne andranno, nonostante le pressioni e l’oppressione.

Sotto molti aspetti, Muhammad (ha chiesto di non rivelare il suo nome completo) è l’opposto di Rami, benché abbiano la stessa età. Ha tirato pietre, è stato ferito, catturato, arrestato e bandito dalla moschea di Al-Aqsa per un anno. La sua casa si trova a circa 50 metri da una delle entrate di Haram al-Sharif (Monte del Tempio). Al contrario di Rami, Muhammad ha dei dubbi sul legame ebreo con quel luogo.

Se una volta vi era un tempio, Allah ha voluto che fosse distrutto, e gli angeli hanno posto le fondamenta per una moschea”, ha detto questa settimana con convinzione.

Invece Rami ha scoperto in giovane età di non credere in dio, però entrambi parlano delle loro esperienze con il razzismo israeliano.

Gerusalemme est chiude alle cinque. Se vogliamo uscire un po’, è impossibile nella parte occidentale della città. Non è sicuro trovarsi là dopo le otto o le nove di sera. Quelli di destra danno la caccia ed inseguono chiunque identifichino come arabo, e di giorno qualunque poliziotto di frontiera può fermarti ed umiliarti”, dice Muhammad. “Perciò noi andiamo a Ramallah e a Betlemme.”

Ma la strada è piena di posti di blocco militari e di ingorghi di traffico a causa di essi, e quando riescono ad arrivare, la loro invidia è acuta. Nelle enclaves dell’Autorità Palestinese non si sperimenta ogni momento l’oppressione israeliana, come accade a Gerusalemme est. Là non c’è il timore di venire aggrediti. Nello scorso anno, dice Rami, tutti a Gerusalemme est hanno avvertito il razzismo e la discriminazione in due principali situazioni: in contrasto con le tempestive condanne comminate a palestinesi, i processi agli imputati per aver bruciato il giovane Muhammad Abu Khdeir a metà del 2014 sono ancora in corso. I palestinesi di Gerusalemme est traggono la conclusione che l’intenzione sia di emettere sentenze risibili. In secondo luogo, “una decina di palestinesi di Gerusalemme sono stati arrestati e processati per dei post su Facebook, mentre tutti sanno che i post razzisti degli ebrei non provocano arresti o processi”, dice Rami.

Rami non chiede ai ragazzi del vicinato che tirano pietre perché lo fanno, in quanto porre una simile domanda lo farebbe considerare uno fuori dal giro. Ma la verità è che lui si sente un estraneo nell’affollato quartiere in cui la sua famiglia si è trasferita 15 anni fa, quando lui era alle elementari, a causa dell’aumento dei prezzi di affitto nel loro vecchio quartiere. La costante minaccia all’esistenza dei palestinesi nella città si manifesta non solo nel precario status di residenza, ma anche della grave carenza di alloggi. Questo non avviene dal nulla. Israele ha espropriato circa un terzo delle riserve di terra che erano annesse a Gerusalemme nel 1967 ai loro proprietari palestinesi a beneficio dei quartieri ebraici e dei programmi pubblici al servizio soprattutto della popolazione ebraica. Sul terreno rimanente sono state imposte rigide restrizioni all’edificazione, probabilmente per preservare il “carattere rurale” dei quartieri, e nel centro di essi vi sono dei terreni destinati a costruzioni fortificate per gli ebrei.

La paura di perdere lo status di residenza e la costruzione del muro dopo il 2000 hanno riportato in città migliaia di persone che avevano migliorato la propria situazione abitativa trasferendosi nei quartieri adiacenti, come Bir Naballah e A-Ramm, che si trovano fuori dalla zona annessa a Gerusalemme. Il risultato è un’alta densità di popolazione, esorbitanti prezzi di acquisto o di affitto delle case, edificazioni senza permesso, ordini di demolizione e demolizioni di case.

