Da un database dell’esercito israeliano emerge che almeno l’83% delle vittime di Gaza sarebbero civili.

Yuval Abraham

21 agosto 2025 – +972 Magazine

Un’indagine congiunta rivela che dati di intelligence classificati di maggio rivelano che Israele ritiene di aver ucciso nei suoi attacchi a Gaza circa 8.900 militanti, indicando una percentuale di massacri di civili con pochi riscontri nelle guerre moderne.

Un’indagine di +972 Magazine, Local Call e The Guardian rileva che sulla base di dati provenienti da un database interno dell’intelligence israeliana almeno l’83% dei palestinesi uccisi nell’aggressione israeliana a Gaza sarebbe costituito da civili.

I dati ottenuti dal database classificato che registra le morti di militanti di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese (PIJ) contraddicono ampiamente le dichiarazioni pubbliche dell’esercito e dei funzionari governativi israeliani durante la guerra, che hanno generalmente sostenuto un rapporto di 1:1 o 2:1 tra vittime civili e combattenti. Al contrario, i dati classificati corroborano i risultati di diversi studi che suggeriscono che i bombardamenti israeliani su Gaza abbiano ucciso civili a un ritmo con poche analogie nelle guerre moderne.

L’esercito israeliano ha confermato l’esistenza del database, gestito dalla Direzione dell’Intelligence Militare (nota con l’acronimo ebraico “Aman”). Diverse fonti di intelligence a conoscenza del database hanno affermato che l’esercito lo considera l’unico conteggio affidabile dei militanti uccisi. Come ha detto uno di loro: “Non c’è altro posto dove controllare”.

Il database include un elenco di 47.653 nomi di palestinesi di Gaza che Aman ritiene attivi nei ranghi militari di Hamas e PIJ; secondo le fonti, l’elenco si basa su documenti interni delle organizzazioni acquisiti dall’esercito (che +972, Local Call e The Guardian non sono stati in grado di verificare). Il database indica 34.973 di questi nomi come membri di Hamas e 12.702 come membri della Jihad Islamica (pochi militanti sono catalogati come facenti parte di entrambe le organizzazioni, ma questi vengono conteggiati solo una volta nel totale complessivo).

Secondo i dati, ottenuti a maggio di quest’anno, l’esercito israeliano riteneva di aver ucciso dal 7 ottobre circa 8.900 militanti, di cui 7.330 morti considerati certi e 1.570 registrati come “probabilmente morti”. La grande maggioranza di loro erano di basso rango, mentre lesercito sospettava di aver ucciso tra 100 e 300 alti esponenti di Hamas su un totale di 750 nominativi presenti nel database.”

Una fonte a conoscenza del database ha spiegato che nell’elenco al nome di ogni combattente che l’esercito è sicuro di aver ucciso è allegato uno specifico documento dell’intelligence che giustifica tale designazione. +972, Local Call e The Guardian hanno ottenuto i dati numerici dal database senza i nomi o ulteriori rapporti dell’intelligence.

Il bilancio complessivo delle vittime pubblicato quotidianamente dal Ministero della Salute di Gaza (che, come rivelato da Local Call l’anno scorso, è considerato affidabile persino dall’esercito israeliano) non distingue tra civili e militanti. Tuttavia, confrontando i dati sulle vittime tra i militanti ottenuti dal database interno dell’esercito israeliano a maggio con il bilancio totale delle vittime del Ministero della Salute, è possibile calcolare un rapporto approssimativo delle vittime civili causate dalla guerra fino a tre mesi fa, quando il bilancio delle vittime era di 53.000.

Supponendo che tutte le morti, certe e probabili, tra i militanti fossero conteggiate nel bilancio delle vittime, ciò significherebbe che oltre l’83% dei morti a Gaza erano civili. Se si escludessero le morti probabili e si considerassero solo quelle certe, la percentuale di morti civili salirebbe a oltre l’86%.

Fonti di intelligence hanno spiegato che il numero totale di militanti uccisi è probabilmente superiore a quello registrato nel database interno, poiché non include i combattenti di Hamas o della Jihad islamica (PIJ) uccisi ma non identificabili per nome, i cittadini di Gaza che hanno preso parte ai combattimenti ma non erano ufficialmente membri di Hamas o della Jihad islamica (PIJ), né figure politiche di Hamas come sindaci e ministri del governo, che Israele considera anch’essi obiettivi legittimi (in violazione del diritto internazionale).

Tuttavia, ciò non significa necessariamente che il tasso di vittime civili sia inferiore a quello calcolato sopra; anzi, potrebbe essere persino più alto. Studi recenti hanno suggerito che il bilancio delle vittime del Ministero della Salute che attualmente si aggira intorno alle 62.000 sia probabilmente una significativa sottostima del numero totale di vittime dell’attacco israeliano, forse di diverse decine di migliaia.

Falsificare le cifre

Fin dall’inizio della guerra, i funzionari israeliani hanno cercato di respingere le accuse di uccisioni indiscriminate a Gaza, mentre il bilancio delle vittime palestinesi aumentava rapidamente. Nel dicembre 2023, con il totale delle vittime già a quota 16.000, il portavoce internazionale dell’esercito israeliano, Jonathan Conricus, dichiarò alla CNN che Israele aveva ucciso due civili per ogni militante, un rapporto che descrisse come “estremamente positivo”. Nel maggio 2024, quando il bilancio delle vittime aveva raggiunto 35.000, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu affermò che il rapporto era in realtà più vicino a 1:1, un’affermazione che ripeté nel settembre dello stesso anno.

Il numero specifico di militanti che Israele afferma di aver ucciso dal 7 ottobre ha oscillato apparentemente senza alcuna logica. Nel novembre 2023, un alto funzionario della sicurezza suggerì sul sito di notizie israeliano Ynet che Israele avesse già ucciso oltre 10.000 militanti. In una valutazione militare ufficiale presentata al governo il mese successivo questo numero scese a 7.860.

Le misteriose oscillazioni nel numero delle vittime tra i militanti continuarono fino al 2024. Nel febbraio di quell’anno, il portavoce delle IDF affermò che Israele aveva ucciso 13.000 combattenti di Hamas, ma una settimana dopo l’esercito riportò una cifra inferiore, pari a 12.000. Nell’agosto 2024 l’esercito dichiarò di aver ucciso 17.000 militanti di Hamas e PIJ, un numero che si ridusse nuovamente due mesi dopo a 14.000 uccisi “con alta probabilità“. Nel novembre 2024 Netanyahu affermò che il numero era “vicino a 20.000”.

Nel suo discorso di congedo, a gennaio di quest’anno, il Capo di Stato Maggiore uscente Herzi Halevi ha ribadito che dal 7 ottobre a Gaza Israele avrebbe ucciso 20.000 militanti. E a giugno il Centro di studi strategici Begin-Sadat dell’Università di Bar-Ilan, un istituto di destra, ha citato fonti militari che affermavano che il numero di vittime tra i militanti a Gaza ammontasse a 23.000.

Fonti di intelligence hanno riferito a +972, Local Call e The Guardian che alcune di queste affermazioni probabilmente derivavano da un database obsoleto e impreciso gestito dal Comando Sud dell’esercito, che alla fine dell’anno scorso stimava, senza un elenco di nomi, che fossero stati uccisi circa 17.000 militanti. “Questi numeri sono fandonie del Comando Sud”, ha affermato una fonte di intelligence.

I resoconti esagerati del Comando Sud si basavano probabilmente su dichiarazioni di comandanti sul campo i cui subordinati solevano segnalare erroneamente le vittime civili come militanti.

Ad esempio, +972 e Local Call hanno recentemente rivelato un caso in cui un battaglione di stanza a Rafah ha ucciso circa 100 palestinesi, registrandoli tutti come “terroristi”; eppure un ufficiale del battaglione ha testimoniato che in tutti i casi, tranne due, le vittime erano disarmate. Un’inchiesta di Haaretz dell’anno scorso ha rilevato in modo analogo che solo 10 dei 200 “terroristi” uccisi dalla 252ª Divisione nel Corridoio di Netzarim, secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’IDF, potevano essere considerati agenti di Hamas.

Nell’aprile 2024 il quotidiano di destra Israel Hayom ha riferito che diversi membri della Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset avevano messo in dubbio l’affidabilità delle cifre relative alle vittime tra i militanti presentate loro dall’esercito. Dopo aver esaminato i dati forniti dall’esercito, i membri della commissione hanno scoperto che la cifra reale era molto inferiore e che l’esercito aveva gonfiato il numero di vittime tra i militanti “per creare un rapporto di 2:1” tra uccisioni di civili e di militanti.

“Stiamo segnalando l’uccisione di molti militanti di Hamas, ma credo che la maggior parte delle persone che segnaliamo come morte non siano realmente militanti di Hamas”, ha dichiarato a +972, Local Call e The Guardian una fonte dell’intelligence che ha accompagnato le forze sul campo. “Le persone vengono promosse al rango di terrorista dopo la loro morte. Se avessi dato retta alla brigata sarei giunto alla conclusione che avevamo ucciso il 200% dei militanti di Hamas nella zona”.

Una fonte ufficiale della sicurezza ha confermato che prima che il database dell’intelligence fosse in uso le cifre fornite dall’esercito riguardo alle vittime tra i militanti, come il numero di 17.000, erano solo una “stima” basata in gran parte sulle testimonianze degli ufficiali. “Il metodo di conteggio è cambiato”, ha detto la fonte. “All’inizio della guerra, [ci basavamo] sui comandanti che dicevano ‘Ho ucciso cinque terroristi'”.

Il database dell’intelligence, al contrario, si basa su un’analisi persona per persona e fornisce le uniche cifre sulle quali l’esercito può “fare affidamento” con un alto grado di certezza, ha spiegato la fonte, anche supponendo che i dati possano essere sottostimati. La fonte ha aggiunto che i numeri dichiarati pubblicamente dai leader politici non sono coordinati con i dati di intelligence disponibili.

L’analista palestinese Muhammad Shehada ha dichiarato a +972, Local Call e The Guardian che i numeri nel database dell’intelligence corrispondono strettamente a quelli a lui trasmessi da funzionari di Hamas e della Jihad islamica palestinese: questi nel dicembre 2024 stimavano che Israele avesse ucciso circa 6.500 dei loro membri, compresi quelli dell’ala politica.

“Mentono continuamente”

Poco dopo il 7 ottobre Yossi Sariel, allora comandante della squadra d’élite di intelligence dell’esercito, l’Unità 8200, iniziò a condividere un aggiornamento quotidiano con i suoi subordinati che mostrava il numero di combattenti di Hamas e della Jihad islamica (PIJ) uccisi a Gaza. Il grafico, secondo tre fonti che lo conoscevano, era chiamato “war dashboard” [pannello di controllo di guerra, ndt.] e veniva presentato da Sariel come misura del successo dell’esercito.

“Insisteva molto su ‘dati, dati, dati'”, ha spiegato uno dei subordinati di Sariel. “[C’era] la necessità di misurare tutto in termini quantitativi. Per dimostrare l’efficienza. Per cercare di rendere tutto più intelligente e tecnologico”. Un’altra fonte ha affermato che era come “una partita di calcio, con gli ufficiali seduti a guardare i numeri salire sul pannello di controllo”. (Yossi Sariel ha rifiutato la nostra richiesta di commento, rimandandoci al portavoce delle IDF).

Il Maggior Generale (in congedo) Itzhak Brik, che ha prestato servizio per molti anni come comandante dell’esercito israeliano e in seguito come Difensore Civico per i Reclami dei Soldati, ha spiegato come questa prospettiva abbia alimentato una cultura della menzogna. “Hanno creato un sistema [in base al quale] più si uccideva, più si otteneva successo, e di conseguenza hanno mentito sul numero di persone uccise”, ha affermato, descrivendo i numeri presentati dal portavoce delle IDF come “uno dei bluff più gravi” nella storia di Israele.

“Mentono continuamente, sia a livello militare che politico”, ha aggiunto Brik. “Per ogni raid il portavoce dell’IDF annunciava: ‘Centinaia di terroristi sono stati uccisi'”, ha continuato. “È vero che centinaia di persone sono state uccise, ma non erano terroristi. Non c’è assolutamente alcuna connessione tra i numeri che annunciano e ciò che sta realmente accadendo”.

