Kafka a Gaza: come Israele ha trasformato un operatore umanitario palestinese in un “terrorista”

Antony Loewenstein

8 settembre 2022 – +972 Magazine

Nel processo di sei anni contro Mohammed Halabi tutte le prove erano “segrete” o non plausibili. Ciò non ha impedito a Israele di condannarlo a 12 anni di prigione.

Dopo uno dei processi più lunghi nella storia israeliana, che ha compreso più di 160 udienze in sei anni, il 30 agosto un tribunale israeliano ha condannato l’operatore umanitario palestinese Mohammed Halabi a 12 anni di prigione con l’accusa di aver dirottato denaro verso Hamas. A giugno Halabi, che era a capo dell’ufficio di Gaza dell’organizzazione umanitaria cristiana World Vision, è stato dichiarato colpevole dal tribunale distrettuale di Be’er Sheva di aver deviato 50 milioni di dollari dei fondi dell’organizzazione alle autorità di Hamas che governano la Striscia di Gaza bloccata.

Durante il processo kafkiano, condotto in quasi totale segretezza dal momento dell’arresto di Halabi nel giugno 2016, e condannato da diverse delle principali organizzazioni mondiali per i diritti umani, il palestinese di 45 anni ha sempre proclamato la sua innocenza. È stato separato dai suoi cinque figli e dalla sua famiglia a Gaza dal momento in cui si è rifiutato di capitolare alle richieste di Israele di ammettere la sua colpevolezza e accettare un patteggiamento fraudolento.

World Vision, che ha sostenuto Halabi durante tutto il processo, ha continuato a difendere il proprio collaboratore dopo la condanna. “Non abbiamo verificato nulla che ci faccia mettere in dubbio le nostre conclusioni che Mohammed sia innocente da tutte le accuse”, ha scritto in una dichiarazione ufficiale.

Omar Shakir, direttore di Human Rights Watch per Israele e Palestina, è stato più diretto, definendo la sentenza un “grave errore giudiziario”. Ha condannato Israele per aver “trattenuto Halabi per sei anni sulla base di prove segrete confutate da numerose indagini” aggiungendo: “Il caso Halabi mostra come Israele usi il suo sistema giudiziario per fornire una patina di legalità al fine di mascherare il suo orrendo sistema di apartheid nei confronti di milioni di palestinesi. “

Il caso di Halabi è l’ultimo esempio di un sistema giudiziario israeliano truccato ed impegnato in una discriminazione contro palestinesi e non ebrei. Ma la sua storia fornisce più di un semplice spaccato dell’occupazione israeliana. Oltre al silenzio assordante degli alleati di Israele che pretendono di sostenere la democrazia, la sentenza di Halabi è un paradigma di quanto lontano si possa spingere Israele nel suo assalto alla società civile palestinese.

Parlando da Gaza alla rivista +972 dopo la sentenza il padre di Mohammed, Khalil, ha detto che “continuerà a lottare prima nei tribunali [distrettuali] israeliani e poi appellandosi [alla Corte suprema israeliana]” per ottenere giustizia. “Dopodiché [si rivolgerà] ai tribunali dei Paesi europei e in America”, fino a quando Israele non avanzerà le sue scuse per aver arrestato Mohammed, aggiunge.

Khalil, che ha lavorato per anni presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro (UNRWA) a Gaza, ha affermato che i figli di Mohammed comprendono che il loro padre è innocente. Ho sollevato loro il morale fornendo delle spiegazioni. Dico sempre loro che nel procedimento contro il padre la giustizia prevarrà. Il mondo è con lui così come gli israeliani che amano la giustizia e la pace”.

Una totale mancanza di prove

Israele ha arrestato Halabi al valico di Erez tra Israele e la Striscia di Gaza assediata nel giugno 2016 e per settimane non si è saputo niente di lui. Due mesi dopo, Israele ha annunciato che Halabi avrebbe confessato di aver dirottato 50 milioni di dollari nelle casse di Hamas, mentre l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu ha fatto riferimento all’arresto senza menzionare il nome di Halabi.

Organizzazioni umanitarie internazionali e Paesi donatori come la Germania e l’Australia hanno interrotto immediatamente tutti gli aiuti in denaro alla sede di World Vision a Gaza, lasciando migliaia di palestinesi in uno stato di incertezza sugli aiuti e centinaia senza lavoro. Da allora World Vision non è più stata in grado di operare a Gaza.

World Vision ha intrapreso una costosa verifica del suo lavoro a Gaza per determinare se mancasse del denaro. La società di revisione Deloitte e lo studio legale statunitense DLA Piper non hanno trovato prove di illeciti, azioni illegali e nessuna prova credibile che Halabi lavorasse per Hamas (in effetti, la sua famiglia era nota per l’opposizione al gruppo). L’organizzazione umanitaria ha anche affermato che il suo intero budget decennale per Gaza era di 22,5 milioni di dollari, ridicolizzando l’affermazione che El-Halabi avrebbe rubato 50 milioni di dollari.

L’Australia, uno dei principali finanziatori dei programmi di World Vision a Gaza, ha immediatamente condotto la propria indagine sulle gravi accuse di Israele. Anch’esso non ha trovato nulla.

L’allora capo di World Vision Australia, il ministro battista Tim Costello, ha detto a +972 che l’intero caso era un “insulto ai contribuenti australiani, alla nostra integrità. Il bilancio degli aiuti australiani è stato sottoposto ad un’indagine e tuttavia nessun denaro dei contribuenti è scomparso. Ci deve essere una risposta ufficiale del governo australiano, anche se a porte chiuse e in privato, per condannare la sentenza [contro Halabi]”.

Fino al momento in cui scrivo, il governo australiano è rimasto in silenzio, anche se tre senatori verdi del parlamento federale hanno condannato la sentenza. L’Australia è da molti anni uno degli alleati più fedeli di Israele.

È una decisione chiaramente ideologica”, dice Costello a +972. Israele vuole dire: siamo una democrazia con uguaglianza davanti alla legge, ma i palestinesi non godono di questa uguaglianza. Lascia che la giustizia scorra come un fiume” [ “Let justice roll on like a river” è una famosa frase, tratta dalla Bibbia, che Martin Luther King pronunciò nel 1963 a Washington, ndt.].

Confessione sotto costrizione

Halabi afferma di essere stato torturato dalle autorità israeliane durante la detenzione nel 2016, e di aver ricevuto tra l’altro un pugno alla testa che gli ha lasciato persistenti problemi di udito. È stato sottoposto forzatamente a prolungate posizioni di stress, privato del cibo e del sonno e rinchiuso in una cella con un informatore palestinese, un sedicente membro di Hamas. Tali tattiche coercitive non sono insolite: Israele ha una lunga storia di torture nei confronti dei palestinesi sotto custodia per costringerli a una falsa confessione e ad accettare un patteggiamento con una pena ridotta.

Dopo essere rimasto intrappolato per giorni in una stanza con quell’uomo Halabi ha detto al suo avvocato palestinese, Maher Hanna, che non poteva più sopportare quel trattamento. Halabi ha ammesso tutto ciò che volevano gli inquisitori dopo essere stato sottoposto a una coercizione intollerabile, ha detto Hanna. Diversi relatori speciali delle Nazioni Unite hanno ritenuto che la detenzione e l’interrogatorio di Halabi “potrebbero essere equiparati a tortura”.

Nel frattempo Halabi non credeva che nessun tribunale israeliano credibile avrebbe preso sul serio il processo, e così ha ritrattato la sua confessione. Ma per sei lunghi anni ha dovuto sopportare interminabili ritardi, mancanza di prove in aula e un sistema giudiziario israeliano che ha rifiutato di consentire l’audizione di testimoni credibili.

Per l’accusa israeliana il semplice fatto che i numeri non tornassero – che Halabi non avesse mai avuto accesso a nessun quantitativo di denaro che si avvicinasse a 50 milioni di dollari – era irrilevante. Avevano quella che sostenevano fosse un’ammissione da parte dell’operatore umanitario durante la sua detenzione, e questo era sufficiente. Niente di tutto questo è mai stato sottoposto a verifica in un tribunale equo e pubblico; al contrario, l’accusa è stata autorizzata a presentare tutte le sue cosiddette “prove segrete” nel corso di udienze a porte chiuse.

Durante questo processo-farsa la maggior parte della comunità internazionale è rimasta in silenzio o ha affermato di non poter intervenire fino alla sua conclusione, una posizione che andava a pennello per Israele.

Dopo la sentenza di fine agosto, ad esempio, il consolato britannico a Gerusalemme si è limitato a twittare di essere “preoccupato”, mentre la delegazione dell’Unione europea presso i palestinesi ha twittato che “si rammarica dell’esito“. L’UE è il principale partner commerciale di Israele, una solida relazione che sta crescendo nonostante la preoccupazione pubblica per i tentativi di Israele di schiacciare importanti organizzazioni della società civile palestinese, molte delle quali ricevono fondi da governi europei.

“Un moderno processo Dreyfus”

Il nocciolo della questione, come la scorsa settimana ha rilevato l’avvocato Maher Hanna a +972, è stata la riluttanza di Halabi ad ammettere un crimine che non ha commesso. Durante un’udienza del marzo 2017 un giudice del tribunale distrettuale israeliano lo ha incoraggiato a patteggiare perché avrebbe avuto “poche possibilità” di non essere ritenuto colpevole. “Ha letto i numeri e le statistiche”, ha continuato il giudice, alludendo ai tassi di condanna dei tribunali militari. “Sa come vengono gestite queste situazioni.”

“All’inizio gli sono stati offerti tre anni, poi quattro, poi sei e infine otto”, spiega Hanna da Gerusalemme. Ma Halabi ha rifiutato di accettare ognuna di queste offerte, e di conseguenza è stato condannato a 12 anni di carcere.

Nonostante la sentenza l’accusa ha minacciato di ricorrere in appello per ottenere una sentenza più severa. “È difficile capire il cambio di posizione dell’accusa”, dice Hanna. “Era disposta ad accontentarsi di una condanna a tre anni in caso di confessione, ma non ad accettare una condanna a 12 anni quando l’imputato si è dichiarato innocente per lo stesso presunto reato“.

Hanna aggiunge: “L’accusa, e anche la corte, ritengono importante trasmettere un messaggio a tutti i detenuti e prigionieri palestinesi secondo cui chiunque non accetti una pena detentiva in un patteggiamento e costringa il tribunale ad ascoltare la propria difesa sarà severamente punito”.

In un’indagine del 2019 per la rivista +972 Magazine ho dettagliato la serie dei motivi per cui il processo non è riuscito a soddisfare nemmeno i più elementari standard internazionali di equità. Lo stesso Halabi mi ha detto nello stesso anno che credeva che l’intero caso contro di lui fosse una battuta di pesca per tentare di accentuare l’assedio contro gli abitanti di Gaza. Non stavano attaccando soltanto me, ma l’intero sistema di aiuti umanitari a Gaza, di cui ero solo una parte”.

Hanna è rimasto scioccato dalla sentenza della corte e sconvolto dal fatto che i giudici abbiano respinto la maggior parte delle rimostranze di Mohammed. Hanno puntualmente ignorato tutte le incongruenze presenti nel caso come se quelle rimostranze non fossero state presentate. Sono rimasti molto sorpresi quando hanno ascoltato le rimostranze durante le argomentazioni per la condanna e hanno ammesso la possibilità di aver sbagliato, ma per loro “è necessario mantenere una coerenza”.

Israele sta attualmente conducendo una guerra più estesa contro la società civile palestinese, con la determinazione di chiudere le ONG principali e neutralizzare la loro autorevolezza nella battaglia davanti all’opinione pubblica globale. Come per il caso Halabi, in cui non esistono prove per dimostrare la sua colpevolezza, il governo israeliano spera che le sue false accuse di terrorismo contro le principali ONG palestinesi le metteranno a tacere e le dissuaderanno.

