Lo storico palestinese-americano Rashid Khalidi: “Israele ha realizzato per se stesso uno scenario da incubo. Il tempo stringe”(Prima Parte)

Itay Mashiach

30 nov 2024Haaretz

La storia non riguarda Hamas, la religione o il terrorismo. Rashid Khalidi, il principale intellettuale palestinese del nostro tempo, è convinto che gli israeliani semplicemente non comprendano il conflitto, vivendo in una “bolla di falsa coscienza”

(Prima parte)

Il 1° maggio di quest’anno, il giorno dopo che la polizia di New York ha fatto irruzione con l’ausilio di granate stordenti nell’edificio in cui i dimostranti pro-palestinesi si erano barricati all’interno del campus della Columbia University, il Prof. Rashid Khalidi si è recato presso uno dei cancelli dell’università per parlare con i dimostranti. Con occhiali da sole da aviatore e un megafono in mano, lo storico sembrava trovarsi nel suo ambiente naturale.

“Quando ero studente, negli anni ’60, politici i cui nomi oggi nessuno ricorda ci dicevano che eravamo guidati da ‘un gruppo di agitatori esterni’. Quando ci opponevamo alla guerra del Vietnam e al razzismo eravamo la coscienza di questa nazione”, ha detto alla folla, aggiungendo: “oggi onoriamo gli studenti che nel 1968 si sono opposti a una guerra genocida, illegale e vergognosa… E un giorno ciò che i nostri studenti hanno fatto qui sarà commemorato allo stesso modo. Sono – ed erano – dalla parte giusta della storia”.

Khalidi è stato descritto come l’intellettuale palestinese più significativo della sua generazione, come il successore di Edward Said e come il più importante storico vivente della Palestina. Il mese scorso si è ritirato dalla Columbia dopo 22 anni, durante i quali ha diretto o codiretto il Journal of Palestinian Studies. Nel suo libro del 2020 “The Hundred Years’ War on Palestine” [La guerra dei cento anni in Palestina, ndt.] ha riassunto il conflitto attraverso sei “dichiarazioni di guerra” ai palestinesi. I lettori israeliani non considererebbero alcuni degli eventi descritti come guerre, ad esempio la Dichiarazione Balfour e gli Accordi di Oslo.

Gli autori delle guerre, Gran Bretagna, Stati Uniti e, soprattutto, Israele, sono descritti come potenti oppressori che hanno ripetutamente calpestato i palestinesi e annullato i loro diritti. Stiamo ancora parlando di palestinesi che “si crogiolano nella loro stessa vittimizzazione” (nelle parole di Khalidi, che è ben consapevole di questa critica, nel libro), o di una diversa prospettiva sull’argomento? A giudicare dalle vendite del libro, il suo messaggio sta incontrando orecchie disposte ad ascoltare. Dopo il 7 ottobre è balzato nella classifica dei best-seller del New York Times e ci è rimasto quasi consecutivamente per un totale di 39 settimane.

Khalidi sostiene che la guerra attuale non è “l’11 settembre israeliano”, né una nuova Nakba. Mentre ognuno di quegli eventi ha segnato una rottura storica, questa guerra fa parte di un continuum. Egli ritiene che nonostante il suo livello anomalo di violenza questa guerra non è un’eccezione nella storia. Al contrario: l’unico modo per comprenderla è nel contesto della guerra in corso qui da un secolo.

Khalidi, 76 anni, è un rampollo di una delle più antiche e rispettate famiglie palestinesi di Gerusalemme. Tra i suoi membri ci sono stati politici, giudici e studiosi, e la sua genealogia può essere fatta risalire al XIV secolo. La famosa biblioteca della famiglia, fondata dal nonno nel 1900 e situata in un edificio mamelucco del XIII secolo nella Città Vecchia di Gerusalemme, adiacente all’Haram al-Sharif (Monte del Tempio), costituisce la più grande collezione privata di manoscritti arabi in Palestina, il più antico dei quali risale a circa mille anni fa. Sulla stessa strada, Chain Gate Street, c’è un altro edificio, che appartiene anch’esso alla famiglia e che avrebbe dovuto ospitare un ampliamento della biblioteca. All’inizio di quest’anno dei coloni ebrei vi hanno fatto irruzione e hanno occupato brevemente il sito.

Khalidi integra i membri della famiglia nella storia che scrive, in alcuni casi attribuendo una vasta influenza alle loro azioni (lo storico israeliano Benny Morris ha definito questo “una specie di nepotismo intellettuale”). Suo zio Husayn al-Khalidi fu sindaco di Gerusalemme per un breve periodo durante il mandato britannico e fu esiliato alle Seychelles in seguito alla rivolta araba del 1936-1939. Nel 1948 suo nonno si rifiutò inizialmente di lasciare la sua casa a Tel a-Rish; la casa è ancora in piedi, alla periferia del quartiere Neve Ofer a Tel Aviv, grazie al fatto che i membri del gruppo proto-sionista Bilu nel 1882 presero in affitto alcune delle stanze dell’edificio, rendendolo un punto di riferimento storico per gli israeliani.

Durante la guerra d’indipendenza Ismail Khalidi, il padre di Rashid, era uno studente di scienze politiche a New York, dove Khalidi nacque nel 1948. Non è l’unico momento in cui la sua biografia si interseca con la storia del conflitto, oggetto della sua ricerca. Insegnava all’Università americana di Beirut quando le forze di difesa israeliane assediarono la città nel 1982. A causa dei suoi legami con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina i corrispondenti esteri che si occupavano della guerra in Libano spesso lo citavano in forma anonima come “fonte informata”.

A metà settembre, molto tempo dopo un cessate il fuoco mediato dagli americani e la partenza dell’OLP da Beirut, Khalidi osservò con sconcerto “una scena surreale: bengala israeliani che fluttuavano nell’oscurità in completo silenzio, uno dopo l’altro, sulle zone meridionali di Beirut, per quella che sembrava un’eternità“, scrive nel libro. Il giorno dopo si scoprì che i razzi erano destinati a illuminare la strada per le Falangi cristiane verso i campi profughi di Sabra e Shatila.

Dal 1991 al 1993 Khalidi è stato consigliere della delegazione palestinese ai colloqui di pace di Madrid e Washington. Ha elaborato le sue critiche al ruolo svolto dagli Stati Uniti nei negoziati in un libro precedente, “Brokers of Deceit” [Mediatori di inganno, ndt.], nel 2013, sostenendo che lo sforzo diplomatico americano in Medio Oriente aveva solo reso più remota la possibilità di pace.

“Gli americani erano più israeliani degli israeliani”, dice ora. “Se gli israeliani dicono ‘sicurezza’, gli americani si inchinano fino a sbattere la testa a terra. E la forma più estrema di questo è Joe ‘Hasbara’ Biden, che parla come se fosse [il portavoce dell’IDF] Daniel Hagari”, aggiunge, usando la parola ebraica per gli sforzi di diplomazia pubblica israeliana.

Per quanto taglienti possano suonare alle orecchie israeliane le sue critiche agli Stati Uniti e a Israele, Khalidi ha irritato i membri della generazione più giovane e gli attivisti pro-palestinesi più combattivi in Nord America con le sue risposte sfumate agli eventi dal 7 ottobre 2023. “Penso che molti di loro non sarebbero d’accordo con tutte le distinzioni che ho fatto sulla violenza”, dice, aggiungendo: “Non mi interessa”.

All’inizio della guerra l’anno scorso è stato inequivocabile nel dire che l’attacco di Hamas ai civili israeliani è stato un crimine di guerra. “Se un movimento di liberazione dei nativi americani venisse e sparasse con un lanciarazzi nel mio condominio perché vivo su una terra rubata, non sarebbe giustificato”, ha dichiarato al The New Yorker a dicembre dell’anno scorso. “O accetti il ​​diritto umanitario internazionale o non lo accetti”.

Oggi Khalidi è arrabbiato. Le persone che sono state in contatto con lui nei giorni successivi al 7 ottobre hanno detto che era devastato. “Mi ha colpito come colpisce chiunque abbia legami personali”, mi ha detto. “Sono colpito a tutti i livelli.”

Ha parenti a Gerusalemme, nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Beirut, così come studenti e molti amici in Israele. Quando gli ho chiesto se era sorpreso dal livello di violenza, si è fermato un attimo a pensare. “Sì, sono rimasto sorpreso dal 7 ottobre”, ha detto, e ha aggiunto, “meno dalla risposta israeliana.”

Durante la nostra conversazione, condotta online tra fine ottobre e metà novembre, emerge l’importanza che attribuisce al mantenimento di un canale aperto con gli israeliani. Da qui anche il suo consenso a essere intervistato. Secondo lui, è un elemento integrante del percorso verso la vittoria.

Cosa direbbe che stia provando la società palestinese in questo momento?

“C’è un grado di dolore e sofferenza che non se ne va, quando si contempla il numero di persone che sono state uccise e il numero di persone le cui vite sono state rovinate per sempre: anche se sopravvivono saranno traumatizzati in modi che non possono essere guariti. Al tempo stesso è già successo prima. Intendo le 19.000 persone uccise in Libano nel 1982: libanesi e palestinesi. È orribile dirlo, ma ci siamo abituati; la società palestinese è assuefatta alla sofferenza e alla perdita. L’abbiamo già sperimentato, ogni generazione.

Non credo che questo mitighi il dolore”, continua. “Certamente non mitiga la rabbia, l’amarezza. Tutti quelli che conosco si svegliano ogni mattina e guardano gli ultimi orrori, e di nuovo prima di andare a letto. Ci accompagna nelle nostre vite ogni giorno, tutto il tempo, anche quando cerchiamo di evitare di pensarci”.

Secondo Khalidi, “gli israeliani vivono in una piccola bolla di falsa coscienza creata per loro dai loro media e dai loro politici e sottovalutano il grado in cui il resto del mondo sa cosa sta realmente accadendo. Il cambiamento nell’opinione pubblica è il risultato del fatto che le persone vedono cosa sta realmente accadendo e reagiscono alla morte dei bambini come farebbero le persone normali. Voi [in Israele] non vedete i bambini morire. A voi israeliani, voi come gruppo, come collettività, non vi è permesso di vederlo.

Oppure la situazione è presentata così: è colpa loro o è a causa di Hamas o degli scudi umani o con qualche altra spiegazione bugiarda”, rileva. “Ma la maggior parte delle persone nel mondo la vede per quello che è. Non hanno bisogno delle bugie di un ammiraglio Hagari che dica loro che quello che vedono non è reale”.

Cosa la ha sorpreso del livello di violenza del 7 ottobre?

Alla pari dell’intelligence israeliana non pensavo che potesse essere organizzato un attacco così grande. Sa, è come una pentola a pressione. Si continua a fare pressione non solo per decenni ma per generazioni. E prima o poi esploderà. Qualsiasi storico può dirle che la Striscia di Gaza è il luogo dove il nazionalismo palestinese si è maggiormente sviluppato, dove è stato creato un movimento dopo l’altro. La pressione esercitata su quelle persone schiacciate in quell’area, mentre osservano i loro ex villaggi proprio oltre la Linea Verde qualsiasi storico avrebbe dovuto essere in grado di prevederla. È azione e reazione. Ma non mi aspettavo quel livello.”

Israele ha mai avuto una vera opportunità di uscire da questo ciclo di sangue?

“Penso che questa sia stata la direzione [presa da Israele] in crescendo per la maggior parte di questo secolo. L’ultimo tentativo israeliano, l’ultimo segno di una volontà da parte di un governo israeliano di fare qualcosa di diverso dall’uso della forza, è stato sotto [l’ex Primo Ministro Ehud] Olmert. E non sto suggerendo che quella fosse una rampa di uscita [dal conflitto]. Ma a parte questa eccezione è stato un “muro di ferro” sin da Jabotinsky [il leader revisionista Ze’ev Jabotinsky, che coniò il termine nel 1923]. Forza e ancora forza. Perché state cercando di imporre una realtà alla regione, cercando di costringere le persone ad accettare qualcosa che ha mandato onde d’urto in tutto il Medio Oriente sin dagli anni ’20 e ’30. Intendo dire, se leggiamo la stampa del 1910 in Siria, Egitto e Iraq notiamo che le persone erano preoccupate per il sionismo”.

All’inizio di “The Hundred Years’ War” cita una lettera inviata da un membro della sua famiglia, un affermato studioso di Gerusalemme, a Theodor Herzl, il fondatore del sionismo politico, nel 1899. Scriveva che il sionismo era naturale e giusto: “chi potrebbe contestare il diritto degli ebrei in Palestina?” Ma è abitata da altri, aggiungeva, che non accetteranno mai di essere sostituiti. Pertanto, “In nome di Dio, lasci che la Palestina sia lasciata in pace”.

“Lui lo vedeva chiaramente come io vedo lei oggi. Questa realtà ha causato onde d’urto fin dall’inizio. Negli anni ’30 c’erano volontari che venivano a combattere in Palestina dalla Siria, dal Libano e dall’Egitto; e di nuovo nel 1948. Io lo vedo come un continuum, ma non credo sia possibile vederlo diversamente, francamente. Voi fate finta che la storia sia iniziata il 7 ottobre o il 7 giugno 1967, o il 15 maggio 1948. Ma non è così che funziona la storia”.

Nel suo libro descrive il 2006 come una potenziale soluzione mancata. Sostiene che Hamas ha fatto una sorprendente inversione a U, ha partecipato alle elezioni [dell’Autorità Nazionale Palestinese] con una campagna moderata e ha accettato implicitamente la soluzione dei due Stati. Il “Documento dei prigionieri” di quel periodo, che invitava Hamas e la Jihad islamica a unirsi all’OLP e a concentrare la lotta nei territori oltre la Linea Verde, esprimeva uno spirito simile. Crede che Hamas stesse attraversando una vera trasformazione che avrebbe potuto, in futuro, portare alla fine della violenza?

“Non ho nessuna possibilità di entrare nei cuori e nelle menti della leadership di Hamas. Quello che posso dirle è che all’interno dello spettro di opinioni [tale idea sulla fine della violenza, ndt.] ha avuto una risonanza che penso si rifletta in alcune dichiarazioni di Hamas e tra alcuni dei leader. Ciò si estende, credo, al periodo che precede il Documento dei prigionieri e il governo di coalizione del 2007, e potrebbe anche aver coinvolto [il fondatore di Hamas] Sheikh Ahmed Yassin, che ha parlato di una tregua di cento anni. Rappresentavano tutti? Non so. Cosa avevano nei cuori? Non lo so. Ma sembra che lì ci fosse qualcosa che Israele ha rigorosamente scelto di reprimere”.

Come lo spiega?

È perfettamente chiaro che nell’intero spettro politico israeliano, da un capo all’altro, non c’è stata alcuna accettazione dell’idea di uno Stato palestinese completamente sovrano, completamente indipendente, che rappresentasse l’autodeterminazione. Per quanto riguarda [Benjamin] Netanyahu è chiaro. Ma persino [il primo ministro Yitzhak] Rabin nel suo ultimo discorso alla Knesset ha detto: “Stiamo offrendo ai palestinesi meno di uno Stato, controlleremo la valle del fiume Giordano”. Cosa significa? Significa una continuazione [dell’occupazione] in una forma modificata. È anche ciò che [l’ex primo ministro Ehud] Barak e Olmert stavano offrendo, con qualche ritocco marginale”.

