Il 2021 offre alla Palestina un’opportunità di reagire

Ramzy Baroud

5 gennaio 2021 – Middle East Monitor


Un anno fa il 2020 è iniziato con un’indiscutibile spinta da parte americana a trasformare la sua nuova visione politica in azioni decisive. Il 28 gennaio il cosiddetto “Accordo del secolo” è stato dichiarato una vera dottrina politica. Molto velocemente ha preso piede un nuovo lessico politico. Il “processo di pace”, che ha dominato il linguaggio di Washington per parecchi decenni, è apparso un antico ricordo. Poiché l’Autorità Nazionale Palestinese, anch’essa per decenni, ha improntato la propria strategia all’accondiscendenza verso le richieste e le aspettative degli USA, il cambiamento a Washington le ha lasciato ben poche scelte.
Gli ultimi dodici mesi entreranno nella storia come l’anno in cui si è chiuso il “processo di pace” israelo-palestinese sponsorizzato dall’America. Se il 2021 non ribalterà l’enorme cambiamento negli atteggiamenti e negli obbiettivi degli Stati Uniti in Palestina, Israele e Medio Oriente, offrirà però ai palestinesi l’opportunità di pensare al di fuori degli schemi legati all’America.

Il primo febbraio dello scorso anno il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha dichiarato che avrebbe annullato tutti i rapporti diplomatici con Israele e gli USA. A ciò ha fatto seguito in maggio l’annuncio che la leadership palestinese stava cancellando tutti gli accordi con Israele, inclusi quelli sulla sicurezza. Tuttavia, mentre questa decisione avrebbe dovuto avere lo scopo di placare la rabbia dei palestinesi, non ha avuto effetti concreti e comunque è durata poco.

Il 17 novembre l’ANP ha annunciato di aver ripristinato tutti i rapporti per le questioni civili e sulla sicurezza con Israele, vanificando i nuovi colloqui sull’unità tra Fatah e Hamas. I colloqui erano iniziati a luglio e, a differenza di precedenti incontri, le due principali fazioni palestinesi sembravano unite su una serie di concetti politici, primo fra tutti il rigetto dell’“Accordo del secolo” e dei piani israeliani di annettere larga parte dei territori occupati.

In ultima analisi l’ANP, che del resto non ha mai goduto di molta credibilità tra i palestinesi, ha perso tutta la fiducia che ancora vantava tra i suoi rivali. Abbas è sembrato utilizzare i colloqui sull’unità come mezzo per avvertire Washington e Tel Aviv che politicamente aveva ancora in mano alcune carte.

Tuttavia, se in passato la leadership palestinese è riuscita a giocare la tattica attendista che fin dalla sua nascita nel 1994 le garantiva il flusso di denaro estero, quella strategia sta arrivando ora alla sua fine. Le priorità degli USA in Medio Oriente sono ovviamente cambiate e persino gli alleati europei dell’ANP difficilmente considerano come una priorità Abbas e la sua autorità. Un’Unione Europea indebolita dall’uscita del Regno Unito e dal devastante impatto economico della pandemia da Covid-19 ha relegato la Palestina in fondo agli interessi dell’Occidente.

Se il 2021 dovrà portare qualche cambiamento positivo nelle prospettive della lotta dei palestinesi per la libertà, devono essere introdotte nuove strategie. Il ragionamento dovrebbe rivolgersi completamente verso un panorama politico totalmente nuovo.

Per prima cosa deve essere ridefinita l’unificazione palestinese in modo che non si limiti ad una mera intesa politica tra i rivali Hamas e Fatah, ognuno motivato dai propri programmi e dall’autoconservazione. L’unificazione dovrebbe arrivare ad includere un dialogo nazionale che riguardi tutti i palestinesi – in Israele, nei territori occupati e anche nella diaspora – che dovrebbe avere un ruolo nella formazione in una nuova visione del proprio Paese che sia palestinese invece che settaria.

Questa nuova visione dovrebbe essere sviluppata ed articolata in modo da sostituire logori luoghi comuni, dogmi e velleitarismi. Una soluzione a due Stati, per esempio, è semplicemente irraggiungibile, non solo perché Israele e USA hanno fatto il possibile per affossarla, ma perché, anche se realizzata, non soddisferebbe le minime aspettative in termini di legittimazione dei diritti dei palestinesi.

In uno scenario a due Stati i palestinesi rimarrebbero frammentati geograficamente e politicamente e ben difficilmente potrebbe essere attuata una realistica ed equa applicazione del diritto al ritorno. Un “unico Stato democratico” in Palestina ed Israele forse non può risolvere tutte le ingiustizie del passato, ma è il passaggio più significativo per poter immaginare un possibile e sicuramente miglior futuro per tutte le persone che vivono tra il fiume [Giordano, ndtr.] e il mare [Mediterraneo, ndtr.].

Inoltre dovrebbe cessare l’ossessiva fiducia in Washington come unica parte in grado di mediare tra Israele e la Palestina. Non solo gli USA, attraverso il generoso e continuo appoggio militare e politico a Israele, hanno dimostrato la loro inaffidabilità, ma si sono anche rivelati un grave ostacolo sulla via della libertà e della liberazione palestinese.

Spetta alla leadership palestinese capire che gli equilibri dei poteri globali stanno fondamentalmente cambiando e che USA ed Israele non sono più i soli ad avere l’egemonia nel Medio Oriente. È ora che i palestinesi diversifichino le proprie scelte, rafforzino i rapporti con le potenze asiatiche emergenti e si alleino con i Paesi sudamericani e africani per ribaltare la totale dipendenza politica ed economica dagli USA e dai loro alleati.

Cosa ancor più importante, benché la resistenza popolare in Palestina si sia costantemente espressa sotto varie forme, deve ancora essere messa in grado di costituire un’adeguata base di resistenza che si possa trasformare in capitale politico. Lo scorso anno è iniziato con l’interruzione delle manifestazioni della ‘Grande Marcia del Ritorno’ a Gaza, che ha visto decine di migliaia di palestinesi unirsi in una storica dimostrazione di unità. Tuttavia i palestinesi nella Cisgiordania occupata stanno disperatamente cercando di districarsi tra due fonti di controllo sovrapposte: l’occupazione israeliana e l’ANP. Questo si è dimostrato un danno, in quanto marginalizza il popolo palestinese e gli impedisce di giocare un ruolo fondamentale nel delineare la propria lotta. La resistenza popolare deve costituire la spina dorsale di qualunque autentica prospettiva di liberazione.

Infine, perché la nuova narrazione politica palestinese si imponga a livello internazionale, deve essere sostenuta da un movimento di solidarietà globale, che si allinei ad una visione palestinese unitaria, promuovendo i diritti dei palestinesi a livello locale, statale e nazionale. Il duro attacco di USA e Israele al Movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) è una prova del successo di questa tattica nel modificare la narrazione su Palestina e Israele. Eppure, seppure ormai esista una solida base di solidarietà verso la Palestina in tutto il mondo, questo movimento non dovrebbe puntare solo su ambiti accademici e circoli intellettuali: dovrebbe lavorare per coinvolgere la gente comune, dovunque essa sia.

