Accordo del secolo

L’“accordo del secolo”? La benedizione americana al furto di terre e alla ghettizzazione dei palestinesi da parte di Israele

Nel corso degli ultimi 18 mesi la squadra di Trump per il Medio oriente sembra aver iniziato ad applicare il piano anche se non l’ha ancora reso pubblico

 

Jonathan Cook

 

Venerdì 10 maggio 2019 – Middle East Eye

 

Un rapporto pubblicato questa settimana dal giornale Israel Hayom che svelerebbe in apparenza “l’accordo del secolo” di Donald Trump dà l’impressione di un piano di pace che avrebbe potuto essere elaborato da un agente immobiliare o da un venditore di automobili.

Ma se l’autenticità del documento non è dimostrata, e al contrario persino messa in discussione, esistono seri motivi per credere che apra la strada a ogni futura dichiarazione dell’ amministrazione Trump.

 

Grande Israele

Si tratta soprattutto di una sintesi della maggior parte delle pretese della destra israeliana per la creazione del Grande Israele, con qualche concessione destinata ad ammansire i palestinesi – la maggior parte delle quali con l’obiettivo di alleggerire parzialmente lo strangolamento dell’economia palestinese da parte di Israele.

È esattamente ciò a cui assomiglierebbe l’“accordo del secolo” in base alle dichiarazioni del mese scorso di Jared Kushner che davano un primo quadro di questo piano.

L’organo di stampa che ha pubblicato la fuga di notizie è altrettanto significativo: Israel Hayom. Questo giornale israeliano appartiene a Sheldon Adelson, un miliardario americano dei casinò, uno dei principali donatori del partito repubblicano [USA, ndtr.] e uno dei maggiori finanziatori della campagna elettorale di Trump per la campagna presidenziale.

Adelson è anche un fedele alleato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Nell’ultimo decennio il suo giornale non ha fatto altro che servire da portavoce dei governi ultranazionalisti di Netanyahu.

 

Netanyahu responsabile della fuga di notizie?

Adelson e Israel Hayom  hanno facile accesso alle figure più rappresentative delle amministrazioni americana e israeliana. Ed è stato ampiamente denunciato che nel giornale si scrivono poche cose interessanti senza che non siano state approvate in precedenza da Netanyahu o dal suo proprietario all’estero.

Il giornale ha rimesso in dubbio l’autenticità e la credibilità del documento, che è stato diffuso sulle piattaforme delle reti sociali, suggerendo persino che “è assolutamente possibile che il documento sia un falso” e che il ministero degli Esteri israeliano aveva deciso di occuparsi della questione.

La Casa Bianca aveva già informato che, dopo lunghi rinvii, aveva l’intenzione di svelare finalmente “l’accordo del secolo” il mese prossimo, dopo la fine del mese sacro per i musulmani del Ramadan.

Un responsabile anonimo della Casa Bianca ha dichiarato al giornale che il documento divulgato era “ipotetico” e “inesatto” – il genere di debole smentita che potrebbe ugualmente significare che il rapporto è, in effetti, in gran parte esatto.

Se il documento si rivela autentico, Netanyahu sembra essere il colpevole più probabile della divulgazione. Ha supervisionato il ministero degli Esteri per anni e Israel Hayom è spesso definito come il “Bibiton”, o il giornale di Bibi, dal soprannome del primo ministro.

Tastare il terreno

Il presunto documento, come l’ha pubblicato Israel Hayom, sarebbe un disastro per i palestinesi. Supponendo che Netanyahu ne approvi la divulgazione, le sue motivazioni non sarebbero forse molto difficili da individuare.

Da un certo punto di vista la divulgazione potrebbe costituire un mezzo efficace per Netanyahu e l’amministrazione Trump per tastare il terreno, per lanciare un ballon d’essai e decidere se osare pubblicare il documento così com’è o se devono apportarvi delle modifiche.

Ma è anche possibile che Netanyahu sia forse arrivato alla conclusione che mettere palesemente in pratica l’essenza di quello che già riesce a fare di nascosto potrebbe avere un prezzo non gradito – un prezzo che al momento potrebbe preferire evitare.

La fuga di notizie intende provocare un’opposizione anticipata al piano che arrivi sia da Israele che dai palestinesi e dal mondo arabo, nella speranza di impedire chee venga reso pubblico?

Forse ha sperato che le indiscrezioni, e la reazione che esse suscitano, obblighino la squadra di Trump per il Medio Oriente a rimandare di nuovo la pubblicazione del piano o a impedirne totalmente la diffusione.

Tuttavia, che “l’accordo del secolo” sia o no svelato tra poco, il documento divulgato – se è autentico – dà un’idea plausibile del pensiero dell’amministrazione Trump.

Dato che la squadra di Trump per il Medio oriente sembra aver cominciato ad applicare il piano, anche se quest’ultimo non è stato reso pubblico, durante gli ultimi otto mesi – dallo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme al riconoscimento dell’illegale annessione da parte di Israele delle alture siriane del Golan – questa fuga di notizie permette di far luce su come si articolerebbe la “soluzione” americano-israeliana del conflitto israelo-palestinese.

 

Annessione della Cisgiordania

L’entità palestinese proposta sarebbe denominata “Nuova Palestina”, ciò che costituirebbe probabilmente una pagina del manuale di strategia di Tony Blair, ex-primo ministro britannico diventato ambasciatore della comunità internazionale in Medio oriente dal 2007 al 2015.

Negli anni ’90 Blair ha allontanato il suo stesso partito, il partito Laburista, dalla sua tradizione socialista, poi lo ha ribattezzato il partito favorevole alle imprese, che ha dato come risultato – sbiadita copia di quello che era – il “New Labour”.

Il nome “Nuova Palestina” maschera efficacemente il fatto che questa entità demilitarizzata sarebbe sprovvista dei caratteri e dei poteri normalmente attribuiti a uno Stato. Secondo le rivelazioni, la Nuova Palestina non esisterebbe che su un’infima frazione della Palestina storica.

Tutte le colonie illegali di popolamento in Cisgiordania sarebbero annesse a Israele, ciò che sarebbe in linea con l’impegno preso da Netanyahu poco prima delle elezioni legislative dello scorso mese. Se il territorio annesso comprende la maggior parte della zona C, il 62% della Cisgiordania su cui in base agli accordi di Oslo Israele si è visto accordare un controllo temporaneo e che la destra israeliana intende insistentemente annettere, alla Nuova Palestina resterebbe il controllo del 12% della Palestina storica.

In altre parole l’amministrazione Trump sembra pronta a dare la propria benedizione a un Grande Israele che comprenda l’88% delle terre rubate ai palestinesi nel corso degli ultimi 70 anni.

“Nuova Palestina”

Ma è molto peggio di questo. La Nuova Palestina esisterebbe sotto forma di una serie di cantoni separati, o Bantustan, circondati da un oceano di colonie israeliane – ormai definite parte di Israele. L’entità sarebbe fatta a pezzi e tagliata come nessun altro Paese al mondo.

La Nuova Palestina non avrebbe un esercito, ma solo una forza di polizia con armi leggere. Non potrebbe agire che come una serie di municipalità scollegate tra loro.

In realtà è difficile immaginare come la “Nuova Palestina” cambierebbe in modo sostanziale la triste situazione attuale dei palestinesi. Non si potrebbero spostare tra questi cantoni se non attraverso lunghi giri, delle circonvallazioni e dei tunnel. Più o meno come ora.

 

Municipalità osannate

Il solo vantaggio proposto dal presunto documento è un progetto di bustarelle proveniente dagli Stati Uniti, dall’Europa e da altri Stati sviluppati, anche se finanziato principalmente dai ricchi Stati petroliferi del Golfo, in modo da alleviare la loro coscienza per aver spogliato i palestinesi delle loro terre e della loro sovranità.

Questi Stati forniranno 30 miliardi di dollari (26 miliardi di euro) in cinque anni per aiutare la Nuova Palestina a creare e a gestire i suoi municipi osannati. Se vi sembra una grossa somma di denaro, ricordatevi che ciò rappresenta otto miliardi di dollari in meno rispetto all’aiuto che gli Stati Uniti consegnano da un decennio a Israele per comprare armi e aerei da guerra.

Nel documento non compare chiaramente quello che succederà alla Nuova Palestina dopo questo periodo di 5 anni. Ma, considerato che il 12% della Palestina storica attribuita ai palestinesi costituisce il territorio più povero di risorse della regione – privato da Israele di risorse idriche, di coesione economica e di risorse chiave utilizzabili come le cave della Cisgiordania – è difficile non vedere il naufragio annunciato dell’entità dopo l’affievolirsi del flusso iniziale di denaro.

Anche se la comunità internazionale accettasse di destinare più soldi, la Nuova Palestina sarebbe per sempre totalmente dipendente dagli aiuti.

Gli Stati Uniti e altri Paesi sarebbero in grado di aprire o chiudere i rubinetti in base al “buon comportamento” dei palestinesi – come avviene attualmente. I palestinesi vivrebbero in modo permanente nel timore per le conseguenze delle critiche dei guardiani della loro prigione.

Fedele al suo impegno di far pagare al Messico la costruzione del muro lungo la frontiera sud degli Stati Uniti, a quanto pare Trump vorrebbe che l’entità palestinese pagasse Israele per fornirle una sicurezza militare. In altri termini, gran parte di questo aiuto di 30 miliardi di dollari ai palestinesi si ritroverebbe probabilmente nelle tasche dell’esercito israeliano.

È interessante notare che il presunto articolo sostiene che sono gli Stati produttori di petrolio, e non i palestinesi, che sarebbero i “principali beneficiari” dell’accordo. Ciò indica come l’accordo di Trump sia venduto agli Stati del Golfo: è un’occasione per loro di legarsi totalmente a Israele, alla sua tecnologia e alle sue capacità militari, in modo che il Medio oriente possa seguire le orme delle “tigri economiche” dell’Asia.

 

Pulizia etnica a Gerusalemme

Gerusalemme è descritta come una “capitale condivisa”, ma le clausole scritte in piccolo dicono tutt’altro. Gerusalemme non sarebbe divisa, con da una parte l’est palestinese e dall’altra l’ovest israeliano, come per lo più si era previsto. Invece di ciò, la città sarebbe diretta da una municipalità unificata sotto controllo israeliano. Esattamente come ora.

La sola concessione significativa ai palestinesi sarebbe che gli israeliani non sarebbero autorizzati a comprare case palestinesi, impedendo – almeno in teoria – l’assunzione del controllo di Gerusalemme est in modo più pesante da parte dei coloni ebrei.

Ma, dato che in cambio i palestinesi non sarebbero autorizzati a comprare delle case israeliane e che la popolazione palestinese a Gerusalemme est soffre già di una grave carenza di alloggi e che un’amministrazione comunale israeliana avrebbe il potere di decidere dove le case potrebbero essere costruite e per chi, è facile immaginare che la situazione attuale – Israele che si serve del controllo della gestione del territorio per cacciare i palestinesi da Gerusalemme – semplicemente continuerebbe.

