Quando dare del pane a Gaza costituisce un crimine

Yvonne Ridley

25 ottobre 2019 – Middle East Monitor

L’inviato del Qatar Mohammed Al-Emadi è arrivato a Gaza lo scorso weekend con 180 milioni di dollari da distribuire ai palestinesi bisognosi. Nel caso di Gaza questo significa potenzialmente l’intera popolazione, visto che essa si dibatte da una crisi umanitaria all’altra a causa del feroce assedio imposto da Israele da un lato e dall’Egitto dall’altro.

Il denaro del Qatar è disperatamente necessario per pagare il combustibile per l’elettricità, i salari e gli aiuti economici alle famiglie palestinesi che lottano per vivere sotto l’assedio. La speciale consegna non è una sorpresa per Israele, poiché già in maggio il Qatar ha annunciato che avrebbe inviato 480 milioni di dollari alla Cisgiordania occupata e a Gaza per “aiutare il popolo palestinese fratello a far fronte ai propri bisogni primari.”

Il denaro è entrato con l’appoggio (senza dubbio riluttante) di Tel Aviv, che con la mediazione dell’Egitto ha accettato una tregua “ufficiosa” con Hamas, che sostanzialmente governa ancora la Striscia di Gaza. Il denaro sarà utilizzato per pagare i dipendenti pubblici dell’Autorità Nazionale Palestinese ed ha permesso all’ONU di incrementare gli aiuti.

Comunque, il fatto stesso che questo sta accadendo ha un enorme significato e dovrebbe ora essere usato come prova per mettere fine al dramma kafkiano che ha visto cinque americani palestinesi incarcerati in quello che è stato descritto come uno dei peggiori casi di errore giudiziario negli Stati Uniti. Il dramma è iniziato nel 2004 quando l’FBI, insieme al Dipartimento del Tesoro statunitense e ad una serie di diverse forze di polizia del Texas e della California, ha arrestato dei funzionari della ‘Holy Land Foundation’ (Fondazione Terra Santa) nel corso di ispezioni a sorpresa. I “cinque HLF” erano –e sono ancora – Shukri Abu Baker, Mohammad El-Mezain, Ghassan Elashi, Mufid Abdulqader e Abdulrahman Odeh, che nel 1990 avevano fondato l’associazione musulmana di beneficienza.

I cinque sono stati accusati di aver fornito supporto materiale a Hamas e nel primo processo la giuria non ha raggiunto un verdetto. Il nuovo processo presso il tribunale federale di Dallas è iniziato nel settembre 2008 ed ha incluso una testimonianza senza precedenti fornita segretamente da una spia israeliana nota semplicemente come “Avi”. Gli avvocati della difesa non sono stati in grado di mettere in discussione il passato e le credenziali di Avi.

Il giudice Jorge Solis ha detto alla giuria che era consentito soppesare la credibilità del soggetto alla luce del suo anonimato, ma ha respinto il diritto dell’imputato, in base al Sesto Emendamento, di “confrontarsi con i testimoni contro di lui.” Fino ad allora niente nella costituzione americana aveva permesso una condanna in base ad accuse anonime, ma il tribunale è andato avanti ed ha condannato tutti i cinque uomini.

Una delle 108 accuse contenute nella condanna affermava che la ‘Holy Land Foundation’ aveva favorito gli attacchi suicidi fornendo assistenza agli orfani degli attentatori. È poi risultato che, dei 200 attentatori suicidi che hanno agito in Palestina in quel periodo, nessuno aveva dei figli. Infatti – ed in stridente contrasto – in realtà la HLF ha fornito assistenza finanziaria ai figli di persone messe a morte da Hamas per collaborazionismo con Israele.

E’ anche emerso che le ispezioni a sorpresa e l’arresto dei cinque sono stati la conseguenza di supposizioni fatte dallo Stato di Israele che l’associazione fosse il terminale di un’operazione illecita di riciclaggio di denaro, che dirottava finanziamenti ad Hamas (dichiarata organizzazione terroristica dagli USA sotto la presidenza di Bill Clinton) attraverso i Comitati Zakat [fondati in Kuwait nel 1981 per raccogliere denaro in base alla legge islamica, ndtr.] nella Cisgiordania occupata.

Simili illazioni hanno portato gli USA a definire nel 2003 la ‘British Charity Interpal’ un “ente terrorista globale”, senza che uno straccio di prova sia mai stato prodotto dal governo americano (o israeliano). Quella definizione è ancora in vigore oggi, nonostante Interpal operi legalmente in Inghilterra e fornisca tuttora aiuti ai palestinesi in difficoltà.

Nel corso del secondo processo contro HLF gli imputati sono stati accusati di aver fornito “supporto materiale” a Hamas e, nel 2009, sono stati condannati dai 15 ai 65 anni di carcere. Il processo è stato presentato come una farsa in un duro libro pubblicato l’anno scorso da Mike Peled, figlio di un famoso generale israeliano e fervente anti-sionista.

Peled ha intervistato le persone incriminate e i loro familiari e si è anche recato nei loro luoghi di nascita in Cisgiordania. Il suo resoconto dettagliato del caso della ‘Holy Land Foundation’ prova senza ombra di dubbio che si è trattato di un caso politico messo in piedi dalle lobby sioniste e da Israele per compromettere, intimidire e criminalizzare chiunque lavori o doni denaro alle associazioni di beneficienza che assistono i palestinesi bisognosi.

La questione è semplice: è impossibile distribuire denaro nella Palestina occupata senza chiedere il permesso delle autorità al potere. Nella Cisgiordania occupata i soldi confluiscono nelle associazioni di beneficienza registrate non solo presso l’Autorità Nazionale Palestinese, ma anche in Israele e in alcuni casi presso il governo giordano. I trasferimenti monetari devono essere certificati dal sistema bancario israeliano e chiunque si presenti di persona a nome di un’associazione di beneficienza deve ottenere l’autorizzazione dalle stesse autorità per entrare nel Paese. Nel caso della Striscia di Gaza questo significa il governo democraticamente eletto in mano a Hamas e tutte le associazioni di beneficienza devono essere registrate presso l’ANP e gli israeliani. Con questa procedura i soldi non passano di mano, ma le organizzazioni assistenziali e le associazioni di beneficienza operano su autorizzazione delle autorità.

Ora che sappiamo che il Qatar ha spedito un inviato con 180 milioni di dollari in contanti a Gaza con il permesso di Tel Aviv, dovrebbe esserci spazio per un ricorso da parte dei cinque di ‘Holy land Foundation’, in quanto ciò demolisce l’insensatezza dell’onnipresente argomentazione del ”supporto materiale”.

Il sistema giudiziario statunitense dovrebbe vergognarsi del fatto che questi uomini continuino a languire in carcere per non aver svolto altro che un compito umanitario. I veri criminali non sono quelli che sfamano i bambini palestinesi, ma quelli dell’amministrazione Trump che preferirebbero vedere i bambini di Gaza morire di fame piuttosto che consentire loro una sembianza di vita normale in quelle che sono circostanze del tutto anormali.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’altro Benjamin: chi è Benny Gantz, il rivale di Netanyahu?

Marie Niggli

Giovedì 24 ottobre 2019 – Middle East Eye

Dopo la rinuncia di Benjamin Netanyahu lunedì, Benny Gantz è stato nominato per tentare di formare una coalizione di governo. Una missione difficile, se non impossibile, per questo ex-capo di stato maggiore dell’esercito di cui è difficile definire gli obiettivi

Bibi” contro “Benny”: negli ultimi mesi la politica israeliana si è ridotta a un duello al vertice tra i due Benjamin. Da una parte Benjamin Netanyahu, la vecchia volpe, soprannominato Bibi dai suoi sostenitori, che detiene il record di longevità come primo ministro in Israele; dall’altra il novellino Benjamin Gantz, detto Benny, un ex-militare che si è lanciato in politica da meno di un anno.

Dopo due elezioni in meno di sei mesi – lo scorso aprile e in settembre – il Paese si trova in una situazione di stallo politico. Né vincitore né vinto: di per sé per Netanyahu, che ha dominato l’arena politica negli ultimi dieci anni, è già una sconfitta. Lunedì sera è persino sembrato che vacillasse: incapace di mettere insieme un governo, il primo ministro uscente ha restituito il mandato al presidente israeliano.

Per la prima volta dal 2009 è un altro, Benny Gantz, che cercherà di formare una coalizione per prendere il suo posto. Ha 28 giorni di tempo. Una missione impossibile, prevede la maggior parte degli osservatori.

Com’è riuscito questo ashkenazita [ebreo di origine europea, ndtr.] alto e dagli occhi azzurri a far inciampare Netanyahu, là dove tanti politici esperti in precedenza si sono rotti le ossa? Sicuramente non grazie alla sua esperienza politica: non ne ha affatto.

Il suo curriculum? Quello di un militare che ha salito i gradini uno a uno. Arruolato nell’esercito nel 1977, questo figlio di un sopravvissuto alla Shoah è diventato paracadutista, nel 1991 ha partecipato all’operazione “Salomon”, che in 48 ore ha trasferito 14.000 ebrei dall’Etiopia verso Israele, ha combattuto in Libano nel 2000 e alla fine è diventato capo di stato maggiore dell’esercito israeliano dal 2011 al 2015.

Fascino militare

Gantz ha lasciato un’impronta sanguinosa: sotto il suo comando, Israele e Hamas si impegnano in due guerre a Gaza. Nel 2012 l’offensiva israeliana ha fatto 163 morti nell’enclave. Nel 2014, durante più di un mese e mezzo, un diluvio di fuoco si è abbattuto sulla stretta striscia di terra e sono stati uccisi 2.220 palestinesi, di cui più di 1.500 civili (550 minori).

Nel 2015 un rapporto dell’ONU ha affermato di aver raccolto “delle informazioni rilevanti che mettono in evidenza possibili crimini di guerra commessi sia da Israele che dai gruppi armati palestinesi.” Ha rimproverato all’esercito israeliano in particolare l’“uso intensivo di armi concepite per uccidere e ferire in un ampio raggio.”

Invece di tener nascosto questo bilancio disastroso, l’ex capo di stato maggiore l’ha utilizzato per lanciare la sua campagna elettorale. Con una serie di video scioccanti, il prudente Gantz si è trasformato in falco, vantando gli atti di guerra sanguinosi dell’esercito israeliano a Gaza nel 2014 sotto il suo comando, che secondo lui hanno riportato certe zone dell’enclave “all’età della pietra.”