È vero che il 2020 è stato un anno devastante per la Palestina, ma un’analisi più rigorosa ci può portare a vederlo come prodromo di un’opportunità sulla quale può essere costruita una nuova prospettiva politica complessiva palestinese. L’anno 2021 offre alla Palestina un’opportunità per reagire.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I palestinesi lasciati in attesa mentre Israele è pronto a partire con la vaccinazione anti-COVID

17 dicembre 2020 – Al Jazeera

Israele ha raggiunto un accordo con Pfizer per la fornitura di otto milioni di dosi di vaccino, sufficienti per coprire circa metà della sua popolazione

Dopo che il primo ministro Benjamin Netanyahu si è messo personalmente in contatto con il capo del gigante farmaceutico statunitense Pfizer, la prossima settimana Israele inizierà a lanciare una vasta campagna di vaccinazione anti-coronavirus.

Ma i milioni di palestinesi che vivono sotto il controllo israeliano dovranno attendere molto di più.

Gli israeliani potrebbero tornare presto alla vita normale e alla ripresa economica, anche se il virus continua a minacciare città e villaggi palestinesi a pochi chilometri di distanza.

Israele ha raggiunto un accordo con Pfizer per la fornitura di otto milioni di dosi del vaccino da poco approvato, sufficienti a coprire quasi metà della popolazione israeliana di circa nove milioni, in quanto ogni persona ha bisogno di due dosi.

Israele possiede unità mobili per la vaccinazione con refrigeratori che come richiesto possono tenere a meno 70 gradi le dosi [di vaccino] della Pfizer, sviluppate con l’impresa tedesca BioNTech. Prevede di iniziare le vaccinazioni la prossima settimana, con un massimo di oltre 60.000 iniezioni al giorno.

All’inizio del mese Israele ha raggiunto un accordo separato con Moderna [altra industria farmaceutica, ndtr.] per comprare sei milioni di dosi del suo vaccino, sufficienti per altri tre milioni di israeliani.

La campagna di vaccinazione israeliana includerà i coloni ebrei, che sono cittadini israeliani e che vivono nella Cisgiordania illegalmente occupata, ma non i 2,5 milioni di palestinesi del territorio.

Essi dovranno aspettare l’Autorità Nazionale Palestinese, a corto di fondi, che in base ad accordi di pace provvisori raggiunti negli anni ’90 amministra parti della Cisgiordania occupata.

Nella guerra del 1967 in Medio Oriente Israele ha conquistato la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme est, territori che i palestinesi vogliono per il loro futuro Stato.

L’ANP spera di avere i vaccini attraverso una collaborazione dell’OMS con l’organizzazione umanitaria nota come COVAX, che intende fornire vaccini gratis fino a un massimo del 20% della popolazione di Paesi poveri, molti dei quali sono stati particolarmente colpiti dalla pandemia.

Ma il programma ha garantito solo una parte delle due milioni di dosi che l’ANP spera di comprare nel prossimo anno, deve ancora confermare un qualche accordo concreto e scarseggia di fondi.

I Paesi ricchi hanno già prenotato circa nove miliardi dei 12 miliardi di dosi che si stima l’industria farmaceutica sia in grado di produrre il prossimo anno.

A complicare la questione, i palestinesi hanno solo un’unità di refrigerazione in grado di stoccare il vaccino Pfizer-BioNTech, nella città-oasi di Gerico.

Ali Abed Rabbo, importante dirigente del ministero della Salute palestinese, ha affermato che l’ANP è in trattative con Pfizer, Moderna, AstraZeneca e i fabbricanti del vaccino russo, per lo più non testato, ma deve ancora firmare accordi, oltre a quello con COVAX.

Secondo Rabbo, l’ANP spera di vaccinare il 20% della popolazione con COVAX, iniziando dai lavoratori della sanità.

“Gli altri dipenderanno dalle forniture che la Palestina riuscirà ad ottenere sul mercato mondiale, e stiamo lavorando con varie imprese,” afferma.

Sia Israele che l’Autorità Nazionale Palestinese hanno lottato per contenere i propri focolai, che si sono alimentati a vicenda in quanto la gente viaggiava avanti e indietro, soprattutto le decine di migliaia di lavoratori palestinesi che hanno un impiego in Israele.

Israele ha registrato più di 366.000 casi tra cui almeno 3.000 morti.

L’Autorità Nazionale Palestinese ha denunciato più di 85.000 casi nella Cisgiordania occupata, tra cui 800 morti, e nelle ultime settimane l’epidemia si è intensificata.

La situazione è ancora più grave a Gaza, che ospita due milioni di palestinesi e che da quando Hamas è stato eletto nel 2007 è sottoposta a un blocco israeliano ed egiziano.

Lì le autorità hanno comunicato più di 30.000 casi, tra cui 220 morti.

Con i governanti di Hamas a Gaza ignorati dalla comunità internazionale, anche il territorio dovrà fare affidamento sull’Autorità Nazionale Palestinese.

Ciò significa che potrebbero passare parecchi mesi prima che nell’impoverita striscia costiera venga effettuata una vaccinazione su vasta scala.

Il vice-ministro della Salute israeliano Yoav Kisch ha detto a Kan Radio [rete radiofonica pubblica, ndtr.] che Israele sta lavorando per ottenere un surplus per gli israeliani e che “se dovessimo constatare che le esigenze di Israele sono state soddisfatte e avessimo un’ulteriore disponibilità [di vaccini], sicuramente prenderemmo in considerazione di aiutare l’Autorità Nazionale Palestinese.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Lunga vita al (defunto) processo di pace”: Abbas dà la priorità ai rapporti con gli USA rispetto all’unità nazionale palestinese

Ramzy Baroud

9 dicembre 2020 – Palestine Chronicle

Nessuno più del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas pare entusiasta dell’elezione di Joe Biden come prossimo presidente degli Stati Uniti. Quando sembrava persa ogni speranza e Abbas si era ritrovato alla disperata ricerca di riconoscimento politico e finanziamenti, Biden è arrivato come un prode cavaliere su un cavallo bianco e ha trascinato in salvo il leader palestinese.

Abbas è stato uno dei primi leader mondiali a congratularsi con il presidente democratico eletto per la sua vittoria. Mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyhua ha ritardato il suo comunicato di congratulazioni nella speranza che alla fine Donald Trump fosse in grado di ribaltare il risultato, Abbas non si è fatto illusioni. Considerando l’umiliazione subita dall’Autorità Nazionale Palestinese per mano dell’amministrazione Trump, Abbas non aveva niente da perdere. Per lui Biden, nonostante il suo lungo innamoramento con Israele, rappresentava ancora un barlume di speranza. Ma si può riportare indietro la ruota della storia? Nonostante il fatto che l’amministrazione Biden abbia messo in chiaro che non annullerà nessuna delle iniziative prese dall’uscente amministrazione Trump a favore di Israele, Abbas rimane fiducioso che almeno il “processo di pace” possa essere ripreso.

Questa potrebbe essere vista come una dicotomia impossibile perché, come può un “processo di pace” dare pace se tutte le componenti di una pace giusta sono già state tolte di mezzo?