Ha aggiunto che nel parlare con i soldati il ​​cui compito era esaminare e identificare i corpi delle persone uccise dall’esercito a Gaza, gli è stato riferito: “Tutti quelli che l’esercito afferma di aver ucciso, per la maggior parte sono [civili]. Punto”.

Sia Hamas che la Jihad islamica palestinese sono state gravemente indebolite dall’offensiva israeliana degli ultimi due anni, che ha ucciso la maggior parte dei vertici delle organizzazioni e danneggiato significativamente le loro infrastrutture militari. Tuttavia, i dati ottenuti dal database dell’intelligence mostrano che Israele ha ucciso solo un quinto di coloro che considera militanti. Stime dell’intelligence americana suggeriscono che Hamas abbia reclutato 15.000 militanti durante la guerra, il doppio di quelli uccisi da Israele.

Ma la diffusa retorica genocida della leadership e degli alti comandi militari israeliani fin dall’inizio della guerra suggerisce l’intenzione di colpire tutti i palestinesi di Gaza, non solo i militanti. La mattina del 7 ottobre, l’allora capo di stato maggiore Herzi Halevi disse alla moglie: “Gaza sarà distrutta”, ha rivelato lei in un recente podcast. E in una registrazione trapelata negli ultimi mesi, trasmessa la scorsa settimana sul Canale 12 israeliano, l’allora direttore di Aman, Aharon Haliva, affermò che “50 palestinesi devono morire” per ogni israeliano ucciso il 7 ottobre, aggiungendo: “e non importa se sono bambini”.

Il diritto internazionale non stabilisce cosa costituisca un rapporto “accettabile” tra le vittime civili, ma piuttosto esamina ogni attacco secondo il principio di “proporzionalità“. A questo proposito, già nel novembre 2023 +972 e Local Call avevano rivelato che dopo il 7 ottobre l’esercito israeliano aveva allentato significativamente le restrizioni sulle vittime civili, autorizzando l’uccisione di oltre 100 civili palestinesi nel caso si tentasse di assassinare un alto comandante di Hamas, e fino a 20 per i suoi subalterni.

Il risultato di questa politica dell’eliminazione fisica e del rafforzamento della cultura della vendetta seguite al 7 ottobre è un tasso di vittime civili a Gaza estremamente elevato per una guerra moderna, affermano gli esperti, anche rispetto a conflitti noti per le uccisioni indiscriminate come le guerre civili siriane e sudanesi.

“Questa percentuale di civili tra le vittime sarebbe insolitamente alta, soprattutto perché si protrae da così tanto tempo”, ha affermato Therese Pettersson dell’Uppsala Conflict Data Programme [Programma statistico sui conflitti di Uppsala, ndt.] (UCDP), che raccoglie dati sulle vittime civili in tutto il mondo. Ha aggiunto che è possibile riscontrare tassi simili tra vittime civili quando si individua una particolare città o battaglia all’interno di un conflitto più ampio, ma “molto raramente” quando si considera una guerra nel suo complesso.

Nei conflitti internazionali monitorati dall’UCDP dal 1989 i civili hanno rappresentato una percentuale maggiore di vittime solo nei genocidi di Srebrenica (1992-95) e Ruanda (1994) e durante l’assedio di tre mesi di Mariupol da parte della Russia (2022), ha affermato Pettersson.

Solo quando ci sarà un cessate il fuoco sarà possibile calcolare con precisione il numero di vittime civili e militanti a Gaza. Ma i dati dell’intelligence indicano che il tasso di vittime civili è di gran lunga superiore alle cifre che Israele ha presentato al mondo negli ultimi due anni.

+972 e Local Call hanno inizialmente contattato il portavoce delle IDF per un commento alla fine di luglio, ricevendo una dichiarazione che non contestava le nostre conclusioni: “Durante tutta la guerra sono state condotte valutazioni di intelligence complete sul numero di terroristi eliminati nella Striscia di Gaza. Il conteggio è un processo di intelligence complesso che si basa sulla situazione delle forze sul campo e sulle informazioni dell’intelligence, incrociando un’ampia gamma di fonti di intelligence”.

Tre settimane dopo, in seguito alla richiesta di commento del Guardian sugli stessi dati, l’esercito ha dichiarato di voler “riformulare” la sua risposta e ha respinto le nostre conclusioni senza ulteriori spiegazioni: “Le cifre presentate nell’articolo sono errate e non riflettono i dati disponibili nei sistemi delle IDF. Durante tutta la guerra vengono condotte continue valutazioni di intelligence sul numero di terroristi eliminati nella Striscia di Gaza, basate su metodologie BDA [valutazioni dei danni da bombardamento] e su verifiche incrociate di varie fonti… [inclusi] documenti provenienti da organizzazioni terroristiche nella Striscia”.

Al momento nessun portavoce ha risposto alla domanda sul perché l’esercito abbia fornito risposte diverse a domande su un singolo set di dati.

Ha contribuito all’articolo Emma Graham-Harrison di The Guardian.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gli alleati di Israele e la nave che affonda

Joseph Massad

14 agosto 2025 – Middle East Eye

Mentre a Gaza si moltiplicano le atrocità i paesi occidentali che sostengono Israele sono in preda al panico temendo possa fare la fine di altre imprese di colonizzazione di insediamento che sono fallite miseramente

Un panico improvviso ha travolto i sostenitori di Israele in tutto il mondo. I regimi neocoloniali occidentali, comprese le colonie di bianchi di Australia, Canada e Nuova Zelanda, sono particolarmente preoccupati per il destino dell’ultima colonia di insediamento europea in Asia.

Persino alcune organizzazioni ebraiche britanniche e statunitensi vicine a Israele si sono unite al crescente coro di voci preoccupate.

Pur difendendo pienamente i crimini commessi da Israele prima e dopo il 7 ottobre 2023 i suoi sostenitori occidentali hanno improvvisamente sviluppato scrupoli morali riguardo alla fase più recente del genocidio, in cui i continui bombardamenti e l’incenerimento di Gaza – un olocausto – sono ora aggravati dalla deliberata fame di massa inflitta ai sopravvissuti palestinesi.

A differenza delle organizzazioni ebraiche antisioniste e di altre formazioni ebraiche di sinistra, che hanno condannato e protestato contro il genocidio israeliano sin dal suo inizio, la maggioranza delle principali organizzazioni ebraiche filo-israeliane britanniche e americane ha mantenuto il pieno sostegno alle azioni di Israele.

La situazione è cambiata nelle ultime due settimane, con la comparsa di dichiarazioni apparentemente coordinate e simultanee di preoccupazione per la carestia a Gaza.

Immagini raccapriccianti di bambini scheletrici, folle disperate nei siti militarizzati di distribuzione degli aiuti e palestinesi affamati massacrati mentre cercavano di procurarsi del cibo hanno reso insostenibile per i governi e le istituzioni occidentali filo-israeliane continuare a giustificare i crimini di Israele o ignorare la portata della catastrofe umanitaria.

A parte il suo sponsor statunitense, sta diventando sempre più chiaro che pochi dei restanti alleati di Israele sono disposti a seguirlo fino in fondo nel perseguimento del genocidio e rioccupazione di Gaza, e alcuni potrebbero già prepararsi ad abbandonare la nave che affonda.

Preoccupazione tardiva

Preoccupati per il destino di Israele, i suoi sostenitori hanno recentemente attenuato il loro giubilo per la guerra con accenni simbolici all’umanitarismo, cercando di garantire che la sua campagna genocida continui senza ostacoli in mezzo alla crescente indignazione globale.

Il 27 luglio la filoisraeliana American Jewish Committee (AJC) ha rilasciato una dichiarazione a sostegno della “giustificata guerra di Israele per eliminare la minaccia rappresentata da Hamas e garantire il rilascio degli ostaggi rimasti”, ma esprimendo “immenso dolore per il grave tributo che questa guerra ha imposto ai civili palestinesi” e dichiarando di essere “profondamente preoccupati per il peggioramento dell’insicurezza alimentare a Gaza”.

L’AJC ha inoltre accolto con favore “l’annuncio da parte di Israele di una serie di ulteriori e significativi interventi per aumentare il flusso e la distribuzione di aiuti a Gaza”, esortando “Israele, la Gaza Humanitarian Foundation, le Nazioni Unite e tutti coloro che sono coinvolti nella distribuzione degli aiuti ad aumentare la cooperazione e il coordinamento al fine di garantire che gli aiuti umanitari raggiungano i civili palestinesi a Gaza”.

L’AJC non è l’unica a esprimere una tardiva preoccupazione per i palestinesi. Nella stessa settimana, anche l’Assemblea Rabbinica di New York, che rappresenta la denominazione conservatrice dell’ebraismo, ha espresso la sua preoccupazione “per il peggioramento della crisi umanitaria a Gaza”, chiedendo “un’azione urgente per alleviare le sofferenze dei civili e garantire la consegna degli aiuti”.

L’Assemblea ha auspicato “un futuro radicato nella giustizia, nella dignità e nella sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi” e ha esortato Israele a “fare tutto il possibile per garantire che gli aiuti umanitari raggiungano chi ne ha bisogno”. Facendo appello agli insegnamenti ebraici, ha affermato: “La tradizione ebraica ci impone di garantire la fornitura di cibo, acqua e medicinali come priorità assoluta”.

A loro si è unita l’Unione per il Giudaismo Riformato, la più grande organizzazione ebraica del Nord America, che si oppone con veemenza al sionismo fin dagli anni ’40.

In una dichiarazione rilasciata il 27 luglio il Movimento Riformista ha affermato: “Né l’intensificazione della pressione militare né la limitazione degli aiuti umanitari hanno avvicinato Israele a un accordo sul recupero degli ostaggi o sulla fine della guerra”. Ha aggiunto: “Israele non deve sacrificare la propria reputazione morale… Far morire di fame i civili di Gaza non fornirà a Israele quella ‘vittoria totale’ su Hamas che desidera, né può essere giustificato dai valori ebraici o dal diritto umanitario”.

Giorni dopo, una lettera firmata da 1.000 rabbini di varie denominazioni in tutto il mondo dichiarava di “non poter tollerare le uccisioni di massa di civili, tra cui un gran numero di donne, bambini e anziani, o l’uso della fame come strumento di guerra”. Hanno scritto: “In nome della reputazione morale non solo di Israele, ma dell’ebraismo stesso, l’ebraismo a cui sono consacrate le nostre vite”.

Controllo del danno

Dichiarazioni di preoccupazione per la condotta di Israele si sono diffuse oltre gli Stati Uniti.

Il 29 luglio la più grande organizzazione ebraica del Regno Unito, il Board of Deputies, ha chiesto un “rapido, incondizionato e sostenuto incremento degli aiuti attraverso tutti i canali disponibili” ai palestinesi di Gaza, appena un mese dopo aver sanzionato alcuni suoi membri per aver criticato i crimini commessi da Israele.

Proprio lo stesso giorno un gruppo di 31 eminenti israeliani ha esortato la comunità internazionale a imporre a Israele “stringenti sanzioni” per la fame imposta ai palestinesi. Questo appello è arrivato il giorno dopo che due organizzazioni israeliane per i diritti umani, B’Tselem e Medici israeliani per i diritti umani, si sono unite al resto del mondo nel definire le azioni di Israele come “genocidio”.

Persino il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe urlato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una recente telefonata di smettere di negare la carestia.

Ma non si creda che tutti la pensino così, perché non è vero: un recente sondaggio ha rilevato che il 79% degli ebrei israeliani è “poco turbato” o “per niente turbato” dalle notizie di carestia e sofferenza a Gaza.

Obiezioni alle politiche israeliane sono arrivate anche dalla maggior parte dei regimi occidentali, in particolare in merito al piano recentemente annunciato da Israele di rioccupare Gaza. Persino le voci più autorevoli sul quotidiano britannico filo-israeliano The Guardian erano in preda al panico, avvertendo che una simile mossa sarebbe dannosa per Israele, poiché “non garantirebbe una vittoria militare” e “intensificherebbe la lotta con Hamas senza alcuna possibilità di porvi fine”.

Anche i sostenitori occidentali di IsraeleGran Bretagna, Germania, Francia, Australia, Nuova Zelanda, Canada e altri – si sono dichiarati contrari alla rioccupazione.

