La Commissione dell’ONU rileva crimini di guerra e crimini contro l’umanità negli attacchi israeliani alle strutture sanitarie di Gaza e nel trattamento di detenuti e ostaggi

OHCHR

10 Ottobre 2024- OHCHR, Ufficio dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani

GINEVRA (10 ottobre 2024) – La Commissione Internazionale Indipendente di Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati dell’ONU, compresa Gerusalemme est, e Israele, afferma oggi in un nuovo rapporto che Israele ha condotto una concertata politica di distruzione del sistema sanitario di Gaza come parte di una più vasta aggressione a Gaza, commettendo crimini di guerra e il crimine contro l’umanità di sterminio, con continui e deliberati attacchi a personale sanitario e strutture mediche.

La Commissione ha anche indagato sul trattamento dei detenuti palestinesi in Israele e degli ostaggi israeliani e stranieri a Gaza a partire dal 7 ottobre 2023 ed ha concluso che Israele e i gruppi armati palestinesi sono responsabili di tortura e violenza sessuale e di genere.

Israele deve immediatamente porre fine alla distruzione sfrenata e senza precedenti di strutture sanitarie a Gaza”, ha detto Navi Pillay, a capo della Commissione. “Prendendo di mira le strutture sanitarie Israele sta prendendo di mira il diritto alla salute stesso, con gravi effetti dannosi a lungo termine sulla popolazione civile. I bambini in particolare hanno subito il peso di questi attacchi, subendo direttamente e indirettamente le conseguenze del collasso del sistema sanitario.

Il rapporto ha riscontrato che le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente ucciso, incarcerato e torturato personale medico e preso di mira veicoli medici, contemporaneamente rafforzando l’assedio su Gaza e restringendo i permessi di lasciare il territorio per cure mediche. Queste azioni costituiscono i crimini di guerra di uccisioni e maltrattamenti deliberati e di distruzione di proprietà civile protetta ed il crimine contro l’umanità di sterminio.

Il rapporto afferma che gli attacchi a strutture mediche a Gaza, in particolare a quelle adibite alle cure pediatriche e neonatali, hanno comportato incalcolabili sofferenze per pazienti bambini, inclusi i neonati. Perseverando in questi attacchi Israele ha violato il diritto alla vita dei bambini, ha negato loro l’accesso alle cure di base ed ha deliberatamente inflitto condizioni di vita che portano alla distruzione di generazioni di bambini palestinesi e potenzialmente del popolo palestinese nel suo complesso.

In uno dei casi più eclatanti, la Commissione ha indagato sull’uccisione della bambina di cinque anni Hind Rajab insieme alla sua famiglia allargata, e sul bombardamento di un’ambulanza della Mezzaluna Rossa palestinese e l’uccisione di due paramedici inviati a soccorrerla. La Commissione ha stabilito su ragionevoli basi che la 162esima divisione dell’esercito israeliano era operativa nella zona ed è responsabile dell’uccisione della famiglia di sette persone, del bombardamento dell’ambulanza e dell’uccisione dei due paramedici al suo interno. Ciò costituisce i crimini di guerra di omicidio volontario e attacco contro obbiettivi civili.

La deliberata distruzione di infrastrutture sanitarie che forniscono cure sessuali e riproduttive, unitamente alla mancanza di accesso e disponibilità dell’assistenza sanitaria, è anche una violazione dei diritti riproduttivi di donne e ragazze e del loro diritto alla vita, alla dignità umana e alla non discriminazione, come il crimine contro l’umanità di altre azioni disumane.

Riguardo alla detenzione dei palestinesi nei campi militari e nelle strutture detentive israeliane, il rapporto ha scoperto che migliaia di bambini e adulti detenuti, molti dei quali in modo arbitrario, hanno subito diffusi e sistematici abusi, violenze fisiche e psicologiche e violenza sessuale e di genere, che configurano il crimine di guerra e il crimine contro l’umanità di tortura e il crimine di guerra di stupro e altre forme di violenza sessuale. Detenuti maschi hanno subito stupri e aggressioni ai propri organi sessuali e riproduttivi e sono stati costretti a compiere atti umilianti e scabrosi mentre erano denudati o spogliati, come forma di punizione o intimidazione per ottenere informazioni. Le morti di detenuti come conseguenza di violenza o negligenza configurano i crimini di guerra di omicidio volontario o assassinio e violazione del diritto alla vita.

I bambini detenuti dalle autorità israeliane sono ritornati a Gaza gravemente traumatizzati, non accompagnati, con scarsa possibilità di rintracciare o comunicare con le loro famiglie.

Il rapporto ha riscontrato che i maltrattamenti istituzionalizzati dei detenuti palestinesi, una consolidata caratteristica dell’occupazione, sono avvenuti agli ordini diretti del ministro israeliano responsabile del sistema carcerario, Itamar Ben Gvir, e sono stati incoraggiati dalle dichiarazioni del governo israeliano che incitano alla violenza e alla vendetta.

I terribili atti di violenza commessi contro i detenuti palestinesi richiedono assunzione di responsabilità e risarcimenti per le vittime”, ha detto Pillay. “La mancata attribuzione di responsabilità per le azioni ordinate da alte autorità israeliane e attuate da singoli membri delle forze di sicurezza israeliane e la crescente accettazione della violenza contro i palestinesi hanno permesso che questi comportamenti continuassero indisturbati divenendo sistematici ed istituzionalizzati.”

Quanto agli ostaggi israeliani e stranieri trattenuti a Gaza da gruppi armati palestinesi, il rapporto svela che molti sono stati maltrattati per infliggere loro dolore fisico e grave sofferenza mentale, compresi la violenza fisica, l’abuso, la violenza sessuale, l’isolamento forzato, il limitato accesso alle strutture igieniche, all’acqua e al cibo, le minacce e le umiliazioni. Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno costretto gli ostaggi a comparire in video con l’intento di infliggere tortura psicologica alle loro famiglie per raggiungere obbiettivi politici. Parecchi ostaggi sono stati uccisi in prigionia. Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno commesso i crimini di guerra di tortura, trattamento crudele e disumano e i crimini contro l’umanità di sparizione forzata ed altri atti inumani che hanno provocato grandi sofferenze o gravi ferite.

I gruppi armati palestinesi devono rilasciare immediatamente e senza condizioni tutti gli ostaggi israeliani e stranieri trattenuti a Gaza. Gli ostaggi devono essere trattati secondo i requisiti del diritto umanitario internazionale e del diritto internazionale sui diritti umani fino a che non vengano rilasciati”, ha detto Pillay.

La Commissione esorta il governo di Israele a smettere immediatamente di prendere di mira le strutture, il personale e i veicoli sanitari, a porre fine alla illegale e arbitraria detenzione di palestinesi, inclusi bambini, e alla tortura e altri maltrattamenti di tutti coloro che sono stati arrestati o detenuti.

La Commissione chiede al governo dello Stato di Palestina e alle autorità de-facto a Gaza di garantire la protezione e il sicuro rilascio di tutti gli ostaggi immediatamente e senza condizioni e di indagare scrupolosamente e in modo imparziale e perseguire le violazioni del diritto internazionale, compreso il prendere di mira strutture mediche in Israele.

Nel considerare le cause alla radice del conflitto, la Commissione esorta il governo di Israele a rispettare le direttive del parere consultivo di luglio 2024 della Corte Internazionale di Giustizia, di porre fine all’ occupazione illegale dei territori palestinesi, interrompere nuovi programmi e attività di insediamento, evacuare tutti i coloni e risarcire le vittime. Chiede inoltre ad Israele di rispettare le misure transitorie ordinate dalla Corte Internazionale di Giustizia per impedire la commissione di tutti gli atti previsti nell’ambito di applicazione dell’articolo II(a)-(d) della Convenzione sul Genocidio.

Il rapporto della Commissione verrà presentato alla 79esima sessione dell’Assemblea Generale il 30 ottobre 2024 a New York.

Contesto: Il 27 maggio 2021 il Consiglio ONU per i Diritti Umani ha incaricato la Commissione di “indagare, nei Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme est, e in Israele, tutte le presunte violazioni del diritto umanitario internazionale e tutte le presunte violazioni ed abusi del diritto internazionale sui diritti umani che hanno preceduto e che hanno seguito il 13 aprile 2021”. La Risoluzione A/HRC/RES/S-30/1 richiedeva inoltre alla Commissione di “indagare tutte le cause che stanno alla base delle ricorrenti tensioni, instabilità e proseguimento del conflitto, inclusa la sistematica discriminazione e repressione sulla base di identità nazionale, etnica, razziale o religiosa.” La Commissione di inchiesta è stata incaricata di riferire annualmente al Consiglio sui Diritti Umani e all’Assemblea Generale, a cominciare rispettivamente da giugno 2022 e settembre 2022.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




‘Il senso di colpa del sopravvissuto è straziante’: il dolore di aver perso 21 familiari in un attacco aereo a Gaza

Kaamil Ahmed

9 ottobre 2024 – The Guardian

Il giornalista Ahmed Alnaouq, che vive a Londra, incanala il dolore dando voce a giovani scrittori palestinesi attraverso la sua piattaforma

Una raffica di messaggi in piena notte ha rivelato ad Ahmed Alnaouq che la casa della sua famiglia a Deir al-Balah non era il posto più sicuro a Gaza – come lui aveva creduto. E’ stato in quella notte di autunno circa un anno fa che ha saputo che quasi tutta la sua famiglia era stata sterminata in un attacco aereo israeliano.

A migliaia di chilometri di distanza, a Londra, si era svegliato improvvisamente provando una profonda inquietudine, dice. Pochi minuti prima suo padre, i suoi fratelli, i suoi figli ed un cugino erano stati uccisi – 21 familiari tutti insieme.

Quella bomba quel giorno ha cambiato la mia vita per sempre. Vivo qui (a Londra), ma loro sono tutto ciò a cui tengo”, dice Alnaouq.

Solo un cugino e suo figlio sono sopravvissuti all’attacco, che sarebbe stato ancora peggiore se fosse avvenuto pochi giorni prima. Più di 50 parenti erano ammassati nella casa a causa della sua presunta sicurezza, proprio nel centro di Deir al-Balah nella parte centrale della Striscia di Gaza – molto lontano da Gaza City, che fino allora era stata l’epicentro delle operazioni israeliane. Ma molti di quei parenti sono andati via appena prima dell’attacco del 22 ottobre.

Alnaouq aveva sperimentato la perdita di familiari uccisi in guerra già prima del conflitto dell’anno scorso. Nella guerra a Gaza del 2014 suo fratello fu ucciso in un altro attacco aereo israeliano. Il dolore che ha provato allora, dice, era diverso. Quella volta dovette piangere solo un fratello, ma questa volta ha perso la sua intera famiglia. Quando pensava ad una persona, sentiva che i suoi pensieri scivolavano verso un’altra.

Inoltre quando suo fratello venne ucciso lui viveva a Gaza sotto l’assedio imposto da Israele, che lo costrinse ad occuparsi della propria sopravvivenza anche durante il lutto. Questa volta, lontano da Gaza, ha provato un senso di colpa nuovo per lui.

Ha incanalato quel senso di colpa parlando senza sosta a favore dei palestinesi – soprattutto quelli di Gaza – anzitutto attraverso la sua piattaforma per giovani scrittori palestinesi, ‘Non siamo numeri’.

Sono più determinato. La motivazione è cento volte più forte di quanto sia mai stata. Non si tratta solo della mia famiglia, ma anche di tutto ciò che sta avvenendo in Palestina, perché adesso tutto è ingigantito”, dice. “Ora vedo la gente con cui vivevo, la mia famiglia, che viene bombardata e io sono qui a Londra, nel Regno Unito, in un Paese che è complice in un modo o nell’altro.”

Era scettico sullo scrivere per un pubblico internazionale, che secondo lui non capiva i palestinesi e li vedeva unicamente attraverso la lente della violenza, ma la piattaforma è decollata.

E’ stata utile per far crescere scrittori in lingua inglese fornendo sessioni di formazione e mettendoli in relazione con tutor all’estero. Molti di quegli scrittori adesso lavorano nel giornalismo, fonti cruciali per riferire dall’interno di Gaza, soprattutto dal momento che Israele non autorizza i giornalisti stranieri a entrare. Altri gestiscono blog o scrivono poesie che consentono una visione alternativa della vita quotidiana nella Striscia.