È ovvio che non ci può essere alcuna vera pace se il governo USA insiste sul riconoscimento di tutta Gerusalemme come capitale “eterna” di Israele. Non ci può essere pace se gli USA continuano a finanziare illegali colonie ebraiche, foraggiare l’apartheid israeliano, negare i diritti dei rifugiati palestinesi, far finta di non vedere l’annessione di fatto in corso nella Palestina occupata e riconoscere come parte di Israele le Alture del Golan siriane illegalmente occupate, ed è probabile che ognuna di queste iniziative rimanga immutata anche sotto l’amministrazione Biden.

È improbabile che il “processo di pace” possa portare a un qualche tipo di pace giusta e sostenibile in futuro, quando ha già fallito negli ultimi 30 anni.

Eppure, nonostante le numerose lezioni del passato, Abbas ha deciso di nuovo di scommettere sul futuro del suo popolo e di mettere a repentaglio la sua lotta per la libertà e una pace giusta. Abbas non solo sta montando una campagna che coinvolge gli Stati arabi, ossia la Giordania e l’Egitto, per resuscitare gli “accordi di pace”, sta anche rimangiandosi tutte le promesse e decisioni di cancellare gli accordi di Oslo e di porre fine al “coordinamento per la sicurezza” con Israele. Così facendo Abbas ha tradito i colloqui per l’unità nazionale tra il suo partito, Fatah, e Hamas.

I colloqui per l’unità tra i gruppi palestinesi rivali sembravano aver preso una seria svolta lo scorso luglio, quando i principali partiti politici palestinesi hanno emesso un comunicato congiunto in cui dichiaravano la loro intenzione di sconfiggere l’“accordo del secolo” di Trump. Il linguaggio usato in quel comunicato ricordava il discorso rivoluzionario di questi gruppi durante la Prima e la Seconda Intifada (rivolta), di per sé un indicatore che Fatah si era finalmente riorientato riguardo alle priorità nazionali e allontanato dal discorso politico “moderato” forgiato dal “processo di pace” sostenuto dagli USA.

Persino quanti si sono stancati e sono diventati cinici riguardo ai trucchetti di Abbas e dei gruppi palestinesi si chiedevano se questa volta sarebbe stato diverso, se i palestinesi avrebbero finalmente trovato un accordo su una serie di principi con cui avrebbero espresso ed incanalato la loro lotta per la libertà. Paradossalmente i quattro anni di presidenza Trump sono stati la cosa migliore che sia avvenuta per la lotta nazionale palestinese. La sua amministrazione è stata uno stridente e indiscutibile promemoria che gli USA non sono, e non sono mai stati, “un leale mediatore per la pace” e che i palestinesi non possono orientare la propria agenda politica per soddisfare le richieste di USA e Israele e ottenere legittimazione politica e appoggio economico.

Con il taglio dei finanziamenti USA all’Autorità Nazionale Palestinese nell’agosto 2018, seguito dalla chiusura della missione diplomatica palestinese a Washington, Trump ha liberato i palestinesi dai tormenti di un’impossibile equazione politica. Senza la proverbiale carota americana, la dirigenza palestinese ha avuto la rara opportunità di riorganizzare la casa palestinese a beneficio del popolo palestinese.

Ahimé, questi sforzi hanno avuto vita breve. Dopo molteplici incontri e videoconferenze tra Fatah, Hamas e altre delegazioni che rappresentavano i gruppi palestinesi, il 17 novembre Abbas ha dichiarato la ripresa del “coordinamento per la sicurezza” tra la sua autorità e Israele. Ciò è stato seguito il 2 dicembre dall’annuncio israeliano della consegna di oltre un miliardo di dollari dei fondi palestinesi illegalmente trattenuti da Israele come forma di pressione politica.

Ciò riporta l’unità palestinese al punto di partenza. Ormai Abbas trova totalmente inutili i colloqui per l’unità con i suoi rivali palestinesi. Dato che Fatah domina l’Autorità Nazionale Palestinese, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP), dare spazio o condividere il potere con altre fazioni palestinesi sembra autolesionista. Ora che Abbas è rassicurato del fatto che l’amministrazione Biden gli concederà, ancora una volta, il titolo di “partner per la pace”, alleato degli USA e moderato, il leader palestinese non trova più necessario cercare l’approvazione dei palestinesi. Poiché non ci può essere una via di mezzo tra adeguarsi a un piano di USA e Israele e rivendicare un progetto nazionale palestinese, il dirigente palestinese ha optato per il primo e, senza esitazione, ha abbandonato il secondo.

Mentre è vero che Biden non soddisferà mai nessuna delle richieste del popolo palestinese né annullerà nessuno dei passi sbagliati del suo predecessore, Abbas può ancora beneficiare di quello che vede come uno stravolgimento della politica estera USA, non a favore della causa palestinese ma personalmente di Abbas, un dirigente non eletto il cui principale successo è stato appoggiare lo status quo imposto dagli USA e tener tranquillo il popolo palestinese il più a lungo possibile.

Benché in molteplici occasioni il “processo di pace” sia stato dichiarato “morto”, Abbas sta ora cercando disperatamente di risuscitarlo, non perché lui, o qualunque palestinese sensato, creda che la pace sia a portata di mano, ma a causa del rapporto esistenziale tra l’ANP e il suo schema politico sponsorizzato dagli USA. Mentre la maggior parte dei palestinesi non ha niente da guadagnare da ciò, qualche palestinese ha accumulato benessere, potere e prestigio in quantità. Secondo tale cricca questa è l’unica causa per cui vale la pena lottare.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo lavoro è “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e resistenza nelle prigioni israeliane] (Clarity Press). Baroud è ricercatore non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA) e anche presso il Centro Afro-Mediorientale (AMEC).

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto delle Nazioni Unite: l’assedio israeliano provoca una perdita per l’economia di Gaza di 16,5 miliardi di dollari

29 novembre 2020 – The Palestine Chronicle

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite (ONU) ha rilevato che il blocco israeliano della Striscia di Gaza ha provocato 16,5 miliardi di dollari [13,8 miliardi di euro] di perdite per la sua economia in dissesto e ha spinto oltre la metà degli abitanti dell’enclave al di sotto della soglia di povertà.

Il rapporto, reso pubblico mercoledì dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) davanti all’Assemblea generale, copre gli anni tra il 2007 e il 2018.

Nel rapporto l’UNCTAD ha invitato l’occupazione israeliana a cessare immediatamente l’assedio ininterrotto che a Gaza ha quasi determinato un collasso delle attività economiche e un tasso di povertà del 56%.

“Se il blocco andrà avanti la situazione è destinata a peggiorare”, prevede Mahmoud Elkhafif, coordinatore dell’Assistenza al popolo palestinese dell’UNCTAD.

Questo ingiusto blocco, per cui due milioni di palestinesi sono trattenuti all’interno di Gaza, dovrebbe essere revocato immediatamente. Dovrebbero essere autorizzati a muoversi liberamente, fare affari, commerciare con il mondo esterno e riprendere i rapporti con le loro famiglie al di fuori della Striscia”, ha aggiunto Elkhafif.

Dal giugno 2007 gli abitanti di Gaza sono soggetti a un severo embargo terrestre, aereo e marittimo da parte di Israele, che pregiudica persino i loro spostamenti per cure mediche.

