Un apartheid legalizzato: come Israele ha consolidato il proprio regime di disuguaglianza durante la guerra su Gaza

Orly Noy

2 dicembre 2025 – +972 Magazine

Secondo un nuovo rapporto con un colpo di mano durato due anni i legislatori israeliani hanno approvato oltre 30 leggi che limitano i diritti dei palestinesi e puniscono il dissenso.

Da oltre due anni la vita pubblica israeliana è avvolta da una fitta nebbia che disorienta. C’è stato un incessante susseguirsi di crisi, conflitti e ansie in patria e all’estero: lo shock per l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la vendicativa campagna genocida di Israele su Gaza, la lotta per il ritorno degli ostaggi e contro la denigrazione delle loro famiglie da parte dello Stato, gli sconsiderati scontri con l’Iran. Insieme, tutto questo ha lasciato la società israeliana sospesa in uno stato di torpore collettivo, oscurando la profondità dell’abisso in cui stiamo rapidamente sprofondando.

Ma non si può dire lo stesso dei nostri parlamentari. Come dimostra un nuovo, inquietante rapporto del centro legale Adalah di Haifa, hanno sfruttato il caos degli ultimi due anni per promuovere oltre 30 nuove leggi che consolidano l’apartheid e la supremazia ebraica e che si aggiungono all’elenco già esistente di oltre 100 leggi israeliane discriminatorie verso i cittadini palestinesi.

Una delle conclusioni principali del rapporto riguarda il massiccio attacco alla libertà di espressione, di pensiero e di protesta in una vasta gamma di ambiti. Tra le leggi citate figurano quelle che vietano la pubblicazione di contenuti riguardanti la negazione degli eventi del 7 ottobre”, come stabilito dalla Knesset, e quelle che limitano le trasmissioni di media critici che danneggiano la sicurezza dello Stato”.

Un’altra legge autorizza il Ministero dell’Istruzione a licenziare il personale docente e a revocare i finanziamenti agli istituti scolastici sulla base di opinioni considerate come espressione di sostegno o incitamento a un atto o un’organizzazione terroristica. E, parallelamente a una campagna condotta dallo Stato per espellere gli attivisti della solidarietà internazionale, una terza legge impedisce l’ingresso nel Paese ai cittadini stranieri che abbiano rilasciato dichiarazioni critiche nei confronti di Israele o abbiano fatto ricorso alle corti internazionali per intraprendere azioni contro lo Stato e i suoi funzionari.

Ma forse la legge più pericolosa è quella che prende di mira i cittadini che cercano semplicemente di acquisire informazioni da fonti sgradite allo Stato. Appena un mese dopo il 7 ottobre la Knesset ha approvato un’ordinanza temporanea di due anni – rinnovata la scorsa settimana per altri due – che mette al bando il “consumo sistematico e continuo di pubblicazioni di un’organizzazione terroristica”, con una pena detentiva di un anno. In altre parole, il legislatore ora criminalizza condotte che avvengono esclusivamente all’interno dello spazio privato di una persona.

Secondo le note esplicative del disegno di legge la norma si basa sull’affermazione che “l’esposizione intensiva a pubblicazioni terroristiche di alcune organizzazioni può creare un processo di indottrinamento – una forma di ‘lavaggio del cervello’ autoinflitto – che può portare il desiderio e la motivazione a commettere un atto terroristico a un livello di preparazione molto elevato”. Tuttavia, la legge non specifica cosa si qualifichi come “esposizione intensiva” o “consumo continuo”, lasciando la durata e la soglia del tutto indefinite.

Né chiarisce quali strumenti le autorità possano utilizzare per stabilire che un individuo abbia consumato contenuti proibiti. Come faranno, in pratica, i funzionari a sapere cosa qualcuno guarda in privato? Come osserva il rapporto di Adalah, localizzare potenziali sospettati richiederebbe di per sé operazioni di spionaggio, sorveglianza dell’intera popolazione e monitoraggio dell’attività su Internet.

Mentre le “pubblicazioni terroristiche” vietate attualmente includono solo materiale di Hamas e ISIS – un elenco che il Ministro della Giustizia ha già espresso l’intenzione di ampliare – i legislatori hanno anche cercato di impedire l’accesso a ulteriori fonti di informazione che potrebbero, Dio non voglia, esporre i cittadini israeliani alla piena portata dei crimini contro l’umanità che il loro esercito ha commesso e continua a commettere a Gaza. Da qui l’approvazione della cosiddetta “Legge Al Jazeera”, che ha tagliato l’accesso del pubblico israeliano a una delle fonti di informazione più attendibili al mondo sugli eventi a Gaza.

Analogamente la legge contro la “negazione degli eventi del 7 ottobre” non solo eleva gli attacchi a un crimine paragonabile all’Olocausto, ma si estende ben oltre la sfera delle azioni, entrando nel dominio del pensiero e dell’espressione. Non fa distinzione tra inviti diretti alla violenza o al terrorismo da un lato, che sono già fuorilegge, e la mera articolazione di una posizione politica, una narrazione critica o lo scetticismo nei confronti della versione ufficiale dello Stato dall’altro.

“La legge è concepita per alimentare la paura, soffocare il dibattito pubblico e sopprimere la discussione su una questione di interesse pubblico”, osserva Adalah. “Non è ancora chiaro quali azioni costituiscano l’atto di ‘negazione’ proibito dalla legge, soprattutto perché a tutt’oggi lo Stato non ha nominato una commissione d’inchiesta ufficiale sugli attacchi del 7 ottobre, né ha pubblicato… una ‘narrazione ufficiale’ degli eventi di quel giorno”.

Il rapporto di Adalah offre una buona indicazione di dove Israele si stia dirigendo. Anche se può sembrare che siamo già in fondo al baratro, c’è sempre un abisso oltre l’abisso, un abisso che invita a nuove atrocità e verso il quale stiamo precipitando a tutta velocità.

Queste leggi spregevoli non hanno portato centinaia di migliaia di persone in piazza, nemmeno tra coloro che un tempo affermavano di temere per il destino della “democrazia israeliana”. Anzi, alcune di queste leggi sono state approvate alla Knesset con il sostegno dei partiti di opposizione ebraici. L’illusione di una democrazia per soli ebrei non è mai apparsa più grottesca o più pericolosa.

L’abisso oltre l’abisso

Fin dai primi giorni della guerra il regime israeliano ha violato gravemente i diritti fondamentali della libertà di opinione e di protesta. Il 17 ottobre 2023 l’allora Commissario di Polizia Yaakov Shabtai ha annunciato una politica di “tolleranza zero” nei confronti di “incitamenti” e proteste, e per mesi ogni tentativo di manifestare contro la distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano è stato accolto con il pugno di ferro.

Ma l’ondata di nuove leggi draconiane va ancora più in là: oltre a creare l’infrastruttura legale per la persecuzione sistematica dei dissidenti, sia ebrei che palestinesi, include misure che prendono di mira esplicitamente i cittadini palestinesi, come la cosiddetta “Legge sulla deportazione delle famiglie dei terroristi”.

In base a questa legge, la definizione di “terrorista” – un’etichetta applicata in Israele quasi esclusivamente ai palestinesi – è stata ampliata per includere non solo i condannati per terrorismo in un procedimento penale, ma anche individui detenuti per sospetto di tali reati, compresi quelli sottoposti a detenzione amministrativa. In altre parole, persone che non sono state incriminate, né tantomeno condannate, in base ad alcun reato.

Allo stesso tempo, la Knesset ha inasprito il già draconiano divieto di “ricongiungimento familiare” per cercare di impedire ai cittadini palestinesi di sposare palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, e ha ampliato le pene contro i palestinesi che “risiedono illegalmente” in Israele. Di fatto, i legislatori hanno sfruttato il genocidio di Gaza per intensificare la loro lunga guerra demografica contro i palestinesi, compresi coloro che vivono entro i confini del 1948.

[linee di cessate il fuoco entrate in vigore al termine della guerra arabo-palestinese seguita alla proclamazione dello Stato di Israele, ndt.].

Un capitolo a parte del rapporto di Adalah documenta le gravi violazioni dei diritti dei prigionieri e dei detenuti palestinesi dal 7 ottobre, che, secondo testimonianze e altri rapporti, sono stati trattenuti in campi di tortura. La stessa ondata legislativa ha anche gravemente violato i diritti dei minori, eliminando “la consolidata distinzione giuridica tra adulti e minori” per i reati legati al terrorismo. Inoltre il rapporto descrive dettagliatamente le leggi che danneggiano deliberatamente i cittadini palestinesi attraverso l’uso esteso del servizio militare come criterio per l’accesso alle prestazioni sociali e alle risorse pubbliche, e i rifugiati palestinesi nei territori occupati attraverso la messa al bando di organizzazioni umanitarie come l’UNRWA.

Essendo da tempo consapevole dell’utilità di rimuovere le maschere” e mostrare il regime israeliano per quello che è realmente – antidemocratico, razzista e radicato nell’apartheid – in questo caso non trovo alcun motivo di ottimismo. Nella folle corsa verso il fascismo intrapresa dai leader israeliani non solo il prezzo più alto sarà pagato da coloro che sono più esposti e vulnerabili, ma anche il divario tra l’immagine che una società ha di sé stessa e la realtà coincide proprio con lo spazio in cui il cambiamento politico diventa possibile. Quando quel divario si colma e la società comincia ad accettare l’immagine che le restituisce lo specchio, lo spazio politico per una trasformazione significativa si riduce drasticamente.

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di israeliani sono scesi in piazza per protestare contro la “riforma giudiziaria” del governo Netanyahu, sostenendo che il suo vero scopo fosse quello di “distruggere la democrazia israeliana”. Eppure il movimento di protesta si è concentrato principalmente sui meccanismi procedurali della democrazia: pesi e contrappesi, indipendenza della magistratura, guai giudiziari e idoneità del primo ministro a ricoprire la carica. Troppa poca attenzione, se non nessuna, è stata prestata all’erosione dei fondamenti sostanziali della democrazia: libertà di espressione e di protesta, uguaglianza davanti alla legge e garanzie contro la discriminazione istituzionalizzata.

Queste tendenze non sono iniziate negli ultimi due anni, ma non è un caso che abbiano accelerato a un ritmo terrificante parallelamente al genocidio israeliano a Gaza. La devastazione nella Striscia e la legislazione fascista che avanza attraverso la Knesset agiscono come due forze coordinate che lavorano per smantellare gli ultimi vincoli rimasti al potere israeliano.

E proprio come il movimento di protesta israeliano non può ignorare il genocidio di Gaza e la questione della supremazia ebraica se spera di resistere efficacemente alla riforma giudiziaria, così anche il movimento globale che si oppone al genocidio non può ignorare la legislazione promossa dalla Knesset più estremista nella storia di Israele. Questa non è più solo una questione interna israeliana, ma parte di un più ampio attacco all’esistenza stessa del popolo palestinese.

Orly Noy è redattrice di Local Call [sito on line di informazione in ebraico co-edito con +972 Magazine, ndt.], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in lingua farsi. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem [ONG israeliana che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, ndt.] attivista del partito politico Balad [che rappresenta la componente palestinese in Israele, ndt.] La sua scrittura affronta le linee che si intersecano e definiscono la sua identità di Mizrahi [componente ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, migrante temporanea che vive a contatto interiore con un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra loro.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il visionario piano di pace palestinese per Israele e Gaza di cui non avete mai sentito parlare

Dahlia Scheindlin

26 novembre 2025 – Haaretz

Il documento di 51 pagine di un gruppo di studiosi e politologi palestinesi offre un cammino molto più chiaro verso la pace in Medio Oriente della risoluzione ONU o del piano in 20 punti di Trump

In appena una settimana, da quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione che conferma il piano in 20 punti per il cessate il fuoco del presidente USA Trump e una forza internazionale di stabilizzazione per Gaza, i peggiori timori di molti palestinesi sembrano essersi confermati.

Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, in risposta a quelle che sostiene essere violazioni di Hamas, Israele ha incrementato quotidianamente gli attacchi contro Gaza, uccidendo centinaia di persone, tra cui in media due minori al giorno. Hamas ha rilasciato tutti gli ostaggi vivi e la maggior parte di quelli uccisi il 7 ottobre. Eppure l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] rimane schierato e occupa oltre metà di Gaza, consente o limita gli aiuti a piacimento e la forza internazionale non si vede da nessuna parte.

Alcuni analisti si sono affrettati a protestare contro i difetti e i limiti della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Però, qual è l’alternativa? La via d’uscita preferita dai palestinesi non è immediatamente scontata, ma esiste.

Ci sono chiare puntualizzazioni da fare per ogni risposta. Hamas e Fatah sono entrambe ampiamente criticate dai palestinesi e possono difficilmente essere viste come rappresentative del popolo. E nessun palestinese può parlare per la vasta gamma di punti di vista all’interno della società civile.

Ma alcune voci palestinesi manifestano un significativo accordo su alcuni principi essenziali per un cessate il fuoco, una pace e un piano di ricostruzione palestinesi. Questi principi rispondono all’attuale processo guidato dagli USA, ma riflettono anche posizioni e richieste di lunga data che i palestinesi hanno espresso da anni.

Forse il progetto più complessivo, pragmatico, visionario per una soluzione è il Piano Palestinese per un Armistizio, reso noto all’inizio dell’anno. Scritto in collaborazione da un gruppo di studiosi e politologi palestinesi e sostenuto dalla Cambridge Initiative on Peace Settlements [Iniziativa di Cambridge per la Soluzione dei Conflitti, gruppo di accademici e studiosi impegnati nel trovare un’uscita da situazioni belliche, ndt.], questo documento in 51 pagine è ricco di dettagli su come gli autori propongono che Gaza debba passare dalla guerra al cessate il fuoco, all’intervento internazionale e alla pace.

Sia logico che ovvio

Rispondendo alla recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, i principi fondamentali per un miglior piano per il cessate il fuoco vanno dal logico all’ovvio. Primo, i critici palestinesi evidenziano ripetutamente che ogni piano promosso a livello internazionale dovrebbe includere nel processo i palestinesi. Il presidente Trump e la sua squadra dialogano regolarmente con i dirigenti israeliani mentre il Qatar è diventato di fatto il rappresentante di Hamas nei negoziati, benché Hamas non rappresenti quasi per niente i palestinesi.