In più, siccome i palestinesi a Gerusalemme sarebbero dei cittadini della Nuova Palestina, e non di Israele, quelli che sarebbero incapaci di installarsi in una Gerusalemme sotto dominazione israeliana non avrebbero altra scelta che emigrare in Cisgiordania. Sarebbe esattamente la stessa forma di pulizia etnica burocratica che i palestinesi stanno sperimentando attualmente.

Gaza aperta verso il Sinai

Riprendendo le recenti affermazioni di Jared Kushner, genero di Trump e consigliere per il Medio oriente, i vantaggi del piano per i palestinesi sono tutti legati ai potenziali utili economici e non politici.

I palestinesi sarebbero autorizzati a lavorare in Israele, come avveniva normalmente prima di Oslo, e verosimilmente, come allora, unicamente nei lavori peggio pagati e più precari, nei cantieri edili e in agricoltura.

Un corridoio terrestre, sicuramente sorvegliato da contractors militari israeliani che i palestinesi dovranno pagare, dovrebbe ricollegare Gaza alla Cisgiordania. Confermando informazioni precedenti relative ai progetti dell’amministrazione Trump, Gaza sarebbe aperta al mondo, e sul vicino territorio del Sinai sarebbero creati una zona industriale e un aeroporto.

Questa terra – la cui estensione sarebbe da definire nei negoziati – sarebbe presa in affitto all’Egitto.

Come sottolineato in precedenza da Middle East Eye, tale decisione rischierebbe di incoraggiare progressivamente i palestinesi a considerare il Sinai, invece di Gaza, come il centro della loro vita, un altro mezzo per procedere alla progressiva pulizia etnica.

Nel contempo la Cisgiordania sarebbe collegata alla Giordania da due passaggi di frontiera – probabilmente attraverso corridoi terrestri che attraverserebbero la valle del Giordano, che dovrebbe essere annessa anch’essa a Israele. Di nuovo, con i palestinesi chiusi in cantoni non collegati e circondati dal territorio israeliano, c’è da supporre che con il tempo molti cercherebbero una nuova vita in Giordania.

Nel corso di tre anni i prigionieri politici palestinesi sarebbero liberati dalle prigioni israeliane sotto l’autorità della Nuova Palestina. Tuttavia il piano non dice niente sul diritto al ritorno per i milioni di rifugiati palestinesi, i discendenti di quelli che sono stati cacciati da casa loro durante le guerre del 1948 e del 1967.

Pistola alla tempia

Alla maniera di don Corleone, l’amministrazione Trump sembra pronta a mettere una pistola alla tempia dei dirigenti palestinesi per obbligarli a firmare l’accordo.

Secondo il rapporto divulgato, gli Stati Uniti vieterebbero qualunque trasferimento di denaro ai palestinesi dissidenti, con lo scopo di obbligarli a sottomettersi.

Questo presunto piano esigerebbe che Hamas e la Jihad islamica si disarmino consegnando le loro armi all’Egitto. Se rifiutassero l’accordo, il rapporto sostiene che gli Stati Uniti autorizzerebbero Israele ad “attentare” contro i dirigenti – per mezzo di assassini extragiudiziari che costituiscono da molto tempo il pilastro della politica israeliana riguardo ai due gruppi.

Ciò che è meno credibile è il fatto che il presunto documento suggerisce che la Casa Bianca sarebbe pronta a dimostrare la propria fermezza anche nei confronti di Israele, tagliando l’aiuto americano se Israele non rispettasse i termini dell’accordo.

Dato che Israele ha regolarmente infranto gli accordi di Oslo – e il diritto internazionale – senza dover affrontare gravi sanzioni, è facile immaginare che in pratica gli Stati Uniti troverebbero delle soluzioni per evitare che Israele debba pagare le conseguenze di ogni violazione dell’accordo.

Imprimatur americano

Il presunto documento presenta tutte le caratteristiche del piano Trump, o almeno di una sua versione recente, perché descrive nero su bianco la situazione che Israele ha creato per i palestinesi nel corso di questi ultimi vent’anni.

Ciò dà semplicemente a Israele l’imprimatur ufficiale degli Stati Uniti per il furto massiccio delle terre e la riduzione in cantoni dei palestinesi.

Dunque, se offre alla destra israeliana la maggior parte di quello che vuole, che interesse ha Israel Hayom – portavoce di Netanyahu – a compromettere il suo successo divulgandolo?

Alcune ragioni potrebbero spiegarlo.

Israele ha già raggiunto tutti i suoi obiettivi – rubare la terra, annettere le colonie di insediamento, consolidare il suo controllo esclusivo su Gerusalemme, fare pressione sui palestinesi perché se ne vadano dalla loro terra e partano per gli Stati vicini – senza annunciare ufficialmente che si tratta del suo piano.

Ha realizzato grandi progressi in tutti i suoi obiettivi senza dover ammettere pubblicamente che la creazione di uno Stato per i palestinesi è un’illusione. Per Netanyahu, la questione deve essere sapere perché dovrebbe rendere pubblica la visione globale di Israele quando può essere realizzata di nascosto.

Timore di un contraccolpo

Ma, peggio ancora per Israele, una volta che i palestinesi e il mondo che sta a guardare capiranno che l’attuale situazione catastrofica per i palestinesi non migliorerà, ci sarà probabilmente un contraccolpo.

L’Autorità Nazionale Palestinese potrebbe crollare, la popolazione palestinese scatenerebbe una nuova ribellione, la cosiddetta “opinione pubblica araba” accetterebbe probabilmente questo piano meno di quanto i suoi dirigenti o di quanto Trump non desideri, e gli attivisti solidali in Occidente, soprattutto il movimento per il boicottaggio, beneficerebbero di un’ enorme spinta per la loro causa.

Inoltre sarebbe impossibile per i difensori di Israele continuare a negare che Israele ha messo in atto quello che l’accademico israeliano Baruch Kimmerling aveva definito “politicidio”: la distruzione dell’avvenire dei palestinesi, del loro diritto all’autodeterminazione e della loro integrità in quanto un solo popolo.

Se questa è la versione della pace in Medio oriente proposta da Trump, egli gioca alla roulette russa – e Netanyahu esiterà forse a lasciargli premere il grilletto.

 

 

Jonathan Cook è un giornalista britannico residente dal 2001 a Nazareth. E’ l’autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. È stato vincitore del Martha Gellhorn Special Prize for Journalism.

 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

 

 

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Due narrazioni sulla Palestina

Le due narrazioni sulla Palestina: il popolo è unito, le fazioni no

 

Ramzy Baroud

8 maggio 2019 – Palestine Chronicle

 

Le due narrazioni sulla Palestina: il popolo è unito, le fazioni no

Ramzy Baroud

8 maggio 2019 – Palestine Chronicle

 

La conferenza internazionale sulla Palestina, tenutasi a Istanbul tra il 27 e il 29 aprile, ha riunito molti relatori e centinaia di accademici, giornalisti, attivisti e studenti, provenienti dalla Turchia e da tutto il mondo.

La conferenza è stata una rara occasione per sviluppare una discussione di solidarietà internazionale sia inclusivo che lungimirante.

Vi è stato un consenso quasi totale sul fatto che il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (contro Israele) (BDS) debba essere appoggiato, che il cosiddetto ‘accordo del secolo’ di Donald Trump debba essere respinto e che la normalizzazione debba essere evitata.

Tuttavia quando si è trattato di articolare gli obbiettivi della lotta palestinese, la narrazione si è fatta indecisa e poco chiara. Benché nessuno dei relatori abbia difeso una soluzione con due Stati, il nostro appello per uno Stato unico democratico fatto da Istanbul – o da ogni altro luogo fuori dalla Palestina – è apparso quasi irrilevante. Perché la soluzione di uno Stato unico diventi l’obiettivo principale del movimento mondiale a favore della Palestina, l’appello deve provenire da una leadership palestinese che rifletta le genuine aspirazioni del popolo palestinese.

Un relatore dopo l’altro ha invocato l’unità dei palestinesi, pregandoli di fare da guida e di articolare un discorso nazionale. Molti altri nel pubblico si sono detti d’accordo con quella posizione. Qualcuno ha addirittura lanciato la retorica domanda: “Dov’è il Mandela palestinese?” Fortunatamente il nipote di Nelson Mandela, Zwelivelile “Mandla” Mandela, era tra i relatori. Ha risposto con enfasi che Mandela era solo il volto del movimento, che comprendeva milioni di uomini e donne comuni, le cui lotte e sacrifici hanno infine sconfitto l’apartheid.

Dopo il mio intervento alla conferenza, nell’ambito della mia ricerca per il mio prossimo libro su questo argomento, ho incontrato alcuni prigionieri palestinesi scarcerati.

Alcuni degli ex prigionieri si definivano di Hamas, altri di Fatah. Il loro racconto è apparso per la maggior parte libero dal deprecabile linguaggio fazioso da cui siamo bombardati sui media, ma anche lontano dalle narrazioni aride e distaccate dei politici e degli accademici.

“Quando Israele ha posto Gaza sotto assedio e ci ha negato le visite dei familiari, anche i nostri fratelli di Fatah ci sono venuti in aiuto”, mi ha detto un ex prigioniero di Hamas. E ogni volta che le autorità carcerarie israeliane maltrattavano chiunque dei nostri fratelli, di qualunque fazione, compresa Fatah, tutti noi abbiamo resistito insieme.”

Un ex prigioniero di Fatah mi ha detto che, quando Hamas e Fatah si sono scontrate a Gaza nell’estate del 2007, i prigionieri hanno sofferto moltissimo.

 “Soffrivamo perché sentivamo che il popolo che dovrebbe combattere per la nostra libertà si stava combattendo al proprio interno. Ci siamo sentiti traditi da tutti.”

Per incentivare la divisione le autorità israeliane hanno collocato i prigionieri di Hamas e di Fatah in reparti e carceri diversi. Intendevano impedire ogni comunicazione tra i leader dei prigionieri e bloccare qualunque tentativo di trovare un terreno comune per l’unità nazionale.

La decisione israeliana non era casuale. Un anno prima, nel maggio 2006, i leader dei prigionieri si erano incontrati in una cella per discutere del conflitto tra Hamas, che aveva vinto le elezioni legislative nei Territori Occupati, e il principale partito dell’ANP, Fatah.

Tra questi leader vi erano Marwan Barghouti di Fatah, Abdel Khaleq al-Natshe di Hamas e rappresentanti di altri importanti gruppi palestinesi. Il risultato è stato il Documento di Riconciliazione Nazionale, probabilmente la più importante iniziativa palestinese da decenni.

Quello che è diventato noto come Documento dei Prigionieri era significativo perché non era un qualche compromesso politico autoreferenziale raggiunto in un lussuoso hotel di una capitale araba, ma una effettiva esposizione delle priorità nazionali palestinesi, presentata dal settore più rispettato e stimato della società palestinese.