Intanto Hanna continua a nutrire delle speranze per Halabi. “A questo punto ci aspettiamo che la Corte Suprema annulli una simile sentenza”, afferma. “Questo è un moderno processo Dreyfus e lo Stato di Israele non può permettersi di portare una macchia del genere nel suo sistema giudiziario”.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di best seller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [Rivista australiana progressista di giornalismo investigativo, ndt.]. Ha scritto per The Guardian, The New York Times, The New York Review of Books e molte altre testate. I suoi libri includono Pills, Powder and Smoke: Inside The Bloody War On Drugs, Disaster Capitalism: Making A Killing Out Of Catastrophe e My Israel Question. I suoi documentari includono Disaster Capitalism e i film inglesi di Al Jazeera: West Africa’s opioid crisis e Under the Cover of Covid. Ha lavorato a Gerusalemme Est dal 2016 al 2020. Il suo prossimo libro, in uscita nel 2023, è The Palestine Laboratory: How Israel Exports the Technology of Occupation Around the World.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele uccide almeno 10 palestinesi nella nuova campagna di bombardamenti contro Gaza

Ahmed Al-Sammak, Lubna Masarwa, Huthifa Fayyad da Gaza City, Palestina occupata

5 agosto 2022 – Middle East Eye

Un dirigente della Jihad Islamica è stato assassinato in un attacco che ha ucciso anche una bambina di 5 anni e ferito più di 55 civili

Nell’ultimo bombardamento contro la Striscia di Gaza di venerdì l’esercito israeliano ha ucciso almeno 10 palestinesi, tra cui una bambina di 5 anni e un importante leader militare.

Taiseer al-Jabari, capo della divisione nord delle Brigate di al-Quds (Saraya al-Quds), l’ala militare del movimento Jihad Islamica, è stato ucciso durante attacchi aerei che hanno colpito varie località di Gaza. Secondo il ministero della Sanità palestinese almeno 55 persone sono rimaste ferite.

Gli attacchi iniziali hanno colpito tre diverse zone: Khan Younis nel sud della Striscia, Shujaiya a nord e un edificio residenziale nel centro di Gaza.

L’esercito afferma di aver preso di mira la Jihad Islamica con l’operazione denominata “Breaking Dawn” [Sorgere del sole].

Hamas, che governa di fatto Gaza, e la Jihad Islamica, la seconda più importante organizzazione armata della Striscia, hanno promesso una dura risposta all’aggressione israeliana. 

Ziad al-Nakhalah, capo della Jihad Islamica, ha affermato che non ci sono limiti in questa guerra e che Tel Aviv verrà presa di mira.

Non ci sono linee rosse in questa battaglia e Tel Aviv, come tutte le città israeliane, finirà sotto i razzi della resistenza,” ha affermato.

Gaza è stata colpita da attacchi aerei e dal fuoco dell’artiglieria. La Jihad Islamica ha affermato di aver sparato 100 razzi venerdì notte come risposta iniziale.

Fawzi Barhoum, portavoce di Hamas, ha detto che le fazioni della resistenza a Gaza sono unite e pronte a rispondere con “tutta la forza”.

Nel contempo il primo ministro israeliano Yair Lapid ha affermato che il Paese “non consentirà alle organizzazioni terroristiche della Striscia di Gaza di dettare le regole” e che l’esercito israeliano continuerà ad agire contro l’organizzazione Jihad Islamica “per eliminare la minaccia che rappresenta per i cittadini di Israele.”

Un vero e proprio crimine”

Khalil Kanon vive al dodicesimo piano della Palestine Tower, un edificio nel centro di Gaza che è stato colpito venerdì durante il primo attacco aereo israeliano. Dice a MEE che il bombardamento ha ferito sua moglie e sua madre, ha terrorizzato i suoi figli e tutta la famiglia è stata macchiata di sangue.”

Stavo leggendo le notizie. Improvvisamente abbiamo sentito bombardamenti assordanti. Una mano di mia madre e una gamba di mia moglie sono state ferite, e i miei figli erano terrorizzati,” racconta Kanon.

Dopo il bombardamento, un vicino di Kanon è corso ad aiutare e ha portato fuori dall’edificio i suoi figli e sua moglie, mentre Kanon aspettava gli infermieri per aiutarli a portare via sua madre dallo stabile.

Eravamo tutti sporchi di sangue. Guarda, c’è una macchia di sangue sulla mia maglietta.

Non avrei mai pensato che questo edificio potesse essere bombardato. Che razza di vita abbiamo?”

Ahmed al-Bata, un giornalista, quando l’edificio è stato bombardato stava aspettando l’ascensore per salire al quattordicesimo piano della Palestine Tower, dove si trova il suo ufficio.

Improvvisamente ho sentito tre massicci, intensi bombardamenti,” racconta a MEE.

La scena è stata inimmaginabile. Dopo qualche minuto decine di abitanti hanno iniziato a scappare urlando. Quasi tutti erano bambini e donne. Decine di loro erano ferite. La scena era talmente orribile. È un vero e proprio crimine.”

Arresto di un leader della Jihad Islamica

L’attacco è giunto dopo giorni di blocco imposto dalle autorità israeliane agli abitanti che vivono nei pressi di Gaza, e il dispiegamento di truppe nella zona. Le misure hanno incluso la chiusura di strade e il blocco del servizio ferroviario vicino a Gaza.

L’esercito israeliano ha affermato di averle messe in atto a causa del timore di attacchi di rappresaglia da parte della Jihad Islamica a Gaza dopo l’arresto nella città di Jenin, nella Cisgiordania occupata, di un importante dirigente dell’organizzazione, Bassam al_Saadi.

Nell’incursione in città è stato ucciso anche il diciassettenne palestinese Dirar al-Kafrayni, colpito a morte dalle forze israeliane. 

Nell’incursione è stato arrestato anche il genero di Saadi, Ashraf al-Jada. Durante l’arresto la moglie di Saadi è stata ferita e portata in ospedale per essere curata. Immagini di una telecamera di sorveglianza dell’arresto di Saadi mostrano soldati israeliani che trascinano sul pavimento il sessantaduenne. Sarebbe anche stato ferito da un cane dell’esercito israeliano.

Quando si sono diffuse notizie dell’incursione mortale, gruppi di persone si sono riuniti nel campo di rifugiati di Jenin e nella vicina città di Nablus, mentre sostenitori hanno espresso solidarietà a un personaggio molto rispettato. La Jihad Islamica, considerata la seconda milizia più importante della resistenza armata palestinese dopo Hamas, ha affermato di aver messo in allerta ovunque i propri combattenti.

Ameer Makhoul, un importante attivista e scrittore palestinese, dice a MEE: “Nessuno dovrebbe essere sorpreso dall’aggressione israeliana contro Gaza e del fatto che siano stati presi di mira i dirigenti delle brigate di al-Quds e i civili.”

Makhoul ha aggiunto che il massiccio schieramento dell’esercito sul e attorno al confine con Gaza non è stato “un’iniziativa difensiva” o per prevenire la risposta della Jihad Islamica all’arresto di Saadi.

Al contrario, l’arresto è avvenuto come parte della preparazione di una nuova aggressione con obiettivi e strategie, anche se di portata limitata,” ha affermato.

Meron Rapoport, un esperto commentatore israeliano, ha affermato che la tempistica dell’operazione israeliana è stata strana e che Israele ha essenzialmente punito l’organizzazione Jihad Islamica perché non attaccasse come rappresaglia per l’arresto di Saadi, dato che il gruppo armato ha lanciato razzi solo dopo che Israele ha iniziato attacchi aerei contro Gaza.

Israele arresta un importante membro della Jihad Islamica in Cisgiordania, e il gruppo non risponde,” continua Rapoport, in riferimento all’arresto di Bassam al-Saadi all’inizio di questa settimana a Jenin.

Ma poi “Israele ha imposto il coprifuoco a decine di migliaia di abitanti nelle zone adiacenti a Gaza in base al fatto che la Jihad Islamica progettava una risposta, poi uccide importanti membri dell’organizzazione e civili a Gaza, in base al fatto che pianificavano di attaccare Israele. Il risultato, dopo che Israele avrebbe tentato di impedire attacchi della Jihad Islamica, è che ora arrivano razzi, cosa che a quanto pare non sarebbe avvenuta se Israele non avesse attaccato per primo.”

Gli USA difendono Israele, l’ONU sollecita una riduzione della tensione

In risposta al bombardamento di Gaza da parte di Israele gli Stati Uniti hanno detto che il Paese ha il “diritto di difendersi”.

L’attacco giunge poche settimane dopo che il presidente USA Joe Biden ha visitato Israele. Prima del viaggio la sua amministrazione avrebbe chiesto a Israele di rimandare ogni escalation contro i palestinesi “a dopo la visita di Biden” a metà luglio.

La richiesta è stata condannata dagli attivisti palestinesi, che hanno detto a MEE che ciò è “indicativo della vera politica degli Stati Uniti nei confronti di Israele,” in quanto gli USA non si preoccupano di come Israele tratta i palestinesi.

Nel contempo l’ONU ha emanato un comunicato più severo, affermando che non ci sono “giustificazioni” per gli attacchi contro i civili.

Sono profondamente preoccupato dalla continua escalation tra i miliziani palestinesi e Israele, compresa l’odierna uccisione mirata di un dirigente della Jihad Islamica palestinese all’interno di Gaza,” ha affermato venerdì sera in un comunicato Tor Wennesland, il coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente.

La continua escalation è molto pericolosa,” ha affermato Wennesland.

Israele impone dal 2007 un durissimo blocco contro la Striscia di Gaza, che secondo le associazioni per i diritti umani rappresenta una punizione collettiva per i due milioni di abitanti dell’enclave. Israele impedisce l’importazione di materiali ed attrezzature a Gaza ed ha imposto rigide restrizioni alle esportazioni, che hanno portato a una condizione di “paralisi” in molti settori dell’economia di Gaza.  

Anche l’Egitto sostiene l’assedio, controllando i movimenti in entrata e in uscita da Gaza sulla propria frontiera.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza nel maggio dello scorso anno un attacco militare israeliano contro Gaza ha ucciso più di 260 palestinesi, tra cui 66 minorenni, e sfollato almeno 72.000 persone.

In un rapporto Human Rights Watch [prestigiosa ong per i diritti umani con sede negli USA, ndt.] ha affermato che gli attacchi aerei israeliani del 2021 hanno preso di mira zone nelle cui vicinanze non c’erano prove dell’esistenza di obiettivi militari, il che rappresenta un crimine di guerra.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Palestina: impunità per arresti arbitrari e tortura da parte dell’ANP e di Hamas e persistenti e sistematici abusi un anno dopo il pestaggio a morte di un famoso dissidente

30 giugno 2022 – Human Rights Watch

(Gerusalemme) – Le autorità palestinesi maltrattano e torturano sistematicamente i palestinesi in detenzione, inclusi dissidenti e oppositori, ha affermato oggi Human Rights Watch [organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, ndt.] in un rapporto parallelo presentato al Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura congiuntamente alla organizzazione per i diritti dei palestinesi Lawyers for Justice [Avvocati per la giustizia, ndt.]. La tortura, sia da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) guidata da Fatah [organizzazione politica laica palestinese prevalentemente di sinistra, ndt.] in Cisgiordania che delle autorità di Hamas [organizzazione politica islamista, sunnita e fondamentalista, ndt.] a Gaza, può costituire crimine contro l’umanità, data la sua natura sistematica nel corso di molti anni.

