Israele vuole distruggere Gaza e annettere la Cisgiordania, ma i palestinesi cosa vogliono?

Ramzy Baroud

7 maggio 2024 – Middle East Monitor

Ciò che sta succedendo nella Palestina occupata non è un conflitto fra, più o meno, uguali, ma un inequivocabile caso di occupazione militare illegale, apartheid, pulizia etnica e un vero e proprio genocidio di una parte pesantemente armata, Israele, contro un’altra largamente disarmata, i palestinesi. Coloro che insistono nell’usare un linguaggio “neutrale” per descrivere la crisi in Palestina stanno danneggiando il popolo palestinese ben oltre le loro parole apparentemente innocue.

Questo linguaggio moderato ed eticamente evasivo è quanto sta avvenendo ora a Gaza. È là che si sente di più il danno di questa “imparzialità”. “Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto il lato dell’oppressore,” disse il defunto arcivescovo Desmond Tutu, attivista anti apartheid sudafricano. La sua saggezza è eterna.

Se in tutto il mondo la maggioranza dei Paesi e delle persone non sta di certo prendendo le parti dell’oppressore israeliano, alcuni, intenzionalmente o meno, lo fanno. Ci sono quelli che stanno prendendo le parti di Israele alimentando e finanziando direttamente la macchina omicida israeliana nella Striscia di Gaza, mentre danno la colpa ai palestinesi per la guerra e il suo devastante impatto, come se la storia fosse cominciata solo il 7 ottobre: non è così.

Tuttavia sostenere Israele non implica solo la fornitura di armi,  i legami commerciali o proteggerlo da dover dar conto delle sue azioni ai sensi del diritto internazionale. Ignorare le priorità palestinesi e mettere in evidenza il dibattito politico e le aspettative israeliane sono anche un modo di sostenere Israele denigrando la Palestina e il suo popolo.

Fin dal 7 ottobre ci si è chiesti cosa Israele voglia a Gaza. Il 7 novembre mentre prometteva di distruggere Hamas, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Israele doveva mantenere “la responsabilità in materia di sicurezza” sulla Striscia di Gaza per “un periodo indefinito”.

Gli americani sono d’accordo. “Non si può tornare allo status quo,” ha detto il presidente USA Joe Biden il 26 ottobre, il che “significa garantire che Hamas non possa più terrorizzare Israele e usare i civili palestinesi come scudi umani.”

Gli europei, che si sono spesso presentati come partner equidistanti tra Israele e l’Autorità Palestinese, hanno adottato un atteggiamento simile. Per esempio Josep Borrell, capo della politica estera dell’UE, ha esposto una proposta per Gaza, includendo una versione “rinforzata” dell’attuale AP, “con una legittimità da definire e decidere da parte del Consiglio di Sicurezza [ONU]” invece che del popolo palestinese.

Appena è diventato ovvio che la resistenza palestinese era troppo forte per permettere a Israele di ottenere qualcuno dei suoi nobili obiettivi, funzionari governativi, esperti e analisti dei media hanno cominciato a mettere in guardia lo Stato di occupazione che nella Striscia non era possibile nessuna vittoria militare. Essi hanno sostenuto che Israele deve anche sviluppare una strategia “realistica” per governare Gaza dopo la distruzione della resistenza. Alcune di queste affermazioni sono state applaudite persino dai media filopalestinesi, arabi e mediorientali, come un esempio del cambiamento della narrazione occidentale sulla Palestina.

In realtà, però, la narrazione è rimasta la stessa. Quello che è cambiato è il livello senza precedenti della resilienza palestinese, sumud, che ha ispirato il mondo e spaventato gli alleati di Israele sul drammatico scenario che attende Tel Aviv se le sue forze di occupazione subissero una sconfitta totale a Gaza.

Anche se molti fra gli alleati occidentali di Israele possono essere sembrati critici verso Netanyahu, essi si stanno ancora comportandosi prima di tutto perché preoccupati per Tel Aviv, senza amore né rispetto per i palestinesi. Non c’è nulla di nuovo in tutto ciò.

Dalla distruzione della patria palestinese, la Nakba avvenuta nel 1948, sono emerse due narrazioni. Quella israeliana è stata abbracciata in toto dai principali media, politici e accademici occidentali che si sono impegnati a travisare il “conflitto”. Hanno descritto Israele come uno “Stato ebraico” che lotta per sopravvivere in un mondo arabo ostile e fra interessi arabi in competizione fra loro, e i palestinesi come faziosi e disuniti che si trovano d’accordo su una cosa sola: vogliono distruggere Israele.

La narrazione palestinese è che la giustizia è indivisibile e che la pietra angolare di ogni pace durevole in Palestina è la restituzione della loro patria ai rifugiati palestinesi spossessati, tramite il loro legittimo Diritto al Ritorno, che è stato sempre negato da Israele.

Quando nel 1967 Israele ha occupato il resto della Palestina storica ed esteso il suo sistema di apartheid ai territori recentemente occupati è stato solo naturale che la fine all’occupazione militare israeliana e lo smantellamento del sistema razzista diventasse una richiesta palestinese fondamentale. Tuttavia questo è avvenuto senza ignorare l’ingiustizia originaria che ha colpito tutti i palestinesi nel 1948.

Gli alleati di Israele in occidente hanno usato l’occupazione israeliana come un’opportunità per distogliere l’attenzione dalle cause alla radice del “conflitto”. Con il tempo hanno ridotto il dibattito sulla Palestina a quello delle colonie illegali che Israele ha cominciato a costruire, violando il diritto internazionale, dopo averne completato l’occupazione militare nel 1967.

Ogni palestinese che sostenga che il problema non è per niente un “conflitto” e che la causa prima è la creazione dello Stato di Israele in Palestina, era, e continua ad essere, definito un radicale o peggio. Questo pensiero riduzionista è ora applicato a Gaza, dove ogni riferimento storico è intenzionalmente accantonato e dove il discorso politico palestinese è evitato a favore del linguaggio menzognero di Israele.

Comunque, non importa quanto spesso i media occidentali continuino a parlare del “terrorismo palestinese” e della necessità di rilasciare gli ostaggi israeliani e di dare la priorità alla sicurezza israeliana, mentre ignorando il terrorismo israeliano, i detenuti e le aspirazioni politiche palestinesi non ci sarà una soluzione di questo problema, ora o in futuro, se i diritti palestinesi non sono accettati, rispettati e soddisfatti.

Né il suo passato né il suo futuro possono essere capiti o immaginati senza comprendere la lotta palestinese in tutta la Palestina, inclusa quella dei palestinesi autoctoni dell’odierno Israele, il 20% della sua popolazione.

Questa non è un’opinione, ma la vera essenza del dibattito politico proveniente da tutti i gruppi politici di Gaza. La stessa asserzione può essere fatta circa il dibattito politico dei palestinesi in Cisgiordania, nella Palestina storica, e di quelli della diaspora, shatat.

Israele e gli USA possono provare a immaginare tutti i futuri che vogliono per Gaza, e possono anche cercare di ottenere un futuro con missili, bombe stupide [a caduta libera] e missili anti bunker. Però nessuna potenza militare o dispiegamento di armamenti può alterare la storia o ridefinire la giustizia.

In definitiva quello che Gaza vuole è il riconoscimento dell’ingiustizia storica, il rispetto del diritto internazionale, la libertà per tutti i palestinesi e che Israele venga chiamato a rispondere giuridicamente dei suoi crimini. Queste non sono affatto posizioni estreme, specialmente quando paragonate alla molto evidente politica israeliana di distruggere Gaza, annettere la Cisgiordania e portare a termine la pulizia etnica del popolo palestinese. Washington e i suoi alleati occidentali capiranno e riconosceranno mai questo fatto?

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Un palestinese rilasciato dal carcere israeliano descrive i pestaggi, la violenza sessuale e la tortura

Gideon Levy e Alex Levac

28 aprile 2024 – Haaretz

Amer Abu Halil, un abitante della Cisgiordania che è stato attivista di Hamas ed è stato incarcerato senza processo, racconta la quotidianità in tempo di guerra che ha vissuto nel carcere israeliano di Ketziot

Non vi è somiglianza tra il giovane seduto insieme a noi per ore nel suo cortile questa settimana e il video del suo rilascio dalla prigione la settimana scorsa. Nella clip lo stesso giovane – con la barba, trasandato, pallido e scarno – sembra camminare a stento; ora è ben curato e sfoggia una giacca rossa con un fazzoletto a quadretti infilato nel taschino. Per 192 giorni in prigione è stato costretto a indossare gli stessi abiti – forse questo spiega la sua attuale estrema eleganza.

E non vi è neppure somiglianza tra ciò che lui racconta in un ininterrotto fiume di parole che è difficile arrestare – resoconti sempre più scioccanti, uno dopo l’altro, supportati da date, esemplificazioni fisiche e nomi – e ciò che sapevamo finora riguardo a quanto accade nelle strutture carcerarie israeliane dall’inizio della guerra. Dal momento del suo rilascio lunedì della scorsa settimana non ha mai dormito di notte per la paura di essere nuovamente arrestato. E vedere un cane per strada lo terrorizza.

La testimonianza di Amer Abu Halil, della città di Dura vicino Hebron, già attivista di Hamas, su quanto avviene nel carcere di Ketziot nel Negev è persino più scioccante dello spaventoso racconto riportato su queste colonne un mese fa da un altro prigioniero, Munther Amira di 53 anni, detenuto nella prigione di Ofer. Amira paragonava la sua prigione a Guantanamo, Abu Halil chiama Abu Ghraib il suo carcere, evocando la famigerata struttura nell’Iraq di Saddam Hussein utilizzata in seguito dagli alleati dopo la caduta di Saddam.

Tra i candidati alle sanzioni USA il Servizio Penitenziario Israeliano dovrebbe essere il prossimo della lista. È palesemente l’ambito in cui gli istinti sadici del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir trovano sfogo.

Siamo stati accompagnati in visita a casa di Abu Halil a Dura questa settimana da due ricercatori sul campo di B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani: Manal al-Ja’bari e Basel al-Adrah. Il trentenne Abu Halil è sposato con la 27enne Bushra ed è padre di Tawfiq di 8 mesi, nato mentre lui era in prigione. Abu Halil lo ha incontrato per la prima volta la scorsa settimana, ma per lui è ancora emotivamente difficile tenere in braccio il neonato.

Abu Halil è laureato in comunicazioni all’università Al-Quds di Abu Dis, adiacente a Gerusalemme, dove è stato attivo nel settore scolastico di Hamas ed è un ex portavoce dell’agenzia palestinese per le comunicazioni cellulari e wireless Jawwal.

Dal suo primo arresto nel 2019 ha passato un periodo totale di 47 mesi nelle carceri israeliane, molti dei quali in “detenzione amministrativa” – in cui il detenuto non è sottoposto a processo. Una volta lo ha trattenuto anche l’Autorità Nazionale Palestinese, ma non ha riferito dell’interrogatorio. Come alcuni dei suoi fratelli Amer è attivista di Hamas, ma non è “una figura di spicco di Hamas”, dice nelle poche parole in ebraico apprese in carcere.

I fratelli: Umar, di 35 anni, vive in Qatar; Imru, che soffre di un tumore, è detenuto nel carcere di Ofer per la sua attività in Hamas e ha passato sette anni in carceri israeliane e 16 mesi in una prigione palestinese; il 23enne Amar è seduto con noi in una veste bianca e una kefiah – è imam della moschea di Dura e spera di ricoprire presto lo stesso ruolo in una moschea in Nord Carolina, dove vorrebbe emigrare. Dal 2013 tutti i fratelli – Amer, Amar, Imru e Umar, non si sono mai seduti insieme a un pranzo di festa. Qualcuno di loro era sempre in carcere.

Una volta Amer Abu Halil è stato convocato per un interrogatorio dal servizio di sicurezza (interna) Shin Bet con una telefonata a suo padre: “Perché ultimamente non sei andato a pregare in moschea?” gli ha chiesto l’agente dello Shin Bet. “La tua tranquillità è sospetta”. “Quando sono tranquillo mi sospettate, quando non lo sono, ugualmente”, ha detto a chi lo interrogava. Ecco come lo hanno “incastrato”, come si suol dire.

È passato da un interrogatorio all’altro fino al 4 dicembre 2022 quando la sua casa è stata devastata nel cuore della notte, lui è stato nuovamente arrestato e nuovamente posto in detenzione amministrativa senza processo. Questa volta è stata per 4 mesi, rinnovati per due volte, ogni volta per ulteriori 4 mesi. Abu Halil doveva essere scarcerato nel novembre 2023. Ma è scoppiata la guerra e nelle carceri è avvenuto un cambiamento radicale. I termini previsti per il rilascio di tutti i prigionieri di Hamas, tra i quali Abu Halil, sono stati prorogati automaticamente e radicalmente.

Nell’ultimo periodo lavorava come cuoco nel braccio del carcere riservato a Hamas. Il giovedì prima dello scoppio della guerra pensava di preparare dei falafel per i 60 detenuti del reparto, ma poi ha deciso di rimandare i falafel a sabato. Venerdì ha tenuto il sermone per le preghiere del pomeriggio ed ha parlato di speranza.

Sabato si è svegliato alle 6 del mattino per preparare i falafel. Ma i detenuti non avevano più il permesso di prepararsi il cibo o tenere sermoni. Poco più tardi Channel 13 trasmette immagini di fuoristrada di Hamas che attraversano Sderot e una pioggia di razzi sparati da Gaza cade nell’area del carcere, che si trova a nord di Gerusalemme, in Cisgiordania. “Allahu akbar” – “Dio è grande” – dicono i prigionieri di conseguenza, come una benedizione. Si sono rifugiati sotto i letti per ripararsi dai razzi; per un attimo hanno pensato che Israele fosse stato conquistato.

Intorno a mezzogiorno sono arrivati gli agenti penitenziari ed hanno requisito tutte le televisioni, le radio e i telefoni cellulari che erano stati fatti entrare di contrabbando. Il mattino seguente non hanno aperto le celle. L’ammanettamento, le percosse e le violenze sono cominciati il 9 ottobre. Il 15 ottobre numerose forze sono entrate nel carcere ed hanno confiscato tutti gli oggetti personali nelle celle, compresi orologi e addirittura l’anello che portava Abu Halil ed era appartenuto al defunto padre. Quello è stato l’inizio di 192 giorni durante i quali non ha potuto cambiarsi d’abito. La sua cella, prevista per ospitare cinque persone, ne conteneva 20, poi 15 e più di recente 10. Molti di loro dormivano sul pavimento.

Il 26 ottobre numerose forze dell’unità Keter del Servizio Penitenziario, un’unità di intervento tattico, accompagnate da cani di cui uno slegato, sono entrate nel carcere. I guardiani e i cani si sono scatenati attaccando i detenuti le cui urla hanno gettato nel terrore l’intera prigione, ricorda Abu Halil. I muri si sono presto imbrattati del sangue dei reclusi. “Voi siete Hamas, voi siete ISIS, avete stuprato, ucciso, rapito e adesso è arrivato il vostro turno”, ha detto una guardia ai prigionieri. I colpi che sono seguiti sono stati brutali, i detenuti sono stati incatenati.

Le percosse sono diventate quotidiane. A volte le guardie chiedevano ai prigionieri di baciare una bandiera israeliana e declamare “Am Yisrael Chai!” – “Il popolo di Israele vive”. Gli si ordinava anche di ingiuriare il profeta Maometto. La solita chiamata alla preghiera nelle celle è stata proibita. I prigionieri avevano paura di pronunciare qualunque parola con la iniziale “h” per timore che le guardie sospettassero che avessero detto “Hamas”.

Il 29 ottobre è stata interrotta la fornitura di acqua corrente nelle celle, tranne che tra le 14 e le 15,30. E a ogni cella veniva concessa solo una bottiglia per riempirla d’acqua per l’intero giorno, che doveva essere spartita tra 10 compagni, compreso l’uso del bagno dentro la cella. Le porte dei bagni erano state eliminate dalle guardie; i detenuti si coprivano con una coperta quando facevano i loro bisogni. Per evitare il fetore nella cella cercavano di trattenersi fino a che l’acqua fosse disponibile.