Israele ha immediatamente denunciato il documento.

Invece di impegnare tutte le fazioni in un dialogo nazionale sul documento, il presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas, ha dato un ultimatum alle fazioni rivali: accettare o respingere in toto il documento. Abbas e le fazioni contrapposte hanno tradito lo spirito unitario dell’iniziativa dei prigionieri. Alla fine, l’anno seguente Fatah e Hamas hanno combattuto la loro tragica guerra a Gaza.

Parlando con i prigionieri dopo aver ascoltato il discorso di accademici, politici ed attivisti, sono stato in grado di decifrare una mancanza di connessione tra la narrazione palestinese sul campo e la nostra percezione di tale narrazione dall’esterno.

I prigionieri mostrano unità nella loro narrazione, un chiaro senso progettuale, e la determinazione a proseguire nella resistenza. Se è vero che tutti si identificano in un gruppo politico o nell’altro, devo ancora intervistare anche un solo prigioniero che anteponga gli interessi della sua fazione all’interesse nazionale. Questo non dovrebbe sorprendere. Di certo, questi uomini e queste donne sono stati incarcerati, torturati ed hanno trascorso molti anni in prigione per il fatto di essere resistenti palestinesi, a prescindere dalle loro tendenze ideologiche e di fazione.

Il mito dei palestinesi disuniti e incapaci è soprattutto un’invenzione israeliana, che precede l’avvento di Hamas, e persino di Fatah. Questa nozione sionista, che è stata fatta propria dall’attuale primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sostiene che ‘Israele non ha partner per la pace’. Nonostante le concessioni senza fine da parte dell’Autorità Palestinese a Ramallah, questa accusa è rimasta un elemento fisso nelle politiche israeliane fino ad oggi.

A parte l’unità politica, il popolo palestinese percepisce l’‘unità’ in un contesto politico totalmente diverso da quello di Israele e, francamente, di molti di noi fuori dalla Palestina.

‘Al-Wihda al-Wataniya’, ovvero unità nazionale, è un’aspirazione generazionale che ruota intorno a una serie di principi, compresi la resistenza come strategia per la liberazione della Palestina, il diritto al ritorno dei rifugiati e l’autodeterminazione per il popolo palestinese come obiettivi finali. È intorno a questa idea di unità che i leader dei prigionieri palestinesi hanno steso il loro documento nel 2006, nella speranza di scongiurare uno scontro tra fazioni e di mantenere al centro della lotta la resistenza contro l’occupazione israeliana.

La Grande Marcia del Ritorno, che è tuttora in atto a Gaza, è un altro esempio quotidiano del tipo di unità che il popolo palestinese persegue. Nonostante gravi perdite, migliaia di manifestanti persistono nella loro unità per chiedere la libertà, il diritto al ritorno e la fine dell’assedio israeliano.

Da parte nostra, sostenere che i palestinesi non sono uniti perché Fatah e Hamas non riescono a trovare un terreno comune è del tutto ingiustificato. L’unità nazionale e l’unità politica tra le fazioni sono due questioni differenti.

È fondamentale che non facciamo l’errore di confondere il popolo palestinese con le fazioni, l’unità nazionale intorno alla resistenza e ai diritti con i compromessi politici tra gruppi politici.

Per quanto riguarda la visione e la strategia, forse è tempo di leggere il ‘Documento di Riconciliazione Nazionale’ dei prigionieri. Lo hanno scritto i Nelson Mandela della Palestina, migliaia dei quali sono tuttora nelle carceri israeliane.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra, 2018). Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli studi globali e internazionali, Università di California, Santa Barbara.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 

 




Una strana simbiosi*

 

 

Perché Israele e Gaza continuano a combattersi in brevi battaglie? Perché è nell’interesse dei loro leader

 

 

Di David M. Halbfinger

6 maggio 2019 – New York Times

 

GERUSALEMME – Più di venti persone sono state uccise, case e negozi distrutti negli scontri del fine settimana tra Israele e Gaza, ma lunedì i leader di entrambe le parti si sono dichiarati soddisfatti dei risultati.

Il ciclo di ripetute violenze e cessate il fuoco che continuano a rasentare una guerra totale può sembrare una distruzione senza senso agli occhi del mondo esterno. Ma gli analisti affermano che ciò è perfettamente funzionale agli interessi dei due principali antagonisti.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu riesce a strapazzare Hamas, il gruppo di miliziani che controlla Gaza, rafforzando il suo discorso secondo cui i palestinesi non sono pronti a fare la pace e che la soluzione dei due Stati è impossibile.

Hamas, che a quanto pare cerca e ottiene rinnovate garanzie di un allentamento del blocco israeliano contro Gaza, riesce a dimostrare agli scettici e impoveriti abitanti di Gaza che la sua strategia di resistenza armata sta funzionando.

Il risultato è uno strano tipo di simbiosi.

La relazione tra Hamas e Israele è sicuramente conflittuale: sempre ostile, frequentemente mortale e carica di rischi che possa degenerare in un protratto conflitto terreste, per un razzo vagante che uccide troppe persone o per un cambiamento dei calcoli politici da entrambe le parti.

Potrebbe dimostrarsi un armistizio che procede lentamente – “un negoziato attraverso l’uso delle armi”, come lo ha descritto Ghaith al-Omari, ex-funzionario dell’Autorità Nazionale Palestinese, o forse una forma di tregua in stile mediorientale.

Ma ad ogni ripetizione del ciclo che non porta a uno scoppio, Israele e Hamas sono utili agli scopi l’uno dell’altro e si stanno sempre più abituando ad avere rapporti in questo modo.

Gli scontri del fine settimana, i peggiori dalla guerra di 50 giorni del 2014, sono stati almeno l’ottavo round di brevi lotte tra Israele e Gaza durante lo scorso anno, con battaglie a volte finite in poco più di un giorno. Ognuna è terminata rapidamente con un cessate il fuoco, in genere mediato dall’Egitto e visto come una prova che nessuna delle due parti vuole una guerra vera e propria.

Hamas ha dimostrato la capacità di essere all’altezza dei suoi impegni: un momento importante è stato alla fine di marzo, quando per l’anniversario delle manifestazioni lungo la barriera tra Gaza e Israele, secondo gli analisti Hamas ha schierato agenti con giubbotti dai colori vivaci per ridurre al minimo le violenze, mostrando di poter imporre il cessate il fuoco.

Ma in altri momenti può esprimere la propria impazienza con le armi. La violenza del fine settimana potrebbe essere stata alimentata da un ritardo nell’arrivo dei milioni di dollari in denaro del Qatar per contribuire a pagare i salari dei lavoratori di Gaza e dalla sensazione che Israele non stesse dando seguito abbastanza rapidamente ad altre promesse.

Tuttavia alcuni degli scontri fin dall’ultima estate sono stati interpretati come tentativi da parte dei dirigenti di Hamas di ottenere un accordo migliore.

“Hanno la tendenza a cercare di estendere i termini degli accordi e a migliorare quello che hanno ottenuto mostrando i muscoli,” dice Ehud Yaari, uno studioso residente in Israele del Washington Institute for Near East Policy [Istituto di Washington per la Politica in Medio Oriente, centro studi legato all’AIPAC, il più importante gruppo lobbystico filo-israeliano Usa, ndtr.].

Per il governo israeliano questa gestione dei rapporti con Hamas è piena di contraddizioni e della necessità di un attento bilanciamento. Vedendo Hamas come un gruppo terroristico intenzionato alla distruzione di Israele, il governo israeliano non ha interesse a concedergli legittimità o a consentire ad Hamas di rafforzarsi.

Ma Netanyahu ha anche dimostrato scarso impegno per distruggere Hamas – nonostante le richieste di alcuni politici di destra perché lo faccia – per quello che Aaron David Miller, un esperto negoziatore in Medio Oriente per gli Stati Uniti, ha chiamato “il problema del giorno dopo”. Israele dovrebbe rioccupare Gaza con le sue truppe, prendendosi la totale responsabilità dei suoi due milioni di abitanti. C’è anche il rischio che un gruppo ancora più radicale di Hamas possa prendere il potere, come la Jihad Islamica palestinese, già potente rivale di Hamas a Gaza, o forse elementi dello Stato Islamico che operano nel deserto del Sinai.

Questo problema è la ragione per cui Netanyahu nel suo modo di controllare Gaza sembra avere l’appoggio dell’establishment della sicurezza di Israele. I suoi oppositori politici lo hanno aggredito per aver consentito che la situazione cadesse nell’attuale schema, ma non hanno detto cosa farebbero di diverso.

E gli israeliani sembrano aver mostrato una maggiore tolleranza che in passato per le vittime [israeliane]. Domenica ad Ashkelon i sopravvissuti a un attacco con i razzi che ha ucciso un operaio loro collega in una fabbrica hanno manifestato un incrollabile sostegno a Netanyahu, benché abbiano anche incolpato l’opinione pubblica mondiale perché impedisce all’esercito di dare a Gaza il colpo che merita.

“Dovrebbero colpire duro,” ha detto delle forze armate Menashe Babikov, 42 anni, manager di Ashdod, ma non lo faranno “perché hanno paura di quello che direbbe il resto del mondo.”

Gli analisti dicono che Hamas svolge anche un’altra funzione per il governo di Netanyahu. Con l’Autorità Nazionale Palestinese che governa la Cisgiordania e Hamas a Gaza, non c’è un cammino facile per una soluzione a due Stati del conflitto, a cui si pensa unanimemente che Netanyahu si opponga.

Unificare le due fazioni – cosa che gli Stati Uniti, l’Egitto e altri attori internazionali hanno passato mesi a cercare di fare prima di rinunciarvi lo scorso anno –  inevitabilmente rivitalizzerebbe colloqui per una soluzione dei due Stati al conflitto israelo-palestinese, dice Miller.

“Finché hai una situazione con tre Stati, non ne puoi avere una con due,” afferma. “Hamas è la polizza di assicurazione di Netanyahu.”

Anche qui gli oppositori israeliani alla soluzione dei due Stati condividono gli stessi interessi di Hamas, che vuole uno Stato unico, anche se non lo stesso che desiderano gli israeliani. Per Hamas un negoziato mediato e ufficioso sulla sicurezza, sull’aiuto economico e umanitario è praticabile, ma abbandonare la sua ideologia di resistenza armata per colloqui di pace con Israele è fuori discussione.

“Dal punto di vista di Hamas è meglio un governo come quello che abbiamo piuttosto che uno più moderato che aspiri a progredire nel processo di pace,” dice Celine Touboul, un’esperta di Gaza della “Israel’s Economic Cooperation Foundation” [Fondazione Israeliana per la Cooperazione Economica, gruppo di studiosi israeliani che si occupano dei rapporti con il mondo arabo, ndtr.]. “Perché una volta che lo fai, agevoli l’ANP,” dice, in riferimento all’Autorità Nazionale Palestinese. “E questa è la cosa che in fondo più importa ad Hamas: in questa competizione politica indebolire il più possibile l’ANP.”