Più di un anno dopo il pestaggio a morte da parte dell’ANP dell’eminente attivista e dissidente Nizar Banat mentre era in custodia detentiva e la repressione violenta di persone che chiedevano giustizia per la sua morte, incluse le retate per proteste pacifiche, nessuno è stato ritenuto responsabile. I pubblici ministeri hanno emesso dei capi d’accusa contro 14 agenti di sicurezza ma i dissidenti affermano che le autorità si stanno muovendo troppo lentamente e sono di parte, come nel caso di una decisione del 21 giugno da parte della procura militare di concedere all’imputato un periodo di libertà di 12 giorni.

“Più di un anno dopo il pestaggio a morte di Nizar Banat l’Autorità Nazionale Palestinese continua ad arrestare e torturare critici e oppositori”, afferma Omar Shakir, direttore di Human Rights Watch per Israele e Palestina. “Gli abusi sistematici da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese e di Hamas costituiscono una componente fondamentale della repressione del popolo palestinese”.

Alla luce di questa serie di abusi altri Paesi dovrebbero tagliare l’assistenza alle forze di sicurezza palestinesi responsabili, inclusa la polizia dell’ANP che ha svolto un ruolo centrale nella recente repressione. La Procura della Corte Penale Internazionale dovrebbe indagare e perseguire le persone credibilmente implicate in questi gravi abusi.

All’alba del 24 giugno 2021 più di una decina di agenti di sicurezza preventiva dell’ANP, che monitorano le attività politiche e le minacce alle autorità a livello nazionale, hanno arrestato e aggredito violentemente Banat. Egli era un famoso dissidente che l’Autorità Nazionale Palestinese aveva precedentemente tenuto in detenzione per il suo attivismo e che aveva pianificato di candidarsi con una lista indipendente durante le elezioni legislative palestinesi del 2021, prima che fossero rinviate.

E’ morto durante la custodia, soffocato dal sangue e dalle secrezioni che avevano riempito i suoi polmoni, ha concluso un’autopsia. Un rapporto congiunto del marzo 2022 dell’organismo di vigilanza legale palestinese, della Commissione indipendente per i diritti umani (ICHR) e dell’associazione palestinese per i diritti umani al-Haq, ha rilevato che a causare la morte di Banat è stato l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza dell’ANP.

Il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha formato un comitato ufficiale per indagare sul decesso, ma il suo rapporto, presentato cinque giorni dopo, nel giugno 2021, non è stato reso pubblico. Il processo contro gli accusati di aver partecipato all’uccisione di Banat è in corso. A maggio la famiglia Banat ha annunciato un boicottaggio del procedimento, adducendo preoccupazioni tra cui la concessione di privilegi agli imputati, come consentire loro di uscire di prigione per visitare la famiglia senza un ordine del tribunale.

Nei mesi successivi alla morte di Banat le forze di polizia dell’ANP hanno disperso violentemente le proteste popolari che chiedevano giustizia e hanno rastrellato decine di persone per aver protestato pacificamente. Jehad Abdo, 54 anni, ha detto a Human Rights Watch che agenti di polizia dell’ANP in abiti civili lo hanno arrestato nell’agosto 2021 mentre si stava recando ad una protesta. I pubblici ministeri lo hanno accusato di aver insultato “autorità superiori” e di “raduno illegale”, accuse che di fatto criminalizzano l’espressione e le manifestazioni pacifiche, e lo hanno rilasciato quattro giorni dopo con imputazioni ancora pendenti.

Hamza Zbeidat, 38 anni, ha riferito a Human Rights Watch di essere stato arrestato anche lui dalle forze di polizia dell’ANP mentre si recava a una manifestazione programmata nellagosto 2021 sul caso di Banat. I pubblici ministeri in seguito hanno accusato Zbeidat di aver insultato “autorità superiori, di “raduno illegale” e istigazione a “conflitti settari”. Ha detto di aver trascorso tre notti in una minuscola cella sovraffollata senza un’adeguata ventilazione e di essere risultato positivo al Covid-19 diversi giorni dopo essere stato rilasciato con accuse pendenti.

Fakhri Jaradat, 53 anni, afferma che le forze di polizia dell’ANP lo hanno arrestato a casa sua in due diverse occasioni nel luglio 2021 dopo la sua partecipazione a manifestazioni legate al caso Banat e lo hanno interrogato riguardo a dei post su Facebook, uno dei quali invitava il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas a “lasciare, andarsene.” I pubblici ministeri hanno accusato anche lui di insulti contro “autorità superiori”, “raduno illegale” e istigazione a “conflitti settari”, detenendolo tra i due arresti per circa una settimana in totale, prima di rilasciarlo con accuse ancora in corso.

Fadi Quran, 34 anni, afferma che le forze di polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese lo hanno arrestato nell’agosto 2021 mentre camminava nel centro di Ramallah, vicino al luogo di una manifestazione programmata a cui intendeva partecipare, ma il cui svolgimento era stato impedito dalle forze di sicurezza. Ha detto che la polizia lo ha interrogato sulle bandiere palestinesi che portava e sui post su Facebook, incluso uno che criticava il rinvio delle elezioni dell’ANP e il governo del presidente Abbas, e lo ha rilasciato dopo due giorni di detenzione senza accusa.

Human Rights Watch afferma che la morte durante la custodia detentiva di Banat e i rastrellamenti dei manifestanti nelle settimane successive riflettono la pratica sistematica delle autorità palestinesi di arresti arbitrari e torture impunite. Le forze di sicurezza dell’ANP e di Hamas maltrattano e minacciano regolarmente i detenuti, usano l’isolamento e le percosse, tra cui frustate ai piedi, e costringono i detenuti in posizioni forzate dolorose per periodi prolungati, tra cui lo stare appesi con le braccia dietro la schiena con cavi o corde, per punire e intimidire i dissidenti e oppositori e ottenere confessioni, come mostrano Human Rights Watch e Lawyers for Justice nel loro rapporto parallelo.

L’ANP e Hamas sostengono che gli abusi non sono altro che casi isolati su cui sono in corso delle indagini e per i quali i trasgressori sono tenuti a rispondere, ma anni di ricerca da parte di Human Rights Watch, incluso il suo rapporto di 147 pagine del 2018, Two Authorities, One Way , Zero Dissent” [Due autorità, un metodo, zero dissenso, ndt.], contraddicono queste affermazioni. Come documentato nel rapporto parallelo, le autorità palestinesi hanno costantemente omesso di ritenere responsabili le forze di sicurezza.

Nel 2021 l’ICHR ha ricevuto 252 denunce di tortura e maltrattamenti e 279 di arresti arbitrari contro le autorità dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e 193 denunce di tortura e maltrattamenti e 97 di arresti arbitrari contro le autorità di Hamas a Gaza. Le autorità di Hamas hanno anche giustiziato 28 persone a Gaza da quando hanno preso il controllo politico nel giugno 2007, in un contesto in cui prevalgono le violazioni del giusto processo, la coercizione e la tortura, e hanno giustiziato sommariamente decine di altre persone senza alcun processo giudiziario, spesso con l’accusa di collaborazione con Israele.

Le autorità palestinesi dovrebbero rispettare i trattati internazionali sui diritti umani a cui hanno aderito e porre fine ai gravi abusi e all’impunità endemica assicurando i responsabili alla giustizia. Cinque anni dopo l’adesione della Palestina al Protocollo opzionale della Convenzione contro la tortura, che richiede l’istituzione di un “meccanismo nazionale di prevenzione” per monitorare in modo indipendente i centri di detenzione, anche con visite a sorpresa, il presidente Abbas a maggio ha emesso un decreto che istituisce la Commissione nazionale contro la tortura.

Tuttavia, il decreto prevede che il presidente dell’ANP nomini i membri della commissione, che saranno dipendenti del governo, e che la commissione operi come organo di governo. Ciò priverà la commissione di molta effettiva indipendenza, come hanno notato l’ICHR e una dichiarazione congiunta di 26 organizzazioni della società civile palestinese. Il presidente Abbas dovrebbe revocare il decreto e presentare un nuovo regolamento che crei un organismo pienamente indipendente.

Il rapporto parallelo di Human Rights Watch e Lawyers for Justice riguarda anche i maltrattamenti e le torture da parte delle autorità israeliane nei Territori Palestinesi Occupati e l’impunità per questi abusi. Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti Public Committee Against Torture in Israel [Comitato pubblico contro la tortura in Israele, ndt.], nonostante le oltre 1.300 denunce di tortura presentate al Ministero della Giustizia israeliano dal 2001 a partire da atti presumibilmente commessi dalle autorità israeliane in Israele o in Cisgiordania, tra cui incatenamento in posizioni dolorose, privazione del sonno ed esposizione a temperature estreme, negli ultimi 20 anni queste denunce hanno portato a due sole indagini penali e nessun atto d’accusa.

Human Rights Watch afferma che nell’ambito dei suoi doveri ai sensi della Convenzione contro la tortura di “prevenire atti di tortura in qualsiasi territorio sotto la sua giurisdizione”, lo Stato di Palestina dovrebbe cessare ogni coordinamento di sicurezza con l’esercito israeliano che contribuisce a facilitare la tortura e altri gravi abusi, e smettere di consegnare i palestinesi, fintanto che persista per coloro che vengono consegnati un rischio reale di tortura e altri maltrattamenti proibiti.

“Molti governi affermano di voler sostenere lo stato di diritto in Palestina e tuttavia anno dopo anno continuano a finanziare le forze di polizia che lo minano attivamente”, afferma Shakir. Gli ostacoli costituiti da presunte preoccupazioni per la fragilità delle istituzioni palestinesi e altre scuse inconsistenti dovrebbero cadere. I governi donatori dovrebbero recidere i legami con la polizia e le forze di sicurezza palestinesi colpevoli di abusi e concentrare le loro politiche in Palestina e Israele sui diritti umani”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Chi sono i vincitori e i vinti dell’israeliana Marcia delle Bandiere? 

Motasem A Dalloul

1 giugno 2022 – Middle East Monitor

Governo israeliano di occupazione, gruppi dell’opposizione e coloni ebrei dell’estrema destra avevano tutti scommesso che, durante il weekend, la provocatoria Marcia delle Bandiere avrebbe causato gravi disordini al suo passaggio attraverso il quartiere musulmano della Città Vecchia di Gerusalemme. I coloni hanno usato queste marce fin dal 1967 per celebrare l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est. L’attuale governo israeliano, guidato da Naftali Bennett, voleva utilizzare il grottesco sfoggio di razzismo sfacciato per rafforzare la propria sovranità sulla città santa e dimostrare che Israele ha ancora un deterrente contro la resistenza palestinese.

Il leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu, il cui partito, il Likud, ha il maggior numero di seggi nella Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha cercato di sfruttare l’evento per scatenare incidenti che avrebbero potuto danneggiare il governo Bennett. Nel frattempo i coloni estremisti hanno insistito sul percorso della marcia proposto da loro e respinto ogni tentativo di deviarlo, nonostante forti pressioni da parte degli alleati di Bennett nel governo di coalizione. Hanno insistito che la marcia doveva svolgersi secondo il loro piano per dimostrare la sovranità di Israele sulla città santa occupata.

Bennett e alti ufficiali dell’esercito hanno insistito che si poteva tenere la marcia nonostante gli avvertimenti non solo da parte di veterani militari e politici, ma anche di gruppi della resistenza palestinese che avevano avvertito che avrebbero reagito contro Israele qualora fosse successo qualche incidente intollerabile.

“Se non fossimo passati per il percorso normale, di fatto non avremmo mai più potuto farlo. Sarebbe stata una rinuncia alla sovranità,” ha detto Bennett. “Abbiamo dimostrato che lo Stato di Israele agisce in base a ciò che è giusto e non in seguito a minacce.”

