Libano: Israele usa fosforo bianco rischiando di causare danni ai civili

Report di Human Rights Watch

5 giugno 2024, Human Rights Watch

Munizioni a esplosione aerea usati illegalmente in zone popolate

(Beirut) – Human Rights Watch ha dichiarato oggi (mercoledì 5 giugno) che l’uso diffuso nel Libano meridionale del fosforo bianco da parte di Israele sta mettendo a grave rischio i civili e contribuendo alla fuga dei residenti. Human Rights Watch ha verificato l’uso di munizioni al fosforo bianco da parte delle forze israeliane dall’ottobre 2023 in almeno 17 comuni nel Libano meridionale, tra cui 5 dove i proiettili esplosivi sono stati usati illegalmente in zone residenziali densamente popolate.

Il fosforo bianco è una sostanza chimica dispersa da proiettili di artiglieria, bombe e razzi che si infiamma quando esposta all’ossigeno. I suoi effetti incendiari provocano morte o atroci ferite che causano sofferenze per tutta la vita. Può dar fuoco a case, zone agricole e altri obiettivi civili. Ai sensi del diritto umanitario internazionale l’uso indiscriminato di fosforo bianco in armi incendiarie è illegale in zone abitate e comunque non soddisfa i requisiti di legge per prendere tutte le precauzioni possibili per evitare danni ai civili.

Ramzi Kaiss, ricercatore di Human Rights Watch per il Libano ha detto: “L’uso fatto da Israele di munizioni esplosive al fosforo bianco in zone abitate danneggia indiscriminatamente i civili e ha costretto molti di loro a lasciare le proprie case. Le forze israeliane dovrebbero cessarne immediatamente l’uso in aree popolate, specialmente quando sono facilmente disponibili alternative meno dannose.

Human Rights Watch ha intervistato otto abitanti e verificato e geolocalizzato 47 foto e video provenienti dal Libano meridionale postate sui social media o condivise direttamente con i ricercatori che indicano l’uso di munizioni al fosforo bianco. In cinque villaggi le immagini mostrano munizioni esplosive contenenti fosforo bianco che atterrano sul tetto di edifici residenziali di Kafr Kila, Mays al-Jabal, Boustane, Markaba e Aita al-Chaab, villaggi lungo il confine meridionale libanese.

Il sindaco di Boustane ha detto che due abitanti del villaggio sono stati ricoverati in ospedale a causa dell’asfissia causata dall’inalazione di gas di fosforo bianco dopo l’attacco del 15 ottobre. “Entrambi i civili erano nelle proprie case,” conclude il sindaco. “Uno era un consigliere comunale, l’altro un contadino.”

Le persone hanno detto a Human Rights Watch che l’uso di fosforo bianco nelle aree popolate nel Libano meridionale ha contribuito allo sfollamento degli abitanti di parecchi villaggi lungo il confine Libano-Israele.

Il ministero della salute pubblica libanese ha detto che dal 28 maggio l’esposizione al fosforo bianco ha procurato lesioni ad almeno 173 persone. Human Rights Watch non ha ottenuto prove di ustioni risultanti da munizioni al fosforo bianco ma ha sentito racconti che indicano possibili danni respiratori.

Gli effetti più gravi del fosforo bianco sono dermici o cutanei, fra cui ustioni di secondo e terzo grado che possono causare una grave necrosi profonda e ustioni a tutto spessore,” ha detto il dottor Tharwat Zahran, tossicologo e ricercatore di medicina di emergenza presso l’American University di Beirut. “L’esposizione al fosforo bianco potrebbe [anche] causare danni acuti all’apparato respiratorio superiore, come respiro affannoso o rapido [e] tosse, ma potrebbe anche avere effetti ritardati, [incluse] polmoniti chimiche che potrebbero richiedere ricoveri ospedalieri e supporto respiratorio meccanico.”

Human Rights Watch ha detto che l’uso diffuso da parte di Israele di fosforo bianco nel Libano meridionale evidenzia la necessità di una legge internazionale più rigorosa sulle armi incendiarie. Il protocollo III della Convenzione sulle armi convenzionali è l’unico strumento giuridicamente vincolante dedicato specificamente alle armi incendiarie. Il Libano fa parte del Protocollo III, Israele no.

Il Protocollo III si applica ad armi che sono “progettate principalmente” per dar fuoco o causare ustioni e perciò esclude certe munizioni multiuso con effetti incendiari, soprattutto quelle contenenti fosforo bianco. Inoltre ha regolamenti meno rigidi per l’uso su “concentrazioni di civili” di armi incendiarie lanciate da terra, come quelle usate in Libano, rispetto alle bombe aviolanciate anche se producono le stesse orrende ferite.

Il termine “Concentrazioni di civili” è definito genericamente e include zone abitate che vanno dai villaggi, ai campi profughi alle città. Human Rights Watch e molti Paesi hanno da tempo invocato l’eliminazione di queste scappatoie nel Protocollo III per creare norme internazionali che proteggano meglio i civili dai danni causati da armi incendiarie.

A livello nazionale Israele dovrebbe proibire completamente l’uso di munizioni ad esplosione aerea al fosforo bianco in aree popolate poiché pone i civili a rischio di attacchi indiscriminati. Come alternative al fosforo bianco sono disponibili le granate fumogene, fra cui alcune prodotte da aziende israeliane, come i proiettili fumogeni M150 che l’esercito israeliano ha usato nel passato come oscuranti, un modo per ostacolare la visibilità dei suoi soldati. Queste alternative possono avere lo stesso effetto e ridurre drammaticamente i danni ai civili.

Il Libano dovrebbe immediatamente sottoporre una dichiarazione alla Corte Penale Internazionale (CPI) avviando le indagini e l’azione penale per gravi crimini internazionali entro la giurisdizione della Corte sul territorio libanese dall’ottobre 2023.

Sono necessari limiti internazionali più stringenti contro l’uso di fosforo bianco per far sì che queste armi non continuino a mettere in pericolo i civili,” ha detto Kaiss. “L’uso recente da parte di Israele di fosforo bianco in Libano dovrebbe motivare altri Paesi a intraprendere un’azione immediata per raggiungere questo obiettivo.”

Uso di fosforo bianco in conflitti armati

Il fosforo bianco può essere usato come mezzo militare per oscurare, marcare o segnalare, o come arma per stanare con il fumo le forze nemiche. Le preoccupazioni per il suo uso in aree popolate sono ampliate data la tecnica indiscriminata, vista nei video, di proiettili al fosforo bianco esplosi in aria che sparpagliano 116 pezzi di feltro incendiari impregnati con la sostanza su un’area fra i 125 e i 250 metri di diametro a seconda dell’altitudine e dell’angolazione dell’esplosione, esponendo più civili e strutture civili a danni potenziali rispetto al caso in cui l’esplosione fosse partita da terra.

Quando esposto all’ossigeno atmosferico il fosforo bianco prende fuoco e continua a bruciare fino a quando è privato di ossigeno o esso si esaurisce. La sua reazione chimica può creare un calore intenso (circa 1.500 gradi), bagliori e fumo.

Il fosforo bianco che entra in contatto con una persona può provocare ustioni fino all’osso. Frammenti di fosforo bianco possono aggravare le ferite persino dopo il trattamento e possono entrare nel sangue e causare insufficienze multiorgano. Ferite già bendate possono riprendere fuoco quando si rimuove il bendaggio e sono esposte nuovamente all’ossigeno. Anche ustioni minori sono spesso fatali. Fra i sopravvissuti le cicatrici estese stringono il tessuto muscolare e creano disabilità fisiche. Il trauma dell’attacco, il trattamento doloroso che ne segue e le cicatrici che cambiano aspetto causano danni psicologici e isolamento sociale.

Attacchi di razzi e missili e scontri armati fra l’esercito israeliano e vari gruppi armati libanesi fra cui Hezbollah sono continuati dall’otto ottobre, il giorno dopo l’attacco guidato da Hamas di gruppi armati palestinesi nel sud di Israele che, secondo il governo israeliano, ha ucciso circa 1200 persone, quasi tutte civili. Dal 7 ottobre al 29 maggio almeno 36171 palestinesi sono stati uccisi da pesanti bombardamenti e operazioni militari a Gaza delle forze israeliane.

Human Rights Watch ha documentato l’uso fatto dall’esercito israeliano di fosforo bianco lanciato dall’artiglieria nel Libano meridionale e a Gaza nell’ottobre 2023 oltre alle precedenti ostilità a Gaza, fra cui quelle del 2009.

Human Rights Watch aveva precedentemente verificato l’uso di munizioni al fosforo bianco lanciate dall’artiglieria nel Libano meridionale il 10 ottobre in due località vicino al confine Israele-Libano e a Gaza City. Il 12 ottobre, nel corso di un’intervista alla CNN, il portavoce dell’esercito israeliano ha smentito l’uso di munizioni al fosforo bianco nel Libano meridionale e a Gaza.

Il 30 ottobre Amnesty International ha scoperto che un attacco del 16 ottobre contro il villaggio sul confine libanese di Dhayra con l’uso di munizioni al fosforo bianco era stato un “attacco indiscriminato che aveva ferito almeno nove civili e danneggiato attrezzature civili.” Secondo il Washington Post che aveva condotto una sua indagine l’attacco aveva incluso l’uso di munizioni al fosforo bianco fornite dagli USA.

L’esercito israeliano ha detto che la maggioranza delle sue granate fumogene non contengono fosforo bianco, ma ha confermato che “come molti eserciti occidentali le FDI [Forze di Difesa Israeliane] hanno anche granate fumogene che contengono fosforo bianco … e che la scelta di usarle è influenzata da considerazioni operative e disponibilità in mancanza di alternative.” Il militare ha detto anche che tali munizioni “sono intese per creare una cortina fumogena e non per attaccare o incendiare.”

La dispersione di frammenti di feltro di munizioni al fosforo bianco osservate in foto e video analizzate da Human Rights Watch è in linea con l’uso di proiettili che sarebbero stati esplosi dall’artiglieria dell’esercito israeliano sia a Gaza che nel Libano meridionale.

È stato riferito dai reportage dei media che fino al 29 maggio gli attacchi israeliani in Libano dall’ottobre 2023 avrebbero ucciso almeno 88 civili, oltre a più di 300 combattenti. Attacchi in Israele da parte di Hezbollah e milizie armate palestinesi in Libano dall’ottobre 2023 avrebbero ucciso almeno 11 civili e 14 soldati. Oltre 93.000 persone sono fuggite dalle loro case nel Libano meridionale e almeno 80.000 sono scappate nel nord di Israele.

Metolodogia

Ricercatori di Human Rights Watch hanno analizzato oltre 100 foto e video postati sui social media e condivisi da giornalisti, agenzie di stampa e abitanti del Libano meridionale oltre a riprese condivise direttamente con i ricercatori. Essi hanno identificato l’uso di munizioni al fosforo bianco in 47 di tali immagini e poi le hanno geolocalizzate per confermare le loro posizioni e, quando possibile, identificare con precisione la zona dove erano caduti i frammenti di feltro impregnati di fosforo bianco.

Human Rights Watch ha anche parlato con otto abitanti del Libano meridionale fra cui il capo di un sindacato di lavoratori agricoli, un insegnante, due fotografi che lavorano nella regione, un soccorritore della Difesa civile libanese e i sindaci di Kafr Kila, Mays al-Jabal e Boustane. Human Rights Watch ha anche parlato con un tossicologo di Beirut.

il 22 maggio Human Rights Watch ha mandato una lettera all’esercito israeliano con i risultati e delle domande concernenti l’uso di fosforo bianco ma non ha ricevuto risposta.