Per Hamas più dura il cessate il fuoco a Gaza meglio è, dice Yaari, che per molti anni ha informato sui palestinesi per la televisione israeliana. Deve ricostituire il suo arsenale di razzi e missili e ricostruire o sostituire le molte installazioni militari e di intelligence che Israele ha distrutto.

“Ogni volta per loro è dispendioso,” afferma.

Ma Yaari dice anche che il leader di Hamas a Gaza, Yehya Sinwar, ha voluto concentrare le energie dell’organizzazione sul miglioramento delle condizioni là, in parte per guadagnare tempo, per vedere cosa succederà con l’Autorità Nazionale Palestinese quando l’amministrazione Trump svelerà il suo progetto per l’accordo di pace israelo-palestinese e mentre la salute dell’anziano presidente dell’Autorità, Mahmoud Abbas, peggiora.

“L’approccio di Sinwar è di bloccare il deterioramento delle condizioni a Gaza,” sostiene Yaari. “Il prezzo sarà un prolungato cessate il fuoco, e in due o tre anni vedremo cosa succede.”

Per allora Abbas potrebbe essersene andato, o Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese potrebbero benissimo essere in rotta di collisione, dice, soprattutto se Netanyahu dà seguito alla promessa elettorale di annettere come parte di Israele alcune colonie in Cisgiordania.

Secondo Yaari entrambi gli sviluppi potrebbero creare un’apertura per Hamas, per cercare di avere la meglio contro l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania. “Sinwar sta dicendo: ‘La mia vera priorità è la Cisgiordania,’” afferma.

Per il momento questa dinamica fa di Hamas un avversario affidabile.

Curiosamente, dice Touboul, Netanyahu sta “guardando ad Hamas come un partner più affidabile dell’ANP.”

Isabel Kershner ha contribuito con informazioni da Ashkelon.

*Nota redazionale: pur non condividendo alcune considerazioni presenti nell’articolo e il fatto che vengano citate quasi esclusivamente fonti israeliane, il che evidenza da quale prospettiva il giornale informa i propri lettori. Ad esempio, quelle dei palestinesi di Gaza sono descritte come “sensazioni” e non fatti concreti e facilmente verificabili riguardo al mancato rispetto degli accordi di tregua accettati da Israele. Né nell’articolo si ricorda che la strategia di isolare Cisgiordania da Gaza risale almeno al ritiro unilaterale deciso da Sharon. Tuttavia riteniamo interessante proporre la traduzione di questo articolo sia per l’autorevolezza del New York Times che per la prospettiva che questo editoriale propone per spiegare gli ultimi scontri tra Gaza e Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Storie di sofferenza tragicamente normale a Gaza

Tania Hary

6 maggio 2019 +972

Ho ricevuto una mail da un uomo che mi chiedeva se avrei potuto aiutare lui e la sua famiglia a scappare da Gaza se fosse scoppiata una guerra. Sembra così ragionevole, finché non ti rendi conto che non ci sono precedenti di evacuazione di civili palestinesi in tempo di guerra.

Ieri un personaggio di Gaza popolare nei social media ha twittato che se avesse dovuto scegliere un film che assomigliasse di più alla vita nella Striscia sarebbe stato Groundhog’s Day [Ricomincio da capo]. Nella commedia del 1993 il protagonista è obbligato a rivivere in continuazione lo stesso giorno. Potrebbe sembrare un’osservazione superficiale, dato che ieri è stato il giorno più sanguinoso dello scontro tra Israele e Gaza dall’operazione militare del 2014 [“Margine protettivo”], con 27 palestinesi uccisi dalle forze israeliane e quattro cittadini israeliani uccisi dal lancio di razzi da Gaza. La morte, la distruzione e la fosca previsione di un’altra guerra vissuta da milioni di persone sono cose troppo dure per essere prese alla leggera.

  • La considerazione ovviamente riguardava qualcosa di molto più sinistro – una sensazione pervasiva di esserci già passati prima, di vedere lo stesso film. Ci alziamo, c’è un’escalation, persone (per lo più palestinesi) vengono uccise, un cessate il fuoco i cui dettagli non vengono mai del tutto resi noti entra in vigore proprio nel momento in cui pare che le cose possano scappare di mano, e poi un taglio, il film finisce.

Tuttavia, come hanno osservato giustamente molti analisti, gli accordi raggiunti in questi oscuri cessate il fuoco non sono stati posti in essere, spingendo quindi le fazioni palestinesi a prendere le armi e a rafforzare la propria posizione negoziale. Ci alziamo, c’è un’escalation, le persone (per lo più palestinesi) vengono uccise, ecc. ancora e ancora, si sa già la dinamica.

Anch’io sto guardando quel film, dalla mia prospettiva fuori dalla Striscia, per lo più dall’ufficio di Tel Aviv in cui lavoro come direttrice di un’organizzazione israeliana per i diritti umani che promuove la libertà di movimento per i palestinesi. Ma ovviamente non si tratta di un film, e le persone a Gaza stanno vivendo la vita reale – quando i media informano e quando non lo fanno.

Ieri ho sentito molte storie dai nostri amici, clienti, partner e altri contatti a Gaza. Non erano necessariamente le storie più drammatiche, non sono arrivate ai notiziari della notte. Erano le storie devastanti ma normali delle esperienze di vita di moltissime persone a Gaza. Erano le storie della normalità da “Groundhog Day” a Gaza.

Una mail con oggetto “Evacuazione in caso di guerra”, in cui un uomo chiedeva se “Gisha” [Ong israeliana per i diritti umani, ndtr.] potesse aiutare lui e la sua famiglia a scappare. Sembra così ragionevole, finché non ti rendi conto che non ci sono precedenti di evacuazione di civili palestinesi durante le ultime tre principali operazioni militari. Le uniche persone evacuate sono state alcune centinaia di possessori di passaporti stranieri e solo dopo che gli scontri erano finite.

Il nostro operatore sul campo a Gaza ha confidato di aver cercato di dire ai suoi figli che le esplosioni che sentivano non erano niente, o che erano lontane, e che non rappresentavano una minaccia, ma ha lamentato (quasi con orgoglio) che i suoi figli piccoli la sapevano troppo lunga per credergli.

Un giovane uomo di soli 29 anni, ci ha mandato foto, prima e dopo, del suo negozio di vestiti distrutto. Ha raccontato che aveva investito i risparmi della sua misera vita nel negozio e aveva ordinato vestiti per Eid-al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, quando la gente che può permetterselo si compra vestiti nuovi. Il negozio a piano terra era ridotto a un cumulo di macerie e tutte le merci erano rimaste distrutte in uno degli attacchi che hanno demolito l’intero edificio. Un attacco missilistico ha tolto il lavoro a lui e ai suoi due dipendenti e in una frazione di secondo lo ha precipitato nell’abisso di debiti insostenibili. Forse sono stati fortunati ad esserne usciti vivi, rendendo la loro storia praticamente insignificante. Non sono neanche riusciti a risultare nel macabro conteggio dei “loro” morti contro i “nostri” nei notiziari della sera.

Così tanti civili hanno pagato, stanno pagando e pagheranno il prezzo della follia di leader moralmente senza remore che ci precipitano in guerra, e poi all’improvviso ce ne allontanano. Non ci sono solo “due parti” in questa storia, ci sono molteplici modi in cui può finire e non tutti promettono guerra contro milioni di persone.

Siamo bloccati in un circolo vizioso non solo perché gli accordi di cessate il fuoco non vengono messi in pratica, ma perché Israele e molti dei suoi alleati rifiutano di comprendere che i civili rappresentano la grandissima maggioranza della popolazione della Striscia. Le loro vite e ogni aspetto della vita nella Striscia sono stati ridotti a merce di scambio – il limite della zona di pesca sarà di sei miglia o di dodici o di quindici o di nuovo di sei? La prossima stagione le fragole arriveranno in Cisgiordania? Riuscirai a vedere tuo padre malato in Cisgiordania?

Israele è il principale attore che decide se i palestinesi di Gaza vivranno o moriranno durante ogni determinata escalation, ma anche come vivranno tra una violenta escalation e l’altra – se il loro negozio otterrà i suoi prodotti, se riceveranno le cure di cui hanno bisogno, se possono pescare o coltivare la terra in sicurezza. Anche altri attori – Hamas, altre fazioni palestinesi, l’Autorità Nazionale Palestinese, l’Egitto, il Qatar e il resto della comunità internazionale – stanno giocando un ruolo.

Ma se Israele volesse uscire dal circolo vizioso potrebbe, in qualunque momento, compiere una serie di passi per cambiare rotta a Gaza e riconoscere le vite normali di civili normali che hanno il diritto di vivere – cioè, non solo sopravvivere, ma di prosperare. Le armi tacciono, per modo di dire, ma non è il momento di guardare altrove. Non si tratta di applicare o non applicare il cessate il fuoco, si tratta di spezzare la maledizione di ripetere in continuazione lo stesso copione.

Tania Hary è la direttrice esecutiva di Gisha – Centro Legale per la Libertà di Movimento.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Netanyahu promette “attacchi massicci” a Gaza mentre sale il numero di morti

Al Jazeera

5 maggio 2019

Nove palestinesi e tre israeliani uccisi, mentre le forze israeliane si ammassano sul confine di Gaza, alimentando il timore di un’invasione di terra.[ i dati aggiornati sono 27 palestinesi uccisi e 4 israeliani ndt]

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato “attacchi massicci” contro la Striscia di Gaza dopo un’escalation di due giorni che ha portato all’uccisione di nove palestinesi e tre israeliani.

Domenica aerei da guerra e cannoniere israeliani hanno continuato a colpire la Striscia di Gaza mentre combattenti nell’enclave assediata hanno sparato una raffica di razzi sul sud di Israele.

Un comandante di Hamas di 34 anni è stato ucciso in quello che l’esercito israeliano ha descritto come un attacco mirato. Un comunicato dell’esercito ha accusato Hamad al-Khodori di “aver trasferito grandi somme di denaro” dall’Iran alle fazioni armate di Gaza.

È stato il quinto palestinese che si dice sia stato ucciso domenica. Altre vittime palestinesi hanno incluso una donna incinta e la sua nipotina di un anno, uccise sabato a Gaza.

Nella città israeliana di Ashkelon un cinquantottenne israeliano è stato ucciso dopo essere stato colpito dalle schegge per un attacco con i razzi. Altri due israeliani, gravemente feriti domenica pomeriggio in diversi attacchi con i razzi contro una fabbrica, in seguito sono morti.

Questa mattina ho dato istruzioni alle IDF (l’esercito israeliano) di continuare con massicci attacchi contro i terroristi nella Striscia di Gaza,” ha detto domenica in un comunicato Netanyahu, che ha anche l’incarico di ministro della Difesa, dopo aver consultato il gabinetto di sicurezza.

Ha detto di aver anche ordinato che “carri armati, artiglieria e forze di fanteria” rinforzino le truppe già schierate nei pressi di Gaza, un’iniziativa che suscita timori di un’invasione di terra.