Durante l’ora e mezza in cui vi era acqua corrente i prigionieri assegnavano cinque minuti nel bagno ad ogni compagno di cella. In assenza di prodotti per la pulizia, pulivano la toilette e il pavimento con il poco shampoo che gli era fornito, usando le mani nude. Non vi era elettricità. Il pranzo consisteva in una piccola scodella di yogurt, due piccole salsicce mezze crude e sette fette di pane. Alla sera ricevevano una ciotolina di riso. A volte le guardie consegnavano il cibo gettandolo in terra.

Il 29 ottobre i detenuti nella cella di Abu Halil hanno chiesto uno straccio per pulire il pavimento. La risposta è stata mandare nella loro cella la terribile unità Keter. “Ora farete come i cani”, ha ordinato la guardia. Le mani dei prigionieri sono state ammanettate dietro la schiena. Anche prima di essere ammanettati è stato loro ordinato di muoversi solo con la schiena curva. Sono stati portati in cucina dove sono stati denudati e costretti a sdraiarsi uno sopra l’altro, una pila di 10 prigionieri nudi. Abu Halil era l’ultimo. Sono stati picchiati con bastoni e gli hanno sputato addosso.

Poi una guardia ha cominciato a infilare carote nell’ano di Abu Halil e degli altri prigionieri. Ora, seduto in casa raccontando la sua storia, Abu Halil abbassa lo sguardo e il flusso di parole rallenta. E’ molto in imbarazzo nel parlarne. Poi, continua, i cani si sono avventati su di loro attaccandoli. Infine gli è stato permesso di mettersi le mutande prima di essere riportati in cella, dove hanno trovato i loro vestiti gettati in un mucchio.

L’altoparlante nella stanza non taceva un secondo, con insulti al leader di Hamas Yahya Sinwar o una prova suono nel mezzo della notte sulle note di “Svegliatevi maiali!”, per privare del sonno i prigionieri. Le guardie druse insultavano e offendevano in arabo. Sono stati sottoposti a controlli con un metal detector mentre erano nudi e lo strumento è stato usato anche per colpire i testicoli. Durante un controllo di sicurezza il 2 novembre sono stati costretti a cantare “Am Yisrael am hazak” (“Il popolo di Israele è un popolo forte”), una variazione sul tema. I cani hanno urinato sui loro sottili materassi, lasciando un’orribile puzza. Un prigioniero, Othman Assi di Salfit, nella Cisgiordania centrale, ha implorato un trattamento meno severo: “Sono disabile”. Le guardie gli hanno detto: “Qui nessuno è disabile”, ma hanno acconsentito a togliergli le manette.

Ma il peggio doveva ancora arrivare.

5 novembre. Era una domenica pomeriggio, ricorda. L’amministrazione ha deciso di spostare i prigionieri di Hamas dal blocco 5 al blocco 6. I detenuti delle celle 10, 11 e 12 sono stati fatti uscire con le mani legate dietro la schiena e la solita camminata curva. Cinque guardie, i cui nomi Abu Halil riferisce, li hanno portati nella cucina. Sono stati nuovamente denudati. Questa volta sono stati presi a calci sui testicoli. Le guardie gli si avventavano addosso e colpivano, ancora ed ancora. Una brutalità senza tregua per 25 minuti. “Noi siamo Bruce Lee”, gridavano le guardie. Li hanno sbattuti e spinti come palle da un angolo all’altro della stanza, poi li hanno spostati nelle loro nuove celle del blocco 6.

Le guardie sostenevano di aver sentito Abu Halil dire una preghiera per Gaza. A sera l’unità Keter è entrata nella sua cella e ha cominciato a picchiare tutti, compreso il 51enne Ibrahim al-Zir di Betlemme, che è ancora in prigione. Aveva un occhio quasi fuori dall’orbita per i colpi. Poi i prigionieri sono stati fatti stendere a terra mentre le guardie li calpestavano. Abu Halil ha perso conoscenza. Due giorni dopo c’è stato un altro pestaggio ed è nuovamente svenuto. “Questa è la vostra seconda Nakba”, hanno detto le guardie, riferendosi alla catastrofe subita dai palestinesi quando fu fondato Israele. Una delle guardie ha colpito Abu Halil alla testa con un elmetto.

Tra il 15 e il 18 novembre sono stati picchiati tre volte al giorno. Il 18 novembre le guardie hanno chiesto chi di loro fosse di Hamas e nessuno ha risposto. I colpi non hanno tardato ad arrivare. Poi è stato chiesto “Chi di voi è Bassam?” Di nuovo nessuno ha risposto, perché nessuno di loro si chiamava Bassam – e di nuovo è stata chiamata l’unità Keter. Sono arrivati la sera. Abu Halil dice che questa volta è svenuto prima che lo colpissero, per lo spavento.

In quel periodo Tair Abu Asab, un prigioniero di 38 anni, è morto nel carcere di Ketziot. Si sospetta che sia stato picchiato a morte dalle guardie per aver rifiutato di chinare la testa come ordinato. 19 guardie sono state trattenute per essere interrogate col sospetto di aver aggredito Abu Asab. Tutte sono state rilasciate senza accuse.

In risposta ad una richiesta di commento, questa settimana il portavoce del Servizio Penitenziario ha inviato a Haaretz la seguente dichiarazione:

L’Autorità Penitenziaria è una delle organizzazioni di sicurezza di Israele ed agisce secondo la legge, sotto la stretta supervisione di molte autorità di controllo. Tutti i prigionieri sono trattenuti secondo la legge e con rigorosa protezione dei loro diritti fondamentali sotto la supervisione di un personale penitenziario professionale e qualificato.

Non conosciamo le denunce descritte (nel vostro articolo) e per quanto ne sappiamo non sono corrette. Tuttavia ogni prigioniero e detenuto ha il diritto di lamentarsi tramite i canali riconosciuti e i loro reclami verranno esaminati. L’organizzazione opera sulla base di una chiara politica di tolleranza zero di ogni azione che violi i valori del Servizio Penitenziario.

Riguardo alla morte del prigioniero dovreste contattare l’unità per le indagini degli agenti carcerari.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Cosa sono peggio, le menzogne di Israele su Gaza o i suoi sostenitori occidentali che le ripetono?

Mehdi Hasan

2 maggio 2024 – The Guardian

Gli utili idioti continuano a ripetere a pappagallo le false argomentazioni israeliane. La prima volta che mi inganni la colpa è tua, la seconda volta la colpa è mia…

Gli italiani hanno un proverbio,” ha scritto nel XVII secolo il cortigiano britannico Anthony Weldon: “Chi mi inganna una volta è per colpa sua, ma la seconda la colpa è mia.”

Oggi riassumiamo comunemente quell’antico proverbio italiano con “la prima volta che mi inganni la colpa è tua, la seconda la colpa è mia.”

Dall’orribile attacco del 7 ottobre il governo israeliano di estrema destra e il suo esercito di propagandisti hanno ingannato e preso in giro politici e giornalisti occidentali non una volta o due, ma molte volte.

Ci sono troppe menzogne, distorsioni e falsità di cui tener conto. Quaranta bambini decapitati da Hamas? Non è mai successo. Bambini cotti nei forni o appesi sui fili della biancheria? Falso. Un nascondiglio in stile James Bond sotto l’ospedale al-Shifa? Macché. I palestinesi di Gaza ripresi da una telecamera che fingono di essere feriti? Una totale invenzione. La lista degli ostaggi presi da Hamas trovata su un muro dell’ospedale pediatrico al-Rantisi? Spiacenti, erano solo i giorni della settimana su un calendario in arabo.

Che dire delle atrocità di cui sono credibilmente accusate le forze israeliane, che poi hanno sonoramente negato, e di cui in seguito… sono state ritenute responsabili? Il massacro della farina a febbraio? Il bombardamento di un convoglio di profughi lo scorso ottobre? L’attacco con il fosforo bianco nel sud del Libano, sempre in ottobre?

Come ha elencato il mio amico, l’analista palestinese-americano Omar Baddar, in un tweet diventato virale:

Cronologia che si ripete continuamente:

Israele commette un massacro
Israele nega il massacro
I media dicono di non sapere chi ha commesso un massacro
Indagini rivelano che Israele ha commesso un massacro
Il ciclo delle notizie va avanti
Le persone comuni non sanno che Israele sta sistematicamente commettendo massacri.
Eppure gli israeliani continuano a raccontare menzogne e i nostri politici e media in Occidente continuano a farsi prendere in giro. Che siano loro a vergognarsi.

Tuttavia nessuna bugia israeliana è stata tanto dannosa, distruttiva e mortale dell’affermazione che l’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Sostegno e il Lavoro per i Profughi palestinesi in Medio Oriente, la principale organizzazione responsabile di fornire aiuti a Gaza, è collusa con Hamas, e, peggio ancora, che 12 dipendenti dell’UNRWA hanno partecipato all’attacco terroristico del 7 ottobre. Perché? Perché è stata una menzogna così grave che ha contribuito a creare le basi di una devastante, continua carestia creata dall’uomo all’interno della Striscia di Gaza.

A fine gennaio, dopo un’incessante campagna contro l’UNRWA da parte di Israele e dei suoi alleati in Occidente, culminata con l’accusa senza prove che alcuni dipendenti dell’UNRWA avevano partecipato alle atrocità del 7 ottobre, 16 Paesi donatori, tra cui gli Stati Uniti, il principale finanziatore dell’UNRWA, hanno sospeso circa 450 milioni di dollari di fondi per l’agenzia.

Questi Paesi sono stati avvertiti che danneggiare l’UNRWA, la principale organizzazione umanitaria a Gaza, avrebbe rischiato di “accelerare la carestia”. Sono stati avvertiti che il tanto decantato dossier dell’intelligence israeliana sull’UNRWA conteneva solo “inconsistenti accuse senza prove.”

Ma hanno creduto a Israele.

Negli ultimi 3 mesi, mentre i bambini palestinesi stavano letteralmente morendo di fame, molti di quei Paesi, compreso il governo tedesco, che è la seconda principale fonte di finanziamento dell’agenzia, hanno tardivamente ripreso a finanziare l’UNRWA.

Perché? La scorsa settimana una verifica indipendente del lavoro dell’UNRWA, guidata dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna, ha concluso che l’agenzia “rimane fondamentale nel fornire aiuto umanitario salvavita e servizi sociali essenziali” e “come tale, l’UNRWA è insostituibile e indispensabile per lo sviluppo umano ed economico dei palestinesi.”

Soprattutto, in riferimento all’esplosiva denuncia del governo israeliano secondo cui dipendenti dell’UNRWA erano stati coinvolti negli attacchi di Hamas, il rapporto di Colonna afferma che “Israele deve ancora fornire prove a sostegno” di quelle affermazioni. Ha anche evidenziato come di fatto ogni anno l’UNRWA “condivide la lista del suo personale” sia con Israele che con gli Stati Uniti e ha rivelato che “dal 2011 il governo israeliano non ha informato l’UNRWA di alcuna perplessità riguardante alcun dipendente dell’UNRWA in quella lista del personale.”

Dal 2011. Quindi era tutta una menzogna. Da parte di Israele. Di nuovo.

Ora, per chiarezza, come ha informato Julian Borges del Guardian, “è in corso un controllo separato su specifiche accuse secondo cui dipendenti dell’UNRWA avrebbero preso parte all’attacco del 7 ottobre”, ma “l’ultima volta che c’è stato un rapporto di valutazione… Israele ha negato la collaborazione” anche con quella verifica (persino nell’improbabile caso in cui quest’altro controllo concludesse che una dozzina di dipendenti vi abbia preso parte, si tratterebbe di 12 su 13.000 dipendenti dell’UNRWA a Gaza, ovvero circa lo 0,1% della forza lavoro totale!).

Ciononostante gli Stati Uniti si sono rifiutati di tornare a sostenere l’UNRWA: infatti il Congresso ha approvato una legge che vieta di finanziare l’agenzia almeno fino al marzo 2025.

Ingannami una volta… o decine di volte? Prendete in considerazione i politici ed editorialisti creduloni che si sono schierati ed hanno ripetutamente sostenuto la falsa narrazione di Israele sull’UNRWA.

Il senatore repubblicano Ted Cruz, per esempio, ha twittato sei volte sull’UNRWA tra gennaio e marzo, sostenendo che l’agenzia “appoggia il terrorismo”, è “complice di Hamas” ed ha “almeno 12 dipendenti… coinvolti nell’attacco terroristico del 7 ottobre.”

David Frum, che scriveva i discorsi di George W Bush, ha affermato che è “ormai tempo di chiudere l’UNRWA,” e l’ha accusata di “fornire appoggio materiale a un’organizzazione terroristica.”

L’UNRWA, ha scritto l’opinionista neoconservatore Bret Stephens sul New York Times, “pare essere infestata da terroristi e loro simpatizzanti” e “dovrebbe essere chiusa”.

Sono tutti in errore, tutti diffondono menzogne, tutti spacciano propaganda israeliana.

E, tristemente, non si è trattato solo di repubblicani e persone di destra. C’è stato anche un certo numero di democratici della Camera che hanno ripetuto ciecamente le affermazioni infondate del governo Netanyahu sull’UNRWA.

Per esempio il parlamentare democratico Josh Gottheimer, come Ted Cruz, tra gennaio e marzo ha pubblicato una mezza dozzina di tweet che attaccano l’UNRWA, dichiarando che “le prove sono chiare: il 7 ottobre dipendenti dell’@UNRWA hanno appoggiato Hamas.” Il deputato democratico Brad Sherman ha detto di aver applaudito la decisione dell’amministrazione Biden di sospendere i finanziamenti all’UNRWA e ha affermato che il personale dell’agenzia è stato “denunciato come terrorista”. Il parlamentare Ritchie Torres ha twittato che l’UNRWA ha “governato Gaza su richiesta di Hamas.”

Da quando è stato reso noto il rapporto indipendente la scorsa settimana nessuno di questi importanti democratici ha ritrattato queste false affermazioni sul proprio account twitter, né ha mai menzionato i risultati di quel rapporto.

Tuttavia ancora peggio è stata la dichiarazione fatta il 29 gennaio da Antony Blinken, il segretario di stato democratico, quando ha ammesso che gli Stati Uniti non hanno avuto “la capacità di indagare [sulle accuse] da soli”, ma poi ha continuato definendo quelle accuse israeliane non verificate “molto, molto credibili.”

Eppure solo qualche settimana dopo lo stesso Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli USA ha affermato di ritenere “poco convincente” che personale dell’UNRWA abbia partecipato all’attacco del 7 ottobre. (La comunità dei servizi di informazione USA definisce “poco convincente” come “inadeguato, discutibile o molto approssimativo”, l’esatto contrario di “molto, molto credibile”).

Blinken deve ancora scusarsi, o persino ritrattare, le sue false affermazioni.

Ci chiediamo: cos’è peggio? Le menzogne israeliane o le persone in Occidente che continuano a crederle e le diffondono? Le accuse senza fondamento del governo israeliano contro l’UNRWA o i governi occidentali che poi le hanno accolte come un dato di fatto e hanno immediatamente tagliato i fondi alla principale agenzia umanitaria a Gaza?
Israele ha affamato la gente di Gaza. Che la vergogna ricada sugli sciocchi che hanno contribuito a giustificarlo.

Mehdi Hasan è capo-redazione di Zeteo [organizzazione di monitoraggio sull’accuratezza dell’informazione, negli USA ndt.] ed editorialista del Guardian negli USA.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 

 

 




Mentre continuano i colloqui per il cessate il fuoco a Gaza Netanyahu afferma che Israele invaderà Rafah

Redazione di Al Jazeera

30 aprile 2024-Al Jazeera

Il primo ministro israeliano Netanyahu dice che le forze israeliane entreranno nella città meridionale di Gaza “con o senza un accordo”.

Mentre sono in corso difficili negoziati di tregua per raggiungere un accordo di cessate il fuoco, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito la sua promessa che Israele lancerà un assalto di terra a Rafah, nel sud di Gaza.

Martedì Netanyahu ha detto che Israele distruggerà i battaglioni di Hamas a Rafah “con o senza un accordo” per ottenere la “vittoria totale” nella guerra che dura da quasi sette mesi.