Nei negoziati tenuti a Taba [2001] e ad Annapolis [2007], si è parlato di sovranità.

“Mi scusi. Uno Stato sovrano non ha il suo registro della popolazione, il suo spazio aereo e le sue risorse idriche controllate da una potenza straniera. Questa non è sovranità. Questo è un Bantustan, è una riserva indiana. Lo può chiamare come vuole, un mini-Stato, un non-Stato, uno Stato parziale o ‘meno di uno Stato’.”

Forse il processo di apertura [alla costituzione di] uno Stato si sarebbe sviluppato più avanti. Il discorso di Rabin fu pronunciato sotto una tremenda pressione politica.

“Forse. Se non avessimo avuto 750 mila coloni, se Rabin non fosse stato assassinato, se i palestinesi fossero stati molto più duri nei negoziati. A Washington [1991-1994], abbiamo detto agli americani che stavamo negoziando su una torta mentre gli israeliani la stavano mangiando portando avanti la colonizzazione attraverso gli insediamenti. ‘Avete promesso che sarebbe stato mantenuto lo status quo, e loro stanno rubando”. E gli americani non hanno fatto nulla. A quel punto avrebbe dovuto essere chiaro che se non avessimo preso una posizione la colonizzazione sarebbe continuata, il controllo della sicurezza e l’occupazione israeliani sarebbero continuati in una forma diversa. Questo è ciò che ha fatto Oslo.

Parte del problema è che i palestinesi hanno accettato le cose orribili che ci sono state offerte a Washington. Hanno dato il 60% della Cisgiordania a Israele sotto forma di Area C. Quelle sono state concessioni dell’OLP, non è colpa di Israele. Nessuna leadership palestinese avrebbe dovuto accettare tali accordi.”

Un suo collega, lo storico israeliano Shlomo Ben Ami, ha spiegato il fallimento dei colloqui di Camp David, nel luglio 2000, come un fallimento della leadership palestinese. In un’intervista del 2001 ha affermato che i palestinesi “non potevano liberarsi dal bisogno di rivendicazione, dalla loro vittimizzazione”; che negoziare con Arafat era come “negoziare con un mito”; e che “i palestinesi non vogliono tanto una soluzione quanto piuttosto mettere Israele sul banco degli imputati”. È possibile che la regione abbia perso un’opportunità storica a causa della leadership di Yasser Arafat?

“Lei vuole farmi cadere tra le ortiche; io voglio sollevarmi e guardare il giardino in putrefazione. [Un] presidente [americano] ha sprecato sette anni e mezzo della sua presidenza prima di portare, un paio di mesi prima di un’elezione, quando non era un’anatra zoppa ma un’anatra morta, la gente a Camp David. Vuoi mediare? Allora fallo entro il limite di tempo stabilito dall’accordo [di Oslo] che hai firmato sul prato della Casa Bianca nel 1993. [Il processo] avrebbe dovuto essere completato entro il 1999. Barak aveva già perso la maggioranza alla Knesset, un’altra anatra morta, o morente.

Per quanto riguarda Arafat, dov’era nel 2000? Ho vissuto a Gerusalemme nei primi anni ’90. Si poteva guidare ovunque con targhe verdi [targhe palestinesi, ndt.] dalla Cisgiordania, alle alture del Golan, a Eilat, a Gaza. C’erano 100.000 lavoratori [palestinesi] in Israele e israeliani che facevano shopping in Cisgiordania. Dal 1999 l’economia palestinese si è impoverita. Permessi, posti di blocco, muri, blocchi, separazione. La popolarità di Arafat è crollata.”

Sta parlando del deterioramento dell’economia palestinese negli anni ’90, ma un altro episodio importante e traumatico per Israele in quel decennio sono stati gli attentati suicidi del 1994-1996, a cui dedica poco spazio nel suo libro.

“La separazione è iniziata prima del primo attentato suicida. L’idea di separazione era centrale nel modo in cui Rabin e [il ministro degli Esteri Shimon] Peres hanno concepito questo [processo] fin dall’inizio. E separazione significava isolare i palestinesi in piccole enclave e separarli dall’economia israeliana. Tutti questi sviluppi erano stati pianificati in anticipo. Il pretesto degli attentati suicidi spiega i dettagli, ma non spiega l’idea”.

Gli attacchi suicidi sono stati un fattore significativo per l’affossamento del processo.

“Ricordi cosa ha preceduto gli attentati suicidi”.

Si riferisce al massacro di fedeli palestinesi a Hebron da parte di Baruch Goldstein, nel febbraio 1994.

“Sì, e alla risposta di Rabin al massacro. Non ha sradicato Kiryat Arba [l’insediamento coloniale urbano adiacente a Hebron], non ha allontanato i coloni da Hebron, non ha punito i colpevoli – ha punito i palestinesi. Poi è diventato chiaro cosa fosse Oslo: un’estensione e un rafforzamento dell’occupazione. E Hamas ne ha approfittato. Hanno visto che l’intero edificio che Arafat ha cercato di vendere ai palestinesi non avrebbe condotto a quanto aveva proclamato. Questo, insieme a tutto il resto che stava accadendo, ha dato loro una gigantesca opportunità. Il peggioramento della situazione dei palestinesi nel corso degli anni ’90 ha dato ad Hamas un enorme credito.

Guardando indietro, dalla guerra del 1973 fino al 1988 l’OLP si è allontanata dal [suo obiettivo dichiarato di] liberazione di tutta la Palestina e dall’uso della violenza. Ciò è riassunto nella dichiarazione del Consiglio Nazionale Palestinese dell’OLP del 1988 ad Algeri. Coloro che si opposero finirono dentro Hamas, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e così via.

Come avrebbe potuto trionfare la prima compagine? Dovevano essere in grado di fornire ai loro sostenitori prove tangibili che il loro approccio stava avendo successo. Ma non fornirono nulla alla loro base. Nulla. Una situazione peggiore rispetto ai primi anni Novanta. Quindi, naturalmente, le persone che rifiutano la divisione e insistono sulla lotta armata e sulla completa liberazione troveranno sostegno.

Il punto è che siamo davanti ad un processo dialettico che da parte israeliana è guidato da un’incapacità assoluta di comprendere ciò a cui dover rinunciare. E sembra impossibile per Israele rinunciare a qualcosa: alla terra, alla popolazione e ai registri anagrafici, alla sicurezza, ai ponti, con lo Shabak [servizio di sicurezza dello Shin Bet] che mette il naso da per tutto. Non rinuncerebbero ad alcuna cosa, e questo è più importante dei miti riguardanti ciò a cui Arafat avrebbe o non avrebbe rinunciato.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’ex capo della difesa di Netanyahu Ya’alon avverte che Israele è sulla via della “pulizia etnica” a Gaza

Redazione Times of Israel e agenzie

30 novembre 2024,Times of Israel

L’ex capo dell’esercito afferma che le forze di difesa israeliane stanno già ripulendo parti di Gaza dagli arabi; denuncia le iniziative per annettere e occupare territori palestinesi, dice che il Primo Ministro e il governo stanno portando Israele alla ‘distruzione’.

Sabato l’ex Ministro della Difesa ed ex capo di stato maggiore dell’esercito Moshe Ya’alon ha detto che la leadership di Israele, guidata da soggetti di estrema destra che tentano di ricolonizzare Gaza, sta conducendo il Paese sulla strada della pulizia etnica nella Striscia di Gaza ed ha precisato che le forze di difesa stanno già ripulendo parti di Gaza dagli arabi, allertando inoltre che il governo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu sta portando la nazione alla “distruzione”.

La strada su cui stiamo precipitando è quella dell’occupazione, annessione e pulizia etnica nella Striscia di Gaza”, ha detto a Democrat TV l’illustre critico del governo.

Trasferimento, chiamatelo come volete, e insediamenti ebraici”, ha detto, riferendosi all’idea avanzata dall’estrema destra israeliana di un trasferimento di popolazione e “migrazione volontaria” di palestinesi da Gaza e il ripristino di insediamenti ebraici al loro posto. Netanyahu ha più volte ribadito che tali azioni non sono l’obbiettivo della guerra, né sono in programma.

Ya’alon è un politico di destra che è stato membro del Likud (principale partito di centro-destra del Paese, ndtr.) per anni e ministro della difesa del governo Netanyahu dal 2013 al 2016, ma negli ultimi anni è diventato un feroce critico di Netanyahu e delle politiche del suo governo.

Dice Ya’alon: “Guardate i sondaggi. Il 70% – a volte di più a volte poco meno – della popolazione nello Stato di Israele sostiene un percorso ebraico, democratico, liberale, ecc. anche con una separazione (dai palestinesi, ndtr.)”

Perciò non va fatta confusione. Chi vuole confonderci è colui che attualmente ci sta conducendo a niente di meno che alla distruzione”, dice.

La giornalista Lucy Aharish che lo ha intervistato ha sottolineato che Ya’alon ha usato un linguaggio sorprendente con il termine “pulizia etnica”.

Pulizia etnica nella Striscia di Gaza, è questo ciò che lei pensa? Che stiamo per fare questo?” ha chiesto, specificando di non aver mai pensato di sentirlo usare quel termine.

Perché ‘stiamo per’?”, ha risposto Ya’alon. “Che cosa sta avvenendo là? Che cosa sta avvenendo là? Non esiste Beit Lahia, non esiste Beit Hanoun, [l’esercito] sta attualmente operando a Jabalia e sta sostanzialmente ripulendo la zona dagli arabi.”

Il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha criticato le affermazioni di Ya’alon scrivendo su X: “Gli irresponsabili commenti dell’ex ministro Moshe Ya’alon sono scorretti e diffamano Israele senza nessun fondamento. Lo invito a ritrattare le sue parole.”

In ottobre Israele ha ordinato all’intera popolazione restante del terzo settentrionale di Gaza, stimata in circa 400.000 persone, di evacuare verso sud e avrebbe bloccato gli aiuti umanitari per settimane prima di lasciarli nuovamente entrare, per le pressioni di USA e di altri.

Dopo aver scatenato un’operazione su larga scala nel nord di Gaza le truppe israeliane hanno sfollato migliaia di persone dalle zone nel nord dell’enclave cercando di distruggere i terroristi di Hamas che secondo l’esercito si stavano riorganizzando intorno a Jabalia, Beit Lahia e Beit Hanoun.

Israele ha ripetutamente respinto le accuse di pulizia etnica sostenendo che le sue operazioni intensive nel nord di Gaza nelle ultime settimane sono una risposta operativa agli sforzi di Hamas di riorganizzarsi. Al tempo stesso politici di estrema destra non hanno nascosto il desiderio di vedere Gaza almeno in parte spopolata e gli insediamenti ebraici ricostruiti.

Voci critiche hanno accusato Netanyahu di procrastinare la guerra e rifiutare una soluzione diplomatica a causa, almeno parzialmente, delle pressioni di quei politici che hanno minacciato di lasciare il governo se la guerra fosse terminata.

Anche se Israele dice che gli ordini di evacuazione sono giustificati dallo scopo della sicurezza dei civili e per lasciare operare l’esercito, la ricercatrice di Human Rights Watch Nadia Hardman ha detto che “Israele non può semplicemente farsi scudo della presenza di gruppi armati per giustificare lo sfollamento di civili.”

Israele dovrebbe dimostrare in ogni situazione che lo sfollamento dei civili è l’unica opzione” per rispettare pienamente il diritto umanitario internazionale, ha affermato.

Il diritto bellico vieta il trasferimento forzato di popolazioni civili da un territorio considerato “occupato”, se non necessario per la sicurezza dei civili o per imperative ragioni militari.

HRW a metà novembre ha pubblicato un rapporto che ipotizza che la campagna militare di Israele a Gaza configuri il “crimine di guerra di trasferimento forzato”, soprattutto relativamente alle operazioni nel nord di Gaza.

Dichiarazioni di alti dirigenti con responsabilità di comando mostrano che il trasferimento forzato è intenzionale e costituisce parte della politica di stato israeliana e perciò configura un crimine contro l’umanità”, ha aggiunto Human Rights Watch. “Le azioni di Israele inoltre sembrano corrispondere alla definizione di pulizia etnica” nelle zone in cui i palestinesi non saranno in grado di tornare, ha detto HRW.

Il rapporto di HRW sostiene che “le azioni delle autorità israeliane a Gaza sono le azioni di un gruppo etnico o religioso volte a rimuovere un altro gruppo etnico o religioso, i palestinesi, dalle aree all’interno di Gaza con mezzi violenti.”

Ipotizza che la natura del trasferimento fosse organizzata e che l’intenzione delle forze israeliane fosse quella di assicurarsi che le zone coinvolte “rimarranno per sempre svuotate e ripulite dai palestinesi.”

HRW afferma che le conclusioni del rapporto di 172 pagine sono basate su interviste con gazawi deportati, immagini satellitari e relazioni pubbliche condotte fino ad agosto 2024.

Israele ha respinto il rapporto in quanto “profondamente fuorviante” nel descrivere “gli sforzi dell’esercito per minimizzare i danni ai civili come finalizzati ad un trasferimento forzato.”

Sostiene di cercare di ridurre al minimo il numero di vittime civili e sottolinea che Hamas usa i civili di Gaza come scudi umani, combattendo da aree civili comprese case, ospedali, scuole e moschee.

Secondo le Nazioni Unite ad ottobre 2024 sono state trasferiti in tutta Gaza 1,9 milioni di palestinesi. Prima dell’inizio della guerra il 7 ottobre 2023 la popolazione ufficiale del territorio contava 2,4 milioni di abitanti.

La gran maggioranza della popolazione di Gaza risiede nella “zona umanitaria” definita da Israele, situata nell’area di al-Mawasi sulla costa meridionale di Gaza, nei quartieri occidentali di Khan Younis e a Deir al-Balah nel centro di Gaza. La dimensione della zona è cambiata molte volte, a seconda dell’evolversi delle operazioni dell’esercito israeliano contro Hamas.

Israele ha lanciato la sua operazione militare dopo che il 7 ottobre 2023 i terroristi di Hamas hanno massacrato 1.200 persone, per la maggior parte civili, nelle comunità del sud e hanno portato a Gaza 251 ostaggi.

Il Ministero della Sanità di Gaza gestito da Hamas afferma che finora nel conflitto sono state uccise o sono presumibilmente morte più di 43.000 persone nella Striscia, anche se la cifra non può essere verificata e non fa distinzione tra civili e combattenti. Israele afferma di aver ucciso circa 18.000 combattenti in battaglia fino a novembre e altri 1.000 terroristi all’interno di Israele il 7 ottobre.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




No Other Land: un duo di registi israeliano e palestinese lotta per denunciare l’apartheid mentre a Gaza infuria la guerra

Alex MacDonald

26 novembre 2024  Middle East Eye

Middle East Eye parla con Yuval Abraham e Basel Adra di minacce di morte, attacchi di squadracce e antisemitismo

A un certo punto del loro premiato documentario No Other Land il regista palestinese Basel Adra dice al suo co-regista israeliano Yuval Abraham di essere convinto che basteranno 10 giorni per scrivere e girare e avranno finito, e gli dice che è troppo impaziente di vedere la fine dell’occupazione della Cisgiordania da parte del suo Paese.

