Dati dell’intelligence israeliana: fra i detenuti di Gaza solo 1 su 4 è un militante

Yuval Abraham

4 settembre 2025 +972 Magazine

Un’indagine congiunta scopre in un database segreto dell’esercito israeliano che la stragrande maggioranza dei 6.000 palestinesi arrestati a Gaza e trattenuti in condizioni spaventose nelle carceri israeliane è costituita da civili

Come rivela un’indagine congiunta di +972 Magazine, Local Call e The Guardian solo un palestinese su quattro catturato dalle forze israeliane a Gaza è stato identificato dall’esercito come militante, mentre i civili costituiscono la stragrande maggioranza dei “combattenti illegali” detenuti nelle carceri israeliane dal 7 ottobre.

Questo è quanto emerge dai dati contenuti in un database riservato gestito dalla Direzione dell’Intelligence Militare israeliana (nota con l’acronimo ebraico “Aman”), oltre alle statistiche ufficiali sulle carceri israeliane divulgate in procedimenti legali. Testimonianze di ex detenuti palestinesi e soldati israeliani che hanno prestato servizio in centri di detenzione rivelano inoltre che Israele ha consapevolmente rapito civili in massa e li ha trattenuti per lunghi periodi in condizioni spaventose.

I dati sulle detenzioni forniti a maggio dallo Stato in risposta alle petizioni dell’Alta Corte hanno rivelato che un totale di 6.000 palestinesi erano stati arrestati a Gaza durante i primi 19 mesi di guerra e trattenuti in Israele in base a una legge per l’incarcerazione di “combattenti illegali” – uno strumento giuridico che consente a Israele di imprigionare le persone a tempo indeterminato senza accusa né processo se vi sono “ragionevoli motivi” per ritenere che abbiano partecipato o siano membri di un gruppo che abbia partecipato ad “attività ostili contro lo Stato di Israele”.

I politici, i militari e i media israeliani si riferiscono abitualmente a tutti i detenuti palestinesi di Gaza come “terroristi”, e il governo non ha mai ammesso di aver detenuto o trattenuto alcun civile. Nei resoconti pubblici l’Israel Prison Service (IPS) ha affermato, senza fornire prove, che quasi tutti i “combattenti illegali” detenuti nelle carceri israeliane sono membri di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese (JIP).

Tuttavia i dati ottenuti a metà maggio dal database di Aman, che fonti di intelligence hanno descritto come l’unica fonte affidabile per determinare chi l’esercito consideri combattente attivo a Gaza, hanno dimostrato che Israele aveva arrestato solo 1.450 individui appartenenti alle ali militari di Hamas e JIP, il che significa che circa tre quarti dei 6.000 detenuti non appartengono a nessuno dei due.

Il database, la cui esistenza è stata recentemente svelata da +972, Local Call e Guardian, elenca i nomi di 47.653 palestinesi che l’esercito considera militanti di Hamas e della Jihad islamica (viene aggiornato regolarmente e include persone fermate dopo il 7 ottobre). Secondo i dati, a metà maggio Israele aveva arrestato circa 950 combattenti di Hamas e 500 della Jihad islamica.

Il database non contiene informazioni su membri di altri gruppi armati a Gaza, che nei rapporti dell’Israel Prison Service rappresentano meno del 2% dei “combattenti illegali” detenuti. Almeno 300 palestinesi sono inoltre detenuti in Israele con l’accusa di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre; non sono definiti “combattenti illegali” ma detenuti per reati penali, poiché Israele afferma di avere prove sufficienti per processarli.

+972, Local Call e Guardian hanno ottenuto i dati numerici dal database senza i nomi delle persone elencate o le informazioni che presumibilmente le incriminano, la cui affidabilità è comunque messa in dubbio dalle inconsistenti accuse mosse contro persone come il giornalista di Al Jazeera Anas Al-Sharif, assassinato il mese scorso.

Nel corso della guerra, in parte a causa del grave sovraffollamento delle carceri, Israele ha rilasciato più di 2.500 prigionieri che aveva classificato come “combattenti illegali”, il che implica che non li ritenesse realmente militanti. Altri 1.050 sono stati rilasciati in seguito a scambi di prigionieri concordati tra Israele e Hamas.

Sia i gruppi per i diritti umani che i soldati israeliani hanno descritto una percentuale di combattenti tra i prigionieri arrestati a Gaza ancora inferiore a quella che emerge dai dati trapelati. Nel dicembre 2023, quando le foto di decine di palestinesi spogliati e incatenati suscitarono indignazione internazionale, alti ufficiali ammisero ad Haaretz che “l’85-90%” non erano membri di Hamas.

Il Centro Al Mezan per i Diritti Umani, con sede a Gaza, ha difeso centinaia di civili detenuti nelle carceri israeliane. Il suo operato “indica una campagna sistematica di detenzioni arbitrarie che prende di mira i palestinesi in modo indiscriminato, indipendentemente da qualsiasi presunto reato”, ha affermato il vicedirettore Samir Zaqout.

“Al massimo forse uno su sei o sette [detenuti] potrebbe avere qualche legame con Hamas o altre fazioni militanti, e, anche in quel caso, non necessariamente con le loro ali militari. In molti casi l’affiliazione politica a un partito palestinese è sufficiente perché Israele etichetti qualcuno come militante.”

I palestinesi rilasciati dai centri di detenzione militari israeliani e dalle prigioni israeliane nel corso della guerra hanno testimoniato di condizioni estremamente dure, tra cui frequenti abusi e torture. A causa di queste pratiche decine di detenuti sono morti sotto la custodia israeliana.

Aggirare il giusto processo

Emanata nel 2002, la Legge sull’Incarcerazione dei Combattenti Illegali è stata concepita per consentire a Israele di detenere persone durante la guerra senza doverle riconoscere come prigionieri di guerra come previsto dalle Convenzioni di Ginevra. La legge consente inoltre a Israele di negare ai detenuti di ricorrere a un avvocato fino a 75 giorni.

I tribunali israeliani prolungano la detenzione dei palestinesi quasi automaticamente, basandosi su “prove segrete” in udienze che durano solo pochi minuti. Secondo i dati dell’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked, l’Israel Prison Service sta attualmente detenendo circa 2.660 cittadini di Gaza arrestati dopo il 7 ottobre come “combattenti illegali”, il numero più alto mai registrato durante la guerra. Le organizzazioni [per i diritti, n.d.t.] legali ritengono che centinaia di altre persone siano attualmente confinate nei centri di detenzione militari israeliani prima di essere trasferite nelle prigioni dell’IPS (l’esercito ha dichiarato a maggio che il numero totale di detenuti “combattenti illegali” nelle carceri e nei centri di detenzione era di 2.750).

“Se Israele dovesse processare tutti [i detenuti], dovrebbe redigere atti di accusa per capi d’imputazione specifici e presentare prove di tali accuse”, ha spiegato Jessica Montell, direttrice di HaMoked. “Il giusto processo può essere impegnativo. Ecco perché hanno creato la Legge sui Combattenti Illegali, per aggirare tutto questo”.

Questa legge, ha aggiunto Montell, ha facilitato la “sparizione forzata di centinaia e persino migliaia di persone” che sono di fatto detenute senza alcuna supervisione esterna.

Il fatto che tre quarti di coloro che sono detenuti come “combattenti illegali” non siano considerati, nei registri dell’esercito, appartenenti alle ali armate di Hamas o della JIP “mina l’intera giustificazione della loro detenzione”, ha spiegato Tal Steiner, direttore del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, le cui petizioni legali contro l’incarcerazione di massa hanno spinto lo Stato a fornire i dati sul numero di detenuti dal 7 ottobre.

“Appena è iniziata l’ondata di arresti di massa a Gaza nell’ottobre 2023 si è diffusa la seria preoccupazione che molte persone non coinvolte venissero detenute senza motivo”, ha continuato Steiner. “Questa preoccupazione è stata confermata quando abbiamo appreso che metà degli arrestati all’inizio della guerra sono stati infine rilasciati, a dimostrazione del fatto che non vi era alcun fondamento per la loro detenzione”.

Un ufficiale dell’esercito israeliano che ha guidato le operazioni di arresti di massa nel campo profughi di Khan Younis ha dichiarato a +972, Local Call e Guardian che la missione della sua unità era quella di “svuotare” il campo e costringere i suoi residenti a fuggire più a sud. Nell’ambito di questa missione i detenuti sono stati arrestati in massa e condotti in strutture militari dove sono stati classificati come “combattenti illegali”.

“Tutti venivano fatti marciare in lunghi convogli con sacchi in testa verso la costa, verso Al-Mawasi”, ha detto. “[Venivano portati in] quello che chiamavamo un centro di ispezione, [dove] le persone venivano controllate. Ogni notte caricavano il cassone di un camion con decine, centinaia di uomini, bendati, legati, accatastati uno sopra l’altro. Ogni notte un camion come questo andava in Israele”.

L’agente si era reso conto che non veniva fatta alcuna distinzione “tra un terrorista entrato in Israele il 7 ottobre e qualcuno che lavorava per l’autorità idrica di Khan Younis”, e che gli arresti anche di minori venivano effettuati in modo quasi arbitrario. “È inconcepibile”, ha detto. “Si prende un uomo, un ragazzo, un giovane dalla sua famiglia, e lo si manda in Israele per un interrogatorio. Se mai tornasse, come farebbe a ritrovarla?”

Ahmad Muhammad, un trentenne del campo profughi di Khan Younis, ha raccontato di essere stato costretto il 7 gennaio 2024 a camminare in uno di questi convogli con la moglie e i tre figli. Al posto di blocco l’esercito ha annunciato con un megafono che gli uomini dovevano fermarsi, identificandoli in base al colore dei loro vestiti. ” ‘Camicia blu, torna indietro, torna indietro’, mi ha urlato un soldato”, ha ricordato.

È stato separato dalla famiglia insieme a un gruppo di altri uomini. “Eravamo un gruppo di persone a caso: lavoro come barbiere nel campo, non sono affiliato a nessuna fazione”, ha detto Muhammad. “Ogni volta che un soldato si avvicinava ci insultava, finché non è arrivato un camion e siamo stati gettati dentro, ammucchiati uno sopra l’altro, profondamente umiliati”.

Muhammad è stato portato alla prigione del Negev e interrogato sugli attacchi del 7 ottobre. Ha detto ai soldati di non sapere nulla, ma lo hanno tenuto in detenzione per un anno intero. Ancora oggi non sa perché. “Ho vissuto giorni difficili in prigione: malattia, freddo, torture, umiliazioni”, ha spiegato.

Muhammad è stato rilasciato a gennaio di quest’anno insieme a circa altri 2.000 prigionieri palestinesi, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas; metà erano detenuti dal 7 ottobre ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali senza poter comunicare con un avvocato o accedere ad un giusto processo per mesi.

Diversi soldati hanno confermato a +972, Local Call e Guardian di aver assistito alla detenzione di massa di civili palestinesi presso strutture militari israeliane. Un soldato che ha prestato servizio nel famigerato centro di detenzione di Sde Teiman ha affermato che un complesso era soprannominato “il reparto geriatrico” perché tutti i detenuti erano anziani o gravemente feriti, alcuni dei quali prelevati direttamente dagli ospedali di Gaza. 

“Dall’ospedale indonesiano [di Beit Lahiya] prelevavano masse di persone”, ha detto il soldato. “Portavano uomini su sedie a rotelle, persone senza gambe o con gambe praticamente inutili. Ricordo un uomo di 75 anni con monconi gravemente infetti. Ho sempre pensato che la scusa per arrestare i pazienti fosse che forse avevano visto gli ostaggi o qualcosa del genere”. Tutti loro, ha aggiunto, erano trattenuti nel “reparto geriatrico”.

Un altro soldato che comandava una squadra all’inizio della guerra ha detto che l’esercito aveva arrestato un paziente sulla settantina all’interno dell’ospedale Al-Shifa di Gaza City. “È arrivato legato a una barella. Era diabetico, con la cancrena a una gamba, incapace di camminare. Non rappresentava un pericolo per nessuno”. Quell’uomo è stato trasferito a Sde Teiman.

Oltre ad andare a prelevare civili feriti negli ospedali di Gaza e a imprigionarli nei centri di detenzione israeliani, Israele ha arrestato centinaia di medici che li curavano. Oggi più di 100 operatori sanitari di Gaza rimangono incarcerati come “combattenti illegali”, secondo Physicians for Human Rights–Israel (Medici per i Diritti Umani – Israele, PHRI) che a febbraio ha pubblicato un rapporto che raccoglie le testimonianze di 20 medici e militari disposti a parlare che descrivono abusi e torture.

Naji Abbas, capo del dipartimento prigionieri di PHRI, ha affermato che le loro testimonianze hanno rivelato una pratica di incarcerazione per mesi dopo un singolo breve interrogatorio. Per Abbas questo smentisce l’affermazione di Israele secondo cui tali detenuti vengono trattenuti perché in possesso di preziose informazioni sugli ostaggi israeliani prigionieri di Hamas, e vede la loro detenzione come parte dell’attacco israeliano al sistema sanitario di Gaza.

In un resoconto raccolto da PHRI, un chirurgo dell’ospedale Nasser di Khan Younis ha descritto come i soldati “si sedevano sopra di noi, ci prendevano a calci con gli stivali e ci picchiavano con il calcio dei fucili”. In un’altra testimonianza, il primario del reparto di chirurgia dell’ospedale indonesiano ha dichiarato: “Ci hanno schiacciato la testa nella ghiaia ripetutamente per quattro ore, ci hanno picchiato selvaggiamente con i manganelli e ci hanno colpito con scariche elettriche”.

Un terzo medico ha riferito di essere stato picchiato fino a rompergli le costole, mentre un chirurgo dell’ospedale Al-Shifa ha descritto detenuti sottoposti a scariche elettriche, aggiungendo di aver sentito di prigionieri morti a causa di ciò. “Mentre andavamo al centro interrogatori mi hanno detto che mi avrebbero tagliato le dita perché sono un dentista”, ha testimoniato un altro medico a PHRI.

I medici che hanno reso testimonianza al PHRI erano stati classificati come “combattenti illegali”. Uno di questi detenuti, il dottor Adnan Al-Bursh, primario di ortopedia all’ospedale Al-Shifa, è morto in detenzione l’anno scorso dopo essere stato arrestato nel dicembre 2023. Secondo la sua famiglia è stato torturato a morte. Un altro, Iyad Al-Rantisi, direttore di un ospedale femminile a Gaza, è morto l’anno scorso in una struttura per interrogatori dello Shin Bet.

Il medico che prestava servizio ad Anatot [colonia e prigione a dieci km. a nord-est di Gerusalemme, ndt.] ha affermato che molti medici palestinesi vi erano incarcerati. Ricorda un pediatra, incatenato e bendato, che lo supplicava in inglese: “Siamo colleghi, può aiutarmi?”

Nel giugno 2024 l’allora capo dello Shin Bet Ronen Bar inviò una lettera al Primo Ministro Benjamin Netanyahu avvertendolo di una crisi di sovraffollamento carcerario: il numero di detenuti aveva superato le 21.000 unità, mentre la capienza era di sole 14.500 unità. Scrisse che il trattamento dei prigionieri “rasentava l’abuso”, esponendo i dipendenti statali a possibili procedimenti penali dall’estero.

Il duro trattamento riservato ai detenuti è coerente con le dichiarazioni del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che l’anno scorso aveva dichiarato che una delle sue massime priorità era “peggiorare le condizioni” dei prigionieri palestinesi, anche fornendo solo “pochissimo cibo”. Molti civili di Gaza arrestati e imprigionati dalle forze israeliane hanno testimoniato di essere stati sottoposti a gravi abusi e torture.

Ma l’arresto di massa di medici e altri civili sembra anche essere stato, almeno in parte, finalizzato a creare una leva per le trattative sugli ostaggi. Quando il direttore dell’ospedale Al-Shifa Mohammed Abu Salmiya è stato rilasciato l’anno scorso, il parlamentare Simcha Rothman, presidente della Commissione Costituzione, Diritto e Giustizia della Knesset, si è lamentato che fosse stato liberato “non in cambio di ostaggi”. Nella stessa riunione della Commissione il parlamentare Almog Cohen ha affermato che Israele aveva perso l’occasione “di detenere un importante simbolo di Gaza” da utilizzare in un accordo.

