Il carburante importato dall’Egitto evita il totale collasso della Striscia di Gaza.

24 giugno, 2017 , Maan News

Gaza City (Ma’an). – Un milione di litri di carburante fornito dall’Egitto, ultimo di diverse forniture mandate dalle autorità egiziane,. sta per entrare sabato nella Striscia sotto assedio attraverso il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, per venire in soccorso del territorio colpito da una devastante carenza di elettricità.

Lo scorso mese le autorità israeliane hanno annunciato il drastico taglio dell’energia fornita al territorio assediato su richiesta dell’Autorità Nazionale Palestinese della Cisgordania occupata, che paga la bolletta mensile di Gaza a Israele detraendo[la] dalle tasse raccolte da Israele per conto dell’ANP.

In base ai resoconti di giovedì le autorità israeliane hanno ridotto l’offerta di elettricità del 60%. Tuttavia, notizie più recenti hanno verificato che Israele ha approvato di ridurre del 40% la fornitura di carburante al territorio.

Il carburante egiziano allevia la crisi energetica di Gaza

Khalil Shaqfa, capo della Commissione petrolifera della Striscia di Gaza, ha riferito a Ma’an che, in seguito a colloqui tra Hamas, che governa de facto Gaza, e le autorità egiziane, l’Egitto avrebbe fornito carburante per il consumo nelle stazioni di benzina private e nell’unica centrale di energia elettrica dell’enclave costiera, chiusa in aprile quando i funzionari del servizio elettrico a Gaza hanno affermato di non poter pagare una tassa sul diesel imposta dall’ANP, che avrebbe raddoppiato il costo di esercizio dell’impianto.

La centrale elettrica non ha funzionato a pieno regime per anni, per il durissimo blocco israeliano che ha limitato fortemente le importazioni di carburante nell’enclave costiera.

Ciò ha fatto sì che le linee elettriche israeliane fossero le uniche sorgenti efficienti di energia che alimentavano il territorio impoverito, dal momento che le linee egiziane che fornivano elettricità alla parte meridionale di Gaza erano spesso fuori servizio per problemi tecnici.

A quanto riferisce Shaqfa, 700.000 litri di diesel sono stati forniti alle stazioni di servizio private di Gaza per essere venduti ai residenti a 4.37 shekel al litro (1,10 euro), mentre un litro di diesel importato da Israele è venduto a 5,37 shekel (circa 1,30 euro). Gli abitanti , ha detto, faranno la loro scelta rispetto a quale carburante preferiscono comprare.

Shafqa ha messo in evidenza che, mentre il carburante egiziano continua a essere importato dentro Gaza, insieme alla quantità ridotta israeliana, non è sufficiente a sostituire tutto il carburante israeliano da cui dipendono i palestinesi di Gaza.

Shaqfa non ha detto per quanto tempo è prevista l’importazione del carburante egiziano nella Striscia e se l’accordo sia di lungo periodo o solamente temporaneo.

Alleanze improbabili in presenza di tensioni più forti tra Hamas e l’ANP

Secondo quanto riferito, l’ANP ha tentato di impedire la fornitura di carburante egiziano alla centrale elettrica di Gaza e ha minacciato misure punitive, incluso che l’ANP avrebbe cessato il pagamento mensile alla centrale se avesse importato il carburante egiziano, costringendo Hamas a ottenere un’ordinanza della magistratura per imporre all’impianto di accettare la fornitura di carburante.

Altre notizie hanno riportato che la fornitura di carburante è il risultato di recenti colloqui tra Hamas e il dimissionato dirigente di Fatah Muhammad Dahlan, il rivale politico del presidente Mahmoud Abbas.

Dahlan, che, nonostante risieda a Abu Dhabi in esilio, continua ad avere un’influenza politica nella regione, in base a notizie riportate ha convinto il governo egiziano a mandare il carburante al territorio sotto assedio.

Dahlan, essendo stato un fiero oppositore del governo di Hamas a Gaza dopo il successo di quest’ultima alle elezioni del 2006 che ha provocato un prolungato conflitto interno tra Fatah e Hamas, sembra essere l’improbabile alleato politico di Hamas.

Ciononostante Dahlan e il movimento di Hamas hanno iniziato una serie di colloqui che gli esperti hanno interpretato come l’opposizione concomitante di Hamas e Dahlan all’Autorità Nazionale Palestinse (ANP) guidata da Abbas nella Cisgiordania occupata.

Sebbene l’ANP abbia giustificato la propria decisione di tagliare i fondi per l’elettricità al fatto che Hamas non stesse rimborsando il governo con sede a Ramallah, in genere tra i palestinesi e tra chi critica [l’ANP] a livello internazionale si ritiene che l’ANP a guida Fatah stia realmente cercando di esercitare una pressione su Hamas perché rinunci al controllo dell’enclave costiera assediata e ceda il territorio all’ANP.

Con un altro colpo di scena, il ministro israeliano della Difesa Avigdor Lieberman, di destra, ha criticato la decisione di Abbas di tagliare da parte dell’ANP il pagamento del carburante israeliano alla Striscia di Gaza e ha accusato Abbas di cercare di influenzare Hamas a intraprendere la guerra contro Israele esasperando deliberatamente la crisi nel territorio assediato.

Abbas sta aumentando i tagli e fra poco cesserà di pagare i salari a Gaza e anche l’importazione di carburante nella Striscia in base a una duplice strategia: colpire Hamas e trascinarlo alla guerra contro Israele” ha detto, secondo quanto riferito.

Israele costretto ad assicurare la fornitura di carburante a Gaza

Gaza, che la scorsa settimana ha segnato il decimo anno sotto il blocco imposto da Israele, ha lottato per anni con la carenza di energia dovuta al limitato ingresso di carburante e al degrado delle infrastrutture

Anche l’Egitto, che confina con il sud di Gaza, ha partecipato al blocco, dopo che il presidente Al Sisi ha spodestato il governo dei Fratelli Musulmani nel 2013, chiudendo in seguito il valico di Rafah ai palestinesi.

Molti gazawi non possono entrare o uscire dall’enclave costiera assediata, a volte per diversi mesi, dal momento che le autorità egiziane aprono solo periodicamente il valico di Rafah, rimanendo bloccati i palestinesi su entrambi i lati del valico durante le chiusure.

La settimana scorsa il responsabile del dipartimento di radiologia degli ospedali pubblici di Gaza Ibrahim Abbas ha detto che il macchinario della diagnostica radiologica che è stato acquistato nel decennio passato – a un valore stimato in 10 milioni di dollari ( 894.000.000 euro) -, potrebbe presto andare perso per la sensibilità alle interruzioni di elettricità – aggravate da un’altra crisi finanziaria del centro ospedaliero in seguito ai tagli operati dall’ANP ai finanziamenti per le apparecchiature mediche e farmaci.

La crisi umanitaria a Gaza deve essere un campanello d’allarme per chiunque sia in grado di risolvere il problema” ha detto Ran Goldstein, direttore esecutivo dei Medici per i Diritti Umani di Israele (PHRI).

I bambini di Gaza sono diventati ostaggio del gioco politico portato avanti da ANP, Hamas e Israele. Ci vuole un mutamento drastico e immediato, fornendo farmaci, finanziamenti ed elettricità, aprendo Gaza al mondo esterno e offrendo assistenza umanitaria urgente” ha aggiunto Goldstein.

Mercoledì Chris Gunness , portavoce del UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, in un comunicato ha sottolineato che prima dell’attuale crisi Gaza stava già ricevendo meno della metà dei 450/ 500 megawatt necessari all’enclave costiera.

Gunness ha citato il ministro della Sanità di Gaza, che ha avvertito che 40 camere operatorie e 11 camere operatorie di ginecologia, che conducono circa 250 interventi chirurgici al giorno a Gaza, sono ora a rischio.

La scorsa settimana l’associazione israeliana per i diritti umani “Gisha” ha affermato che, con altre 15 associazioni della società civile, ha mandato una lettera al procuratore generale chiedendo che il governo israeliano ritorni sulla sua decisione di ridurre [l’approvvigionamento] di carburante a Gaza.

Secondo il gruppo la Corte suprema israeliana nel 2008 ha emesso una sentenza affermando che “anni di occupazione militare israeliana nell’area hanno determinato una completa se non totale dipendenza di Gaza dall’elettricità fornita da Israele”, e ha stabilito che Israele ha una responsabilità nel permettere le importazioni delle merci per assicurare le necessità umanitarie basilari dei palestinesi a Gaza.

Gisha ha sottolineato che tuttavia Israele ha continuato a fornire all’enclave assediata solamente 120 megawatt, nonostante una crescita della popolazione e una domanda di elettricità, raddoppiata da quando la corte ha emanato la sentenza.

Inoltre, nonostante l’aggravarsi della crisi di carburante, Israele ha continuato a centellinare l’ingresso della maggior parte delle attrezzature richieste dai palestinesi di Gaza per attenuare la carenza di energia, quali “generatori e i loro pezzi di ricambio, batterie e componenti per evitare le interruzioni di energia”, facendo riferimento alla valutazione israeliana secondo cui questi beni hanno un “uso duplice”, Gisha ha riferito, nel senso che possono essere usati sia per scopi civili che militari.

Israele non può sostenere di non essere altro che un fornitore di servizi, che risponde in modo neutrale a una richiesta di un cliente. Dato il suo totale controllo sulla vita della Striscia, Israele, in qualità di potenza occupante nella Striscia, ha il dovere di assicurare una vita normale ai suoi abitanti”, è scritto nella lettera.

La lettera afferma che Israele è “obbligato a trovare soluzioni” alla crisi e a continuare a fornire il carburante a Gaza “alla capacità esistente”, aggiungendo che Israele deve intraprendere dei passi verso un incremento dell’offerta per permettere agli abitanti, le cui tasse sono raccolte da Israele, un accesso a condizioni di vita accettabili”.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Lieberman: neanche un solo rifugiato palestinese tornerà nella sua terra in Israele

23 giugno 2017,Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – In un discorso tenuto alla conferenza di Herzliya in Israele, in cui si discutono [periodicamente] le politiche nazionali del Paese, il ministro della Difesa di estrema destra Avigdor Lieberman ha negato la possibilità, per i palestinesi profughi dalla Palestina storica su cui è stato costruito Israele, di ritornare alle loro terre all’interno dei confini del 1967, diritto sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

Non accetteremo il ritorno anche di un solo rifugiato all’interno dei confini del ‘67”, avrebbe detto Lieberman. “Non ci sarà mai più un altro primo ministro che faccia proposte ai palestinesi come ha fatto Ehud Olmert”, ha aggiunto, riferendosi ad una proposta di pace del 2008 avanzata dall’ex primo ministro.

Il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi è una delle principali richieste tra i palestinesi e i loro dirigenti. Essa rappresenta anche un potente legame simbolico con le loro terre e case da cui furono espulsi, in quanto molti palestinesi possiedono ancora le chiavi originali delle loro case occupate dallo Stato di Israele 69 anni fa.