Israele e Hamas stanno negoziando un potenziale accordo di cessate il fuoco e uno scambio tra ostaggi detenuti da gruppi palestinesi a Gaza con prigionieri detenuti nelle carceri israeliane.

L’idea che fermeremo la guerra prima di raggiungere tutti i suoi obiettivi è fuori discussione. Entreremo a Rafah ed elimineremo lì i battaglioni di Hamas, con o senza un accordo, per ottenere la vittoria totale,” ha detto il primo ministro in un incontro con le famiglie degli ostaggi detenuti dai gruppi armati a Gaza.

Hamas ha ripetutamente affermato che non accetterà un accordo che non includa un cessate il fuoco permanente e un ritiro completo delle forze israeliane da Gaza – questi sono stati i principali punti critici dei negoziati.

Per mesi Netanyahu si è ripetutamente impegnato a procedere con l’invasione di Rafah, nonostante l’esplicita contrarietà da parte del principale alleato di Israele, gli Stati Uniti.

Le agenzie umanitarie hanno avvertito che un assalto a Rafah, dove hanno trovato rifugio più di un milione di palestinesi sfollati, sarebbe catastrofico.

Martedì il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha esortato Israele a non procedere con un attacco militare che “costituirebbe un’intollerabile escalation che ucciderebbe migliaia di civili e costringerebbe centinaia di migliaia di persone a fuggire”.

Assalto incombente

La radio dell’esercito israeliano ha affermato che un piano per attaccare Rafah otterrà il via libera “nei prossimi giorni” se non verrà raggiunto un accordo di cessate il fuoco con Hamas.

La radio israeliana GLZ, attribuendo le informazioni a “funzionari della sicurezza”, ha affermato in un post sui social media che “verrà dato l’ordine di lanciare un’operazione a Rafah” se non verranno fatti progressi entro pochi giorni nei “negoziati per un accordo”.

In un post su X il media israeliano N12 ha riferito che, secondo quanto riferito dalle famiglie degli ostaggi, Netanyahu ha detto loro che l’evacuazione della popolazione a Rafah è già iniziata.

Tuttavia, il capo dell’UNRWA Philippe Lazzarini ha dichiarato martedì che “alla popolazione non è stato ancora chiesto di evacuare Rafah.

Ma c’è la sensazione che se non ci sarà un accordo di cessate il fuoco questa settimana, potrebbe accadere in qualsiasi momento”, ha detto durante una conferenza stampa a Ginevra.

L’agenzia di stampa Reuters ha riferito che “una persona vicina al primo ministro Benjamin Netanyahu” ha detto che Israele sta aspettando la risposta di Hamas alla sua proposta prima di inviare una squadra in Egitto per continuare i colloqui per il cessate il fuoco.

Secondo il ministro degli Esteri britannico David Cameron la proposta israeliana prevede una pausa di 40 giorni nei combattimenti invece di un cessate il fuoco permanente come Hamas ha ripetutamente chiesto.

Una risposta da parte di Hamas all’ultima proposta di Israele è prevista entro mercoledì sera, ha riferito Stefanie Dekker di Al Jazeera. [Oggi, 2 maggio, ore 09,30 ora italiana, la risposta non è ancora arrivata, ndt.]

Hamas valuta la proposta

Il segretario di Stato americano Antony Blinken non ha risposto direttamente ai giornalisti quando gli è stato chiesto dei piani di Netanyahu di procedere con l’assalto di terra. Ha invece sottolineato che l’obiettivo di Washington è raggiungere un accordo di tregua e il rilascio degli ostaggi.

Ora tocca ad Hamas. Niente più ritardi, niente più scuse. Il momento di agire è adesso,” ha detto Blinken alla stampa alla periferia della capitale della Giordania, Amman. “Nei prossimi giorni vogliamo vedere questo accordo concretizzarsi.”

[Una tregua] è il modo migliore, il modo più efficace, per alleviare le sofferenze e anche per creare un contesto in cui si possa sperare di andare avanti verso qualcosa che sia veramente sostenibile e offra una pace duratura per le persone che ne hanno così disperatamente bisogno”, ha aggiunto.

Si prevede che nel suo ultimo viaggio nella regione, iniziato lunedì in Arabia Saudita, Blinken visiterà Israele.

Hamas ha detto che continua a valutare la proposta israeliana. Un alto funzionario del gruppo ha osservato che [Israele] persiste nell’ignorare le richieste per la fine definitiva della guerra.

Dal documento israeliano emerge chiaramente che stanno ancora insistendo su due questioni principali: non vogliono un cessate il fuoco permanente e non stanno parlando in modo serio del ritiro da Gaza. In effetti stanno ancora parlando della loro presenza, il che significa che continueranno ad occupare Gaza”, ha detto Hamdan lunedì ad Al Jazeera.

Abbiamo domande cruciali per i mediatori. Se ci saranno risposte positive, penso che potremo andare avanti”.

Egitto, Qatar e Stati Uniti stanno mediando i colloqui tra Israele e Hamas.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Le proteste nei campus: potrebbe essere il momento in cui Israele perde l’Occidente

David Hearst

29 aprile 2024 – Middle East Eye

Il movimento di protesta contro la guerra a Gaza ha rivitalizzato la causa nazionale palestinese e una nuova generazione di ebrei americani si sta opponendo all’identificazione con il sionismo.

Dal punto di vista militare l’offensiva del Tet, un attacco di sorpresa lanciato dai vietcong e dall’esercito nordvietnamita in Vietnam nel gennaio 1968, fu un fallimento.

Intendeva provocare un’insurrezione generale nel Vietnam del Sud che non scoppiò mai. Dopo la sorpresa iniziale l’esercito sudvietnamita e le forze USA si riorganizzarono e inflissero gravissime perdite alle migliori truppe vietcong.

Ma ebbe conseguenze molto importanti sulla guerra in Vietnam.

Il generale Tran Do, il comandante nordvietnamita della battaglia di Hue [una delle principali città del Paese e dove più duri furono i combattimenti, ndt.], ricordò: “Ad essere onesti, non raggiungemmo il nostro principale obiettivo, che era scatenare una rivolta in tutto il Sud. Eppure infliggemmo gravissime perdite agli americani e ai loro fantocci e questo fu un grande risultato per noi. Quanto ad avere un impatto sugli Stati Uniti, non era nelle nostre intenzioni, ma si dimostrò un risultato fortunato.”

L’offensiva del Tet si dimostrò un punto di svolta nell’appoggio dell’America alla guerra.

Il Pentagono venne sottoposto a critiche senza precedenti per le sue ottimistiche affermazioni sull’andamento della guerra e mentre i vietcong persero 30.000 soldati, l’anno seguente gli Usa subirono 11.780 caduti, dimostrando così le capacità di resistenza militare del Nord.

Si aprì un’ampia frattura nella credibilità tra l’allora presidente Lyndon B. Johnson (KBJ) e l’opinione pubblica. Lo stesso LBJ perse fiducia nei comandi militari e li sostituì.

Nel 1968 la Columbia University divenne uno degli epicentri delle proteste contro la guerra, spinte dai legami dell’università con l’industria bellica. Gli studenti occuparono cinque edifici e tennero in ostaggio per 36 ore Henry Coleman, il preside. C’è l’immagine iconica di uno studente che fuma un sigaro nel suo ufficio.

Venne fatta entrare la polizia. Ci furono centinaia di studenti arrestati, feriti, uno sciopero e poi le dimissioni del rettore della Columbia, Grayson Kirk. Le proteste contro la guerra raggiunsero l’apice fuori dalla Convenzione Nazionale Democratica di Chicago e in seguito vennero viste come una delle ragioni dell’elezione di Richard Nixon.

Nel contempo il movimento contro la guerra si era esteso come un incendio a tutto il mondo.

Ci fu un’enorme manifestazione a Berlino ovest. Il Vietnam fu una delle scintille che provocarono settimane di scontri di piazza nella rivolta di operai e studenti del maggio ’68 a Parigi e in tutta la Francia. Ancor oggi si possono vedere fori di proiettile nel Marais, [quartiere] di Parigi.

Il movimento di protesta del maggio ’68 ebbe politicamente vita breve. L’insurrezione di Parigi finì in dieci settimane, benché a un certo punto l’Eliseo arrivò talmente vicino a perdere il controllo della situazione che il presidente in carica, De Gaulle, scappò dal Paese.

Il presidente francese si rifugiò nel caldo abbraccio della Nato. Dove altro avrebbe potuto andare? Scappò nel quartier generale dell’esercito francese in Germania insieme agli alleati della Nato.

Il giorno dopo mezzo milione di lavoratori sfilarono a Parigi scandendo “De Gaulle addio”. De Gaulle riuscì a vincere le successive elezioni, ma lo shock della notizia fu profondo. Tutto questo in Francia cambiò un’intera generazione.

Il 1968 oggi

Sono molti i paralleli tra il movimento di protesta del ’68 contro la guerra del Vietnam e le attuali proteste globali contro la guerra a Gaza.

Come nell’offensiva del Tet, l’evasione di massa dalla prigione di Gaza organizzata dalle Brigate al-Qassam il 7 ottobre è andata fuori controllo in poche ore. Ciò è stato dovuto in parte all’inaspettatamente rapido collasso della brigata Gaza dell’esercito israeliano nel sud di Israele.

Un attacco contro obiettivi militari, in cui sono stati uccisi centinaia di soldati israeliani, si è trasformato in una serie di massacri contro civili, sia abitanti di kibbutz che spettatori di un festival musicale in cui si sono imbattuti Hamas e altri gruppi scatenati oltre il confine. Secondo le fonti ufficiali di uno Stato del Golfo, l’attacco del 7 ottobre è stato la madre di ogni errore di calcolo.

Ma la risposta israeliana, la distruzione sistematica di Gaza durata sette mesi, una campagna genocida contro ogni cittadino e famiglia nella Striscia indipendentemente dall’affiliazione, la distruzione delle loro case, ospedali, scuole, università, ha determinato un punto di svolta nell’opinione pubblica mondiale.

Ancora una volta l’appoggio a questa guerra è fornito da un presidente democratico USA in un anno elettorale. Ancora una volta la Columbia è stata al centro della rivolta, con un accampamento di protesta contro l’attacco israeliano che ha provocato un’ondata di azioni simili nei campus dei college in tutti gli USA.

Columbia, Yale e Harvard sono tutte nel mirino di questa rivolta studentesca a causa dei legami delle università con Israele.

Alla Columbia gli studenti chiedono che l’università ponga fine agli investimenti nei giganti della tecnologia Amazon e Google che hanno un contratto di 1.2 miliardi di dollari per una super cloud di dati con il governo di Tel Aviv.

A Yale gli studenti stanno chiedendo che l’università disinvesta da “ogni impresa di produzione bellica che contribuisce all’aggressione israeliana contro la Palestina”. Yale ha scambi di studenti con sette università israeliane. Harvard ha programmi con tre di queste università, mentre la Columbia ha rapporti con quattro di esse.

Come nel 1968 molte di queste proteste sono state represse con la forza. Il preside della Columbia Nemat Minouche Shafik ha ordinato alla polizia di New York di disperdere l’accampamento di 50 tende sul South Lawn [il prato che si trova nella parte sud del campus, ndt.], il che ha portato all’arresto di 100 studenti della Columbia e del Barnard College, compresa la figlia della parlamentare statunitense Ilhan Omar.

Gli studenti sono stati anche sospesi dalle lezioni ed è stato detto loro che non potranno terminare il semestre accademico. A Yale 50 manifestanti sono stati arrestati con l’accusa di “violazione aggravata di proprietà privata”. In Ohio i dimostranti sono stati picchiati e colpiti con i taser. Circa 900 manifestanti sono stati arrestati in tutto il Paese dal primo scontro alla Columbia, il 18 aprile.

Niente di tutto ciò è nuovo.

Nel 1970 la Guardia Nazionale dell’Ohio aprì il fuoco contro i manifestanti uccidendone quattro e ferendo nove studenti in quello che è noto come il massacro della [università] Kent State. Allora come adesso la brutalità della polizia contro gli studenti ha solo provocato la diffusione delle proteste.

Ore dopo che l’amministrazione aveva chiuso un accampamento a Princeton, centinaia di studenti hanno occupato un cortile interno portando libri, computer portatili e lavagne per organizzare una “università popolare per Gaza”. Alcuni docenti si sono uniti e hanno guidato dibattiti e discussioni.

La polizia è stata chiamata in 15 università in tutti gli USA e ci sono proteste in altre 22 università e college.

Le proteste negli USA si sono estese a università britanniche, anche se hanno ricevuto minore attenzione mediatica.

Al Trinity College, Cambridge, il ritratto di Lord Balfour, il ministro degli Esteri britannico responsabile della dichiarazione che riconosceva il diritto degli ebrei a una patria in Palestina, è stato imbrattato e sfregiato prima di essere tolto dall’università.

Londra ha appena assistito alla sua tredicesima manifestazione nazionale dall’inizio della guerra. Per la loro persistenza e le dimensioni le proteste contro la guerra a Gaza sono comparabili solo con la manifestazione di oltre un milione di persone contro la decisione di Tony Blair di invadere l’Iraq, che nel 2003 è stata la più grande di questo genere.

Il movimento di protesta sta avendo un profondo effetto sulla stessa Gaza perché per una volta il popolo palestinese che affronta questo massacro non si sente solo.

Il giornalista e creatore di contenuti Bisan Owda ha detto: “Continuate così, perché voi siete la nostra unica speranza. E vi promettiamo che terremo duro e vi diremo sempre la verità. E per favore non lasciate che la loro violenza vi spaventi. Non hanno nessun’altra opzione se non farvi tacere e terrorizzarvi perché state demolendo decenni di lavaggio del cervello.”

Il bersaglio è il sionismo

Owda ha ragione. Se i bersagli del movimento di protesta del 1968 erano il Pentagono o il paternalismo repressivo dello Stato gollista, oggi sono il sionismo e chi arma Israele negli USA, in GB e in Germania.

Questa è la lobby filo-israeliana che etichetta e calunnia i politici come antisemiti per il loro appoggio alla Palestina. Sono loro che fanno sì che università codarde e in preda al panico caccino docenti dal loro lavoro. Si vedono come democratiche ma mettono mano alla strumentazione fascista. Danneggiano lo stato di diritto, la libertà di parola e il diritto a protestare.

Alla testa della rivolta contro il sionismo c’è una nuova generazione di ebrei che partecipano in numero sempre crescente a queste proteste.

Uno studente della Columbia e due del Barnard hanno spiegato perché: “Abbiamo scelto di essere arrestati nel movimento per la liberazione dei palestinesi perché siamo ispirati dai nostri antenati ebrei che lottarono per la libertà 4.000 anni fa. Quando la polizia è entrata nel nostro accampamento abbiamo formato una catena e cantato canzoni dell’epoca dei diritti civili che molti nei nostri predecessori più recenti hanno cantato negli anni ’60. Veniamo da un passato di attivismo progressista ebraico che ha superato linee di razza, classe e religione per trasformare le nostre comunità.

L’arresto e la brutalizzazione di oltre 100 studenti filopalestinesi della Columbia è l’azione peggiore di violenza nel nostro campus da decenni. Nel momento in cui la Columbia ha chiesto alla polizia di arrestare centinaia di studenti che protestavano, la nostra università ha normalizzato una cultura in cui le differenze politiche sono accolte con violenza e ostilità… Mentre scriviamo questo, studenti israeliani che ci passano vicino ci chiamano ‘animali’ in ebraico perché pensano che nessuno di noi li capirà, ripetendo le affermazioni del ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant secondo cui i palestinesi di Gaza sono ‘animali umani’.”

La guerra a Gaza sta provocando un dibattito senza precedenti tra gli ebrei, con importanti intellettuali come la giornalista canadese Naomi Klein che afferma che il sionismo è un “falso idolo che ha preso l’idea della terra promessa e l’ha trasformata in un atto di compravendita a favore di uno Stato etnico militarista.”

Klein ha scritto: “Fin dall’inizio ha prodotto un orrendo genere di ‘libertà’ che vedeva i bambini palestinesi non come esseri umani ma come minacce demografiche, così come nel Libro dell’Esodo il faraone temeva la crescente popolazione israelita e quindi ordinò la morte dei loro figli.