Nasser Kos ricorda un ragazzino di 12 anni che al ritorno da scuola ha trovato la sua casa demolita. “Ha gridato ‘vendetta’ in modo che tutti potessero sentirlo e poi è andato a tirare una bomba incendiaria”, dice Kos. “Oggi ha 18 anni ed è ancora in prigione.” Anche chi non è d’accordo con la sua azione lo può capire. Persino Rami comprende quelli che tirano pietre.

Kos dice di essere diventato un militante di Fatah 30 anni fa, in modo che i suoi figli potessero vivere meglio. Non poteva mai immaginare che le loro vite non avrebbero avuto alcuna prospettiva né personale né politica di miglioramento o cambiamento.

Il ragazzo vede picchiare sua madre, vede il vecchio sulla via per Al-Aqsa colpito da un poliziotto”, dice Kos. “Non può sopportarlo. Dà sfogo alla sua rabbia.” Quindi i bambini e i giovani che tirano pietre finiscono per rappresentare tutta la popolazione.

Tutti noi sentiamo che abbiamo raggiunto il limite della nostra capacità di sopportare i sistematici attacchi contro di noi a Gerusalemme”, dice Nashashibi. “Israele è riuscita a far diventare le difficoltà della vita un problema quotidiano per ogni residente di Gerusalemme. Ogni conversazione inizia con ‘hai sentito lo sparo, ero soffocato dal gas, non ho potuto arrivare alla città vecchia, ho ricevuto una multa per niente, un funzionario comunale mi ha trattato sgarbatamente, il ragazzo ha abbandonato la scuola perché il livello è scarso e non ci sono i soldi per una scuola privata, la città non ripara il sistema delle acque di scarico.”

Lei è convinta che “se non fossimo così profondamente frustrati, andremmo tutti in strada.” Gli adulti hanno motivazioni concrete che impediscono loro di esprimere la propria continua rabbia, o come dice Nashashibi: “I bambini ed i giovani non sono condizionati dalle valutazioni e dalla paura degli adulti che non ci si guadagna niente, che si è ormai tentato di tutto e nulla è cambiato.”

La nuova politica israeliana di repressione delle manifestazioni e di punizioni più severe avrà effetto?

La morte non ci spaventa”, dice Kos. “Io sto parlando con te e sono morto. Io muoio mentre vivo. Noi moriamo ogni giorno. Perciò non abbiamo niente da perdere. Ecco perché i giovani sono pronti a morire.”

Sia Jadallah che Ziyyad Hammouri, direttore del Centro per i Diritti Sociali ed Economici di Gerusalemme, dicono che le autorità hanno già inasprito le misure punitive. “Anche persone che non hanno partecipato alle manifestazioni e al lancio di pietre sono state gravemente ferite dai colpi israeliani”, dice Hammouri. “Sono state comminate multe ed è stata cancellata l’assicurazione per le famiglie dei prigionieri. Quindi quale effetto deterrente potrà avere inserire queste misure in una legge?”

Nashashibi dice: “Quel che gli israeliani non capiscono è che nessun ragazzo tra i 12 e i 20 anni di età pensa che quello che è successo ad altri succederà a lui. Hanno la mentalità da “superpotere”. E’ tipico di quella fascia di età. Pensano che ciò che è successo agli altri (arresto, ferimento) è successo perché non hanno fatto le cose abbastanza bene, mentre loro possono fare meglio.

I genitori che hanno paura per i propri figli, per le multe o per la perdita di benefici sociali non possono fermare i ragazzi perché, secondo Nashashibi, “ il regime di discriminazione israeliano ha talmente indebolito l’istituzione familiare palestinese, l’autorità del padre, che essi per lo più non hanno influenza sui figli. Padri che non riescono a guadagnare il necessario per vivere, genitori picchiati dalla polizia di fronte ai loro figli, coppie che si sono sposate quando erano giovani e non lavorano. Tutto ciò ha condotto all’assenza di una figura autorevole all’interno della famiglia.”