Un macabro calcolo sulle immagini dei funerali di palestinesi si conclude con questo slogan: “Solo i forti sopravvivono.”

Questo immaginario parla al pubblico ebraico in Israele: è “una società molto militarizzata”, spiega Yara Hawari, analista politica di Al-Shabaka, un centro di analisi palestinese. Gli israeliani hanno “molto rispetto per i generali, perché c’è anche questo contesto un po’ machista, una certa mascolinità nociva e i generali vengono quindi percepiti come forti.”

Salvo il fatto che, tra tutti i militari che hanno sfondato in politica, Benny Gantz è il meno esperto.

Ehud Barak era un ex-capo di stato maggiore che è diventato primo ministro, ma da quasi due anni dirigeva il partito Laburista. Ariel Sharon, tutti lo dimenticano, è stato in politica per circa 30 anni prima di diventare primo ministro,” ricorda Dahlia Scheindlin, consigliera politica che ha aiutato a elaborare sette campagne elettorali per conto di diversi partiti israeliani, di cui l’ultima con il partito di sinistra “Unione democratica”.

Anche se figlio del responsabile politico del partito Laburista nella comunità dove è nato, Kfar Ahim – costruito sulle rovine del villaggio palestinese di Qastina –, a 60 anni Gantz ha scoperto il gioco politico nello scorso dicembre, quando ha lanciato il suo partito, “Hosen L’Yisrael” – “Resilienza per Israele”.

All’inizio la formazione sembrava un “piccolo gruppo di amici che hanno preso un anno sabbatico e di professionisti della campagna elettorale reclutati all’ultimo momento,” sfotte il quotidiano israeliano di sinistra “Haaretz”. Insomma, tutto meno che un partito di militanti impegnati.

Ma il rigido militare, un po’ austero, trova dei partner ideali: un ex-ministro, Yaïr Lapid, e due ex-capi di stato maggiore, Gabi Ashkenazi e Moshe Ya’alon, quest’ultimo anche lui con esperienza di governo. Di che rafforzare la sua base politica: ecco com’è nata, all’inizio del 2019, la coalizione “Blu e Bianco”, dai colori della bandiera israeliana.

Presentata come di centro, la lista in “altri luoghi nel mondo sarebbe definita di destra,” sottolinea Yara Hawari, che nota lo spostamento dello scacchiere politico israeliano verso l’estrema destra.

Uniti contro i palestinesi

Ormai circondato da “partner politici e consiglieri”, Gantz ha “condotto due campagne elettorali” che l’hanno fatto progressivamente maturare, ricorda Ofer Zalzberg, analista del Medio Oriente dell’ “International Crisis Group” [Ong con sede in Belgio che cerca di prevenire i conflitti, ndtr.] (ICG). Ma sul piano politico, con più di 30 anni di carriera, “Netanyahu ha un vantaggio enorme.”

In confronto il militare fatica ancora, poco presente sulle reti sociali, non sempre a suo agio, ambiguo nella linea politica. “È molto complicato sapere chi è Benny Gantz e per cosa si batte,” constata Dalhia Scheindlin.

Salvo che in politica estera e sulla questione palestinese. Benny o Bibi, sono la stessa cosa, evidenzia Yara Hawari: secondo lei entrambi applicheranno la stessa politica “violenta d’occupazione e di colonizzazione” nei territori palestinesi.

Quello che cambierà sarà il discorso, la retorica utilizzata da Israele. (Gantz e i suoi alleati) utilizzeranno un linguaggio più accattivante per perpetuare il progetto coloniale e continueranno l’annessione di fatto” della Cisgiordania, territorio sotto il controllo di Israele da 52 anni. Quanto alla prospettiva di negoziare con l’Autorità Nazionale Palestinese, essa tornerà a “negoziare i termini del nostro imprigionamento, non quelli della liberazione” dei palestinesi, sottolinea la ricercatrice.

Con un linguaggio più educato, più diplomatico, Gantz “cercherà di riconquistare gli alleati internazionali” trascurati da Netanyahu, che si accontentava del sostegno incondizionato che gli concede il presidente americano Donald Trump, in spregio al diritto internazionale.

Gli “europei sono pronti per questo,” vedono nell’ex-militare “qualcuno a cui possono parlare, lo definiscono un partner per la pace, cosa che è risibile,” continua Yara Hawari. “Penso che ciò sia pericoloso.”

A meno che le sfumature non siano anche da decifrare tra le righe. Nel 2015, dopo aver lasciato l’esercito, “Gantz ha fatto un discorso e sostenuto la soluzione dei due Stati,” ricorda Ofer Zalzberg, dell’ICG. Una posizione che non esprime più in pubblico, ma, se riuscisse ad essere eletto, “proporrà una graduale separazione tra i due popoli,” ritiene.

Resta il fatto che l’ex capo di stato maggiore non ha più evocato uno Stato palestinese durante la sua campagna elettorale. Peggio, ha chiaramente affermato la sovranità israeliana sulla valle del Giordano, nella Cisgiordania occupata, quando Netanyahu ha proposto di annetterla – tutt’al più una differenza semantica.

Religiosi contro laici

Né molto avvenente né molto carismatico, Gantz ha raggiunto da zero la cima della politica israeliana grazie a una fortunata congiunzione astrale. Dopo 10 anni di Netanyahu, il paesaggio politico si ricompone soprattutto attorno alla divisione della destra, ormai scissa tra religiosi e laici.

Il primo ministro uscente “è stato estremamente generoso con i partiti ebrei ultra-ortodossi, e la destra laica è rimasta frustrata,” analizza Ofer Zalzberg. “Non vuole più sedersi a fianco dei religiosi.”

Il grande simbolo di questo cambiamento? La rottura, insieme personale ed ideologica, tra Avigdor Lieberman, ex-ministro di Netanyahu, e il suo antico mentore: è lui che ha fatto fallire tutti i tentativi del primo ministro uscente di formare un governo dopo aver provocato le elezioni anticipate ritirandosi un anno fa dalla precedente coalizione.

Trasporti pubblici – ridotti – durante il sabato, giorno di riposo settimanale degli ebrei, durante il quale la religione vieta ai fedeli di lavorare, l’introduzione del matrimonio civile, la sua estensione agli omosessuali…il programma di Benny Gantz su alcune questioni sociali che sono diventate delle grandi sfide durante le ultime elezioni sono in netto contrasto rispetto a quanto imposto dagli alleati ultra-ortodossi di Netanyahu.

La divisione all’interno della destra tuttavia non è sufficiente a far arrivare Gantz alla guida di un governo, è solo sufficiente a impedire a Netanyahu di rimanere primo ministro,” nota Ofer Zalzberg.

Ed è lì tutta la debolezza della campagna di Benny Gantz. In pochi mesi, il militare discreto ha dolcemente instillato nell’opinione pubblica israeliana di essere l’anti-Bibi. Calmo, pragmatico, mette l’accento sull’unità quando Netanyahu ha costruito la sua carriera politica sulle polemiche e sull’incitamento all’odio verso i palestinesi, che siano o meno cittadini israeliani.

Nel mondo d’oggi si osservano due tipologie di politici,” ricorda Ofer Zalzberg. “Quelli di una sorta di politico ribelle, che si presenta come antisistema, e altri che rivendicano l’appartenenza al sistema e difendono le istituzioni. (Gantz) fa chiaramente parte di questa seconda categoria,” di fronte a un Netanyahu che si scaglia contro media e istituzioni come se gli fossero ostili.

Solo che per strappare Israele dalle mani di un dirigente così avvezzo al gioco politico come il primo ministro uscente, in un Paese frammentato e tormentato dalle divisioni, Benny Gantz non può appoggiarsi unicamente su un programma che caldeggia lo status quo.

La sua campagna elettorale non è riuscita a garantirgli la maggioranza: ha ormai poco meno di un mese per immergersi nell’aspra arena politica israeliana e andarsi a cercare il sostegno che ancora gli manca. In caso contrario, il Paese rivoterà per la terza volta in meno di un anno …

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




L’ultima àncora di salvezza: la vera ragione dell’appello di Abbas alle elezioni

Ramzy Baroud

14 ottobre, 2019 – Middle East Monitor

L’appello alle elezioni nei territori occupati da parte del Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese [ANP] Mahmoud Abbas è uno stratagemma politico. Non ci saranno elezioni veramente democratiche sotto la leadership di Abbas. La vera domanda è: innanzitutto, perché lo ha fatto?

Il 26 settembre Abbas ha scelto la sede politica più importante al mondo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per proporre “elezioni generali in Palestina – in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza.”

Il leader palestinese ha fatto precedere al suo annuncio una nobile enfasi sulla centralità della democrazia nei suoi pensieri. “Fin dall’inizio abbiamo creduto nella democrazia come fondamento della costruzione del nostro Stato e della nostra società”, ha detto con inconfondibile disinvoltura. Ma, a conti fatti, è stata solo Hamas a rendere impossibile la missione democratica di Abbas – non Israele, e certo non il retaggio antidemocratico, evidente e corrotto della stessa ANP.

Al suo rientro da New York Abbas ha creato una commissione il cui compito, secondo i media ufficiali palestinesi, è di svolgere consultazioni con varie fazioni palestinesi riguardo alle elezioni che ha promesso.

Hamas ha immediatamente accettato l’invito alle elezioni, pur chiedendo maggiori delucidazioni. La principale richiesta del gruppo islamico, che controlla la Striscia di Gaza assediata, è di svolgere elezioni che comprendano contemporaneamente il Consiglio Legislativo Palestinese (CLP), la presidenza dell’ANP e soprattutto il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP) – la componente legislativa dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

Mentre l’OLP è caduta sotto lo stretto controllo di Abbas e di una cricca interna al suo stesso partito Fatah, le altre istituzioni hanno operato senza alcun mandato democratico e popolare per quasi 13 anni. Le ultime elezioni del CLP si sono tenute nel 2006, seguite da uno scontro tra Hamas e Fatah che ha portato all’attuale rottura politica tra i due partiti. Quanto al mandato di Abbas, anch’esso è scaduto nel 2009. Ciò significa che Abbas, che apparentemente crede “nella democrazia come fondamento della costruzione del nostro Stato”, è un presidente che regna in modo antidemocratico senza alcun mandato per governare i palestinesi.

