Come sono collegati l’omicidio del giornalista di Gaza Saleh Aljafarawi e la repressione di Hamas contro le milizie sostenute da Israele

Tareq S. Hajjaj  

14 ottobre 2025  Mondoweiss

L’amato giornalista di Gaza Saleh Aljafarawi è stato assassinato nel corso della repressione di Hamas contro i clan e le milizie armati sostenuti da Israele che hanno saccheggiato gli aiuti umanitari e seminato il caos durante la guerra. Ecco in che modo sono collegati

L’uccisione del noto giornalista palestinese Saleh Aljafarawi, avvenuta domenica sera pochi giorni dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, è stata uno shock per molti a Gaza. Ma la tempistica della morte dell’amato giornalista ha sollevato molti interrogativi sullo stato di caos e illegalità che si sta diffondendo nella Striscia dopo la fine della guerra.

Secondo fonti locali i contatti con Aljafarawi si sono interrotti nel corso della giornata di domenica. In serata è emersa la notizia della sua uccisione nella zona di Sina’a a ovest di Gaza City. Quando il suo corpo è arrivato all’ospedale arabo al-Ahli, fonti locali hanno riferito che sul suo corpo c’erano segni evidenti di tortura e che sette proiettili lo avevano trafitto. Anche i polsi mostravano che era stato legato.

Aljafarawi aveva raccolto un notevole seguito sui social media durante gli ultimi due anni di genocidio israeliano a Gaza, documentando numerosi massacri e attacchi aerei nella metà settentrionale della Striscia durante la guerra.

Fonti locali indicano che Aljafarawi è stato ucciso da un gruppo armato del clan Doghmush, una delle più grandi famiglie palestinesi di Gaza con una lunga storia di inimicizia con Hamas che dura da decenni. Il clan Doghmush è stato accusato da Hamas di collaborare con Israele.

Secondo fonti locali e amici intimi di Aljafarawi il giornalista sarebbe stato ucciso mentre documentava gli scontri tra il clan Doghmush e l’Arrow Force, un’unità di Hamas formata durante la guerra per combattere le bande armate da Israele che saccheggiavano gli aiuti.

Mondoweiss ha tentato di contattare i membri dell’Arrow Force per un commento sulla morte di Aljafarawi, ma i continui scontri in tutta Gaza con le bande armate sostenute da Israele hanno reso difficile stabilire un contatto. 

Un funzionario del Ministero dell’Interno che sovrintende alla Arrow Force ha dichiarato a Mondoweiss che Aljafarawi è stato “deliberatamente preso di mira” da un gruppo “al di fuori della legge”. Il funzionario ha aggiunto che i membri del gruppo sono stati “trattati nel quadro della legge rivoluzionaria”.

Lunedì è circolato online un video diventato virale che, a quanto pare, mostra membri della Arrow Force che mettono in riga e giustiziano un gruppo di uomini accusati di tradimento e di collaborazione con l’esercito israeliano.

Hamas lancia una campagna di sicurezza contro le bande e le milizie sostenute da Israele

Quando Israele ruppe il precedente cessate il fuoco con Hamas a marzo di quest’anno, uno dei principali obiettivi delle forze armate israeliane furono i funzionari del Ministero dell’Interno, tra cui la polizia e le forze di sicurezza interna. Il sistematico attacco a questi organismi mirava a creare un vuoto di potere e a seminare il caos nella Striscia. Durante la guerra, l’intelligence israeliana ha finanziato e armato bande criminali e clan locali per attaccare Hamas e saccheggiare gli aiuti umanitari, aggravando la polarizzazione sociale. Lo scorso giugno il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha apertamente riconosciuto come propria questa politica.

Uno dei più noti fra questi gruppi armati, le cosiddette Forze Popolari, è guidato da Yasser Abu Shabab, membro del clan beduino Tarabin. Si ritiene che si trovi a Rafah, in aree ancora sotto il controllo israeliano.

Subito dopo la fine della guerra, quando Hamas ha lanciato la campagna di sicurezza su larga scala per ristabilire l’ordine e arrestare i collaboratori accusati di aver lavorato per Israele durante la guerra, a Gaza si è diffuso il caos. La campagna mira anche a smantellare i gruppi armati che operavano sotto protezione israeliana.

Hamas ha annunciato la mobilitazione e il dispiegamento di 7.000 agenti di sicurezza in tutta Gaza per “iniziare a ristabilire l’ordine, porre fine al caos e perseguire i collaboratori dell’esercito israeliano”.

Quando un giornalista gli ha chiesto lunedì del “riarmo” della polizia e delle forze di sicurezza di Hamas, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha risposto ai giornalisti: “Lo capiamo perché vogliono davvero porre fine ai problemi, sono stati chiari al riguardo e abbiamo dato loro l’approvazione per un certo periodo”. Trump ha poi ribadito la sua difesa della repressione di Hamas ammettendo che Hamas “ha eliminato un paio di bande molto pericolose”.

“E questo non mi ha dato fastidio, a dire il vero”, ha detto il presidente degli Stati Uniti ai giornalisti.

La campagna è iniziata a Gaza City e nell’area di Tal al-Hawa, quando membri della Arrow Force di Hamas hanno preso d’assalto un isolato residenziale appartenente alla famiglia Doghmush nelle aree di Sabra e Sina’a. L’operazione è avvenuta dopo un assedio totale della zona, prendendo di mira diversi membri del clan accusati di collaborare con Israele.

Il sito Telegram al-Hares (“The Guardian”), una piattaforma affiliata all’apparato di Sicurezza della Resistenza che si occupa di scoraggiare e mettere in guardia contro la collaborazione con Israele, ha riferito che è stato lanciato un piano di sicurezza interna per “mettere in sicurezza il fronte interno”. Secondo il sito, gli agenti di sicurezza hanno promesso di perseguire tutti i criminali e i trasgressori della sicurezza in tutta la Striscia.

Il primo attacco è stato contro i complessi residenziali della famiglia Doghmush a Gaza City, quando le forze di Arrow (Sahm) hanno preso d’assalto un isolato residenziale appartenente al clan e ucciso oltre quindici persone, secondo i resoconti sul campo. Le forze di Arrow hanno continuato ad assediare la zona e hanno chiesto la consegna di diversi membri della famiglia ricercati per reati penali, non correlati al collaborazionismo.

Questi individui erano stati precedentemente condannati e incarcerati da Hamas prima della guerra, ma erano stati rilasciati durante il genocidio. Fonti locali hanno riferito a Mondoweiss che durante la guerra erano stati coinvolti in saccheggi, furti e nella diffusione del caos. Quando si sono rifiutati di arrendersi all’unità di Arrow hanno cercato rifugio all’interno dell’ospedale da campo giordano di Tal al-Hawa.

Cosa è successo il giorno in cui è stato ucciso Saleh Aljafarawi

Delle fonti hanno riferito a Mondoweiss che membri del clan Doghmush avevano rapito sia Saleh Aljafarawi che Naeem Naeem, figlio di Bassem Naeem, importante leader di Hamas e membro del politburo, uccidendoli entrambi. Lo stesso giorno il clan avrebbe ucciso due combattenti della resistenza, uno dei quali Muhammad Imad Aqel, figlio del comandante di Hamas Imad Aqel assassinato da Israele nel 1993.

La famiglia Aqel ha rilasciato una dichiarazione in cui accusa il clan Doghmush di essere responsabile. “All’inizio del cessate il fuoco, venerdì 10 ottobre, nostro figlio ha lasciato uno dei tunnel di combattimento con uno dei suoi commilitoni per andare a trovare i compagni”, ha scritto la famiglia. “Sono stati attaccati da un gruppo di uomini armati che li stavano aspettando nei pressi dell’ospedale da campo giordano”.

La dichiarazione affermava che gli uomini armati appartenevano alla famiglia Doghmush e a milizie sostenute da Israele e affiliate alla “occupazione sionista”.

“Hanno rapito nostro figlio, lo hanno interrogato, gli hanno rubato la sua arma personale e una somma di denaro, e lo hanno giustiziato a sangue freddo”, prosegue il comunicato della famiglia.

La dichiarazione della famiglia ha ritenuto responsabile il clan Doghmush e lo ha invitato a revocare la “protezione tribale” al “gruppo criminale” responsabile dell’uccisione di Aqel, membro delle Brigate Qassam.

Gli scontri tra il clan Doghmush e le forze Arrow di Hamas sono continuati per giorni, causando la morte di almeno quindici membri dell’unità Arrow.

La famiglia Doghmush ha successivamente rilasciato una propria dichiarazione in cui condannava le uccisioni.

“Noi, della famiglia Doghmush, denunciamo fermamente l’uccisione del cittadino Muhammad Aqel e del giornalista Saleh Aljafarawi”, si legge nella dichiarazione. “Si tratta di atti individuali che non rappresentano la nostra famiglia e servono solo gli obiettivi dell’occupazione. Affermiamo che non ci sono conflitti tra la nostra famiglia e le famiglie Aqel o Aljafarawi e che il nostro rapporto con loro è di reciproco rispetto e stima”.

Un membro della famiglia del clan Doghmush di Gaza City, parlando con Mondoweiss in condizione di anonimato, ha affermato che sette membri del clan erano ricercati dalle forze di sicurezza di Hamas e condannati per reati penali commessi prima della guerra.

“Alla fine della guerra, le forze di Sahm sono arrivate e hanno chiesto a questi sette uomini di arrendersi, ma loro hanno rifiutato e si sono rifugiati all’interno dell’ospedale”, ha detto la fonte. “Le forze di Arrow hanno quindi assediato completamente il quartiere di Doghmush, impedendo a chiunque di entrare o uscire. Sono andati porta a porta con liste di nomi, verificando l’identità. Chiunque comparisse sulla loro lista rischiava la tortura o l’esecuzione.”

Il testimone ha anche descritto scene di abusi, sostenendo che i combattenti di Arrow hanno sparato alle gambe di diversi membri della famiglia e torturato giovani uomini, persino strappando loro le unghie.

Mondoweiss ha tentato di contattare membri dell’Unità Arrow e il Ministero dell’Interno per un commento su queste accuse. Al momento della pubblicazione, non è stato possibile raggiungere i contatti a causa della campagna di sicurezza in corso.

La famiglia Doghmush ha una storia decennale di rivalità con il movimento Hamas a Gaza. Quando Hamas prese il controllo della Striscia nel 2007 lanciò una vasta campagna per reprimere e disarmare tutti i clan armati, molti dei quali erano affiliati a Fatah e all’Autorità Nazionale Palestinese. Tra queste famiglie c’erano il clan Doghmush, il clan Hilles e alcuni altri.

Gli scontri di quell’anno nei pressi dei complessi residenziali della famiglia Doghmush nei quartieri di Sabra e Tal al-Hawa causarono la morte di oltre 200 membri della famiglia.

Oggi, mentre l’ultima campagna di sicurezza di Hamas continua, molti a Gaza hanno espresso sui social media la convinzione che il clan Doghmush abbia colto l’occasione, durante il caos della guerra – e l’attacco israeliano alle forze di sicurezza di Hamas – per regolare vecchi conti. Diversi account sui social media hanno accusato i membri del clan Doghmush di aver persino collaborato con l’esercito israeliano per combattere Hamas.

Martedì il presidente della più grande assemblea dei clan di Gaza, Abu Salman al-Mughani, ha espresso il suo sostegno alla repressione di Hamas, affermando che gli accusati erano responsabili di aver ucciso bambini, collaborato con Israele, saccheggiato aiuti e case e perpetuato la carestia a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




A due anni dal 7 ottobre la Palestina è diventata un cimitero di strategie fallite

Muhammad Shehada

7 ottobre 2025 – +972 Magazine

Anche se il piano di Trump ponesse fine alla guerra di Gaza, i palestinesi si troverebbero comunque ad affrontare un vuoto profondo e duraturo: un vuoto di linguaggio, di speranza e di politica, rivelatisi impotenti di fronte al genocidio.

«Le parole non significano più nulla». Questo è uno dei sentimenti più comuni che sento esprimere dai miei familiari, amici e colleghi che vivono ancora a Gaza. A due anni dall’inizio del genocidio perpetrato senza sosta da Israele ciò che resta non è solo una scia di corpi e rovine, ma anche un crollo brutale del significato stesso. Parole come atrocità”, assedio”, resistenzae persino genocidio” sono state svuotate dal loro significato attraverso la ripetizione, incapaci di trasmettere il peso di ciò che i palestinesi hanno sopportato giorno dopo giorno, notte dopo notte.

Nel primo periodo dopo il 7 ottobre parlavo al telefono con i miei cari il più possibile, sapendo che ogni conversazione poteva rappresentare l’ultima volta che sentivo le loro voci. Di solito parlavamo della loro angoscia, disperazione e paura che la morte si avvicinasse. Alcuni mi inviavano le loro ultime volontà o testamenti; altri cominciavano persino a desiderare la morte come sollievo da questa apocalisse senza fine.

Ma dopo 24 mesi il silenzio ha preso il sopravvento. Tutto è stato detto, ogni sentimento è stato espresso più e più volte fino a diventare completamente privo di significato. Quando parlo con coloro che sono ancora intrappolati a Gaza il loro silenzio è accompagnato dalla vergogna di chiedere aiuto – per una tenda, cibo, acqua o medicine – e dalla mia vergogna ancora più grande per l’incapacità di procurare loro qualcosa.