Jamal Nusseibeh, co-autore palestinese-statunitense del Piano di Armistizio, che è anche uno studioso, giurista e finanziatore, spiega ad Haaretz che formalmente l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è ancora l’unica rappresentante riconosciuta dello Stato di Palestina e dovrebbe essere presente nei negoziati. Secondo, mentre i rappresentanti dei palestinesi hanno chiesto per anni un intervento internazionale, essi hanno ripetutamente insistito che ogni sforzo di questo genere deve basarsi sul diritto internazionale. L’attuale piano ignora le leggi internazionali in vario modo: evita di far riferimento alle passate risoluzioni ONU, per il Consiglio di Sicurezza chiaramente è come se non ci fossero mai state.

Nonostante il riconoscimento [da parte dell’ONU] come Stato osservatore non membro e il riconoscimento da parte di circa 160 singoli Stati, l’attuale risoluzione aspira ad uno Stato remoto e ipotetico invece di trattare fin da ora la Palestina come uno Stato sovrano. Ciò rende vani i recenti riconoscimenti da parte della Francia e del Regno Unito, due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Il diritto internazionale richiede anche di rispettare il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024, che ha sentenziato che l’occupazione dei territori palestinesi nel suo complesso è illegale e deve finire. Ciò significherebbe insistere sul fatto che Israele si ritiri dal territorio sovrano palestinese contestualmente all’ingresso di una forza internazionale per la transizione verso un governo palestinese. Dal punto di vista palestinese in base a queste condizioni una forza internazionale è benvenuta: un intero capitolo del Piano Palestinese di Armistizio è dedicato alla questione.

Al contrario molti temono che l’attuale Forza Internazionale di Stabilizzazione (FIS) prevista dalla risoluzione dell’ONU sia destinata o persino progettata per congelare lo status quo. Nusseibeh nota che pertanto i palestinesi la considerano una “legalizzazione dell’occupazione” o una “supervisione colonialista” come in un articolo di Yara Hawari, co-direttrice di Al-Shabaka, un centro studi politico palestinese. Nessun palestinese con cui ho parlato crede alla vaga menzione nella risoluzione a “una commissione tecnocratica, apolitica” palestinese per Gaza, all’eventuale ritorno dell’ANP o a una “sovranità” raccomandata e futuribile.

Poi un terzo principio coincide con il risultato finale di interventi internazionali riusciti in tutto il mondo: un punto di arrivo con uno status politico definitivo. Politicamente, afferma Nusseibeh, un piano palestinese per un intervento internazionale deve trattare la Palestina come uno Stato.

Ci sono importanti implicazioni per definire l’obiettivo finale della sovranità palestinese come l’obiettivo della FIS. Per esempio ciò comporterebbe un mandato per Gaza e anche per la Cisgiordania, dove i palestinesi hanno bisogno di protezione dall’ultima ondata di attacchi terroristici ebraici.

Il Piano di Armistizio Palestinese spiega: “Per appoggiare la transizione all’autodeterminazione dei palestinesi il mandato della forza di pace dovrebbe riguardare tutti i TPO [Territori Palestinesi Occupati, ndt.], consentendo alle truppe di garantire la sicurezza e agire come una forza di interposizione tra israeliani e palestinesi.

Il suo mandato dovrebbe essere non solo di monitorare le violazioni, ma anche di rafforzare la pace; di conseguenza le sue truppe dovrebbero sostituire le forze israeliane nei TPO. Più sinteticamente, Nusseibeh ha scritto di recente che la regione ha bisogno di “una forza di pace per la Palestina, non di una forza di stabilizzazione per Gaza.”

Inoltre egli vede questa iniziativa verso la sovranità con la protezione fisica internazionale come il principale incentivo per Hamas a deporre le armi, in quanto senza l’occupazione la resistenza diventerebbe inutile, e a unirsi all’OLP. Omar Rahman, membro del Middle East Council on Global Affairs [Consiglio del Medio Oriente sulle Questioni Globali, istituzione indipendente di studi politici, ndt.] con sede a Doha, concorda: “Accetterebbero di cedere le armi e sciogliersi come parte di questo processo politico in corso per porre fine all’occupazione,” dice ad Haaretz.

Ciò significa accettare il quadro dei due Stati. Più di una volta Hamas ha indicato la propria disponibilità a un percorso di integrazione con l’OLP, molto più di quanto Hamas abbia mai accettato di cedere le armi nell’attuale vuoto politico.

Un orizzonte per il disarmo di Hamas, a sua volta, potrebbe indurre Paesi molto sollecitati ma ancora non impegnati come Indonesia, Egitto, Azerbaijan ed altri, a partecipare alla FIS. Al momento la loro partecipazione è ancora “legata a un orizzonte politico e (senza questo) non saranno disposti a rimanere intrappolati a Gaza a fare il lavoro sporco per Israele,” afferma Rahman.

Non sono considerazioni da poco: il percorso palestinese agevolerebbe quello che Trump sostiene di voler fare.

Infine, alcuni palestinesi sono infuriati perché il processo internazionale non include un meccanismo perché Israele debba rendere conto delle sue azioni. Una rete di organizzazioni della società civile palestinese in Palestina ha incluso nella propria lista di richieste alla comunità internazionale in risposta al Consiglio di Sicurezza un meccanismo di verifica delle responsabilità: “Giudizio per le atrocità di massa storiche e attuali di Israele, includendo l’appoggio alla costituzione di un meccanismo internazionale, imparziale e indipendente per indagare i crimini commessi contro il popolo palestinese.”

Quando gli viene chiesto dei crimini commessi da Hamas contro gli israeliani Rahman risponde che, se il processo per chiamarne a rispondere si basa sul diritto internazionale, allora entrambe le parti dovrebbero pagarne le conseguenze, compreso Hamas. Ma sottolinea che quasi tutti quelli che hanno pianificato il 7 ottobre sono già morti. Nusseibeh ritiene che sarebbe “utile se ci fosse un qualche riferimento almeno a quello che molte persone ormai chiamano un genocidio.”

Argomenti su cui sperare

Questo elenco di problemi riguardo al piano di Trump non è esaustivo, ma non lo sono neppure le soluzioni che vengono dagli stessi palestinesi. Alcune ulteriori iniziative affrontano le questioni più immediate, come il gruppo di Comuni di Gaza che ha guidato il notevole progetto di ricostruzione “Pheonix-Gaza”.

Ingegneri, architetti, studenti e ricercatori universitari hanno prodotto insieme un documento di ampiezza e ottimismo straordinari dedicato alla ricostruzione di case, salute, educazione, quartieri, antichità e altro. Ciò di cui c’è bisogno sono un cessate il fuoco e un orizzonte politico per attirare stanziamenti e fondi esteri.

Tra i palestinesi i principi, la visione e i progetti ci sono. Nusseibeh solleva un elemento finale che la comunità internazionale può fornire e di cui la popolazione della regione, israeliani e palestinesi, ha disperatamente bisogno. In riferimento al processo di pace del passato, afferma: “L’unico modo in cui possiamo iniziare a uscire dal baratro in cui ci troviamo ora è dare speranza. E questa speranza verrà se avremo una spinta internazionale ben strutturata verso una pace a lungo termine.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Testo integrale della risoluzione statunitense per Gaza approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Redazione di MEE

18 novembre 2025-Middle East Eye

La risoluzione 2803 delle Nazioni Unite affida a Donald Trump il controllo di Gaza e, usando un linguaggio vago, afferma che se determinati obiettivi saranno raggiunti, potrebbe aprirsi la strada alla creazione di uno Stato palestinese

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il piano in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per Gaza che sostiene la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione e un possibile “percorso verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese” se determinati obiettivi saranno raggiunti.

La risoluzione, approvata con 13 voti favorevoli e 0 contrari, con l’astensione di Cina e Russia, assegnerà a Donald Trump il controllo supremo di Gaza e vedrà il suo “consiglio di pace” supervisionare truppe multinazionali di mantenimento della pace, un comitato di tecnocrati palestinesi e una forza di polizia locale, per un periodo di due anni.

Non è chiaro chi altro farà parte del “consiglio per la pace”, ma Trump ha dichiarato sui social media che sarà “presieduto da me e includerà i leader più potenti e rispettati del mondo”.

La risoluzione afferma che le truppe di stabilizzazione contribuiranno a proteggere le aree di confine insieme a una forza di polizia palestinese addestrata e selezionata e che si coordinerà con altri paesi per garantire il flusso di aiuti umanitari a Gaza.

Afferma che questa forza dovrebbe consultarsi e cooperare strettamente con i vicini Egitto e Israele.

Chiede inoltre che essa garantisca “il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza” e “lo smantellamento permanente delle armi dei gruppi armati non statali”. La risoluzione autorizza la forza di stabilizzazione a “utilizzare tutte le misure necessarie per adempiere al suo mandato”.

Hamas, che non ha accettato il disarmo, ha respinto la risoluzione affermando che non soddisfa i diritti e le richieste dei palestinesi e cerca di imporre un’amministrazione fiduciaria internazionale sull’enclave a cui i palestinesi e le fazioni della resistenza si oppongono.

“Assegnare alla forza internazionale compiti e ruoli all’interno della Striscia di Gaza, incluso il disarmo della resistenza, la priva della sua neutralità e la trasforma in una parte del conflitto a favore dell’occupazione,” ha affermato il gruppo.

La risoluzione afferma che le forze israeliane si ritireranno da Gaza “sulla base di standard, traguardi e tempi legati alla smilitarizzazione” che saranno concordati dalla forza di stabilizzazione, dalle forze israeliane, dagli Stati Uniti e dai garanti del cessate il fuoco.

La risoluzione, utilizzando un linguaggio vago e non impegnativo, afferma inoltre che se l’Autorità Nazionale Palestinese si riformasse “fedelmente” e la ricostruzione di Gaza procedesse, “potrebbero esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese”.

È possibile leggere la risoluzione integrale qui:

Risoluzione 2803 (2025)

Adottata dal Consiglio di Sicurezza nella sua 10046ª riunione, il 17 novembre 2025

Il Consiglio di Sicurezza,

Accogliendo con favore il Piano Globale per porre fine al conflitto di Gaza del 29 settembre 2025 (“Piano Globale”), e applaudendo gli Stati che lo hanno firmato, accettato o approvato e accogliendo inoltre con favore la storica Dichiarazione di Trump per una pace e una prosperità durature del 13 ottobre 2025 e il ruolo costruttivo svolto dagli Stati Uniti d’America, dallo Stato del Qatar, dalla Repubblica Araba d’Egitto e dalla Repubblica di Turchia, nell’aver facilitato il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza,

Accertando che la situazione nella Striscia di Gaza minaccia la pace regionale e la sicurezza degli Stati confinanti e prendendo atto delle precedenti risoluzioni in merito del Consiglio di Sicurezza relative alla situazione in Medio Oriente, inclusa la questione palestinese,

1. Approva il Piano globale, riconosce che le parti lo hanno accettato e le invita ad attuarlo nella sua interezza, compreso il mantenimento del cessate il fuoco, in buona fede e senza indugio;

2. Accoglie con favore l’istituzione del Board of Peace (BoP) come amministrazione transitoria dotata di personalità giuridica internazionale, che definirà il quadro e coordinerà i finanziamenti per la riqualificazione di Gaza, conformemente al Piano Globale e ai pertinenti principi giuridici internazionali, fino a quando l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non avrà completato in modo soddisfacente il suo programma di riforme, come delineato in diverse proposte, tra cui il piano di pace del Presidente Trump del 2020 e la proposta franco-saudita, e potrà riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace. Dopo che il programma di riforma dell’ANP sarà stato fedelmente portato a termine e la riqualificazione di Gaza sarà progredita, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese. Gli Stati Uniti avvieranno un dialogo tra Israele e i palestinesi per concordare un orizzonte politico per una coesistenza pacifica e prospera;

3. Sottolinea l’importanza della piena ripresa degli aiuti umanitari in cooperazione con il BoP nella Striscia di Gaza, in modo coerente con i pertinenti principi giuridici internazionali e attraverso organizzazioni cooperanti, tra cui le Nazioni Unite, il Comitato internazionale della Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa, e garantendo che tali aiuti siano utilizzati esclusivamente per scopi pacifici e non dirottati da gruppi armati;

4. Autorizza gli Stati membri che partecipano al BoP e il BoP a: (A) stipulare gli accordi necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano globale, compresi quelli relativi ai privilegi e alle immunità del personale della forza stabiliti nel paragrafo 7 di seguito; (B) istituire entità operative dotate, se necessario, di personalità giuridica internazionale e autorità transazionali per l’esecuzione delle sue funzioni, tra cui: (1) l’attuazione di un’amministrazione di governance transitoria, compresa la supervisione e il supporto di un comitato tecnocratico palestinese apolitico di palestinesi competenti della Striscia, come sostenuto dalla Lega araba, che sarà responsabile delle operazioni quotidiane del servizio civile e dell’amministrazione di Gaza; (2) la ricostruzione di Gaza e dei programmi di ripresa economica; (3) il coordinamento, il supporto e la fornitura di servizi pubblici e assistenza umanitaria a Gaza; (4) qualsiasi misura per facilitare il movimento delle persone dentro e fuori Gaza, in modo coerente con il Piano globale; (5) qualsiasi compito aggiuntivo necessario per supportare e attuare il Piano globale;

5. Intende che le entità operative di cui al paragrafo 4 di cui sopra opereranno sotto l’autorità transitoria e la supervisione del BoP e saranno finanziate attraverso contributi volontari da parte di donatori, veicoli di finanziamento del BoP e governi;

6. Invita la Banca Mondiale e altre istituzioni finanziarie a facilitare e fornire risorse finanziarie per sostenere la ricostruzione e lo sviluppo di Gaza, anche attraverso l’istituzione di un fondo fiduciario dedicato a tale scopo e gestito dai donatori;