Netanyahu ha incoraggiato la partecipazione di due fanatici gruppi di ebrei israeliani, La Familia [ultras razzisti della squadra di calcio di Gerusalemme Betar, ndt.] e Lehava [organizzazione di estrema destra suprematista ebraica, ndt.], che per vari anni sono stati collegati a casi di violenze contro gli arabi in Israele e nella Cisgiordania occupata.

Il governo ha impiegato migliaia di agenti per far svolgere la marcia senza infrazioni e garantire che i coloni non avrebbero provocato i palestinesi, innescando così una risposta da parte dei gruppi della resistenza o suscitando critiche a livello internazionale. Ciononostante Netanyahu è riuscito a far sì che alcuni elementi dei gruppi ebrei più estremisti riuscissero comunque a provocare e attaccare i palestinesi e poi a svolgere le proprie cerimonie religiose nei pressi della moschea Al-Aqsa.

Secondo il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid, La Familia e Lehava hanno monopolizzato la giornata. “Non possiamo accettare che queste siano le immagini che ci restano alla fine del Giorno di Gerusalemme,” ha detto. “La maggioranza israeliana deve riappropriarsi della Marcia delle Bandiere, di Gerusalemme e dello Stato di Israele. Noi siamo la maggioranza. Loro sono una minoranza estremista.”

È discutibile che la Marcia delle Bandiere “dimostri” la sovranità israeliana come sostiene Bennett. Dopotutto i coloni hanno avuto bisogno di migliaia di forze di sicurezza e del coprifuoco per proteggerli lungo il percorso. Nessuno di loro avrebbe avuto il coraggio di sventolare una bandiera israeliana e sfilare da solo lungo il percorso, nonostante le restrizioni imposte ai palestinesi e gli attacchi contro i fedeli nella moschea di Al-Aqsa.

I coloni ebrei avrebbero potuto restare per ore a Gerusalemme, presso la porta di Damasco e poi tornare a casa, mentre i palestinesi sventolavano le proprie bandiere, nonostante il grosso contingente di polizia israeliana impiegato per fronteggiarli, e loro sono ancora là nonostante l’imponente presenza della polizia. Cosa vuol dire sovranità, se lo Stato non è in grado di controllarla?

Secondo Amichai Attali, reporter per gli affari parlamentari di Yedioth Ahronoth [quotidiano di centro, uno dei più letti in Israele, ndt.]: “Non c’è sovranità a Gerusalemme durante l’era di Naftali Bennett. Non c’è stata tale sovranità con Netanyahu, Olmert, Sharon o tutti i loro predecessori. Gerusalemme non è mai stata unita perché i leader non hanno il coraggio di prendere decisioni.”

Inoltre qualsiasi fattore di deterrenza che Israele possa aver mai avuto è scomparso da tempo. La forte presenza della polizia, il coprifuoco e le limitazioni dei movimenti dei palestinesi sono tutte prove di questo fatto. Come lo è stato l’attivazione del sistema antimissilistico Iron Dome, [cupola di ferro] su tutto lo Stato occupato nel caso in cui i gruppi di resistenza avessero risposto alle provocazioni e al razzismo anti-arabo dei partecipanti alle marce. L’esercito è stato impiegato in una delle più imponenti esercitazioni militari per essere pronto a un massiccio attacco contro i palestinesi “per ogni evenienza”.

Il corrispondente militare dell’israeliano Channel 13 ha riferito che i soldati erano nascosti lungo la recinzione del confine formale con la Striscia di Gaza e dei veicoli militari vuoti erano parcheggiati in posti visibili per attirare il fuoco dei palestinesi, rendendo inefficace qualsiasi risposta da parte del popolo di Gaza. Dove starebbe in tutto ciò il fattore di deterrenza israeliano?

I gruppi della resistenza palestinesi possono ancora rispondere alle violazioni israeliane a Gerusalemme e durante la Marcia delle Bandiere: non penso che questo capitolo si sia concluso. “La resistenza deciderà come e quando reagire, a seconda delle informazioni che ha e al momento giusto,” ha detto Mohammad Hamada, portavoce di Hamas per gli Affari di Gerusalemme.

Noi sappiamo anche che Israele ha inviato mediatori qatarioti, egiziani e dell’ONU per chiedere a Ismail Haniyeh, leader di Hamas, di dire che il movimento non avrebbe reagito e che entrambe le parti potevano tornare a una vita normale. Il suo consulente per i media ha sottolineato che Haniyeh ha respinto tutte le richieste.

L’incitamento dei fanatici da parte di Netanyahu non è riuscito a raggiungere l’obiettivo e sarà quindi deluso dal risultato. A peggiorare le cose per l’ex primo ministro dell’estrema destra, Benny Gantz, ministro della Difesa israeliano, sta parlando di mettere La Familia e Lehava sulla lista israeliana delle organizzazioni considerate terroriste.

Perciò, per come la vedo io, gli organizzatori della marcia che volevano dimostrare la sovranità israeliana su Gerusalemme e i politici israeliani che pensavano che avrebbe contribuito a promuovere i propri interessi sabato hanno perso. I vincitori sono i gerosolomitani palestinesi le cui sofferenze sotto lo Stato neo-fascista di occupazione e di apartheid ancora una volta sono state evidenziate cosicché tutto il mondo vedesse; analogamente i palestinesi di Gaza hanno trionfato dato che i gruppi di resistenza hanno preso la saggia decisione di evitare la ben preparata offensive israeliana contro l’enclave costiera.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

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Effetti di un attacco israeliano a Gaza simili a quelli di armi chimiche, rileva il rapporto di una ONG

Bethan McKernan, Gerusalemme e Hazem Balousha, Gaza City

Lunedì 30 maggio 2022 – The Guardian

I proiettili sparati contro un magazzino agrochimico hanno creato una nube tossica che ha causato problemi di salute agli abitanti

Secondo un rapporto che analizza il bombardamento e i suoi effetti, un attacco aereo israeliano contro un magazzino agrochimico durante la guerra dell’anno scorso a Gaza ha rappresentato un equivalente dell’ “impiego indiretto di armi chimiche”.

Il 15 maggio dello scorso anno i proiettili incendiari sparati dalle Forze di difesa israeliane (IDF)  hanno colpito il grande magazzino di prodotti farmaceutici e agricoli di Khudair nel nord della Striscia di Gaza dando fuoco a centinaia di tonnellate di pesticidi, fertilizzanti, plastica e nylon. L’impatto ha creato una nube tossica che ha investito un’area di 5,7 kmq e ha lasciato i residenti locali alle prese con problemi di salute, tra cui due segnalazioni di aborti spontanei, e indicazioni di danni ambientali.

L’indagine approfondita, che ha comportato l’analisi di filmati di telefoni cellulari, droni e telecamere a circuito chiuso, dozzine di interviste con i residenti e l’analisi di esperti di munizioni e dinamica dei fluidi, ha utilizzato un modello in 3D del magazzino per determinare le circostanze dell’attacco.

È la prima pubblicazione da parte dell’unità investigativa di architettura forense della ONG palestinese per i diritti umani Al-Haq, una collaborazione unica nel suo genere in Medio Oriente con Forensic Architecture, un’agenzia di ricerca con sede presso la Goldsmiths University of London, che svolge analisi territoriali e dei media per le ONG e nei casi internazionali riguardanti i diritti umani.

Esperti legali hanno concluso in base alle risultanze di Al-Haq che, sebbene nell’attacco siano state usate armi convenzionali, il bombardamento del magazzino, con la consapevolezza della presenza all’interno di sostanze chimiche tossiche, equivale all’uso indiretto di armi chimiche. Tali atti sono chiaramente vietati… e perseguibili sulla base dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale”.

Chris Cobb-Smith, un esperto di munizioni, avrebbe affermato: Non c’è alcuna giustificazione militare per l’uso in quel luogo di [proiettili fumogeni avanzati]. Il loro impiego in un contesto urbano è intrinsecamente scorretto e inappropriato.

Duecentocinquantasei persone a Gaza e 14 in Israele sono morte nella guerra di 11 giorni del maggio dello scorso anno tra Israele e Hamas, il gruppo militante palestinese che controlla la striscia assediata. Al-Haq ha affermato che l’attacco al magazzino di Khudair è stato il primo di una serie di attacchi mirati deliberatamente alle infrastrutture economiche e industriali di Gaza, con il bombardamento sistematico di una mezza dozzina di altre fabbriche e magazzini.

Nel 2019 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha aperto un’indagine su presumibili crimini di guerra da parte delle forze israeliane e dei militanti palestinesi in territorio palestinese. Israele contesta la giurisdizione della CPI.

Le IDF hanno dichiarato che l’anno scorso in risposta alla serie di attacchi di Hamas Israele ha “effettuato una serie di bombardamenti contro obiettivi militari legittimi nella Striscia di Gaza” durante quella che in Israele è nota come Operazione guardiano delle mura.

Le IDF prendono tutte le precauzioni possibili per evitare di danneggiare i civili durante l’attività operativa”, ha detto un portavoce, aggiungendo che “l’evento in questione” è stato oggetto di indagine da parte di un’inchiesta interna delle IDF “per esaminare se ci fossero deviazioni dalle regole vincolanti e operare necessarie modifiche sulla base delle lezioni apprese”.

Israa Khudair, 20 anni, che vive con il marito e due figli a 40 metri dal sito del magazzino agrochimico, ha subito un aborto spontaneo al quinto mese di gravidanza, otto settimane dopo l’attacco.

“Per mesi l’odore è stato insopportabile, come quello del motore di un’auto misto con olio bruciato, liquame e gas da cucina, quindi ovviamente sapevamo che poteva essere dannoso”, ha detto suo marito, Ihab, 26 anni.

Da allora ho avuto eruzioni cutanee come la maggior parte delle persone qui. Abbiamo lavato la casa cinque volte, insieme ai mobili, ma l’odore è rimasto. Era come un olio sui muri… alla fine in inverno la pioggia ne ha spazzato via gran parte dalle macerie del magazzino.

Ora siamo preoccupati per la nostra salute. Di recente uno dei miei cugini, che ha solo 19 anni, e anche mia zia, si sono ammalati di cancro e pensiamo che sia correlato a quello che è successo qui”.

I combattimenti dell’anno scorso hanno costituito il ​​terzo conflitto su vasta scala tra lo Stato israeliano e Hamas da quando il gruppo ha preso il controllo di Gaza nel 2007, dopo di che Israele ed Egitto hanno imposto un blocco punitivo. Da allora le infrastrutture idriche, fognarie ed elettriche della striscia sono quasi collassate, lasciando i 2 milioni di abitanti di Gaza impegnati ad affrontare crescenti livelli di inquinamento dell’aria,  del suolo e dell’acqua.

Anche Al-Haq, che opera a Gaza e in Cisgiordania, è stata attaccata dalle autorità israeliane: l’anno scorso la ONG è stata una delle sei principali organizzazioni della società civile e dei diritti umani che operano nei territori palestinesi occupati ad essere designate come organizzazioni terroristiche. La decisione è stata ampiamente condannata dalle Nazioni Unite, dai governi occidentali e da importanti organizzazioni internazionali come Amnesty International.

Rula Shadeed, la responsabile del dipartimento di monitoraggio e documentazione di Al-Haq, ha dichiarato: Senza la nostra documentazione professionale basata su standard giuridici [i palestinesi] non possono chiedere accertamenti di responsabilità e giustizia. L’introduzione di nuove metodologie per migliorare e completare la documentazione standard e la presentazione del nostro lavoro è molto importante.