“Continuavamo a rilasciare persone ‘gratuitamente’, e questo faceva arrabbiare [i soldati]”, ha spiegato un soldato di stanza in un centro di detenzione. “[I soldati] dicevano: ‘Non restituiscono gli ostaggi, quindi perché dovremmo lasciarli andare?'”

Legalizzare il rapimento”

Pochi casi evidenziano la crudeltà arbitraria della politica israeliana di incarcerazione di massa in maniera più lampante del caso di Fahamiya Al-Khalidi, arrestata dai soldati in una scuola nel quartiere Zeitoun di Gaza City il 9 dicembre 2023.

L’allora 82enne soffriva di Alzheimer e aveva difficoltà a camminare autonomamente, ma l’esercito israeliano l’ha comunque portata al centro di detenzione militare di Anatot prima di trasferirla il giorno successivo nella prigione di Damon, nel nord di Israele, dove è stata incarcerata per sei settimane. Un documento del carcere rivela che è stata detenuta ai sensi della legge sui combattenti illegali, confermando i dettagli pubblicati per la prima volta su Haaretz all’inizio del 2024.

In risposta alla nostra inchiesta, l’esercito israeliano ha inizialmente dichiarato che Al-Khalidi era stata arrestata “per escludere il suo coinvolgimento in attività terroristiche”. In seguito ha affermato che la donna era stata detenuta “sulla base di informazioni specifiche che la riguardavano personalmente”, aggiungendo che “alla luce delle sue attuali condizioni, la detenzione non era appropriata ed era il risultato di un errore di giudizio isolato e locale”.

Un medico militare di stanza ad Anatot ha raccontato a +972, Local Call e Guardian di essere stato chiamato per curare Al-Khalidi per un collasso la prima notte dopo il suo arrivo. “È caduta e si è fatta male, probabilmente a causa del filo spinato”, ha raccontato. “Le abbiamo cucito la mano nel cuore della notte”. Le foto scattate dal medico, visionate da +972, Local Call e Guardian, confermano la sua presenza ad Anatot al momento della detenzione di Al-Khalidi.

Secondo il soldato, Al-Khalidi non riusciva a ricordare la sua età e pensava di essere ancora a Gaza, eppure l’esercito la considerava ancora una militante. “Dicevano ai soldati che la persona è una ‘combattente illegale’, che equivale a terrorista”, ha spiegato. “Quando Al-Khalidi è arrivata ricordo che zoppicava visibilmente verso la clinica. Ed era classificata come combattente illegale. Il modo in cui viene usata questa etichetta è folle”. Al-Khalidi era una delle circa 40 donne che il soldato ricorda di aver visto ad Anatot nei due mesi trascorsi nella struttura. “C’era una donna che aveva avuto un aborto spontaneo; le sue guardie dicevano che aveva avuto un’abbondante emorragia. Un’altra donna, una madre che allattava portata via senza il suo bambino, voleva continuare ad allattare per preservare il latte.”

Abeer Ghaban, 40 anni, era già detenuta nel carcere di Damon quando Al-Khalidi è arrivata. Ha raccontato che l’anziana donna sembrava spaventata e aveva il viso e le mani gonfie. All’inizio Al-Khalidi non parlava quasi con nessuna delle altre detenute, ma lentamente hanno scoperto che era fuggita quando l’esercito israeliano aveva minacciato di bombardare il suo edificio ed era stata successivamente arrestata.

Ghaban ha raccontato di aver trascorso settimane ad accudire Al-Khalidi mentre erano incarcerate insieme. “Le davamo da mangiare con le nostre mani”, ha ricordato. “Le cambiavamo i vestiti. Si muoveva su una sedia a rotelle”.

Ghaban ha raccontato che una volta le guardie carcerarie hanno preso in giro Al-Khalidi finché lei non ha tentato di fuggire, si è schiantata contro una recinzione e si è ferita.

Erano anni che Ghaban stava crescendo da sola i suoi tre figli di 10, 9 e 7 anni, che quindi sono stati abbandonati a se stessi quando i soldati israeliani l’hanno arrestata a un posto di blocco a Gaza nel dicembre 2023. Durante l’interrogatorio Ghaban si è resa conto che l’esercito aveva confuso suo marito, un contadino, con un membro di Hamas con il medesimo nome. Dopo aver confrontato le fotografie un soldato ha ammesso l’errore, ma lei è stata trattenuta in prigione per altre sei settimane, in ansia per i suoi figli.

Le due donne sono state rilasciate insieme nel gennaio 2024, senza spiegazioni. Ghaban ha aiutato Al-Khalidi a contattare i suoi figli che vivono all’estero, e ha trovato i propri figli che mendicavano per strada, quasi irriconoscibili. “Erano vivi”, ha detto, “ma vedere lo stato in cui erano stati per 53 giorni senza di me mi ha spezzato il cuore”.

Un giornalista ha fatto un servizio su Al-Khalidi a Rafah dopo il suo rilascio, disorientata e confusa, senza nessuno dei suoi familiari. Non ricordava per quanto tempo fosse stata detenuta. “Mi hanno portato via dalla scuola”, ha detto, ancora vestita con i pantaloni grigi della prigione. “Ho passato tante cose.”

Michael Sfard, uno dei principali avvocati israeliani per i diritti umani, ha confermato che il diritto internazionale consente l’internamento di civili solo se rappresentano una consistente minaccia alla sicurezza e ne garantisce i diritti fondamentali – che Israele sta violando,.

“Le condizioni dei cittadini di Gaza detenuti in Israele non rispettano assolutamente, senza dubbio, quanto previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra”, ha spiegato, sottolineando che abusi violenti, privazione di cibo e negazione delle visite della Croce Rossa e della comunicazione con le famiglie sono all’ordine del giorno. La legislazione utilizzata per trattenerli, ha aggiunto, è di per sé “una flagrante violazione del diritto internazionale”.

Hassan Jabareen, direttore dell’organizzazione per i diritti legali palestinesi Adalah con sede ad Haifa, concorda. “La Legge sui Combattenti Illegali è concepita per facilitare la detenzione di massa di civili e le sparizioni forzate, legalizzando di fatto il rapimento di palestinesi da Gaza”, ha affermato. “Priva i detenuti delle protezioni garantite dal diritto internazionale, comprese le garanzie specificamente destinate ai civili, utilizzando l’etichetta di ‘combattente illegale’ per giustificare la negazione sistematica dei loro diritti.

Inizialmente l’esercito israeliano non ha negato i dati numerici riportati in questo articolo, ma in una dichiarazione successiva ha affermato che le cifre erano “errate” e ha sostenuto che le nostre affermazioni “riflettono un’errata interpretazione delle procedure di detenzione in Israele”. Ha poi proseguito: “Le forze dell’IDF sono tenute a detenere i sospettati sul campo, sia sulla base di esistenti informazioni di intelligence, sia a causa di un ragionevole sospetto derivante dalle circostanze del loro arresto, e ad accertare chi tra loro sia coinvolto in attività terroristiche. L’IDF respinge categoricamente le accuse di detenzioni arbitrarie. Prima dell’emissione di un ordine di internamento permanente, e come parte della procedura standard, viene emesso un ordine di detenzione temporanea del detenuto ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali, che consente la sua detenzione per un periodo limitato durante il quale si svolgono indagini e valutazioni. Durante questo periodo non è ancora stabilito se l’individuo si qualifichi come combattente illegale. Solo se si riscontra che l’individuo soddisfa quei criteri e rappresenta una minaccia per la sicurezza verrà emesso un ordine di internamento permanente ai sensi di quella legge. Ogni persona detenuta ai sensi di un ordine di internamento permanente è sottoposta a revisione giudiziaria da parte di un giudice del Tribunale Distrettuale dopo l’emissione dell’ordine, e nuovamente ogni sei mesi per tutta la durata della detenzione. La maggior parte delle persone detenute ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali sono membri di organizzazioni terroristiche, mentre altri sono stati coinvolti in attività terroristiche senza essere affiliati a un gruppo specifico. I detenuti ricevono cure mediche adeguate, che includono una visita medica al momento dell’ammissione al centro di detenzione e controlli medici regolari per monitorare le loro condizioni. Se necessario, i detenuti vengono trasferiti in ospedale per le cure. I detenuti che necessitano di supervisione medica possono essere trattenuti insieme per facilitare l’accesso e le cure da parte del personale medico.”

Emma Graham-Harrison del Guardian ha contribuito a questo articolo

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme, co-autore del film No other Land.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele incarcera brutalmente il direttore di un ospedale per usarlo come ‘merce di scambio’, sostiene il suo avvocato

Shatha Yaish

22 luglio 2025 – +972 Magazine

Detenuto senza accuse da 7 mesi, il Dott. Hussam Abu Safiya è stato percosso, privato del cibo, tenuto isolato e senza contatti con la famiglia. La sua liberazione è ancora un miraggio.

Tagliato fuori dal mondo e detenuto senza accuse nelle carceri israeliane, il pediatra palestinese dottor Hussam Abu Safiya ha subito ripetute percosse, prolungata segregazione e negligenza medica dal momento del suo arresto a Gaza, ha raccontato a +972 il suo avvocato.

Abu Safiya, direttore dell’Ospedale Kamal Adwan a Beit Lahiya fino alla violenta chiusura imposta dall’esercito israeliano, è attualmente detenuto nel carcere di Ofer, vicino a Ramallah, in Cisgiordania occupata, dove l’avvocato Gheed Kassem lo ha incontrato all’inizio del mese. Era stato arrestato il 27 dicembre durante l’irruzione israeliana nella struttura medica, culmine di un assedio durato due mesi: i soldati avevano radunato il personale all’esterno, li avevano costretti a spogliarsi e poi avevano dato fuoco all’edificio.

Kamal Adwan non era solo il luogo di lavoro di Abu Safiya, era un’ancora di salvezza per un’intera popolazione sotto assedio. La sua chiusura ha segnato il colpo finale al sistema sanitario dei distretti settentrionali di Gaza.

Poco dopo l’irruzione sono emerse immagini che mostravano Abu Safiya condotto in un veicolo militare su ordine dei soldati israeliani. Per una settimana le autorità israeliane hanno negato il suo arresto, prima di ammettere che era in custodia. L’esercito ha giustificato il fermo accusandolo di essere coinvolto in “attività terroristica”, ma a sette mesi di distanza non è stata ancora presentata alcuna prova.

Abu Safiya è stato inizialmente detenuto a Sde Teiman, una base militare nel sud di Israele tristemente nota per le violenze inflitte ai prigionieri palestinesi. Dopo esservi stato trattenuto in condizioni durissime, il 9 gennaio è stato trasferito nella prigione di Ofer.

«Ho cercato di visitarlo il più spesso possibile», ha detto Kassem a +972. «Al momento dell’arresto pesava circa 97 chili. Nei primi due mesi ne ha persi 20. All’ultima visita, ne aveva persi quasi 40».

Abu Safiya ha passato quasi un mese in isolamento a Ofer prima di essere spostato in un reparto con altri detenuti di Gaza, secondo Kassem. Le celle sono sotterranee, senza ventilazione né luce naturale. «L’umidità è tale che i prigionieri sentono freddo anche quando all’esterno la temperatura supera i 30 gradi», ha spiegato.

Anche igiene e condizioni sanitarie sono disastrose. «Spesso nei bagni manca il sapone, c’è solo acqua», ha detto Kassem. «I vestiti vengono lavati ogni mese e mezzo o due. Coperte e lenzuola forse ogni sei mesi». Di conseguenza malattie come la scabbia sono ampiamente diffuse tra i detenuti.

Il cibo fornito dal carcere è «il minimo indispensabile: li stanno deliberatamente affamando», ha aggiunto Kassem. Sono inoltre completamente isolati dal mondo esterno: Abu Safiya ignorava persino la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran.

Subiscono anche percosse immotivate. Abu Safiya ha raccontato che l’ultima aggressione dei secondini è avvenuta il 24 o 25 giugno. «È stato picchiato con brutalità e ferocia, per circa 30 minuti. Aveva lividi su testa, collo e petto. Quando hanno finito ha chiesto di essere visitato da un medico perché non si sentiva bene e accusava un dolore al cuore. Gli è stato negato».

«Era la quinta o sesta volta che lo aggredivano, e gli hanno anche rotto gli occhiali», ha continuato Kassem. «Avevo faticato molto per procurargliene un nuovo paio [dopo che era stato arrestato senza] e a maggio c’ero riuscita, ma quando lo hanno picchiato di nuovo glie li hanno distrutti».

«Sono tribunali fantoccio»

Kassem ha sottolineato l’opacità del quadro giuridico della detenzione di Abu Safiya, regolata dalla Legge sulla Detenzione di Combattenti Illegali (2002), che consente a Israele di incarcerare persone senza accuse né processo se sussistono “motivi ragionevoli” di ritenere che abbia preso parte ad “attività ostili”.

Secondo l’ONG israeliana per i diritti umani HaMoked, circa 2.500 palestinesi di Gaza sono detenuti in base a questa legge, che nega l’accesso a un avvocato per i primi 90 giorni e non prevede limiti alla durata della detenzione.

«L’ordine vale sei mesi e può essere rinnovato all’infinito senza che né il detenuto né l’avvocato sappiano il motivo», ha spiegato Kassem. «Israele sostiene sempre che ci siano “dossier segreti” che nemmeno noi avvocati possiamo vedere. Un semplice sospetto basta a imprigionare qualcuno per anni».

«I processi sono farse», ha aggiunto. «I detenuti nemmeno compaiono in aula (durante le udienze): restano in cella e parlano al telefono con un traduttore che li informa solo che la detenzione è stata prorogata».

Secondo Kassem il caso di Abu Safiya è insolito perché ci è voluto del tempo prima che fosse classificato come “combattente illegale”. «Molti credono che le autorità israeliane abbiano posticipato questo atto nella speranza di formulare accuse precise contro di lui, ma non sono riusciti a estorcergli una confessione. Dopo circa un mese e mezzo di detenzione non hanno avuto altra scelta che ricorrere a questa classificazione».

Kassem ritiene che Abu Safiya sia tenuto come “merce di scambio nei negoziati” e, ha aggiunto, difficilmente sarà rilasciato prima della fine della guerra.

Tuttavia, sostiene, il suo spirito è rimasto intatto. «Nonostante tutti i danni subiti e le dure e difficili condizioni della sua detenzione egli resta ottimista, non si perde mai d’animo ed è fiducioso che il genocidio avrà fine».

«Sento che sta soffrendo»

La famiglia di Abu Safiya però è stata tenuta quasi completamente all’oscuro. «Quasi tutte le notizie sulla sua salute ci arrivano da fonti non ufficiali o, a volte, tramite avvocati», ha detto a +972 suo figlio Elias, 28 anni, anch’egli medico a Gaza. «È trattato in modo disumano: cibo insufficiente, niente luce, interrogatori continui».

Elias, anch’egli medico, si è detto sconcertato che il padre sia considerato una minaccia non avendo fatto altro che il suo lavoro all’ospedale Kamal Adwan. «Non ha alcuna affiliazione politica e credo che il suo arresto sia una conseguenza dei suoi appelli pubblici contro gli attacchi agli ospedali e al sistema sanitario di Gaza», afferma.

L’arresto di Abu Safiya rientra infatti in un più ampio assalto israeliano alla sanità di Gaza che dura da ormai 21 mesi. Un rapporto dell’ONU di aprile ha documentato oltre 1.450 attacchi a operatori, pazienti, ospedali e strutture mediche dal 7 ottobre, oltre all’arresto di centinaia di operatori sanitari da parte delle forze israeliane.

La moglie Albina ha raccontato a +972 che i medici rilasciati le hanno detto di essere stati pestati e torturati. «I miei figli cercano di proteggermi dai dettagli sulla salute [di Hussam], temono che la tristezza possa essere troppa per me. Ma io sento che sta soffrendo».

«Credo che l’esercito lo odi per la sua dedizione al lavoro», ha aggiunto. «Ha fatto tutto il possibile per sostenere il sistema sanitario di Gaza al collasso e salvare i feriti nonostante la mancanza di risorse. Vogliamo che torni, per stare insieme e continuare la nostra vita».

«Stiamo ancora piangendo nostro figlio Ibrahim, ucciso deliberatamente durante l’irruzione dell’esercito nell’ospedale. Non abbiamo nemmeno avuto il tempo di elaborare il lutto».

+972 Magazine ha chiesto un commento all’Amministrazione Penitenziaria Israeliana; eventuali risposte saranno aggiunte a questo articolo.

Ibtisam Mahdi ha contribuito a questo report.