L’organizzazione ha subito delle perdite – l’ufficio che veniva usato dagli scrittori per riunirsi e fare formazione è stato bombardato e l’anno scorso quattro membri e il co-fondatore sono stati uccisi.

Ma il gruppo produce più contenuti che mai, pubblicando ogni giorno e cercando di pagare gli scrittori con l’aiuto di donazioni – cosa che prima non faceva, ma che è più propenso a fare ora che così tanti si trovano in gravi necessità.

Alnaouq dice che il gruppo ad un certo punto dovrà ripensare a come supportare i tanti scrittori che sono adesso dispersi in tutta Gaza, in Egitto o ancora più lontano. Al tempo stesso si stanno preparando a pubblicare due antologie del lavoro dell’organizzazione che usciranno il prossimo anno, che lui spera forniranno uno sguardo su ciò che è la vita a Gaza, soprattutto prima della guerra.

La gente in occidente pensa che tutti i nostri problemi siano iniziati il 7 ottobre, ma per capire Gaza non consideratela a partire dal 7 ottobre, leggete le nostre storie”, dice Alnaouq.

Crede che possano gettare un po’ di luce sul sentimento di disperazione che ha invaso il territorio palestinese.

Arrivano ancora ad Alnaouq notizie di morte da Gaza. A settembre gli hanno detto che una cugina e i suoi tre figli sono stati uccisi. Si chiede che cosa sia accaduto a molti altri con cui ha perso i contatti.

Alnaouq definisce Gaza una “cartina di tornasole” per la moralità del mondo, per vedere se si alzerà in piedi e porrà fine alla violenza.

L’eliminazione di Hamas non giustifica l’uccisione dell’intera popolazione di Gaza”, dice. “Ogni singolo giorno, per un anno, abbiamo visto cose che non si potranno mai cancellare. Abbiamo assistito a cose che non potremo mai dimenticare, sentito storie che non possiamo ignorare”, dice.

Da allora sono stato molto, molto impegnato a parlare della Palestina e della mia famiglia. Le persone dall’esterno potrebbero pensare che io sono più privilegiato degli altri palestinesi e forse lo sono, perché ho il mio lavoro qui, vivo bene”, dice.

Ma la vita non ha alcun significato – il senso di colpa del sopravvissuto è straziante. Anche quando faccio qualcosa di buono, vinco un premio, nulla ha significato, la vita non ha nessun significato.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Mustafa Barghouti riflette sul futuro della lotta palestinese in un periodo di genocidio e pulizia etnica

Redazione

7 ottobre 2024 – Mondoweiss

In un’intervista con Mondoweiss, il Segretario generale del Palestinian National Initiative, il dott. Mustafa Barghouti riflette sull’importanza dell’unità nazionale palestinese, sulle sfide che la lotta palestinese deve affrontare e sul diritto di resistere.

Il dott. Mustafa Barghouti è un medico e politico palestinese, segretario generale del Palestinian National Initiative [partito politico socialdemocratico, ndt.], da lui fondato nel 2002. Barghouti è anche noto per aver fondato nel 1979 la Palestinian Medical Relief Society, che fornisce servizi medici ai palestinesi in Cisgiordania e a Gaza. Nell’anno trascorso dopo il 7 ottobre 2023 ha avuto uno spazio rilevante sia nei media in lingua inglese che in quelli in lingua araba come importante sostenitore dell’unità nazionale palestinese e dell’organizzazione di immediate elezioni democratiche come requisito urgente per affrontare la minaccia di genocidio e pulizia etnica a cui sono sottoposti i palestinesi. Nel corso dell’anno trascorso ha sostenuto con forza i diritti dei palestinesi a resistere all’occupazione e all’apartheid, a Gaza e ovunque. Mondoweiss ha discusso con il dott. Barghouti il ​​2 ottobre 2024, per riflettere sul genocidio in corso iniziato un anno fa e su cosa ha significato per la lotta palestinese.

Mondoweiss: È passato un anno intero da quando è iniziato il genocidio israeliano a Gaza e ora si è esteso a una guerra regionale che coinvolge Hezbollah e, ​​potenzialmente, l’Iran. Cosa ha pensato quando un anno fa Hamas ha lanciato il suo attacco a sorpresa? Si aspettava che la risposta israeliana sarebbe stata un genocidio come quello di cui è stato testimone?

Mustafa Barghouti: Nessuno si aspettava che il comando della seconda brigata israeliana per forza e dimensioni, [la Brigata di Gaza dell’esercito israeliano] avrebbe ceduto in quel modo. Ciò ha portato a molti fatti che, secondo me, non erano mai stati pianificati, come la cattura di civili. C’è stato un certo livello di caos. Non sapevo, ovviamente, che ci sarebbe stato un attacco del genere, ma mi aspettavo una sorta di esplosione [da Gaza], perché Israele stava ignorando qualsiasi richiesta di porre fine a questo stato di assedio. Abbiamo assistito a una situazione caratterizzata da 57 anni di continua occupazione israeliana. La pulizia etnica durava da 76 anni. L’assedio di Gaza stava diventando insopportabile. Stiamo parlando di 17 anni di assedio a Gaza che hanno portato a una situazione in cui le persone erano private quasi del tutto dell’energia elettrica, solo poche ore al giorno, il 24 percento dell’acqua era inquinata o salata, l’80 percento dei giovani laureati era disoccupato e non c’era solo un completo disastro economico ma una totale perdita di speranza. Penso che quando siamo arrivati ​​a quel momento, il 7 ottobre, sia diventato chiaro a tutti i palestinesi che Israele non aveva alcun piano per una risoluzione pacifica di questa situazione.

Il nuovo governo israeliano è un governo fascista con persone come [il ministro delle Finanze Bezalel] Smotrich e [il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar] Ben-Gvir, che sono loro stessi coloni e sono stati precedentemente accusati dal sistema giudiziario israeliano di essere membri di gruppi terroristici. Hanno dichiarato chiaramente che il piano israeliano è di riempire la Cisgiordania di coloni e insediamenti coloniali in modo che i palestinesi perdano ogni speranza di avere un proprio Stato e debbano scegliere tra andarsene, che equivale ad una pulizia etnica, vivere in uno stato di sottomissione, cioè di apartheid, o morire, il che costituisce genocidio. In realtà, questa è una politica israeliana dichiarata ufficialmente. Quindi, naturalmente, le persone si aspettavano una sorta di reazione rivolta a tirarci fuori da una situazione terribile in cui Israele stava letteralmente distruggendo la causa palestinese. Netanyahu è stato molto chiaro sui suoi piani. Ha dichiarato che l’obiettivo della normalizzazione con i Paesi arabi sarebbe stato quello di liquidare la causa palestinese.

E se ciò non bastasse, appena due settimane prima del 7 ottobre Netanyahu è comparso davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e ha mostrato una mappa di Israele che includeva tutta la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e le alture del Golan e una mappa del nuovo Medio Oriente, che sta cercando di costruire, come ha detto, per i prossimi 50 anni.

Facciamo un balzo in avanti fino a oggi. Israele ha annunciato di aver lanciato un’invasione terrestre “limitata” del Libano meridionale. Allo stesso tempo i combattimenti a Gaza per ora hanno rallentato, ma gli attacchi aerei e i massacri contro la popolazione civile continuano regolarmente e la probabilità di un cessate il fuoco sembra ora più lontana che mai. Come pensa si evolverà la situazione, sia a Gaza che in termini di escalation regionale?

Innanzitutto, bisogna capire che Israele in realtà non ha ridotto le sue operazioni a Gaza. Continua, forse in misura minore rispetto a prima, ma hanno già distrutto quasi l’80 percento di tutte le case di Gaza, parzialmente o completamente. Hanno distrutto tutte le università. Hanno distrutto la maggior parte delle scuole. Hanno distrutto 34 ospedali su 36. Hanno stipato più di 1,7 milioni di persone in un’area che non supera i 31 Km quadrati. In media vediamo uccidere 50-100 persone ogni giorno.

E contemporaneamente stanno invadendo il Libano. Non credo a quello che dicono, che Israele effettuerà un’operazione limitata in Libano. Secondo me, cercheranno di condurre un’operazione militare di terra che seguirà due direttrici; una verso il fiume Litani, nel tentativo di spingere tutti dalla sponda meridionale a quella a nord del fiume, e forse oltre, e allo stesso tempo un’altra ala della missione militare israeliana andrà nella valle della Beqaa, nel tentativo di tagliare fuori ogni contatto tra Siria e Libano.

Secondo me Israele sta pianificando di occupare completamente il sud del Libano, e forse di più, per molto tempo e in maniera definitiva. L’unica cosa che li potrebbe fermare sarebbe l’ammontare delle perdite che potrebbero subire in seguito ai combattimenti con Hezbollah. Nient’altro li fermerà.

Questo solleva la questione: quando Biden, il Presidente francese, e altri leader occidentali si azzardano a dire che Israele ha il diritto di difendersi, significa che il diritto all’autodifesa include l’invasione di altri Paesi, il bombardamento di altre capitali e l’occupazione di terre di altri popoli? E se Israele ha il diritto di difendersi, anche i palestinesi, dato che sono sotto occupazione, hanno il diritto di difendersi? Ciò che vediamo qui è un orribile doppio standard. È scioccante vedere la Francia dichiarare di aver partecipato alla difesa di Israele dai razzi iraniani insieme agli Stati Uniti e ad alcuni altri Paesi della regione. Qualcuno di loro ha mai preso in considerazione di partecipare alla protezione di civili palestinesi innocenti quando 51.000 di loro sono già stati uccisi, compresi i 10.000 ancora dispersi sotto le macerie? Il numero di palestinesi uccisi dopo questa guerra a Gaza probabilmente supererà i 100.000 se includiamo coloro che moriranno di malattie e i feriti che moriranno per mancanza di cure mediche.

L’Iran ha già lanciato contro Israele un attacco missilistico senza precedenti, ma ha attaccato solo installazioni militari. Ciò che è interessante qui è che sia Hezbollah che Hamas stanno attaccando solo installazioni militari, mentre Israele sta bombardando una popolazione civile.

E pensa, quindi, che questa situazione potrebbe degenerare in una guerra regionale nel caso Israele non fosse disposto a ritirarsi dal Libano meridionale, se effettivamente lo occuperà?

Assolutamente. Penso che sia esattamente ciò che Netanyahu vuole. Vuole trascinare la regione in una guerra. Vuole trascinare gli Stati Uniti, o forse ha già un piano congiunto con gli Stati Uniti, perché non penso che Biden abbia bisogno di essere trascinato. C’è già dentro. È complice di questo genocidio. Penso che stia cercando di portare gli Stati Uniti in guerra in modo che attacchino o partecipino all’attacco dell’Iran. Penso che questo sia uno dei suoi obiettivi principali, distruggere le capacità nucleari dell’Iran.

E quindi che ruolo ha Gaza in tutto questo?

A mio parere, il piano originale di Netanyahu era di ripulire etnicamente Gaza. E non lo ha nascosto. Lo ha detto il secondo giorno di guerra, l’8 ottobre. Il suo portavoce militare, Richard Hecht, ha dichiarato che tutti i gazawi avrebbero dovuto essere sfrattati nel Sinai. Hanno fallito. Hanno fallito a causa della fermezza e dell’eroismo del popolo palestinese a Gaza, ma anche perché l’Egitto non ha collaborato. L’Egitto si è reso conto che se i palestinesi fossero stati spinti nel Sinai, sarebbe stato un enorme disastro per la sicurezza dell’Egitto e una minaccia per la sicurezza nazionale. Dal momento che Netanyahu non è riuscito a condurre una pulizia etnica completa, sta conducendo un genocidio a Gaza.

Ma penso che il suo obiettivo finale una volta che avrà finito con il Libano, sarà quello di cercare di sfrattare tutti dalla parte nord di Gaza e di annetterla a Israele. Questo sarebbe il piano B per una completa annessione della Striscia o la totale pulizia etnica della popolazione di Gaza. Ma ciò non significa necessariamente che avrà successo.

E in quel caso il resto di Gaza continuerebbe ad assistere a una guerra “a bassa intensità“?

Andrà avanti. Netanyahu ha già dichiarato che continuerà l’occupazione israeliana di Gaza. Vuole creare una sorta di struttura civile di collaborazionisti che lavoreranno sotto l’occupazione israeliana, come cercarono di fare con le Leghe dei villaggi in Cisgiordania durante gli anni ’80 [sotto la totale giurisdizione militare israeliana, ndt.].