Hamas è responsabile non solo per i suoi attacchi contro Israele, ma anche per quelli della Jihad Islamica, e sta pagando un prezzo molto alto per questo,” ha aggiunto Netanyahu.

Sabato a Gaza fazioni armate, altrimenti note come “Joint Operations Room” [Sala Operativa Unitaria], che include il braccio armato di Hamas e quello del Movimento della Jihad Islamica in Palestina, hanno giurato di “estendere la propria risposta” se l’esercito israeliano continua a prendere di mira la Striscia.

La nostra risposta sarà più vasta e più dolorosa nel caso in cui (Israele) estenda l’aggressione, e continueremo ad essere lo scudo protettivo del nostro popolo e della nostra terra,” ha affermato in un comunicato la Joint Operations Room.

Harry Fawcett, che informa dal lato israeliano del confine con Gaza per Al Jazeera, ha affermato che l’escalation è “tutt’altro che finita”.

È potenzialmente una grave escalation militare pericolosa e lunga,” dice. “I mezzi di informazione israeliani hanno citato importanti fonti della difesa, che hanno detto di aspettarsi che questo scontro durerà alcuni giorni.”

I media israeliani hanno informato che negli ultimi due giorni i combattenti di Gaza hanno lanciato più di 400 razzi verso città e cittadine nella parte meridionale di Israele e che il sistema antimissile israeliano Iron Dome ne ha intercettati più di 250.

L’ufficio stampa del governo a Gaza ha detto che aerei da guerra israeliani hanno condotto circa 150 raid, oltre ai bombardamenti dell’artiglieria che hanno preso di mira 200 luoghi di interesse civile nella Striscia di Gaza, compresi edifici residenziali, moschee, negozi e mezzi d’informazione.

Secondo il ministero della Salute di Gaza circa 70 palestinesi sono rimasti feriti negli attacchi.

In seguito ai raid aerei l’abitante di Gaza Um Alaa Abu Absa ha passato la domenica a raccogliere pezzi di vetro e detriti nella sua proprietà.

Ci sono stati molti bombardamenti, i vicini sono stati molto colpiti, la scena per strada era indescrivibile, la gente aveva paura, era terrorizzata e correva, e ognuno si occupava dei propri figli, nessuno era nelle condizioni di vedere gli altri,” ha detto Abu Absa.

Uno degli edifici distrutti ospitava l’ufficio dell’agenzia ufficiale di notizie dello Stato turco Anadolu a Gaza.

Chiediamo alla comunità internazionale di agire prontamente per allentare le tensioni che si sono accentuate a causa delle azioni sproporzionate di Israele nella regione,” ha affermato un comunicato del ministero degli Esteri turco.

Domenica l’esercito israeliano ha negato che Falastine Abu Arar, madre incinta di 37 anni, e la sua nipotina di 14 mesi, Siba, siano state uccise dalle forze israeliane. Ha invece incolpato un errore nel lancio di un razzo palestinese.

Sabato notte anche due palestinesi, Imad Nseir, di 22 anni, e Khaled Abu Qaleeq, di 25, sono stati uccisi da attacchi aerei israeliani.

Il gruppo della Jihad Islamica palestinese ha detto che i due uomini uccisi durante la notte di domenica, Mahmoud Issa, di 26 anni, e Fawzi Bawadi, di 23, erano membri del suo braccio armato.

Il ministero della Salute ha affermato che nel primo pomeriggio altri due palestinesi sono stati uccisi dopo che un raid aereo israeliano ha preso di mira un gruppo di persone nel quartiere orientale di Gaza City di Shujayea,. Gli uomini sono stati identificati come Bilal Mohammed al-Banna e Abdullah Abu Atta, pare entrambi sui vent’anni.

Poco dopo, in quello che i palestinesi hanno definito il primo assassinio mirato dal 2014, a Gaza City un attacco aereo israeliano ha colpito l’auto di al-Khoudary, comandante di Hamas. Altri tre palestinesi sono rimasti feriti nell’attacco.

Pericolosa escalation”

Il Coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha chiesto a tutte le parti di “ridurre immediatamente la tensione e di tornare alle intese degli ultimi mesi.”

Sono profondamente preoccupato di un’ennesima pericolosa escalation a Gaza e della tragica perdita di vite umane,” ha detto.

I miei pensieri e le mie preghiere vanno alle famiglie e agli amici di tutti quelli che sono stati uccisi, e auguro una rapida guarigione ai feriti.”

L’ultima crisi è arrivata dopo che venerdì altri quattro palestinesi sono rimasti uccisi in due diversi incidenti.

Due di loro sono stati colpiti a morte durante le proteste settimanali della Grande Marcia del Ritorno nei pressi del confine orientale di Gaza, mentre un raid aereo che ha preso di mira un avamposto di Hamas ha ucciso due membri del braccio armato del movimento.

L’esercito israeliano ha affermato che il raid aereo era una risposta a una sparatoria che ha ferito due suoi soldati nei pressi del confine.

Il nostro corrispondente ha detto che un attacco israeliano con un drone nei pressi di un veicolo, che ha ferito tre palestinesi, ha preceduto il lancio di una raffica di razzi.

Da quando Hamas ha preso il controllo del territorio nel 2007 Israele ed Egitto hanno mantenuto un blocco asfissiante contro Gaza.

Dopo pesanti scontri, alla fine di marzo Israele ha accettato di alleggerire il blocco in cambio di un’interruzione del lancio di razzi. Ciò ha incluso l’estensione della zona di pesca lungo le coste di Gaza, un aumento delle importazioni a Gaza e il permesso al Qatar, Stato del Golfo, di consegnare aiuti all’immiserito territorio.

Tuttavia Israele non ha rispettato gli accordi su questi temi e alla fine di aprile ha ridotto l’estensione della zona di pesca.

Varie intese rese note riguardo all’alleggerimento delle restrizioni economiche, alla creazione di lavoro e all’intenzione di aumentare la fornitura di elettricità a Gaza – non c’è stato niente del genere,” ha detto Harry Fawcett.

Circa due milioni di palestinesi vivono a Gaza, la cui economia ha sofferto per anni di blocco così come per il recente taglio agli aiuti. Secondo la Banca Mondiale la disoccupazione arriva al 52% e la povertà è dilagante.

Dal dicembre 2008 Israele ha scatenato tre offensive contro Gaza.

L’ultima guerra, nel 2014, ha gravemente danneggiato le già carenti infrastrutture di Gaza, inducendo le Nazioni Unite ad avvertire che la Striscia sarà “inabitabile” entro il 2020.

Fonte: Al Jazeera e agenzie di notizie

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le uccisioni a Gaza si impennano alla vigilia dell’Eurovision

Ali Abunimah

4 maggio 2019 Electronic Intifada

Tra sabato e domenica i cecchini israeliani e gli attacchi aerei hanno ucciso otto palestinesi [ al momento di pubblicare i palestinesi uccisi sono risultati 27 ndt] nell’ambito di una acuta escalation di violenza nei giorni che precedono il festival musicale Eurovision, che Israele spera di usare come vetrina propagandistica.

Sabato sera il Ministero della Salute di Gaza ha comunicato la morte della bambina di 14 mesi Saba Mahmoud Abu Arar, dopo che un attacco aereo israeliano ha colpito la casa della sua famiglia ad est di Gaza City.

Più tardi nella stessa sera il Ministero della Salute ha comunicato che la madre [in realtà la zia, ndtr.] della bambina, la trentasettenne incinta Filastin Salih Abu Arar, è morta in seguito alle ferite riportate nell’attacco.

Secondo il Ministero della Salute un altro bambino presente nella casa è stato lievemente ferito.

Sabato notte un attacco aereo israeliano nel nord di Gaza ha ucciso Muhammad Hilmi Abu Qleiq, di 25 anni.

Circa 40 persone sono state ferite negli attacchi israeliani tuttora in corso.

Quando è scesa la notte di sabato le esplosioni causate dai bombardamenti aerei israeliani hanno continuato a riecheggiare in tutta Gaza, senza che si vedesse la fine di due giorni di crescente violenza.

L’agenzia di notizie turca Anadolu ha riferito che aerei da guerra israeliani hanno attaccato l’edificio di uffici nel centro di Gaza, dove si trova la sua sede, con almeno cinque razzi, senza causare feriti. Nelle foto pubblicate dall’agenzia l’edificio appare totalmente distrutto.

Questo ha provocato la dura condanna su twitter da parte del Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu.

Venerdì due militanti delle Brigate Qassam, l’ala militare di Hamas, sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano in una struttura della resistenza nel centro di Gaza.

Il Ministero della Salute li ha identificati come Abdallah Ibrahim Abu Mallouh, di 33 anni, del campo profughi di Nuseirat, e Alaa Ali Hasan al-Boubli, di 29 anni, del campo profughi di al-Maghazi. Nell’attacco aereo israeliano altre due persone sono state gravemente ferite.

Foto di al-Boubli e Abu Mallouh sono circolate nei social media.

Gli attacchi aerei di venerdì sono avvenuti dopo che Israele ha affermato che due suoi soldati sono stati feriti da colpi d’arma da fuoco vicino alla barriera di confine con Gaza. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz i soldati, tra cui un ufficiale, sono stati feriti leggermente.

I gruppi di resistenza palestinesi hanno risposto sabato con il lancio di oltre 200 razzi e colpi di mortaio verso Israele, uno dei quali avrebbe danneggiato una casa vicino a Ashkelon.

Una donna israeliana di 80 anni e un quarantanovenne israeliano sarebbero stati feriti dalle schegge.

Entrambi sono stati portati all’ospedale Barzilai di Ashkelon. Haaretz ha riferito che la donna era gravemente ferita, ma che entrambi erano in condizioni stabili.

Sui media locali sono circolate foto dei danni.

Come riportato dal Times of Israel, le autorità sanitarie israeliane hanno detto che “un ragazzino di 15 anni è stato leggermente ferito mentre correva verso un rifugio e due persone hanno subito uno shock”.

Haaretz ha riferito che un altro uomo israeliano è stato ferito mentre correva verso un rifugio.

Sabato l’esercito israeliano ha lanciato attacchi aerei e con carri armati su oltre 120 luoghi a Gaza.

Secondo il Ministero della Salute del territorio, all’inizio della giornata di sabato un attacco aereo israeliano nel nord di Gaza ha ucciso il 22enne Imad Muhammad Nuseir e gli attacchi israeliani di sabato hanno ferito almeno altre sette persone.

Israele si ritira dalle intese

Analisti israeliani rilevano la volontà di Hamas e delle altre fazioni di rispondere con la forza ad Israele come reazione alla sua indisponibilità a rispettare gli accordi di alleggerire il soffocante blocco della Striscia di Gaza e consentire i trasferimenti finanziari dal Qatar.