7. Autorizza gli Stati membri che collaborano con il BoP e il BoP a istituire una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) temporanea a Gaza da schierare sotto un comando unificato accettabile per il BoP, con forze fornite dagli Stati partecipanti, in stretta consultazione e cooperazione con la Repubblica Araba d’Egitto e lo Stato di Israele, e ad adottare tutte le misure necessarie per svolgere il suo mandato nel rispetto del diritto internazionale, incluso il diritto internazionale umanitario. L’ISF collaborerà con Israele ed Egitto, fatti salvi i loro accordi esistenti, insieme a una nuova forza di polizia palestinese, opportunamente addestrata e selezionata, per contribuire a proteggere le aree di confine; stabilizzare il contesto di sicurezza a Gaza assicurando il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza, inclusa la distruzione e l’impedimento della ricostruzione delle infrastrutture militari, terroristiche e offensive, nonché la dismissione permanente delle armi dei gruppi armati non statali; proteggere i civili, comprese le operazioni umanitarie; addestrare e fornire supporto a selezionate forze di polizia palestinesi; coordinarsi con gli Stati interessati per proteggere i corridoi umanitari; e intraprendere ulteriori compiti che possano essere necessari a supporto del Piano Globale. Man mano che la Forze Internazionali di Stabilizzazione (ISF) stabiliscono controllo e stabilità le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si ritireranno dalla Striscia di Gaza in base a standard, traguardi e tempistiche legate alla smilitarizzazione che saranno concordati tra le IDF, le ISF, i garanti e gli Stati Uniti, fatta eccezione per una presenza perimetrale di sicurezza che rimarrà fino a quando Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica. Le ISF dovranno: (A) assistere il BoP nel monitoraggio dell’attuazione del cessate il fuoco a Gaza e stipulare gli accordi necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano Globale; (B) operare sotto la guida strategica del BoP e saranno finanziate attraverso contributi volontari da donatori, veicoli di finanziamento del BoP e governi;

8. Decide che il BoP e le presenze civili e di sicurezza internazionali autorizzate dalla presente risoluzione rimarranno autorizzate fino al 31 dicembre 2027, fatte salve ulteriori azioni da parte del Consiglio, e che qualsiasi ulteriore rinnovo dell’ autorizzazione dell’ISF avverrà in piena cooperazione e coordinamento con Egitto e Israele e con gli altri Stati membri che continueranno a collaborare con l’ISF;

9. Invita gli Stati membri e le organizzazioni internazionali a collaborare con il BoP per individuare opportunità di contribuire con personale, attrezzature e risorse finanziarie alle sue entità operative e all’ISF, a fornire assistenza tecnica alle sue entità operative e all’ISF e a dare pieno riconoscimento ai suoi atti e documenti;

10. Richiede al BoP di fornire ogni sei mesi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una relazione scritta sui progressi compiuti in relazione a quanto sopra;

11. Decide di conservare la propria competenza sulla questione.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




“Tutto è ammesso”: i crimini di guerra israeliani a Gaza raccontati in un documentario britannico

Simon Speakman Cordall

11 novembre 2025 – Aljazeera

Il nuovo film, che presenta testimonianze dirette di soldati israeliani a Gaza, rivela un campionario di abusi sistematici.

Nel corso di un nuovo documentario che presenta testimonianze di soldati israeliani impiegati a Gaza, dopo circa 30 minuti dall’inizio un soldato riflette sull’enclave dopo mesi di guerra israeliana: “Caldo terribile. Sabbia. Fetore. E cani che vagano in branco. Mangiano cadaveri… È orribile… È una specie di apocalisse zombie. Niente alberi. Niente cespugli. Niente strade. Non c’è nulla”.

Il documentario Breaking Ranks: Inside Israels War [Rompere i ranghi: nel cuore della guerra israeliana, ndt.], andato in onda lunedì [10 novembre, ndt.] sulla rete britannica ITV, presenta le testimonianze di soldati israeliani: alcuni parlano della vergogna provata per aver partecipato a ciò che riconoscono essere un genocidio, altri descrivono senza esitazioni la natura di quella guerra.

Sono compresi i dettagli di regole sull’apertura del fuoco quasi del tutto avulse da possibili giustificazioni, la distruzione totale di proprietà e case, l’uso sistematico di scudi umani, la guerra con i droni e le uccisioni indiscriminate legate a un sistema di aiuti militarizzato.

“La gente non ci pensa”, dice alla telecamera uno dei soldati, citato come Eli. “Perché se ci pensi, vorresti suicidarti.

“Quando ti prendi un momento per pensarci, ti viene voglia di urlare”, dice, con il volto oscurato per nascondere la sua identità.

Fuoco libero

Nei suoi due anni di guerra genocida a Gaza Israele ha ucciso più di 69.000 persone e ne ha ferite centinaia di migliaia. Le agenzie internazionali affermano che ci vorranno decenni prima che l’enclave si riprenda, se mai ci riuscirà.

L’intelligence israeliana sostiene che l’83% delle persone uccise a Gaza erano civili.

“‘Non ci sono civili a Gaza’, lo sentiamo dire continuamente”, riferisce Daniel, comandante di un’unità corazzata israeliana. Un’altra collaboratrice, il maggiore Neta Caspin, descrive una conversazione con il rabbino della sua brigata.

Racconta: “[Lui] si è seduto accanto a me e ha passato mezz’ora a spiegarmi perché dobbiamo comportarci come loro [Hamas] il 7 ottobre 2023. Che dobbiamo vendicarci di tutti loro, civili compresi… che questo è il solo modo”.

Il 7 ottobre 2023 Il braccio armato di Hamas ha condotto un attacco contro Israele, durante il quale sono morte 1.139 persone e circa 250 sono state fatte prigioniere.

Il capitano Yotam Vilk del Corpo Corazzato descrive la sospensione di tutte le regole sull’apertura del fuoco contro i civili – secondo le quali questi dovrebbero disporre dei mezzi, dell’intenzione e della capacità di rappresentare una minaccia per i soldati israeliani.

“Non esistono mezzi, intenzioni e capacità a Gaza”, spiega Vilk. “Basta un semplice sospetto che i civili si muovano dove non è permesso'”, dice, descrivendo l’ambiente sovraffollato e caotico di Gaza, dove i limiti precisi ai movimenti sono noti quasi esclusivamente alle truppe israeliane.

“Chiunque oltrepassi il limite viene automaticamente considerato un criminale e può essere ucciso”, aggiunge Vilk.

Zanzare

Durante la sua guerra Israele ha negato il crescente numero di accuse di crimini di guerra da parte di molteplici organismi, sostenendo di aver indagato su qualsiasi accusa credibile.

Tuttavia ad agosto un rapporto dell’organismo di monitoraggio britannico Action on Armed Violence (AOAV) [azione contro la violenza armata] ha rivelato che, delle poche indagini sulle accuse di crimini di guerra da parte degli investigatori militari, tra cui l’uccisione di 15 paramedici ad aprile, poche hanno portato a una risposta.

Rispondendo alle smentite israeliane di non aver utilizzato scudi umani, il comandante carrista Daniel ha chiarito che l’esercito “sta mentendo”.

“Si chiama ‘protocollo zanzara'”, dice riferendosi alla pratica di routine di catturare civili palestinesi, agganciare loro un iPhone e usarli per esplorare a distanza presunti centri di Hamas.

“Ogni compagnia ha la sua ‘zanzara'”, aggiunge, alludendo ai palestinesi catturati come insetti. “Si tratta di tre palestinesi per battaglione, da nove a dodici per brigata, poi decine, se non centinaia, per divisione”.

Daniel ricorda che alcuni soldati della sua unità avevano deciso di rilasciare due adolescenti catturati come scudi umani, preoccupati di incorrere in una violazione del diritto internazionale, e aggiunge che allora un alto ufficiale aveva affermato: “I soldati non hanno bisogno di conoscere il diritto internazionale, ma solo lo ‘spirito [militare israeliano]“.

Distruzione

Secondo l’ONU durante i suoi due anni di guerra a Gaza Israele ha distrutto o danneggiato il 92% del patrimonio abitativo e sfollato più volte almeno 1,9 milioni di persone.

Tutte le istituzioni che compongono una società, dalle università agli ospedali, sono state prese di mira e distrutte. I video caricati sui social media dai soldati israeliani mostrano un’orgia di violenza, con case e beni palestinesi saccheggiati ed esposti al ridicolo dai soldati.

“Senti che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e che puoi fare qualsiasi cosa”, ha detto un militare di leva che ha dichiarato di chiamarsi solo “Yaakov”. “Non per vendetta, ma semplicemente perché puoi”.

Altri partecipanti hanno raccontato di aver bruciato regolarmente le case palestinesi o di aver esultato davanti alle demolizioni.

Parlando dall’insediamento illegale israeliano di Beit El, nella Cisgiordania occupata, il giudice rabbinico Avraham Zarbiv, oggetto di una denuncia per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale, si è vantato di aver guidato un bulldozer per distruggere case e beni della gente durante la sua permanenza a Gaza.

“Pubblico molti video”, dice, prima di passare a uno in cui lo si vede alla guida di un bulldozer, mentre distrugge case in palese violazione del diritto internazionale.

“Fino alla fine, fino alla vittoria, fino all’insediamento coloniale. Non ci arrenderemo finché questo villaggio non sarà spazzato via”, dice nel video, spiegando alla telecamera come il suo filmato “sollevi il morale dei soldati”.

Proseguendo, Zarbiv si è attribuito il merito di aver introdotto la tattica di distruggere intere case, ormai diventata comune.

“Abbiamo cambiato il comportamento di un intero esercito”, si vanta. “Rafah è stata rasa al suolo. Jabalia è stata rasa al suolo. Beit Hanoon è stata rasa al suolo. Shujayea è stata rasa al suolo. E Khan Younis è stata rasa al suolo.”

Vergogna

Un altro soldato ha descritto lesperienza di restare seduto in uno scantinato, mezzo svestito, e uccidere palestinesi a distanza tramite un drone, incoraggiato da media e da unopinione pubblica che, come ha detto Yaakov, sergente di plotone e presente nel film, non sapevano né volevano sapere cosa stesse accadendo a Gaza.

Qualsiasi vita che non fosse israeliana contava poco, dice Eli, mentre Yaakov descrive come, da un’altra parte, i soldati del programma di aiuti privato israelo-americano, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), “aprissero il fuoco, anche senza vedere una minaccia concreta”.

Alcuni dei partecipanti hanno riconosciuto di aver preso parte a un genocidio; altri hanno ammesso di aver causato sofferenze.

“Tutte le moschee, quasi tutti gli ospedali, quasi tutte le università, ogni istituzione culturale è stata distrutta”, ha detto Yaakov rivolgendosi alla telecamera.

Avete distrutto una società. Non è necessario ucciderli uno a uno per distruggere ogni traccia della società che c’era prima.

“Spero di poter trovare un modo per vivere senza provare vergogna qualsiasi cosa faccia.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Quante volte Israele ha violato il cessate il fuoco a Gaza? Ecco i numeri.

AJLabs

11 novembre 2025 – Al Jazeera

Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, un mese fa, gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 242 palestinesi e ne hanno feriti 622.

A un mese dalla dichiarazione del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza Israele ha violato l’accordo con attacchi quasi quotidiani uccidendo centinaia di persone.

Dal 10 ottobre al 10 novembre l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza afferma che Israele ha violato l’accordo di cessate il fuoco almeno 282 volte con la prosecuzione di attacchi aerei, di artiglieria e sparatorie dirette.

L’ufficio ha affermato che Israele ha sparato contro i civili 88 volte, ha fatto irruzione in aree residenziali oltre la “linea gialla” 12 volte, ha bombardato Gaza 124 volte e ha demolito proprietà private in 52 occasioni. Ha aggiunto che Israele nell’ultimo mese ha anche arrestato 23 palestinesi di Gaza.

Israele ha inoltre continuato a bloccare gli aiuti umanitari vitali e a distruggere case e infrastrutture in tutta la Striscia.

Al Jazeera monitora le violazioni del cessate il fuoco fino ad oggi/fin dal loro inizio.

Quali sono i termini del cessate il fuoco?

Il 29 settembre gli Stati Uniti hanno presentato una proposta in 20 punti, senza alcun contributo palestinese, per porre fine alla guerra di Israele a Gaza, liberare i prigionieri rimasti nell’enclave, consentire il pieno ingresso degli aiuti umanitari nel territorio assediato e delineare un ritiro delle forze israeliane in tre fasi.

Alcune delle principali condizioni della prima fase, attualmente in corso, includono:

La fine delle ostilità a Gaza da parte di Israele e Hamas

La revoca del blocco di tutti gli aiuti a Gaza da parte di Israele e la cessazione delle sue interferenze nella distribuzione degli aiuti

Il rilascio di tutti i prigionieri detenuti a Gaza, vivi o morti, da Hamas

Il rilascio di circa 2.000 prigionieri palestinesi e persone scomparse dalle carceri israeliane

Il ritiro delle forze israeliane sulla “linea gialla”

A seguito della mediazione di partner come Egitto, Qatar e Turchia i rappresentanti di circa 30 paesi si sono riuniti il ​​13 ottobre per una cerimonia, guidata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di firma dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza.

Tuttavia si notava l’assenza di Israele e Hamas e ciò sollevava dubbi sulla capacità del vertice di ottenere progressi tangibili verso la fine della guerra e la risoluzione delle questioni fondamentali dell’occupazione israeliana e dell’assedio di Gaza durato 18 anni. Israele si è impegnato a non consentire la nascita di uno Stato palestinese e gli Stati Uniti hanno continuato a trasferire armi su larga scala e a fornire sostegno diplomatico a Israele durante la sua guerra genocida contro Gaza, pur rilasciando solo vaghe dichiarazioni sul futuro di Gaza.

Israele attacca Gaza quasi ogni giorno

Secondo un’analisi di Al Jazeera Israele ha attaccato Gaza in 25 degli ultimi 31 giorni di cessate il fuoco, il che significa che sono solo sei i giorni in cui non sono stati segnalati attacchi violenti, morti o feriti.

Nonostante i continui attacchi gli Stati Uniti insistono sul fatto che il “cessate il fuoco” sta ancora tenendo.

Israele continua a uccidere palestinesi

Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute palestinese dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a mezzogiorno del 10 ottobre Israele ha ucciso almeno 242 palestinesi e ne ha feriti 622.

Il 19 e il 29 ottobre – due dei giorni più sanguinosi dall’ultimo cessate il fuoco – Israele ha ucciso un totale di 154 persone.

Il 19 ottobre, accusando Hamas di aver violato il cessate il fuoco in seguito all’uccisione di due soldati israeliani a Rafah, le forze israeliane hanno ucciso 45 persone in una massiccia ondata di raid aerei su tutta la Striscia di Gaza.

Il braccio armato di Hamas, le Brigate Qassam, ha sottolineato che Israele controlla l’area di Rafah e di non aver avuto contatti con alcun combattente palestinese in quella zona.

Il 29 ottobre Israele ha ucciso 109 persone, tra cui 52 bambini, dopo uno scontro a fuoco a Rafah in cui è rimasto ucciso un soldato israeliano.

