“Questa guerra è anche dell’America”: perché gli Stati Uniti non fermano l’attacco israeliano a Gaza

Meron Rapoport

2 settembre 2024 +972Mag

In seguito ai massacri di Hamas del 7 ottobre il presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è recato in Israele per una visita di solidarietà. Ma pochi giorni prima del suo arrivo, mentre lo sforzo bellico si intensificava, aveva lanciato un brusco avvertimento: “Ho chiarito agli israeliani che ritengo sia un grosso errore per loro pensare di occupare Gaza e mantenere il controllo su Gaza”, ha detto ai giornalisti.

Da allora Biden ha ribadito che Israele deve prevenire una crisi umanitaria ed evitare di nuocere ai civili, esortando i suoi leader a non ripetere gli errori commessi dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. Se Israele avesse invaso la città meridionale di Rafah, aveva minacciato Biden a marzo, Washington avrebbe smesso di fornire armi offensive.

Israele ha ignorato tutti gli avvertimenti: ha occupato Gaza, ha invaso Rafah, ha provocato una devastazione incommensurabile e ha sabotato ogni accordo di cessate il fuoco insistendo che le sue forze armate sarebbero rimaste nella Striscia. E invece di imporre qualche sanzione, gli Stati Uniti hanno dislocato due volte le proprie forze armate nella regione per “metterci una pezza” dopo che il loro alleato aveva compiuto omicidi ad alto livello a Damasco, Beirut e Teheran.

Ma gli Stati Uniti non sono in grado o semplicemente non sono disposti a imporre le proprie richieste a Israele? Questa guerra dimostra forse che Israele è un peso piuttosto che una risorsa strategica, come molti a Washington sostengono da tempo? E data la crescente opposizione all’interno del Partito Democratico al sostegno incondizionato a Israele e il risentimento tra gli elettori democratici in vista delle elezioni di novembre, perché l’amministrazione Biden non ha cambiato rotta?

La risposta a queste domande è molto semplice, dice Daniel Levy, presidente del Progetto USA/Medio Oriente: Washington non ferma Israele perché questa è anche una sua guerra.

Ex consigliere della squadra negoziale israeliana durante il processo di pace di Oslo, e ora largamente riconosciuto come acuto critico di Israele, Levy ha parlato con +972 e Local Call [versione israeliana di +972, ndt.] della necessità di moderare le aspettative sui cambiamenti che si stanno verificando nella politica americana e nella società nei confronti di Israele. Invece di aspettare che Washington cambi le sue politiche, ha sottolineato, sia i palestinesi che la sinistra israeliana dovrebbero riconoscere le diverse realtà geopolitiche che li circondano e abbandonare la fantasia che l’America possa risolvere i loro problemi.

Questa conversazione è stata rivista per motivi di lunghezza e chiarezza.

Non ricordo nella politica americana che la questione palestinese abbia mai occupato una National Convention dei democratici, o che sia stata una questione così controversa com’è adesso. Israele ha sempre avuto un sostegno bipartisan: non c’è mai stato alcun dibattito. Mi sbaglio?

Hai completamente ragione. Dunque per me la domanda è: com’è che abbiamo avuto 10 mesi di guerra orribile? Con tutto ciò che sappiamo su Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir, e con tutto ciò che sappiamo sull’opinione pubblica americana e sugli elettori democratici, come può essere che il Partito Democratico sia totalmente riluttante a imprimere un cambiamento significativo nella narrativa pubblica o nella politica di impunità? Permette letteralmente a Israele di farla franca qualsiasi cosa faccia.

Facciamo un passo indietro. Cosa è cambiato nell’opinione pubblica americana nei confronti di Israele-Palestina negli ultimi 10 mesi?

Ciò che è accaduto è l’accelerazione di una tendenza esistente da molto tempo [il declino del sostegno americano a Israele]. Una delle cose principali [che guidano questa tendenza] sono i cambiamenti [politici] in Israele, e negli Stati Uniti gli americani stanno unendo i puntini e vedono ora Israele-Palestina come una questione di giustizia razziale e intersezionalità [sovrapposizione (o “intersezione”) di diverse identità sociali e le relative possibili particolari discriminazioni, ndt.]

Avevamo un’espressione [per gli americani liberali ancora filo-israeliani]: “PEP” – Progressisti tranne che con la Palestina. Ma ora, dal lato progressista, si paga un prezzo se la propria politica su Palestina e Israele è decisamente fuori sincronia con il resto di quella politica.

Quindi ora è PEP – Progressista, soprattutto con la Palestina?

Non lo direi. Ma la cosa interagisce con i cambiamenti in Israele. Il più evidente è una leadership israeliana che non tenta nemmeno di mascherare la propria natura di apartheid o il proprio razzismo. In secondo luogo non c’è nessun parlamentare della sinistra sionista in Israele che possa rivolgersi non certo ai progressisti, ma anche al più rilevante “centro-sinistra” moderato con una certa credibilità, visto che le loro posizioni sono così spaventose, così poco progressiste, persino illiberali.

In questa equazione bisogna inserire anche il rafforzamento dell’alleanza tra la destra israeliana e quella americana, che ha iniziato a far sì che i democratici si chiedessero: “A che gioco giochiamo?”. Israele è una causa globale di destra, ma lo è soprattutto in America e in Israele; la quasi totalità del campo sionista ha abbracciato questo [fatto], anche quelli che dicono che si dovrebbe essere più bipartisan.

L’altra cosa [che ha scosso l’opinione pubblica] è il tempo: l’occupazione sembra essere eterna ed è evidente che Oslo è diventato un meccanismo per la bantustanizzazione.

Quanto ha influito il 7 ottobre e quello che vi ha fatto seguito?

C’è stata la contrapposizione tra un’amministrazione che [quando si è trattato dell’invasione russa dell’Ucraina] ha affermato di essere “sostenitrice del diritto internazionale e dell’ordine internazionale basato sulle regole” – e poi ha totalmente messo da parte e scartato tutto ciò [dopo il 7 ottobre], con un presidente del tutto incapace ad accordare umanità ai palestinesi di fronte a una realtà tanto orrenda.

L’amministrazione Biden sta facendo esattamente il contrario di ciò che ha a lungo sostenuto sull’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, e questo ovviamente genera una controreazione. Tutte queste cose ribollivano sotto la superficie in attesa di emergere.

Nel suo discorso alla Convention democratica, Kamala Harris ha sottolineato il diritto di Israele a difendersi, ma ha anche parlato della sofferenza dei palestinesi a Gaza, promettendo di lavorare affinché “il popolo palestinese possa realizzare il proprio diritto alla dignità, alla sicurezza, alla libertà e all’autodeterminazione”. Il pubblico ha applaudito quella frase più di ogni altra dell’intero discorso.

Ho visto due analisi del discorso: per il sito di notizie israeliano Ynet, Nadav Eyal ha scritto che Israele ha ottenuto esattamente ciò che voleva da Harris; il sito di notizie progressista americano Vox, nel frattempo, ha scritto che Harris ha presentato un approccio al conflitto diverso da quello di Biden, più favorevole ai palestinesi. Come vedi il suo discorso?

Penso che abbia ottenuto ciò che voleva: che entrambi i generi del giornalismo potessero esprimersi e che potessero appoggiarlo sia l’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, potente gruppo di lobbying filo-israeliana, ndt.] che J Street [gruppo statunitense progressista di promozione dell’azione americana per porre fine al conflitto arabo-israeliano, ndt.] Ma se guardiamo al movimento per i diritti dei palestinesi o al Movimento Uncommitted [campagna di protesta affinché Joe Biden e Kamala Harris raggiungano un cessate il fuoco nella guerra Israele-Hamas e impongano un embargo sulle armi a Israele, ndt.] non sono affatto presi in considerazione. Il modo in cui la Convention ha trattato la questione dice tutto quello che serve sapere sui modi in cui le cose non stanno cambiando – per esempio, [il fatto che non ci fosse] nessun portavoce o punto di vista palestinese sul palco.

Harris può ben parlare delle cose brutte che sono accadute ai palestinesi, ma dalle sue parole non si capisce chi le ha causate: un disastro naturale? un terremoto? Quando Hamas fa qualcosa di brutto viene denunciato e svergognato; ma quando accadono cose brutte ai palestinesi, non si ammette mai che sono causate da Israele.

Le sfumature e le differenze tra Biden e Harris esistono, e contano, ma dobbiamo comunque approfondire. L’aspettativa che gli Stati Uniti risolveranno la questione è totalmente fuori luogo. Questo è un fallimento di almeno una parte del campo progressista israeliano che guarda all’America per salvare Israele da se stesso: è totlmente irrealistico, roba da paese delle fate. Questa è anche la guerra dell’America. Israele non avrebbe potuto farcela senza tutte le armi che l’America gli ha fornito. A meno che la politica americana e proprio la coscienza del suo interesse nazionale non cambino, non c’è motivo di pensare che qualcosa cambierà in modo significativo.

Questa può anche essere una guerra dell’America, ed è vero che nessuno del movimento Uncommitted ha parlato, ma la Palestina era ed è ancora oggi la questione più controversa nel Partito Democratico. Come vedi questi cambiamenti?

Sicuramente non sto dicendo che qui non ci sia storia. Ci sono segnali molto positivi e importanti che costruiranno qualcosa, non scompariranno. Ma non credo che siamo vicini a un punto di svolta.

Quando interpretiamo erroneamente la profondità e il ritmo del cambiamento in America si tratta di un autogol in due sensi. In primo luogo, gli stessi americani hanno l’impressione che basti che [i politici] mandino questi piccoli indizi – che Harris rappresenti uno spostamento in questo senso di tre gradi rispetto a Biden –per aver fatto abbastanza, e che questo abbia effettivamente un effetto concreto.

In secondo luogo, quando si monta questa aspettativa irrealistica, si aiuta [a rafforzare in Israele] la narrativa di “Bibi il Mago” – che in qualche modo, sebbene gli americani stessero davvero per punire Israele, questo non è accaduto. Non succede in primo luogo perché non sarebbe mai successo. Ma nella narrativa israeliana si tratta di un’altra vittoria per Netanyahu: il mago lo ha impedito.

Torniamo ai cambiamenti avvenuti negli Stati Uniti nei confronti di Israele. Si poteva parlare di questi temi nel Partito Democratico 20 anni fa?

No, ma dove eravamo 20 anni fa? Importanti organizzazioni per i diritti umani, comprese quelle israeliane, hanno ora espresso accuse di apartheid [per quanto riguarda Israele], insieme a molti Stati e [probabilmente] alla stessa Corte internazionale di giustizia. Ma è ancora proibito parlarne negli ambienti politici democratici – del fatto che è verosimilmente in corso un genocidio, e che è chiaro che Israele sta commettento crimini e azioni illegali. Israele ha in gran parte perso sul piano della narrazione, ma non bisogna sottovalutare quante cose possono ancora essere controllate dal peso schiacciante del denaro e delle forze filo-israeliane.

Quindi Israele ha perso la causa ma si salva col denaro?

Soldi, narrazioni sull’antisemitismo (un impegno concertato che ha avuto molto successo) e il fatto che l’establishment ebraico americano sia rimasto totalmente accanto a Israele. Non una delle principali organizzazioni di retaggio ebraico dissente. L’Anti-Defamation League [ONG internazionale ebraica con sede negli USA, sostenitrice della politica israeliana, ndt.] è molto efficace nell’usare l’antisemitismo come un’arma e strumentalizzarlo e criminalizzare la libertà di espressione palestinese.

Ciò include J Street?

J Street esprime una critica abbastanza morbida. È diventato progressivamente più importante all’interno del Partito Democratico, ma sempre meno incisivo e significativo. JStreet può contare sulla carta su più membri [del Congresso], ma il contenuto della sua critica è sostanzialmente ininfluente.

Non chiedono sanzioni o aiuti condizionati?

Debolmente. Non si tratta solo di Israele; nelle elezioni primarie il Partito Democratico ha consentito quelle che vengono chiamate “campagne di spesa indipendente”. Le primarie più costose nella storia del Congresso si sono svolte in questo ciclo per cacciare Jamaal Bowman e anche Cori Bush [potenti lobby ebraiche spesero rispettivamente 15 e 8,5 milioni per sconfiggerli alle primarie, ndt.] In fin dei conti, quelle primarie sono state decise dai soldi, che hanno un’enorme influenza; altri politici dicono: “Mi piacerebbe stare dalla loro parte, ma non voglio perdere il mio posto per questo problema.” L’establishment democratico non ha difeso Bowman o Bush, anche se l’hanno pagata col calo di entusiasmo e mobilitazione della base elettorale.

Così, mentre il movimento per i diritti dei palestinesi ha costruito un movimento di forza popolare, le forze filo-israeliane hanno raddoppiato il potere finanziario. Il Partito Democratico avrebbe potuto dire che non avrebbe consentito campagne di spesa indipendente perché sono una parodia e una vergogna per la democrazia, ma non l’ha fatto – e quindi l’ha consentito alle forze filo-israeliane.

Quello che sto dicendo è che questo è un movimento importante e crescerà, ma se lo stimi troppo ne ricavi un’analisi politica sbagliata.

Se dovessi valutare il peso di ciascuno dei molti elementi che impediscono il cambiamento nei confronti di Israele-Palestina, quale diresti sia il fattore più importante?

Vorrei tentare la seguente analogia: il controllo delle armi è diventato una questione [popolare] per gran parte dell’elettorato americano, molto più che per la Palestina. Sì, ci sono i diritti del Secondo Emendamento [di detenere e portare armi, ndt.] e una cultura intorno [al possesso di armi], ma ciò che tiene in pugno il controllo delle armi in termini di cambiamenti legislativi e politici è il potere finanziario della lobby delle armi. Senza soldi in politica le cose sarebbero diverse.

È anche importante sottolineare che è un mondo diverso. Negli anni ’90 vivevamo in un mondo unipolare: era il momento americano, post-Unione Sovietica, pre-11 settembre, pre-Cina. Oggi vediamo ancora il mondo attraverso l’America, ma una strategia intelligente partirebbe dal fatto che l’America è nemica, non amica della pace in Medio Oriente.

Una diversa geopolitica ci aiuta a riconoscere questa circostanza. I paesi del Sud del mondo, guidati dal Sud Africa, hanno sostenuto la mossa per l’accusa di genocidio alla Corte Internazionale. I paesi del Sud del mondo hanno guidato il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia riguardo a tutta l’occupazione, con deposizioni da parte di Indonesia, Namibia, Malesia e alcuni stati arabi [tra gli altri].

Non sto suggerendo che ci sia un’egemonia mondiale migliore in attesa di sostituire l’America. Ogni Stato è amico dei propri interessi, non necessariamente di una vaga nozione di pace. Ma viviamo in un mondo in cui l’America non può più far valere comunque i propri interessi. E quindi la domanda cruciale, soprattutto per i palestinesi, è: perché continuare a guardare esclusivamente all’America come leader? È un errore terribile da parte dei palestinesi, ed è un errore nel quale anche gli israeliani dovrebbero evitare di cadere.

Pensando a Israele, ci dovrà essere una combinazione di cambiamento dall’interno e pressioni dall’esterno. Forse dovremmo pensare la stessa cosa per l’America: è necessario spingere per un cambiamento dall’interno, ma ci devono essere anche dei costi dall’esterno se l’America continua su questa strada. L’America può farla franca perché non sta pagando molto, ma penso che la dinamica stia cambiando.

Dopo che Blinken ha fallito clamorosamente nella sua ultima visita in Israele e ha elogiato Netanyahu invece di fare pressioni su di lui, perfino l’establishment della sicurezza israeliano ha iniziato a rendersi conto che la salvezza non verrà dagli Stati Uniti, definendoli una condanna a morte per la possibilità di raggiungere un accordo, liberare gli ostaggi e porre fine alla guerra. Quindi anche in Israele stiamo assistendo a questo cambiamento.

Penso che Blinken abbia ricevuto un incarico dal suo capo che non consentiva alcun progresso, ma lui lo ha portato a un livello inedito di stupidità e dilettantismo. Sarebbe utile se la gente [in Israele] smettesse di aspettarsi che gli Stati Uniti risolvano tutti i loro problemi, allora effettivamente si potrebbe avere una vera opposizione.

Ma al momento non c’è niente. Liberman [leader di un partito conservatore ed ex Ministro della Difesa, ndt.] continua a salire nei sondaggi dicendo che dovremmo far morire di fame Gaza. Gantz dice che avremmo dovuto combattere una guerra più ampia con Hezbollah molto tempo fa. Lapid va in giro per il mondo dicendo che ogni protesta palestinese è antisemita e che il BDS è il più antisemita.

Quando è stato chiaro che Netanyahu aveva nuovamente rifiutato la richiesta americana di ritirare le truppe dal corridoio Philadelphi, ho visto un momento su Al Jazeera in cui il conduttore chiedeva al suo intervistato: “Come è possibile che Israele dica no al paese più forte del mondo e ne esca illeso?” Che impatto pensi che il rifiuto di Israele avrà sullo status degli Stati Uniti nella regione?