Shatha Yaish è una giornalista corrispondente da Gerusalemme Est e la Cisgiordania.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Perché ci sono così tanti minori palestinesi nelle carceri israeliane?

Redazione di Al Jazeera

26 gennaio 2025 Al Jazeera

Sono stati rilasciati ventitré minori detenuti, ma più di 300 minorenni restano nelle carceri israeliane, molti dei quali senza accuse

Perlomeno 23 minori palestinesi sono stati rilasciati dalle prigioni di Israele come parte dell’accordo di cessate il fuoco, portando alla ribalta la sistematica persecuzione dei minori palestinesi da parte dei tribunali militari di Israele.

Almeno 290 prigionieri palestinesi sono stati rilasciati in due lotti da quando il 19 gennaio è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Hamas e Israele, ponendo fine a 15 mesi di incessanti bombardamenti israeliani su Gaza.

Secondo Adameer Prisoner Support and Human Rights Association, un’organizzazione per i diritti umani con sede nella Cisgiordania occupata, prima degli ultimi scambi di prigionieri nelle prigioni israeliane erano detenuti 320 minori.

Quindi, cosa sappiamo dei minori palestinesi in prigione e perché vengono processati nei tribunali militari?

Cosa sappiamo dei minori palestinesi imprigionati in Israele?

Nel 2016 Israele ha introdotto una nuova legge che consente che i minori di età compresa tra 12 e 14 anni possano essere ritenuti penalmente responsabili, il che significa che potrebbero essere processati in tribunale come adulti e ricevere pene detentive. In precedenza, solo i minori di età pari o superiore ai 14 anni potevano essere condannati al carcere. Le pene detentive non possono tuttavia iniziare fino a quando il minore non abbia raggiunto l’età di 14 anni [vedi la legge qui: PDF].

Questa nuova legge, approvata il 2 agosto 2016 dalla Knesset israeliana, consente alle autorità israeliane di “imprigionare un minore condannato per reati gravi come omicidio, tentato omicidio o omicidio colposo anche se ha meno di 14 anni”, secondo la dichiarazione della Knesset al momento dell’approvazione della legge.

Questa modifica è stata apportata nel 2015 dopo che nella Gerusalemme Est occupata è stato arrestato il tredicenne Ahmed Manasra. Era accusato di tentato omicidio e condannato a 12 anni di prigione dopo l’entrata in vigore della nuova legge, per l’appunto dopo il suo quattordicesimo compleanno. Poi in appello la sua condanna è stata commutata a nove anni.

Secondo la ONG Save the Children, negli ultimi 20 anni circa 10.000 minori palestinesi sono stati tenuti da Israele in detenzione militare.

Le ragioni dell’arresto dei minori vanno dal lancio di pietre alla partecipazione a un raduno di sole 10 persone senza permesso, per qualsiasi istanza “che potrebbe essere interpretata come politica”.

In base a quale legge Israele detiene i minori?

Con una pratica controversa, i prigionieri palestinesi sono processati e condannati in tribunali militari e non civili. Il diritto internazionale consente a Israele di utilizzare tribunali militari nei territori che occupa.

In Palestina esiste un duplice sistema legale, in base al quale i coloni israeliani che vivono nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est sono soggetti al diritto civile israeliano, mentre i palestinesi sono soggetti al diritto militare israeliano in tribunali gestiti da soldati e ufficiali israeliani.

Questo significa che un gran numero di palestinesi viene imprigionato senza un dovuto processo che rispetti regole basilari.

In ogni caso le autorità israeliane arrestano regolarmente i minori palestinesi durante incursioni notturne, li interrogano senza un tutore presente, li trattengono per periodi molto lunghi prima di portarli davanti a un giudice e trattengono quelli di appena 12 anni in lunghe detenzioni preventive”, ha scritto nel novembre 2023 Omar Shakir, direttore di Human Rights Watch per Israele e Palestina.

Quasi tre quarti dei minori palestinesi nella Cisgiordania occupata sono stati tenuti in custodia fino alla fine del procedimento, rispetto a meno del 20 % dei minori israeliani – secondo il rapporto del 2017 dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele.

HaMoked, una ONG per i diritti umani che assiste i palestinesi sottoposti a violazioni dei diritti umani sotto l’occupazione israeliana, ha affermato che nel 2020 ai minori detenuti in prigione era concessa una telefonata di 10 minuti alla famiglia una volta ogni due settimane.

Quanti fra i prigionieri palestinesi finora rilasciati nell’ambito dell’accordo tra Israele e Hamas sono minori?

Come parte dell’accordo di cessate il fuoco sabato Israele ha rilasciato dalle sue prigioni 200 detenuti palestinesi, 120 dei quali stavano scontando l’ergastolo.

Due di loro sono minori, entrambi di 15 anni. Il prigioniero più anziano, Muhammad al-Tous, ha 69 anni. Aveva trascorso 39 anni in prigione, essendo stato arrestato per la prima volta nel 1985 mentre combatteva contro le forze israeliane.

Lo scambio di sabato è stato il secondo da quando il 19 gennaio è entrato in vigore il cessate il fuoco. Nel primo scambio sono stati rilasciati tre prigionieri israeliani e 90 prigionieri palestinesi (69 donne e 21 minori).

Solo otto dei 90 prigionieri erano stati arrestati prima del 7 ottobre 2023, quando i gruppi palestinesi guidati da Hamas hanno effettuato attacchi nel sud di Israele. Gli attacchi hanno ucciso più di 1.100 persone, ne hanno fatte prigioniere circa 250 e hanno innescato la devastante guerra di Israele a Gaza.

Alcuni prigionieri palestinesi erano tenuti nelle prigioni israeliane da più di trent’anni.

Il noto leader palestinese Marwan Barghouti, co-fondatore del Movimento di Liberazione Nazionale Palestinese noto anche come Fatah, il partito che governa la Cisgiordania, è in prigione da 22 anni.

Tamer Qarmout, professore associato al Doha Institute for Graduate Studies, ha detto ad Al Jazeera che il rilascio dei prigionieri palestinesi è un “enorme sollievo” per le famiglie, sebbene stia avvenendo sotto le “terribili condizioni dell’occupazione [israeliana]”.

“Questi prigionieri avrebbero dovuto essere rilasciati grazie ad un accordo più ampio che ponga fine al conflitto, che porti la pace tramite negoziati e la fine dell’occupazione, ma la dura realtà in Palestina è che mentre parliamo l’occupazione continua”, ha detto Qarmout ad Al Jazeera.

Quanti palestinesi ci sono nelle prigioni israeliane? Hanno subito torture durante la detenzione?

Secondo le stime di Addameer domenica erano prigionieri di Israele circa 10.400 palestinesi di Gaza e della Cisgiordania,.

Nei territori palestinesi occupati un palestinese su cinque è stato a un certo punto arrestato e accusato. Questo tasso è il doppio per gli uomini palestinesi rispetto alle donne: due uomini su cinque sono stati arrestati e accusati.

Ci sono 19 prigioni in Israele e una all’interno della Cisgiordania occupata che detengono prigionieri palestinesi. Da ottobre Israele non consente alle organizzazioni umanitarie indipendenti di visitare le prigioni israeliane, quindi è difficile conoscere il numero e le condizioni delle persone che vi sono detenute.

I prigionieri palestinesi che sono stati rilasciati hanno riferito di essere stati picchiati, torturati e umiliati prima e dopo l’inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre.

Quanti prigionieri palestinesi sono trattenuti senza accuse?

Secondo Addameer circa 3.376 palestinesi detenuti in Israele sono in detenzione amministrativa. Un detenuto amministrativo è una persona tenuta in prigione senza accusa o processo.

Né ai detenuti amministrativi, che includono donne e bambini, né ai loro avvocati è consentito vedere le “prove segrete” che le forze israeliane affermano costituiscano la ragione degli arresti. Questa pratica è esercitata contro i detenuti palestinesi sin dalla fondazione di Israele nel 1948.

Queste persone sono arrestate dall’esercito per periodi di tempo rinnovabili, il che significa che la durata dell’arresto è indefinita e potrebbe durare molti anni.

Secondo Addameer i detenuti amministrativi includono 41 minori e 12 donne.

Cosa succederà adesso?

Nella prima fase di sei settimane del cessate il fuoco dovrebbero essere rilasciati altri ventisei prigionieri [israeliani, n.d.t.] insieme a centinaia di altri prigionieri palestinesi. Il prossimo scambio è previsto per sabato prossimo[1 febbraio ndt]. Molti sperano che la fase successiva porrà fine alla guerra che ha costretto la stragrande maggioranza dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza a spostarsi e ha lasciato centinaia di migliaia di persone a rischio carestia. I colloqui inizieranno il 3 febbraio.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Morire all'”Inferno”: il destino dei medici palestinesi incarcerati da Israele

Simon Speakman Cordall

24 novembre 2024 – Aljazeera

Secondo recenti rivelazioni uno dei medici più importanti di Gaza potrebbe essere stato violentato a morte. Non è l’unico.

Attenzione: questo articolo include descrizioni o riferimenti a violenze sessuali che alcuni lettori potrebbero trovare inquietanti.

La vita del dottor Adnan Al-Bursh è in netto contrasto con il modo in cui il carismatico 49enne è morto.

A dicembre il primario di ortopedia dell’ospedale al-Shifa di Gaza stava lavorando all’ospedale al-Awda nel nord di Gaza quando lui e altri medici sono stati arrestati dall’esercito israeliano per riferite “ragioni di sicurezza nazionale”.

Secondo quanto dichiarato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked, quattro mesi dopo le guardie della prigione di Ofer hanno trascinato Al-Bursh e lo hanno scaricato nel cortile della prigione, nudo dalla vita in giù, sanguinante e incapace di stare in piedi.

Avendolo riconosciuto alcuni prigionieri hanno portato Al-Bursh in una stanza vicina, dove è morto pochi istanti dopo.

Entrare in un “Inferno”

Il dott. Al-Bursh era diventato una presenza costante nella vita di molti attraverso i video-diari che postava prima del suo arresto.

I suoi video lo mostravano con i suoi colleghi mentre scavavano fosse comuni nel cortile di al-Shifa per seppellire le persone perché Israele non permetteva che i loro corpi venissero portati in un cimitero, o mentre intervenivano su feriti e moribondi con poca o nessuna attrezzatura e aspettavano insieme l’assalto israeliano contro un ospedale dove migliaia di persone avevano cercato sicurezza.

L’assalto è avvenuto a metà novembre quando, in scene catturate dal dott. Al-Bursh, l’esercito israeliano ha ordinato ai pazienti, al personale e a circa 50.000 sfollati rifugiati ad al Shifa di andarsene.

Il dott. Al-Bursh ha raggiunto l’ospedale indonesiano nel nord di Gaza dove ha lavorato fino a quando anche quello non è stato preso di mira, a novembre, e si è trasferito all’ospedale Al-Awda.

Lì è stato arrestato e condotto in un sistema carcerario che l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem descrive come “Inferno”.

Israele spesso imprigiona operatori sanitari come il dottor Al-Bursh per “indagini” e li mantiene in condizioni orribili.

“La maggior parte dei medici e infermieri [detenuti da Israele e che hanno parlato con PHRI] ha riferito di essere stati sottoposti ad interrogatori al fine di ottenere informazioni ma senza che gli venisse rivolta alcuna accusa”, ha affermato Naji Abbas, direttore del dipartimento dei prigionieri di Physicians for Human Rights Israel [Medici per i diritti umani – Israele].

“Il nostro avvocato ha visitato decine di operatori sanitari che [sono] ancora in detenzione israeliana da lunghi mesi senza accuse o senza un giusto processo e la maggior parte di loro non ha mai visto un avvocato”, ha aggiunto.

Il Ministero della Salute palestinese a Gaza riferisce che dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023 Israele ha arrestato almeno 310 operatori sanitari palestinesi.

Molti di loro hanno denunciato abusi e trattamenti crudeli, tra cui l’imposizione di posizioni forzate, la privazione di cibo e acqua e la violenza sessuale, compreso lo stupro.

“Gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato sono stati trattenuti per un periodo compreso tra sette giorni e cinque mesi”, ha affermato Milena Ansari di Human Rights Watch (HRW), il cui rapporto di agosto sulla detenzione arbitraria e la tortura degli operatori sanitari ha documentato la situazione.

“Molti non vengono nemmeno accusati, vengono solo poste loro domande generiche, come: ‘Chi è il tuo imam?’, ‘In quale moschea vai?’ o anche ‘Sei un membro di Hamas?’, ma senza fornire alcuna prova”, ha detto.

Di male in peggio e poi diventa un “Inferno”

I resoconti diffusi delle torture e dei maltrattamenti sui prigionieri palestinesi nelle prigioni israeliane sono di lunga data.

Tuttavia tutti gli analisti con cui ha parlato Al Jazeera hanno notato due fasi distinte nel drammatico deterioramento delle condizioni e nell’aumento degli abusi: la prima dopo la nomina di Itamar Ben-Gvir a ministro della sicurezza nazionale nel 2022, seguita dall’esplosione di maltrattamenti dei detenuti dopo l’inizio della guerra israeliana a Gaza nell’ottobre 2023.

“Non gli importa se sei di Gaza o di Gerusalemme, se sei un medico o un lavoratore: se sei un palestinese, sei il nemico”, ha affermato Shai Parness dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem.

“È brutale e sistematico”, ha detto di un sistema che il rapporto di agosto di B’Tselem, Welcome To Hell, ha descritto come “una rete di campi di tortura”.

“Non è solo violenza, umiliazione e abuso sessuale, è tutto”, ha detto Ansari.

“I resoconti di violenza fisica e sessuale sono abituali. Tra le persone abusate fisicamente le ferite alla testa, alle spalle e, nel caso degli uomini, tra le gambe e il sedere sono abbastanza comuni”, ha aggiunto Ansari.

Ha descritto nei dettagli il caso di un paramedico che ha riferito a HRW di aver incontrato un altro detenuto che sanguinava dall’ano, il quale ha raccontato come tre guardie israeliane si fossero alternate a violentarlo con i loro fucili M16.

“Ridurre i loro diritti”

A luglio, nel rispondere alle accuse di sovraffollamento da parte dello Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, Ben-Gvir si è vantato delle condizioni abominevoli nei suoi sistemi carcerari, scrivendo su X: “Da quando ho assunto la carica di ministro della sicurezza nazionale, uno degli obiettivi più importanti che mi sono prefissato è quello di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle prigioni e di ridurre i loro diritti al minimo richiesto dalla legge”.

All’inizio della stessa settimana ha pubblicato un video in cui affermava: “Si dovrebbe sparare ai prigionieri invece di dar loro da mangiare”.

“Era terribile, è sempre stato terribile”, ha detto Abbas ad Al Jazeera, “Ma le cose sono diventate molto pesanti dopo la nomina di Ben-Gvir. Da ottobre è come un altro mondo. È diventato orripilante.

“Prima della guerra c’erano centinaia di prigionieri palestinesi con malattie croniche. Ora in prigione ci sono migliaia di persone in più, il che significa molte più persone con condizioni croniche che non vengono curate”.

A luglio, in seguito all’arresto di soldati israeliani accusati di torture sistematiche e stupri presso il centro di detenzione di Sde Teiman, manifestanti israeliani, tra cui politici eletti, hanno preso d’assalto Sde Teiman e la vicina base di Beit Lid chiedendo il rilascio dei soldati arrestati.

In seguito Ben Gvir ha scritto al primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu condannando l’arresto dei soldati per stupro e tortura in quanto “vergognoso” e dicendo delle condizioni nel suo sistema carcerario: “I campi estivi e la pazienza per i terroristi sono finiti”.

Secondo una dichiarazione rilasciata dall’esercito israeliano alla Sky News del Regno Unito, il dottor Al-Bursh è stato portato da Al-Awda a Sde Teiman.

Un altro detenuto, il dottor Khalid Hamouda, ha valutato che più o meno un quarto dei circa 100 prigionieri di Sde Teiman erano operatori sanitari.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I palestinesi raccontano gli abusi mortali nelle prigioni israeliane: “È Guantánamo”

Loveday Morris e Sufian Taha

29 luglio 2024 – The Washington Post

Il Post ha parlato con ex prigionieri e avvocati palestinesi e ha esaminato i referti delle autopsie, rivelando la violenza e le privazioni incontrollate nel sistema carcerario israeliano.

Un detenuto palestinese è morto con la milza spappolata e una frattura delle costole dopo essere stato picchiato dalle guardie carcerarie israeliane.