Uso documentato in aree popolate

Tramite la sua analisi di video e foto verificati dall’ottobre 2023 Human Rights Watch ha identificato l’uso di munizioni in 17 comuni nel Libano meridionale. Tra questi cinque villaggi dove le munizioni esplosive sono state usate su zone popolate. In video e foto postate sui social o pubblicate da agenzie di stampa dei villaggi di Boustane il 15 ottobre, di Kafr Kila il 12 novembre, 14 e 31 gennaio, di Mays al-Jabal il 12 novembre, di Markaba il 4 marzo e Aita al-Chaab il 3 aprile frammenti di feltro incendiati atterrano visibilmente sul tetto di edifici residenziali.

Human Rights Watch non è stata in grado di determinare se c’erano obiettivi militari nelle zone dove l’esercito israeliano ha usato munizioni al fosforo bianco nel Libano meridionale.

Il sindaco di Boustane ha detto che quasi tutti gli abitanti vivevano ancora nel villaggio quando è stato attaccato. “Durante la prima settimana di guerra quasi tutti i 900 abitanti di Boustane erano ancora nel villaggio,” ha detto. “Dopo due settimane ne sono rimasti quasi 700. […] E in seguito c’erano circa 14 famiglie. […] Gradualmente hanno continuato a ridursi e ora sono rimaste solo in 4.”

Dati raccolti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) per il periodo tra il 10 e il 15 ottobre indicano che gli spostamenti dai villaggi erano minimi fino alla data dell’attacco. Quando Boustane è stata assaltata il 15 praticamente tutta la popolazione era nel villaggio.

A Mays al-Jabal il sindaco Abdelmonem Choucair ha detto che “durante i primi mesi di guerra circa 25 persone, tutte civili, sono state portate in ospedale a causa del fosforo bianco.” Human Rights Watch ha verificato foto e video che mostrano munizioni al fosforo bianco a Mays al-Jabal in immagini postate sui social il 12 novembre e il 5 dicembre.

L’uso di munizioni al fosforo bianco a Mays al-Jabal ha spinto la gente a fuggire dal villaggio che è diventato una zona militare,” ha detto Choucair.

Il sindaco di Kafr Kila ha detto che stima che al momento dell’attacco al fosforo bianco a novembre circa il 50-70% degli abitanti viveva ancora là. “La gente stava nelle proprie case, anche se ogni tanto andava via, ma poi ritornava,” ha detto. “Ma dal gennaio in poi il villaggio ha cominciato a svuotarsi. Sono stati l’uso del fosforo bianco e anche i colpi diretti alle case che hanno spinto la gente ad andarsene.”

Human Rights Watch ha verificato foto e video condivisi da agenzie stampa o postati sui social il 17 ottobre, 12 novembre, 14 e 31 gennaio e 2 marzo che mostrano l’uso di munizioni al fosforo bianco a Kafr Kila.

Un fotografo ha detto che dopo aver inalato fumo delle munizioni usate in un attacco a Kafr Kila si è messo a letto e ha dormito per due giorni. “Ancora oggi mia moglie mi dice che ho sempre la tosse.”

A un certo punto ho dovuto avvicinarmi al fumo del fosforo bianco per scappare dal villaggio perché il fosforo era alla periferia,” ha detto l’uomo. “Avevo i finestrini aperti mentre guidavo e il fumo è entrato nell’abitacolo. Non sono sicuro di cosa sia successo ma sono certo di averlo inalato […] Avevo il voltastomaco. Gola, polmoni e stomaco mi facevano male, quella notte ho avuto la diarrea e dopo non sono più riuscito a mangiare per un po’, più o meno cinque giorni.”

Ramiz Dallah, un fotografo del Libano meridionale, ha condiviso le sue immagini degli attacchi al fosforo bianco contro il villaggio di Shebaa, che Human Rights Watch ha verificato, e ha detto che dopo un attacco a dicembre il fumo dei proiettili copriva parte della valle di Shebaa e dello stesso villaggio.

Molte persone hanno cominciato ad aver paura di comprare qualsiasi cosa dal villaggio o dal sud perché temono possa essere stato colpito dal fosforo [bianco],” ha detto. “La gente non vuole comprare prodotti del nostro villaggio. Ho sentito l’odore e inalato fosforo bianco quando hanno colpito Shebaa. Non so quali saranno gli effetti a lungo termine di tutto questo fumo dentro il mio corpo.”

Il dottor Zahran, tossicologo, ha detto che i medici hanno riferito di alcuni casi in cui “la gente che andava a controllare le proprie case aveva subito un’esposizione secondaria, con sintomi respiratori dovuti all’inalazione di fosforo bianco che stava ancora bruciando ed era presente nelle zone colpite.”

Politica israeliana sull’uso di fosforo bianco

Nel 2013 le forze armate israeliane annunciarono che stavano sviluppando nuove granate fumogene senza fosforo bianco. L’esercito disse che avrebbe ciononostante usato e immagazzinato le munizioni fino a quando non avesse alternative sufficienti, ma disse che “a seconda del risultato di questo processo di sviluppo le nuove granate sono destinate a rimpiazzare gradualmente quelle attuali come mezzo primario impiegato dalle FDI per le cortine fumogene.”

La decisione di sviluppare alternative è arrivata dopo l’israeliana Operazione Piombo Fuso a Gaza dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, quando l’esercito israeliano lanciò da terra circa 200 munizioni al fosforo bianco verso zone abitate di Gaza. L’esercito fece particolarmente affidamento sui proiettili di artiglieria M825E1 da 155mm che lanciano frammenti di fosforo in fiamme a 125 metri in tutte le direzioni, dando loro un effetto a largo raggio. Il ministero degli affari esteri israeliano ha dichiarato che l’esercito israeliano ha usato i proiettili solo per creare una cortina fumogena. Tuttavia nel marzo 2009 Human Rights Watch documentò decine di vittime civili nei sei incidenti su cui aveva indagato. Le munizioni al fosforo bianco danneggiarono anche strutture civili, fra cui una scuola, un mercato, un deposito di aiuti umanitari e un ospedale.

Tale uso di fosforo bianco causò indignazione e richieste di indagini in ambito internazionale e domestico. Nel 2013 in risposta a una petizione presentata alla Corte Suprema di Giustizia israeliana sugli attacchi a Gaza l’esercito israeliano affermò che non avrebbe più usato fosforo bianco in zone abitate eccetto in due limitate situazioni che rivelò solo al sistema giudiziario. Nella sentenza della corte la giudice Edna Arbel spiegò che le condizioni avrebbero “reso l’uso del fosforo bianco un’eccezione estrema in circostanze veramente particolari.” Nonostante questo impegno presso la Corte non costituisse un cambio ufficiale di politiche la giudice Arbel chiese all’esercito israeliano di condurre “un esame approfondito e esaustivo” e di adottare una direttiva militare permanente.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Ex capo del Mossad: non possiamo sconfiggere Hamas e la Jihad islamica militarmente

Redazione di Middle East Monitor

4 giugno 2024 – Middle East Monitor

Ieri un ex-capo dei servizi segreti israeliani all’estero (il Mossad) ha confermato che Tel Aviv non può sconfiggere Hamas e la Jihad islamica militarmente.

Dal 7 ottobre Israele ha intrapreso una guerra genocida contro la Striscia di Gaza, con un bilancio di oltre 118.000 palestinesi uccisi o feriti, di cui più del 70% minori e donne, e circa 10.000 dispersi in mezzo ad una massiccia distruzione e alla carestia.

Scrivendo sul quotidiano israeliano Maariv sotto il titolo ‘L’amara verità: Hamas e la Jihad non saranno sconfitti da azioni militari’, Danny Yatom ha affermato: “Non siamo in grado di raggiungere gli obiettivi al nord (Libano) e al sud (Gaza)”.

Ci sono ancora molti ostaggi nei tunnel di Gaza, migliaia di sfollati (israeliani) che sono ben lontani dal poter tornare alle proprie case ed Hezbollah sta distruggendo le nostre città al nord.”

Israele stima che ci siano 128 prigionieri di guerra israeliani ostaggi a Gaza, mentre Hamas ha annunciato che più di 70 di loro sono stati uccisi accidentalmente dalle incursioni effettuate da Israele, che trattiene almeno 9.500 palestinesi nelle sue prigioni, molti senza accusa o processo.

Yatom ha continuato: “Nonostante la presenza dell’esercito israeliano ovunque nella Striscia di Gaza, Hamas e la Jihad islamica non saranno sconfitti da azioni militari e gli ostaggi non faranno ritorno sono pressione militare senza accordi politici.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Capire la proposta di Biden per un cessate il fuoco a Gaza

Michel Plitnik

1 giugno 2024 Mondoweiss

I dettagli della proposta di Joe Biden per un cessate il fuoco a Gaza rimangono vaghi, ma un esito dello scontro è certo: Israele e gli Stati Uniti hanno perso.

Venerdì il presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è avvicinato al microfono e ha controllato l’orologio prima di iniziare il suo discorso, scherzando sul fatto che voleva assicurarsi che fosse pomeriggio. Dato che era in ritardo di quasi un’ora, qualcuno avrebbe potuto suggerirgli da dietro le quinte di aspettare fino all’inizio di Shabbat in Israele. In questo modo i ministri di estrema destra e osservanti del sabato come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir avrebbero dovuto aspettare un giorno per rispondere a un discorso che certamente non avrebbero voluto sentire.

Del discorso di Biden nemmeno il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe potuto essere molto soddisfatto, anche se doveva sapere da tempo che sarebbe avvenuto.

Biden ha usato gran parte del suo discorso per presentare quella che ha definito “una nuova proposta israeliana” per porre fine al massacro di Gaza. Da un lato il piano da lui presentato era incredibilmente simile a quello respinto da Israele all’inizio di maggio, sostenendo successivamente che Hamas, dopo averlo accettato, lo avesse “modificato”.

Questo solleva la questione del perché Israele lo dovrebbe improvvisamente adesso accettare. Parte della risposta è arrivata poco dopo il discorso di Biden, quando entrambe le camere del Congresso e l’intera leadership bipartisan hanno inviato a Netanyahu l’invito formale a parlare in una sessione congiunta del Congresso, probabilmente alla fine di agosto o all’inizio di settembre.

La politica che concerne tutto ciò è cinica, ma non ci sono dubbi sul fatto che le manifestazioni di massa negli Stati Uniti e in Europa, in tutto il mondo arabo e persino in Israele abbiano spinto tutte le parti coinvolte nei colloqui a mettere almeno un’offerta concreta sul tavolo. Tuttavia questa stessa politica potrebbe significare che nonostante tutto l’attacco di Israele continuerà.

Cosa sappiamo della proposta

Come l’accordo ipotizzato qualche settimana fa la proposta avanzata da Biden è divisa in tre fasi.

Nella Fase Uno ci sarebbe un cessate il fuoco completo per sei settimane. Israele si ritirerebbe da “tutte le aree popolate di Gaza”; Hamas e gli altri gruppi militanti rilascerebbero alcuni ostaggi tra cui donne, anziani e feriti in cambio del rilascio di “centinaia” di prigionieri palestinesi; i civili palestinesi potrebbero ovunque tornare nelle loro case a Gaza e ogni giorno entrerebbero a Gaza almeno 600 camion di aiuti umanitari.