Non è che i palestinesi rinuncino a esplicitare i propri sentimenti. Più volte hanno chiesto ad Abbas di andarsene. Ma l’ottantatreenne è deciso a rimanere al potere – per quanto si possa definire ‘potere’ sotto il giogo dell’occupazione militare israeliana.

L’opinione prevalente dopo la richiesta di Abbas di elezioni è che, date le circostanze, una simile impresa sia semplicemente impossibile. Tanto per cominciare, dopo aver ottenuto il riconoscimento degli USA di Gerusalemme come capitale, è difficile che Israele permetta ai palestinesi di includere Gerusalemme est occupata in qualunque futura votazione.

D’altro lato, è probabile che Hamas rifiuti l’inclusione di Gaza nelle elezioni se esse fossero limitate al CLP e escludessero la carica di Abbas e il CNP. Senza un voto per il CNP la riorganizzazione e la rinascita dell’OLP resterebbero fantomatiche, un’opinione condivisa da altre fazioni palestinesi.

Essendo consapevole di questi ostacoli, Abbas sa già che le possibilità di reali elezioni eque, libere e veramente inclusive sono minime. Ma la sua proposta è l’ultima, disperata mossa per fermare il crescente risentimento tra i palestinesi e la sua incapacità per decenni di utilizzare il cosiddetto processo di pace per ottenere i diritti del suo popolo a lungo negati.

Ci sono tre principali ragioni che spingono Abbas a compiere questa mossa in questo specifico momento.

Primo, la fine del processo di pace e della soluzione dei due Stati, attraverso una serie di iniziative israeliane e americane, hanno lasciato l’ANP, e soprattutto Abbas, isolati e con scarse disponibilità finanziarie. I palestinesi che hanno sostenuto simili illusioni politiche non sono più la maggioranza.

Secondo, lo scorso dicembre la corte costituzionale dell’ANP ha stabilito che il presidente avrebbe dovuto indire le elezioni entro i prossimi sei mesi, cioè entro giugno 2019. La corte, anch’essa sotto il controllo di Abbas, ha inteso fornire al leader palestinese uno strumento giuridico per sciogliere il parlamento precedentemente eletto – il cui mandato è scaduto nel 2010 – e predisporre nuove basi per la sua legittimazione politica. Tuttavia egli non ha rispettato la decisione della corte.

Terzo, e più importante, il popolo palestinese è chiaramente stufo di Abbas, della sua autorità e di tutti gli intrighi politici delle fazioni. Infatti, secondo un sondaggio dell’opinione pubblica svolto a settembre dal Centro palestinese per la Ricerca Politica e di Opinione, il 61% di tutti i palestinesi in Cisgiordania e Gaza vuole che Abbas si dimetta.

Lo stesso sondaggio indica che i palestinesi rifiutano l’intero discorso politico che è stato alla base delle strategie politiche di Abbas e della sua ANP. Inoltre, il 56% dei palestinesi è contrario alla soluzione dei due Stati; quasi il 50% ritiene che l’azione dell’attuale governo dell’ANP di Mohammed Shtayyeh sia peggiore del precedente e il 40% vuole che l’ANP venga sciolta.

Significativamente, il 72% dei palestinesi vuole che le elezioni legislative e presidenziali si svolgano in tutti i territori occupati. La stessa percentuale vuole che l’ANP interrompa la sua partecipazione all’assedio imposto alla Striscia di Gaza.

Abbas si trova ora nella posizione politica più debole da quando ha preso il potere, molti anni fa. Privo del controllo sugli esiti politici che sono decisi da Tel Aviv e Washington, ha fatto ricorso ad una vaga richiesta di elezioni che non hanno possibilità di successo.

Mentre l’esito è prevedibile, Abbas spera che, per ora, potrà ancora una volta apparire come il leader impegnato che rivolge l’attenzione al consenso internazionale e ai desideri del suo popolo.

Ci vorranno mesi di spreco di energie, di contese politiche e di un imbarazzante circo mediatico prima che l’imbroglio delle elezioni vada in pezzi, lasciando il campo ad un gioco al massacro tra Abbas ed i suoi rivali che potrebbe durare mesi, se non anni.

È difficile che questa sia la strategia che il popolo palestinese – che vive sotto una brutale occupazione ed un soffocante assedio – necessiti o desideri. La verità è che Abbas e qualunque classe politica egli rappresenti sono diventati un vero ostacolo nel cammino di una nazione che ha un disperato bisogno di unità e di una strategia politica seria. Ciò che il popolo palestinese chiede con urgenza non è una timida chiamata al voto, ma una nuova leadership, una richiesta che ha ripetutamente espresso, benché Abbas rifiuti di ascoltare.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I nostri ragazzi: un’altra storia della superiorità morale di Israele

Joseph Massad

10 Ottobre 2019 – Middle East Eye

I tentativi cinematografici dei sionisti americani di rappresentare la colonizzazione della Palestina come una “lotta ebraica per la liberazione nazionale” ottennero un enorme successo con il film “Exodus” del 1960. Il film rese popolare la causa sionista e rimane d’ispirazione per i giovani sionisti americani ed europei.

Exodus” non fa menzione della conquista della terra dei palestinesi e dell’espulsione della maggioranza della popolazione nativa, in quanto i nativi palestinesi vengono mostrati come se non fossero altro che odiosi ostacoli per gli ebrei che costruivano una patria solo per sé.

Superiorità morale 

Un progetto cinematografico più recente che, benché di successo, non ha avuto lo stesso effetto di “Exodus”, è stato il film di Steven Spielberg “Monaco” del 2005.

Il film riguarda lo spirito degli ebrei in Israele negli anni ’70, nel contesto della campagna di Golda Meir [primo ministro israeliano dal 1969 al 1974, ndtr.] per assassinare intellettuali palestinesi in tutta Europa e vendicare l’attacco contro gli atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco del 1972.

Come ho sostenuto nella mia recensione al film, concentrandosi sulla superiorità morale degli ebrei, “Monaco” non si allontana molto dalla propaganda israeliana, che sostiene che i soldati ebrei “sparano e piangono”. Il fatto che la violenza palestinese sia sempre stata in risposta alla conquista e agli assassini sionisti nella logica di “Monaco” è irrilevante.

Il bombardamento da parte dell’aviazione israeliana dei campi di rifugiati in Libano e Siria, che uccise centinaia di rifugiati palestinesi immediatamente dopo la morte degli atleti israeliani, non compare affatto nel film e non sembra compromettere lo spirito degli ebrei israeliani.

Monaco” si chiede se la politica terroristica contro singoli palestinesi scatenata da Meir possa essere stata sbagliata, ma insiste sul fatto che furono i palestinesi che imposero a Israele la scelta del terrorismo. La tesi di “Monaco” è che, poiché gli ebrei hanno un codice morale superiore, Israele non avrebbe dovuto rispondere ai palestinesi nello stesso modo.

I nostri ragazzi”

Questa è esattamente la premessa sottintesa alla nuova serie coprodotta dalla HBO [rete televisiva e di produzione USA, ndtr.] israeliana “I nostri ragazzi”, che recentemente è stata messa in onda su HBO e su Canale 12 in Israele. La serie inizia con il rapimento e l’uccisione di tre giovani coloni ebrei israeliani in Cisgiordania nel 2014 ad opera di due uomini palestinesi che, benché membri di Hamas, agirono di loro iniziativa.

Non veniamo a sapere molto sul rapimento degli adolescenti, la cui condizione di coloni viene appena menzionata, mentre i loro rapitori vengono semplicemente identificati come palestinesi. Questi ultimi non sono nominati fino all’ultimo episodio, quando veniamo informati che l’esercito israeliano li ha uccisi ed ha distrutto con un bulldozer le case delle loro famiglie.

Ma non sappiamo niente delle ragioni per cui i due palestinesi hanno rapito i tre giovani coloni, per non parlare delle loro vicende personali, o delle loro famiglie che vivono a Al-Khalil (Hebron) e della loro lotta contro l’occupazione israeliana e la violenza dei coloni ebrei.

La campagna israeliana che fece seguito al rapimento portò a incursioni dell’esercito israeliano in 1.300 case e negozi palestinesi, all’arresto di più di 800 palestinesi e all’uccisione di 9 di loro. Ma tutto questo non interessa a “I nostri ragazzi”, che si concentra sull’angoscia dell’opinione pubblica ebreo-israeliana.

É in seguito alla scoperta che i tre adolescenti erano stati uccisi, e alla successiva violenza popolare ebraica nelle strade di Gerusalemme e altrove contro civili palestinesi, che si sviluppa la storia dell’uccisione per “vendetta” del sedicenne palestinese Mohammad Abu Khdeir, bruciato vivo da tre coloni ebrei (due cugini adolescenti e il loro zio).

Il rapimento per vendetta

La storia dei tre adolescenti uccisi aleggia sulla serie come la causa principale di tutto quanto si svolge. La serie descrive angosciosamente la macabra vendetta del rapimento del ragazzo palestinese, che si trovava di fronte a casa sua quando venne rapito e strangolato dai due ragazzi ebrei, e poi picchiato con un piede di porco dallo zio che gli diede fuoco quando era ancora vivo.

L’angoscia della serie, e quella dell’opinione pubblica israeliana, è che non avrebbe potuto essere un crimine commesso da ebrei, perché, se gli ebrei lo avessero commesso, lo spirito e la moralità degli ebrei israeliani sarebbero stati compromessi.

Ci viene fornito ogni dettaglio sui terroristi ebrei. Vediamo lo zio suonare la chitarra e cantare per la figlia, preoccuparsi dei nipoti, lottare contro il sentimento di inadeguatezza con il padre (un rabbino mizrahi [ebreo di origini arabe, ndtr.] che tiene una propria scuola religiosa), preoccuparsi per la madre malata, cenare il sabato, fumare con i nipoti nel giardino della sua casa in una colonia ebraica in Cisgiordania, costruita su terra rubata ai palestinesi.

Scopriamo persino che ha traslocato là non per ideologia sionista, che motiva i coloni di destra ashkenaziti [ebrei di origine europea, ndtr.], ma per il basso costo delle case.

Vediamo anche i nipoti adolescenti nel loro contesto familiare. Il più giovane balbetta ed è emotivamente gravato dal peso delle aspettative dei suoi genitori ortodossi perché vada ad una scuola religiosa. Lo vediamo combattere con sentimenti di colpa e disperazione che manifesta durante sedute di cura con un terapista ashkenazita che si occupa della comunità ortodossa.