La scuola pragmatica del pensiero americano sulla sicurezza nazionale considera questo un disastro per gli interessi americani e profondamente dannoso per la reputazione dell’America – e che l’America possa essere coinvolta dal suo alleato in un’azione militare molto più estesa. Ciò ha generato un’altra ondata di rabbia globale contro l’America, perché questa è anche una guerra dell’America.

Israele deve anche chiedersi se ha interesse a contribuire all’indebolimento dell’America. Il fatto che Israele sia in grado di mostrare agli Stati Uniti chi è che comanda influisce concretamente sul modo in cui l’America viene percepita a livello globale. La narrazione di Bibi secondo cui “Ci difenderemo da soli, non abbiamo bisogno di nessuno” si è rivelata la più grande stronzata. Come può essere nell’interesse di Israele indebolire l’America proprio quando ne ha più bisogno? Ma in un momento in cui Israele appare militarmente più debole e la capacità dell’Asse della Resistenza è cresciuta, Israele sta minando l’America e allo stesso tempo ci fa più affidamento.

Non ho l’impressione che [i decisori israeliani stiano] discutendo di questo a porte chiuse. Forse lo fanno, ma sono sorpreso che non si palesi un’analisi strategica più chiara.

Penso che ci sia un riconoscimento tra i vertici israeliani che le cose non stanno andando nella giusta direzione, ma non hanno il coraggio o la capacità di cambiarle. Ma gli Stati Uniti non vedono questo processo? Non sono tutti stupidi. E perché Washington ha bisogno di Israele?

Sono sicuro che ci sia un analista israeliano da qualche parte al Pentagono che ha scritto un articolo proprio su quanto Israele sia in pericolo a causa di ciò che sta facendo. Pensiamo che questo riesca a risalire tutta la catena di comando? Ne dubito.

Ma sul pericolo per gli interessi degli Stati Uniti, penso che sia una di quelle cose per cui l’America dice: sì, ce lo dicono da secoli ma non succede. L’America pensa ancora di poter ammortizzare il costo che sta pagando.

Poi c’è il problema di come Israele interpreta il mondo e la regione, e quale sia l’alternativa da offrire a Netanyahu. L’opposizione sembra suggerire di poter fare causa comune con l’America e gli Stati arabi [alleati] contro l’Asse della Resistenza, ma per farlo devono dare qualcosa, anche molto poco, ai palestinesi.

Anche se è vero che la maggior parte degli Stati arabi non sono sostenitori dell’Iran, non vogliono una guerra. L’Arabia Saudita e l’Iran hanno raggiunto un’intesa sotto l’ombrello diplomatico cinese. L’Arabia Saudita vuole per lo meno evitare rischi con l’Iran. Gli Emirati Arabi Uniti hanno relazioni economiche molto forti con l’Iran. L’Iran è ora molto più legato alla cooperazione con Cina e Russia, come si vede nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. L’Iran si sta ora unendo ai BRICS. La geopolitica è davvero cambiata, quindi dobbiamo pensare a come raggiungere una riduzione globale della tensione, e l’Iran dovrà parteciparvi.

Questo è il vero cambiamento: le dinamiche geopolitiche nella regione e l’indebolimento degli Stati Uniti.

Sì, esattamente.

E pensi che abbia già avuto un effetto?

Penso di sì. L’Iran ha meno bisogno dell’Occidente, poiché l’asse alternativo sta diventando sempre più forte. Le élite arabe sono piuttosto radicate nel loro orientamento e lusso occidentale, ma le realtà dell’economia globale – le catene globali di approvvigionamento e le materie prime, l’iniziativa [cinese] Belt and Road – sono realtà strutturali e tangibili, e significano che il centro di gravità si sta spostando.

Poco prima del 7 ottobre, a margine della riunione del G20 a Delhi, c’è stato l’annuncio della creazione di un corridoio India-Medio Oriente-Europa, compresa Israele, come concorrente della Belt and Road Initiative. Non ne verrà fuori nulla. La Belt and Road Initiative è reale; questo IMEC, un treno da Delhi a Tel Aviv, è un bel sogno.

Se oggi dovessi progettare un nuovo sforzo per la pace, farei di tutto per rompere il monopolio americano. Ciò significa che i palestinesi devono fondamentalmente spostare i loro pensieri da un presunto primato statunitense o occidentale e devono usare la geopolitica a proprio vantaggio.

Concordo ed è mia convinzione che l’elemento più significativo del sostegno statunitense a Israele non consista nelle armi che invia, ma nella copertura politica che fornisce: un veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro le risoluzioni anti-israeliane, comprese quelle che possono arrivare dalla Corte Internazionale di Giustizia. Delle pressioni sull’America possono influenzare proprio questo.

Sono d’accordo con te. E c’è un’altra cosa: forse da parte americana c’è molto cinismo in alcune parti del ragionamento. Considerano Israele militarmente potente e in grado di fare una parte di ciò di cui l’America ha bisogno per prevenire un egemone regionale ostile [l’Iran] – quindi, sotto questo aspetto, pensano che Israele sia eccezionale. E se gli israeliani si autodistruggono, Washington troverà un’altra soluzione.

Questo è il problema. Guarda l’America con l’Ucraina: sono felici di combattere la Russia fino all’ultimo ucraino. Perciò l’America non agisce così per profondo amore, ma perché Israele è utile: combatti Hamas e Hezbollah, e se per te le cose finiscono in modo disastroso, troveremo un altro modo di constrastarli.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Chiarire il funzionamento della dirigenza di Hamas

Hanna Alshaikh

30 agosto 2024 – Mondoweiss

Tratteggiando una semplicistica contrapposizione tra il “moderato” Ismail Haniyeh e l’“estremista” Yahya Sinwar, i media hanno frainteso il modo in cui opera la dirigenza di Hamas. In realtà il processo decisionale di Hamas è molto più istituzionalizzato.

Dopo che Ismail Haniyeh, capo dell’Ufficio Politico di Hamas, è stato assassinato a Teheran, il Consiglio della Shura, il più alto organo consultivo del Movimento, ha rapidamente e unanimemente scelto Yahya Sinwar come suo successore. Quando è stato ucciso, Haniyeh era a capo della rappresentanza di Hamas nei negoziati per il cessate il fuoco con i mediatori e molti analisti hanno affermato che l’ascesa di Sinwar fosse il segnale di una rottura radicale con le politiche di Haniyeh e di altri esponenti di spicco dell’Ufficio Politico.

Questa analisi è in larga parte fuorviante.

Essa dimostra scarsa comprensione non solo della dirigenza del Movimento di Resistenza Islamica (Hamas), ma del più ampio Movimento nel suo insieme. Che la direzione di Sinwar costituisca una rottura con il passato è una tesi sintomatica della tendenza nell’analisi occidentale a leggere le figure dei dirigenti palestinesi attraverso dicotomie semplicistiche come “falco/colomba” o “moderato/radicale”. Queste etichette nascondono più di quanto rivelino.

A questa carenza analitica si somma la sensazionalistica fissazione per la psicologia di Sinwar. Questo approccio riduce politiche complesse a caratteri personali e presuppone che i processi decisionali di Hamas siano in larga parte riconducibili a singole personalità piuttosto che a solidi dibatti interni ed elezioni, complesse deliberazioni e consultazioni e contrappesi istituzionali.

Nonostante queste distorsioni nel dibattito generale, vale comunque la pena approfondire in quale misura il mandato di Sinwar a Capo dell’Ufficio Politico si distinguerà da quello di Haniyeh. Vi sono segni di rottura?

Sfidare l’isolamento

Per poter meglio valutare un’eventuale rottura occore considerare alcuni parallelismi nelle traiettorie di Haniyeh e Sinwar. Il primo è il più ovvio: entrambi hanno scalato i vertici della dirigenza palestinese prima e di quella di Hamas poi. Nati nei campi profughi della Striscia di Gaza nei primi anni ’60, Haniyeh e Sinwar si sono affacciati al mondo come rifugiati, condizione che comporta un’esistenza fatta di esclusione, spossessamento e marginalizzazione. A dispetto di questa condizione, entrambi si sono uniti al movimento islamico a Gaza e sono stati ulteriormente isolati e dislocati: Haniyeh fu esiliato nella città libanese di Marj al-Zouhour nel 1992, mentre Sinwar fu imprigionato nel 1988 e condannato a quattro ergastoli l’anno seguente. Queste avversità non hanno impedito ai due dirigenti né di maturare la loro preparazione politica né di giocare un ruolo nello sviluppo della stessa Hamas.

Dalle dure condizioni del suo esilio a Marj al-Zouhour, Haniyeh ha maturato esperienza nel coordinamento delle attività con i palestinesi fuori da Hamas, nella gestione dei rapporti con Hezbollah e nel confronto con gli Stati arabi e la comunità internazionale – culminata con l’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di una risoluzione che ne chiedeva il ritorno, che avvenne l’anno successivo. Questa esperienza in diplomazia e negoziazione con altri gruppi palestinesi, Haniyeh l’avrebbe portata con sé per il resto della sua carriera. Nel 2006 Haniyeh fu il primo capo del governo palestinese democraticamente eletto. Mentre il sabotaggio di questo governo di unità nazionale portava a brutali scontri tra fazioni e all’instaurazione del blocco israeliano su Gaza, Haniyeh ha dedicato anni al perseguimento della riconciliazione e dell’unità nazionali, oltre al lavoro a livello diplomatico.

Dalla prigione Sinwar ha continuato a sviluppare le capacità di controspionaggio del Movimento, un processo che aveva avviato nel 1985 con la creazione dell’“Organizzazione per la sicurezza e la vigilanza” nota come “Majd”, con l’obbiettivo di provvedere all’addestramento in materia di sicurezza e controspionaggio e identificare sospetti collaboratori. Quando Sinwar è stato arrestato nel 1988, dopo solo un mese dall’inizio della Prima Intifada, è stato accusato di aver ucciso 12 collaboratori. Da prigioniero, Sinwar ha continuato a spendersi per il rafforzamento del controspionaggio del Movimento e a investire nelle capacità dei prigionieri palestinesi. Ha imparato l’ebraico ed è stato un avido lettore. La sua competenza ha segnato nel tempo lo sviluppo del Movimento e consolidato la sua figura di autorità del Movimento in prigione.

Un capitolo importante e più diffusamente conosciuto dell’esperienza politica di Sinwar è quello relativo al ruolo chiave che ha avuto nelle negoziazioni che hanno portato al rilascio di più di 1000 prigionieri palestinesi nel 2011, incluso lo stesso Sinwar, in cambio di Gilad Shalit, soldato israeliano catturato dai combattenti delle brigate Qassam nel 2006. Aspetto meno conosciuto del tempo che ha passato in prigione è invece l’accorta destrezza con cui ha coinvolto e radunato i palestinesi di diverse fazioni in scioperi e proteste di detenuti. Nel periodo immediatamente successivo al suo rilascio, è riuscito a utilizzare queste abilità per ottenere maggiore influenza nei negoziati con Israele e trovare punti di accordo con i palestinesi di altre fazioni.

Negoziati dopo la prigione

Nel 2012, poco dopo il suo ritorno a Gaza, Sinwar è stato eletto all’Ufficio Politico di Hamas. Solo cinque anni dopo, nel 2017, Sinwar è stato eletto successore di Haniyeh a capo della dirigenza di Gaza. I primi anni di Sinwar a Gaza sono speso ricordati come un periodo in cui Hamas ha serrato i ranghi internamente e si è impegnata in campagne pubbliche contro la collaborazione con Israele, anche se in forme piuttosto diverse rispetto ai primissimi giorni del Majd.

Fatto meno sensazionalistico e non adatto a narrazioni enfatiche, mentre era a capo della dirigenza di Gaza Sinwar si è anche impegnato in diversi negoziati complessi e tortuosi.

Nel 2017, a dieci anni dall’inizio del blocco israeliano su Gaza, la lotta quotidiana di 2 milioni di palestinesi stava per peggiorare ulteriormente a causa di una serie di decisioni di Mahmoud Abbas che avrebbero aggravato le conseguenze economiche dell’isolamento di Gaza. Nel marzo del 2017, l’Autorità Palestinese, con sede a Ramallah, aveva ridotto i salari dei propri dipendenti a Gaza fino al 30% e a giugno i salari dei prigionieri palestinesi “deportati” a Gaza nel 2011 furono completamente eliminati. Poi, con una mossa molto discussa e considerata una forma di punizione collettiva, cancellando un’esenzione fiscale Abbas di fatto ridusse i rifornimenti di carburante a Gaza, provocando una crisi energetica che ridusse la fornitura di elettricità per i palestinesi di Gaza da otto a quattro ore al giorno circa.

Con una mossa che sorprese molti osservatori, per fare fronte alle crisi provocate dai cambiamenti politici a Ramallah, Sinwar strinse un accordo con l’ex capo della Forza di sicurezza preventiva dell’Autorità Palestinese, Muhammad Dahlan. Nato come Sinwar nel campo profughi di Khan Younis, Dahlan era stato un dirigente chiave di Fatah fino al 2011, quando si trasferì negli Emirati Arabi Uniti dopo uno scontro con la dirigenza del partito. L’idea di un accordo tra Hamas e l’uomo che aveva realizzato il desiderio dell’amministrazione Bush di minare il governo di unità palestinese guidato dal neoeletto Haniyeh era inconcepibile all’inizio della divisione tra Gaza e Cisgiordania, dieci anni prima. Ragioni interne e regionali imponevano tuttavia alla dirigenza del Movimento di adattarsi, e Sinwar era pronto a negoziare.

L’accordo tra Hamas e Dahlan ebbe scarso successo, ma mise in luce due aspetti fondamentali del mandato di Sinwar come capo della dirigenza di Gaza: la capacità di colmare le divergenze con altri segmenti della politica e della società palestinesi e quella di mantenere relazioni estere equilibrate in un mutato scenario regionale. Più specificamente, attraverso i suoi stretti legami con i governi degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto, Dahlan riuscì a far entrare un po’ di carburante attraverso il valico di Rafah. In un momento in cui le relazioni tra Hamas e l’Egitto erano al massimo della tensione, all’inizio del primo mandato di Sinwar, fu un fatto significativo.

Nei mesi e negli anni successivi, Sinwar è riuscito a continuare ad allentare le tensioni con l’Egitto. Servendosi dell’influenza costruita con la mobilitazione civile indipendente dei palestinesi in seguito nota come Grande Marcia del Ritorno (2018-19) e di un maldestro tentativo da parte del Mossad di infiltrare e installare apparecchiature di sorveglianza a Gaza nel novembre 2018, la dirigenza di Hamas ha ottenuto diverse concessioni che hanno attenuato l’impatto del blocco israeliano su Gaza, inclusi un allentamento delle restrizioni sui viaggi attraverso il valico di Rafah con l’Egitto, un maggior numero giornaliero di camion carichi di merci in ingresso a Gaza e denaro per pagare i salari dei funzionari pubblici.

È ampiamente riconosciuto che Sinwar abbia giocato un ruolo di primo piano nel miglioramento delle relazioni di Hamas con altri membri dell’“Asse della Resistenza” dopo che la dirigenza di Hamas lasciò Damasco nel 2012, nel pieno dell’insurrezione siriana e della guerra civile. Non altrettanto riconosciuto è il ruolo di Sinwar nel miglioramento e nella rinegoziazione delle condizioni nei rapporti di Hamas con altri attori regionali al di fuori degli alleati più stretti. Concentrare l’attenzione sui suoi legami con l’“Asse” limita il dibattito sulla guida di Sinwar entro i confini di una certa corrente ideologica, ma la sua volontà di negoziare indica un approccio agli equilibri di potere regionali più sofisticato di quanto prevedano queste etichette arbitrarie.

Sinwar e i suoi predecessori

Due concetti operativi nel lessico politico di Hamas – accumulazione e consultazione – sono fondamentali per comprendere come funziona il Movimento e come lavorano i suoi dirigenti. Qualsiasi comprensione del Movimento in generale e del ruolo di Sinwar in particolare deve tenere conto di questi fattori imprescindibili nell’evoluzione del potere e del dinamismo istituzionale di Hamas.

Con il termine “accumulazione” ci si riferisce generalmente allo sviluppo sul piano militare nel tempo. É inoltre utile considerare come accumulazione anche l’esperienza e le capacità politiche cui i dirigenti di Hamas ricorrono per gestire difficili problemi di amministrazione sotto il blocco: esigenze umanitarie sotto l’assedio, fasi di isolamento a livello regionale, fasi di costruzione e stabilizzazione di alleanze a livello regionale, riconciliazione nazionale con altre fazioni palestinesi. La costruzione delle basi del successo politico e dell’accumulazione militare richiede continuità più che rotture.

Con il termine “consultazione” ci si riferisce alle buone pratiche e alle strutture interne a Hamas. Il Movimento ha organi consultivi a diversi livelli che fungono da organi di controllo e di consulenza per la dirigenza politica. I membri sono eletti e comprendono palestinesi della Cisgiordania, di Gaza, dalla diaspora e dalle prigioni. L’organo consultivo più alto, il Consiglio Generale della Shura, nomina i membri di un organo indipendente che coordina e supervisiona l’elezione dell’Ufficio Politico per garantirne la trasparenza. Se normalmente poche informazioni su queste strutture raggiungono il pubblico, in una situazione di emergenza come l’assassinio di Ismail Haniyeh si è appreso che il Consiglio Generale della Shura può nominare un successore in circostanze eccezionali (Sinwar è stato scelto all’unanimità).