Alcuni dettagli cruciali rimangono poco chiari. Forse il più importante è cosa significhi il ritiro di Israele da “tutte le aree popolate di Gaza”. Se Israele non si impegnerà in alcuna operazione militare, la presenza delle truppe apparirà una cosa di routine. E se i palestinesi possono tornare ovunque a Gaza, ciò lascia poca preziosa terra “spopolata” nella piccola e sovraffollata Striscia.

La Fase Due è in qualche modo aperta e i dettagli dovrebbero essere elaborati durante la Fase Uno. Biden ha affermato esplicitamente che se i negoziati non fossero completati entro sei settimane, il cessate il fuoco verrebbe prolungato fino al loro completamento.

La seconda fase vedrebbe un accordo sulla fine permanente delle ostilità, il rilascio di tutti gli ostaggi viventi detenuti a Gaza e il completo ritiro israeliano da Gaza. Dato che non sembra esserci un quadro normativo per una cessazione definitiva, la prospettiva di successo in un periodo di tempo così breve è dubbia.

La terza fase vedrebbe poi la restituzione dei corpi di tutti gli ostaggi morti e l’inizio di un massiccio sforzo di ricostruzione a Gaza da parte della comunità internazionale.

Cosa manca

Il piano così com’è stato presentato è chiaramente incompleto e solleva la domanda se ci siano ulteriori dettagli importanti da elaborare o se quei punti, alcuni dei quali molto significativi, non siano stati omessi dall’annuncio per ragioni politiche.

Forse il punto più importante che manca nella presentazione di Biden è la governance. È un mistero se Israele o gli Stati Uniti siano disposti a tollerare un governo di Hamas. L’Autorità Palestinese potrebbe avere più facilità a subentrare se Hamas accettasse questa offerta e la presentasse come una vittoria per il popolo palestinese. Ma Israele sarebbe davvero d’accordo su questo? Il popolo di Gaza sarebbe disposto ad accettare una sorta di coalizione internazionale per il controllo temporaneo di Gaza? Anche questo sembra improbabile, anche se potrebbe essere un prezzo che vale la pena pagare per porre fine alla tragedia.

Restano aperte le questioni relative ai crimini di guerra, al caso davanti alla Corte Penale Internazionale e ai suoi potenziali mandati di arresto. Se le gravi violenze a Gaza finissero è del tutto possibile che quei casi possano sparire e con essi la speranza di riconoscere la responsabilità di Stati potenti e dei loro leader che commettono crimini di guerra. Ancora una volta, è difficile immaginare che Israele metta fine al massacro per poi affrontare quelle accuse, ed è difficile immaginare che gli Stati Uniti starebbero a guardare.

C’è anche un ovvio problema di implementazione. Biden ha affermato che se Hamas violasse i termini di questa proposta dopo che fosse stata accettata, Israele potrebbe riprendere la sua campagna genocida. Questa è una minaccia che Israele avrà sempre a disposizione. 

Ma cosa succederebbe se fosse Israele a non rispettare la sua parte nell’accordo? Biden sembra aver semplicemente dato per scontato che, se Israele lo accetterà, rispetterà l’accordo. Le lezioni di Oslo non valgono nulla per il Presidente, e di nuovo manca la consapevolezza che solo la pressione esterna – che deve includere gli Stati Uniti, anche se non è necessario che siano l’unico Stato ad applicarla – può garantire che Israele ottemperi agli accordi. È una storia con un finale molto brutto che abbiamo visto ripetersi molte volte nel corso degli anni.

La politica dell’offerta

La tempistica di questa offerta suggerisce il motivo per cui sia arrivata proprio ora. Visto che Donald Trump era stato condannato per 34 reati a New York proprio il giorno prima, Biden ha fatto di tutto per trarre vantaggio dalla giornata nera di Trump anche perché, almeno inizialmente, le condanne di Trump non sembrano avergli dato una gran spinta.

Naturalmente, visto quanto è costato a Biden il sostegno al genocidio di Gaza, ogni momento è buono per concludere un accordo. La vera domanda è perché Israele all’improvviso abbia accettato la proposta.

In primo luogo è importante comprendere la prassi di Israele. La sua squadra negoziale ha lavorato con Egitto, Qatar e Stati Uniti su questo accordo, ma è improbabile che si tratti di una proposta che venga da Israele, come l’ha presentata Biden. Netanyahu ha dovuto approvare che gli Stati Uniti facessero la proposta a nome di Israele, ma ciò non significa che Israele l’abbia ufficialmente accettata. Netanyahu ha l’ultima parola e se i partiti di estrema destra minacciassero di lasciare il governo potrebbe fare marcia indietro. 

Inoltre Netanyahu non ha avuto bisogno di premere molto per respingere il cessate il fuoco che porterebbe al rilascio degli ostaggi detenuti a Gaza, come ha ripetutamente fatto sin dall’inizio. Anche se il suo governo non dovesse cadere immediatamente, correrebbe comunque un serio rischio nei processi per corruzione in corso. Continuare la carneficina a Gaza impedisce che questo accada.

L’invito del Congresso è probabilmente parte del pacchetto che Biden ha offerto a Netanyahu per portare avanti questa proposta almeno provvisoriamente. Potrebbero esserci altri incentivi che devono ancora concretizzarsi affinché Netanyahu possa aumentare la sua popolarità in Israele o perché altri partiti, come Yesh Atid [partito israeliano sionista di centro e laico, ndt.] di Yair Lapid, accettino di salvare il suo governo se i partiti di estrema destra se ne vanno. Ma Biden ha un disperato bisogno di trarre qualcosa di positivo dalla débâcle di Gaza e se trova il modo di salvare Netanyahu e far sì che ciò accada lo farà sicuramente.

Nel suo discorso Biden ha aperto la porta a Netanyahu dicendo che negli ultimi otto mesi sono stati uccisi così tanti combattenti di Hamas che non sarebbe possibile organizzare di nuovo un attacco pesante come quello del 7 ottobre. Stava chiaramente lastricando la strada che Netanyahu avrebbe potuto percorrere per rivendicare la vittoria accettando questo accordo, suggerendo che l’intenzione di Netanyahu di sconfiggere completamente Hamas sia stata soddisfatta per quanto realisticamente possibile.

Le reazioni

Eppure sia Netanyahu che Hamas sono stati cautamente positivi nelle loro risposte. Hamas ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma: “Hamas conferma la sua disponibilità ad affrontare positivamente e in modo costruttivo qualsiasi proposta basata sul cessate il fuoco permanente e sul completo ritiro [delle forze israeliane] dalla Striscia di Gaza, sulla ricostruzione [di Gaza], e il ritorno degli sfollati ai loro luoghi, insieme alla realizzazione di un vero accordo di scambio di prigionieri se l’occupazione annuncia chiaramente l’impegno a tale accordo”.

È una risposta intelligente. Esprime il fatto che stiano ancora analizzando i dettagli, alcuni dei quali non sono ancora stati resi pubblici e che non si impegneranno pubblicamente nell’accordo finché Israele non dichiarerà il suo appoggio. Il fatto è che questa proposta soddisfa in gran parte le richieste che Hamas ha ripetuto negli ultimi mesi: cessate il fuoco completo, fine delle ostilità, ritiro completo israeliano e completa libertà dei palestinesi di tornare ovunque siano stati cacciati da Gaza.

Tutte queste cose non accadrebbero necessariamente il primo giorno, ma è improbabile che Hamas trovi un accordo migliore di questo ed è certamente un accordo che gli permette di affermare realisticamente di aver resistito a tutti gli attacchi di Israele, e che loro e il popolo di Gaza sono rimasti in piedi. Israele avrà la propria narrazione e i sostenitori di ciascuna parte abbracceranno le varie versioni, ma questo è un argomento realistico che Hamas può sostenere.

Biden ha fatto allusione all’idea che questa proposta in qualche modo rimetta in pista l’idea di una soluzione a due Stati, il che è una totale assurdità. Non avrà alcun effetto su quel miraggio, metterà semplicemente fine al massacro.

Biden ha anche lasciato intendere che la cosa potrebbe portare all’accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele. Anche questo è improbabile. Non è impossibile, ma richiederà una serie di altre cose per essere realizzato, inclusa l’approvazione del Senato sull’accordo e l’impegno di Israele per uno Stato palestinese, cosa che è altamente improbabile Netanyahu faccia.

In effetti se quell’accordo ne facesse in qualche modo parte sarebbe una ricetta per un disastro. Non solo perché l’idea della normalizzazione è una politica terribile per gli Stati Uniti, i palestinesi e l’intera regione, ma anche perché minaccia di suscitare la stessa disperazione che è stata un fattore significativo nella decisione di Hamas di lanciare l’attacco del 7 ottobre.

Biden non sarebbe saggio nel perseguire questa strada, anche se ne sarebbe tentato data la sua ossessione per l’idea di normalizzazione israelo-saudita e il suo desiderio di una grande vittoria in politica estera. La proposta, anche se accettata, difficilmente sarà quel genere di vittoria.

Ciò è dovuto soprattutto al fatto che l’intera proposta chiarisce come Israele e gli Stati Uniti abbiano perso. La tregua che potrebbe prendere piede è sul tavolo dallo scorso anno, in una forma o nell’altra. Molte vite palestinesi, così come alcune vite israeliane, avrebbero potuto essere salvate.

Israele ha insistito sul fatto che solo la forza delle armi avrebbe potuto liberare gli ostaggi, nonostante il fatto che non ci sia riuscito, mentre un precedente cessate il fuoco prevedeva la liberazione di quasi metà degli ostaggi. Hamas continua ad esistere e continuerà ad esistere indipendentemente dal fatto che questa proposta venga accettata o meno. La popolazione di Gaza è rimasta a Gaza, nonostante la massiccia perdita di vite umane.

Tutto ciò che Israele è riuscito a fare sono stati massacri e distruzioni, che hanno danneggiato gravemente e permanentemente la sua posizione nel mondo, non solo tra milioni e milioni di persone ma anche tra molti governi.

Tutto questo avrebbe potuto essere evitato e non ci vogliono piani complicati per farlo. Concedere semplicemente ai palestinesi i diritti e le libertà che tutti ci aspettiamo. In un mondo simile non ci sarebbe bisogno del 7 ottobre, né di odio, paura e insicurezza. Il discorso di Biden e la sua proposta non contengono alcun indizio che adesso capisca la situazione meglio di quanto la capisse il 6 ottobre.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un ministro del gabinetto di guerra israeliano: la guerra contro Gaza durerà ‘molti anni’

Redazione di Middle East Monitor

28 maggio 2024 – Middle East Monitor

Il ministro del gabinetto di guerra israeliano ed ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Gadi Eisenkot ha avvisato che il movimento Hamas si sta nuovamente rafforzando e combatterlo durerà molti anni, il che impone di raggiungere un accordo per lo scambio dei prigionieri.

Secondo i media locali ciò è avvenuto ieri durante il suo incontro con i membri della Commissione Affari Esteri e Sicurezza della Knesset, in una riunione riservata.

Eizenkot ha ribadito che la linea d’azione corretta nella Striscia di Gaza “è il raggiungimento della fine dei combattimenti a Rafah e allo stesso tempo la prosecuzione del percorso per un accordo sugli ostaggi, durante il quale cesseremo il fuoco per 42 giorni o il doppio.”

Non c’è [uno scambio] tra il rilascio dei prigionieri e la fine della guerra,” ha inoltre affermato, osservando che negoziare un accordo riguardante i prigionieri di guerra è cruciale da un punto di vista strategico.