I miei cari sono diventati l’ombra di ciò che erano un tempo. Sono stati ridotti in ginocchio più volte dai continui bombardamenti, dalla fame e dagli sfollamenti che hanno caratterizzato questi 730 giorni. Sono costretti a cercare cibo e riparo, mentre vengono attaccati ovunque vadano. Ogni singolo aspetto della loro vita è diventato una lotta straziante per la sopravvivenza.

Coloro che riescono a fuggire da questo campo di concentramento sono fisicamente trasformati. Recentemente ho incontrato mia cugina per le strade del Cairo e non l’ho riconosciuta. Un tempo era una donna alta e in buona salute sulla quarantina inoltrata, ora è pelle e ossa, con il viso rugoso e scuro, gli occhi infossati e pallidi. Anche mia nonna di 77 anni è è diventata uno scheletro e da allora è costretta a letto.

Per coloro che sono ancora intrappolati all’interno [di Gaza] il prezzo fisico da pagare è quasi impossibile da descrivere a parole. Mio cugino Hani è attualmente bloccato nella città di Gaza, non avendo potuto affrontare il costo esorbitante della fuga verso sud prima che i carri armati israeliani circondassero il suo quartiere. Nonostante sia appena prossimo alla cinquantina il deperimento causato dalla strategia della fame di Israele lo ha ridotto allo stesso aspetto che aveva mio nonno poco prima di morire all’età di 107 anni.

E questo senza nemmeno considerare il costo psicologico del genocidio sulla popolazione di Gaza. La portata reale di questo fenomeno sarà chiara solo quando i bombardamenti cesseranno e i sopravvissuti ritroveranno l’energia mentale necessaria per elaborare i ricordi e le emozioni che il loro cervello ha a lungo represso mentre era concentrato sulla sopravvivenza.

Gaza è diventata un luogo in cui la morte è così diffusa e la sopravvivenza così compromessa che persino il silenzio ora parla più forte di qualsiasi appello alla giustizia. E l’eredità di questo genocidio ci accompagnerà per generazioni, perché Israele ha dato a ogni singolo abitante di Gaza un motivo personale di vendetta.

Nell’aldilà chiederò a Dio una sola cosa: costringere gli israeliani a cercare acqua e cibo sotto i bombardamenti aerei tutto il giorno, tutti i giorni”, diceva il mio compianto amico Ali, prima di essere ucciso in un bombardamento aereo lo scorso anno mentre camminava vicino all’ospedale Al-Aqsa a Deir Al-Balah.

Mutevole sostegno a Hamas

È difficile prevedere come il trauma collettivo derivante dall’annientamento di Gaza influenzerà le convinzioni dei palestinesi nel lungo termine. Ma recentemente sono emerse due tendenze predominanti, che appaiono in qualche modo contraddittorie.

Da un lato c’è un crescente risentimento nei confronti di Hamas per aver lanciato gli attacchi del 7 ottobre, anche tra i membri dell’organizzazione stessa e la sua leadership. Diversi funzionari arabi mi hanno riferito che Khaled Meshaal, uno dei fondatori di Hamas e leader di lunga data del suo comitato politico, e altre figure affini dell’ala moderata dell’organizzazione hanno descritto in privato l’attacco come avventato” e un disastro”, criticando anche il modo in cui Hamas ha gestito la guerra.

Questa primavera ha anche visto diversi giorni di proteste popolari spontanee contro Hamas in tutta la Striscia di Gaza, che chiedevano al movimento di porre fine alla guerra a qualsiasi costo prima di lasciare il potere. Ma queste manifestazioni sono state alla fine di breve durata, soprattutto dopo che il governo israeliano ha iniziato a sfruttarle sia per giustificare la sua campagna militare in corso sia per distogliere l’attenzione dalle atrocità commesse sul campo.

Allo stesso tempo però il genocidio perpetrato da Israele e la minaccia esistenziale di un’espulsione di massa da Gaza hanno trasformato alcuni dei più accaniti detrattori di Hamas nei suoi più convinti sostenitori. Anche tra coloro che criticano gli eventi del 7 ottobre è diffusa la paura che, se Hamas venisse schiacciato, Israele occuperebbe Gaza a tempo indeterminato con una esigua opposizione da parte della comunità internazionale. Secondo questa visione, solo una persistente insurrezione militare di Hamas potrebbe impedire la conquista permanente da parte di Israele e la completa pulizia etnica dell’enclave.

Un esempio calzante è quello di una donna di nome Asala, che aveva solo 7 anni quando i miliziani di Hamas uccisero suo padre, un colonnello dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), durante il conflitto tra Hamas e Fatah del 2007. Questa perdita devastante ha lasciato un segno indelebile in lei, alimentando un profondo odio verso Hamas che ha portato con sé fino all’età adulta. Prima del 2023 li criticava costantemente sui social media con toni molto duri, pur rimanendo a Gaza. Ma con l’intensificarsi dell’offensiva israeliana ha iniziato a elogiare i miliziani di Hamas per aver sfidato la presenza dell’esercito israeliano a Gaza ed essersi vendicati.

In effetti gli orrori a cui Asala ha assistito durante i 24 mesi di bombardamenti, sfollamenti e fame l’hanno trasformata. I massacri hanno aumentato il nostro risentimento verso Israele”, mi ha detto. [I palestinesi] dovrebbero mettere da parte il risentimento reciproco e dirigere il loro odio solo contro l’occupazione israeliana”.

Allo stesso modo Mohammed, un giornalista investigativo di Gaza che una volta è stato sequestrato e torturato da Hamas, è recentemente diventato un sostenitore dichiarato delle fazioni della resistenza armata a Gaza. Mi ha detto che il genocidio di Israele, pienamente sostenuto dai governi occidentali, ha rafforzato la sua convinzione nella resistenza armata. Ci sono persone che non si sono mai schierate con Hamas o con la resistenza, ma dopo che le loro famiglie sono state uccise da Israele le loro opinioni sono cambiate e ora cercano giustizia”, ha detto.

Questo sostegno alla resistenza armata persisterà o addirittura aumenterà fintanto che il genocidio continuerà o se l’esercito israeliano rimarrà all’interno di Gaza dopo un cessate il fuoco, impedendo la ricostruzione. Ma se venisse firmato un accordo permanente che includesse il ritiro completo di Israele, la revoca dell’assedio soffocante e un orizzonte politico visibile, ci sarebbero poche ragioni per i gazawi di aggrapparsi alla lotta armata. Infatti, molti di coloro che sostengono l’insurrezione di Hamas saranno i primi a denunciare il movimento non appena la guerra finirà.

‘“La resistenza armata non è riuscita a creare un cambiamento”

Ciò che storicamente ha dato più credito alla strategia di resistenza armata di Hamas tra i palestinesi non è stato l’appello alla violenza o al sacrificio, ma piuttosto il fallimento di tutte le altre alternative. La diplomazia, i negoziati, la difesa negli organismi e nei tribunali internazionali, la persuasione morale e la resistenza non violenta sono stati tutti accolti dal silenzio globale, mentre Israele continua a uccidere i palestinesi e a cacciarli dalla loro terra.

Prima del genocidio ogni volta che chiedevo a un leader di Hamas perché l’organizzazione non riconoscesse formalmente Israele e rinunciasse alla violenza la risposta era sempre la stessa.Abu Mazen [il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas] ha fatto tutto questo e anche di più: sta collaborando con Israele. Puoi citare una sola cosa positiva che gli hanno dato in cambio?” Continuavano poi descrivendo come Israele non solo ignorasse i compromessi di Abbas, ma umiliasse, privasse di fondi, punisse e demonizzasse l’Autorità Nazionale Palestinese.

Ora però, dopo la guerra più lunga nella storia palestinese, a Hamas verrà posta la stessa domanda: cosa avete ottenuto da tutto questo?

In effetti, gli ultimi due anni hanno minato le ragioni principali che sostenevano l’impegno di Hamas nella resistenza armata. La prima era la convinzione che solo la forza militare potesse sfidare efficacemente il blocco e l’occupazione di Israele. Come sosteneva nel 2018 il giornalista israeliano Gideon Levy, «se i palestinesi di Gaza non sparano, nessuno li ascolta». Quattro anni dopo, un membro della Knesset mi ha detto la stessa cosa: «Non appena Gaza smette di lanciare razzi scompare e nessuno si preoccupa di parlarne».

Ma dopo ogni escalation con Israele dall’ascesa al potere nel 2007 il massimo che Hamas ha ottenuto è stato ciò che i gazawi chiamavano «antidolorifici e anestetici»: un ripristino dello status quo precedente e alcune promesse verbali di allentare il blocco israeliano che non si sono mai concretizzate. Questa era in effetti l’esplicita strategia israeliana di contenimento e pacificazione.

Anni prima di essere assassinato in un attacco israeliano a Beirut nel gennaio 2024, lo stesso Saleh Al-Arouri [uno dei fondatori dell’ala militare ucciso nel 2024 a Beirut, ndt.] di Hamas ha riconosciuto il fallimento di questo approccio in una telefonata intercettata. Francamente, la resistenza armata non è riuscita a creare un cambiamento”, ha ammesso. La resistenza ha offerto esempi eroici e ha combattuto guerre onorevoli, ma il blocco non è stato spezzato, la realtà politica non è cambiata e nessuna parte del territorio è stata liberata”.

Hamas ha anche difeso il proprio approccio come forma di deterrenza contro l’escalation israeliana in Cisgiordania o a Gerusalemme. Ciò è stato evidente durante l’Intifada dell’Unità” del maggio 2021, quando Hamas lanciò dei razzi verso Gerusalemme in risposta al crescente terrorismo dei coloni e all’espulsione forzata delle famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah [a Gerusalemme Est occupata, ndt.]. Ma una volta raggiunto il cessate il fuoco dopo 11 giorni Israele non fece altro che intensificare il suo assalto alla Cisgiordania, e i due anni successivi furono i più sanguinosi nel territorio dal 2005.

Sempre nel 2021 i leader di Hamas furono conquistati dall’idea di una grande escalation su più fronti, che avrebbe costretto Israele a soddisfare le richieste palestinesi. Pensavano ad un assalto da Gaza e ad un’intifada in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e all’interno di Israele, insieme ad attacchi dalla Siria, dal Libano, dallo Yemen, dall’Iraq e dall’Iran, mentre la popolazione araba in Giordania ed Egitto si sarebbe sollevata e avrebbe marciato verso i confini con Israele, mettendo così il governo israeliano con le spalle al muro.

Tuttavia dopo il 7 ottobre anche questa strategia è crollata. Quello che era iniziato come un confronto limitato su più fronti si è concluso quando Israele è riuscito a raggiungere un cessate il fuoco con Hezbollah e l’Iran, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele hanno represso ogni tentativo di rivolta popolare. Ora solo gli Houthi dello Yemen rimangono attivi come ultimo fronte di quello che un tempo era

I palestinesi non possono fare nulla”

Ci sono poche possibilità che Hamas lanci un altro attacco simile a quello del 7 ottobre nel prossimo futuro. Molti analisti concordano sul fatto che ciò che ha permesso il successo dellassalto è stato cogliere Israele completamente alla sprovvista – un elemento di sorpresa che è ormai scomparso, insieme alla probabilità che Israele ripeta gli stessi errori tattici e di intelligence.

Hamas lo capisce bene, ed è per questo che nei negoziati di questa settimana sull’ultimo piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra ha segnalato ai mediatori la sua disponibilità a smantellare le armi offensive” mantenendo però le armi difensive” leggere, come fucili e missili anticarro. L’enfasi su queste ultime deriva dal timore che Israele possa rinnegare il ritiro da Gaza o effettuare incursioni regolari senza incontrare resistenza, come in Cisgiordania.

Hamas potrebbe anche aver bisogno di quelle armi leggere sia per far rispettare il cessate il fuoco e ottenere il consenso dei propri membri, sia per ottenere l’appoggio di altri gruppi più piccoli ma più intransigenti. Potrebbe anche ritenere che il disarmo completo creerebbe un vuoto di sicurezza a Gaza, che potrebbe essere colmato da gruppi salafiti e jihadisti o da bande criminali, come la milizia di Abu Shabab sostenuta da Israele. E naturalmente c’è il timore di rappresaglie da parte di civili, con attacchi contro i membri di Hamas per le strade.

Ma anche se Hamas riuscisse a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra che preveda il ritiro totale di Israele e consenta al movimento di conservare le armi difensive”, la resistenza armata, un tempo considerata l’ultima carta da giocare dopo il fallimento dei negoziati, della diplomazia e degli appelli morali, giace ora nella stessa tomba delle strategie fallite. A due anni dall’inizio del genocidio ciò che rimane non è una certezza, ma un fallimento: del linguaggio, della speranza, della politica e di ogni appello che i palestinesi hanno lanciato di fronte al loro annientamento.

L’anno scorso ho chiesto a un alto dirigente dell’UE cosa pensasse che i palestinesi dovessero fare di diverso e quali consigli avrebbe dato all’Autorità Nazionale Palestinese, a Hamas e all’opinione pubblica palestinese. Dopo averci riflettuto un po’, si è lasciato cadere sulla sedia sconsolato. I palestinesi non possono fare nulla”, ha ammesso. Hanno provato di tutto”.

Nella migliore delle ipotesi l’ultimo piano di Trump porrà fine alla guerra, ma ciò che rimarrà non sarà un percorso per la pace, bensì un vuoto politico. E in quel vuoto i palestinesi saranno costretti a fare i conti con la verità più pesante di tutte: che indipendentemente dalla strada che sceglieranno, la sottomissione silenziosa o la resistenza armata, il mondo ha già fallito nel prevenire il genocidio del loro popolo. Questo è un fatto che non può essere cancellato.