Sono preoccupazioni e problemi condivisi dal detective ortodosso dello Shabbak (servizio segreto interno di Israele) che risolve il caso. Proviene anche lui da un contesto ebreo ortodosso marocchino e si sente in colpa riguardo alla cura della sua anziana madre e per le aspettative di costei e del fratello ortodosso.

Disumanizzare i palestinesi

Nessuna di queste scene che rendono umani i personaggi riguarda i palestinesi che hanno ucciso i giovani coloni ebrei. In effetti gli unici palestinesi che meritano una piccola parte di scene umanizzanti sono quelle che riguardano i genitori di Abu Khdeir, ma non i suoi fratelli, salvo una minima attenzione per il fratello maggiore. Non vediamo la vita familiare di Abu Khdeir, se non nel contesto del lutto, con palestinesi anonimi che vanno a porgere le condoglianze.

Non li vediamo mai mentre cantano, cenano o si comprano regali a vicenda. Tuttavia li vediamo lavorare per clienti e padroni ebrei e assistiamo alla discussione tra il padre e il giovane Mohammad Abu Khdeir, innamorato di una ragazza profuga siriana a Istanbul, a cui ossessivamente scrive sul suo cellulare trascurando il lavoro.

Apprendiamo che Mohammad ama il ballo di gruppo, o dabkeh. Ma a parte questo, a Mohammad viene dedicata poca attenzione. Altri palestinesi che vengono fatti parlare non hanno una storia personale, tranne Abu Zuhdi, il cui figlio era stato ucciso dall’esercito israeliano e la cui casa è stata demolita come punizione per la sua resistenza all’occupazione.

Abu Zuhdi racconta rapidamente la sua storia, ma senza scene che umanizzino lui o la sua famiglia. A parte questo, i palestinesi vengono mostrati come una folla violenta che sconvolge la tranquillità della loro città occupata, dichiarata capitale di Israele.

Questa serie è trionfalista nel suo rispettare l’obiettività solo a parole, mostrando alcuni aspetti della sofferenza dei palestinesi e della situazione kafkiana in cui si trovano gli Abu Khdeir e gli interrogatori a cui vengono sottoposti.

Tuttavia la simpatia mostrata per gli Abu Khdeir impallidisce rispetto a quella mostrata per i tre terroristi ebrei e per le loro famiglie, al cui strazio e dolore “I nostri ragazzi” dedica la maggior parte delle scene.

Proteste contro la trasmissione

Eppure le discriminazioni che i palestinesi devono sopportare da parte della polizia, dell’apparato di sicurezza, delle leggi e dei tribunali israeliani sono ampiamente mostrati. Di conseguenza ciò ha suscitato la condanna da parte di israeliani che hanno scritto centinaia di lettere di protesta contro la trasmissione e da parte del primo ministro Benjamin Netanyahu, che l‘ha definita “antisemita” e ha chiesto il boicottaggio del canale israeliano che la mette in onda. L’uccisione degli adolescenti israeliani scatenò l’attacco israeliano contro Gaza nell’estate 2014, provocando l’uccisione di 2.251 palestinesi, compresi almeno 551 minorenni, e il ferimento di 11.231 palestinesi, tra cui 3.436 minori.

I nostri ragazzi” mostra di sfuggita, senza dettagli, come i bombardamenti su Gaza siano stati raccontati dalla televisione israeliana. In realtà il giorno prima dell’uccisione di Mohammad la deputata israeliana Ayelet Shaked aveva invocato su Facebook il genocidio del popolo palestinese, una dichiarazione che ottenne migliaia di condivisioni. Meno di un anno dopo diventò ministra della Giustizia di Israele. Per quanto riguarda la serie, questi avvenimenti non sembrano minacciare la moralità israeliana.

Ma la morale della storia che “I nostri ragazzi” vuole raccontare è che i palestinesi che non si oppongono al razzismo e al colonialismo israeliani e che lavorano con o per gli ebrei (lo stesso Mohammad lavorava in un ristorante di proprietà di un israeliano) non meritano di avere un figlio bruciato vivo, in quanto ciò pregiudica la superiorità morale ebraica e danneggia lo spirito degli ebrei israeliani.

Un progetto ideologico

Invece i palestinesi che resistono ad Israele sembrano meritare di essere bruciati vivi con le bombe israeliane senza che ciò rappresenti alcuna minaccia per la superiorità morale di Israele. In effetti la serie, intitolata in ebraico “Ha-Ne’arim”, che significa “giovani uomini”, e maldestramente tradotto in arabo come “Fityan” [che significa “novizi”, ndtr.], è reso in inglese con “I nostri ragazzi”, dove il pronome possessivo si riferisce a Israele.

Il titolo inglese tradisce il progetto ideologico dei produttori della serie (nessuno di loro è palestinese) e dei suoi tre registi israeliani, uno dei quali è un palestinese cittadino di Israele, l’altro un ebreo israeliano ashkenazita e il terzo un colono ebreo americano arrivato da New York con la sua famiglia ortodossa quando aveva 5 anni.

Alla fine della trasmissione i principi morali superiori di Israele e delle sue anime ebraiche sono vittoriosi, vista la condanna del tribunale contro i tre terroristi ebrei, anche se la corte si è rifiutata di accettare la richiesta degli Abu Khdeir di demolire le case degli assassini come Israele fa con i “terroristi” palestinesi.

A parte ciò, “I nostri ragazzi”, come il film “Monaco”, non si stanca di ricordarci che la minaccia alla superiorità morale di Israele e della sua anima ebraica viene dai palestinesi violenti che resistono e non dalle conquiste coloniali, dall’occupazione militare e dal razzismo istituzionalizzato di Israele.

Così facendo, “I nostri ragazzi” segue le orme dell’affermazione razzista di Golda Meir che riassunse perfettamente l’argomento principale della serie: “Possiamo perdonarvi di uccidere i nostri figli, ma non potremo mai perdonarvi di farci uccidere i vostri.”

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Joseph Massad è professore di politica araba contemporanea e di storia del pensiero alla Columbia University di New York. È autore di diversi libri e di articoli accademici e giornalistici. I suoi libri comprendono: ‘Colonial effects: the making of National identity in Jordan’ [Effetti colonialisti: la creazione di un’identità nazionale in Giordania], ‘Desiring arabs’ [Arabi desideranti], ‘The persistence of the palestinian question: essays on zionism and the palestinians’ [La persistenza della questione palestinese: saggi su sionismo e palestinesi], ed il più recente ‘Islam in liberalism’ [L’Islam nel liberalismo]. I suoi libri e i suoi articoli sono stati tradotti in una decina di lingue.

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La corte israeliana approva l’uso di corpi palestinesi come moneta di scambio

Maureen Clare Murphy

19 settembre 2019 Electronic Intifada

Una famiglia palestinese del villaggio di al-Eizariya, dalle parti di Gerusalemme, non ha potuto seppellire il figlio quattordicenne, che è stato ucciso dalla polizia israeliana il mese scorso.

La famiglia di Nassim Abu Rumi ha presentato una istanza all’alta corte israeliana perché venga disposta la restituzione delle sue spoglie che, secondo quanto riferito, verranno trasferite venerdì. Israele restituirà anche i resti di Omar Younis, morto in un ospedale israeliano ad aprile dopo essere stato ucciso dalle forze di occupazione ad un posto di blocco in Cisgiordania.

Israele detiene i resti di oltre una decina di palestinesi recentemente uccisi durante presunti ed effettivi attacchi contro le forze di occupazione e contro civili.

Questo mese, in seguito ad una petizione da parte di diverse famiglie dei cui congiunti Israele è ancora in possesso delle spoglie mortali, la corte suprema del Paese ha decretato la sua decisione politica.

Come ha riportato The Times of Israel, la corte ha stabilito che l’esercito israeliano ha “il diritto legale di trattenere i corpi dei terroristi uccisi per usarli come leva in futuri negoziati con i palestinesi”.

Nel dicembre 2017, la corte ha dichiarato che Israele non ha l’autorità legale di detenere i corpi “fino a quando non venga dato il consenso a determinate disposizioni funebri” da parte della famiglia della vittima palestinese.

Israele, hanno dichiarato i giudici all’epoca, “non può trarre vantaggio dai cadaveri ai fini di negoziati dal momento che non esiste una legge specifica e chiara che gli consenta di farlo”.

L’anno successivo il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato una legge che consente alla polizia di trattenere i corpi dei palestinesi uccisi nella circostanza in cui presumibilmente stiano compiendo un attacco contro israeliani.

Secondo The Times of Israel la legge autorizza i comandanti di polizia a trattenere un corpo se viene stabilito che il funerale della persona uccisa “potrebbe essere utilizzato per compiere un attacco o per fornire una occasione per esaltare il terrorismo”.

“Non ne abbiamo bisogno”

Il ministro della pubblica sicurezza Gilad Erdan, che sovrintende alla polizia israeliana, ha dichiarato al momento dell’approvazione della legge che “il governo non vuole avvantaggiarsi di questi corpi. Per quanto ci riguarda, i cadaveri di questi maledetti terroristi marciranno. Non ne abbiamo bisogno.”

La sentenza della corte suprema israeliana di questo mese, tuttavia, mostra che lo Stato intende utilizzare i corpi come moneta di scambio per proteggere i soldati israeliani ancora trattenuti dai palestinesi.

Le organizzazioni per i diritti umani confutano l’affermazione dell’alta corte secondo cui il rifiuto di restituire i corpi dei palestinesi sia consentito dal diritto internazionale umanitario, che regola i conflitti armati.

Adalah, una organizzazione che sostiene i diritti dei palestinesi in Israele, ha affermato che la sentenza è stata tra le “più eccessive” mai emesse dalla corte, “in quanto mina i principi più elementari dell’umanità universale”.

L’organizzazione per i diritti ha aggiunto che la sentenza del tribunale è la prima al mondo che consente alle autorità statali di detenere corpi in modo che possano essere utilizzati come moneta di scambio.

L’organizzazione palestinese per i diritti umani Al-Haq ha affermato: “La pratica di trattenere i cadaveri equivale a una politica di punizione collettiva”, che è proibita dal diritto internazionale.

Trattenere i corpi, ha aggiunto Al-Haq, è anche “contrario al divieto di tortura e di trattamenti disumani o degradanti”.