Come ci siamo fermati a novembre per una breve interruzione, ci fermeremo per 42 giorni. E anche se avremo bisogno di un periodo più lungo, questo non significherà la fine dei combattimenti,” ha aggiunto.

Eizenkot ha spiegato che fermare i combattimenti permetterebbe il rilascio degli ostaggi, aggiungendo che “non sono solo soldati, ma anche civili che sono stati abbandonati e che Israele ha il dovere di far ritornare.”

C’è consenso nel gabinetto di guerra sulla necessità di ottenere il rilascio dei rapiti,” ha affermato, aggiungendo che “il gabinetto allargato” è disunito e non assolve al suo compito.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




I medici trafugati di Gaza

Kavitha Chekuru

24 maggio 2024 – The Intercept

Centinaia di medici palestinesi sono scomparsi nelle carceri durante la detenzione israeliana

Sono due mesi che Osaid Alser non ha più notizie di suo cugino, Khaled Al Serr, un chirurgo dell’ospedale Nasser della città di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

Prima della fine di marzo erano in regolare contatto, per quanto almeno potessero consentirlo le infrastrutture disastrate della comunicazione. Al Serr aveva creato un gruppo WhatsApp di telemedicina in cui lui e Osaid, un chirurgo residente negli Stati Uniti, reclutavano medici dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dall’Europa per dare consigli ai loro oramai esausti colleghi di Gaza.

Mi ha riportato il caso di una ferita da arma da fuoco in una settantenne”, ha detto Osaid riferendosi ad Al Serr. La ferita era alla testa. E in quel momento mancava proprio un neurochirurgo”.

Condivideva questi casi e chiedeva aiuto”, continua Osaid. “Era come chiedere ‘C’è qualche neurochirurgo che può aiutarmi? Come posso risolvere questo problema?’”

Secondo Osaid, Al Serr costituiva uno strumento naturale di condivisione per la conoscenza medica attraverso la chat di gruppo. “Voleva sempre dare una mano, gli è sempre piaciuto usare le mani per cercare di risolvere un problema e avere un risultato immediato”.

A febbraio lesercito israeliano ha invaso lospedale Nasser. Lattacco ha lasciato lospedale svuotato, un ulteriore centro sanitario distrutto nel complesso di un sistema sanitario devastato da uno schiacciante carico di lavoro e da un implacabile attacco militare da parte di Israele.

Tuttavia Al Serr ha mantenuto un certo ottimismo. Il suo ultimo post su Instagram è stato caricato a metà marzo, un breve video che mostrava l’esterno dell’ospedale il giorno prima, con sottotitolato un messaggio di esultanza:

Finalmente!! Dopo più di un mese di interruzione dell’energia il nostro personale è stato in grado di riparare il generatore e riportare l’elettricità all’ospedale Nasser. Nelle ultime due settimane stiamo cercando di pulire i reparti e prepararli per la riapertura.

Sei giorni dopo, il 24 marzo, le forze israeliane hanno nuovamente fatto irruzione nell’ospedale. Qualche giorno prima Osaid aveva chiesto se Al Serr stesse bene. Non è mai arrivata alcuna risposta. È stato il loro ultimo scambio.

I suoi parenti credono che Khaled Al Serr, insieme ai superstiti del personale dellospedale già in declino, sia stato fatto prigioniero da Israele.

Già a novembre erano emerse notizie di medici detenuti e scomparsi nel nord di Gaza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, almeno 214 membri del personale medico di Gaza sono stati arrestati dall’esercito israeliano. Allinizio di maggio, la detenzione e la presunta tortura del personale medico di Gaza avevano fatto notizia quando le autorità israeliane hanno annunciato la morte di Adnan Al-Bursh, un noto chirurgo e capo del reparto di ortopedia dellospedale Al-Shifa. Dopo essere stato preso in custodia a dicembre i funzionari hanno riferito che Al-Bursh era morto ad aprile mentre si trovava nella prigione di Ofer, una struttura di detenzione israeliana nella Cisgiordania occupata.

Il caso del dott. Adnan solleva serie preoccupazioni sulla possibilità che sia morto in seguito alle torture per mano delle autorità israeliane. La sua morte richiede unindagine internazionale indipendente”, ha dichiarato la settimana scorsa Tlaleng Mofokeng, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto alla salute. Luccisione e la detenzione di operatori sanitari non è un metodo di guerra legale. Hanno un ruolo legittimo ed essenziale nel prendersi cura delle persone malate e ferite durante i periodi di conflitto”.

Secondo il Ministero della Sanità Al-Bursh è uno degli almeno 493 operatori sanitari palestinesi uccisi a Gaza dal 7 ottobre. L’esercito israeliano ha sistematicamente preso di mira gli ospedali dal nord al sud della Striscia sostenendo che Hamas opererebbe nelle strutture. Il personale medico degli ospedali di Gaza ha ripetutamente smentito tale affermazione. Questa settimana le forze israeliane hanno lanciato nuovi attacchi contro gli ospedali Kamal Adwan e Al-Awda nel nord, con notizie di personale medico arrestato mercoledì e giovedì all’ospedale Al Awda.

Mentre verso la fine dellanno le truppe di terra si facevano strada nel sud di Gaza gli attacchi agli ospedali nella città meridionale di Khan Younis aumentavano. A febbraio, durante l’assedio dell’ospedale Nasser da parte dellesercito israeliano Al Serr era lunico chirurgo generale presente.

“È un medico molto scrupoloso”, ha detto di Al Serr Ahmed Moghrabi, un chirurgo plastico che in precedenza ha lavorato all’ospedale Nasser.

Entrambi i medici pubblicavano spesso sui social media i casi raccapriccianti da cui era sommerso l’ospedale Nasser, soprattutto perché gli attacchi alla struttura aumentavano e la copertura mediatica internazionale era scarsa.

Ho visto bambini e donne fatti a pezzi”, ha detto Moghrabi a The Intercept, spiegando il motivo per cui ha iniziato a postare sui social media. “Volevo mostrare al mondo cosa sta succedendo sul campo.”

L’ultima volta che ha visto Al Serr è stato a febbraio. Loro” – lesercito israeliano- “ha circondato lospedale e siamo rimasti intrappolati”, ricorda Moghrabi. E lospedale è rimasto sotto assedio per tre settimane. Non potevamo nemmeno spostarci da un edificio all’altro. Non potevamo dare un’occhiata sbirciare dalle finestre. Altrimenti i cecchini avrebbero potuto spararci”.

Moghrabi ha lasciato l’ospedale a metà febbraio, durante la prima invasione. “Abbiamo evacuato a mezzanotte”, riferisce. Lesercito ha istituito un posto di blocco non lontano dal cancello dellospedale. Hanno controllato davvero tutti. Hanno arrestato il mio infermiere ed è rimasto in carcere due mesi”.

Per quanto riguarda Al Serr, Osaid dice che suo cugino se n’è andato poco dopo l’evacuazione di febbraio per andare a Rafah e verificare le condizioni dei genitori, ma che è tornato all’ospedale Nasser per aiutare a riaprirlo e curare i pazienti.

Dallattacco allospedale di fine marzo non si hanno quasi più notizie di Al Serr. Le uniche briciole di informazione sono state più allarmanti che rassicuranti. La prima è stata una connessione di Al Serr al suo WhatsApp a metà aprile. “È stato attivo online l’ultima volta il 12 aprile”, afferma Osaid, “il che, a mio avviso, mi dice che gli hanno confiscato il telefono e che quindi hanno avuto anche accesso al suo contenuto.”

Poi, pochi giorni dopo, il 17 aprile, il quotidiano Al Mayadeen ha rilasciato unintervista con un palestinese che si è identificato come Ahmed Abu Aqel, che ha affermato di essere stato arrestato e rilasciato da Israele. Moghrabi ha detto a The Intercept che Abu Aqel ha lavorato in precedenza come infermiere presso l’ospedale Nasser.

Vestito con una felpa grigia e pantaloni di una tuta, un abbigliamento comune tra i detenuti palestinesi rilasciati, Abu Aqel ha detto di avere un messaggio da parte dei medici detenuti dell’ospedale Nasser.

Sono sottoposti a percosse, uccisioni e torture quotidiane”, ha detto Abu Aqel. C’è un messaggio in particolare da parte di un medico, il dottor Nahed Abu Taimah, direttore della chirurgia presso il Nasser Medical Complex. La sua situazione è molto difficile e sta soffrendo in circostanze molto difficili e tragiche. Ha bisogno di cure, di essere visitato dalla Croce Rossa e rilasciato urgentemente”.

“Un mio collega era tenuto accanto a me”, riferisce Abu Aqel. Il suo nome era Khaled. Davanti a me gli hanno strappato tutta la barba con delle pinze. La sua barba è stata strappata. Questa è una delle centinaia [di situazioni] di cui sono a conoscenza.”

Osaid ritiene che si riferisca a Khaled Al Serr.

Anche se Abu Aqel non ha detto dove è stato trattenuto – dove potrebbe trovarsi ancora Al Serr – Osaid pensa che probabilmente si tratti di Sde Teiman, una base militare e centro di detenzione nel deserto israeliano del Negev. Ci sono state numerose denunce di abusi, torture e decessi di detenuti a Sde Teiman.

In una dichiarazione a The Intercept ricevuta dopo la pubblicazione di questo articolo un portavoce dellesercito israeliano non ha risposto a domande specifiche sugli operatori sanitari in detenzione, ma ha negato qualsiasi situazione diffusa di abusi nei confronti dei palestinesi sotto custodia. “Il maltrattamento dei detenuti durante il loro periodo di detenzione o durante gli interrogatori viola i valori dell’esercito israeliano e contravviene agli ordini ed è quindi assolutamente proibito”, ha detto il portavoce. “I reclami concreti riguardanti comportamenti inappropriati vengono inoltrati alle autorità competenti per le valutazioni.”

A parte la testimonianza poco circostanziata di Abu Aqel e un segnale su WhatsApp, non ci sono state informazioni o aggiornamenti su dove si trovi Al Serr o sulle sue condizioni.

Spezza il cuore non sapere nulla dei tuoi cari”, dice Osaid. Non sappiamo se è vivo o no. Non sappiamo se sta bene o no”.

Quei palestinesi abbastanza fortunati da essere stati rilasciati dalla prigionia offrono scorci strazianti su ciò che accade allinterno dei centri di detenzione israeliani.

A dicembre Khaled Hamouda, un altro chirurgo, stava lavorando all’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza. Un mese prima era stato sfollato dall’ospedale indonesiano, dove esercitava abitualmente. A Kamal Adwan Hamouda era anche un paziente, in cura per le ferite riportate in un attacco aereo sulla sua casa di famiglia a Beit Lahia. La moglie, la figlia, il padre e un fratello, tra gli altri parenti, erano rimasti uccisi nell’attacco.

Dopo circa 10 giorni dallattacco le forze israeliane hanno ordinato sia al personale medico che ai civili rifugiati nellospedale Kamal Adwan di andarsene. Hamouda ha riferito che all’amministrazione dell’ospedale è stato detto che le persone avrebbero potuto andarsene recandosi in un altro ospedale senza essere arrestate.

Non è quello che è successo. Hamouda e alcuni suoi colleghi sono stati invece presi in custodia dai militari israeliani.

“Quando hanno attaccato l’ospedale hanno chiesto a tutti gli uomini e i giovani di età superiore ai 15 anni e al di sotto dei 55 anni di tenere la carta d’identità e di uscire dall’ospedale”, afferma Hamouda. I loro occhi sono stati bendati e sono stati portati ammanettati in un altro luogo, anche se Hamouda non sa bene dove.