Secondo i media israeliani, Lieberman ha anche detto che una conclusione del decennale conflitto israelo-palestinese “non risolverà i problemi – li peggiorerà”, ed ha sottolineato che Israele dovrebbe anzitutto “raggiungere un accordo regionale con gli Stati sunniti moderati e solo in seguito un accordo con i palestinesi.”

Ha poi messo in discussione anche la legittimità della presenza dei cittadini palestinesi al parlamento israeliano, la Knesset, evidenziando che il blocco politico ‘Lista Unita’ – che rappresenta nella Knesset partiti guidati da cittadini palestinesi di Israele – ha rifiutato di aderire alle ideologie sioniste.

L’unico luogo che non vogliono lasciare è Israele. Perché? Perché stanno bene qui”, ha detto, riferendosi ai palestinesi cittadini di Israele, che costituiscono circa il 20% della popolazione, le cui famiglie vivevano nelle terre della Palestina storica prima della creazione dello Stato di Israele.

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese (PCBS), il 66% dei palestinesi che viveva nella Palestina del mandato britannico nel 1948 fu espulso dalla Palestina storica e scacciato dalle proprie case e terre durante il processo di creazione dello Stato di Israele, evento a cui i palestinesi si riferiscono come Nakba, o catastrofe.

Riguardo a Gaza, Lieberman avrebbe detto “Non credo che abbiamo bisogno di parlarne. Non finirà presto”, dopo aver definito la tremenda situazione nel territorio palestinese sotto assedio una “crisi interna ai palestinesi”, facendo eco alle dichiarazioni dell’ambasciatore USA alle Nazioni Unite Nikki Haley, che ha attribuito tutta la colpa della tragica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza assediata ad Hamas, ed assolto Israele da ogni responsabilità per la perdurante crisi.

Lieberman ha anche accusato il presidente palestinese Mahmoud Abbas di cercare di spingere Hamas alla guerra contro Israele esacerbando la crisi a Gaza con il taglio dei pagamenti da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per l’elettricità fornita a Gaza da Israele.

Abbas sta per incrementare i tagli e presto interromperà i pagamenti dei salari a Gaza ed il rifornimento di carburante alla Striscia, nell’ambito di una strategia su due fronti: colpire Hamas e spingerlo alla guerra con Israele”, avrebbe detto.

Le dichiarazioni di Lieberman sono state rilasciate nel bel mezzo di un tentativo di ripresa del processo di pace tra israeliani e palestinesi da parte del destrorso Presidente USA Donald Trump.

Recentemente, mercoledì sera, nella città di Ramallah nella Cisgiordania occupata si è tenuto un incontro tra Abbas ed il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, per discutere di una ripresa dei colloqui di pace con Israele.

In quell’occasione il membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, Wasel Abu Yousif , in una dichiarazione ha detto che rilanciare un processo politico richiede certi requisiti basati sul diritto internazionale: deve essere fissato un limite di tempo per porre fine alla cinquantennale occupazione israeliana dei territori palestinesi, per stabilire uno Stato palestinese lungo i confini del 1967 con capitale Gerusalemme est, e i rifugiati palestinesi devono avere garanzia del diritto al ritorno alle case ed ai villaggi da cui sono stati espulsi.

Tuttavia i dirigenti israeliani sono stati espliciti nel respingere le pretese dell’ANP su Gerusalemme est, che è stata ufficialmente annessa da Israele nel 1980, e hanno ripetutamente proclamato la loro opposizione al ritorno dei rifugiati palestinesi o persino alla sospensione dell’espansione delle colonie israeliane illegali nei territori palestinesi occupati.

Naftali Bennett, il ministro dell’Educazione della destra israeliana, ha anche presentato un disegno di legge al parlamento israeliano che impedirebbe ogni futura divisione di Gerusalemme, emendando la Legge Fondamentale israeliana su Gerusalemme in modo che sia necessaria l’approvazione di 80 dei 120 membri della Knesset per apportare cambiamenti alla legge, invece della maggioranza semplice.

Lo scopo di questa legge è di unificare Gerusalemme per sempre”, avrebbe detto Bennett, aggiungendo che la sua proposta di legge renderebbe “impossibile” dividere Gerusalemme.

Mentre l’ANP e la comunità internazionale non riconoscono la legittimità dell’occupazione di Gerusalemme est, di Gaza e della Cisgiordania a partire dal 1967, molti palestinesi ritengono che tutta la Palestina storica sia stata occupata fin dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948.

Un crescente numero di militanti ha criticato la soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese come insostenibile e non atta a consentire una pace durevole, stante l’esistente contesto politico, proponendo al suo posto uno Stato binazionale con eguali diritti per israeliani e palestinesi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Il blocco del Qatar potrebbe avere a che fare con la Palestina più di quanto pensiamo

Nasim Ahmed 16 giugno 2017 Middle East Monitor

I funzionari israeliani devono essersi pestati i piedi a vicenda nella loro corsa per appoggiare il blocco contro il Qatar guidata dai sauditi. “I Paesi arabi sunniti, tranne il Qatar, si trovano sulla nostra stessa barca, in quanto tutti vediamo un Iran con potenza nucleare come la principale minaccia contro tutti noi,” ha detto l’ex-ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon.

Il blocco ha rappresentato una “nuova linea tracciata nella sabbia mediorientale,” ha twittato l’ex-ambasciatore israeliano nato negli USA Michael Oren, godendosi lo scompiglio regionale. “Non (è) più Israele contro gli arabi, ma Israele e gli arabi contro il terrorismo finanziato dal Qatar,” ha aggiunto.

Il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha descritto la crisi come un opportunità per Israele e “alcuni” Stati del Golfo. “E’ chiaro a chiunque, persino ai Paesi arabi, che il vero pericolo per l’intera regione è il terrorismo,” ha insistito. L’estremista di destra ha aggiunto che il blocco guidato dai sauditi ha tagliato i rapporti con il Qatar “non a causa di Israele, non a causa degli ebrei, non a causa del sionismo,” ma “piuttosto per paura del terrorismo.”

La gioia per la punizione di un Paese che i funzionari israeliani descrivono come una “spina nel fianco” solleva ogni sorta di domande, non ultima il rapporto tra l’assedio imposto al Qatar e la legge presentata dal parlamentare repubblicano Brian Mast per imporre sanzioni riguardo all’appoggio straniero al “terrorismo palestinese”, ed altre proposte.

Presentando la legge bipartisan (H.R. 2712 Palestinian International Terrorism Support Prevention Act of 2017 [Legge per la Prevenzione dell’Appoggio al Terrorismo Internazionale Palestinese]) il deputato Joshua Gottheimer ha affermato: “Sono orgoglioso di guidare questo tentativo di indebolire Hamas, una rete terroristica efferata responsabile della morte di troppi civili innocenti, sia israeliani che americani.” Secondo lui “la nostra legge bipartisan garantisce che chiunque fornisca assistenza a questo nemico degli Stati Uniti e a Israele, il nostro alleato vitale, dovrà fare i conti con la forza e determinazione del nostro Paese.”

Nelle loro conclusioni i sostenitori [della legge] hanno sostenuto che Hamas ha ricevuto un appoggio significativo sia finanziario che militare dal Qatar. Essi hanno citato la conferenza stampa allo Sheraton di Doha in Qatar, in cui Hamas ha presentato il proprio nuovo “Documento dei Principi Generali e delle Politiche”, definito la nuova carta del movimento. “Mentre questo documento intendeva trasmettere al mondo un’immagine più moderata riferendosi ai confini del 1967,” la legge sostiene che il “documento di Hamas, (che) non abroga né sostituisce la carta fondamentale…invoca ancora una prosecuzione del terrorismo per distruggere Israele.”

La legge, che propone di autorizzare sanzioni contro qualunque entità o governo stranieri che forniscano appoggio ad Hamas, continua affermando che “dovrebbe essere la politica degli Stati Uniti impedire ad Hamas, alla Jihad Islamica Palestinese (JIP) o a qualunque loro affiliato o successore di avere accesso alle sue reti di appoggio internazionale.”

Prendendo nota delle implicazioni della legge, vale la pena ricordare che la maggior parte dei propositi di questa nuova norma è in realtà superflua, tranne la parte sul Qatar. Come ha evidenziato il “Centro Arabo” di Washington – un’organizzazione di ricerca per la promozione della comprensione politica, economica e sociale tra gli arabi e gli USA -, la legge proposta introduce sanzioni già previste dall’attuale legislazione. Hamas e la JIP sono entrambe definite come “Organizzazioni Terroristiche Straniere” (FTOs in inglese) ed “Entità Terroristiche Globali Conclamate” (SDGTs in inglese) rispettivamente dallo Stato USA e dal Dipartimento del Tesoro. In questo contesto è già illegale per enti o istituzioni degli USA appoggiare questi gruppi. Perciò le sanzioni proposte in questa legge che riguardano la giurisdizione USA sono superflue.

Inoltre, sottolinea il “Centro Arabo”, anche prendere di mira in modo formale l’Iran è inutile perché Teheran è già stato dichiarato dal Dipartimento di Stato uno Stato che sostiene il terrorismo e c’è già il divieto di esportare armi, servizi finanziari e tecnologici ed aiuti in Iran. Resta solo il Qatar, che in base a questa legge dovrebbe essere l’unico nuovo bersaglio. Il modo furtivo dell’attacco al Qatar non nasconde le vere intenzioni dei sostenitori della legge. “Sono orgoglioso” ha detto Gottheimer, “di appoggiare la “Legge per prevenire l’appoggio al terrorismo internazionale palestinese che farà pagare un prezzo a Paesi come il Qatar per il loro appoggio al terrorismo. Nella lotta contro il terrorismo non ci sono vie di mezzo. Se tu appoggi il terrorismo, prima o poi giustizia verrà fatta.”

Quindi, cosa c’entra questo con Israele? Mentre Israele non è stato in grado di unirsi direttamente alla mossa guidata dai sauditi per imporre il blocco al Qatar, ciò non gli ha impedito di partecipare a un notevole lavoro di pressione dietro le quinte con gli UAE [Emirati Arabi Uniti, ndt.] per ottenere quello che in realtà è una parte della legislazione presentata contro il Qatar e portare avanti il lavoro preparatorio necessario per un blocco di queste dimensioni.