Le famiglie che hanno presentato la petizione alla corte hanno dichiarato che “prevedono di ricorrere ai tribunali internazionali nel tentativo di fare tutto il possibile per recuperare i corpi dei loro cari”.

Lasciato morire dissanguato

Un video mostra Nassim Abu Rumi mentre viene ucciso pochi istanti dopo che lui e un altro minore palestinese, il 15 agosto, si sono lanciati con in mano dei coltelli da cucina contro gli agenti di polizia israeliani nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Gli agenti hanno deciso di aprire il fuoco contro i ragazzi come prima istanza, senza usare mezzi meno letali per bloccarli.

L’altro ragazzo è stato gravemente ferito ed è stato accusato di tentato omicidio. Uno spettatore palestinese è stato ferito durante l’incidente e un agente è stato leggermente ferito dai giovani.

I video dell’episodio non mostrano alcun tentativo di prestare un soccorso immediato a nessuno dei ragazzi, una volta colpiti dalla polizia. Un video mostra un agente mentre riceve delle cure.

Una organizzazione per i diritti umani sta richiedendo un’indagine da parte del ministero della Sanità israeliano su un altro caso in cui un sospetto aggressore palestinese è stato lasciato morire dissanguato, anche se un medico della polizia era sul posto.

Yaqoub Abu al-Qiyan è stato ucciso dalla polizia durante quello che ritenevano fosse un tentativo di attentato con l’auto tramite speronamento, durante un raid contro Umm al-Hiran, un villaggio beduino nel sud di Israele non riconosciuto dallo Stato.

L’analisi pubblicata dal gruppo di ricerca britannico Forensic Architecture indica che, contrariamente a quanto affermato dai leader israeliani, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu, Abu al-Qiyan quando, nel gennaio 2017, la polizia ha aperto il fuoco sul suo veicolo, non stava tentando nessun attacco.

I risultati di Forensic Architecture indicano che Abu al-Qiyan, un cittadino israeliano-palestinese, stava guidando lentamente e il suo veicolo ha solo accelerato dopo essere stato colpito dalla polizia, il che suggerisce che egli abbia perso il controllo della sua auto.

Un’indagine interna della polizia, conclusa di recente, ha assolto il medico della polizia [dall’accusa] di negligenza.

Le organizzazioni per i diritti umani affermano che l’incapacità del medico della polizia di prestare le prime cure ad Abu al-Qiyan “non è una carenza specifica, ma un problema sistemico”.

I Physicians for Human Rights-Israel (I Medici per i diritti umani – Israele, n.d.tr.) hanno dichiarato che “Le procedure imprecise sulla presa in cura delle persone ferite in episodi interpretati come attacco terroristico consentono situazioni in cui le persone ferite, ritenute responsabili, non ricevano assistenza”.

“I medici non possono agire in qualità di giudici e di giurie”, ha aggiunto l’associazione. “I medici e l’altro personale sanitario devono trattare tutti i feriti secondo le regole del triage”.

Nella sua indagine su una serie di uccisioni illegali di palestinesi da parte delle forze israeliane, Amnesty International ha dichiarato che le inadempienze nella prestazione delle prime cure – “in particolare l’omissione intenzionale – violano il divieto di tortura e di altre punizioni crudeli, disumani e degradanti”.

L’organizzazione per i diritti umani ha aggiunto che “In quanto tale, la mancata prestazione di assistenza medica dovrebbe essere indagata come crimine”.

Mercoledì scorso, una donna palestinese è stata colpita dalle forze israeliane ad un posto di blocco in Cisgiordania e lasciata sanguinare a morte per strada.

Testimoni oculari hanno affermato che alla donna è stato negato il soccorso immediato. La Palestine Red Crescent Society ha affermato che le forze israeliane hanno impedito ai paramedici di raggiungerla.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mentre l’economia di Gaza è in caduta libera, il carcere per i debitori è sovraffollato

Yousef M. Aljamal

24 settembre 2019 – Mondoweiss

Karam Marwan, di 22 anni, voleva aprire un negozio di videogiochi. Nel 2016 ha ottenuto un prestito di 5.000 dollari da un suo conoscente per aprire l’attività. Marwan si era appena laureato al college in contabilità, ma, date le scarse prospettive di lavoro nella Striscia di Gaza dove vive, ha fatto la scommessa di aprire una piccola attività in proprio. In meno di un anno il negozio di video avrebbe chiuso e Marwan sarebbe andato in prigione con una condanna a tre mesi per non aver potuto restituire il denaro preso a prestito.

Secondo la legge sull’esecuzione delle pene n. 23 approvata nel 2015, a Gaza l’insolvenza dei debiti è un illecito civile punibile con un massimo di 91 giorni di condanna. La normativa consente ai giudici di incarcerare un palestinese che abbia un debito, a prescindere che quel debito sia nei confronti di un tradizionale istituto di credito o di un privato. Nella maggior parte dei casi un giudice media una conciliazione tra debitori e creditori. Ogni anno i programmi di condono di finanziamenti e prestiti gestiti da Hamas, come anche da enti indipendenti no-profit, durante il mese sacro islamico del Ramadan rimborsano o cancellano alcuni debiti, ma molti palestinesi vengono abbandonati a se stessi.

Secondo l’European Asylum Support Office [Ufficio Europeo Assistenza Asilo], a Gaza sono stati incarcerati per debiti solo maschi.

Un portavoce della polizia di Gaza, Ayman al-Batniji, ha detto al canale britannico New Arab che nel 2018 sono stati incarcerati per debiti o prestiti scaduti 93.314 palestinesi, anche se non ha specificato la durata della detenzione. In base ai dati forniti dalla magistratura di Gaza ed analizzati da New Arab ciò segnala un incremento rispetto ai circa 80.000 detenuti a Gaza sia per frode che per debiti nel 2015.

In un rapporto pubblicato lo scorso anno dall’AFP [Agenzia di stampa francese], la polizia di Hamas ha fornito cifre che presentano un andamento contraddittorio, affermando che nel 2017 erano state incarcerate per debiti circa 45.000 persone.

Nel decennio scorso, con una maggior fiducia negli istituti di credito, sempre più palestinesi hanno contratto debiti per affrontare necessità fondamentali della vita o per comprare a rate beni come telefoni cellulari. In uno studio del 2018 Islamic Relief’ [agenzia umanitaria internazionale, ndtr.] ha scoperto che “il 92% delle famiglie si è indebitato per assicurarsi le necessità basilari di cibo o altri beni di uso quotidiano.”

Marwan, il proprietario del negozio di videogiochi, ha contratto un prestito che avrebbe dovuto essere restituito in quote di 200 dollari al mese. “All’inizio tutto andava bene, ma con la prospettiva di interruzioni di elettricità a Gaza, ho dovuto procurarmi l’elettricità privatamente.” L’incremento dei costi per i servizi, unito ad una minor domanda di acquisto di giochi alimentati con l’energia elettrica, ha ridotto le sue entrate.

“Sette mesi dopo l’apertura del negozio i debiti hanno iniziato ad accumularsi”, ha detto Marwan.

Preoccupato, ha chiesto denaro ad amici e conoscenti per ripagare il suo debito. Il creditore gli ha concesso due mesi e poi avrebbe sporto denuncia, ma in quelle otto settimane Marwan ha cercato di sfuggirgli.

“Ho iniziato a spegnere il cellulare e sono andato via da casa. Ho smesso di aprire il negozio per nascondermi all’uomo che pretendeva i suoi soldi”, ha detto.

“Una mattina si è presentato a casa mia un poliziotto che mi ha consegnato una citazione, il che mi ha sconvolto”, ha raccontato Marwan. Per l’ angoscia è finito in ospedale. “Quando sono uscito dall’ospedale sono stato arrestato”, ha detto.

“Il tribunale mi ha condannato a tre mesi di prigione all’anno fino a che non avrò pagato i restanti 4.000 dollari”, ha detto, aggiungendo: “La mia vita in prigione era dura e il marito di mia sorella ha pagato il mio debito.”

Oggi il negozio di Marwan è chiuso e lui è senza lavoro, cosa non rara a Gaza. La Banca Mondiale ha rilevato che il tasso di disoccupazione a Gaza è salito al 52% nel 2018. Nello stesso periodo l’economia, in cui dal 70 all’80% dei redditi proviene dagli aiuti internazionali e dal sostegno dell’Autorità Nazionale Palestinese della Cisgiordania, è scesa dell’8%.

Le condizioni economiche sono peggiorate negli ultimi dieci anni sotto il blocco di Israele ed Egitto iniziato a Gaza nel 2007, dopo che Hamas ha preso il potere. Secondo la Banca Mondiale, mentre nei primi anni di assedio il PIL di Gaza ha continuato a crescere, i danni alle infrastrutture causati da tre guerre in dieci anni e i recentissimi drastici tagli dei finanziamenti dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno portato l’economia di Gaza ad una situazione di “caduta libera”. I palestinesi che adesso non possono pagare l’affitto finiscono in prigione.

Raed al-Hawajri, di 42 anni, vive in una casa di una stanza con la moglie e quattro figli nel campo profughi di al-Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza. Non ha un lavoro fisso o un reddito sicuro, per cui ha difficoltà a pagare l’affitto. Fino a due anni fa ha svolto lavori occasionali come guardia di sicurezza, piastrellista, idraulico e nell’edilizia.

L’affitto gli costa 125 dollari al mese, che lo scorso aprile non ha pagato.

“Ho smesso di lavorare a causa della cattiva situazione economica nella Striscia di Gaza. Sono stato sfrattato da casa dal proprietario, per cui io e la mia famiglia siamo diventati dei senzatetto, che chiedono aiuto a dio e a chi può aiutarci”, ha detto.

Allora il padrone di casa ha tentato di querelare Raed per circa 400 dollari di morosità. Ha sporto denuncia, ma quando Raed non è stato in grado di saldare il conto è stato arrestato. Dopo tre giorni è intervenuto un amico benestante che ha pagato sia il suo debito pregresso che le rate future per l’anno dopo.

Anche i palestinesi che hanno contratto debiti per sostenere spese mediche sono finiti in prigione. A Gaza le malattie croniche affliggono il 42% delle famiglie.

Mofeed Badwan, un uomo di mezza età con una solida carriera come imbianchino, nel 2012 ha contratto un tumore alla gola. È stato curato in un ospedale israeliano sei volte in sei anni per un totale di quattro mesi. Ha speso i risparmi di una vita, 20.000 dollari, per sostenere le spese.