Subito dopo la loro cattura hanno cominciato a diffondersi sui social media le immagini di decine di detenuti trattenuti dai soldati israeliani nel nord di Gaza. In una foto un gruppo di uomini sta a torso nudo in primo piano mentre un soldato sembra scattare loro delle foto. Non è passato molto tempo prima che delle persone identificassero Hamouda tra quegli uomini.

“Era il giorno in cui ci hanno prelevato dall’ospedale Kamal Adwan e ci hanno chiesto di guardare verso la macchina fotografica”, ricorda Hamouda. “È lunica prova che sono stato fatto prigioniero in quel giorno. Nessuno ha saputo cosa ci fosse successo finché questa foto non è arrivata ai media.

Hamouda dice che in seguito è stato portato a Sde Teiman, dove lui e altri detenuti sono stati costretti a rimanere in ginocchio. Se non lo facevano, venivano puniti. “Gli hanno ordinato di stare con la mano sopra la testa per circa tre o quattro ore”, racconta a proposito di uno dei prigionieri.

“Purtroppo, quando hanno saputo che ero medico e chirurgo generale, mi hanno trattato peggio”, ricorda. Mi hanno aggredito e mi hanno picchiato alla schiena e alla testa”. Hamouda dice che i soldati volevano sapere se aveva informazioni sugli israeliani tenuti prigionieri a Gaza, ma lui non ne sapeva nulla.

Mentre era detenuto ha visto anche una persona della comunità medica da lui conosciuta: il dottor Adnan Al-Bursh. Hanno portato il dottor Adnan verso le 2 o le 3 del mattino. È stato trattato in modo orribile. Soffriva”, riferisce Hamouda. Mi ha detto: Khaled, mi hanno picchiato. Mi hanno aggredito violentemente.’” Hamouda riferisce che Al-Bursh gli ha anche detto di avere una costola fratturata. Hamouda è riuscito a procurargli medicine e cibo ma, due giorni dopo, il medico ferito è stato portato via.

Hamouda ricorda che, nonostante le sue condizioni e le dure circostanze della prigionia, Al-Bursh gli ha fornito delle informazioni: “Tua madre si trova all’ospedale Al-Awda e sta bene, l’ho curata”. Hamouda è stato riconoscente per il messaggio: Questa informazione è stata molto, molto preziosa per me perché non sapevo nulla della mia famiglia, in particolare di mia madre. Allora lho abbracciato, gli ho baciato la testa e lho ringraziato perché era lunica speranza che una volta uscito l’avrei ritrovata”.

Dopo tre settimane Hamouda è stato rilasciato. Riferisce a The Intercept che lui e altri detenuti sono stati portati al valico di frontiera di Kerem Shalom nel sud e alla fine sono andati a Rafah. I suoi figli sopravvissuti e sua madre erano ancora nel nord e sarebbero passati due mesi prima che potessero riunirsi. Si considera fortunato perché è stato rilasciato.

“Tutti i miei colleghi medici che sono stati arrestati con me, dopo o prima di me sono stati tenuti lì per circa tre o quattro o cinque mesi”, ha detto. “Alcuni sono ancora prigionieri.”

A Gaza i medici erano fondamentali anche prima della guerra, soprattutto nelle circostanze legate al continuo ripetersi delle restrizioni al confine e degli attacchi militari israeliani.

Ogni due o tre anni”, dice Hamouda, rimaniamo intrappolati in una qualche guerra o attacco da parte dellesercito israeliano. Quindi il nostro lavoro è importante per le persone che ne sono colpite”.

Anche il padre di Hamouda era stato medico e voleva che suo figlio seguisse le sue orme. Mi ha consigliato di diventare un medico”, ha detto Hamouda, perché questo va a beneficio per le persone”.

Soddisfare la necessità di prendersi cura delle persone, ritiene Hamouda, è il motivo per cui gli operatori sanitari sono diventati dei bersagli così comuni in questa guerra. Non è una coincidenza”, dice. Attaccano intenzionalmente le case di chi è in grado di curare i feriti in modo da riuscire a modificare qualcosa nella situazione del nord”.

Queste considerazioni sono condivise da Osaid, che afferma che suo cugino Al Serr sarebbe stato d’accordo: sono diventati medici per aiutare le persone. Con la quota di omicidi in corso da un po’ abbiamo sempre bisogno di chirurghi per riparare le ferite traumatiche che le persone subiscono”, sostiene Osaid. E quindi per me, nel crescere a Gaza, il desiderio di aiutare e curare le persone ferite [è stata] una reazione naturale ”.

I post di Al Serr su Instagram mostrano principalmente come abbia documentato la marea degli spaventosi casi che gli sono arrivati ​​davanti: un flusso costante di civili fatti a pezzi da schegge e proiettili, punteggiato da attacchi ripetuti e crescenti allospedale Nasser. Uno dei suoi ultimi post, però, offre un barlume di speranza: due bambini nati il ​​giorno dell’invasione dell’ospedale, a febbraio.

Per il suo post successivo Al Serr si è avventurato fuori dallospedale, a ricordare come la guerra non abbia lasciato indenne nessuno a Gaza. Era un breve video del suo quartiere, con le case e gli edifici trasformati in cumuli di macerie e il percorso verso la sua casa sepolto lì sotto.

Ha sempre voluto metter su una famiglia”, dice Osaid di suo cugino, avere figli, costruirsi una vita e vivere in pace”.

Dopo due mesi di assenza di notizie da Al Serr quel capitolo della sua vita sembra una possibilità sempre più lontana.

È stato molto coraggioso. Stava facendo il suo lavoro. Il nostro lavoro come chirurghi non è solo curare le ferite e ripararle, ma anche difendere i nostri pazienti. Quindi lui li stava difendendo.

“Spero davvero che stia bene.”

Aggiornamento: 27 maggio 2024

Questo articolo è stato aggiornato per includere una dichiarazione dell’esercito israeliano ricevuta dopo la pubblicazione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Criticare Israele? I media no profit potrebbero perdere l’esenzione dalle tasse senza un procedimento corretto

Seth Stern

10 maggio 2024 – The Intercept

Una nuova legge antiterrorismo consentirebbe al governo di togliere esenzioni fiscali vitali per i mezzi di comunicazione no profit.

Di questi tempi non ci vuole molto per essere accusati di sostenere il terrorismo, e ciò non riguarda solo gli studenti che si mobilitano. Negli ultimi mesi decine di parlamentari e funzionari pubblici hanno insinuato, senza prove, che i mezzi di comunicazione statunitensi forniscono appoggio concreto ad Hamas. Alcuni hanno persino espresso minacce appena velate di perseguire testate giornalistiche in base a queste false accuse.

Le loro lettere erano bravate politiche. I pubblici ministeri non sarebbero mai stati in grado di affrontare l’onere della prova in base alle leggi antiterrorismo e tutti i politici acquiescenti che hanno firmato le lettere lo sapevano. Ma la prossima volta potrebbe essere diverso, soprattutto se mezzi di informazione no profit, come The Intercept, arrivassero a infastidire il governo.

Ciò è dovuto al fatto che una legge, approvata in aprile dalla Camera dei Rappresentanti con ampio sostegno bipartisan dopodiché una legge simile è stata immediatamente presentata al Senato consentirebbe al ministero del Tesoro di revocare lo status di no profit a qualunque organizzazione considerata “fiancheggiatrice del terrorismo”. Questa settimana il primo firmatario del disegno di legge al Senato, il repubblicano del Texas John Cornyn, l’ha presentata come emendamento alla legge che va obbligatoriamente approvata per il rinnovo delle autorità dell’Amministrazione Federale dell’Aviazione. Benché non sia passata (il Senato non ha votato neppure uno delle decine di emendamenti proposti), è probabile che presto prosegua il suo iter nell’aula del Senato sotto altra forma.

Finanziare il terrorismo è già illegale, ma la nuova legge consentirebbe al governo di evitare le lungaggini burocratiche richieste per le azioni penali o la designazione ufficiale di terrorista.

Si potrebbe pensare che l’appoggio al terrorismo perseguibile sia limitato a contributi intenzionali e diretti a gruppi terroristici. Sarebbe sbagliato. Le leggi esistenti sul sostegno materiale al terrorismo sono state a lungo criticate perché vanno oltre lo scopo e lasciano spazio ad abusi non solo contro la libertà di parola, ma anche contro operatori umanitari. Una recente lettera di 135 organizzazioni per i diritti umani che si oppongono alla legge ha evidenziato i tentativi di revocare lo status di esenzione fiscale di, oppure di rappresaglie contro, gruppi studenteschi filo-palestinesi.

Non c’è alcuna ragione di credere che la stampa sia esentata dagli abusi. Nelle loro recenti lettere alcuni politici hanno chiesto che vengano indagati per terrorismo New York Times, Reuters, CNN e Associated Press sulla base di accuse secondo cui questi mezzi di informazione avrebbero comprato fotografie da freelance palestinesi che hanno informato sugli attacchi di Hamas il 7 ottobre.

Il finto scandalo è stato originato da una falsa accusa da parte di un’organizzazione ironicamente autodenominatasi HonestReporting [Informazione corretta], secondo cui quelle immagini evidenziano che i fotografi che le hanno scattate sapevano in anticipo del massacro. Altrimenti come (oltre che, diciamo, dalle TV o da Internet) avrebbero saputo dove andare?

Quindi HonestReporting ha argomentato che anche i mezzi di comunicazione che hanno comprato le immagini avrebbero potuto essere pure loro complici, perché, ovviamente, quando un gigante internazionale dell’informazione compra una foto da qualcuno del suo vasto elenco di freelance, è ragionevole imputare i presunti peccati del freelance lungo tutta la catena.

Alla fine HonestReporting ha ritrattato questa contorta teoria, ammettendo di non avere prove e di aver semplicemente fatto delle domande. Dopo aver obbligato i mezzi di informazione a negare pubblicamente di avere legami con Hamas, HonestReporting ha affermato di credere a loro.

Ma ciò non ha dissuaso i politici statunitensi dal supporre che il fatto che alcuni freelance palestinesi a Gaza abbiano avuto contatti con politici di Hamas il che non dovrebbe sorprendere, dato che Hamas è stata l’autorità al governo nell’enclave assediata ha reso finanziatore del terrorismo chiunque li abbia assunti.

Ma c’è persino di peggio. Una delle lettere, firmata da oltre una decina di procuratori generali statali, ha ventilato la teoria secondo cui le notizie dei mezzi di informazione potrebbero essere in sé una prova del sostegno ad Hamas. Come afferma l’U.S. Press Freedom Tracker (un altro sito web no profit, gestito dalla Freedom of the Press Foundation [Fondazione per la Libertà di Stampa] dove io lavoro):

La lettera evidenzia anche che “materiale di supporto” per i gruppi terroristici – un crimine sia federale che statale – può includere “scrivere e distribuire pubblicazioni in appoggio all’organizzazione”. Non entra nei dettagli su quello che sarebbe da considerare appoggio, bloccando potenzialmente ogni informazione che non condanni inequivocabilmente Hamas o non appoggi unilateralmente Israele.”

Poi i procuratori generali mettono in guardia i mezzi di informazione che “continueremo a seguire il modo in cui date le notizie per garantire che le vostre organizzazioni non violino alcuna legge federale o statale fornendo sostegno materiale a terroristi all’estero.” I firmatari proseguono: “Ora le vostre organizzazioni sono avvertite. Rispettate la legge.”