Facciamo un passo indietro. I palestinesi soffrono di una profonda frammentazione politica, forse oggi più che mai. Più di recente a Pechino ci sono stati colloqui sul raggiungimento di un’unità nazionale. Qual è il significato di questi colloqui e pensa che ci sarà qualche risultato?

Ci sarà qualche risultato se l’Autorità Nazionale Palestinese accetterà di applicarne i contenuti. Finora non è successo.

Naturalmente questi colloqui sono stati significativi, sia a Mosca che a Pechino. Ho personalmente redatto entrambi gli accordi in collaborazione con altri. L‘accordo a Pechino era più chiaro, più specifico. Includeva tre passaggi molto specifici [verso l’unità nazionale]. Il primo è la formazione di un governo di consenso nazionale unificato, che sarebbe responsabile sia della Cisgiordania che di Gaza, garantendone l’unità e impedendo il piano di Netanyahu di separare le due entità l’una dall’altra. Il secondo passaggio richiederebbe un incontro della cosiddetta leadership palestinese ad interim, o leadership unificata, secondo il nostro precedente accordo al Cairo nel 2011. E il terzo passaggio comporterebbe l’incontro di tutti i leader delle fazioni palestinesi per redigere un piano di attuazione di tutte queste decisioni.

L’accordo afferma che il presidente dovrebbe avviare consultazioni immediate per formare un governo di consenso nazionale, ma sfortunatamente non lo ha fatto. Finora, l’Autorità Nazionale Palestinese non si è mossa in quella direzione. Finché non lo farà, questo accordo rimarrà sulla carta.

Lei ha sostenuto pubblicamente, in tutte le sedi, la resistenza a Gaza e in tutta la Palestina, e il ruolo che ha svolto sui media nell’ultimo anno è stato quello di sviluppare un discorso che sostenga la resistenza. Durante il genocidio a Gaza è stato sottolineato dall’Autorità Nazionale Palestinese e dai suoi sostenitori che la resistenza, in particolare la resistenza armata, porterebbe solo alla nostra distruzione e servirebbe come scusa da parte di Israele per [portare avanti] il genocidio e la pulizia etnica. Come risponde a questo?

Coloro che si oppongono alla resistenza armata si oppongono a qualsiasi forma di resistenza, non solo a quella armata. Si oppongono anche alla resistenza pacifica e non violenta. Mi conosce, sono stato un sostenitore e un attivista della resistenza non violenta per tutta la vita. Ma dico ciò che dice il diritto internazionale. Sto difendendo il diritto delle persone sotto occupazione a resistere in tutte le forme. Il diritto internazionale afferma che le persone sotto occupazione militare, ovunque si trovino, hanno il diritto di resistere all’occupazione in tutte le forme, comprese quelle militari, purché rispettino il diritto umanitario internazionale.

Israele non sta solo arrestando le persone impegnate nella resistenza armata. Sta arrestando anche le persone che si impegnano nella resistenza con discorsi e scritti e in altri tipi di resistenza pacifica.

E a proposito, Hamas ha mantenuto la resistenza non violenta per almeno cinque anni, tra il 2014 e il 2019. La risposta israeliana è consistita in dure violenze contro le marce pacifiche organizzate a Gaza e in Cisgiordania.

È molto importante, soprattutto per i nostri giovani, capire che l’oppressore, il colonizzatore, l’aggressore, cerca sempre di impedire alle persone sotto oppressione di esercitare il loro diritto di resistere all’ingiustizia. Frantz Fanon ha parlato del diritto delle persone oppresse di praticare violenza contro la violenza dell’oppressore, ma ciò che vediamo qui è una situazione ancora peggiore, in cui l’oppressore sta cercando di impedire ai palestinesi di resistere in qualsiasi forma. Se ti impegni nella resistenza militare, ti accusano di terrorismo. Se fai resistenza pacifica, ti accusano di violenza. Se fai resistenza con scritti e discorsi, ti accusano di provocazione o istigazione. Se sei uno straniero che sostiene la causa palestinese sei accusato di antisemitismo e se sei un ebreo che sostiene i diritti dei palestinesi, sei definito un ebreo che odia se stesso.

È un’intera serie di slogan ideologici e tattici utilizzati dall’establishment israeliano per negare al popolo il diritto di resistere. È solo un altro modo per disumanizzare i palestinesi. Il 7 ottobre la prima mossa israeliana è stata quella di disumanizzare Hamas e disumanizzare immediatamente i palestinesi in generale. Ecco perché Gallant ci ha chiamato animali umani. E l’obiettivo è giustificare l’uccisione di civili e di bambini. Perché, per loro, non siamo esseri umani.

Quindi la sua risposta ad alcune delle critiche da parte di palestinesi è che Israele non ha bisogno di una scusa per portare a termine ciò che sta facendo.

Ovviamente no. Il crimine peggiore al mondo è dare la colpa alla vittima. È assolutamente inaccettabile incolpare la vittima per ciò che l’aggressore le sta facendo.

E riguardo alla questione dell’unità nazionale: diciamo che domani l’Autorità Nazionale Palestinese accetti una sorta di governo di unità. Cosa significa quel governo di unità quando c’è un disaccordo fondamentale non solo su come resistere all’occupazione israeliana, ma anche se resisterle o meno?

Beh, certo, questo è un problema importante. Ma secondo me le due cause principali della divisione interna palestinese sono le seguenti:

In primo luogo, il disaccordo sul programma. L’Autorità Nazionale Palestinese e, in larga misura, i rappresentanti del Comitato Esecutivo dell’OLP, hanno creduto ad Oslo, non solo come accordo ma come approccio, il che significa che credono che il problema possa essere risolto attraverso negoziati con la parte israeliana anche quando abbiamo uno squilibrio di potere gravemente distorto a vantaggio degli interessi di Israele. Quella linea si basava su due illusioni: la prima illusione era che il movimento sionista e Israele come establishment fossero pronti per un compromesso con i palestinesi (la realtà ha dimostrato che non sono pronti per questo, come è stato dimostrato quando la Knesset israeliana ha deciso di non consentire uno Stato palestinese) e, in secondo luogo, penso che l’intera idea di un compromesso sia stata demolita quando la Knesset israeliana ha approvato la legge sullo Stato-nazione, che afferma che l’autodeterminazione nella terra della Palestina storica è esclusiva del popolo ebraico.

Quindi la linea di Oslo è fallita e Israele l’ha uccisa. E l’approccio, che faceva affidamento su un compromesso, è fallito. L’altra illusione su cui si basava questo approccio era che gli Stati Uniti potessero mediare tra palestinesi e Israele. Anche ciò è fallito perché gli Stati Uniti sono totalmente dalla parte di Israele.

Poiché questa linea è fallita, l’elemento programmatico della divisione interna è crollato. È scomparso.

Il secondo elemento della divisione interna era legato all’esistenza di una competizione per l’autorità tra Fatah e Hamas. Siamo onesti e ammettiamolo. Hamas gestiva Gaza. Fatah gestiva la Cisgiordania. Oggi non c’è più alcuna Autorità. Gaza è occupata e la Cisgiordania è completamente occupata. Quindi non c’è motivo di competizione per un’Autorità che non esiste: è un’Autorità senza autorità.

Ma c’è ancora un disaccordo fondamentale sulla strategia. Nemmeno sulla resistenza, ma sull’idea di resistenza.

Assolutamente, perché alcune persone sono ancora bloccate nel credere a Oslo e sognano ancora di recuperare ciò che è stato perso. Ma ora sono una minoranza molto piccola. Ecco perché diciamo che la strada verso l’unità inizia attraverso due fasi. La fase intermedia è trovare un modo per scendere a compromessi e creare una sorta di leadership unificata provvisoria, perché la crisi in cui ci troviamo non può aspettare e i rischi che corriamo sono troppo grandi. E la seconda fase è portare a elezioni libere e democratiche che includano i palestinesi in Palestina e fuori dalla Palestina. Solo allora la gente deciderà quale strategia adottare democraticamente.

Ovviamente, devo dirle che se avessimo avuto le elezioni nel 2021 forse non avremmo avuto questa guerra.

Si riferisce a quando il presidente in carica dell’Autorità Nazionale Palestinese ha annullato le elezioni usando Gerusalemme come scusa? La scusa era che ai palestinesi di Gerusalemme non sarebbe stato permesso dagli israeliani di partecipare perché avevano documenti di residenza permanente israeliani, corretto?

Esatto. Era una scusa, perché quando ci siamo incontrati in Egitto con tutte le fazioni palestinesi avevamo un piano per aggirare la questione, e tutti erano d’accordo con questo piano. Avremmo tenuto le elezioni a Gerusalemme senza il permesso israeliano, senza dare a Israele il potere di veto sulle nostre elezioni, e il nostro piano era di distribuire 150 urne in tutta Gerusalemme, e poi di utilizzare 20 telecamere per monitorare ogni urna. E lasciare che Israele provasse a fermarci. Sono sicuro che se avessimo adottato quel sistema il numero di giovani palestinesi che avrebbero votato a Gerusalemme sarebbe stato molto più alto del numero di palestinesi che avrebbero votato in conformità con gli accordi di Oslo, perché sarebbe stato un atto di sfida e resistenza contro le autorità israeliane. Ma sfortunatamente, le elezioni sono state annullate. Se avessimo tenuto le elezioni nessun partito avrebbe avuto la maggioranza assoluta. E a proposito, questo vale per la situazione odierna, secondo tutti i sondaggi.

Perché ora abbiamo un sistema completamente proporzionale. Se avessimo avuto un governo pluralistico, un sistema pluralistico, allora penso che questo avrebbe creato una situazione in cui il blocco o l’assedio di Gaza probabilmente avrebbero potuto essere spezzati. E forse non avremmo avuto questa guerra.

Molti hanno detto che la Cisgiordania non ha avuto un ruolo importante nel sostenere Gaza e nel resistere all’occupazione. La gente di Gaza sperava che ci sarebbe stata un’intifada popolare che avrebbe creato un fronte comune nella guerra. Qual è la sua valutazione sul ruolo della Cisgiordania e cosa pensa che le impedisca di avere un ruolo più attivo nella resistenza?

Non sono mai stato d’accordo, e non mi piace affatto nessun approccio che separi la Cisgiordania da Gaza e Gerusalemme dalla Cisgiordania. Guardi, c’è stato un tempo in cui la maggior parte delle attività di resistenza si svolgevano qui in Cisgiordania. E la gente urlava: “Dov’è Gaza? Perché Gaza non fa nulla?” C’è stato un tempo nel 2021 in cui il fulcro prevalente della lotta palestinese era a Gerusalemme, finché Gaza non è intervenuta. Quindi non sono d’accordo con questo tipo di separazione. Penso che dal 2015 la Cisgiordania stia vivendo una nuova forma di Intifada.

Le persone sono obbligate a resistere a causa dell’espansione degli insediamenti israeliani, a causa di ciò che Israele sta cercando di fare. E sfido coloro che dicono che la Cisgiordania non stia partecipando, perché l’esercito israeliano non può entrare in nessuna città, nessun villaggio, nessun centro abitato, nessun campo senza affrontare una crescente resistenza popolare. Ma in Cisgiordania le condizioni sono diverse, in termini di presenza dell’esercito israeliano e in termini di numero di persone arrestate. Stiamo parlando di circa 11.000 persone finora. E ciò ha anche a che fare con il comportamento passivo, negativo e non costruttivo dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Dobbiamo capire che gli obiettivi della lotta sono molti. In questo senso, il primo obiettivo della lotta palestinese oggi è rimanere in Palestina, essere risoluti e rimanere. Il fatto che il numero di palestinesi rimasti in Palestina anche dopo la cacciata del 70% del popolo palestinese [nella Nakba, ndt.] sia ora maggiore del numero di ebrei israeliani, è il più grande problema e il più importante punto debole del movimento sionista. Ed è per questo che credo che la questione del rimanere in Palestina sia del tutto essenziale.

E non si tratta solo di restare. Le persone qui, la presenza demografica, non sarebbero state così efficaci se non avessimo resistito. Quindi il primo traguardo è che le persone restino. Il secondo è che resistano all’ingiustizia, all’occupazione e all’apartheid. Ed è per questo che non biasimo i palestinesi del 1948 [quelli rimasti in Palestina dopo fondazione di Israele e la Nakba ndt.] se non sono così attivi sotto il regime fascista. Finché vivono in Palestina e vi rimangono.