“Siamo molto orgogliosi del fatto che, nonostante gli attacchi illegali e i tempi difficili che la società civile palestinese sta affrontando, riusciamo ancora a continuare e ad avanzare nel nostro lavoro, grazie alla nostra ferma convinzione nell’importanza di denunciare le violazioni contro il nostro popolo e di chiamare a rispondere i colpevoli”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Pazienti vulnerabili a rischio per le divisioni palestinesi e il blocco israeliano

Israa Sulaiman e Khuloud Rabah Sulaiman

24 maggio 2022 – The Electronic Intifada

Ramadan Muhra, 39 anni, è morto dopo cinque mesi di malattia e deterioramento delle condizioni di salute.

Muhra aveva la talassemia. Se non trattata, può ucciderti. Ed è quello a cui è andato incontro Muhra dopo che gli ospedali di Gaza hanno esaurito i farmaci di cui aveva bisogno per mantenere sotto controllo la malattia.

E non è l’unico.

Secondo la Thalassemia Patients’ Friends Society di Gaza, un’organizzazione assistenziale, dall’inizio dell’anno sono morti in totale dieci pazienti affetti da talassemia.

Questa situazione è dovuta al fatto che a Gaza il trattamento di cui hanno bisogno è del tutto indisponibile, 15 anni dopo che Israele ha imposto un blocco punitivo sulla fascia costiera e le due principali fazioni palestinesi, Fatah e Hamas, si sono combattute a vicenda nell’ambito di una divisione politica ancora esistente tra Gaza e la Cisgiordania.

Muhra alla fine ha mostrato tutti i sintomi attesi dopo sei mesi di mancato trattamento. La sua pelle è diventata scura, il suo viso si è gonfiato e ha sviluppato un’osteoporosi. Sia il cuore che il fegato hanno subito gravi danni a causa di un eccesso di ferro nel suo organismo.

“Mio cugino era più forte di quanto immaginassimo”, ha detto Muhammed Muhra, 50 anni. “Ha combattuto la sua malattia fino al suo ultimo respiro e, anche se la sua salute stava costantemente peggiorando, non ha mai perso la speranza di ricevere la sua terapia e di riprendersi”.

La talassemia è una malattia congenita del sangue particolarmente diffusa nelle popolazioni dell’Asia meridionale, sudorientale, del mediterraneo e medio oriente. È causata da un’anomalia genetica che causa bassi livelli di emoglobina, con conseguente anemia e un eccesso di ferro nel sangue.

L’anemia viene trattata con trasfusioni di sangue, mentre viene utilizzata una medicina per controllare i livelli di ferro.

Uno dei farmaci più importanti per le persone con questa condizione è la deferoxamina, venduta a Gaza con il nome commerciale di Desferal.

Il Desferal aiuta a rimuovere l’eccesso di ferro causato dalle regolari trasfusioni di sangue di cui i pazienti talassemici hanno bisogno, proteggendo dai danni gli organi vitali.

Ma a Gaza le scorte di Desferal si sono esaurite all’inizio dell’anno, mettendo a rischio la vita dei malati di talassemia.

A quanto dice Muhammad, Ramadan Muhra è stato costretto a letto per mesi e non era in grado di camminare. Alla fine aveva perso molto peso e soffriva di spossatezza e costanti dolori addominali.

Muhammad, un tecnico satellitare, è arrabbiato perché la morte di suo cugino non doveva accadere. E’ stato, dice, “un omicidio deliberato”.

Non è morto come la maggior parte delle persone. È morto per mancanza di medicine causata da una lotta politica tra i due governi palestinesi”.

Occupazione e divisione

Ibrahim Abdallah, che è un coordinatore della Gaza Thalassemia Patients’ Friends Society, che organizza una serie di eventi sanitari e comunitari per i poco più di 300 pazienti di Gaza, ha anche accusato le autorità governative palestinesi divise.

Le restrizioni israeliane all’importazione di medicinali e al movimento dei pazienti hanno svolto un ruolo enorme. Al Mezan, un’organizzazione per i diritti umani, a febbraio ha scoperto che a Gaza le giacenze del 39 per cento dei farmaci vitali erano a zero, con meno di un mese di scorte rimanenti.

Ma oltre a queste restrizioni, la disponibilità di medicinali è notevolmente diminuita dal momento della separazione dei governi al potere nel 2007.

Secondo il ministero della Salute di Gaza l’Autorità Nazionale Palestinese nella Cisgiordania occupata, dominata da Fatah, fornisce ora a Gaza solo il 20% dei farmaci necessari. Il governo di Hamas nella Striscia di Gaza occupata fornisce un altro 20%, mentre gli enti di beneficenza cercano di colmare il deficit fornendo circa il 40%.

Non è abbastanza e Abdallah, pur affermando di capire la sua difficile posizione, sostiene comunque che Hamas deve affrontare questa situazione con urgenza poiché è responsabile di Gaza.

L’ANP di Fatah e il governo di Hamas nella Striscia di Gaza, prosegue, hanno contribuito tra loro a peggiorare la crisi sanitaria di Gaza e messo a rischio la vita delle persone, comprese quelle affette da talassemia.

Aggiunge che le scorte di Desferal si sono esaurite all’inizio dell’anno, mettendo a rischio decine di vite.

Nel frattempo l’associazione per la talassemia di Abdallah ha cercato di assicurarsi dei rifornimenti da altre parti.

Abbiamo ricevuto il primo lotto di 10.000 confezioni di Desferal da un’organizzazione di beneficenza in Kuwait. Il secondo lotto di 4.000 confezioni è previsto a breve”, afferma. “Questi dureranno per alcuni mesi, e poi torneremo alla stessa crisi”.

Abdallah, egli stesso affetto da talassemia, ha esortato entrambe le autorità palestinesi a mettere da parte le loro divergenze per affrontare la grave mancanza di medicine che sta “uccidendo i nostri pazienti”.

“Si incolpano l’un l’altro per questa crisi”.

Non è colpa nostra

Secondo i funzionari sia della Striscia di Gaza che della Cisgiordania, l’epidemia di COVID-19 ha esacerbato uno squilibrio finanziario paralizzante, impedendo loro di ottenere molte cure.

Secondo Alaa Helles, portavoce del ministero, la stretta finanziaria che il Ministero della salute di Gaza ha dovuto affrontare dopo il blocco gli ha impedito di ottenere e fornire tempestivamente la quantità necessaria di farmaci.

Con la diffusione della pandemia questa crisi non ha fatto altro che peggiorare.

Secondo Ossama al-Najjar, funzionario del Ministero della Salute a Ramallah, dall’anno scorso, quando l’azienda farmaceutica svizzera Novartis ha cessato le vendite all’Autorità Nazionale Palestinese a causa di debiti in sospeso, il Ministero non è stato in grado di distribuire un buon numero di medicinali.

“Siamo nel mezzo di un’orribile crisi finanziaria causata dai due anni della pandemia di COVID-19, che ci ha reso incapaci anche di acquisire le medicine più economiche”, aggiunge.

Ci sono aziende e fondazioni che acquistano regolarmente questi farmaci e ce li donano, spiega Al-Najjar, ma anche questo è bloccatoa causa della pandemia.

Ma respinge le accuse secondo cui Ramallah avrebbe in qualche modo sospeso deliberatamente la consegna delle medicine.

“Non appena il medicinale sarà presente nei magazzini”, ha detto, “sarà trasferito a Gaza”.

Lotta contro la malattia

Ashraf Humeid aveva 37 anni quando è morto lo scorso settembre per gravi complicazioni mediche dopo una lunga lotta contro la talassemia.

A causa della carenza di farmaci Humeid aveva ricevuto nei 14 anni prima della sua morte solo sei delle 12 somministrazioni al mese che avrebbe dovuto ricevere secondo il protocollo.

Poiché l’anno scorso l’economia palestinese si è ulteriormente deteriorata le somministrazioni sono state ridotte a due iniezioni al mese fino all’esaurimento completo delle scorte a Gaza.

Abdallah, che lo conosceva bene a causa della Friends Society, dice che le due somministrazioni erano del tutto insufficienti perché Humed potesse condurre una vita sana.

Ma lui non si è mai lamentato.

“Anche se la sua salute peggiorava e i farmaci erano finiti, ha lottato e ha tentato di nasconderci il suo dolore”, ha detto Abdallah. “Ma vedevamo quanto fosse sfinito.”

Alla fine a Humeid è stata diagnosticata un’insufficienza renale, con conseguente ingrossamento della milza e, infine, un’insufficienza cardiaca.

Nonostante la sua malattia e le significative complicazioni, si è impegnato fino alla fine per altri malati di talassemia come coordinatore per la Thalassemia Patients’ Friends Society.

“Ashraf sognava di proteggere le generazioni future da questa malattia, quindi ha deciso di lavorare con noi nell’associazione”, prosegue Abdallah.

“Era responsabile del programma di sensibilizzazione dell’associazione, che includeva lo svolgimento di eventi nelle università di Gaza e in altri luoghi pubblici per educare i giovani sull’importanza delle visite mediche prematrimoniali ai fini della riduzione dell’incidenza della talassemia”.

Secondo Abdallah tali eventi hanno contribuito a ridurre gradualmente negli ultimi dieci anni il numero di bambini nati con talassemia da 40 a quasi zero.

“Dopo la sua morte il progetto è stato intitolato a lui, in suo onore e per i suoi indimenticabili ed eroici sforzi a favore dei pazienti palestinesi”, afferma Abdallah.

Pazienti disperati

A Gaza molti malati di talassemia hanno perso le speranze di ricevere cure e temono di perdere la vita.

Sawsan al-Masri, 32 anni, è preoccupata di diventare la prossima vittima della carenza del farmaco Desferal.

Come Humeid, al-Masri ora riceve solo un’iniezione due volte alla settimana. Il suo viso è diventato pallido e i suoi muscoli si sono indeboliti, rendendola incapace di muoversi bene o di uscire di casa.

Inoltre soffre di epistassi occasionali e i suoi denti hanno iniziato a cadere. Il suo fegato è ora ingrossato e nel tempo ha sviluppato una cardiomiopatia, un indebolimento del muscolo cardiaco.

“Per me il Desferal è un miracolo perché mi fa sentire una persona normale che può fare tutto ciò che vuole“, ha detto a The Electronic Intifada. “Senza quel farmaco muoio lentamente.”

Da quando il Desferal è esaurito al-Masri assume un farmaco alternativo, ma finora non si è rivelato particolarmente utile. Nel giro di pochi mesi ha già perso a causa della malattia 10 dei suoi più cari amici.

“Prima di non essere più in grado di uscire di casa ho continuato ad andare in ospedale sperando di trovare le medicine e di tornare a una vita normale come tutti gli altri”, dice. Sono sempre rimasta delusa”.

E non ho idea di chi sarà il prossimo. Forse sarò io”.

Israa Sulaiman è una scrittrice di We Are Not Numbers [Non siamo dei numeri, progetto per giovani adulti della Striscia di Gaza, incoraggiati a scrivere e diffondere le loro storie personali, ndtr.]

Khuloud Rabah Sulaiman è una giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La polizia israeliana ha bloccato la via a centinaia di persone che marciavano verso il quartiere musulmano di Gerusalemme

Jonathan Lis, Jack Khoury, Nir Hasson 

 20 aprile 2022  Haaretz

Hamas dice che Israele dovrebbe assumersi la piena responsabilità delle conseguenze della marcia

Il parlamentare di estrema destra Ben-Gvir si unisce ai manifestanti, e in 20 sfondano le barriere per raggiungere la Porta di Damasco

Mercoledì la polizia israeliana ha bloccato la strada per la Porta di Damasco a Gerusalemme mentre centinaia di attivisti di destra hanno sfidato gli ordini della polizia e hanno iniziato a marciare verso il quartiere musulmano della Città Vecchia.