Recentemente molti di quei procuratori generali hanno affermato che “le libertà di parola e di associazione del Primo emendamento non proteggono persone che forniscono aiuto materiale” al terrorismo. Non hanno citato lo scetticismo della Corte Suprema secondo cui “istanze presentate in base alla legge sull’appoggio materiale a discorsi o difesa supererebbero il severo controllo del Primo emendamento… persino nel caso in cui il governo dimostrasse che tali discorsi favoriscono organizzazioni terroristiche straniere.”

Alcuni membri del Congresso hanno messo gli occhi anche sui mezzi di informazione. Il senatore Tom Cotton, repubblicano dell’Arkansas, ha ripetuto la disinformazione di HonestReporting in molteplici lettere, mentre 15 parlamentari del Congresso hanno chiesto che i media forniscano informazioni riguardanti i freelance, includendo potenzialmente identità e comunicazioni delle fonti, minacciando di emettere citazioni di comparizione.

Se ci fossero dubbi sulle intenzioni dei sostenitori della legge sulle no profit, si prenda in considerazione che cinque dei suoi promotori alla Camera dei Rappresentanti hanno anche firmato una lettera all’Internal Revenue Service [Agenzia delle Entrate federale, ndt.] chiedendo come definisce l’antisemitismo e insinuando che l’IRS dovrebbe negare l’esenzione fiscale alle no profit che “promuovano un comportamento contrario alle politiche ufficiali,” anche se non sono affatto accusate di appoggiare il terrorismo.

I mezzi di informazione no profit stanno già lottando per sopravvivere anche senza le persecuzioni del governo, ma la revoca del loro status di esenzione fiscale sarebbe la campana a morto per quelli che fanno il tipo di giornalismo investigativo approfondito che di questi tempi non è quasi mai remunerativo. La semplice prospettiva bloccherebbe l’informazione, non solo su Israele ma più in generale anche sulla politica estera USA. Per non parlare della minaccia alle organizzazioni della stampa libera no profit, i cui giornalisti dipendono dalla protezione dei loro diritti (incluso quello di non essere uccisi a Gaza).

Sfortunatamente questo è solo l’ultimo esempio delle sconsiderate e inutili leggi sulla “sicurezza nazionale” che mette in pericolo la stampa. Lo scorso mese il presidente Joe Biden ha ignorato i sostenitori delle libertà civili ed ha firmato una legge che consentirebbe alle agenzie di intelligence di assoldare qualunque “fornitore di servizi” per aiutare gli USA a spiare stranieri.

Come ha spiegato il senatore democratico dell’Oregon Ron Wyder, la legge potrebbe “spingere un dipendente a inserire una chiavetta USB nel server di un ufficio che egli pulisce o vigila di notte.” E quell’ufficio potrebbe facilmente essere una redazione di giornale, in cui spesso i giornalisti parlano a stranieri le cui comunicazioni potrebbero interessare le agenzie di intelligence USA.

Il governo sta per iniziare immediatamente ad arruolare giornalisti per sorvegliare le proprie fonti o sta per chiudere mezzi di comunicazione no profit che si allontanano dalla narrazione dell’esercito israeliano? Probabilmente no, ma la storia insegna che una volta che ai politici viene dato il potere di rappresaglia contro i giornalisti che non gli piacciono inevitabilmente lo faranno. Anche la prospettiva che le leggi sullo spionaggio e su frode e abuso dei computer venissero utilizzate come arma contro il giornalismo una volta era solo ipotetica, finché non è stata più tale.

E non si dimentichi che il presumibile candidato repubblicano alle presidenziali ha pubblicamente fantasticato di incarcerare i giornalisti o vendicarsi in altro modo contro di loro.

Quanti sostengono che un secondo mandato di Donald Trump segnerebbero la fine della democrazia devono smettere di approvare nuove leggi eccessive e inutili che conferiscono a lui e a futuri personalità autoritarie nuove possibilità per perseguitare e silenziare i giornalisti che non si mettono in riga.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gaza 2035 Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu svela un piano regionale per costruire una “vasta zona di libero scambio” e un collegamento ferroviario con NEOM

Daniel Roche 

21 maggio 2024 – The Architect Newspaper

 

L’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente presentato un documento PowerPoint che ci offre uno scorcio su quello che il partito Likud ha in mente per il futuro di Gaza, e Medio Oriente in generale. Il 3 maggio Netanyahu ha svelato Gaza 2035: un piano complessivo in tre fasi per costruire quello che lui chiama “La Zona di libero scambio Gaza-Arish-Sderot.” Il piano è stato pubblicato per la prima volta da The Jerusalem Post e poi da Al Jazeera.

La Zona di libero scambio Gaza-Arish-Sderot comprenderebbe i 365 km2 della Striscia di Gaza dove oltre 34.500 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane nel corso degli ultimi mesi e dove gli esperti riferiscono di una carestia in corso. La zona includerebbe anche il porto El-Arish, a sud di Gaza, nella penisola del Sinai egiziana, e Sderot, una città israeliana a nord di Gaza.

Il 2 maggio funzionari ONU hanno rilasciato un rapporto affermando che oltre il 70% del patrimonio edilizio di Gaza è stato distrutto e che la ricostruzione costerebbe 40–50 miliardi di dollari. Questo ha spinto Abdallah al-Dardari, un funzionario ONU, a dire: “Non abbiamo visto nulla di simile dal 1945.

Sotto gli auspici di Gaza 2035, la nuova zona di libero scambio sarebbe amministrata da Israele, Egitto e da quello che il primo ministro israeliano chiama Gaza Rehabilitation Authority [Autorità di Riabilitazione di Gaza] (ARG)— un’agenzia prevista con gestione palestinese che supervisionerebbe la ricostruzione di Gaza e “gestirebbe le finanze della Striscia.”

Il PowerPoint afferma che l’ARG non concederebbe la sovranità ai palestinesi e non menziona la soluzione a due Stati. Invece entro il 2035 Gaza e la Cisgiordania verrebbero sottoposte all’ “amministrazione formale” della Autorità Palestinese (AP) e Israele sarebbe responsabile della sicurezza della zona di libero scambio. Ron Ben Yishai, corrispondente di yNet, ha definito Gaza 2035 “la visione Singapore” di Netanyahu.”

Gaza 2035 è ufficialmente intitolato Piano per la Trasformazione della Striscia di Gaza e promette di far passare Gaza “dalla crisi alla prosperità.” L’idea di Netanyahu prevede di “ricostruire dal nulla”. 

Il piano regionale è stato accolto con una certa opposizione. Il 16 maggio il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Abdullah bin Zayed Al Nahyan ha condannato il piano con una dichiarazione pubblica. Lara Elborno, avvocata dei diritti umani americana-palestinese, ha detto sui social media: “Il piano israeliano di rubare il nostro gas e imporci questo futuro distopico va urgentemente e inequivocabilmente contrastato. Gaza non è ‘niente’.”

Il “piano Marshall” di Netanyahu

Se il “piano Marshall” di Netanyahu avrà successo, ha detto il primo ministro, può essere “ripetuto in Yemen, Siria e Libano.” Gaza 2035 arriva meno di un anno dopo la presentazione da parte di Netanyahu alle Nazioni Unite del suo progetto “Grande Israele” che ipotizza l’assorbimento di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est entro i confini ufficiali dello Stato di Israele.

Complessivamente Gaza 2035 si svilupperebbe in tre fasi. La prima, detta “Aiuti umanitari,” consiste in un programma di un anno che “deradicalizzerebbe” Gaza e sradicherebbe Hamas. La seconda fase durerebbe fra i 5 ai 10 anni durante i quali Arabia Saudita, EAU, Egitto, Bahrain, Giordania e Marocco “supervisionerebbero” la ricostruzione di Gaza. Lo stadio finale arriverebbe quando la Palestina firmerà gli Accordi di Abramo, che indicano l’“autogoverno palestinese,” seppure senza uno Stato.

Dei Paesi arabi citati gli EAU sono gli unici ad aver commentato il piano. Il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Abdullah bin Zayed Al Nahyan ha detto: “Gli Emirati Arabi Uniti condannano le dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che chiede [agli EAU] di partecipare all’amministrazione civile della Striscia di Gaza, che è sotto l’occupazione israeliana.” La dichiarazione continua: “Gli EAU sottolineano che il primo ministro israeliano non ha il potere giuridico di fare questo passo e lo Stato rifiuta di essere coinvolto in qualsiasi piano che miri a offrire copertura alla presenza israeliana nella Striscia di Gaza.”

Collegare Gaza a NEOM?

I rendering del documento Gaza 2035, creati con IA, mostrano grattacieli futuristici, campi di pannelli fotovoltaici e impianti di desalinizzazione dell’acqua nella penisola del Sinai, un nuovo corridoio ferroviario ad alta velocità lungo la strada Salah al-Din (la principale superstrada di Gaza che collega Gaza City e Rafah), e piattaforme petrolifere al largo della costa di Gaza. 

Le piattaforme petrolifere e le navi container non sono un dettaglio: nel 2019 analisti delle Nazioni Unite avevano stimato che oltre 3.2 miliardi di barili di petrolio giacciono sotto la zona portuale di Gaza e la Cisgiordania con un valore stimato di miliardi di dollari. Secondo l’ONU il Mediterraneo orientale potrebbe contener 1.7 miliardi di barili e la Cisgiordania potrebbe averne 1.5 miliardi. Questi ritrovamenti hanno indotto la giornalista ambientale Yessenia Funes (citando Shereen Talaat, fondatrice e direttrice del movimento MENAFem per lo sviluppo economico e l’ecogiustizia) a descrivere su Atmos le azioni militari di Israele 2023–24 a Gaza come motivate dalle risorse: “Questo genocidio è tutta una questione di petrolio.” 

Oltre i rendering generati da IA anche i diagrammi sono importanti. Oggi Gaza è il fulcro di una via commerciale storica in Medio Oriente tra Il Cairo e Baghdad, e l’Europa e lo Yemen. Gaza 2035 capitalizzerebbe questa posizione geografica aggiungendovi un nuovo servizio ferroviario est-ovest fra Alessandria d’Egitto e Gaza City, in Palestina. Aggiungerebbe anche un servizio ferroviario nord-sud fra Gaza e NEOM, l’ipotetica città saudita di 500 miliardi di dollari a circa 200 chilometri a sud di Rafah.  Il documento dice che tutte queste connessioni aprirebbero opportunità perché aziende tecnologiche, industrie e “città per la produzione di veicoli elettrici” migrino verso la Zona di libero scambio Gaza-Arish-Sderot.

Al momento le ferrovie israeliane hanno 66 stazioni e a sud il servizio termina a Dimona. Secondo Gaza 2035 la nuova linea Gaza-NEOM espanderebbe il servizio di circa 160 chilometri da Dimona ad Aqaba, in Giordania e poi si collegherebbe a NEOM. La linea Gaza-NEOM farebbe una fermata a Be’er Shiva, in Israele, e poi si dividerebbe a un raccordo vicino a Sderot, da dove i treni andrebbero a Rafah o Tel Aviv – Haifa.

La proposta della nuova ferrovia Gaza-NEOM si inserisce nella Visione 2030 saudita che cerca di normalizzare in parte le relazioni con Israele costruendo l’ipotetica città la cui lunghezza è stata recentemente ridimensionata da 170 a 2.5 chilometri.