Muhammad Shehada è uno scrittore e analista politico di Gaza, ricercatore ospite presso il Consiglio Europeo per le Relazioni Estere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Sono tutti dei bugiardi”: così reagiscono i cittadini di Gaza alla proposta di “pace” di Trump e al potenziale cessate il fuoco

Tareq S. Hajjaj  

7 ottobre 2025 Mondoweiss

Molti a Gaza credono che il piano di “pace” di Trump sia uno stratagemma per liberare i prigionieri israeliani e poi riprendere il genocidio. Ma nonostante il profondo scetticismo, l’ansia di porre fine alla guerra prevale su tutto

L’annuncio del piano per porre fine alla guerra su Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto un impatto immediato sui palestinesi che vivono sotto i violenti bombardamenti israeliani. Quando il 29 settembre è arrivato l’annuncio alcune famiglie di Gaza City hanno ritardato ad evacuare anche dopo aver ricevuto molteplici avvertimenti dell’esercito di spostarsi a sud, aggrappandosi alla speranza che il piano di Trump avrebbe posto fine alla guerra e risparmiato loro un altro turno di sfollamento.

Dopo la risposta positiva di Hamas del 3 ottobre, che si è dichiarato pronto a “discutere i dettagli”, alcune famiglie sono addirittura tornate dal sud. Il primo giorno le famiglie sono tornate pacificamente. Il secondo giorno, quando l’esercito israeliano ha notato un aumento delle persone dirette a nord, ha iniziato a prenderle di mira su al-Rashid Street, l’unica strada che collega la metà settentrionale e quella meridionale di Gaza.

Molti a Gaza hanno respinto il piano di Trump, definendolo uno stratagemma per ingannare Hamas e la resistenza palestinese, prima ottenendo il rilascio dei prigionieri israeliani e poi consentendo a Israele di abbandonare l’accordo e riprendere la sua campagna di bombardamenti e demolizioni. Ma nonostante il profondo scetticismo, la maggior parte della popolazione di Gaza vede il piano come l’ultima possibilità di fermare il genocidio. Il loro disperato bisogno che si ponga fine alle uccisioni quotidiane ha spinto molti a sostenere qualsiasi accordo.

A Gaza anche l’ottimismo è evidente; molti credono che ci sia una reale possibilità che la guerra possa finalmente finire. Credono che il mondo intero sia ora d’accordo nel fermare la guerra a Gaza, nonostante i dubbi persistenti sulle vere intenzioni di Trump e sull’impegno di Israele a rispettare il ritiro.

“Confidiamo in Dio. Non ci fidiamo di Trump”, ha detto Muhammad Badr, 44 anni, di Gaza City. “Non ci fidiamo degli Stati Uniti e non ci fidiamo di Israele. Ma speriamo che questa volta tutti questi paesi, guidati da Trump, pongano finalmente fine a questa guerra devastante”.

“Votiamo a favore di qualsiasi piano che fermi la guerra”, ha continuato. “Qualsiasi cosa che ci riporti alle nostre case, anche se sono state distrutte da Israele e dagli Stati Uniti. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è stabilità, pace e la fine dell’eccidio”.

“Abbiamo alle spalle molte false speranze e preghiamo che questa volta non sia come la volta precedente, che aveva solo lo scopo di ingannarci e prolungare la guerra”, aggiunge Badr.

Mentre i negoziati in Egitto proseguono, la gente di Gaza attende i risultati e l’annuncio che questa guerra sia finalmente finita. Nonostante le preoccupazioni sui termini del piano e la diffusa convinzione che serva agli interessi israeliani, il desiderio di porre fine alla guerra prevale su tutto.

Alcuni abitanti di Gaza sottolineano che la prima fase del piano prevede il rilascio di tutti i prigionieri israeliani da Gaza City – prova, a loro dire, che il piano avvantaggia principalmente Israele. Fadi Harb, 33 anni, residente nel campo profughi di al-Nuseirat nella zona centrale di Gaza, ha espresso un cauto ottimismo riguardo all’accordo, definendolo un passo avanti verso la fine della guerra.

“Abbiamo perso le nostre case e le nostre città sono distrutte”, ha detto Harb. “Ma abbiamo ancora speranza. Se questa guerra finisce presto, potremo ricostruire la nostra patria”.

“Eravamo davvero contenti quando Hamas ha risposto accettando”, ha aggiunto. “Speriamo che entrambe le parti – Hamas e l’occupazione israeliana – abbiano la sincera intenzione di fermarsi”.

Harb ritiene che la pressione internazionale su Israele l’abbia costretto ad accettare il piano e che Israele stia “perdendo più di quanto guadagni combattendo a Gaza”.

“La loro reputazione mondiale è rovinata, stanno perdendo legittimità e vengono emarginati ovunque vadano”, ha spiegato. “La guerra ha smascherato Israele per quello che è: uno Stato di criminali assetati di sangue. La pressione internazionale ha spinto Israele al tavolo delle trattative”.

Harb ha anche affermato che le condizioni poste da Hamas per il piano erano legittime: fermare il fuoco israeliano in modo di poter localizzare i prigionieri e consegnarli a Israele. “Hanno bisogno dell’atmosfera e del contesto giusti per svolgere questo lavoro. È normale”, ha spiegato. “Sono ottimista sul fatto che una volta consegnati tutti i prigionieri questa guerra finirà”. Alla domanda da dove provenga questo ottimismo, Harb ha risposto di essere fiducioso che la pressione internazionale costringerà Israele a mantenere gli impegni. “E anche perché il Presidente degli Stati Uniti sta guidando questo piano”, ha aggiunto.

“Forse per loro pace significa resa totale”

L’ottimismo, tuttavia, non è condiviso da tutti i palestinesi della Striscia. Alcuni ricordano la lunga storia di coinvolgimento americano con palestinesi e israeliani e credono che Israele e Stati Uniti stiano ancora una volta ingannando Hamas.

“Sono tutti bugiardi”, ha detto Muhammad Tanja, un residente di Gaza. “Gli americani, gli israeliani, sono tutti bugiardi. Non danno nulla ai palestinesi. Prendono solo.”

“Prendono le nostre terre. Prendono le nostre vite. E lo fanno con l’inganno”, ha continuato Tanja. “Ogni tanto escogitano un nuovo piano o un nuovo accordo. Ci tengono lì a sperare in svolte positive mentre continuano a ucciderci. Parlano di pace e di fine della guerra. Ma proprio ora hanno ucciso 20 persone nella loro casa e nessuno può tirarle fuori da sotto le macerie. Di quale pace stanno parlando?”

“Forse per loro pace significa la resa totale o l’uccisione totale dei palestinesi”, ha aggiunto Tanja. “Forse la loro la pace è una terra senza un popolo.”

Altri vedono il piano come poco più che un’operazione di salvataggio per Netanyahu, portata avanti per suo conto da Trump.

“Questo piano non è il piano di Trump, è un piano israeliano”, ha detto Jihad Wadi, 51 anni, di Deir al-Balah. “È solo per salvare Netanyahu. Il piano libererà i prigionieri, distruggerà Hamas e le sue armi e li caccerà da Gaza dopo due anni di distruzione e uccisioni. Il risultato è che tutta Gaza è stata distrutta”.

“Non abbiamo più nulla dopo questa guerra: niente scuole, niente ospedali, niente case, niente parenti, niente amici. Israele ha distrutto tutto”, ha continuato Wadi. “Ora vogliono porre fine alla guerra, ma vogliono anche un’idea di vittoria. Netanyahu la vuole per le prossime elezioni. Con questo piano Trump lo ha salvato”.

“Israele si atterrà a questo piano, e credo che lo farà anche Hamas”, ha aggiunto. “Israele vuole porre fine alla guerra, rivendicare la vittoria e sfuggire alle pressioni internazionali. Hamas vuole fermare l’uccisione dei palestinesi a Gaza”.

In Israele, ha spiegato Wadi, questo sarà celebrato come un successo. “Hanno distrutto Gaza, hanno ripreso i prigionieri e hanno distrutto Hamas. Quindi sì, festeggeranno se questo piano si concretizzerà.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Generale israeliano in pensione: nella guerra contro Gaza Israele ha raggiunto il punto di non ritorno

Redazione di MEMO

7 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Il generale di divisione israeliano in pensione Yitzhak Brick ha avvertito che Israele ha raggiunto il “punto di non ritorno” nella sua guerra contro la Striscia di Gaza, affermando che l’esercito ha esaurito la sua forza senza spezzare la resistenza palestinese.

In considerazioni pubblicate dal giornale in ebraico Maariv, Brick ha detto che in circa due anni di guerra Israele non ha ottenuto neppure uno dei suoi obiettivi strategici.

Ha accusato sia i leader politici che quelli militari di ingannare l’opinione pubblica con la “propaganda mediatica” riguardo ad una vittoria imminente.

L’esercito israeliano ha terminato la sua energia senza essere stato in grado di rompere la schiena della resistenza palestinese,” ha affermato Brick. “I leader ingannano la gente dichiarando che la vittoria decisiva è vicina, mentre in realtà, Israele è impantanato in una prolungata guerra d’attrito che minaccia di provocare un collasso interno.”

Brick ha aggiunto che Israele non ha raggiunto i suoi obiettivi chiave, incluso distruggere Hamas, ristabilire la deterrenza e rendere sicuri i confini degli insediamenti vicino a Gaza. Ha rivelato che l’esercito ha distrutto circa il 20% della rete di tunnel di Hamas – una componente chiave dell’infrastruttura militare del gruppo.

Ha inoltre osservato che le valutazioni che suggeriscono che Hamas sarebbe vicino alla sconfitta sono “sbagliate e fuorvianti,” affermando che secondo i rapporti di sicurezza interni il movimento ha ricostruito le sue capacità militari e adesso schiera oltre 30.000 combattenti.

Brick ha inoltre criticato la pesante dipendenza da attacchi aerei, sostenendo che la potenza aerea da sola non può portare alla vittoria. “Le forze di terra soffrono della mancanza di preparazione e organizzazione,” ha affermato. “La guerra in corso non può essere combattuta senza un chiaro piano strategico.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il ‘tempo dei miracoli’ della destra israeliana è finito. I palestinesi non stanno andando da nessuna parte

Meron Rapoport

2 ottobre 2025 – +972 Magazine

Benché per molti versi problematico, il piano in 20 punti di Trump per porre fine alla guerra di Gaza sembra segnare la fine delle fantasticherie di espulsione del governo.

Dovremmo saperne di più prima di prendere sul serio qualunque cosiddetta proposta di pace presentata dal presidente USA Donald Trump insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ma, mentre il mondo aspetta la risposta di Hamas al piano di Trump in 20 punti per porre fine alla guerra a Gaza, reso pubblico lunedì al momento della conferenza stampa dei due, è possibile incominciare a delineare alcune iniziali conclusioni su quanto tutto ciò significa per Israele e i palestinesi.

Tuttavia prima di ogni discussione su chi “ha vinto” o “perso” negli scorsi due anni non dobbiamo dimenticare il semplice fatto che se questo accordo sarà applicato alla lettera il genocidio finirà, la distruzione di Gaza si fermerà, gli aiuti umanitari entreranno impedendo altre morti per fame, tutti gli ostaggi israeliani rimasti verranno rilasciati insieme a migliaia di palestinesi detenuti con o senza accuse nelle prigioni israeliane e i soldati israeliani non saranno più uccisi in missione in una guerra insensata e criminale.

C’è una quantità di elementi di confusione e contraddittorietà sia nel discorso di Trump che nella proposta scritta, mentre alcuni dei Paesi che inizialmente hanno appoggiato il testo stanno già prendendone le distanze dopo le modifiche dell’ultimo minuto di Netanyahu. Ma i punti fondamentali sono praticamente gli stessi che hanno caratterizzato i negoziati sul cessate il fuoco a partire da ottobre 2023: il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio della fine della guerra e del rilascio di prigionieri palestinesi, un graduale ritiro israeliano da Gaza, la rinuncia al potere da parte di Hamas e l’ingresso di una forza di sicurezza multinazionale con il coinvolgimento di diversi Stati arabi.

Dopo la morte stimata di 100.000 palestinesi e la maggior parte delle città di Gaza rase al suolo ogni espressione di “vittoria” per Hamas sarebbe del tutto assurda. Ma questa proposta non è nemmeno una vittoria per Israele, certo non per Netanyahu ed i suoi partner di governo, le cui ambizioni di ripulire Gaza dalla sua popolazione palestinese sono da molto tempo esplicite.

Non era neanche passata una settimana dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre che il Ministero dell’Intelligence di Israele (in qualche modo impotente), guidato da Gila Gamliel del partito Likud di Netanyahu, pubblicò un piano ufficiale che auspicava l’evacuazione di 2.3 milioni di abitanti di Gaza. L’esercito iniziò ad attuare una politica di distruzione di interi quartieri per impedire il ritorno degli sfollati nel breve tempo e questo divenne il suo principale modus operandi a partire dal cosiddetto “Piano dei Generali” della fine del 2024.

Il risultato è che la maggior parte di Khan Younis nel sud insieme a Beit Hanoun, Beit Lahiya ed ora parti di Gaza City nel nord non esistono più, essendo state completamente rase al suolo e la loro popolazione compressa in un’area di solo il 13% della terra della Striscia.