Israele ha anche affermato che un corpo trasferito da Gaza da Hamas tramite la Croce Rossa non apparteneva a uno dei prigionieri che avrebbero dovuto essere restituiti in base al cessate il fuoco.

“Gli israeliani hanno reagito, e dovevano farlo”, ha detto Trump ai giornalisti, definendo gli attacchi israeliani una “rappresaglia” per la morte del soldato.

Ecco gli ultimi dati del Ministero della Salute palestinese a Gaza che tracciano le vittime dal 7 ottobre 2023 al 10 novembre 2025:

Uccisi confermati: almeno 69.179 persone, inclusi 20.179 bambini.

Feriti: almeno 170.693 persone.

Israele continua a soffocare gli aiuti

Il cessate il fuoco prevedeva che “tutti gli aiuti sarebbero stati immediatamente inviati nella Striscia di Gaza”. Tuttavia, la realtà sul campo rimane molto diversa.

Secondo il Programma Alimentare Mondiale (WFP) solo la metà degli aiuti alimentari richiesti sta attualmente raggiungendo Gaza, mentre una coalizione di agenzie umanitarie palestinesi afferma che le consegne totali di aiuti ammontano a solo un quarto di quanto concordato nell’ambito del cessate il fuoco.

Dal 10 ottobre al 9 novembre solo 3.451 camion hanno raggiunto le destinazioni previste all’interno di Gaza, secondo la commissione delle Nazioni Unite di controllo e tracciamento UN2720 che monitora gli aiuti umanitari a Gaza.

Secondo gli autisti dei camion le consegne di aiuti stanno subendo ritardi significativi a causa delle ispezioni israeliane che richiedono molto più tempo del previsto.

Secondo l’Ufficio Stampa del Governo al 6 novembre solo 4.453 camion erano entrati a Gaza dall’inizio del cessate il fuoco su un totale previsto di 15.600.

Ciò costituisce una media di circa 171 camion al giorno, ben al di sotto dei 600 camion al giorno previsti.

Tuttavia la Casa Bianca afferma che quasi 15.000 camion carichi di merci commerciali e aiuti umanitari sono entrati a Gaza dal 10 ottobre, una cifra fortemente contestata dai palestinesi e dalle organizzazioni umanitarie.

Inoltre Israele ha bloccato più di 350 prodotti alimentari fondamentali per la nutrizione, tra cui carne, latticini e verdure essenziali per una dieta equilibrata. Sono stati invece consentiti alimenti non di base, come snack, cioccolato, patatine e bibite analcoliche.

Hamas ha rilasciato i prigionieri che avrebbe dovuto restituire?

Il 13 ottobre, in base all’accordo di cessate il fuoco, Hamas ha rilasciato tutti i 20 prigionieri israeliani ancora in vita in cambio di 250 palestinesi che scontano lunghe pene detentive e di 1.700 palestinesi scomparsi da Israele dal 7 ottobre 2023.

Come parte dell’accordo, Hamas dovrebbe anche restituire i corpi di 28 prigionieri israeliani in cambio di 360 corpi palestinesi detenuti da Israele.

Al 10 novembre Hamas aveva restituito i corpi di 24 prigionieri israeliani, mentre quattro rimanevano a Gaza. Il l’organizzazione ha affermato di aver bisogno di mezzi di scavo pesanti per recuperare i corpi rimanenti sepolti sotto le macerie dei bombardamenti israeliani.

Israele ha finora restituito 300 corpi palestinesi, molti dei quali mutilati e con segni di tortura. Molti rimangono non identificati.

Cosa dice il diritto internazionale sui cessate il fuoco?

Secondo il Lieber Institute un cessate il fuoco è concepito per interrompere i combattimenti attivi, o “congelare un conflitto sul posto”, ma per quanto concerne il diritto internazionale può presentare aspetti ambigui.

La sospensione delle ostilità è meglio intesa come cessazione delle operazioni militari ostili attive.

La ripresa delle ostilità violerebbe gli accordi politici, ma potrebbe non costituire una violazione del diritto internazionale, a meno che il cessate il fuoco non faccia parte di un trattato vincolante o di una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Cosa c’è dietro il nuovo piano israeliano sulla divisione in due di Gaza

Muhammad Shehada

31 ottobre 2025 – + 972 Magazine

Mentre Trump celebra la pace” Israele sta consolidando un nuovo regime fatto di confini fortificati, governo per procura e politica dell’esasperazione, sempre con lobiettivo finale dell’espulsione.

Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hamas l’amministrazione Trump ha salutato con entusiasmo l’inizio di un nuovo capitolo a Gaza. “Dopo tanti anni di guerra incessante e pericoli infiniti, oggi il cielo è calmo, le armi tacciono, le sirene tacciono e il sole sorge su una Terra Santa finalmente in pace”, ha dichiarato il presidente durante il suo discorso alla Knesset all’inizio di questo mese. Ma i fatti sul campo rivelano una realtà drammaticamente più cupa e gettano luce sul nuovo piano israeliano per la sottomissione permanente dell’enclave.

Con la cosiddetta “Linea Gialla”, Israele ha diviso la Striscia in due: una Gaza occidentale, che comprende il 42% dell’enclave, dove Hamas mantiene il controllo e dove sono ammassate oltre 2 milioni di persone; e una Gaza orientale, che comprende il 58% del territorio, completamente spopolato da civili e controllato dall’esercito israeliano e da quattro bande fantoccio.

Secondo il piano Trump questa linea di demarcazione sarebbe temporanea, la prima fase del graduale ritiro di Israele dalla Striscia per far posto ad una Forza Internazionale di Stabilizzazione che controlli il territorio. Invece le forze israeliane si stanno trincerando, rafforzando la divisione con terrapieni, fortificazioni e barriere che suggeriscono un passaggio verso la permanenza/stabilità.

La Gaza occidentale sta diventando simile al Libano meridionale, che l’esercito israeliano ha continuato a bombardare periodicamente dopo la firma di un cessate il fuoco con Hezbollah lo scorso novembre. Dall’inizio della tregua a Gaza attacchi aerei, droni e mitragliatrici israeliani hanno continuato a colpire la popolazione quotidianamente, solitamente con il pretesto infondato di “sventare un attacco imminente”, per rappresaglia contro presunti attacchi ai soldati israeliani o prendendo di mira individui che si avvicinano alla Linea Gialla. Finora, questi attacchi hanno ucciso oltre 200 palestinesi, tra cui decine di bambini.

Israele sta ancora limitando gli aiuti a Gaza occidentale, con una media di circa 95 camion in entrata al giorno durante i primi 20 giorni di cessate il fuoco, ben al di sotto dei 600 al giorno previsti dall’accordo tra Israele e Hamas. La maggior parte dei residenti ha perso la casa ma, con l’inverno alle porte, Israele continua a impedire l’ingresso di tende, roulotte, unità abitative prefabbricate e altri beni essenziali.

Gaza orientale, un tempo granaio dell’enclave, è ora una landa desolata. Colleghi e amici che vivono nelle vicinanze descrivono il rumore costante di esplosioni e demolizioni: soldati israeliani e coloni privati ​​stanno ancora sistematicamente radendo al suolo tutti gli edifici rimanenti, ad eccezione dei piccoli accampamenti destinati alle bande che vivono sotto la protezione dell’esercito israeliano e sono dotate di armi, denaro, veicoli e altri beni di lusso.

Israele non ha intenzione di lasciare la parte orientale a breve. L’esercito ha cementato la Linea Gialla con blocchi di cemento, inglobando nel contempo ampie fasce della Gaza occidentale, e il Ministro della Difesa Israel Katz si è apertamente vantato di aver autorizzato di far fuoco su chiunque si avvicini alla barriera, anche solo per cercare di raggiungere la propria casa. Alcuni rapporti suggeriscono che Israele stia anche pianificando di far avanzare ulteriormente la Linea Gialla all’interno di Gaza Ovest, ma sembra che per ora l’amministrazione Trump abbia rimandato questa mossa.

E in una conferenza stampa della scorsa settimana l’inviato di Trump, Jared Kushner, ha annunciato che la ricostruzione avverrà solo nelle aree attualmente sotto completo controllo dell’esercito israeliano, mentre il resto di Gaza rimarrà in macerie e cenere finché Hamas non deporrà del tutto le armi e metterà fine al suo governo.

Queste divisioni sempre più profonde tra Gaza orientale e e Gaza occidentale preannunciano quella che il Ministro israeliano per gli Affari Strategici Ron Dermer ha definito “la soluzione dei due Stati… all’interno di Gaza stessa”. Israele permetterebbe una ricostruzione simbolica nelle aree di Rafah governate dalle sue bande di mercenari, mentre il resto di Gaza Est diventerebbe probabilmente una zona cuscinetto rasa al suolo e una discarica per Israele. In questo scenario Gaza Ovest rimarrebbe in un perpetuo stato di guerra, devastazione e privazioni.

Questa non è una ricostruzione postbellica ma piuttosto una politica dell’esasperazione imposta attraverso muri, la costante minaccia di violenza militare e reti di collaborazionisti. Gaza viene ricostruita non per il bene del suo popolo, ma per consolidare il controllo israeliano permanente e promuovere il suo obiettivo di lunga data: costringere i palestinesi a lasciare la Striscia.

Hamas riafferma il controllo

Da parte sua, Hamas ha cercato di riaffermare il controllo a Gaza ovest per far fronte al collasso sociale provocato da Israele in due anni di genocidio. Non appena il cessate il fuoco è entrato in vigore Hamas ha avviato una stretta sulla sicurezza per perseguire i criminali e disarmare i clan e le milizie sostenute da Israele.

La campagna ha raggiunto l’apice con l’esecuzione pubblica di otto presunti collaborazionisti, insieme a pesanti scontri con il clan Daghmoush: una calcolata dimostrazione di forza volta a intimidire i gruppi rivali. La strategia è sembrata efficace: diverse famiglie hanno presto consegnato le armi ad Hamas senza combattere.

Con questa campagna Hamas mira anche a comunicare, sia a livello nazionale che internazionale, che non è stata sconfitta nonostante le ingenti perdite subite durante la guerra, e che non può essere messa da parte nei dibattiti sul futuro di Gaza. Allo stesso tempo l’organizzazione sta cercando di ripristinare una parvenza di ordine civile e di vendicarsi dei membri di bande e dei criminali che hanno sfruttato il caos della guerra per saccheggiare e depredare i civili. Questo fa anche parte di uno sforzo per recuperare legittimità dopo aver perso gran parte del sostegno popolare a causa della vasta distruzione di Gaza.

Nel frattempo il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha cercato disperatamente di convincere Trump a consentire a Israele di riprendere il genocidio, approfittando di episodi isolati a Rafah per giustificare una nuova azione militare: in un caso due soldati israeliani sarebbero rimasti uccisi nel transitare su degli ordigni inesplosi; in un altro, dei soldati sono stati attaccati da quella che sembrava essere una piccola cellula di Hamas, inconsapevole del cessate il fuoco o senza rapporto con la catena di comando dell’organizzazione.

Netanyahu ha anche trasformato in un’arma il giro di vite sulla sicurezza da parte di Hamas, descrivendola come una strage contro i civili, e ha accusato l’organizzazione di rifiutarsi di restituire i corpi degli ostaggi o di cedere le armi, il tutto nel tentativo di convincere Washington a dare il via libera a una nuova offensiva a Gaza con il pretesto di fare pressione su Hamas.

Il presidente degli Stati Uniti, ancora euforico per la rara ondata di copertura mediatica positiva che circonda il cessate il fuoco a Gaza, ha finora frenato Israele, anche se non è chiaro per quanto tempo durerà. Il capo di stato maggiore congiunto è il prossimo in lizza per fare da babysitter a Netanyahu, dopo le visite di Trump, del vicepresidente J.D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio.

Per ora il presidente è determinato a mantenere il cessate il fuoco, anche solo nominalmente, per evitare di dare l’impressione di un fallimento o di essere stato preso in giro da Netanyahu. Ma il primo ministro israeliano scommette che, col tempo, Trump si lascerà distrarre dalla prossima grande novità, perderà interesse per Gaza e gli darà di nuovo mano libera.

Nuova Rafah’

Ma se non fosse in grado di tornare a un attacco su vasta scala, il piano di riserva di Israele è quello di persuadere la Casa Bianca a limitare la ricostruzione alla parte orientale di Gaza controllata da Israele, iniziando da Rafah – convenientemente situata lungo il confine con l’Egitto, dove sono già fuggiti oltre 150.000 abitanti di Gaza (in questi piani in particolare non figura nessun accenno di ricostruzione nel nord, in aree come Beit Lahiya). Secondo quanto riportato dai media israeliani, la città ricostruita – che includerebbe “scuole, cliniche, edifici pubblici e infrastrutture civili” – sarebbe circondata da una vasta area cuscinetto, che di fatto costituirebbe una “zona di morte”.

Alla fine Israele potrebbe consentire o persino incoraggiare i palestinesi a trasferirsi nelle aree ricostruite di Rafah, come “zona sicura” nella Striscia dove i civili possono fuggire da Hamas (un’argomentazione che le voci filo-israeliane nei media americani hanno cercato di vendere). Poiché Hamas non può essere completamente eliminata da Gaza, come ha recentemente ammesso Amit Segal, editorialista politico israeliano e alleato di Netanyahu, l’unico “futuro” per i palestinesi nell’enclave sarà nella parte orientale smilitarizzata sotto il controllo israeliano.

“Una nuova Rafah… questa sarebbe la Gaza moderata”, ha detto Segal a Ezra Klein del New York Times. “E l’altra Gaza sarebbe quella che giace tra le rovine di Gaza City e i campi profughi nel centro della Striscia“.

Attualmente gli unici abitanti palestinesi a Rafah sono membri della milizia di Yasser Abu Shabab, un gruppo legato all’ISIS, armato, finanziato e protetto da Israele. Sembra altamente improbabile che molti palestinesi accettino di vivere sotto il dominio di un signore della guerra, uno spacciatore pregiudicato e collaborazionista che ha sistematicamente saccheggiato le scorte alimentari e imposto la fame a Gaza per ordine di Israele. Inoltre chiunque attraversi la Striscia di Gaza orientale controllata da Israele rischia di essere visto come un collaborazionista, come è successo al noto attivista anti-Hamas Moumen Al-Natour, fuggito dalla recente repressione di Hamas verso il territorio di Abu Shabab e successivamente rinnegato dalla sua famiglia.