Un altro è andato incontro ad una fine straziante in seguito ad una malattia cronica non curata.

Un terzo ha urlato chiedendo aiuto per ore prima di morire.

I dettagli della morte dei prigionieri sono stati raccontati da testimoni oculari e corroborati da medici di Physicians for Human Rights Israel [Medici per i diritti umani Israele], (PHRI) che hanno assistito alle autopsie, i cui risultati sono stati condivisi con le famiglie e ottenuti dal Washington Post. I tre uomini fanno parte degli almeno 13 palestinesi della Cisgiordania e di Israele morti nelle carceri israeliane dal 7 ottobre, secondo PHRI. Tra i morti anche un numero imprecisato di prigionieri provenienti dalla Striscia di Gaza.

Organizzazioni per i diritti umani affermano che dopo gli attacchi di Hamas a Israele le condizioni nelle sovraffollate prigioni israeliane sono gravemente peggiorate. Ex prigionieri palestinesi hanno descritto pestaggi di routine, spesso su intere celle o blocchi, solitamente con manganelli e talvolta con i cani. Hanno affermato che è stato negato loro cibo e cure mediche a sufficienza e di essere stati sottoposti ad abusi psicologici e fisici.

Il Post ha parlato con 11 ex prigionieri e una mezza dozzina di avvocati, ha esaminato i verbali dei tribunali e i referti delle autopsie, scoprendo violenze e deprivazioni incontrollate, a volte con esito mortale, da parte delle autorità carcerarie israeliane.

Mentre l’attenzione e la condanna internazionale si sono concentrate sulla difficile situazione dei detenuti di Gaza, in particolare nel famigerato sito militare di Sde Teiman, i sostenitori dei diritti affermano che nel sistema penale israeliano esiste una crisi sistemica più profonda.

“La violenza è pervasiva”, ha affermato Jessica Montell, direttrice esecutiva dell’organizzazione per i diritti israeliana HaMoked, che lavora da anni con i detenuti palestinesi. “Esiste un gran sovraffollamento. Tutti i prigionieri che abbiamo incontrato hanno perso circa 15 kg.”.

Tal Steiner, direttore esecutivo del Public Committee Against Torture in Israel [Comitato Pubblico Contro la Tortura in Israele], attribuisce gli abusi in parte ad un clima di vendetta in Israele dopo l’assalto di Hamas del 7 ottobre. “È una combinazione di sentimenti individuali molto negativi e violenti, di sostegno ai decisori politici e di mancanza di senso di responsabilità”, ha affermato.

A Sde Teiman il caos è scoppiato lunedì dopo che l’esercito israeliano ha arrestato nove riservisti per interrogarli per abusi nei confronti di un prigioniero. Almeno un membro della Knesset e manifestanti di estrema destra hanno fatto irruzione nella base per protestare contro la detenzione dei riservisti, provocando una condanna da parte dell’esercito israeliano.

Interrogati sui prigionieri morti dietro le sbarre dal 7 ottobre, così come sulle altre accuse dettagliate in questo articolo, il servizio carcerario israeliano ha dichiarato: “Non siamo a conoscenza di quanto da voi descritto e, per quanto ne sappiamo, non si sono verificati eventi del genere. Tuttavia, prigionieri e detenuti hanno il diritto di presentare una denuncia che sarà esaurientemente esaminata e indagata dalle autorità ufficiali”.

“Tutti i prigionieri sono detenuti nel rispetto della legge”, continua la dichiarazione. “Tutti i diritti fondamentali necessari sono pienamente applicati da guardie carcerarie professionalmente formate”.

La Corte Penale Internazionale sta valutando mandati di arresto per il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant per la condotta di Israele a Gaza. Le condizioni nelle carceri del Paese potrebbero portare a ulteriori azioni legali internazionali, ha avvertito il capo dell’intelligence israeliana Ronen Bar in una lettera alle autorità carcerarie del 26 giugno.

“Israele sta incontrando difficoltà a respingere le accuse, almeno alcune delle quali sono ben fondate”, ha scritto in una lettera visionata dal Post e pubblicata per la prima volta da Ynet [maggior sito israeliano di informazione in inglese, ndt.].

Nella lettera si legge che il sistema carcerario, costruito per 14.500 detenuti, ne ospita 21.000, senza includere circa 2.500 prigionieri di Gaza, la maggior parte dei quali detenuti in strutture militari.

“La crisi carceraria crea minacce alla sicurezza nazionale di Israele, alle sue relazioni estere e alla capacità di realizzare gli obiettivi di guerra prefissati”, conclude Bar.

L’agenzia di intelligence interna di Israele, lo Shin Bet, non ha risposto alle richieste di commento sulla lettera di Bar.

Ma Itamar Ben Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra di Israele che supervisiona il sistema carcerario, non si è scusato per la sua “guerra” contro i detenuti palestinesi. In un post su X di questo mese in risposta a Bar, si è vantato di aver “ridotto fortemente” il tempo dedicato alla doccia e introdotto un “menù risicato“.

La soluzione più semplice al sovraffollamento delle carceri, ha detto, sarebbe la pena di morte.

L’ufficio di Ben Gvir non ha risposto a una richiesta di commento.

Tora Bora

Per Abdulrahman Bahash, 23 anni, la permanenza in prigione è diventata una condanna a morte.

La sua famiglia ha dichiarato che era un membro delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, considerate un gruppo terroristico da Israele e dagli Stati Uniti, ed è stato arrestato in relazione agli scontri armati con le forze israeliane nella città di Nablus, in Cisgiordania.

Il servizio carcerario israeliano ha affermato di non essere in grado di specificare quali accuse, se presenti, fossero state mosse nella vicenda contro Bahash o gli altri prigionieri.

Due dei compagni di cella di Bahash nella prigione di Megiddo, una struttura nel nord di Israele dove da ottobre sono morti almeno tre prigionieri, hanno collegato il suo omicidio a un pestaggio particolarmente violento nel loro blocco da parte delle guardie a dicembre. Entrambi hanno parlato a condizione di mantenere l’anonimato per paura di rappresaglie.

Secondo un prigioniero di 28 anni detenuto nella stessa sezione i militari hanno fatto irruzione in tutte le celle dell’ala e hanno ammanettato i detenuti prima di picchiarli. Ha detto che durante la sua prigionia tali pestaggi avevano luogo due volte a settimana.

Le guardie li hanno attaccati “in modo pazzesco”, racconta il prigioniero. “Hanno usato i manganelli, ci hanno preso a calci… su tutto il corpo”.

Dopo il pestaggio, afferma, Bahash e altri membri della sua cella sono stati portati in un’area di celle di isolamento soprannominata “Tora Bora”, dalla denominazione della rete di grotte afghane di al-Qaeda.

“Il chiasso delle urla riempiva tutto il blocco”, dice. Bahash è tornato con contusioni profonde, e si lamentava temendo di avere le costole rotte. Quando ha chiesto assistenza medica, il suo compagno di prigione dice che è stato rimandato indietro con l’Acemol, un semplice antidolorifico.

“Alla fine non era più in grado di stare in piedi”, ricorda. “Lo aiutavamo a camminare come si fa con un bambino”.

Circa tre settimane dopo, il 1° gennaio, Bahash è morto.

Un’autopsia “ha rivelato segni di lesioni traumatiche al torace destro e all’addome sinistro, che hanno causato fratture multiple alle costole e lesioni alla milza, presumibilmente il risultato di un’aggressione”, si legge in un rapporto di Daniel Solomon, un medico del PHRI a cui le autorità carcerarie hanno dato il permesso di assistere all’autopsia.

Sono state indicate come potenziali cause di morte lo shock settico e l’insufficienza respiratoria a seguito delle lesioni. I risultati ufficiali dell’autopsia così come il corpo di Bahash sono stati tenuti nascosti alla famiglia.

Il servizio carcerario israeliano non ha risposto alle domande sul perché il corpo non sia stato restituito ai parenti.

Saeb Erekat, suo cognato, ha affermato che prima della prigionia il giovane era in ottima forma fisica. Ha descritto Megiddo come un “cimitero”.

L’autopsia di Bahash è stata una delle cinque a cui i medici del PHRI hanno potuto assistere per conto delle famiglie dei prigionieri dopo aver richiesto il permesso ai tribunali.

Abdul Rahman al-Maari, 33 anni, è morto a Megiddo il 13 novembre. Falegname e padre di quattro figli, secondo suo fratello Ibrahim Maari si trovava in prigione da febbraio 2023, dopo essere stato arrestato a un posto di blocco temporaneo e accusato di affiliazione ad Hamas e possesso di un’arma da fuoco.

I parenti hanno perso i contatti con lui dopo il 7 ottobre, quando le visite dei familiari sono state interrotte. Stanno ancora cercando di ricostruire i dettagli della sua morte.

Un rapporto sulla sua autopsia del medico del PHRI Danny Rosin ha rilevato che “sono stati osservati lividi sul torace sinistro, con fratture alle costole e alla parte inferiore dello sterno. … Sono stati osservati lividi anche sulla schiena, sui glutei, sul braccio e sulla coscia sinistri e sul lato destro della testa e del collo”.

Khairy Hamad, 32 anni, detenuto nello stesso blocco, ha detto che Maari è stato gettato giù ammanettato da una rampa di circa 15 scalini di metallo, una punizione per aver fatto delle osservazioni alle guardie mentre i detenuti venivano spogliati e picchiati nel corso di una perquisizione della cella.

Hamad riferisce che lui e i suoi compagni di cella erano stati portati al piano terra e Maari è piombato a terra a circa cinque metri di distanza da lui. Era cosciente, dice, ma sanguinava dalla testa. Anche Maari è stato trasferito in isolamento a Tora Bora. Dalla cella accanto l’avvocato 53enne Sariy Khourieh lo ha sentito lamentarsi per ore a causa del dolore.

Ha urlato tutto il giorno e la notte”, afferma Khourieh. “Ho bisogno di un dottore”, ricorda che urlava, ripetutamente.

Alla fine, alle 4 del mattino, è rimasto in silenzio.

Al mattino Khourieh ha sentito le guardie scoprire il corpo senza vita e chiamare un medico. Ha sentito che cercavano di rianimare Maari con un defibrillatore, poi ha visto che lo portavano fuori in un sacco per cadaveri.

In una società moderna non dovrebbero succedere cose del genere”, ha detto suo fratello.

Sovraffollamento e negligenza

I resoconti di assistenza medica negata sono onnipresenti nelle testimonianze degli ex prigionieri. Secondo Rosin del PHRI, che ha assistito all’autopsia, la morte di Muhammed al-Sabbar, 21 anni, il 28 febbraio avrebbe potuto essere evitata se la sua condizione cronica fosse stata curata correttamente.

La famiglia di Sabbar ha affermato che è stato arrestato per istigazione in relazione a dei post pubblicati online. Soffriva fin dall’infanzia della malattia di Hirschsprung, una condizione che causa gravi e dolorose ostruzioni intestinali. Aveva bisogno di una dieta speciale e di farmaci.

Lo stomaco di Sabbar ha iniziato a gonfiarsi a ottobre dopo che gli sono stati negati i farmaci, ha affermato Atef Awawda, 54 anni, uno dei suoi compagni di cella. Un medico della prigione gli aveva fatto una singola iniezione all’inizio di quel mese, ricorda Awawda, ma aveva detto a Sabbar di non dirlo a nessuno. “Quella è stata l’ultima volta che abbiamo ricevuto medicine”, dice.

“La morte di Mohammed avrebbe potuto essere evitata con una più rigorosa aderenza alle sue esigenze mediche”, si legge nella lettera di Rosin alla sua famiglia, in cui descrive il suo colon come dilatato e pieno di una grande quantità di materia fecale.

Quando è stato portato d’urgenza al pronto soccorso, “le sue condizioni erano già tali che le possibilità di salvarlo erano scarse”, conclude il rapporto.

Secondo Addamer, un’organizzazione per i diritti dei prigionieri palestinesi, a maggio è stata trattenuta nelle prigioni israeliane una quantità record di 9.700 prigionieri palestinesi. Circa 3.380 erano detenuti amministrativi, afferma l’organizzazione, trattenuti senza accusa o processo. I numeri non includono i prigionieri di Gaza; le autorità israeliane non riveleranno quanti esattamente sono stati imprigionati o dove sono detenuti.

Ex detenuti hanno affermato che le celle per sei persone a volte ne contenevano il doppio, con materassi posizionati sul pavimento.

Alcuni hanno riferito che in inverno venivano rimosse le imposte dalle finestre delle celle per esporre al freddo i detenuti. Altri hanno detto che veniva suonato incessantemente a volume alto l’inno nazionale israeliano; le luci venivano lasciate accese di notte per disturbare il sonno.

A novembre, secondo il suo avvocato e i verbali del tribunale esaminati dal Post, un prigioniero palestinese è stato picchiato a cospetto di un giudice mentre si apprestava a seguire un’udienza tramite collegamento video.

“Ora possiamo sentire in sottofondo le grida delle persone che vengono picchiate”, si legge nei verbali del tribunale. Le grida si sono interrotte quando è intervenuto il giudice.

“Ho il naso rotto”, ha detto l’imputato, il cui nome è stato censurato nei verbali del tribunale. “Chiedo che l’udienza non finisca senza che promettano di non picchiarmi”.

“Politica della fame”

Violenza e negligenza medica erano accompagnate dalla privazione del cibo, raccontano gli ex prigionieri. Ognuno ha detto di aver perso molto peso in prigione, tra 13 e 22 kg.

Il giornalista Moath Amarneh, 37 anni, imprigionato per sei mesi a Megiddo per aver filmato delle dimostrazioni in Cisgiordania, ha detto che durante la sua permanenza la sua cella per sei persone è arrivata ad ospitarne 15.

I detenuti condividevano per colazione un piatto di verdure e yogurt. Per pranzo, ogni prigioniero riceveva mezza tazza di riso e la cella, indipendentemente dal numero di uomini che vi erano dentro, divideva un piatto di pomodori o cavolo a fette. Nei giorni buoni potevano esserci salsicce o fagioli. La cena consisteva in un uovo e un po’ di verdure, dice.

È appena il sufficiente per sopravvivere”, ha detto l’avvocato Aya al-Haj Odeh, che ha riferito che alcuni clienti hanno raccontato di aver ricevuto appena tre fette di pane al giorno o qualche cucchiaio di riso e di avere avuto un accesso limitato all’acqua potabile.

Ad aprile l’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha presentato una petizione alla Corte Suprema per quella che ha definito una “politica della fame”. Ben Gvir ha scritto all’organizzazione prendendosi il merito di tale politica, dicendo che stava lavorando per “peggiorare le condizioni” dei prigionieri in modo da “creare deterrenza”, ha affermato l’ACRI.

Muazzaz Obayat, 37 anni, quando la scorsa settimana ha lasciato Ktzi’ot, nel sud di Israele, riusciva a malapena a camminare. È stato arrestato dopo il 7 ottobre con l’accusa di legami con Hamas, ma non è mai stato incriminato.

I suoi capelli neri ricci e la barba erano incolti; gli zigomi sporgevano e gli occhi erano infossati.

In una clinica nella città di Beit Jala, in Cisgiordania, dove stava ricevendo cure mediche, ha detto che non sapeva bene quanti anni avesse o quanti ne avessero i suoi cinque figli.

“Non so niente se non della prigionia”, ha detto.

Un tempo culturista dilettante, ha detto di aver perso più di 45 kg. in nove mesi.

Ha descritto bisbigliando come una guardia lo avesse violentato con una scopa. I medici hanno detto che soffriva di stress post-traumatico e malnutrizione.

È Guantánamo”, ha detto.

Hanno contribuito a questo articolo Hajar Harb da Londra e Lior Soroka da Tel Aviv.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Dentro il campo di tortura israeliano per i prigionieri di Gaza

Yuval Abraham

5 gennaio 2024 – + 972 Magazine

I palestinesi arrestati nel nord della Striscia di Gaza descrivono gli abusi sistematici dei soldati israeliani sia sui civili che sui combattenti, dalle gravi deprivazioni alla crudele violenza fisica.

Allinizio di dicembre sono circolate in tutto il mondo immagini che mostravano decine di palestinesi nella città di Beit Lahiya, nel nord della Striscia di Gaza, mentre venivano svestiti e lasciati in mutande, fatti inginocchiare o sedere piegati in avanti, poi bendati e caricati come bestiame sul retro di camion militari israeliani. Come confermato in seguito da funzionari della sicurezza israeliani la stragrande maggioranza di questi uomini era costituita da civili senza affiliazione ad Hamas, portati via dallesercito senza che le loro famiglie venissero informate sul luogo di detenzione. Alcuni di loro non sono mai tornati.