Dal momento in cui Trump ha presentato il suo piano per la “Riviera di Gaza” nel febbraio di quest’anno la pulizia etnica, definita “migrazione volontaria” o semplicemente espulsione, è diventata il programma di azione centrale del governo israeliano. Netanyahu ne ha parlato esplicitamente. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha creato un’ “amministrazione dei trasferimenti” per sviluppare i piani per implementarla. Funzionari israeliani e americani sono andati in giro per trovare Paesi che fossero disposti ad accettare grandi numeri di rifugiati palestinesi.

L’esercito ha presentato “l’allontanamento della popolazione” come uno degli obiettivi dell’ “Operazione Carri di Gedeone” lanciata a marzo e si è vantato dei convogli di centinaia di migliaia di persone scacciate da Gaza City nelle ultime settimane come di un risultato dei “Carri di Gedeone II”. Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha sostenuto di stare già spartendo le proprietà immobiliari di Gaza con l’amministrazione Trump, dato che una “vittoria decisiva” sui palestinesi sembrava alla portata. Per la destra israeliana era, come ha affermato lo scorso anno il Ministro delle Colonie e delle Missioni Nazionali Orit Strook, “un tempo di miracoli”.

Nel piano in 20 punti della Casa Bianca molto è stato lasciato nell’ambiguità, ma quando si tratta della questione della migrazione il linguaggio è inequivocabile. “Nessuno verrà costretto a lasciare Gaza e chi intende andarsene sarà libero di farlo e libero di ritornare”, recita l’articolo 12. “Incoraggeremo le persone a rimanere e offriremo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore.”

Il “tempo dei miracoli”, quell’opportunità unica in un secolo di eliminare i palestinesi da Gaza una volta per tutte, è finito. Bastonati e malconci, i gazawi restano lì.

L’articolo 16 inoltre stabilisce che “Israele non occuperà o annetterà Gaza”. Accanto ai commenti di Trump della scorsa settimana che implicano che l’annessione della Cisgiordania per il momento non è sul tavolo dei negoziati, la lista dei desiderata del governo si sta velocemente dissolvendo.

Inoltre il vertiginoso voltafaccia del portavoce di Netanyahu sui media della destra – dall’euforia per l’imminente espulsione al fervente appoggio al patto anti-trasferimento di Trump – nasce non solo dalla volontà di esaltare il primo ministro prima in vista di elezioni anticipate che molti prevedono per il prossimo anno; può anche nascere dal tardivo riconoscimento che una deportazione di massa semplicemente non è attuabile.

I fatti sono che l’Egitto non permetterà nessun trasferimento forzato nel Sinai e non un solo Paese ha concordato di accettare centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi. Anche se Israele riuscisse a distruggere Gaza City e spingere tutti i restanti abitanti ad Al-Mawasi nel sud, sarà comunque “impantanato” con 2 milioni di palestinesi e con un livello di isolamento internazionale un tempo considerato impossibile.

Sembra che molti in Israele, anche tra i sostenitori di Netanyahu, stiano ora realizzando che sia meglio chiudere il capitolo Gaza e dichiarare vittoria piuttosto che continuare a finanziare una campagna militare senza un chiaro punto finale e con obbiettivi che non potranno mai essere raggiunti.

Via il blocco, sì allo Stato?

Hamas e i palestinesi in generale non sono certo felici della nuova proposta, e per buone ragioni. Con l’eccezione di un iniziale e limitato ripiegamento delle forze israeliane, non ci sono date o garanzie per i successivi ritiri. Questo lascia aperta la porta ad Israele per dire che le sue condizioni non sono state rispettate e che perciò continuerà ad occupare grandi parti di Gaza. La proposta comprende anche la “demilitarizzazione” della Striscia e la distruzione di tutte le infrastrutture militari, il che significa che nessun gruppo armato palestinese sarà in grado di respingere l’aggressione israeliana.

A livello politico l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non tornerà a Gaza fino a che non abbia attuato un “programma di riforme” la cui durata è rimasta indefinita. Lo scollamento da lungo tempo esistente tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania continuerà quindi indefinitamente e Gaza stessa verrà posta sotto una specie di gestione fiduciaria americano-britannica. Hamas lascerà tutti i poteri di governo ed i suoi leader “che si impegneranno ad una coesistenza pacifica” otterranno l’amnistia e un transito sicuro qualora volessero lasciare la Striscia.

In quanto organizzazione nata sull’idea di “resistenza” sarà molto arduo per Hamas accettare ciò che inevitabilmente sarà percepito come una resa. Potrebbe respingere l’accordo proprio per questo motivo.

Ma qui le cose si complicano un po’. La Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) preconizzata nel testo somiglia molto a qualcosa che il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ed anche alcuni governi europei hanno richiesto da due decenni per proteggere i palestinesi da Israele. Israele non si è mai degnato di commentare quelle proposte: adesso Netanyahu presenta l’idea come un risultato storico.

Non è ancora chiaro che forma avrà l’ISF, di quali poteri godrà e come funzionerà il suo coordinamento con l’esercito israeliano. Ma è certo che includerà soldati stranieri – dal Pakistan, dall’Indonesia e forse dall’Egitto – accanto alla polizia locale palestinese.

Non per niente Netanyahu ha preferito che fosse Hamas a governare Gaza: sapeva che non aveva appoggi internazionali perciò lui poteva sganciare bombe sulla Striscia quando voleva. Sarà molto più difficile agire con la forza contro soldati pachistani che hanno alle spalle una potenza nucleare. Il Capo di Gabinetto israeliano Yossi Fuchs può continuare a vantare che Israele manterrà il totale controllo della sicurezza su Gaza, ma il testo afferma altro. In nessuno degli articoli vi è l’ipotesi che le forze israeliane potranno operare in aree sotto il controllo dell’ISF.

Inoltre la Striscia di Gaza è stata sotto assedio israeliano per quasi venti anni. Se attuato, il piano di Trump coinvolgerà la creazione di un cosiddetto “Comitato di Pace” con a capo lo stesso presidente USA e l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair, che significa che il blocco terminerà davvero. In base alla proposta non solo gli aiuti entreranno a Gaza almeno nella misura concordata nel cessate il fuoco di gennaio di quest’anno (600 camion al giorno), ma “l’ingresso e la distribuzione degli aiuti procederà senza interferenze delle due parti attraverso le Nazioni Unite e le loro agenzie e la Mezzaluna Rossa”, segnando la fine del letale meccanismo della Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Mentre molti osservatori hanno sottolineato che il “Comitato di Pace” ha più di un sentore di governo coloniale, tutto in questo meccanismo – dalle forze di sicurezza all’amministrazione locale e, cosa più importante, ai finanziamenti – coinvolge i palestinesi accanto a personale di altri Stati arabi e musulmani. Se quei Paesi saranno insoddisfatti di ciò che vedono, questa amministrazione di transizione si sgretolerà.

E Blair può giustamente essere biasimato per la mortale guerra in Iraq e le sue disastrose conseguenze, ma è difficile immaginare che con la sua nuova brillante immagine consenta che l’esercito israeliano decida se permettere o no l’ingresso di ortaggi o farina nel suo piccolo emirato a Gaza. Analogamente, prima del 2023 il blocco israeliano rese virtualmente impossibile ai palestinesi lasciare la Striscia, a volte addirittura pretendendo che rinunciassero alla loro residenza come condizione per ottenere un permesso di uscita o si impegnassero a non ritornare per almeno un anno. In base alla nuova proposta ingressi e uscite non avranno impedimenti.

E poi c’è la questione dello Stato palestinese. Su questo il testo non potrebbe essere più vago: “In base all’avanzamento della ricostruzione di Gaza e quando il programma di riforme dell’ANP fosse portato fedelmente avanti, potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese”, sancisce il penultimo articolo.

Il programma di riforme, è scritto, si baserà sulle proposte già presenti nell’ “Accordo del Secolo” di Trump del 2020 e nella più recente iniziativa franco-saudita, che includono riferimenti all’interruzione dei pagamenti dell’ANP alle famiglie dei prigionieri (cosa già avvenuta), alla modifica del curriculum nelle scuole dell’ANP sotto la supervisione europea (anch’essa già avvenuta in passato) e all’indizione di libere elezioni, cosa che i palestinesi chiedono da anni.

Se le decisioni relative a quanto “fedelmente” sia realizzato questo programma di riforme e in quale momento “possano finalmente verificarsi le condizioni” per andare verso lo Stato vengono lasciate nelle mani di Israele, il percorso verso uno Stato palestinese resterà senza dubbio precluso per sempre. Di certo Netanyahu ha già iniziato a raccontare ai suoi sostenitori che in nessun modo questo accordo porterà all’indipendenza dei palestinesi.

Ma se tali decisioni faranno capo al “Comitato di Pace” di Blair e Trump, insieme alla forza di sicurezza multinazionale, le cose potranno essere abbastanza differenti. E se loro decideranno che l’ANP ha rispettato le principali condizioni, Netanyahu si troverà di fronte al fatto di aver firmato un accordo che si impegna ad un “percorso credibile” verso uno Stato Palestinese.

Cambio di paradigma

Netanyahu cercherà di presentare l’accordo come una specie di ritorno al 6 ottobre 2023, alla politica della “gestione del conflitto” che era sostenuta con uguale forza dai leader di opposizione Yair Lapid e Naftali Bennet. Ma quella politica si basava sull’idea che la comunità internazionale, e specialmente gli Stati del Golfo, fossero d’accordo a stringere i legami con Israele ignorando e isolando i palestinesi.

Oggi sembra che la situazione sia completamente diversa. Dopo il bombardamento di Israele sul Qatar gli Stati arabi, compresi quelli del Golfo, sembra siano giunti alla conclusione che Israele sia una costante minaccia alla loro stabilità e che l’unico modo per stabilizzare il Medio Oriente passi attraverso la creazione di uno Stato palestinese, non per solidarietà con i palestinesi, ma perchè preoccupati per sé stessi. La recente ondata di riconoscimenti diplomatici di uno Stato palestinese mostra che la comunità internazionale è in maniera schiacciante della stessa opinione.

La solidarietà mondiale con la Palestina non si prevede scomparirà presto, come evidenziato questa settimana dall’esplosione di manifestazioni di solidarietà con la Sumud Flotilla che tentava di rompere il blocco navale. Di conseguenza Netanyahu, o chiunque gli succeda se perdesse le elezioni, potrebbe essere in procinto di scoprire che ciò che funzionava prima dell’ottobre 2023 non è più possibile.

E’ troppo presto per dire se questo cambiamento del programma di lunga data della destra israeliana provocherà lo stesso genere di crisi di quella causata dal “disimpegno” del 2005 da Gaza, ma certamente è una possibilità. Resta da vedere quale tipo di paradigma lo sostituirà.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)





Il “Piano di pace” di Trump per Gaza: il buono, il brutto e il cattivo

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

29 settembre 2025 The Palestine Chronicle

Questa analisi esamina il “Piano di pace” di Trump per Gaza, delineandone i potenziali vantaggi, le insidie ​​e le contraddizioni di fondo

È ancora troppo presto per emettere un verdetto definitivo sulla proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra e al genocidio israeliani a Gaza.

Da diversi giorni circolano sui media indiscrezioni sulla natura della proposta, per lo più attribuite a funzionari statunitensi anonimi. Lunedì la Casa Bianca ha finalmente rivelato i punti principali del piano. L’idea è stata presentata dallo stesso Trump durante una conferenza stampa a Washington congiunta con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Anche lì hanno continuato a emergere contraddizioni. Ad esempio, l’ultima versione della proposta richiede che la Resistenza palestinese “abbandoni le armi”, mentre precedenti indiscrezioni si riferivano specificamente alla rinuncia di Hamas alle “armi d’attacco”, un termine vago e indefinito.

Finora né Hamas né alcun altro partito all’interno della Resistenza Palestinese ha rilasciato una risposta formale. In precedenza tuttavia un alto funzionario di Hamas, Husam Badran, aveva dichiarato ad Al-Jazeera che l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair – che si vociferava avrebbe avuto un ruolo in qualsiasi meccanismo di ricostruzione o di transizione – non era benvenuto a Gaza in nessuna circostanza.

Alla luce di tutto ciò ecco alcuni commenti iniziali sulla proposta e sulla sua capacità di soddisfare– o meno – le aspettative di Israele e della Resistenza Palestinese.

Il Buono

Per prima cosa Israele non occuperà né annetterà la Striscia di Gaza.

Se sia Washington che Tel Aviv fossero sinceri su questo punto, si tratterebbe di un risultato importante per la Resistenza palestinese. Fin dall’inizio del genocidio le organizzazioni palestinesi hanno ripetutamente affermato che non si permetterà a Israele di occupare un solo centimetro di Gaza.

Inoltre Netanyahu ha dichiarato innumerevoli volte che l’obiettivo finale di Israele è il controllo totale della Striscia e che non cederà su questo punto. Se il piano di Trump lo costringesse a farlo, questo segnerebbe una battuta d’arresto decisiva per gli obiettivi bellici di Israele.

In secondo luogo nessuno sarà costretto a lasciare Gaza e coloro che se ne andranno avranno il diritto di tornare.

Anche questo è un risultato notevole per i palestinesi, considerando che l’obiettivo a lungo termine di Israele è lo spopolamento di Gaza. Leader e funzionari israeliani hanno già apertamente e ripetutamente proposto il trasferimento di massa dei cittadini di Gaza in Egitto e in altri paesi.

I palestinesi sono ben consapevoli che una seconda Nakba distruggerebbe il loro progetto nazionale. Gaza è il cuore pulsante della resistenza palestinese; una pulizia etnica qui azzopperebbe il più ampio movimento di liberazione palestinese e consentirebbe a Israele di spostare completamente la sua attenzione sulla Cisgiordania. Impedire questo risultato è quindi un successo strategico.