Anche se alcuni abitanti di Gaza accettassero per disperazione di trasferirsi a Rafah Israele non consentirebbe un semplice spostamento in massa dalla Gaza occidentale a quella orientale, invocando il pretesto di impedire l’infiltrazione di Hamas nella moltitudine. Il piano delle “bolle di sicurezza”, proposto per la prima volta dall’allora Ministro della Difesa Yoav Gallant nel giugno 2024, che prevedeva la creazione di 24 campi chiusi in cui la popolazione di Gaza sarebbe stata gradualmente trasferita, fornisce un modello: l’esercito israeliano probabilmente ispezionerebbe a fondo ogni individuo prima di concedergli l’autorizzazione a recarsi nella Striscia di Gaza orientale, dando inevitabilmente vita a un lungo e invasivo processo burocratico basato sull’intelligenza artificiale che renderebbe i richiedenti vulnerabili al ricatto delle agenzie di sicurezza israeliane, che potrebbero richiedere una collaborazione in cambio dell’ingresso.

Israele ha chiarito ampiamente che chiunque attraversi il confine per entrare in quella “zona sterile” di Rafah non potrà più tornare dall’altra parte di Gaza, trasformando Rafah in un “campo di concentramento”, come ha affermato l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert. Molti palestinesi eviteranno quindi di entrare nella Gaza orientale per paura che, se Israele riprendesse il genocidio con la sua precedente intensità, potrebbero essere spinti in Egitto. Infatti, pur predisponendo piani per consentire la ricostruzione di Rafah, l’esercito israeliano continua a demolire e far saltare in aria le case e gli edifici rimasti in quella stessa area.

In definitiva, la “Nuova Rafah” israeliana fungerebbe da villaggio Potemkin, una facciata esterna per far credere al mondo che la situazione sia migliore di quanto non lo sia nella realtà, offrendo solo un riparo rudimentale e una sicurezza lievemente maggiore ai palestinesi che vi si rifugiassero. E senza una ricostruzione completa o un orizzonte politico, questo piano sembra assomigliare a quanto promesso dal Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich a maggio: “I cittadini di Gaza saranno concentrati nel sud. Saranno totalmente in preda alla disperazione nel comprendere che non c’è speranza e nulla da cercare a Gaza, e chiederanno di essere trasferiti altrove per iniziare una nuova vita”.

Il disarmo come trappola

Indipendentemente dal fatto che nella parte orientale di Gaza la ricostruzione proceda o meno, Israele la indicherà sempre più come una zona “libera dal terrorismo” e “deradicalizzata” e continuerà a bombardare l’altra parte con il pretesto di disarmare e abbattere Hamas.

L’organizzazione islamista ha già accettato di consegnare Gaza a un comitato tecnico amministrativo e di consentire il dispiegamento nell’enclave di una nuova forza di sicurezza palestinese addestrata da Egitto e Giordania, insieme a una missione di protezione internazionale. Tuttavia Netanyahu ha respinto categoricamente l’ingresso di 5.500 poliziotti palestinesi a Gaza, ha rifiutato di consentire la presenza nella Striscia di forze di stabilizzazione turche o qatariote e ha ostacolato la creazione del comitato amministrativo.

Allo stesso modo la questione del disarmo presenta un’ambiguità che fornisce a Israele un pretesto pressoché infinito per impedire la ricostruzione nella Striscia di Gaza occidentale e mantenere il controllo militare. Hamas ha fatto sapere che accetterebbe di smantellare le sue armi offensive (come i razzi) e ha già accettato la rinuncia al resto del suo armamento difensivo leggero (incluse armi da fuoco e missili anticarro) come risultato di un accordo di pace, piuttosto che come prerequisito.

Hamas è anche aperta a un processo simile a quello dell’Irlanda del Nord, in base al quale riporrebbe nei magazzini le sue armi difensive e si impegnerebbe a una completa cessazione reciproca delle ostilità per un decennio o due, o fino alla fine dell’occupazione illegale di Israele. In tal caso, le armi leggere rimanenti fungerebbero da garanzia che Israele non rinnegasse le sue promesse di ritirarsi da Gaza e porre fine al genocidio.

Sia il governo britannico che quello egiziano, insieme all’Arabia Saudita e ad altre potenze regionali, stanno attualmente spingendo per il modello di demilitarizzazione dell’Irlanda del Nord, segno che riconoscono la delicatezza e la complessità della questione del disarmo.

L’insistenza di Israele sul disarmo completo e immediato è un tranello volutamente inattuabile che esige la completa resa dei palestinesi. Anche se la leadership di Hamas a Doha fosse in qualche modo costretta ad accettare questa capitolazione è sicuro che molti dei suoi membri e di altri gruppi militanti a Gaza disobbedirebbero. Ciò sarebbe simile all’accordo di disarmo della Colombia, dove molti militanti delle FARC hanno disertato e creato nuove milizie o si sono uniti a bande.

E finché l’esercito israeliano rimarrà all’interno di Gaza, senza una reale prospettiva di porre fine all’assedio e al regime di apartheid ci sarà sempre un incentivo per alcuni attori a imbracciare le armi. Israele potrà quindi citare quei gruppi scissionisti o singoli militanti come giustificazione per continuare a bombardare e occupare Gaza.

Israele ha impiegato oltre 740 giorni, quasi 100 miliardi di dollari e perso circa 470 soldati per ridurre Gaza in polvere. Come si è vantato Netanyahu a maggio, Israele ha “distrutto sempre più case [a Gaza, e di conseguenza i palestinesi] non hanno un posto dove tornare”, aggiungendo: “L’unico risultato ovvio sarà che i gazawi sceglieranno di emigrare fuori dalla Striscia”.

Anche dopo aver fallito nel tentativo di ottenere un’espulsione di massa attraverso un attacco militare diretto, la leadership israeliana sta ora perseguendo lo stesso risultato attraverso il logoramento e la disperazione orchestrata, usando macerie, assedio e bombardamenti periodici come strumenti di riorganizzazione demografica. La prospettiva della pulizia etnica non è scomparsa con il cessate il fuoco; si è semplicemente evoluta in una nuova politica, mascherata e normalizzata attraverso una pianificazione burocratica.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Macerie, bande armate e attacchi aerei: quello che mi aspettava dopo essere ritornato a Gaza City

Ahmed Ahmed 

23 ottobre 2025 – +972 Magazine

Non avrei più potuto rimandare il ritorno dopo il cessate il fuoco. Ma la gioia di essere a casa ha lasciato rapidamente il posto a ulteriori incertezza e paura.

“I carri armati si sono ritirati! La gente sta tornando a Gaza City!”

Era poco dopo il mezzogiorno di venerdì 10 ottobre e via Al-Rantisi, la principale arteria di Gaza, è stata inondata da gente che fischiava, esultava e gridava eccitata nei telefoni. Ero nella tenda dei miei familiari lì vicino, il mio cuore batteva mentre attendevo ansiosamente notizie sull’ inizio del cessate il fuoco mediato dagli USA. Solo una settimana prima ero stato obbligato a scappare dalla mia città in conseguenza della brutale invasione israeliana e non vedevo l’ora di tornare a casa. Improvvisamente era venuto il momento.

Ho cercato invano di fare cenno di fermarsi a ogni veicolo in transito, ma il numero di persone che riempiva la strada, molte delle quali avevano passato la notte in tenda, era molto superiore alla capienza di qualunque mezzo di trasporto disponibile. Ho preso la mia bicicletta dalla tenda e mi sono unito alla folla diretta a nord.

Le strade brulicavano di uomini, donne, bambini e anziani che correvano contro il tempo per tornare a casa. Alcuni erano ansiosi di verificare se la loro abitazione era ancora in piedi. Altri stavano correndo per riunirsi con i propri cari che erano sopravvissuti agli ultimi giorni dell’operazione israeliana. Molti volevano semplicemente lasciare le tende dietro di sé e vivere di nuovo nella propria casa, anche se era stata in buona parte distrutta.

Quando sono arrivato a Gaza City ho faticato a riconoscerla. Le strade erano piene di lamiere contorte, vetri rotti e macerie di case e grattacieli spianati dal metodico bombardamento di edifici alti e dall’uso di robot riempiti di esplosivo da parte di Israele. Molte strade erano completamente bloccate. Ho dovuto scendere dalla bicicletta e portarla a spalle per una parte del percorso.

Erano passati pochi giorni da quando ero stato sfollato, ma in quel lasso di tempo ogni angolo della città era diventato una mappa di ricordi sui luoghi in cui le strutture fisiche si trovavano una volta: la mia scuola, i caffè in cui incontravo gli amici, i ristoranti in cui mangiavo con la mia famiglia, i negozi dove ero solito comprarmi i vestiti.

Una volta raggiunto il mio quartiere mi sono sentito molto sollevato dal vedere il mio edificio ancora in piedi. Ho preso la chiave dalla borsa e ho salito le scale con un sorriso solo per scoprire la porta spalancata, le finestre distrutte e l’intonaco caduto dai muri. Tutti i nostri mobili erano rovinati. Eppure ero comunque contento: a differenza di altri che avevano perso tutto e ora erano obbligati a vivere in tenda io avevo un tetto sulla testa.

Senza rendermi conto di cosa stessi facendo mi sono steso sul pavimento coperto di macerie e ho pianto. Ero a casa.

Un debole battito di vita

Per due anni una domanda mi ha perseguitato giorno e notte: sarei sopravvissuto fino a vedere la fine di questa guerra genocida?

Il mese scorso ho sentito la morte avvicinarsi a me quando le forze israeliane hanno incrementato i loro attacchi contro Gaza City. Avevo giurato che non sarei mai scappato dalla mia città, ma alla fine non ho avuto altra scelta in quanto carri armati e i droni si aggiravano per le strade attorno a me.

Ho lasciato la mia casa in lacrime, portandomi dietro i ricordi dei 29 anni passati tra le sue mura e con una piccola borsa di cose indispensabili: cibo in scatola, documenti personali, vestiti invernali e un album di foto di famiglia. Alcuni parenti e amici sono rimasti a Gaza City, impossibilitati a sostenere i costi del trasporto, trovare un posto in cui andare o sopportare lo sfinimento di mesi da sfollati. Mi sono congedato da loro prima di andarmene, sapendo che a Gaza ogni separazione può essere definitiva.

Dopo essere sfollato ho continuato a lavorare come giornalista dalla mia tenda a Deir AL-Balah. Ho camminato chilometri ogni giorno alla ricerca di un posto in cui caricare i miei apparecchi elettronici o un segnale abbastanza forte per inviare reportage alle redazioni che li pubblicano. A volte ho lavorato da una semplice tenda destinata ai giornalisti nei pressi dell’ospedale Al-Aqsa, che Israele aveva già bombardato.

Nei giorni che hanno portato al cessate il fuoco persino la minima voce dopo la ripetuta serie di colloqui falliti è sembrata un miracolo. Ci aggrappavamo alle dichiarazioni del presidente USA Donald Trump mentre spingeva per il rilascio degli ostaggi israeliani e mediava un accordo, anche mentre le tasse degli americani continuavano a finanziare le bombe israeliane.

Ogni mattina iniziava con i vicini che bisbigliavano riguardo ai negoziati. “Ritorneremo presto,” ha detto Um Saeb, una donna anziana che viveva nella tenda vicina, quando le ho chiesto cosa aveva sentito quel giorno.

Quando finalmente è stato annunciato l’accordo ho sentito come se a Gaza fosse tornato un debole battito di vita. Nonostante lo scetticismo e il timore di un altro tradimento israeliano all’ultimo momento, la gente ha iniziato cautamente a festeggiare.

Poco dopo il mio rientro a casa il mio amico Waseem mi ha telefonato. “Com’è ridotta la tua casa?” ha chiesto. “E’ parzialmente distrutta, la mia casa ha bisogno di un riparo,” ho risposto prima di chiedergli “E la vostra?” “Ne sto ancora cercando una traccia,” mi ha detto tranquillamente. “I carri armati hanno completamente spianato il nostro quartiere.”

Waseem e i suoi due fratelli hanno sgobbato per anni per costruire la loro casa nel quartiere di Al-Tuffah e la sua famiglia si è rifiutata durante la guerra di lasciarla. Ma alla fine di giugno sono scappati sotto un pesante bombardamento israeliano, spostandosi da allora da una parte all’altra della città.

Suo padre Naser, che soffre di vari problemi di salute, aveva l’abitudine di passare la maggior parte del tempo nell’orto, piantando verdure, ulivi e fiori persino durante il culmine della carestia imposta da Israele al nord di Gaza. Una volta mi ha dato melanzane e peperoni di quell’orto, piccoli ma sono stati regali preziosi durante mesi di mancanza di cibo.

I miei amici e io, compresi alcuni che sono stati in seguito uccisi durante il genocidio, eravamo soliti passare i fine settimana in casa di Waseem per sfuggire al caos del centro della città, facendo grigliate, fumando e a volte vedendo film insieme.

Poco prima della guerra Waseem aveva previsto di sposarsi, quindi sua madre aveva venduto la collana d’oro per aiutarlo a costruire un secondo piano. Quando ho chiamato per consolarla [per la perdita] della casa di famiglia non riuscivo a trovare le parole. Entrambi abbiamo pianto perché a Gaza le case non sono solo muri e soffitti, ma l’incarnazione di sicurezza, memoria e pace: ora tutto ciò è andato in polvere.

Di nuovo in trappola.

Quelli di noi che sono sopravvissuti al genocidio ora stanno iniziando a cercare di mettere di nuovo insieme i pezzi delle proprie vite. Ma a Gaza City i continui attacchi israeliani e gli scontri tra Hamas e le milizie locali si stanno ulteriormente aggiungendo ai nostri problemi.

Dopo che sono tornato a casa i parenti rimasti in città mi hanno messo in guardia dal pericolo delle bande presenti nel nostro quartiere che hanno collaborato con le truppe israeliane durante gli ultimi giorni della loro operazione. Sono state viste saccheggiare case e minacciare di uccidere famiglie sfollate appena rientrate, così come combattere contro le forze di Hamas. Non è chiaro se questi gruppi hanno deciso di rimanere nella zona o sono stati “abbandonati” dalle forze israeliane durante il ritiro.

Un giorno della settimana scorsa, mentre stavo togliendo le macerie e i vetri rotti in tutto il mio alloggio per prepararlo al ritorno dei miei nipoti dal sud, ho sentito vicino a me degli spari. Durante gli ultimi due anni le mie orecchie sono state ben addestrate: potrei dire che provenivano da un kalashnikov. Sono corso alla finestra e ho visto sotto un gruppo mascherato di combattenti, identificabili come di Hamas dalla bandana verde e dalle uniformi di tipo militare.