Le loro proteste sono giunte nonostante Netanyahu abbia affermato che il suo obiettivo è semplicemente “liberare Gaza da Hamas e consentire l’insediamento di un governo pacifico”.

Il governo tedesco, fanaticamente filo-israeliano, che ha sostenuto ogni azione israeliana dall’ottobre 2023, ha ora dichiarato di voler vietare nuove vendite di armi allo Stato genocida che potrebbero essere utilizzate nell’olocausto palestinese in corso.

A ciò si aggiunge l’ultimo stratagemma occidentale di riconoscere un fantomatico Stato palestinese alle Nazioni Unite il mese prossimo, nel disperato tentativo di salvare la colonia di insediamento che è Israele da se stessa e di mascherare l’aperto e attivo sostegno occidentale al genocidio.

Perfino le dittature arabe sostenute dall’Occidente, le stesse che non hanno esitato a supportare materialmente, se non sempre ufficialmente, il genocidio di Israele sin dal suo inizio, stanno ora sponsorizzando queste misure.

Una nave che affonda

Di fronte al riconoscimento del massacro di Gaza come genocidio da parte di relatori indipendenti delle Nazioni Unite e di organizzazioni per i diritti umani, a cui si sono aggiunte, tardivamente, alcune israeliane, è diventato molto più difficile per i governi occidentali e i media tradizionali giustificare, negare o altrimenti mettere in dubbio la portata della distruzione e delle uccisioni a Gaza, poiché negli ultimi mesi tali narrazioni sono diventate meno sostenibili.

Inoltre, il totale fallimento di Israele nel vincere la guerra contro Hamas, per non parlare dell’Iran, e la sensazione che le sue capacità militari sembrino efficaci solo nell’uccisione di civili pur senza riuscire a costringerli alla sottomissione sono diventati importanti preoccupazioni per la sicurezza dei governi occidentali.

Senza la quotidiana assistenza militare, di intelligence, finanziaria e diplomatica dell’Occidente Israele non avrebbe potuto compiere il genocidio né difendersi dagli attacchi di coloro contro cui ha agito aggressivamente per decenni.

Il fatto che il governo di Israele, sostenuto dalla maggioranza dellelettorato ebraico israeliano, stia portando avanti politiche che hanno gravemente danneggiato limmagine del Paese presso lopinione pubblica occidentale ha rappresentato unulteriore umiliazione per i suoi sostenitori in Occidente.

A parte il suo sponsor e madrepatria adottiva, gli Stati Uniti, le recenti battute d’arresto di Israele hanno spinto molti dei suoi alleati a cercare scialuppe di salvataggio, forse riluttanti ad affondare con una nave che cola a picco.

Alla fine della guerra di liberazione in Algeria, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, l’opinione pubblica francese si era stancata della violenza barbara scatenata dai coloni francesi contro gli algerini nella loro patria e nella Francia continentale in un ultimo disperato tentativo di preservare la loro colonia di insediamento.

Osserviamo una tendenza simile nel caso israeliano. I sondaggi in tutto il mondo occidentale mostrano che la maggioranza dell’opinione pubblica condanna le atrocità israeliane, da destra a sinistra. Anche negli Stati Uniti, non solo la sinistra, ma anche la destra trumpista ha abbandonato la colonia di insediamento che è Israele e si oppone al sostegno fornitole dagli Stati Uniti.

La preoccupazione tra gli ostinati sostenitori occidentali di Israele è che il suo destino possa rispecchiare quello dell’Algeria francese. Il fatto che Netanyahu stesso si preoccupi da un decennio che Israele possa non sopravvivere fino al suo centesimo compleanno rafforza ulteriormente il timore che il Paese stia accelerando la propria fine.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele ha creato una “cellula di legittimazione” per “insabbiare” gli omicidi di giornalisti a Gaza

Redazione di Palestine Chronicle

12 agosto 2025, Palestine Chronicle

Perché ucciderlo proprio ora, alla vigilia dei piani per conquistare Gaza City? La risposta è chiara. Penso che Israele abbia ucciso Anas Al Sharif semplicemente perché era un giornalista”. Yuval Abraham.

I servizi segreti israeliani hanno istituito un’unità speciale allo scopo di giustificare le azioni dell’esercito a Gaza, compresa l’uccisione di giornalisti, secondo il giornalista investigativo israeliano Yuval Abraham.

Dopo il 7 ottobre, una squadra chiamata ‘Cellula di legalizzazione’ è stata istituita all’interno di AMAN (i servizi segreti militari)”, ha scritto Abraham su X lo scorso lunedì, dopo l’ultimo omicidio, portato a termine con un attacco aereo, di sei giornalisti, tra cui il reporter di Al Jazeera Anas Al Sharif.

Gli agenti dei servizi segreti cercano informazioni per fornire una ‘legittimazione’ alle azioni dell’esercito a Gaza: errori nel lancio di missili da parte di Hamas, uso di scudi umani, utilizzo della popolazione civile, il consueto armamentario che ben conosciamo”, ha aggiunto.

Abraham ha detto che “la principale missione della Cellula di legittimazione era di trovare dei giornalisti che potessero essere presentati dei media come segretamente affiliati ad Hamas”, aggiungendo che questa unità ha attivamente identificato i giornalisti uno ad uno ed ha cercato informazioni su di loro”.

Non hanno trovato nulla”

Abraham ha confermato che “hanno passato delle intere giornate alla ricerca di qualcosa, e non hanno trovato nulla”.

Perché fare delle ricerche del genere? Per come la capisco io, per fornire ai media un modo per ‘legittimare’ in generale il fatto che dei giornalisti sono stati uccisi”, ha aggiunto Abraham.

Abraham ha aggiunto che “identificare un giornalista come un membro di Hamas sotto copertura permette di insabbiare la morte di tutti gli altri giornalisti”.

Il giornalista ha fatto notare che Israele “ha ammesso che l’obiettivo dell’attacco alla tenda della stampa davanti all’ospedale al-Shifa era Anas Al Sharif”.

Osservando che “era noto da mesi dove si trovava”, Abraham si è chiesto il motivo della tempistica dell’omicidio di Al Sharif.

Perché ucciderlo ora? Alla vigilia dei piani per conquistare Gaza City? La risposta è chiara. Io penso che Israele abbia ucciso Anaf Al Sharif semplicemente perché era un giornalista”, ha aggiunto Abraham.

I documenti [presentati dall’esercito israeliano] sono stati il mezzo”, ha aggiunto ancora. “Per lo stesso motivo per cui si sono attivati per cercare dei giornalisti che potessero essere presentati come membri di Hamas, per fornire una ‘legittimazione’ all’uccisione di giornalisti in generale… E per lo stesso motivo ai media internazionali viene impedito di entrare a Gaza: per fare in modo che i crimini siano visti di meno”.

Questi ultimi omicidi fanno salire a 238 il numero di giornalisti assassinati durante il genocidio contro Gaza in corso dall’ottobre 2023.

Un “grande massacro” in preparazione

Lo scorso lunedì il direttore dell’ospedale Al Shifa, il dottor Mohammed Abu Salmiya, ha preavvisato che l’uccisione dei giornalisti da parte di Israele è avvenuta in preparazione di un “grande massacro” che Israele non vuole venga raccontato dai media.

Ecco cosa temiamo: che l’esercito di occupazione stia preparando un “grande massacro”, ma questa volta senza che ne siano trasmessi i suoni o le immagini”, ha dichiarato il dottor Abu Salmiya. Israele vuole uccidere ed espellere il maggior numero possibile di palestinesi di Gaza City, ma questa volta senza le voci di Anas, Mohammed, Al Jazeera e degli altri canali satellitari”.

I corrispondenti di Al Jazeera Anas Al Sharif e Mohammed Qreiqea sono stati uccisi nell’attacco, insieme ai cameramen Ibrahim Zaher e Moamen Aliwa, e al loro assistente Mohammed Nofal. Anche un altro giornalista, Mohammed Al Khalidi, è deceduto in seguito alle ferite.

L’avvertimento di Al Sharif

Il mese scorso Al Sharif aveva avvertito in una dichiarazione su X che l’esercito israeliano “ha lanciato una campagna di minacce e incitamenti all’odio contro di me a causa del mio lavoro come giornalista per Al Jazeera”.

Ha aggiunto: “lo ribadisco: Io, Anas Al Sharif, sono un giornalista senza affiliazioni politiche. La mia unica missione è raccontare la verità dal campo, così com’è, senza pregiudizi. In un momento in cui una carestia mortale sta devastando Gaza, dire la verità è diventato, agli occhi dell’occupazione, una minaccia”.

L’assassinio di Al Sharif e dei suoi colleghi ha suscitato condanne e manifestazioni di cordoglio in tutto il mondo.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)




Secondo i media israeliani Netanyahu si appresterebbe alla totale occupazione di Gaza

Redazione di MEE

5 agosto 2025  Middle East Eye

Fonti anonime vicine a Benjamin Netanyahu lunedì hanno riferito ai media locali che il primo ministro ora preme per la totale occupazione della Striscia di Gaza.

L’emittente Canale 12 ha citato le parole di “personaggi di spicco dell’ufficio del primo ministro: “La decisione è stata presa, Israele va verso l’occupazione della Striscia di Gaza.”

Il canale riferisce che i ministri che hanno parlato con Netanyahu – che è attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra – hanno affermato che ha deciso di ampliare l’offensiva militare a Gaza, che negli ultimi mesi è stata perlopiù ferma.

Secondo quanto riportato, ha usato esplicitamente il termine “occupazione della Striscia” nel corso di conversazioni con diversi membri del gabinetto.

Il sito web di notizie Ynet, citando anch’esso fonti vicine a Netanyahu, ha riferito analogamente che Israele si sta preparando alla “totale occupazione della Striscia di Gaza.”

Questo comporterebbe espandere le operazioni di terra in aree in cui si pensa siano tenuti gli ostaggi e in luoghi in cui le truppe israeliane non operano da oltre un anno, compresa la parte occidentale di Gaza City e i campi profughi al centro della striscia.

Le indiscrezioni che citano fonti vicine all’ufficio del primo ministro sono consuete nei media israeliani e spesso vengono interpretate come provenienti direttamente dallo stesso Netanyahu.

La scorsa settimana media israeliani hanno riferito che Netanyahu aveva affermato che il suo governo annetterà parti della Striscia di Gaza se non verrà raggiunto un accordo di cessate il fuoco con Hamas.

Middle East Eye non ha potuto verificare in modo indipendente la credibilità delle fonti citate dai media israeliani.

Stanchezza delle truppe

La simultanea fuga di notizie dello scorso lunedì giunge in un momento in cui si segnalano tensioni tra Netanyahu e il capo di stato maggiore dell’esercito di Israele, Eyal Zamir.

Secondo media israeliani Zamir è contrario all’ espansione dell’invasione di terra a Gaza, preoccupato per l’incolumità dei prigionieri israeliani e per la crescente stanchezza tra le truppe.

Secondo le fonti Zamir dovrebbe dimettersi se non fosse d’accordo con l’occupazione di Gaza.

Inoltre, Ynet ha riferito che Netanyahu ha deciso di ampliare l’aggressione a Gaza dopo il via libera da parte del presidente USA Donald Trump.

L’emittente pubblica di Israele Kan 11 ha riferito che Netanyahu ha convocato una riunione del gabinetto di sicurezza per discutere la possibile espansione della guerra.

L’emittente ha aggiunto che i vertici della sicurezza si oppongono all’incursione sul terreno in aree dove si trovano i prigionieri temendo di mettere a rischio la loro vita.

Canale 12 ha anche citato una fonte della sicurezza vicina ai negoziatori secondo cui Israele stava per raggiungere un accordo parziale con Hamas, ma “il governo si è affrettato a respingerlo.”

Lo scorso mese Israele e Hamas hanno tenuto una serie di colloqui indiretti per il cessate il fuoco e uno scambio di prigionieri.

Tuttavia, sia Israele che il suo principale sostenitore, gli Stati Uniti, si sono improvvisamente ritirati dai colloqui, nonostante notizie che indicavano ci fossero stati dei progressi.