In terzo luogo gli aiuti potranno entrare a Gaza senza ostacoli attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie affiliate.

Questo è un’altra importante conquista non solo per i palestinesi ma anche per la comunità internazionale, che ha costantemente respinto i tentativi di Stati Uniti e Israele di emarginare l’UNRWA e sostituirla con entità sospette come la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Se questa proposta venisse attuata invertirebbe la campagna pluriennale di Israele contro l’UNRWA e riaffermerebbe la centralità delle Nazioni Unite nella fornitura di aiuti umanitari ai palestinesi.

Il Cattivo

Per prima cosa l’istituzione del Board of Peace [Consiglio di Pace], un nuovo organismo internazionale che supervisionerebbe la ricostruzione di Gaza. Secondo quanto riferito l’organismo sarebbe presieduto dallo stesso Trump con il coinvolgimento dell’ex primo ministro Blair [processato per crimini di guerra legati all’invasione dell’Iraq del 2003, ndt.], del genero di Trump Jared Kushner e dei partner regionali.

Dati i noti precedenti di Blair in Medio Oriente, il suo incrollabile sostegno a Israele e i suoi stretti legami con Netanyahu, un simile scenario distorcerebbe quasi certamente gli sforzi di ricostruzione a favore degli interessi israeliani e rafforzerebbe gli attori opportunisti all’interno di Gaza. Fonti locali hanno già espresso il timore che possano coinvolgersi reti criminali e uomini d’affari affiliati a figure di delinquenti come Yasser Abu Shabab [militante palestinese e leader delle Forze popolari, un gruppo armato anti-Hamas nella Striscia di Gaza autorizzato e finanziato da Israele, ndt.vedi Zeitun]

Questo è un punto spinoso e sarà difficile, se non impossibile, da valutare. Tecnicamente la Resistenza depone le armi in assenza di una guerra importante o di un’escalation militare, e le riprende – a parte poche eccezioni – solo quando Israele lanci una grave aggressione alla Striscia.

Poiché le fazioni palestinesi non operano apertamente né conservano le loro armi in arsenali pubblicamente noti non è chiaro come osservatori “indipendenti” possano anche solo iniziare a verificare un simile processo. In linea di principio tuttavia questa condizione darebbe a Netanyahu un pretesto per presentare la proposta come una vittoria, anche se niente fosse concretamente cambiato sul campo.

Terzo, l’ultimatum di 72 ore e il graduale ritiro israeliano.

Secondo la proposta i palestinesi devono rilasciare tutti i prigionieri israeliani entro 72 ore, senza alcuna garanzia che Israele rispetti i propri obblighi, tra cui il ritiro completo e il rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi.

Data la lunga storia di violazioni degli accordi di cessate il fuoco da parte di Netanyahu, è altamente improbabile che la Resistenza accetti questa clausola alla lettera. Per loro, il rischio di cedere la loro merce di scambio più forte senza ricevere garanzie vincolanti sarebbe troppo grande.

Il Brutto

Il contesto generale rende la proposta ancora più dubbia. Il genocidio israeliano a Gaza è stato reso possibile – militarmente, politicamente e finanziariamente – da due successive amministrazioni statunitensi. Washington ha permesso a Israele di violare ripetutamente il cessate il fuoco di gennaio-marzo, rendendo inutili le garanzie statunitensi.

Inoltre gli Stati Uniti non sono riusciti a frenare l’escalation regionale di Israele. Israele ha esteso il conflitto a Libano, Yemen, Siria e Iran, senza alcuna reale resistenza da parte degli Stati Uniti, anzi con il loro totale sostegno.

Il 9 settembre gli Stati Uniti hanno persino permesso a Netanyahu di bombardare nella più totale impunità il loro più stretto alleato al di fuori della NATO, il Qatar, nonostante le forze americane fossero di stanza vicino all’area presa di mira da Israele.

In questo contesto è difficile considerare gli Stati Uniti come un garante neutrale e affidabile. Questa proposta potrebbe invece essere una manovra politica per ottenere attraverso la diplomazia ciò che Israele non è riuscito a ottenere militarmente: l’indebolimento o l’eliminazione della Resistenza palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il Qatar confuta l’affermazione di Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avvertito il Paese degli attacchi israeliani

Michael Arria

9 Settembre 2025 – MONDOWEISS

In risposta all’attacco israeliano al Qatar, che ha preso di mira alti funzionari di Hamas nel Paese, l’amministrazione Trump ha dichiarato di “provare un profondo dispiacere”. Il governo degli Stati Uniti ha affermato di aver informato il Qatar dell’imminente attacco, affermazione che il Qatar nega.

Il Qatar confuta l’affermazione dell’amministrazione Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avvertito il Paese prima che Israele bombardasse i negoziatori del cessate il fuoco di Hamas a Doha.

Si ritiene che l’attacco abbia preso di mira il capo negoziatore Khalil al-Hayya. Suheil al-Hindi, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato ad Al Jazeera che al-Hayya era sopravvissuto al “vile tentativo di assassinio”. L’emittente ha riferito che cinque “membri di rango inferiore sono rimasti uccisi” nell’esplosione.

“L’amministrazione Trump è stata informata dall’esercito statunitense che Israele stava attaccando Hamas, che sfortunatamente si trovava in una zona di Doha, la capitale del Qatar”, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt durante un briefing martedì. Leavitt ha affermato che il presidente Trump considera il Qatar un “amico” e “si sente molto a disagio” per l’attacco.

“Bombardare unilateralmente all’interno del Qatar, una nazione sovrana e stretto alleato degli Stati Uniti che sta lavorando duramente e correndo coraggiosamente rischi con noi per mediare la pace, non promuove gli obiettivi di Israele o dell’America”, ha dichiarato Leavitt ai giornalisti. “Tuttavia, eliminare Hamas, che ha tratto profitto dalla miseria di chi vive a Gaza, è un obiettivo meritevole”.

In un post sui social media, il portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha confutato le affermazioni di Leavitt.

“Le dichiarazioni rilasciate secondo cui il Qatar sarebbe stato informato in anticipo dell’attacco sono infondate”, ha scritto. “La chiamata di un funzionario statunitense è arrivata mentre si sentivano le esplosioni causate dall’attacco israeliano a Doha”.

Le dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione Trump sull’attentato sembrano anche contraddire le dichiarazioni di alti funzionari israeliani, i quali affermano che gli Stati Uniti hanno dato il via libera all’attacco.

Un giorno prima dell’attacco Trump ha minacciato Hamas in un post su Truth Social [la piattaforma di Donald Trump, ndt.]. “Gli israeliani hanno accettato le mie Condizioni. È ora che anche Hamas le accetti”, ha scritto. “Ho avvertito Hamas delle conseguenze del rifiuto. Questo è il mio ultimo avvertimento, non ce ne sarà un altro!”

Diversi membri del Congresso degli Stati Uniti hanno celebrato l’attacco di Israele ai negoziatori del cessate il fuoco.

“A coloro che hanno pianificato e applaudito l’attacco del 7 ottobre contro Israele, il più grande alleato degli Stati Uniti nella regione: questo è il vostro destino”, ha scritto il senatore Lindsey Graham (repubblicano del Sud Carolina).

“Israele sta eliminando i leader di un’organizzazione terroristica”, ha affermato il senatore Eric Schmitt (repubblicano del Missouri). “Hanno il diritto di farlo”.

Il senatore John Fetterman (democratico della Pennsylvania) in risposta al bombardamento ha pubblicato una GIF di Winnie the Pooh che balla.

Il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer (democratico di New York) ha dichiarato di essere “preoccupato” per l’attacco e di aver richiesto un briefing riservato sulla questione, ma pochi politici hanno criticato l’attacco fino a questo momento.

Un’eccezione è stata il deputato Ro Khanna (democratico della Carolina). “Non vedo come questo possa contribuire al rilascio degli ostaggi o alla fine della guerra”, ha dichiarato in un’intervista.

L’ultima escalation di Israele è stata condannata dall’intera comunità internazionale.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres l’ha definita una “flagrante violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del Qatar”.

“Gli attacchi israeliani di oggi contro il Qatar sono inaccettabili, qualunque ne sia la ragione”, ha twittato il presidente francese Emmanuel Macron. “Esprimo la mia solidarietà al Qatar e al suo emiro, lo sceicco Tamim Al Thani. In nessun caso la guerra dovrebbe estendersi a tutta la regione”. Il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni ha espresso il suo “sincero sostegno all’emiro Tamim bin Hamad Al Thani e al Qatar, ribadendo il sostegno dell’Italia a tutti gli sforzi per porre fine alla guerra a Gaza”.

Una dichiarazione dell’ufficio del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’operazione israeliana è stata “totalmente indipendente”.

“Israele l’ha avviata, Israele l’ha condotta e Israele si assume la piena responsabilità”, recita la dichiarazione.

(traduzione dell’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Dati dell’intelligence israeliana: fra i detenuti di Gaza solo 1 su 4 è un militante

Yuval Abraham

4 settembre 2025 +972 Magazine

Un’indagine congiunta scopre in un database segreto dell’esercito israeliano che la stragrande maggioranza dei 6.000 palestinesi arrestati a Gaza e trattenuti in condizioni spaventose nelle carceri israeliane è costituita da civili

Come rivela un’indagine congiunta di +972 Magazine, Local Call e The Guardian solo un palestinese su quattro catturato dalle forze israeliane a Gaza è stato identificato dall’esercito come militante, mentre i civili costituiscono la stragrande maggioranza dei “combattenti illegali” detenuti nelle carceri israeliane dal 7 ottobre.

Questo è quanto emerge dai dati contenuti in un database riservato gestito dalla Direzione dell’Intelligence Militare israeliana (nota con l’acronimo ebraico “Aman”), oltre alle statistiche ufficiali sulle carceri israeliane divulgate in procedimenti legali. Testimonianze di ex detenuti palestinesi e soldati israeliani che hanno prestato servizio in centri di detenzione rivelano inoltre che Israele ha consapevolmente rapito civili in massa e li ha trattenuti per lunghi periodi in condizioni spaventose.

I dati sulle detenzioni forniti a maggio dallo Stato in risposta alle petizioni dell’Alta Corte hanno rivelato che un totale di 6.000 palestinesi erano stati arrestati a Gaza durante i primi 19 mesi di guerra e trattenuti in Israele in base a una legge per l’incarcerazione di “combattenti illegali” – uno strumento giuridico che consente a Israele di imprigionare le persone a tempo indeterminato senza accusa né processo se vi sono “ragionevoli motivi” per ritenere che abbiano partecipato o siano membri di un gruppo che abbia partecipato ad “attività ostili contro lo Stato di Israele”.

I politici, i militari e i media israeliani si riferiscono abitualmente a tutti i detenuti palestinesi di Gaza come “terroristi”, e il governo non ha mai ammesso di aver detenuto o trattenuto alcun civile. Nei resoconti pubblici l’Israel Prison Service (IPS) ha affermato, senza fornire prove, che quasi tutti i “combattenti illegali” detenuti nelle carceri israeliane sono membri di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese (JIP).

Tuttavia i dati ottenuti a metà maggio dal database di Aman, che fonti di intelligence hanno descritto come l’unica fonte affidabile per determinare chi l’esercito consideri combattente attivo a Gaza, hanno dimostrato che Israele aveva arrestato solo 1.450 individui appartenenti alle ali militari di Hamas e JIP, il che significa che circa tre quarti dei 6.000 detenuti non appartengono a nessuno dei due.

Il database, la cui esistenza è stata recentemente svelata da +972, Local Call e Guardian, elenca i nomi di 47.653 palestinesi che l’esercito considera militanti di Hamas e della Jihad islamica (viene aggiornato regolarmente e include persone fermate dopo il 7 ottobre). Secondo i dati, a metà maggio Israele aveva arrestato circa 950 combattenti di Hamas e 500 della Jihad islamica.

Il database non contiene informazioni su membri di altri gruppi armati a Gaza, che nei rapporti dell’Israel Prison Service rappresentano meno del 2% dei “combattenti illegali” detenuti. Almeno 300 palestinesi sono inoltre detenuti in Israele con l’accusa di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre; non sono definiti “combattenti illegali” ma detenuti per reati penali, poiché Israele afferma di avere prove sufficienti per processarli.

+972, Local Call e Guardian hanno ottenuto i dati numerici dal database senza i nomi delle persone elencate o le informazioni che presumibilmente le incriminano, la cui affidabilità è comunque messa in dubbio dalle inconsistenti accuse mosse contro persone come il giornalista di Al Jazeera Anas Al-Sharif, assassinato il mese scorso.

Nel corso della guerra, in parte a causa del grave sovraffollamento delle carceri, Israele ha rilasciato più di 2.500 prigionieri che aveva classificato come “combattenti illegali”, il che implica che non li ritenesse realmente militanti. Altri 1.050 sono stati rilasciati in seguito a scambi di prigionieri concordati tra Israele e Hamas.

Sia i gruppi per i diritti umani che i soldati israeliani hanno descritto una percentuale di combattenti tra i prigionieri arrestati a Gaza ancora inferiore a quella che emerge dai dati trapelati. Nel dicembre 2023, quando le foto di decine di palestinesi spogliati e incatenati suscitarono indignazione internazionale, alti ufficiali ammisero ad Haaretz che “l’85-90%” non erano membri di Hamas.