“Abituati a sbagliarti,” dice Adra, sardonicamente, ad Abraham, mentre girano in macchina per Masafar Yatta, un agglomerato di villaggi a sud di Hebron dove si trova casa sua. “Sei un fallito.”

Nel 2024, dopo 57 anni di occupazione israeliana della Cisgiordania e oltre tre quarti di secolo dopo la Nakba, la ‘catastrofe’ che ha visto la cacciata dalle loro case di oltre 700.000 palestinesi, sembra più difficile che mai credere che un altro articolo, un rapporto o un documentario possano finalmente spingere il mondo ad agire.

No Other Land è disseminato di filmati risalenti all’infanzia di Adra che riprendono il padre attivista fronteggiare i soldati e i coloni israeliani esattamente come avrebbe poi fatto suo figlio.

Sebbene possa sembrare difficile che il documentario, girato nel corso di cinque anni fino all’ottobre 2023, sarà la goccia che farà finalmente traboccare il vaso dell’occupazione, ha certamente suscitato forti reazioni, sia positive che negative.

Abraham e Adra, rispettivamente a Gerusalemme e a Masafer Yatta, hanno detto a Middle East Eye che è stato difficile gestire le ripercussioni seguite al loro film. “Mi hanno sorpreso le reazioni in Germania,” ha detto Abraham.

” La Germania dice di sostenere Israele e gli israeliani, ma in realtà sta sostenendo gli israeliani che credono nella continuazione dell’occupazione e che, in un certo senso, ripetono le politiche dei loro governi.”

A febbraio i due registi hanno vinto il premio per i documentari al film festival della Berlinale; nel discorso di accettazione Abraham ha citato le leggi dell’”apartheid” che lo segregano dal suo co-regista invocando la fine dell’occupazione.

Per tutta risposta vari politici tedeschi hanno bollato i suoi commenti come “antisemiti”, dopo di che ha ricevuto minacce di morte e squadracce di estrema destra hanno attaccato la casa della sua famiglia in Israele.

In seguito il portale ufficiale online della Berlinale ha citato le ” tendenze antisemite” di No Other Land sebbene il commento sia poi stato rimosso.

Abraham ha detto che in Germania l’ossessiva repressione dei comportamenti filo-palestinesi sta rendendo sempre più difficile la vita per israeliani ed ebrei come lui che vogliono vedere la fine dell’attuale guerra a Gaza.

“Questa visione semplicistica su cosa significhi sostenere gli israeliani o il popolo ebraico… diplomaticamente, finanziariamente, significa continuare a fare quello che mostriamo nel film, cioè continuare a operare per impedire uno Stato palestinese.

Credo che abbiano agito non solo contro i palestinesi, ma anche contro gli israeliani perché considero i due popoli connessi e credo che la sicurezza sarà sempre uno sforzo comune,” dice.

‘Una storia di potere’

Tuttavia la controversia all’uscita del film ha solo accresciuto l’interesse per i suoi protagonisti, gli abitanti di Masafer Yatta.

Per decenni le autorità israeliane hanno cercato di sfrattare circa 1000 palestinesi residenti a Masafer Yatta per creare una “zona di tiro” militare, un campo di addestramento per l’esercito israeliano. 

Le loro case sono situate nell’Area C della Cisgiordania che resta sotto la totale autorità di Israele ed è costellata di colonie, illegali ai sensi del diritto internazionale, i cui abitanti attaccano regolarmente i palestinesi, vandalizzando case e veicoli e sparandogli contro.

Adra ha detto che dopo le controversie in Germania ha organizzato un’importante proiezione del film nel suo villaggio natale.

“Volevano veramente vederlo dopo tutte le storie su quello che era successo alla Berlinale, gli attacchi contro di me e contro Yuval da parte dei media israeliani e tedeschi,” ha detto.

“A marzo abbiamo fatto un’importante proiezione nel cortile della scuola con una grande affluenza di centinaia di persone della comunità, giornalisti e attivisti solidali.”

Adra ha detto che, oltre a vedere la loro lotta sullo schermo, l’esperienza è stata piena di nostalgia per molti degli anziani che vedevano i vecchi filmati ripescati dagli anni ‘90.

Un momento particolarmente memorabile era stata la visita nel 2009 dell’ex primo ministro britannico Tony Blair nella sua qualità di inviato di pace In Medio Oriente. All’epoca la sua visita, vista con scetticismo dal padre di Adra, aveva garantito la sospensione della distruzione di uno dei villaggi a Masafer Yatta.

Seguendo la visita Adra commenta fuoricampo “questa è una storia di potere”.

“Oggi siamo delusi,” ha detto a MEE.

Le immagini del massacro a Gaza sono ovunque mentre anche la Cisgiordania occupata ha subito un intensificarsi di attacchi dei coloni e dell’esercito israeliano, inclusi attacchi aerei – un’escalation che ha causato centinaia di morti.

“Eppure governi come quelli di Regno Unito, USA e Germania continuano a difendere Israele, sostenendolo e appoggiandolo,” ha detto Adra.

“Sono complici di occupazione, apartheid e genocidio a Gaza.”

“Fede” nel cinema

Per gli abitanti la lotta per proteggere le proprie case è stata sfinente e costosa, finanziariamente e fisicamente.

Una figura centrale del film è Harun Abu Aran, un abitante del villaggio rimasto completamente paralizzato quando un soldato gli sparò al collo mentre tentavano, inspiegabilmente, di confiscare un generatore.

Sua madre ha sempre cercato di accudirlo dentro la grotta in cui vivevano, occupandosi delle visite di giornalisti stranieri curiosi, lamentandosi delle condizioni inadeguate in cui era costretta a prendersene cura.

In coincidenza con la fine del film Abu Aran è morto per le ferite riportate.

“Porto una telecamera con me da quando ero un ragazzino… per filmare le prove, mostrarle e farle pubblicare,” ha detto Adra a MEE.

Ha detto che si è aggrappato alla “fede”, che se continuava a registrare e produrre le prove in modo che tutto il mondo vedesse, qualcuno finalmente avrebbe fatto qualcosa, che gli USA sarebbero riusciti a fare pressione su Israele.

Il 7 ottobre, poco dopo la fine delle riprese, c’è stato l’attacco di Hamas nel sud di Israele con l’uccisione di circa 1200 persone e la cattura di centinaia di israeliani portati come ostaggi a Gaza.

In risposta Israele ha lanciato un attacco devastante contro la Striscia di Gaza, uccidendo oltre 44.000 persone, causando lo sfollamento praticamente di tutta la popolazione e facendo sprofondare l’enclave nella fame, distruzione e disperazione.

“Per tutto lo scorso anno abbiamo guardato il genocidio in diretta sui nostri cellulari con tutti i video provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania… la situazione sul campo non fa che peggiorare,” ha detto Adra.

“E agli israeliani non importa delle pressioni internazionali, del diritto internazionale perché, sfortunatamente, gli USA li sostengono.”

La vita sta diventando più difficile anche per Abraham che fa parte del sempre più sparuto numero di israeliani che sostengono i diritti dei palestinesi, sgomento nell’assistere al fervore ultra-nazionalista e irredentista che ha sommerso il Paese in cui nessuna cifra di morti palestinesi sembra suscitare alcuna simpatia.

“Una sinistra israeliana c’è, al momento non rappresentata politicamente ed è molto piccola e sempre più perseguitata dal governo. Dal 7 ottobre lo spazio per le critiche si è veramente ristretto,” ha spiegato.

I recenti mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale (CPI) contro Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant sono stati pesantemente condannati in Israele, non solo dagli alleati politici ma anche dai leader all’opposizione.

Perfino Yair Golan, leader dei Democratici (una fusione del Partito laburista e di Meretz, di centro sinistra), li ha bollati come “vergognosi.”

“Io penso che la gente, specialmente nei paesi occidentali, voglia aggrapparsi alla speranza che se solo si sostituisse Netanyahu tutto migliorerebbe e ci sarebbe una soluzione politica, la soluzione dei due Stati, qualsiasi cosa,” ha detto Abraham.

“I partiti israeliani non sono intenzionati a esprimere neppure un minimo di critica verso il loro esercito nonostante la più alta Corte del mondo abbia definito crimini di guerra contro l’umanità le loro operazioni militari.”

Un atto di resistenza dall’interno

Masafer Yatta continua a respingere i tentativi di Israele per cancellarne l’esistenza. “È la nostra terra… ecco perché soffriamo per essa,” sono le parole di uno degli abitanti.

Lo scorso anno ha visto un’esplosione di violenza da parte dei coloni in Cisgiordania e Masafer Yatta non ha fatto eccezione.

Nel corso del weekend i coloni avrebbero attaccato la casa di un attivista locale nel villaggio di Tiwani e aggredito i suoi famigliari, ferendone due.

I soldati israeliani sono poi arrivati e invece di prendere di mira i coloni hanno sequestrato l’attivista.

Il film di Abraham e Adra presenta la Palestina alla vigilia di quella che è indubbiamente stata la maggiore crisi per i palestinesi dal 1967.

E con uno spazio per la resistenza palestinese che si è ridotto in Israele, nei territori occupati e, a quanto pare, anche in quasi tutto il resto del mondo, No Other Land sta combattendo un’ardua battaglia.

“Per noi il film è un atto di resistenza dall’interno e appena l’abbiamo finito volevamo farlo vedere il prima possibile,” conclude Adra.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Un reparto armato guidato da Hamas prende di mira le bande che saccheggiano i convogli di aiuti a Gaza

Redazione di MEMO

19 novembre 2024-Middle East Monitor

Dopo un forte aumento dei saccheggi delle scarse forniture, Reuters riporta che Combattenti di Hamas e di altre fazioni di Gaza hanno formato un reparto armato per impedire alle bande di saccheggiare i convogli di aiuti nel territorio assediato, come hanno affermato residenti e fonti vicine al gruppo.

Da quando è stato formato questo mese, in mezzo alla crescente rabbia pubblica per i sequestri di aiuti e l’aumento dei prezzi, il nuovo reparto ha organizzato ripetute operazioni tendendo imboscate ai saccheggiatori e uccidendone alcuni in scontri armati, hanno affermato le fonti.

Gli sforzi di Hamas per assumere un ruolo guida nell’assicurare le forniture di aiuti indicano le difficoltà che Israele affronterà in una Gaza postbellica viste le poche alternative fattibili a un’organizzazione che sta cercando di distruggere da oltre un anno e che afferma non potrà avere alcun ruolo di governo.

Israele accusa Hamas di dirottare gli aiuti. L’organizzazione lo nega e accusa Israele di cercare di fomentare l’anarchia a Gaza prendendo di mira la polizia che sorveglia i convogli di aiuti.

Un portavoce dell’esercito israeliano non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di Reuters sulle unità di Hamas che combattono i saccheggiatori. Nel caos della guerra le bande armate hanno intensificato e razzie dei convogli di rifornimenti dirottando camion e vendendo le scorte saccheggiate nei mercati di Gaza a prezzi esorbitanti.

Oltre a scatenare la rabbia nei confronti dell’esercito israeliano la penuria ha anche suscitato domande su Hamas per la sua apparente incapacità di fermare le bande. “Siamo tutti contro i banditi e i saccheggiatori, per poter vivere e mangiare […] ora sei obbligato a comprare da un ladro” ha affermato Diyaa Al-Nasara, parlando durante un funerale di un combattente di Hamas ucciso negli scontri con i saccheggiatori.

Il nuovo reparto anti-saccheggio, formato da combattenti ben equipaggiati di Hamas e gruppi alleati, è stato chiamato “Comitati popolari e rivoluzionari” ed è pronto ad aprire il fuoco sui dirottatori che non si arrendono, ha affermato una delle fonti, un funzionario del governo di Hamas. Il funzionario, che ha rifiutato di essere nominato perché Hamas non lo avrebbe autorizzato a parlarne, ha affermato che il gruppo ha operato nella parte centrale e meridionale di Gaza e ha svolto finora almeno 15 missioni durante le quali ha ucciso alcuni banditi armati.

Fame dilagante

A tredici mesi dall’inizio della devastante campagna militare di Israele a Gaza, lanciata in risposta ai mortali attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, gravi carenze di cibo, medicine e altri beni stanno causando fame e sofferenza dilaganti tra i civili.

Israele ha sospeso le importazioni di beni commerciali il mese scorso e da allora sono entrati a Gaza solo camion di aiuti trasportando una frazione di ciò che le organizzazioni umanitarie affermano sia necessario per un territorio in cui la maggior parte delle persone ha perso la casa e ha pochi soldi.

“Sta diventando sempre più difficile far arrivare gli aiuti”, ha affermato la portavoce dell’OMS, Margaret Harris, dopo una serie di saccheggi nel fine settimana. Prima della guerra, un sacco di farina veniva venduto a 10 o 15 dollari e un chilo di latte in polvere a 30 shekel (8 dollari). Ora la farina costa 100 $ e il latte in polvere 300 shekel (80 dollari), affermano i commercianti.

Alcune persone a Gaza dicono di volere che Hamas prenda di mira i saccheggiatori.

“C’è una campagna contro i ladri, lo vediamo. Se la campagna continua e gli aiuti fluiscono i prezzi scenderanno perché gli aiuti rubati appaiono sui mercati a prezzi elevati”, ha detto Shaban, un ingegnere sfollato di Gaza City, che ora vive a Deir Al-Balah nella Striscia di Gaza centrale.

Dopo che quasi 100 camion sono stati saccheggiati la scorsa settimana Hamas ha attaccato un gruppo armato che si stava radunando vicino a un valico dove di solito entrano i camion degli aiuti, ha aperto il fuoco anche con armi pesanti uccidendo almeno 20 membri di questo gruppo, secondo i residenti e la televisione di Hamas Aqsa.

I testimoni hanno descritto un altro scontro a fuoco sabato quando i combattenti di Hamas a bordo di due auto hanno inseguito uomini sospettati di saccheggio che erano su un altro veicolo con conseguente morte dei sospettati.

Il funzionario di Hamas ha detto che il reparto antisaccheggio ha dimostrato che continua ad essere in funzione il governo di Hamas a Gaza. “Hamas come movimento esiste, che piaccia o no. Hamas come governo esiste, anche se non è più forte come una volta, ma esiste e il suo personale cerca di aiutare la gente ovunque nelle aree di sfollamento”, ha affermato.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Cosa significa il licenziamento di Yoav Gallant da parte di Netanyahu per Gaza, la guerra regionale di Israele e le relazioni tra Stati Uniti e Israele

Mitchell Plitnick  

5 novembre 2024  Mondoweiss

Il licenziamento del ministro della Difesa Yoav Gallant da parte di Benjamin Netanyahu ha rimosso anche l’ultimo minimo freno all’espansione della guerra regionale di Israele contro l’Iran e l’asse della resistenza. La pressione internazionale per fermare Israele è ora più che mai necessaria.