Dall’inizio della guerra 22 mesi fa le forze israeliane hanno ucciso più di 60.000 palestinesi, compresi almeno 18.000 bambini, in bombardamenti indiscriminati e continui.

La guerra è stata ampiamente descritta come genocidio, e Israele è stato accusato di prendere deliberatamente di mira i civili, di bombardare gli ospedali e di usare la fame come arma, oltre a molte altre presunte violazioni di diritti umani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’impronta ecologica della guerra israeliana contro Gaza supera quella di molti altri stati

Nina Lakhani

Venerdì 30 maggio 2025 – The Guardian

Secondo uno studio condiviso in esclusiva con il Guardian il costo climatico della guerra è superiore alle emissioni combinate del 2023 di Costa Rica ed Estonia

Una nuova ricerca rivela che l’impronta ecologica dell’anidride carbonica rilasciata nei primi 15 mesi della guerra israeliana contro Gaza sarà superiore alle emissioni annuali causa di riscaldamento globale di più di cento Stati, aggravando l’emergenza climatica globale, in aggiunta all’enorme bilancio di vittime civili.

Uno studio condiviso in esclusiva con il Guardian ha rilevato che il costo climatico a lungo termine della distruzione, della bonifica e della ricostruzione di Gaza potrebbe superare i 31 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO2e). Questa cifra è superiore alle emissioni annuali di gas serra del 2023 di Costa Rica ed Estonia combinate, eppure non vi è alcun obbligo per gli Stati di segnalare le emissioni dovute a operazioni militari all’organismo delle Nazioni Unite per il clima.

I bombardamenti incessanti, il blocco e il rifiuto di Israele di conformarsi alle sentenze della corte internazionale hanno evidenziato l’asimmetria delle rispettive macchine belliche, nonché il supporto militare, energetico e diplomatico pressoché incondizionato di cui Israele gode da parte di alleati come Stati Uniti e Regno Unito. Secondo lo studio il carburante e i razzi utilizzati dai bunker di Hamas contribuiscono con circa 3.000 tonnellate di CO2 equivalente, pari ad appena lo 0,2% del totale delle emissioni del conflitto, mentre il 50% è stato generato dalla fornitura e dall’uso di armi, carri armati e altri armamenti da parte dell’esercito israeliano (IDF).

La combustione di combustibili fossili sta causando il caos climatico, con eventi meteorologici estremi sempre più letali e distruttivi, che costringono un numero record di persone a migrare. La regione del Golfo è tra le più esposte a eventi meteorologici estremi e disastri climatici a lenta insorgenza, tra cui siccità, desertificazione, caldo estremo e precipitazioni irregolari, nonché degrado ambientale, insicurezza alimentare e carenza idrica. La ricerca, pubblicata dal Social Science Research Network, è stata avviata grazie a un crescente movimento che chiede a Stati e aziende di assumersi la responsabilità dei costi climatici e ambientali della guerra e dell’occupazione, compresi i danni a lungo termine al territorio, alle fonti alimentari e idriche, nonché delle operazioni di bonifica e ricostruzione post-bellica.

Si tratta della terza e più completa analisi condotta da un team di ricercatori con sede nel Regno Unito e negli Stati Uniti sui costi climatici dei primi 15 mesi di conflitto, in cui sono stati uccisi oltre 53.000 palestinesi, oltre ai danni diffusi alle infrastrutture e alla catastrofe ambientale. Fornisce inoltre la prima, seppur parziale, istantanea dei costi in termini di emissione di CO2 equivalente degli altri recenti conflitti regionali in cui è coinvolto Israele.

Nel complesso, i ricercatori stimano che il costo climatico a lungo termine della distruzione militare di Israele a Gaza – e dei recenti scambi militari con Yemen, Iran e Libano – equivalga a ricaricare 2,6 miliardi di smartphone o a far funzionare 84 centrali elettriche a gas per un anno. Questa cifra include la stima delle 557.359 tonnellate di CO2 equivalente derivanti dalla costruzione, durante l’occupazione, della rete di tunnel di Hamas e del “muro di ferro” israeliano. Le uccisioni e la distruzione ambientale di Gaza sono riprese quando Israele ha violato unilateralmente il cessate il fuoco dopo soli due mesi, ma questi risultati potrebbero eventualmente contribuire a calcolare le richieste di risarcimento.

“Questa ricerca aggiornata evidenzia l’urgenza di fermare l’escalation di atrocità e di garantire che Israele e tutti gli Stati rispettino il diritto internazionale, comprese le decisioni della Corte Penale Internazionale e della Corte Internazionale di Giustizia”, ​​ha dichiarato Astrid Puentes, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano a un ambiente pulito, sano e sostenibile. “Che gli Stati concordino o meno nel definirlo un genocidio, ciò che stiamo affrontando sta avendo un impatto grave su tutta la vita a Gaza e sta minacciando i diritti umani nella regione, e persino a livello globale, a causa dell’aggravarsi del cambiamento climatico”. Lo studio, attualmente in fase di revisione paritaria da parte della rivista One Earth, ha rilevato quanto segue:

  • Oltre il 99% delle quasi 1,89 milioni di tonnellate CO2 equivalente che si stima siano state generate tra l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e il cessate il fuoco temporaneo del gennaio 2025 è attribuito ai bombardamenti aerei e all’invasione terrestre di Gaza da parte di Israele.

  • Quasi il 30% dei gas serra generati in quel periodo è stato dovuto all’invio da parte degli Stati Uniti di 50.000 tonnellate di armi e altri rifornimenti militari a Israele, principalmente su aerei cargo e navi provenienti da depositi in Europa. Un altro 20% è attribuito alle missioni di ricognizione e bombardamento aeree israeliane, ai carri armati e al carburante di altri veicoli militari, nonché alla CO2 generata dalla produzione e dall’esplosione di bombe e artiglieria.

  • L’energia solare aveva generato fino a un quarto dell’elettricità di Gaza, rappresentando una delle percentuali più elevate al mondo, ma la maggior parte dei pannelli e l’unica centrale elettrica del territorio sono stati danneggiati o distrutti. L’accesso limitato di Gaza all’elettricità ora dipende principalmente da generatori ad alto consumo di gasolio che hanno emesso nell’atmosfera un po’ più di 130.000 tonnellate di gas serra, pari al 7% delle emissioni totali del conflitto.

  • Oltre il 40% delle emissioni totali è stato generato dai circa 70.000 camion di aiuti umanitari che Israele ha autorizzato ad entrare nella Striscia di Gaza, ritenuti dalle Nazioni Unite palesemente insufficienti a soddisfare i bisogni umanitari di base di 2,2 milioni di palestinesi sfollati e affamati.

Ma il costo climatico più significativo deriverà dalla ricostruzione di Gaza, che Israele ha ridotto a circa 60 milioni di tonnellate di macerie tossiche.

Il costo in termini di emissioni di anidride carbonica per il trasporto dei detriti e la successiva ricostruzione di 436.000 appartamenti, 700 scuole, moschee, cliniche, uffici governativi e altri edifici, nonché 5 km di strade di Gaza genererà circa 29,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Questa cifra è pari alle emissioni totali generate dall’Afghanistan nel 2023. La cifra relativa alla ricostruzione è inferiore alle stime precedenti dello stesso gruppo di ricerca a causa di una revisione della dimensione media degli isolati.

“Questo rapporto è un monito sconvolgente che deve far riflettere sul costo ecologico e ambientale per il pianeta della campagna genocida di Israele sulla popolazione assediata”, ha affermato Zena Agha, analista politica per la rete politica palestinese Al-Shabaka. “Ma questa è anche la guerra degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Unione Europea, che hanno tutti fornito risorse militari apparentemente illimitate per consentire a Israele di devastare il luogo più densamente popolato del pianeta. Questo mette in luce l’impatto destabilizzante [regionale] dello stato coloniale israeliano e la sua inseparabilità dal complesso militare-industriale occidentale”.

La guerra contro Gaza ha anche provocato sanguinose tensioni regionali. Lo studio ha rilevato che gli Houthi in Yemen hanno lanciato circa 400 razzi contro Israele tra ottobre 2023 e gennaio 2025, generando circa 55 tonnellate di CO2 equivalente. La risposta aerea di Israele ha generato una quantità di gas serra responsabile per il riscaldamento globale quasi 50 volte superiore. Uno studio precedente ha rilevato che le emissioni del trasporto marittimo sono aumentate di circa il 63% dopo che gli Houthi hanno bloccato il corridoio del Mar Rosso, costringendo le navi cargo a percorrere rotte più lunghe.

Una stima prudente delle emissioni derivanti da due scambi di missili su larga scala tra Israele e Iran ha superato le 5.000 tonnellate di CO2 equivalente, di cui oltre l’80% è attribuibile a Israele.

In Libano, oltre il 90% della stima di 3.747 tonnellate di CO2 equivalente generate da scambi sporadici è stata generata dalle bombe dell’esercito israeliano, mentre solo l’8% dai razzi di Hezbollah. Il costo in termini di emissioni di anidride carbonica per la ricostruzione di 3.600 case distrutte nel Libano meridionale è quasi pari alle emissioni annuali dell’isola di Santa Lucia.

Lo studio si basa su una metodologia in evoluzione, nota come scope 3+ framework, che mira a rilevare le emissioni dirette e indirette in tempo di guerra attualmente assenti dai monitoraggi globali sul clima e sui conflitti. Queste possono includere degrado del suolo, incendi, danni alle infrastrutture, sfollamento di persone, aiuti umanitari, deviazioni delle navi cargo e dell’aviazione civile. I ricercatori si sono basati su informazioni open source, resoconti dei media e dati provenienti da gruppi umanitari indipendenti come le agenzie delle Nazioni Unite. I veri costi ambientali sono quasi certamente più elevati, dato il blocco mediatico imposto da Israele, che rende difficile ottenere dati su terreni agricoli distrutti, desertificazione, bonifiche e incendi, e altri impatti ad alta intensità di carbonio.

“Questo conflitto a Gaza dimostra che i numeri sono notevoli, superiori alle emissioni totali di gas serra di molti paesi, e devono essere considerati per rendere più accurati gli obiettivi in materia di cambiamenti climatici e mitigazione”, ha affermato Frederick Otu-Larbi, docente presso il Lancaster Environment Centre, ricercatore presso l’Università di Energia e Risorse Naturali in Ghana e coautore dello studio.

“Le forze armate devono fare i conti con il fatto che la loro sicurezza nazionale e la loro capacità operativa sono compromesse a causa di un cambiamento climatico da loro stessi provocato”, ha affermato Ben Neimark, ricercatore presso la Queen Mary University di Londra e coautore dello studio.

Studi precedenti hanno rilevato che le emissioni militari aumentano con la spesa e il riarmo. Il bilancio militare israeliano è arrivato nel 2024 a 46,5 miliardi di dollari, il maggiore incremento al mondo, secondo l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma. Secondo uno studio le emissioni militari di base di Israele lo scorso anno, escludendo i costi climatici diretti del conflitto e della ricostruzione, sono salite a 6,5 ​​milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Questa cifra è superiore all’impronta ambientale dell’anidride carbonica dell’intera Eritrea, un paese di 3,5 milioni di persone.

Tuttavia, nonostante il costo climatico della distruzione di Gaza si farà sentire a livello globale, secondo le attuali norme ONU la comunicazione dei dati sulle emissioni militari è volontaria e limitata al consumo di carburante. L’IDF, come la maggior parte delle forze armate in tutto il mondo, non ha mai comunicato i dati sulle emissioni all’ONU. Hadeel Ikhmais, responsabile dell’ufficio per i cambiamenti climatici dell’Autorità Palestinese per la Qualità Ambientale, ha dichiarato: “Le guerre non solo uccidono persone, ma rilasciano anche sostanze chimiche tossiche, distruggono infrastrutture, inquinano il suolo, l’aria e le risorse idriche e accelerano i disastri climatici e ambientali. La guerra inoltre distrugge l’adattamento climatico e ostacola la gestione ambientale. Non tenere conto delle emissioni dell’anidride carbonica è un buco nero nella responsabilità che permette ai governi di eludere i loro crimini ambientali”.