“Sono rimasto senza soldi e ho dovuto pagare tutte le spese e rimborsare di tasca mia le cure in un ospedale israeliano”, ha detto. All’inizio di quest’anno, senza più soldi, Badwan ha cercato di proseguire le cure in un ospedale di Gaza. Ha ottenuto un prestito da due amici e dal suo farmacista.

“Ho dovuto farmi prestare un totale di 10.000 shekel israeliani [oltre 2.500 euro, ndtr.] per sostenere i costi e le spese in medicinali e sono finito in prigione perché non ho potuto restituire i miei debiti”, ha detto. Ha passato due giorni in carcere ed è stato rilasciato eccezionalmente a causa delle sue condizioni di salute.

Moin Rajab, un professore in pensione dell’università Al-Azhar nella Striscia di Gaza, ha detto a Mondoweiss che un crescente numero di palestinesi ha contratto debiti lo scorso anno. Al contempo, negli ultimi due anni, i dipendenti pubblici dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno percepito solo il 70% dei loro salari, mentre migliaia di altri non hanno percepito nulla.

“Credo che affrontare simili contenziosi mettendo di mezzo la polizia non risolverà il problema. La gente deve parlare con personalità pubbliche per risolvere queste questioni, il carcere non è mai una buona soluzione”, ha detto Rajab.

Altri palestinesi sono detenuti nel carcere per debiti contratti per sostenere le spese del matrimonio.

Ismail Sadi, di 27 anni, nel 2017 ha chiesto un prestito per sposarsi. Sadi intendeva restituire la somma con il guadagno dei suoi due lavori. Dava una mano al negozio di oreficeria di suo padre in una stanza della casa dei genitori e guidava un taxi. Viveva in casa dei suoi per risparmiare. Per sposarsi si è fatto prestare circa 2.800 dollari da una società privata di Gaza.

Ha restituito la metà del prestito con 100 dollari al mese. Ma quando il proprietario del taxi ha chiesto la restituzione della sua vettura, “i soldi non erano più sufficienti per pagare la società e sostenere le mie spese famigliari. La società si è rivolta alla polizia perché per tre volte di seguito non ho pagato la rata mensile. La polizia mi ha rintracciato e arrestato”.

Sadi è stato condannato a dieci giorni di carcere.

“Mio padre ha anche cercato di farsi prestare del denaro dai suoi amici e conoscenti per farmi uscire di prigione, ma non ha potuto ottenere l’intera cifra. È riuscito ad avere solo 1000 shekel israeliani [280 dollari] e li ha dati alla società”, ha detto.

Alla fine un’organizzazione senza scopo di lucro ha garantito il denaro per estinguere i debiti dei palestinesi in difficoltà economica. Non è un servizio regolare, avviene occasionalmente a Gaza come forma di assistenza.

“Della gente ricca”, ha detto Sadi, “ha pagato il mio debito nel mese sacro del Ramadan e sono riuscito ad uscire di prigione.”

Yousef M. Aljamal è un profugo di Gaza e attualmente è dottorando in Studi sul Medio Oriente all’università di Sakarya in Turchia. È il traduttore di ‘Sognando la libertà: parlano i bambini palestinesi prigionieri’.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Cosa c’è dietro la campagna saudita contro Hamas?

Adnan Abu Amer

23 settembre 2019 Al Jazeera

Attraverso i ripetuti  arresti dei suoi sostenitori e l’interruzione dei i flussi finanziari verso Gaza, Riyadh cerca di mettere Hamas colle spalle al muro

Il 9 settembre Hamas ha rilasciato una sorprendente dichiarazione ufficiale che condanna gli arresti di alcuni dei suoi sostenitori residenti in Arabia Saudita. Da aprile, decine di palestinesi, giordani e cittadini sauditi sono stati arrestati e accusati di appartenere e sostenere Hamas attraverso la raccolta di donazioni a favore del movimento.

Alcuni sono stati presumibilmente torturati, altri sono stati espulsi; a molti sono state congelate le attività e monitorati i trasferimenti finanziari. Inoltre, sono stati imposti controlli severi sulle rimesse verso i territori palestinesi, cosa che durante l’estate ne ha determinato un blocco quasi completo.

Per mesi, Hamas è rimasto per lo più silenzioso, sperando che la mediazione politica potesse risolvere il problema. Importanti dirigenti di Hamas si sono rivolti ripetutamente alle autorità saudite in merito alla questione chiedendo anche la mediazione di vari funzionari arabi.

La dichiarazione ufficiale che condanna la campagna saudita contro i suoi sostenitori suggerisce che gli sforzi di mediazione siano falliti e che le tensioni non siano state risolte. Sembra che questa crisi sia stata scatenata dall’alleanza saudita con l’amministrazione Trump e il suo “accordo del secolo”, insieme alla sua campagna diplomatica contro l’Iran.

 Relazioni tra Arabia Saudita e Hamas

Dopo la costituzione di Hamas negli anni ’80, la sua leadership ha intrattenuto per anni buoni rapporti con l’Arabia Saudita. Sebbene le autorità saudite non abbiano mai inviato al partito finanziamenti diretti, hanno consentito la raccolta di fondi sul proprio territorio.

All’inizio degli anni 2000, Hamas ha iniziato ad avvicinarsi all’Iran, il che ha inevitabilmente influenzato le relazioni con l’Arabia Saudita. Nel 2007, in seguito alla vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi e agli scontri con Fatah a Gaza, Riyadh ha cercato di mediare la riconciliazione tra i due, ma non è riuscito a farlo, il che ha inasprito ulteriormente l’atteggiamento saudita nei confronti della leadership di Hamas.

Quando nel 2011 è scoppiata la primavera araba e le proteste di massa contro il regime di Assad si sono diffuse in tutta la Siria, Hamas si è trovata sempre di più in conflitto con l’Iran. Mentre i disordini si trasformavano in una guerra civile, il movimento ha deciso di appoggiare l’opposizione siriana, interrompendo di fatto i rapporti con Teheran, schierata con Damasco.

Questo sviluppo  gradito ai sauditi è stato oscurato dal colpo di stato militare del 2013 in Egitto e dalla rimozione del presidente egiziano Mohamed Morsi. Il sostegno saudita all’allontanamento del primo presidente egiziano eletto democraticamente e la contrarietà di Hamas hanno esacerbato le loro relazioni, interrompendo le visite ufficiali della leadership di Hamas a Riyadh.

Il nuovo regime al Cairo ha accresciuto la pressione su Gaza, mentre si approfondiva la crisi nelle relazioni con Fatah. Di conseguenza, sentendosi sempre più isolato, nel 2017 Hamas ha iniziato a riprendere i contatti con l’Iran.

Da allora, le relazioni con Teheran sono notevolmente migliorate, come dimostrato da una visita ufficiale di una delegazione di Hamas nel Paese nel luglio di quest’anno e dal suo incontro con il leader supremo l’ayatollah Ali Khamenei.

Una nuova crisi

L’inizio del riavvicinamento tra Iran e Hamas ha coinciso approssimativamente con la svolta della strategia americana nei confronti dell’Iran. L’amministrazione Trump si è ritirata dall’accordo nucleare e ha annunciato una politica di “massima pressione” verso Teheran, che sia l’Arabia Saudita che Israele hanno accolto con favore.

Allo stesso tempo, Washington ha legato essenzialmente la sua politica verso l’Iran ai suoi sforzi per far passare un “accordo di pace” tra israeliani e palestinesi, che prevede il sostegno da parte degli Stati arabi e la normalizzazione dei loro rapporti con Israele. L’Arabia Saudita ha mostrato abbastanza esplicitamente il suo sostegno al piano.

In questo contesto, gli atteggiamenti ufficiali nei confronti della Palestina hanno cominciato a cambiare.

Il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) ha iniziato a fare pressioni sull’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) perché accettasse l’accordo americano già nel 2017. Nel 2018, circolavano delle voci secondo le quali [MBS] avrebbe minacciato il presidente palestinese Mahmud Abbas e gli avrebbe offerto  sostegno finanziario per incoraggiarlo ad accettare i termini dell’accordo americano.

Quindi, all’inizio di quest’anno, Riyadh ha rivolto il suo sguardo su Gaza. Ad aprile hanno avuto luogo i primi arresti dei sostenitori di Hamas, inclusa la detenzione del dott. Mohammed al-Khodary, da oltre 20 anni responsabile delle relazioni bilaterali. Ciò è stato seguito da un chiaro cambiamento nel linguaggio saudita sui social media e su quelli tradizionali.

A maggio, il quotidiano saudita La Mecca ha pubblicato un elenco di 40 personaggi islamici in tutto il mondo descritti come terroristi influenzati dalle idee dei Fratelli Musulmani. Tra questi, il fondatore di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, l’ex leader Khaled Meshaal, l’attuale leader Ismail Haniya, e i suoi comandanti militari Mohammad al-Deif e Yahya al-Sinwar.

Quindi, durante l’offensiva israeliana contro Gaza, nello stesso mese, attivisti e blogger sauditi hanno scritto tweet di solidarietà con Israele e hanno attaccato Hamas, accusandolo di lavorare per l’Iran e la Turchia e chiedendo a Israele di contrastare quello che hanno definito il “terrorismo” del “sangunario” Hamas. Queste affermazioni sono state unanimemente accolte con favore da Israele.

Secondo i funzionari di Hamas con cui ho parlato, l’Arabia Saudita ha affermato che Hamas deve “risolvere i suoi problemi con gli americani”. Sebbene non sia chiaro cosa significhi in modo specifico, la leadership di Hamas ritiene che questa campagna miri a spingerla ad accettare “l’accordo del secolo” dell’amministrazione Trump e a cessare la sua resistenza armata contro l’occupazione israeliana.

Oltre che cercare di soddisfare il desiderio americano di esercitare pressioni sul movimento e di prosciugarne le fonti di finanziamento, la campagna saudita contro Hamas sta anche tentando di frenarne il riavvicinamento all’Iran.

 E adesso?

La decisione di Hamas di rendere pubblica la campagna saudita contro i suoi membri mostra chiaramente il suo rifiuto di perseguire migliori relazioni con l’Arabia Saudita attraverso il taglio delle relazioni con l’Iran. In passato [Hamas] ha mantenuto relazioni equilibrate con entrambi i Paesi e vuole che ciò continui.