In una mossa che stava preparando da molti mesi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha licenziato il suo ministro della Difesa Yoav Gallant. Sarà sostituito come ministro della Difesa dal ministro degli Esteri Yisrael Katz, che a sua volta sarà sostituito come ministro degli Esteri da Gideon Sa’ar. Sebbene Gallant fosse sulla “lista nera” di Netanyahu da molto tempo, il primo ministro è stato riluttante a sostituire il ministro della Difesa mentre Israele è impegnato in così tante importanti operazioni militari. Quindi, perché l’ha fatto solo ora?

Considerazioni di politica interna

La decisione di Netanyahu non ha nulla a che fare con preoccupazioni militari, ma con la politica interna. La coalizione è attualmente scossa dalle polemiche su un disegno di legge fortemente sostenuto dal partito United Torah Judaism [partito degli ultraortodossi, ndt.] che consentirebbe agli uomini ultra-ortodossi (noti come haredi) che si rifiutano di prestare servizio nell’esercito israeliano di continuare a ricevere i sussidi per i figli. Lo scopo di fondo del disegno di legge è aggirare le nuove leggi che richiedono che gli haredi, da tempo esentati dal servizio militare obbligatorio, prestino servizio come gli altri cittadini.

Gallant non è l’unico membro della coalizione di governo a opporsi pubblicamente a questo disegno di legge, ma è quello di più alto profilo. Bisogna certo ricordare che Gallant è uno dei pochi nella cerchia ristretta a non essere un lacché di Netanyahu. Si è già opposto pubblicamente a Netanyahu in precedenza, ma questa volta, come verrà discusso qui di seguito, Netanyahu vuole assolutamente sostituire Gallant prima che si insedi la prossima amministrazione statunitense.

Yisrael Katz, da parte sua, è decisamente l’uomo per Netanyahu, tuttavia non ha una significativa esperienza militare, e questo sarà un problema per Israele. Non è nell’esercito da oltre 45 anni e non ha mai nemmeno prestato servizio civile nel ministero della Difesa. Katz è stato nominato alla luce del sole in modo che Netanyahu abbia effettivamente il pieno controllo del ministero della Difesa, mentre il licenziamento di Gallant è stato una punizione e un chiaro avvertimento a chiunque nella coalizione di governo voglia prendere in considerazione di andare contro il primo ministro in merito ad una legge cruciale.

Problemi di sicurezza

Gallant vede il genocidio a Gaza, così come le operazioni in Libano, Siria, Yemen e Iran, come operazioni di sicurezza. Pur sapendo che avrebbe dovuto dar conto dei massicci fallimenti israeliani il 7 ottobre, non ha messo le sue preoccupazioni personali al primo posto come Netanyahu. Per Gallant, il genocidio è stata la risposta appropriata al 7 ottobre. È stato lui, ricordiamo, a fare quello sfrontato annuncio sul bloccare del tutto a Gaza il cibo, l’acqua, l’elettricità, le medicine e tutti i beni per il sostentamento vitale a coloro che ha chiamato “animali umani”.

Ma è stato sempre lui a voler porre fine alle operazioni quando ha ritenuto che Hamas fosse stata effettivamente neutralizzata. Di nuovo, non era la preoccupazione per la vita di qualche palestinese, ma perché lo riteneva la cosa migliore per Israele.

È molto meno probabile che Katz metta in discussione le decisioni di Netanyahu, e anche i prossimi cambiamenti nella leadership militare di Israele hanno avuto un ruolo in questa decisione e nella sua tempistica.

Si dice che il capo di stato maggiore Herzi Halevi, il comandante militare al vertice di Israele, si dimetterà forse già il mese prossimo. Netanyahu vorrà probabilmente sostituirlo con un certo Eyal Zamir che è stato vicino a Netanyahu per molti anni, anche nel ruolo di suo segretario militare. Zamir è attualmente il vice capo di Stato Maggiore, quindi è in buona posizione.

Un ostacolo per Netanyahu è che quando Gideon Sa’ar ha accettato di entrare nel suo governo uno dei benefici che Netanyahu gli ha concesso è stato il potere di veto sul prossimo Capo di Stato maggiore. Questo ha sicuramente giocato un ruolo chiave nella nomina a ministro degli Esteri di Sa’ar, che è uscito dal Likud per formare il suo partito dopo anni di sfide a Netanyahu. Sa’ar è stato anche estraneo alla maggior parte delle decisioni prese in merito al genocidio a Gaza, il che lo aiuterà come ministro degli Esteri tenendolo lontano dal mirino della Corte Penale Internazionale e dal potenziale rischio nel viaggiare all’estero per via dei mandati di arresto della CPI, qualora dovessero mai essere emessi.

Cosa significa nella regione

Con Gallant fuori dal gioco e Netanyahu circondato da suoi uomini l’imperativo per una maggiore pressione internazionale è ancora più intenso. Gallant, che non ha problemi a massacrare decine di migliaia di palestinesi innocenti, vedeva ancora le cose attraverso la lente della sicurezza, sebbene feroce e brutale. Netanyahu ha altre preoccupazioni. Vuole prolungare i combattimenti per continuare a ritardare il suo processo per corruzione, ma sta anche andando avanti con il suo cosiddetto “colpo di stato giudiziario”, un tentativo a cui Gallant si è opposto, ciò che è una ragione in più per evitare qualsiasi diminuzione della violenza. Nella loro prospettiva i partner della coalizione di destra vogliono vedere Israele muoversi verso una vittoria militare regionale, sconfiggere alla fine l’Iran e stabilire Israele come indiscusso egemone regionale.

Abbiamo già visto Israele adottare misure per far procedere il genocidio a Gaza, per aumentare esponenzialmente la violenza in Cisgiordania, per devastare il Libano e per cercare di stabilire un predominio sull’Iran. Gallant stava sollevando questioni di strategia a lungo termine, che davano qualche speranza di una anche minima moderazione. Ora non ci sarà più alcuna voce del genere. Ciò potrebbe significare non necessariamente un’escalation, ma rende meno probabile una de-escalation. Netanyahu vede il tempo dalla sua parte e si sente più minacciato dalla fine dei combattimenti, anche se dovessero concludersi con quella che la maggior parte degli israeliani chiamerebbe vittoria a Gaza e in Libano, che dalla loro continuazione. Uomini come Katz e Zamir non lo convinceranno a cambiare idea, quindi fino a quando riuscirà a tenersi Sa’ar Netanyahu avrà rimosso con successo quel “rinnegato” di Gallant e dovrà confrontarsi con ancor meno moderazione di prima, per quanto sia difficile da immaginare.

Cosa significa a Washington

Yoav Gallant era il principale punto di comunicazione tra l’amministrazione di Joe Biden e il governo Netanyahu. Era benvoluto a Washington e ha coltivato quel rapporto al punto che gli americani a volte si rivolgevano a lui per fare pressione su Netanyahu o semplicemente per infastidirlo. Il suo rapporto con il Segretario della Difesa Lloyd Austin era particolarmente forte. Ora è tutto finito e per il resto del loro mandato i funzionari di Biden probabilmente avranno a che fare con qualcuno molto più vicino a Netanyahu. Ron Dermer, che è tanto repubblicano quanto braccio destro di Netanyahu, probabilmente assumerà il ruolo di mediatore tra i governi americano e israeliano.

Ciò potrebbe creare qualche tensione pubblica, relativamente parlando, anche se nulla di tutto ciò si tradurrà in cambiamenti politici. Tuttavia, senza Gallant, il rapporto tra i due governi sarà un po’ più gelido.

In ogni caso la decisione di Netanyahu di licenziare Gallant è stata sicuramente presa pensando a Washington. Washington era ben lungi dall’essere il fattore principale, ma era un fattore.

Con Gallant fuori gioco Netanyahu sarà ancora meno preoccupato per le deboli parole di simpatia di Biden o per le sprezzanti risate del portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller al fallimento di Israele nel rispettare la legge americana sull’autorizzazione degli aiuti umanitari a Gaza. Ma, cosa più importante, Netanyahu parla alla prossima amministrazione, chiunque vinca oggi le elezioni.

Se dovesse vincere Donald Trump, questo è esattamente il tipo di governo con cui si sentirebbe più a suo agio. Può coltivare il suo rapporto personale con Netanyahu, trattare direttamente con lui e preoccuparsi poco degli altri soggetti. Ciò aiuterà anche Netanyahu che potrà adulare, placare o confondere Trump qualora Trump decidesse che sarebbe meglio se Israele facesse marcia indietro nella sua aggressione. La squadra di Netanyahu sarà unita nel convincere Trump che sarebbe una cattiva idea.

Se dovesse vincere Harris, troverà un governo israeliano ancora più impenetrabile di quello con cui ha avuto a che fare Biden, in cui non troverebbe nessuno come alleato nell’affrontare le questioni da un punto di vista militare o di sicurezza piuttosto che politico. Questo è soprattutto ciò che Biden aveva da Gallant, e che Harris non avrebbe.

Netanyahu capirebbe sicuramente che la pressione su Harris non farebbe che aumentare il freno per Israele e, sebbene Harris non abbia dato alcuna indicazione che si allontanerebbe anche solo un po’ dalla politica di Biden, Netanyahu è anche pienamente consapevole che non avrebbe l’entusiastica affezione a quelle politiche che aveva Biden. Di conseguenza creare una cerchia ristretta dove non c’è un “adulto nella stanza” con cui parlare (tranne forse Sa’ar, ma l’influenza di un ministro degli Esteri in questo senso è molto inferiore a quella di un ministro della Difesa) gli fornisce un ulteriore strato di isolamento contro qualsiasi minima pressione che potrebbe essere esercitata.

L’unica speranza che emerge da tutto questo torna a dove tutto è iniziato. United Torah Judaism, il partito haredi, insiste affinché la legge sui sussidi per i figli vada avanti, anche se Netanyahu l’ha tolta dall’agenda della Knesset perché non ha i voti per approvarla. Ironicamente anche Gideon Sa’ar e il suo partito New Hope si oppongono a questa legge, anche se potrebbe essere che come parte della sua nomina a ministro degli Esteri ci sia un accordo per cambiare la cosa.

Il partito ultraortodosso detiene sette seggi alla Knesset. Se questa legge non passa si rifiuterà di votare qualsiasi altra legge, il che minaccia l’intera coalizione di governo. Senza di loro la maggioranza di Netanyahu ammonta a un solo seggio, il che apre la porta a Sa’ar o a un altro leader, anche dall’interno del Likud, per balzar su e far cadere questo governo.

Ma negli ultimi quindici anni Netanyahu ha regolarmente trovato modi per risolvere problemi come questo. E con questa mossa si è probabilmente ulteriormente protetto da qualsiasi possibilità di pressione americana volta a frenare la sua aggressione a Gaza, in Libano e altrove.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La polizia del Regno Unito arresta l’accademico israeliano Haim Bresheeth dopo un discorso pro-Palestina

Redazione MEE

4 novembre 2024-Middle East Eye

Professore ebreo in pensione arrestato per presunto sostegno a un’organizzazione proscritta dopo aver detto che “Israele non può vincere contro Hamas”

Un accademico ebreo cresciuto in Israele è stato arrestato dalla polizia metropolitana di Londra dopo un discorso da lui tenuto durante una manifestazione pro-Palestina nella capitale britannica durante il quale ha affermato che Israele “non può vincere contro Hamas”.

Haim Bresheeth, figlio di sopravvissuti all’Olocausto e fondatore del Jewish Network for Palestine, è stato arrestato durante una manifestazione fuori dalla residenza dell’ambasciatrice israeliana Tzipi Hotovely, nel nord di Londra.

Secondo una dichiarazione rilasciata all’agenzia di stampa Skwawkbox da un portavoce della polizia è accusato di aver sostenuto un’organizzazione proibita. In una registrazione video dell’arresto di Bresheeth un agente di polizia lo informa che è stato arrestato ai sensi del Terrorism Act 2000 per “aver fatto un discorso d’odio”.

“Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi dichiarati, né a Gaza, né in Libano, né in Iran, né altrove”, ha detto Bresheeth nel suo discorso.

“Cosa ha ottenuto? Omicidi, caos, genocidio, razzismo, distruzione, ecco in cosa sono bravi”, ha detto Bresheeth. “Ma non possono combattere la resistenza, hanno perso ogni singola volta.

“Non possono vincere contro Hamas, non possono vincere contro Hezbollah, non possono vincere contro gli Houthi. Non possono vincere contro la resistenza unita contro il genocidio che hanno iniziato”.

Il portavoce della polizia ha affermato che le forze dell’ordine sono impegnate in un “intervento di costante equilibrio ” e che stavano agendo per “prevenire intimidazioni e gravi disordini nelle comunità”.

Dopo aver trascorso una notte in custodia Bresheeth è stato rilasciato senza imputazione il 2 novembre, ma è ancora sotto inchiesta.

L’arresto dell’accademico ebreo segue una serie di raid e arresti che hanno preso di mira giornalisti e attivisti filo-palestinesi ai sensi della legislazione antiterrorismo. A ottobre la polizia antiterrorismo ha fatto irruzione nell’abitazione del giornalista Asa Winstanley come parte di un’indagine ai sensi del Terrorism Act sulla sua attività sui social media.

Il 15 agosto il giornalista Richard Medhurst è stato arrestato ai sensi dell’articolo 12 del Terrorism Act al suo arrivo nel Regno Unito, presumibilmente in relazione al suo reportage sulla Palestina.

Meno di due settimane dopo la giornalista filo-palestinese Sarah Wilkinson è stata arrestata da membri della polizia antiterrorismo col volto coperto durante un’irruzione all’alba nella sua abitazione per accuse relative a contenuti da lei pubblicati online.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Genocidio a Gaza: Israele sta impazzendo?

David Hirst

4 novembre 2024 – Middle East Eye

Netanyahu ha dato potere ai sionisti religiosi. A Gaza, in Cisgiordania, in Libano e altrove ora sentono di stare attuando il disegno divino per il suo popolo eletto. Non andrà a finire bene

“Perché era del Signore indurire i loro cuori perché se essi (i Cananei) incontrassero Israele in battaglia… ma perché (gli Israeliti) li votassero allo sterminio, come il Signore aveva comandato a Mosè.”

Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e, a titolo assolutamente informale, governatore della Cisgiordania, ha da lungo tempo un debole per questo verso, una citazione dal Libro di Giosuè per illustrare quello che chiama il suo piano decisionista, o di dominazione, di Giudea e Samaria, i nomi biblici di quel territorio.

Quindi è così, ha spiegato Smotrich, che proprio come Giosuè avvertì i Cananei di quello che sarebbe accaduto loro se lo avessero ostacolato, ora egli ha avvertito i palestinesi di quello che comporterebbe il suo piano per loro. Sono davanti a tre possibilità: rimanere dove sono ora come “stranieri residenti” con uno “status di inferiorità in base alla (antica) legge ebraica”; emigrare; rimanere e resistere.

Se scelgono il terzo cammino, ha detto loro, le “forze di difesa israeliane” [l’esercito israeliano, ndt.] sapranno cosa fare. E di cosa si tratterebbe? “Uccidere quelli che devono essere uccisi.” Cosa: intere famiglie, donne e bambini? Ha risposto: “À la guerre comme à la guerre.”