La pratica e la struttura della consultazione non sono circoscritte all’ala politica di Hamas. Anche l’ ala militare del Movimento, le Brigate Qassam, ha procedure di consultazione – infatti, Sinwar aveva operato come coordinatore tra il ramo militare e quello politico dopo essere entrato a far parte dell’ufficio politico. Zaher Jabareen, che aveva radicato le Brigate Qassam nella Cisgiordania settentrionale, ha spiegato che non è corretto rappresentare il Majd come una struttura centralizzata, poiché le decisioni sui sospetti non sono nelle mani di un individuo solo – esse sono soggette a procedure articolate in più fasi, nonché a ulteriori indagini da parte di un’“organizzazione professionale” distinta. Jabareen ha sottolineato che sono previste sanzioni severe per il personale che non gestisce correttamente un caso.

Secondo questa stessa dinamica, quando dirigenti come Sinwar o Haniyeh prendono una decisione importante, non solo giungono a quella conclusione attraverso la consultazione con figure di grande esperienza, ma ne rispondono agli elettori che si aspettano un’iniziativa, siano essi interni al Movimento o nella società in generale. Come capi della dirigenza di Gaza e dell’Ufficio Politico, Sinwar e Haniyeh hanno lavorato insieme e spesso sono apparsi in incontri pubblici con diversi corpi elettorali per costruire consenso sul tema della riconciliazione nazionale. Per loro riconciliazione nazionale non è stata solo la priorità assoluta del fare ammenda con Fatah e unire il corpo politico palestinese, ma significava anche colmare altre forme di divisioni politiche, nonché questioni sociali e socioeconomiche a Gaza. Tutto questo per prepararsi all’imminente battaglia, per accumulare forza militare, sostegno popolare e l’unità politica necessari. Sembra che la consultazione proceda sia dall’alto verso il basso che dal basso verso l’alto.

Diverse dichiarazioni di Sinwar e di due fra i suoi predecessori mostrano come l’accumulazione di forza e risultati abbia promosso la continuità in ogni nuova fase. Khaled Meshaal aveva delineato le priorità del suo ultimo mandato in un’intervista del maggio 2013: resistenza, concentrazione su Gerusalemme come cuore della causa palestinese, liberazione dei prigionieri, lotta per il diritto al ritorno e promozione del ruolo della diaspora nella lotta, riconciliazione nazionale tra le fazioni palestinesi per unire e raccogliere il corpo politico palestinese in sostegno alla resistenza, coinvolgimento dei paesi arabi e musulmani, coinvolgimento della comunità internazionale sia a livello ufficiale che a livello popolare, rafforzamento istituzionale interno a Hamas, espansione del suo potere e apertura verso altre formazioni palestinesi e verso altri arabi e musulmani in generale.

Il commento di Meshaal sui prigionieri balza agli occhi. Li aveva definiti come “l’orgoglio del nostro popolo”. Quando gli è stato chiesto di entrare nei dettagli circa il piano per ottenerne la liberazione e se questo prevedesse la cattura di altri soldati israeliani, Meshaal ha preferito tacere. Due mesi più tardi, il rovesciamento del governo Morsi in Egitto avrebbe determinato un cambiamento nelle operazioni di Hamas, cosa che probabilmente ha indotto la dirigenza dell’Ufficio Politico ad alcuni ripensamenti. Nonostante le difficoltà che tutto ciò ha implicato per Hamas, soltanto un anno dopo, nel corso della guerra di 51 giorni di Israele contro Gaza del 2014, in almeno cinque occasioni le brigate Qassam sono entrate in Israele, puntando alle sue basi militari, e hanno catturato i corpi di due soldati. Oggi questa accumulazione e questa continuità sono riscontrabili nelle dichiarazioni dei dirigenti di Hamas che spiegano che lo scopo dell’operazione del 7 ottobre era quello di catturare soldati israeliani in vista di uno scambio di prigionieri.

All’inizio del suo ultimo mandato, Meshaal aveva pubblicamente smentito insieme ad Haniyeh le voci di tensioni tra loro. Queste voci sono perdurate negli anni, mentre non si è prestata sufficiente attenzione alla corrispondenza fra i due dirigenti, che coerentemente dimostra priorità condivise.

La prospettiva comune, la comunicazione e le priorità condivise sono continuate con Haniyeh a capo dell’Ufficio Politico. In seguito alla guerra del 2021 di Israele contro Gaza, che i palestinesi chiamano “la battaglia della spada di Gerusalemme” – in occasione della quale ebbe luogo un sollevamento noto come “Intifada dell’Unità” che si diffuse da Gerusalemme alla Cisgiordania, fino ai palestinesi con cittadinanza israeliana e alle comunità dei rifugiati in Libano e Giordania – Ismail Haniyeh pronunciò un discorso della vittoria che sottolineava il ruolo centrale nel Movimento della continuità e dell’accumulazione.

Haniyeh descrisse la battaglia come una “vittoria strategica” e dichiarò che ciò che sarebbe avvenuto dopo non sarebbe stato “come ciò che è avvenuto prima”, aggiungendo che “è una vittoria divina, una vittoria strategica, una vittoria complessa” sui piani della scena nazionale palestinese, dalla nazione araba e musulmana, sul piano delle masse globali e su quello della comunità internazionale. Il discorso sottolineava l’importanza per questa vittoria dell’accumulazione di forze e della dedizione a priorità e obbiettivi riconducibili a epoche precedenti del Movimento. Preannunciava anche grandi cambiamenti futuri.

Prima del 7 ottobre, Sinwar tenne un discorso in occasione del quale ebbe a dire:

Nell’arco di alcuni mesi, io stimo non più di un anno, obbligheremo l’occupazione ad affrontare due opzioni: o li obbligheremo ad applicare la legge internazionale, rispettare le risoluzioni internazionali, ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare le colonie, liberare i prigionieri e garantire il ritorno ai rifugiati, ottenendo l’istituzione di uno Stato palestinese sulle terre occupate nel 1967, inclusa Gerusalemme, o metteremo questa occupazione in contraddizione e contrasto con l’intero ordine internazionale, la isoleremo in modo radicale e potente, e metteremo fine alla sua integrazione nella regione e nel mondo intero, affrontando lo stato di collasso che si è verificato su tutti i fronti di resistenza negli ultimi anni”.

Alla luce di ciò, vale la pena chiedersi se Sinwar sia davvero così imprevedibile come sostengono gli opinionisti. Le sue dichiarazioni mettono in dubbio anche la lettura dell’ascesa di Sinwar come una rottura totale con il passato del Movimento.

Hamas come mediatore

La personalità di Yahya Sinwar è stata rappresentata in modo sensazionalistico dai media occidentali (e anche arabi). In generale, queste discussioni su Hamas sono spesso basate su voci, insinuazioni e affermazioni prive di fondamento che tendono a mettere in evidenza i disaccordi tra i componenti della sua dirigenza, etichettando i dirigenti sulla falsariga dell’opposizione tra “moderati che favoriscono la diplomazia e i negoziati” e “falchi militanti”. Esaminando gli aspetti delle carriere di Sinwar e Haniyeh dovrebbe risultare più chiaro che, sebbene le personalità e le specificità del percorso di ciascun dirigente abbiano un impatto sul loro processo decisionale, si tratta solo di una parte del modo in cui questi dirigenti, e il Movimento in generale, prendono le decisioni.

Nel corso degli anni, Hamas ha dimostrato di saper sfruttare le diverse esperienze dei suoi leader per rafforzare le proprie capacità sul piano militare, politico, diplomatico e popolare. Radicato nei principi di consultazione e accumulazione, Hamas è allo stesso tempo un Movimento orizzontale e un Movimento di istituzioni. Istituzioni efficaci come il Consiglio della Shura hanno aiutato il Movimento a superare momenti di incertezza, come l’assassinio di Ismail Haniyeh.

Questo è l’ultimo esempio di come Hamas abbia dimostrato livelli di dinamismo e flessibilità istituzionale senza precedenti rispetto alla storia della creazione di istituzioni tra le fazioni palestinesi.
In questo contesto, quelle che potrebbero apparire come differenze significative tra i dirigenti possono diventare una fonte di forza per il Movimento, permettendogli di bilanciare le richieste, a volte contrastanti, di vari elettorati, soprattutto mentre gestisce il processo decisionale tra gli alti livelli di sorveglianza, la costante minaccia di assassinio e di incarcerazione dei suoi dirigenti e i continui assalti alle sue strutture e istituzioni.

Con ciò non si vuole negare che a volte possano esserci divergenze tra i dirigenti del Movimento. Questo è un fattore in gioco sin dalla fondazione dell’organizzazione nel 1987. Tuttavia, Hamas è anche un Movimento di istituzioni, procedure e strumenti di controllo. La regola generale è stata la consultazione, l’accumulazione e il bilanciamento delle esigenze dei vari gruppi. La comunicazione della dirigenza ne ha dato prova pubblicamente e con coerenza nel tempo, non solo durante la guerra genocida in corso, ma per tutti i suoi 37 anni di storia.

In seguito all’operazione “al-Aqsa Flood” del 7 ottobre 2023 e al susseguente genocidio a Gaza, sono stati sollevati ulteriori interrogativi su Hamas in generale e sulla personalità di Yahya Sinwar in particolare. Molti ancora parlano di Sinwar come dell’imprevedibile mente dietro all’operazione, insistendo su una narrazione in cui Sinwar ha avuto da solo il potere di condurre un’operazione senza precedenti contro Israele, con tutte le complesse implicazioni locali, regionali e internazionali che ne deriverebbero. Non è perché si voglia fare un favore ad Hamas – non si tratta di uno stratagemma per dare la colpa a una “mela marcia” e favorire il ritorno al governo di un Hamas “demilitarizzato”. Per alcuni sedicenti esperti, il ricorso a questa spiegazione è dovuto a una scarsa comprensione del Movimento. Per altri permette di fornire una copertura ai fallimenti militari di Israele nel caso in cui catturi Sinwar e sostituisca questo risultato alla “vittoria totale”. Se Sinwar è Hamas e Hamas è Sinwar, allora l’eliminazione dell’uno comporterebbe quella del secondo.

In realtà, ciò che pensiamo di sapere sulla pianificazione e sull’esecuzione dell’offensiva del 7 ottobre – e sulla successiva operazione di Hamas di fronte alla guerra genocida di Israele – è probabilmente una goccia nell’oceano. Ma le prove pubblicamente disponibili ci dicono che Yahya Sinwar non è poi così imprevedibile. Egli, come i suoi predecessori, è stato piuttosto trasparente e chiaro sulla direzione in cui l’organizzazione era diretta. I segnali erano evidenti da almeno due anni, sia a livello ufficiale che di base. Le grandi potenze sono rimaste scioccate perché hanno sottovalutato e ignorato il Movimento, non perché siano state ingannate. La narrazione intorno a Sinwar fornisce anche una copertura agli “esperti” per spiegare la loro conoscenza superficiale del Movimento nel migliore dei casi o l’analisi insincera nel peggiore.

Quello che gli analisti avrebbero dovuto sapere è che Hamas è un Movimento di istituzioni e, come qualsiasi altro movimento di massa, riunisce diverse correnti e orientamenti politici che possono essere in disaccordo sulla tattica, ma non sulla strategia. Il governo dell’organizzazione è stato improntato alla continuità, nonostante la frammentazione geografica e le diverse scuole di pensiero su come procedere. Ci sono stati momenti di acceso dibattito e disaccordo, ma non sono un segreto e a volte si sono svolti pubblicamente. Questo è coerente con le dinamiche di un’organizzazione con elezioni interne solide e competitive.

Pochissime delle notizie attribuite a “fonti anonime vicine a Hamas” sui disaccordi interni a Hamas o sulla ristrutturazione del Movimento da parte di Sinwar sono fondate. Forse le operazioni del Movimento cambieranno a causa della guerra in corso ed è possibile che le sue istituzioni si trasformino di conseguenza. Tuttavia, fino a quando non saranno disponibili prove concrete, gli analisti farebbero bene a basare le loro riflessioni sulla vasta mole di scritti, discorsi e interviste che fanno luce su aspetti inutilmente mistificati di Hamas e della sua dirigenza. Non ci sono prove credibili che suggeriscano che Sinwar abbia completamente rivisto la struttura del Movimento e accentrato il potere attorno a sé. Tuttavia, ci sono molte prove che Sinwar non è solo un prodotto del Movimento, ma uno che ha trascorso decenni a costruirlo ed è improbabile che abbia ignorato le persone con cui è cresciuto politicamente e i processi che ha contribuito a stabilire.

Un giorno, dopo la fine di questa guerra genocida, è possibile che emergano nuovi dettagli che cambieranno la comprensione di Hamas e contraddiranno le ipotesi che circolano ora. Quando ciò accadrà, sarà opportuno collocare le nuove prove nel loro giusto contesto storico e chiedere uno standard più elevato agli “esperti” che non hanno fatto i loro compiti a casa.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La disumanizzazione dei palestinesi da parte della società israeliana è ormai assoluta

Meron Rapoport

23 agosto 2024 – + 972 Magazine

In passato in Israele il dibattito etico in merito alle sue azioni militari poteva essere limitato e ipocrita, ma almeno esisteva. Non questa volta.

Alle 5:40 del mattino del 10 agosto il portavoce delle IDF ha inviato un messaggio ai giornalisti per informarli di un attacco aereo israeliano su un “quartier generale militare situato nel complesso scolastico di Al-Taba’een vicino a una moschea nell’area di Daraj [e] Tuffah, che funge da rifugio per degli abitanti di Gaza City”.

“Il quartier generale”, continuava il portavoce, “è stato utilizzato dai terroristi dell’organizzazione terroristica di Hamas per nascondersi e da lì hanno pianificato e promosso attacchi terroristici contro le forze delle IDF e i cittadini dello Stato di Israele. Prima dell’attacco sono state prese varie misure per ridurre possibili danni ai civili, tra cui l’uso di munizioni di precisione, equipaggiamento visivo e informazioni di intelligence”.

Poco dopo questo annuncio immagini scioccanti della scuola di Al-Taba’een hanno circolato in tutto il mondo, mostrando ammassi di carne smembrata e resti umani raccolti in sacchi di plastica. Le immagini sono state accompagnate da resoconti in base ai quali nell’attacco israeliano erano stati uccisi circa 100 palestinesi, e molti altri erano stati ricoverati in ospedale. La maggior parte delle vittime è stata uccisa durante il fajr, la preghiera dell’alba, in uno spazio apposito all’interno del complesso scolastico.

Come prevedibile, nelle ore e nei giorni successivi si è sviluppata una guerra di narrazioni sul numero di vittime civili. Il portavoce delle IDF ha pubblicato le foto e i nomi di 19 palestinesi che, a suo dire, erano “operativi” di Hamas o della Jihad islamica uccisi nell’attacco; a molti è stata data l’etichetta senza specificare la loro presunta posizione o grado.

Hamas ha negato le accuse. Anche l’Euro-Med Human Rights Monitor ha contestato le informazioni dell’esercito israeliano: la ONG ha scoperto che alcune delle persone sulla lista dell’esercito erano state in effetti uccise in precedenti attacchi a Gaza, che altre non erano mai state sostenitrici di Hamas e che alcune si opponevano addirittura al gruppo. L’esercito ha poi pubblicato un elenco aggiuntivo di altri 13 palestinesi che, a suo dire, erano operativi [di Hamas] uccisi nel bombardamento.

Mentre solo un’indagine indipendente può determinare in modo definitivo l’identità di tutte le vittime dell’attacco, la dichiarazione iniziale del portavoce delle IDF è indicativa del drammatico cambiamento che la società israeliana ha subito per quanto riguarda la vita dei palestinesi a Gaza.

L’annuncio delle IDF affermava esplicitamente che la scuola “serve come rifugio per gli abitanti di Gaza City”, il che significa che le IDF sapevano che i rifugiati erano fuggiti lì per paura dei bombardamenti dell’esercito. La dichiarazione non affermava che ci fossero stati attacchi con armi da fuoco o missili dalla scuola, ma che “i terroristi di Hamas … hanno pianificato e promosso … atti terroristici” da essa. Né affermava che i civili che si erano rifugiati nella scuola avevano ricevuto alcun avvertimento, solo che l’esercito aveva usato “armi di precisione” e “intelligence”. In altre parole, l’esercito ha bombardato un rifugio affollato conoscendo benissimo quali mortali conseguenze il suo assalto avrebbe inflitto.

Come se affamare milioni di persone fosse un hobby

Non dovrebbe sorprendere che i media israeliani abbiano appoggiato le affermazioni del portavoce delle IDF. Nel caso dei clamorosi fallimenti della sicurezza che hanno portato al 7 ottobre, ai media israeliani, e in particolare ai media di destra, è consentito essere critici e scettici nei confronti dell’esercito. Ma quando si tratta di uccidere i palestinesi, questo scetticismo viene buttato fuori dalla finestra: a Gaza, l’esercito ha sempre ragione.