Nei mesi scorsi funzionari dell’intelligence egiziana hanno tentato di mediare un cessate il fuoco a lungo termine e in quel contesto Hamas ha concordato di allentare la tensione, specialmente in prossimità delle elezioni generali israeliane del 9 aprile.

Il corrispondente di Haaretz Amos Harel commenta: “Alla vigilia delle elezioni e alla luce delle promesse fatte dal governo di Benjamin Netanyahu nella speranza di evitare il conflitto mentre gli israeliani si recavano a votare, Hamas ha sospeso le ostilità. Ma non ha ottenuto in cambio vantaggi soddisfacenti per i palestinesi.”

Le concessioni sugli spostamenti attraverso il confine sono state solo di breve durata. E il principale ostacolo per i palestinesi è stato il ritardo nel trasferimento del denaro del Qatar, 30 milioni di dollari al mese, e la quota di questo mese è particolarmente importante poiché la prossima settimana inizia il Ramadan e di conseguenza aumentano le spese.”

Mentre nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità della sparatoria di venerdì che ha ferito i due soldati israeliani, Harel ha affermato che sembrava “opera della Jihad islamica”, con lo scopo di fare pressione su Israele.

Hamas sa che la tempistica dell’impennata di violenza è particolarmente inopportuna per Israele alla vigilia del Giorno della Memoria e del Giorno dell’Indipendenza e in vista del festival musicale Eurovision, previsto a Tel Aviv per fine maggio”, aggiunge Harel.

In questa situazione sembra che ci siano buone probabilità che l’escalation possa terminare con un compromesso e concessioni per i palestinesi.”

Israele ha già dei problemi con la vendita dei biglietti e con l’attrarre turisti, nonostante abbia investito milioni di dollari per organizzare ciò che spera sarà un successo propagandistico a livello internazionale.

Una fonte diplomatica di Gaza, di cui il giornale non ha fatto il nome, ha detto a Haaretz che “Israele non può sottrarsi alla responsabilità per la situazione in cui ci troviamo.”

La fonte ha messo in guardia rispetto ad un’ulteriore escalation provocata da ritardi nell’applicazione degli accordi.

Come ha riferito Haaretz, nelle scorse settimane ufficiali dell’esercito israeliano avrebbero anch’essi avvertito i leader politici “che se non verranno compiuti passi significativi per applicare le intese con Hamas, l’organizzazione che controlla la Striscia di Gaza faticherà ad impedire ad altre organizzazioni nell’enclave costiera di agire contro Israele.”

Eppure, nonostante gli avvertimenti, “non vi è stato un incremento di aiuti o beni in ingresso nella Striscia”.

L’inviato delle Nazioni Unite nel Medio Oriente Nickolay Mladenov sabato notte ha scritto su twitter che l’ONU “sta lavorando con tutte le parti in causa per calmare la situazione.”

Ha chiesto un immediato allentamento delle tensioni e “il ritorno alle intese dei mesi scorsi”, avvertendo che “coloro che cercano di vanificarle si assumeranno la responsabilità di un conflitto che avrà gravi conseguenze per tutti.”

La settimana scorsa Israele ha ridotto a 6 miglia nautiche la zona concessa in uso ai pescatori di Gaza al largo della costa, come punizione collettiva dopo che, ha affermato, è stato sparato un razzo dalla costa nord di Gaza verso il mare lungo la costa di Israele.

Il primo aprile Israele aveva ampliato la zona di pesca fino a 15 miglia nautiche.

Provocare deliberatamente danno ad un gruppo di civili in risposta ad un’azione sulla quale essi non hanno controllo è crudele e indifendibile”, ha dichiarato l’associazione israeliana per i diritti umani Gisha. “Costituisce una misura illegale di punizione collettiva.”

Nessuno ha rivendicato la responsabilità del razzo, che non ha provocato feriti, ma i gruppi della resistenza sono soliti sparare razzi in mare per testarli.

Sabato sera Fawzi Barhoum, un portavoce di Hamas, ha detto che l’organizzazione ritiene Israele responsabile per l’escalation in corso, accusando l’occupante di non rispettare i precedenti accordi e di mantenere l’assedio di Gaza.

Barhoum ha aggiunto che il messaggio da parte dei gruppi della resistenza è che non permetteranno a Israele di continuare a versare sangue palestinese e che essi rimarranno “lo scudo protettivo” per il popolo palestinese e per i manifestanti pacifici.

Barhoum ha invitato Israele a “prendere sul serio e valutare questo messaggio.”

Uccidere manifestanti disarmati

Venerdì i cecchini israeliani hanno sparato su manifestanti disarmati a Gaza, quando migliaia di palestinesi si sono radunati lungo la barriera di confine con Israele per la 57ma settimana, nel quadro della Grande Marcia del Ritorno.

Durante le proteste ad est di Khan Younis nel sud di Gaza i soldati israeliani hanno colpito a morte all’addome Raed Khalil Mahmoud Abu Teir, di 19 anni.

Secondo l’associazione per i diritti umani Al Mezan, quando è stato colpito Abu Teir era con le stampelle in seguito alle ferite riportate una settimana prima quando i cecchini israeliani gli hanno sparato al bacino.

È stato portato all’ospedale europeo vicino a Khan Younis dove è morto a causa delle ferite. Dopo la sua morte, fotografie di Abu Teir sono circolate sui social media.

Il Ministero della Salute di Gaza ha dichiarato che vicino a al-Bureij le forze israeliane hanno colpito a morte il trentunenne Ramzy Rawhi Hasan Abdo con una pallottola in testa.

Secondo Al-Mezan, durante le proteste sono state ferite dall’esercito israeliano più di altre 100 persone, di cui 35 con proiettili veri.

Più di 30 persone sono state colpite direttamente con candelotti lacrimogeni – una prassi israeliana di prendere di mira [i manifestanti] che ha ucciso quattro palestinesi solo quest’anno.

Uno di quelli colpiti alla testa venerdì da un candelotto lacrimogeno era un paramedico. Nello stesso giorno sono stati feriti altri tre paramedici e un fotogiornalista.

Le uccisioni del fine settimana hanno portato a quasi 50 il numero dei palestinesi uccisi quest’anno dalle forze israeliane e da coloni armati.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Razzi sparati da Gaza il giorno dopo che Israele ha ucciso quattro palestinesi

4 maggio 2019 ore 16  Al Jazeera

Incursione israeliana uccide un palestinese a Gaza nel contesto di una crisi il giorno dopo che Israele ha ucciso quattro persone in due incidenti separati.

Secondo il ministero della Salute di Gaza un palestinese è rimasto ucciso durante un raid aereo israeliano nel nord della Striscia di Gaza, nel contesto di una nuova escalation tra l’esercito israeliano e i combattenti di Gaza.

Imad Nseir, di 22 anni, è stato ucciso a Beit Hanoun dopo che sabato mattina aerei da guerra israeliani hanno preso di mira varie zone nell’enclave assediata dopo che decine di razzi sono stati sparati da Gaza verso il sud di Israele.

L’ultima crisi è arrivata dopo che venerdì le forze israeliane hanno ucciso quattro palestinesi in due diversi incidenti.

Harry Fawcett, inviato di Al Jazeera da Gerusalemme, ha detto che la raffica di razzi sparati da Gaza è avvenuta dopo l’attacco nel nord della Striscia di un drone israeliano, che sabato mattina ha ferito tre persone.

Stiamo assistendo a un’altra escalation militare, la prima da quella del mese scorso in cui abbiamo visto un altro scambio di incursioni aeree e lancio di razzi da Gaza, che sembrava essere terminato con qualche speranza riguardo a una sorta di soluzione a lungo termine,” ha detto.

C’è stato un buon accordo riguardo a colloqui tra Israele e Hamas mediati dall’Egitto con un ulteriore alleggerimento della situazione da parte di Israele che probabilmente sarebbe avvenuto,” ha continuato.

Hamas dice che finora tutto quello che hanno visto è la riduzione dei controlli marittimi, che consente di pescare fino al limite di 15 miglia nautiche rispetto a 6, che ora è stato di nuovo ridotto.”

Razzi lanciati

L’esercito israeliano ha affermato che il sistema missilistico Iron Dome ha intercettato decine di razzi, aggiungendo che circa 90 razzi sono stati lanciati dalla Striscia. Ha anche detto che non ci sono notizie di vittime dal lato israeliano.

Secondo agenzie di notizie palestinesi, in seguito al lancio di razzi aerei da guerra israeliani hanno preso di mira una zona agricola a Beit Hanoun, una città del nord della Striscia, con molti raid.

Anche forze israeliane presso la barriera con Gaza hanno bombardato una serie di postazioni di osservazione a Khan Younis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza.

Fonti mediche ufficiali di Gaza hanno anche detto che quattro palestinesi sono rimasti feriti in uno degli attacchi israeliani.

Le sirene hanno suonato nelle città israeliane di Ashdod e Ashkelon ed è stata chiusa anche la vicina spiaggia di Zikim, situata a due chilometri a nord della Striscia di Gaza.

Non c’è stata nessuna rivendicazione immediata per il razzo lanciato da Gaza.

Secondo il “Centro Palestinese di Informazione” il portavoce di Hamas, Abdullatif Al-Qanou’, ha affermato: “La resistenza rimarrà pronta a rispondere ai crimini dell’occupazione e non le consentirà di versare il sangue del nostro popolo.”

Anche il movimento della Jihad Islamica ha rilasciato un comunicato simile, dicendo che “la resistenza sta facendo il proprio dovere di proteggere e difendere il nostro popolo,” aggiungendo che “risponderà con tutte le sue capacità militari all’aggressione (israeliana).”

Nel contempo nella Cisgiordania occupata il movimento Fatah ha condannato l’escalation nella Striscia di Gaza ed ha chiesto che la comunità internazionale “contrasti l’aggressione.”

Venerdì quattro palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane in due diversi incidenti: due di loro sono stati colpiti a morte durante le settimanali proteste della Grande Marcia del Ritorno nei pressi della barriera israeliana a est di Gaza, mentre un attacco aereo ha preso di mira un avamposto di Hamas, uccidendo due membri del braccio armato del movimento.

L’esercito israeliano ha detto di aver colpito la base di Hamas dopo che due dei suoi soldati sono stati feriti da Gaza presso la barriera israeliana da colpi di arma da fuoco.

Un cessate il fuoco tra Israele e Hamas mediato dall’Egitto e dalle Nazioni Unite aveva portato a una relativa calma nel periodo delle elezioni politiche israeliane del 9 aprile.

Ma martedì, dopo che dal territorio è stato sparato un razzo, Israele ha ridotto il limite di pesca che impone alle imbarcazioni che operano al largo di Gaza.

L’esercito israeliano ha incolpato la Jihad Islamica del razzo, caduto nel Mediterraneo.

Giovedì Israele ha affermato che la sua aviazione ha colpito un complesso militare di Hamas, dopo che palloni aerostatici con bombe incendiarie ed esplosivi sono stati lanciati attraverso il confine.