Il Centro Al Mezan per i Diritti Umani, con sede a Gaza, ha difeso centinaia di civili detenuti nelle carceri israeliane. Il suo operato “indica una campagna sistematica di detenzioni arbitrarie che prende di mira i palestinesi in modo indiscriminato, indipendentemente da qualsiasi presunto reato”, ha affermato il vicedirettore Samir Zaqout.

“Al massimo forse uno su sei o sette [detenuti] potrebbe avere qualche legame con Hamas o altre fazioni militanti, e, anche in quel caso, non necessariamente con le loro ali militari. In molti casi l’affiliazione politica a un partito palestinese è sufficiente perché Israele etichetti qualcuno come militante.”

I palestinesi rilasciati dai centri di detenzione militari israeliani e dalle prigioni israeliane nel corso della guerra hanno testimoniato di condizioni estremamente dure, tra cui frequenti abusi e torture. A causa di queste pratiche decine di detenuti sono morti sotto la custodia israeliana.

Aggirare il giusto processo

Emanata nel 2002, la Legge sull’Incarcerazione dei Combattenti Illegali è stata concepita per consentire a Israele di detenere persone durante la guerra senza doverle riconoscere come prigionieri di guerra come previsto dalle Convenzioni di Ginevra. La legge consente inoltre a Israele di negare ai detenuti di ricorrere a un avvocato fino a 75 giorni.

I tribunali israeliani prolungano la detenzione dei palestinesi quasi automaticamente, basandosi su “prove segrete” in udienze che durano solo pochi minuti. Secondo i dati dell’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked, l’Israel Prison Service sta attualmente detenendo circa 2.660 cittadini di Gaza arrestati dopo il 7 ottobre come “combattenti illegali”, il numero più alto mai registrato durante la guerra. Le organizzazioni [per i diritti, n.d.t.] legali ritengono che centinaia di altre persone siano attualmente confinate nei centri di detenzione militari israeliani prima di essere trasferite nelle prigioni dell’IPS (l’esercito ha dichiarato a maggio che il numero totale di detenuti “combattenti illegali” nelle carceri e nei centri di detenzione era di 2.750).

“Se Israele dovesse processare tutti [i detenuti], dovrebbe redigere atti di accusa per capi d’imputazione specifici e presentare prove di tali accuse”, ha spiegato Jessica Montell, direttrice di HaMoked. “Il giusto processo può essere impegnativo. Ecco perché hanno creato la Legge sui Combattenti Illegali, per aggirare tutto questo”.

Questa legge, ha aggiunto Montell, ha facilitato la “sparizione forzata di centinaia e persino migliaia di persone” che sono di fatto detenute senza alcuna supervisione esterna.

Il fatto che tre quarti di coloro che sono detenuti come “combattenti illegali” non siano considerati, nei registri dell’esercito, appartenenti alle ali armate di Hamas o della JIP “mina l’intera giustificazione della loro detenzione”, ha spiegato Tal Steiner, direttore del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, le cui petizioni legali contro l’incarcerazione di massa hanno spinto lo Stato a fornire i dati sul numero di detenuti dal 7 ottobre.

“Appena è iniziata l’ondata di arresti di massa a Gaza nell’ottobre 2023 si è diffusa la seria preoccupazione che molte persone non coinvolte venissero detenute senza motivo”, ha continuato Steiner. “Questa preoccupazione è stata confermata quando abbiamo appreso che metà degli arrestati all’inizio della guerra sono stati infine rilasciati, a dimostrazione del fatto che non vi era alcun fondamento per la loro detenzione”.

Un ufficiale dell’esercito israeliano che ha guidato le operazioni di arresti di massa nel campo profughi di Khan Younis ha dichiarato a +972, Local Call e Guardian che la missione della sua unità era quella di “svuotare” il campo e costringere i suoi residenti a fuggire più a sud. Nell’ambito di questa missione i detenuti sono stati arrestati in massa e condotti in strutture militari dove sono stati classificati come “combattenti illegali”.

“Tutti venivano fatti marciare in lunghi convogli con sacchi in testa verso la costa, verso Al-Mawasi”, ha detto. “[Venivano portati in] quello che chiamavamo un centro di ispezione, [dove] le persone venivano controllate. Ogni notte caricavano il cassone di un camion con decine, centinaia di uomini, bendati, legati, accatastati uno sopra l’altro. Ogni notte un camion come questo andava in Israele”.

L’agente si era reso conto che non veniva fatta alcuna distinzione “tra un terrorista entrato in Israele il 7 ottobre e qualcuno che lavorava per l’autorità idrica di Khan Younis”, e che gli arresti anche di minori venivano effettuati in modo quasi arbitrario. “È inconcepibile”, ha detto. “Si prende un uomo, un ragazzo, un giovane dalla sua famiglia, e lo si manda in Israele per un interrogatorio. Se mai tornasse, come farebbe a ritrovarla?”

Ahmad Muhammad, un trentenne del campo profughi di Khan Younis, ha raccontato di essere stato costretto il 7 gennaio 2024 a camminare in uno di questi convogli con la moglie e i tre figli. Al posto di blocco l’esercito ha annunciato con un megafono che gli uomini dovevano fermarsi, identificandoli in base al colore dei loro vestiti. ” ‘Camicia blu, torna indietro, torna indietro’, mi ha urlato un soldato”, ha ricordato.

È stato separato dalla famiglia insieme a un gruppo di altri uomini. “Eravamo un gruppo di persone a caso: lavoro come barbiere nel campo, non sono affiliato a nessuna fazione”, ha detto Muhammad. “Ogni volta che un soldato si avvicinava ci insultava, finché non è arrivato un camion e siamo stati gettati dentro, ammucchiati uno sopra l’altro, profondamente umiliati”.

Muhammad è stato portato alla prigione del Negev e interrogato sugli attacchi del 7 ottobre. Ha detto ai soldati di non sapere nulla, ma lo hanno tenuto in detenzione per un anno intero. Ancora oggi non sa perché. “Ho vissuto giorni difficili in prigione: malattia, freddo, torture, umiliazioni”, ha spiegato.

Muhammad è stato rilasciato a gennaio di quest’anno insieme a circa altri 2.000 prigionieri palestinesi, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas; metà erano detenuti dal 7 ottobre ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali senza poter comunicare con un avvocato o accedere ad un giusto processo per mesi.

Diversi soldati hanno confermato a +972, Local Call e Guardian di aver assistito alla detenzione di massa di civili palestinesi presso strutture militari israeliane. Un soldato che ha prestato servizio nel famigerato centro di detenzione di Sde Teiman ha affermato che un complesso era soprannominato “il reparto geriatrico” perché tutti i detenuti erano anziani o gravemente feriti, alcuni dei quali prelevati direttamente dagli ospedali di Gaza. 

“Dall’ospedale indonesiano [di Beit Lahiya] prelevavano masse di persone”, ha detto il soldato. “Portavano uomini su sedie a rotelle, persone senza gambe o con gambe praticamente inutili. Ricordo un uomo di 75 anni con monconi gravemente infetti. Ho sempre pensato che la scusa per arrestare i pazienti fosse che forse avevano visto gli ostaggi o qualcosa del genere”. Tutti loro, ha aggiunto, erano trattenuti nel “reparto geriatrico”.

Un altro soldato che comandava una squadra all’inizio della guerra ha detto che l’esercito aveva arrestato un paziente sulla settantina all’interno dell’ospedale Al-Shifa di Gaza City. “È arrivato legato a una barella. Era diabetico, con la cancrena a una gamba, incapace di camminare. Non rappresentava un pericolo per nessuno”. Quell’uomo è stato trasferito a Sde Teiman.

Oltre ad andare a prelevare civili feriti negli ospedali di Gaza e a imprigionarli nei centri di detenzione israeliani, Israele ha arrestato centinaia di medici che li curavano. Oggi più di 100 operatori sanitari di Gaza rimangono incarcerati come “combattenti illegali”, secondo Physicians for Human Rights–Israel (Medici per i Diritti Umani – Israele, PHRI) che a febbraio ha pubblicato un rapporto che raccoglie le testimonianze di 20 medici e militari disposti a parlare che descrivono abusi e torture.

Naji Abbas, capo del dipartimento prigionieri di PHRI, ha affermato che le loro testimonianze hanno rivelato una pratica di incarcerazione per mesi dopo un singolo breve interrogatorio. Per Abbas questo smentisce l’affermazione di Israele secondo cui tali detenuti vengono trattenuti perché in possesso di preziose informazioni sugli ostaggi israeliani prigionieri di Hamas, e vede la loro detenzione come parte dell’attacco israeliano al sistema sanitario di Gaza.

In un resoconto raccolto da PHRI, un chirurgo dell’ospedale Nasser di Khan Younis ha descritto come i soldati “si sedevano sopra di noi, ci prendevano a calci con gli stivali e ci picchiavano con il calcio dei fucili”. In un’altra testimonianza, il primario del reparto di chirurgia dell’ospedale indonesiano ha dichiarato: “Ci hanno schiacciato la testa nella ghiaia ripetutamente per quattro ore, ci hanno picchiato selvaggiamente con i manganelli e ci hanno colpito con scariche elettriche”.

Un terzo medico ha riferito di essere stato picchiato fino a rompergli le costole, mentre un chirurgo dell’ospedale Al-Shifa ha descritto detenuti sottoposti a scariche elettriche, aggiungendo di aver sentito di prigionieri morti a causa di ciò. “Mentre andavamo al centro interrogatori mi hanno detto che mi avrebbero tagliato le dita perché sono un dentista”, ha testimoniato un altro medico a PHRI.

I medici che hanno reso testimonianza al PHRI erano stati classificati come “combattenti illegali”. Uno di questi detenuti, il dottor Adnan Al-Bursh, primario di ortopedia all’ospedale Al-Shifa, è morto in detenzione l’anno scorso dopo essere stato arrestato nel dicembre 2023. Secondo la sua famiglia è stato torturato a morte. Un altro, Iyad Al-Rantisi, direttore di un ospedale femminile a Gaza, è morto l’anno scorso in una struttura per interrogatori dello Shin Bet.

Il medico che prestava servizio ad Anatot [colonia e prigione a dieci km. a nord-est di Gerusalemme, ndt.] ha affermato che molti medici palestinesi vi erano incarcerati. Ricorda un pediatra, incatenato e bendato, che lo supplicava in inglese: “Siamo colleghi, può aiutarmi?”

Nel giugno 2024 l’allora capo dello Shin Bet Ronen Bar inviò una lettera al Primo Ministro Benjamin Netanyahu avvertendolo di una crisi di sovraffollamento carcerario: il numero di detenuti aveva superato le 21.000 unità, mentre la capienza era di sole 14.500 unità. Scrisse che il trattamento dei prigionieri “rasentava l’abuso”, esponendo i dipendenti statali a possibili procedimenti penali dall’estero.

Il duro trattamento riservato ai detenuti è coerente con le dichiarazioni del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che l’anno scorso aveva dichiarato che una delle sue massime priorità era “peggiorare le condizioni” dei prigionieri palestinesi, anche fornendo solo “pochissimo cibo”. Molti civili di Gaza arrestati e imprigionati dalle forze israeliane hanno testimoniato di essere stati sottoposti a gravi abusi e torture.

Ma l’arresto di massa di medici e altri civili sembra anche essere stato, almeno in parte, finalizzato a creare una leva per le trattative sugli ostaggi. Quando il direttore dell’ospedale Al-Shifa Mohammed Abu Salmiya è stato rilasciato l’anno scorso, il parlamentare Simcha Rothman, presidente della Commissione Costituzione, Diritto e Giustizia della Knesset, si è lamentato che fosse stato liberato “non in cambio di ostaggi”. Nella stessa riunione della Commissione il parlamentare Almog Cohen ha affermato che Israele aveva perso l’occasione “di detenere un importante simbolo di Gaza” da utilizzare in un accordo.

“Continuavamo a rilasciare persone ‘gratuitamente’, e questo faceva arrabbiare [i soldati]”, ha spiegato un soldato di stanza in un centro di detenzione. “[I soldati] dicevano: ‘Non restituiscono gli ostaggi, quindi perché dovremmo lasciarli andare?'”

Legalizzare il rapimento”

Pochi casi evidenziano la crudeltà arbitraria della politica israeliana di incarcerazione di massa in maniera più lampante del caso di Fahamiya Al-Khalidi, arrestata dai soldati in una scuola nel quartiere Zeitoun di Gaza City il 9 dicembre 2023.

L’allora 82enne soffriva di Alzheimer e aveva difficoltà a camminare autonomamente, ma l’esercito israeliano l’ha comunque portata al centro di detenzione militare di Anatot prima di trasferirla il giorno successivo nella prigione di Damon, nel nord di Israele, dove è stata incarcerata per sei settimane. Un documento del carcere rivela che è stata detenuta ai sensi della legge sui combattenti illegali, confermando i dettagli pubblicati per la prima volta su Haaretz all’inizio del 2024.

In risposta alla nostra inchiesta, l’esercito israeliano ha inizialmente dichiarato che Al-Khalidi era stata arrestata “per escludere il suo coinvolgimento in attività terroristiche”. In seguito ha affermato che la donna era stata detenuta “sulla base di informazioni specifiche che la riguardavano personalmente”, aggiungendo che “alla luce delle sue attuali condizioni, la detenzione non era appropriata ed era il risultato di un errore di giudizio isolato e locale”.