Si afferma che i sostenitori della legge alla Camera includono un certo numero di legislatori che hanno ricevuto sostanziose donazioni dai lobbysti filo-israeliani così come da quelli che sostengono l’Arabia Saudita. In effetti si riferisce che dieci parlamentari USA che appoggiano la legge contro il Qatar hanno ricevuto più di 1 milione di dollari negli ultimi 18 mesi da lobbysti e gruppi di pressione legati ad Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Lo scrittore e commentatore Trita Parsi ritiene che le similitudini tra la “lista dei terroristi” delle Nazioni arabe alleate degli USA e la legge H.R. 2712 dimostra una crescente collaborazione tra gli Stati arabi del Golfo e Israele. “La cooperazione tra gruppi filo-israeliani che sostengono la linea dura, gli EAU e l’Arabia Saudita sta andando avanti da un po’ di tempo,” ha detto Parsi ad Al-Jazeera. La novità, ha proseguito, è vedere i gruppi filo-israeliani come la “Fondazione per la Difesa delle Democrazie” “uscirsene con (articoli) filo-sauditi e fare pressione per loro (i sauditi) al Congresso.”

All’inizio di questo mese è stata riferita anche da “The Intercept” [sito web statunitense di controinformazione legato a Wikileaks, ndt.] la promozione di una narrazione politica per appoggiare l’assedio. Si afferma che mail inviate da un gruppo chiamato “Global Leaks” hanno evidenziato che l’ambasciatore degli EAU negli USA, Yousef Al-Otaiba, e la fondazione – un gruppo di esperti filo-israeliani e neoconservatori – hanno lavorato insieme per demonizzare il Qatar. Le mail ottenute da “The Intercept” mostrano la collaborazione tra la FDD e gli EAU con giornalisti che hanno pubblicato articoli che accusavano il Qatar e il Kuwait di appoggiare il “terrorismo”.

Non è quindi sorprendente che la principale ragione di questo blocco abbia poco senso. Per l’Arabia Saudita e per gli EAU accusare il Qatar di appoggiare il terrorismo è come il bue che dà del cornuto all’asino. Se ci fosse una qualche sostanza alle accuse, allora gli USA non avrebbero appoggiato un recente accordo per gli armamenti con il Qatar e Washington non avrebbe mantenuto lì un’importante base militare. Le ragioni addotte per il blocco non hanno alcun valore. Oltretutto il blocco del Qatar non può essere preso in considerazione separatamente dai tentativi in corso negli USA per eliminare la resistenza palestinese in nome della lotta contro il terrorismo. Né il Qatar né alcun Paese del Golfo trae alcun beneficio da questa situazione di stallo; per il maggior beneficiario bisogna guardare ad Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Quello che Israele teme di Hamas e della crisi con il Qatar

Yuval Abraham

Middle East Eye – giovedì 15 giugno 2017

Israele non ha mai approvato l’appoggio del Qatar ad Hamas.

Ma ora le Nazioni del Golfo stanno chiedendo che Doha smetta di appoggiare il gruppo palestinese – e Israele teme quello che potrebbe succedere.

Hamas, che controlla Gaza dal 2007, è visto come una filiazione della Fratellanza Musulmana, da molto tempo un alleato del Qatar.

L’emirato ha trasferito centinaia di milioni di dollari a Gaza, assistendo al contempo Hamas dal punto di vista diplomatico e offrendo ospitalità ai suoi dirigenti e militanti in esilio. In maggio il gruppo ha presentato la revisione della sua carta fondamentale a Doha.

Dopo l’ultima guerra a Gaza, nel 2014, il Qatar ha destinato un miliardo di dollari a favore della ricostruzione, di progetti umanitari, per i costi dell’elettricità e per i salari dei dipendenti pubblici.

Alcuni analisti politici affermano che Israele ha consentito il trasferimento di fondi a Gaza – sotto assedio israeliano dal 2007 – per i suoi effetti stabilizzanti, che impediscono o forse rimandano un collasso totale nella Striscia devastata dalla guerra.

Una risposta israeliana contrastante

Le sanzioni contro il Qatar del 4 giugno sono state salutate come una vittoria da gran parte dell’opinione pubblica e dai media israeliani. Ma la risposta del governo è stata stranamente in sordina.

Eli Avidar, ex-capo della delegazione israeliana in Qatar, ha detto a MEE che Israele dovrebbe sostenere decisamente l’Arabia Saudita ed altri contro il Qatar: “E’ un’opportunità per farla finita con questa storia. Israele dovrebbe esercitare pressioni su Washington, spingere il Qatar a smettere di finanziare il terrorismo, ma non lo sta facendo.”

Continuo a chiedermi: ‘Perché Israele non è più attivo ed esplicito nell’attivarsi contro il Qatar?’”

Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, è stato l’unico uomo di governo ad aver commentato la crisi. Il 5 giugno, un giorno dopo che il Qatar è stato isolato, ha affermato che l’iniziativa “apre molte possibilità di collaborazione nella lotta contro il terrorismo.”

Un portavoce del ministero degli Esteri ha detto a MEE che ha avuto indicazioni ufficiali di non commentare la situazione e le sue ripercussioni per Israele e la Palestina.

Cosa c’è dietro questa risposta passiva? Molti studiosi, analisti e fonti dell’intelligence indicano che Israele potrebbe avere più da perdere che da guadagnare dalla crisi.

Yoel Guzansky e Kobi Michael, dell’Istituto Israeliano per le Ricerche sulla Sicurezza all’università di Tel Aviv, hanno affermato che la crisi è “la più grave dalla fondazione, nel 1981, del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo.”

Sostengono che Israele ha un duplice approccio nei confronti del Qatar: “Da una parte, c’è ostilità per il suo appoggio ad Hamas e per l’ospitalità che offre ai suoi dirigenti…Dall’altra, Israele attribuisce grande importanza al sostegno qatariota alla ricostruzione della Striscia e al denaro che fornisce per gli stipendi ed i servizi pubblici al suo interno.

L’interesse israeliano è di appoggiare una mediazione americana che ponga fine alla questione indebolendo il ruolo dell’Iran e di Hamas, ma senza danneggiarne seriamente le azioni positive verso la Striscia di Gaza e di mediazione con Hamas.”

Il loro documento identifica tre possibili esiti che Israele vuole evitare: un rapporto più forte tra l’Iran e Hamas, una crisi umanitaria a Gaza e la presa del potere dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza.

  1. Timore dell’Iran

Molti osservatori temono che il vuoto creato dall’assenza del Qatar possa obbligare Hamas a cercare un fonte alternativa di sostegno finanziario e si rivolga all’Iran.

Il rapporto di Yoel Guzansky e Kobi Michael sostiene che “Israele comprende che ci sono più vantaggi che svantaggi nella cooperazione con il Qatar, in quanto il Qatar indebolisce l’influenza dell’Iran su Hamas e sulla Striscia di Gaza.”

Shaul Yanai, un ricercatore israeliano sulle questioni mediorientali all’università di Haifa, ha detto a MEE: “Non c’è un segnale di pericolo più grave per l’Egitto, i sauditi, il Kuwait, l’America di Trump e Israele che un’organizzazione palestinese alleata dell’Iran.”

All’inizio di quest’anno Khaled al-Qaddumi, rappresentante di Hamas in Iran, ha detto ad Al-Monitor che l’Iran sta fornendo un continuo aiuto finanziario al movimento, nonostante la polarizzazione su scala regionale tra sciiti e sunniti, e che ci sono incontri regolari.

L’inizio del 2017 ha inaugurato una nuova era nelle relazioni tra Hamas e l’Iran, che può essere descritta come positiva e rivolta al futuro,” ha affermato.

Nel contempo Ahmed Yousef, ex importante consigliere del leader di Hamas Ismail Haniyah, ha detto a Ma’an che la crisi qatariota – così come l’alleanza tra Israele, l’America e gli Stati sunniti – “incoraggerà i movimenti islamici, come la Fratellanza Musulmana, a fare nuove alleanze con Paesi potenti della regione, come l’Iran, per proteggersi.”

Oltre a ciò, Guzansky e Michael affermano che il desiderio del campo sunnita di vedere l’Autorità Nazionale Palestinese sostituire Hamas nella Striscia non è condiviso da Israele, che, secondo chi lo critica, ha lavorato per mantenere la separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

  1. Timori di un’altra Guerra

Nel 2014 Israele ha scatenato l’operazione “Margine protettivo” contro Gaza, un attacco di 50 giorni che intendeva indebolire Hamas. Ha causato la morte di più di 2.139 palestinesi, circa un quarto dei quali bambini, di 64 soldati e di 6 civili israeliani.

Un ufficiale israeliano di alto grado, che ha lavorato con il Mossad [il servizio segreto israeliano che opera all’estero, ndtr.] per molti anni e che ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto a MEE che, mentre il governo israeliano vuole che il Qatar smetta di finanziare Hamas, “non vuole una crisi umanitaria a Gaza, anche se vi ci stiamo avvicinando.”

Questa situazione potrebbe portarci allo stesso punto del 2014, quando Hamas è stato spinto in un angolo e l’unico posto a cui potessero sparare era Israele. Suppongo che Israele tema questo scenario, non vuole la destabilizzazione a Gaza.”

Yanai avverte anche che un Hamas disperato che perde il sostegno finanziario, insieme a discorsi su elezioni all’interno della tesa coalizione di governo israeliano, provocherebbe una miscela esplosiva. “Potrebbe rappresentare il terreno fertile per una guerra. Politici disperati tendono a fare la guerra.”

Una seconda fonte dell’intelligence israeliana – la cui ruolo è riservato – ha detto a MEE che Israele, come fa ogni estate, si sta preparando per una guerra a Gaza– ma che non si aspetta che ci sia quest’anno.

Da parte sua Hamas è ancora indebolito dall’ultimo scontro nel 2014. E Israele?

E’ contro i nostri interessi,” afferma la fonte dell’intelligence. “Israele desidera mantenere lo status quo nella Striscia:”

Dal 2004 Israele ha condotto sette offensive contro Gaza in risposta a razzi lanciati dalla Striscia. I critici affermano che questo status quo di guerra è alimentato da una mancanza di soluzioni diplomatiche del problema dei rifugiati palestinesi e dall’occupazione militare israeliana.

  1. Timore dell’Autorità Nazionale Palestinese

Domenica il governo israeliano ha accettato di ridurre la fornitura di elettricità a Gaza su richiesta del presidente dell’ANP Abbas.

L’iniziativa è vista come un tentativo da parte dell’ANP, che controlla la più vasta Cisgiordania, di indebolire il suo rivale politico. Secondo la Reuters, Tareq Rashmawi, il portavoce dell’ANP, ha chiesto che Hamas trasferisca all’ANP ogni responsabilità delle istituzioni di governo a Gaza.”

Ma lunedì Israel Katz, ministro israeliano e membro del governo per il Likud, all’annuale Convenzione Israeliana per la Pace ha criticato questa riduzione [di energia elettrica, ndt.], affermando che “Israele non ha una politica nei confronti di Gaza.”

E il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Israele “non vuole assistere a un’escalation” a Gaza, descrivendola come “una disputa interna palestinese.”

L’ufficiale che ha lavorato con il Mossad ha ribadito questa opinione: “Mi risulta difficile spiegare la politica israeliana verso Gaza,“ ha detto, “non ha una logica.”