Dopo l’attacco aereo l’esercito israeliano ha detto che due razzi sono stati lanciati da Gaza verso Israele, facendo suonare le sirene in alcune zone del sud.

Con il cessate il fuoco a rischio, giovedì una delegazione di Hamas guidata dal capo di Gaza Yahya Sinwar ha lasciato l’enclave per recarsi al Cairo per colloqui con funzionari egiziani per negoziare una tregua.

Il cessate il fuoco ha visto Israele consentire al Qatar di fornire milioni di dollari in aiuti per Gaza al fine di pagare i salari e finanziare la fornitura di combustibile e ridurre la grave carenza di elettricità.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu è attualmente impegnato in negoziati per formare un nuovo governo in seguito alle elezioni dello scorso mese, mentre dal 14 al 18 maggio Israele ospiterà a Tel Aviv la competizione canora “Eurovision”.

Da più di un anno palestinesi hanno partecipato a periodiche manifestazioni e scontri lungo il confine di Gaza, chiedendo ad Israele di alleggerire il suo asfissiante blocco dell’enclave.

Dall’inizio delle proteste nel marzo 2018 almeno 270 palestinesi, in maggioranza lungo il confine, sono stati uccisi da fuoco israeliano.

Nello stesso periodo sono stati uccisi due soldati israeliani.

Israele accusa Hamas di utilizzare le proteste come copertura per condurre attacchi e afferma che le sue azioni sono necessarie per difendere il confine e bloccare le infiltrazioni.

I risultati di un’inchiesta ONU diffusi alla fine di febbraio hanno stabilito che Israele potrebbe aver commesso crimini contro l’umanità in risposta alle proteste sul confine, in quanto i cecchini hanno “intenzionalmente” sparato a civili, compresi minorenni, a giornalisti e a un disabile.

Israele ha respinto “totalmente” il rapporto, mentre Hamas ha chiesto che Israele venga chiamato a rispondere delle sue azioni.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La riduzione della zona di pesca di Gaza è “una punizione collettiva illegale”

Maram Humaid

30 aprile 2019,  Al Jazeera

La mossa arriva pochi giorni dopo che Israele ha esteso la zona di pesca a 15 miglia nautiche come parte di un accordo di cessate il fuoco

Per i 4.000 pescatori dell’enclave la decisione da parte dell’esercito israeliano di ridurre la zona di pesca accessibile nella Striscia di Gaza assediata non è “una sorpresa”.

Non è arrivata inaspettata. L’occupazione viola sempre gli accordi che riguardano i pescatori della Striscia,” ha detto ad Al Jazeera Zakaria Bakr, capo dell’Unione dei pescatori di Gaza.

Citando un presunto attacco con i razzi, martedì l’esercito israeliano ha detto che fino a nuovo avviso la pesca a Gaza sarà consentita solo fino a 6 miglia nautiche (11 km).

L’iniziativa arriva dopo che il 1 aprile Israele ha esteso la zona fino a un massimo di 15 miglia nautiche, come parte di un cessate il fuoco mediato dall’Egitto tra Israele e Hamas, il gruppo che governa la Striscia di Gaza.

Martedì in un comunicato l’esercito israeliano ha detto che la decisione è stata la risposta a un razzo lanciato dal gruppo Jihad Islamica lunedì sera, un’affermazione che il gruppo palestinese nega. “Le accuse di Israele sono parte della campagna di menzogne contro il movimento della Jihad Islamica,” ha detto ad Al Jazeera il portavoce della Jihad Islamica Mosaab al-Breim.

Fa anche parte della guerra psicologica che ha condotto a lungo contro il popolo palestinese…Il braccio armato della Jihad Islamica non ha confermato il lancio di un razzo verso l’occupazione (israeliana),” ha detto.

Bakr, dell’Unione dei pescatori, ha affermato che la decisione di Israele arriva in un momento critico e che l’accordo di cessate il fuoco non è riuscito ad alleviare l’opprimente blocco di Israele contro la Striscia.

Lo scopo dell’estensione era di migliorare l’economia di Gaza, che si basa molto sul settore ittico.

Molti pescatori hanno manifestato la propria soddisfazione per il gesto insolito, soprattutto in quanto il mese santo del Ramadan è imminente. Ma oggi, dicono, è una situazione “molto triste e difficile”.

Israele inventa sempre dei pretesti (per ridurre la zona di pesca consentita), soprattutto quando si avvicina la stagione della pesca,” dice Bakr.

Le barche nella Striscia di Gaza sono “più attive” durante la primavera che in qualunque altro periodo dell’anno, afferma, sottolineando che la mossa è una continuazione della “sistematica oppressione” di Israele contro i pescatori di Gaza, così come contro i quasi due milioni di abitanti.

Barche disperse

Oltre ai 4.000 pescatori che dipendono dal settore in quanto rappresenta una delle poche opportunità a disposizione per lavorare a Gaza, ci sono almeno altre 1.500 persone che beneficiano della vendita e dell’esportazione del pesce pescato là.

Ma le esportazioni si sono ridotte nel corso degli anni e il declino del settore della pesca a Gaza è tra le molte conseguenze della politica israeliana.

Nel 2007, in seguito alla vittoria di Hamas nelle elezioni che le hanno dato il controllo del territorio assediato, Israele ha imposto un rigido blocco terrestre, aereo e navale.

L’iniziativa ha anche ridotto l’ingresso di materie prime, lasciando la maggior parte delle barche senza le necessarie riparazioni per operare al massimo delle loro potenzialità.

Il limite sempre modificato da Israele riguardante fin dove i pescatori hanno il permesso di navigare nel Mediterraneo ha posto molte barche – e vite – in pericolo.

La barca di Omar Mounir è stata tra le 50 imbarcazioni salpate dalla costa di Gaza martedì mattina.

Questa mattina eravamo in mare, cercando di pescare come al solito,” dice a Al Jazeera il cinquantunenne.

Afferma che le barche erano arrivate al segnale delle 11 miglia nautiche quando hanno visto imbarcazioni della marina militare israeliana arrivare nella loro direzione.

Hanno sparato con cannoni ad acqua per disperdere le barche – alcune si sono rotte e altre più piccole sono affondate,” dice Mounir.

Ci hanno obbligati a girare e a tornare verso la riva, affermando che il limite era stato riportato indietro a sei miglia nautiche…Non abbiamo avuto il tempo di ritirare le nostre reti che avevamo sistemato nell’acqua.”

In base agli accordi di Oslo firmati nel 1993 Israele è obbligato a consentire di pescare fino a 20 miglia marine, ma ciò non è mai stato messo in pratica.

Israele nell’ultimo decennio ha lanciato tre grandi attacchi contro Gaza, che hanno pesantemente danneggiato la maggior parte delle infrastrutture della città. Durante questi attacchi la pesca è stata totalmente vietata.

I pescatori con cui Al Jazeera ha parlato hanno affermato che fare una spedizione di pesca al largo delle coste di Gaza potrebbe arrivare a costare 400 dollari.

Benché la zona consentita fosse stata estesa a 15 miglia nautiche, molti dei pescatori non hanno l’equipaggiamento adeguato o il combustibile per fare tutto il percorso.

Miriam Marmur di “Gisha”, un’organizzazione israeliana per i diritti, ha detto a Al Jazeera che l’ultima mossa israeliana costituisce “una punizione collettiva illegale”.

Israele restringe ed estende regolarmente la zona di pesca di Gaza, spesso come misura punitiva, provocando una grande incertezza e insicurezza,” dice Marmur.

Secondo lei le restrizioni israeliane contro Gaza sono state messe in atto come parte di una politica ufficiale di “guerra economica” contro la Striscia e hanno “poco” a che vedere con la sicurezza.

Dal 30 marzo 2018 i palestinesi della Striscia di Gaza hanno chiesto una fine del blocco e anche il diritto al ritorno nelle terre da cui le loro famiglie sono state espulse durante la fondazione di Israele nel 1948.

Secondo il ministero della Salute di Gaza almeno 6.500 manifestanti sono stati colpiti da cecchini israeliani, che hanno ucciso più di 250 persone tra cui minorenni, giornalisti e medici.

(traduzione di Amedeo Rossi)




In lutto a causa di Israele, traditi da Abbas

Hamza Abu Eltarabesh

16 aprile 2019, Electronic Intifada

Walaa Abu al-Qumsan è stata obbligata a lasciare l’università. Negli ultimi mesi pagare le tasse di iscrizione della ventunenne si è dimostrato impossibile a causa del fatto che la sua famiglia ha smesso di ricevere un sussidio da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Per un valore di circa 700 dollari al mese, l’indennità era stata concessa dopo che il padre di Walaa, Yousif, venne ucciso dalle truppe israeliane che 17 anni fa avevano invaso il campo di rifugiati di Jabaliya, nel nord di Gaza.

Walaa è furiosa con Mahmoud Abbas, il presidente dell’ANP, perchè ha bloccato il sussidio. Sperava di laurearsi presto in lingua araba all’università Islamica di Gaza. Ha saputo che il sussidio era stato ritirato proprio mentre stava per iscriversi all’ultimo semestre.

“Le nostre vite dipendono proprio da questa indennità,” dice. “Ma sembra che ad Abbas non importino le nostre vite.”

Sua sorella Nour, di 19 anni, si trova ad affrontare la stessa difficile situazione. Nour ha studiato nel collegio universitario per le scienze applicate di Gaza per diventare segretaria di un medico. Anche a lei non resta che abbandonare gli studi.

“Che io riesca o meno a realizzare il mio sogno e a laurearmi è nelle mani di Abbas,” dice Nour. “Voglio laurearmi e iniziare a cercare un lavoro per aiutare la mia famiglia. Da quando l’erogazione del sussidio è stata interrotta non possiamo pagare le tasse e neppure il costo del viaggio per andare all’università.”

La famiglia sembra essere stata punita per la sua affiliazione politica. Yousif Abu al-Qumsan era membro delle brigate Qassam, braccio armato di Hamas.

Un diritto, non la carità

In febbraio l’ANP ha smesso di pagare i sussidi a 1.700 famiglie di persone che sono state uccise da Israele.

La misura pare prendere di mira principalmente le famiglie di combattenti di Hamas e della Jihad Islamica. Queste due organizzazioni sono considerate rivali di Fatah, guidata da Abbas.

“I sussidi non sono una forma di carità, sono un diritto,” dice il figlio di Youssif, Ahmad, che ora ha 29 anni. Aggiunge di “non avere idea” del perché Abbas abbia deciso di punire le famiglie di persone uccise dalle forze israeliane.

Anche la mia famiglia estesa è stata colpita da queste misure.

Nel 2003 mio cugino Ramiz al-Talmas, membro delle brigate Qassam, venne ucciso durante un’incursione israeliana nella zona settentrionale di Gaza. Era l’unico figlio di mia zia Hania.

I sussidi pagati alle famiglie di persone uccise da Israele sono diversi. I fattori presi in considerazione quando vengono fissati includono le dimensioni della famiglia della vittima, il suo stato coniugale e il salario che percepiva in vita.