+972 Magazine e Local Call hanno parlato con quattro dei civili palestinesi apparsi in quelle foto, o arrestati vicino al luogo del fatto e portati nei centri di detenzione militare israeliani, dove sono stati trattenuti per diversi giorni o addirittura settimane prima di essere rilasciati per tornare a Gaza. Le loro deposizioni, insieme a 49 testimonianze video pubblicate da vari media arabi di palestinesi arrestati nelle ultime settimane in circostanze simili nei distretti settentrionali di Zeitoun, Jabalia e Shujaiya, rivelano abusi e torture sistematiche da parte dei soldati israeliani contro tutti i detenuti, sia civili che militanti.

Secondo queste testimonianze i soldati israeliani hanno sottoposto i detenuti palestinesi a scosse elettriche, ustionato la loro pelle con gli accendini, sputato loro in bocca, li hanno privati del sonno, del cibo e dellaccesso ai bagni fino a costringerli a defecarsi addosso. Molti sono stati legati a una recinzione per ore, ammanettati e bendati per gran parte della giornata. Alcuni hanno testimoniato di essere stati picchiati su tutto il corpo e che gli sono state spente delle sigarette sul collo e sulla schiena. Si è saputo che in seguito a tali condizioni di detenzione diverse persone sono morte.

I palestinesi con cui abbiamo parlato hanno detto che la mattina del 7 dicembre, quando sono state scattate le foto a Beit Lahiya, i soldati israeliani sono entrati nel quartiere e hanno ordinato a tutti i civili di lasciare le loro case. Gridavano: Tutti i civili devono scendere e arrendersi’”, ha detto a +972 e Local Call Ayman Lubad, un ricercatore in legge presso il Centro Palestinese per i Diritti Umani, arrestato quel giorno insieme al fratello minore.

Secondo le testimonianze, i soldati hanno ordinato a tutti gli uomini di spogliarsi, li hanno riuniti in un unico luogo e hanno scattato le foto che sono state poi diffuse sui social media (alti funzionari israeliani hanno poi rimproverato i soldati per aver diffuso le immagini). Nel frattempo è stato ordinato a donne e bambini di recarsi all’ospedale Kamal Adwan.

Quattro diversi testimoni hanno riferito separatamente a +972 e Local Call che mentre erano seduti ammanettati per strada i soldati sono entrati nelle case del quartiere e appiccato il fuoco; +972 e Local Call hanno ottenuto le foto di una delle case bruciate. I soldati hanno detto ai detenuti che erano stati arrestati perché “non si erano trasferiti nel sud della Striscia di Gaza”.

Un numero imprecisato di civili palestinesi è rimasto nella parte settentrionale della Striscia nonostante gli ordini di espulsione israeliani che sin dalle prime fasi della guerra hanno portato centinaia di migliaia di persone a fuggire verso sud. Coloro con cui abbiamo parlato hanno elencato diversi motivi per cui non sono partiti: paura di subire il bombardamento da parte dell’esercito israeliano durante il viaggio verso sud o mentre vi si trovavano rifugiati; paura di essere presi di mira dai combattenti di Hamas; difficoltà motorie o disabilità tra i membri della famiglia e lincertezza della vita nei campi di sfollati nel sud. La moglie di Lubad, ad esempio, aveva appena partorito e loro temevano i rischi insiti nel lasciare casa con un neonato.

In un video girato sul posto a Beit Lahiya un soldato israeliano con in mano un megafono è di fronte agli abitanti prigionieri, disposti in fila nudi, in ginocchio e con le mani dietro la testa, e proclama: L’esercito israeliano è arrivato. Abbiamo distrutto Gaza [City] e Jabalia a vostro discapito. Abbiamo occupato Jabalia. Stiamo occupando tutta Gaza. E’ questo quello che volete? Siete dalla parte di Hamas?” I palestinesi ribattono che sono dei civili.

“La nostra casa è bruciata davanti ai miei occhi”, ha detto a +972 e Local Call Maher, uno studente dell’Università Al-Azhar di Gaza, che appare in una fotografia dei prigionieri a Beit Lahiya (ha chiesto di usare uno pseudonimo per paura che lesercito israeliano si vendichi contro i suoi familiari, ancora reclusi in un centro di detenzione militare). Testimoni oculari hanno detto che il fuoco si è diffuso in modo incontrollabile, la strada si è riempita di fumo e i soldati hanno dovuto spostare i palestinesi legati a qualche decina di metri dalle fiamme.

“Ho detto al soldato: ‘La mia casa è andata a fuoco, perché state facendo questo?’ E lui ha risposto: ‘Dimentica questa casa'”, ricorda Nidal, un altro palestinese presente anche lui in una fotografia a Beit Lahiya che ha chiesto di usare uno pseudonimo per gli stessi motivi.

“Mi ha chiesto dove mi faceva male e poi mi ha colpito con violenza”

Si sa che attualmente sono detenuti nelle carceri israeliane più di 660 palestinesi di Gaza, la maggior parte dei quali nella prigione di Ketziot nel deserto del Naqab/Negev. Un ulteriore numero, che l’esercito si rifiuta di rivelare ma potrebbe arrivare a diverse migliaia, è detenuto in diverse basi militari tra cui quella di Sde Teyman vicino a Be’er Sheva, dove si presume avvengano gran parte degli abusi sui prigionieri.

Secondo le testimonianze, i detenuti palestinesi di Beit Lahiya sono stati caricati su camion e portati su una spiaggia. Sono stati lasciati lì legati per ore e un’altra loro foto è stata scattata e diffusa sui social media. Lubad racconta come una delle soldatesse israeliane abbia ordinato a diversi detenuti di ballare e poi li abbia filmati.

I prigionieri, ancora in mutande, sono stati poi portati in un’altra spiaggia all’interno di Israele, vicino alla base militare di Zikim, dove, secondo le loro testimonianze, i soldati li hanno interrogati e picchiati duramente. Secondo quanto riportato dai media, i primi interrogatori sono stati condotti da membri dell’Unità 504 dell’esercito, un corpo di intelligence militare.

Maher ha raccontato la sua esperienza a +972 e Local Call: Un soldato mi ha chiesto: Come ti chiami?e ha iniziato a darmi pugni allo stomaco e calci. Mi ha detto: Fai parte di Hamas da due anni, dimmi come ti hanno reclutato”. Gli ho risposto che ero uno studente. Due soldati mi hanno aperto le gambe e mi hanno dato un pugno lì e in faccia. Ho iniziato a tossire e mi sono reso conto che non riuscivo a respirare. Ho detto loro: Sono un civile, sono un civile”.

“Ricordo di aver fatto allungato la mano lungo il corpo e di aver sentito qualcosa di pesante”, continua Maher. Non mi ero reso conto che era la mia gamba. Non riuscivo più a sentire il mio corpo. Ho detto al soldato che mi faceva male e lui si è fermato e ha chiesto dove; gli ho risposto allo stomaco e allora mi ha colpito forte allo stomaco. Mi hanno detto di alzarmi. Non riuscivo a sentire le gambe e non potevo camminare. Ogni volta che cadevo mi picchiavano di nuovo. Sanguinavo dalla bocca e dal naso e sono svenuto”.

I soldati hanno interrogato alcuni prigionieri in questo stesso modo, li hanno fotografati, hanno controllato le loro carte d’identità e poi li hanno divisi in due gruppi. La maggior parte, compresi Maher e il fratello minore di Lubad, sono stati rimandati a Gaza dove hanno raggiunto quella stessa notte le loro case. Lo stesso Lubad faceva parte di un secondo gruppo di circa 100 prigionieri di Beit Lahiya che quel giorno sono stati trasferiti in una struttura di detenzione militare all’interno di Israele.

Mentre erano lì i prigionieri sentivano regolarmente aerei che decollavano e atterravano”, quindi è probabile che fossero trattenuti nella base di Sde Teyman accanto a Beer Sheva, che comprende un aeroporto; secondo lesercito israeliano questo è il luogo in cui i prigionieri di Gaza vengono trattenuti per essere esaminati, vale a dire per decidere se devono essere classificati come civili o combattenti illegali”.

Secondo lufficio del portavoce dellesercito israeliano, le strutture di detenzione militare sono destinate solo agli interrogatori e allo screening iniziale dei prigionieri, prima che vengano trasferiti al servizio carcerario israeliano o fino al loro rilascio. Le testimonianze dei palestinesi trattenuti allinterno della struttura, tuttavia, dipingono un quadro completamente diverso.

Siamo stati torturati per l’intera giornata”

All’interno della base militare, i palestinesi sono stati trattenuti in gruppi di circa 100 persone. Secondo le testimonianze, sono rimasti ammanettati e bendati per tutto il tempo, e potevano riposare solo tra mezzanotte e le 5 del mattino.

Uno dei detenuti di ciascun gruppo, scelto dai soldati in base alla conoscenza dell’ebraico e denominato “Shawish” (un termine gergale per servitore o subordinato), era l’unico senza benda sugli occhi. Gli ex detenuti hanno spiegato che i soldati che li sorvegliavano avevano delle torce laser verdi che usavano per indicare chiunque si muovesse, cambiasse posizione a causa del dolore o emettesse un suono. Gli Shawish portavano questi detenuti dai soldati che si trovavano dalla parte opposta della rete di filo spinato che circondava la struttura per essere puniti.

Secondo le testimonianze, la punizione più comune consisteva nell’essere legati ad una recinzione e costretti a tenere le braccia sollevate per diverse ore. Chiunque le abbassasse veniva portato via dai soldati e picchiato.

“Siamo stati torturati per tutto il giorno”, riferisce Nidal a +972 e Local Call. Stavamo inginocchiati, a testa bassa. Quelli che non ci riuscivano venivano legati alla recinzione, [per] due o tre ore, finché il soldato non decideva di lasciarli andare. Sono rimasto legato per mezz’ora. Tutto il mio corpo era coperto di sudore; le mani sono diventate insensibili.

A proposito delle regole Lubad ricorda: Non puoi muoverti. Se ti muovi, il soldato punta un laser verso di te e dice allo Shawish: Portalo fuori, sollevagli le braccia. Se abbassi le braccia lo Shawish ti porta fuori e i soldati ti picchiano. Sono stato legato alla recinzione due volte. E ho tenuto le mani alzate perché c’erano persone intorno a me che erano state ferite. Una persona è tornata con una gamba rotta. Si sentivano i colpi e le urla provenire dall’altro lato della recinzione. Hai paura di guardare o sbirciare attraverso la benda. Se ti vedono guardare, c’è una punizione. Portano fuori anche te o ti legano alla recinzione”.

Un altro giovane rilasciato dalla detenzione ha detto ai media dopo essere tornato a Gaza che le persone venivano torturate continuamente. Sentivamo le urla. Loro [i soldati] ci hanno chiesto: Perché siete rimasti a Gaza, perché non siete andati a sud?” E io ho risposto: Perché dovremmo andare a sud?” Le nostre case sono ancora in piedi e non siamo legati ad Hamas”. Ci hanno detto: ‘andate a sud; il 7 ottobre avete festeggiato [per lattacco guidato da Hamas]”.

In un caso, dice Lubad, un prigioniero che si rifiutava di inginocchiarsi e abbassava le braccia invece di tenerle alzate è stato portato ammanettato dietro la rete di filo spinato. I prigionieri sentivano le percosse, poi hanno sentito il detenuto imprecare contro un soldato e poi uno sparo. Non sanno se il detenuto sia stato effettivamente colpito né se sia vivo o morto; in ogni caso non è tornato per il resto del tempo in cui sono stati trattenuti lì coloro con cui abbiamo parlato.

Nelle interviste con i media arabi degli ex prigionieri hanno testimoniato che altri reclusi sono morti accanto a loro. Lì dentro sono morte delle persone. Un prigioniero aveva una malattia cardiaca. Lo hanno buttato fuori, non volevano prendersi cura di lui”, ha riferito una persona ad Al Jazeera.

Anche diversi prigionieri che si trovavano insieme a Lubad gli hanno raccontato di questa morte. Hanno detto che prima del suo arrivo un uomo anziano del campo profughi di Al-Shati, che era malato, è morto nella struttura a causa delle condizioni di detenzione. I detenuti hanno deciso di iniziare uno sciopero della fame per protestare per la sua morte e hanno restituito ai soldati le razioni di formaggio e pane. I prigionieri hanno riferito a Lubad che di notte i soldati sono entrati e li hanno picchiati duramente mentre erano ammanettati, e poi hanno lanciato contro di loro bombolette di gas lacrimogeno. I detenuti hanno smesso di scioperare.

L’esercito israeliano ha confermato a +972 e Local Call che dei prigionieri provenienti da Gaza sono morti nella struttura. “Sappiamo di casi di morte di persone recluse nel centro di detenzione”, ha detto il portavoce dell’esercito. Secondo le procedure, per ogni morte di un detenuto viene condotta un’indagine che comprende una verifica sulle circostanze della morte. I corpi dei prigionieri vengono trattenuti in conformità con l’ordinamento militare”.

Nelle testimonianze video i palestinesi rilasciati a Gaza descrivono casi in cui i soldati spegnevano sigarette sui corpi dei prigionieri e davano loro persino scosse elettriche. “Sono stato detenuto per 18 giorni”, ha detto un giovane ad Al Jazeera. [Il soldato] vede che ti addormenti, prende un accendino e ti brucia la schiena. Mi hanno spento delle sigarette sulla schiena un paio di volte. Uno dei ragazzi [che era bendato] ha detto [al soldato]: ‘Voglio dell’acqua da bere‘, e il soldato gli ha detto di aprire la bocca e poi ci ha sputato dentro”.

Un altro detenuto riferisce di essere stato torturato per cinque o sei giorni. Racconta che gli veniva detto: “Vuoi andare in bagno? Proibito”. [Il soldato] ti picchia. Ma io non sono Hamas, di cosa ho la colpa? Ma continua a dirti: ‘Tu sei Hamas, tutti quelli che rimangono a Gaza [City] sono Hamas. Se non fossi stato Hamas saresti andato a sud. Ti avevamo detto di andare a sud.'”

Shadi al-Adawiya, un altro prigioniero poi rilasciato, ha riferito a TRT [l’azienda radiotelevisiva di Stato turca, ndt.] in una testimonianza videoregistrata: Ci spegnevano le sigarette sul collo, sulle mani e sulla schiena. Ci prendevano a calci nelle mani e in testa. E c’erano le scosse elettriche”.

Non puoi chiedere nulla”, ha detto ad Al Jazeera un altro detenuto rilasciato dopo essere arrivato in un ospedale di Rafah. Se dici: Voglio bere, ti picchiano su tutto il corpo. Non c’è differenza tra vecchi e giovani. Ho 62 anni. Mi hanno colpito alle costole e da allora ho difficoltà a respirare”.

“Ho provato a togliermi la benda e un soldato mi ha dato una ginocchiata in fronte”

I palestinesi arrestati da Israele a Gaza, siano essi combattenti o civili, sono detenuti ai sensi della Legge sui combattenti illegali” del 2002. Questa legge israeliana consente allo Stato di trattenere combattenti nemici senza concedere loro lo status di prigioniero di guerra e di trattenerli per lunghi periodi di tempo senza regolari procedimenti legali. Israele può impedire ai detenuti di incontrare un avvocato e rinviare l’esame giudiziario fino a 75 giorni o, su approvazione di un giudice, fino a sei mesi.

Dopo lo scoppio dellattuale guerra in ottobre questa legge è stata modificata: secondo la versione approvata dalla Knesset il 18 dicembre, Israele può trattenere tali detenuti anche fino a 45 giorni senza emettere un ordine di detenzione: una disposizione che comporta preoccupanti conseguenze.

Scompaiono per 45 giorni”, ha detto a +972 e Local Call Tal Steiner, direttore esecutivo del Comitato Pubblico Contro la Tortura in Israele. Le loro famiglie non vengono informate. Durante questo periodo le persone possono morire senza che nessuno lo venga a sapere. [Si deve] provare che sia successo davvero. Tante persone possono semplicemente scomparire”.