Anche nel nord di Gaza ci sarebbe una nuova “città per la produzione di veicoli elettrici.” A sud ci sarebbe la nuova ferrovia fra Gaza e il porto marittimo di El-Arish e l’aeroporto El-Gora nella penisola del Sinai, un piccolo hub regionale a una ventina di chilometri a sud di Rafah. Questo si collegherebbe con il Corridoio economico India-Medio Oriente -Europa (IMEC), la Via della Seta per unire Asia ed Europa. 

 Il lungomare di Gaza avrebbe un gran valore”

Gaza 2035 è il primo strumento di pianificazione ufficiale per Gaza presentato dal primo ministro israeliano dall’ottobre 2023, che va ora a unirsi ad altre idee non autorizzate da parte di leader israeliani e statunitensi il futuro di Gaza.

Il 13 ottobre a pochi giorni dall’uccisione da parte di Hamas di almeno 1.139 israeliani e dal rapimento di 240 ostaggi, il Misgav Institute for National Security & Zionist Strategy, un think tank israeliano, ha lanciato una strategia dicendo che “al momento c’è una rara e unica opportunità di evacuare l’intera Striscia di Gaza.” Il piano, presentato da Gila Gamliel, attivista del Likud e ministra dell’Intelligence israeliana, prevede l’espulsione forzata di 2.2 milioni di gazawi nella penisola del Sinai. 

A dicembre, Harey Zahav, un gruppo immobiliare israeliano, ha fatto uscire degli annunci pubblicitari di case sul lungomare di Gaza. (Più tardi Harey Zahav ha detto che le sue pubblicità volevano essere uno “scherzo.”) Jared Kushner ha detto che “il lungomare di Gaza avrebbe un gran valore” e che sarebbe interessato a costruire “proprietà con vista mare” mentre Israele “ripulisce” la Striscia di Gaza. Ad aprile Bill Ackman, manager di un fondo speculativo, ha presentato il proprio piano per Gaza e non è molto diverso da quello che al momento sta immaginando Netanyahu. 

Resta da vedere se Gaza 2035 sarà messo in pratica o no. Il 15 maggio Joav Gallant, ministro della Difesa israeliano, ha dichiarato la propria opposizione a Gaza 2035 e a ogni governo militare di Gaza a lungo termine da parte di Israele. Le critiche degli EAU sono state pubblicate il giorno dopo, il 16 maggio. 

Il 21 maggio la Corte Penale Internazionale (CPI) ha detto di aver richiesto mandati di arresto per Netanyahu e Gallant, oltre a quelli per Yahya Sinwar, capo di Hamas, e altri due leader di Hamas.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Colloqui segreti Iran-USA sulla guerra a Gaza compromessi dalla morte di Raisi

Corrispondente di MEE a Teheran

21 maggio 2024 – Middle East Eye

Fonti vicine ai mediatori in Oman dicono a MEE che le delegazioni avevano discusso della fine della guerra di Israele e del desiderio condiviso di un cambiamento nel governo israeliano

I colloqui segreti tra Iran e gli Stati Uniti in Oman stavano procedendo bene, ma ora sono stati messi a repentaglio dall’improvvisa morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi e del suo ministro degli Esteri.

Secondo tre fonti iraniane al corrente delle trattative, all’inizio di questo mese Brett McGurk, alto consigliere per il Medio Oriente del presidente USA Joe Biden, ha tenuto trattative indirette con Ali Bagheri Kani, uomo di punta dell’Iran per i negoziati con l’Occidente.

I colloqui, la prima tornata di discussioni fra USA e Iran da gennaio, si sono svolti a Muscat che dieci anni fa ospitò gli incontri segreti fra Teheran e Washington che portarono nel 2015 all’accordo sul nucleare con il piano di azione congiunto globale (PACG).

Una fonte vicina ai colloqui, che sono stati per la prima volta riferiti da Axios venerdì, ha detto a Middle East Eye che le discussioni fra Bagheri Kani e McGurk stavano procedendo bene e si era vicini a raggiungere una sorta di accordo.

In quei giorni Bagheri Kani era viceministro degli Esteri, ma ora, dopo la morte sabato di Hossein Amir-Abdollahian nello schianto dell’elicottero che ha ucciso Raisi, è stato nominato ministro degli Esteri.

I colloqui si sono concentrati su tre temi: il desiderio condiviso di cambiamento del governo in Israele, la fine della guerra israeliana a Gaza ed evitare che il conflitto si estenda anche in altre parti della regione.

Un analista vicino all’establishment al potere in Iran ha riferito a MEE che sembra che i colloqui siano serviti anche per arrivare a un cessate il fuoco fra gli USA, da un lato, e l’Iran e i suoi alleati dall’altro.

Dall’attacco guidato da Hamas contro Israele del 7 ottobre e dalla successiva guerra a Gaza gli alleati iraniani, come il movimento degli houthi yemeniti, ufficialmente noto come Ansar Allah, e i paramilitari iracheni hanno condotto attacchi contro bersagli statunitensi nella regione.

Droni e missili iraniani sono stati inoltre abbattuti dalle forze USA in aprile quando l’Iran ha effettuato un massiccio attacco contro Israele in risposta all’uccisione dei comandanti della Guardia Repubblicana nel consolato iraniano a Damasco.

L’analista crede che ci possano essere state anche discussioni sul programma nucleare iraniano e sull’allentamento delle sanzioni sul petrolio.

Il PACG, in base al quale l’Iran aveva rallentato il suo programma di sviluppo nucleare in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, si è interrotto dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti ad opera dell’amministrazione Trump nel 2018.

Comunque l’anno scorso Washington e Teheran avevano raggiunto un accordo per uno scambio di prigionieri che includeva la restituzione da parte USA di oltre 6 miliardi di dollari di rendite petrolifere confiscate.

I colloqui che avevano portato a quell’accordo ad agosto proponevano anche di ridurre il programma nucleare iraniano, suggerendo che c’era spazio per fare accordi più mirati invece del più ampio PACG.

Nessun colloquio fino a dopo le elezioni

Secondo le fonti prima dell’inizio dei colloqui a Muscat, McGurk aveva incontrato Saeid Iravani, l’inviato iraniano alle Nazioni Unite.

Nel corso dell’incontro, secondo una fonte, McGurk ha citato le parole di Biden: “Non negozierò con l’Iran su un accordo nucleare e globale fino a dopo le elezioni USA, perché gli iraniani non possono mantenere le loro promesse.”

McGurk ha detto che Biden si era lamentato di aver dovuto affrontare “eccessive pressioni e umiliazioni” da parte repubblicana quando nel 2022, dopo la sconfitta elettorale di Donald Trump, il governo di Raisi si era rifiutato di rilanciare il PACG.

Biden avrebbe detto: “Secondo me il PACG è morto e noi negozieremo dopo le elezioni, sempre che ci siano negoziati globali che vadano oltre il PACG, riguardanti anche problemi regionali.”

Middle East Eye ha chiesto un commento al Dipartimento di Stato USA.

Non si prevede a breve un’altra tornata di colloqui USA-Iran.

In seguito alla morte di Raisi l’Iran deve indire elezioni presidenziali entro 50 giorni ed è improbabile che si prendano tali importanti decisioni di politica estera durante questo periodo di incertezza. Le elezioni presidenziali USA sono previste per novembre.

“Data questa situazione dovremmo aspettarci interruzioni e una battuta di arresto nei negoziati con gli americani,” ha detto a MEE un analista che ha lavorato in precedenza con il governo.

Dato che sia il presidente che il ministro degli Esteri sono morti e che a breve ci saranno le elezioni, i negoziati saranno probabilmente rimandati come era successo durante la corsa alla presidenza del 2021, quando i colloqui erano stati sospesi fino a dopo il voto.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Analisi delle richieste di mandato d’arresto della CPI contro i leader israeliani e di Hamas

Sondos Shalaby

20 maggio 2024-Middle East Eye

MEE analizza le accuse e le prove utilizzate da Karim Khan nella sua richiesta di mandati di arresto contro Netanyahu, Gallant e i leader di Hamas

I leader israeliani e di Hamas affrontano una serie di accuse davanti alla Corte Penale Internazionale (CPI) per il loro ruolo in presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità durante la guerra di Israele a Gaza e l’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre nel sud di Israele.

Lunedì il procuratore della CPI Karim Khan ha dichiarato di aver presentato una richiesta di mandato di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, nonché per i leader di Hamas Yahya Sinwar, Ismail Haniyeh e Mohammed Deif.

La richiesta si basa sulle prove raccolte dal Procuratore durante la sua visita in Israele, a Ramallah nella Cisgiordania occupata e a Rafah in Egitto, al confine con Gaza. Ma Khan non potuto recarsi a Gaza poiché le sue richieste di entrare nell’enclave per indagini sono state rifiutate dal governo israeliano.

Le accuse contro entrambe le parti sono conformi agli articoli 7 sui crimini contro l’umanità e all’articolo 8 sui crimini di guerra dello Statuto di Roma che ha istituito la CPI, e tutti i sospettati sono identificati come “co-perpetratori” e comandanti” con responsabilità penale per i presunti crimini.

I crimini di guerra vengono commessi nel contesto di conflitti armati internazionali e non internazionali, mentre i crimini contro l’umanità possono essere perpetrati durante la guerra o in tempo di pace. Il pubblico ministero ha descritto la situazione in Palestina e Israele sia come un conflitto armato internazionale tra Israele e la Palestina come due stati, sia come un conflitto armato non internazionale tra Israele e Hamas come attore non statale.

Per poter provare un crimine contro l’umanità secondo l’articolo 7 esso deve essere commesso in modo diffuso o sistematico.

Accuse contro gli israeliani

Secondo il Procuratore, ci sono fondati motivi per ritenere che Netanyahu e Gallant abbiano responsabilità penali per i seguenti crimini:

  1. Affamare i civili come metodo di guerra costituisce crimine di guerra.

  2. Causare intenzionalmente grandi sofferenze, o gravi lesioni al corpo o alla salute, o trattamenti crudeli costituisce crimine di guerra

  3. Uccisione intenzionale o omicidio [non in combattimento, n.d.t.] costituisce crimine di guerra

  4. Dirigere intenzionalmente attacchi contro una popolazione civile costituisce crimine di guerra

  5. Sterminio e/o omicidio, anche mediante le morti per fame, costituisce crimine contro l’umanità

  6. La persecuzione costituisce crimine contro l’umanità

  7. Altri atti disumani costituiscono crimini contro l’umanità

Le prove utilizzate a sostegno delle indagini includono “interviste con sopravvissuti e testimoni oculari, materiale video, fotografico e audio autenticato, immagini satellitari e dichiarazioni del presunto gruppo autore del reato”.

Le accuse sono principalmente legate al crimine di guerra di affamare i civili come metodo di guerra. Ciò è collegato all’assedio totale imposto da Israele dal 7 ottobre alla Striscia di Gaza che ha comportato la chiusura dei valichi di frontiera e “la limitazione arbitraria del trasferimento di forniture essenziali – compresi cibo e medicine – attraverso i valichi di frontiera dopo la loro riapertura”.

Il Procuratore ha anche notato che Israele ha tagliato le forniture transfrontaliere di acqua pulita ai palestinesi di Gaza, ha bloccato gli aiuti umanitari e ha attaccato i civili in coda per ricevere cibo e operatori umanitari.

Khan ha affermato che le prove raccolte dal suo ufficio “dimostrano che Israele ha intenzionalmente e sistematicamente privato la popolazione civile in tutte le parti di Gaza di beni indispensabili alla sopravvivenza umana”.