La riduzione della fornitura di elettricità potrebbe essere una sorta di pressione tattica su Hamas, in modo che accetti di restituire i corpi dei soldati israeliani e i tre israeliani che tengono prigionieri.”

Ma Hamas ha raggiunto il punto critico.

Lunedì ha detto su Twitter che la decisione “accelererebbe l’aggravamento e l’esplosione della situazione nella Striscia.”

Una fonte dell’intelligence israeliana ha detto a MEE che un altro scontro a Gaza è solo questione di tempo. “Se non quest’anno, sarà il prossimo, e sennò, quello dopo ancora di sicuro.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




FPLP e Hamas rivendicano la responsabilità dell’attacco letale a Gerusalemme

17 giugno 2017Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – L’organizzazione di sinistra Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e il movimento Hamas hanno entrambi rivendicato la responsabilità per l’attacco omicida di venerdì nella Gerusalemme est occupata, mentre, secondo una dichiarazione rilasciata sabato dal gruppo, il FPLP ha definito gli attaccanti palestinesi uccisi “eroi” del popolo palestinese.

Tutti e tre i palestinesi, che erano armati di coltelli e di un’arma automatica, sono stati uccisi sul posto dalla polizia israeliana nei pressi della Porta di Damasco nella Città Vecchia di Gerusalemme. Un’ufficiale della polizia israeliana di 23 anni è stata uccisa nell’attacco, mentre un certo numero di persone presenti sul luogo sono rimaste ferite. Il ministero della Salute palestinese ha identificato gli attaccanti uccisi come Adel Hasan Ahmad Ankoush e Baraa Ibrahim Salih Taha, di18 anni, e Osama Ahmad Dahdouh, di 19.

Mentre i media israeliani hanno riportato che il cosiddetto Stato Islamico si è attribuito l’attacco, Hamas ha smentito la rivendicazione ed ha affermato che riconoscere l’attribuzione dell’attacco al gruppo è stato un tentativo di confondere la situazione. L’affermazione di Hamas ha confermato che uno degli attaccanti era un membro del proprio movimento, mentre gli altri due appartenevano al FPLP.

In passato lo Stato Islamico ha tentato di attribuirsi la responsabilità di attacchi palestinesi, in particolare facendovi menzione sul periodico on line di propaganda del gruppo “Dabiq”. Tuttavia i dirigenti palestinesi hanno rifiutato ogni correlazione tra quello che considerano una parte della legittima resistenza palestinese contro la colonizzazione israeliana e il “terrorismo” ispirato dallo Stato Islamico.

Il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri nella dichiarazione ha affermato che l’attacco di venerdì è parte della resistenza popolare palestinese contro l’ormai cinquantennale occupazione israeliana e una “reazione naturale ai crimini dell’occupazione”.

Nel contempo il FPLP ha lodato gli attaccanti come “eroi” in un comunicato rilasciato dal gruppo e ha affermato che Baraa Salih Taha e Osama Ahmad Dahdouh erano membri dell’organizzazione.

Secondo il FPLP i tre avevano in precedenza partecipato al lancio di bottiglie molotov e pietre per opporsi “agli attacchi delle forze di occupazione e dei coloni,” lungo le strade di collegamento israeliane che portano alla colonia illegale israeliana di Halamish, che è adiacente alla loro città natale, Deir Abu Mashal, nel distretto di Ramallah, nella zona centrale della Cisgiordania occupata.

Il FPLP ha affermato che in seguito a ciò nel 2015 Baraa ha passato parecchi mesi in prigione in Israele, mentre Osama era stato in carcere per un anno nel 2014.

Il gruppo ha definito l’attacco un’ “operazione eroica” e ha affermato che è arrivato in un “momento critico per difendere la resistenza palestinese”.

Gli attaccanti erano “eroi del popolo palestinese che hanno agito per difendere i diritti del popolo palestinese con un coraggio senza pari, eludendo il controllo sionista su Gerusalemme per dirigere il fuoco della loro rabbia contro le forze in armi ed i soldati dell’occupazione,” ha sostenuto il gruppo, e ha aggiunto che “la resistenza è continua, radicata nella patria e a Gerusalemme, l’eterna capitale della Palestina.”

Il FPLP aggiunge che l’attacco manda anche un “messaggio forte, diretto” ai “leader sconfitti dell’Autorità Nazionale Palestinese, alle loro politiche e alla loro strategia”, aggiungendo che l’attacco ha evidenziato che la resistenza sta continuando ed è l’unica via per sconfiggere l’occupante.”

Nel contempo sabato i rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea hanno entrambi condannato l’attacco.

L’inviato della Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente Nickolay Mladenov in una dichiarazione ha affermato che ” simili atti di terrorismo devono essere nettamente condannati da tutti. Sono inorridito dal fatto che ancora una volta qualcuno trovi opportuno giustificare simili attacchi in quanto ‘eroici’. Sono inaccettabili e tendono a trascinare tutti verso un nuovo ciclo di violenze.”

L’ambasciatore dell’UE in Israele Lars Faaborg-Andersen ha affermato su Twitter: “Condanno gli attacchi terroristici di ieri a Gerusalemme, in cui è stato ucciso Hadas Malka. Le mie condoglianze alla sua famiglia e ai suoi colleghi.”

Secondo quanto riferito, l’ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite Danny Danon ha anche condannato l’Autorità Nazionale Palestinese per aver incoraggiato gli attacchi attraverso il discusso programma di compensazione ai “martiri”, che fornisce sussidi finanziari alle famiglie dei palestinesi imprigionati, feriti o uccisi dalle forze israeliane.

“La dirigenza palestinese continua a dare il suo appoggio alla pace, anche se paga mensilmente i terroristi ed educa i propri bambini all’odio. La comunità internazionale deve chiedere che i palestinesi mettano fine ai loro intollerabili atti di violenza,” ha affermato.

In base alla documentazione di Ma’an, 33 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni dall’inizio del 2017, mentre durante lo stesso periodo 8 israeliani sono stati uccisi dai palestinesi.

Mentre i dirigenti israeliani spesso indicano l’ “incitamento” palestinese come causa di questi attacchi, e spesso tentano di metterli in relazione con la cosiddetta “guerra al terrorismo”, i palestinesi hanno al contrario citato come le cause principali di tali attacchi le frustrazioni quotidiane e la continua violenza militare israeliana imposta dall’occupazione israeliana del territorio palestinese.

In seguito all’attacco di venerdì le forze israeliane hanno completamente bloccato il villaggio cisgiordano di Deir Abu Mashal ed hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie dei palestinesi uccisi, avvertendole che le loro abitazioni saranno presto demolite – una politica israeliana utilizzata contro famiglie i cui membri hanno commesso attacchi e che i gruppi per i diritti umani hanno giudicato una forma di “punizione collettiva”.

Nel contempo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato tutti i permessi concessi ai palestinesi per entrare a Gerusalemme e in Israele per il mese santo musulmano del Ramadan.

Numerosi altri palestinesi sono rimasti feriti e detenuti dalle forze israeliane in seguito all’attacco, in quanto, secondo alcuni testimoni, forze israeliane avrebbero “aggredito” palestinesi e sparato proiettili veri “a casaccio” nella zona.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Chi è favorevole a un massacro a Gaza?

Gideon Levy, 15 giugno 2017, Haaretz

Un’altra ora senza elettricità a Gaza e verrà dato il segnale: razzi Qassam. Ancora una volta Israele sarà la vittima ed il massacro avrà inizio.

Israele e Gaza non sono di fronte ad un’altra guerra, né stanno gridando ad un’altra “operazione” o “attacco”. Questa mistificante terminologia ha lo scopo di fuorviare e banalizzare ciò che rimane della coscienza.

Ciò che è in questione ora è il rischio di un altro massacro nella Striscia di Gaza. Sotto controllo, misurato, non troppo massiccio, ma pur sempre un massacro. Quando dirigenti, politici e commentatori israeliani parlano di “prossimo round”, stanno parlando del prossimo massacro.

Non si farà una guerra a Gaza perché là non c’è nessuno che possa combattere contro uno degli eserciti più potentemente armati del mondo, anche se in televisione il commentatore sulle questioni militari Alon Ben David dice che Hamas può mettere in campo quattro divisioni. Non ci sarà neppure alcuna prodezza (israeliana) a Gaza, perché non vi è niente di eroico nell’attaccare una popolazione indifesa. Ed ovviamente non ci sarà moralità o giustizia a Gaza, perché non c’è moralità o giustizia nell’attaccare una gabbia chiusa piena di prigionieri che non hanno nemmeno dove fuggire, se potessero.

Allora chiamiamo le cose con il loro nome: questo è un massacro. E’ di questo che si parla adesso in Israele. Chi è per un massacro e chi è contrario? Sarà un bene per Israele? Contribuirà alla sua sicurezza ed ai suoi interessi o no? Abbatterà il governo di Hamas o no? Sarà vantaggioso per la “base” del Likud o no? Israele ha un’alternativa? Ovviamente no. Qualunque attacco a Gaza finirà in un massacro. Nulla può giustificarlo, perché un massacro non può essere giustificato. Perciò dobbiamo domandarci: siamo a favore o contro un altro massacro a Gaza?

I piloti stanno già scaldando i motori in pista, altrettanto pronti sono gli artiglieri e le soldatesse che brandiscono i comandi a distanza. Un’altra ora senza elettricità a Gaza e verrà dato il segnale: razzi Qassam. Ancora una volta Israele sarà la vittima, e milioni di israeliani torneranno nei rifugi. Siamo usciti da Gaza e guardate che cosa abbiamo ottenuto. Oh, Hamas, il più crudele di tutti, che ama la guerra.

Quale altro modo ha Gaza per ricordare al mondo la propria esistenza e la sua sofferenza disumana, se non i razzi Qassam? Sono stati tranquilli per tre anni e adesso sono i soggetti della ricerca coordinata di Israele e dell’Autorità Nazionale Palestinese: un grande esperimento sugli esseri umani. Un’ora di elettricità è sufficiente per l’esistenza umana? Forse lo sono 10 minuti? E che cosa accade agli umani del tutto senza elettricità? L’esperimento è al suo culmine, gli scienziati trattengono il respiro. Quando cadrà il primo razzo? Quando seguirà il massacro?

Sarà più tremendo dei due precedenti, perché la storia insegna che ogni “operazione” israeliana a Gaza è peggiore della precedente. Confrontiamo l’ “Operazione Piombo Fuso” (a fine 2009), con 1300 morti palestinesi, 430 dei quali bambini e 111 donne, con l’ “Operazione Margine Protettivo” (estate 2014), con 2.200 morti, 366 dei quali bambini, di cui 180 neonati e 247 donne. Complimenti per il progresso e l’aumento del numero di bambini uccisi. La nostra forza aumenta da un’operazione all’altra. Avigdor Lieberman ha promesso che questa volta si avrà la vittoria decisiva. In altre parole, questa volta il massacro sarà più tremendo di tutti i precedenti, se è mai possibile prendere sul serio qualunque cosa dica questo ministro della Difesa.