L’ONG israeliana per i diritti umani HaMoked ha ricevuto chiamate da persone di Gaza riguardanti 254 palestinesi detenuti dall’esercito israeliano e i cui parenti non hanno idea di dove si trovino. Alla fine di dicembre HaMoked ha presentato una petizione allAlta Corte israeliana chiedendo che lesercito pubblichi informazioni sugli abitanti di Gaza detenuti.

Una fonte del Servizio Carcerario Israeliano ha detto a +972 e Local Call che la maggior parte dei detenuti prelevati da Gaza sono trattenuti dai militari e non sono stati trasferiti nelle carceri. È probabile che lesercito israeliano stia cercando di ottenere informazioni di intelligence dai civili utilizzando la legge sui combattenti illegali per tenerli prigionieri.

I detenuti che hanno parlato con +972 e Local Call hanno affermato di essere stati trattenuti nella struttura militare insieme a persone che sapevano essere membri di Hamas o della Jihad islamica. Secondo le testimonianze, i soldati israeliani non fanno distinzioni tra i civili e i membri di queste organizzazioni e trattano tutti allo stesso modo. Alcuni degli arrestati in uno stesso gruppo a Beit Lahiya quasi un mese fa non sono stati ancora rilasciati.

Nidal descrive come, oltre alla violenza subita dai detenuti, le condizioni di detenzione fossero estremamente dure. “La toilette è una sottile apertura tra due pezzi di legno”, dice. Ci mettevano lì ammanettati e bendati. Entravamo e facevamo pipì vestiti. Ed è sempre lì che bevevamo”.

I civili rilasciati dalla base militare israeliana hanno raccontato a +972 e Local Call che dopo pochi giorni sono stati portati da una struttura all’altra per essere interrogati. La maggior parte ha affermato di essere stata picchiata durante gli interrogatori. È stato loro chiesto se conoscevano agenti di Hamas o della Jihad islamica, cosa pensavano di quanto accaduto il 7 ottobre, quale dei loro familiari fosse un agente di Hamas, chi fosse entrato in Israele il 7 ottobre e perché non fossero fuggiti a sud come ordinato.”

Tre giorni dopo Lubad è stato portato a Gerusalemme per l’interrogatorio. “L’inquirente mi ha dato un pugno in faccia e alla fine mi hanno portato fuori e mi hanno bendato”, dice. Ho provato a togliermi la benda perché mi faceva male e un soldato mi ha dato una ginocchiata in fronte, quindi l’ho lasciata.

“Mezz’ora dopo hanno portato un altro prigioniero, un professore universitario”, continua Lubad. A quanto pare non ha collaborato con loro durante linterrogatorio. Lo hanno picchiato davvero senza pietà accanto a me. Gli hanno detto: ‘Stai difendendo Hamas, non rispondi alle domande. Mettiti in ginocchio, alza le mani.Ho sentito due persone venire verso di me. Pensavo che fosse il mio turno di essere picchiato e nell’attesa ero contratto in tutto il corpo. Qualcuno mi ha sussurrato allorecchio: Di’ cane”. Ho detto che non capivo. Mi ha risposto: Di‘: il giorno verrà per ogni cane’”, intendendo morte o punizione.

Lubad è stato poi riportato nella cella di detenzione. Secondo lui le condizioni a Gerusalemme erano migliori che nella struttura a sud. Per la prima volta non è stato ammanettato né bendato. “Avevo così tanto male ed ero così stanco che mi sono addormentato, e basta”, dice.

Siamo stati trattati come galline o pecore”

Il 14 dicembre, una settimana dopo essere stato portato via dalla sua casa a Beit Lahiya dove aveva lasciato moglie e tre figli, Lubad è stato messo su un autobus per tornare al valico di Kerem Shalom tra Israele e la Striscia di Gaza. Ha contato 14 autobus e centinaia di prigionieri. Lui e un altro testimone hanno riferito a +972 e Local Call che i soldati hanno detto loro di scappare e che chiunque si guarderà indietro, gli spareremo”.

Da Kerem Shalom i prigionieri si sono recati a Rafah, una città che nelle ultime settimane si è trasformata in un gigantesco campo profughi dovendo ospitare centinaia di migliaia di palestinesi sfollati. I prigionieri rilasciati indossavano pigiami grigi e alcuni hanno mostrato ai giornalisti palestinesi ferite ai polsi, alla schiena e alle spalle, esito evidente della violenza subita durante la reclusione. Indossavano braccialetti numerati che avevano ricevuto appena arrivati al centro di detenzione.

Euro-Med Monitor, un’organizzazione per i diritti umani con sede a Ginevra con diversi ricercatori sul campo a Rafah, ha dichiarato a +972 e Local Call che si stima che nelle ultime settimane almeno 500 abitanti di Gaza siano stati rilasciati e rientrati in città dopo essere stati trattenuti in centri di detenzione israeliani, riportando testimonianze di feroci torture e abusi.

I prigionieri hanno detto ai giornalisti che a Rafah non sapevano dove andare o dove fossero le loro famiglie. Molti di loro erano scalzi. “Sono rimasto bendato per 17 giorni”, ha riferito uno di loro. Siamo stati trattati come galline o pecore”, ha detto un altro.

Uno dei detenuti arrivati a Rafah ha detto a +972 e Local Call che dal momento del suo rilascio due settimane fa vive in una tenda di nylon. “Solo oggi ho comprato delle scarpe”, dice. A Rafah, ovunque guardi, vedi tende. Da quando sono stato rilasciato, per me è stata psicologicamente molto dura. Un milione di persone sono stipate qui, in una città di 200.000 abitanti [prima della guerra]”.

Lubad appena arrivato a Rafah ha chiamato sua moglie. Era felice di sapere che lei e i suoi figli erano vivi. «In carcere continuavo a pensare a loro, a mia moglie che si trova in una situazione difficile, sola con il nostro bambino appena nato», spiega.

Ma al telefono ha capito che c’era qualcosa che i suoi familiari non gli dicevano. Alla fine, Lubad ha scoperto che unora dopo che suo fratello minore era tornato dalla prigionia a Zikim Beach era stato ucciso da un proiettile israeliano che ha colpito la casa di un vicino.

Ricordando l’ultima volta che aveva visto suo fratello, Lubad dice: “Vedevo come eravamo seduti lì in mutande, e faceva un freddo terribile, e gli ho sussurrato: ‘Va bene, va tutto bene, tornerai sano e salvo.’

Durante la sua detenzione la moglie di Lubad ha detto ai figli che lui era in viaggio allestero; Lubad non è sicuro che ci credessero. Quel giorno suo figlio di 3 anni lo ha visto per strada senza vestiti. Mio figlio desiderava tanto andare allo zoo, ma a Gaza non c’è più nessuno zoo. Allora gli ho detto che durante il mio viaggio avevo visto una volpe a Gerusalemme – e in effetti la mattina, durante il mio interrogatorio, passavano alcune volpi. Gli ho promesso che, quando tutto sarebbe finito, avrei portato anche lui a vederle.

In risposta alle affermazioni fatte in questo articolo secondo cui i soldati israeliani avrebbero bruciato le case dei palestinesi arrestati a Beit Lahiya, il portavoce dellesercito ha commentato che le accuse saranno prese in esame”, aggiungendo che negli appartamenti delledificio sono stati trovati documenti appartenenti ad Hamas e una grande quantità di armi” e che dalledificio sarebbero stati sparati colpi contro le forze israeliane.

Il portavoce dellesercito ha affermato che i palestinesi di Gaza sarebbero stati arrestati per coinvolgimento in attività terroristiche” e che ai detenuti che risultano non coinvolti in attività terroristiche e per i quali un prolungamento della detenzione non è giustificato viene permesso di tornare nella Striscia di Gaza alla prima occasione.”

Per quanto riguarda le accuse di maltrattamenti e torture il portavoce dell’esercito ha affermato che tutte le accuse di condotta impropria nella struttura di detenzione vengono indagate approfonditamente. I detenuti vengono ammanettati in base al loro livello di rischio e alle condizioni di salute, secondo una valutazione quotidiana. Una volta al giorno la struttura di detenzione militare offre ai detenuti che la richiedano una consulenza medica per verificarne le condizioni di salute”.

Tuttavia, i prigionieri che hanno parlato con +972 e Local Call hanno affermato di essere stati visitati da un medico solo al loro arrivo nella struttura e di non aver ricevuto alcun trattamento medico successivo nonostante le ripetute richieste.

Yuval Abraham è un giornalista e attivista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Basta ai palestinesi poter accedere alle proprie terre due volte all’anno?

Amira Hass

20 agosto 2023 Haaretz

L’Alta Corte di Israele ha respinto la petizione degli abitanti del villaggio di Anin per poter lavorare i propri terreni oltre il muro di separazione ogni giorno, ed ha stabilito che due volte a settimana fosse sufficiente. Ora l’esercito israeliano dice che gli agricoltori potranno accedere ai propri terreni solo due volte all’anno.

I contadini del villaggio di Anin vogliono lavorare la propria terra ogni giorno, perciò hanno chiesto che il varco nella barriera di separazione che divide i loro campi dal villaggio venisse aperto quotidianamente, non due volte a settimana. Hanno inoltrato questa richiesta nel 2007, circa cinque anni dopo che Israele ha costruito il muro sulla loro terra, ma è stata respinta.

Un anno fa hanno nuovamente fatto la richiesta, di nuovo rifiutata e in marzo hanno presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia. Allora l’esercito ha informato loro e la Corte che in realtà sta programmando di rendere “stagionale” l’apertura del varco: invece di due volte alla settimana, verrà aperto due volte all’anno per l’aratura e la raccolta delle olive. E se i contadini sono così desiderosi di recarsi sul proprio terreno ogni giorno potranno guidare per 25 chilometri, sia per andare che per tornare, attraverso un altro varco. Quindi l’Ufficio del Procuratore di Stato ha raccomandato alla Corte di respingere la petizione.

I giudici non hanno nemmeno tenuto un’udienza con i richiedenti e la loro avvocata, Tehila Meir dell’associazione israeliana per i diritti HaMoked. Nella prima settimana di agosto hanno semplicemente emesso la sentenza: due giorni alla settimana sono ampiamente sufficienti, ha scritto la giudice Ruth Ronnen in accordo con i suoi colleghi Yael Willner e Alex Stein. Se davvero il varco diventasse stagionale i richiedenti potrebbero tentare un ricorso legale, ha precisato.

Dei circa 17.000 dunam (4.200 acri) del villaggio in Cisgiordania, 11.000 sono incastrati tra il muro di separazione e la Linea Verde, in un’enclave di 31.000 dunam. E’ l’enclave di Barta’a, che ospita 7.000 palestinesi in sette villaggi, il più grande dei quali è la stessa Barta’a. Ci vivono anche circa 3.000 coloni in quattro insediamenti; c’è pure una zona industriale israeliana.

E’ difficile dire che è la Cisgiordania e non Israele. I lavori di costruzione e altri lavori per lo sviluppo nei villaggi palestinesi sono pesantemente limitati. I palestinesi che non vivono nell’enclave sono impossibilitati ad entrare, anche se pochi privilegiati ricevono un permesso speciale. Sono i residenti dei villaggi ad est del muro, i cui terreni si trovano ad ovest del muro di cemento (fino a poco tempo fa una staccionata), come gli abitanti di Anin.

Viaggio estenuante, lunga attesa

I soldati aprono il varco a Anin solo il lunedì e il mercoledì e solo due volte al giorno per brevi periodi: dalle 6,50 alle 7,10 del mattino e dalle 15,50 alle16,10 del pomeriggio. Il varco si trova a 5 minuti di cammino dalle case dei richiedenti e la loro terra dista dai 5 ai 20 minuti dal varco.

Prima del 1948 Anin aveva 45.000 dunam”, dice al telefono a Haaretz il capo del consiglio del villaggio Mohammed Issa. Circa 27.000 di essi sono finiti in Israele. Dal 2002 la maggior parte della terra coltivabile che ci è rimasta è al di là del muro. Ogni famiglia ha il terreno là.”

Ottenere un permesso per entrare nei terreni coltivabili è una procedura molto complicata; i permessi sono concessi solo agli abitanti i cui documenti di proprietà soddisfano le condizioni dell’Amministrazione Civile israeliana in Cisgiordania. Inoltre occorre provare la parentela diretta con i proprietari (cioè coniugi e figli; i nipoti non ottengono i permessi). Tutto ciò è sottoposto ad un rigoroso controllo burocratico e di sicurezza. Il permesso va rinnovato ogni pochi mesi, ogni anno o ogni due anni, a seconda del tipo di permesso.

Gli abitanti di Anin che fanno la procedura attraverso il controllo dell’Amministrazione Civile e il servizio di sicurezza dello Shin Bet possono raggiungere la loro terra attraverso il varco di Barta’a, 25 chilometri a sud. Questo varco è aperto tutti i giorni, ma è un viaggio di circa un’ora e mezza da Anin e la strada è in parte costituita da pista sterrata che solo un trattore o un veicolo fuoristrada possono percorrere.

Questo lontano posto di blocco è utilizzato da centinaia di palestinesi di altri villaggi che vivono nell’enclave di Barta’a o hanno dei permessi per attraversarla, perciò per passare di là vi sono lunghe attese specialmente al mattino – il momento migliore per l’attività agricola.

Tanto per cominciare, passare con un trattore richiede un permesso che spinge i richiedenti ad una corsa a ostacoli burocratica. I contadini che portano attrezzi da lavoro attraverso il varco di Barta’a devono subire un lungo controllo di sicurezza – e poi, dopo circa due ore in strada, devono tornare di nuovo verso nord per guidare fino al loro terreno che è a portata di vista e di cammino dalle loro case.

Anche gli alti costi del viaggio spaventano i richiedenti: 80 shekel (21,20 dollari) al giorno con il proprio veicolo, oppure 60 shekel al giorno col trasporto pubblico, che non è disponibile a tutte le ore del giorno.

Tutte queste argomentazioni, dettagliate nella petizione da Meir di HaMoked, non hanno convinto i giudici. Ronnen si è allineata all’esercito e all’Amministrazione Civile in ogni aspetto, affermando che “le uniche colture attualmente esistenti nei terreni sono uliveti che richiedono una coltivazione solo stagionale durante le stagioni dell’aratura e della raccolta.” Ha aggiunto che “i richiedenti non contestano questa affermazione”.

Invece i richiedenti la hanno contestata. Una replica di Meir alla risposta dell’Ufficio del Procuratore di Stato alla petizione afferma che prima della costruzione del muro di separazione i contadini del villaggio coltivavano cereali come grano e frumento e verdure come pomodori, cipolle, sesamo e cetrioli. La costruzione del muro e la limitazione dei giorni in cui si può attraversarlo hanno costretto gli agricoltori a rinunciare alle colture che necessitano di irrigazione, cura e sorveglianza quotidiane, ha detto Meir.

La linea dura della Corte

Durante una visita al varco a maggio, su iniziativa dell’esercito e dell’Ufficio del Procuratore di Stato dopo che è stata presentata la petizione, gli agricoltori hanno spiegato la situazione agli alti funzionari, come documentato da Meir, che ha partecipato all’incontro con altre persone di HaMoked. Meir ha allegato alla sua risposta un parere di Bimkom, un’associazione israeliana per i diritti che perora l’uguaglianza nella pianificazione ed ha lavorato per molti anni con le comunità palestinesi nell’enclave di Barta’a.

Fornendo dati e fotografie aeree, Bimkom dimostra che molti degli appezzamenti di terra di Anin, che prima del 2000 erano intensamente coltivati, sono inariditi a causa delle restrizioni all’ingresso. Gli alberi negli uliveti di Anin, che non necessitano di irrigazione, sono meticolosamente curati.

Alla domanda se gli abitanti del villaggio sperassero di tornare a coltivare verdura, grano e cereali, Issa, il capo del consiglio del villaggio, ha risposto a Haaretz: “Adesso stiamo parlando di come mantenere e salvare ciò che abbiamo, gli alberi che abbiamo.”

E’ indignato dalla sentenza secondo cui il varco sarà aperto solo due volte all’anno. “Una mandria di buoi (da un vicino villaggio israeliano nell’area di Wadi Ara) raggiunge i nostri alberi e li danneggia, perciò dobbiamo essere là ogni giorno”, ha detto Issa.

Il timore è che ciò che succede in altri luoghi dove l’esercito e l’Amministrazione Civile concede l’ingresso ai contadini solo due o tre volte all’anno avverrà anche ad Anin: gli uliveti verranno invasi dai cardi selvatici e devastati da frequenti incendi boschivi e la loro produzione diminuirà drasticamente.