Sotto questo assedio opprimente, Israele ha ridotto al minimo l’ingresso di merci, mentre il commercio estero e le esportazioni, a parte casi molto eccezionali, sono state interrotte

Il rapporto afferma che la popolazione di Gaza ha un accesso molto limitato all’acqua potabile ed è priva di una regolare erogazione di elettricità e persino di un sistema fognario adeguato.

Secondo Richard Kozul-Wright, direttore della Divisione sulla globalizzazione e sulle strategie di sviluppo dell’UNCTAD, “se i palestinesi nella Striscia non otterranno l’accesso al mondo esterno, sarà difficile vedere come destino della società palestinese di Gaza altro se non sottosviluppo”. “È davvero scioccante che nel XXI secolo due milioni di persone possano essere lasciate in tali condizioni.”

Il rapporto rivela anche che durante il periodo dell’assedio in tre guerre israeliane e alcune brevi invasioni almeno 3.793 palestinesi sono stati uccisi, circa 18.000 feriti e più della metà della popolazione di Gaza è stata sfollata

Sono state danneggiate più di 1.500 imprese commerciali e industriali, oltre a circa 150.000 unità domestiche e infrastrutture pubbliche, tra cui quelle per la produzione di energia, idriche, i servizi igienico-sanitari, strutture sanitarie ed educative, edifici governativi.

Come risultato dell’assedio e delle guerre contro Gaza, il tasso di povertà è balzato dal 40% del 2007 al 56% del 2017, il che significa che più di un milione di palestinesi non hanno mezzi di sopravvivenza.

Il rapporto stima che portare questo segmento della popolazione al di sopra della soglia di povertà richiederebbe un’iniezione di finanziamenti per un importo di 700 milioni di euro, quattro volte quanto necessario nel 2007.

A Gaza tra il 2007 e il 2018 l’economia è cresciuta di meno del 5% e la sua percentuale nell’economia palestinese è scesa dal 31% al 18% nel 2018. Di conseguenza, il PIL pro capite si è ridotto del 27% e la disoccupazione è aumentata del 49%.

Il rapporto UNCTAD comprende diverse raccomandazioni per riattivare l’economia di Gaza, incluso un invito a consentire al governo palestinese di sfruttare i giacimenti di petrolio e gas naturale al largo delle coste di Gaza.

“Ciò garantirebbe le risorse necessarie per il risanamento, la ricostruzione e la ripresa dell’economia regionale di Gaza, il che darebbe un impulso significativo all’economia e alla situazione finanziaria dell’Autorità Nazionale Palestinese”, raccomanda il rapporto.

Gaza, con una popolazione di 2 milioni di abitanti, è sottoposta ad un ermetico assedio israeliano dal 2006, quando l’organizzazione palestinese Hamas vinse le elezioni legislative democratiche nella Palestina occupata. Da allora Israele ha condotto numerosi bombardamenti e diverse guerre di grande intensità, che hanno provocato la morte di migliaia di persone.

(MEMO, PC, social media)

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




ONU: nella Striscia di Gaza assediata oltre un milione di palestinesi sono sotto la soglia di povertà

Barbara Bibbo

25 novembre 2020, Al-Jazeera

Il rapporto delle Nazioni Unite chiede la fine dell’assedio israeliano che dura da 13 anni e ha paralizzato ogni attività economica nell’enclave costiera.

Ginevra, Svizzera – Secondo un nuovo rapporto delle Nazioni Unite il blocco imposto da Israele alla Striscia di Gaza è costato all’enclave palestinese più di 16 miliardi di dollari e in poco più di 10 anni ha ridotto più di un milione di persone sotto la soglia della povertà.

Il documento fornito mercoledì all’Assemblea Generale dell’ONU dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) copre gli anni tra il 2007 e il 2018.

Vi si chiede la cessazione immediata del lungo assedio, che ha causato un crollo quasi totale delle attività economiche a Gaza e un tasso di povertà del 56%.

“La situazione è destinata a peggiorare se il blocco continua”, ha detto Mahmoud Elkhafif, coordinatore dell’Assistenza al Popolo Palestinese dell’UNCTAD.

Questo blocco ingiusto che tiene chiusi due milioni di palestinesi all’interno di Gaza dovrebbe essere immediatamente revocato. Dovrebbero essere autorizzati a muoversi liberamente, fare affari, commerciare con il mondo esterno e riconnettersi con le loro famiglie al di fuori della Striscia”, ha aggiunto Elkhafif.

Dal giugno 2007 gli abitanti di Gaza sono confinati nell’enclave di 365 chilometri quadrati della Striscia e soggetti ad embargo terrestre, aereo e marittimo. L’ingresso delle merci è stato ridotto al minimo, il commercio con l’estero e le esportazioni sono bloccati. Nel frattempo, la popolazione ha un accesso molto limitato all’acqua potabile e manca di una normale fornitura elettrica e anche di un sistema fognario adeguato.

“Fino a che i palestinesi della Striscia non avranno accesso al mondo esterno, per la società palestinese di Gaza è difficile vedere altro che un destino di sottosviluppo”, ha detto Richard Kozul-Wright, direttore della Divisione Globalizzazione e Strategie di Sviluppo dell’UNCTAD. “È davvero scioccante che nel XXI secolo due milioni di persone possano essere lasciate in quelle condizioni”.

Oltre al prolungato blocco e alle restrizioni da parte del vicino Egitto, l’enclave gestita da Hamas ha subito tre interventi militari israeliani, nel 2007, 2012 e 2014, che hanno gravemente danneggiato le infrastrutture civili e causato numerose vittime.

Secondo il rapporto dell’UNCTAD almeno 3.793 palestinesi sono stati uccisi, circa 18.000 feriti e più della metà della popolazione di Gaza è sfollata.

Più di 1.500 imprese commerciali e industriali sono state danneggiate, insieme a circa 150.000 unità domestiche e infrastrutture pubbliche tra cui quelle per energia, acqua, servizi igienico-sanitari, e poi strutture sanitarie e scolastiche ed edifici governativi.

Come risultato dell’assedio e delle guerre contro Gaza, il tasso di povertà è balzato dal 40 % nel 2007 al 56% nel 2017, il che significa che più di 1 milione di palestinesi non hanno mezzi di sopravvivenza. Il rapporto stima che portare questa parte della popolazione al di sopra della soglia di povertà richiederebbe un’iniezione di fondi per un importo di 838 milioni di dollari, quattro volte l’importo necessario nel 2007.

Tra il 2007 e il 2018 l’economia di Gaza è cresciuta meno del 5% e la sua quota nell’economia palestinese è diminuita dal 31% al 18% nel 2018. Di conseguenza, il PIL pro capite si è ridotto del 27%.

Nel frattempo, l’isolamento della Striscia non ha impedito alla pandemia di coronavirus di raggiungere Gaza, aggravando una situazione già critica. Allo scorso lunedì, 14.768 persone avevano contratto il COVID-19, con 65 morti.

Lunedì, le autorità sanitarie di Gaza avevano segnalato il pericolo di una catastrofe imminente se Israele avesse continuato a bloccare l’accesso agli aiuti umanitari, nonché l’ingresso delle attrezzature sanitarie e delle forniture mediche necessarie. Gli ospedali e il personale sanitario necessitano di indumenti protettivi, ventilatori e letti.

“La crisi sanitaria sta rendendo evidenti le condizioni di base, peggiorate da oltre un decennio”, ha detto Kozul-Wright.