Nel corso degli anni i cosiddetti attacchi “prezzo da pagare” (di rappresaglia) dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi in Cisgiordania, sradicando i loro antichi ulivi, rubando le loro greggi e avvelenando i loro pozzi e cose simili, sono andati intensificandosi, ma a partire da due mesi dalla nomina a ministro di questo cosiddetto sionista religioso di estrema destra hanno raggiunto un notevole incremento, sia in termini qualitativi che quantitativi.

Alla fine di febbraio dello scorso anno circa 400 di costoro, accompagnati da soldati regolari in un presunto ruolo di controllo, si sono scatenati indisturbati a Huwwara, una cittadina di circa 7.000 abitanti, incendiando 75 case e quasi 100 veicoli e, tra le altre insensate crudeltà, hanno sgozzato o percosso a morte animali domestici, gatti e cani, davanti ai bambini, e fermandosi solo un attimo, mentre lo facevano, per recitare il Maariv, la preghiera ebraica della sera.

“È stata la Notte dei Cristalli”, ha mormorato uno stupefatto giovane soldato di leva che, per caso, aveva assistito a tutto ciò, in riferimento al pogrom nazista su scala nazionale del novembre 1938.

Su Ynet [sito di informazione israeliano moderatamente critico, ndt.] un editorialista israeliano, Nahum Barnea, è arrivato alle stesse conclusioni: “La Notte dei Cristalli è rinata a Huwwara,” ha scritto.

Smotrich non lo aveva ordinato, ma è stata l’improvvisa e sorprendente promozione del loro campione all’alta carica a incoraggiare i suoi sostenitori a farlo. E non appena tutto ciò è finito egli ha entusiasticamente applaudito, salvo che per quanto riguarda un argomento essenzialmente procedurale: “Sì” ha detto, “penso che Huwwara debba essere spazzato via, ma che lo dovrebbe fare lo Stato, non, dio ce ne guardi, privati cittadini.” E, ha continuato, avrebbe chiesto a tempo debito alle “Forze di Difesa Israeliane” di “colpire città palestinesi con carrarmati ed elicotteri, senza pietà e in un modo che comunichi loro che il padrone della terra è impazzito.”

Per molti la devastazione di Huwwara richiama il futuro piano di Smotrich e, si immagina, ciò vale innanzitutto per lo storico Daniel Blatman, che, notando che Smotrich prende a modello Giosuè, il genocida dell’antichità, ha suggerito un candidato più appropriato e più contemporaneo per tale onore: Heinrich Himmler, il principale architetto dell’Olocausto.

Frange estremiste

In molte parti del mondo mettere in rapporto israeliani, o in generale ebrei, con i nazisti è un tabù, vietato, antisemitismo dei peggiori.

Questa è presumibilmente la ragione per cui la rinomata sociologa franco-israeliana Eva Illouz* trova veramente “ironico” che cittadini dello “Stato ebraico” citino paralleli con l’hitlerismo nelle loro discussioni quotidiane “come non oserebbe fare nessun’altra società”.

In altre parole, per dirla senza mezzi termini, gli israeliani si chiamano l’un l’altro costantemente nazisti tout court, o, più semplicemente, denunciano quella che vedono come la loro condotta simile al nazismo.

Si prenda ad esempio Itamar Ben Gvir, il leader del partito di estrema destra Potere Ebraico nel governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Ha iniziato la sua carriera cosiddetta “politica” come un qualunque teppista da strada a Gerusalemme e in seguito è stato incriminato circa 50 volte e condannato otto per accuse come incitamento alla violenza, razzismo e appoggio a un’organizzazione terroristica.

Prima ha conquistato una sorta di notorietà a livello nazionale nel 2015, quando diventò virale un video durante un matrimonio di coloni. Nel filmato giovani ospiti maschi si dedicavano all’accoltellamento rituale dell’immagine di un neonato arabo, Saad Dawabsha, che uno dei loro compagni aveva recentemente bruciato vivo nel nome del “messia”, in un attacco incendiario contro una casa nel sonnolento villaggio di Duma, in Cisgiordania.

Ben Gvir li lodò come “bravi ragazzi”, “sale della terra” e “i migliori sionisti”.

Tuttavia per tutta la sua improvvisa e nuova celebrità quanto meno nella mente dell’opinione pubblica è rimasto, come Smotrich, intrappolato nelle frange estremiste della politica israeliana.

Persino Netanyahu, non certo un buonista progressista o di sinistra, continuò ad evitarlo come la peste finché, nella sua assoluta disperazione per formare un governo, ha deciso che l’unico modo per farlo era non solo di invitare la coppia a unirsi [a lui], ma di sottoporsi anche alle loro condizioni estorsive perché lo facessero.

Smotrich ha chiesto il controllo sulla Cisgiordania, formalmente prerogativa dell’esercito, e Ben Gvir ha concordato la creazione di un cosiddetto ministero della Sicurezza Nazionale del tutto nuovo, sotto i cui auspici, oltre al suo controllo sulla polizia tradizionale, avrebbe creato una guardia nazionale sottoposta al suo esclusivo comando.

Che, non appena ha iniziato a farlo quanti conoscono la storia della Germania nazista  – e con ogni probabilità ce ne sono in percentuale molti di più in Israele che da qualunque altra parte tranne che nella stessa Germania – hanno preso a chiamarli  Sturmabteilung, o Camicie Brune, la numerosa e feroce organizzazione paramilitare su cui Hitler si basò durante la sua ascesa al potere e, finché non venne sostituita dalle ancora più violente Schutzstaffel, o SS, il suo successivo regime dittatoriale.

La prima nomina di Ben Gvir, quella del suo capo di gabinetto, ha fatto ben poco per fugare queste preoccupazioni. Chanamel Dorfman, ora un tranquillo settantaduenne, è stato uno dei “bravi ragazzi” così come sposo e accoltellatore capo al “matrimonio dell’odio”, come è stato definito. In una delle sue prime esternazioni rese note al momento del suo insediamento, ha detto ai suoi detrattori che il suo “unico problema con i nazisti” è che egli si sarebbe trovato “dalla parte dei perdenti”.

Evento “neonazista”

Durante gran parte del 2023, e fino al 7 ottobre, quando il massacro di Hamas nel sud di Israele ha portato a una brusca battuta d’arresto, Israele era precipitato in una sempre più profonda crisi riguardo ai piani di Netanyahu per le cosiddette “riforme giudiziarie”.

Uno dei partecipanti, lo storico Yuval Noah Harari, durante una manifestazione contro la riforma e a favore della democrazia, ha raccontato quanto sia stato sconvolto da una canzone cantata dai dimostranti a favore della riforma e del regime che si trovavano lì vicino.

Ha detto che aveva un “motivetto così orecchiabile” che praticamente anche lui ha iniziato a canticchiarlo tra sé, finché, ecco, lo ha cercato su YouTube, dove aveva ottenuto migliaia di visualizzazioni, e ha scoperto con orrore che finiva come segue:

Chi è andato a fuoco ora? Huwaara!/ Case e auto! Huwwara!/ Hanno portato via vecchie signore, donne e ragazzine; ha bruciato tutta la notte! Huwwara!/Bruciate i loro camion! Huwwara!/ Bruciate le loro strade e macchine!/ Huwwara!

Ovviamente non così totalmente spregevole come la canzone “Quando il sangue ebreo macchia il coltello…”, che le Einsatzgruppen, o squadroni della morte delle SS, erano solite cantare, e a cui un commentatore israeliano le ha accostate, tuttavia non tanto diverse come ispirazione.

Come lo è un’altra istituzione fascista, l’annuale Marcia della Bandiera, che festeggia l’occupazione di Gerusalemme nella guerra arabo-israeliana del 1967.

Si tratta di un tripudio di retorica trionfalistica e di bellicosità in cui i giovani del Paese, pressoché tutti coloni, sfilano attraverso l’antico cuore arabo della città. Mentre si aprono la strada giù per gli stretti vicoli, scandendo entusiasti slogan come “morte agli arabi” o “possano i loro villaggi bruciare”, essi minacciano, insultano e sputano contro ogni palestinese sfortunato o abbastanza temerario da trovarsi lungo il loro percorso, e a volte li gettano a terra per colpirli e picchiarli a piacimento. Ogni tanto persino a giornalisti o fotografi ebrei tocca la stessa sorte.

Un evento “neonazista”, ha scritto il giornalista e attivista Gideon Levy su Haaretz, “che assomiglia troppo a quelle foto di ebrei picchiati in Europa alla vigilia dell’Olocausto.”

Quindi dov’è questo “nazismo ebraico” nella sua forma più perniciosa, e pericolosa? Ovviamente pericolosa, e in modo più immediato, ovviamente e drasticamente tale, per i suoi obiettivi principali, i palestinesi. Ma alla fine, come dirà il tempo, per lo stesso Stato di Israele.

Fisicamente e operativamente si trova principalmente in Cisgiordania, che è dove, notoriamente e profeticamente, il defunto professor Yeshayahu Leibowitz, un filosofo molto amato, aveva per primo identificato il fenomeno e gli aveva dato il nome.

Moralmente ed emotivamente, esso abita nei cuori e nelle menti dei Ben Gvir e degli Smotich, nei coloni religiosi e nei loro molti complici nel governo, nell’esercito e nell’opinione pubblica in generale, molti di loro anche religiosi, ma alcuni laici ultra-nazionalisti che ne condividono le grandiose ambizioni ma non la fede.

Il fenomeno si manifestò per la prima volta sulla scia della guerra arabo-israeliana del 1967. Ecco il perché. Il sionismo, almeno in apparenza, era un’ideologia vigorosamente laica, persino anticlericale. Per i rabbini della diaspora, o per la grande maggioranza di essi, era un’aberrazione, un peccato, persino una “ribellione contro dio”.

Ma in Israele-Palestina un movimento che abbracciò una interpretazione totalmente religiosa del sionismo guadagnò sempre più terreno. In effetti era radicale e rivoluzionaria, con l’obiettivo che lo “Stato ebraico” andasse oltre quello dei laici.

Per esempio nel campo fondamentale del territorio intendeva comprendere tutta Eretz Israel, o Terra di Israele, come promesso da dio nel suo patto con Abramo e i suoi discendenti, e come minimo, i saggi nel corso delle epoche avevano stabilito, Eretz Israel includeva Giudea e Samaria (la Cisgiordania) e Gaza, così come parti consistenti di quelli che ora sono il Libano, la Siria e la Giordania.

Messaggio da dio

Per questi sionisti religiosi la vittoria storica di Israele nella guerra dei Sei Giorni del 1967, ai loro occhi miracolosa, era stata un “messaggio di dio”: avanzate, impossessatevi e insediatevi in queste aree sacre da poco conquistate, in cui si trovavano una volta gli antichi regni ebraici.

Molti compiti li aspettavano, il loro cammino verso la “redenzione” e l’arrivo del messia. Forse il più difficile, per non dire apocalittico, per loro era la ricostruzione dell’antico tempio ebraico sul luogo in cui ora si trovano le moschee della Cupola della Roccia e Al-Aqsa. Ma per il momento questo insediamento sulla terra è ora diventato il più immediatamente fattibile per loro.

Il loro cammino verso la redenzione tuttavia rischia di diventare il cammino di Israele verso la rovina. Così almeno ha affermato Moshe Zimmermann, uno studioso di storia tedesca, che attualmente partecipa a un progetto di ricerca sul tema delle “Nazioni che impazziscono”. La Germania, ha affermato, lo fece nel 1933 con l’ascesa al potere di Hitler, Israele “iniziò” a farlo all’indomani della guerra del 1967, precisamente con questa colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza come sua principale manifestazione.

Per questo è una sorta di progetto “nazista ebraico” per eccellenza, presieduto da una storicamente nuova e militante sorta di religiosi convertiti al sionismo. Permeati della loro “teologia di violenza e vendetta” di nuovo conio, essi giustificano praticamente qualunque cosa possa portare avanti la causa, diventata ora santa.

Tra loro è diventato importante il mentore spirituale di Ben Gvir, il rabbino Dov Lior, che una volta notoriamente o scelleratamente disse del medico israelo-americano Baruch Goldstein, che nel 1994 uccise con il mitra 29 fedeli nella moschea di Ibrahim a Hebron, che egli era “un martire più santo di tutti i santi martiri dell’Olocausto”.

Secondo Zimmermann la “storia delle colonie” è la storia di un “romanticismo biblico” che sta “trascinando tutta la società verso la perdizione”, e l’unico modo “logico” per fermarla è la “soluzione dei due Stati” per il conflitto arabo-israeliano e il ritiro totale di Israele dai territori occupati che ciò comporterebbe.

“L’alternativa (è) che noi mettiamo in atto azioni di tipo nazista contro i palestinesi o che i palestinesi lo facciano contro di noi,” ha affermato.

Veramente un avvertimento preveggente, in quanto loro, e il mondo, hanno avuto entrambi.

L’attacco del 7 ottobre è stato l’11 settembre di Israele, una prodezza terroristica assolutamente di sorpresa, tanto brillante (o quasi) nell’esecuzione quanto omicida nelle intenzioni e tanto catastrofico nelle conseguenze quanto lo fu il dirottamente da parte di Osama bin Laden degli aerei americani che si sono schiantati contro le Torri Gemelle di New York l’11 settembre 2001.

Indubbiamente la vendetta è stata un importante motivo dietro all’“azione in stile nazista” di Hamas. Ma gli attacchi hanno anche rappresentato qualcos’altro: una dimostrazione spettacolare della “resistenza” e della “lotta armata” che ritiene essere l’unica, o la principale, via per la “liberazione”, un obiettivo che, almeno ufficialmente, continua a definire come la riconquista di tutta la Palestina, compresa quella che è ora la parte israeliana di essa.

Riguardo alle “azioni in stile nazista” di Israele, anch’esse sono una vendetta, ma a un livello, con una durata e una ferocia che in confronto rende quasi patetica quella di Hamas.

Mutevoli obiettivi di Israele

Nel contempo l’obiettivo ufficiale di Israele, la distruzione di un’‘organizzazione terroristica’, si è trasformato, non ufficialmente ma concretamente, in qualcosa di ben altro, in niente di meno, nei fatti, che in un altro grande progresso nel progetto divino in corso per il suo popolo eletto, il controllo completo degli ebrei su tutta la Palestina dal fiume al mare, la cancellazione, o riduzione ai minimi termini, di ogni presenza araba al suo interno e, in definitiva, la trasformazione dell’attuale, autoproclamato “ebreo e democratico” Stato di Israele in uno “ebreo e halakhico” (teocratico), che sarà governato, se Smotrich riesce a fare a modo suo, dalle leggi dei tempi di re Davide.

Almeno è così che i sionisti religiosi percepiscono la guerra durata ormai un anno, di gran lunga la più lunga e sanguinosa di Israele dal 1948 e dalla Nakba [la pulizia etnica dei palestinesi dal 1947-49, ndt.], e loro se ne rallegrano.

Per costoro, o così i loro rabbini e altri luminari proclamano, sono tempi “magnifici”, anzi “miracolosi”, e nuovamente una prova, se ci fossero stati dubbi su questo dopo il molto contestato ritiro di Israele da Gaza nel 2005, di un dio ancora più che mai chiaramente propenso alla loro “redenzione”, e che ordina loro di ritornarvi.