Il sionismo ci ha portati all’ attuale catastrofe ed è tempo di dire chiaramente: ci ha sempre portati qui. È un falso idolo che ha guidato troppi del nostro popolo lungo un sentiero profondamente immorale che ora li fa giustificare il fatto di gettare via comandamenti fondamentali: non uccidere, non rubare, non desiderare i beni altrui.”

La Palestina è ovunque

Questi avvenimenti avranno delle conseguenze.

Nel futuro immediato il movimento contro la guerra a Gaza ha rivitalizzato la causa nazionale palestinese come non mai. Nei campi profughi in Libano sbiadite scritte sui muri che commemorano le battaglie di Fatah e dell’OLP sono state sostituite da nuovi e rilucenti simboli che celebrano l’attacco del 7 ottobre. Il triangolo invertito che rappresenta Hamas che attraversa in paracadute la barriera di Gaza è ovunque.

Ogni manifestazione in tutto il mondo è guidata dalla diaspora palestinese che ha reagito in modo opposto a quello che era stato immaginato da Israele e dai suoi sostenitori. Il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva pensato che se avesse ucciso gli anziani i loro figli e figlie avrebbero dimenticato la lotta.

Invece Netanyahu ha ricreato e rafforzato ovunque il legame dei palestinesi con la loro terra perduta. Se chiedi ai palestinesi del campo profughi giordano di Hitten dove sia la loro casa la risposta assolutamente maggioritaria è a Gaza o in Cisgiordania.

Questa ondata di solidarietà ha distrutto allo stesso modo anni di progetti per eliminare ogni legame tra la causa palestinese e il mondo arabo. Gli avvenimenti hanno contribuito. Le primavere arabe, la loro repressione e le guerre civili che ne sono seguite hanno soppiantato la Palestina come principale fonte di notizie per almeno un decennio.

Il tentativo israeliano di bypassare la causa nazionale palestinese tendendo direttamente la mano agli Stati del Golfo più ricchi stava per aver successo quando Hamas ha messo in atto il suo attacco.

Sette mesi dopo la Palestina è ovunque. Ogni sondaggio lo dimostra. Invece lo stesso Israele è sul banco degli imputati della giustizia internazionale, sotto indagine sia alla Corte Penale Internazionale, che sta per emettere mandati di arresto per Netanyahu e altri, e alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio.

Queste sono le conseguenze immediate, ma ce ne sono due a lungo termine che potrebbero essere ancora più importanti.

Il primo è che per la prima volta nella storia di questo conflitto Gaza, sia il suo popolo che i suoi combattenti, hanno evidenziato una determinazione a resistere e a lottare che l’OLP e Yasser Arafat non hanno mai dimostrato. Per la prima volta nella loro storia i palestinesi hanno una dirigenza che non rinuncerà alle sue principali richieste e che ispira rispetto.

La seconda conseguenza è che negli USA, l’unico Paese che può porre fine a questo conflitto ritirando il supporto militare, politico ed economico a Israele, sta crescendo una nuova generazione. È ancora oggi l’unica Nazione che Israele ascolta e che prende sul serio.

Tra loro gli ebrei sono orripilati da quello che si sta facendo nel loro nome. Orripilati da come la loro religione è stata trasformata in un’apologia della pulizia etnica. Orripilati da come la loro orgogliosa e sofferta eredità sia stata ridotta a una licenza di uccidere. Orripilati dal potere esercitato da Israele sul Congresso USA, sul parlamento britannico e su ogni importante partito in Europa.

Gli ebrei stanno sfidando l’affermazione secondo cui il sionismo è titolare della loro storia. Per questo sono in vario modo accusati di essere traditori, “kapo” (gli ebrei incaricati dalle SS naziste di controllare il lavoro forzato), odiatori di se stessi o semplicemente “animali”. Ma per me sono la principale fonte di speranza in questo paesaggio desolato. La guerra del Vietnam durò altri sette anni dopo l’offensiva del Tet. Neanche l’occupazione israeliana di Gaza avrà facilmente fine.

Ma potremmo aver raggiunto il punto di svolta nell’appoggio a Israele negli USA, in Gran Bretagna e in Europa, e ciò ha un significato storico.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore, esperto della regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato l’editorialista per l’estero del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e a Belfast. È arrivato al Guardian da The Scotsman [quotidiano britannico edito a Edimburgo, ndt.], dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele deve ancora fornire prove dei legami terroristici del personale dell’UNRWA, afferma il rapporto Colonna

Julian Borger, New York

lunedì 22 aprile 2024 – The Guardian

Esclusiva: l’indagine rileva che il governo non ha ancora comprovato le affermazioni secondo cui il personale dell’agenzia di soccorso dell’ONU avrebbe legami con Hamas o con la Jihad islamica

Israele deve ancora fornire prove a sostegno delle affermazioni secondo cui dei dipendenti dell‘UNRWA, l’agenzia umanitaria dell’ONU UNRWA sarebbero membri di organizzazioni terroristiche, ha affermato un’indagine indipendente guidata dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna.

Il rapporto Colonna, commissionato dalle Nazioni Unite sulla scia delle accuse israeliane, ha rilevato che lUNRWA aveva regolarmente fornito a Israele gli elenchi dei suoi dipendenti da sottoporre a controllo, e che sulla base di questi elenchi, dal 2011 il governo israeliano non ha notificato all’UNRWA alcuna preoccupazione relativa ad alcun membro del personale”.

Le accuse di coinvolgimento del personale dellUNRWA nellattacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre hanno fatto sì che a gennaio i principali donatori tagliassero i loro finanziamenti allagenzia, il principale canale di sostegno umanitario non solo per i palestinesi di Gaza, ma per le comunità di rifugiati palestinesi in tutta la regione.

I finanziamenti sono stati tagliati nonostante le terribili necessità di 2,3 milioni di persone a Gaza, la maggior parte delle quali dal 7 ottobre è stata costretta a lasciare le proprie case a causa delloffensiva israeliana incontrando gravi difficoltà nella ricerca di acqua, cibo, riparo o assistenza medica.

Nelle ultime settimane la maggior parte dei Paesi donatori ha ripreso a fornire i finanziamenti. I ministri britannici avevano affermato che avrebbero aspettato il rapporto Colonna per prendere una decisione sulla ripresa dei finanziamenti. In seguito alle accuse il sostegno finanziario degli Stati Uniti all’UNRWA è stato bloccato dal Congresso per almeno un anno.

Lunedì il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Oren Marmorstein, ha accusato più di 2.135 lavoratori dell’UNRWA di essere membri di Hamas o della Jihad islamica palestinese. Secondo lui l’indagine Colonna sarebbe insufficiente e rappresenterebbe un tentativo di evitare il problema e di non affrontarlo di petto”.

Il rapporto Colonna ignora la gravità del problema e offre soluzioni cosmetiche che non affrontano lenorme portata dellinfiltrazione di Hamas nellUNRWA”, ha affermato.

Ha aggiunto che Israele invita i donatori a non dare soldi all’UNRWA di Gaza e a finanziare invece altre organizzazioni umanitarie nel territorio.

Colonna ha detto ai giornalisti di avere avuto durante l’indagine buoni rapporti con Israele, ma non è rimasta sorpresa dalla risposta. Ha detto di aver fatto appello a Israele affinché “per favore, lo accetti, qualunque cosa raccomandiamo – se implementata – porterà del bene”.

Louis Charbonneau, direttore dell’ONU presso Human Rights Watch, ha dichiarato: Non credo che i risultati del rapporto Colonna siano particolarmente sorprendenti. I governi che non lo hanno fatto dovrebbero ripristinare immediatamente tutti i finanziamenti allUNRWA in modo che possa fornire aiuti ai civili disperati. Molti palestinesi si trovano ad affrontare la carestia a causa delluso della fame come arma di guerra da parte di Israele”.

Sullattacco del 7 ottobre è in corso unindagine separata da parte dellUfficio dei servizi di supervisione interna delle Nazioni Unite. L’ONU ha affermato che l’inchiesta non è ancora stata completata.

L’indagine Colonna, una valutazione della neutralità dell’UNRWA redatta con l’aiuto di tre istituti di ricerca nordici e che sarà pubblicata lunedì, chiarisce che Israele non ha ancora suffragato alcuna delle sue vaste accuse sul coinvolgimento del personale dell’UNRWA con Hamas o la Jihad islamica.

Vi si rileva che a marzo Israele ha reso pubbliche affermazioni secondo cui un numero significativo di dipendenti dell’UNRWA sarebbero membri di organizzazioni terroristiche”. Tuttavia, Israele deve ancora fornire prove a sostegno di ciò”, afferma il rapporto.

Oltre al rapporto Colonna, una valutazione più dettagliata è stata inviata all’ONU da tre organismi di ricerca nordici: lIstituto Raoul Wallenberg per i diritti umani e la legislazione umanitaria con sede in Svezia, lIstituto norvegese Chr Michelsen e lIstituto danese per i diritti umani.

Il loro rapporto afferma: Le autorità israeliane fino ad oggi non hanno fornito alcuna prova a sostegno né hanno risposto alle lettere dellUNRWA a marzo, e di nuovo ad aprile, che chiedevano i nomi e gli elementi di prova che avrebbero consentito allagenzia di aprire unindagine”.

Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha dichiarato lunedì di accettare le raccomandazioni del rapporto Colonna sui modi per migliorare la capacità dellUNRWA di monitorare e affrontare le questioni sulla neutralità.

D’ora in avanti, il segretario generale fa appello a tutte le parti interessate affinché sostengano attivamente lUNRWA, poiché è unancora di salvezza per i rifugiati palestinesi nella regione”, ha affermato in una nota il portavoce capo dell’ONU, Stéphane Dujarric.

L’indagine Colonna chiarisce che lUNRWA è “indispensabile” per i palestinesi di tutta la regione.

In assenza di una soluzione politica tra Israele e palestinesi, lUNRWA rimane fondamentale nel fornire aiuti umanitari salvavita e servizi sociali essenziali, in particolare nel campo della sanità e dellistruzione, ai rifugiati palestinesi a Gaza, Giordania, Libano, Siria e Cisgiordania”, dice il rapporto. In quanto tale, lUNRWA è insostituibile e indispensabile per lo sviluppo umano ed economico dei palestinesi. Inoltre, molti vedono lUnrwa come unancora di salvezza umanitaria”.

Lindagine Colonna suggerisce diversi modi in cui si potrebbero migliorare le garanzie di neutralità per gli oltre 32.000 dipendenti dellUNRWA, ad esempio potenziando il servizio di supervisione interna, fornendo maggiore formazione diretta e maggiore sostegno da parte dei Paesi donatori. Ma si rileva che tali parametri sono già più rigorosi rispetto alla maggior parte delle altre istituzioni analoghe.

“L’indagine ha rivelato che l’UNRWA ha istituito un numero significativo di meccanismi e procedure per garantire il rispetto dei principi umanitari, con particolare attenzione al principio di neutralità, e che possiede un approccio alla neutralità più sviluppato rispetto ad altre entità simili delle Nazioni Unite o ONG”, si legge nel documento.

Una delle critiche israeliane più frequenti allUNRWA è che le sue scuole in tutta la regione utilizzerebbero libri di testo dellAutorità Nazionale Palestinese con contenuti antisemiti. Tuttavia la relazione tecnica fornita dalle istituzioni nordiche ha trovato prove molto limitate a sostegno di tali affermazioni.

Negli ultimi anni tre valutazioni internazionali dei libri di testo dellANP hanno fornito un quadro sfumato”, afferma il rapporto. Due hanno identificato la presenza di pregiudizi e contenuti antagonisti, ma non hanno fornito prove di contenuti antisemiti. La terza valutazione, condotta dallIstituto Georg Eckert, [con sede in Germania], ha studiato 156 libri di testo dellAutorità Nazionale Palestinese e ha identificato due esempi che mostravano tematiche antisemiti, ma ha notato che uno di essi era già stato rimosso, laltro era stato corretto”.

Lassenza finora di prove a sostegno delle accuse di Israele ha sollevato interrogativi sulla decisione improvvisa dei Paesi donatori di tagliare milioni di dollari di finanziamenti allUNRWA, in concomitanza con un aumento vertiginoso del bilancio delle vittime a Gaza, il crollo del sistema sanitario e l’incombenza della carestia a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Un nuovo abisso”: Gaza e la guerra dei cento anni contro la Palestina

Rashid Khalidi

Giovedì 11 aprile 2024 – The Guardian

Sebbene molte cose siano cambiate dal 7 ottobre, gli eventi terribili degli ultimi sei mesi non sono unici e non esulano dalla storia

Per le persone di tutto il mondo, me compreso, le immagini terribili che giungono da Gaza e da Israele dal 7 ottobre 2023 sono ineludibili. Questa guerra incombe su di noi come un’immobile nuvola nera che diventa sempre più oscura e inquietante con il passare delle interminabili settimane di orrore che si succedono davanti ai nostri occhi. Avere amici e parenti lì rende tutto questo molto più difficile da sopportare per molti di noi che vivono lontano.

Alcuni hanno sostenuto che questi eventi rappresentano una rottura, uno sconvolgimento, che questo sia stato “l’11 settembre di Israele” o che si tratti di una nuova Nakba, un genocidio senza precedenti. Certamente, la portata di questi eventi, le riprese quasi in tempo reale di atrocità e devastazioni insopportabili – in gran parte catturate sui telefoni e diffuse sui social media – e l’intensità della risposta globale non hanno precedenti. Sembra di trovarsi in una nuova fase, dove l’esecrabile “processo di Oslo” è morto e sepolto, dove l’occupazione, la colonizzazione e la violenza si stanno intensificando, il diritto internazionale viene calpestato e le placche tettoniche da tempo immobili si stanno lentamente muovendo.

Ma anche se molto è cambiato negli ultimi sei mesi, gli orrori di cui siamo testimoni possono essere veramente compresi solo come una nuova fase catastrofica di una guerra che va avanti da diverse generazioni. Questa è la tesi del mio libro The Hundred YearsWar on Palestine [La Guerra dei Cent’anni contro la Palestina, ndt.]: che gli eventi succedutisi in Palestina a partire dal 1917 sono il risultato di una guerra in più fasi condotta contro la popolazione indigena palestinese da grandi potenti mecenati del movimento sionista – un movimento allo stesso tempo colonialista e nazionalista, che mirava a sostituire il popolo palestinese nella sua patria ancestrale. Queste potenze si sono successivamente alleate con lo Stato-Nazione israeliano nato da quel movimento. Nel corso di questa lunga guerra i palestinesi hanno resistito strenuamente all’usurpazione del loro Paese. Questo quadro è indispensabile per spiegare non solo la storia del secolo scorso e oltre, ma anche la brutalità a cui abbiamo assistito dal 7 ottobre.

Sotto questa luce, è chiaro che non si tratta di una lotta secolare tra arabi ed ebrei che va avanti da tempo immemorabile, e non è semplicemente un conflitto tra due popoli. È un prodotto recente dell’irruzione dell’imperialismo in Medio Oriente e dell’ascesa dei moderni nazionalismi degli Stati-Nazione, sia arabi che ebrei; è un prodotto dei violenti metodi di insediamento coloniale europei impiegati dal sionismo per “trasformare la Palestina nella terra di Israele”, secondo le parole di uno dei primi leader sionisti, Ze’ev Jabotinsky; ed è un prodotto della resistenza palestinese a questi metodi.

Inoltre questa non è mai stata solo una guerra tra il sionismo e Israele da una parte e i palestinesi dall’altra, occasionalmente sostenuta da attori arabi e di altro tipo. Ha sempre comportato l’intervento massiccio delle più grandi potenze dell’epoca dalla parte del movimento sionista e di Israele: la Gran Bretagna fino alla seconda guerra mondiale e da allora gli Stati Uniti e altri. Queste grandi potenze non sono mai state mediatori neutrali o onesti, ma hanno sempre partecipato attivamente a questa guerra a sostegno di Israele. In questa guerra tra colonizzatori e colonizzati, oppressori e oppressi, non c’è stato nulla che si avvicinasse lontanamente all’equivalenza tra le due parti, ma piuttosto un vasto squilibrio a favore del sionismo e di Israele.