Parlando a Ginevra agli inviati delle Nazioni Unite, il funzionario dell’UNCTAD si è detto fiducioso che sotto la nuova amministrazione statunitense del presidente eletto Joe Biden ci sarebbe stato un cambiamento nelle relazioni israelo-palestinesi.

Nel 2018, l’amministrazione Trump aveva sospeso i finanziamenti all’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che sostiene cinque milioni di rifugiati palestinesi a Gaza, nella Cisgiordania occupata, in Libano, Siria e Giordania.

Il taglio di 200 milioni di dollari è stato un colpo enorme per l’economia palestinese. Sarà interessante vedere se la nuova amministrazione annullerà quella decisione nei confronti dell’UNRWA ”, ha detto Kozul-Wright. “Tuttavia, anche prima del 2016, i diritti umani dei palestinesi e il diritto internazionale codificati dalla risoluzione delle Nazioni Unite sono stati ignorati e le tensioni politiche erano alte”.

Il rapporto chiede la fine del blocco nel contesto della risoluzione 1860 del Consiglio di sicurezza (8 gennaio 2009) per consentire il reintegro dell’economia di Gaza con il resto del mondo e la ricostruzione di tutte le infrastrutture essenziali.

Chiede anche il ripristino dei diritti umani fondamentali per gli abitanti di Gaza, il loro diritto alla libera circolazione, all’assistenza sanitaria, allo studio e al lavoro e raccomanda che allo Stato Palestinese sia permesso di sfruttare i giacimenti di gas naturale scoperti negli anni ’90 nelle acque territoriali palestinesi al largo della costa di Gaza.

Queste entrate consentirebbero una tregua finanziaria e un finanziamento per la ricostruzione delle infrastrutture essenziali.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Gaza dichiara il disastro da COVID-19 con un sistema sanitario prossimo al collasso

Walid Mahmoud

23 novembre 2020 – ALJAZEERA

Con la mancanza di ventilatori, DPI e medicine, le autorità affermano che l’assedio di Israele rappresenta una “condanna a morte” per i malati di coronavirus di Gaza.

Gaza City – Le autorità sanitarie avvertono che un rapido incremento delle infezioni da coronavirus nella Striscia di Gaza ha raggiunto un “livello catastrofico” e che il sistema sanitario dell’enclave palestinese assediata rischia l’imminente collasso.

Il COVID si sta diffondendo in modo esponenziale a Gaza – uno dei luoghi più affollati della Terra – soprattutto nei campi profughi, e il ministero della Salute ha lanciato l’allarme sulle “disastrose” conseguenze.

Il dottor Fathi Abuwarda, consigliere del ministero della Salute, ha detto ad Al Jazeera che il recente picco di infezioni potrebbe presto diventare incontrollabile, con centinaia di persone che contraggono il virus ogni giorno e nessun posto dove curarle.

“Siamo entrati nella fase della catastrofe e se continuiamo in questo modo, il sistema sanitario crollerà“, ha detto Abuwarda. “La soluzione migliore è un blocco totale per 14 giorni, che consentirebbe alle squadre mediche di controllare e combattere il virus, tendendo aperti solo i negozi di alimentari“.

Abuwarda afferma che il ministero della Salute ha destinato l’ospedale europeo di Gaza per la cura dei pazienti da COVID-19, ma che la capacità dell’ospedale è insufficiente, dato che sono già occupati 300 dei suoi 360 posti letto.

Nella Striscia di Gaza – ha detto – ci sono circa 500 posti letto sparsi per l’enclave costiera…. Ma considerando che a Gaza per ogni chilometro quadrato vivono circa 5.000 palestinesi, questi ospedali non sono in grado di ospitare tutti i casi”.

Anche la mancanza di kit per il test del coronavirus e di dispositivi di protezione individuale (DPI) complica la lotta, poiché Israele continua a imporre restrizioni sulle forniture sanitarie che raggiungono Gaza.

Gaza si trova da più di 13 anni sotto uno stretto assedio di terra, aria e mare da parte di Israele ed Egitto, tagliata fuori dal resto del mondo. Le iniziali speranze che l’isolamento di Gaza l’avrebbe risparmiata dalla pandemia sono state deluse, dal momento che la sovrappopolata regione costiera si trova in grave pericolo a causa di un sistema sanitario fatiscente che non è in grado di gestire l’assalto dei pazienti.

Al 24 agosto nella Striscia di Gaza solo quattro palestinesi risultavano stati infettati dal virus. Fino a lunedì scorso 14.768 persone hanno contratto il COVID-19, con 65 morti. Il numero di casi critici si attesta a 79.

“Una catastrofe imminente”

Le autorità affermano che l’assedio di Israele è una condanna a morte per i malati di COVID-19 di Gaza.

“Nella Striscia di Gaza mancano macchinari per la generazione di ossigeno, ventilatori, equipaggiamento protettivo e materiali per l’igiene”, ha detto il dott. Basim Naim, responsabile delle relazioni internazionali nel governo guidato da Hamas.

“Il 32% dei farmaci di base e il 62% dei farmaci e dei materiali per i laboratori medici non sono disponibili”.

L’ex ministro della Salute ha chiesto alla comunità internazionale e alle agenzie umanitarie di intervenire immediatamente per fermare la “catastrofe imminente”, accusando Israele di limitare l’ingresso delle forniture sanitarie con “il pretesto della sicurezza”.

“La leadership di Hamas non accetterà la morte del popolo palestinese né per fame né consentendone la morte per la pandemia”, ha detto Naim. “Chiediamo alla comunità internazionale di fornirci le risorse finanziarie indispensabili per acquistare tutti gli strumenti necessari per combattere il virus”.

Salama Marouf, a capo dell’ufficio informazioni del governo, ha sottolineato l’esigenza di portare ventilatori salvavita a Gaza. Ha aggiunto che “tutte le misure sono ora sul tavolo, incluso un blocco completo” per tenere i contagi sotto controllo.

Le autorità affermano che, nonostante la mediazione egiziana, Israele si rifiuta ancora di consentire l’ingresso a Gaza dei ventilatori, subordinando la concessione di tale autorizzazione alla restituzione dei corpi dei soldati trattenuti da Hamas dalla guerra israeliana contro Gaza del 2014.

La Striscia di Gaza – un’area costiera lunga 100 km che ospita oltre 2,1 milioni di palestinesi – è stata una delle ultime regioni al mondo ad essere colpita dal COVID-19.

Ma molte persone qui hanno ignorato il consiglio di indossare le mascherine, hanno tenuto grandi feste di matrimonio e proteste contro l’occupazione israeliana e continuano ad interagire nel corso di riunioni di massa.

Abuwarda ha evidenziato lo “scarso impegno” dei palestinesi quando si tratta di indossare le mascherine, di praticare il distanziamento e un’igiene adeguata. “Dobbiamo contare sulla consapevolezza delle persone per fermare la diffusione del virus”, ha detto.

Misure drastiche

L’afflusso di pazienti affetti da coronavirus negli ospedali appropriati minaccia anche quelli destinati ad altre patologie.

“Questi ospedali non sono del tutto preparati per affrontare i pazienti da COVID-19 e ciò avrà un impatto negativo sul servizio sanitario fornito ai pazienti normali”, ha detto Naim.