Da un lato non vi è una famiglia forte. Dall’altro, non c’è un’organizzazione politica che coordini il lancio di pietre e le dimostrazioni, o che ordini di smettere. La gente ha perso fiducia nelle organizzazioni politiche, inclusa Fatah, dice Kos. I giovani decidono per conto loro.

Il poliziotto che picchia, il colono che visita la moschea di Al-Aqsa o controlla Silwan (quartiere alle porte di Gerusalemme, ndt.) e l’ispettore comunale che emette un ordine di demolizione sono quelli che hanno organizzato i ragazzi e li hanno mandati a tirare pietre”, dice. Rifiuta l’accusa che Fatah non sia interessata alla lotta e che i suoi membri pensino solo ai propri salari dell’Autorità Palestinese. La prova è che i segretari di Fatah nella città – precedente ed attuale – sono stati arrestati.

Molti dei dimostranti che dicono di manifestare per Al-Aqsa, compresi quelli che si sono scontrati coi poliziotti all’interno del cortile e della moschea, non sono particolarmente religiosi. “Alcuni di loro non sanno neanche come si prega”, dice Jadallah, che lavora in una clinica sul monte.

Gli arresti mostrano che non vi è un’associazione specificamente religiosa o organizzata”, concorda Kos. “La moschea di Al-Aqsa attira chiunque – il musulmano e il comunista, il militante e il commerciante, il tossicomane e l’insegnante.”

Diversamente dalle enclaves dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania e Gaza, non c’è separazione tra i giovani e l’occupazione israeliana e non vi è luogo in cui sia possibile far finta che l’occupazione non esista. Non ci sono forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese che impediscano che i giovani palestinesi si scontrino con la polizia israeliana, come accade a Betlemme e Nablus.

Forse c’è qualcosa di più sano in questo”, conclude Nashashibi, “perché puoi sfogare la tua rabbia e dimostrare che non c’è nulla di normale in una città occupata.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




In Israele, ci muoviamo in mezzo agli assassini e ai torturatori

L’atto di censura nei confronti del Teatro Al-Midan [cfr. A.Hass su Internazionale ]scaturisce dall’invidia della capacità dei nostri assoggettati di vincere l’oppressione, di pensare e creare, sfidando la nostra immagine di loro come inferiori.

di Amira Hass | 22 giugno 2015 |

Haaretz

 

 

Nelle nostre case, nelle nostre strade e nei nostri luoghi di lavoro e divertimento ci sono migliaia di persone che hanno ucciso e torturato migliaia di altre persone o hanno diretto la loro uccisione e la loro tortura. Scrivo “migliaia” invece del più vago “innumerevoli” – un’espressione relativa a qualcosa che non si può misurare.

La grande maggioranza di coloro che uccidono e torturano (anche adesso) vanno fieri delle proprie gesta e la loro società e le loro famiglie sono orgogliose delle loro gesta – benché normalmente sia impossibile trovare un collegamento diretto tra i nomi dei morti e torturati ed i nomi di coloro che uccidono e torturano, e anche quando è possibile,[ciò] è proibito. E’ proibito anche dire “assassini”. Ed è proibito scrivere “malviventi” o “persone crudeli”.

Io, crudele? Dopo tutto, le nostre mani non sono coperte di sangue quando schiacciamo il bottone che sgancia una bomba su un edificio che ospita 30 membri di una famiglia. Malvivente? Come potremmo usare questo termine per designare un soldato di 19 anni che uccide un ragazzo di 14 anni che è uscito per raccogliere piante commestibili?

I killer e i torturatori ebrei e i loro diretti superiori agiscono come se avessero un’autorizzazione ufficiale. I palestinesi morti e torturati che si sono lasciati alle spalle negli scorsi 67 anni hanno anche dei nipoti e delle famiglie in lutto per i quali la perdita è una costante presenza. Nei corridoi universitari, nei centri commerciali, negli autobus, nei distributori di carburante e nei ministeri governativi, i palestinesi non sanno chi, tra la gente che incrociano, ha ucciso, o quali e quanti membri delle loro famiglie e del loro popolo ha ucciso.