Non è il caso di dilungarsi sulle sofferenze di Gaza, comunque non interessano a nessuno. Per gli israeliani Gaza era ed è un covo di terroristi. Non ci sono persone come loro laggiù. Queste sono le menzogne che diciamo su Gaza. Là l’occupazione è finita, ha ha ha. Tutti i suoi abitanti sono assassini. Costruiscono tunnel per il terrorismo invece di inaugurare impianti ad alta tecnologia. No, davvero, come mai Hamas non ha sviluppato Gaza? Come osano? Come hanno potuto non impiantare un’industria sotto assedio, non sviluppare l’agricoltura in prigione e l’alta tecnologia in una gabbia?

Ed un’altra bugia che diciamo su Gaza – abbatteremo il governo di Hamas. Non è possibile e inoltre Israele non lo vuole veramente.

I numeri dei morti appaiono sistematicamente sui nostri schermi, senza significato per nessuno. Centinaia di bambini morti, chi può concepire una cosa simile? L’assedio non è un assedio e nemmeno il pensiero di un’ora di blocco dell’elettricità a Tel Aviv nel caldo asfissiante dell’estate provocherebbe un briciolo di empatia verso coloro che vivono quasi del tutto senza elettricità, ad un’ora di distanza da Tel Aviv.

Quindi continuiamo ad occuparci dei fatti nostri – la parata del gay pride, le agevolazioni edilizie per le giovani famiglie, l’insegnante pedofilo. E quando cade un razzo Qassam faremo finta di stupirci e, per la nostra sacra auto-vittimizzazione, i bravi piloti decolleranno all’alba, verso il prossimo massacro.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Se Israele fosse furbo

Sara Roy su Gaza

London Review of Books – 15 giugno 2017

La mia ultima visita a Gaza è stata nel maggio 2014, appena prima che Israele scatenasse l’operazione “Margine protettivo”, un attacco che ha causato la morte di oltre duemila gazawi – tra combattenti e civili – e la distruzione di 18.000 abitazioni.

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Quando ci sono tornata, meno di tre anni dopo, i cambiamenti erano evidenti ovunque. Ma due cose mi hanno particolarmente colpita: l’attuale impatto devastante dell’isolamento di Gaza dal resto del mondo, durato un decennio, e la sensazione che un crescente numero di persone stia raggiungendo il limite della sopportazione.

Gaza si trova in una situazione di shock umanitario, dovuta principalmente al blocco israeliano, appoggiato dagli USA, dall’UE e dall’Egitto, e che ora sta iniziando il suo undicesimo anno. A Gaza, storicamente luogo di scambi e di commercio, rimane relativamente poco per la produzione e l’economia dipende ora in gran parte dal consumo. Benché un recente allentamento delle restrizioni israeliane abbia portato a un leggero incremento delle esportazioni agricole verso la Cisgiordania e Israele – di gran lunga i principali mercati di Gaza –, questi non sono sufficienti a rilanciare i suoi deboli settori produttivi. La debolezza di Gaza, pianificata con attenzione e realizzata con successo, ha lasciato quasi metà della forza lavoro senza alcun mezzo di sostentamento. La disoccupazione – soprattutto giovanile – è la condizione caratterizzante della vita. Attualmente sfiora circa il 42% (è stata anche più alta), ma tra i giovani (tra i 15 ed i 29 anni) arriva al 60%. Ognuno è assillato dalla necessità di trovare un lavoro o un qualsiasi mezzo per guadagnare denaro. “I salari controllano la mente delle persone,” mi ha detto un abitante.

La principale fonte di tensioni politiche tra il governo di Hamas a Gaza e l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania è il costante rifiuto da parte del presidente [dell’ANP] Abbas, che controlla i cordoni della borsa, di pagare i salari ai dipendenti del governo di Hamas. Mi è stato ripetutamente detto che, se Abbas volesse conquistarsi l’appoggio degli abitanti di Gaza, tutto quello che dovrebbe fare sarebbe pagare i loro salari ai dipendenti pubblici. Poiché non ha intenzione di farlo –egli sostiene che i soldi sarebbero distratti a favore dell’ala militare di Hamas – è in gran parte responsabile delle sofferenze di Gaza. Il rifiuto di Abbas è ancora più insopportabile perché ha continuato a pagare l’intero importo dei salari – in genere tra i 500 ed i 1.000 $ al mese, una somma notevole oggi a Gaza – ad almeno 55.000 impiegati pubblici di Gaza che lavoravano per l’ANP prima che Hamas prendesse il controllo del territorio.

Questa gente è stata pagata per non lavorare per il governo di Hamas. Pagare i loro stipendi costa all’ANP 45 milioni di dollari al mese, denaro in buona misura fornito dall’Arabia Saudita, dall’UE e dagli USA. Pagare le persone perché non lavorino ha istituzionalizzato un’altra distorsione nell’economia profondamente deteriorata di Gaza. Tuttavia recentemente Abbas ha tagliato questi salari di una percentuale tra il 30% ed il 70%, per esercitare pressione sul governo di Hamas affinché rinunci al controllo su Gaza. “O Hamas ci restituirà Gaza,” Abbas ha minacciato, “oppure dovrà farsi totalmente carico della sua popolazione.” Secondo il mio collega Brian Barber, attualmente a Gaza, “il taglio dei salari da parte di Abbas è giunto come un terremoto.”

Il bisogno è ovunque. Ma la novità è il senso di disperazione, che si può avvertire nei limiti che le persone sono ora disposte a superare, limiti che una volta erano inviolabili. Un giorno una donna ben vestita, con il volto completamente coperto da un niqab, è arrivata all’hotel in cui alloggiavo per chiedere l’elemosina. Quando le è stato gentilmente chiesto dal personale dell’albergo di andarsene, si è rifiutata in modo aggressivo ed ha insistito per rimanere, obbligando il personale ad accompagnarla fuori con la forza. Non stava implorando di chiedere l’elemosina, ma lo pretendeva. Non avevo mai visto una cosa simile prima d’ora a Gaza. Un altro giorno un ragazzo è venuto al nostro tavolo chiedendo soldi per la sua famiglia. Nel momento in cui ho tirato fuori il mio borsellino, il personale si è avvicinato e lo ha cortesemente fatto uscire. Non ha opposto resistenza. Era istruito e ben vestito e mi sono messa a pensare che avrebbe dovuto essere a casa a studiare per un esame o al mare con i suoi amici. Invece gli è stato chiesto di andarsene dall’hotel e di non tornarci.

Forse l’indicatore più preoccupante della disperazione della gente è l’incremento della prostituzione – in una società tradizionalista e conservatrice. Anche se a Gaza la prostituzione, in scala ridotta, è sempre stata presente, è sempre stata considerata immorale e disonorevole, comportando gravi conseguenze sociali per la donna e per la sua famiglia. Poiché le risorse familiari sono scomparse, sembra che ciò stia cambiando. Un noto e molto rispettato professionista mi ha detto che donne, molte delle quali ben vestite, sono andate nel suo ufficio per sedurlo e “non per somme elevate”. (Mi ha anche detto che, a causa dell’incremento della prostituzione, è diventato più difficile per le ragazze sposarsi – “nessuno sa chi è intatta”. Famiglie lo pregano di fornire alle loro figlie un “luogo sicuro e decente”, assumendole nel suo ufficio.) Un altro amico mi ha detto di aver visto al ristorante una giovane donna che cercava di adescare un uomo mentre i suoi genitori sedevano ad un tavolo vicino. Quando gli ho chiesto come spiegava un comportamento così incomprensibile, mi ha risposto: “La gente che vive in un contesto normale si comporta normalmente; chi vive in un contesto anomalo non lo fa.”

E il contesto di Gaza è in grande misura anomalo. Almeno 1 milione 300.000 persone su 1 milione 900.000, cioè il 70% della popolazione (altre stime sono più alte), ricevono assistenza umanitaria internazionale, la maggior parte della quale è in derrate alimentari (zucchero, riso, olio, latte), senza le quali la maggioranza non potrebbe soddisfare le proprie necessità vitali. A metà dello scorso anno 11.850 famiglie, circa 65.000 persone (da un massimo di 500.000 durante il culmine del conflitto del 2014), erano ancora sfollate interne, di cui 7500 famiglie, circa 41.000 persone, avevano urgente necessità di un rifugio e di contributi in denaro. Ho scritto altrove dell’aumento della percentuale di suicidi a Gaza; i mezzi sono vari – impiccarsi, darsi fuoco, gettarsi dall’alto, con overdose di droga, ingerire pesticidi o spararsi. La percentuale dei divorzi, che una volta era solo del 2%, ora rasenta il 40%, secondo personale medico dell’ONU e locale. Un funzionario dell’UNRWA [agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.] riferisce: “Ci sono 2.000 conflitti domestici al mese nel campo di Shati, e la polizia non può occuparsene. I soli tribunali ricevono centinaia di denunce al mese. Il governo di Hamas non può occuparsi della grande quantità di problemi” – che includono l’aumento nell’uso delle droghe.

È importante ricordare che circa i tre quarti degli abitanti di Gaza hanno meno di 30 anni e rimangono confinati a Gaza, senza poter lasciare il territorio; la maggioranza non l’ha mai fatto. In mezzo a questo sfacelo, sempre più giovani si sono rivolti alla militanza come mezzo di sostentamento, unendosi a varie organizzazioni armate o estremiste per garantirsi un lavoro retribuito. Una serie di persone mi ha detto che il crescente sostegno alle fazioni estremiste a Gaza non deriva da convinzioni politiche o ideologiche – come sostengono queste fazioni – ma dalla necessità della gente di provvedere alle proprie famiglie. Molte, forse la maggior parte, delle reclute dei gruppi affiliati allo Stato Islamico hanno deciso di aderire perché questo garantisce un reddito. Allo stesso tempo, Hamas fa di tutto per garantire abbastanza fondi per continuare a pagare i salari della sua ala militare, le brigate al-Qassam, che a quanto si dice ha visto anch’essa un incremento nei propri ranghi. Pare che i giovani disoccupati di Gaza abbiano di fronte due opzioni: unirsi a un gruppo militare o perdere ogni speranza.