Molti palestinesi erano favorevoli a che il governo adottasse misure drastiche per frenare la rapida diffusione del coronavirus.

Ma alcuni responsabili affermano di non poter imporre un blocco generale poiché i bisogni minimi essenziali delle persone rimarrebbero insoddisfatti a causa del deterioramento della situazione economica.

Ahmad Abu Mustapha, 35 anni, proprietario di un negozio di apparecchiature elettriche, chiede al governo di applicare un blocco totale per “consentire di salvare vite umane”, anche se ciò imporrebbe sofferenze sul piano economico.

Temiamo per noi stessi, per le nostre famiglie e per i bambini. Vogliamo un blocco totale anche se questo ci danneggierebbe economicamente”, ha detto Mustapha.

Il giornalista Hassan Islayih, 32 anni, concorda sulla necessità di interrompere gli spostamenti all’interno della Striscia di Gaza, sottolineando che “la presa di coscienza della gente non è come dovrebbe essere”.

Oggi – sostiene – la situazione è pericolosa. Alcune persone perderanno il lavoro, il che è triste, ma non c’è altra soluzione che un blocco totale”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Militari israeliani uccidono ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese e sparano a un insegnante

Tamara Nassar

9 novembre 2020 – The Electronic Intifada

Domenica scorsa le forze di occupazione israeliane hanno sparato ad un palestinese all’ingresso del campo profughi di al-Fawwar, vicino alla città di Hebron in Cisgiordania.

L’esercito israeliano ha affermato che quando hanno aperto il fuoco Ali Suleiman Amro, 40 anni, stava tentando di aggredirli con un coltello.

Come in molti casi precedenti di uccisione di un presunto aggressore palestinese, nel corso dell’accaduto nessun soldato israeliano è rimasto ferito.

L’esercito ha dichiarato che Amro è stato ricoverato in ospedale, ma i media israeliani hanno riferito che le sue condizioni erano ignote.

Dei testimoni palestinesi hanno filmato la sparatoria dal loro veicolo.

È possibile scorgere Amro mentre viene circondato da almeno tre soldati quando si sentono due colpi di arma da fuoco.

I media palestinesi hanno riferito che Amro era un insegnante di una scuola superiore nella città di Dura, vicino a Hebron, nella Cisgiordania occupata.

Questo è il secondo episodio nel corso di questo mese in cui i soldati israeliani sparano a dei palestinesi asserendo di essere stati attaccati.

Il precedente è stato fatale.

Ucciso un capitano dell’Autorità Nazionale Palestinese

Mercoledì scorso dei militari israeliani hanno sparato e ucciso un uomo palestinese vicino al posto di blocco militare di Huwwara, principale punto di transito in entrata e in uscita della città di Nablus, in Cisgiordania.

L’uomo è stato identificato come Bilal Adnan Rawajba, 29 anni. Era un consulente legale con il grado di capitano delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese.

L’esercito israeliano ha affermato che Rawajba aveva aperto il fuoco contro i militari israeliani “mentre usciva dalla città“.

L’esercito ha affermato che i soldati lo hanno “neutralizzato”.

La famiglia di Rawajba avrebbe sostenuto che egli si stava recando per lavoro nella città di Tubas, nel nord della Cisgiordania.

Dei palestinesi in un veicolo vicino hanno filmato la sparatoria. Il video diffuso sui social media mostra un soldato israeliano che spara più volte contro l’auto di Rawajba a distanza ravvicinata.

I filmati di sorveglianza diffusi dai media locali mostrano un’auto bianca che si avvicina ad una postazione militare dove si trovano due soldati. I soldati inizialmente correndo si allontanano  dal veicolo.

Da una barriera di cemento sembra levarsi della polvere, probabilmente originata da un colpo di arma da fuoco. In nessuno dei due video è visibile Rawajba o qualsiasi arma potesse avere con sé.

I media locali hanno anche diffuso un’immagine grafica che mostra Rawajba ucciso all’interno della sua auto.

Nessun soldato israeliano è rimasto ferito durante il fatto.

“Coordinamento della sicurezza”

Mercoledì l’Organizzazione per la liberazione della Palestina in un tweet ha ritenuto Israele “pienamente responsabile” di quella che ha definito “l’esecuzione extragiudiziale” di Rawajba.

L’OLP ha anche accusato Israele di “aver impedito agli equipaggi delle ambulanze di raggiungerlo, lasciandolo morire dissanguato”.

“Chiediamo alla Corte Penale Internazionale di accelerare le sue indagini”, ha aggiunto.

A maggio l’Autorità Nazionale Palestinese ha sospeso il suo coordinamento “civile” e relativo alla “sicurezza” con Israele per protestare contro i piani israeliani di annettere vaste aree della Cisgiordania occupata.

Ciò si è ripercosso sui pazienti palestinesi che richiedono cure mediche fuori Gaza, i quali si affidano al coordinamento dell’ANP con l’esercito israeliano per ottenere i permessi.

L’ Autorità Nazionale Palestinese ha anche rifiutato di accettare le entrate fiscali che Israele raccoglie dai palestinesi per conto della stessa ANP. Ciò per protestare contro la sottrazione da parte di Israele del denaro pari agli importi che l’ANP versa alle famiglie dei prigionieri palestinesi.

Questo ha danneggiato i funzionari dell’ANP come Rawajba, che a causa della controversia ricevono solo metà dei loro stipendi.

Il quotidiano di Tel Aviv Haaretz [quotidiano israeliano di orientamento progressista, ndtr.] ha affermato che la sospensione del coordinamento ha “danneggiato l’apparato di sicurezza palestinese più di quanto abbia fatto leva su Israele”.

La resistenza palestinese e le fazioni politiche Hamas e Jihad islamica hanno entrambe condannato l’uccisione di Rawajba.

Il partito politico di sinistra Fronte popolare per la liberazione della Palestina ha definito l’uccisione di Rawajba all’interno della sua auto “un altro crimine di guerra sionista da aggiungere all’elenco dei crimini contro il nostro popolo”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le crescenti richieste di sostituire la leadership palestinese

27 ottobre 2020 – Middle East Monitor

I palestinesi sono ancora sorpresi del ripetersi periodico di appelli e dichiarazioni locali, regionali e internazionali che chiedono la “sostituzione” della leadership palestinese, in concomitanza con l’attuale verificarsi di un processo di normalizzazione, presupposto all’introduzione di una leadership che accetti e condivida questo percorso. I palestinesi sono ancora più sorpresi nel momento in cui queste richieste vengono fatte da consessi e figure che fino a poco tempo fa facevano parte dei circoli vicini alla leadership palestinese e con cui hanno lavorato per molti anni.

L’ex primo ministro britannico Tony Blair ha richiesto la sostituzione dell’attuale leadership palestinese dicendo: “Dobbiamo cercare di portare avanti una generazione di politici palestinesi che capiscano che l’unico modo per ottenere [la costituzione di] uno Stato palestinese è mediante un’intesa onesta e profonda tra popoli, tra culture e non solo [attraverso] un negoziato sui territori”.