E a tre mesi dall’inizio della guerra, in una cosiddetta Conferenza per la Vittoria di Israele, a quanto si dice “festosa”, loro e la schiera di ministri e membri del parlamento che vi hanno partecipato si sono impegnati, tra canti e balli, a farlo, preferibilmente insieme all’“emigrazione”, “volontaria” o forzata, di tutta la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Ma, finché ciò non succederà, anche senza.

Nel contempo soldati religiosi, percependo di avere a portata di mano “qualcosa di magnifico”, stanno già costruendo sinagoghe provvisorie in zone “liberate” della Striscia.

In Cisgiordania Smotrich sta progredendo nei suoi progetti di nuove grandi colonie in mezzo a un’ondata di mini Huwwara, cacciando altri palestinesi dalle loro terre e dai loro villaggi ancestrali.

E una guerra su vasta scala in corso contro il Libano ha provocato entusiastici discorsi su occupazione e colonizzazione del sud del Libano fino al fiume Litani, anch’esso una volta parte di Eretz Israel, il presunto “confine naturale” tra i due Paesi.

Quindi ci sono tempi gloriosi per alcuni israeliani, ovviamente soprattutto per questa estrema destra, una minoranza fanatica i cui leader, con Netanyahu nelle loro grinfie, stanno ora in buona misura guidando il Paese.

Per altri, tra la parte più razionale, secolare o moderatamente religiosa, e ora ridotta, della popolazione, questi cominciano ad essere percepiti più come tempi di follia, il compimento, come ha detto uno di loro, di quella “marcia della follia” che iniziò subito dopo la guerra del 1967. E ciò è veramente sorprendente: “sinistra” o “destra”, “religiosi” o “secolari”, “ricchi” o “poveri” sono ovunque una caratteristica tipica del discorso politico, ma nell’Israele di oggi vi si aggiungono “sano” o “folle”.

Quindi, in conclusione, questa pazzia israeliana risulterà veramente essere stata il corrispettivo di quello che fece cadere la Germania di Hitler, come suggerisce Zimmermann? Qualsiasi cosa accada dubito che gli storici futuri troveranno una causa per litigare troppo con lui a questo proposito.

Tuttavia, cosa interessante, un contemporaneo, in realtà niente meno che lo stesso Yuval Harari che è rimasto così scioccato da queste canzoni in stile nazista, indica un’altra e a mio parere insieme nel complesso più calzante analogia storica, e per di più prettamente ebraica: quella degli zeloti e degli elleni.

A metà del primo secolo d. C. gli zeloti erano, per così dire, i sionisti religiosi dell’epoca.  Fanatici di tipo veramente maniacale e omicida, erano continuamente ai ferri corti con gli elleni, quei loro concittadini che, sensibili all’etos ellenistico dominante in quell’epoca e luogo, avevano evidentemente deciso di preferire la vita alla cupa, inumanamente esigente servitù all’onnipotente.

Fu una divisione radicale della società, non diversa da quella che si sta delineando nell’Israele odierno, e un fattore determinante dell’ulteriore estrema calamità: la conquista romana, la distruzione del Tempio e la dispersione finale del popolo ebraico nel suo “esilio” per i secoli successivi.

E Harari è tutt’altro che solo in queste tristi riflessioni.

*Non posso garantire al 100% la correttezza testuale di questa citazione. Due anni fa ho scritto una nota a questo proposito, ma da allora non sono stato in grado di trovarla.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.David Hirst è stato inviato per il Medio Oriente del quotidiano The Guardian per 45 anni. È autore di vari libri, tra cui “The Gun and the Olive Branch” [ed. it. Senza pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, Nuovi Mondi, 2004] e Beware of Small States: Lebanon, the battleground of the Middle East [Attenzione ai piccoli Stati: Libano, il campo di battaglia del Medio Oriente].

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Ha lasciato Gaza, ma Gaza non ha lasciato lui”: i soldati israeliani di ritorno dalla guerra affrontano traumi e suicidi

Nadeen Ebrahim e Mike Schwartz

21 ottobre 2024 – CNN

Tel Aviv e Ma’ale Adumim, (CNN) — Quarant’anni e quattro figli, Eliran Mizrahi è stato schierato a Gaza dopo il mortale attacco sferrato da Hamas a Israele il 7 ottobre 2023.

La sua famiglia ha detto alla CNN che il riservista dell’esercito israeliano non era più lo stesso dopo essere tornato, traumatizzato da ciò cui aveva assistito nella guerra contro Hamas nella Striscia. Sei mesi dopo essere stato mandato per la prima volta in battaglia era a casa, alle prese con la sindrome da stress post-traumatico (PTSD).

“Lui ha lasciato Gaza, ma Gaza non ha lasciato lui. Ed è morto per questo, a causa del post-trauma” racconta la madre, Jenny Mizrahi.

L’esercito israeliano sostiene di fornire cure a migliaia di soldati che soffrono di PTSD o altri disturbi mentali causati da traumi riportati in guerra. Non è chiaro quanti si siano tolti la vita, perché l’esercito israeliano non fornisce una cifra ufficiale.

Dopo un anno, secondo il ministero della Striscia la guerra di Israele contro Gaza ha ucciso più di 42.000 persone, mentre le Nazioni Unite riferiscono che la maggior parte dei morti sono donne e bambini.

La guerra, avviata dopo che Hamas ha ucciso 1200 persone e preso più di 250 ostaggi, è già la più lunga mai combattuta da Israele. E, mentre essa si estende al Libano, alcuni soldati dicono di temere di essere trascinati in un ulteriore conflitto.

Molti tra noi hanno molta paura di essere nuovamente mandati al fronte in Libano”, dice alla CNN un medico dell’esercito israeliano che preferisce restare anonimo a causa della delicatezza della questione. “In questo momento molti tra noi non hanno fiducia nel governo”.

Le autorità israeliane, con rare eccezioni, hanno precluso ai giornalisti stranieri l’accesso a Gaza se non scortati dall’esercito israeliano, cosa che rende difficile cogliere pienamente la sofferenza dei palestinesi o quello che sperimentano i soldati sul campo. I soldati israeliani che hanno combattuto nell’enclave hanno riferito alla CNN di aver assistito a orrori che il mondo esterno non potrà mai capire davvero. Le loro testimonianze offrono un raro scorcio sulla brutalità di quella che i detrattori hanno chiamato la “guerra eterna” del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e sul costo incommensurabile che essa comporta per i soldati che vi prendono parte.

La guerra a Gaza è per molti soldati una lotta per la sopravvivenza di Israele e deve essere vinta con ogni mezzo. Ma la battaglia ha un prezzo anche in termini di salute mentale e, a causa dello stigma sociale, esso è per lo più tenuto nascosto. Le interviste rilasciate da soldati israeliani, da un medico e dalla famiglia di Mizrahi, il riservista che si è tolto la vita, permettono di svelare il fardello psicologico che la guerra impone alla società israeliana.

L’impatto sulla salute mentale

Mizrahi è stato schierato a Gaza l’8 di ottobre dello scorso anno e gli è stato assegnato il compito di guidare un bulldozer D-9, un veicolo corazzato di 62 tonnellate che non teme proiettili né esplosivi.

Egli è stato un civile per la maggior parte della sua vita, e ha lavorato come dirigente di un’impresa edile. Jenny ha raccontato alla CNN che dopo i massacri commessi da Hamas ha sentito il bisogno di combattere.

La famiglia riferisce che il riservista ha passato 186 giorni nell’enclave, fino a quando è stato ferito a un ginocchio e poi a febbraio ha riportato danni all’udito dopo che il suo veicolo è stato colpito da un lanciarazzi. Egli è stato quindi ritirato da Gaza per essere curato e ad aprile gli è stato diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico, per il quale riceveva ogni settimana un trattamento terapeutico.

Ma la cura non ha avuto successo.

“Non sapevano come curarli (i soldati)”, dice Jenny, che vive nella colonia israeliana di Ma’ale Adumim, nella Cisgiordania occupata. “Dicevano (i soldati) che la guerra è molto diversa. Hanno visto cose che non avevano mai visto in Israele”.

Secondo la famiglia, mentre era in congedo Mizrahi soffriva di attacchi di rabbia, ipersudorazione, insonnia e isolamento sociale. Diceva in famiglia che soltanto chi è stato a Gaza con lui poteva capire cosa stesse attraversando.

“Diceva sempre: Nessuno può capire quello che ho visto” riferisce sua sorella Shir.

Jenny si chiede se suo figlio avesse ucciso qualcuno e non potesse sopportarlo.

“Ha visto morire molte persone. Forse ne ha anche uccise alcune. (Ma) noi non insegniamo ai nostri figli a fare questo genere di cose”, afferma. “Perciò quando lo ha fatto, una cosa come questa, forse per lui è stato uno shock.”

Guy Zaken, amico di Mizrahi e co-pilota del bulldozer, ha fornito ulteriori elementi utili alla comprensione della loro esperienza a Gaza. “Abbiamo visto cose molto, molto, molto difficili”, ha detto Zaken alla CNN. “Cose che sono difficili da accettare.”

L’ex-soldato ha parlato pubblicamente del trauma psicologico subìto dalle truppe israeliane a Gaza. A giugno, in una testimonianza alla Knesset, il parlamento israeliano, Zaken afferma che in molte occasioni i soldati hanno dovuto “schiacciare passandogli sopra i terroristi, morti e vivi, a centinaia”.

“Schizza fuori tutto”, ha aggiunto.

Zaken dice di non poter più mangiare carne perché gli ricorda le scene raccapriccianti cui ha assistito dal suo bulldozer a Gaza, e di faticare a dormire la notte, quando le esplosioni gli risuonano ancora in testa.

“Quando vedi tanta carne sparsa in giro, e sangue, sia nostro che loro, poi ti fa effetto quando mangi” dice alla CNN, riferendosi ai corpi come “carne”.

Sostiene che la stragrande maggioranza di coloro in cui si è imbattuto erano “terroristi”.

“Quando vedevamo dei civili, ci fermavamo e portavamo loro acqua da bere, e davamo loro il nostro cibo”, ricorda, aggiungendo che i combattenti di Hamas facevano fuoco contro di loro anche in simili situazioni.

“Quindi non esistono civili”, afferma, facendo riferimento alla capacità di Hamas di mescolarsi tra i civili. “Questo è terrorismo”.

Secondo il medico dell’esercito israeliano che ha parlato alla CNN in anonimato, quando però i soldati effettivamente incontrano i civili, molti sono posti di fronte a un dilemma morale.

C’era tra i soldati israeliani un “atteggiamento collettivo molto forte” di sfiducia nei confronti dei palestinesi a Gaza, soprattutto all’inizio della guerra, sostiene il medico.

C’era questa idea che i gazawi, civili inclusi, “fossero cattivi, che sostenessero Hamas, che aiutassero Hamas, che nascondessero munizioni”, afferma il medico.

Dicono [i soldati] che però sul campo alcuni di questi atteggiamenti sono cambiati “quando ti vedi davvero davanti i civili gazawi”.

L’esercito israeliano sostiene di fare tutto quello che può per ridurre al minimo il numero di vittime tra i civili a Gaza, compreso il ricorso a messaggi di testo, chiamate telefoniche e al lancio di volantini di evacuazione per avvertire i civili prima degli attacchi.

Ciononostante, più volte a Gaza un gran numero di civili è stato ucciso, anche quando rifugiati in aree che l’esercito stesso aveva definito “zone sicure”.

L’impatto sulla salute mentale a Gaza è probabilmente enorme. Le Nazioni Unite e diversi gruppi di soccorso hanno ripetutamente sottolineato le catastrofiche conseguenze della guerra sulla salute mentale dei civili di Gaza, molti dei quali sono già segnati da 17 anni di blocco e diverse guerre con Israele. In un rapporto di agosto le Nazioni Unite hanno affermato che le esperienze dei gazawi sfidano le “definizioni biomediche tradizionali” di sindrome da stress post-traumatico, “dato che a Gaza non c’è alcun ‘post’”.

Dopo che Mizrahi si è tolto la vita, sono apparse sui social media video e foto che ritraggono il riservista nell’atto di demolire case e palazzi a Gaza e in posa di fronte a strutture devastate. Alcune delle immagini, che sembra fossero state pubblicate sui suoi stessi account, ora rimossi, sono apparse in un documentario realizzato dall’emittente televisiva israeliana Channel 13 per il quale egli era stato intervistato.

Sua sorella, Shir, afferma che sui social media ha visto molti commenti che accusano Mizrahi di essere “un assassino”, che inveiscono contro di lui e che rispondono con spiacevoli emoji.

“È stata dura,” sostiene, aggiungendo che ha fatto del suo meglio per ignorarli. “So che era una persona di buon cuore”.

Rimuovere persone morte insieme alle macerie

Ahron Bregman, politologo presso il King’s College di Londra che ha prestato servizio nell’esercito israeliano per sei anni, inclusa la guerra in Libano del 1982, afferma che la guerra di Gaza è diversa da ogni altra guerra combattuta da Israele.

“É molto lunga”, dice, ed è in un contesto urbano, il che significa che i soldati combattono in mezzo alla gente, “in stragrande maggioranza civili”.

I conducenti di bulldozer sono tra i più direttamente esposti alla brutalità della guerra, afferma Bregman. “Non vedono altro che morti, e li rimuovono insieme alle macerie”, dice a CNN. “Ci passano sopra”.

Il ritorno dal campo di battaglia alla vita civile può essere insostenibile per molti, soprattutto dopo una guerra urbana che comporta la morte di donne e bambini, sostiene Bregman.

“Come fai a mettere a letto i tuoi bambini quando, sai, hai visto bambini uccisi a Gaza?”

Nonostante la sindrome da stress post-traumatico di Mizrahi, la sua famiglia riferisce che aveva accettato di tornare a Gaza quando fosse stato richiamato. Si è ucciso due giorni prima di tornare al fronte.

A casa sua Jenny ha dedicato una stanza alla memoria del figlio defunto, con fotografie della sua infanzia e del suo lavoro nell’edilizia. Tra gli oggetti che sua madre ha conservato c’è il berretto che Mizrahi portava quando si è sparato alla testa, con il buco della pallottola ben visibile.

La famiglia di Mizrahi ha cominciato a parlare in pubblico della sua morte dopo che l’esercito non gli ha concesso la sepoltura militare, in quanto non “in servizio attivo come riservista”. La decisione è stata in seguito revocata.

Il quotidiano israeliano Haaretz riferisce che secondo i dati dell’esercito di cui il quotidiano è entrato in possesso, tra il 7 ottobre e l’11 di maggio 10 soldati si sono tolti la vita.

Intervistato sul numero di suicidi nell’esercito dall’inizio della guerra, Uzi Bechor, psicologo e comandante dell’Unità di Risposta al Combattimento dell’esercito israeliano, ha detto che il personale sanitario non è autorizzato a fornire una cifra e che l’esercito considera il tasso di suicidi sostanzialmente invariato.

“Il tasso di suicidi nell’esercito è più o meno stabile negli ultimi cinque o sei anni”, afferma Bechor, facendo notare che esso è di fatto in calo nell’ultimo decennio.

Anche se il numero di suicidi è più alto, il tasso per il momento “è circa lo stesso dell’anno precedente perché abbiamo più soldati”.