Se gli israeliani fossero furbi,” mi ha detto un musulmano praticante, “aprirebbero due o tre zone industriali, farebbero una verifica di sicurezza, controllerebbero nella lista dei più ricercati tra noi e li assumerebbero. Al-Qassam scomparirebbe molto rapidamente e tutti quanti saremmo più sicuri…Le moschee si vuoterebbero.” Mi è stato detto che molti giovani hanno lasciato al-Qassam dopo aver ottenuto un lavoro in uno dei progetti edilizi di Gaza, perché non vogliono trasformare la loro nuova casa in un possibile bersaglio degli israeliani. Un imprenditore locale ha detto: “Quello di cui abbiamo bisogno sono fabbriche israeliane e manodopera palestinese. Un sacco di cemento dà lavoro a 35 persone a Gaza; con un lavoratore in Israele si hanno sette persone a Gaza che si augurano la sicurezza di Israele. Immagina il marchio ‘prodotto a Gaza’. Avremmo un mercato regionale e si venderebbe come il pane. Gaza ne trarrebbe beneficio, e lo stesso sarebbe per Israele. Tutto quello che vogliamo sono frontiere aperte per esportare”. I gazawi sono intraprendenti e ingegnosi – e disperatamente desiderosi di lavorare e di occuparsi di nuovo dei loro figli. Invece sono obbligati ad una avvilente dipendenza dagli aiuti internazionali, che vengono forniti dagli stessi Paesi che contribuiscono alla loro inanità. Questa politica non è solo politicamente abbietta: è anche vergognosamente stupida.

A Gaza non tutti sono poveri. Un piccolo gruppo – il numero che ho sentito fare in continuazione è 50.000 – è relativamente benestante, con una ricchezza derivante a volte dal commercio attraverso i tunnel, oggi quasi del tutto finito, che una volta permetteva all’economia di funzionare, persino di prosperare, sotto la pressione del blocco israeliano. Ora che a Gaza si produce così poco, l’economia dipende da loro in modo diverso: i privilegiati riempiono gli hotel, i supermercati e i ristoranti che sono comparsi per rispondere alla loro domanda – i ristoranti, a quanto sembra, sono una delle attività che producono ancora profitti. Qualcuno sostiene che questo segno di benessere mostra che le condizioni a Gaza sono molto migliori di come vengono in genere descritte; altri le hanno definite “un segno positivo di normalizzazione”. Ma come la grande maggioranza dei gazawi, anche i ricchi sono condizionati e confinati, furiosi e umiliati dalla loro impossibilità di vivere liberamente e senza la sensazione di avere un futuro prevedibile. Uno degli uomini d’affari più ricchi e di maggior successo di Gaza ha passato con me un pomeriggio a descrivere con dettagli minuziosi le restrizioni imposte alla sua attività da Israele, che era stato un mercato fondamentale: “Gli israeliani stanno distruggendo i miei affari, la mia possibilità di lavorare, e perché? Ci schiacciano, schiacciano, schiacciano, e a quale scopo?” I ricchi vivono bene ma non possono comprare la propria libertà. Questo è ciò che li unisce al resto di Gaza, anche se hanno poche cose in comune con quelli che non sono della loro classe. A Gaza la differenza tra la ricchezza e la povertà è molto visibile, ma sono anche molto vicine: la distanza tra le due può a volte essere misurata in metri. Un pomeriggio sono andata con un amico svedese in uno dei migliori ristoranti di Gaza, pieno di famiglie ben vestite, con tutti i ragazzini che giocavano con i loro iPhone. Quanti di loro sono entrati nel campo di rifugiati di al-Shati, a pochi passi dal ristorante? Molti –probabilmente la maggioranza – non si cono mai stati.

A Gaza le persone considerate veramente privilegiate non sono necessariamente quelle con una grande quantità di denaro. Sono persone con una fonte di reddito regolare: fino a poco tempo fa, quegli impiegati stipendiati dall’ANP per non lavorare, le persone che lavorano per l’UNRWA, per le Ong internazionali, per le istituzioni pubbliche e private e quelli (non molti) che hanno un lavoro autonomo prospero, in genere commercianti. Le persone cercano di aiutarsi a vicenda, ma fare la carità non è più l’atto spassionato di una volta. Un amico di una importante famiglia di Gaza mi ha descritto il suo dilemma: “Dopo aver pagato le mie tasse ad Hamas, le nuove imposte che saltano fuori in continuazione, le spese per la famiglia, il cibo e l’aiuto per gli amici, sto esaurendo le mie finanze. Presto dovrò vendere qualche proprietà. Sì, sto molto meglio di molta gente di qui e faccio quello che posso per aiutare altre persone, ma come andrà a finire? La tragedia di questa situazione è che gli amici ti vedono come una fonte di danaro. E l’amicizia finisce quando non gliene puoi più dare. Pensa a cosa ci vuole per fare in modo che la gente si comporti in questo modo. Pare che nessuno prenda in considerazione la pressione necessaria per cambiare i valori di riferimento di una persona. È a questo che siamo ridotti. Gaza non è mai stata così.”

Anche Hamas è ossessionata dalla questione della sopravvivenza. Dato che negli ultimi anni le risorse del governo si sono ridotte, ha tentato di compensare la carenza di fondi del settore pubblico “taglieggiando la gente per soldi”, secondo la definizione di un analista, imponendo una serie di provvedimenti che producono entrate– nuove tasse, imposte, multe e aumenti di prezzo – che vengono percepite come un’estorsione. Il prezzo delle sigarette recentemente è triplicato da 8 a 25 shekel [da 2,03 a 6,33 €]; le imposte trimestrali sulla proprietà sono raddoppiate; una nuova “tassa sulla pulizia” viene ora imposta per la pulizia delle strade e per i servizi igienici e le patenti di guida devono essere rinnovate ogni sei mesi al costo di 600 shekel [152 €] – una somma irraggiungibile per la maggioranza dei gazawi. Non aver pagato può determinare la confisca della patente, seguita da quella dell’auto. Una fonte mi ha spiegato che, poiché poche persone hanno i soldi per pagare tutte queste tasse e le multe, i funzionari di Hamas prendono di mira quelli che lo fanno ed hanno criteri variabili per quelli che hanno meno mezzi. Queste misure sembrano efficaci, almeno per quanto riguarda la raccolta di risorse. Quanto ad Hamas, mi è stato detto che “la pressione a cui è sottoposta, come tutti noi, è considerevole, ma non si piegheranno. Semmai sono diventati più violenti. Prima Hamas non era così. La necessità estrema di autoconservazione li sta portando lontano dalla politica.”

Non c’è molto di più che Hamas possa fare per rafforzare il suo controllo su Gaza: nel suo ambito di competenza, così come con Israele, il suo controllo è praticamente totale. Così le sue priorità, mi è stato detto, ora si stanno spostando dal consolidamento del potere – in sé un obiettivo ridotto, considerando la sua insistenza iniziale su una forte ideologia islamista – a una “modalità di semplice sopravvivenza”. Si dice che la costruzione di tunnel sia ricominciata alacremente sotto le strade di Gaza City. Pare che i nuovi tunnel siano profondi 150 metri, una parte di una più vasta, oscura infrastruttura che, in caso di conflitto, porterebbe i dirigenti di Hamas relativamente al sicuro sotto terra. Non ho potuto verificare niente di ciò, ma alcune delle persone che conosco e di cui mi fido a Gaza pensano che sia vero. Supponendo che abbiano ragione, ne segue una conclusione naturale: Israele – con il consenso de facto di Hamas – per distruggere i tunnel dovrebbe radere al suolo interi quartieri. I dirigenti di Hamas sperano che Israele non arriverebbe a questo estremo, ma sembra che siano disposti a correre il rischio. La sensazione di accerchiamento di Hamas può anche risultare evidente dal modo in cui pare che la sua ala militare sia sempre più presente nella presa di decisioni politiche e nel governo – un cambiamento che è risultato chiaro quest’anno con l’elezione di Yahya Sinwar a capo dell’ala politica di Hamas a Gaza. Sinwar, che ha passato più di 20 anni nelle carceri israeliane, è stato uno dei fondatori delle brigate al-Qassam. Benché non sia ancora chiaro cosa la sua elezione comporterà per Gaza e per Israele, un analista ha affermato: “Gaza è in subbuglio.”

Ma Hamas viene criticata, soprattutto tra i giovani. Su Facebook, Twitter e WhatsApp ci sono commenti, seguiti da decine di migliaia di persone, che criticano il suo uso della religione come uno strumento coercitivo e come una giustificazione per quello che altrimenti potrebbe essere visto come cattiva amministrazione. Nel contempo, sembra che stia aumentando il volontariato, e sono comparse una serie di iniziative che cercano di affrontare a modo loro la difficile situazione di Gaza. Senza un’autorità di coordinamento centralizzata questi tentativi sono inevitabilmente limitati, ma sono costanti. Comprendono la riorganizzazione dell’agricoltura di piccole dimensioni, il monitoraggio dei diritti umani, servizi di riabilitazione per la salute mentale, interventi sull’ ambiente e innovazione tecnologica. Una maggiore attenzione è sempre stata posta su quest’ultima. Gaza ha una popolazione di talento esperta in tecnologia; se mai ci fosse la pace, sostiene un investitore americano, “il settore di internet di Gaza la farebbe diventare un’altra India.’ Il numero di utenti di internet a Gaza viene indicato come uguale a quello di Tel Aviv, e un piccolo numero è già sub-contrattista di compagnie in India, Bangladesh e Israele.

Ma quello che colpisce veramente nella caratteristica della vita a Gaza è il ridimensionamento delle ambizioni. Date le enormi difficoltà della vita quotidiana, le necessità banali – avere cibo sufficiente, vestiti, elettricità – per molti esistono solo come aspirazioni. La gente è diventata più ripiegata su se stessa e concentrata, comprensibilmente, su di sé e sulla propria famiglia. Quando un amico ha chiesto ad alcuni dei suoi studenti cosa volessero veramente, le loro risposte hanno incluso: “un paio di pantaloni nuovi”, “una maglietta nuova” e “ un gelato del negozio di via Omar al-Mukhtar.” Perché fare dei progetti quando non c’è la possibilità di realizzarli? Sono rimasta colpita anche da quanto poco sapessero della Prima Intifada e degli accordi di Oslo i giovani ma istruiti adulti che ho incontrato, in quanto erano concentrati sul presente. In altre parole, non solo si sentono lontani da un futuro possibile, ma sono anche tagliati fuori dal loro passato molto recente – e dalle molte lezioni importanti in esso contenute. Un economista mi ha detto: “Le persone hanno paura di entrare nel mondo, o vi entrano sulla difensiva e armati. La nostra apertura al mondo è ristretta e sempre più persone hanno paura di lasciare Gaza perché non sanno come affrontare il mondo esterno. La gente deve imparare a pensare in modo più complessivo. Altrimenti siamo perduti.”