Dopo Gaza la Cisgiordania sarà la prossima?

La Cisgiordania è l’obiettivo principale prima di Gaza. Ciò che accade a Gaza è a causa della Cisgiordania. Netanyahu vuole annettere la Cisgiordania. E non solo Netanyahu e il suo governo, ma l’establishment sionista nel suo complesso. Ma non possono annettere la Cisgiordania con tutte queste persone al suo interno. Ecco perché stanno combinando l’espansione degli insediamenti coloniali e l’annessione graduale con lo spostamento dei palestinesi, sia con la forza che creando difficili condizioni sociali ed economiche. Ed è per questo che dobbiamo capire che l’obiettivo principale di tutto questo attacco è la Cisgiordania, inclusa, ovviamente, Gerusalemme.

Netanyahu dice apertamente che sta correggendo l’errore di Ben-Gurion, ovvero il fatto che non abbia cacciato i palestinesi rimasti nel 1948 e occupato la Cisgiordania e Gaza espellendone la popolazione.

Netanyahu pensa anche di correggere l’errore di Rabin, che prese in considerazione la possibilità, o il potenziale, di un qualche tipo limitato di autogoverno palestinese.

E in terzo luogo, pensa di correggere l’errore di Sharon, che ha dovuto ritirarsi da Gaza [nel 2005]. Questa è la mentalità di Netanyahu: Si considera il più grande leader sionista dopo Jabotinsky. Il suo obiettivo principale è l’annessione totale di tutta la Palestina, e oltre. Ha sentito cosa ha detto Trump; ha appena scoperto che Israele è molto piccolo e deve espandersi.

Pensa che ci sia spazio per la speranza in mezzo a questa disperazione?

, c’è molta speranza. C’è speranza nella resilienza delle persone. C’è speranza nella resistenza delle persone. Credo nella generazione più giovane in Palestina. Penso che stiano mostrando fantastici esempi di resilienza e resistenza. Non parlo solo di resistenza militare o anche di resistenza civile. Parlo anche di questo fantastico movimento che attraversa la generazione palestinese più giovane in tutto il mondo, specialmente in Paesi come gli Stati Uniti e l’Europa, dove c’è un’intera nuova generazione di palestinesi che si è rigenerata e rimotivata.

Penso che il 7 ottobre abbia restituito motivazione ad un’intera generazione palestinese ovunque. E penso che questo apra la strada a un nuovo tipo di unità palestinese attorno a un progetto unificato che include tutti i palestinesi ovunque vivano, sia in Palestina che fuori dalla Palestina.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Analisi| Perché l’Occidente appoggia ancora Israele nonostante un anno di guerra con Hamas ed Hezbollah

Anshel Pfeffer

6 ottobre 2024 – Haaretz

In seguito al 7 ottobre pochi in Israele si aspettavano che la “finestra di legittimità” per distruggere Hamas sarebbe rimasta aperta per un anno intero. Ma i calcoli dell’Occidente, dettati da considerazioni pragmatiche e non dalle immagini della strage a Gaza, non implicano un assegno in bianco per un altro anno di guerra a Gaza, in Libano o contro l’Iran.

Il 7 ottobre al calar del sole, 12 ore dopo che Hamas aveva lanciato il suo attacco da Gaza e persino prima di aver compreso l’intera portata di quello che era appena successo, i politici israeliani si chiedevano quanto tempo avessero per la rappresaglia.

Era scontato che ora ci sarebbe stata una guerra a Gaza e che le Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] sarebbero entrate per distruggere le capacità militari di Hamas. Ma quanto tempo avrebbero avuto per farlo? Per mezzo secolo in ogni guerra, dalla campagna del Sinai nel 1956 alla Seconda Guerra in Libano del 2006, a un certo punto Israele è stato obbligato a smettere di combattere e a ritirarsi. La comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti, aveva chiesto una sospensione, facendo pressione su Israele perché accettasse un cessate il fuoco.

Nelle menti di quanti hanno pianificato questa guerra non c’erano dubbi che anche il tempo a disposizione di Israele per distruggere Hamas sarebbe stato limitato. Avrebbero avuto, affermavano, “una finestra di legittimità”. E ogni finestra a un certo punto si chiude.

In quei primi giorni, pochi, se non nessuno, si aspettavano che la finestra sarebbe rimasta aperta per un anno intero e che, nel momento del primo anniversario, le IDF sarebbero state ancora operative senza vincoli a Gaza.

La fase iniziale della campagna di terra a Gaza iniziata il 27 ottobre, il devastante attacco di blindati contro Gaza City, era pensata in buona misura con questo in mente: che si trattasse di una breve finestra in cui Israele avrebbe colpito al cuore delle strutture militari e governative di Hamas a Gaza. Che in un qualunque momento in un futuro prossimo le pressioni internazionali avrebbero chiuso quella finestra.

Eppure un anno dopo la finestra è ancora aperta. I tentativi dell’amministrazione Biden e di altri governi di chiuderla sono stati poco convinti. Non ci sono state vere sanzioni, mentre l’embargo sulle armi è stato minimo. Le vere pressioni sono state per consentire l’ingresso di aiuti umanitari e cercare di limitare le dimensioni della campagna militare (come il ritardo nell’entrare a Rafah questa primavera), ma non per porre fine alla guerra.

Ci sono moltissime spiegazioni per questa mancanza di concrete pressioni. Una è la relazione unica del presidente Joe Biden con Israele e la debolezza di altri leader occidentali che sono preoccupati di disordini interni.

Un’altra è il momento in cui è scoppiata la guerra, che è giunta nell’anno di elezioni presidenziali negli USA. Anche il fatto che i Paesi arabi con cui Israele ha già rapporti diplomatici non abbiano minacciato di interromperli è un fattore. Perché l’Occidente dovrebbe impegnarsi quando gli arabi si limitano a fare bei discorsi in pubblico e in privato sperando che Israele la faccia finita con Hamas?

Tutti questi fattori ed altri hanno avuto un peso. Tuttavia c’è una realtà sottesa che in qualche modo è stata trascurata in buona parte dell’informazione e che spiega la riluttanza ad applicare il tipo di pressione a cui Israele non sarebbe in grado di resistere.

Nell’attuale situazione geopolitica, con gli Stati Uniti e i suoi alleati che affrontano sfide in tutto il mondo, dall’Ucraina al Venezuela fino a Taiwan, Israele è parte fondamentale dell’alleanza, fornendo tecnologie ed esperienze militari e scontrandosi nel contempo con l’Iran, un anello fondamentale nell’alleanza rivale.

Potrebbe non essere una cosa che incontra il favore generale, soprattutto nel momento in cui Israele è guidata da un leader impopolare, ma l’Occidente ha bisogno di Israele come alleato e questo è il limite reale a ogni pressione. Quello che Israele porta all’alleanza può essere sintetizzato in due parole.

Quello che Israele mette sul tavolo

Come inviato in Ucraina nei primi mesi della guerra nel 2022 mi aspettavo di incontrare reazioni negative alla vergognosa politica israeliana di neutralità in seguito all’invasione russa. Ma in conversazioni e interviste con gli ucraini a ogni livello non sono riuscito a individuare alcun segno di ostilità. Tutti gli ucraini che ho incontrato vedevano Israele come Nazione “sorella del cuore”.

Mentre resistevano contro il più grande e potente invasore russo, Israele e le sue guerre contro i vicini arabi erano un esempio che intendevano emulare. Sorprendentemente stavano dimenticando i calcoli israeliani per la propria sicurezza nazionale per non irritare Vladimir Putin, ma finivano ogni conversazione con “Per favore, mandateci l’Iron Dome”.

Ironicamente, di tutte le cose che Israele potrebbe e dovrebbe aver mandato all’Ucraina il suo sistema di difesa missilistico Iron Dome sarebbe stato il meno utile. Destinato a difendere zone relativamente piccole intercettando razzi a corto raggio, Iron Dome sarebbe stato di scarsa utilità per proteggere le ampie distese dell’Ucraina dall’arsenale russo di missili a lungo raggio. Ma nei 13 anni dalla prima volta che Iron Dome è diventato operativo ha simbolizzato molto più dell’insieme delle sue potenzialità.

Un politico che ha una passione per i simboli è l’ex-presidente USA Donald Trump. Nel suo confuso discorso di accettazione della nomination alla Convenzione Nazionale Repubblicana di luglio ha detto che “Israele ha un Iron Dome [una cupola di ferro]. Hanno un sistema di difesa missilistica. Trecentoquarantadue missili sono stati sparati contro Israele e solo uno lo ha attraversato un poco.”

Non era vero. Iron Dome è stato a malapena coinvolto nell’intercettare oltre 300 missili e droni iraniani in aprile. Ma i fatti hanno contato ben poco per Trump, e non gli hanno sicuramente impedito di promettere che “stiamo per costruire un Iron Dome sul nostro Paese e stiamo per garantire che niente possa arrivare e danneggiare il nostro popolo.”

Ancora una volta Iron Dome come sistema non aiuterà a proteggere gli estesi Stati Uniti d’America, con un oceano da entrambi i lati, dai missili balistici intercontinentali russi o cinesi. Ma Iron Dome significa molto di più.

Iron Dome è diventato un simbolo di quello che Israele mette sul tavolo. È la seconda arma israeliana ad aver raggiunto un tale livello di rappresentatività a livello globale. Il primo è stato l’Uzi, un mitra compatto e resistente sviluppato per l’IDF negli anni ‘50 che, proprio come Iron Dome, ha raggiunto uno status ben al di là del suo reale uso militare.

Di fatto l’Uzi ha raggiunto il suo periodo d’oro nella cultura popolare molto dopo che smettesse di essere utilizzato dalla maggior parte delle unità di combattimento israeliane. Ma negli anni ’80, quando Hollywood produsse i suoi migliori film d’azione, c’era sempre una scena in cui Chuck, Sly o Arnie si aprivano la strada fuori dai guai con un Uzi che riluceva in ognuna delle loro mani.

Fu l’epitome della solidità inventiva di una piccola Nazione assediata che lottava per sopravvivere contro ogni ostacolo. Era piccolo, ingegnoso e mortale, un simbolo adeguato di tutto ciò che Israele era stato nei suoi primi decenni.

Iron Dome non è solo l’arma israeliana più conosciuta, funge da immagine di come Israele è visto oggi in Occidente.

A differenza dell’Uzi, con il suo telaio squadrato e la sua canna schiacciata, non ha una forma definita, solo una fila di anonime cabine e camere di lancio quadrate. Adolescenti eccitabili non possono immaginarsi mentre sparano con esso, alla Stallone, contro i cattivi. Iron Dome è un algoritmo segreto e piccoli sbuffi di fumo nel cielo o lunghe striature gialle di notte.

Non puoi capire come funziona, solo quello che fa, e quello che quei geni di israeliani hanno di nuovo fatto, solo che ora, invece di saldare qualche pezzo stampato di metallo insieme a un’efficiente molla, lo hanno fatto con la matematica e la tecnologia.

Iron Dome è molto più di uno dei sistemi israeliani di missili difensivi multistrato. È la quintessenza di tutto quello che Israele porta nell’alleanza: la tecnologia, la potenza di fuoco, la condivisione del sapere e dell’intelligenza. Un’immagine del valore e dell’esperienza militari che può apprezzare persino un renitente alla leva senza alcuna conoscenza di strategia militare come Trump.

E se persino Trump lo può capire, i dirigenti più consapevoli, che negli ultimi due anni e mezzo, dopo decenni di scarsi finanziamenti destinati alla difesa, mancanza di investimenti nelle industrie militari e una riduzione di personale che ha inviato i reclutatori dei marines USA fino in Micronesia, hanno cercato di capire come l’Occidente possa attrezzarsi per affrontare una Russia rinascente e una sempre più aggressiva Cina, sanno di non poter rinunciare a un piccolo Paese in grado di costruire una potenza militare avanzata con così poche risorse.

Questa immagine di un Israele avanzato ed efficiente ha contribuito a tenere aperta la finestra a Gaza l’anno scorso, anche se molto di quanto è successo negli ultimi 12 mesi, il fallimento totale dell’intelligence e della tecnologia il 7 ottobre e la totale distruzione di Gaza da allora, hanno eroso la sua immagine. Israele è stato in grado di sfruttare la reputazione che si è costruito prima della guerra.