Questa tesi è stata crudamente confermata dagli eventi successivi al 7 ottobre, con lo squilibrio di potere evidente nella sproporzione delle dimensioni di morte, distruzione e sfollamento: il rapporto tra palestinesi e israeliani uccisi finora è di circa 25 a 1. Ciò è ulteriormente rafforzato dallo straordinario livello di sostegno politico, diplomatico e militare degli Stati Uniti a Israele, combinato con quello del Regno Unito e di altri Paesi occidentali, in contrasto con il relativamente limitato sostegno militare e finanziario ai palestinesi da parte dell’Iran e di diversi attori non statali.

Sebbene molte cose siano cambiate dal 7 ottobre, gli eventi degli ultimi sei mesi non sono unici e non esulano dalla storia. Possiamo comprenderli correttamente solo nel contesto della guerra secolare intrapresa contro la Palestina, nonostante gli sforzi di Israele di negare la rilevanza del contesto e di spiegarli nei termini della “barbarie” caratteristica dei suoi nemici. Anche se le azioni di Hamas e Israele a partire dal 7 ottobre potrebbero sembrare un cambiamento o una svolta, esse sono coerenti con decenni di pulizia etnica israeliana, occupazione militare e furto della terra palestinese, con anni di assedio e deprivazione della Striscia di Gaza, e con una risposta palestinese a queste azioni spesso violenta.

Comunque vada a finire, questo episodio della lunga guerra contro la Palestina ha chiaramente avuto un profondo impatto traumatico sia sui palestinesi che sugli israeliani. Ciò è vero in termini di numero eccezionale di persone uccise, ferite, disperse, catturate o detenute; distruzione senza precedenti di case e infrastrutture nella Striscia di Gaza; l’enorme numero di famiglie colpite, soprattutto tra i palestinesi; e l’intenso impatto psicologico di questi eventi.

In un breve periodo sono stati arrecati danni immensi alle popolazioni civili palestinesi e israeliane. Il bilancio palestinese di oltre 33.000 morti, insieme a forse 8.000 dispersi e presumibilmente morti, la stragrande maggioranza dei quali civili, è di gran lunga il più alto mai registrato in qualsiasi fase di questa guerra lunga un secolo. Nella guerra del 1947-49 furono uccisi circa 15.000 civili e combattenti palestinesi; nel 1982, durante l’invasione del Libano e l’assedio di Beirut, Israele uccise più di 19.000 civili e combattenti palestinesi e libanesi. Nei sei mesi trascorsi dal 7 ottobre il numero di morti e feriti – circa 120.000 – corrisponde a circa il 5% della popolazione della Striscia di Gaza di 2,3 milioni.

Il bilancio di oltre 800 vittime civili in Israele è il più alto dalla guerra del 1948. Finora sono stati uccisi più di 685 soldati, poliziotti e personale di sicurezza israeliani – più del numero di soldati uccisi nella guerra del Sinai del 1956, nell’invasione del Libano del 1982, nella seconda Intifada e nella guerra del Libano del 2006. Il totale delle vittime israeliane, compresi soldati e civili uccisi e feriti, ha superato quello della guerra del 1967. Inoltre, nell’ottobre dello scorso anno sono stati fatti prigionieri circa 250 civili e soldati israeliani e cittadini stranieri, e più di 100 sono ancora tenuti in ostaggio.

Durante l’intero corso di questa lunga guerra, un numero così elevato di palestinesi e israeliani non era mai stato cacciato dalle proprie case. Mentre tra il 1947 e il 1949 circa 750.000 palestinesi – più della metà della popolazione palestinese dell’epoca – furono sottoposti alla pulizia etnica da quello che divenne Israele, e circa 300.000 nella Cisgiordania e la Striscia di Gaza dopo l’occupazione del 1967, questi numeri sono stati oscurati dalla cifra di circa 1,7 milioni di abitanti di Gaza che Israele ha sfollato dal 7 ottobre. Nel frattempo, almeno 250.000 israeliani sono stati sfollati dagli insediamenti coloniali e dalle città nelle aree al confine con la Striscia di Gaza e il Libano.

Questi shock traumatici hanno avuto un impatto enorme su entrambe le società. In Israele, la violenza del 7 ottobre, in particolare l’elevato numero di civili uccisi, feriti e catturati, con i raccapriccianti risultati diffusi in diretta streaming tramite i social media e ripetutamente trasmessi in televisione, ha avuto un impatto viscerale sull’intero Paese. Gli attacchi hanno evocato ricordi storici di violenza e persecuzione e hanno distrutto il senso di sicurezza che Israele riteneva di aver fornito ai suoi cittadini. Sembra quasi che, nella coscienza pubblica israeliana, dal 7 ottobre il tempo si sia fermato mentre l’effetto bruciante di questo trauma collettivo si ripete come in un ciclo senza fine. Il risultato è stato quello di accelerare lo spostamento verso destra in atto nella società israeliana, con i politici e il discorso pubblico diventati ancora più aggressivi e intransigenti. Gli attacchi hanno provocato un’intensa sete di vendetta, evidente dal modo brutale in cui è stata condotta la guerra di Israele, e il senso di perpetuo vittimismo della nazione è stato rafforzato, nonostante l’immenso squilibrio di potere tra Israele e palestinesi.

Il flusso infinito di immagini della devastazione di Gaza, dell’enorme numero di vittime, delle decine di famiglie completamente spazzate via dagli attacchi dell’intelligenza artificiale israeliana, e della fame e delle malattie causate dalle paralizzanti restrizioni israeliane sul transito di acqua, cibo, medicine, carburante ed elettricità nella Striscia di Gaza – palesi violazioni del diritto internazionale umanitario – hanno traumatizzato i palestinesi ovunque. Genitori e nonni avevano raccontato loro della Nakba e di altri tragici episodi della storia del loro popolo. Ma guardando il paesaggio lunare in cui Israele ha trasformato Gaza, i palestinesi sono comunque rimasti scioccati dallo spietato omicidio di migliaia di civili e dalla vasta distruzione di case, ospedali, scuole, luoghi di culto e infrastrutture, in quello che è stato descritto da un rapporto statunitense storico militare come “una delle più intense campagne di punizione sui civili della storia”. Oltre a dover affrontare per mesi queste orribili realtà i palestinesi sono ossessionati dai ricordi storici della Nakba e dalla domanda su quando e se questa guerra finirà e su come gli abitanti di Gaza potranno mai avere di nuovo una vita normale.

Questi eventi scioccanti hanno avuto eco in tutto il mondo, poiché la serie apparentemente infinita di atrocità che Israele ha inflitto agli abitanti di Gaza è stata vista in tempo reale sui media tradizionali, alternativi e sui social media. Questa è la prima volta che una generazione di giovani in tutto il mondo guarda da mesi tali immagini di carneficina. A gennaio un sondaggio ha rilevato che quasi la metà degli americani tra i 18 e i 29 anni crede che Israele stia commettendo un genocidio. La Palestina è diventata una causa fondamentale per attivisti giovani e meno giovani, unendo varie correnti di opposizione allo status quo globale. Allo stesso tempo, ha diviso le famiglie lungo linee generazionali, mandando in frantumi il compiacente consenso tra i liberali occidentali secondo cui, nonostante i suoi difetti, Israele sarebbe una forza positiva.

Israele è stato accusato dal Sudafrica del genocidio di Gaza davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, che con un voto schiacciante ha accettato di esaminare il caso e ha ordinato misure provvisorie. Questa non è la prima volta che Israele viene accusato di violare il diritto internazionale, accuse che disprezza, ma durante questa guerra il processo ha subito un’accelerazione infliggendo un danno crescente all’immagine internazionale sempre più offuscata di Israele.

La sofferenza che Israele sta provocando a Gaza ha ulteriormente diminuito la sua legittimità, già gravemente compromessa, a livello globale. Al di là della possibilità di una maggiore escalation della guerra in altre parti del Medio Oriente, le scosse di assestamento potrebbero avere conseguenze a lungo termine per la politica interna di Israele, dei palestinesi e degli Stati arabi e regionali, nonché sul futuro di Israele nella regione, e forse anche sull’esito delle elezioni presidenziali americane.

Questa guerra produrrà senza dubbio cambiamenti nella strategia a lungo termine di Israele nei confronti dei palestinesi. L’attacco a sorpresa del 7 ottobre e i successivi fallimenti sul campo di battaglia hanno messo in luce le debolezze della pianificazione militare, dell’intelligence e della sua decantata tecnologia di sorveglianza. Questi fallimenti hanno portato all’uccisione o alla cattura di più di 1.000 soldati e civili israeliani e all’invasione di numerosi insediamenti coloniali di confine, alcuni dei quali non sono stati riconquistati fino al 10 ottobre. Questa è stata una delle peggiori sconfitte nella storia militare di Israele. Questa è anche la prima volta dal 1948 che una guerra viene condotta con un tale grado di ferocia all’interno di Israele. Con la parziale eccezione della Seconda Intifada, in 75 anni Israele non è stato esposto a nulla di paragonabile a questo attacco diretto alla popolazione civile sul suo territorio.

Scosso da questa catastrofica sconfitta, il governo israeliano ha asserito che manterrà a lungo termine il controllo di sicurezza sulla Striscia di Gaza, rifiutandosi di ritirare completamente le sue truppe; il che in pratica equivarrebbe ad una estesa rioccupazione totale o parziale. Considerata la storia dell’enclave, che dal 1948 rappresenta il luogo di più intensa resistenza dei palestinesi all’espropriazione e al dominio da parte di Israele, potrebbe non esserci nel prossimo futuro un termine definito di questa nuova fase del conflitto.

Un altro cambiamento radicato nel fiasco militare del 7 ottobre è che esso rappresenta il temporaneo collasso della dottrina sulla sicurezza di Israele. Questa è spesso chiamata erroneamente “deterrenza”, ma in realtà deriva dall’approccio aggressivo insegnato per la prima volta ai fondatori delle forze armate israeliane – ufficiali come Moshe Dayan, Yigal Allon e Yitzhak Sadeh, membri scelti delle milizie Haganah e Palmach, addestrati alla fine degli anni ’30 da esperti veterani della contro-insurrezione coloniale britannica. La dottrina sostiene che attaccando preventivamente o attraverso una ritorsione con una forza schiacciante e colpendo direttamente le popolazioni civili considerate favorevoli agli insorti il nemico può essere sconfitto in modo decisivo, intimidito in modo permanente e costretto ad accettare le condizioni del colonizzatore. In passato, per quanto riguardava Gaza, questa dottrina – descritta dagli analisti israeliani come “falciare il prato” – prevedeva di colpire periodicamente la popolazione e ucciderne un gran numero per costringerla ad accettare uno status quo di assedio e blocco che durava da 17 anni.

Chiamo questo un crollo temporaneo della dottrina, perché mentre gli eventi del 7 ottobre hanno messo in luce nel fallimento di un approccio basato sulla forza l’esistenza di un problema essenzialmente politico, è chiaro che la leadership israeliana non ha imparato nulla. Invece ha raddoppiato le pratiche precedenti, in linea con l’adagio israeliano: “Se la forza non funziona, usa più forza”. I leader israeliani sembrano aver dimenticato la massima di Clausewitz secondo cui la guerra è una continuazione della politica con altri mezzi.

Nelle parole del sociologo politico israeliano Yagil Levy, nella sua guerra contro Gaza il “quadro politico di Israele è un quadro militare. Netanyahu modella la politica all’interno di un mondo di concetti militari. Non esiste una strategia di uscita politica né una visione politica, che sono l’abc di ogni guerra”. Spinta dal desiderio di vendetta per l’umiliante sconfitta militare e dalla cieca adesione all’antiquata dottrina israeliana sulla sicurezza basata sulla forza, una leadership divisa non ha alcun comune obiettivo politico in questa campagna. Al contrario, brandisce il vuoto slogan della “vittoria completa” e l’idea di ripristinare un atteggiamento aggressivo di “deterrenza”, che è inutile perché manifestamente non è riuscito a scoraggiare gli attacchi in passato, e probabilmente sarà altrettanto inefficace in futuro.

Ci sono ampie prove che il governo israeliano originariamente desiderasse sfruttare l’opportunità offerta dalla guerra per effettuare un’ulteriore pulizia etnica dei palestinesi, sia con la loro espulsione in Egitto che in Giordania, e che, vergognosamente, gli Stati Uniti hanno cercato di persuadere entrambi i Paesi ad accettare questa soluzione, cosa che si si sono rifiutati categoricamente di fare. La forte fazione di coloni all’interno del governo sostiene ancora questo, e spera anche nella possibilità di reinsediarsi nella Striscia di Gaza.

Invece di definire un obiettivo politico preciso un governo israeliano privo di consenso sulla politica ha dichiarato che il suo obiettivo è la completa distruzione di Hamas, un’entità politico-militare-ideologica con diramazioni in tutta la Palestina e nella diaspora palestinese – una missione manifestamente impossibile. Potrebbe essere o meno fattibile per l’esercito israeliano sconfiggere in modo decisivo le forze militari di Hamas nella Striscia di Gaza. Tuttavia, se Hamas riuscisse a mantenere anche solo una frazione delle sue capacità militari dopo molti mesi di combattimenti [Israele] potrebbe rivendicare una vittoria di Pirro. Come scrisse una volta Henry Kissinger: “La guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince”. Qualunque sia l’esito militare, Hamas non sarà distrutta come forza politica né ideologica.

Alla luce dell’impatto devastante su Israele dell’attacco di ottobre, e nonostante il bilancio feroce della sua risposta, è improbabile che la filosofia della resistenza armata di Hamas scompaia finché non ci sarà la prospettiva di porre fine all’occupazione militare, alla colonizzazione e all’oppressione del popolo palestinese, o di un orizzonte politico che prometta una vera autodeterminazione e uguaglianza palestinese. Pertanto, uno sconvolgimento che avrebbe potuto essere un catalizzatore di cambiamento potrebbe di fatto produrre la continuità della colonizzazione e dell’occupazione, dell’affidamento esclusivo sulla forza da parte della classe dirigente israeliana e della resistenza palestinese armata.

Se le prospettive israeliane sono poco chiare, anche l’orizzonte politico postbellico per i palestinesi è nebuloso. In termini puramente militari, l’entità e la portata dell’attacco di Hamas a ottobre non hanno precedenti. Eppure, facendo ancora riferimento a Clausewitz, è difficile scorgere gli obiettivi politici di Hamas. Nel passato, in vari momenti, Hamas ha proclamato la sua disponibilità ad accettare uno Stato palestinese accanto a Israele, come nella sua dichiarazione di principi del 2017 che considerava “una formula di consenso nazionale la fondazione di uno Stato palestinese indipendente pienamente sovrano e con Gerusalemme come sua capitale sui confini del 4 giugno 1967, con il ritorno di rifugiati e sfollati alle loro case da cui erano stati espulsi.”

D’altro canto, nello stesso documento, Hamas aveva chiesto “la piena e completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare,” e ha sistematicamente rifiutato di accettare la legittimità di Israele o di rinunciare alla violenza. Entrambe le tendenze sono state presenti in dichiarazioni contraddittorie fatte dai leader di Hamas da ottobre e in iniziative, precedenti e attuali, rivolte ad unirsi all’OLP e ad altre forze politiche palestinesi, o, alternativamente, a trattarle come rivali di cui prendere il posto.

Dal 7 ottobre entrambe queste tendenze si sono rafforzate fra differenti segmenti del popolo palestinese, con la resistenza armata che trova nuovi sostenitori, specialmente fra i giovani, e altri che cautamente sperano in una svolta nella direzione di uno Stato palestinese, sebbene l’Autorità Palestinese a Ramallah sia disprezzata dalla maggioranza dei palestinesi in quanto appaltatrice della sicurezza per conto dell’occupazione israeliana.