Nella loro risposta alla petizione gli avvocati dell’Ufficio del Procuratore di Stato, Yael Kolodny e Jonathan Berman, hanno sostenuto a nome dell’esercito e dell’Amministrazione Civile che il varco viene usato dagli abitanti di Anin con permessi agricoli soprattutto per entrare senza autorizzazione in Israele. Hanno detto di sostenere questo sulla base di un filmato di un drone e di una improvvisa visita al varco alla fine di marzo, quando sono state interrogate le persone che lo attraversavano. Hanno detto che molti avevano con sé un cambio di abiti e alcuni erano “vestiti elegantemente”. Nessuno aveva attrezzi da lavoro, hanno aggiunto gli avvocati.

In risposta i contadini hanno detto a Meir che alcuni di loro effettivamente escono di casa in abiti puliti e si cambiano in tenuta da lavoro, che indossano anche per riparare veicoli, per costruire, per tinteggiare le case e svolgere altre attività. Inoltre i lavoratori che attraversano il varco normalmente lasciano i loro attrezzi nell’appezzamento piuttosto che portarli avanti e indietro. Meir ha scritto, citando Bimkom, che gli uliveti curati dimostrano che i contadini si recano regolarmente dove sono gli alberi e se ne prendono cura con dedizione.

Quanto al filmato del drone, Meir ha scritto che è stato ripreso in Cisgiordania e non mostra nessuno che entra in Israele. I richiedenti, che hanno notato il drone, dicono che il filmato è selettivo, mostra persone che salgono nelle auto (che secondo l’esercito le portano in Israele), ma non mostra quelli che continuano a piedi fino ai loro appezzamenti. I richiedenti aggiungono che alcuni contadini trovano dei passaggi in auto israeliane (di proprietà di palestinesi cittadini dello Stato) per arrivare più in fretta ai loro terreni.

Meir ha detto a Haaretz che la sentenza mostra un drastico peggioramento nel rispetto da parte della Corte degli obblighi dello Stato verso i palestinesi danneggiati dal muro di separazione. Ha sottolineato che la Corte ha approvato la costruzione del muro all’inizio del 2000 dopo che lo Stato si è impegnato a ridurre i danni ai palestinesi separati dai loro terreni al minimo indispensabile, consentendo loro un accesso ragionevole alle loro terre.

Ora che accade che l’accesso non sia ragionevole, la Corte respinge l’appello dei contadini senza un’udienza, ha precisato. “E’ triste vedere quanto poco costi considerare giustificabile danneggiare i diritti umani dei palestinesi che cercano di lavorare i propri terreni”, ha detto Meir.

HaMoked ha anche evidenziato un altro inquietante aspetto della sentenza: i giudici hanno stabilito che queste terre “formalmente” appartengono all’ “area di Giudea e Samaria”, la Cisgiordania, che è occupata da Israele dal 1967. Questa affermazione indica che nella sostanza, al contrario che nella forma, questo territorio palestinese, noto in gergo militare come “zona di congiunzione”, non fa parte dell’ “area di Giudea e Samaria.”

Così c’è soltanto un passo tra la sentenza della Corte ed il suo assenso all’annessione della terra oltre il muro. I giudici sanno bene che solo gli israeliani e i turisti stranieri hanno libero accesso a questa area, mentre i palestinesi ne sono del tutto impediti, e che solo le colonie e l’Amministrazione Civile vi possono mettere in atto piani edilizi, mentre le autorità locali palestinesi, che posseggono questa terra, non possono. Del resto la Corte ha approvato questo stato di cose nel 2011.

Fondamentalmente oltre 500 chilometri quadrati di terra (9,4% dell’intera Cisgiordania) sono imprigionati tra il muro di separazione e la Linea Verde. Quindi la realtà è che un’enorme fetta di terra è stata sostanzialmente annessa ad Israele senza una dichiarazione “formale”.

Per adempiere alla promessa dello Stato di permettere ai contadini di lavorare la propria terra sono stati costruiti 79 varchi nel muro di separazione. Solo cinque sono aperti tutto il giorno, 11 sono aperti per poco tempo due o tre volte al giorno e 10 sono aperti per alcuni brevi intervalli due o tre giorni alla settimana.

Con la chiusura del varco di Anin questo numero scenderà a 9 e il varco di Anin si aggiungerà a 53 altri “varchi stagionali”, aperti solo alcuni giorni all’anno per l’aratura, la raccolta e a volte per diserbare. La gente di Anin ha tempo fino a lunedì per fare appello contro la decisione di chiudere il loro varco.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Nelle prigioni israeliane il numero di palestinesi sottoposti a detenzione senza processo è duplicato

Hagar Shezaf

27 marzo 2023 – Haaretz

In base a nuovi dati, le prigioni israeliane contano 971 detenuti amministrativi, il numero più alto di prigionieri senza processo in 20 anni

Alla data del primo marzo le carceri israeliane contano 971 detenuti amministrativi, il numero più alto di prigionieri senza processo in 20 anni: dati del Servizio Penitenziario Israeliano forniti al Centro per la Difesa dell’Individuo (Hamoked).

Le cifre mostrano che a parte quattro tutti i detenuti sono palestinesi della Cisgiordania, residenti di Gerusalemme est o arabi israeliani. Gli altri quattro sono ebrei israeliani.

Secondo Honenu, un’organizzazione no profit israeliana che fornisce appoggio legale a sospettati di terrorismo ebrei, i quattro ebrei israeliani sottoposti a detenzione amministrativa rappresentano il numero più alto dal 1994.

I dati forniti a Haaretz dall’esercito israeliano mostrano che nel corso del 2022 i tribunali militari hanno approvato il 90% di tutti i mandati di arresto; solo l’1% è stato completamente respinto.

In passato il Servizio Penitenziario Israeliano forniva informazione sul numero totale dei detenuti amministrativi, ma questa volta ha rifiutato di comunicare i suoi dati relativi a minori, donne e cittadini e residenti israeliani.

La prigione di Ofer. Foto Olivier Fitoussi

I detenuti amministrativi sono trattenuti nelle carceri israeliane senza un’accusa, essendo gli arresti considerati una misura preventiva. In tribunale non si svolge nessun procedimento probatorio. Agli avvocati degli imputati non viene fornito nulla tranne un compendio di diverse sentenze da tempo noto come “parafrasi” che cita le imputazioni contro di loro.

I mandati di arresto sono approvati da giudici ai quali viene consegnato un ordine firmato dal capo del Comando Centrale dell’esercito israeliano e classificato informazione segreta sul detenuto. Le udienze sulle detenzioni amministrative non sono aperte al pubblico.

Gli Stati occidentali applicano raramente la detenzione amministrativa e in alcuni Paesi questa pratica non esiste affatto. Israele la utilizza soprattutto in Cisgiordania contro i palestinesi, mentre viene raramente utilizzata nei confronti di cittadini israeliani, in particolare ebrei.

Eli Bahar, un ex consulente legale del servizio di sicurezza Shin Bet, ha detto di ritenere che l’aumento del numero di detenuti amministrativi sia legato alla crescente impotenza dell’Autorità Nazionale Palestinese. “Se ci fosse un’efficace forza di polizia,  si dovrebbe occupare dei crimini che vengono considerati terroristici, ma in fondo rientrano nell’applicazione del diritto penale”, dice.

Perciò non sorprende che a fronte di una debole ANP, che dovrebbe come proprio ruolo garantire questo genere di applicazione della legge e impedire l’escalation, lo Stato di Israele deve agire con sempre maggiore aggressività, sicuramente se si vuole mantenere un livello ragionevole di deterrenza antiterrorismo”, aggiunge Bahar.

L’esercito israeliano dice di aver emesso nello scorso anno 2.076 ordini di detenzione amministrativa contro palestinesi. 2.016 di essi sono stati portati davanti al tribunale militare, che ne ha approvato il 90%. Nel 7% dei casi il tribunale ha ordinato una detenzione più breve di quella richiesta.

L’anno scorso il deputato Ahmad Tibi del partito Hadash-Ta’al (partito arabo) ha impugnato i dati sui detenuti amministrativi trattenuti negli anni precedenti per contestare l’allora Ministro della Difesa Benny Gantz.

I dati non registravano un’analisi dettagliata tra i mandati di arresto emessi e quelli portati effettivamente in giudizio. Tuttavia includevano il numero di mandati revocati o abbreviati, mostrando che la proporzione dei mandati che la corte aveva rigettato nell’anno precedente era bassa in rapporto agli anni precedenti.

L’arresto di un palestinese nel 2022. Foto : Uff. Stampa IDF

Nel 2021 il 13% dei mandati è stato respinto o abbreviato – il dato più basso nel periodo 2017-2021. Nel 2022 solo l’8% dei mandati è stato respinto dal tribunale, con un evidente calo.

Jessica Montell, direttrice esecutiva di Hamoked che monitora i diritti dei detenuti amministrativi, attribuisce il basso grado di interventi, tra le altre cose, al boicottaggio dei tribunali da parte dei detenuti da gennaio a luglio 2022. I loro avvocati non si sono presentati in tribunale, riducendo la possibilità dei detenuti di influenzare l’esito delle udienze.

Montell sottolinea che, mentre il numero dei detenuti amministrativi è duplicato dal 2020, il numero totale di prigionieri è rimasto più o meno lo stesso. “E’ semplicemente un abuso di ciò che dovrebbe essere l’eccezione all’eccezione”, dice.

I dati forniti a Hamoked dal Servizio Penitenziario Israeliano mostrano che all’inizio di marzo di quest’anno nelle carceri israeliane c’erano 4.765 prigionieri, di cui 971 erano detenuti amministrativi. In paragone, nel marzo 2020 c’erano 4.634 prigionieri, di cui 434 erano detenuti amministrativi.

Bahar dice che i tribunali militari e civili tendenzialmente non contestano le informative su un detenuto presentate. “E’ difficile per loro occuparsi di questo. L’intero processo di detenzione amministrativa differisce dal sistema giudiziario in cui entrambe le parti perorano la propria causa. Qui solo una parte espone la sua causa e l’altra riceve la ‘parafrasi’, per cui qui c’è quasi un pregiudizio strutturale che rende difficile al giudice analizzare ciò che sta avvenendo come farebbe in una procedura legale ordinaria”, spiega.

Nel suo libro “Shin Bet sotto esame: sicurezza, giustizia e valori democratici”, Bahar scrive che è difficile determinare il momento in cui la minaccia attribuita ad un detenuto viene meno. “I casi in cui disponiamo di informazioni attendibili che suggeriscono che il detenuto si è allontanato dalla sua strada pericolosa sono rari”, scrive nel libro.

Bahar aggiunge che i tribunali preferiscono non emettere sentenze contrarie all’apparato della sicurezza perché si assumerebbero il rischio di rilasciare un detenuto che in seguito potrebbe compiere un attacco terroristico. Comunque resta convinto che questo sistema debba continuare ad essere applicato nei territori (occupati).

E’ uno strumento molto importante”, dice Bahar, riassumendo la propria posizione. “Il sistema di intelligence e di giustizia che è stato creato dovrebbe fornire una risposta alla natura intrinsecamente problematica della detenzione amministrativa garantendo che gli arresti non siano arbitrari.”

La detenzione amministrativa di regola dura dai tre ai sei mesi. Tuttavia non c’è limite al numero di volte in cui può essere estesa, il che significa che la detenzione in alcuni casi può durare anni.

In linea di principio i mandati di arresto sono firmati dal capo del Comando Centrale, anche se in pratica per la maggior parte sono firmati da ufficiali col grado di colonnello. In Israele il Ministro della Difesa è responsabile della firma degli ordini di detenzione amministrativa e le autorità hanno solo 48 ore di tempo per presentarli all’esame del presidente del tribunale distrettuale. In Cisgiordania un giudice militare, normalmente di grado relativamente inferiore, ha otto giorni di tempo per esaminare l’ordine.

Ci sono anche altre differenze relativamente al riesame giurisdizionale. In Israele la legge stabilisce che l’ordine debba essere consegnato per ulteriore esame entro tre mesi dall’arresto. Invece in Cisgiordania la legge richiede che una revisione possa avvenire solo due volte all’anno per ogni ordine, il che significa che in pratica normalmente non vi è alcun procedimento di riesame.

Un’altra differenza sta nel fatto che in Israele presenziano all’udienza dei rappresentanti dello Shin Bet, per cui il giudice può porre domande riguardo al materiale informativo relativo all’arresto. In Cisgiordania si è stabilita la prassi per cui il materiale informativo è presentato in forma scritta dal procuratore senza la presenza in tribunale dello Shin Bet. Inoltre i giudici possono esaminare informazioni presentate come prova, comprese quelle per sentito dire, che non sarebbero ammissibili in un processo penale.

In linea di principio un’udienza amministrativa dovrebbe essere completamente diversa da una penale – non dovrebbe essere un mezzo per punire una persona per ciò che ha fatto, ma per impedire un danno che non si possa impedire in altro modo”, dice Montell.

E’ ovvio che non è così che Israele fa uso della detenzione amministrativa perché questa funziona come una catena di montaggio. Viene emesso un mandato di tre o sei mesi per volta– non è commisurato allo specifico pericolo rappresentato da una particolare persona”, dice.

Montell aggiunge che nel corso degli anni si è imbattuta in cause penali in cui le autorità non hanno ottenuto un prolungamento dell’incarcerazione ed hanno risolto il problema ordinando una detenzione amministrativa.

Questa prassi non è stata utilizzata solo contro palestinesi: il mese scorso è stata applicata al caso di due ebrei arrestati per i disordini a Hawara. Dopo che il tribunale ha disposto il loro rilascio sono stati sottoposti a detenzione amministrativa.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele sta per adottare provvedimenti punitivi contro i palestinesi in seguito agli attacchi mortali a Gerusalemme

Bethan McKernan da Gerusalemme

29 gennaio 2023 – The Guardian

Il primo ministro Benjamin Netanyahu annuncia misure dopo gli attacchi più gravi [negli ultimi] anni.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato una serie di misure punitive contro i palestinesi in seguito all’attacco terroristico più grave a Gerusalemme da anni, nel corso del quale un aggressore armato ha ucciso sette persone davanti a una sinagoga.

In una dichiarazione rilasciata domenica dopo l’incontro settimanale del governo, l’ufficio di Netanyahu ha comunicato che l’agenzia di sicurezza israeliana valuterà “misure di deterrenza addizionali riguardanti le famiglie dei terroristi che esprimano sostegno al terrorismo”, inclusa la revoca del diritto di residenza a Gerusalemme e della cittadinanza israeliana e norme che permetteranno ai datori di lavoro il licenziamento immediato, senza bisogno di un procedimento giudiziario, dei dipendenti che hanno “sostenuto il terrorismo”.

Altri provvedimenti illustrati dal governo includono la privazione per i famigliari degli assalitori di sicurezza sociale e prestazioni sanitarie, modifiche delle norme per facilitare la demolizione delle case dei palestinesi che compiono attacchi terroristici e il “rafforzamento delle colonie” nella Cisgiordania occupata, su cui non sono forniti ulteriori dettagli.

Tutte le misure sono illegali ai sensi del diritto internazionale e probabilmente contribuiranno ad alimentare le tensioni fra la popolazione palestinese e con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che controlla parti della Cisgiordania occupata, in un momento in cui la regione è già pericolosamente vicina all’escalation sul campo.

Lo scontro a fuoco di venerdì nel quartiere [in realtà una colonia, ndt.] di Neve Yaakov, nella Gerusalemme Est occupata, costata la vita a sette persone, mentre tre sono rimaste ferite, ha fatto seguito al più grave raid dell’esercito israeliano in Cisgiordania da decenni. L’attacco insolitamente feroce contro combattenti nel campo profughi di Jenin ha causato la morte di nove palestinesi, inclusi due civili, e scatenato un’ondata di violente rappresaglie all’alba di venerdì con lo scambio di razzi fra la Striscia di Gaza, controllata dagli islamisti, e Israele.

Dopo l’attacco della sinagoga sono stati riportati parecchi altri incidenti, fra cui l’attacco con armi da fuoco in cui sono state ferite due persone vicino alla Città Vecchia di Gerusalemme da parte di un tredicenne palestinese, il ricovero in ospedale di quattro palestinesi aggrediti da un colono israeliano vicino a Nablus e la sparatoria di sabato in un ristorante di coloni vicino a Gerico senza vittime, ma in cui l’assalitore è stato ucciso.