Con l’aumentare della tensione, circa 20 persone sono riuscite a sfondare le barriere della polizia e a raggiungere la Porta, ma sono state respinte dagli agenti.

La polizia ha arrestato due palestinesi nell’area della Porta di Damasco, uno con l’accusa di aver lanciato una bottiglia [molotov] e l’altro con l’accusa di aver lanciato pietre contro le forze di sicurezza.

Gli organizzatori di destra hanno accusato il governo del divieto di esporre la bandiera della marcia, contestando l’affermazione della polizia secondo cui avrebbero inizialmente accettato di marciare lungo un percorso alternativo per poi tornare sull’accordo.

“Seguiremo il percorso pianificato attraverso la Città Vecchia e speriamo che la polizia abbia coraggio e accompagni la marcia”, hanno detto. “In ogni caso, la polizia non può impedire alle persone di camminare con una bandiera fino al Muro Occidentale nei territori dello Stato di Israele. Non esiste un ordine del genere”.

Sebbene gli organizzatori abbiano inizialmente affermato che non avrebbero marciato in violazione agli ordini della polizia, in seguito hanno invitato il pubblico a recarsi in piazza Safra davanti al municipio di Gerusalemme alle 17:00 per l’inizio della marcia, dicendo: “Riporteremo la sensazione di sicurezza per le strade di Gerusalemme”.

Mercoledì scorso Hamas ha reagito con un comunicato stampa in cui si lanciava un avvertimento all’occupazione e ai manifestanti che si avvicinassero ai luoghi santi, aggiungendo che la “leadership dell’occupazione” si sarebbe dovuta assumere la piena responsabilità delle conseguenze di quelle definite mosse pericolose e provocatorie.

“Sappiamo cosa è successo l’anno scorso durante la marcia e il lancio dei razzi da Gaza che ha portato all’operazione Guardian of the Walls [Guardiano delle Mura: 11 giorni di bombardamenti su Gaza da parte di Israele nel maggio 2021, ndtr.], e non vogliamo un Guardian of the Walls 2, quindi la polizia non approverà la marcia e in questo caso lo farà secondo la legge”, ha detto ad Haaretz un alto ufficiale di polizia.

Il ministro degli Esteri Yair Lapid ha criticato la marcia programmata definendola “una provocazione che ci danneggia”. Ha aggiunto che “si tratta di estremisti interessati a lanciare provocazioni. Quello che vogliono è che ci sia violenza e una escalation che faccia saltare Gerusalemme. Non permetteremo loro di far saltare Gerusalemme per la loro politica”.

Il legislatore di estrema destra Itamar Ben-Gvir era presente alla marcia, nonostante mercoledì il primo ministro Naftali Bennett gli avesse proibito di recarsi alla Porta di Damasco nella Città Vecchia. “Non c’è motivo al mondo per un ebreo di non poter marciare lungo le mura di Gerusalemme”, ha detto Ben-Gvir. “Il nostro problema è Naftali Bennett, che ha lasciato spazio alla polizia”.

Ben-Gvir ha anche annunciato che avrebbe insediato un ufficio volante in piazza Tzahal, il luogo in cui la polizia aveva eretto delle barricate sulla strada per la Porta di Damasco.

La marcia si svolge nel pieno di crescenti tensioni a Gerusalemme, con scontri tra forze di sicurezza e palestinesi culminati venerdì con l’ingresso delle forze israeliane nella moschea di Al-Aqsa.

Altri scontri si sono verificati mercoledì mattina tra i palestinesi e la polizia nel complesso del Monte del Tempio a Gerusalemme, un luogo che è stato a lungo un punto focale della violenza israelo-palestinese.

Una bottiglia molotov lanciata da un palestinese ha appiccato un piccolo incendio nella moschea di Al-Aqsa, che è stato rapidamente spento, mentre i palestinesi hanno anche lanciato pietre contro la polizia presente per proteggere gli ebrei che visitavano il luogo sacro durante le festività pasquali.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Nessun diritto per i lavoratori di Gaza in Israele

Amjad Ayman Yaghi

7 aprile 2022 – The Electronic Intifada

Muhammad Abdelwahab ha subito un incidente mentre lavorava in un cantiere edile in Israele.

La lesione era grave – una ferita sanguinante alla testa – e si è recato in una clinica.

La clinica gli ha consigliato di rivolgersi in ospedale, ma Abdelwahab ha preferito aspettare e tornare a Gaza per le cure. Dal momento che non aveva l’assicurazione sanitaria, le cure sarebbero state troppo costose in Israele.

Nonostante la gravità dell’infortunio di Abdelwahab, il suo datore di lavoro non gli ha fornito alcun risarcimento finanziario o cure mediche.

Abdelwahab, 39 anni, è padre di quattro figli e vive nel campo profughi di Jabaliya, nel nord della Striscia di Gaza.

Era disoccupato da tre anni quando nel dicembre 2021 ha iniziato a lavorare nel settore edile in Israele. Il suo incidente è avvenuto nel febbraio di quest’anno.

Sebbene sia un fabbro professionista, Abdelwahab era disposto a lavorare in qualsiasi settore in Israele, non solo perché quei lavori vengono pagati relativamente bene, ma perché il blocco israeliano a Gaza imposto nel 2007 ha fortemente ridotto le opportunità di lavoro nella Striscia.

Abdelwahab è riuscito a ottenere un permesso per lavorare in Israele, ma non ha avuto al qualifica ufficiale di “lavoratore”.

Invece, ha ricevuto un permesso per “necessità economiche”, che priva il lavoratore dell’accesso a benefici come l’indennizzo di lavoro, l’assicurazione sanitaria e altri diritti lavorativi concessi in Israele ai lavoratori.

“Sto aspettando di riprendermi dall’infortunio per tornare al lavoro”, ha detto. Più sto a casa, più le cose peggiorano per me. Ho dei figli, tre di loro sono studenti e ho delle grosse spese”.

Sebbene Abdelwahab consideri importanti questioni come la salute e l’assicurazione sulla vita, ha affermato che le condizioni a Gaza sono così terribili che qualsiasi lavoro, anche senza sussidi, è “come un sogno”.

Abdelwahab valuta con attenzione anche il futuro dei suoi figli, che si troverebbe a rischio nel momento in cui a lui e ai suoi colleghi venisse a mancare la sicurezza sul lavoro.

Lavoratori senza assicurazione

Come parte di un accordo con Hamas con la mediazione dell’Egitto, Israele ha recentemente concesso ai lavoratori palestinesi della Striscia di Gaza altri 8.000 permessi per lavorare all’interno di Israele.

Tuttavia, per le caratteristiche dei permessi, questi lavoratori non godono di benefici lavorativi e sociali, sono trattati in modo diverso e spesso pagati meno dei lavoratori palestinesi della Cisgiordania occupata.

Al posto dei permessi di lavoro, ai lavoratori di Gaza vengono concessi permessi per necessità economicheche non garantiscono loro i diritti lavorativi.

I lavoratori della Cisgiordania, invece, hanno permessi regolari.

Fahmi Amin, 40 anni, che lavora in una fabbrica israeliana vicino a Gaza, ha affermato che ottenere tali permessi può costare a un palestinese di Gaza fino a 916 euro in tasse di registrazione al ministero delle finanze di Gaza, una cifra enorme per i disoccupati.

Eppure al checkpoint di Erez, l’unico valico per le persone tra Gaza e Israele, molti vengono trattenuti e subiscono un breve interrogatorio da parte delle autorità israeliane.

Amin sottolinea che i lavoratori palestinesi in Israele, a causa della loro mancanza di diritti, temono che possano essere tagliati gli aiuti umanitari dell’Autorità Nazionale Palestinese e che, da un momento all’altro, possa sorgere una controversia tra Israele e Gaza, lasciandoli disoccupati e con poche prospettive per ulteriori lavori.

Amin sostiene che lavorare in Israele può rendere cinque volte di più del salario che si riceve a Gaza.

“Ma pensare di lasciare il lavoro in Israele sarebbe un disastro” dice Amin.

Abbiamo troppa paura che gli aiuti che riceviamo dall’Autorità Nazionale Palestinese – già sospesi da diversi mesi vengano tagliati, afferma.

L’Autorità Nazionale Palestinese, dipendente dagli aiuti esteri, concede indennità assistenziali alle famiglie più povere di Gaza.

“Il lavoro in Israele non è garantito”, ha aggiunto. Riprenderemo a cercare un modo per convincere le autorità ufficiali della nostra necessità di un sostegno finanziario regolare in caso di interruzione degli aiuti. Non vogliamo che si arrivi a questo”.

Amin dice che lui e gli altri lavoratori lavorerebbero ovunque, pur di poter fornire cibo e indumenti ai loro figli.

“Ci auguriamo di ottenere in prospettiva la concessione dei nostri diritti in modo che nulla possa impedirci di lavorare”, aggiunge.

Negazione dei diritti fondamentali

Dopo l’attacco israeliano del maggio 2021 a Gaza Israele ha autorizzato altri 3.000 permessi commerciali per i palestinesi di Gaza, portando il numero totale di permessi a 10.000. Tuttavia, questi permessi per esigenze commerciali e finanziarie non comportano diritti lavorativi.

Fino allo scoppio della seconda intifada nel 2000 il numero totale di lavoratori di Gaza all’interno di Israele era di quasi 30.000.

Oggi, secondo Sami al-Amasi, capo della Federazione generale palestinese dei sindacati a Gaza, questo numero non supera i 10.000.

Al-Amasi sottolinea che gli israeliani, rifiutandosi di designare i palestinesi di Gaza come “lavoratori”, eludono qualsiasi impegno a fornire lavoro e diritti economici.

Molti lavoratori feriti o licenziati prima del 2000, dice al-Amasi, per ottenere i loro diritti si sono rivolti ad avvocati palestinesi con cittadinanza israeliana.

Alcuni di questi casi sono rimasti fermi nei tribunali per anni poiché i datori di lavoro israeliani hanno cercato di negare ai lavoratori palestinesi i loro diritti.

Al-Amasi spiega che Israele ha sostituito i permessi commerciali con permessi per esigenze economiche per evitare di fornire ai lavoratori l’assicurazione sanitaria, il risarcimento in caso di infortunio e il TFR.

Al-Amasi osserva che prima del 2000 agli abitanti di Gaza impiegati in Israele veniva concessa la qualifica di “lavoratori”.

A tutti dovrebbe essere concesso lo status di lavoratore, aggiunge, in modo che ognuno ottenga i suoi diritti”.

Il sindacato a cui è iscritto ora sta spingendo per il rilascio ad abitanti di Gaza di almeno 30.000 permessi di lavoro in Israele. Questi sforzi sono assistiti da quelli che al-Amassi chiama “intermediari”.

Secondo l’Ufficio centrale di statistica palestinese nel 2021 circa 230.000 abitanti di Gaza erano disoccupati.

Tra i palestinesi della striscia di Gaza tra i 19 e i 29 anni in possesso di diploma, il 66% delle donne e il 39% dei maschi era disoccupato.

Maher al-Tabaa, il direttore della Camera di Commercio di Gaza, ha affermato che i permessi commerciali e finanziari rilasciati ai palestinesi di Gaza non conferiscono loro alcun diritto.

Eppure, dice, i lavoratori accettano questi permessi a causa degli alti tassi di povertà e disoccupazione.

Aggiunge che Israele potrebbe in seguito usare ciò come strumento di pressione sulle fazioni palestinesi affinché accettino un armistizio a lungo termine con Israele, non preso in considerazione durante i precedenti negoziati mediati dall’Egitto.