Vicino a casa mia gli scontri tra Hamas e le milizie sono continuati per tre giorni. Il proiettile di un cecchino delle milizie è sfrecciato direttamente oltre l’edificio. Sono rimasto intrappolato dentro, chiedendomi di nuovo se e quando la sparatoria e il costante rischio di morire sarebbero terminati. Alla fine qualcuno dei combattenti delle milizie è scappato, mentre altri sono stati catturati o si sono arresi ad Hamas prima di essere giustiziati.

Alla fine la situazione era abbastanza sicura perché il resto della mia famiglia tornasse a casa, ma sono rimasto in ansia. Dopo che è entrato in vigore il cessate il fuoco le forze israeliane hanno continuato a bombardare varie zone, compreso un attacco aereo il 19 ottobre che ha ucciso 11 membri della famiglia Abu Shaban mentre tornavano alla loro casa nella parte orientale di Gaza City.

L’esercito israeliano ha detto che la famiglia aveva attraversato la “Linea Gialla” nel territorio ancora occupato dai soldati, ma era chiaro che non rappresentavano alcuna minaccia per la sicurezza; probabilmente non si erano resi conto di quanto fosse ancora pericoloso tornare a casa. I soldati avrebbero potuto sparare colpi di avvertimento, ma sembra che anche dopo il cessate il fuoco siano impazienti di continuare a uccidere.

Dopo essere sopravvissuto a pericoli mortali durante gli ultimi due anni fatico ancora a credere che la guerra sia davvero finita. Ma anche se il nostro incubo fosse finito sopravviverò al trauma che continuerà a perseguitarmi? Potranno mai quelli di noi che sono sopravvissuti a tutto questo sentirsi di nuovo al sicuro?

Ahmed Ahmed è uno pseudonimo di un giornalista di Gaza City che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di rappresaglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un obbiettivo alla volta: la logica che ha permesso ai progressisti israeliani di commettere genocidio

Yuval Abraham

20 ottobre 2025 – +972 Magazine

Attribuendo un obbiettivo militare ad ogni uccisione gli israeliani di ogni parte della popolazione hanno potuto partecipare ai massacri senza porsi il problema della moralità delle proprie azioni.

Pochi mesi dopo il 7 ottobre mi sono iscritto ad un corso introduttivo sul genocidio alla Open University di Israele. Il docente ha iniziato la prima lezione dicendoci – eravamo circa 20 studenti ebrei israeliani contattati su Zoom – che alla fine del semestre avremmo capito esattamente che cosa comporta il genocidio e saremmo stati in grado di spiegare perché Israele non sta commettendo un genocidio a Gaza.

In sintesi la sua argomentazione era la seguente: al massimo Israele potrebbe stare distruggendo Gaza, ma le sue azioni sono guidate da obbiettivi militari piuttosto che da un “intenzione di distruggere” un gruppo specifico “in quanto tale”, come specifica la Convenzione sul Genocidio. In assenza di questa intenzione, ha concluso, il termine genocidio non può essere impiegato.

Negli ultimi due anni ho pubblicato molte ricerche che rivelano dettagli sulla politica di fuoco illimitato di Israele a Gaza, parecchie delle quali hanno contribuito a formulare accuse legali di genocidio. Quando il Sudafrica ha presentato la sua denuncia contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel gennaio 2024, essa si basava in parte sul nostro esposto del novembre 2023 che rivelava la campagna di Israele di uccisioni di massa gestite dall’intelligenza artificiale dirette contro le case delle famiglie di sospetti militanti. Quando un comitato delle Nazioni Unite il mese scorso ha analogamente raggiunto la conclusione che Israele ha commesso un genocidio si è basato, in parte, su un’altra delle nostre ricerche che mostrava che l’80% dei morti a Gaza erano civili, secondo un data base dei servizi di sicurezza interni israeliani.

Eppure pochi delle decine di soldati ed ufficiali con cui ho parlato nel corso di queste ricerche, molti dei quali si sono offerti volontariamente come informatori, si ritenevano partecipi di un genocidio. Quando ufficiali di intelligence e comandanti descrivevano il bombardamento di case civili a Gaza spesso richiamavano la logica del docente dell’università: certo, possiamo aver commesso dei crimini, ma non eravamo assassini poiché ogni azione aveva uno specifico obbiettivo militare.

Per esempio, dopo il 7 ottobre l’esercito ha autorizzato i soldati ad uccidere fino a 20 civili allo scopo di assassinare un sospetto militante di Hamas di basso grado, oppure centinaia di civili se l’obbiettivo erano figure più importanti. La gran maggioranza di queste uccisioni sono avvenute in abitazioni civili dove non aveva luogo alcuna attività militare. Ma per la maggioranza dei soldati con cui ho parlato la mera esistenza di un sospetto obbiettivo militare, anche in casi in cui la fotografia dell’intelligence non era chiara, giustificava virtualmente qualunque numero di morti.

Durante un’altra ricerca un soldato mi ha raccontato come il suo battaglione abbia utilizzato droni a controllo remoto per sparare su civili palestinesi, compresi donne e bambini, mentre cercavano di tornare alle loro case distrutte in una zona occupata dall’esercito israeliano, uccidendo 100 palestinesi disarmati nell’arco di tre mesi. L’obbiettivo, mi ha spiegato, non era ucciderli per il gusto di farlo, ma per svuotare il quartiere e renderlo così più sicuro per i soldati di stanza lì.

Un’altra soldatessa ha raccontato di aver preso parte ad un bombardamento di un intero blocco residenziale, comprendente oltre 10 edifici multipiano e un grattacielo, tutti abitati da famiglie. Sapeva in anticipo che facendo ciò lei e la sua squadra avrebbero probabilmente ucciso circa 300 civili. Ma l’operazione, ha spiegato, si basava su informazioni secondo cui un comandante di Hamas di livello relativamente alto avrebbe potuto essere nascosto da qualche parte sotto uno di quegli edifici. In assenza di informazioni più precise hanno distrutto l’intera zona nella speranza di ucciderlo.

La soldatessa ha ammesso che l’attacco è stato un massacro. Ma a suo parere non era questa l’intenzione: l’obbiettivo era colpire il comandante, che avrebbe potuto anche non essere là.

Questo schema di focalizzazione sull’obbiettivo ha svolto un ruolo cruciale nel consentire agli israeliani comuni di partecipare al genocidio, forse più ancora della sola obbedienza, che normalmente viene considerata la principale motivazione in simili contesti. Considerando ogni azione violenta come un compito a sé stante, dal prendere di mira un militante di Hamas al mettere in sicurezza una zona, i soldati possono evitare di confrontarsi con il proprio ruolo nel massacro di massa di civili.

Inoltre questo atteggiamento mentale diventa più facile da sostenere in un periodo di intelligenza artificiale e di grandi numeri. Queste tecnologie possono raccogliere ed analizzare informazioni su un’intera popolazione quasi istantaneamente, mappando gli edifici e i loro abitanti con presumibile precisione. In tal modo producono un continuo flusso di apparenti giustificazioni militari, creando una parvenza di legalità per una politica di uccisioni di massa. Infatti l’intelligenza artificiale ha permesso a Israele di trasformare un caposaldo del diritto internazionale – l’obbligo di attaccare soltanto obbiettivi militari – in uno strumento che legittima ed accelera proprio quel massacro che si intendeva impedire.

Motivazioni sovrapposte

Mentre un fragile cessate il fuoco mediato dagli USA entra in vigore a Gaza, gli sforzi globali per garantire responsabilità e giustizia continueranno a pieno ritmo. La denuncia del Sudafrica alla CIG continuerà a far rumore, mentre Israele e i suoi sostenitori, compresi i governi occidentali, tenteranno di screditare le accuse di genocidio allo scopo di evitare le conseguenze legali di una simile sentenza. Nel far questo continueranno ad indicare pretesi obbiettivi militari dietro ogni specifico attacco, come fa normalmente l’esercito in risposta ai nostri rapporti.  

L’abitudine degli autori del genocidio di invocare la “sicurezza” come giustificazione della violenza di massa è ben documentata, giustficando le azioni di brutalità in un più ampio schema di autodifesa. Ma qualunque inconsistente scusa venga avanzata per ogni caso, gli attacchi di Israele sono stati condotti innegabilmente con la totale consapevolezza che avrebbero comportato la distruzione di un altro popolo. Il risultato è un numero di morti palestinesi che si ritiene superi i 100.000 e il quasi completo annientamento della Striscia di Gaza.

Tuttavia focalizzarsi solo su come ogni singolo atto di violenza si è sommato fino a creare una complessiva realtà di genocidio significa anche non cogliere il punto. Per molti leader israeliani la morte e la distruzione di massa era l’intento. Dalla deliberata riduzione alla fame di due milioni di persone e l’uccisione di chi cercava gli aiuti, fino al radere al suolo sistematicamente intere città e agire attivamente per l’espulsione di massa, l’eliminazione dei palestinesi di Gaza come obbiettivo in quanto tale era ampiamente chiara.

Soprattutto dopo che Israele ha violato il precedente cessate il fuoco di marzo, qualunque [giustificazione come, n.d.t.] obbiettivo militare si potesse dire esistesse è diventata anche più esile. Ciò che è rimasto è una nuda logica omicida che l’esercito raramente si è preoccupato di giustificare in termini militari.

Questa motivazione è chiara non solo nei fatti ma anche a parole. Come ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu a maggio: “Continuiamo a demolire le case: non hanno dove ritornare. L’unica via di uscita sarà la volontà dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia.” L’ex capo dell’intelligence militare Aharon Haliva è entrato in dettagli anche più specifici: “Per tutto ciò che è accaduto il 7 ottobre, per ognuno di noi che è morto il 7 ottobre, 50 palestinesi devono morire. Non importa adesso se bambini o no. Non sto parlando di vendetta ma sto mandando un messaggio per le future generazioni. Hanno bisogno di una Nakba adesso e poi soffrirne il prezzo.”

Ma essenzialmente le motivazioni legate a un obbiettivo e quelle genocidarie non si escludono a vicenda: anzi, si rafforzano una con l’altra. E questa sovrapposizione allarga la base di coloro che intendono partecipare al massacro.

I soldati apertamente favorevoli al genocidio – e ce n’erano molti – hanno raso al suolo la città di Rafah per fare pulizia etnica dei palestinesi, mentre quelli con una percezione più liberale di sé stessi l’hanno distrutta per “creare una zona cuscinetto di sicurezza”. Haliva considerava il bombardamento di case civili come un atto di vendetta, mentre soldati più turbati da simili giustificazioni potevano raccontarsi che è stato fatto per colpire un bersaglio al loro interno.

La mentalità orientata ad un obbiettivo frammenta la distruzione di un popolo e la inserisce in migliaia di azioni isolate, ognuna giustificata di per sé, nessuna riconosciuta come parte di una più ampia campagna di genocidio. Ciò consente ad alcuni di coloro che la conducono di ignorare l’intento generale, nemmeno se leader come Netanyahu e Haliva lo esplicitano chiaramente. Per parafrasare il vecchio detto: concentrandosi su un singolo albero non vedono la foresta del genocidio.

Il genocidio come disegno morale

Ciò che sta al cuore di queste giustificazioni è la disumanizzazione dei palestinesi. I soldati che hanno massacrato 300 persone per uccidere un solo militante di Hamas mi hanno detto che probabilmente non lo avrebbero fatto se anche un solo bambino ebreo si fosse trovato nell’edificio.

La disumanizzazione va in due direzioni: non solo trasforma le vittime in una minaccia mostruosa, ma fa anche l’opposto, riducendole a polvere, rimpicciolendole fino a farle scomparire. Ecco come un soldato che compie una determinata missione può giustificare l’uccisione di 300 persone. Non le vede come 300 singoli esseri umani, ma solamente come dati di un software che calcola “i danni collaterali”.

Molti ebrei israeliani hanno interpretato gli sviluppi degli ultimi due anni attraverso il linguaggio dell’olocausto. Un amico d’infanzia che è diventato ufficiale di carriera nell’esercito, e che non mi parla più, ha scritto su Facebook che prima del 7 ottobre si è impegnato a seguire le testimonianze pubbliche di sopravvissuti all’olocausto “per traumatizzarsi il più possibile” e in tal modo trovare uno scopo nel suo lavoro. Dopo il massacro di Hamas, che lui considera un’azione degli odierni nazisti, ha scritto che ora può capire a fondo il dolore dei sopravvissuti all’olocausto.

Altri in Israele e nel mondo, me compreso, hanno visto il massacro di Israele di civili, i bambini di Gaza che muoiono di fame, le fosse comuni e i continui sfollamenti forzati ed hanno considerato quegli stessi eventi dalla prospettiva opposta.

E’ impressionante che l’immaginario dell’olocausto possa essere usato sia per giustificare la distruzione di Gaza sia per opporvisi. Questo paradosso parla del potere del genocidio come linguaggio morale prevalente nel nostro tempo e del fatto che i palestinesi devono spesso tradurre la propria sofferenza nei termini di quel linguaggio per essere anche solo ascoltati come vittime.

Tuttavia vedere gli ultimi due anni non solo attraverso il prisma del genocidio ma anche come una seconda Nakba – un duraturo progetto di eliminazione finalizzato a distruggere sia un popolo che lo spazio in cui vive – può avvicinarci a comprendere la natura delle azioni di Israele. Mentre il genocidio è spesso considerato violenza fine a sé stessa, la Nakba rappresenta una violenza che ha uno scopo: la rimozione e la sostituzione di un popolo.

Eppure, in quanto ebreo israeliano posto di fronte agli orrori degli ultimi due anni, non posso non pensare in termini di olocausto. La distruzione di Gaza mi ha permesso di comprendere meglio non solo le storie delle vittime, ma anche quelle degli autori – la maggioranza silenziosa che ha favorito le atrocità con le proprie azioni e con le storie che si racconta per giustificare tutto questo.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Come la politica israeliana di separazione a Gaza e in Cisgiordania consolida Hamas

Amira Hass

17 ottobre 2025 Haaretz

Isolando Gaza dalla Cisgiordania e i palestinesi dalla loro terra, Israele ha contribuito a consolidare Hamas e a cancellare ogni alternativa politica. Anche se il sogno di ville di lusso a Gaza è svanito, la logica che lo sostiene rimane: controllo del territorio, espulsione indiretta e soffocamento continuo del popolo palestinese con il pretesto della sicurezza

Le premesse di un boom immobiliare a Gaza – dall’idea del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich alla promessa del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di quartieri di lusso per i poliziotti fino al piano della leader dei coloni Daniella Weiss di ristabilire (con l’aiuto divino) le colonie – si sono rivelate nient’altro che aria fritta.