Una constante nei 100 anni di questa guerra è che ai palestinesi non è stato permesso di scegliere chi li rappresenta. Come nel passato, le loro preferenze possono risultare inaccettabili alle potenze, che siano Israele, gli stati occidentali o i loro clienti arabi. Queste potenze stanno probabilmente ancora cercando di imporre la loro scelta su chi rappresenti i palestinesi e chi non sia autorizzato a farlo, con i palestinesi stessi senza una voce in questa decisione. In mancanza di un accordo palestinese su una voce politica unificata e credibile che rappresentanti un consenso nazionale, questo significherebbe che la cruciale decisione sul futuro del loro popolo sarà presa da potenze esterne come è successo molte volte nel passato.

Israele ha presentato questa guerra come mirata esclusivamente contro Hamas, affermando di aver scrupolosamente obbedito al diritto umanitario internazionale, usando una forza “proporzionale” e discriminata e che le morti civili erano “danni collaterali” involontari perché Hamas ha usato i civili come “scudi umani”. I governi occidentali e i media mainstream hanno ripetuto queste affermazioni essenzialmente false, sebbene smentiti dalla morte di oltre 33.000 civili, fra cui, secondo l’Unicef, 13.000 minori, la cacciata di 1,7 milioni di persone e la distruzione, ovviamente intenzionale, della maggior parte delle infrastrutture della Striscia di Gaza con ospedali, impianti di purificazione dell’acqua, fogne, centrali elettriche, sistemi di telefonia e internet, scuole, università, moschee e chiese come obiettivi. Dopo sei mesi di guerra, le dimensioni di questa devastazione e del massacro e la fame di massa causati da Israele sembrano penetrare attraverso la nebbia del pensiero di gruppo perpetuato dai governi occidentali e la maggior parte dei media mainstream che precedentemente avevano ripetuto a pappagallo i punti salienti israeliani anche se ovviamente falsi.

Molti osservatori non accecati da questa fasulla narrazione israeliana vedono correttamente questa guerra come diretta contro la popolazione di Gaza nella forma di punizione collettiva, se non di genocidio. La risultante reazione sdegnata è stata quasi universale nel mondo arabo, in quasi tutti i Paesi musulmani e nella maggioranza dei Paesi del sud globale. In aumento sono le fasce delle popolazioni americane ed europee che hanno risposto in modo simile. Fino a tempi recentissimi questa reazione ha avuto uno scarso effetto sulle politiche di totale sostegno a Israele dell’amministrazione Biden, che vanno poco oltre deboli e palesemente insinceri rimproveri retorici. Per molti osservatori le consegne di armi e munizioni americane che bypassano le garanzie del congresso, la protezione diplomatica di Israele all’ONU, ripetizioni meccaniche dei punti chiave israeliani e la durezza di Biden e dei suoi funzionari verso le sofferenze palestinesi sono viste come elementi dell’attiva partecipazione nel commettere crimini di guerra e genocidio, guadagnando a Biden l’epiteto di “Genocida Joe”.

Dal 7 ottobre la forte simpatia per i palestinesi da parte dei popoli dei Paesi arabi e il loro pubblico sostegno per la loro causa (ove tali espressioni sono permesse e spesso anche dove non lo sono) hanno svelato la deliberata ignoranza dei decisori politici e commentatori occidentali e israeliani che hanno sostenuto che la causa palestinese non è importante per gli arabi e che può essere ignorata. In risposta agli attacchi israeliani contro Gaza ci sono stati mesi con le più vaste manifestazioni popolari mai viste da una decina di anni in numerose città arabe, fra cui Il Cairo, Amman, Manama e Rabat, capitali di Paesi che hanno relazioni diplomatiche con Israele. Alla fine i regimi autocratici che rovinano la regione potrebbero riuscire a reprimere la simpatia dei loro cittadini per i palestinesi e l’ostilità verso Israele. Ciononostante, in futuro, questi governi saranno obbligati a prendere più attentamente in considerazione l’appassionato senso di identificazione del loro popolo con la causa palestinese e ad adattare di conseguenza le loro politiche.

Da ottobre un altro elemento è emerso con grande rilevanza: il valore diseguale che le élite occidentali attribuiscono da un lato alle vite israeliane (identificate come “bianche”) e dall’altro a quelle arabe (identificate come “di colore”). Questo vergognoso doppio standard ha prodotto un’atmosfera tossica, repressiva negli spazi dominati da queste élite negli USA e un po’ meno Europa, specialmente nell’ambito politico, corporativo, dei media e nei campus universitari. L’ondata risultante di caccia alle streghe nei parlamenti, fra imprenditori, nel mondo di cultura e università si è concentrata sulle accuse che sostenere la libertà per i palestinesi e criticare le politiche israeliane o il sionismo sia in un qualche modo antisemita.

Queste asserzioni accettano l’affermazione che Israele e sionismo siano sinonimi di ebraismo, mentre ignorano il posto di rilievo di ebrei più progressisti e giovani che sostengono i diritti dei palestinesi e si oppongono alle azioni del governo israeliano. È totalmente assurdo affermare che l’opposizione al sionismo o al colonialismo israeliano sia per principio antisemita. Se coloro che si sono insediati in Palestina fossero stati scandinavi cristiani perseguitati che si percepissero come missionari mandati da dio per sottrarre il Paese alla sua popolazione indigena non ci sarebbe stato nulla di “anticristiano” nel resistere ai loro sforzi.

Le élite occidentali fra i politici, i media e in altri ambienti che promuovono questa atmosfera maccartista di repressione hanno dimostrato che considerano l’uccisione di civili israeliani più degna di attenzione di quella della morte di 25 volte tanto di civili palestinesi. Perciò, con qualche eccezione, in generale i media mainstream individuano in dettaglio le morti di civili israeliani, descritte come il risultato di atrocità perpetrate da Hamas. In contrasto, molto più frequentemente si descrive il grandissimo numero di morti civili palestinesi collettivamente e in termini passivi e senza nominare l’autore israeliano delle loro uccisioni, come se la causa fosse sconosciuta o un fenomeno naturale. Quindi Israele non uccide: i palestinesi muoiono, Israele non affama i palestinesi, loro soffrono la fame.

Questo approccio palesemente di parte è un’arma a doppio taglio: se nel breve periodo potrà servire a Israele per puntellare un pubblico di riferimento in diminuzione per il suo ritratto distorto della realtà in Palestina, il doppio standard inerente è trasparente alla maggior parte del mondo. È anche ovvio a segmenti crescenti di opinione pubblica in occidente, specialmente i più giovani. Invece di ottenere le loro informazioni dalle offerte dei media tradizionali che presentano le notizie in gran parte attraverso le lenti israeliane queste audience più giovani hanno una gamma variegata di fonti, a cui accedono principalmente tramite media alternativi e i social che offrono un panorama di immagini della morte, distruzione e miseria che Israele infligge sui gazawi. Di conseguenza capiscono perfettamente che un alto grado di censura di queste realtà è imposto dalla faziosità dei media tradizionali per i quali giustamente nutrono un totale disprezzo.

Nonostante una feroce ondata di repressione del sostegno ai palestinesi nella sfera pubblica, fra i giovani la maggiore disponibilità di una più ampia varietà di informazioni ha cominciato ad aver un effetto politico negli USA, particolarmente dopo che l’iniziale impennata di simpatia per Israele in risposta agli attacchi di Hamas è stata sostituita dalla simpatia per i civili palestinesi massacrati e affamati. In un sondaggio oltre il 68% degli americani sostiene un cessate il fuoco permanente a Gaza. Un altro ha mostrato che il 57% degli intervistati disapprovava la gestione della guerra a Gaza di Joe Biden, una cifra che sale a circa il 75% nella fascia di elettori fra i 18 e i 29 anni.

Sin dalla sua elezione a senatore nel 1972, Biden si è votato ai miti su Israele e Palestina che sono prevalenti nella conversazione politica e nei media americani. La sua amministrazione non ha ribaltato nessuna delle politiche che chiaramente favoriscono Israele promulgate dall’amministrazione Trump. Biden ha quindi mantenuto una serie di deviazioni significative dalle precedenti politiche USA, incluso il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, la chiusura del consolato USA a Gerusalemme Est e della missione palestinese a Washington DC, riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele e riconoscendo l’annessione israeliana delle Alture di Golan.

Oltre a ciò e ben lontano dall’abbandonare l’approccio distintivo dell’amministrazione di Trump, detto “gli accordi di Abramo”, di ridurre l’importanza della questione palestinese e concentrarsi sulla normalizzazione delle relazioni fra Israele e gli Stati arabi, l’amministrazione Biden ha elogiato queste misure che hanno portato ad aprire le relazioni diplomatiche fra Israele e Emirati Arabi Uniti, Marocco e Bahrain, facendo infuriare i palestinesi. Biden e il suo team sono andati persino oltre. Hanno posto forti pressioni per un accordo di normalizzazione fra sauditi e israeliani che avrebbe schierato lo Stato arabo più influente con Israele, indebolendo ulteriormente i palestinesi e diminuendo ancora di più la prospettiva del loro raggiungimento di qualcuno dei loro obiettivi nazionali.

Sebbene la chimera di un accordo di normalizzazione saudita si scontri potentemente con la realtà dopo il 7 ottobre, rivelando le difficoltà che i regimi arabi avrebbero davanti se entrassero in relazione con un Paese che la vasta maggioranza del loro popolo pensa stia commettendo un genocidio, l’amministrazione Biden non ha mai oscillato nella sua promozione aggressiva dell’idea. L’ha fatto mentre indeboliva i suoi clienti arabi con un sostegno illimitato del selvaggio attacco di Israele contro la Striscia di Gaza, che ha con fermezza appoggiato come “autodifesa”. Questo sostegno include il rifiuto categorico di un cessate il fuoco permanente e la consegna di emergenza di aerei pieni di munizioni e armi, senza le quali Israele non avrebbe potuto sostenere la sua campagna militare. Recentemente sono stati promessi altri cacciabombardieri F-15 e F-35.

Con queste azioni e la sua costante ripetizione della retorica israeliana, Biden ha rafforzato la sensazione che gli USA siano visceralmente ostili verso i palestinesi. Anche quando, mesi dopo, ha finalmente insistito che Israele ponga fine alla fame di massa dei gazawi, questa è stata la risposta non alle immagini di neonati palestinesi emaciati ma alle morti dei volontari stranieri bianchi.

Anche la richiesta dell’amministrazione per la “soluzione a due Stati” suona falsa. Non ci sono segni che gli USA richiedano l’implementazione dei prerequisiti essenziali per una tale soluzione: una fine rapida e completa dell’occupazione militare israeliana durata quasi 57 anni e dell’usurpazione e colonizzazione delle terre palestinesi, che ha portato circa 750.000 coloni illegali sul 60% della Cisgiordania e Gerusalemme Est. L’amministrazione non ha neppure indicato se accetterebbe che i palestinesi scelgano democraticamente i propri rappresentanti.

Senza una decisa applicazione di queste misure la richiesta della “soluzione dei due Stati” è sempre stata priva di significato, una crudele truffa orwelliana. Invece di autodeterminazione, Stato e sovranità palestinesi, manterrebbe in effetti lo status quo in Palestina sotto forma diversa, con una “Autorità Palestinese” collaborazionista e controllata esternamente e mancante di reale giurisdizione o autorità rimpiazzata da uno “Stato palestinese” collaborazionista ugualmente privo di sovranità e indipendenza connessi a un autentico State. Sarebbe una farsa: un arcipelago spezzettato di bantustan sotto il controllo finale di Israele, con supervisione finanziaria e di sicurezza degli USA, dell’Europa occidentale e dei suoi alleati arabi.

Guardando indietro agli ultimi sei mesi, al crudele massacro di civili su scala senza precedenti, con milioni di persone che hanno perso la casa, la fame di massa e le malattie causate da Israele è chiaro che questo segna un nuovo abisso in cui è sprofondata la lotta per la Palestina. Se questa fase riflette gli aspetti di fondo delle precedenti in questi 100 anni di guerra, la sua intensità è unica, e ha creato nuovi e profondi traumi. Non solo non si vede la fine di questa carneficina, sembriamo più lontani che mai da una risoluzione duratura e sostenibile, basata sullo smantellamento delle strutture di oppressione e supremazia e giustizia, uguaglianza totale dei diritti e mutuo riconoscimento.

Rashid Khalidi è autore di libri come The Hundred Years’ War on Palestine: A History of Settler-Colonialism and Resistance (La guerra dei cent’anni contro la Palestina: una storia dell’insediamento dei coloni e della resistenza) (Profile, 2020) e docente di studi arabi moderni presso la Columbia University

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio e Aldo Lotta)




A 5 mesi dall’inizio della guerra gli abitanti sia della Cisgiordania che di Gaza giustificano l’attacco di Hamas

Amira Hass

24 marzo 2024 – Haaretz

Un sondaggio palestinese mostra un forte aumento del sostegno agli attacchi tra i gazawi, al 71% rispetto al 57% di tre mesi fa.

Secondo un nuovo sondaggio, più di cinque mesi dopo l’inizio della guerra nella Striscia di Gaza, accompagnata da pesanti restrizioni negli spostamenti e da arresti di massa in Cisgiordania, il sostegno dei palestinesi agli attacchi del 7 ottobre rimane alto e tra gli abitanti di Gaza è persino aumentato.

Il sondaggio, realizzato all’inizio di questo mese dal Centro Palestinese per la Ricerca di Politica e Sondaggi, ha anche rilevato che la maggioranza dei palestinesi non crede ancora che Hamas abbia perpetrato atrocità durante l’attacco.

Molti affermano anche di non aver visto immagini dell’attacco. A quanto pare, contrariamente alle aspettative israeliane, non vedono in Hamas il responsabile delle loro sofferenze e non lo puniscono riducendo il loro appoggio.

Ben il 71% degli intervistati gazawi sostiene che la decisione di Hamas di attuare l’attacco del 7 ottobre è stata corretta. Ciò rispetto al 57% del sondaggio precedente, condotto a dicembre. Solo il 23% ritiene sbagliata la decisione.

Un identico 71% degli abitanti della Cisgiordania la definisce corretta, anche se in calo rispetto all’82% di dicembre. Solo il 16% di chi ha risposto in Cisgiordania la ritiene sbagliata.

I ricercatori hanno intervistato 1.580 abitanti della Cisgiordania (compresa Gerusalemme est) e di Gaza tra il 5 e il 10 marzo. Per garantire la sicurezza dei ricercatori il sondaggio a Gaza è stato realizzato solo nelle aree in cui non erano in corso combattimenti, ossia Rafah, la parte centrale di Gaza e alcune zone di Khan Younis. Nessuna intervista è stata realizzata nel nord di Gaza doppiamente assediato.

Il dottor Khalil Shikaki, direttore del centro di ricerca e che ha supervisionato il sondaggio, ha affermato che il continuo appoggio all’attacco di Hamas in parte deriva dall’opinione che la guerra abbia rinnovato l’interesse internazionale per la causa palestinese. Tre quarti di chi ha risposto al sondaggio ha detto che ciò “potrebbe portare a un maggior riconoscimento del diritto a uno Stato palestinese.”

Ben il 62% dei gazawi che hanno risposto ha manifestato appoggio per la creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele, quasi il doppio del 35% che ha detto lo stesso in dicembre. Invece in Cisgiordania l’appoggio a questa soluzione del conflitto è rimasto praticamente lo stesso, al 34%. L’approvazione per l’idea di uno Stato unico per entrambi i popoli è stata del 24%, in lieve calo rispetto al 29% di dicembre.

Una netta maggioranza di chi ha risposto ha manifestato gradimento dall’inizio della guerra nei confronti sia di Hamas che del suo leader a Gaza, Yahya Sinwar. Ma la percentuale è più alta in Cisgiordania, rispettivamente al 75% e al 68%, che a Gaza, dove sono del 62% e del 52%.

Al contrario pochi palestinesi sono soddisfatti del comportamento del presidente palestinese Mahmoud Abbas e del suo partito, Fatah. In Cisgiordania solo il 24% è contento di Fatah e solo l’8% di Abbas. A Gaza le percentuali sono rispettivamente del 32% e del 22%.

La stragrande maggioranza, il 93% in Cisgiordania e il 71 % a Gaza, vuole le dimissioni di Abbas. Inoltre circa i due terzi degli intervistati in Cisgiordania e metà di quelli di Gaza hanno affermato che dopo la fine della guerra vorrebbero vedere il ritorno del controllo di Hamas su Gaza. Questi superano di gran lunga lo scarso 10% che vorrebbe che l’Autorità Nazionale Palestinese (con o senza Abbas) controlli Gaza.