Nel frattempo è stata erroneamente attribuita all’ambasciatore americano in Israele David Friedman una dichiarazione secondo cui gli Stati Uniti stavano valutando la possibilità di sostituire il presidente palestinese Mahmoud Abbas con il leader cacciato da Fatah, Muhammad Dahlan [espulso nel 2011 dal partito in seguito alle accuse di Mahmoud Abbas di aver ucciso Arafat avvelenandolo e per corruzione, ndtr.].

Tale dichiarazione è stata successivamente corretta con le parole: “Non abbiamo alcun desiderio di inventarci la leadership palestinese” e “la leadership palestinese non sta servendo adeguatamente il popolo”.

Quanto al colonnello Dror Shalom, a capo della divisione di ricerca dell’intelligence militare dell’esercito israeliano, egli ha affermato che ci sono due principali pericoli per Israele, uno dei quali è il crollo dell’Autorità Nazionale Palestinese, perché la sua posizione è diventata un indicatore strategico, soprattutto nella fase successiva ad Abbas, in cui dovremo affrontare una bomba a orologeria.

Nel frattempo, in seguito alla firma degli accordi di normalizzazione con Israele, gli organi di informazione sauditi ed emiratini hanno lanciato un ampio attacco contro l’Autorità Nazionale Palestinese e il suo presidente e hanno pubblicato articoli e rapporti che chiedono la fine dell’era di Abbas coinvolgendo Dahlan, loro alleato.

È chiaro che i rapidi sviluppi nell’agone palestinese possono minare la stabilità dell’Autorità Nazionale Palestinese, soprattutto con l’intensificarsi delle dichiarazioni sulla possibile defezione del presidente Abbas, per motivi di salute o politici. Questo soprattutto con la diffusione in corso del coronavirus in Cisgiordania, con le crescenti pressioni degli ultimi mesi sull’Autorità Nazionale Palestinese e mentre l’opinione pubblica palestinese si rende conto dell’entità delle difficoltà da affrontare.

Resta la domanda sulla possibilità che Abbas accetti di dimettersi dal suo incarico se si terranno le elezioni presidenziali – cosa su cui ha tenuto la bocca cucita – con l’accrescersi degli inviti dall’estero perché ponga fine al suo mandato e lasci l’incarico. Ma chi potrebbe succedergli?

Sebbene Israele sappia che Abbas ha molti difetti, ci sono buone ragioni per cui tema il giorno in cui non sarà più al comando dell’Autorità Nazionale Palestinese. È vero che ha interrotto il coordinamento sulla sicurezza e ha tagliato i rapporti politici, ma non ha ancora rotto tutti i legami.

Il capo del servizio di sicurezza israeliano Shin Bet Nadav Argaman ha messo in guardia riguardo l’indebolimento della posizione di Abbas, il rafforzamento di Hamas in Cisgiordania e il declino della popolarità nell’agone palestinese di quelli che ha definito “moderati”.

Esiste una serie di scenari essenziali per il dopo Abbas: il primo, ottimista, prevede che il potere sia trasferito con tranquillità e che il prossimo presidente segua l’approccio di Abbas, attuando le sue politiche. Ciò eviterebbe la violenza e si concentrerebbe sul versante diplomatico.

Il secondo scenario, rappresentato dal caos, vedrebbe la presa del controllo della disputa da parte delle fazioni di Fatah più preoccupanti [per Israele]. Ciò potrebbe consentire ad Hamas di imporre la sua autorità sulla Cisgiordania, nonostante l’organizzazione venga continuamente perseguitata da Israele per cui in Cisgiordania farebbero la loro ricomparsa gli attacchi armati.

Per quanto riguarda il terzo scenario, sarebbe una via di mezzo, con un periodo di transizione in cui guiderebbe l’ANP una figura debole, ma con l’approvazione di tutte le parti fino al momento delle elezioni generali.

Gli israeliani considerano l’era di Abbas solo dal punto di vista della sicurezza. A differenza del suo predecessore Yasser Arafat, egli si è opposto alle operazioni armate e il suo governo ha visto il coordinamento israelo-palestinese sulla sicurezza raggiungere uno stadio molto avanzato. Esso comprendeva il coordinamento tra le forze di sicurezza di entrambe le parti, l’amministrazione civile [organo militare che governa i territori palestinesi occupati, ndtr.] e l’esercito israeliano, e il risultato è stato salvaguardare la vita degli israeliani. Israele potrebbe non trovare un presidente che cooperi più di Abbas, in quanto egli ha “fornito i benefici” che Israele voleva.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale del Middle East Monitor

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La tecnologia israeliana scopre un tunnel d’attacco a Gaza e mette Hamas a dura prova

Ben Caspit

23 ottobre 2020 – AL-MONITOR

L’esercito israeliano sa che la scoperta di un grosso tunnel terroristico di Hamas non significa che l’organizzazione abbandonerà i suoi tentativi di attaccare Israele.

*Nota redazionale: nell’articolo di Ben Caspit sono riportate alcune affermazioni che non condividiamo anche se il contenuto è interessante e degno di essere pubblicato.

Questa settimana è iniziata con una intensa attività militare israeliana lungo tutta la barriera di confine con la Striscia di Gaza, caratterizzata da un ammassamento di truppe, dispiegamento di carri armati Merkava Mark 4 e allestimento di punti di raduno e di stazionamento provvisori. Le IDF [forze armate israeliane, ndtr.] hanno anche chiuso le strade al traffico civile e hanno ordinato ai lavoratori agricoli di stare lontano dai campi lungo il confine. Chiaramente qualcosa era in corso sotto terra, anche se una calma carica di tensione aleggiava sopra. Il 20 ottobre, il segreto è stato svelato con l’annuncio da parte delle IDF che avevano identificato un tunnel di attacco di Hamas scavato da Gaza che si estendeva per alcune decine di metri in Israele. “Un tunnel terroristico molto, molto importante”, come è stato definito il giorno dopo dal tenente generale delle IDF Aviv Kochavi.

Il tunnel non è solo importante e di natura strategica, è anche il primo risultato conosciuto della massiccia barriera sotterranea che Israele ha scavato lungo il confine di Gaza fino a una profondità di diverse decine di metri. La “barriera”, come viene definita, è un’innovazione israeliana unica e altamente complessa progettata per porre fine all’arma dei tunnel strategici sviluppata e utilizzata da Hamas negli ultimi anni, dopo essersi resa conto che non sarebbe stata in grado di prevalere contro le IDF sulla terra, nell’aria o sul mare. Con la recente realizzazione quasi completa della barriera, Hamas è stata privata anche di questo teatro militare sotterraneo.

Il nuovo tunnel è stato scoperto dalla sofisticata tecnologia dei sensori montati sulla barriera in profondità nel sottosuolo. Il muro – del costo di centinaia di milioni di dollari – è dotato di strumenti tecnologici capaci di rilevare movimenti, perforazioni e qualsiasi tipo di lavoro svolto sotto terra. Il tunnel sembra essere stato rilevato il 18 ottobre. Il giorno successivo, è stata introdotta una potente attrezzatura di perforazione ed è stato trovato il tunnel che attraversava il confine e si avvicinava molto alla barriera costruita sul lato israeliano. “Il tunnel più importante che abbiamo visto fino ad oggi, sia in termini di profondità che di infrastrutture”, ha detto sotto anonimato ad Al-Monitor una fonte militare israeliana di alto livello.