Domenica è stato ucciso un palestinese armato che si stava avvicinando a una colonia nell’area di Nablus, mentre case e auto sono state danneggiate e incendiate in vari villaggi palestinesi vicino a Ramallah.

Il primo ministro ha anche annunciato che la sua amministrazione varerà norme per semplificare l’iter per ottenere il porto d’armi per i cittadini israeliani, spiegando che la misura ridurrà la violenza perché “abbiamo visto più e più volte… che civili eroici, armati e addestrati salvano vite”.

Netanyahu ha dichiarato che Israele non cerca l’escalation, ma che fornirà una risposta “potente, rapida e precisa” all’attacco di venerdì a Gerusalemme. In previsione di altri attacchi da emulazione e price tag [attacchi di ritorsione contro palestinesi ad opera di gruppi di coloni, ndt.] nella città contesa e in Cisgiordania sono stati impiegati battaglioni aggiuntivi dell’esercito.

Sabato il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha incolpato Israele del picco di violenze. In seguito al raid a Jenin l’ANP ha dichiarato che sospenderà la cooperazione per la sicurezza con Israele, una decisione presa anche in passato con scarso successo.

Domenica all’alba la polizia israeliana ha messo i sigilli e si appresta a demolire la casa della famiglia dell’aggressore alla sinagoga ucciso mentre fuggiva dalla luogo dell’attacco. Si crede che Alqam Khayri, 21 anni, abbia agito da solo; anche se gruppi di militanti palestinesi hanno elogiato la sua azione, nessuno ha rivendicato la responsabilità dell’attacco. Un totale di 42 persone, tra cui suoi famigliari, sono stati arrestate in relazione all’episodio.

Membri del parlamento israeliano minacciano una raffica di provvedimenti che costituiscono una punizione collettiva contro persone innocenti solo perché sono collegate all’uomo che ha commesso un attacco mortale,” ha detto in una dichiarazione HaMoked, un’associazione israeliana no profit che si occupa principalmente dei diritti legali dei palestinesi.

[La legge israeliana] permette di demolire o mettere i sigilli a una casa. Tuttavia l’esercito deve notificarlo in anticipo alla famiglia, permettendo loro di presentare ricorso e, se respinto, di fare appello all’Alta Corte di Giustizia. Nulla di tutto ciò è stato fatto in questo caso.”

La sparatoria alla sinagoga di venerdì è la prima prova per la neoeletta coalizione governativa di estrema destra di Netanyahu, la cui campagna elettorale si è basata sulla promessa di rendere Israele più sicuro dopo la serie di attacchi palestinesi con coltelli e pistole la scorsa primavera. Elementi del nuovo governo hanno anche promesso di annettere la Cisgiordania ed estendere il controllo ebraico sul complesso sacro del Monte del Tempio [la Spianata delle Moschee per i musulmani, ndt.] a Gerusalemme, spesso un focolaio di violenze.

Lunedì Netanyahu riceverà Antony Blinken, Segretario di Stato USA, una visita a Gerusalemme pianificata da tempo, ma che ora sarà dominata dagli sforzi per disinnescare l’infiammabile situazione di sicurezza.

Ci si aspetta che i colloqui tratteranno anche dell’Iran, della posizione di Israele sulla guerra in Ucraina, dello stallo del processo di pace con i palestinesi e delle preoccupazioni internazionali per i piani del governo israeliano per minare i poteri della Corte Suprema del Paese.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Le restrizioni israeliane sugli ingressi degli stranieri nella Cisgiordania occupata entrano in vigore nonostante le critiche

Yumna Patel e Michael Arria

20 ottobre 2022 – Mondoweiss

Nonostante mesi di condanne da parte di associazioni per i diritti umani e di tentativi giudiziari di bloccarle, una serie di restrizioni draconiane degli ingressi di stranieri nella Cisgiordania occupata da parte di Israele entra in vigore oggi.

Nonostante mesi di condanne da parte di associazioni per i diritti umani e tentativi giudiziari di bloccare l’applicazione delle restrizioni, è previsto che oggi entri in vigore una serie di norme e restrizioni draconiane sull’ingresso di stranieri nella Cisgiordania occupata.

Denominate “Procedura per l’ingresso e la residenza di stranieri nella zona di Giudea e Samaria”, le 90 pagine di restrizioni progettate dall’Israel’s Coordinator of Government Activities in the Territories [Coordinatore di Israele delle Attività di Governo nei Territori] (COGAT) intendono limitare seriamente la possibilità per gli stranieri, anche quelli di origine palestinese che vivono all’estero, di entrare in Cisgiordania per ragioni di attività economiche, istruzione, lavoro umanitario e persino per far visita alla famiglia.

Le nuove regole sono state pubblicate all’inizio di quest’anno, suscitando una condanna generalizzata e all’inizio era previsto che sarebbero entrate in vigore a maggio, ma sono state rinviate varie volte a causa dei ricorsi legali.

Le autorità israeliane non hanno fornito alcuna spiegazione riguardo alle nuove procedure, che chiaramente vanno molto al di là della loro competenza come potere occupante di prendere misure per la propria sicurezza o per il benessere della popolazione palestinese,” afferma in un comunicato Jessica Montell, direttrice esecutiva di Hamoked, l’associazione israeliana per i diritti umani che ha contrastato questa normativa nei tribunali israeliani.

La maggior parte dell’opposizione ha riguardato alcuni degli aspetti più insensati delle norme, come una clausola in base alla quale stranieri che iniziano una relazione con un palestinese dovrebbero dichiararlo al governo israeliano entro i 30 giorni dall’inizio di suddetta relazione.

In precedenza, a settembre, in seguito alle dure reazioni da parte delle associazioni per i diritti e di fonti ufficiali europee e statunitensi, il COGAT ha reso pubblica una versione rivista del documento che ha fatto marcia indietro su alcune delle norme più ampiamente criticate, compresa la summenzionata sequenza temporale per riferire di rapporti sentimentali con palestinesi.

Ma l’essenza delle regole e molte delle restrizioni originarie sono rimaste in vigore.

In base a queste norme, il COGAT e il governo israeliano hanno ancora il potere assoluto di approvare o negare il visto a chiunque cerchi di entrare o rimanere in Cisgiordania. Ciò include i coniugi stranieri di palestinesi, studenti, docenti universitari, volontari e operatori umanitari stranieri e persino palestinesi con passaporto straniero che intendano far visita alla propria famiglia in Cisgiordania.

Yotam Ben Hillel, avvocato israeliano che si è opposto alle norme del COGAT in tribunale insieme ad Hamoked, afferma che, in base agli Accordi di Oslo, decisioni di questo tipo dovrebbero essere sottoposte alla supervisione dell’Autorità Palestinese.

Ma in questo provvedimento (del COGAT) tutto dipende da Israele, che decide se le persone hanno la residenza, il visto, ecc.,” dice Ben Hillel a Mondoweiss. “È parte dei molti altri ostacoli che gli israeliani hanno messo in atto per rendere più difficile vivere insieme come famiglia in Palestina o per venirci per altre ragioni.”

Ciò ovviamente deriva da considerazioni di carattere demografico,” continua. “Queste nuove restrizioni isoleranno totalmente la società palestinese.”

Implicazioni immediate

A settembre, quando il COGAT ha reso noto le restrizioni modificate, l’ambasciatore USA in Israele Tom Nides ha emesso un comunicato in cui esprimeva alcune “preoccupazioni” riguardo alle procedure pubblicate. La dichiarazione di Nides è giunta dopo mesi di relativo silenzio da parte dell’amministrazione Biden su questa iniziativa politica.

All’epoca Nides aveva menzionato un “periodo di prova” delle nuove norme di due anni, durante i quali aveva detto di aspettarsi che il governo israeliano “faccia i necessari aggiustamenti” per “garantire trasparenza e un trattamento corretto ed equo di tutti i cittadini USA e di altri stranieri che si rechino in Cisgiordania.”

Ma secondo Ben Hillel si tratta di un periodo lungo, durante il quale migliaia di vite sarebbero colpite e molte famiglie palestinesi potrebbero essere danneggiate prima che venga fatto un qualche, o forse nessun, aggiustamento.

Da quello che abbiamo già visto ci sono persone a cui in quei due anni diverrebbe molto difficile continuare la propria vita come hanno fatto finora,” dice, evidenziando che molti coniugi stranieri di palestinesi si troverebbero con i visti sottoposti a un maggiore controllo, che potrebbe dare come risultato che loro e le rispettive famiglie debbano lasciare i territori palestinesi occupati se non rispondono ai nuovi criteri definiti dal COGAT.

In base alle nuove norme, a persone con un passaporto straniero di alcuni Paesi, compresi Stati come Giordania ed Egitto, che hanno rapporti diplomatici con Israele, sarà vietato del tutto l’ingresso in Cisgiordania, persino se hanno cittadinanza statunitense, canadese o altre.

Non possono andarci come turisti, non possono lavorare, non possono studiare. Il solo fatto di essere nati in Giordania o di avere un passaporto giordano implica che non possano andarci,” afferma Ben Hillel, aggiungendo che dovrebbero far domanda per un permesso per visite temporanee che devono essere approvate da Israele e che viene rilasciato molto di rado.

Ben Hillel afferma di essere preoccupato soprattutto per le implicazioni che le nuove norme hanno sulle famiglie palestinesi. Montell è d’accordo.

La categoria che verrà più danneggiata saranno le famiglie palestinesi in cui un coniuge ha la cittadinanza straniera. Ci sono decine di migliaia di famiglie come queste in Cisgiordania, e in base alla nuova procedura semplicemente non potranno più vivere insieme in Cisgiordania,” dice Montell a Mondoweiss.

Le richieste di riunificazione familiare potranno essere respinte solo perché il governo israeliano potrebbe non approvarle,” afferma Ben Hillel, aggiungendo che Israele ha ancora il potere di decidere se un rapporto di coppia è “reale” e se rilasciare al titolare di un passaporto straniero un visto in base al suo rapporto con un palestinese.

Stiamo parlando di molte persone che vivono, per esempio, a Ramallah, Nablus ed Hebron. Come faranno gli israeliani a controllare (se un rapporto è reale?),” chiede incredulo. “Manderanno l’esercito nel mezzo della notte e faranno irruzione nelle case della gente per vedere se una coppia vive insieme? È ridicolo,” afferma.

Ciò che gli USA stanno facendo, o non stanno facendo, a questo riguardo

Martedì 18 ottobre, due giorni prima che le norme entrassero in vigore, il vice portavoce del Dipartimento di Stato USA Vedant Patel ha risposto a una domanda relativa alla normativa: “Ovviamente noi continuiamo ad essere preoccupati riguardo al potenziale impatto negativo che alcune di queste procedure potrebbero avere sulla società civile, sul turismo, sulle strutture sanitarie, sulle istituzioni accademiche.”

Ha aggiunto che sulla questione l’amministrazione Biden continua ad “impegnarsi” con il governo israeliano.

Ma la presunta preoccupazione dell’amministrazione Biden sugli effetti negativi delle restrizioni sembra indifferente di fronte all’ondata di critiche sulle nuove norme e regolamenti durata mesi da parte degli esperti di diritti umani e giuridici, che hanno evidenziato che gli effetti negativi di cui si preoccupa l’amministrazione sono pressoché inevitabili.

Tutta questa iniziativa politica fa parte del controllo da parte di Israele dell’anagrafe palestinese,” sostiene Ben-Hillel. “Oltre a controllare la frontiera, c’è dietro uno scopo: isolare la società palestinese dal mondo esterno, e ovviamente in questo modo ciò renderà molto difficile per i palestinesi affrontare l’apartheid sotto il quale vivono.”

Aggiunge che questa politica inevitabilmente renderà molto difficile per alcune famiglie vivere insieme nella propria casa in Cisgiordania, il che porterà alcune di esse, tutte o in parte, a lasciare i territori occupati.

Montell esprime le stesse critiche, affermando che “questa operazione può essere intesa solo come motivata dal desiderio di isolare la società palestinese e di riprogettare ulteriormente la situazione demografica (è molto significativo il fatto che “il timore che uno si stabilisca in Cisgiordania” può essere motivo per negare un visto).”

Montell aggiunge che Hamoked ha inviato una lettera dettagliata all’esercito israeliano evidenziando tutte le proprie obiezioni alla legge. È il primo passo dei molti che Hamoked intende prendere per continuare a contrastare queste norme, afferma.

Nei prossimi mesi presenteremo un ricorso alla Corte Suprema israeliana a favore di persone o istituzioni che sono state danneggiate dalla nuova procedura. Spero che questi ricorsi, insieme alla pressione internazionale, diano come risultato dei cambiamenti molto significativi delle norme in modo che le famiglie possano vivere insieme e le istituzioni palestinesi possano beneficiare della cooperazione internazionale,” afferma.

Pressioni per l’esenzione dal visto

Le modifiche da parte di Israele alle norme del COGAT sono state un chiaro tentativo di partecipare all’United States’s Visa Waiver Program [Programma degli Stati Uniti per l’Esenzione dal Visto] (VWP). In base al VWP i cittadini di un piccolo numero di Paesi possono rimanere negli USA per tre mesi senza visto.

Da metà degli anni 2000 Israele ha fatto pubblicamente pressione sul governo degli Stati Uniti per partecipare al VWP. Negli ultimi anni ci sono stati vari tentativi del Congresso di inserire Israele nel programma e nel settembre 2021 Biden ha assicurato il governo israeliano che avrebbe lavorato per questo obiettivo. Quando a luglio Biden ha visitato Israele, ha diramato un comunicato congiunto con il primo ministro Yair Lapid in cui si sosteneva che entrambi i Paesi “continueranno nei propri sforzi condivisi e accelerati per consentire ai detentori di passaporto israeliano di essere inclusi nell’ United States’s Visa Waiver Program.

Tuttavia nessuno di questi sviluppi sembra aver portato Israele più vicino a ottenere l’esenzione. Questa settimana il depurato Don Beyer (D-VA) [deputato democratico della Virginia, ndt.] ha iniziato a far circolare nel Congresso una lettera per il segretario di stato Antony Blinken in cui si afferma che Israele non rispetta i requisiti minimi richiesti per entrare nel programma. La lettera si riferisce direttamente alle “pesanti e discriminatorie” restrizioni del COGAT. “Spetta a Israele, alleato chiave degli USA e beneficiario di aiuti significativi, trattare i cittadini statunitensi con dignità e rispetto indipendentemente da razza, religione ed etnia, e ciò è particolarmente rilevante in questo momento perché attualmente Israele viene preso in considerazione per l’ingresso nell’United States’s Visa Waiver Program,” scrive Beyer.

La codificazione del trattamento discriminatorio dei viaggiatori USA stabilisce ancora che queste norme si applicano specificamente a Paesi che hanno “accettato un programma per l’esenzione dal visto con Israele,” continua. “Di conseguenza la loro decisione di accentuare la discriminazione attraverso una normativa è particolarmente sconcertante, dato il desiderio di Stati Uniti e Israele di ammettere quest’ultimo al VWP.”

A settembre il Dipartimento della Sicurezza Interna ha inviato a Beyer una lettera in cui afferma che Israele non soddisfa ancora i requisiti necessari per il VWP.

Le ultime restrizioni discriminatorie israeliane all’ingresso di palestinesi-americani entrate in vigore questa settimana sono draconiane e intendono rendere difficile, se non impossibile, ai palestinesi di questo Paese rimanere fisicamente legati alla loro patria e alla loro famiglia là,” dice a Mondoweiss il direttore delle relazioni con il governo dell’ Institute for Middle East Understanding [Istituto per la Comprensione del Medio Oriente] (IMEU) Josh Ruebner. “È parte del pervasivo sistema di apartheid e di controllo israeliano sui palestinesi. Il deputato Don Beyer e tutti i membri del Congresso che hanno firmato la sua lettera sono da lodare per aver sollevato tali preoccupazioni al Segretario di Stato Tony Blinken ed essersi aggiunti alla già significativa pressione congressuale per escludere Israele dal Visa Waiver Program.”

Durante la conferenza stampa del Dipartimento di Stato, alla domanda riguardo allo status di Israele e del VWP, Vedant Patel ha detto ai giornalisti che non intende avviare negoziati specifici, ma che l’amministrazione continua “a lavorare con Israele perché risponda a tutte le esigenze del Visa Waiver Program in modo da estendere i reciproci privilegi a tutti i cittadini e connazionali statunitensi, compresi i palestinesi americani.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)