Attualmente, afferma al-Tabaa, i lavoratori in possesso dei permessi hanno un impatto molto limitato sull’economia di Gaza rispetto agli anni precedenti. Il numero di persone in cerca di lavoro supera di gran lunga il numero di permessi disponibili.

Il salario minimo a Gaza è inferiore a 550 euro al mese, ma il salario medio mensile effettivo è di 183 euro.

“I bassi salari sono molto importanti nella Gaza assediata”, dice al-Tabaa, aggiungendo che pochissime istituzioni pubbliche e private sono in grado di pagare il salario minimo.

Tuttavia, osserva, “questo è limitato alle istituzioni principali come banche e importanti società di telecomunicazioni, mentre altri lavoratori a Gaza ricevono la metà o meno della metà del salario minimo”.

Amjad Ayman Yaghi è un giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Per i palestinesi in Cisgiordania, [gli attacchi armati]sono eventi eccezionali, non un'”ondata di terrorismo”

Amira Hass

2 aprile 2022 Haaretz

Sebbene l’opinione pubblica palestinese comprenda le motivazioni degli aggressori, la stragrande maggioranza non sceglie questa strada, che non favorisce la loro causa, e ha delle riserve sul prendere di mira i civili. Ma condannare? Che prima gli israeliani condannino la violenza che esercitano contro i palestinesi

I tre atti di omicidio-suicidio perpetrati da quattro palestinesi – da entrambi i lati della Linea Verde – in meno di due settimane evidenziano solo l’assenza di un organo politico dirigente palestinese riconosciuto, con un’unica strategia chiara e unificante. Gli attacchi riflettono divisioni interne e la dolorosa consapevolezza della debolezza e dell’incapacità palestinese di agire di fronte alla potenza di Israele. D’altra parte, il fatto che così pochi scelgano questa strada, nonostante sia disponibile, indica una più ampia comprensione politica del fatto che tali attacchi non promuovono la causa palestinese.

La stragrande maggioranza sta “votando con i piedi sa che gli attacchi dei lupi solitari spinti dalla disperazione o dalla vendetta non hanno, né costituiscono in sé, un obiettivo e non porteranno a nulla. Non cambieranno l’equilibrio di potere. Il popolo palestinese in Cisgiordania lo capisce senza bisogno di direttive dall’alto, senza un discorso pubblico aperto sull’argomento e mentre le sue organizzazioni politiche, principalmente quelle dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina e dell’Autorità Palestinese, sono al loro punto più basso in termini di potere e di fiducia della gente – e sono più che mai in conflitto e in competizione tra loro.

Ogni palestinese, su entrambi i lati della linea verde, ha molte ragioni per desiderare che gli israeliani provino dolore, perché sono loro e non solo il loro governo ad essere responsabili della difficile situazione dei palestinesi. È probabile che questo fosse il desiderio dei quattro assassini suicidi, indipendentemente dal loro background, dalle circostanze familiari o dal carattere di ciascuno di loro. Gli israeliani sanno subito, poiché esiste un intero apparato che diffonde tali informazioni, quali sono gli aggressori arrestati in precedenza, dopo quale attacco sono stati distribuiti dolci [per celebrare l’attacco, ndt] e accanto alla casa di quale assalitore i giovani hanno festeggiato (con totale mancanza di rispetto per il dolore della famiglia). Ma gli israeliani, nel complesso, non sono interessati alla misura in cui Israele, e loro stessi, in quanto suoi cittadini, hanno costantemente e per molti decenni causato sofferenza ai palestinesi, come individui e come popolo.

Questo enorme divario tra conoscenza specifica [dei palestinesi, ndt] e ostinata mancanza di conoscenza [degli israeliani, ndt] è sufficiente a spiegare perché l’opinione pubblica palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sia indifferente ai recenti attacchi da parte di individui, siano essi commessi da cittadini israeliani o da abitanti della Cisgiordania, e non obbedisca alle richieste israeliane di condannare gli omicidi. Ciò che è degno di nota non è che gli aggressori siano sfuggiti all’attenzione dello Shin Bet, ma che, nonostante la loro comprensione delle motivazioni degli assalitori, la stragrande maggioranza dei palestinesi non scelga di intraprendere questa strada.

Migliaia di palestinesi senza permesso di lavoro entrano apertamente in Israele ogni giorno attraverso molteplici varchi nel muro di separazione. Questo va avanti da anni, con la piena conoscenza dell’esercito e della polizia. Come tutti sanno, c’è una notevole quantità di armi e munizioni tra i palestinesi in Israele e in Cisgiordania. Questi due fatti avrebbero potuto portare molti altri attacchi per vendetta da parte di individui che non potevano essere scoperti in anticipo, sia cittadini palestinesi di Israele che residenti in Cisgiordania. Anche se nelle prossime settimane si verificheranno alcune imitazioni, come l’attacco con il cacciavite di giovedì, per i palestinesi il numero di questi attacchi impallidisce rispetto all’entità e alla natura sistematica dell’ingiustizia inflitta loro da Israele.

Ogni palestinese ha buone ragioni per desiderare di infrangere la falsa normalità di cui godono i cittadini ebrei, che in generale ignorano il fatto che il loro Stato agisce instancabilmente, giorno e notte, per espropriare un maggior numero di palestinesi delle loro terre e dei loro diritti storici e collettivi come popolo e società. Per raggiungere questo obiettivo, Israele mantiene un regime continuo di oppressione. Ciò include: la violenza burocratica come i divieti di costruzione, sviluppo e movimento che discriminano i palestinesi a favore degli ebrei, nel Negev, in Galilea e in Cisgiordania, la violenza disciplinare attraverso la sorveglianza, le incursioni notturne e gli arresti e violenze fisiche come torture durante gli interrogatori e la detenzione, attacchi regolari da parte dei coloni e lesioni e morte per mano principalmente di soldati e poliziotti, ma anche per mano di civili israeliani. Il fatto che gli autori siano lo Stato, le sue istituzioni e i cittadini, non rende questa violenza accettabile, legittima o giustificata agli occhi dei palestinesi, che costituiscono metà della popolazione che vive tra il fiume Giordano e il Mediterraneo.

Al contrario. La natura meticolosamente pianificata di questa violenza e il numero infinito di israeliani che vi prendono parte danno ai palestinesi un diverso senso delle proporzioni quando un’azione violenta è intrapresa dai loro compatrioti. Quella che è considerata un'”ondata di terrorismo” dagli ebrei israeliani è vista dai palestinesi come un’eccezione, composta da pochi giovani che si sono stufati dell’impotenza di tutti, compresi se stessi, scegliendo invece di uccidere e farsi uccidere. Molti più giovani diventano dipendenti da antidolorifici e altri farmaci per le stesse ragioni, oppure seguono i propri sogni ed emigrano.

In conversazioni private i palestinesi in Cisgiordania e a Gaza esprimono dolore per la morte di civili. Sembra che gli attacchi con il coltello e l’omicidio di donne e anziani, come accaduto a Be’er Sheva, siano più scioccanti degli spari contro i passanti, che includono poliziotti e soldati in uniforme. Alcune persone sottolineano il fatto che gli assalitori ad Hadera hanno sparato solo contro gli agenti della polizia di frontiera e, secondo testimoni israeliani, hanno deliberatamente evitato di sparare contro donne e bambini. In un rapporto in arabo questa distinzione tra persone in uniforme e civili è attribuita – per errore o apposta, chi può dirlo – all’aggressore [che ha agito] a Bnei Brak, anche se ha sparato indiscriminatamente contro i civili.

Per vari motivi, il dolore e le riserve personali non si traducono in condanna pubblica (tranne che da parte di Mahmoud Abbas, che è così impopolare che la sua opinione non conta). Innanzitutto perché gli attacchi di un “lupo solitario” non rappresentano la collettività in generale, che non ne è responsabile, ma anche perché l’uso delle armi ha un’aura di santità e legittimità storica difficile da scrollarsi di dosso. In secondo luogo, nasce dalla compassione istintiva per un palestinese che ha scelto di essere ucciso. Terzo, non vi è alcuna condanna pubblica da parte di Israele dopo ogni atto di violenza da parte dello stato o da parte di elementi ufficiali o privati ​​contro i palestinesi. Una condanna palestinese appare quasi collaborazionista perché non tiene conto di un equilibrio di potere così sbilanciato.

La facciata di normalità israeliana potrebbe essersi incrinata per alcuni giorni, con l’isteria e la paura alimentate dai media israeliani e da Hamas, dalla Jihad islamica e da Hezbollah, che lodano questi attacchi per il loro tornaconto politico. Anche le persone consapevoli dell’inutilità e dell’inefficacia di tali atti di disperazione e vendetta non lo affermano pubblicamente per non offendere le famiglie degli aggressori uccisi. In ogni caso l’attenzione dei palestinesi si è concentrata sugli attacchi dei coloni e dell’esercito e l’istigazione di destra contro tutti gli arabi scatenata subito dopo gli attacchi dei lupi solitari.

Nonostante il tradizionale sostegno emotivo alla resistenza armata, la stragrande maggioranza sa che per ora, anche se questo tipo lotta dovesse riprendere (e non solo da parte di singoli), e anche se dovesse essere meglio pianificata rispetto al precedente della seconda Intifada, non potrebbe  sconfiggere Israele o migliorare la sorte dei palestinesi. Proprio come la diplomazia, il movimento BDS e le sanguinose dimostrazioni a Beita e Kafr Qaddum non sono riusciti e non stanno riuscendo a bloccare la costante e quotidiana acquisizione di spazio da parte degli ebrei israeliani e l’espulsione dei palestinesi verso enclave sovraffollate che possono essere chiuse in un attimo da un pugno di soldati.

(traduzione dell’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele blocca pezzi di ricambio indispensabili per gli impianti idrici e fognari di Gaza

Amira Hass

9 gennaio 2022 – Haaretz

Pezzi che impiegavano meno di un mese per entrare a Gaza ora impiegano fino a cinque mesi, con la conseguenza di guasti, rilascio di acque reflue in mare e peggioramento della qualità dell’acqua potabile

Israele sta bloccando l’accesso di centinaia di pezzi di ricambio indispensabili per il corretto funzionamento degli impianti idrici e fognari di Gaza. Di conseguenza, le acque reflue parzialmente trattate vengono rilasciate in mare, le perdite d’acqua dalle tubature sono perfino peggio del solito, il deflusso dell’acqua piovana determina un pericolo di inondazioni. Anche la qualità e la quantità dell’acqua potabile, depurata in appositi impianti, ne risente e gli stessi problemi continuano a riproporsi perché le riparazioni vengono effettuate con materiali di fortuna.

Funzionari palestinesi della Gaza Water Utility [la Coastal Municipalities Gaza Water Utility è il servizio responsabile dell’approvvigionamento idrico e del trattamento delle acque reflue nella Striscia di Gaza, i cui impianti sono stati severamente e ripetutamente danneggiati nel corso dei reiterati bombardamenti israeliani, ndtr.] affermano che dalla fine della guerra di maggio ci sono stati inspiegabili ed estesi ritardi e reticenze nell’acquisizione dei permessi per l’accesso dei vari articoli necessari. Un funzionario della sicurezza israeliano respinge le contestazioni sui ritardi.

Maher an-Najar, vicedirettore generale della Coastal Municipalities (Gaza) Water Utility, afferma che prima della guerra fornitori e appaltatori aspettavano da una settimana a un mese per ottenere un permesso israeliano per l’accesso degli articoli necessari con urgenza alla regolare manutenzione o a riparazioni, mentre ora il tempo di attesa va da due a cinque mesi o più. Circa 500 impianti idrici e fognari a Gaza hanno attualmente una grave carenza di valvole, filtri, pompe, tubi, apparecchiature elettromeccaniche, cavi elettrici, parti di ricambio per veicoli di servizio e parti per computer e sistemi di informatizzazione utilizzati per la supervisione delle ispezioni, la raccolta dei dati e il funzionamento.