“In guerra le scuole sono off limits”, ha scritto su Haaretz il prof. Yuli Tamir, ex ministro dell’Istruzione israeliano. “Non c’è un solo comandante che dirà: ‘Basta così’?” La risposta è un sonoro no. Ogni guerra comporta un certo livello di disumanizzazione del nemico. Ma sembra che nell’attuale guerra a Gaza la disumanizzazione dei palestinesi sia quasi assoluta.

Dopo ogni guerra combattuta dagli israeliani negli ultimi decenni ci sono state pubbliche manifestazioni di rimorso. Il che è stato spesso criticato come logica di “sparare e piangere”, ma almeno i soldati piangevano.

Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 è stato pubblicato il libro di enorme successo “The Seventh Day: Soldiers’ Talk about the Six-Day War” [Il Settimo Giorno: testimonianze dei soldati sulla Guerra dei Sei Giorni, ndt.] , contenente testimonianze di soldati che cercavano di confrontarsi con i dilemmi morali che avevano affrontato durante i combattimenti. Dopo i massacri di Sabra e Shatila del 1982 centinaia di migliaia di israeliani, tra cui molti che avevano prestato servizio nella guerra del Libano, scesero in piazza per protestare contro i crimini dell’esercito.

Durante la prima Intifada molti soldati denunciarono gli abusi sui palestinesi. La seconda Intifada diede vita alla ONG Breaking the Silence. Il discorso morale sull’occupazione potrebbe essere stato ristretto e ipocrita, ma esisteva.

Non questa volta. L’esercito israeliano ha ucciso a Gaza almeno 40.000 palestinesi, circa il 2% della popolazione della Striscia. Ha causato il caos totale, distruggendo sistematicamente quartieri residenziali, scuole, ospedali e università. Negli ultimi dieci mesi centinaia di migliaia di soldati israeliani hanno combattuto a Gaza, eppure il dibattito morale è quasi inesistente. Il numero di soldati che hanno parlato dei loro crimini o difficoltà morali con una seria riflessione o con rammarico, anche in forma anonima, può essere contato sulle dita di una mano.

Paradossalmente la distruzione insensata e gratuita che l’esercito sta causando a Gaza può essere vista attraverso le centinaia di video che i soldati israeliani hanno filmato e inviato ad amici, familiari o partner in segno di orgoglio per le loro azioni. È dalle loro riprese che abbiamo visto le truppe far saltare in aria le università di Gaza, sparare a caso contro le case e distruggere un impianto idrico a Rafah, per citare solo alcuni esempi.

Il generale di brigata Dan Goldfuss, comandante della 98a divisione, la cui lunga intervista nel momento in cui andava in pensione è stata presentata come esempio di comandante che sostiene i valori democratici, ha affermato: “Non provo pena per il nemico… non mi vedrete sul campo di battaglia provare pena per il nemico. O lo uccido o lo catturo”. Non una parola sulle migliaia di civili palestinesi uccisi dal fuoco dell’esercito, o sui dilemmi che hanno accompagnato tale massacro.

Allo stesso modo, il tenente colonnello A., comandante del 200° squadrone che gestisce la flotta di droni dell’aeronautica militare israeliana, all’inizio di questo mese ha rilasciato un’intervista a Ynet in cui ha affermato che durante la guerra la sua unità aveva ucciso “6.000 terroristi”. Quando gli è stato chiesto un commento sull’operazione di salvataggio per la liberazione a giugno di quattro ostaggi israeliani, che ha portato all’uccisione di oltre 270 palestinesi ha risposto: “Come si identifica un terrorista? Abbiamo portato l’attacco contro il lato della strada per allontanare i civili, e chiunque non fosse fuggito, anche se disarmato, per quanto ci riguardava era un terrorista. Tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”.

Questa disumanizzazione ha raggiunto nuovi vertici nelle ultime settimane con il dibattito sulla legittimità dello stupro dei prigionieri palestinesi. In una discussione sulla rete televisiva popolare Channel 12, Yehuda Shlezinger, un “commentatore” del quotidiano di destra Israel Hayom, ha chiesto di istituzionalizzare lo stupro dei prigionieri come parte della pratica militare. Almeno tre parlamentari del partito al governo Likud hanno anche sostenuto che ai soldati israeliani dovrebbe essere consentito di fare qualsiasi cosa, incluso lo stupro.

Ma il primato va al ministro delle Finanze e vice del ministero della Difesa di Israele, Bezalel Smotrich. Il mondo “non ci lascerà causare la morte di fame di 2 milioni di civili, anche se potrebbe essere giustificato e morale finché i nostri ostaggi non saranno restituiti”, si è lamentato in una conferenza a Israel Hayom all’inizio di questo mese.

Le osservazioni sono state fortemente condannate in tutto il mondo, ma in Israele sono state accolte con indifferenza, come se far morire di fame milioni di persone fosse solo un banale passatempo. Se i semi della disumanizzazione non fossero già stati piantati e ampiamente legittimati, Smotrich non avrebbe osato dire una cosa del genere pubblicamente. Dopotutto vede con quanta prontezza il governo e l’esercito israeliani abbiano abbracciato di fatto il suo “Piano Decisivo” per Gaza.

Finché li uccidiamo, meritano di morire”

Quando parliamo della corruzione morale portata dall’occupazione, spesso ricordiamo le parole del prof. Yeshayahu Leibowitz. Nell’aprile del 1968, prima che passasse un anno dall’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza, scrisse: “Lo Stato che governa una popolazione ostile di 1,4-2 milioni di stranieri diventerà necessariamente uno Stato Shin Bet [l’intelligence del ministero degli interni israeliano, ndt], con tutto ciò che questo implica riguardo al carattere dell’istruzione, della libertà di parola e di pensiero e della governance democratica. La corruzione, che è una caratteristica di tutti i regimi coloniali, contagerà anche lo Stato di Israele”.

Quando consideriamo l’abisso morale in cui si trova oggi la società israeliana è difficile non attribuire a Leibowitz una capacità profetica. Ma un esame attento delle sue parole rivela un quadro più complesso.

Si potrebbe sostenere che l’Israele del 1968 fosse ancora meno democratico di oggi. Era uno Stato monopartitico governato dal Mapai (il predecessore dell’attuale Partito Laburista), che escludeva non solo i suoi cittadini palestinesi, liberati da solo due anni dalla legge marziale israeliana, ma anche gli ebrei mizrahi dei Paesi arabi e musulmani, e teneva all’angolo gli ebrei religiosi e ultra-ortodossi. I media israeliani difficilmente criticavano il governo e i libri di testo scolastici da cui ho studiato negli anni ’60 e ’70 non erano particolarmente progressisti.

Al di qua della Linea Verde [confine degli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndt.] Israele è molto più liberale oggi di quanto non lo fosse nel 1968. Sempre più donne occupano posizioni direttive, per non parlare delle persone LGBTQ+, la cui stessa esistenza era un crimine. Economicamente Israele è un Paese molto più libero rispetto all’economia statalista centralizzata degli anni ’60 (e le disuguaglianze sono cresciute di conseguenza), e il Paese è molto più connesso al resto del mondo.

Si potrebbe sostenere che questa non è una contraddizione, ma che si tratta piuttosto di processi complementari. L’occupazione non ha solo arricchito Israele (nel 2023, ad esempio, le esportazioni militari hanno raggiunto un record di 13 miliardi di dollari), ma lo ha aiutato a mantenere due sistemi di governo paralleli (colonialismo e apartheid nei territori occupati e democrazia liberale per gli ebrei all’interno della Linea Verde) e forse anche due sistemi morali paralleli. La sconnessione tra l’espansione dei diritti dei cittadini israeliani e la cancellazione dei diritti dei sudditi palestinesi è diventata una parte inscindibile dello Stato. “Villa nella giungla” non è solo un termine pittoresco, descrive l’essenza del regime israeliano.

L’attuale governo fascista ha sconvolto quello che un tempo era un equilibrio più delicato. Trasformando il “liberalismo” in un nemico, politici come Yariv Levin, Simcha Rothman e i loro soci stanno cercando di abbattere la barriera tra i mondi paralleli attraverso il loro colpo di stato giudiziario. Le posizioni di rilievo assegnate a razzisti e fascisti come Smotrich e Itamar Ben Gvir hanno contribuito a questo processo.

Di fronte alle atrocità inflitte da Hamas il 7 ottobre il discorso di questi fascisti israeliani rimane la voce principale nel dibattito pubblico, poiché il presunto Israele liberale, che ha ignorato l’occupazione per anni, non ha saputo collocare la violenza di Hamas in un contesto più ampio di oppressione strutturale e apartheid. È così che siamo arrivati ​​al punto in cui nella società israeliana dominante non c’è una vera opposizione alla totale disumanizzazione dei palestinesi.

La macchina per uccidere israeliana non sa come fermarsi, ha scritto Orly Noy di +972 e Local Call su Facebook dopo il bombardamento della scuola di Al-Tabaeen, perché agisce per inerzia e tautologia. Sta agendo per inerzia perché fermarla costringerebbe Israele a interiorizzare ciò che ha causato, quale atrocità dalla portata epocale è iscritta nel suo nome… Ed è qui che entra in gioco il ragionamento tautologico: finché uccidiamo, è ovvio che loro meritano comunque di morire”. Proprio come ha detto il comandante del 200° Squadrone qualche giorno dopo.

Tuttavia, all’interno della Linea Verde ci sono ancora una società civile e un campo liberale che detengono un potere considerevole, come si vede nelle manifestazioni settimanali contro il governo. La domanda è cosa succederà se si raggiungerà un cessate il fuoco e la “macchina di sterminio” israeliana sarà costretta a fermarsi. Parti della società israeliana si renderanno conto che la violenza sfrenata che Israele ha scatenato dal 7 ottobre, e le forze di disumanizzazione che la guidano, minacciano l’esistenza stessa dello Stato?

“Il silenzio è abietto”, ha scritto Ze’ev Jabotinsky nella poesia che è diventata l’inno del movimento sionista revisionista Beitar, il capostipite del Likud. Il fatto che Netanyahu e i suoi partner abbiano bisogno del rumore di una guerra incessante è chiaro. La domanda è perché il campo liberale stia zitto.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele è una cattiva notizia, ma perché non ne sentiamo parlare nei media tradizionali?

Yvonne Ridley

20 agosto 2024, Middle East Monitor

All’inizio di quest’anno un sondaggio mondiale ha dimostrato che i media meno affidabili al mondo sono quelli della Gran Bretagna. È stato un sondaggio schiacciante. L’influente Edelman Trust Barometer [la più grande società di consulenza in comunicazione e relazioni pubbliche al mondo, ndt.], ha rivelato come il giornalismo britannico sia precipitato in fondo alle annuali classifiche con solo il 31% delle persone che affermano di fidarsi dei media. Parlando da giornalista ed ex dipendente di Fleet Street [sede dei maggiori quotidiani inglesi fino agli anni Ottanta e sinonimo di giornalismo britannico, ndt.] non sono rimasta del tutto sorpresa, avendo assistito al degrado della carriera che ho scelto da quasi 50 anni. Naturalmente, Edelman è un’agenzia di pubbliche relazioni quindi è stata probabilmente troppo diplomatica nello spiegare la perdita di fiducia che ha portato al crollo della tiratura dei giornali e delle cifre di ascolto televisivo, ma lasciate che lo faccia io per loro.

Quando è stato rivelato, il pubblico è rimasto scioccato dall’insaziabile appetito per le esclusive sulla famiglia reale, come ha rivelato in tribunale il principe Harry durante gli storici processi per intercettazione telefonica. Dopo aver parlato inizialmente del Mirror Group Newspapers [il gruppo che pubblica Daily Mirror, ndt.], il reale ribelle ha poi ottenuto il diritto di presentare un reclamo contro il Daily Mail per raccolta illegale di informazioni. La fiducia del pubblico è stata scossa anche quando presentatori televisivi molto amati e rispettati sono stati colpiti da scandali inizialmente e violentemente smentiti da Huw Edwards della BBC, Phillip Schofield di ITV e Dan Wootton di GB News. I loro datori di lavoro sono stati tutti accusati di insabbiamento per proteggere le loro star.

Purtroppo c’è un aspetto che non è stato trattato da Edelman, ma merita più che un’indagine. Sto parlando del modo disonesto in cui i media hanno trattato gli eventi nella Palestina occupata, in particolare la guerra di Israele contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, sia nei titoli che nel contenuto degli articoli. Grazie alla rigorosa ricerca del Glasgow University Media Group, rinomato a livello mondiale, abbiamo due libri di grande impatto che esaminano la copertura mediatica del conflitto in Medio Oriente e l’impatto che ha sull’opinione pubblica. Bad News From Israel e More Bad News From Israel sono stati entrambi scritti da giornalisti professionisti e semplici testimoni che hanno indagato come il pubblico comprenda le notizie e come l’opinione pubblica sia plasmata dai resoconti dei media.

Nel più vasto studio del genere mai intrapreso il defunto e molto stimato Greg Philo e Mike Berry si sono concentrati sui notiziari televisivi, illustrando le principali differenze nel modo in cui vengono rappresentati israeliani e palestinesi, incluso il modo in cui vengono mostrate e descritte le vittime e la presentazione delle motivazioni e delle ragioni di entrambe le parti.

Combinando queste scoperte con un’ampia ricerca sul pubblico che ha coinvolto centinaia di partecipanti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Germania, More Bad News From Israel è stato descritto come “una lezione magistrale per comprendere come le persone percepiscono il conflitto grazie ai pregiudizi dei media”.

Tuttavia, gli eventi del 7 ottobre in Israele, quando Hamas ha scatenato l’audace Operazione Al-Aqsa Flood, sembrano aver cambiato radicalmente il modo in cui il pubblico generale riceve le notizie. Ad esempio, TikTok è diventato il servizio di notizie in più rapida crescita, fornendo notizie di eventi in diretta e in tempo reale a chiunque segua il social network.

Le immagini erano spesso crude e scioccanti e fornivano un servizio di informazione che pochi di noi avevano mai incontrato prima. Grazie alle Forze di Difesa israeliane, ovvero l’esercito di TikTok, i cui soldati hanno filmato generosamente i propri crimini di guerra e crimini contro l’umanità, il pubblico ha potuto guardare un genocidio in streaming live sui propri iPad e smartphone. Con tanti eroici cittadini giornalisti sul campo, la raccolta di notizie è diventata una competizione che ha lasciato indietro i media tradizionali a fornire la copertura degli stessi eventi ma in modo edulcorato e diluito. Israele ha ostacolato la copertura delle notizie non solo bandendo i giornalisti occidentali da Gaza, ma anche uccidendo deliberatamente i giornalisti arabi sul campo a Gaza per Al Jazeera e altri canali di informazione del Medio Oriente.

Sui social media la censura dei contenuti è praticamente inesistente e quindi, che lo volessimo o no, abbiamo visto genitori sconvolti piangere sui loro bambini senza testa e altre immagini orribili di neonati, bambini, donne e anziani fatti a pezzi dalle bombe statunitensi e britanniche. In una scuola delle Nazioni Unite utilizzata come rifugio pubblico, i palestinesi pregavano all’alba quando sono stati colpiti dalle bombe israeliane. Abbiamo visto parenti “versare” ciò che restava delle loro famiglie sterminate in buste di plastica per la spesa.

Non sono certo della legalità del tipo di bombe sganciate a Gaza: Israele ha una lunga storia nell’ignorare le leggi internazionali in generale, non da ultimo per quanto riguarda la legalità dell’uso di certi tipi di bombe, ma i medici hanno riferito di aver visto cadaveri in condizioni orribili come non avevano mai visto prima. Avendo avuto accesso ai video espliciti e ai crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano (molti dei quali filmati dalle loro stesse mani, probabilmente con loro grande rammarico se e quando saranno sul banco degli imputati all’Aja), il resoconto addomesticato dei media mainstream è servito solo a evidenziare le inadeguatezze del giornalismo in Occidente.

Un esempio di titoli fuorvianti e di disumanizzazione dei palestinesi è avvenuto il mese scorso, quando la BBC ha riferito dell’uccisione di un giovane uomo con sindrome di Down che è stato sbranato a morte dai cani da attacco dell’esercito israeliano. Il clamore per la gestione “vergognosa” della storia ha spinto la BBC a riscrivere il titolo e il contenuto, per poi vedere l’ambasciata israeliana a Londra sporgere una denuncia quando è stata detta la verità. Ed è questo il problema. Quando i media britannici forniscono resoconti veritieri e non modificati degli eventi a Gaza i lettori e gli spettatori che non hanno accesso ai social media sono scioccati, alcuni sono persino increduli.

Secondo l’apprezzato giornalista israeliano Gideon Levy, che scrive senza timore per Haaretz, anche i media in Israele, ad eterna vergogna, più o meno proteggono gli israeliani da ciò che viene realmente fatto in loro nome sul campo a Gaza (e nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est).