È il processo opposto a quello che è avvenuto nel caso dell’Ucraina dove, alla vigilia dell’invasione russa, l’Occidente stava per rinunciare e ridurre la sua sconfitta offrendo al presidente Volodymyr Zelenskyy un elicottero per portarlo fuori e creare un governo in esilio. Solo quando nei giorni e nelle settimane successivi è emerso che i valorosi ucraini si sono dimostrati abili nel bloccare, dividere e alla fine distruggere sferraglianti colonne corazzate russe l’Occidente ha iniziato ad aumentare il suo sostegno all’Ucraina con armamenti pesanti sempre più avanzati che valgono decine di miliardi di dollari.

Ciò non ha a che fare con la questione morale a favore dell’Ucraina, ma con fornire all’Occidente un conveniente rapporto qualità-prezzo per erodere le capacità della Russia, evidenziare la sua vulnerabilità e dare all’Occidente più tempo per preparare le sue difese. L’Ucraina ha fatto tutto questo dal febbraio 2022, ed è la ragione per cui ora ha una flottiglia di caccia F-16 e centinaia di carri armati occidentali.

La buona sorte di Israele è stata che quando è iniziata la guerra a Gaza non ha dovuto perorare la causa geopolitica. Più di tutti i tentativi propagandistici di mostrare i dettagli delle atrocità del 7 ottobre per controbilanciare le foto dei bambini palestinesi uccisi nelle rovine di Gaza sui media internazionali, quello che ha tenuto l’Occidente dalla parte di Israele è la necessità di tenerselo nell’alleanza.

È per questo che ci è voluto quasi un anno di pressioni politiche interne prima che i leader di Gran Bretagna e Francia, due Paesi che comunque praticamente non vendono armi a Israele, facessero il minimo gesto di bloccare le armi, anche se in realtà i loro servizi militari e di intelligence continuano a cooperare intensamente con Israele.

È la ragione per cui, nonostante la guerra, il più importante sviluppo nel commercio di armi tra Israele e l’Europa è stato il fatto che la Germania ha firmato un contratto da 4.4 miliardi di dollari per comprare il sistema israeliano di difesa missilistica Arrow come pilastro della sua European Sky Shield Initiative [progetto per costruire un sistema di difesa aerea europeo integrato a terra che includa armi contro i missili balistici, ndt.].

Niente di tutto questo significa che Israele abbia un assegno in bianco per un altro anno di guerra, non solo a Gaza, ma neppure contro Hezbollah e l’Iran.

Ciò significa che i calcoli delle capitali occidentali riguardo a se continuare ad appoggiare Israele non sono, e non saranno, dettati dalle foto del massacro di Gaza, ma da quegli stessi calcoli pragmatici che potrebbero essere stravolti da una guerra totale con l’Iran, e il suo più complessivo impatto geopolitico sulle forniture energetiche a livello globale e sulla Cina.

Il pregio dell’israeliano Iron Dome ne ha fatto una risorsa nell’alleanza occidentale e gli ha garantito un anno in cui è stato in grado di operare a Gaza e in Libano con pochissimi limiti. Non sarà più così se il fronte iraniano continua a peggiorare.

Nel secondo anno di guerra potrebbe scoprire che sta diventando più un ostacolo che un vantaggio.

Anshel Pfeffer è l’inviato di The Economist in Israele.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Analisi| Il successore di Nasrallah potrebbe anteporre la sopravvivenza di Hezbollah alla guerra contro Israele

Zvi Bar’el

28 settembre 2024 – Haaretz

L’Iran affronta la sfida strategica di evitare che i libanesi insorgano contro la sua influenza e al contempo portare avanti lo sforzo diplomatico per la revoca delle sanzioni

Nota redazionale: l’articolo che segue rappresenta un punto di vista israeliano chiaramente connotato. Vi sono alcuni giudizi impliciti e soprattutto omissioni, riguardo ad esempio ai costi umani della situazione determinata dagli attacchi israeliani in Palestina e in Libano. La risposta militare iraniana contro Israele, per quanto moderata, ha in parte smentito le previsioni del commentatore. Abbiamo ritenuto che fosse il caso di tradurlo in quanto presenta comunque un quadro della complessità dell’attuale situazione regionale, che favorisce le mire israeliane.

Al momento la rosa dei candidati alla successione di Hassan Nasrallah come segretario generale di Hezbollah comprende due nomi: Hashem Safi al-Din e Naim Kassem.

Safi Al-Din è capo del Consiglio Esecutivo di Hezbollah, nato nel 1964, cugino di Nasrallah e parente acquisito di Qassem Soleimani, il comandante della “Brigata santa” [spesso chiamata Forza Quds dalla stampa occidentale, è l’unità delle guardie rivoluzionarie responsabile delle operazioni oltreconfine n.d.t.] che fu ucciso dagli Stati Uniti nel 2020.

Il Consiglio esecutivo funge per Hezbollah come una sorta di governo, ne gestisce le operazioni relative agli affari civili ed economici, ne coordina la propaganda, ne amministra la giustizia, gli affari interni e le relazioni estere. In questo modo Hezbollah è diventato in Libano un governo parallelo a quello ufficiale, guidato per gli ultimi tre anni dal primo ministro ad interim Najib Mikati.

Come Nasrallah, Safi Al-Din operava sotto il patrocinio di Imad Mughniyeh, comandante militare di Hezbollah che fu ucciso a Damasco nel 2008. Secondo gli studiosi che si occupano di Hezbollah, era candidato alla posizione di segretario generale dopo l’omicidio mirato di Abbas Musawi nel 1992.

Anche Naim Qassem, vice di Nasrallah, 70 anni, è stato indicato come possibile sostituto, ma è considerato più una figura simbolica, benché dotto studioso di religione e tenuto in alta considerazione nel Consiglio della Shura di Hezbollah. È stato tra i fondatori di Hezbollah e tra coloro che ne hanno determinato l’ideologia, ma ha poca esperienza sul piano militare e amministrativo, essendosi occupato perlopiù di questioni culturali ed educative. È stato a capo del Consiglio esecutivo, sotto Musawi prima e Nasrallah poi, fino al 1994, quando è stato sostituito da Safi Al-Din.

La rapidità con cui il successore sarà scelto, ufficialmente dalla Shura ma di fatto da Teheran, è di importanza fondamentale per dimostrare che Hezbollah continua a funzionare nonostante il duro colpo inflitto ai suoi vertici e la perdita del suo capo. Occorre nominare una serie di alti funzionari che redigano un rapporto sulla situazione tattica e che siano un riferimento per le centinaia di migliaia di libanesi sciiti le cui vite oggi come ieri dipendono dall’organizzazione.

Il nuovo capo avrà inoltre il compito di ripristinare lo status politico di Hezbollah in Libano non solo in quanto responsabile della lotta contro Israele, ma come organizzazione responsabile della risorsa più preziosa per l’Iran in Medio Oriente sul piano strategico, diplomatico e ideologico. Anche se il comando militare di Hezbollah è stato distrutto, l’organizzazione controlla ancora l’infrastruttura civile ed economica, come anche il potere politico di determinare il futuro del Libano sia a breve che a lungo termine.

Anche se Israele riuscisse a distruggere l’intero arsenale missilistico con cui Hezbollah lo minaccia, le armi che rimangono in mano all’organizzazione saranno ancora sufficienti a intimidire il fronte interno libanese fintantoché il paese non disporrà di un vero esercito, equipaggiato e addestrato, che possa tenere testa a Hezbollah. L’Iran teme che questa leva possa ora perdere la sua efficacia in seguito ai duri colpi subiti da Hezbollah, cosa che potrebbe portare i libanesi a rialzare la testa, considerato il caro prezzo sostenuto per una guerra che non è la loro, la cui ragione non è la difesa della patria ma il sostegno ad Hamas.

Nonostante le aspre critiche che si sono intensificate durante la guerra, in particolare nelle ultime due settimane, i libanesi e i rivali politici di Hezbollah non sono ancora scesi in piazza per contestare l’organizzazione.

Ma nella storia recente del Paese i libanesi hanno già dato diverse prove della loro forza. Nel 2005, in seguito all’omicidio del primo ministro Rafik al-Hariri, hanno cacciato le forze siriane fuori dal Paese, mentre nel 2008 hanno contrastato violentemente Hezbollah in uno scontro che ha lasciato sul terreno decine di morti. Hanno rovesciato governi e costretto ministri alle dimissioni, e soprattutto, a differenza di Gaza, hanno un Paese dotato di un assetto collettivo nazionale che essi ritengono essere stato compromesso dall’Iran per mezzo di Hezbollah.

Poiché i servizi sanitari e sociali di Hezbollah non sono più in grado di sopperire ai bisogni dei feriti o di più di un milione di libanesi sfollati dalle loro case, il gruppo è costretto a fare affidamento sui servizi dello stesso governo che aspirava a sostituire, e la sfida strategica per l’Iran è di evitare una situazione in cui il Paese e la sua popolazione respingano, o almeno erodano, lo status di Hezbollah come partito che determina la politica e il carattere della Nazione.

“Possiamo aspettarci che Yahya Sinwar [capo di Hamas] annunci un accordo su un cessate il fuoco per salvare il Libano ed Hezbollah?” ha recentemente chiesto con puntuto sarcasmo a un ospite il conduttore di un programma di informazione dell’emittente saudita Al-Hadath (un canale di Al-Arabiya, che è stata creata per competere con Al Jazeera).

La possibilità di quello scambio di ruoli che il presentatore ha cercato di suggerire, nel quale sono Hamas e i suoi capi a spendersi in “supporto” di Hezbollah, è adesso per l’Iran un grosso problema, che riguarda non solo lo status di Hezbollah ma quello di tutti gli alleati subalterni della Repubblica Islamica. In qualità di coordinatore e guida della “sala operativa” congiunta del “fronte di supporto” durante la guerra di Gaza, Nasrallah ha assunto a livello regionale un’importanza superiore a quella del comandante della “Brigata santa” delle Guardie rivoluzionarie iraniane, Esmail Ghaani.

Ora l’Iran potrebbe subire le ripercussioni non solo della minaccia al controllo di Hezbollah in Libano, ma anche contro la posizione delle milizie sciite pro-iraniane in Iraq e degli Houthi in Yemen, anche se questi ultimi non si coordinano necessariamente con l’Iran. Nonostante la scorsa settimana i rispettivi rappresentanti di queste organizzazioni fiancheggiatrici si siano impegnati a mandare migliaia di combattenti in Libano se Israele avesse lanciato un’operazione di terra, e anche ad attaccare obiettivi americani in Siria e Iraq, non è certo che l’Iran accetterà, per il timore di trascinare l’Iraq nella campagna – questa volta contro gli Stati Uniti. E non è solo con l’Iraq che l’Iran potrebbe entrare in conflitto.

Se l’Iraq manderà migliaia di combattenti in Libano, essi avranno bisogno del consenso della Siria per attraversare il suo territorio. Damasco, che per adesso non ha preso parte al “fronte di supporto” né di Hamas né di Hezbollah, comportandosi come se questo fosse un dramma che non la riguarda, non vorrà impegnarsi attivamente in una campagna che farebbe del regime un bersaglio di attacchi diretti da parte di Israele.

L’Iran ha diverse altre preoccupazioni strategiche che riguardano la sua posizione nella regione e le sue ambizioni politiche. Dall’elezione a presidente di Masoud Pezeshkian, e contestualmente dalla nomina di Mohammad Javad Zarif a vicepresidente per gli Affari Strategici e Abbas Araghchi a ministro degli Esteri – due degli architetti dell’accordo nucleare del 2015 – l’Iran ha lanciato un’offensiva diplomatica internazionale con l’intenzione di ottenere la revoca delle sanzioni che gli sono state imposte.

Poiché Pezeshkian ha annunciato a New York la scorsa settimana [il 24 settembre n.d.t.] che l’Iran è pronto a deporre le armi se Israele farà lo stesso, ed ha ripetutamente dichiarato che l’Iran non cerca una guerra regionale e che ambisce a cooperare per il cessate il fuoco in Libano, un attacco contro Israele da parte dell’Iran o dei suoi fiancheggiatori sarebbe non solo in contraddizione con la strategia dichiarata da Teheran, ma andrebbe chiaramente contro i suoi interessi.

La Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei, commentando l’uccisione di Nasrallah, ha dichiarato: “Il destino di questa regione sarà deciso dalle forze della resistenza, Hezbollah in testa”. Ha invitato i musulmani a “stare al fianco del popolo libanese e della fiera Hezbollah con ogni mezzo a disposizione”. Le sue parole potrebbero indicare la politica che guiderà l’Iran. Le “forze della resistenza”, non l’Iran, decideranno, e quando un leader come Khamenei fa appello a “tutti i musulmani” senza chiarire che cosa farà l’Iran significa – almeno per adesso – che l’Iran non ha ancora deciso se e come intervenire.

Chiunque sarà il prossimo comandante di Hezbollah dovrà districarsi in una trama di forze e considerazioni nuove, completamente diverse da quelle che Nasrallah ha costruito nei suoi 32 anni da segretario generale, in cui la sopravvivenza di Hezbollah in Libano è probabilmente molto più importante della guerra contro Israele.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un piano per liquidare la Striscia di Gaza settentrionale sta guadagnando terreno

Meron Rapoport

17 settembre 2024, +972Magazine

Ministri, generali e accademici israeliani chiedono a gran voce una nuova fase decisiva della guerra, ed ecco come potrebbe risultare l’operazione Fame e Sterminio.

La data potrebbe essere ottobre, novembre o dicembre 2024, o forse inizio 2025. L’esercito israeliano ha appena lanciato una nuova operazione in tutto il nord di Gaza, la chiameremo “Operazione Ordine e Pulizia”. L’esercito ordina l’evacuazione temporanea di tutti i residenti palestinesi a nord del corridoio Netzarim “per la loro sicurezza personale”, spiegando che “l’esercito sta per intraprendere azioni importanti a Gaza City nei prossimi giorni e vuole evitare di danneggiare i civili”. L’ordine è simile a quello che l’esercito ha emesso il 13 ottobre 2023 agli oltre 1 milione di palestinesi che vivevano a Gaza City e nei suoi dintorni in quel momento. Ma è chiaro a tutti come questa volta Israele stia pianificando qualcosa di completamente diverso.

Sebbene il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Yoav Gallant siano reticenti sui veri obiettivi dell’operazione, il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, così come altri ministri dell’estrema destra, li dichiarano apertamente. In proposito citano un programma che il Forum dei Comandanti e Combattenti Riservisti, guidato dal Maggiore Generale di Riserva Giora Eiland, ha proposto solo poche settimane fa: ordinare a tutti i residenti della parte settentrionale di Gaza di andarsene entro una settimana per poi imporre un assedio completo all’area inclusa la chiusura di tutte le forniture di acqua, cibo e carburante, fino a quando coloro che rimangono non si arrendano o muoiano di fame.

Negli ultimi mesi altri importanti israeliani hanno chiesto all’esercito di effettuare uno sterminio di massa nel nord di Gaza. “Rimuovete l’intera popolazione civile dal nord e chiunque vi rimanga sarà legalmente condannato come terrorista e sottoposto a un procedimento di fame o sterminio”, ha proposto il prof. Uzi Rabi, ricercatore senior presso l’Università di Tel Aviv in un’intervista radiofonica del 15 settembre. E ad agosto, secondo un rapporto di Ynet, i ministri del governo avevano già iniziato a fare pressione su Netanyahu affinché “ripulisse” il nord di Gaza dai suoi abitanti.

Un’altra proposta è stata stilata a luglio da diversi accademici israeliani, intitolata “Da un regime omicida a una società moderata: la trasformazione e la ricostruzione di Gaza dopo Hamas”. Secondo questo piano, che è stato sottoposto ai decisori israeliani, la “sconfitta totale” di Hamas è una precondizione per avviare un processqo di “deradicalizzazione” dei palestinesi a Gaza. “È importante che anche l’opinione pubblica palestinese abbia una profonda percezione della sconfitta di Hamas”, sostengono gli autori, aggiungendo: “Un ‘primo intervento’ può iniziare nelle aree ripulite da Hamas”. Uno degli autori della proposta, il dott. Harel Chorev, ricercatore senior presso il Moshe Dayan Center dove lavora anche Rabi, ha espresso pieno sostegno al piano del gen. Eiland.

Ma torniamo al nostro scenario: inizia l'”Operazione Ordine e Pulizia” e, nonostante gli ordini di evacuazione dell’esercito, circa 300.000 palestinesi rimangono tra le rovine di Gaza City e dintorni, rifiutandosi di andarsene. Forse rimangono perché hanno visto cosa è successo ai loro vicini che se ne sono andati all’inizio della guerra, credendo che si trattasse di un’evacuazione temporanea e che ancora oggi vagano per le strade di Gaza meridionale senza un posto sicuro in cui ripararsi. Forse perché temono Hamas, che invita i residenti a rifiutare gli ordini di evacuazione di Israele. O forse perché sentono di non avere più nulla da perdere. In tutti i casi l’esercito impone un blocco completo di una settimana a tutti coloro che rimangono nella Gaza settentrionale. I combattenti di Hamas (il documento Eiland stima che ne siano rimasti 5.000 nel nord ma nessuno conosce effettivamente il loro numero reale) si rifiutano di arrendersi. Sulla televisione internazionale e sui social media le persone in tutto il mondo guardano Gaza City che viene decimata dalla fame di massa. “Preferiamo morire che andarcene”, dicono i residenti ai giornalisti.

Alla TV israeliana i commentatori non sono convinti che una mossa del genere sia decisiva per vincere la guerra. Ma concordano sul fatto che una “campagna di fame e sterminio” sia preferibile al fatto che l’esercito continui a tergiversare a Gaza. Alcune voci degli studi televisivi mettono in guardia dal potenziale danno alle pubbliche relazioni di Israele, ma nonostante ciò il piano ottiene il sostegno della maggioranza del pubblico ebraico-israeliano. I cittadini palestinesi di Israele, che intensificano le proteste contro il genocidio, vengono arrestati anche solo per averne parlato online, e la polizia reprime con la forza le dimostrazioni della sinistra radicale. Il Segretario di Stato americano Antony Blinken esprime preoccupazione, afferma che Washington è impegnata per l’integrità territoriale di Gaza e la soluzione dei due Stati, e avverte che questa ultima campagna potrebbe sabotare i negoziati per un accordo sugli ostaggi, ma Netanyahu è irremovibile. Sotto pressione della destra, che vede nell’espulsione dei residenti di Gaza City l’opportunità di radere al suolo completamente l’area e costruire colonie sulle rovine, l’esercito inizia la fase di “sterminio” delineata da Rabi.

Poiché l’esercito ha affermato che i civili possono lasciare la parte settentrionale di Gaza, anche se i soldati sparano e uccidono casualmente i civili palestinesi che cercano di evacuare, chiunque rimanga in città viene trattato come un terrorista. Tale strategia è in linea con quanto il tenente colonnello A., comandante dello squadrone di droni dell’aeronautica militare israeliana, ha detto a Ynet ad agosto sull’operazione per salvare gli ostaggi nel campo di Nuseirat: “Chiunque non sia fuggito, anche se disarmato, per quanto ci riguarda era un terrorista. Tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”. La città di Gaza è completamente distrutta e tra le rovine giacciono i corpi di migliaia o forse decine di migliaia di palestinesi. Nessuno conosce il numero esatto, perché l’area rimane una “zona militare chiusa”. L’Operazione Ordine e Pulizia è coronata da successo. L’esercito, come proposto dal piano Eiland, si prepara a replicare operazioni simili a Khan Younis e Deir al-Balah. In coordinamento con i comandanti sul campo, apparentemente senza l’approvazione dello Stato Maggiore, il rinato movimento per la ri-colonizzazione di Gaza – che è rimasto in attesa per mesi – inizia a stabilire le prime nuove comunità nelle aree che sono state “ripulite” dai palestinesi.

Uno scenario probabile ma non ineluttabile

Non è certo che questo scenario si materializzi. Può essere intralciato a vari snodi: l’esercito potrebbe far intendere che non è interessato alla piena occupazione della Striscia di Gaza, né a ripristinarvi un governo militare. L’esercito è consapevole che un’operazione su larga scala potrebbe portare all’esecuzione degli ostaggi rimasti, come è successo a Rafah, e non vuole essere responsabile del loro omicidio. Così come teme che un’operazione su larga scala a Gaza potrebbe innescare una risposta più forte da parte di Hezbollah, e quindi a una guerra intensa su due fronti o forse più.

Nonostante tutta l’indulgenza dimostrata dall’amministrazione statunitense per le azioni genocide di Israele a Gaza, che hanno fatto morire di fame e annientato decine di migliaia di palestinesi, questa fase ulteriore potrebbe essere troppo anche per il presidente autoproclamatosi “sionista” Joe Biden e per la candidata alla presidenza Kamala Harris, che parla di “sofferenza palestinese”. Potrebbe essere la mossa che costringerà la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) a dichiarare che Israele sta commettendo un genocidio e ad accelerare l’emissione di mandati di arresto da parte della Corte Penale Internazionale (ICC), non solo per Netanyahu e Gallant. I paesi europei, che finora sono stati esitanti a sanzionare Israele, potrebbero andare fino in fondo. Netanyahu potrebbe concludere che il prezzo internazionale di un’operazione del genere sia troppo alto, al diavolo i desideri dei suoi alleati di destra.

Anche la società israeliana potrebbe rappresentare un ostacolo all’attuazione del piano. Come appare evidente dalle dimostrazioni di massa delle ultime settimane, gran parte del pubblico ebraico-israeliano ha perso fiducia nelle promesse del governo di “vittoria totale” a Gaza o nell’idea che “solo la pressione militare libererà gli ostaggi”. Guidati dalle famiglie degli ostaggi, che si sono radicalizzate dopo la recente esecuzione da parte di Hamas dei sei ostaggi in un tunnel a Rafah, centinaia di migliaia di israeliani, a quanto pare, vogliono non solo vedere gli ostaggi tornare a casa ma anche lasciarsi la guerra alle spalle. Il piano Rabi-Eiland, che certamente prolungherà la guerra a Gaza e probabilmente farà fallire la liberazione degli ostaggi rimasti, potrebbe essere respinto da centinaia di migliaia di dimostranti proprio per queste ragioni.

Tuttavia bisogna anche ammettere che lo scenario che ho delineato non è inverosimile. Dal 7 ottobre la società israeliana ha subito un processo accelerato di disumanizzazione nei confronti dei palestinesi, ed è difficile pensare che l’esercito rifiuti in massa di portare avanti una simile campagna di sterminio, soprattutto se presentata in fasi: prima costringendo la maggior parte dei residenti ad andarsene, poi imponendo un assedio e solo allora l’eliminazione di coloro che rimangono. Non è semplicemente una questione di vendetta per le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre. All’interno della logica distorta che regola la politica israeliana nei confronti dei palestinesi, l’unico modo per ripristinare la “deterrenza” dopo l’umiliazione militare del 7 ottobre è quello di schiacciare completamente la collettività palestinese, comprese le sue città e istituzioni.

Per qualcuno può essere facile liquidare le proposte israeliane di “finire il lavoro” nella parte settentrionale di Gaza come una magniloquenza genocida difficile da realizzare. Ma il piano è stato concepito da Eiland, Rabi e altre persone influenti, non solo quelle del circolo “messianico” di Ben Gvir e Smotrich. E indipendentemente da ciò che accadrà nei prossimi mesi, il fatto stesso che esplicite proposte di far morire di fame e sterminare centinaia di migliaia di persone siano in discussione dimostra esattamente dove si trova oggi la società israeliana.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Libano: dodici morti e 2.750 feriti dopo le micidiali esplosioni dei cercapersone

Nader Durgham, Rayhan Uddin, Heba Nasser a Londra

17 settembre 2024-Middle East Eye

Il movimento libanese giura che punirà Israele dopo l’eccezionale attacco ai suoi membri

Almeno 12 persone sono state uccise e 2.750 ferite in Libano martedì dopo che i cercapersone comunemente usati da Hezbollah sono esplosi, in un eccezionale attacco che il movimento e il governo libanese hanno attribuito a Israele.

Hezbollah ha affermato che “esplosioni misteriose” hanno fatto saltare i cercapersone di “varie unità e istituzioni di Hezbollah” e che in risposta Israele avrebbe ricevuto “la giusta punizione”.

Tra i morti c’è una bambina di 10 anni che è stata uccisa nella valle della Bekaa nel Libano orientale quando il cercapersone di suo padre, che è un membro di Hezbollah, è esploso.

Tra le vittime vi sarebbe anche il figlio di un parlamentare di Hezbollah.