(traduzione dell’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Gaza, la fondazione usata come facciata umanitaria per mascherare il genocidio israeliano

Pietro Stefanini

28 maggio 2025 – Middle East Eye

La Gaza Humanitarian Foundation (GHF) è l’ultimo strumento che Israele usa per stravolgere il diritto internazionale umanitario allo scopo di legittimare la violenza a Gaza.

Tra le incessanti uccisioni di massa, la morte per fame e l’espropriazione tra le rovine di Gaza, Israele continua a intrecciare gli attacchi genocidi con un discorso umanitario di attenzione alle sofferenze dei civili.

Questa volta la strategia di occultamento dell’intenzione genocidaria è la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), una trovata di marketing di Israele e Stati Uniti rivolta al pubblico progressista internazionale come gesto di ottemperanza alle norme del diritto umanitario durante le operazioni militari.

In realtà si tratta di un altro esempio di come Israele persegue la volontà di eliminare i palestinesi con la violenza utilizzando il pretesto di azioni umanitarie.

Il 16 maggio Israele ha iniziato l’invasione territoriale denominata Operazione Carri di Gedeone, segnalando quella che sembra essere la fase finale della campagna genocida per ricolonizzare definitivamente Gaza.

Appena una settimana prima, la Integrated Food Security Phase Classification [Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (IPC), lo strumento internazionale utilizzato per analizzare e classificare la gravità e l’entità dell’insicurezza alimentare acuta e cronica in un’area geografica, ndt.], aveva lanciato un allarme urgente: un palestinese su cinque a Gaza rischia di morire di fame. Un funzionario delle Nazioni Unite aveva inoltre avvertito che, a causa dell’intensificarsi dell’assedio, potrebbero morire ben 14.000 bambini palestinesi.

Mentre l’attenzione internazionale si concentra nuovamente sull’uso della fame come arma di guerra, la GHF stava già svolgendo la sua funzione anche prima di diventare operativa. Molte importanti testate giornalistiche hanno iniziato a discutere della legittimità dell’iniziativa del GHF, distogliendo di fatto l’attenzione dai massacri quotidiani in corso.

Una foglia di fico per coprire il genocidio

La relativamente oscura GHF, costituita in Svizzera, ha recentemente iniziato a distribuire gli aiuti in centri controllati dall’esercito israeliano e da appaltatori privati stranieri. Tutti gli aiuti forniti dalle Nazioni Unite o da altre organizzazioni dovrebbero essere distribuiti attraverso questi siti designati.

Quanto emerso dopo il primo giorno di operazioni è scioccante, ma del tutto prevedibile.

Dapprima i palestinesi disperati e affamati sono stati ammassati dentro a gabbie in condizioni disumanizzanti all’interno di una zona militarizzata, in attesa di piccole porzioni di cibo che non avrebbero potuto sfamare a lungo le famiglie. Poi, quando chi era incaricato di distribuire gli aiuti ha perso il controllo ed è scoppiato il caos, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco sulla folla, a quanto si è appreso uccidendo almeno una persona e ferendone 48.

L’obiettivo del piano che coinvolge la GHF è quello di fornire una limitata quantità di cibo a una popolazione allo stremo per la fame a condizione che accetti il trasferimento di massa da una parte all’altra del territorio di Gaza.

Nelle parole di Tom Fletcher, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, si tratta di una “foglia di fico per ulteriori violenze e sfollamenti”. Anche il capo del GHF, Jake Wood, un ex marine statunitense che ha prestato servizio nelle guerre imperialiste in Iraq e Afghanistan, recentemente dimessosi, si è rifiutato di portare avanti il piano.

Si tratta di un sistema che evoca fortemente pratiche radicate nella storia coloniale del genocidio in generale e nel fenomeno dei campi di concentramento in particolare.

I campi di concentramento sono nati tra la fine del XIX e all’inizio del XX secolo allo scopo di segregare le popolazioni indigene in riserve ed espellere le popolazioni indesiderate dai loro luoghi di residenza originari verso spazi inabitabili per far posto allo sviluppo del territorio per i coloni.

Israele sta sperimentando questo tipo di zone di internamento fin dalla prime fasi del genocidio.

Dopo il fallimento dell’esperimento condotto dall’esercito israeliano nel gennaio 2024 delle “bolle umanitarie”, zone che avrebbero dovuto essere amministrate da figure locali senza legami con Hamas, Israele ha preso in considerazione l’esternalizzazione della consegna degli aiuti a società di sicurezza private.

Una svolta nella decisione di Israele di subappaltare la distribuzione degli aiuti si è avuta dopo quello che è diventato noto come il “massacro della farina” del 29 febbraio 2024, quando i soldati israeliani hanno sparato indiscriminatamente su folle di palestinesi che cercavano disperatamente di raccogliere farina a sud-ovest di Gaza City. L’attacco ha ucciso almeno 112 persone e ne ha ferite circa 760.

In seguito a questo gli Stati Uniti hanno iniziato a lanciare cibo su Gaza dal cielo, con un’operazione che è presto diventata il simbolo dell’inefficacia di tali misure. In un’occasione, un bancale di aiuti sganciato da un aereo militare statunitense ha ucciso cinque palestinesi e ne ha feriti altri 10 dopo che i paracadute non si sono aperti correttamente.

In coordinamento con gli Stati Uniti, l’esercito israeliano ha anche supervisionato la costruzione di un molo galleggiante temporaneo davanti alla costa di Gaza, apparentemente destinato a facilitare la consegna di aiuti umanitari via mare.

Un nuovo piano

Oltre che a scopo di distrazione e per conferire legittimità all’Operazione Carri di Gedeone, i punti di distribuzione degli aiuti creati dalla GHF potrebbero anche fornire una copertura per le operazioni di controinsurrezione israeliane.

Questo è ciò che sembra essere accaduto nel giugno 2024, quando sono comparse immagini che mostrano le forze speciali israeliane operare vicino al molo durante una missione per recuperare i prigionieri israeliani detenuti da Hamas.

L’operazione, che ha provocato l’uccisione di oltre 200 palestinesi, ha portato molti osservatori locali e internazionali a concludere che il molo è stato usato per camuffare un’azione militare.

Durante la stessa operazione, le forze israeliane, travestite da civili, hanno usato camion di aiuti umanitari per infiltrarsi nel campo profughi di Nuseirat a Gaza e compiere l’assalto mortale.

Insieme alla GHF, Israele sta cercando di introdurre un nuovo piano di distribuzione degli aiuti, in cui le forniture essenziali saranno fornite a persone pre-selezionate. I destinatari riceveranno messaggi di testo sui loro telefoni cellulari che li informeranno su quando e dove ritirare le loro razioni di aiuti, ma solo dopo averne verificato l’identità tramite un software di riconoscimento facciale.

Gli Stati Uniti e Israele giustificano queste misure sostenendo che sono necessarie per impedire ad Hamas di rubare gli aiuti, ma hanno offerto poche prove concrete a sostegno di questa affermazione.

Non può sfuggire che questa aggressiva facciata umanitaria che viene usata per mascherare il terrore e la distruzione della violenza coloniale prevale anche tra l’estrema destra sionista e religiosa israeliana. Figure di spicco di quest’area, tra cui ministri come Bezalel Smotrich, hanno proposto di ridefinire l’espulsione di massa dei palestinesi in Egitto e oltre nei termini di una “soluzione umanitaria”.

La legittimazione della violenza genocida

Quello a cui stiamo assistendo è perciò un tentativo di umanitarizzazione del genocidio, che si sovrappone, in parte, ai concetti di “camuffamento umanitario” e “violenza umanitaria”.

Questi concetti hanno la capacità di rivelare come Israele distorce le norme di protezione del diritto internazionale umanitario su evacuazioni, zone sicure e scudi umani – per citare alcuni esempi importanti – allo scopo di legittimare la violenza genocida.

Attraverso questi ripetuti tentativi di umanitarizzazione Israele tenta anche di appropriarsi di pratiche radicate nel sistema umanitario globale contemporaneo, ovvero la fornitura di aiuti e il reinsediamento dei rifugiati.

Ciò comporta l’attuazione di una politica di completa distruzione in collaborazione con le organizzazioni umanitarie, gli appaltatori di sicurezza privati e i militari disposti a fornire assistenza umanitaria, nonché la ridefinizione delle espulsioni genocide come forma benevola di reinsediamento umanitario.

Le organizzazioni umanitarie internazionali che operano a Gaza si sono finora giustamente rifiutate di collaborare con la GHF.

È importante che la catastrofe in corso diventi un momento di riflessione per un settore umanitario internazionale troppo a lungo afflitto dalla collusione con le potenze dominanti attraverso concetti individualistici di neutralità.

La solidarietà anticoloniale con i movimenti di liberazione rimane l’unica strada da percorrere per ribadire collettivamente la necessità dell’emancipazione di tutti.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)




“Servizio antiterrorismo”: fonti locali affermano che una nuova milizia palestinese opera nel sud di Gaza

Nir Hasson

26 maggio 2025 Haaretz

Filmati recenti mostrano palestinesi armati in uniforme; fonti da Gaza affermano essere il gruppo legato a un’importante personaggio di Rafah che sostiene di facilitare gli aiuti ai campi profughi, ma è stato accusato di collaborare con Israele

Una nuova milizia palestinese ha recentemente iniziato a operare nel sud di Gaza, secondo quanto riferito domenica ad Haaretz da due fonti. Secondo le fonti il gruppo è legato a un uomo che si identifica come Yasser Abu Shabab. I video circolati sui social media negli ultimi giorni sembrano confermare questa affermazione e mostrano palestinesi armati a Gaza che indossano un normale equipaggiamento militare con giubbotti antiproiettile, elmetti ed emblemi come la bandiera palestinese e una mostrina con la scritta “Servizio antiterrorismo” in inglese e in arabo.

Abu Shabab, membro di una numerosa famiglia beduina di Rafah, la città nella Gaza meridionale, è noto per essere una figura potente e ben introdotta nella Striscia di Gaza. Secondo le fonti che hanno parlato con Haaretz, in passato ha scontato pene detentive nelle carceri gestite da Hamas per reati penali. Alla fine dello scorso anno, nel contesto di un’ondata di saccheggi degli aiuti umanitari nel sud di Gaza, Abu Shabab e i suoi uomini erano stati definitivamente accusati di essere i responsabili del furto. In un’intervista telefonica del novembre 2024 con il Washington Post, Abu Shabab non negava del tutto le accuse, affermando che il suo gruppo evitava però di prendere cibo, tende o provviste destinate ai bambini. Abu Shabab ha dichiarato al Post che l’attività del suo gruppo nasceva dalla disperazione, aggiungendo: “Hamas non ci ha lasciato niente”.

In un video pubblicato la scorsa settimana si vede uno degli uomini armati di Abu Shabab fermare un veicolo della Croce Rossa per un’ispezione.

In seguito alla ripresa delle consegne di aiuti umanitari, la scorsa settimana le Nazioni Unite hanno affermato che l’esercito israeliano ha deliberatamente diretto i convogli di aiuti verso zone pericolose e soggette a saccheggi. Mercoledì 15 camion carichi di farina di uno dei primi convogli del Programma Alimentare Mondiale ammessi ad entrare nella Striscia di Gaza sono stati saccheggiati.

Fonti palestinesi coinvolte nella distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza hanno accusato Abu Shabab di collaborare con Israele. Sia fonti palestinesi che internazionali sostengono come sia inconcepibile che uomini armati possano operare a Rafah – un’area che l’esercito israeliano ha dichiarato off-limits ai civili – senza che l’esercito glielo permetta.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Genocidio a Gaza: come i regimi arabi sono diventati il nemico interno

Ahmad Rashed ibn Said

19 maggio 2025 – Middle East Eye

Gaza ha infranto l’illusione della credibilità dell’ordine politico arabo, esponendone il profondo fallimento strutturale e morale

In un discorso televisivo lo scorso mese, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha duramente attaccato Hamas, definendoli “figli di cani” e chiedendo che deponessero le armi e rilasciassero i prigionieri israeliani rimasti.

Nel suo intervento, sembrava aver dimenticato la sua precedente richiesta alla “comunità internazionale” di protezione dall’aggressione degli occupanti nel maggio 2023, quando si era rivolto alle Nazioni Unite.

“Popoli del mondo, proteggeteci”, aveva detto Abbas. “Non siamo esseri umani? Anche gli animali dovrebbero essere protetti. Se avete un animale, non lo proteggereste?”