In quanto emittente nazionale britannica finanziata con fondi pubblici, in questo paese è la BBC che riceve la maggior parte delle critiche. Ha fallito miseramente l’esame esterno quando sono state esaminate quattro settimane di copertura diurna trasmesse dal primo canale della BBC dell’assalto israeliano a Gaza a partire dal 7 ottobre. Il successivo rapporto di Open Democracy ha rivelato che i giornalisti hanno usato le parole “omicidio”, “omicida”, “omicidio di massa”, “omicidio brutale” e “omicidio spietato” un totale di 52 volte per riferirsi alle morti israeliane, ma mai in relazione alle morti palestinesi.

Per di più molte organizzazioni giornalistiche devono ancora correggere o scusarsi per la famigerata fake news dell’anno scorso secondo cui Hamas avrebbe decapitato 40 bambini il 7 ottobre.

Si dice che uno dei peggiori trasgressori sia il destrorso Daily Mail, che questa settimana ha pubblicato in prima pagina un articolo sui parlamentari del partito laburista nel nuovo governo di Keir Starmer. Il Mail ci ha raccontato con le sue solite enfatiche invettive che più della metà dei parlamentari avrebbe preso soldi dai sindacati per correre per le elezioni generali di luglio.

Dei 404 parlamentari laburisti eletti, il Mail ha detto che 213 “hanno rastrellato la bellezza di 1,8 milioni di sterline dai dirigenti sindacali da quando sono state indette le elezioni a maggio”, aggiungendo: “È la prima volta che l’entità delle donazioni dei sindacati ai parlamentari nel nuovo governo è stata messa a nudo scatenando ieri sera nuove accuse secondo cui il partito laburista è ‘in mano’ ai suoi ‘padroni pagatori’ con aumenti salariali anti-inflazione offerti senza vincoli”.

L’intera storia ha sostanzialmente messo in discussione l’imparzialità dei parlamentari laburisti, la cui influenza potrebbe essere stata comprata dai sindacati che cercano di migliorare gli stipendi dei membri – che sono insegnanti, medici di base, medici giovani, infermieri e ferrovieri “a cui sono già stati offerti aumenti salariali anti-inflazione”. L’ex ministro conservatore degli Interni e degli Esteri James Cleverly ha affermato: “Questo dimostra la misura allarmante in cui il partito laburista è in mano ai suoi padroni del sindacato. I parlamentari di Keir Starmer hanno intascato quasi 2 milioni di sterline dai sindacati, mentre i contribuenti sono costretti a finanziare i premi salariali anti-inflazione del partito laburista a quegli stessi sindacati. Per quanto tempo ancora Keir Starmer venderà influenze in questo modo?”

Ha ragione, ovviamente, ma Cleverly non ha detto una parola sull’influenza acquistata dai Labour Friends of Israel (LFI) di Westminster [che dal 1957 cerca di rafforzare il legame tra il Labour Party e l’Israeli Labour Party, ndt.] e dalla sua controparte conservatrice. Nemmeno una parola. Il Daily Mail pensa ovviamente che un partito politico di sinistra che prende soldi dai sindacati di sinistra meriti un’attenzione in prima pagina, ma che dire dello stesso partito che prende soldi dai lobbisti di destra centrati sul miglioramento dello status di uno stato alieno nei corridoi del potere di Westminster?

Secondo l’organizzazione giornalistica DeclassifiedUK, LFI ha finanziato più della metà dei ministri del governo britannico. Alcuni dei colleghi più fidati di Keir Starmer che siedono nel gabinetto britannico hanno rastrellato centinaia di migliaia di sterline in contanti da diversi lobbisti pro-Israele. I principali beneficiari includono lo stesso Starmer, il suo vice primo ministro Angela Rayner, il cancelliere Rachel Reeves, il ministro degli Esteri David Lammy e il ministro degli Interni Yvette Cooper. Jonathan Reynolds, che gestisce le esportazioni di armi in Israele come segretario al commercio del Regno Unito, così come la mente elettorale del Labour Pat McFadden, le cui responsabilità ora includono la sicurezza nazionale, hanno entrambi beneficiato di donazioni da parte di lobbisti pro-Israele. LFI porta i parlamentari in missioni di “inchiesta” nella Palestina occupata. I principali finanziatori individuali includono gli imprenditori pro-Israele Trevor Chinn e Stuart Roden.

L’European Leadership Network (ELNET) è un altro gruppo di pressione che mira a rafforzare i legami tra Israele e l’Europa. Ha sborsato soldi per viaggi di piacere in Israele per i membri dello staff parlamentare. Uno di loro ha detto a OpenDemocracy: “C’era un programma chiaro e ovvio per assicurarsi che le persone avessero una posizione pro-Israele quando entravano nel governo”, aggiungendo che, dopo essere tornati dal viaggio, una figura di spicco dell’ambasciata israeliana ha chiesto: “Ti è piaciuto il viaggio che ti abbiamo fatto fare?”

Tra i finanziatori di ELNET c’è il miliardario americano Bernie Marcus, sostenitore di Donald Trump e uno dei principali donatori dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), spesso accusato di esercitare un’influenza indebita sulla politica statunitense e che ha già speso milioni di dollari per influenzare i risultati delle elezioni primarie in America.

“Il valore delle donazioni o dell’ospitalità ammonta a oltre 430.000 sterline, con le organizzazioni che hanno pagato i parlamentari conservatori in carica per visitare Israele in 187 occasioni”, ha affermato DeclassifiedUK a maggio.

Sicuramente la minaccia rappresentata da una potenza nucleare straniera che ha un’influenza indebita su entrambi i lati della Camera dei Comuni avrebbe dovuto far venire la bava alla bocca al Daily Mail, ma la storia è stata ampiamente ignorata. Eppure, se fosse stata Mosca e non Tel Aviv ad acquistare influenza con parlamentari e governi sarebbe stata la notizia di prima pagina ogni giorno per settimane e mesi.

Sono questo tipo di propaganda e pregiudizi sfacciati che hanno minato la fiducia del pubblico nei media. Possiamo tutti vedere che si stanno verificando un genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ma perché le atrocità viste quotidianamente sui social media non vengono riportate in modo imparziale e completo dai media tradizionali? Con storie trapelate di censura in giornali come il New York Times, dove ai giornalisti è vietato usare la parola “genocidio”, non c’è da stupirsi che le persone non si fidino più delle fonti di notizie tradizionali. Ciò che la BBC, il NYT e altri media tradizionali non riescono a realizzare è che, sanificando il proprio linguaggio e le proprie immagini, sono complici dell’omicidio di bambini innocenti come Hind Rajab, stanno dando luce verde ai crimini di guerra perpetrati dalle forze di occupazione e stanno insabbiando l’intento omicida, anzi, genocida, di Israele.

“Non riesco proprio a capire perché i colleghi giornalisti che scrivono i copioni usati nei notiziari televisivi e nei media online stiano perseguendo questa narrazione edulcorata e forse razzista”, ho scritto a febbraio. Questo in relazione all’omicidio di Hind Rajab, sei anni. Lei e la sua famiglia sono stati massacrati dai soldati israeliani, ma un articolo pubblicato online dalla BBC era intitolato “Hind Rajab, 6 anni, trovata morta a Gaza giorni dopo le telefonate di aiuto”, sottintendendo che fosse morta per cause naturali. Eppure la bambina è stata chiaramente uccisa in un atto omicida che rientra chiaramente nella definizione di crimine di guerra, così come i due medici che hanno cercato di salvarla. A meno che o fino a che i media tradizionali non riconoscono la forza distruttiva insita nella funesta ideologia chiamata sionismo, allora per quel che concerne la raccolta di notizie, i giornali e i notiziari televisivi diventeranno superflui. Forse è questo l’obiettivo di Israele: se uccide i giornalisti non conformi e i loro organi di stampa e controlla chi ha accesso ai suoi campi di sterminio, allora sarà in grado di manipolare ciò che il mondo è in grado di vedere e come viene riferito, e quando. Lo stato canaglia dell’apartheid sarà quindi in grado di continuare a uccidere i palestinesi con ancora più impunità di quanta ne goda al momento. Potreste pensare che stia scherzando, ma la cosa è già evidente.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Guerra contro Gaza: sei ostaggi israeliani ritrovati morti a Gaza, probabilmente uccisi da Israele

Redazione di MEE

20 agosto 2024 – Middle East Eye

L’esercito israeliano ha ritrovato i corpi di sei ostaggi a Gaza, di cui cinque probabilmente uccisi in un tunnel dopo un attacco israeliano.

Martedì a Gaza durante una operazione notturna l’esercito israeliano ha recuperato i corpi di sei ostaggi.

Gli ostaggi, che erano stati presi vivi il 7 ottobre, sono stati identificati come Avraham Munder, Chaim Peri, Yoram Metzger, Alex Dancyg, Nadav Popplewell e Yagev Buchshtab.

Hamas aveva precedentemente annunciato le morti di cinque prigionieri, affermando che essi sono stati uccisi in seguito ad attacchi israeliani.

L’operazione israeliana ha avuto luogo nell’area di Khan Younis, e l’esercito afferma che durante la missione non è avvenuto alcun combattimento.

Ufficiali della difesa israeliana credono che i prigionieri siano morti dove sono stati trovati i loro corpi. Resoconti suggeriscono che un incendio provocato da un precedente attacco possa aver esalato biossido di carbonio che ha invaso il tunnel provocando la morte dei cinque ostaggi. Tuttavia una autopsia israeliana indica che Yoram Metzger possa essere stato ucciso da un colpo di arma da fuoco.

I corpi sono stati riportati in Israele e 109 prigionieri rimangono in detenzione.

Il portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari ha affermato che le circostanze delle morti sono ancora sotto inchiesta e che i risultati saranno condivisi con le famiglie e con l’opinione pubblica una volta che l’inchiesta sarà completata.

Crescenti pressionie su Netanyahu

Dal 7 ottobre, il governo e l’esercito israeliani sono stati irremovibili sul fatto che il metodo migliore per liberare gli israeliani presi come ostaggi fosse una intensa pressione militare.

Circa 240 persone furono portate a Gaza durante le incursioni nelle comunità israeliane del sud. In uno scambio con Hamas a novembre sono state liberate cento persone.

Ma nonostante un numero di pesanti incursioni israeliane per liberare gli ostaggi, molti di loro sono morti in seguito ai bombardamenti israeliani, e ogni morte confermata aggiunge pressione da parte dei familiari sul primo ministro Benjamin Netanyahu e aumenta le richieste per un accordo per un immediato cessate il fuoco.

Circa 56 ostaggi sono stati dati per morti in dieci mesi di guerra. Israele dichiara che la maggioranza è stata uccisa dai carcerieri.

Tuttavia molti sembrano essere stati uccisi dall’incessante attacco contro Gaza da parte di Israele, che ha ucciso ad oggi più di 40.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Come la crescita della violenza israeliana in Cisgiordania sta alimentando la resistenza palestinese

Miriam Barghouti

12 agosto 2024 – The New Arab

Approfondimento: dall’inizio della guerra a Gaza Israele ha ucciso in Cisgiordania oltre 600 palestinesi, con violenti raid, migliaia di arresti e attacchi sempre più frequenti da parte dei coloni.

Secondo il Ministero della Salute palestinese nel corso dell’attacco sono stati uccisi almeno dieci palestinesi. Oltre che a Jenin, è stata lanciata un’altra operazione militare contro Tubas, 22 km a sud-est della città, durante la quale le forze militari israeliane hanno ucciso altri quattro palestinesi, tra cui un minore.

Solo tre giorni prima, il 3 agosto, l’esercito israeliano ha effettuato un attacco su larga scala contro il campo profughi di Tulkarem, 50 km a sud-est di Jenin, in cui sono stati uccisi almeno nove palestinesi. Con l’attacco a Jenin, il numero di palestinesi uccisi in Cisgiordania nella sola prima settimana di agosto è salito a 26.

Tra le preoccupazioni per un’imminente guerra regionale, i palestinesi stanno già affrontando un ampliamento e un’intensificazione delle operazioni militari israeliane in Cisgiordania. Secondo l’UNRWA la situazione in Cisgiordania si sta deteriorando giorno per giorno a causa di quella che l’organizzazione ha definito la “guerra silenziosa” di Israele contro i palestinesi.

Dall’ottobre 2023, e nell’arco di 10 mesi, l’esercito israeliano ha ucciso in Cisgiordania più di 634 palestinesi, di cui almeno un quinto bambini e minorenni. Questo è il tasso più alto di palestinesi uccisi a seguito dell’occupazione militare israeliana in Cisgiordania da quando, nel 2005, l’ONU ha iniziato a documentare le vittime.

Operazioni militari israeliane e resistenza in Cisgiordania

“Quando Israele avrà finito con Gaza verrà in Cisgiordania per fare esattamente la stessa cosa”, ha detto Abu Al-Awda, un disertore delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e combattente delle Brigate Jenin, a The New Arab nell’ottobre 2023, appena due settimane dopo l’aggressione militare israeliana a Gaza.

Come previsto da Abu Al-Awda, secondo le agenzie delle Nazioni Unite, da novembre dell’anno scorso le operazioni militari israeliane in Cisgiordania sono aumentate a un ritmo “allarmante”.

Tuttavia questa intensificazione della violenza in Cisgiordania non è né nuova né improvvisa. Negli ultimi tre anni le città e i villaggi palestinesi in Cisgiordania hanno dovuto affrontare un volume senza precedenti di violenza da parte dei coloni sostenuti dallo Stato, aggressioni guidate dai militari durante le quali sono stati commessi omicidi extragiudiziali e un’allarmante escalation della pratica israeliana di detenere palestinesi senza processo o accusa, compresi bambini e minorenni.

Negli ultimi tre anni l’esercito israeliano ha battuto ripetutamente il record di uccisioni di palestinesi in Cisgiordania, con una quasi totale assenza a livello internazionale di accertamento delle responsabilità. Oltre agli attacchi dei coloni, che includono linciaggi e incendi dolosi con famiglie bruciate all’interno delle loro case, l’esercito e la polizia israeliani hanno intensificato le esecuzioni sommarie a distanza ravvicinata di civili palestinesi.

In tale contesto ha continuato a crescere lo scontro armato contro l’esercito israeliano, in particolare nelle aree a nord della Cisgiordania, vale a dire Nablus, Jenin e in seguito Tulkarem e Tubas.

Come a Gaza, l’esercito israeliano sta ora intensificando in Cisgiordania l’uso bellico dei droni, incluso l’Hermes 450. Mentre l’esercito israeliano afferma di aver preso di mira i gruppi di resistenza palestinese, che l’esercito definisce “cellule terroristiche”, la stragrande maggioranza di persone uccise non sono combattenti, con le violente distruzioni compiute dall’esercito dirette prevalentemente a infrastrutture civili.

“Questo fa parte della politica israeliana”, ha detto Abu Jury, un combattente della Brigata Tulkarem, al The New Arab appena un giorno dopo l’assalto su larga scala in cui nove persone sono state uccise e parti del campo ridotte in macerie. “Prendono di mira i civili per fare pressione sui combattenti. Noi della brigata Tulkarem, prima delle bombe siamo rimasti quasi due settimane senza acqua”, spiega.

Da Gaza alla Cisgiordania: diversa intensità, stessa strategia

Nel corso degli anni i palestinesi della Cisgiordania sono stati gradualmente ridotti ad uno stato di deprivazione simile a quello di Gaza.

Oltre all’evidente aumento della violenza da parte dei coloni e dell’esercito israeliani, i politici di Israele hanno favorito la deprivazione dei palestinesi di risorse essenziali per la sopravvivenza come l’acqua, in particolare acqua potabile, elettricità e libertà di movimento.

Con i jet da guerra che volteggiavano sopra le loro teste e il rischio di un assassinio mirato in qualsiasi momento, Abu El-Izz, un combattente veterano della PIJ [la Jihad Islamica in Palestina, ndt.] con le Brigate Jenin, ha spiegato a The New Arab perché si è unito alla resistenza armata, prima in segreto e poi come membro effettivo della brigata.

“Quando sono stato arrestato dall’esercito israeliano [nel 2002], chi mi interrogava ha detto ‘sei [appena] venuto fuori dal ventre di tua madre e sei [già] un vandalo'”, racconta. Rievocando la sua prigionia a soli 15 anni, ora ne ha 37, Abu El-Izz ricorda la sua risposta al suo interrogatore. “Gli ho detto: non capisci che sono le tue azioni a legittimare lo scontro?”.

“Guarda, in fondo siamo studenti della libertà“, dice Abu El-Izz. “Chiunque si unisce a noi da tutto il mondo, non importa quale sia il suo background, lo accogliamo. La resistenza, armata o disarmata, è benvenuta, finché l’obiettivo è perseguire la libertà“, sottolinea.

Secondo Abu El-Izz, “è pericoloso ridurre ciò che sta accadendo ai palestinesi alla cronologia del 7 ottobre”. L’anziano combattente scoraggia qualsiasi domanda su possibili timori che ciò che sta accadendo a Gaza possa arrivare in Cisgiordania.

È riduttivo e ingenuo suggerire che la guerra di Israele contro di noi sia iniziata lo scorso autunno. Hanno intrapreso una guerra contro di noi e hanno intensificato ogni anno i loro attacchi.

Isolare e istillare la paura: Al di là dei bombardamenti a tappeto

Come Abu El-Izz, il 51enne Abu El-Azmi sottolinea che la “guerra silenziosa” di Israele contro i palestinesi, in particolare in Cisgiordania, è stata condotta in modi e forme diversi.