“Non significa che ci sia una tendenza all’aumento dei suicidi”, dice Bechor alla CNN.

Non ha fornito alla CNN né il numero dei suicidi né il loro tasso. “Ogni caso per noi è straziante”, aggiunge.

Eppure più di un terzo di coloro che sono stati ritirati dal combattimento risulta avere problemi di salute mentale. La Divisione Riabilitazione del Ministero della Difesa israeliano ha dichiarato ad agosto in un comunicato che ogni mese sono ritirati dal combattimento per essere curati più di 1.000 nuovi soldati feriti, il 35% dei quali lamenta problemi di salute mentale, mentre il 27% sviluppa “una reazione mentale o una sindrome da stress post-traumatico”.

Ha aggiunto che entro la fine dell’anno i soldati ricoverati saranno probabilmente 14.000, circa il 40% dei quali si prevede dovrà affrontare problemi di salute mentale.

Secondo il ministero della Sanità, il quale nota che “ai numeri menzionati deve essere aggiunto circa il 23% per mancate denunce, ogni anno in Israele più di 500 persone muoiono suicide”.

Sulla base di dati dell’esercito, secondo i quali nel 2021 almeno 11 soldati israeliani si sono tolti la vita, il Times of Israel riferisce che in quello stesso anno il suicidio è stato la principale causa di morte tra i soldati israeliani.

Volendo “sfatare voci di un crescente tasso di suicidi a partire dal 7 ottobre”, all’inizio di quest’anno il Ministero della Sanità ha dichiarato che i casi riportati sono “incidenti isolati enfatizzati dai media e sulle reti sociali”. Senza fornire cifre, il Ministero ha detto che c’è stato “in Israele un calo nei suicidi tra ottobre e dicembre in rapporto agli stessi mesi negli ultimi anni”.

Bregman, il veterano della guerra del Libano, afferma che, grazie ai minori pregiudizi, oggi è più facile parlare di sindrome da stress post-traumatico e altri problemi di salute mentale di quanto non lo fosse negli anni ’70 e ’80. Eppure, sostiene, i soldati che tornano da Gaza “porteranno con sé (le loro esperienze) per il resto della loro vita”.

Il medico dell’esercito israeliano che ha parlato con la CNN afferma che durante e dopo l’impiego in battaglia in ogni unità dell’esercito c’è un ufficiale incaricato della salute mentale. Ciononostante l’impatto della guerra persiste, dice il medico, e a Gaza ci sono soldati giovani, anche diciottenni, che soffrono di traumi mentali. Spesso piangono o sembrano emotivamente insensibili, aggiunge il medico.

Normalizzare l’anormale

Bechor, lo psicologo dell’esercito israeliano, sostiene che uno dei modi in cui l’esercito aiuta i soldati traumatizzati a tornare alla loro vita è quello di cercare di “trattare come normale” quello che hanno vissuto, in parte ricordando loro gli orrori commessi il 7 ottobre.

“Questa situazione non è normale per un essere umano”, afferma Bechor, e aggiunge che quando i soldati tornano dal campo di battaglia con i sintomi della sindrome da stress post-traumatico gli chiedono: Come faccio a tornare a casa dopo quello che ho visto? Come faccio ad avvicinarmi ai miei bambini dopo quello che ho visto?

“Cerchiamo di trattarla come una cosa normale e di aiutarli a ricordare i loro valori e perché ci vanno (a Gaza)”, dice alla CNN.

Per le decine di migliaia di israeliani che si sono offerti volontari o che sono stati chiamati a combattere la guerra a Gaza non è stata vista solo come un atto di autodifesa, ma come una battaglia per la sopravvivenza. Questa idea è stata promossa dai più alti livelli della dirigenza politica e militare israeliana, così come dagli alleati internazionali di Israele.

Netanyahu ha descritto Hamas come “i nuovi nazisti” e il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha detto che il 7 ottobre “l’antico odio per gli ebrei” abbracciato dai nazisti era stato “riportato in vita”.

Le minacce provenienti dall’esterno hanno unito molti israeliani, mettendo da parte il conflitto politico interno che per mesi aveva diviso la società. Nel frattempo la sofferenza dei palestinesi è stata perlopiù assente dagli schermi televisivi israeliani, che sono dominati da notizie sugli ostaggi a Gaza.

Dopo gli attacchi di Hamas i sondaggi mostravano che la maggior parte degli israeliani era favorevole alla guerra a Gaza e non voleva che il proprio governo fermasse i combattimenti nemmeno mentre erano in corso i negoziati per il rilascio degli ostaggi. Secondo un sondaggio pubblicato in occasione del primo anniversario del 7 ottobre dall’Istituto Israeliano per la Democrazia solo il 6% degli israeliani pensa che si dovrebbe mettere fine alla guerra a Gaza a causa del suo “alto costo in vite umane”.

Alcuni soldati però non hanno potuto razionalizzare gli orrori che hanno visto.

Quando è tornato da Gaza Mizrahi diceva spesso alla sua famiglia che sentiva uscire dal suo corpo “sangue invisibile”, afferma sua madre.

Shir, sua sorella, incolpa la guerra per la morte del fratello. “Per colpa dell’esercito, per colpa di questa guerra, mio fratello non è più qui”, afferma. “Forse non è stato ucciso da un proiettile (in battaglia) o da un lanciarazzi, ma è stato ucciso da un proiettile invisibile” aggiunge, riferendosi alla sofferenza psicologica.

Che cos’è la sindrome da stress post-traumatico (PTSD)? Secondo il Servizio Sanitario nazionale del Regno Unito la PTSD è un problema di salute mentale causato da eventi molto stressanti, spaventosi o angoscianti. Una persona che soffre di PTSD spesso rivive l’evento traumatico in incubi e ricordi intrusivi e può esperire sensazioni di isolamento, irritabilità e colpa. La PTSD può svilupparsi subito dopo aver vissuto un evento disturbante o manifestarsi a distanza di settimane, mesi o persino dopo anni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Ha denunciato il silenzio di una prestigiosa rivista medica sull’Olocausto. Ora indaga su come la rivista tratta le notizie su Gaza.

Jonah Valdez

17 ottobre 2024, The Intercept

Durante un simposio ad Harvard una storica che ha denunciato il silenzio del New England Journal of Medicine sulle atrocità naziste ha evidenziato il trattamento riservato dalla rivista a Gaza.

All’inizio di quest’anno due storici della medicina di Harvard hanno pubblicato un articolo su come una delle principali riviste mediche americane abbia intenzionalmente ignorato le atrocità naziste degli anni ’30 e ’40. L’articolo ha rivelato che il New England Journal of Medicine, una delle più longeve e prestigiose pubblicazioni mediche della nazione, scelse di non occuparsi delle politiche sanitarie razziste e antisemite del regime nazista, delle uccisioni di massa e della sperimentazione medica e, in un caso, elogiò il sistema sanitario nazista per il suo approccio alla salute pubblica.

Mercoledì il New England Journal of Medicine ha tenuto un convegno in cui i redattori, Joelle M. Abi-Rached e Allan M. Brandt, hanno potuto presentare le loro scoperte, e Abi-Rached ha colto l’occasione per criticare la rivista per aver reiterato oggi quegli errori.

“Il silenzio della rivista in merito alla polverizzazione del sistema sanitario a Gaza, all’attacco implacabile di Israele contro gli operatori sanitari, alla creazione di un disastro umanitario e sanitario pubblico e all’utilizzo della fame come arma è simile o diverso dal suo silenzio durante l’Olocausto?” ha affermato Abi-Rached verso la fine del suo discorso, intervenendo on-line da Parigi. “Come si spiega la rimozione della tragica situazione dei palestinesi dalle pagine della rivista? Cosa intendiamo per le caratteristiche delle politiche della salute se ignoriamo proprio la condizione, la salute e il benessere delle popolazioni emarginate e vulnerabili?”

Abi-Rached, recentemente fuggita dalla campagna di bombardamenti israeliana in Libano, dove è cresciuta e ha insegnato, ha chiesto perché la rivista non avesse ancora pubblicato alcun articolo sui palestinesi e Gaza.

Durante il suo discorso Abi-Rached ha ammonito che la distruzione a Gaza è parte di “una significativa erosione” delle leggi e del quadro umanitario internazionale nati dalla seconda guerra mondiale e dopo le atrocità dell’Olocausto. Ha poi osservato che nessuno dovrebbe sorprendersi che il suo articolo con Brandt, pubblicato durante la guerra a Gaza, abbia “suscitato reazioni così forti tra medici, esperti di sanità pubblica e altro personale sanitario, e il grande pubblico, che è rimasto giustamente sconvolto dal silenzio della rivista riguardo alla sofferenza dei palestinesi”.

Ha affermato che è compito degli storici, delle riviste mediche e delle università parlare e sollevare tali questioni per fare i conti sia con il passato che con il presente, riferendosi alla guerra di Israele a Gaza come “la crisi morale più allucinante del nostro tempo”.

“Quello che sta accadendo oggi a Gaza è senza precedenti. Supera di gran lunga le violazioni della imparzialità medica viste in El Salvador, Cile, Nicaragua, Guatemala, Siria, Sudan o Ucraina”, ha continuato Abi-Rached. “Stiamo assistendo oggi allo stesso deliberato e sistematico attacco contro il personale sanitario, non solo a Gaza, ma anche in Libano, dove il conflitto si è trasferito estendendosi”. (il termine “imparzialità medica” si riferisce al principio di salvaguardare l’accesso alle cure mediche in tempo di guerra).

Le osservazioni di Abi-Rached giungono in un momento in cui molti nella comunità medica stanno denunciando apertamente le atrocità commesse dall’esercito israeliano, in gran parte indotti dall’impegno di operatori sanitari che nel corso dell’ultimo anno si sono presi cura di pazienti all’interno degli ospedali di Gaza.

Più di recente Feroze Sidhwa, un chirurgo che ha lavorato all’ospedale europeo di Khan Younis, a Gaza, per due settimane tra marzo e aprile, ha scritto un editoriale per il New York Times basato sulle osservazioni di 65 medici, infermieri e paramedici che si sono occupati di pazienti durante la guerra. I medici hanno fornito immagini radiografiche che mostravano proiettili conficcati nei crani e nelle vertebre dei pazienti. Molti hanno riferito di aver curato molti bambini, spesso sotto i 12 anni, colpiti alla testa o al torace. Dei detrattori pro-Israele hanno respinto le prove come “modificate digitalmente o completamente falsificate” e il Times ha preso l’insolita decisione di pubblicare una nota in cui confermava [la veridicità del] l’articolo dopo aver svolto “ulteriori indagini di revisione sulle nostre precedenti risultanze”.

Durante la guerra a Gaza, l’esercito israeliano ha preso di mira gli ospedali con ripetuti attacchi aerei e operazioni di terra. All’inizio di questa settimana, lo studente palestinese diciannovenne Shaban al-Dalou è stato visto bruciare vivo mentre era collegato a una flebo dopo che un attacco aereo israeliano contro l’ospedale di Al-Aqsa ha incendiato le tende di centinaia di sfollati che vi si erano rifugiati.

Negli ultimi 12 mesi più di 800 operatori sanitari sono stati uccisi a Gaza e la maggior parte dei suoi ospedali sono stati distrutti dagli attacchi israeliani o fanno fatica a funzionare per la mancanza di risorse dovuta al blocco in corso delle forniture mediche.

In Libano, dove Israele ha recentemente intensificato i suoi attacchi con intensi bombardamenti e attacchi aerei su vasta scala, nelle ultime settimane circa metà dei suoi centri medici e cliniche sono stati chiusi a causa di danni strutturali o della loro vicinanza ai bombardamenti.

L’articolo di Abi-Rached E Brandt, “Nazism and the Journal”, ha ricevuto ampia attenzione dopo la sua pubblicazione a marzo, inclusa una copertura da parte del New York Times. Anche all’epoca l’assenza [sul New England Journal of Medicine] di un articolo sulla guerra di Israele a Gaza e la sua incapacità di tracciare linee di connessione tra l’Olocausto e quello che esperti hanno definito un genocidio in corso dei palestinesi hanno generato una protesta da parte di altri professionisti nel campo medico.

Mercoledì, dopo il discorso di Abi-Rached, nella sala conferenze della Countway Library della scuola sono scoppiati applausi tra la folla da parte di diverse decine di persone.

Eric Rubin, caporedattore del New England Journal of Medicine, ha risposto alle osservazioni di Abi-Rached riconoscendo che la rivista non ha ancora pubblicato alcun lavoro su Gaza. “Non significa che non pubblicheremo su Gaza”, ha detto, aggiungendo di essere aperto all’idea. Tuttavia, ha detto che è stato difficile trovare una voce unica sull’argomento.

“Secondo me, non basta dire ‘Gli attacchi agli ospedali sono malvagi’. È stato detto ovunque, non siamo gli unici a dirlo. Non basta dire che la imparzialità medica è un valore importante”, ha detto Rubin. “Quindi cosa possiamo dire che possa cambiare il modo di pensare delle persone?”

“E non sono sicuro di quale possa essere, ma ci piacerebbe essere in grado di creare una prospettiva unica”, ha aggiunto. “Non credo che l’abbiamo ancora trovata e penso che sia quello che stiamo cercando”.

Ha anche riconosciuto la portata del dissenso. Dopo la pubblicazione del numero sulle ingiustizie storiche, che includeva l’articolo di Abi-Rached e Brandt, un certo numero di lettori ha annullato i propri abbonamenti per protesta, ha detto Rubin. Gaza è ancora più spinosa, ha detto.

“Abbiamo sentito che nella sala esistono fondate controversie che non sono così nette“, ha detto Rubin, riferendosi a una domanda precedente di un partecipante.

Prima che Rubin prendesse la parola un partecipante, che ha detto che la sua famiglia vive in Israele dalla sua creazione nel 1948 e la cui figlia ha perso un’amica durante gli attacchi del 7 ottobre, ha sostenuto che l’imparzialità medica è stata “distrutta da entrambe le parti” e ha sottolineato il rifiuto di Hamas verso servizi medici forniti dalla Croce Rossa, come richiesto dal diritto internazionale. Ha anche menzionato l’accusa secondo cui Hamas usa gli ospedali “come copertura per attività militari”. Funzionari israeliani e statunitensi spesso affermano che Hamas usa gli ospedali e altre infrastrutture civili come scudo, ma le affermazioni si sono dimostrate esagerate o infondate.

Il partecipante si è identificato come co-presidente del Jewish Employee Resource Group [Organizzazione di sostegno ai dipendenti ebrei, ndt.] presso il Mass General Brigham [sistema sanitario integrato senza scopo di lucro impegnato nella ricerca medica, insegnamento e cura dei pazienti negli USA, ndt.] e ha aggiunto che un sondaggio condotto tra il personale ebreo dell’ospedale ha mostrato che un quarto di loro ha paura di lavorare in ospedale e più di due terzi “si sentono incapaci di dichiarare completamente la propria identità nel contesto lavorativo“.

“In entrambi i contesti vorremmo che ci fosse imparzialità in merito, in modo che il personale ebraico non provasse tali sentimenti, e allo stesso modo, nel contesto del conflitto bellico, le strutture sanitarie e l’assistenza sanitaria fossero considerate uno spazio neutrale da tutte le parti”, ha affermato.