Cosa vogliono gli israeliani?” mi è stato chiesto in continuazione, e ognuno di quelli che mi facevano la domanda mi scrutava, a volte in modo implorante, per avere una risposta, per un’opinione che chiaramente sentivano di non avere. Perché Gaza è punita in un modo così spietato, e che cosa pensa veramente di guadagnarci Israele? Una persona di alto livello sosteneva che dal 50% al 60% di Hamas rinuncerebbe a qualunque rivendicazione su Gerusalemme in cambio della riapertura del valico di Rafah [tra Gaza e l’Egitto, ndt.]. Israele ha esaurito tutti i modi a sua disposizione per far pressione su Gaza. Quando ai gazawi era consentito lavorare in Israele, Israele aveva uno strumento di pressione: poteva chiudere le frontiere ed ottenere qualunque concessione desiderasse. Ora anche questo punto di forza è finito, e tutto quello che resta è la minaccia – una politica nei confronti di Gaza che non deriva da un qualche senso o logica, ma da quello che una volta Ehud Barak ha definito “inerzia”. Secondo un articolo di Haaretz, “negli ultimi quattro anni la commissione sicurezza di Israele non ha tenuto un solo incontro sulla politica israeliana riguardante Gaza.” In quale momento la minaccia smette di funzionare come forma di coercizione? Cosa spera di guadagnare Israele dal suo prossimo attacco contro Gaza, quando la gente là parla già di intere famiglie sterminate come di un normale argomento di conversazione?

Se gli israeliani stessero pensando con lucidità, ha detto una persona, “ne potrebbero beneficiare tutti. Tutto quello che devono fare è darci una possibilità di vivere una vita normale e tutti questi gruppi estremisti sparirebbero. Hamas sparirebbe. La comunità, non i carri armati e gli aerei dell’esercito israeliano, deve fare i conti con…. questi gruppi. La nostra generazione vuole fare la pace ed è sciocco da parte di Israele rifiutarla. La prossima generazione non sarà così disponibile come lo siamo noi. È questo che Israele vuole veramente?” Il ministero dell’Interno ha informato che nei primi sei mesi del 2016 a Gaza sono nati 24.138 bambini, con una media di 132 al giorno. Nel solo agosto 2016 sono nati 4961 bambini, cioè 160 al giorno: più di sei bambini ogni ora e uno ogni nove minuti. La distanza tra Gaza City e Tel Aviv è di circa 70 chilometri. “Cosa farà Israele quando a Gaza vivranno cinque milioni di palestinesi?”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 16 – 29 maggio 2017 (due settimane)

A quanto riferito, la crisi elettrica di Gaza si è aggravata in seguito all’annuncio, da parte delle Autorità palestinesi di Ramallah, di una riduzione dei finanziamenti per l’acquisto di energia elettrica da Israele[e destinata alla Striscia di Gaza].

Se l’annuncio verrà confermato, aumenterebbero ulteriormente i tagli di corrente programmati, portandoli dalle attuali 18-20 ore/giorno ad oltre 22 ore/giorno. Nel frattempo la Centrale elettrica di Gaza, chiusa il 16 aprile dopo aver esaurito le proprie riserve di carburante, è rimasta ferma. Il Ministero della Salute di Gaza ha annunciato che attualmente, a causa del peggioramento della crisi elettrica e della crescente carenza di forniture mediche, almeno un terzo degli interventi chirurgici viene rinviato. Inoltre, durante la prossima estate, a causa della mancanza di energia elettrica e/o di combustibile per l’irrigazione, si prevede che Gaza soffrirà la carenza di prodotti alimentari di prima necessità, con conseguente forte aumento dei prezzi di alcuni prodotti. Questa situazione continua a compromettere la fornitura di servizi essenziali, già ora operanti a livelli minimi ed affidati al funzionamento di generatori elettrici di emergenza.

Il 25 maggio, nella Striscia di Gaza, le autorità di Hamas hanno giustiziato tre uomini condannati da uno speciale “tribunale militare di campo” per il coinvolgimento nell’omicidio, avvenuto il 24 marzo 2017, di un autorevole membro di Hamas, ed accusati inoltre di “collaborazione con un partito nemico”. L’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani ha fermamente condannato le esecuzioni capitali ed ha dichiarato che esse costituiscono una “privazione arbitraria della vita”.

Due aggressioni e presunte aggressioni palestinesi hanno provocato l’uccisione di due sospetti aggressori, uno dei quali minorenne, e il ferimento di un poliziotto israeliano. Il 22 maggio, ad un checkpoint a sud-est di Gerusalemme (“il Container”), le forze israeliane hanno colpito e ucciso un ragazzo palestinese di 15 anni, presumibilmente dopo che questi aveva tentato di aggredire con un coltello un poliziotto di frontiera che non ha riportato ferite. Il 23 maggio, nella città di Netanya (Israele), un 45enne palestinese ha pugnalato e ferito un poliziotto israeliano ed è stato successivamente colpito e ferito: è morto due giorni dopo per le ferite riportate. Inoltre, al checkpoint di Qalandia (Gerusalemme), una ragazza 14enne è stata arrestata per la presunta detenzione di un coltello.

Una ragazza palestinese di 16 anni è morta per le ferite da arma da fuoco riportate il 15 marzo, quando guidò l’auto contro una fermata dell’autobus dei coloni, al raccordo stradale di Gush Etzion (Hebron). Questo porta a 18, otto dei quali minorenni, il numero di palestinesi uccisi nel 2017 in Cisgiordania dalle forze israeliane nel contesto di scontri e di aggressioni e presunte aggressioni.

Il 18 maggio, un palestinese di 21 anni è stato colpito con arma da fuoco e ucciso da un colono israeliano che ha anche ferito un altro palestinese. L’episodio si è verificato in un tratto della strada 60 che attraversa l’abitato del villaggio di Huwwara (Nablus), durante una manifestazione in solidarietà con i detenuti palestinesi. Una ripresa video mostra il colono che investe i dimostranti che bloccavano il suo veicolo, dopo di che i palestinesi lanciano pietre contro il veicolo e il colono apre il fuoco. La polizia israeliana ha annunciato che su questo caso non sarà aperta alcuna inchiesta. Un giorno prima, sulla strada 60 nei pressi del villaggio di Silwad (Ramallah), in circostanze simili, un altro giovane palestinese era stato colpito e ferito da un colono israeliano.

Dopo l’episodio verificatosi a Huwwara [vedi sopra], coloni dell’insediamento di Yitzhar hanno incendiato 250 ulivi e un bulldozer, hanno fisicamente aggredito un pastore palestinese e hanno lanciato pietre contro veicoli palestinesi, danneggiandone almeno quattro. Negli ultimi anni, le fonti di sostentamento e la sicurezza di circa 20.000 palestinesi che vivono in sei villaggi circostanti l’insediamento di Yitzhar (Burin, Urif, Huwwara, Madama, Asira al Qibliye e Ein Abus) sono stati resi precari a causa della violenza e delle intimidazioni dei coloni.

Secondo i resoconti dei media israeliani, sei coloni israeliani sono stati feriti e almeno 16 veicoli sono stati danneggiati in diversi casi di lancio di pietre ad opera di palestinesi: vicino a Gerusalemme, Ramallah, Hebron e Betlemme.

293 palestinesi, di cui 54 minori, sono stati feriti nei territori palestinesi occupati durante scontri con le forze israeliane, in prevalenza durante le dimostrazioni in solidarietà con i detenuti palestinesi in sciopero della fame. Lo sciopero, condotto per richiedere migliorie delle condizioni di carcerazione e delle modalità delle visite dei familiari, è terminato il 27 maggio, dopo 40 giorni. Almeno 33 delle lesioni (11%) sono state causate da arma da fuoco, mentre la maggior parte delle rimanenti è stata causata da inalazione di gas lacrimogeno (quasi il 50%) e da proiettili di gomma (quasi il 30%).

Nei pressi della recinzione perimetrale di Gaza, palestinesi e forze israeliane si sono scontrati con conseguente ferimento di 16 palestinesi. Altri due palestinesi, presenti nell’Area ad Accesso Riservato (ARA) che costeggia la recinzione, sono stati colpiti e feriti. Durante il periodo di riferimento, nelle Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in 27 casi.

In occasione del mese musulmano del Ramadan, iniziato il 27 maggio, le autorità israeliane hanno annunciato l’attenuazione delle restrizioni di accesso. Il provvedimento prevede il rilascio, per i palestinesi, di circa 200.000 permessi per visite familiari in Gerusalemme Est ed in Israele, senza limiti di età e senza bisogno di una carta magnetica. Nei venerdì e nel Laylat al-Qadr [la “Notte del Destino”, una notte fra le ultime dieci del Ramadan, nella quale Allah decide il destino di tutti per l’anno nuovo] uomini di età superiore a 40 anni, bambini di età inferiore a 12 anni e donne di ogni età saranno autorizzati ad entrare in Gerusalemme Est senza permesso. Ai principali checkpoint che controllano l’accesso a Gerusalemme Est verranno adottati orari di apertura più ampi e restrizioni attenuate; ai titolari di documenti di identificazione della Cisgiordania saranno rilasciati 500 permessi per l’aeroporto “Ben Gurion”. Per quanto riguarda i residenti di Gaza, durante il Ramadan, per le preghiere del venerdì, saranno rilasciati fino a 100 permessi di ingresso in Gerusalemme Est a persone di età superiore a 55 anni, e fino a 300 permessi a “gruppi speciali”.

Continua il calo delle demolizioni e delle confische nell’Area C ed in Gerusalemme Est. Registrato un solo caso nella zona di Beit Hanina, a Gerusalemme Est: per mancanza del permesso di costruzione rilasciato da Israele, una famiglia palestinese è stata costretta a demolire un ampliamento della propria casa; sono stati sfollati tre minori e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di altre tre.

Il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni durante l’intero periodo di riferimento. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Il valico è stato ultimamente aperto eccezionalmente il 9 maggio, portando a 16 il numero di giorni di apertura nel 2017.

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Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




La proposta saudita a Israele potrebbe essere l’essenza dell’accordo che sogna Trump in Medio oriente

Zvi Bar’el – 19 maggio 2017,Haaretz

Il silenzio dei media arabi in seguito alle informazioni sui piani degli Stati del Golfo per la normalizzazione con Israele suggerisce che abbiano solide basi. La sua tempistica deriva dagli interessi comuni dei dirigenti arabi e della destra israeliana.

Il silenzio è sceso sui media arabi dopo la pubblicazione di un reportage sul piano degli Stati del Golfo per una parziale normalizzazione con Israele. Non si è sentita nessuna risposta ufficiale da parte dell’Arabia Saudita, degli Stati del Golfo o del Qatar. I soliti opinionisti hanno preferito dedicarsi ad altri argomenti, come se non avessero né sentito né visto lo scoop sul ” Wall Street Journal”. I soliti portavoce del governo in Israele sembrano essere stati colti da una malattia alle corde vocali.

Quando sono stati pubblicati reportage simili nel passato, portavoce ufficiali, sia arabi che israeliani, hanno subito diffuso una smentita. Ma questa volta non c’è ancora stata. Ciò suggerisce che ci siano solide basi sui criteri della proposta – quanto meno tra l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati uniti.

A quanto pare, dopo il primo incontro di Trump con Mohammed bin Salman, il trentunenne figlio del re saudita e sovrano di fatto del regno, nella loro riunione a Washington di martedì sono stati definiti gli ultimi dettagli tra il principe ereditario degli E.A.U., Mohammed bin Zayed Al Nahyan, e il presidente USA Donald Trump.