Ma ciò che è certo è che i loro assassini e torturatori vanno in giro liberamente. Come eroi.

In questa malsana situazione in cui i palestinesi soffrono lutto e angoscia, noi, gli ebrei israeliani, non possiamo vincere. Con la nostra aviazione e le nostre forze armate e la nostra Brigata Givati e le nostre celebri unità di commando d’elite, siamo dei perdenti in questo contesto. Ma poiché siamo i dominatori indiscussi, falsifichiamo il contesto e ci appropriamo del lutto.

Non ci accontentiamo dei terreni, delle case e delle vie di comunicazione dirette che abbiamo rubato loro e di cui ci siamo impadroniti ed abbiamo distrutto, e che continuiamo a distruggere e a rubare. No. Noi in più neghiamo ogni ragione, ogni contesto storico e sociale delle espulsioni, spossessamenti e discriminazioni che hanno costretto un piccolissimo manipolo di quei palestinesi che sono cittadini di Israele a cercare di imitarci prendendo le armi. Si sono ingannati pensando che le armi fossero lo strumento giusto di resistenza, o hanno raggiunto il colmo della rabbia e dell’impotenza e deciso di uccidere.

Che se ne pentano o no, la loro delusione non cancella il fatto che avevano ed hanno tutte le ragioni di resistere all’oppressione e alla discriminazione e malvagità che sono parte del dominio di Israele su di loro. Condannarli come assassini non ci trasforma in vittima collettiva in questa equazione. Invece di indebolire le ragioni della resistenza, noi stiamo soltanto intensificando e migliorando gli strumenti di oppressione. E un mezzo di oppressione è l’insaziabile desiderio di vendetta.

L’attacco al Teatro Al-Midan e lo spettacolo “Un tempo parallelo” sono parte di questa sete di vendetta. E comprende anche tantissima invidia. Invidia per la capacità di coloro che opprimiamo di vincere l’oppressione e il dolore, di pensare, di creare e di agire, sfidando la nostra immagine che li dipinge inferiori. Loro non ballano la nostra musica come poveri smidollati.

Come in una caricatura antisemita, per noi tutto si concentra nelle finanze, nel denaro. Noi non stiamo zitti, noi ci vantiamo. Siamo felici se solo togliamo loro i finanziamenti. Li abbiamo trasformati in una minoranza nella nostra terra quando li abbiamo espulsi e non abbiamo concesso loro il ritorno, ed ora il 20% che è rimasto qui dovrebbe dirci grazie e pagare con le tasse degli spettacoli che esaltano lo Stato e la sua politica. Questa è democrazia.

Non è una guerra culturale, o una guerra sulla cultura. E’ un’altra battaglia – probabilmente una causa persa, come quelle precedenti – per un futuro sano per questo paese. I cittadini palestinesi di Israele erano una forma di assicurazione per la possibilità di un futuro sano: si può dire un ponte, bilingue, pragmatico, anche se contrario alla loro volontà. Ma dobbiamo attuare dei cambiamenti, dobbiamo imparare come ascoltarli, perché questa assicurazione sia valida. Ma noi, gli indiscussi dominatori, non prevediamo di ascoltarli e non conosciamo il significato di cambiamento.

Una nota finale: I rapporti sull’omicidio di un residente di Lod, Danny Gonen, alla sorgente di Ein Bubin vicino al villaggio di Dir Ibzi’a erano accompagnati da collegamenti a recenti precedenti attacchi: la persona ferita in un attacco terroristico vicino alla colonia di Alon Shvut, il poliziotto di frontiera accoltellato vicino alla Tomba dei Patriarchi a Hebron. E che cosa si ometteva di menzionare? Ovviamente, due giovani palestinesi recentemente uccisi dai soldati israeliani: Izz al-Din Gharra, di 21 anni, colpito a morte il 10 giugno nel campo profughi di Jenin e Abdullah Ghneimat, 22 anni, schiacciato il 14 giugno a Kafr Malik da una jeep dell’esercito israeliano.