Brandt, coautore insieme a Abi-Rached, ha risposto deplorando quella che considera l’erosione delle Convenzioni di Ginevra attraverso i vari conflitti in tutto il mondo e ha parlato della necessità di ripristinare la fiducia in tali norme istituzionali.

Abi-Rached ha poi respinto l’argomento “entrambe le parti” del partecipante, sostenendo che la sua logica è “un po’ pericolosa”.

“Si dovrebbe ricordare” che l’idea che “il solo fatto che combattenti o militanti vengano curati in ospedale sia una giustificazione o un pretesto sufficiente per bombardarlo, e così facendo causare ancora più danni, è esattamente ciò che i fascisti hanno storicamente usato come scusa“, ha detto, facendo riferimento a una citazione del dittatore italiano Benito Mussolini che giustificava la sua campagna di bombardamenti sugli ospedali etiopi negli anni ’30.

Abi-Rached aveva già fatto riferimento agli effetti delle guerre di Israele sul sistema sanitario in Libano in un articolo del Boston Review pubblicato all’inizio di questo mese. Nell’articolo ha descritto i momenti in cui decine di pazienti si sono riversati nell’ospedale di Beirut in cui lavorava in seguito agli attentati israeliani attraverso le esplosioni dei cercapersone.

“Siamo diventati oggetto di una macabra sperimentazione”, ha scritto. “Nuove armi vengono testate, studiate e perfezionate su vite considerate sacrificabili, con l’approvazione delle più potenti democrazie occidentali”.

“La guerra in corso fa parte dell’espansione di Eretz Israel [Grande Israele, la biblica “terra promessa”, ndt.], con sempre più colonie illegali, guidata dal messianismo del governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu?” ha continuato Abi-Rached. “Potrebbe essere spiegato dal trauma duraturo dell’Olocausto che persiste ancora generazioni dopo, con un inquietante trasferimento dell’odio per i nazisti sugli “arabi” che in primo luogo non hanno avuto nulla a che fare con l’Olocausto?”

Jonah Valdez

Jonah Valdez è un reporter di The Intercept che si occupa di politica, politica estera degli Stati Uniti, Israele e Palestina, questioni relative ai diritti umani e ai movimenti di protesta per la giustizia sociale.

In precedenza è stato redattore del Los Angeles Times, dove è entrato a far parte del giornale come membro inaugurale della L.A. Times Fellowship. Per il Times, Valdez ha scritto articoli su giustizia ambientale, gentrificazione, trasporti, lavoro, cultura pop e l’industria di Hollywood. Valdez ha iniziato a occuparsi di notizie locali per il Southern California News Group. I suoi lavori si possono trovare anche su The Guardian, Voice of San Diego e San Diego-Union Tribune. È cresciuto a San Diego e ora risiede a Los Angeles, dove scrive anche poesie e sta lavorando alla sua prima raccolta.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Questa è la prima guerra dell’apartheid di Israele?

Oren Yiftachel 

15 ottobre 2024 – +972 magazine

Tutt’altro che privo di una strategia politica, Israele sta combattendo per rafforzare il progetto suprematista che ha costruito per decenni tra il fiume e il mare.

Durante lo scorso anno molti hanno sostenuto che il disastro del 7 ottobre – il più grande massacro di civili israeliani nella storia del Paese – è stato un segnale del fatto che lo status quo di occupazione permanente è crollato. Sotto il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu Israele ha portato avanti una politica di “gestione del conflitto” a lungo termine per rafforzare l’occupazione e la colonizzazione delle terre palestinesi mentre conteneva la frammentata resistenza palestinese. Ciò implicava finanziare un Hamas “dissuaso”, che vari leader israeliani consideravano come “una risorsa”.

È vero che in seguito al 7 ottobre alcuni aspetti di questa strategia sono falliti, soprattutto l’illusione che il progetto nazionale palestinese potesse essere schiacciato, o che Hamas ed Hezbollah potessero essere tenuti a bada in assenza di un qualunque accordo politico. Anche il concetto secondo cui la colonizzazione ebraica potesse garantire la sicurezza lungo i confini e le frontiere di Israele, un mito sionista di lunga data, è stato distrutto: oltre al profondo trauma e al dolore sofferti da decine di comunità frontaliere ebraiche, circa 130.000 israeliani provenienti da più di 60 luoghi all’interno della Linea Verde [cioè in Israele, ndt.] sono sfollati, e molti di loro lo sono tuttora.

Altri esperti hanno sostenuto che la guerra israeliana a Gaza, e ora in Libano, è priva di una strategia politica “per il giorno dopo”, ed è combattuta solo a favore della sopravvivenza politica di Netanyahu. Ma, diversamente dall’opinione popolare, un’analisi realistica dell’anno trascorso mostra che in questa guerra Israele continua a promuovere un obiettivo strategico inequivocabile: conservare e rafforzare il regime di supremazia ebraica sui palestinesi dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. In questo senso gli ultimi 12 mesi possono essere meglio compresi come la “prima guerra dell’apartheid” di Israele.

Mentre le precedenti otto guerre hanno tentato di creare un nuovo ordine geopolitico o sono state limitate a zone specifiche, l’attuale intende rafforzare il progetto politico suprematista che Israele ha costruito su tutto il territorio e che l’attacco del 7 ottobre ha sostanzialmente sfidato. Di conseguenza c’è anche un netto rifiuto di esplorare ogni via di riconciliazione o persino un cessate il fuoco con i palestinesi.

L’ordine suprematista di Israele, che una volta era definito “strisciante” e più di recente “apartheid profondo”, è storicamente ben radicato. È stato mascherato negli ultimi decenni dal cosiddetto processo di pace, promesse di una “occupazione temporanea” e affermazioni secondo cui Israele non aveva “partner” con cui negoziare. Ma negli ultimi anni la realtà del progetto di apartheid è diventata sempre più evidente, soprattutto sotto il governo di Netanyahu.

Oggi Israele non fa alcun tentativo di nascondere le sue intenzioni suprematiste. La legge dello Stato-Nazione del 2018 ha dichiarato che “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unicamente del popolo ebraico” e che “lo Stato vede lo sviluppo della colonizzazione ebraica come un valore nazionale.” Facendo un passo ulteriore, il manifesto dell’attuale governo israeliano (noto come i suoi “principi guida) nel 2022 ha affermato con orgoglio che “il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile a ogni area della Terra di Israele”, che, nel lessico ebraico, include Gaza e la Cisgiordania, e si impegna a “promuovere e sviluppare colonie in ogni parte della Terra di Israele”.

Lo scorso luglio la Knesseth ha votato con una maggioranza schiacciante il rifiuto della creazione di uno Stato palestinese. E quando Netanyahu parla all’ONU, come ha fatto due settimane fa, le cartine che mostra descrivono chiaramente questo progetto: uno Stato ebraico tra il fiume e il mare, con i palestinesi destinati ad esistere ai margini invisibili della sovranità ebraica come abitanti di seconda o terza classe.

Ironicamente e tragicamente gli attacchi terroristici di Hamas e dei suoi alleati negli ultimi tre decenni, così come la loro retorica di negazione dell’esistenza di Israele e che propugna un futuro Stato islamico dal fiume al mare, sono stati invocati come pretesto per l’occupazione e l’oppressione dei palestinesi da parte di Israele. I massacri del 7 ottobre possono quindi essere criticati non solo come criminali e profondamente immorali, ma anche come una “ribellione boomerang”, che torna indietro per consentire una violenza brutale contro il popolo palestinese e danneggia gravemente la loro giusta lotta per la decolonizzazione e l’autodeterminazione. L’offensiva di Hezbollah nel nord ha aggiunto altra benzina al fuoco della ribellione boomerang, che a sua volta brucia chi l’ha perpetrata.

Reprimere i palestinesi, cementare la supremazia ebraica

Per oltre 75 anni Israele ha violentemente dominato, espulso ed occupato i palestinesi. Ma questa storia di oppressione impallidisce in confronto con le distruzioni operate contro i gazawi nell’ultimo anno, quello che molti esperti hanno definito un genocidio.

In seguito al “disimpegno” israeliano e a 17 anni di assedio soffocante contro l’enclave controllata da Hamas, agli occhi degli israeliani Gaza è diventata simbolo di una visione distorta della sovranità palestinese. Pertanto, molto più che combattere miliziani o cercare vendetta per il 7 ottobre, i massicci bombardamenti, la pulizia etnica e l’eliminazione della grande maggioranza delle infrastrutture civili della Striscia, compresi ospedali, moschee, industrie, scuole e università, da parte di Israele sono un attacco diretto alla possibilità della decolonizzazione e autodeterminazione dei palestinesi.

Nell’anno trascorso, immersi nella nebbia di questo massacro contro Gaza, anche l’occupazione coloniale della Cisgiordania ha accelerato. Israele ha introdotto nuove misure di annessione amministrativa; la violenza dei coloni si è ulteriormente intensificata con l’appoggio dell’esercito; sono stati fondati decine di nuovi avamposti, contribuendo all’espulsione delle comunità palestinesi; città palestinesi sono state sottoposte a chiusure che ne hanno soffocato l’economia; la repressione violenta della resistenza armata da parte dell’esercito israeliano ha raggiunto livelli che non si vedevano dalla Seconda Intifada, soprattutto nei campi profughi di Jenin, Nablus e Tulkarem. La già tenue distinzione tra aree A, B e C è stata completamente cancellata: l’esercito israeliano agisce liberamente in tutto il territorio.

Nel contempo Israele ha accentuato l’oppressione dei palestinesi all’interno della Linea Verde e la loro condizione di cittadini di seconda classe. Ha intensificato le pesanti restrizioni sulla loro attività politica attraverso maggiori controlli, arresti, licenziamenti, sospensioni e vessazioni. I dirigenti arabi sono etichettati come “sostenitori del terrorismo” e le autorità stanno attuando un’ondata senza precedenti di demolizioni di case, soprattutto nel Negev/Naqab, dove nel 2023 il numero di demolizioni (che hanno raggiunto la cifra record di 3.283) è stata superiore al numero totale per gli ebrei in tutto lo Stato. Allo stesso tempo la polizia ha rinunciato del tutto ad affrontare il grave problema del crimine organizzato nelle comunità arabe. Quindi possiamo notare una strategia comune in tutti i territori controllati da Israele per reprimere i palestinesi e cementare la supremazia ebraica.

La crescente offensiva in Libano — che è stata lanciata per respingere i dodici mesi di aggressioni di Hezbollah contro il nord di Israele, ma ora sta diventando un attacco massiccio contro tutto il Libano — e lo scambio di colpi con l’Iran sembrano annunciare una fase nuova e a livello regionale della guerra. Ciò è chiaramente legato all’agenda geopolitica dell’impero americano, ma serve anche a distrarre l’attenzione dalla crescente oppressione dei palestinesi.

Un altro fronte della guerra dell’apartheid viene condotto contro gli ebrei israeliani che lottano per la pace e la democrazia. I continui tentativi del governo Netanyahu di indebolire la (già ridotta) indipendenza del potere giudiziario consentirà ulteriori violazioni dei diritti umani aumentando il potere dell’esecutivo, attualmente composto dalla coalizione più a destra che Israele abbia mai conosciuto. Stiamo già vedendo gli effetti della caduta di Israele in un governo autoritario. il Paese è invaso dalle armi grazie alla decisione del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di distribuire decine di migliaia di fucili, soprattutto a sostenitori del suprematismo ebraico che vivono nelle colonie della Cisgiordania o nelle aree di confine. Il ministro delle Finanze e governatore di fatto della Cisgiordania Bezalel Smotrich, lui stesso un colono irriducibile, ha destinato grandi somme di fondi pubblici per progetti di colonizzazione. E il governo ha di fatto messo a tacere ogni critica contro la guerra criminale di Israele scatenando gravi violenze poliziesche contro manifestanti antigovernativi e contro la guerra, incitando contro istituzioni accademiche, intellettuali e artisti e diffondendo discorsi tossici e accusatori contro i “traditori” di sinistra.

Una dimensione particolarmente rivoltante della guerra dell’apartheid è l’abbandono da parte del governo degli ostaggi rapiti da Hamas, il cui potenziale ritorno minaccia il governo mettendo in evidenza il fiasco del 7 ottobre. Nel contempo la loro presenza nei tunnel di Hamas impedisce al governo di continuare la sua criminale, e largamente inefficace, “pressione militare” a Gaza, che minaccia ogni possibilità che gli ostaggi ritornino vivi. Quindi, sfruttando la sofferenza e lo shock delle famiglie degli ostaggi, il governo consente che noi ci troviamo di fronte a un continuo stato di emergenza che preclude l’apertura di un’inchiesta ufficiale sulle negligenze che hanno portato ai massacri del 7 ottobre.

Un nuovo orizzonte politico

Guardando al futuro vale la pena di ricordare che l’apartheid non è solo un abisso morale e un crimine contro l’umanità, è anche un regime instabile, caratterizzato da continue violenze che non risparmiano nessuno e danni estesi per l’economia e l’ambiente.

Nonostante il considerevole appoggio che riceve tra gli ebrei in Israele e all’estero, e dai governi occidentali che scandalosamente ne garantiscono l’impunità, il regime israeliano è lungi dall’essere vittorioso nella sua prima guerra dell’apartheid. Le forze che gli si oppongono stanno crescendo non solo tra i palestinesi e nei Paesi arabi vicini, ma anche tra gli ebrei della diaspora e la più vasta opinione pubblica sia nel Nord che nel Sud globali. L’Israele dell’apartheid ha già perso la battaglia etica, ma perdere le alleanze internazionali, i rapporti commerciali, le prospettive economiche e i legami culturali e accademici potrebbe obbligare il governo a porre fine alla guerra per la supremazia ebraica.

Eppure questo non è un risultato inevitabile. Richiede una significativa mobilitazione globale per imporre le leggi internazionali, così come un’alleanza tra ebrei e palestinesi che sfidi e rompa l’ordine dell’apartheid di separazione, segregazione e discriminazione legalizzate. La lotta necessaria è civile e non violenta: lotte simili contro i regimi di apartheid in tutto il mondo come in Irlanda del Nord, nel Sud degli Stati Uniti, in Kosovo o in Sudafrica hanno avuto successo quando hanno abbandonato la violenza che prendeva di mira i civili e si sono concentrate su campagne civiche, politiche, legali ed etiche.

La lotta richiede anche un orizzonte politico che risponda ai continui fallimenti della divisione della terra tra il fiume e il mare. Il movimento per la pace “Una Terra per Tutti: due Stati una Patria”, un’iniziativa unitaria tra israeliani e palestinesi, ha articolato tale visione basata sull’uguaglianza individuale e collettiva. Questo modello confederale di due Stati, con libertà di movimento, istituzioni comuni e una capitale condivisa, può offrire un’uscita dal crescente apartheid e contribuire a disegnare un orizzonte verso un futuro di riconciliazione e pace. Solo l’adozione di tali prospettive può garantire che la prima guerra dell’apartheid sia anche l’ultima.

Il professor Oren Yiftachel è un ricercatore di geografia politica e giuridica e attivista per i diritti umani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)