Le IDF hanno rifiutato di rivelare ulteriori dettagli, ma si ritiene che Hamas abbia investito pesantemente in un tunnel più profondo e più ampio di quelli scavati in precedenza, dotandolo di elettricità, linee telefoniche e altri strumenti che lo hanno trasformato in un’arma strategica con un potenziale particolarmente letale, adatto all’invio di terroristi in Israele per organizzare attacchi e rapimenti. Hamas ha impiegato per lo scavo del tunnel dozzine di operai che hanno lavorato in gran segreto con turni di 24 ore su 24, 7 giorni su 7. “Il danno ad Hamas derivante dalla scoperta di questo tunnel è notevole”, ha detto in anonimato ad Al-Monitor un’importante fonte della sicurezza israeliana. “Denaro, energia, lavoro e tempo che avrebbero potuto essere investiti nella cura degli abitanti impoveriti di Gaza”.

Israele e Hamas stanno ora giocando al gatto con il topo. Hamas non ha rinunciato del tutto all’idea del tunnel, ma ha iniziato a predisporre delle alternative, come alianti che esplodono, velivoli Buckeye a motore per parapendio e altri mezzi per attraversare la recinzione che Israele ha costruito sulla terra lungo il confine.

Contemporaneamente Hamas continua a esaminare i punti deboli e i limiti della barriera. “Cercheranno di scavare in profondità dove pensano che la barriera non arrivi”, ha riferito ad Al-Monitor un alto ufficiale delle IDF in incognito. Tuttavia questo tipo di risposta non appare ovvia. In effetti scavare così in profondità sarebbe probabilmente estremamente difficile – per non dire un’impresa impossibile, data la posizione della falda acquifera costiera, il bacino idrico più importante di Israele situato nella regione a una profondità relativamente bassa.

Tuttavia, entrambe le parti si rendono conto che la barriera, proprio come il sistema antimissile Iron Dome, fornisce a Israele una difesa efficace ma non infallibile. Proprio come gli intercettori Iron Dome non possono garantire che tutti i missili lanciati da Gaza contro Israele siano deviati, così la barriera non è un ostacolo totalmente impenetrabile. I palestinesi continueranno a cercare modi per aggirarlo, soprattutto perché non hanno altra scelta.

Dopo che le IDF hanno individuato il tunnel e iniziato a esaminarlo, sia Hamas che Israele hanno precisato che il fatto non avrebbe compromesso i tentativi in corso di organizzare un cessate il fuoco a lungo termine tra le parti e mantenere la calma preservata negli ultimi mesi lungo il confine. Queste dichiarazioni si sono volatilizzate davanti a due razzi lanciati da Gaza verso la città di Ashkelon nella tarda giornata del 22 ottobre. Uno è stato intercettato dall’Iron Dome, l’altro è caduto su una zona disabitata. Qualche ora dopo l’aviazione israeliana ha bombardato obiettivi di Hamas a Gaza, in quello che è diventato un ciclo quasi di routine di lanci occasionali di razzi e rappresaglie. Tuttavia entrambe le parti sanno che se anche un solo razzo attraversasse lo scudo dell’intercettore e provocasse vittime israeliane, tutti gli accordi salterebbero.

Nel frattempo, anche se indirettamente negozia con Israele un cessate il fuoco, Hamas continua ad armarsi. Israele continua a seguire con grande preoccupazione i tentativi dell’organizzazione di migliorare la propria capacità militare nonostante sia isolata e sotto assedio sia da parte di Israele che dell’Egitto. “È proprio questo fatto che incoraggia gli ingegneri di Hamas a continuare a provare”, ha detto ad Al-Monitor un’altra importante fonte di sicurezza israeliana anonima. “A differenza di Hezbollah, che ottiene tutto pronto dall’Iran, Hamas non ha queste possibilità e deve prendere la via difficile”. Israele sta monitorando da vicino i nuovi test missilistici di Hamas lungo la costa di Gaza e i continui tentativi del gruppo islamista di ottenere capacità navali e sviluppare esplosivi evoluti in grado di violare la barriera di confine.

Allo stesso tempo, le IDF continuano a sostenere pienamente gli sforzi per migliorare l’economia di Gaza e sviluppare progetti di infrastrutture civili. Sostengono inoltre un incremento del numero di abitanti di Gaza autorizzati a lavorare in Israele nel tentativo di affrontare la dilagante disoccupazione dell’enclave, anche se devono affrontare un difficile dilemma sul consentire al Qatar di continuare a fornire ad Hamas massicce forniture di denaro per garantirne la sopravvivenza. “Sappiamo che parte del cemento che va a Gaza [per l’edilizia civile] viene utilizzato per costruire tunnel”, ha detto la seconda fonte della sicurezza israeliana. “Ancora non abbiamo su questo un controllo adeguato. Sappiamo che il tunnel scoperto questa settimana non è l’ultimo, ma speriamo che il miglioramento economico nella Striscia di Gaza migliori la stabilità. Le persone che lavorano per vivere, non scavano tunnel”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Aerei da guerra israeliani attaccano le posizioni di Hamas nella Striscia di Gaza

Al-Jazeera e agenzie

21 ottobre 2020 – Al Jazeera

Fonti palestinesi dicono che l’esercito israeliano ha colpito due aree agricole a Khan Younis e Deir al-Balah.

Secondo l’esercito israeliano aerei da guerra israeliani hanno effettuato un’incursione colpendo posizioni di Hamas nella Striscia di Gaza assediata.

Il portavoce dell’esercito israeliano Avichay Adraee ha detto su Twitter che le incursioni di martedì hanno colpito un presunto tunnel dell’organizzazione palestinese Hamas, aggiungendo che l’attacco è stato effettuato in risposta al lancio di razzi da Gaza.

Tuttavia, testimoni oculari palestinesi affermano che due aree agricole a Khan Younis e Deir al-Balah sono state colpite da tre missili.

In precedenza, l’esercito israeliano aveva detto che un razzo lanciato dalla zona di Khan Younis era stato “intercettato dal sistema di difesa aerea Iron Dome”, senza indicare se abbia causato vittime o danni.

Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità del razzo né è stato fatto alcun commento in merito da parte delle autorità palestinesi.

Finora non si hanno informazioni su vittime in nessuno dei due attacchi.

Alcune ore prima che il razzo fosse lanciato da Khan Younis martedì, l’esercito israeliano ha annunciato di aver trovato un tunnel che da Gaza sconfina “per decine di metri dentro Israele”.

Il portavoce dell’esercito israeliano Jonathan Conricus ha affermato che Israele non sa chi abbia scavato il tunnel, ma di ritenere Hamas responsabile di tutte le attività nell’enclave palestinese.

I palestinesi hanno usato i tunnel sotterranei per contrabbandare ogni sorta di merci a Gaza.

La Striscia di Gaza, impoverita e densamente popolata, dal 2007 è sottoposta a un paralizzante blocco israeliano, dopo che Hamas ha preso il controllo dell’enclave costiera.

Alla fine di settembre Hamas e Israele hanno raggiunto un accordo per la cessazione delle ostilità, ma gli attacchi sono continuati.

Israele ha lanciato tre offensive contro la Striscia di Gaza dal 2008, e ci sono state numerose fasi acute di scontri.