In media ogni notte l’esercito israeliano compie 12 raid di routine. Per i palestinesi, ogni raid notturno, che spesso comporta l’uso di granate stordenti e di gas e sparatorie, è un mini attacco terroristico.

( Traduzione di Cristiana Cavagna)




Bruciate chiese e moschee in Israele

Fino a quando Israele permetterà che vengano bruciate le sue chiese e le sue moschee?

Israele deve trattare i mandanti dei crimini motivati d’odio, come quello commesso vicino a Tiberiade, con la stessa severità riservata a coloro che mandano le auto bomba nel centro delle città.

Editoriale di Haaretz 21 giugno 2015

L’incendio doloso di giovedì [18 giugno] della chiesa “Della Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci” a Tabgha, vicino a Tiberiade, è il diciottesimo attacco incendiario a una chiesa o a una moschea negli ultimi quattro anni. Nessuno di questi casi è stato risolto, nessun responsabile è stato individuato e, naturalmente, nessun colpevole è stato accusato per gli attacchi, che sono parte di un’ampia serie di azioni, comprendenti scritte con lo spray sulle chiese e sulle moschee incitanti all’odio, sputi ai sacerdoti cristiani a Gerusalemme e la pubblicazione di editti di vari rabbini contro i “gentili”.

Danneggiare luoghi sacri non è solo un atto criminale o un o un crimine qualunque motivato dall’odio. Proteggere la libertà di culto è uno dei principi fondamentali universali previsti da tutti i trattati e dalle costituzioni di tutti i Paesi, in quanto costituisce l’aspetto principale dell’identità culturale. Persino nazioni che si costituiscono in base alla religione prevalente, come alcuni Stati islamici, considerano le istituzioni religiose di altre fedi come luoghi sacri, perseguendo e punendo coloro che le profanano.

Le leggi israeliane contro il danneggiamento dei luoghi sacri sono di una chiarezza cristallina, così come il discorso ufficiale apparentemente portato avanti dal governo. Se si considera la fedeltà nei confronti della definizione di Israele come Stato ebraico, il governo condanna vigorosamente tutti i casi in cui un luogo di culto non ebraico viene deturpato. Tuttavia è difficile prendere in seria considerazione le condanne espresse dal primo ministro, dai ministri e dagli esponenti della Knesset quando, nello stesso momento, fanno l’occhiolino a quelli che infrangono la sovranità dello Stato e intraprendono personali campagne religiose e culturali contro i cristiani e i musulmani.

Quale messaggio ha realmente trasmesso al pubblico il primo ministro Benjamin Netanyahu dopo l’ultimo attacco incendiario? Ha dato istruzioni al capo dei servizi di sicurezza Shin Bet [il servizio segreto interno n.d.t.] di accelerare l’inchiesta per trovare i colpevoli. Significa che deturpare le istituzioni religiose fino ad ora non era tra i compiti dello Shin Bet? Possiamo trarre la conclusione che individuare i colpevoli dei crimini motivati dall’odio contro gli arabi non è un fatto degno della loro attenzione?

È giusto dire che profanare luoghi di culto non è percepito come un atto “classico” di terrorismo che mette in pericolo la sicurezza nazionale. Tale interpretazione vale anche ovviamente per i colpevoli di delitti motivati dall’odio e per i fanatici religiosi. La loro continua libertà gli da un senso di impunità che gli permette di continuare nei loro crimini.

Il governo di Israele, giustamente, non avrebbe ignorato l’incendio di sinagoghe, la distruzione di tombe nei cimiteri ebraici o l’aggressione contro ebrei in altri Paesi se i governi [di questi Paesi] si fossero scarsamente impegnati nell’indagare simili crimini. Ora deve dimostrare determinazione nello sradicare analoghi crimini di incitamento all’odio dall’area sotto la sua giurisdizione, definendo i colpevoli come terroristi che minano la sicurezza d’Israele, né più né meno di quelli che mandano le auto bomba nel centro delle città.

 

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)