Il pubblico ministero ha utilizzato le prove fornite dalle organizzazioni umanitarie internazionali secondo cui la carestia è presente in alcune aree della Striscia di Gaza mentre altre aree stanno affrontando una carestia imminente.

La tesi di Khan si basa su un rapporto di un gruppo di esperti di diritto internazionale incaricato dal pubblico ministero di valutare il mandato d’arresto. Secondo il rapporto tutte le accuse sembrano essere legate alla politica di assedio attuata da Israele dal 7 ottobre e alla privazione dei beni necessari alla sopravvivenza.

Tuttavia non includono l’uccisione in massa di civili o i risultati della campagna di bombardamenti che finora ha ucciso più di 35.000 palestinesi, per lo più donne e bambini, e ha distrutto gran parte delle infrastrutture di Gaza.

Inoltre non includono il reato di genocidio attualmente all’esame della Corte Internazionale di Giustizia in un caso presentato dal Sudafrica contro Israele a dicembre.

Tuttavia la Commissione e il Procuratore hanno riconosciuto che altri crimini e la campagna di bombardamenti in corso portata avanti da Israele sono attualmente oggetto di indagini da parte della CPI.

Accuse contro i palestinesi

L’annuncio del Procuratore nomina tre leader di Hamas che affrontano un mandato d’arresto: Sinwar, leader del movimento palestinese a Gaza, Mohammed Diab Ibrahim al-Masri, capo dell’ala militare del gruppo, meglio noto come Mohammed Deif, e il capo dell’ufficio politico Ismail Haniyeh.

Sulla base delle prove raccolte ed esaminate dall’ufficio della procura in relazione all’uccisione di centinaia di civili israeliani il 7 ottobre e alla presa di almeno 245 prigionieri elenca poi otto crimini perpetrati dai tre.

Il Procuratore ha affermato che i leader di Hamas sono responsabili penalmente dei seguenti crimini:

1. Lo sterminio come crimine contro l’umanità

2. L’omicidio come crimine contro l’umanità e come crimine di guerra

3. La presa di ostaggi come crimine di guerra

4. Stupro e altri atti di violenza sessuale come crimini contro l’umanità e anche come crimini di guerra durante la prigionia

5. La tortura come crimine contro l’umanità e anche come crimine di guerra durante la prigionia

6. Altri atti disumani durante la prigionia costituiscono un crimine contro l’umanità

7. Il trattamento crudele durante la prigionia costituisce crimine di guerra

8. Gli oltraggi alla dignità personale durante la prigionia costituiscono crimine di guerra.

Le prove utilizzate dalla Corte penale internazionale includono interviste con vittime e sopravvissuti, compresi ex prigionieri e testimoni oculari provenienti da sei principali località colpite nel sud di Israele: Kfar Aza, Holit, la sede del festival musicale Supernova, Beeri, Nir Oz e Nahal Oz.

Il Procuratore ha affermato che l’indagine si è basata anche su prove raccolte da filmati CCTV, materiale audio, fotografico e video verificato, dichiarazioni di membri di Hamas e prove di esperti.

Khan ha detto che il suo ufficio continua a indagare su sospetti crimini in Israele, Gaza e Cisgiordania e che ulteriori mandati di arresto potrebbero essere emessi in futuro: “se e quando considereremo che la soglia di una prospettiva realistica di condanna è stata raggiunta”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




“L’obiettivo è distruggere Gaza”: ecco perché Israele rifiuta il cessate il fuoco con Hamas

Mat Nashed

7 maggio 2024 Al Jazeera

Israele ha rifiutato il cessate il fuoco e lanciato un’operazione a Rafah, suscitando il timore che la guerra a Gaza possa protrarsi.

Israele sembra essere stato colto di sorpresa lunedì dall’annuncio che Hamas aveva accettato la proposta egiziano-qatarina di cessate il fuoco. Ma il governo di Israele ha chiarito rapidamente la sua posizione: la proposta non era accettabile e, per chiarire ulteriormente la questione, il suo esercito ha preso il controllo del lato palestinese del confine fra Egitto e Gaza a Rafah.

Per molti analisti il messaggio del governo israeliano è chiaro: non ci sarà un cessate il fuoco permanente e la devastante guerra a Gaza continuerà.

Israele vuole avere il diritto di continuare le operazioni a Gaza,” ha detto Mairav Zonszein, analista esperta di Israele-Palestina dell’International Crisis Group (ICG) [Ong con sede in Belgio che cerca di prevenire i conflitti, ndt.].

Ha aggiunto che un accordo sembra impossibile finché Israele si rifiuta di porre definitivamente fine alla guerra.

Se stipuli un accordo di cessate il fuoco, allora [alla fine] sarà necessario il cessate il fuoco”, ha detto ad Al Jazeera.

Il bombardamento di Rafah da parte di Israele ha l’obiettivo apparente di smantellare i battaglioni di Hamas e assumere il controllo del valico Gaza-Egitto, che Israele accusa Hamas di utilizzare per contrabbandare armi nell’enclave assediata. Ma le associazioni umanitarie hanno subito segnalato che la chiusura del valico avrà conseguenze disastrose per oltre un milione di palestinesi che vivono a Rafah, quasi tutti già sfollati.

E metterebbe a repentaglio anche le speranze di raggiungere un accordo tra Israele e Hamas, che Egitto, Qatar e Stati Uniti hanno passato giorni a cercare di mediare insieme a William Burns, il capo della Central Intelligence Agency (CIA), fortemente impegnato.

Israele ha affermato che i termini del cessate il fuoco di Hamas differiscono dalle proposte precedenti. Ma gli analisti ritengono che il problema più ampio sia che Israele non è disposto ad accettare un cessate il fuoco permanente, anche dopo che Hamas avrà liberato gli ostaggi israeliani.

Gli ultimi due giorni hanno dimostrato che Israele non stava realmente negoziando in buona fede. Nel momento in cui Hamas ha accettato l’accordo, Israele ha cercato di farlo saltare iniziando l’attacco a Rafah”, ha detto Omar Rahman, esperto di Israele-Palestina presso il Consiglio del Medio Oriente per gli Affari Globali, un think tank di Doha in Qatar.

L’obiettivo è distruggere completamente Gaza”, ha detto ad Al Jazeera.

Sicuri della vittoria?

Rafah è diventata l’ultimo rifugio per i palestinesi in fuga dagli attacchi israeliani nelle regioni centrali e settentrionali dell’enclave. Ci sono stati alcuni attacchi, ma l’esercito israeliano non ha inviato – fino a lunedì – forze di terra ad occupare il territorio.

Ma dopo aver condotto operazioni di terra nel resto di Gaza, e con Hamas ancora operativo e decine di ostaggi israeliani ancora detenuti, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha lanciato l’attacco, anche se è ancora da determinare fino a che punto si spingeranno i militari dentro Rafah.

Il dilemma che Netanyahu si trova ad affrontare è che ha promesso agli israeliani la vittoria contro Hamas – e la grande maggioranza degli ebrei israeliani sostiene un’invasione di Rafah, secondo un sondaggio condotto a marzo dall’Israeli Democracy Institute. Ma gli Stati Uniti, nonostante il loro schiacciante sostegno a Israele durante tutta la guerra a Gaza, hanno chiarito che non sosterranno un’invasione su vasta scala.

Il gabinetto di guerra israeliano potrebbe cercare di soddisfare l’opinione pubblica portando avanti l’offensiva di Rafah e rifiutando inizialmente un cessate il fuoco, ha affermato Hugh Lovatt, esperto di Israele-Palestina presso il Consiglio europeo per le Relazioni Estere (ECFR).

Potrebbe essere troppo difficile per il governo israeliano accettare una proposta che viene vista [dall’opinione pubblica israeliana] assecondare le condizioni di Hamas”, ha detto ad Al Jazeera. “Si può pensare che entrando a Rafah, Israele stia dicendo ‘abbiamo preso il controllo del corridoio, abbiamo sradicato le infrastrutture terroristiche e ora possiamo accettare il cessate il fuoco’ ”.

Aggrappato al potere

La carriera politica di Netanyahu dipende anche dalla continuazione della guerra a Gaza, dicono gli analisti ad Al Jazeera, che spiegano come un cessate il fuoco permanente potrebbe condurre al collasso della sua coalizione di estrema destra, portando ad elezioni anticipate e alla sua rimozione dal potere.

Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, entrambi di estrema destra, avrebbero minacciato di abbandonare e far crollare la coalizione di Netanyahu se Israele accettasse un accordo vincolante e un cessate il fuoco.

Khaled Elgindy, analista per Israele-Palestina presso il Middle East Institute, ritiene che l’accettazione da parte di Hamas di una proposta di cessate il fuoco metta Netanyahu in una posizione imbarazzante poiché non può più sostenere che sul tavolo non ci sia un accordo ragionevole.

Netanyahu ha bisogno che la guerra continui e si espanda per poter restare al potere. Personalmente non ha altra motivazione”, ha detto ad Al Jazeera.

Lovatt, del Consiglio europeo per le Relazioni Estere, ha aggiunto che l’invasione di Rafah comporta rischi a medio e lungo termine anche per Netanyahu e Israele. Teme che se Israele intensificherà significativamente la sua offensiva su Rafah perderà i restanti ostaggi israeliani senza avvicinarsi all’obiettivo dichiarato di “sradicare Hamas”.

Se Israele entra a Rafah e provoca carneficine e distruzione certo non si avvicinerà al suo obiettivo strategico e penso che ciò creerà ulteriori complicazioni per Netanyahu nelle settimane e nei mesi a venire”, ha detto ad Al Jazeera.

A maggio il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha messo in guardia Netanyahu dall’invasione di Rafah e ha affermato che tale mossa rappresenterebbe il superamento di una “linea rossa”.

Lovatt ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero penalizzare Netanyahu per aver ignorato la minaccia di Biden. Ha aggiunto che gli Stati Uniti dovrebbero sospendere gli aiuti militari e chiarire che la proposta di cessate il fuoco accettata da Hamas è in linea con quella che il capo della CIA Burns ha contribuito a mediare.

Sembra che Israele stia aggirando la proposta di cessate il fuoco su cui ha lavorato Will Burns. È una mossa grave contro la diplomazia statunitense e penso che gli Stati Uniti debbano puntare i piedi”, ha detto Lovatt ad Al Jazeera.

Si tratta di salvare Netanyahu da lui stesso e Israele da sé stesso”.

Gli Stati Uniti hanno ritardato la vendita di migliaia di armi di precisione a Israele, ma Elgindy è scettico sul fatto che gli Stati Uniti eserciteranno maggiori pressioni per evitare una catastrofe a Rafah.

Afferma che Biden sembra ancora non comprendere l’errore strategico di Israele a Gaza e la portata del disastro che ha consentito.

Alcune persone nell’amministrazione Biden sono arrivate a questa conclusione [che Israele ha commesso un errore strategico], ma non sono coloro che prendono le decisioni. Non sono il presidente”, ha detto ad Al Jazeera.

Zonszein, del Gruppo di Crisi, ha aggiunto che non è chiaro fino a che punto gli Stati Uniti si spingeranno per costringere Netanyahu ad accettare un cessate il fuoco, ma ha detto che gli Stati Uniti sembrano aver dato garanzie in privato ai mediatori che qualsiasi cessate il fuoco porterebbe infine alla fine permanente della guerra.

“Gli Stati Uniti sono molto intenzionati a fermare questa invasione di Rafah e penso che abbiano la capacità di fermarla”, ha detto. “Semplicemente non si vuole dare l’impressione di aiutare Hamas, ed è quindi una situazione complicata”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)