Sarebbe bello poter dire che l’accordo di cessate il fuoco ora in vigore nella Striscia di Gaza abbia inferto un duro colpo al movimento dei coloni e ai suoi sostenitori negli Stati Uniti. Altrettanto seducente è l’immagine dei loro castelli di sabbia che crollano sotto il peso dell’inimmaginabile resilienza e tenacia degli abitanti di Gaza e dopo il rifiuto duro ma politicamente calcolato dell’Egitto a consentire una fuga di massa di palestinesi nel suo territorio.

I responsabili della politica estera egiziana – indipendentemente da chi guidi il Paese – sospettano da tempo l’intenzione di Israele di “appioppargli” Gaza e i suoi problemi. Fin dall’inizio della guerra hanno preso sul serio i piani israeliani di espulsione della popolazione di Gaza e di conseguente reinsediamento degli ebrei, come apertamente espresso dai governanti israeliani – che sembravano dimenticare come tentativi simili da parte dei loro predecessori del partito socialista democratico sionista Mapai-Labour di espellere nuovamente i rifugiati del 1948 da Gaza fossero falliti.

Ma il cessate il fuoco non può essere visto semplicemente come una gratificante sconfitta del movimento dei coloni. La logica politica dietro quelle ondate di aria fritta e castelli di sabbia ha plasmato, e continua a plasmare, la politica israeliana sin dalla firma degli Accordi di Oslo. Tale logica è riuscita a impedire la creazione di uno Stato che avrebbe realizzato il diritto palestinese all’autodeterminazione, seppur sul restante 22% del territorio tra il fiume e il mare.

Il sabotaggio della sovranità palestinese da parte di Israele è l’immagine speculare del suo tentativo di impossessarsi di quanta più terra possibile con il minor numero possibile di palestinesi. In pratica questo significa espulsione – che sia nell’Area A [in base agli accordi di Oslo il territorio cisgiordano sotto virtuale controllo totale dell’ANP, ndt.] o in esilio, con bombe dell’aviazione o con i manganelli e le spranghe di ferro dei “giovani delle colline” [gruppi di coloni particolarmente violenti, ndt.], che sia attraverso demolizioni di case e sfratti forzati effettuati sotto la minaccia delle armi dall’Amministrazione Civile [ente militare incaricato della gestione dei territori occupati, ndt.] o dalle Forze di Difesa Israeliane o l’incarcerazione e la persecuzione di coloro che cercano di proteggere la propria comunità e se stessi – il risultato è lo stesso.

Se questa è la politica guida, gli sforzi internazionali per “riformare” i libri scolastici palestinesi sono destinati a fallire. La realtà quotidiana del soffocamento sistematico imposto da Israele e la sua prepotenza, supportata dalla sua superiorità militare sono i padri dell’istigazione [alla violenza].

Uno degli strumenti più efficaci per sabotare uno Stato palestinese è stato e rimane la “separazione”. Espresso nei termini di sicurezza che l’opinione pubblica israeliana ama adottare – anche quando le motivazioni politiche e immobiliari sono evidenti – questo strumento assume molte forme: separare Gaza dalla Cisgiordania (dal 1991); separare la Cisgiordania da Gerusalemme Est; dividere le città palestinesi l’una dall’altra; isolare i villaggi dalle strade circostanti e dai centri regionali; disconnettere i palestinesi dalla loro terra e tra di loro.

Documenti ufficiali del governo militare degli anni ’50 e ’60 – pubblicati decenni dopo – hanno confermato ciò che i palestinesi (e la sinistra non sionista) avevano capito da tempo: la cosiddetta logica “di sicurezza” alla base delle dure restrizioni alla circolazione era motivata in gran parte da interessi immobiliari ebraici. La concezione di una popolazione e di un territorio palestinesi frammentati su entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania precedente la conquista del 1967, ndt.] ha sempre rispecchiato il progetto di una “Grande Terra d’Israele” per gli ebrei. Entrambe le visioni sono ancora valide oggi, parallelamente alle vaghe clausole del piano Trump per un cessate il fuoco e un “nuovo Medio Oriente”.

Il diritto dei coloni compensa la parziale perdita a Gaza – “parziale” perché l’IDF ha raggiunto l’obiettivo condiviso di infliggere la massima distruzione e morte nell’enclave – intensificando gli attacchi e l’accaparramento di terre in Cisgiordania. Questo si traduce principalmente nella separazione quotidiana dei contadini dalle loro terre, una tattica con risultati immediati e dolorosi. Insieme all’Amministrazione Civile, all’esercito e alla polizia, i coloni accelerano questo processo attraverso la violenza fisica, l’ostruzionismo burocratico e un’arroganza insaziabile. Poiché siamo ormai nella stagione della raccolta delle olive, i battaglioni del Signore [i coloni nazional-religiosi, ndt.] hanno rivolto la loro attenzione al raccolto e agli stessi raccoglitori.

Sabato 11, quando questo articolo è stato scritto, a mezzogiorno sono pervenute segnalazioni di vessazioni e attacchi diretti da parte di coloni e soldati – separatamente o insieme – contro i raccoglitori di olive dei villaggi di Jawarish, Aqraba, Beita e Madama a sud di Nablus, di Burqa a est di Ramallah e di Deir Istiya nella regione di Salfit. Il giorno precedente segnalazioni simili erano arrivate da Yarza a est di Tubas, da Immatin, Kafr Thulth e Far’ata nell’area di Qalqilya, da Jawarish, Qablan, Aqraba, Hawara, Yanun e Beita nell’area di Nablus e da al-Mughayyir e Mazra’a al-Sharqiya a est di Ramallah. Queste segnalazioni provengono solo da un gruppo WhatsApp che monitora la Cisgiordania settentrionale. Le vessazioni vanno dagli sconfinamenti sui terreni alle provocazioni, ai blocchi stradali e alle minacce armate, fino alle aggressioni fisiche, al furto di olive e all’incendio di veicoli di raccoglitori e giornalisti. E ciò che i coloni fanno sporadicamente, la politica ufficiale lo attua sistematicamente: la negazione del diritto dei palestinesi alla libertà di movimento tra Gaza e la Cisgiordania e all’interno della Cisgiordania stessa. La negazione del diritto di scegliere il proprio luogo di residenza o di lavoro è da tempo devastante per la società, l’economia e le strutture politiche palestinesi, e in particolare per il futuro dei suoi giovani.

Non meno delle valigie di denaro contante del Qatar che Benjamin Netanyahu iniziò a trasferire a Gaza, la separazione della popolazione della Striscia da quella della Cisgiordania e l’isolamento di Gaza dal resto del mondo, tutto ciò ha contribuito a rafforzare Hamas, prima come organizzazione politica e militare e poi come forza di governo.

Negli anni ’90 Hamas affermò che Israele non aveva alcuna reale intenzione di fare la pace e che gli accordi di Oslo non avrebbero portato all’indipendenza. Le restrizioni israeliane alla circolazione a Gaza e la sua continua espansione delle colonie sia a Gaza che in Cisgiordania resero questa argomentazione convincente per molti palestinesi, soprattutto a Gaza. Gli attentati suicidi di Hamas furono visti sia come una reazione che come un test: avrebbe la risposta di Israele infine premiato gli oppositori di Oslo e i critici dell’Autorità Nazionale Palestinese?

E Israele li ha ricompensati, non rispettando i propri impegni. Le restrizioni alla circolazione e il furto burocratico di terre hanno indebolito Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese, che avevano sostenuto il processo diplomatico ma che dall’inizio degli anni 2000 avrebbero sposato la resistenza armata.

Eludendo abilmente il fatto che la frammentazione palestinese sia sempre stata l’obiettivo di Israele, Hamas ha presentato il disimpegno israeliano del 2005 e lo smantellamento degli insediamenti come prova del proprio successo: la lotta armata aveva funzionato. Ogni nuova generazione di diplomati di scuola superiore – che non avevano mai lasciato la Striscia sigillata, non avevano mai conosciuto un altro stile di vita e non riuscivano a trovare lavoro – è diventata più vulnerabile alla visione oppressiva del mondo, alla propaganda e alle motivazioni di Hamas nell’unirsi al braccio armato (un reddito che sostentava le famiglie povere). Hamas ha imparato a incanalare l’energia e la creatività represse di Gaza nella sua macchina militare e politica.

L’Autorità Nazionale Palestinese, Fatah e il loro apparato di sicurezza sono rimasti impotenti di fronte alla crescente ondata di espropriazione di terre in Cisgiordania e alla devastazione economica diretta e indiretta insita in questa espropriazione e separazione, una situazione aggravata dall’ordine dei successivi ministri delle finanze israeliani di trattenere le entrate fiscali palestinesi.

Per l’opinione pubblica palestinese in Cisgiordania, questa impotenza è inseparabile dalla corruzione delle élite civili e militari dell’Autorità Nazionale Palestinese, considerate egoiste e indifferenti finché le loro tasche rimangono piene. Non sorprende quindi che la resistenza armata – associata principalmente ad Hamas – mantenga il suo prestigio tra i giovani della Cisgiordania. Per loro almeno la resistenza armata causa sofferenza e umiliazione all’aggressore israeliano.

Tutti i segnali suggeriscono che Israele continuerà a bloccare la libertà di movimento palestinese tra Cisgiordania, Israele e Gaza e a limitare l’ingresso nella Striscia di palestinesi dall’estero e di attivisti internazionali. Di conseguenza coloro che hanno più bisogno di sapere cosa pensano veramente gli abitanti di Gaza della resistenza armata non potranno saperlo. In altre parole, che molti di loro disprezzano Hamas.

Di fronte alle politiche israeliane di assedio, uccisioni, distruzione e spoliazione in Cisgiordania, la maggior parte dei palestinesi non residenti nella Striscia, insieme a molti dei loro sostenitori internazionali, continuerà a considerare Hamas come l’autentico rappresentante dell’aspirazione alla libertà e alla resistenza all’oppressione.

L’esperienza dimostra che, una volta avviati i lavori di bonifica degli ordigni inesplosi e di ricostruzione di Gaza, diventerà chiaro che il processo è molto più complicato e costoso di quanto inizialmente previsto. Oltre alla ricostruzione fisica, ciascuno dei milioni di abitanti di Gaza avrà bisogno di cure fisiche e psicologiche e di riabilitazione materiale, su una scala e una durata mai viste che sfidano ogni immaginazione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Una guerra israeliana infinita. Amira Hass. Perché la Cisgiordania non si è ribellata

Philippe Agret

13 ottobre 2025 – Orient XXI

Amira Hass è una giornalista israeliana del quotidiano di sinistra Haaretz che vive da venti anni a Ramallah, in Cisgiordania. Spiega perché non è scoppiata nessuna intifada in questo territorio occupato, e ampiamente ignorato, dopo il 7 ottobre 2023. Diversamente da ciò che avevano immaginato i capi di Hamas a Gaza. Intervista

 Philippe Agret. Lei vive a Ramallah, in Cisgiordania. Perché secondo lei non c’è stata un’intifada in Cisgiordania dopo il 7 ottobre, anche se ci sono stati violenti combattimenti armati nel nord?

Amira Hass. È una domanda cruciale, forse LA domanda da porsi, non solo perché Yahya Sinwar e Mohammed Deif immaginavano una rivolta palestinese più ampia e una guerra regionale contro Israele dopo il loro grande attacco militare. Questa domanda è giusta, perché la situazione creata da Israele a Gaza e in Cisgiordania prima del 7 ottobre era intollerabile.

Anzitutto non definirei intifada la presenza di alcune decine di giovani armati nei campi di rifugiati del nord, pronti ad essere uccisi sul campo.

Se ci si riferisce alla prima intifada (1987-1993), essa vedeva un sollevamento popolare con la partecipazione di tutti gli strati della popolazione e di conseguenza un movimento di cui la lotta armata non era il motore principale, o non lo era affatto. Un movimento che presupponeva uno spirito di solidarietà interna, un coordinamento e un obbiettivo chiaro. La resistenza armata è sempre appannaggio di un piccolo numero di persone ed è un fenomeno essenzialmente maschile, almeno nel contesto palestinese. Del resto l’obbiettivo di questi gruppi non è mai stato molto chiaro.

Se poi non si sono visti gruppi di giovani armati sparare su una postazione militare, un veicolo blindato o un colono, questo dipende anzitutto dallo stato delle forze delle due organizzazioni che hanno finanziato e incoraggiato i giovani ad armarsi: Hamas e la Jihad islamica. Erano attivi nel nord, ma meno nel resto della Cisgiordania.

Inoltre, nonostante il prestigio che circondava questi gruppi e i sentimenti di solidarietà nei confronti di ogni martire, tendo a credere che la maggior parte degli abitanti della Cisgiordania dubitasse dell’efficacia delle loro azioni.

P.A. Perché?

A.H.  C’è un tabù nella società palestinese: criticare le operazioni armate e i martiri. Perciò il malumore e la collera nei confronti dei gruppi armati nelle città e nei campi profughi – in cui Israele ha distrutto edifici e infrastrutture e sfollato circa 40.000 abitanti – non vengono né evocati né espressi pubblicamente.

Ma suppongo che queste critiche circolino sotto traccia e siano note. Nel campo profughi di Balata, a Nablus, i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, coordinate con membri di Fatah (a volte sono le stesse persone), sono riusciti a convincere gli uomini armati a lasciare il campo, se provenivano da fuori, o a deporre le armi. La popolazione ha accettato la logica di tale posizione.

P.A. Perché non si è visto un sollevamento popolare e non violento come alternativa alla lotta armata?

A.H. La realtà degli accordi di Oslo ha scollegato l’occupato dall’occupante frapponendo un’entità intermedia tra i due: l’Autorità Nazionale Palestinese. Per lanciare un progetto di disubbidienza civile di massa bisogna anzitutto chiedere la rottura dei legami burocratici e di sicurezza tra l’entità intermedia e l’occupante. In altri termini, esigere dall’Autorità Nazionale Palestinese che cambi modo di agire. Innumerevoli richieste e molte risoluzioni del consiglio centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che chiedevano la fine della cooperazione sulla sicurezza con Israele non sono mai state ascoltate o attuate da Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e dal suo seguito.