Lo scorso febbraio, i media israeliani hanno riportato che l’Arabia Saudita aveva avanzato un piano per Gaza incentrato sul disarmo di Hamas e sulla rimozione del gruppo dal potere.

Fonti arabe e americane hanno dichiarato al giornale Israel Hayom che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non avrebbero partecipato finanziariamente o praticamente alla ricostruzione di Gaza senza la garanzia che Hamas avrebbe ceduto le armi e non avrebbe avuto alcun ruolo nel governo postbellico.

A marzo, Middle East Eye ha riferito che la Giordania stava proponendo un piano per disarmare i gruppi palestinesi a Gaza, oltre a esiliare dalla Striscia 3.000 membri di Hamas, inclusi dirigenti militari e civili.

Poi, a metà aprile, pochi giorni prima che Abbas minacciasse Hamas, l’Egitto ha presentato a una delegazione di Hamas al Cairo una “proposta di cessate il fuoco”, che includeva la richiesta del disarmo del gruppo.

Uno schema di ostilità

Le richieste di Abbas e dei principali regimi arabi affinché Hamas si disarmi riflettono un più ampio schema ricorrente di ostilità da parte dell’ordine politico arabo verso la resistenza a Gaza.

Ciò solleva domande cruciali e legittime sull’essenza stessa della lotta per la liberazione: gli occupati hanno il diritto di resistere al loro occupante? Come può una resistenza disarmata opporsi a un’occupazione militare brutale che commette genocidio contro un popolo indifeso?

Quali garanzie ci sono per porre fine all’occupazione e rimuovere l’assedio se il sionismo continua la sua aggressione incontrollata mentre i regimi arabi e il mondo chiudono gli occhi?

Nel linguaggio politico occidentale gli appelli al disarmo di Gaza si chiamerebbero “acquiescenza” e ricompensa per l’aggressione. Queste richieste richiamano una lunga e dolorosa storia di tradimenti dei regimi arabi verso la Palestina.

Nel corso degli anni questo tradimento si è trasformato in complicità da parte di questi regimi, una complicità deliberata e non dovuta all’incapacità di fare altrimenti. Per loro la resistenza è inutile, sconfiggere l’occupazione è un mito, e l’esistenza di una Palestina libera e indomita minaccerebbe l’ordine regionale che cercano di preservare.

Nel corso della lotta contro il colonialismo sionista ci sono stati numerosi momenti cruciali in cui i governi arabi avrebbero potuto intervenire in modo significativo sia per contrastare il progetto sionista sia almeno per rallentarne l’avanzata. Invece l’ordine politico arabo ha ripetutamente tradito la causa palestinese. Tre momenti chiave spiccano su tutti.

Silenzio a Damasco

Il primo tradimento risale al 1948, l’anno della Nakba, quando lo Stato di Israele fu fondato sulle rovine della Palestina.

Nella fase precedente alla Nakba, un rispettato combattente palestinese, Abd al-Qadir al-Husseini, fu ucciso mentre guidava un contrattacco per riconquistare il villaggio strategico di al-Qastal, a ovest di Gerusalemme.

Husseini, che era diventato famoso durante la rivolta palestinese del 1936, nel marzo 1948, mentre le milizie sioniste avanzavano, si recò a Damasco per chiedere armi alla Lega Araba. Poi arrivò la notizia che Qastal era caduta. Husseini supplicò la Lega Araba per avere le armi, ma non ottenne che silenzio.

Prima di tornare a Gerusalemme si rivolse alla Lega Araba dichiarando: “Sto andando a Qastal, la prenderò d’assalto e la occuperò, anche se questo dovesse costarmi la vita. Ora desidero la morte prima di vedere gli ebrei occupare la Palestina. Gli uomini e i dirigenti della Lega stanno tradendo la Palestina”. Più tardi, scrisse una lettera alla Lega: “Vi ritengo responsabili dopo che avete lasciato i miei soldati al culmine delle loro vittorie senza aiuti né armi”.

Dopo il ritorno da Damasco Husseini organizzò rapidamente un’operazione militare per riconquistare Qastal, ma fu ucciso in battaglia l’8 aprile 1948. Molti combattenti in seguito abbandonarono il villaggio, che fu poi distrutto dalle bande sioniste.

Il giorno seguente le milizie sioniste commisero un orribile massacro nel vicino villaggio di Deir Yassin, uccidendo e mutilando decine di civili e riducendo il villaggio in macerie.

Molti storici arabi considerano la battaglia di Qastal, il primo villaggio palestinese occupato nel 1948, come una delle battaglie decisive della guerra. La sua posizione strategica, situata sopra le strade di accesso a Gerusalemme, fece della sua perdita un momento cruciale che facilitò l’occupazione sionista della Palestina.

Questo è ciò che rende significativo e vergognoso il tradimento dei regimi arabi. Il giornale israeliano Haaretz descrisse la battaglia come “uno scontro all’ultimo sangue” e un “tradimento da parte del mondo arabo” che portò alle “24 ore più disastrose della storia palestinese”.

Il tradimento dell’Egitto

Il secondo devastante tradimento arrivò quando lo Stato arabo più influente, l’Egitto, conferì ufficialmente legittimità alla colonizzazione sionista dell’80% della Palestina attraverso la firma degli Accordi di Camp David [del 1978, da non confondere con il Vertice di Camp David del 2000, ndt.] da parte dell’ex presidente Anwar Sadat.

In cambio del ritiro israeliano dal Sinai, di una sovranità egiziana limitata sul territorio e di una “tangente” annuale di 1,5 miliardi di dollari dagli USA, l’Egitto di fatto abbandonò la causa palestinese lasciando Gerusalemme, la Cisgiordania e Gaza sotto occupazione israeliana.

Gli Accordi di Camp David allontanarono l’Egitto dal conflitto arabo-israeliano, realizzando un sogno che il sionismo aveva coltivato a lungo. Lo scrittore israeliano Uri Avnery descrisse l’accordo come uno degli eventi più significativi della storia di Israele, scrivendo nel 2003 che Sadat “era pronto a vendere i palestinesi pur di firmare una pace separata con Israele e ottenere il favore (e i soldi) degli Stati Uniti”.

Questo tradimento non fece che approfondire il senso di impunità e arroganza dell’occupazione. L’accordo non portò pace né prevenne guerre.

Esso segnò invece l’inizio di un prolungato processo di normalizzazione tra Israele e i leader arabi, che abbandonarono i princìpi rivoluzionari e infransero il tabù di lunga data contro i negoziati con il sionismo, optando invece per quello che percepivano come un approccio pragmatico basato sul realismo e sull’interesse personale.

In Preventing Palestine: A Political History from Camp David to Oslo [Impedire la Palestina. Una storia politica da Camp David a Oslo, inedito in Italia, ndt.], lo studioso ebreo Seth Anziska sostiene che gli accordi ebbero un ruolo centrale nel perpetuare l’apolidia palestinese e nel creare ostacoli insormontabili alle loro aspirazioni ad avere una patria, gettando le basi concettuali per i disastrosi Accordi di Oslo.

Alcuni anni dopo Camp David, Israele lanciò una brutale invasione del Libano, uccidendo migliaia di civili e distruggendo città. I frutti del tradimento devono avere un sapore amaro.

Massacro in Libano

L’invasione, avvenuta nell’estate del 1982, fu il terzo momento cruciale nella triste storia del tradimento della Palestina da parte dei regimi arabi. Mentre le forze israeliane assediavano Beirut e bombardavano incessantemente la città i governi arabi non fecero altro che esprimere commozione.

Alla fine, gli USA e alcuni Stati arabi intervennero per realizzare gli obiettivi dell’invasione: la rimozione dei combattenti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) dal Libano. Il principe saudita Bandar bin Sultan contribuì a persuadere il leader dell’OLP Yasser Arafat a lasciare Beirut, assicurandogli che i palestinesi nei campi sarebbero stati al sicuro.

La “forza di protezione” occidentale diede garanzie simili ad Arafat, che abboccò e accettò il piano nell’agosto 1982. Ciò che seguì alla partenza dei combattenti dell’OLP fu l’incubo che molti avevano temuto: le promesse di protezione furono infrante e la mattina del 16 settembre 1982 i membri di una milizia cristiana libanese nota come Falange irruppero nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila per compiere un massacro, tutto sotto lo sguardo delle truppe israeliane.

Fino a 3.500 persone furono massacrate in tre giorni. Intere famiglie furono sterminate, ai bambini furono fracassate le teste contro i muri, le vittime furono smembrate e le donne furono stuprate prima di essere uccise con accette.

Pochi giorni dopo il massacro l’Arabia Saudita ricevette Arafat. Ricordo di averlo visto durante l’accoglienza di re Fahd per i dignitari musulmani a Mina il 28 settembre 1982, mentre indossava una medaglia, probabilmente conferitagli dal re.

Ciò che però rimane scolpito nella mia memoria è il tono pallido e giallastro del suo volto, simile a quello di un limone spremuto.

Il 16 dicembre 1982 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconobbe ufficialmente il massacro di Sabra e Shatila come un atto di genocidio. Le stime dell’ONU sul numero delle vittime parlano di 3.500 morti ma è possibile che il numero reale non sarà mai conosciuto, considerate le molte vittime sepolte in fosse comuni o sotto le macerie.

Il raccolto della tirannia

Il genocidio di Sabra e Shatila avrebbe potuto essere evitato se Stati arabi influenti come Arabia Saudita ed Egitto avessero preso una posizione di principio invece di perseguire l’acquiescenza e vantaggi politici a breve termine.

Oggi, 43 anni dopo quel crimine orribile, la storia si ripete. Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti e l’Autorità Palestinese vogliono che Gaza si arrenda all’aggressione israeliana, che Hamas rilasci i prigionieri israeliani e si disarmi.

Ci sono appelli affinché i leader di Hamas seguano le orme di Arafat lasciando Gaza, una proposta ampiamente diffusa dai media filo-sauditi e dai lealisti sauditi sui social media dal 7 ottobre 2023.

L’ordine politico arabo sembra desiderare la sconfitta della resistenza di Gaza e il trionfo di quella che molti studiosi, gruppi per i diritti umani e milioni di persone in tutto il mondo percepiscono come una campagna di genocidio. Questa ripetizione della storia non sfugge agli osservatori: le stesse forze che spinsero Arafat a lasciare Beirut e poi uccisero la Primavera Araba, un fenomeno straordinario che aveva aperto una finestra di speranza per la liberazione della Palestina, ora chiedono il disarmo di Gaza.

Il coinvolgimento di alcuni regimi arabi in questi sforzi evidenzia la loro continua complicità nel minare l’autodeterminazione palestinese. Mentre le persone in tutto il mondo arabo hanno mostrato un prorompente sostegno per Gaza, i loro governi non hanno fatto nulla se non vuota retorica.

Questo divario tra volontà popolare e inazione governativa sottolinea la morsa della tirannia e della dittatura nella regione, dove gli interessi personali e la sopravvivenza del regime sono prioritari rispetto alle norme etiche e persino agli imperativi di sicurezza nazionale, come la causa palestinese.

Le posizioni profondamente vergognose di Stati come Egitto, Arabia Saudita e Giordania di fronte al genocidio a Gaza rivelano una cruda verità: l’abbandono della Palestina si è evoluto in una complicità diretta, l’apice di decenni di distacco calcolato, manovre politiche e cambiamenti nelle priorità regionali.

Ripercussioni imminenti

Gli accordi di normalizzazione tra Israele e alcuni Stati arabi non sono incidenti isolati; riflettono un più ampio schema di abbandono e complicità. La narrazione ampiamente accettata secondo la quale i regimi arabi non affrontano Israele a causa della mancanza di unità o di armi avanzate è semplicemente un mito.

Ciò implica che in circostanze diverse questi regimi sosterebbero la causa palestinese. In realtà la loro inazione non deriva dall’incapacità, ma da un calcolato allineamento strategico con gli interessi sionisti, spesso in diretta contraddizione con i valori e i sentimenti dei loro stessi cittadini.