Un funzionario libanese, che ha fatto dichiarazioni in forma anonima perché non autorizzato a parlare con i media, ha detto a Middle East Eye di sospettare che le autorità israeliane abbiano manomesso i cercapersone per “provocare una guerra”.

Secondo i media siriani e iraniani dei membri di Hezbollah sono anche rimasti feriti e sono stati portati in ospedale in Siria dove sostengono il governo di Bashar al-Assad.

Mojtaba Amani, ambasciatore iraniano in Libano, è tra i feriti. Il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah è rimasto illeso, ha detto il suo gruppo.

Caos negli ospedali di Beirut

Subito dopo le esplosioni persone coperte di sangue sono state viste barcollare per le strade di Beirut assistite dai passanti.

Le ambulanze hanno trasportato di corsa le vittime negli ospedali della capitale, ma molti di questi hanno rapidamente raggiunto la capienza massima.

Nella periferia meridionale di Beirut, un’area comunemente nota come Dahiyeh dove vivono molti sostenitori e membri di Hezbollah, sono state erette tende mediche di emergenza per curare i pazienti.

Fuori dall’ospedale universitario Rafic Hariri, nel sud di Beirut, il personale medico ha messo letti di emergenza fuori all’ingresso per accogliere i feriti il ​​più rapidamente possibile.

Si sono raccolte preso gli ospedali anche molte persone per rispondere alle richieste di donazioni di sangue.

“Sto ancora cercando di capire cosa sia successo. Sto solo aspettando che mio marito esca dal pronto soccorso”, ha detto a MEE una donna che ha chiesto di rimanere anonima fuori dall’ospedale Hotel-Dieu de France.

Alcuni spettatori sono stati rimproverati per aver scattato fotografie dei membri feriti di Hezbollah.

Attacco di assoluta novità

I cercapersone interessati provenivano da una nuova spedizione che Hezbollah aveva ricevuto nei giorni scorsi, ha riferito il Wall Street Journal. Un funzionario di Hezbollah ha detto al WSJ che centinaia di combattenti avevano tali dispositivi e ha affermato che un malware potrebbe aver causato il surriscaldamento e l’esplosione dei cercapersone. Alcune persone hanno sentito i cercapersone riscaldarsi e li hanno gettati via prima che esplodessero, ha aggiunto il funzionario.

Non è ancora chiaro come i cercapersone siano stati fatti esplodere. Alcuni hanno ipotizzato che all’interno dei dispositivi siano stati in qualche modo piazzati degli esplosivi. Israele non ha commentato l’attacco o l’accusa di esserne responsabile

Dall’inizio dell’attacco guidato da Hamas contro Israele il 7 ottobre e della successiva guerra a Gaza, Hezbollah e l’esercito israeliano sono stati coinvolti in scambi a fuoco. I combattimenti hanno ucciso centinaia di libanesi, per lo più combattenti di Hezbollah, e decine di israeliani.

Il movimento libanese, che è la più forte potenza militare non statale al mondo, afferma di attaccare Israele in solidarietà con i palestinesi di Gaza e che smetterà di combattere se il governo israeliano accetterà un cessate il fuoco con Hamas. Israele ha ripetutamente minacciato di invadere il Libano in risposta agli attacchi di Hezbollah. Martedì mattina, il servizio di sicurezza interna israeliano Shin Bet ha affermato di aver sventato un complotto di Hezbollah per uccidere un ex funzionario della difesa israeliana, utilizzando un esplosivo azionato a distanza.

L’analista militare Mustafa Asaad ha descritto l’attacco dei cercapersone come un “metodo rivoluzionario” che utilizza una tecnologia “all’avanguardia”. Ha detto a MEE che Israele sembra essersi introdotto nelle “reti di comando e comunicazione di Hezbollah, aver identificato i militanti uno per uno, analizzato i loro movimenti e poi diretto una forma di attacco cinetico sull’intera banda larga”.

Asaad è scettico sul fatto che i cercapersone contenessero trappole esplosive e sostiene che un simile schema sarebbe stato troppo semplice e facilmente individuabile al momento della consegna.

Temendo che i servizi segreti e militari di Israele, tecnologicamente molto avanzati, potessero infiltrarsi nelle sue comunicazioni Hezbollah ha fatto sempre più affidamento su dispositivi e metodi più rudimentali, come cercapersone e corrieri. A febbraio Nasrallah ha esortato i suoi seguaci a stare attenti agli smartphone e ai social media.

Secondo Asaad “quelli presi di mira finora sembrano essere agenti nel ramo della sicurezza e controspionaggio, operativi sul campo e i livelli di comando più alti”.

“Questo significa che l’intera piattaforma di comunicazione è stata hackerata e violata e si può solo immaginare da quanto tempo”, ha detto.

“Nel complesso questo è un duro colpo per Hezbollah e significa che l’intera struttura è stata compromessa. Non puoi sostituire intere unità di sicurezza da un giorno all’altro e non puoi trovare dei rimpiazzi così facilmente e addestrarli durante una guerra totale”.

Ragip Soylu ha contribuito a questo reportage da Ankara, Turchia.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il fotografo palestinese Louay Ayoub vince un premio prestigioso in Francia

Redazione di Middle East Monitor

10 settembre 2024 – Middle East Monitor

Il fotografo palestinese Louay Ayoub ha vinto il prestigioso premio Visa Pour l’Image Festival per il suo video-documentario “The Gaza Tragedy”. Il festival, il più importante evento internazionale dedicato al fotogiornalismo, ha aperto la sua trentaseiesima edizione lo scorso fine settimana a Perpignan in Francia.

Il sindacato dei giornalisti palestinesi si è congratulato con Ayoub, definendo la sua vittoria un tributo a tutti i giornalisti che hanno rischiato la vita senza sosta per portare al mondo la verità su quanto sta accadendo a Gaza. Il sindacato ha sottolineato che il riconoscimento a Ayoub riflette in questo modo i suoi profondi impegno e professionalità nel documentare la sofferenza del popolo palestinese in mezzo all’aggressione israeliana in corso, che a Gaza ha già ucciso più di 41.000 persone e ferito altre 95.000, molte delle quali donne e minori.

Il documentario di Ayoub è stato selezionato come opera migliore da una commissione di foto redattori. Egli ha tenuto il discorso di accettazione attraverso un collegamento video e ha dedicato il suo premio a “tutti i giornalisti e i palestinesi che hanno perso la vita mentre facevano il loro lavoro a Gaza.”

Egli ha aggiunto che “è assolutamente essenziale per i giornalisti internazionali andare a Gaza, in primo luogo per documentare la guerra, ma anche perché ciò ci proteggerebbe un po’ di più dall’esercito [israeliano].”

L’agenzia Anadolu ha riferito che la sua citazione di Hamas come “il movimento di resistenza della Palestina” ha portato Louis Aliot, il sindaco di estrema destra di Perpignan, a chiedere che il premio gli fosse revocato.

Tuttavia gli organizzatori del festival hanno confermato la decisione dei giudici. Il direttore del festival, Jean-Francois Leroy, ha difeso la scelta della giuria in una intervista con l’agenzia spagnola di notizie EFE.

Non abbiamo mai avuto simili reazioni ostili eccetto riguardo alla guerra Israele-Hamas” ha affermato Leroy. “La nostra giuria è composta da foto redattori ed esperti internazionali. Che io sia personalmente d’accordo o meno, ho sempre rispettato le loro decisioni.”

Egli ha sottolineato le difficoltà incontrate dai giornalisti stranieri a Gaza, con le restrizioni imposte da Israele che rendono i giornalisti locali la fonte primaria di informazione dall’enclave.

Secondo la federazione internazionale dei giornalisti, dal 7 ottobre dello scorso anno Israele ha ucciso a Gaza almeno 170 giornalisti, inclusi professionisti di varie nazionalità. Tra le vittime famose ci sono stati il fotogiornalista Ali Jadallah di Anadolu, la cui famiglia è stata uccisa da un attacco israeliano alla sua casa, e il cameraman freelance Muntasir Al-Sawaf che è stato ucciso da un attacco aereo israeliano.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Guerra a Gaza: un massiccio attacco israeliano sulle tende degli sfollati palestinesi uccide almeno 40 persone

Ahmed Abd el Aziz

Nader Durgham

10 settembre 2024Middle East Eye

Israele afferma di aver colpito un centro di comando di Hamas ad al-Mawasi, sebbene i sopravvissuti palestinesi abbiano detto a MEE che non c’erano combattenti nella zona

Martedì gli attacchi aerei israeliani su una cosiddetta “zona umanitaria” nella zona meridionale di al-Mawasi a Gaza hanno ucciso almeno 40 persone hanno affermato le autorità sanitarie locali. Gli attacchi hanno preso di mira almeno 20 tende che ospitavano i palestinesi sfollati nella zona costiera vicino alla città di Khan Younis.

Testimoni oculari hanno riferito all’AFP [Agenzia France Presse, n.d.t.] che almeno cinque razzi sono caduti nella zona e i servizi di emergenza hanno affermato che gli attacchi hanno creato crateri profondi fino a nove metri. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver attaccato un centro di comando di Hamas “camuffato nell’area umanitaria di Khan Younis” e che “sono state prese molte misure per ridurre le possibilità di danneggiare i civili, tra cui l’uso di armi di precisione, sorveglianza aerea e informazioni di intelligence aggiuntive”.

L’esercito [israeliano, n.d.t.] ha affermato che l’attacco aveva come obiettivo dei leader di Hamas, tra cui Samer Ismail Hader Abudaqa, identificato come il capo dell’unità aerea del movimento palestinese;,Osama Tabash, definito il capo della sorveglianza e degli obiettivi nella divisione di intelligence di Hamas e Ayman Mabhouh, un altro alto funzionario.

Non ha portato prove a sostegno di nessuna delle sue affermazioni.

Hamas ha negato le accuse sostenendo che “le affermazioni dell’esercito di occupazione fascista sulla presenza di elementi della resistenza nel sito preso di mira sono una palese menzogna”.

L’organizzazione di ricerca e soccorso della difesa civile di Gaza ha affermato che l’esercito israeliano ha utilizzato “missili con un’esplosione molto potente” e ha stimato che si è trattato di “uno dei massacri più orribili dall’inizio della guerra israeliana a Gaza”.

Non ha senso”

Um Mahmoud, un palestinese sfollato ad al-Mawasi, ha descritto di aver visto donne e bambini “fatti a pezzi” dopo gli attacchi.” Siamo qui da nove mesi, non abbiamo visto un solo membro della resistenza entrare nella zona”, ha detto Mahmoud a Middle East Eye.

Alaa al-Shaer, che è rimasto nel campo profughi con la sua famiglia, ha detto di avere un messaggio per gli israeliani “che stanno conducendo un genocidio contro di noi”. “Ho mia sorella, i miei figli, le mie figlie. Vi sembra possibile che permetta la presenza tra loro di qualcuno ricercato dagli israeliani? Non ha senso”. “Gli israeliani hanno detto, ‘andate nelle zone sicure’ ed è quello che la gente ha fatto”, ha aggiunto.

Le riprese video delle conseguenze immediate mostrano i palestinesi che scavano disperatamente nei profondi crateri per cercare i loro cari e la difesa civile che afferma che “intere famiglie” sono “scomparse” sepolte nella sabbia.

Mentre il sole sorgeva molte persone si sono dirette verso la zona per cercare di sostenere i soccorsi. Altri stavano guardando tra i resti delle loro tende, presumibilmente nel tentativo di recuperare qualcosa. Coloro che cercavano di andarsene hanno lottato per farsi strada attraverso i giganteschi crateri lasciati nel terreno.

In lacrime, in piedi fuori dall’ospedale Nasser di Khan Younis, una donna piangeva la morte della sorella uccisa nell’attacco.

“Mia sorella è stata martirizzata, aveva 35 anni”, ha raccontato a Middle East Eye. “Suo marito è scomparso quando gli israeliani lo hanno preso sei mesi fa”.

La donna, che si trovava a una sola strada di distanza dalla tenda della sorella, dice che quest’ultima ha lasciato sei figlie e due figli maschi.

“Come puoi vedere una ragazza rimanere orfana? Nessuna madre, nessun padre, nessun nonno, nessuno”, afferma.