Un medico militare di stanza ad Anatot ha raccontato a +972, Local Call e Guardian di essere stato chiamato per curare Al-Khalidi per un collasso la prima notte dopo il suo arrivo. “È caduta e si è fatta male, probabilmente a causa del filo spinato”, ha raccontato. “Le abbiamo cucito la mano nel cuore della notte”. Le foto scattate dal medico, visionate da +972, Local Call e Guardian, confermano la sua presenza ad Anatot al momento della detenzione di Al-Khalidi.

Secondo il soldato, Al-Khalidi non riusciva a ricordare la sua età e pensava di essere ancora a Gaza, eppure l’esercito la considerava ancora una militante. “Dicevano ai soldati che la persona è una ‘combattente illegale’, che equivale a terrorista”, ha spiegato. “Quando Al-Khalidi è arrivata ricordo che zoppicava visibilmente verso la clinica. Ed era classificata come combattente illegale. Il modo in cui viene usata questa etichetta è folle”. Al-Khalidi era una delle circa 40 donne che il soldato ricorda di aver visto ad Anatot nei due mesi trascorsi nella struttura. “C’era una donna che aveva avuto un aborto spontaneo; le sue guardie dicevano che aveva avuto un’abbondante emorragia. Un’altra donna, una madre che allattava portata via senza il suo bambino, voleva continuare ad allattare per preservare il latte.”

Abeer Ghaban, 40 anni, era già detenuta nel carcere di Damon quando Al-Khalidi è arrivata. Ha raccontato che l’anziana donna sembrava spaventata e aveva il viso e le mani gonfie. All’inizio Al-Khalidi non parlava quasi con nessuna delle altre detenute, ma lentamente hanno scoperto che era fuggita quando l’esercito israeliano aveva minacciato di bombardare il suo edificio ed era stata successivamente arrestata.

Ghaban ha raccontato di aver trascorso settimane ad accudire Al-Khalidi mentre erano incarcerate insieme. “Le davamo da mangiare con le nostre mani”, ha ricordato. “Le cambiavamo i vestiti. Si muoveva su una sedia a rotelle”.

Ghaban ha raccontato che una volta le guardie carcerarie hanno preso in giro Al-Khalidi finché lei non ha tentato di fuggire, si è schiantata contro una recinzione e si è ferita.

Erano anni che Ghaban stava crescendo da sola i suoi tre figli di 10, 9 e 7 anni, che quindi sono stati abbandonati a se stessi quando i soldati israeliani l’hanno arrestata a un posto di blocco a Gaza nel dicembre 2023. Durante l’interrogatorio Ghaban si è resa conto che l’esercito aveva confuso suo marito, un contadino, con un membro di Hamas con il medesimo nome. Dopo aver confrontato le fotografie un soldato ha ammesso l’errore, ma lei è stata trattenuta in prigione per altre sei settimane, in ansia per i suoi figli.

Le due donne sono state rilasciate insieme nel gennaio 2024, senza spiegazioni. Ghaban ha aiutato Al-Khalidi a contattare i suoi figli che vivono all’estero, e ha trovato i propri figli che mendicavano per strada, quasi irriconoscibili. “Erano vivi”, ha detto, “ma vedere lo stato in cui erano stati per 53 giorni senza di me mi ha spezzato il cuore”.

Un giornalista ha fatto un servizio su Al-Khalidi a Rafah dopo il suo rilascio, disorientata e confusa, senza nessuno dei suoi familiari. Non ricordava per quanto tempo fosse stata detenuta. “Mi hanno portato via dalla scuola”, ha detto, ancora vestita con i pantaloni grigi della prigione. “Ho passato tante cose.”

Michael Sfard, uno dei principali avvocati israeliani per i diritti umani, ha confermato che il diritto internazionale consente l’internamento di civili solo se rappresentano una consistente minaccia alla sicurezza e ne garantisce i diritti fondamentali – che Israele sta violando,.

“Le condizioni dei cittadini di Gaza detenuti in Israele non rispettano assolutamente, senza dubbio, quanto previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra”, ha spiegato, sottolineando che abusi violenti, privazione di cibo e negazione delle visite della Croce Rossa e della comunicazione con le famiglie sono all’ordine del giorno. La legislazione utilizzata per trattenerli, ha aggiunto, è di per sé “una flagrante violazione del diritto internazionale”.

Hassan Jabareen, direttore dell’organizzazione per i diritti legali palestinesi Adalah con sede ad Haifa, concorda. “La Legge sui Combattenti Illegali è concepita per facilitare la detenzione di massa di civili e le sparizioni forzate, legalizzando di fatto il rapimento di palestinesi da Gaza”, ha affermato. “Priva i detenuti delle protezioni garantite dal diritto internazionale, comprese le garanzie specificamente destinate ai civili, utilizzando l’etichetta di ‘combattente illegale’ per giustificare la negazione sistematica dei loro diritti.

Inizialmente l’esercito israeliano non ha negato i dati numerici riportati in questo articolo, ma in una dichiarazione successiva ha affermato che le cifre erano “errate” e ha sostenuto che le nostre affermazioni “riflettono un’errata interpretazione delle procedure di detenzione in Israele”. Ha poi proseguito: “Le forze dell’IDF sono tenute a detenere i sospettati sul campo, sia sulla base di esistenti informazioni di intelligence, sia a causa di un ragionevole sospetto derivante dalle circostanze del loro arresto, e ad accertare chi tra loro sia coinvolto in attività terroristiche. L’IDF respinge categoricamente le accuse di detenzioni arbitrarie. Prima dell’emissione di un ordine di internamento permanente, e come parte della procedura standard, viene emesso un ordine di detenzione temporanea del detenuto ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali, che consente la sua detenzione per un periodo limitato durante il quale si svolgono indagini e valutazioni. Durante questo periodo non è ancora stabilito se l’individuo si qualifichi come combattente illegale. Solo se si riscontra che l’individuo soddisfa quei criteri e rappresenta una minaccia per la sicurezza verrà emesso un ordine di internamento permanente ai sensi di quella legge. Ogni persona detenuta ai sensi di un ordine di internamento permanente è sottoposta a revisione giudiziaria da parte di un giudice del Tribunale Distrettuale dopo l’emissione dell’ordine, e nuovamente ogni sei mesi per tutta la durata della detenzione. La maggior parte delle persone detenute ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali sono membri di organizzazioni terroristiche, mentre altri sono stati coinvolti in attività terroristiche senza essere affiliati a un gruppo specifico. I detenuti ricevono cure mediche adeguate, che includono una visita medica al momento dell’ammissione al centro di detenzione e controlli medici regolari per monitorare le loro condizioni. Se necessario, i detenuti vengono trasferiti in ospedale per le cure. I detenuti che necessitano di supervisione medica possono essere trattenuti insieme per facilitare l’accesso e le cure da parte del personale medico.”

Emma Graham-Harrison del Guardian ha contribuito a questo articolo

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme, co-autore del film No other Land.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’attacco all’ospedale Nasser: non c’erano “telecamere di Hamas”, solo complicità con il genocidio di Israele.

David Hearst

20 agosto 2025 – Middle East Eye

Ripetendo la propaganda dell’epoca nazista, Israele intende garantirsi l’appoggio dell’opinione pubblica al massacro di Gaza cancellando l’informazione palestinese

Il novembre scorso durante una riunione della commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni il ministro degli Esteri britannico David Lammy ha detto di non poter confermare la sua affermazione riguardo a saccheggi generalizzati a Gaza in quanto non c’erano “giornalisti” sul campo.

Lammy intendeva dire che non c’erano giornalisti stranieri, perché ad essi è negato l’ingresso da parte di Israele, ma la sua gaffe è stata eloquente. Oltretutto potrebbe rivelarsi vera. Al ritmo con cui le forze israeliane stanno uccidendo i giornalisti palestinesi a Gaza, 245 secondo un conteggio e più di 373 secondo un altro, presto potrebbe non rimanere alcun giornalista a raccontare in tempo reale il genocidio in corso davanti ai nostri occhi.

Questo è il risultato auspicato da alcuni giornalisti israeliani.

È apparso decisamente evidente dalla loro reazione all’uccisione mirata lunedì dei giornalisti di Middle East Eye Mohamed Salama e Ahmed Abu Aziz, insieme al fotogiornalista della Reuters Hussam al-Masri, al reporter freelance Moaz Abu Taha e a Mariam Dagga, una freelance che ha lavorato con vari mezzi d’informazione tra cui l’Associated Press (AP).

Se la sono presa con il loro primo ministro, Benjamin Netanyahu, che ha definito il bombardamento dell’ospedale Nasser in due fasi “un tragico incidente”. Secondo loro non è stato né tragico né un errore. Channel 14, che appoggia il governo di Netanyahu e la guerra, ha riportato fonti militari secondo cui l’attacco ha ucciso “terroristi travestiti da giornalisti”. Le fonti hanno affermato che i soldati hanno preso di mira un “quartier generale terrorista” di Hamas nell’ospedale Nasser.

In base all’attuale criterio di sicurezza qualunque luogo in cui operino i terroristi, che sia usato come scuola o come ospedale, diventa un obiettivo legittimo,” ha notato il reportage.

Alcuni soldati coinvolti nell’attacco hanno detto a Channel 14 che esso è stato “approvato e coordinato dall’alto comando, che ne era al corrente prima che venisse messo in atto”. Allo stesso modo Maariv [giornale israeliano di centro, ndt.] ha informato che è stato effettuato “dopo aver ricevuto l’approvazione dei comandanti.” Zvi Yehezkeli, corrispondente per le questioni arabe di i24News [canale televisivo israeliano di notizie che trasmette in inglese, francese e arabo, ndt.], ha lodato gli omicidi a Khan Younis: “Ci sono uomini di Nukhba ovunque,” ha affermato, riferendosi ai giornalisti uccisi come a membri di un’unità militare d’élite di Hamas. “Se Israele decide di eliminare i giornalisti, è meglio tardi che mai.”

Innumerevoli menzogne”

Almeno Yehezkeli, un colono che vive nella Cisgiordania occupata, è stato onesto.

È più di quanto si possa dire delle due agenzie internazionali di notizie, Reuters e AP, che utilizzavano il lavoro dei giornalisti uccisi con i quali, si poteva ingenuamente supporre, avrebbero dovuto essersi sentite in obbligo. A quanto pare non è così. Entrambe hanno prontamente riportato senza riserve la sempre mutevole scusa dell’esercito israeliano per aver colpito l’ospedale: che la Brigata Golani aveva preso di mira una telecamera utilizzata da Hamas. Ciò non spiega affatto il secondo attacco 15 minuti dopo il primo, che ha sterminato i giornalisti.

Riportando direttamente questa affermazione, come se Israele avesse il diritto di confermare con le sue montature l’affermazione in base alla quale i giornalisti erano stati presi di mira, Reuters e AP non hanno dato conto del fatto che questa “telecamera di Hamas” avrebbe potuto invece essere quella posizionata dalla Reuters per le trasmissioni in diretta.

Questo è quantomeno il quadro che emerge dalle riprese video dopo la strage e del balcone dove sono stati uccisi i giornalisti.

Siamo indignati che giornalisti indipendenti siano tra le vittime di questo attacco contro l’ospedale, un luogo che è protetto dalle leggi internazionali,” hanno scritto in un comunicato congiunto la capo redattrice di Reuters Alessandra Galloni e la direttrice esecutiva di AP Julie Pace.

Dovrebbero chiedersi perché le loro agenzie hanno riportato le affermazioni di Israele secondo cui quei giornalisti erano obiettivi legittimi senza mettere in dubbio queste asserzioni, anche se nei successivi aggiornamenti è stata aggiunta una certa ambiguità.

Sicuramente alcuni fotografi che lavorano per la Reuters pensano che quando è troppo è troppo. Valerie Zink ha stracciato il suo tesserino di giornalista dell’agenzia di strampa e lunedì ha postato un addio pubblico che fa riferimento alla copertura informativa sia dell’uccisione all’inizio di questo mese del giornalista di Al Jazeera Anas al-Sharif che al doppio attacco contro l’ospedale Nasser.

Quando Israele ha ucciso Anas al-Sharif insieme a tutta l’equipe di Al-Jazeera a Gaza City il 10 agosto la Reuters ha scelto di pubblicare il comunicato israeliano totalmente infondato secondo cui al-Sharif era un operativo di Hamas, una delle innumerevoli menzogne che mezzi di informazione come Reuters hanno diligentemente ripetuto e avallato,” ha scritto Zink. “La volontà della Reuters di diffondere la propaganda israeliana non ha risparmiato i suoi stessi giornalisti dal genocidio attuato da Israele.”

Svelare la verità

Tutto ciò induce a chiedersi cosa sia veramente una “telecamera di Hamas” o un “giornalista Nukhba”. Si sarebbe tentati di pensare che sia una telecamera che individua le posizioni dell’esercito israeliano per colpirle. Ma non è così. La definizione è molto più vaga. È una [telecamera] immaginata da Yehezkeli e molti altri, come Andrew Fox, l’ex-para britannico che ora si fregia del titolo di “ricercatore” della neoconservatrice Henry Jackson Society.

Yehezkeli ha affermato: “Pensate solo a quanto danno questi giornalisti… chiamateli giornalisti Nukhba, quanto danno hanno fatto a Israele.”

Dopo l’assassinio di Sharif, Fox ha scritto: “Nei conflitti contemporanei c’è un mito pericoloso, che “combattenti” significhi un uomo con un fucile o una donna in uniforme.”

Egli suggerisce che se anche Sharif fosse stato solo un giornalista di Al Jazeera – Fox ripete a pappagallo la calunnia che Sharif fosse un miliziano di Hamas, senza fornire alcuna prova – ciò sarebbe comunque una giustificazione sufficiente per ucciderlo: “Quando un giornalista diventa un bersaglio militare legittimo? Forse non abbastanza spesso,” ha ragionato Fox.