La dimensione burocratica della cooperazione palestinese con Israele è ancor più difficile da contestare o da bloccare poiché riguarda i bisogni fondamentali dei cittadini: ottenere una carta di identità, registrare le nascite, andare all’estero, aprire un’impresa e un conto bancario, importare ed esportare, ecc. Una simile rottura richiede una pianificazione minuziosa, una decisione comune e la volontà dell’insieme della popolazione di prepararsi ad affrontare quotidianamente enormi sacrifici. Qualche anno fa Qadura Farès, quadro di Fatah e vecchio prigioniero – apprezzato e venerato dalla base, ma spesso in disgrazia presso la dirigenza – aveva ideato un ambizioso piano di disubbidienza civile di massa, ma evidentemente non è mai riuscito a convincere della sua fattibilità.

Durante i 30 anni di esistenza delle zone A e B i palestinesi hanno goduto di un certo “respiro” di fronte all’occupazione: certamente in zone limitate e per brevi periodi. La definisco “logica dei bantustan”. Ha abituato le persone ad un benessere e una normalità limitati, che non erano disposte ad abbandonare.

Infine, le enclave palestinesi concepite da Oslo e da Israele, sempre più disperse e ridotte, hanno frammentato la vita quotidiana sotto una dominazione straniera ostile: ogni città o villaggio vive diversamente questa esperienza e trova o meno i propri modi di collaborazione o di resistenza. Ciò fu ben visibile col movimento di resistenza contro il muro di separazione all’inizio degli anni 2000: organizzate da ciascun villaggio per conto proprio, le manifestazioni non erano più esclusivamente palestinesi. Si poteva contare sulla presenza e il sostegno di militanti internazionali ed israeliani. È difficile immaginare oggi l’elaborazione di una strategia unificata per tutta la Cisgiordania. La solidarietà interna è indebolita.

P.A. Sembra che una parte della popolazione palestinese si sia sentita tradita o abbandonata dai suoi dirigenti?

A.H.I “dirigenti” palestinesi evidentemente non hanno alcun interesse ad una nuova strategia. Sono diventati una ‘nomenklatura’ che identifica la “causa nazionale” con la propria stabilità e il proprio benessere. L’ampia cerchia che ruota intorno al nucleo di questa ‘nomenklatura’, cioè i funzionari e gli uomini d’affari, dipende da essa e non si può permettere, o non osa, staccarsene.

Per esempio c’è un’istituzione ufficiale, la Commissione di resistenza alla colonizzazione e al muro. È composta principalmente da militanti di Fatah pagati dall’Autorità. Raccoglie informazioni, dispone di avvocati che rappresentano i cittadini nelle questioni di esproprio di terreni (da parte di Israele) e organizza manifestazioni di solidarietà e di protezione insieme alle comunità minacciate dai coloni e dalla burocrazia dell’occupazione.

Benché non vi sia ragione di dubitare dell’onestà delle persone coinvolte, esposte agli spari dei soldati, alla violenza dei coloni e agli arresti, esse non hanno però ottenuto l’adesione delle masse. Al contrario, la loro identificazione con Fatah e l’Autorità non attira loro le simpatie dell’opinione pubblica. Sono sconosciuti, a differenza dei giovani che sono stati uccisi dall’esercito israeliano e le cui gigantografie, con armi impressionanti, ricoprono tutti i muri.

Di fatto la brutalità della repressione israeliana contro ogni tentativo di resistenza è spaventosa. Indipendentemente dalle forme di resistenza o di opposizione, questa brutalità è più intensa e generalizzata di prima, soprattutto sotto questa coalizione di estrema destra e dopo il 7 ottobre. Per resistere in modo attivo la comunità palestinese ha bisogno di credere nella propria efficacia, di avere dei dirigenti degni di fiducia, che ascoltino il popolo e siano in grado di guidarlo con un obbiettivo comune chiaro.

Tutto ciò non esiste. I sondaggi possono anche dire che i palestinesi sono favorevoli alla lotta armata e che questo è il solo modo di arrivare ad una soluzione, ma in pratica le loro scelte personali dimostrano il contrario. Io vedo genitori che si sforzano di allontanare i figli dagli scontri vicino ai posti militari o di mandarli a studiare all’estero, anche se ideologicamente sostengono la lotta armata.

P.A. Dopo il 7 ottobre sono emerse nuove forme o nuovi spazi di resistenza in Cisgiordania?

A.H. Prima di veder nascere nuove forme di resistenza è necessario un cambiamento radicale nella politica interna palestinese. Sotto forma di un’OLP ormai obsoleta? Di un’OLP del tutto nuova? Di un cambiamento spinto dalla diaspora? Di un’iniziativa palestinese inclusiva (che comprenda i palestinesi “del 1948”)? Ognuna di queste opzioni ha i suoi sostenitori o è collegata a certe iniziative intellettuali, ciò che come minimo ci indica quanto la popolazione aspiri ad un cambiamento politico. Ma è ovvio che sta ai palestinesi decidere.

In ogni caso, nel momento in cui il genocidio perpetrato dallo Stato israeliano prosegue, la sensazione di incompetenza e di paralisi politica è più forte che mai, al contrario dell’atmosfera di vittoria dei primi giorni dopo il 7 ottobre e degli slogan che si sentivano nella diaspora palestinese e in Cisgiordania.

P.A. Qual è l’impatto dell’accelerazione della colonizzazione e della violenza dei coloni dopo il 10 ottobre? Cosa pensa delle (nuove?) strategie israeliane di colonizzazione?

A.H. Vivere eternamente sotto l’occupazione e la colonizzazione è una forma di resistenza permanente. Perché si tratta di un modo di vivere organico né organizzato né pianificato. Si parla di soumoud [resilienza, ndt.]. Poiché l’obbiettivo di Israele è sempre stato acquisire “il più possibile di terra con il meno possibile di palestinesi”, la determinazione delle comunità di allevatori e agricoltori di rimanere sui loro terreni e la capacità di garantire una certa normalità nelle zone A e B sono state fenomenali. Ma il governo attuale e le sue milizie semi-ufficiali di bande di coloni sono riusciti a spezzare il soumoud in vaste zone della Cisgiordania, ad espellere una sessantina di comunità e ad impedire a decine di villaggi l’accesso alle proprie terre coltivate o ai pascoli.

I metodi non sono propriamente nuovi, ma i “giovani delle colline” [gruppi di giovani coloni molto radicali, ndt.] e la costruzione perfettamente organizzata e pianificata di avamposti da parte di pastori violenti hanno agevolato la burocrazia dell’occupazione: quest’ultima ha sempre cercato di “ripulire” la maggior parte della Cisgiordania da ogni presenza palestinese, ma lo faceva “troppo lentamente”. Il processo ha ormai subito un’accelerazione.

D’altra parte i coloni e i loro organi non governativi, diretti e ispirati dal ‘gauleiter’ [gerarca nazista a capo di un distretto, ndt.] della Cisgiordania, Bezalel Smotrich, conducono una guerra su più fronti contro i palestinesi che arriva a rompere la “logica dei Bantustan”. Nessuno è al sicuro da nessuna parte.

P.A. Può approfondire questa guerra su più fronti?

A.H.  Gli introiti dell’Autorità Palestinese sono apertamente depredati. Smotrich, il Ministro delle Finanze, semplicemente impedisce il trasferimento dei ricavi – sotto forma di tasse doganali sulle importazioni palestinesi che transitano nei porti israeliani – alle casse pubbliche dell’Autorità palestinese. Le sorgenti d’acqua sono sistematicamente deviate dallo Stato e dai coloni. Dopo l’ottobre 2023 l’esercito blocca città e villaggi con nuove grate di ferro, ostacolando ancor più di prima la libertà di circolazione, rispondendo ad una rivendicazione costante dei coloni: circolare “in sicurezza” sulle strade della Cisgiordania.

Inoltre si assiste ad un’ondata senza precedenti di furti e “confische” di denaro contante e di oro nelle case degli abitanti perpetrati da soldati agli ordini dei loro comandanti durante le incursioni a tutte le ore del giorno e della notte. Questo avviene mentre la popolazione ha già speso la maggior parte dei suoi risparmi perché, contro il parere degli stessi militari, il governo impedisce a decine di migliaia di palestinesi di tornare a lavorare in Israele. Per il terzo anno consecutivo il governo impedisce a migliaia di agricoltori di raccogliere le loro olive, una fonte importante di reddito e un evento collettivo, sia patriottico che emotivo, di continuità e appartenenza alla terra.

Senza dimenticare gli arresti di massa e la detenzione, le cui condizioni sono diventate spaventose: fame, umiliazioni, sovraffollamento carcerario che favorisce le malattie della pelle, privazione di libri e materiale per scrivere, divieto di visite di familiari…Le prigioni sono il luogo in cui il sadismo dello Stato e dei singoli convergono e si manifestano più apertamente. Ovunque i palestinesi sono ormai esposti ai capricci dei soldati e dei coloni ed alla crudeltà calcolata dei responsabili e delle istituzioni vigenti. Non stupisce che la popolazione tema che una volta che Israele avrà finito con Gaza faccia partire delle espulsioni di massa, se non una politica di genocidio, in Cisgiordania.

P.A. Come considera il ruolo dell’ANP, a volte forza di collaborazione e di repressione contro il proprio popolo e tuttavia ostacolo ai tentativi di annessione di Israele?

Amira Hass È importante distinguere l’ANP in quanto fornitrice di servizi alla popolazione, in quanto direzione nazionale e in quanto ente politico con l’obbiettivo di accedere allo statuto di Stato. Molte persone e soggetti dell’Autorità sono onesti capifamiglia risoluti a servire la loro comunità. Lo storno di introiti dell’ANP da parte di Israele ha ridotto della metà, se non di due terzi, i loro salari già da parecchi anni. Cosa che evidentemente ha delle ripercussioni personali e professionali e incide sulla loro volontà di fare bene il proprio lavoro.

D’altra parte è notevole che il settore pubblico continui a funzionare e a fornire dei servizi, per modesti e insufficienti che siano. Quanto alle istituzioni stesse, il loro funzionamento varia da un luogo all’altro, può essere minimo, in particolare a causa dei tagli al budget, mentre altrove certi settori, come il sistema giudiziario, sono indeboliti dalla politica interna.

Gli accordi di Oslo hanno esentato Israele da ogni responsabilità verso il popolo che continua ad occupare e l’Autorità deve rimediare ai mali provocati da Israele: che si tratti di aiutare le persone sfollate, le famiglie indigenti, i feriti o semplicemente quelli che soffrono di ipertensione arteriosa a causa di una realtà insopportabile e dello stress permanente. Fino ad oggi l’ANP paga le spese dei pazienti gazawi venuti a farsi curare in Cisgiordania prima del 7 ottobre: paga la loro degenza e le loro cure. Paga anche l’acqua potabile che Israele ha dovuto, sotto pressione internazionale, fornire a Gaza. Piccole quantità che costituiscono ormai la sola acqua potabile disponibile.

Sotto questo aspetto non si può dire che l’Autorità agisca contro il suo popolo. Invece ciò avviene quando si considera il suo ruolo di direzione politica nazionale. In assenza di elezioni o di “risorse nuove”, è caratterizzata da una sclerosi di idee e di azioni. In quanto nomenklatura è incapace di staccarsi dai propri interessi personali e di conseguenza di prendere la minima iniziativa di cambiamento o di disubbidienza civile nei confronti degli israeliani. In certi casi la sua prontezza a seguire i diktat israeliani indica una vera collaborazione, sto parlando di collaborazione burocratica.

P.A. E la collaborazione per la sicurezza?

A.H. Non so se ed in quale misura l’Autorità riesca, speri o possa sventare attacchi armati contro gli israeliani. In cambio, a mio avviso, dovrebbe avere il diritto di opporsi alle azioni che facilitano le campagne di distruzione e le espulsioni di massa da parte di Israele. Invece preferisce utilizzare i suoi servizi di sicurezza per intimidire e soffocare le critiche interne e la libera discussione. Dato che si tratta di una nomenklatura, con i suoi evidenti fenomeni di nepotismo, gli alti salari e i vantaggi che ne conseguono, la sua ostilità alla lotta armata, del resto sensata, è considerata dalla popolazione un indice di corruzione, se non di tradimento.

P.A. Nonostante la recente ondata di riconoscimenti dello Stato di Palestina, che cosa resta della “soluzione di due Stati”?

A.H.Sbagliamo continuando a parlare di “soluzione”. Nei processi storici il problema è sapere ciò che è stato fatto per garantire che la prossima fase sia migliore per il popolo. I ritardatari che oggi riconoscono uno Stato palestinese sembrano ignorare la realtà dell’annessione di fatto da parte di Israele della maggior parte della Cisgiordania e la minaccia di espulsioni di massa.

Ma vorrei essere positiva: facciamo pressione su quei Paesi e i loro dirigenti perché impongano sanzioni a Israele in modo che quest’ultimo inizi a demolire i circa 300 avamposti già costruiti, come prima tappa prima dello smantellamento progressivo delle colonie.

Bisogna ribadire l’assioma secondo cui tutte le colonie sono illegali. Bisogna respingere l’affermazione secondo cui sono “irreversibili”, perché questo significa che accettiamo e sosteniamo l’espropriazione quotidiana e permanente dei palestinesi.

Una volta che il processo dei negoziati sarà ripreso lo Stato di Palestina potrebbe accettare che degli ebrei israeliani rimangano all’interno delle sue frontiere. Ma a condizione che le vecchie colonie siano aperte a tutti e non solo agli ebrei israeliani; che i proprietari fondiari – comprese le comunità locali le cui terre sono pubbliche e non private – siano indennizzati per le terre rubate; che i coloni violenti siano espulsi e che lo Stato di Israele garantisca che coloro che restano non costituiranno una quinta colonna. Un riconoscimento privo di sanzioni immediate e coraggiose contro Israele non è che una pia illusione.

P.A.Per finire con una nota più personale, come si svolge il lavoro di una giornalista israeliana in Cisgiordania dopo il 7 ottobre?

A.H. La situazione è più frustrante che mai: ci sono troppi eventi importanti e pericolosi, troppi incidenti, attacchi e risoluzioni governative (israeliane) che bisogna seguire seriamente e meticolosamente. E i lettori (israeliani) rifiutano più che mai di conoscere e comprendere il contesto generale.

Philippe Agret

Storico giornalista dell’Agenzia France Press (AFP). Dopo essere stato corrispondente a Londra ha diretto parecchi uffici dell’AFP in Asia.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)