Di sinistra, Abu El-Azmi si considera un alleato delle Brigate Jenin nonostante non sia un combattente. “Non sono solo le bombe”, dice Abu El-Azmi a The New Arab. “Siamo incatenati da un milione di catene, e sono tutte illusioni”, ha spiegato Abu Al-Azmi. “Dobbiamo spezzare queste catene”.

Lo squilibrio di potere tra l’esercito israeliano e i gruppi armati palestinesi è così netto che è quasi incomprensibile come i palestinesi possano continuare a resistere con fucili M16 obsoleti, molotov, pietre e IED [Improvised Explosive Device: ordigni esplosivi improvvisati, ndt.] artigianali contro alcune delle tecnologie belliche più avanzate e gli aiuti militari internazionali a disposizione di Israele.

A Gaza c’è una modalità più strutturata e organizzata per le operazioni di resistenza armata condotte dall’ala militare di Hamas, le Brigate Qassam, e l’ala armata della Jihad islamica palestinese (PIJ), le Brigate Al-Quds. A differenza di Gaza in Cisgiordania la resistenza assume una forma meno strutturata, che si esprime principalmente attraverso interventi individuali che operano da aree specifiche come il campo profughi di Jenin, il campo profughi di Tulkarem, Nablus e Tubas.

Invece di operare attraverso una specifica affiliazione politica le brigate palestinesi in Cisgiordania sono motivate da un impulso individuale. “Devi acquistare la tua pistola, imparare a usarla e poi impegnarti nella resistenza”, spiega Abu El-Izz.

Questa differenza nella struttura è dovuta in gran parte alla sorveglianza israeliana e al contatto con i palestinesi in Cisgiordania in un modo diverso da Gaza. Mentre Gaza è stata posta sotto un assedio militare per quasi due decenni, per cui i palestinesi avevano una conoscenza di Israele mediata solo dal suono dei droni e delle bombe che cadevano dal cielo, i palestinesi in Cisgiordania affrontano un contatto diretto con l’esercito israeliano a causa della presenza di colonie illegali. La presenza di colonie è anche ciò che ostacola la capacità di Israele di bombardare a tappeto la Cisgiordania fino ad annientarla.

Con ciò, l’asfissiante sorveglianza e la detenzione di massa dei palestinesi sono diventate una pratica comune israeliana in Cisgiordania. “Prima che con le bombe la guerra contro di noi è psicologica”, sottolinea Abu El-Azmi. “Anzitutto instillano la paura nella comunità in modo che si abbia paura l’uno dell’altro prima di avere paura dell’esercito israeliano”, dice.

Abu El-Azmi è molto amato dalla sua comunità ed è conosciuto nelle Brigate Jenin come un uomo che non esita a dare rifugio e a offrire supporto ai combattenti ricercati da Israele, rendendolo un bersaglio da assassinare.

“Ricordi circa qualche settimana fa quando l’esercito israeliano ha legato un uomo ferito alla jeep militare come scudo umano?”, dice uno dei combattenti della brigata, indicando Abu Azmi. “L’obiettivo di quell’incursione era Abu Azmi”.

Questa pratica di non prendere di mira solo i palestinesi e i combattenti politicamente attivi, ma chiunque mostri simpatia e relazioni con loro è stata un protocollo comune di “deterrenza” da parte di Israele.

La stessa strategia viene usata contro gli attori regionali che intervengono o mostrano sostegno alla causa della liberazione palestinese. La dottrina Dahiya usata in Libano nel 2006, che ha comportato l’uso di una forza sproporzionata contro le infrastrutture civili, è emblematica.

Il tentativo di Israele di riformulare il contesto

Per decenni i palestinesi hanno dovuto affrontare una rigida politica di isolamento e separazione progettata dall’apparato di sicurezza israeliano.

Secondo Abu El-Izz, mentre la resistenza armata palestinese è cresciuta in Cisgiordania negli ultimi tre anni, “ciò che ha fatto il 7 ottobre è stato costringere tutti a guardare in questa direzione”.

“Tutto ciò che sta accadendo oggi è solo una parte di ciò che è accaduto in Palestina dal 1948, non si può separare”, afferma.

Secondo il combattente veterano, la provocazione di Israele di una guerra regionale è dovuta proprio a questo cambiamento di percezione. “È indubbio che gli sforzi internazionali, sia a livello regionale che altrove, richiedano di fermare la guerra e di rimettere al centro la Palestina nei termini di una causa di liberazione”, dice Abu El-Izz a The New Arab.

“Non si tratta solo di resistenza locale e regionale”, ha aggiunto. “Bisogna anche guardare agli studenti di tutto il mondo che hanno avuto il coraggio di parlare contro Israele sottolineando il tema della liberazione”.

Forse è per questo che la provocazione intenzionale di Israele nei confronti delle potenze regionali, insieme al contemporaneo rifiuto di mostrare un minimo sforzo di affrontare la questione della liberazione della Palestina, è vista come un tentativo di ostacolare la ricerca della libertà palestinese. “Ovviamente l’occupazione israeliana rifiuta questa idea [di liberazione] e vuole continuare le sue violazioni, la sua occupazione e aggressione in tutte le terre palestinesi”, afferma Abu El-Izz.

Dopo l’assassinio mirato del rappresentante politico di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran il 31 luglio, avvenuto solo poche ore dopo l’uccisione del comandante di Hezbollah Fuad Shukr a Beirut il 30 luglio, la maggior parte dei colloqui diplomatici si è spostata sulle preoccupazioni per una guerra regionale.

“La barbarie di Israele sta cercando di espandere la sua guerra a livello regionale per facilitare il nostro continuo massacro”, spiega Abu El-Izz. “Ecco perché non puoi ignorare e non menzionare la liberazione della Palestina nel valutare tutti gli sviluppi in corso”.

Mentre le potenze regionali sono gli unici attori che forniscono una parvenza di supporto, offrendo una pur esile speranza di fermare le pratiche israeliane di pulizia etnica, la scissione del conflitto regionale dalla liberazione palestinese tiene nascosto un punto più fondamentale.

Per i palestinesi l’obiettivo esplicito di Israele di cacciarli dalle loro terre con la morte o la fuga andrà avanti, che ci sia o meno una guerra regionale.

Mariam Barghouti è una scrittrice e giornalista che vive in Cisgiordania. Si occupa della regione da dieci anni nella veste di reporter e analista, è stata principale corrispondente per la Palestina per Mondoweiss ed è membro del Marie Colvin Journalist Network [comunità online di giornaliste arabe, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Indagini iniziali di Euro-Med Monitor non scoprono alcuna prova di presenza militare nel luogo del massacro alla Tab’een School di Gaza.

Redazione di Euro-Med Human Rights Monitor

11 agosto 2024 – Euro-Med Human Rights Monitor

Territori palestinesi – Indagini preliminari di Euro-Med Human Rights Monitor non hanno scoperto alcuna prova o indicazione di attività militari o combattenti nella Tab’een School di Gaza City, la cui sala di preghiera è stata presa di mira da Israele provocando un brutale massacro che è costato la vita a oltre 100 palestinesi.

Al contrario, il luogo è risultato essere una serie di stretti edifici con parti aperte tra loro e prive di ogni attrezzatura, dove decine di famiglie palestinesi si erano rifugiate dopo essere state forzatamente sfollate dalle proprie case e alcune delle quali da quel momento sono state completamente cancellate dall’anagrafe.

La squadra sul campo e un team legale di Euro-Med Monitor hanno realizzato un’inchiesta e una ricerca preliminare presso la Tab’een School, che aveva dato rifugio a oltre 2.500 sfollati a Gaza City. La squadra ha raccolto dati, registrato le dichiarazioni di testimoni e sopravvissuti e ispezionato il luogo dopo l’attacco. Secondo ogni informazione e testimonianza disponibile nella scuola non c’erano né assembramenti né centri militari ed essa non era mai stata usata per finalità militari. Alcuni sopravvissuti hanno testimoniato che la scuola forniva un rifugio a centinaia di bambini le cui famiglie vi si sentivano al sicuro.

Oltretutto la struttura ridotta della scuola e la mancanza di rampe di lancio e ripari avrebbero reso impossibile che il luogo venisse utilizzato per operazioni militari. La struttura angusta e gli spazi ristretti dell’edificio lo rendevano inadatto a operazioni militari che richiedessero organizzazione e assistenza logistica. Secondo testimonianze raccolte da civili sfollati lì, la scuola era usata come rifugio d’emergenza per civili che fuggivano da zone demolite, non per attività o infrastrutture militari. Di conseguenza l’attacco contro la scuola è stato ingiustificato ed ha palesemente violato le leggi umanitarie internazionali.

Il bombardamento israeliano ha preso specificamente di mira la sala di preghiera in cui all’alba gli sfollati stavano pregando, così come la sala di preghiera superiore utilizzata per ospitare donne e bambini. Rapporti preliminari indicano che nell’attacco l’esercito israeliano ha fatto esplodere tre bombe fabbricate negli USA che hanno una terribile capacità di bruciare, liquefare e distruggere corpi. In seguito a ciò oltre 100 palestinesi sono stati uccisi, comprese parecchie famiglie e importanti accademici delle università di Gaza, tra cui il professor Youssef Al-Kahlout, docente di lingua araba.

A causa dell’enorme potere distruttivo delle bombe i corpi delle vittime sono stati ridotti a brandelli bruciati, insieme a numerose gravissime ferite. Secondo la Difesa Civile palestinese di Gaza alcune delle bombe usate contro la scuola affollata di profughi pesavano approssimativamente mille chili.

La giustificazione dell’esercito israeliano per il massacro, sulla base del fatto che l’esercito aveva preso di mira un luogo militare, è infondata e in ogni caso non può giustificare l’uccisione di così tanti civili. Israele continua ad uccidere, bruciare e ferire centinaia di civili e poi sostiene che le zone colpite contenevano istallazioni o comandanti militari, senza offrire una prova concreta o permettere a istituzioni internazionali indipendenti di confermare la veridicità di queste affermazioni.

Israele deve essere vincolato dai principi delle leggi umanitarie internazionali, soprattutto quelle relative alla distinzione, proporzionalità, necessità militare, a prendere le precauzioni necessarie e al dovere di proteggere i civili. Ciò richiede decidere sulla miglior linea d’azione delle operazioni militari e il tipo di armamenti da utilizzare con la specifica valutazione della riduzione delle perdite civili.

In base allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale ogni violazione di queste norme delle leggi umanitarie internazionali è vista come un crimine di guerra. L’attacco contro la Tab’een School è una flagrante violazione di queste regole ed è solo uno degli attacchi militari che Israele ha realizzato direttamente e indiscriminatamente contro i civili, che è una componente essenziale del crimine di genocidio che Israele ha commesso nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre.

Mohammed Al-Kahlout, uno sfollato vittima dell’attacco alla scuola, ha affermato alla squadra di Euro-Med Monitor di non aver visto alcun combattente né presenza militare nella scuola mentre vi si trovava: “Ero pronto per andare a pregare e per pochi minuti non sono stato uno di loro,” ha continuato. “Tre missili o grosse bombe sparate da aerei israeliani hanno provocato il massacro. Mi sono sentito terrorizzato. Quando sono arrivato corpi e membra erano mutilati e bruciati; c’erano ammassi di carne bruciata. Dopo parecchie settimane nella scuola non ho visto alcuna presenza di miliziani armati o manifestazioni. Ho sempre pregato nella sala di preghiera e tutti erano civili. Sia il mio parente, il professor Youssef Al-Kahlout, che numerosi civili sono stati uccisi nell’attacco. Sopra la sala di preghiera c’era quella delle donne, che era stata destinata ad accoglierle, e tutte quelle che vi si trovavano sono state uccise.”

Susan Mohammed Al-Barawi, una rifugiata nella Tab’een School, ha rilasciato la seguente testimonianza alla squadra di Euro-Med Monitor: “Stavamo dormendo. Ci siamo svegliati al suono di un’esplosione e un incendio. Abbiamo lasciato la nostra classe e abbiamo trovato un incendio che divampava nella sala di preghiera. La sala di preghiera delle donne nella Tab’een School si trova direttamente sopra quella degli uomini. Dopo che le loro case sono state prese di mira molte famiglie sono state obbligate all’evacuazione. Almeno trenta famiglie con bambini e donne anziane si trovavano nella scuola. I missili sono stati lanciati in mezzo a loro, uccidendone molti. Quelli che sono sopravvissuti hanno subito gravi ustioni o l’amputazione di arti. Ho visto feriti con gli intestini che gli uscivano fuori. Ragazzine, la più grande delle quali di 13 anni, un’altra di 10 anni e alcune di soli due anni sono state tra le vittime”.

Mahmoud Nidal Al-Basyouni, un bambino che ha perso il padre nell’esplosione nella sala di preghiera, ha rilasciato la seguente testimonianza: “Oggi all’alba mio padre è andato per la preghiera del mattino nella sala di preghiera della scuola. Mentre la mia famiglia dormiva, mi sono svegliato. Quando ho visto cadere il missile ho capito che ci sarebbero state vittime e che stava per avvenire un massacro, ma non avevo idea che mio padre sarebbe stato uno di loro. Ho visto l’incendio provocato dal fatto che siamo stati presi intenzionalmente di mira. Ho pianto per mio padre, mio nonno, mio zio e molti dei padri dei bambini che sono stati colpiti durante la preghiera del mattino nella sala di preghiera e a cui non abbiamo potuto dire addio. Nella sala di preghiera ho visto corpi mutilati e brandelli di carne. Il bombardamento è avvenuto in modo inaspettato e senza alcun preavviso o avvertimento precedente.”

Nel tentativo di giustificare il massacro l’esercito israeliano ha rilasciato una dichiarazione che contiene i nomi e le immagini di 19 palestinesi. Il comunicato sostiene che gli individui erano membri del Jihad Islamico, di Hamas e dei loro apparati militari.

La ricerca preliminare del gruppo di Euro-Med ha scoperto che nella sua lista l’esercito israeliano ha utilizzato nomi di palestinesi uccisi nei raid israeliani, alcuni dei quali nel corso di incursioni precedenti, ed hanno preso le loro foto dall’anagrafe civile controllata da Israele.

In seguito al controllo iniziale ha scoperto che tre dei 19 nomi elencati dall’esercito israeliano come “terroristi che sono stati eliminati” nel massacro della Tab’eeb School erano stati uccisi in prima, in precedenti bombardamenti israeliani. Questi tre includono Ahmed Ihab al-Jaabari, ucciso il 5 dicembre 2023, Youssef al-Wadiyya, colpito dall’esercito israeliano due giorni prima del massacro e Montaser Daher, ucciso venerdì in un condominio con sua sorella un giorno prima del massacro.

Tra le vittime anche tre civili anziani che non avevano alcun rapporto con azioni militari, compreso un dirigente della scuola, Abdul Aziz Misbah Al-Kafarna, vice sindaco di Beit Hanoun, un docente universitario e insegnante di arabo, Yousef Kahlout, e sei civili, alcuni dei quali erano persino oppositori di Hamas.

Mentre sostiene fermamente che in base alle leggi umanitarie internazionali non ci sono scuse per l’uso sproporzionato e non necessario della forza e l’uccisione di decine di civili per prendere di mira una specifica persona, Euro-Med sta ancora cercando i nomi restanti.

L’esercito israeliano sta prendendo sempre più di mira scuole che forniscono rifugio alla popolazione sfollata con la forza a Gaza City, uccidendo e ferendo nel frattempo centinaia di civili. Ha anche emanato ordini per l’illegale sfollamento forzato di Gaza dal nord verso il sud, nel sistematico tentativo di sradicare il popolo palestinese dalle proprie case e luoghi di sfollamento, privandoli di ogni stabilità. Lo scopo finale è di svuotare Gaza City, eliminare quanti più membri della sua élite possibile e rendere la città inabitabile, a prescindere dalle esigenze militari.

Negli ultimi dieci mesi l’esercito israeliano sta deliberatamente distruggendo i centri di rifugio rimanenti per negare ai palestinesi quei pochi luoghi rimasti in cui possono cercare protezione dopo la sistematica e vastissima distruzione di case e rifugi, comprese scuole e strutture pubbliche.

Continuando a bombardare tutta la Striscia di Gaza e prendendo di mira luoghi di rifugio, come quelli ospitati dalle scuole dell’UNRWA [agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.] la strategia dei bombardamenti israeliani indica chiaramente l’intenzione di distruggere le vite dei palestinesi e di privarli della sicurezza e della stabilità, anche solo temporanee.

Nella Striscia di Gaza i civili hanno pagato il prezzo degli attacchi militari israeliani che violano con impunità le norme del diritto umanitario internazionale, soprattutto i principi di distinzione, proporzionalità ed esigenze militari.

Di conseguenza ogni Paese deve rispettare i propri obblighi internazionali mettendo fine al crimine di genocidio e altre serie violazioni nella Striscia di Gaza da parte di Israele. Devono salvaguardare i civili della Striscia di Gaza, obbligare Israele a sottostare alle leggi internazionali e alle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, imporre dure sanzioni contro Israele e tagliare ogni forma di assistenza o collaborazione politica, finanziaria e militare. Ciò include un’immediata interruzione di ogni vendita, esportazione e trasferimento di armi a Israele, compresa l’esportazione di licenze e aiuto militare così come garantire che Israele paghi le conseguenze dei crimini contro il popolo palestinese.