La resistenza di Hamas alle pressioni saudite potrebbe spingere Riyad a intensificare la sua campagna contro il movimento. La sua demonizzazione nei media sauditi probabilmente continuerà, così come gli sforzi per tagliare i suoi canali di finanziamento.

Il regno potrebbe anche esercitare pressioni politiche ed economiche su altri Paesi arabi per dare un giro di vite su Hamas e fare pressioni affinché la Lega araba lo definisca come un’organizzazione terroristica, come fece con Hezbollah nel 2016.

Se la pressione saudita persistesse e aumentasse, ciò inciderebbe senza dubbio sulla precaria situazione di Hamas nella regione e rafforzerebbe le sue relazioni con l’Iran, il quale ha ripristinato il suo sostegno militare e finanziario a favore del movimento.

Mentre Hamas si sentirà sempre più con le spalle al muro, il popolo palestinese sarà quello che ne pagherà il prezzo, poiché nella Striscia di Gaza le condizioni di vita e il disastro economico continueranno a peggiorare .

Per ora, nonostante le attuali tensioni, Hamas appare desideroso di non interrompere completamente le sue relazioni con l’Arabia Saudita. Tenterà di resistere alla tempesta nella speranza che la situazione politica nel regno e nella regione cambi e ci si avvii a un eventuale disgelo nelle relazioni.

Nel contesto del crescente allineamento arabo con le posizioni statunitensi e saudite, questa crisi è vista dai palestinesi come un’ulteriore indicazione del fatto che [essi] sono stati in gran parte lasciati in balia dei loro occupanti e dei loro sostenitori occidentali dai governi arabi.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Il Dr. Adnan Abu Amer è il responsabile del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Ummah a Gaza.

(Traduzione di Aldo Lotta)




Nuovo sondaggio: più del 60% dei palestinesi vuole che Abbas lasci

The Palestine Chronicle – 18 settembre 2019

Secondo un sondaggio, il 60% dei palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza vuole che il Presidente Mahmoud Abbas si dimetta.
Felesteen.ps riferisce che, da una ricerca condotta dal Centro Palestinese di Ricerca Politica e Sondaggi tra l’11 e il 14 settembre, emerge che il 50% dei palestinesi vorrebbe tornare all’Intifada armata, data la mancanza di passi avanti nel processo di pace, mentre il 40% chiede lo scioglimento dell’Autorità Palestinese.

Tra il 32 e il 50% degli intervistati ritiene che i risultati del governo siano peggiori di quelli del suo predecessore.
Il 56% è contrario alla soluzione dei due Stati, con il 37% che preferisce la resistenza armata e il 32% a favore di una soluzione nonviolenta della questione palestinese.

I contrari all’accordo di pace USA, l’“Accordo del Secolo”, raggiungono il 69% e il 72% boccia il coinvolgimento americano nella risoluzione della crisi dei rifugiati palestinesi.


Circa i tre quarti – il 72% – chiedono che si tengano elezioni legislative e presidenziali e vogliono che l’Autorità Palestinese tolga le sanzioni che ha imposto alla Striscia di Gaza sotto assedio.
Il sondaggio ha rilevato che il 63% dei palestinesi di Gaza si sente al sicuro, rispetto al 52% della Cisgiordania; a Gaza, il 43% ha dichiarato di sentirsi libero di criticare Hamas, mentre in Cisgiordania è il 36% che si sente libero di criticare Fatah.

(Middle East Monitor, PC, Social Media)

 

(Traduzione di Elena Bellini)




Ricordare il “disimpegno” di Israele da Gaza

Rebecca Stead

15 agosto 2019 – Middle East Monitor

Cosa: Israele smantellò le sue colonie nella Striscia di Gaza, ritirando tutti i coloni e le truppe di terra dall’enclave.

Dove: Nella Striscia di Gaza, Palestina occupata.

Quando: Il 15 agosto 2005

Cos’è successo?

Il 15 agosto 2005 Israele iniziò il suo disimpegno dalla Striscia di Gaza, che aveva occupato dalla guerra dei Sei Giorni del 1967. Nel corso di 38 anni Israele aveva creato circa 21 colonie nell’enclave costiera e trasferito nel territorio circa 9.000 coloni, in violazione delle leggi internazionali.

Di fronte a costi in vertiginosa ascesa per l’amministrazione del territorio, Israele decise di far uscire dalla Striscia le sue forze armate e i coloni illegali. Mentre le telecamere di tutto il mondo li riprendevano, i coloni che non volevano andarsene vennero portati via a forza dalle proprie case, un momento perfetto di propaganda che dimostrava la “volontà” di Israele di ritirarsi dai territori occupati nel tentativo di “riannodare” il processo di pace.

Quattordici anni dopo Israele non si è in realtà disimpegnato da Gaza: conserva il controllo dei suoi confini terrestri, dell’accesso al mare a allo spazio aereo. La popolazione di 1,9 milioni di Gaza rimane sottoposta a un’occupazione a “controllo remoto” e a un rigido assedio, che ha distrutto l’economia locale e soffocato l’esistenza dei palestinesi.

Il grande piano di Sharon

Benché il disimpegno sia iniziato nel 2005, la politica era già in atto da tempo. Nel mezzo della Seconda Intifada – una rivolta popolare nei territori palestinesi che ebbe luogo tra il settembre del 2000 e gli inizi del 2005 – l’allora primo ministro Ariel Sharon propose il disimpegno dalla Striscia di Gaza.

Prima delle elezioni israeliane del 2003, Sharon aveva manifestato il proprio appoggio alla continuazione della colonizzazione del suo Paese nella Striscia, affermando che “il destino di Tel Aviv è quello di Netzarim”, una colonia nel sud della Striscia di Gaza. Eppure dopo la sua elezione Sharon sembrò aver cambiato parere, spiegando nel dicembre di quell’anno che “l’obiettivo del piano di disimpegno è ridurre il più possibile il terrorismo e garantire ai cittadini israeliani il massimo livello di sicurezza.”

Proseguì: “Il processo di disimpegno porterà a un miglioramento della qualità di vita (degli israeliani), aiuterà a rafforzare l’economia israeliana, (…) incrementerà la sicurezza degli abitanti di Israele e ridurrà la pressione sulle IDF (Forze di Difesa Israeliane) e sulle forze di sicurezza.”

In una lettera dell’aprile 2004 all’allora presidente USA George Bush, Sharon sottolineò la sua visione del disimpegno, proponendo che Israele “trasferisse le installazioni militari e tutti i villaggi e cittadine israeliane dalla Striscia di Gaza.” Il piano includeva l’eliminazione di quattro colonie illegali dalla Cisgiordania settentrionale.

Nell’ottobre di quell’anno, la Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] approvò in via preliminare alla proposta di Sharon. Uno dei più accesi critici fu il ministro degli Affari Esteri Benjamin Netanyahu, che minacciò di dimettersi dal governo salvo che Sharon non avesse sottoposto il progetto a un referendum. Alla fine fece marcia indietro, citando la “nuova situazione” presentata dalla prevista dipartita del leader palestinese di lungo corso Yasser Arafat, che morì l’11 novembre 2004.

Nel febbraio 2005 il piano di disimpegno venne approvato ufficialmente dalla Knesset, mentre in marzo ai cittadini israeliani che non vivessero già nella Striscia di Gaza venne vietato di insediarsi nel territorio. La scena era pronta.

Luci, motore, azione

Il 15 agosto Israele iniziò a realizzare il disimpegno. Gush Katif – un blocco di colonie nel sud della Striscia – venne dichiarato zona militare chiusa e il valico di Kissufim, la principale arteria che collegava la colonia a Israele, venne chiuso.

Alle 8 ora locale (le 5 ora di Greenwich) forze israeliane entrarono a Gush Katif, andando di casa in casa con l’ordine che i coloni se ne dovevano andare. Alcuni accettarono di farlo in modo pacifico, essendogli stato offerto un pacchetto di misure di indennizzo fino a 500.000 dollari. Altri si rifiutarono di andarsene, obbligando l’esercito israeliano a portarli via con la forza dalle loro colonie.

Immagini di coloni portati via a calci dalle loro abitazioni e che gridavano vennero diffuse in tutto il mondo. Alcuni bambini dei coloni lasciarono le proprie case con le mani in alto, con stelle di David gialle simili a quelle che contraddistinguevano gli ebrei durante l’Olocausto. Questi “fiumi di lamenti” vennero descritti dalla stampa israeliana come “kitsch” e “squallidi”, mentre molti israeliani criticarono duramente l’invocazione dell’Olocausto da parte dei coloni.

Come notò Donald Macintyre – l’ex capo dell’ufficio dell’“Independent” [giornale britannico di centro sinistra, ndtr.] a Gerusalemme – nel suo libro “Gaza: preparandosi all’alba”: “C’era qualcosa di teatrale in questo congedo forzoso – e in tutto il ritiro israeliano da Gaza.”

Il 22 agosto l’evacuazione era stata in buona misura completata. Le forze israeliane distrussero con i bulldozer migliaia di case, edifici pubblici e luoghi di culto; persino i cadaveri nei cimiteri ebraici vennero esumati e sepolti di nuovo in Israele.

La maggior parte dell’apparato militare israeliano venne rimosso e il 21 settembre il governo dichiarò che la Striscia di Gaza era territorio extragiudiziale e designò i valichi nell’enclave come confini internazionali che richiedevano documenti di viaggio.

Nei giorni seguenti i palestinesi camminarono per le vie delle colonie ora abbandonate che erano state loro vietate per decenni. I bambini raccolsero palloni e giocattoli lasciati dai bambini israeliani per portarli a casa ai propri fratelli. Alcuni erano felici che l’occupazione se ne fosse andata, mentre altri corsero al mare che prima non potevano raggiungere. I festeggiamenti non sarebbero durati a lungo.

Come evidenziò Macintyre, benché il disimpegno “rappresentasse certamente un precedente storico, il paradosso era che segnava anche l’inizio di un decennale e opprimente blocco economico di Gaza e di tre attacchi militari da parte di Israele più devastanti di ogni altro nella turbolenta storia del territorio.”

Forse i semi di quello che stava per avvenire erano stati seminati nel settembre 2005. Meno di una settimana dopo che Israele aveva dichiarato Gaza territorio extragiudiziale, aerei da guerra israeliani bombardarono la Striscia, uccidendo parecchi palestinesi, tra cui il comandante della Jihad islamica Mohammed Khalil. Gli attacchi israeliani colpirono anche una scuola e altri edifici che [Israele] sosteneva fossero stati usati per costruire razzi.