Nel caso di Ramiz, alla sua famiglia veniva pagata un’indennità mensile di circa 600 dollari.

“Mio figlio ha sacrificato la sua vita per questo Paese, “mi ha detto Hania. “Ora il presidente (Abbas) lo ricambia tagliando l’assegno per mantenere i suoi quattro figli.”

Un sogno semplice, svanito

Anche i sussidi pagati dall’Autorità Nazionale Palestinese a persone incarcerate da Israele sono stati bloccati.

I tagli colpiscono un totale di circa 770 ex-prigionieri ed altri 133 ancora in carcere.

Sono stati introdotti contro l’insieme dei tentativi di Israele di privare i palestinesi di fondi. Israele ha rifiutato di consegnare il ricavato delle tasse raccolte a favore dell’ANP. Una delle ragioni addotte da Israele per trattenere questo denaro è stata che l’ANP stava pagando i prigionieri. All’inizio dell’anno l’ANP ha smesso di pagare un sussidio a Faris Baroud, incarcerato dal 1991 per aver ucciso un israeliano e averne feriti altri tre.

Baroud, di Gaza City, è morto in prigione poco dopo che il sussidio è stato bloccato. La misura significa che la sua famiglia è stata punita sia da Israele che dall’ANP.

Per più di un decennio Israele ha negato alla madre di Faris Baroud il permesso di visitarlo, adducendo come pretesto “ragioni di sicurezza”. È morta nel 2017.

Anche le indennità pagate a persone ferite da Israele sono state bloccate per ordine di Abbas.

Ibrahim Salha, membro della Jihad Islamica, è stato colpito alla schiena dalle forze israeliane nel 2006, durante un attacco contro il campo profughi di Jabaliya. Ora ha 30 anni, le ferite non gli consentono di trovare un lavoro. Ha ricevuto circa 500 dollari al mese dall’ANP finché il sussidio non è stato bloccato.

“Non posso credere che ciò possa succedere,” dice. “Per 13 anni mi è stata data un’indennità e improvvisamente è stata tagliata.”

Salha sperava di sposarsi nel prossimo futuro. La fine del suo sussidio comporta che non se lo possa permettere.

“Non posso condurre una vita normale,” dice. “Persino il mio semplice sogno di sposarmi ora è svanito.”

Hamza Abu Eltarabesh è un giornalista di Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Come anche la sinistra disumanizza i Palestinesi di Gaza.

Susan Abulhawa

Al Jazeera, 13 aprile 2019

Avvolgendo gli abitanti di Gaza nell’aura di un mitico coraggio, la sinistra dimentica l’umanità dei Palestinesi.

Lungo tutto l’arco politico, dall’estrema sinistra all’estrema destra, attraversando ogni confine razziale ed etnico, quasi tutti quelli che hanno qualcosa da dire sui dimostranti di Gaza sembrano dimenticarsi il lato umano dei Palestinesi. Se viene da destra, la narrativa sarà quella dei terroristi, dei razzi e di Hamas, rinchiudendo totalmente una legittima resistenza palestinese entro l’immagine di una specie di Uomo Nero per l’immaginazione occidentale.

Da sinistra, le storie diventano materia da leggenda, descrivendo nella parte palestinese solo imperscrutabile eroismo, coraggio e “sumud”, una parola araba romanzata nella lingua inglese per descrivere l’epica determinazione palestinese.

Ai due estremi dello spettro, gli inermi Palestinesi diventano figure gigantesche, diverse dagli altri esseri umani, sia che riescano sovrumanamente a rappresentare una minaccia per dei soldati perfettamente armati e distanti parecchi campi da calcio, sia che mostrino coraggio e impavidità sovrannaturali di fronte a una morte quasi certa. Quest’ultima narrazione, che riesce a drammatizzare un’indicibile disperazione, è così attraente che persino i Palestinesi l’hanno ripresa.

Nulla da perdere

Solo pochi giorni fa guardavo il video di un giovane a cui avevano sparato alle gambe. Zoppica, cade e si rialza solo per essere colpito di nuovo dai proiettili. La scena si ripete per cinque o sei spari consecutivi, finché il giovane non si può più rialzare e gli altri arrivano per portarlo via. Il titolo e i commenti esaltavano il “giovane coraggioso” che continuava a resistere al suo oppressore malgrado fosse stato colpito più volte alle gambe.

Come madre palestinese, vedevo qualcos’altro in quell’uomo, abbastanza giovane da poter essere mio figlio. Forse era stato completamente privato di ogni speranza e gli avevano tolto la voglia di vivere una vita rinchiusa nella barbara, maligna e inventiva ferocia dell’assedio israeliano a Gaza. Un giovane che ha probabilmente conosciuto poco più che paura, disperazione, povertà e impotenza a fare qualsiasi cosa. Forse un giovane che non ha nulla da perdere, uno già derubato della sua vita legittima, che cerca, in segno di sfida, almeno un singolo momento di dignità, sapendo, e magari sperando, che quello sia l’ultimo. E forse è questo ciò che ha visto il soldato che ha sparato, e ha scelto di aggiungere il trauma di un’amputazione a un uomo già torturato che sollevava debolmente una piccola pietra senza neanche la volontà o l’energia sufficiente per lanciarla.

Forse la sua motivazione era il nazionalismo. Forse aveva la speranza di assicurare denaro alla sua famiglia se fosse stato martirizzato o ferito. Forse pensava che la sua morte potesse far avanzare la sua gente di un centimetro verso la libertà. Forse era la sola cosa che gli restava da fare. Non possiamo sapere cosa passa per la testa di uno che mette il proprio corpo tra i proiettili e la disperazione. Ma possiamo essere sicuri che le sue motivazioni sono dolorosamente umane. Non c’è nulla di divino da capire o trasformare in feticcio.

Analisi riduttive

Non c’è dubbio alcuno che ci vuole coraggio per scendere in campo contro Israeliani omicidi e carichi di odio, ma le narrazioni che permeano di mitico eroismo i Palestinesi sono nocive. Queste narrazioni propongono una irreale, quasi divina, capacità di resistere a ciò che nessun essere umano dovrebbe essere costretto a sopportare, e nascondono la molto umana e fosca realtà della vita a Gaza, che ha portato a tassi di suicidio mai prima visti nella società palestinese.

Le persone di Gaza hanno differenti ragioni per prendere parte alla Grande Marcia del Ritorno, ma le analisi prevalenti sono riduttive, spesso unendo l’epico coraggio palestinese con la resistenza nonviolenta, perché l’immaginazione occidentale non può tollerare una resistenza armata, non importa quanto durevole e impietosa sia la violenza che è stata inflitta. L’eroismo connesso alle armi è esclusiva prerogativa dei soldati occidentali. L’unica resistenza moralmente valida concessa agli oppressi è, nella mente occidentale, esclusivamente nonviolenta. Questo significa che il diritto palestinese alla libertà e alla dignità svanisce nel momento in cui noi facciamo volare degli aquiloni incendiari o spariamo un razzo verso uno stato che da decenni sta massacrando la società e i corpi stessi dei Palestinesi. Vediamo le stesse reazioni negli USA, quando gli Afroamericani si sollevano e non si attengono perfettamente a una “pacifica” e “non violenta” protesta, dopo i secoli di denigrazione e marginalizzazione che hanno subito.

Certo non aiuta che persino alcuni Palestinesi rafforzino questa opinione, rigettando Hamas o riducendo qualsiasi forma di resistenza armata ad un fatto anomalo in una protesta altrimenti ideale e ordinata di un popolo oppresso straordinariamente forte e valoroso.

Gaza è un campo di sterminio

Ma bisogna dire la verità, e la verità è orribilmente sgradevole e squallida. Non c’è nulla per cui il mondo debba romanzare Gaza. Nulla da idealizzare. Gaza è un campo di sterminio. La tecnologia dello sterminio e della repressione è il maggior prodotto esportato dalla “Nazione Ebraica” e Gaza è il laboratorio umano dove l’industria israeliana delle armi collauda i suoi prodotti sui corpi, le menti e le anime dei Palestinesi. È una sventurata esistenza che non risparmia nessuno dei due milioni di prigionieri in quel campo di concentramento.

Israele ha trasformato Gaza, una volta grande città crocevia di commercio fra tre continenti, in un buco nero dei sogni. Gaza è la tomba della speranza, un inceneritore del potenziale umano, un estintore di ogni prospettiva. Le persone riescono a malapena a respirare a Gaza. Non possono lavorare, non possono partire, non possono studiare, non possono costruire, non possono guarire. Sotto ogni punto di vista, la minuscola striscia è invivibile, letteralmente inadatta alla vita. Quasi il 100% dell’acqua non è potabile. La disoccupazione giovanile è così alta che è più facile contare gli occupati, un patetico 30%. Circa  l’80 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà. La maggior parte degli abitanti gode di poche ore di elettricità al giorno. Il sistema fognario è al collasso. Il sistema sanitario è giunto al suo punto di rottura e gli ospedali stanno chiudendo per mancanza di rifornimenti essenziali e di carburante, che Israele spesso impedisce di comprare o anche di ricevere in dono. Questa indicibile miseria è intenzionale. Israele l’ha progettata e realizzata. E il mondo permette che continui.

Parlare di “sumud”

Quando la nostra vita, la nostra resistenza e la nostra lotta sono inquadrate in termini leggendari, non solo si dimentica la nostra umanità, ma si diminuisce la depravazione morale del controllo israeliano su milioni di vite palestinesi. Il discorso sul “sumud” ci prepara all’insuccesso a ogni svolta. Da un lato si presuppone che i Palestinesi possano sopportare qualsiasi cosa, dall’altro si diffonde l’affermazione sottintesa che i Palestinesi meritino di essere liberi poiché sono buoni, coraggiosi, non violenti e determinati.

Ma la verità è che non siamo nulla di più, nulla di meno che umani. Collettivamente non siamo né mostri né eroi, e anche il peggiore di noi ha il diritto di vivere libero dall’occupazione straniera. Va detto e ripetuto che la lotta contro i nostri aguzzini è legittima in ogni sua forma, sia essa nonviolenta o violenta. Va detto e ripetuto che comunque noi lottiamo, la nostra resistenza è sempre autodifesa. Va detto ancora e ancora che il nostro diritto alla vita e alla dignità non è basato sulla nostra collettiva bontà, o coraggio o risolutezza. In ultima analisi, la sinistra deve smettere di raccontare in forma leggendaria i Palestinesi e guardare invece direttamente all’orrore della disperazione e dell’angoscia di Gaza che la maggior parte di chi legge, io credo, non può neanche immaginare.

Il punto di vista espresso in questo articolo è quello personale dell’autrice e non riflette necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Susan Abulhawa è una scrittrice palestinese autrice del romanzo, best-seller internazionale, “Ogni mattina a Jenin” (2010). È anche fondatrice di Playgrounds for Palestine, una ONG che si occupa di bambini.

Traduzione di Elisabetta Valento

A cura di Assopace Palestina