Inoltre i Paesi che aiutano e favoriscono Israele nel mettere in pratica questi crimini, compreso l’aiuto e i rapporti contrattuali in campo militare, dell’intelligence, politico, legale, finanziario, mediatico ed altri che agevolano la perpetuazione di questi crimini, devono essere chiamati a risponderne. Tra questi Paesi il complice più rilevante sono gli Stati Uniti.

I decisori politici e importanti funzionari di questi Stati devono essere resi responsabili da quando hanno collaborato e sono stati complici dei crimini, compreso quello di genocidio, che Israele ha messo in atto nella Striscia di Gaza.

Come parte dei loro vincoli legali internazionali di garantire che tutti quanti commettano crimini internazionali siano chiamati a risponderne, vengano processati e che sia loro impedito di rimanere impuniti, così come di arrestarli e processarli in osservanza delle leggi nazionali e internazionali, a ogni Nazione viene richiesto di iniziare indagini penali e processi davanti ai propri tribunali nazionali. Questa richiesta si basa sulla giurisdizione internazionale.

(traduzione dall’inglese Amedeo Rossi)




C’è già una guerra regionale. Solo un cessate il fuoco a Gaza può farla terminare

Amjad Iraqi

6 agosto 2024 – +972 Magazine

Finché le principali vittime erano i palestinesi gli alleati di Israele hanno assecondato la sua arroganza militare. Adesso hanno paura dei frutti amari del loro errore.

Gli assassinii uno subito dopo l’altro del comandante di Hezbollah Fuad Shukr a Beirut e del capo politico di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran sono state azioni o di follia strategica o di deliberata piromania. Mentre Israele ha rivendicato la responsabilità per il primo ed è rimasto molto vago circa il secondo, ci sono pochi dubbi che li abbia organizzati entrambi – ed anche i suoi alleati ritengono che questa volta gli israeliani abbiano esagerato.

I politici israeliani si sono affrettati a trovare un pretesto per un attacco di alto livello contro Hezbollah: un lancio di razzi dal Libano che ha ucciso 12 bambini e ragazzi drusi siriani sulle alture del Golan occupate, riguardo a cui Hezbollah ha negato il proprio coinvolgimento – nonostante gli abitanti del luogo protestino contro i loro appelli alla vendetta. Shukr e Haniyeh erano certamente figure chiave delle loro rispettive organizzazioni, ma Israele sa molto bene che entrambe dispongono di meccanismi interni e piani di emergenza per rimpiazzarli; dopotutto non sono i primi assassinii che i due movimenti di resistenza hanno subito.

Essenzialmente, come hanno dichiarato Hassan Nasrallah di Hezbollah e l’ayatollah iraniano Ali Khamenei, l’uccisione di due importanti personaggi in capitali straniere, eseguiti nello spazio di poche ore, è stato un inequivocabile messaggio che ha infranto le cosiddette “linee rosse” stabilite tra le parti in conflitto negli scorsi 10 mesi. Adesso il mondo trattiene il fiato per una rappresaglia contro un’inutile affermazione di potere, che ci avvicina sempre più ad una conflagrazione come non ne abbiamo viste da decenni.

Gli effetti esplosivi dell’arroganza militare di Israele sono apparsi chiari fin dai primi giorni dell’ “Operazione Spade di Ferro”, la feroce campagna scatenata contro la Striscia di Gaza dopo il mortale attacco di Hamas del 7 ottobre. Ma la politica internazionale ha sempre dato più peso all’uccisione di leader molto significativi che di civili.

Certo, nonostante il 7 ottobre abbia gettato l’intero Medio Oriente in un vortice di violenza, ci è stato ripetutamente detto che la soglia di una “guerra regionale” non è ancora stata oltrepassata. Gli attori del conflitto, ripetono gli esperti, stanno ancora giocando una gara rischiosa ma calibrata per ristabilire la reciproca “deterrenza”, consentendo determinati livelli di violenza che possono ancora essere interpretati come prevenzione di una devastazione a tutto campo.

Tuttavia sotto molti aspetti questo è uno stratagemma verbale per minimizzare l’atroce verità sul campo: siamo già da mesi nella morsa di quella guerra regionale. Ne sono la prova i corpi e le macerie che si accumulano a Gaza e nel sud del Libano e l’attivazione dell’alleanza guidata dall’Occidente e dell’Asse della Resistenza su molteplici fronti – dalle navi da guerra USA nel Mediterraneo alle milizie Houthi nel Mar Rosso, dagli attacchi aerei israeliani in Libano ad un attacco missilistico dall’Iran.

Questo scontro può diventare infinitamente peggiore. Eppure il vero motivo per cui gli attori internazionali sono entrati in azione tardivamente la scorsa settimana è lo stesso motivo per cui la guerra viene spinta nella sua fase ancor più pericolosa: che determinate vite, e determinati interessi, contano più di altri.

Arroganza e ambizioni

Per i governi occidentali il principale pericolo costituito dagli assassinii di Shukr e Haniyeh non è l’indicibile numero di arabi o iraniani che potrebbero venire uccisi in un’escalation di ostilità. Anzi, gli ultimi 10 mesi hanno dimostrato che finché le principali vittime erano i palestinesi, una guerra prolungata era un tollerabile, seppur spiacevole, dato di fatto. Di conseguenza le capitali occidentali, in primis Washington, hanno evitato di utilizzare tutti i mezzi per frenare il conflitto, dando invece tempo ad Israele di tentare di portare avanti i suoi dichiarati obbiettivi a Gaza e in Libano – anche se era chiaro che gli israeliani non ci sarebbero riusciti.

Ma adesso i governi occidentali sono nel panico. Non solo temono ciò che un’intensificazione della guerra potrebbe comportare per l’ordine mondiale, compreso fomentare il caos nella sicurezza e l’interruzione degli scambi economici. Vi è anche la più che reale prospettiva che una simile guerra provochi un grande numero di morti israeliani- e con esso l’indebolimento senza precedenti dello Stato israeliano.

Questo processo di indebolimento è iniziato probabilmente all’inizio del 2023, durante il conflitto interno al Paese riguardo alla riforma giudiziaria dell’estrema destra, ma è stato rapidamente accelerato dal 7 ottobre e dall’operazione contro Gaza. L’entità del danno del logoramento dell’esercito e della perdita di prestigio mondiale di Israele deve ancora farsi sentire, ma un pesante attacco da parte di Hezbollah o dell’Iran peggiorerà probabilmente questo declino.

Anche se alcuni in Israele ammettono che l’esercito può aver esagerato, l’ego nazionale li obbligherà a rispondere nuovamente; il Ministro della Difesa Yoav Gallant sta già orientando l’esercito a prepararsi ad un “veloce passaggio all’offensiva”. Il pervicace desiderio di regolare i conti e rivendicare una qualche vittoria potrebbe sconfiggere ogni ragione per deporre le armi.

Ci si poteva aspettare che i leader israeliani riconoscessero questa spirale verso il peggio, con l’economia del Paese in flessione, l’esercito sempre più logorato e le popolazioni del sud e del nord sfollate. Ma questi leader sono troppo accecati da ambizioni ideologiche, arroganza nazionalista e timori per la propria sopravvivenza politica per prendere in considerazione strade che non siano quelle del militarismo e della tracotanza.

Non si tratta solo di Benjamin Netanyahu, il cui stesso gabinetto di sicurezza ammette che il primo ministro sta direttamente sabotando un accordo sugli ostaggi con Hamas. Da Gallant al capo di stato maggiore dell’esercito Herzi Halevi, molti dei pezzi grossi della politica e dell’esercito hanno un interesse personale in qualche forma di conflitto prolungato. Tutti erano in carica nel giorno in cui Israele ha subito il suo peggiore fallimento da decenni e tutti stanno lottando per recuperare la propria reputazione, se non la propria carriera: pensano che un’emergenza senza fine possa favorire il prolungamento dei loro giorni al potere.

Intanto i ministri di estrema destra del governo, guidati dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e dal Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, approfittano della crisi per perseguire i propri obbiettivi messianici. I loro elettori sul terreno, soprattutto i coloni in Cisgiordania, stanno accompagnando i progressi legislativi per l’annessione formale con pogrom appoggiati dall’esercito contro le comunità palestinesi e rafforzando la loro visione di Grande Israele promuovendo piani per insediarsi anche a Gaza.

Più lungimiranza della Casa Bianca

È proprio a questi dirigenti che il presidente Joe Biden e altri leader occidentali hanno garantito una quasi totale impunità, nonostante tutti i segnali dei loro secondi fini, dei loro patenti crimini di guerra e persino del crescente risentimento della stessa opinione pubblica israeliana. Per 10 mesi i più potenti governi del mondo sono stati muti e impotenti, facendo finta di avere scarsa influenza su uno Stato che preme per ottenere più armi, finanziamenti e appoggio diplomatico per il suo violento attacco. E Biden, anche se pare si stia rendendo conto di quanto venga “preso in giro” da Netanyahu, continua a mantenere aperti i rubinetti dell’America, assicurando che le redini del potere rimangano nelle mani dei pazzi e dei piromani.

Ora Washington – e per la verità i Paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo – stanno raccogliendo i frutti amari di uno dei loro più gravi errori: coltivare l’idea che ignorare i palestinesi avrebbe aperto la strada alla pace nella regione. L’attacco di Hamas del 7 ottobre ha infranto quella fuorviante convinzione, ma l’amministrazione Biden non ha imparato la lezione.

Infatti gli Stati Uniti hanno preferito lanciare attacchi aerei sullo Yemen e l’Iraq, minacciare le più importanti corti internazionali e assecondare Netanyahu a Washington con standing ovations, invece di costringere Israele ad un cessate il fuoco a Gaza. Che fin dai primi giorni milioni di manifestanti in tutto il mondo siano scesi in piazza nelle città e nei campus per chiedere uno stop alla guerra, e l’amministrazione Biden non lo abbia fatto, dimostra quanta più lungimiranza abbiano i comuni cittadini rispetto ai decisori seduti alla Casa Bianca.

Ma la catastrofe non è inevitabile. Nel vuoto diplomatico lasciato dagli Stati Uniti negli ultimi mesi altri si sono imposti per cercare di contenere le conseguenze. Il Qatar sta ancora mediando i negoziati tra Hamas e Israele, nonostante quest’ultimo sistematicamente disprezzi e comprometta gli sforzi del mediatore ed abbia ora assassinato uno dei capi negoziatori della controparte.

La Cina, che tradizionalmente ha evitato un forte coinvolgimento nel conflitto, ha agevolato gli ultimi tentativi di riconciliazione palestinese, quando 14 fazioni, comprese Fatah e Hamas, hanno firmato una dichiarazione di unità lo scorso mese a Pechino. Il nuovo governo inglese guidato dai laburisti ha revocato i tagli ai finanziamenti all’UNRWA fatti dal governo precedente, ha annullato le obiezioni alla stesura da parte della Corte Penale Internazionale di mandati di arresto e pare stia per bloccare la vendita di determinate armi a Israele.

Cosa importante, la Corte Internazionale di Giustizia, che ha riconosciuto la plausibilità di un genocidio perpetrato a Gaza, ha inequivocabilmente giudicato illegale l’occupazione di Israele e chiesto azioni decise per fermarla. E il Procuratore capo della CPI Karim Khan sta aspettando il benestare per ordinare a Netanyahu e Gallant di andare a processo all’Aia, insieme al capo di Hamas a Gaza Yahya Sinwar (che, se sono vere le notizie dell’uccisione del comandante Mohammed Deif, adesso è l’unico sospettato di Hamas ancora in vita.)

Tutte queste sono misure minime se paragonate alla pesante influenza di Washington o alle più gravi pressioni economiche e politiche che altri governi ancora esercitano. Ma sono indici di dove stia alla fine andando la politica internazionale. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di trovarsi spiacevolmente all’inseguimento di questi cambiamenti, ma andare avanti significa accettare la verità, cioè che il loro più prezioso alleato nella regione – e la potenza USA stessa – ha prodotto più devastazione che pace.

Esercitare un potere smisurato

Da parte loro i palestinesi sono numericamente inferiori, hanno minori armamenti e sono surclassati dalle forze regionali e globali al di là del loro controllo e subiscono una campagna genocidaria più devastante della Nakba del 1948. I campi di morte di Israele hanno distrutto ogni famiglia palestinese a Gaza, trasformato gran parte della Striscia in distese di macerie e condannato 2 milioni di persone assediate, per la metà bambini, ad una vita di traumi fisici e psicosociali.

Hamas sopravvive grazie alla sua resistenza armata e ai suoi organi politici, ma dopo i massacri del 7 ottobre ha subito pesanti colpi militari, perso molta legittimazione internazionale e sta arrabattandosi per il controllo e l’appoggio nella stessa Gaza. L’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Fatah ha dimostrato ancora una volta la sua totale incapacità di aiutare il suo popolo, inchiodata al suo ruolo di forza di polizia dell’occupazione, mentre sta velocemente scivolando verso la bancarotta politica e finanziaria.

Ma i palestinesi hanno anche dimostrato che dispongono di una smisurata forza di fronte a questi enormi ostacoli e devono esercitarla di conseguenza. Se la priorità assoluta è assicurare la sopravvivenza dei palestinesi a Gaza dai missili, dalla carestia e dalle malattie, è vitale anche affermare la propria agenda politica in un momento in cui attori esterni – dall’esercito israeliano agli Stati arabi e occidentali – stanno stilando piani per decidere il loro destino.

In questo senso la dichiarazione di unità di Pechino è un’iniziativa cruciale, seppure parziale, per mobilitarsi. Nonostante il presidente Mahmoud Abbas e i suoi fedeli stiano probabilmente cercando di ostacolare gli sforzi di riconciliazione, molti membri di Fatah e Hamas riconoscono la necessità impellente di cooperare per ripristinare la propria legittimità e far sì che i palestinesi siano titolari dei propri interessi. La società civile palestinese dovrà esercitare pressioni sulle élite perché trasformino le loro affermazioni in azioni concrete, insistendo al contempo per aprire canali di partecipazione popolare e democratica.

Dovrebbero essere incrementati gli sforzi per creare un consiglio per la ricostruzione di Gaza guidato da palestinesi e aiutato dal sostegno finanziario e tecnico dall’estero, per assicurarsi che la Striscia non diventi terreno di gioco per interferenze straniere, né dell’ovest né dell’est. Deve anche essere approntato un piano per un apparato di sicurezza nazionale che includa le forze di sicurezza di Fatah, la polizia di Hamas e altri gruppi armati per avere la capacità e credibilità di ristabilire l’ordine e la sicurezza tra la popolazione.

Le questioni dello Stato e dei negoziati di pace non sarebbero la priorità o la precondizione di questo programma nazionale: la precedenza deve andare alla sopravvivenza, alla ricostruzione e alla riorganizzazione. E gli attori internazionali devono rispettarla.

Ma tutto questo significherà poco se i palestinesi rimarranno prigionieri delle dinamiche geopolitiche che hanno ostacolato la loro causa per un secolo e condotto la regione sull’orlo della catastrofe. Per quanto le potenze occidentali possano aggirare il problema, un cessate il fuoco a Gaza rimane la chiave per la de-escalation regionale, e la liberazione della Palestina il modello per la speranza nella regione.

La Palestina forse non è il primo epicentro delle lotte regionali in Medio Oriente, ma può essere la crepa definitiva che frantuma ogni parvenza di ordine internazionale, che non è riuscito a impedire una simile guerra. Ciò che verrà dopo sarà determinato da ciò che accade a Gaza – e i palestinesi devono impadronirsi degli strumenti per realizzarlo.

Amjad Iraqi è caporedattore di +972 Magazine. È anche membro associato del Programma MENA di Chatham House, membro politico del gruppo di esperti Al-Shabaka e in precedenza è stato coordinatore della difesa presso il centro legale Adalah. Oltre che per +972, ha scritto, tra gli altri, per la London Review of Books, The New York Review of Books, The Nation e The Guardian. È cittadino palestinese di Israele e attualmente vive a Londra.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I leader israeliani celebrano gli assassinii e fanno pagare il prezzo ai vivi

Orly Noy

2 agosto 2024 – +972 Magazine

Il genocidio a Gaza ha accresciuto la sicurezza di una singola persona in Israele? Siamo più sicuri mentre aspettiamo la risposta dell’Iran all’uccisione di Haniyeh?

Ora ci troviamo di fronte alla guerra regionale di Gog e Magog [leggendarie popolazioni barbariche che incarnavano nella tradizione biblica e musulmana una minaccia di sterminio sulla civiltà, ndt] che Benjamin Netanyahu è stato così determinato a innescare. Ognuno di noi sta ora cercando con orrore di indovinare quale sarà la risposta ai recenti assassinii, che i nostri leader stanno celebrando come un “brillante risultato” della sofisticata macchina da guerra di Israele, e se i nostri figli sopravviveranno. Ora stiamo riflettendo sul destino degli ostaggi, timorosi di dire ciò che sappiamo potrebbe essere vero.