Un esempio lampante di questa posizione emerse dopo che i leader arabi al Cairo all’inizio di marzo approvarono un piano per la ricostruzione di Gaza. Giorni dopo, MEE riportò che gli Emirati Arabi Uniti stavano facendo pressioni sull’amministrazione Trump per abbandonare il piano e costringere l’Egitto ad accettare palestinesi sfollati con la forza.

Nel corso di mesi di spargimento di sangue a Gaza, la maggior parte dei governi arabi è stata lenta persino a emettere condanne blande. Sebbene la loro retorica abbia poi cambiato tono, le loro azioni sono rimaste largamente passive o peggio apertamente favorevoli a Israele, aiutandolo a evitare l’isolamento diplomatico e il contraccolpo economico. Al contrario, gli Houthi dello Yemen hanno intrapreso azioni concrete nel tentativo di fermare il genocidio.

Nel suo nuovo libro War [Solferino Libri, 2024], il giornalista Bob Woodward rivela che alcuni funzionari arabi hanno privatamente rassicurato i loro omologhi americani del loro sostegno all’aggressione israeliana mirata a smantellare la resistenza armata palestinese. La loro principale preoccupazione non era l’uccisione di massa di civili, ma la possibilità che le immagini della sofferenza palestinese potessero scatenare disordini nelle loro società.

Gaza ha infranto l’illusione della credibilità dell’ordine politico arabo, esponendone il profondo fallimento strutturale e morale. Nessuna ricchezza, alleanza straniera o repressione interna può offrire vera stabilità all’Arabia Saudita o ai suoi omologhi mentre i palestinesi vengono assediati e uccisi.

Non c’è alcuna giustificazione morale o politica per allearsi con il sionismo. Il genocidio di Gaza ha rivelato la sua essenza di ideologia fallita costruita sull’espropriazione e il terrore. Credere che la Palestina possa essere schiacciata o che il sionismo possa sopravvivere indenne dopo tutta questa brutalità è una fantasia ridicola.

I regimi arabi che un tempo facilitarono l’espulsione forzata dei combattenti palestinesi da Beirut capiscono che smantellare l’ultima linea di difesa di Gaza potrebbe aprire la strada a un massacro molto peggiore di Sabra e Shatila? E se quell’orrore si verificasse, porteranno il peso di ciò che hanno contribuito a scatenare?

La storia ha dimostrato che sostenere le legittime aspirazioni del popolo palestinese è l’unica strada percorribile. Tradire quelle aspirazioni erode la legittimità delle élite al potere. Da oltre 19 mesi le immagini incessanti della sofferenza a Gaza si sono impresse nella memoria collettiva del mondo. Le persone stanno guardando. Non dimenticheranno.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Israele ha già perso la guerra di Gaza, solo che ancora non lo sa.

David Hearst

16 maggio 2025 MiddleEastEye

Come per il Vietnam, due fattori porranno fine a questo massacro: la determinazione dei palestinesi a rimanere sulla loro terra e la crescente indignazione pubblica in Occidente

Nell’ultima puntata dello show “La Casa Bianca su Uber: come pre-acquistare un presidente degli Stati Uniti” è di sfuggita sembrato che il conduttore stesse leggendo il copione giusto.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato in Arabia Saudita che l’interventismo liberale è stato un disastro. È vero. Ha detto che non si possono distruggere e ricostruire le nazioni. La Russia post-sovietica, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e lo Yemen ne sono tutti esempi.

Ha smesso di bombardare lo Yemen e ha revocato decenni di sanzioni alla Siria, bloccando nel frattempo due delle principali vie di Israele per il predominio regionale: la divisione della Siria e l’inizio di una guerra con l’Iran.

Dico di sfuggita perché, dato che l’Iran ha già affrontato questo copione molte volte nei negoziati sul suo programma nucleare, ciò che un presidente degli Stati Uniti promette e ciò che mantiene sono due cose diverse.

Fra i primi ad essere stati presi di sorpresa dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni alla Siria sono stati i suoi stessi funzionari del Tesoro. A quanto pare la cessazione delle articolate sanzioni imposte alla Siria da quando nel 1979 gli Stati Uniti hanno inserito il paese nella lista degli Stati sponsor del terrorismo non è così facile, né sarà rapida o completa.

C’è il Caesar Syria Civilian Protection Act, che prescrive spetti al Congresso annullarle, sebbene Trump potrebbe sospenderne alcune parti per motivi di sicurezza nazionale. Le sanzioni stesse sono un mix di ordini esecutivi e statuti, e potrebbero richiedere mesi per essere abolite. C’è spazio per ulteriori cambi di rotta.

Questa particolare puntata dello show è costata ai suoi sponsor, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar cifre impressionanti, più di 3 trilioni di dollari, cifra che continua a crescere, una cifra elevata perfino per gli standard del Golfo.

Missione mortale

Ci sono 600 miliardi di dollari dall’Arabia Saudita, 1,2 trilioni di dollari in accordi con il Qatar, un 747 personale per il presidente, una torre a Dubai per Eric il figlio di Trump e molto altro ancora in arrivo, inclusi accordi in criptovaluta con la società della famiglia Trump, la World Liberty Financial. Gli arabi più ricchi hanno fatto a gara per deporre tributi ai piedi dell’ultimo imperatore di Washington.

Mentre questa orgiastica ostentazione di ricchezza si svolgeva a Riyadh e Doha, Israele celebrava l’anniversario della Nakba del 1948 uccidendo quanti più palestinesi possibile a Gaza. Mercoledì è stato uno dei giorni più sanguinosi a Gaza dall’abbandono unilaterale del cessate il fuoco da parte di Israele. Quasi 100 persone sono state uccise. Bombe anti -bunker sono state sganciate vicino all’ospedale europeo di Khan Younis, un attacco mirato a Muhammad Sinwar, il leader de facto di Hamas a Gaza. La sua morte non è stata confermata. Analogamente all’assassinio del defunto leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran, Israele ha preso di mira un negoziatore chiave in un momento in cui sta fingendo di voler negoziare.

Le mie fonti dicono che poco prima che il 18 marzo Israele riprendesse i suoi attacchi, la leadership politica di Hamas all’estero aveva accettato un accordo con gli americani che avrebbe portato al rilascio di altri ostaggi in cambio di un’estensione del cessate il fuoco, ma senza alcuna garanzia di fine della guerra. Ma Sinwar lo rifiutò e, di conseguenza, la cosa non andò avanti.

Se davvero Sinwar è morto ci vorrà del tempo per ristabilire comunicazioni sicure all’interno di Hamas con uno dei tanti uomini che ora potrebbero prenderne il posto.

Il suo tentato omicidio, o l’effettiva uccisione, è la prova, se ce ne fosse bisogno, che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha alcuna intenzione di riportare a casa vivi gli ostaggi rimasti. Un accordo per gli ostaggi ha bisogno che le forze di Hamas conservino il comando e il controllo. La guerriglia non ne ha bisogno.

La missione di Netanyahu a Gaza, che consiste nell’affamare e bombardare quanti più palestinesi possibile dei 2,1 milioni che vivono nell’enclave, è diventata così chiara, così evidente che nemmeno l’ipotetica comunità internazionale può più ignorarla.

Tom Fletcher, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza: “Per coloro che sono stati uccisi e per coloro le cui voci sono state messe a tacere: di quali altre prove avete bisogno ora? Agirete con decisione per prevenire il genocidio e garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario?”.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “vergognosa” la politica di Israele a Gaza. Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha definito Israele uno “Stato genocida” durante un intervento in Parlamento, sottolineando che Madrid “non fa affari” con un paese del genere.

Gigantesco tradimento

Ma non una sola pubblica parola di condanna del comportamento di Israele a Gaza è stata rivolta a Trump dalle labbra di Mohammed bin Salman, principe ereditario e di fatto sovrano dell’Arabia Saudita, né dal presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed o dall’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad al Thani.

La farsa nel Golfo è stata un enorme tradimento verso i palestinesi, che sanno bene come i governanti arabi abbiano una lunga storia di abbandoni nei loro confronti.

In passato per farlo hanno aspettato qualche decoroso mese o anno dopo una sconfitta militare. Ci è voluto del tempo dopo la guerra del 1967 perché i leader arabi parlassero di una soluzione pacifica per la Cisgiordania occupata e Gaza. Oggi stanno abbandonando i veri eroi del mondo arabo, che vengono affamati e bombardati a morte.

Hamas e Hezbollah sono stati entrambi gravemente indeboliti, anche se mi chiedo se i colpi ricevuti siano stati decisivi. Ma Hamas continua a combattere sul campo, come dimostra il bilancio di vittime militari israeliane a Gaza, spesso sottovalutato. Nessun sorvegliante ha consegnato il proprio ostaggio per salvarsi la vita.

Lo spirito di resistenza a Gaza non è stato sconfitto. Anzi, il parallelo con un’altra storica sconfitta delle forze coloniali, quella francese e americana, si è ulteriormente rafforzato.

In un certo senso non è possibile fare un paragone tra Gaza e la guerra del Vietnam. La forza che Israele usa oggi a Gaza è nettamente superiore a quella usata da John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson e Richard Nixon, i tre presidenti degli Stati Uniti il ​​cui mandato fallì in Vietnam.

Nell’arco di otto anni gli Stati Uniti hanno sganciato più di cinque milioni di tonnellate di bombe sul Vietnam, rendendolo il luogo più bombardato al mondo. A gennaio di quest’anno, Israele aveva sganciato almeno 100.000 tonnellate di bombe su Gaza.

In altre parole, gli Stati Uniti in Vietnam hanno sganciato circa 15 tonnellate di esplosivo per chilometro quadrato, mentre Israele ne ha sganciate 275 per chilometro quadrato di Gaza, una cifra 18 volte superiore.

Detto questo, altri punti di paragone colpiscono: una guerra che segna gli Stati Uniti ancora oggi e l’attuale guerra a Gaza, che Netanyahu è pronto ad aggravare tentando di rioccupare il territorio in modo permanente.

Un terribile déjà vu

L’attuale generazione di osservatori di guerra non può che provare un senso di déjà vu schiacciante guardando il resoconto meticolosamente completo del conflitto nella nuova miniserie Turning Point: The Vietnam War.

L’inutilità, ormai riconosciuta, della campagna militare statunitense contro i Viet Cong è rispecchiata e amplificata dai tentativi dell’esercito israeliano di cancellare Hamas dalla mappa.

Con l’intensificarsi del coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam e l’abbandono da parte di Washington della farsa che oltre 16.000 tra soldati e piloti stessero “consigliando” l’esercito sudvietnamita, divenne chiaro sia a Washington che a Saigon che avrebbero dovuto cacciare i Viet Cong dalle campagne e riprendere il controllo governativo di circa 12.000 villaggi.

Probabilmente nulla ha fatto rivoltare gli abitanti dei villaggi del Vietnam del Sud contro gli Stati Uniti e il loro stesso governo a Saigon più velocemente del “Programma Strategico di Hamlet”. Si trattava di insediamenti fortificati dove gli abitanti dei villaggi, cacciati dalle loro terre ancestrali dalle truppe statunitensi, avrebbero dovuto forzosamente reinsediarsi. Nel gergo dei cinegiornali dell’epoca, gli abitanti dei villaggi avrebbero potuto iniziare una nuova vita, liberati dai comunisti.

Come affermò Thomas Bass, autore di Vietnamerica: The War Comes Home “C’erano intere regioni che potevano essere dichiarate campo libero per gli attacchi”.

Strettamente correlato a questo c’era un altro presupposto del programma di “pacificazione” statunitense, il precedente dell’odierna guerra, che nasceva dalle difficoltà che i soldati statunitensi avevano nel distinguere i civili dai combattenti. La soluzione consisteva nel trattare qualsiasi vietnamita incontrato in una zona dichiarata “di fuoco libero” come nemico, e aprire il fuoco senza fare riferimento alla catena di comando.

Un ex marine statunitense ha detto: “Ci hanno insegnato che tutti i vietnamiti erano liberi di andarsene e che tutti quelli rimasti facevano parte dell’infrastruttura dei Viet Cong. Basta dare la caccia alle persone e ucciderle, e puoi ucciderle come ti pare”.

Ci si aspettava che i comandanti tornassero con un alto numero di cadaveri. Tutti i caduti, donne e bambini inclusi, furono trattati come comunisti morti: “Mi è stato detto che se avessimo ucciso 10 vietnamiti per ogni americano avremmo vinto”, ha detto un altro veterano del Vietnam.