I tre punti principali dell’accordo si fondano sulla concessione di permessi alle imprese israeliane di aprire succursali negli Stati del Golfo, agli aerei israeliani di volare nello spazio aereo degli E.A.U. e sull’installazione di linee telefoniche dirette tra i due Paesi. Non è ancora la totale normalizzazione che era stata promessa con l’iniziativa araba di pace del 2002 o nella sua ratifica dettagliata al summit arabo di aprile in Giordania.

Ma se arrivasse una dichiarazione ufficiale da parte di Riyadh su questa iniziativa, meriterebbe il titolo di “storica”, perché per la prima volta per una completa normalizzazione non verrebbero più richiesti il totale ritiro da tutti i territori occupati e la fine del conflitto. Al contrario, questa proposta è un percorso, consistente in varie fasi, in cui la prima si accontenta della promessa di Israele di congelare la costruzione [di colonie] nei territori.

L’altra novità è che gli Stati del Golfo tradurranno il proprio impegno concreto in un linguaggio che l’opinione pubblica israeliana può capire. Potrebbero essere in grado di esercitare pressioni locali ed internazionali sul governo israeliano se questo decidesse di rifiutare l’iniziativa.

E’ questo il modo il cui Trump pensa di avverare l’accordo che sogna per la pace tra Israele ed i palestinesi, e, se così fosse, perché gli Stati del Golfo sarebbero disposti a collaborare proprio ora?

I dirigenti della maggior parte dei Paesi arabi hanno molte cose in comune con la destra israeliana. Entrambi vedono Trump come una boccata d’aria fresca dopo la fine della presidenza di Barack Obama. Entrambi hanno interesse a contenere l’influenza dell’Iran in Medio oriente e né Israele né gli Stati del Golfo dispongono di una superpotenza alternativa agli Stati uniti. La preoccupazione riguardo alla rottura del rapporto unico creato nel corso dei decenni tra gli Stati del Golfo, soprattutto l’Arabia saudita, e le amministrazioni USA, ha portato alla conclusione che non ci sono alternative al rafforzamento dei rapporti con un presidente americano, che può anche detestare i musulmani, ma capisce il linguaggio degli affari.

Quindi Trump è stato invitato non a un solo incontro, ma a tre: il primo con il re saudita, il secondo con i dirigenti degli Stati del Golfo e il terzo con i dirigenti dei Paesi musulmani sunniti, in cui rilascerà una dichiarazione “al mondo musulmano”.

Sarà interessante fare un confronto tra il discorso di Trump ai leader del mondo musulmano con quello di Obama al Cairo nel 2009, in cui si era impegnato a costituire un’alleanza con i Paesi musulmani dopo un periodo di gelo sotto la presidenza di George W. Bush.

Trump e il re saudita Salman firmeranno due accordi per un valore di centinaia di miliardi di dollari. Uno riguarda un vasto accordo sugli armamenti di circa 100 miliardi di dollari iniziali, con un’opzione fino a 300 miliardi in un decennio. Il secondo è un accordo di investimenti sauditi in infrastrutture negli Stati uniti per circa 40 miliardi di dollari. Tutto questo si aggiunge a un nuovo accordo di difesa che sarà firmato tra Washington e gli E.A.U.

Nel passato gli Stati del Golfo, guidati dall’Arabia saudita, si sarebbero uniti alle iniziative arabe, che provenivano principalmente dall’Egitto. Nel 2002 l’iniziativa saudita fu anomala a questo riguardo, ma dopo che è naufragata in un mare di obiezioni israeliane, l’Arabia saudita si è prestata ad iniziative locali, come la riconciliazione tra Hamas e Fatah, o si è occupata della politica interna in Libano. Salman, e soprattutto suo figlio, si sono trasformati in attivi propugnatori di politiche, anche se non sempre con molto successo. La fallimentare guerra in Yemen è un esempio, la debolezza nel fare i conti con la crisi in Siria un altro. Ora cercheranno di guidare un’iniziativa politica tra Israele e i palestinesi. Il vantaggio dell’Arabia saudita e dei suoi alleati del Golfo è che non hanno la necessità, né l’intenzione, di chiedere l’accordo degli arabi radicali per queste iniziative.

La partecipazione della Siria alla Lega Araba è stata sospesa, l’Iraq è considerato un alleato dell’Iran, la Libia si sta sgretolando, lo Yemen è in guerra, la Giordania e l’Egitto sono sostenute dall’Arabia saudita, come lo sono alcuni Stati del Maghreb. Quindi una parziale o totale normalizzazione tra gli Stati del Golfo ed Israele non impegnerà altri Paesi arabi. Ma ciò deciderà la questione di chi è da biasimare per lo stallo del processo di pace se l’iniziativa non prendesse il via. E se Israele e i palestinesi avanzassero verso la ripresa di negoziati sulle principali questioni, ciò potrebbe essere utile come essenziale effetto leva.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Una nuova realtà sotterranea sta prendendo forma lungo il confine tra Gaza e Israele

Amos Harel, 15 maggio 2017, Haaretz

L’aumentata pressione da parte di Abbas potrebbe spingere Hamas a cercare di compiere un’incursione oltre frontiera. La massiccia barriera israeliana anti-tunnel provoca il fatto che Hamas abbia aumentato i posti di vedetta – cosa non necessariamente negativa.

Nelle ultime settimane il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas ha progressivamente incrementato la pressione sul governo di Hamas nella Striscia di Gaza. Le misure punitive si sono susseguite: interruzione del pagamento della tassa sul combustibile importato, taglio di un terzo dei salari di 45.000 impiegati statali a Gaza che sono ancora pagati dall’ANP, interruzione dei pagamenti per l’elettricità di Gaza proveniente da Israele.

I funzionari israeliani della Difesa hanno ancora difficoltà a spiegare il cambiamento di approccio da parte di Abbas, visto che nell’ultimo decennio, fin da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, non ha mai affrontato direttamente l’organizzazione. L’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon nel 2003 disse di Abbas: “Il pulcino non ha ancora messo le piume”. Ma adesso che il pulcino ha compiuto 82 anni, qualcosa evidentemente è cambiato.

Una possibile spiegazione è che Abbas pensi che Hamas alla fine si troverà di fronte a una rivolta interna – una speranza condivisa da alcuni israeliani. L’ipotesi è che i gazawi scenderanno in piazza, proprio come gli egiziani che hanno riempito piazza Tahrir al Cairo sei anni fa, e deporranno il governo islamico di Gaza.

A tutt’oggi comunque non vi sono segnali di un tale evento. Lo scorso inverno, quando si sono verificati problemi simili con la fornitura di energia, è scoppiata una breve ondata di proteste, ma Hamas è stata in grado di reprimerle.

L’aggravamento dei problemi degli abitanti di Gaza

Questa primavera il panorama è un po’ diverso. Le gravi riduzioni di energia colpiscono principalmente le istituzioni pubbliche, come ospedali e scuole. Molti gazawi, abituati alle interruzioni della fornitura di energia, hanno comprato dei generatori in proprio. Far funzionare un generatore costa molti soldi, ma potrebbe non essere ancora sufficiente perché i gazawi giungano al punto di rottura.

Anche se la popolazione perdesse la pazienza, è difficile che i capi di Hamas rinuncino al loro progetto più importante, il governo islamista che hanno imposto a Gaza dal maggio del 2007. Piuttosto, se la pressione aumentasse, probabilmente cercheranno un’altra via per uscire dalla trappola.

Un’opzione potrebbe essere quella di incoraggiare la popolazione a fare manifestazioni “spontanee” lungo il confine con Israele, nel tentativo di dirottare la rabbia verso Israele (ogni dura reazione da parte dei soldati israeliani inasprirebbe ulteriormente la situazione). Un’altra alternativa è l’azione militare – un raid oltre frontiera attraverso un tunnel o in altro modo, che svierebbe l’attenzione della gente dalla responsabilità di Hamas per le sofferenze del suo popolo.

Le sofferenze si stanno aggravando in quanto Hamas, che raccoglie le tasse su ogni minimo prodotto che entra nella Striscia, sta ancora destinando la maggior parte del denaro disponibile per rafforzare le proprie potenzialità militari. Questa settimana, il numero di camion che trasportano merci da Israele e Cisgiordania a Gaza è stato in media di 1000 al giorno – cinque volte la media giornaliera prima dell’ultimo conflitto tra Hamas e Israele nell’estate del 2014.

Dichiarazioni di Hamas

Una nuova realtà sta prendendo forma lungo il confine tra Gaza ed Israele. Con discrezione, Israele ha iniziato a costruire una nuova barriera contro i tunnel che attraversano il confine. La barriera comprende un muro sotterraneo, una recinzione sul terreno ed un complesso sistema di sensori e dispositivi di monitoraggio. I lavori sono iniziati in alcuni brevi tratti vicino alla zona nord di Gaza e si prevede che nei prossimi mesi verranno notevolmente incrementati.

Hamas sorveglia da vicino. All’interno di Gaza, a circa 300 metri dal confine, l’organizzazione ha aumentato in modo significativo il numero dei suoi posti di vedetta. Quasi sempre, quando dal lato israeliano compaiono gru ed escavatori, spuntano le vedette dal lato palestinese.

Questo non è necessariamente negativo dal punto di vista israeliano. La “pattuglia di confine” di Hamas si adopera per impedire agli infiltrati di entrare in Israele. Arresta la maggior parte di loro ed in un caso recente ha persino aperto il fuoco contro un palestinese che cercava di entrare in Israele. Alti ufficiali israeliani dicono che Hamas si sta anche impegnando ad impedire il lancio di razzi.

Gli avamposti di Hamas aiutano anche l’esercito [israeliano] a reagire immediatamente se un razzo o un’arma fa fuoco comunque su Israele. Cioè gli avamposti diventano obbiettivi che Israele attacca sulla base del fatto che Hamas è responsabile per qualunque cosa avvenga nel territorio sotto il suo controllo.

Evidentemente anche Hamas comprende le regole del gioco. Altrimenti è difficile spiegare perché quasi nessuno è stato ferito in questi attacchi punitivi israeliani.

E’ chiaro che lungo il confine di Gaza è stato intrapreso un impegnativo progetto costruttivo. La barriera sarà lunga solo circa 65 chilometri, più o meno un quarto della lunghezza della barriera lungo il confine israelo-egiziano, ma il lavoro sul confine di Gaza è incomparabilmente più complesso.

Quando gli storici e i geografi studieranno i confini israeliani nel corso degli ultimi due decenni, scopriranno che un personaggio poco conosciuto ha influenzato la topografia più di tutti i leader e i generali messi insieme. Quest’uomo è il generale di brigata Eran Ophir, capo dell’amministrazione militare per la costruzione della barriera. Dopo la barriera di separazione in Cisgiordania, quella lungo il confine egiziano e quella sulle alture del Golan, adesso Ophir si sta occupando della barriera lungo il confine di Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)