Quindi forse ora è il momento di fermarci e chiederci: non c’era davvero un altro modo? Questo sprofondare in un inferno senza fondo era un destino inevitabile?

Una risposta iraniana all’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran arriverà, così come una rappresaglia di Hezbollah per l’uccisione del suo comandante Fuad Shukr, anche se la loro intensità o natura non può essere conosciuta. Masoud Pezekshian, il nuovo presidente iraniano e il più moderato dei candidati della Repubblica islamica si è impegnato a prendere le distanze dall’estremismo bellicista del suo predecessore e a riportare lIran sulla via del dialogo con lOccidente.

Ma l’assassinio di Haniyeh, subito dopo l’insediamento di Pezekshian, mette il presidente all’angolo. Ora dovrà dimostrare la sua leadership, rispondere a questa palese violazione della sovranità del suo Paese e rafforzare la sua alleanza con Hamas.

“Meritevole di morire” è probabilmente la frase più abusata nel discorso pubblico israeliano per descrivere i recenti assassinii. È una delle tante giustificazioni che Israele ha trovato per la sua violenza sfrenata degli ultimi dieci mesi. Ma c’è qualcosa di terrificante nel fatto che la questione se qualcuno sia o meno ritenuto “meritevole di morire” determini qui [in Israele, n.d.t.] il nostro destino più dell’essere noi civili meritevoli o meno di vivere.

Dopo i massacri del 7 ottobre di fronte ad ogni crocevia Israele ha scelto la strada della violenza e dell’escalation. Le giustificazioni non sono mai mancate: dobbiamo rispondere con forza agli attacchi; dobbiamo perseguire coloro che li hanno ideati ed eseguiti; dobbiamo intensificare la pressione finché non restituiranno gli ostaggi; dobbiamo attaccare il Libano in risposta ai razzi; dobbiamo segnalare all’Iran che non resteremo in silenzio sul suo sostegno a Hezbollah.

In conclusione, tuttavia, la scelta automatica dell’escalation violenta è suicida. Questa inerzia è così radicale che non ci consente di porci domande basilari, esistenzialmente vitali: il genocidio criminale che stiamo perpetrando a Gaza ha aumentato la sicurezza di una singola persona in Israele? Siamo più sicuri ora, mentre aspettiamo la risposta iraniana? Israele è meglio collocato sulla scena internazionale rispetto a [prima del] 7 ottobre?

La risposta ovvia a tutte queste domande retoriche è un sonoro no. Allora perché continuiamo su questa strada distruttiva, quando il prezzo che stiamo pagando non fa che crescere? Perché delle persone ragionevoli celebrano la morte di Haniyeh come un’operazione brillante, quando non possiamo nemmeno stimare il prezzo che comporta?

È facile attribuire tutto a Netanyahu; dire che la guerra serve alla sua sopravvivenza politica e che ha interesse a continuarla indefinitamente. È vero, ma è una via d’uscita troppo facile. Netanyahu ha davvero scelto di sacrificare le vite di decine di migliaia di palestinesi a Gaza, le vite degli ostaggi israeliani e la nostra sicurezza collettiva per il suo tornaconto personale. Ma l’opinione pubblica israeliana si è votata fin dall’inizio, con una gioia agghiacciante, a seguire il sentiero mortale che Netanyahu ha spianato.

Non è solo la brama di vendetta che ha travolto la società israeliana dopo il 7 ottobre, galvanizzando una natura omicida di una portata che non conoscevamo. È l’estinzione della capacità di immaginare qualsiasi cosa che non sia futile violenza. Il popolo israeliano si trova di fronte alla sconvolgente realtà di non avere gli strumenti per interrogarsi sui propri interessi e di decidere tra diverse linee strategiche. Perché nella cassetta degli attrezzi israeliana non c’è altro che un martello, e un Paese senza una serie di strumenti è un Paese molto pericoloso per i suoi cittadini, e ancora di più per i suoi sudditi sotto occupazione.

Dieci mesi dopo il massacro la società israeliana avrebbe potuto essere da qualche altra parte. Avrebbe potuto essere già in fase di ripresa dal suo terribile trauma, con tutti gli ostaggi tornati a casa vivi. Decine di migliaia di suoi cittadini non sarebbero stati sfollati dalle loro case nel nord e nel sud, e la vita di così tanti soldati sarebbe stata risparmiata. La Striscia di Gaza non sarebbe diventata l’Hiroshima del Medio Oriente, con quasi due milioni di palestinesi assediati sradicati e affamati. Invece dieci mesi di scelte criminali ci hanno portato davanti ad un baratro di sicurezza, economico, sociale e morale che persino i pessimisti tra noi non avrebbero potuto immaginare.

Questa non è saggezza col senno di poi. C’era tra noi chi metteva in guardia sulle conseguenze del percorso terrificante che Israele aveva scelto fin dall’inizio e sostenevano un’alternativa. Siamo stati denunciati come disfattisti, come negazionisti dei massacri e come sostenitori di Hamas.

Ancora adesso, sullo sfondo dell’esultanza seguita agli assassinii, ripetiamo: questo è un percorso distruttivo, stupido e pericoloso e possiamo ancora cambiare rotta. Ma una società che non riesce a immaginare un approccio non violento è destinata all’estinzione. Ed è agghiacciante vedere come stiamo ancora camminando su quel percorso con gli occhi ben aperti.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Soldato israelo-americano ha postato video che mostrano l’esplosione di case e moschee a Gaza

Alice Speri

3 agosto 2024 – The Guardian

I militari delle IDF hanno condiviso molti video sul loro comportamento a Gaza. Il soldato israelo-americano afferma che i suoi video sono stati “interpretati fuori contesto”.

Un israelo-americano schierato a Gaza con un’unità del genio militare delle forze armate israeliane ha postato in rete video che mostrano il fuoco indiscriminato contro un edificio distrutto e l’esplosione di case e di una moschea.

Uno dei video postati dall’uomo, Bram Settenbrino, e filmato dal punto di vista del tiratore, mostra decine di raffiche sparate contro le rovine di un edificio. Un altro video mostra quello che sembra essere il sistema di puntamento di un blindato che spara contro una moschea prima che sia rasa al suolo. Un altro raffigura l’esplosione di varie case mentre i soldati esultano.

Non è chiaro se Settembrino abbia filmato i video di persona o sia stato coinvolto negli atti che vi sono mostrati, ma le Forze di Difesa Israeliane (IDF) e Settembrino non mettono in discussione l’autenticità dei video. Recentemente sono diventati virali su X, attirando l’accusa di mostrare “crimini di guerra”. In un messaggio al Guardian Settembino ha scritto che i video sono stati “interpretati fuori contesto”, ma si è rifiutato di approfondire. “Non ho commesso assolutamente alcun crimine di guerra,” ha aggiunto.

Dopo che il Guardian ha contattato Settembrino e la sua famiglia, suo padre ha pubblicato una risposta attraverso Arutz Sheva, un sito di notizie legato alla destra dei coloni, attribuita a suo figlio. “Il fuoco della mitragliatrice del video in questione erano spari di copertura in una zona priva di civili dopo che la mia squadra è stata attaccata da terroristi di Hamas da quell’area. La moschea che è stata fatta saltare in aria era stata utilizzata per ospitare terroristi armati e depositi di armi e usata come base per attaccare i soldati delle IDF.

Il padre del soldato ha affermato che suo figlio ha “inviato un video di auguri dedicando l’esplosione per festeggiare il nuovo matrimonio di un amico”, e che da quando i video hanno iniziato a circolare l’azienda di famiglia ha ricevuto minacce.

Durante i 10 mesi di guerra i soldati israeliani hanno condiviso molti video che li mostrano mentre si prendono gioco dei palestinesi a Gaza e distruggono proprietà palestinesi. Alcuni sono stati utilizzati come prove nella denuncia per genocidio contro Israele di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia. Dall’inizio della guerra le forze israeliane hanno ucciso più di 39.000 palestinesi, cacciato la maggior parte dei 2.3 milioni di abitanti di Gaza e distrutto più di metà delle strutture della Striscia.

Con migliaia di americani che prestano servizio nelle IDF, potenziali condotte scorrette documentate dagli stessi soldati sollevano questioni scomode per i politici USA riguardo alla loro volontà di applicare le leggi federali contro cittadini che partecipano a una guerra all’estero finanziata e appoggiata dal governo USA.

Le vastissime distruzioni delle proprietà, quando “non giustificate da necessità militari e messe in atto illecitamente e arbitrariamente” sono una violazione delle leggi internazionali che regolano i conflitti e in base alle leggi USA un crimine di guerra.

Gli USA hanno l’obbligo di garantire il rispetto delle convenzioni di Ginevra, una serie di trattati internazionali che regolano i conflitti armati, afferma Brian Finucane, un ex consulente legale del Dipartimento di Stato USA. “Se cittadini statunitensi stanno violando le convenzioni di Ginevra o commettendo crimini in Israele e Palestina ciò coinvolge gli obblighi degli USA,” dice, aggiungendo che in base alla legge federale sui crimini di guerra gli USA hanno l’autorità di perseguire i responsabili di crimini di guerra quando la vittima o il colpevole siano cittadini USA o quando gli autori di qualunque nazionalità siano si trovino sul suolo statunitense.

Le IDF non hanno risposto a domande riguardanti il perché la moschea e le case presenti nei video di Settembrino siano stati presi di mira, ma ha abitualmente sostenuto che gli edifici che ha distrutto venivano usati da combattenti di Hamas. In genere i corpi del genio militare piazzano esplosivi negli edifici che identificano come bersagli e li fanno esplodere da remoto, una demolizione più controllata che bombardandoli dall’aria o con un carrarmato.

Il video che mostra la distruzione della moschea è datato 10 dicembre, all’incirca quando l’unità di Settembrino era schierata nel nord della Striscia. In marzo le fonti ufficiali palestinesi hanno detto che nella Striscia le forze israeliane hanno distrutto in parte o totalmente più di 500 moschee.

Associazioni per i diritti umani hanno chiesto all’amministrazione Biden di indagare i crimini commessi a Gaza come potenziali violazioni delle leggi USA. Prima del viaggio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu negli USA la scorsa settimana il Center for Constitutional Rights [Centro per i Diritti Costituzionali, organizzazione giuridica progressista statunitense, ndt.] ha sollecitato il Dipartimento della Giustizia USA a indagare su di lui e altri responsabili di gravi crimini commessi a Gaza, “compresi eventuali cittadini USA e con doppia cittadinanza.”

Brad Parker, direttore associato di politica del CCR afferma: “Le leggi penali federali vietano e puniscono, tra gli altri gravi crimini internazionali, il genocidio, i crimini di guerra e la tortura:

Politici e funzionari governativi statunitensi che approvano o agevolano il continuo trasferimento di armi a Israele e singoli cittadini USA che attualmente prestano servizio militare attivo nell’esercito israeliano dovrebbero senza dubbio essere preoccupati della loro responsabilità penale individuale.”

Dall’inizio della guerra a Gaza i tentativi statunitensi di prendere seri provvedimenti nei confronti delle violenze contro i palestinesi si sono concentrati sulla Cisgiordania, dove i politici hanno sanzionato un pugno di coloni, congelando beni che possiedono negli USA e vietando a singoli o istituzioni americane di fare affari con loro. Mentre le sanzioni includono anche un divieto di viaggiare negli USA, ciò non si estende a chi ha cittadinanza statunitense. “Ma ci sono altri strumenti a disposizione del governo USA,” afferma Finucane, notando che i cittadini che commettono reati all’estero potrebbero essere perseguiti da tribunali statunitensi.

Un numero stimato di 60.000 cittadini USA vive in colonie della Cisgiordania. Molti sono profondamente ideologizzati, si ispirano a figure estremiste come Baruch Goldstein, nato a Brooklyn, che nel 1994 massacrò 29 palestinesi a Hebron, e il rabbino Meri Kahane, il cui partito venne dichiarato gruppo terroristico sia negli USA che in Israele. Il Dipartimento di Giustizia non ha risposto a domande riguardo a se stia prendendo in considerazione qualche azione contro i coloni che sono cittadini statunitensi.

Americani nelle IDF

Secondo il Washington Post un numero stimato di 23.380 cittadini USA presta servizio nelle forze armate israeliane, una cifra che le IDF non hanno confermato ma che probabilmente include sia americani che sono andati in Israele con l’intento di servire nell’esercito e soldati nati e cresciuti in Israele ma che hanno la doppia cittadinanza.

Un portavoce del Dipartimento di Stato USA non ha risposto alle domande riguardanti Settembrino e gli obblighi degli USA e ha rinviato al Dipartimento di Giustizia le domande relative alle azioni dei suoi cittadini a Gaza. “Continuiamo a sottolineare che le IDF devono rispettare le leggi umanitarie internazionali,” ha scritto il portavoce. Il Dipartimento di Giustizia non risponde alle ripetute richieste di fornire un commento.

Un portavoce delle IDF si è rifiutato di commentare specificatamente il caso di Settembrino, citando preoccupazioni relative alla privacy, ma in una dichiarazione ha affermato che “le IDF esaminano avvenimenti di questo tipo così come informazioni di video caricati sulle reti sociali e li gestiscono con controllo e misure disciplinari.” Il portavoce si è rifiutato di dire se le IDF disciplinano l’uso delle reti sociali, ma ha affermato di ricorrere alla polizia militare per un’inchiesta sui casi di sospetti comportamenti criminali.

Il portavoce del Dipartimento di Stato non è stato in grado di confermare il numero di americani che prestano servizio nelle IDF, in quanto i cittadini non sono tenuti a comunicare il fatto di prestare servizio militare presso il governo USA.

Fin dall’inizio della guerra Settembrino è stato schierato a Gaza con l’Handasah Kravit, il genio militare delle IDF. Capo scout cresciuto in New Jersey, è andato in Israele da adolescente, diventando uno dei circa 600.000 cittadini USA che vivono lì. Prima si è unito al corpo cinofilo israeliano, un gruppo di civili che addestra e utilizza cani per la ricerca e il salvataggio, e in seguito si è arruolato nelle IDF.

Secondo suo padre, Randy Settembrino, che ha scritto su suo figlio in editoriali per pubblicazioni israeliane ed ebraiche, lo scorso anno questi ha ricevuto dalla sua divisione un premio come “Ottimo Soldato dell’anno”.

Distruggere case è un’attività quotidiana”

I video di Settembrino sono stati diffusi per la prima volta in luglio da un importante account di X sotto il nome di Younis Tirawi, che mette in circolazione video postati da militari. I soldati israeliani hanno condiviso anche video di se stessi che scherzano con giocattoli per bambini e indumenti intimi femminili, bruciano aiuti alimentari per i palestinesi e rastrellano e bendano civili. Un altro video recentemente condiviso da Tirawi, e originariamente postato da un membro dell’unità di Settembrino, mostra la distruzione deliberata di un impianto idrico a Rafah.

Il video di un soldato delle IDF che immortala una grande esplosione a Gaza City mentre il soldato afferma che “il quartiere di Shuja’iyya è sparito… pace a Shuja’iyya,” è stato mostrato in gennaio davanti alla CIG come parte della causa per genocidio intentata dal Sudafrica contro Israele, e altri sono stati citati durante il processo.

Ora tra i soldati c’è la tendenza a filmarsi mentre commettono atrocità contro i civili a Gaza, nella forma di “snuff” video [filmati amatoriali che riprendono fatti realmente accaduti, contenenti scene di violenza che possono contemplare anche la morte dei protagonisti, ndt.],” ha detto alla corte l’avvocato sudafricano Tembeka Ngcukaitobi. Ha citato esempi di soldati che si riprendono mentre distruggono case e dichiarano la propria intenzione di “cancellare Gaza” o “distruggere Khan Younis”, prove potenziali di intenzioni genocide.

Raramente questi video hanno comportato delle conseguenze. Il portavoce delle IDF ha affermato che quando inchieste militari stabiliscono che “l’espressione o il comportamento dei soldati nelle immagini è inappropriato […] ciò viene trattato in modo conseguente,” ma non ha fornito esempi.

Il grande numero di questi video in rete dimostra che i comandi militari non stanno neppure cercando di sanzionare le truppe,” afferma Joel Carmel, membro dell’organizzazione di veterani israeliani Breaking the Silence.

Aggiunge: “Cosa più importante, la questione riguarda meno i video in sé e più quello che dicono riguardo al modo in cui combattiamo a Gaza. Distruggere case e luoghi di culto a Gaza è un’attività quotidiana per i soldati, è l’opposto dei colpi ‘chirurgici’ contro obiettivi accuratamente scelti che ci raccontano le IDF.”

Se gli USA perseguiranno i cittadini americani che combattono per Israele è tanto una questione politica quanto giudiziaria.

Il governo USA potrebbe perseguire quei cittadini USA se partecipano a crimini di guerra,” ha detto al Guardian Oona Hathaway, direttrice del Center for Global Legal Challenges [Centro per le Sfide Giuridiche Globali] della facoltà di Legge di Yale. “Tuttavia, per ovvi motivi, ciò è politicamente improbabile.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)