Gli abitanti dei villaggi morivano di fame nei loro accampamenti liberi dai Viet Cong perché avevano perso l’accesso alle loro risaie. L’obiettivo principale, tuttavia, non era quello di sfamarli, ma di bonificare le campagne. Il risultato fu che gli abitanti dei villaggi fuggirono e i Viet Cong si avvicinarono sempre di più alle città.

A un certo punto quasi il 70% degli abitanti dei villaggi che si arruolarono volontariamente per unirsi ai Viet Cong erano donne. Tran Thi Yen Ngoc del Fronte di Liberazione Nazionale ha dichiarato: “Ci chiamavano Viet Cong, ma eravamo l’esercito di liberazione. Eravamo tutti compagni e ci consideravamo un’unica famiglia. Quando una persona cadeva, altre cinque o sei si facevano avanti”.

“Un terribile caos”

Ci sono altre due somiglianze tra oggi e il 1968: le proteste e i feroci livelli di repressione nei campus statunitensi, e la misura in cui le forze armate americane e israeliane si sentano in dovere di disumanizzare il nemico prima di commettere atrocità.

Dopo il massacro di My Lai del 1968, in cui circa 500 civili disarmati e innocenti furono uccisi nel giro di poche ore, il comandante americano generale William Westmoreland affermò che la vita ha poco valore per i vietnamiti: “L’orientale non dà alla vita lo stesso alto valore di un occidentale”.

I leader israeliani vanno ben oltre Westmoreland. Chiamano i palestinesi animali umani.

In effetti, tutta quella storia di decenni fa suona inquietante e pertinente ai giorni nostri a Gaza e nella Cisgiordania occupata.

In un’intervista del 29 ottobre 2023, a poche settimane dall’inizio della guerra, Giora Eiland, un generale di riserva in pensione, affermò che Israele non avrebbe dovuto permettere l’ingresso di aiuti nel territorio: “Il fatto che ci stiamo piegando di fronte agli aiuti umanitari a Gaza è un grave errore… Gaza deve essere completamente distrutta: un caos terribile, una seria crisi umanitaria, grida di vendetta al cielo”.

In seguito affermò: “Tutta Gaza morirà di fame, e quando Gaza morirà di fame, centinaia di migliaia di palestinesi saranno furiosi e arrabbiati. E la gente affamata, sono loro che faranno un colpo di stato contro [Yahya] Sinwar, e questa è l’unica cosa che lo preoccupa”.

Non accadde nulla del genere, ma il ragionamento di Eiland divenne noto come Piano dei Generali, inizialmente applicato al nord di Gaza dove rimanevano 400.000 palestinesi.

Il piano per svuotare il nord di Gaza fallì, poiché durante il recente cessate il fuoco centinaia di migliaia di persone tornarono alle loro case, anche se di esse non era rimasto nulla.

Biglietto di sola andata

Ma la tattica di affamare e sgomberare ha trovato nuova linfa nell’attuale operazione militare israeliana chiamata “Carri di Gedeone”. In quella che Netanyahu ha ripetutamente definito la “fase finale” della guerra, il piano prevede di costringere oltre due milioni di palestinesi a trasferirsi in una nuova “zona franca” intorno a Rafah.

Ai palestinesi vi sarà consentito l’ingresso solo dopo essere stati controllati dalle forze di sicurezza. Ed è un biglietto di sola andata: non potranno mai più tornare alle loro case, che verrebbero completamente distrutte.

“L'[esercito israeliano], in collaborazione con lo Shin Bet [l’agenzia per la sicurezza interna israeliana], istituirà posti di blocco sulle strade principali che porteranno alle aree in cui saranno ospitati i civili di Gaza nell’area di Rafah”, ha dichiarato Ynet [fonte quotidiana in inglese di notizie dell’ultima ora da Israele e dal mondo ebraico, ndt.]

Martedì Netanyahu ha dichiarato che potrebbe accettare un cessate il fuoco temporaneo a Gaza ma non si impegnerà a porre fine alla guerra nell’enclave palestinese.

Ciò che il Vietnam ha fatto per LBJ e Nixon, Gaza lo farà per Netanyahu e per il suo successore come primo ministro, probabilmente Naftali Bennett. Secondo fonti britanniche che lo vedono regolarmente Netanyahu è molto più malato di cancro di quanto non venga pubblicamente riconosciuto.

Due fattori hanno posto fine alla guerra del Vietnam, e con essa a oltre un secolo di lotta per liberare il Paese da un padrone coloniale: la determinazione dei vietnamiti e l’opinione pubblica statunitense.

Gli stessi due fattori condurranno il popolo palestinese al proprio Stato: la determinazione dei palestinesi a rimanere e morire sulla propria terra, e l’opinione pubblica occidentale che si sta ormai rapidamente rivoltando contro Israele. Osservatela attentamente. Si sta insinuando a destra e si è saldamente radicata a sinistra. Etichettare legittime critiche al genocidio come antisemite non funzionerà più. La carica è già esaurita.

È sia in Palestina che nei cuori e nelle menti dell’Occidente – da cui è nato il progetto sionista e da cui è così dipendente – che questa guerra si sta combattendo.

Israele potrà anche vincere ogni battaglia, come fecero gli americani in Vietnam, ma perderà la guerra.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista della sezione esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un attacco israeliano uccide un giornalista palestinese mentre viene curato in ospedale a Gaza

Lubna Masarwa da Gerusalemme e Maha Hussaini da Gaza City, Palestina occupata

13 maggio 2025 – Middle East Eye

Il noto giornalista Hassan Islayeh è preso di mira direttamente dopo mesi di istigazioni contro di lui sui media israeliani

Martedì un drone israeliano ha ucciso il giornalista palestinese Hassan Islayeh mentre era in cura nell’ospedale Nasser di Khan Younis.

Islayeh, noto giornalista sul campo e direttore dell’agenzia Alam24 News, era convalescente per le ferite subite in un precedente attacco aereo israeliano del mese scorso, che aveva preso di mira una tenda di operatori dell’informazione vicino allo stesso ospedale.

L’attacco aveva ucciso due giornalisti e feriti diversi altri.

Il primo attacco sembrava avesse come obbiettivo diretto Islayeh, colpendo il suo cellulare, ma lui era sopravvissuto all’incidente.

I media locali hanno descritto l’attacco di martedì come “un assassinio deliberato”, sottolineando che lui è stato colpito nuovamente mentre veniva curato nel reparto grandi ustionati dell’ospedale.

Islayeh è stato a lungo oggetto di istigazioni sui media israeliani, in gran parte dovuti alla copertura in prima linea degli attacchi di Hamas a Israele del 7 ottobre.

Gli organi di stampa israeliani lo hanno etichettato come affiliato ad Hamas, benché non sia stata prodotta alcuna prova che corrobori queste accuse.

Prima di morire Islayeh ha smentito le accuse contro di lui, difendendo la sua copertura degli attacchi del 7 ottobre come rispettosa degli stessi standard giornalistici seguiti in altre situazioni.

Molti giornalisti israeliani sono entrati a Gaza durante la guerra al seguito dell’esercito israeliano. Hanno preso parte al bombardamento e alla distruzione delle case. Questo viene considerato normale per loro, ma non per noi?”, ha detto in una registrazione ascoltata da Middle East Eye.

Ha anche descritto come l’esercito israeliano abbia cercato più volte di raggiungerlo in modo indiretto, presentandosi sotto diverse identità, come giornalisti freelance che cercavano lavoro da lui.

Islayeh ha detto che i media israeliani hanno anche iniziato a diffondere parecchie voci su di lui, comprese diverse asserzioni secondo cui lui aveva programmato di lasciare Gaza –cosa che lui sostiene di non aver mai neppure lontanamente pensato.

Durante tutto il corso della guerra non c’è stato un solo organo di informazione israeliano che non abbia pubblicato rapporti su di me o istigato contro di me”, ha detto.

Ciò mi ha causato molta preoccupazione ed ha influito sul mio lavoro. Mi hanno lasciato senza un posto in cui fare il mio lavoro.”

Una guida

In quanto esperto corrispondente dal campo, Islayeh era diventato una guida e un riferimento influente per gli aspiranti giornalisti.

Ahmed Aziz, un collaboratore di MEE, ha detto che l’influenza di Islayeh su di lui è stata enorme.

E’ sempre stato uno di quelli che prendevano l’iniziativa per aiutare i colleghi, fornendo loro materiale, suggerendo nominativi e indicando luoghi dove potevamo andare per filmare”, ha detto Aziz a MEE.

Ha aggiunto che Islayeh era pienamente cosciente dei rischi per la propria vita e sperava solo che la sua morte non avrebbe comportato la perdita di altri giornalisti vicini a lui.

Inoltre secondo Aziz Islayeh forniva ogni mese aiuto economico alle famiglie di due operatori dell’informazione uccisi nell’attacco del mese scorso, che a quanto pare era diretto a lui.

Onestamente, per quanto io possa dire, non si potrà mai fare abbastanza per rendergli onore.”

Compiangendo la sua morte Alem24 ha detto: “Con profondo dolore e partecipazione, l’Agenzia Alem24 News piange la perdita del suo direttore, il giornalista Hassan Abdel Fattah Islayeh, in seguito al suo martirio in un attacco aereo israeliano che ha preso di mira il Complesso Medico Nasser a Khan Younis pochi minuti fa.”

Doppio crimine’

Secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza Islayeh è diventato il 215mo giornalista ucciso a Gaza dalle forze israeliane dall’inizio della guerra.

La guerra israeliana contro Gaza è stata descritta dai gruppi di monitoraggio come “il peggior conflitto in assoluto” per i giornalisti, per via del numero senza precedenti di giornalisti uccisi.

Questo doppio crimine rispecchia una deliberata insistenza nel prendere di mira i giornalisti palestinesi – non solo sul campo, ma anche negli ospedali mentre vengono curati”, ha dichiarato l’ufficio stampa.

E’ una flagrante violazione di tutti i valori umani e degli accordi internazionali e rappresenta un chiaro tentativo di silenziare le voci libere e sopprimere la verità.”

Il Ministro della Sanità palestinese ha condannato il “crimine infame” di colpire pazienti nell’ospedale di Khan Younis.

Prendere ripetutamente di mira gli ospedali, incluso perseguire ed uccidere i feriti dentro gli ambulatori, è un chiaro segno del deliberato intento dell’occupazione di infliggere il massimo danno al sistema sanitario”, ha detto in una dichiarazione il Ministro.

Attacchi simili inoltre compromettono le possibilità di cura dei feriti e dei malati – anche se giacciono in letti di ospedale.”

L’esercito israeliano ha confermato l’attacco all’ospedale, sostenendo di aver preso di mira un “commando e un centro di controllo di Hamas” all’interno della struttura e che l’operazione ha colpito “importanti terroristi di Hamas.”

Tuttavia la dichiarazione non ha menzionato Islayeh, né ha fornito alcuna prova per corroborare l’accusa di attività di Hamas dentro l’ospedale.

Hamas ha sistematicamente negato di utilizzare gli ospedali o altre infrastrutture civili a scopi militari.

L’esercito israeliano ha spesso giustificato i suoi attacchi a siti civili a Gaza, ospedali compresi, sostenendo che Hamas li usa per operazioni militari.

A marzo un drone ha colpito l’ospedale Nasser di Khan Younis uccidendo cinque persone e dando fuoco al pronto soccorso.

Israele ha sostenuto che l’attacco aveva come obbiettivo il dirigente di Hamas Da’alis, che in quel momento era curato nell’ospedale.

Secondo il Ministero della Sanità palestinese di Gaza ad aprile ripetuti attacchi israeliani hanno costretto 27 ospedali in tutta la Striscia di Gaza a chiudere.

Almeno 1.192 operatori sanitari, compresi 96 medici, sono stati uccisi dalle forze israeliane, sia in attacchi aerei che in carcere o con uccisioni mirate.

Complessivamente a partire da ottobre 2023 nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso più di 52.800 palestinesi, compresi almeno 15.000 bambini.

Si stima che altre 10.000 persone siano disperse e presumibilmente morte, mentre circa 120.000 sono state ferite.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)