Probabilmente non ne sono beatamente consapevoli, ma Fox e Yehezkeli stanno lavorando contro gli interessi di Israele cercando di impedire al presidente Donald Trump e al partito Repubblicano di lasciare una nave che sta affondando.

In quanto fanatici, non possono fare a meno loro stessi di svelare la verità: quei giornalisti sono pericolosi per Israele perché stanno facendo il loro mestiere.

Israele non può stare lì a guardarsi nello specchio a grandezza naturale che questi giornalisti di Gaza gli reggono davanti, giorno dopo giorno.

Israele non può tollerare le immagini di bambini emaciati, la cui fame è stata metodicamente pianificata dai suoi ideatori e strateghi. Non può sopportare l’effetto che queste immagini stanno avendo sull’opinione pubblica internazionale.

Fox dovrebbe pensare, la prossima volta che si recherà su X per illustrare le sue opinioni sull’uccisione di giornalisti, a quanti secondi durerebbe davanti a commentatori come Tucker Carlson o Piers Morgan [giornalisti di estrema destra, il primo statunitense e il secondo britannico, ndt.]. Ne uscirebbe a pezzi.

Uccidere in silenzio

Perché i numeri parlano chiaro. Un recente sondaggio della Quinnipiac University [università statunitense del Connecticut, ndt.] ha scoperto che il 60% degli elettori disapprova il fatto che gli USA inviino aiuti militari a Israele, mentre il 32% appoggia ulteriori aiuti. Secondo Politico [quotidiano statunitense di analisi politica, ndt.] sono il livello più alto di opposizione e il più basso di approvazione all’alleanza militare degli USA con Israele dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

Metà degli elettori intervistati, tra cui il 77% dei democratici, ha affermato di credere che Israele stia commettendo un genocidio. Il 64% dei repubblicani ha sostenuto di non credere che Israele stia commettendo un genocidio.

Tra quanti si oppongono all’aiuto militare a Israele ora c’è anche l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale USA Jake Sullivan.

Israele non sta perdendo solo la guerra a Gaza, ma, cosa più importante, la sta perdendo negli USA, dove conta davvero.

È stato sullo stesso terreno, a migliaia di chilometri di distanza dai campi di battaglia di Vietnam e Cambogia, che 50 anni fa venne persa la guerra contro i vietcong.

Come altri regimi genocidi, Israele vorrebbe uccidere e affamare i palestinesi in silenzio, censurando le informazioni, mentre i media compiacenti diffondono un flusso costante di menzogne e odio.

Nel 1994 durante il genocidio in Ruanda gli strumenti principali per incitare gli hutu ad attaccare la minoranza tutsi furono “la radio e il machete”. È diventato famoso come il genocidio della radio, o la morte attraverso la radio.

Ora questo sta avvenendo in ebraico in Israele. Al seguito dei media locali una chiara e netta maggioranza di israeliani crede che a Gaza non ci siano “innocenti”.

I media furono fondamentali anche per il genocidio di sei milioni di ebrei durante l’Olocausto. Il ministro della Propaganda Joseph Goebbels disumanizzò sistematicamente gli ebrei, giustificò la loro persecuzione e garantì il sostegno pubblico all’omicidio di massa.

I campi di concentramento obbligavano i prigionieri a mandare a casa cartoline in cui dicevano di essere trattati bene. A Terezín vennero filmati concerti, dopodiché l’intera troupe venne mandata ad Auschwitz.

La propaganda secondo cui gli ebrei sarebbero stati “ricollocati a est” fu fondamentale nei tentativi del regime nazista di nascondere la “soluzione finale” delle camere a gas. Oggi i media israeliani riportano di negoziati con il Sud Sudan come destinazione per un’“evacuazione” di palestinesi da Gaza, come se fosse la cosa più normale e umana al mondo.

Esempi professionali da seguire

Il linguaggio normalizza il genocidio.

Israele può agire a Gaza solo con giornalisti sotto il suo controllo, come le greggi addomesticate di giornalisti esteri che accettano di andarci sui carrarmati dell’esercito israeliano.

Ma i cinque giornalisti morti questa settimana erano fatti di una tempra più forte.

Dirò qualche parola su due di loro, nessuno dei quali lavorava per Middle East Eye.

Mariam Dagga, giornalista freelance che collaborava con vari mezzi di informazione, compresa AP, è salita alla ribalta per una tragedia personale. Durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018 filmò la morte di un manifestante colpito nei pressi della barriera tra Gaza e Israele per poi scoprire che l’uomo, morto dissanguato, era suo fratello.

Suo marito vive negli Emirati Arabi Uniti e lei aveva avuto la possibilità di lasciare Gaza con lui e suo figlio Ghaith, ma aveva scelto di rimanere e continuare a lavorare come fotogiornalista.

Voglio che tu mi renda orgogliosa avendo successo ed eccellendo, che dimostri quanto vali e diventi un grande uomo d’affari, mio caro,” ha scritto in una lettera a suo figlio. “Quando crescerai, ti sposerai e avrai una figlia, chiamala Mariam come me. Sei il mio amore, il mio cuore, il mio sostegno, la mia anima e il figlio di cui sono fiera.”

Moaz Abu Taha era il giornalista che aveva aiutato Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndt.] a fare “visite virtuali” nel reparto infantile all’ospedale Nasser. All’epoca Haaretz ha scritto: “La telecamera si sposta nella stanza successiva. Stesa a letto sotto un grande manifesto dell’Ape Maya c’è Sham Qadeeh, una bambinetta in uno stato orribile. Ha due anni e pesa solo 4,4 chili. Sham è nata poco prima che scoppiasse la guerra e il suo peso era normale.

Ora il suo addome è gonfio, le sue gambe stecchite sono storte, le sue ossa sono sporgenti, sotto la pelle si vede il cranio, i suoi occhi sono vitrei e i suoi denti caduti. Ha il volto di un’anziana.”

I giornalisti morti lunedì, e ogni giornalista palestinese ucciso mentre raccontava questo conflitto, sono esempi professionali da seguire.

Noialtri, che abbiamo il lusso di lavorare come giornalisti e rimanere vivi, dovremmo chinare il capo in loro memoria.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore, esperto della regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato l’editorialista per l’estero del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e a Belfast. È arrivato al Guardian da The Scotsman [quotidiano britannico edito a Edimburgo, ndt.], dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele uccide i giornalisti di Middle East Eye in un doppio attacco all’ospedale Nasser di Gaza

Redazione

25 agosto 2025- Middle East Eye

Mohamed Salama e Ahmed Abu Aziz tra le 20 persone uccise dopo che le forze israeliane hanno bombardato l’ospedale a Khan Younis che forniva cure salvavita a centinaia di migliaia di palestinesi

Lunedì le forze armate israeliane hanno ucciso i giornalisti di Middle East Eye Mohamed Salama e Ahmed Abu Aziz in un doppio attacco all’ospedale Nasser nella Striscia di Gaza meridionale.

Le forze israeliane hanno bombardato il quarto piano della struttura intorno alle 11:00 ora locale (09:00 BST) poi, pochi istanti dopo, come mostrano i video visionati da MEE, hanno sparato deliberatamente un secondo missile contro i giornalisti, gli astanti e i primi soccorritori che si erano radunati per aiutare a recuperare i morti e i feriti.

Al momento dell’attacco, i video mostrano del fumo che si alzava da un piano alto dell’ospedale mentre i soccorritori, in piedi su quella che sembravano una scala, chiedevano aiuto a quelli a livello del suolo.

Poi il secondo missile ha colpito esattamente la zona in cui si erano ammassati e un corrispondente del canale televisivo giordano Al-Ghad ha gridato durante una trasmissione in diretta che erano state uccise persone innocenti.

Tra i 20 palestinesi uccisi nell’attacco ci sono almeno altri tre giornalisti, tra cui Mariam Dagga, una reporter freelance che ha collaborato con diversi organi di stampa compresa l’Associated Press; Hussam al-Masri, un fotoreporter dell’agenzia di stampa Reuters e il reporter freelance Moaz Abu Taha.

Salama, che aveva iniziato a collaborare con MEE poco dopo l’inizio della campagna genocida di Israele nell’enclave assediata, aveva collaborato come freelance anche con diversi altri organi di informazione, in particolare Al Jazeera Arabic e Al Jazeera Mubasher.

Inviava regolarmente servizi a MEE, ha seguito l’assedio israeliano dell’Ospedale Europeo, il clamore suscitato dal documentario della BBC Gaza: How to Survive a War Zone, ora ritirato e, a maggio, l’uccisione di un gracile bambino di 10 anni, Abdulrahim ‘Amir’ al-Jarabe’a presso un sito del Gaza Humanitarian Fund (GHF).

Verso la fine della scorsa settimana Salama ha parlato con il responsabile della produzione video di MEE, Khaled Shalaby, della politica israeliana di affamare la Striscia e ha discusso di ciò che lui e la sua collega giornalista Hala Asfour intendevano trattare nella settimana successiva.

Nella telefonata ha affermato di temere di essere preso di mira dalle forze israeliane in seguito al recente assassinio del corrispondente di Al Jazeera Arabic Anas al-Sharif e di alcuni membri della sua squadra.

L’esercito israeliano ha affermato, senza fornire alcuna prova, di aver ucciso Sharif perché “era a capo di una cellula terroristica nell’organizzazione terroristica Hamas”.

Da quando ha lanciato la sua guerra contro l’enclave nell’ottobre 2023 Israele ha ripetutamente accusato i giornalisti palestinesi di Gaza di essere membri di Hamas, nell’ambito di quello che i gruppi per i diritti umani definiscono un tentativo di screditare i loro resoconti sugli abusi israeliani.

Nello stesso periodo Abu Aziz, un giornalista freelance di Khan Younis, ha contribuito a decine di reportage per MEE da quando è iniziato il genocidio israeliano a Gaza, nell’ottobre 2023.

Aggiornava costantemente la redazione di MEE con resoconti provenienti dall’enclave, nonostante avesse riportato una grave lesione alla schiena che non era stata curata a causa della guerra.

David Hearst, caporedattore di Middle East Eye, ha definito Salama e Abu Aziz “giornalisti eccezionali” e ha affermato che lavoravano in “condizioni quasi impossibili” prima di essere “assassinati” da Israele.

“Israele non può nascondere la verità sul genocidio che sta perpetrando a Gaza, quindi sta uccidendo quanti più possibile tra coloro che riferiscono di ogni attacco”, ha affermato.

Ciò che Israele sta facendo a Gaza è terrorismo praticato da uno Stato. Uccidendo quanti più civili e non combattenti possibile, prendendo di mira ospedali, soccorritori e giornalisti sta cercando di terrorizzare i palestinesi e spingerli a fuggire all’estero. Non si può e non si deve permettere che abbia successo. Spetta a ogni nazione che si definisce civile fermarlo.”

Lubna Masarwa, responsabile dell’ufficio di Gerusalemme di MEE, ha dichiarato di essere profondamente scioccata per l’uccisione dei giornalisti e ha aggiunto che Abu Aziz, con cui era in costante contatto, nutriva un profondo “amore per la vita”.

“Le sue storie erano eccezionali, oltre che molto personali”, ha detto. “Aveva la capacità di vedere cose che altri non vedevano e di descriverle in modo dettagliato.

“Aveva ambizione, era testardo e ha continuato ad andare avanti. Mi ha insegnato che non potevo permettermi di smettere di lavorare su Gaza.”

Poco dopo l’attacco di lunedì la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha invitato la comunità internazionale a imporre sanzioni a Israele.

“Soccorritori uccisi in servizio. Scene come questa si verificano ogni momento a Gaza, spesso invisibili e in gran parte non documentate”, ha scritto.

“Imploro gli Stati: cosa ancora dovrà accadere prima di agire per fermare questa carneficina? Rompete il blocco. Imponete un embargo sulle armi. Imponete sanzioni.”

Da quando Israele è entrata in guerra a Gaza nell’ottobre 2023, sono stati uccisi o feriti più di 200.000 palestinesi; recenti inchieste, basate su dati dell’intelligence militare israeliana, indicano che oltre l’80 percento delle persone uccise nell’enclave fino a maggio di quest’anno erano civili.

La guerra genocida di Israele è stata descritta come il “peggior conflitto di sempre” per i giornalisti secondo un rapporto pubblicato ad aprile dal Watson Institute for International and Public Affairs.

Il rapporto, intitolato “News Graveyards: How Dangers to War Reporters Endanger the World” [Nuovi cimiteri: come i pericoli per i corrispondenti di guerra mettono in pericolo il mondo], afferma che l’attacco israeliano alla Striscia di Gaza dall’ottobre 2023 ha “ucciso più giornalisti della Guerra Civile Americana, della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, della Guerra di Corea, della Guerra del Vietnam (inclusi i conflitti in Cambogia e Laos), delle guerre in Jugoslavia degli anni ’90 e 2000 e della guerra in Afghanistan del dopo 11 settembre messe insieme”.

In una dichiarazione la Foreign Press Association ha chiesto una “spiegazione immediata” da parte dell’esercito israeliano e ha definito il doppio attacco “uno degli attacchi israeliani più letali contro i giornalisti che lavorano per i media internazionali dall’inizio della guerra di Gaza”.

Si afferma che “è arrivato senza preavviso” e ha colpito una scalinata esterna dell’ospedale “dove i giornalisti solitamente si collocavano con le loro telecamere”.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)