Ma quando gli viene chiesto del loro sostegno ai partiti politici e come voterebbero nelle prossime elezioni, il quadro è più complesso. Sia a Gaza che in Cisgiordania poco più di un terzo (il 35%) afferma di appoggiare Hamas, con un calo di circa 10 punti percentuali rispetto a dicembre. Più o meno un quarto dei gazawi e il 12% in Cisgiordania ha affermato di appoggiare Fatah.

Inoltre la percentuale di intervistati che voterebbero effettivamente per Hamas è scesa. In Cisgiordania è al 26%, in calo rispetto al 31% di dicembre, mentre a Gaza è al 35%, contro il precedente 41%. Un altro 20% di abitanti di Gaza e 9% della Cisgiordania ha affermato che voterebbe per Fatah.

Tuttavia la scelta più popolare per rimpiazzare Abbas come presidente rimane Marwan Barghouti, l’importante dirigente di Fatah che attualmente sta scontando molteplici condanne all’ergastolo in Israele per omicidio. (Nel 2003 Barghouti ha ricusato l’autorità giuridica del tribunale israeliano su di lui e non ha collaborato durante il processo).

Un totale del 40% di intervistati ha affermato che preferirebbe vederlo come presidente rispetto al 19% che preferirebbe il capo dell’ufficio politico di Hamas Ismail Haniyeh e il 10% che preferirebbe Sinwar.

L’appoggio al ritorno al potere di Hamas a Gaza può essere interpretato come una risposta politica e persino emotiva alle dichiarazioni israeliane riguardo all’eliminazione del suo dominio lì, soprattutto mentre la guerra prosegue. Eppure, come mostrano i risultati del sondaggio, se le elezioni si tenessero oggi e Hamas e i suoi principali dirigenti si presentassero non è chiaro se vincerebbero.

Le opinioni sui loro vicini

Circa metà degli intervistati in Cisgiordania prevede che se l’esercito israeliano lancerà un’operazione di terra a Rafah gli abitanti della città e gli sfollati che vi si ammassano cercheranno di fuggire in Egitto. Per contro la pensa così solo il 24% degli intervistati di Gaza. Questa differenza riflette la percezione dei gazawi di essere assediati senza vie di fuga, il che è difficile da capire per persone che vivono fuori dal territorio.

Questa disperazione è stata espressa anche in risposte alla domanda riguardo alle possibilità di un cessate il fuoco. Circa metà degli intervistati in Cisgiordania ha affermato di essere ottimista che un accordo di cessate il fuoco verrà firmato presto, rispetto a poco più di un quarto di gazawi, meno del 38% degli abitanti di Gaza, che si aspetta che la guerra continuerà.

In totale il 60% degli intervistati gazawi ha affermato che un membro della propria famiglia è stato ucciso durante la guerra, mentre il 68% ha detto che un familiare è rimasto ferito. Questa domanda non riflette il fatto che la grande maggioranza di queste famiglie ha avuto più di un parente ucciso o ferito.

Agli intervistati di Gaza è stato chiesto se cercherebbero rifugio sul lato egiziano della frontiera nel vedere gente che cercasse di attraversarla e la barriera divisoria crollata. Circa il 69% ha risposto negativamente e un quarto positivamente.

Il dottor Shikaki presume che questa bassa percentuale sia relativa al fatto che il 68% degli intervistati a Gaza si aspetta che l’esercito e la polizia egiziani aprirebbero il fuoco contro i palestinesi che tentassero di sfondare la linea di confine. Anche molte persone in Cisgiordania, il 55% degli intervistati, pensa che le forze di sicurezza egiziane lo farebbero. Il fatto che il 61% di chi ha risposto ritenga in entrambe le aree che le forze di sicurezza di un Paese arabo aprirebbero il fuoco contro altri civili arabi che fuggono da un’invasione di terra israeliana corrisponde all’atteggiamento amaro nei confronti dell’Egitto.

Questa amarezza si nota anche in altre risposte. Quando viene chiesto di quantificare il gradimento nei confronti di altri Paesi della regione, l’Egitto ottiene il punteggio più basso: solo il 12% degli intervistati ha affermato si essere contento delle iniziative del Paese, in netto calo rispetto al 23% del precedente sondaggio, a dicembre.

Anche qui spicca la differenza tra le due zone. Comunque il 23% degli abitanti di Gaza ha affermato di essere soddisfatto delle azioni dell’Egitto rispetto al 5% di quelli della Cisgiordania. L’Egitto è visto come un complice di Israele e un alleato nell’assedio imposto a Gaza, non come una parte che sta contribuendo a impedire a Israele di realizzare la sua ambizione di destra di espellere i palestinesi da Gaza.

La consapevolezza del fatto che l’Egitto consente la partenza di migliaia di persone in cambio di cospicue bustarelle pagate a persone legate all’apparato di sicurezza egiziano non cessa di scioccare l’opinione pubblica palestinese.

Lo Yemen ottiene il gradimento maggiore, l’88% tra gli intervistati della Cisgiordania e il 75% tra quelli di Gaza. Non è difficile immaginare che ciò sia legato al fatto che gli houthi si sono uniti agli “sforzi bellici” lanciando missili contro navi nel sud del Mar Rosso.

Al secondo posto, anche se molto dietro lo Yemen, c’è il Qatar: il 49% degli intervistati della Cisgiordania e il 67% a Gaza sono soddisfatti. È seguito da Hezbollah, Iran e Giordania. Cosa interessante, anche qui sono gli intervistati di Gaza ad essere più soddisfatti di questi due Paesi.

La Russia guida la lista degli Stati non arabi che conquistano il gradimento dei palestinesi, ma di meno di un quarto: il 17% in Cisgiordania e il 28% a Gaza. L’11% dei gazawi e il 7% degli abitanti della Cisgiordania hanno espresso il proprio gradimento nei confronti dell’ONU. Come c’era da aspettarsi, solo l’1% esprime un’opinione simile riguardo agli USA.

Benché il testo della domanda sul gradimento non ne citi le ragioni, sembra che l’appoggio o meno degli attori regionali e internazionali ad Hamas possa spiegare l’atteggiamento palestinese nei loro confronti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Riprese di un drone sollevano dubbi sulla giustificazione israeliana per un attacco mortale contro giornalisti a Gaza

 

 Louisa Loveluck, Imogen PiperSarah CahlanHajar Harb e Hazem Balousha 

19 marzo 2024 – The Washington Post

Gerusalemme – Il 7 gennaio fuori da Khan Younis, nel sud di Gaza, l’esercito israeliano ha condotto un attacco mirato con un missile contro un’auto su cui viaggiavano quattro giornalisti palestinesi.

Due membri di una troupe di Al Jazeera, Hamza Dahdouh, 27 anni, e l’operatore di droni Mustafa Thuraya, 30 anni, sono stati uccisi insieme al loro autista. Due giornalisti freelance sono rimasti gravemente feriti.

Stavano tornando dal luogo di un precedente attacco israeliano contro un edificio, dove avevano utilizzato un drone per riprendere le conseguenze. Il drone, un modello base che si può trovare su Best Buy [principale rivenditore di elettronica degli USA, ndt.], sarebbe fondamentale per la giustificazione israeliana dell’attacco.

Il giorno dopo in una dichiarazione le Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] hanno affermato di aver “identificato e colpito un terrorista che manovrava un velivolo che rappresentava un pericolo per i soldati delle IDF.” Due giorni dopo l’esercito ha annunciato di aver scoperto prove che entrambi gli uomini facevano parte di gruppi di miliziani, Thuraya di Hamas e Dahdouh del Jihad Islamico Palestinese, il suo rivale meno numeroso a Gaza, e che l’attacco era stato una risposta a una minaccia “imminente”.

Il Washington Post ha ottenuto e analizzato le riprese dal drone di Thuraya, che erano conservate in una scheda di memoria ritrovata sul posto e inviata a un’agenzia di produzione palestinese in Turchia. Nessun soldato israeliano, velivolo o altra attrezzatura militare è visibile nelle riprese di quel giorno, che il Post ha pubblicato integralmente, sollevando domande critiche sul perché i giornalisti siano stati presi di mira. Colleghi reporter hanno affermato di non essere stati a conoscenza di movimenti di truppe nella zona.

Interviste con 14 testimoni oculari dell’attacco e colleghi dei giornalisti uccisi offrono il racconto finora più dettagliato dell’incidente mortale. Il Post non ha trovato indicazioni che quel giorno i due uomini stessero agendo nella veste di qualcos’altro che giornalisti. Entrambi erano passati attraverso posti di controllo israeliani lungo il percorso verso sud all’inizio della guerra; Dahdouh recentemente aveva ottenuto il permesso di lasciare Gaza, un privilegio raro che è improbabile venga concesso a un miliziano noto come tale.

In risposta a molteplici richieste e domande dettagliate del Post l’esercito israeliano ha risposto: “Non abbiamo nient’altro da aggiungere.”

Il Post non potrebbe identificare altri esempi durante la guerra in cui giornalisti siano stati presi di mira dall’IDF per aver fatto volare droni, che sono stati usati in modo massiccio per riprendere le dimensioni della devastazione a Gaza.

Giornalisti locali hanno detto al Post che non ci sono indicazioni ufficiali sui droni da parte dell’esercito israeliano. Un altro ha detto di aver deciso di non usare il suo drone durante il conflitto, temendo che potesse essere preso a pretesto per un attacco israeliano.

In un comunicato Al Jazeera ha condannato l’“assassinio di Mustafa e Hamza” e si è impegnata a “prendere tutte le misure legali per perseguire i responsabili di questi crimini.”

Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti novanta reporter e altri operatori dei media sono stati uccisi in soli cinque mesi, il periodo più letale per la professione da quando l’associazione ha iniziato a raccogliere dati nel 1992.

“Dovrebbe spettare all’esercito israeliano indagare su quanto avvenuto” il 7 gennaio, ha detto a febbraio al Post Irene Khan, la relatrice speciale dell’ONU sulla promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione ed espressione.

“Non è sufficiente dire che ‘li abbiamo sospettati e quindi li abbiamo uccisi’,” ha affermato. “É molto facile dire questo in una situazione di guerra.”

I giornalisti

Dal 7 ottobre Israele ha impedito ai media stranieri di entrare nella Striscia di Gaza, tranne che a occasionali [reporter] inseriti nell’esercito il cui accesso è strettamente controllato. Per capire il conflitto il mondo si è basato su centinaia di giornalisti palestinesi.

Il più famoso è stato Wael Dahdouh, padre di Hamza e caporedattore di Al Jazeera a Gaza, la cui tenacia di fronte a una tragedia personale è stata di esempio in tutto il mondo arabo.

Il 28 ottobre Wael ha interrotto la diretta quando ha scoperto che sua moglie, il figlio Mahmoud e la figlia Sham, fratelli di Hamza, e un nipote erano stati uccisi nella loro casa da un attacco aereo israeliano. Il suo collega più vicino, il cameraman di Al Jazeera Samer Abu Daqqa, è morto il 15 dicembre per le ferite riportate dopo un attacco israeliano con i droni, in cui anche Wael è rimasto ferito.

Hamza ha raggiunto la redazione di Al Jazeera a Gaza durante il conflitto, lavorando come assistente cameraman e produttore sul campo, dice suo padre.

Thuraya era un freelance molto noto, forniva foto e immagini con il drone ad Al Jazeera così come all’Agence-France Presse, alla Reuters e a Getty Images. Secondo Shadi al-Tabatibi, 30 anni, collega giornalista nell’enclave, in precedenza aveva lavorato per circa cinque anni come fotografo per il ministero delle Fondazioni Religiose, parte del governo di Gaza guidato da Hamas. Non è chiaro quando sia terminato il suo contratto.

Secondo molti amici e colleghi intervistati dal Post, sia Dahdouh che Thuraya avevano lasciato Gaza City, il fulcro originario dell’operazione militare israeliana, alla fine di ottobre lungo una strada per l’evacuazione di civili indicata dall’esercito israeliano.

Gli uomini hanno vissuto in tende per più di due mesi con altri giornalisti nella città di Rafah, una zona vicina al confine con l’Egitto, dove hanno cercato rifugio circa 1.4 milioni di palestinesi sfollati. I giornalisti raccontano che stendevano i loro materassi su assi di legno per isolare i propri letti dal freddo e viaggiavano sul luogo dei bombardamenti aerei e altri attacchi in gruppo, convinti che fosse più sicuro essere in tanti.

Il 6 gennaio, alla vigilia della loro morte, Dahdouh e Thuraya avevano condiviso il pasto con dei colleghi. “È stata una cena semplice, ma piena di calore,” afferma Adli Abu Taha, 33 anni, un cameraman di Al-Kufiya TV. Thuraya ha parlato per telefono con la moglie e tre figlie, ricorda Tabatibi, promettendo che sarebbe andato presto a trovarle.

La missione

Secondo , Amer Abu Amr, un fotografo del canale televisivo Palestine Today anche lui presente sul posto quel giorno, il 7 gennaio i giornalisti si sono svegliati con la notizia di un attacco aereo contro la casa della famiglia Abu al-Naja, a sud di Khan Younis. In seguito l’esercito israeliano ha descritto la casa come un ufficio del Jihad Islamico Palestinese.

Un post sulle reti sociali suggerisce che almeno quattro persone sono state uccise nell’attacco e che alcuni dei morti e feriti erano già stati portati in ospedale.

Ma con altri corpi che si pensava fossero sotto le macerie, da Rafah si sono diretti sul posto almeno 11 giornalisti, tra cui Dahdouh, Thuraya e i reporter freelance Muhammad al-Qahwaji e Hazem Rajab. Secondo i metadati dei video che ha filmato quel giorno, Thuraya ha fatto volare un drone alle 10,39.

Il Post ha ottenuto le riprese dalla sede di Media Town production a Istanbul, che aveva sub-contrattato il lavoro di Thuraya per Al Jazeera e altri clienti. I video mostrano reporter vestiti di blu che osservano una massa di cavi contorti e cemento. Dei bambini stanno a guardare mentre degli uomini tirano fuori dei corpi. Lavoratori della difesa civile stendono lenzuoli sui morti e li portano via.

Le immagini includono 38 clip e durano poco più di 11 minuti. Ogni tanto si vede Thuraya che guarda il comando del suo drone e che lascia lo schermo ad altri colleghi. Zooma due volte, brevemente, mostrando il panorama a nordovest e sudovest dell’edificio danneggiato, circa un kilometro e mezzo in ogni direzione. Nelle immagini non si vedono soldati israeliani, velivoli o altri apparati militari.

Su richiesta del Post due analisti hanno visionato immagini satellitari disponibili dell’area prese il 7 gennaio da Planet Labs ed Airbus [società che forniscono immagini satellitari del pianeta, ndt.], che coprono un raggio di circa 2 kilometri da dove è stato lanciato il drone. Nessuno degli esperti ha visto prove di presenza militare o attività di miliziani. William Goodhind, un ricercatore open-source [pratica di condivisione aperta dei dati, ndt.] di Contested Ground, un progetto di ricerca che traccia i movimenti militari in immagini satellitari, afferma di non aver trovato alcun segno di “veicoli blindati, camion militari, fortificazioni, barricate e/o punti di lancio di razzi e mortai.” Ha identificato un posto di polizia a circa 800 metri a nord ovest dal lancio del drone, ma afferma che non è chiaro se fosse ancora in funzione.

Preligens, una ditta di intelligenza artificiale geospaziale, ha inserito le immagini satellitari del 7 gennaio fornite dal Post nel suo rilevatore AI di veicoli e non ne ha trovato nessuno blindato in un perimetro di circa 16 km2.

Il drone di Thuraya era un Mavic 2 disponibile in commercio, costruito dalla ditta cinese DJI, più o meno delle dimensioni di una tipica scatola da scarpe ma più sottile. I metadati mostrano che Thuraya ha smesso di riprendere alle 10.55.