La narrazione di Israele riguardo al disimpegno sostiene che, in seguito alla sua decisione di lasciare la Striscia, ai palestinesi era stata offerta una grande opportunità di diventare economicamente prosperi. Questa narrazione spesso ricorda le serre lasciate dai coloni che, a quanto si dice, vennero immediatamente distrutte dai palestinesi con un caratteristico delirio di imprevidenza.

Tuttavia, anche se qualche serra venne depredata di alcune parti, esse rimasero in grande misura intatte. Il raccolto di novembre rese un valore di 20 milioni di dollari in frutta e verdure pronte da esportare in Europa e altrove, molte delle quali marcirono per il caldo autunnale in quanto rimasero in attesa dei controlli di sicurezza al valico di confine di Karni. Secondo stime dell’ONU, solo il 4% del raccolto stagionale venne esportato.

Occupazione a controllo remoto

Nel gennaio 2006 nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania occupata si tennero le elezioni per il consiglio legislativo palestinese (CLP). Hamas, all’epoca un movimento popolare palestinese, vinse 74 dei 132 seggi, battendo tra i più votati Fatah – che aveva dominato la politica palestinese per decenni. Ismail Haniyeh, del movimento islamico, venne eletto primo ministro dell’ANP.

A febbraio Israele sospese il trasferimento dei dazi doganali all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imponendo limitazioni agli spostamenti dei membri di Hamas a Gaza. Dopo che Fatah rifiutò di collaborare con il governo guidato da Hamas – e una fazione all’interno di Fatah venne sostenuta da Israele e dagli USA per fare un colpo di stato contro Hamas – ne seguì una guerra civile di fatto, che portò a una definitiva divisione del governo nel giugno 2007 e al consolidamento del potere di Hamas nella Striscia, con Fatah che continuò a governare a Ramallah sotto Mahmoud Abbas. La fine del 2007 vide Israele chiudere totalmente i confini di Gaza, sottoponendola a un duro assedio che continua fino ad oggi.

Nel corso dell’assedio, arrivato ormai ai 12 anni, Israele ha continuato a strangolare Gaza a distanza. Dopo tre pesanti offensive militari israeliane – in cui sono stati uccisi circa 4.000 palestinesi – e innumerevoli attacchi aerei, le infrastrutture e il sistema sanitario della Striscia sono a pezzi. Circa il 54% della popolazione di Gaza ora è disoccupata, mentre il 53% vive al di sotto della soglia ufficiale di povertà di 2 dollari al giorno.

Invivibile”, “prigione a cielo aperto” e occupazione “a controllo remoto” sono diventati luoghi comuni quando si descrive oggi l’enclave costiera. Gaza rimane un territorio occupato, senza controllo sui suoi confini, sulle acque del territorio o sullo spazio aereo. Nel contempo Israele rispetta ben poche delle sue responsabilità in quanto potere occupante, non provvedendo alle necessità fondamentali dei civili palestinesi che vivono nel territorio.

In Israele il disimpegno viene generalmente visto come un errore, non a causa delle misere condizioni umanitarie che colpiscono i palestinesi in conseguenza di ciò, ma perché non ha portato alcun “vantaggio per la sicurezza o diplomatico” a Israele.

Oggi importanti personalità del sistema politico israeliano, compresa la ministra della Cultura Miri Regev e il presidente della Knesset Yuli Edelstein, hanno manifestato pentimento per il disimpegno di Israele da Gaza. Politici di destra come la leader di “Yemina”, Ayelet Shaked, e il ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich hanno chiesto l’annullamento del disimpegno e la ricostruzione delle colonie israeliane illegali là.

Nella corsa alle elezioni politiche israeliane del settembre 2019, le seconde quest’anno, il reinsediamento nella Striscia di Gaza è stato propagandato da quei ministri di destra come modo per rimediare all’errore storico di Sharon. Con gli stessi politici che invocano attivamente l’annessione dell’Area C della Cisgiordania a Israele, il prossimo mandato della Knesset potrebbe vedere Israele ri-colonizzare la Striscia di Gaza e porre ancora una volta la popolazione palestinese sotto diretto potere militare [israeliano].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Piani di guerra contro Gaza mostrano la brutta strada che ha preso l’esercito israeliano

Shir Hever

6 agosto 2019 – Middle East Eye

Il nuovo capo dell’esercito pare intenzionato ad assecondare l’opinione pubblica di destra

Sono stati in parte rivelati piani di guerra per una possibile futura invasione di Gaza, mentre l’esercito israeliano delinea la strategia per una di campagna ad alta intensità per danneggiare le infrastrutture civili e indebolire Hamas, pur lasciandogli la possibilità di governare.

Gadi Eizenkot, capo dell’esercito israeliano prima di Aviv Kochavi, , è stato responsabile dell’ uccisione di circa 200 manifestanti palestinesi durante la Grande Marcia del Ritorno di Gaza, ma è comunque stato criticato in quanto troppo di sinistra. Ha chiesto che il soldato Elor Azaria venisse punito per aver giustiziato un palestinese ferito a Hebron, ha segnalato al governo che una crisi umanitaria danneggerebbe gli interessi di Israele e ha insistito che le truppe israeliane facciano ricorso al minimo indispensabile di forza per evitare che i palestinesi raggiungano la barriera di Gaza.

È chiaro che invece Kochavi asseconderà l’opinione pubblica israeliana di destra piuttosto che alimentare la leggenda secondo cui l’esercito israeliano è “il più morale al mondo”.

I nuovi progetti per Gaza sono l’ultima di una serie di iniziative che dimostrano come Kochavi condurrà l’esercito israeliano su un sentiero che porterà verso un aumento della violenza.

Falciare il prato”

La prima di queste mosse è stato il suo discorso di insediamento, in cui Kochavi ha affermato che avrebbe potenziato un esercito “letale”. La seconda è stata in giugno, quando si è saputo che Kochavi si aspetta centinaia di vittime nemiche al giorno e “un’eliminazione fisica aggressiva … ogni un’unità militare dovrà dimostrare la distruzione di più del 50% delle forze nemiche: vale per il Libano come per Gaza.”

Poi, a luglio, Kochavi ha nominato il noto brigadiere generale Ofer Winter al comando della 98ttesima “divisione di fuoco” dell’esercito, già comandata dallo stesso Kochavi.

Per anni Eizenkot ha ignorato Winter per la sua eccessiva aggressività contro i civili. Costui ha descritto l’invasione di Gaza nel 2014 come una guerra di religione contro gli “empi” palestinesi. Winter è stato anche responsabile dell’attacco contro Rafah noto come “venerdì nero” [le truppe israeliane attaccarono i civili palestinesi durante una tregua, causando decine di morti, ndtr.].

Non è un caso che la furia di Kochavi sembri concentrata su Gaza. Ai generali israeliani piace l’espressione “falciare il prato” in riferimento ai periodici attacchi contro Gaza, come se fosse un terreno incolto da tenere sotto controllo (al costo di migliaia di vittime) affinché non diventi una minaccia per la sicurezza di Israele.

Ma trasformare Gaza in un campo di sterminio serve anche agli interessi delle industrie belliche israeliane, che vi possono testare le proprie armi, e consente alle truppe israeliane di placare la sete di sangue e recuperare fiducia in se stesse.

Sollevare il morale

Nel 2006, dopo la fallita invasione del Libano, il morale tra le truppe israeliane era basso. In previsione delle elezioni del febbraio 2009 il governo israeliano volle ottenere una facile vittoria con il minimo di vittime da parte israeliana. Nel dicembre 2008 Israele lanciò un attacco di tre settimane contro Gaza, uccidendo più di 1.400 palestinesi.

In questi giorni il morale dell’esercito è di nuovo basso, in quanto la resistenza non violenta dei palestinesi ha obbligato le truppe israeliane ha mostrare moderazione. Negli ultimi anni i livelli di reclutamento sono scesi sotto il 50%, il che suggerisce che, anche se il servizio militare è obbligatorio, sia facile ottenere l’esonero. Le reclute si aspettano un servizio militare “gratificante”, la possibilità di “sentirsi uomini” e di usare armi letali. I mezzi di comunicazione di destra descrivono i soldati che evitano di sparare ai civili come soggetti a un’“umiliazione”.

Molti soldati hanno espresso solidarietà con Azaria, che ha infranto le regole ed ha ucciso un uomo indifeso, e disprezzo per Eizenkot, che si è rifiutato di fargliela passare liscia. Sulle reti sociali alcuni hanno manifestato la propria frustrazione nei confronti di ordini che impediscono loro di usare armi letali contro manifestanti palestinesi.

L’esercito e il ricercatore per i diritti umani Avihai Stollar hanno fatto luce sulle orrende ferite, che hanno provocato disabilità e morte, patite dai palestinesi lungo la barriera di Gaza. Stollar ha spiegato che i cecchini sono equipaggiati con due tipi di fucili, e se scelgono di utilizzare da vicino un fucile a lunga gittata possono volontariamente provocare danni e sofferenze eccessivi a manifestanti disarmati.

Reclamare a gran voce di agire

Ogni comandante militare impara che vittoria e sconfitta sono termini relativi, da misurare rispetto agli obiettivi strategici stabiliti all’inizio del conflitto. È quindi degno di nota che il piano di battaglia di Koshavi manchi di obiettivi strategici. Non c’è nessuna volontà di ristabilire il controllo diretto su Gaza, o di spodestare Hamas. È un piano per una incursione rapida, che semini morte e distruzione, per poi ritirarsi velocemente.

Credo che due obiettivi non dichiarati siano testare nuove armi e ricostituire la disciplina militare.

Per le compagnie di armamenti ogni attacco contro Gaza è un’opportunità per esibire le proprie tecnologie eperciò Kochavi ha detto alla stampa che nella sua nuova battaglia contro Gaza è incluso l’acquisto di nuove armi.

Ancor più importante, dare alle reclute l’opportunità di impegnarsi in una sanguinosa operazione militare – anche unilaterale – è fondamentale per mantenere la disciplina di un esercito israeliano indisciplinato che chiede di agire.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Shir Hever

Shir Hever è un membro del direttivo di “Jewish Voice for a Just Peace in the Middle East” [Voci Ebraiche per una Giusta Pace in Medio Oriente, organizzazione di ebrei contrari all’occupazione attiva in Germania, ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)