Quasi tutti i 2,1 milioni di abitanti di Gaza sono stati ripetutamente sfollati a causa dei continui attacchi israeliani e molti di loro sono stati costretti a fuggire in quella che Israele descrive come una “zona umanitaria” nella parte meridionale dell’enclave. Israele riduce ripetutamente l’area designata come zona umanitaria sostenendo che alcuni luoghi sono stati utilizzati da Hamas e costringe i palestinesi a trasferirsi in un’area in continua contrazione che è stata anche in passato bombardata da Israele.

Organizzazioni per i diritti umani ed esperti delle Nazioni Unite hanno accusato Israele di punizioni collettive contro i palestinesi sin dall’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre, incluso l’uso della fame come arma di guerra. Da allora, le forze israeliane hanno ucciso nell’enclave più di 41.000 palestinesi

la maggior parte dei quali sono donne e bambini.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Tareq Baconi: “In Medio Oriente non è possibile un futuro di giustizia e pace senza includere Hamas”

Ricardo Mir de Francia

2 settembre 2024- El Periódico de Catalunya

Nei discorsi dei dirigenti israeliani e dei loro alleati occidentali Hamas è poco più che un’ organizzazione terroristica sanguinaria motivata dall’odio verso gli ebrei e spinta dall’oscurantismo religioso. Una descrizione che agli occhi di Tareq Baconi (Hamman, 1983) non è altro che la caricatura interessata che impedisce di capire la complessità del principale movimento della resistenza palestinese all’occupazione israeliana e avanzare verso una soluzione del conflitto. L’accademico palestinese, presidente del think tank Al Shabaka e professore in università come la Columbia [prestigiosa università statunitense, ndt.], pubblica ora in spagnolo “Hamas, auge e pacificazione della resistenza palestinese” (Capitan Swing), una storia degli ultimi 30 anni del conflitto dalla prospettiva di Hamas, con una lucida introduzione attualizzata per affrontare gli avvenimenti del 7 ottobre, il giorno in cui Hamas ha cambiato il corso della storia con la sua brutale incursione nel sud di Israele.

Molti mezzi di comunicazione e politici occidentali tendono a ridurre Hamas a un’organizzazione terroristica, ma lei sostiene che questa definizione impedisce di comprendere ciò che è in realtà.

È importante segnalare che prima di Hamas c’era l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), e l’Occidente e Israele utilizzavano con l’OLP esattamente la stessa terminologia che usano con Hamas, descrivendola come un’organizzazione terroristica che si prefiggeva di distruggere lo Stato di Israele. Questa etichetta viene applicata a qualunque progetto politico palestinese che sfidi il sistema di controllo israeliano, il suo apartheid sui palestinesi. Però non spiega molto. Quello che fa è dare a Paesi come gli Stati Uniti e Israele carta bianca per attaccare con una forza militare sproporzionata le organizzazioni che essi considerano terroriste.

Cos’è quindi Hamas?

É un’organizzazione multiforme, con un vasto tessuto sociale, che ha partecipato a elezioni democratiche ed ha una missione politica. In parallelo ha un braccio militare considerato dai palestinesi una forma legittima di resistenza anticoloniale. Per questo quando la si riduce a un’organizzazione terroristica si sottende che agisce irrazionalmente, senza un obiettivo strategico e con l’unico fine di infliggere danni agli israeliani. Non è così. E la realtà è che la maggioranza degli assassinii di civili nella regione sono responsabilità dell’esercito israeliano, non delle fazioni palestinesi.

Di fatto lei descrive gli attacchi del 7 ottobre come “una dimostrazione senza precedenti di violenza anticoloniale”, una lettura che non ha fatto nessun governo occidentale.

Non mi stupisce. In Paesi come Francia, Regno Unito, Germania e sicuramente Stati Uniti esiste un appoggio molto consolidato alla narrazione israeliana. Qualunque impostazione che la sfidi viene considerata irrazionale o un’errata comprensione della realtà sul terreno. Però la maggioranza dei Paesi del mondo, probabilmente anche del continente africano, la vede come un grande esempio di resistenza anticoloniale. Soprattutto le Nazioni in precedenza colonizzate capiscono quello che è successo il 7 ottobre.

Nel corso degli anni Israele e Hamas hanno mantenuto una sorta di equilibrio del terrore. Perché Hamas ha deciso di romperlo il 7 ottobre?

Hamas ha utilizzato questa espressione nel contesto della Seconda Intifada per spiegare l’uso degli attentati suicidi, sottolineando che non c’è simmetria tra occupante e occupato. Voleva comunicare al governo israeliano che ogni volta che si uccidono civili palestinesi o si attaccano i loro centri urbani, Hamas attaccherà i suoi civili e centri urbani. Pensava che se gli israeliani avessero compreso il prezzo dell’occupazione avrebbero obbligato il loro governo ad abbandonarla. Ma è successo il contrario. Israele agisce in base alla premessa che ogni violenza contro i palestinesi è accettabile per fare in modo che i suoi cittadini possano vivere in pace e sicurezza. E, soprattutto durante il governo di Ariel Sharon, ha utilizzato la guerra di Bush contro il terrorismo per rafforzare l’occupazione. Cosa che ha portato Hamas a capire che doveva basarsi su una linea più politica.

Hamas entrò in politica in seguito alla Seconda Intifada e vinse le elezioni. Israele impose un blocco contro Gaza con l’appoggio dell’Occidente. Lungo il percorso ha modificato la sua carta fondativa per accettare uno Stato palestinese all’interno delle frontiere del 1967. E di lì fino al 7 ottobre: quasi 800 civili assassinati, più di 300 militari e poliziotti, 250 sequestrati e una condanna internazionale generalizzata.

Il 7 ottobre è stato in realtà un tentativo di porre fine al blocco imposto nel 2007. Un blocco ermetico che, dal punto di vista israeliano, cercava di contenere Hamas impedendo che potesse agire fuori dalla Striscia di Gaza con il fine di incrementare la sicurezza dei suoi cittadini. Per i palestinesi, tuttavia, è un blocco violento e l’idea che continuasse indefinitamente senza nessun tipo di miglioramento era una cosa inaccettabile. Hamas ha preso la decisione di sfidare concretamente il blocco, pochi pensavano che potesse riuscirci.

Quel giorno sono caduti molti miti…

Il 7 ottobre ha dimostrato che la presunta invincibilità di Israele è falsa. La mia interpretazione è che l’operazione di Hamas era diretta contro i battaglioni militari israeliani nei pressi della Striscia. Volevano infliggergli un duro colpo, ottenere informazioni e probabilmente catturare ostaggi. Il fatto che Hamas e poi molte altre fazioni e gruppi di civili potessero rimanere sul territorio israeliano per tanto tempo senza dover affrontare quasi alcuna resistenza e imbattendosi in un festival di musica ha fatto sì che quell’operazione selettiva assumesse una dimensione molto maggiore rispetto a quanto previsto e che a un certo punto non fosse più sotto il controllo di Hamas. Un fatto che merita di essere criticato, ma anche di essere capito.

Che tipo di dibattito c’è stato in Hamas da allora, data la brutalità con la quale hanno agito i suoi miliziani? Molti palestinesi di Gaza l’accusano di aver commesso un grave errore di calcolo.

Non sono in contatto né ho avuto accesso ad Hamas dopo il 7 ottobre. Questo libro è stato pubblicato inizialmente nel 2018. Però c’è stata una serie di discussioni che hanno fornito informazioni. La prima è che Hamas sostiene di non aver attaccato attivamente i civili e rifiuta le accuse da parte di Israele di violenze sessuali, che continuano a non essere dimostrate. Cosa che non vuol dire che non ci siano stati questi assassinii. Storicamente l’appoggio ad Hamas aumenta dopo gli attacchi militari di Israele e diminuisce in seguito fino a un livello di base intorno al 20-30%. Questa volta l’appoggio è aumentato moltissimo, non solo a Gaza ma tra i palestinesi in generale. Non sorprende che da allora sia sceso. Nessuno avrebbe potuto sapere in anticipo di questo genocidio né che la comunità internazionale avrebbe permesso a Israele di continuare con questo livello di violenza genocida per tanto tempo. Quindi la rabbia e le domande della gente di Gaza sono valide.

C’è un qualche risultato possibile della catastrofe di Gaza che permetta ad Hamas di affermare che il 7 ottobre non è stato un disastro strategico?

Credo che Hamas possa cantar vittoria perché quello che ha fatto il 7 ottobre è stato sfidare il paradigma imposto da Israele e dall’Occidente ai palestinesi, cioè che ci possa essere stabilità per gli israeliani, anche quando Israele mantiene un apartheid violento contro i palestinesi. Hamas ha completamente distrutto questa illusione. E ha infranto anche un altro pilastro fondamentale del sionismo: che Israele possa garantire sicurezza agli ebrei in Palestina senza affrontare la questione palestinese. Avendo infranto questo assunto, quello che Hamas ha fatto il 7 ottobre si può già considerare una vittoria.

È possibile un ritorno alla situazione precedente al 7 ottobre?

Non lo credo. L’Occidente parla del rilancio del processo di pace, ma francamente è una sciocchezza. Dalla prospettiva israeliana questa è una guerra di sterminio. Ne parlano apertamente. Ben-Gvir [ministro israeliano della Sicurezza interna, di estrema destra, ndt.] ha detto varie volte che vogliono completare la Nakba (l’espulsione dei palestinesi). Stanno armando i loro coloni, accelerando la spoliazione nei territori occupati e perpetrando un genocidio a Gaza. Da parte palestinese, con l’eccezione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), vista come illegittima e collaborazionista dai suoi cittadini, questa è una guerra per la sopravvivenza e anche una vera guerra per la liberazione. Ora ci troviamo in questa situazione. Non c’è una via di mezzo. Tutti cercheranno di rimettere Israele e Palestina nella situazione del 6 ottobre. Potrebbe funzionare qualche mese, un anno, forse due, ma le intenzioni di ognuna delle parti sono inequivocabili.

Sta dicendo che ci sono le condizioni per risolvere il conflitto in un modo o nell’altro, anche se non è la soluzione giusta che molti hanno atteso per anni.

Esattamente. Ci troviamo in una fase in cui Israele completa la Nakba, e con ciò mi riferisco allo sterminio ed espulsione dei palestinesi, cosa che già sta succedendo, oppure i palestinesi sono in grado di sviluppare un progetto politico simile a quello dell’OLP negli anni ’60 e ’70 o a quello del Congresso Nazionale Africano in Sudafrica con richieste di liberazione, uguaglianza e giustizia per ebrei e arabi dal fiume [Giordano] al mare [Mediterraneo]. Non credo che ci sia spazio per una via intermedia.

Però lei ammonisce anche che l’ideologia di Hamas potrebbe distruggere la legittimità della causa palestinese, riferendosi principalmente al suo islamismo politico.

Bisogna capire che la lotta palestinese per la liberazione è stata sempre diversificata. Include gli islamisti, ma anche i nazionalisti laici, la sinistra marxista, i palestinesi di Israele o la diaspora. Finché Hamas potrà parteciparvi come un elemento in più di questo insieme verrà considerato un movimento nazionale islamista. Ma il problema inizia quando Hamas cerca di imporre la sua ideologia islamista su tutti i palestinesi. É inaccettabile. La soluzione sarebbe che entri a far parte dell’OLP, che è la struttura per canalizzare la lotta palestinese. Ci ha provato, ma tanto l’Occidente come lo stesso Fatah si oppongono. E senza Hamas non avremo mai una dirigenza rappresentativa nell’OLP che possa parlare a nome di tutti i palestinesi.

Molti dirigenti di Hamas sono stati eliminati e Netanyahu insiste per sradicare il movimento. Lei sostiene che non succederà. Si aspetta che Hamas si reinventi in seguito alla guerra?

Non è una mia tesi, anche l’apparato di sicurezza israeliano riconosce apertamente che i progetti di Netanyahu non sono realistici. Non solo perché Hamas è anche un’idea, ma perché è stato capace di resistere meglio del previsto sul campo di battaglia. Non credo che sia possibile un futuro di giustizia e pace tra il fiume e il mare senza includere Hamas. L’idea che Hamas possa essere escluso è la stessa logica imperante che sta dietro al blocco e, come abbiamo visto, è fallita politicamente e militarmente. Anche moralmente. La maggioranza dei palestinesi non appoggia Hamas per la sua ideologia islamista ma per il suo progetto politico, che è lo stesso difeso una volta dall’OLP. E finché esisterà l’apartheid israeliano esisterà la resistenza palestinese a questo regime di oppressione, suprematismo ebraico e mancanza di uguaglianza di diritti.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)