Secondo Amr, che afferma che lui e il suo collega Ahmed al-Bursh sono stati feriti da schegge, un secondo attacco ha colpito il luogo alle 11.01. Bursh era piegato in due dal dolore quando è salito su un’ambulanza della Mezzaluna Rossa, come si osserva in un video filmato da Amr, che lo ha raggiunto nell’ambulanza ed ha ripreso la maggior parte del loro viaggio.

“L’ho fatto per paura,” dice. “Temevo che saremmo stati presi di mira.”

Anche Thuraya, Dahdouh, Qahwaji, Rajab e il loro autista, il ventiseienne Qusay Salem, che non erano stati feriti nel secondo attacco, se ne sono andati dal luogo. Qualche minuto dopo un video dell’IDF mostra un drone militare che intercetta il loro veicolo, che viaggia appena dietro l’ambulanza. Il suono dell’esplosione è colto nella ripresa di Amr dal finestrino posteriore dell’ambulanza approssimativamente alle 11.10.

Altri video di testimoni mostrano le orribili conseguenze: Thuraya e Salem sono dilaniati dall’attacco. Qahwaji è a terra e perde molto sangue, mentre i medici si affannano per mettere insieme una barella per lui. Il volto del freelance è ustionato e la sua mandibola è squarciata. Rajab ha gravi ustioni e ha perso l’uso di un occhio.

All’obitorio un Wael distrutto dal dolore stringe la mano di suo figlio e gli mormora dolcemente. Abbraccia la moglie di Hamza, Wafaa, mentre lei appoggia il volto sul petto del marito. La moglie di Thuraya, Soraya, nasconde la testa nel cuscino e piange.

Quella notte in una conferenza stampa a Doha, la capitale del Qatar, il segretario di Stato Antony Blinken ha descritto l’uccisione come una “perdita impensabile”. Come genitore non avrebbe potuto “immaginare l’orrore” che Wael stava provando “non una, ma ora due volte.” Il Dipartimento di Stato ha rifiutato di fornire ulteriori commenti.

Una storia mutevole

La notte dell’attacco è iniziata una lotta di narrazioni. L’esercito israeliano ha affermato in un comunicato che il suo velivolo aveva “identificato e colpito un terrorista che stava manovrando un velivolo che rappresentava una minaccia per i soldati dell’IDF.”

Il giorno successivo il portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari è sembrato fare marcia indietro: “Ogni giornalista che muore, dispiace,” ha detto alla NBC, affermando che il drone li aveva fatti sembrare “terroristi”.

In un nuovo comunicato il 10 gennaio l’esercito israeliano ha affermato che il drone rappresentava una “minaccia imminente” per i soldati che si trovavano nei pressi, benché l’attacco sia avvenuto circa 15 minuti dopo che Thuraya aveva smesso di filmare. Il Post ha condiviso con l’esercito israeliano le immagini di Thuraya e chiesto se poteva identificare un qualunque momento in cui il drone avesse rappresentato una minaccia per le sue truppe. “Non abbiamo nient’altro da aggiungere”, hanno affermato le IDF.

Il comunicato del 10 gennaio sostiene anche che l’intelligence militare israeliana ha confermato che Dahdouh e Thuraya erano membri rispettivamente del PIJ e di Hamas.

La giustificazione dell’esercito israeliano per l’attacco risponde “a un modello di risposte che abbiamo rilevato anche prima di questa guerra,” afferma Sherif Mansour, coordinatore del programma Medio Oriente e Nord Africa del Comitato per la Protezione dei Giornalisti. “Evitare di prendersi le responsabilità, lanciare accuse di terrorismo contro i giornalisti” e affermare che “erano in una posizione che minacciava le posizioni israeliane sul terreno.”

Giornalisti locali affermano che Israele non ha emanato nessun divieto o restrizione ufficiale sui droni, che descrivono come strumenti molto utili per trasmettere l’entità delle distruzioni provocate dalla guerra. Ma anche prima del 7 gennaio un giornalista esperto era giunto alla conclusione che le riprese non valevano il rischio.

Suliman Hijji, un video-operatore che lavora nella zona di Rafah, ha deciso all’inizio della guerra che avrebbe lasciato a terra il suo drone.

“L’uso di velivoli attira l’attenzione e può rendere le persone obiettivi vulnerabili,” afferma.

Un giornalista freelance di Gaza che ha lavorato per media internazionali, parlando in forma anonima per ragioni di sicurezza, sostiene di aver ricevuto un “avvertimento generico” da un ufficiale israeliano: “L’ufficiale mi ha detto di non espormi al pericolo e non far volare droni.”

Da quando Thuraya e Dahdouh sono stati uccisi “nessuno osa far volare un drone,” afferma Anat Saragusti, direttore per la libertà di stampa dell’Unione dei Giornalisti di Israele.

L’esercito israeliano non si è pronunciato sulla sua politica riguardo ai droni dei giornalisti a Gaza.

Il comunicato del 10 gennaio fa riferimento anche a un documento datato giugno 2022 con il logo e il nome delle Brigate Al-Quds, ala militare del PIJ. Il nome di Dahdouh compare di fianco alla cifra di 224 dollari. Nella dichiarazione l’esercito israeliano cita un secondo documento che definirebbe Thuraya come un vice comandante di squadrone del battaglione al-Qadisiyyah della brigata di Gaza City di Hamas, ma non ha reso pubblico il documento e non ha risposto alle numerose richieste di esaminarlo.

L’esercito israeliano ha anche rifiutato di rispondere ad altre domande relative ai documenti, tra cui quando fossero stati trovati e se la loro scoperta fosse legata all’attacco pianificato del 7 gennaio.

Michael Milshtein, ex-capo del dipartimento per gli affari palestinesi dell’intelligence militare delle IDF, afferma di non sapere se il documento con il nome di Dahdouh sia autentico, ma che esso segue “il formato standard di un documento del PIJ.”

“Penso davvero che se il portavoce dell’esercito lo ha reso pubblico sia autentico,” aggiunge. Altri esperti sono dubbiosi.

Potrebbe essere autentico, ma niente di quanto finora ha fornito l’esercito israeliano lo conferma,” sostiene Erik Skare, storico e ricercatore post-dottorato dell’università di Oslo che ha scritto un libro sulla storia del PIJ. Afferma che l’uso del linguaggio, soprattutto i nomi di zone geografiche, è inusuale, così come la mescolanza di testo in inglese e arabo in un documento presumibilmente pensato per uso interno.

Al Jazeera ha respinto le accuse contro i suoi reporter, definendole “un tentativo di giustificare l’uccisione e il fatto di prendere di mira giornalisti.”

Amici e familiari dei reporter uccisi evidenziano che nelle settimane precedenti alla loro morte erano stati sottoposti a controlli di sicurezza da parte dell’esercito israeliano. Entrambi avevano attraversato checkpoint da Gaza City per raggiungere il sud. Dicono che Dahdouh aveva ottenuto il permesso di andarsene da Gaza.

Secondo suo padre e un ufficiale intervistato sul suo caso, che ha parlato in condizione di anonimato trattandosi di un argomento sensibile, sei settimane dopo la morte di sua madre e di due fratelli e poco prima della sua morte, Dahdouh era stato autorizzato a lasciare l’enclave bloccata.

Un permesso di sicurezza probabilmente avrebbe richiesto l’approvazione del COGAT, un ente del ministero della Difesa israeliano che autorizza chi può entrare e uscire da Gaza. Il Post ha fornito al COGAT il nome e il numero della carta d’identità di Dahdouh per ricevere conferma se aveva l’autorizzazione ad andarsene, ma non ha ottenuto risposta.

Khan, la relatrice speciale dell’ONU, sostiene che è urgentemente necessaria un’indagine sulle uccisioni. “Se sono stati in grado di fornire così tante informazioni sicuramente ne hanno molte di più,” dice. “Hanno la responsabilità di controllare e di vedere se sono stati fatti degli errori.”

Wael Dahdouh ha lasciato Gaza il 17 gennaio per essere curato delle ferite ma ha giurato di tornare a informare. Altri giornalisti da allora sono scappati dall’enclave o hanno smesso di fare il loro lavoro, nel timore di poter essere i prossimi [a venire uccisi].

Piper e Harb hanno informato da Londra, Cahlan da Washington e Balousha da Amman, Giordania.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Guerra a Gaza: la sinistra israeliana ha rapidamente perso ogni compassione per i palestinesi

Orly Noy

16 marzo 2024 MiddleEastEye

La simpatia dei progressisti israeliani per i palestinesi era basata sulla mentalità coloniale secondo cui i sottomessi sono inferiori e dovrebbero essere loro grati per il sostegno.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre e la guerra che Israele ha lanciato da allora hanno introdotto una nuova categoria concettuale di persone nel vocabolario ebraico-israeliano: i “disillusi” – cioè le persone che si sono ora “ripresi dalla sbornia”.

Queste persone continuano a dire che, fino al 7 ottobre, erano umanisti propugnatori di pace e che per loro l’attacco di Hamas ha cambiato tutto: di conseguenza hanno cambiato pelle e ora sostengono con passione il genocidio che Israele sta perpetrando a Gaza.

Per più di cinque mesi hanno continuato a fustigarsi a vicenda per il peccato di una loro precedente innocenza di sinistra. Dopo un’adeguata assoluzione rituale, rientrano in seno alla tribù e vengono lavati dal perdono in nome del popolo e della nazione.

Da tempo noiosamente lungo, il numero di questi disillusi continua ad aumentare. Molti dei nuovi aggiunti provengono dall’industria dell’intrattenimento e si identificano con il campo progressista. A tutti spettano i 15 minuti di celebrità per ribadire argomenti stereotipati: credevo nella pace, volevo la convivenza, ma il 7 ottobre ho scoperto che dall’altra parte non ci sono esseri umani, solo animali umani che vanno combattuti ad oltranza.

La purificazione rituale è completata da espressioni di amore e apprezzamento per “le Forze di Difesa Israeliane, l’esercito più morale del mondo”, oltre a ringraziamenti e congratulazioni ai nostri eroici soldati, e a una pseudo indignazione per la difficile situazione degli ostaggi.

Come ha detto il veterano attore Hanny Nahmias, “[Noi] eravamo i più favorevoli alla coesistenza” – ma ora ci vuole una guerra “fino alla fine”.

Obiettivi legittimi

Se consideriamo con attenzione i nuovi disillusi, il problema non sembra essere in primo luogo la loro nuova, diversa posizione – che ora spesso abbraccia lo sterminio totale dei palestinesi a Gaza.

Ad esempio, il popolare cantante Idan Raichel, che è generalmente associato a valori progressisti e spesso collabora con musicisti della comunità etiope, è indignato per il fatto che gli abitanti di Gaza – sfollati, brutalizzati, assetati e affamati – non entrino nei tunnel e combattano Hamas, anche a costo di migliaia di vittime, per ottenere il ritorno di tutti gli ostaggi.

Raichel conclude che, visto che non lo fanno, dovrebbero essere considerati complici dei crimini di Hamas e quindi obiettivi legittimi degli attacchi di Israele.

In effetti, il problema con queste persone recentemente disilluse sembra piuttosto risiedere nell’interpretazione della loro posizione “di sinistra” precedente la disillusione.

In un’intervista al programma del comico Shalom Assayag Stronger Together, l’attrice e presentatrice televisiva Tzufit Grant ha dichiarato che “il mio credo di sinistra non esiste più: pensavo che fossimo ugualmente umani, e invece no”.

Il 7 ottobre, secondo le sue parole, gli aggressori hanno ucciso “la parte umanitaria del mio cervello, l’irrefrenabile compassione, [l’idea che] ‘siamo tutti esseri umani’”.

Grant non crede più che siamo tutti umani. E dunque?

Descrive gli oltre due milioni di palestinesi a Gaza con un vocabolario ripugnante per una per cui, fino a poco tempo fa, l’amore per l’umanità era la luce guida.

Puro narcisismo

Grant non è sola. Forse il sentimento più forte a cui fanno più volte riferimento molti dei nuovi disillusi è l’amarezza: i palestinesi li hanno “persi”.

Loro, gli esponenti della sinistra che affermano di essere stati in passato assolutamente convinti della coesistenza considerando ogni persona un essere umano… e la loro “ricompensa” è stato un attacco criminale il 7 ottobre.

Sì, l’attacco di Hamas alle comunità adiacenti a Gaza è stato terrificante. Ma attenzione all’idea che la semplice buona volontà del padrone dovesse essere sufficiente a soddisfare i palestinesi, che avrebbero dovuto essere grati per la gentilezza del padrone e continuare a sopportare la loro oppressione in silenzio. (Ah, quella nostalgia dei “bei vecchi tempi” quando i palestinesi di Gaza, grazie alla gentilezza di Israele, potevano entrare in Israele per lavorare come operai a giornata ed esserne grati!)

Questo atteggiamento è, nella migliore delle ipotesi, puro narcisismo, non una posizione politica basata su un’analisi della realtà e delle sue distorte relazioni di potere.

Alcuni osservatori dicono ripetutamente che molti dei residenti nelle comunità adiacenti a Gaza che sono state attaccate il 7 ottobre erano persone in cerca di pace, alcuni addirittura attivisti che si offrivano regolarmente volontari per portare i bambini di Gaza dal valico di Erez agli ospedali israeliani – un riferimento inteso a raffigurare i palestinesi come ingrati e a giustificare il cambiamento delle loro posizioni politiche.

Questo atteggiamento è viziato dalla stessa depoliticizzazione narcisistica che vede tutto attraverso la lente delle buone intenzioni di (alcuni) israeliani.

Indubbiamente, offrirsi volontari per trasportare i palestinesi malati da Gaza è un atto nobile e i volontari sono persone le cui azioni erano spinte dalla moralità e dalla coscienza. Ma una posizione politica considera il contesto più ampio in cui questo volontariato ha luogo: vale a dire l’assedio a lungo termine della Striscia di Gaza da parte di Israele e la distruzione della maggior parte delle sue infrastrutture civili.

Tale posizione si interrogherebbe su come si sia realizzata questa situazione in cui i civili palestinesi a Gaza devono fare affidamento sulla generosità di buoni israeliani e non possono ricevere cure mediche adeguate nella stessa Gaza. Si chiederebbe perché non ci siano ospedali adeguati a Gaza, e chi impedisca ai palestinesi di costruirli, e con quale diritto.

Abbracciare il tribalismo

Questa posizione metterebbe in luce il significato di una negazione così ampia della libertà di movimento per milioni di persone da necessitare del permesso del signore supremo non solo per entrare in Israele ma anche per viaggiare nei territori palestinesi in Cisgiordania. Sottolineerebbe anche la natura del regime che per decenni ha controllato ogni respiro di milioni di soggetti privati dei diritti civili, e capirebbe che un tale regime inevitabilmente avrebbe provocato una rivolta. E, contrariamente a tutti i tentativi di controllare il modo in cui queste realtà vengono presentate al consumo pubblico, comprenderle accuratamente non equivarrebbe a sostenere la violenza né a giustificarla, ma al contrario: un’analisi imparziale di questa realtà sanguinosa ci permetterebbe di uscirne.

Un concetto a cui al massimo può aspirare il suddito è il riconoscimento del suo essere umano da parte del padrone, riconoscimento che può essere negato con la stessa facilità con cui è stato concesso se il suddito “delude”: è il segno distintivo della situazione coloniale.

In questa situazione, il padrone si ritiene così superiore al soggetto che quest’ultimo dovrebbe essere grato per ogni momento in cui la presa del padrone sulla sua gola si allenta, mentre ogni resistenza alla minaccia sempre presente di uno strangolamento equivale a ingratitudine.

Questi sono gli stessi “uomini di sinistra del passato” che, oltre alla delusione nei confronti dei palestinesi, hanno anche improvvisamente scoperto le gioie di abbracciare il tribalismo come evidentemente ha fatto Tzufit Grant.

Dal 7 ottobre, racconta, avrebbe voluto camminare tutto il giorno per le strade e baciare gli israeliani: “Sono diventata molto israeliana, molto ebrea”.

Purtroppo, disastrosamente, nell’Israele di oggi, tutto ciò sembrerebbe implicare la separazione non solo dalla “porzione umanitaria” del cervello, ma dal cervello stesso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)