“I nuovi progetti che abbiamo realizzato, come gli impianti di desalinizzazione, un impianto di trattamento delle acque reflue, serbatoi d’acqua e molti dei pozzi, sono tutti gestiti per mezzo di un sofisticato sistema computerizzato”, afferma An-Najar. “Che richiede per il funzionamento una fornitura continua e regolare di pezzi di ricambio elettronici.” Dice anche che sono state presentate prima della guerra di maggio delle richieste di parti di ricambio per i sistemi informatici, compreso un server necessario per la sede principale. Da allora tali richieste non hanno ancora ricevuto risposta.

Una delle strutture interessate è la stazione di pompaggio delle acque reflue a Khan Yunis [città palestinese con annesso campo profughi nel sud della Striscia di Gaza, ndtr.]. L’usura delle apparecchiature ha portato a ripetuti allagamenti. Vi sono state installate due nuove pompe, ma l’autorizzazione per un serbatoio di compensazione (che neutralizza la pressione dell’acqua nel sistema) e le relative valvole, richiesta prima della guerra, si è fatta attendere a lungo. I tubi hanno iniziato ad esplodere, quindi sono state reinstallate le vecchie pompe per evitare che quelle nuove venissero danneggiate dai frequenti malfunzionamenti. Due mesi fa è finalmente arrivato il vaso di espansione, ma senza le valvole, quindi deve ancora essere installato. “Non potendo abbassare la pressione ogni giorno esplode un altro tubo alla stazione di pompaggio e noi ci arrangiamo con una riparazione sommaria”, afferma An-Najar.

Il nuovo impianto di trattamento delle acque reflue di Khan Yunis, collegato alla suddetta stazione di pompaggio, è privo di un centinaio di pezzi di ricambio per apparecchiature elettromeccaniche e valvole. Durante la guerra gli operai hanno dovuto abbandonare lo stabilimento a causa dei bombardamenti, e quindi non è stato possibile effettuare la regolare manutenzione.

Nell’impianto di desalinizzazione dell’acqua di mare a Deir al-Balah, nel centro di Gaza, l’elemento più importante che manca, ancora in attesa dell’approvazione israeliana, è il pannello di controllo dell’ala centrale (necessario per dissalare 3.400 dei 6.000 metri cubi di acqua al giorno). Pertanto viene dissalata meno acqua e l’azienda idrica deve attingere acqua da pozzi che sono stati dismessi a causa dell’elevata salinità dell’acqua contenuta.

Oltre ai ritardi inspiegabili degli ultimi mesi, un divieto israeliano relativamente recente, dell’inizio del 2021, sta impedendo anche il corretto funzionamento dei sistemi idrici e fognari di Gaza; Israele non consente l’ingresso di tubi di acciaio di diametro superiore a 1,5 pollici [3,81 cm., ndtr.], mentre gli impianti di desalinizzazione e trattamento delle acque reflue richiedono tubi con un diametro compreso tra 2 e 10 pollici [da 5,8 a 25,4 cm.,ndtr.]. Pertanto, gli operatori dei servizi idrici di Gaza non sono in grado di riparare adeguatamente le tubazioni esistenti, alcune delle quali sono state danneggiate dai bombardamenti di maggio. Di conseguenza, aumentano le perdite di acqua potabile e fognaria. An-Najar afferma che durante l’attuale stagione delle piogge la principale preoccupazione è costituita dalle inondazioni nei quartieri residenziali e nelle case a causa della riduzione del drenaggio.

Funzionari dell’Amministrazione di coordinamento e collegamento, che fa parte del Coordinamento del ministero della difesa per le attività governative nei territori (COGAT) [unità del Ministero della Difesa israeliano che coordina le questioni civili tra il governo di Israele, l’esercito israeliano, le organizzazioni internazionali, i diplomatici e l’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.], dicono ai coordinatori e agli ingegneri dei servizi idrici di utilizzare tubi di plastica, ma an-Najar dice che nei punti di uscita dalle stazioni di pompaggio le tubature devono essere di metallo, a causa della pressione dell’acqua. “I nostri ingegneri non avrebbero chiesto un tubo di metallo se fosse stato possibile installare un tubo di plastica”, afferma.

Anche gli impianti di depurazione e dissalazione dell’acqua potabile risentono della carenza di pezzi di ricambio. Non c’è nessuna alternativa a questi impianti perché le acque di falda di Gaza sono insufficienti per la sua popolazione in crescita. L’eccessivo pompaggio durato decenni ha causato crescenti infiltrazioni di acqua di mare nella falda acquifera. I 300 pozzi di Gaza producono ogni anno 85 milioni di metri cubi d’acqua, che richiedono dissalazione e purificazione.

Israele ha rifiutato e rifiuta tuttora di collegare Gaza alle infrastrutture idriche del Paese, pur avendo il controllo anche delle fonti d’acqua della Cisgiordania, deviandone la maggior parte in favore della popolazione israeliana. L’Autorità Nazionale Palestinese, Hamas e i paesi che finanziano l’ANP non insistono perché Israele incrementi la quantità di acqua venduta a Gaza, facendo invece affidamento su un maggiore sviluppo degli impianti di desalinizzazione.

Oggi, dopo oltre vent’anni dal momento in cui per la prima volta si è discusso della desalinizzazione dell’acqua di mare a Gaza, 8 milioni di metri cubi all’anno provengono dagli impianti di desalinizzazione costruiti in loco. La consapevolezza a livello internazionale che la crisi idrica in corso richieda anche un approvvigionamento da parte di Israele ha portato a un aumento della quantità di acqua venduta dalla compagnia idrica Mekorot a Gaza, da 5-8 milioni di metri cubi al momento del disimpegno del 2005 [il piano di disimpegno unilaterale israeliano fu adottato nel mese di agosto 2005 per rimuovere tutti gli abitanti israeliani dalla Striscia di Gaza e da quattro insediamenti in Cisgiordania settentrionale, ndtr.] a soli 15 milioni di metri cubi oggi.

In tutto a Gaza solo il 20 per cento dell’acqua non richiede dissalazione e purificazione. Quando gli impianti di depurazione e dissalazione funzionano solo a capacità ridotta sia la quantità che la qualità dell’acqua potabile disponibile diminuiscono significativamente, con tutte le conseguenti implicazioni per la salute pubblica. Circa 100 impianti sono gestiti dai comuni e dal servizio idrico, fornendo gratuitamente acqua potabile a 180.000 residenti, per lo più famiglie povere. Queste persone non possono permettersi di acquistare acqua imbottigliata importata o purificata in un impianto privato. Centinaia di altri impianti privati ​​vendono acqua purificata ai residenti locali.

L’impianto di trattamento delle acque reflue di Al-Bureij, nel centro di Gaza, che serve 800.000 persone, ha registrato recentemente dei progressi nell’ottenere l’approvazione israeliana per i pezzi di ricambio. La Germania ha investito per la sua costruzione 87 milioni di euro. Trenta paesi e organizzazioni internazionali hanno contribuito alla realizzazione del sistema idrico e fognario di Gaza, dice An-Najar, ma la maggior parte non ha dato somme così ingenti. “E a differenza dei rappresentanti del governo tedesco, non tutti possono continuare a chiedere al COGAT perché vengano bloccati i materiali necessari per il progetto che stanno finanziando”. E questa struttura è solo una delle 500, sottolinea an-Najar. In mancanza di pezzi di ricambio, l’impianto di Al-Bureij può trattare solo 35.000 metri cubi di acque reflue al giorno anziché 60.000. Il resto viene convogliato negli impianti più vecchi e le acque reflue parzialmente trattate sfociano in mare. “E’ dannoso per il nostro ambiente, per il nostro impianto di desalinizzazione dell’acqua di mare e anche per l’ambiente degli israeliani, dal momento che Ashdod e Ashkelon sono molto vicini”, dice An-Najar.

Gli appaltatori e i fornitori che hanno ottenuto dal servizio idrico palestinese l’incarico per l’acquisto dei pezzi di ricambio e delle materie prime presentano le loro richieste di approvazione per l’importazione delle apparecchiature. A causa dei lunghi tempi di movimentazione e delle tariffe aggiuntive di stoccaggio nei porti, le offerte degli appaltatori sono superiori ai costi di base di circa il 30%, afferma An-Najar. Il denaro extra potrebbe essere investito nello sviluppo e nell’espansione della rete. I lavoratori e gli amministratori dell’azienda perdono inoltre molto tempo prezioso negli infiniti tentativi di scoprire dall’Amministrazione di coordinamento e collegamento israeliana cosa ne è stato delle domande presentate.

In risposta a un’indagine di Haaretz sui ritardi il COGAT ha detto che “negli ultimi mesi l’amministrazione ha lavorato per integrare sistemi tecnologici che abbreviano il percorso burocratico e migliorano il processo di importazione di beni nella Striscia di Gaza, compresi i materiali a duplice uso.Una fonte del servizio idrico palestinese spiega che questa affermazione si riferisce alla sostituzione del metodo di registrazione delle domande con un diverso sistema online. Nel nuovo sistema (denominato Yuval), l’articolo specifico deve essere inserito nel suo database; in caso contrario, il sistema non può elaborare la richiesta. Questa condizione non esisteva nel vecchio sistema. Quindi gli ingegneri e gli appaltatori ora devono cercare l’articolo più simile presente nel sistema israeliano. Per diversi mesi le richieste sono state inviate attraverso entrambi i sistemi, ma l’amministrazione israeliana ha recentemente preteso che le vecchie richieste fossero reimpostate secondo il sistema Yuval. Quindi, per quanto l’amministrazione di coordinamento israeliana dica che starebbe migliorando il sistema, finora il cambiamento ha solo complicato la procedura.

Nella indagine presentata al COGAT è allegato un elenco di 11 richieste di articoli mancanti riguardanti l’impianto di trattamento delle acque reflue di Al-Bureij finanziato dalla Germania. Una fonte della sicurezza ha dichiarato che per alcuni articoli non sarebbe stata presentata nessuna richiesta, per altri mancherebbero vari documenti mentre per altri ancora le richieste sarebbero già state approvate. Il funzionario palestinese afferma che a ciascuna richiesta nell’elenco è stato assegnato un numero mentre veniva digitata nel (vecchio o nuovo) sistema online e che l’elenco stesso è la prova che tutte le richieste sono state inviate. Inoltre, per maggior sicurezza il servizio invia anche ogni richiesta online via e-mail al responsabile dell’amministrazione di coordinamento israeliana. Aggiunge che nel caso di un’effettiva assenza di parte della documentazione ci si aspetterebbe che gli appaltatori e l’azienda idrica vengano informati direttamente e immediatamente anziché mesi dopo.

Gisha, un’organizzazione israeliana per i diritti umani che si occupa dell’impatto della politica israeliana su Gaza e si sforza di cambiarla, è convinta che i ritardi abbiano una motivazione politica. Israele sta facendo un uso inaccettabile del suo controllo sul movimento di merci in entrata e in uscita da Gaza come strumento per esercitare pressioni politiche, a spese degli abitanti di Gaza e senza assumersi la responsabilità dei gravi effetti che questo comportamento ha sulle loro condizioni di vita, sostiene. Gisha aggiunge che il ritardo nell’importazione di pezzi di ricambio per le infrastrutture idriche “è un comportamento crudele che va contro i doveri legali di Israele di sostenere una qualità di vita normale a Gaza, e questo comportamento deve cessare”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)