Il caos che Israele sta seminando in tutto il Medio Oriente potrebbe ritorcerglisi contro

David Hearst

1 ottobre 2024 MiddleEastEye

Niente più di quello che Netanyahu sta attualmente perseguendo può convincere i suoi vicini arabi che Israele non può vivere con loro in pace.

Ogni volta che Israele inizia un’altra guerra, prima che piova il fosforo bianco, prima della paura e del panico delle persone che fuggono dalle loro case, prima delle riprese dei sopravvissuti sbalorditi che setacciano le macerie dei palazzi crollati, viene celebrato un rituale.

Si chiama rituale del cessate il fuoco, una pubblica dimostrazione di lavaggio delle mani. È la farsa di fingere che ci siano diplomatici onesti da qualche parte che cercano di esplorare ogni via, che usano tutte le energie per impedire che questo caos inizi.

Molto di questo rituale è coreografato. Altre parti sono improvvisate. Ma siate certi di una cosa: è una pantomima. Non ha alcuna relazione con la realtà.

Poche ore prima che Israele dichiarasse di aver iniziato l’invasione di terra in Libano, in una conferenza stampa a Beirut il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot stava vanamente insistendo che la sua proposta di cessate il fuoco di 21 giorni era “ancora sul tavolo”. Nel contempo gli Stati Uniti, co-sponsor della Francia, stavano informando i giornalisti che i colloqui per il cessate il fuoco erano terminati. Questa posizione è stata ripresa diverse volte nel corso del pomeriggio e le contraddizioni si sono accumulate.

Gli Stati Uniti invocavano una soluzione diplomatica e nello stesso tempo descrivevano l’assassinio del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah come un “bene assoluto”. Affermando di aver trattenuto Israele in un’operazione limitata al confine, esprimevano anche ansia per l’aspetto umanitario dell’operazione. E si sono impegnati a continuare a lavorare per ridurre le tensioni, pur riconoscendo che Israele è un paese sovrano che prende le proprie decisioni.

Se questa farsa suona orribilmente familiare è perché lo è.

Diamo un taglio al gergo: la conclusione, come ha confermato il Pentagono, è che gli Stati Uniti sostengono un’invasione di terra del Libano e i piani di cessate il fuoco possono andare a farsi benedire.

Desiderio di vendetta

Lo stesso è accaduto a Gaza un anno fa. Il “diritto di Israele a difendersi” è l’abbreviazione di radere al suolo ogni abitato abbastanza sfortunato da trovarsi accanto.

Questa danza macabra ha uno scopo: martedì praticamente tutti i media del mondo occidentale hanno descritto l’operazione in corso in Libano come “mirata” o “limitata” – precisi raid di commando che entrano ed escono – proprio come avevano fatto durante la fase iniziale della guerra su Gaza.

” Ci aspettiamo che non somigli al 2006 [operazione militare di vasta scala dell’esercito israeliano in Libano durata 34 giorni, ndt.]”, ha detto un funzionario statunitense al Washington Post.

Nel frattempo diplomatici e generali israeliani non sono riusciti a trattenersi dal dire la verità. Mike Herzog, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, ha affermato: “L’amministrazione americana … non ci ha limitato nel tempo. Anche loro capiscono che dopo l’assassinio di Nasrallah c’è una nuova situazione in Libano e c’è la possibilità di rimodellarlo”.

“Rimodellare” il Libano non vuol dire un’operazione mirata limitata al confine. Né la limitazione era nei pensieri di un comandante dell’esercito israeliano che ha osservato: “Abbiamo il grande privilegio di scrivere la storia qui nel nord come abbiamo fatto a Gaza “. In Israele rabbia e discorsi d’odio hanno raggiunto livelli psicotici. Il desiderio di vendetta contro la popolazione di Gaza ha rapidamente trovato un nuovo bersaglio: la popolazione del Libano. Nir Dvori di Channel 12 News ha esultato dicendo che “Nasrallah è morto tra i tormenti” dando la notizia secondo cui il leader di Hezbollah è morto soffocato. Il capo del consiglio comunale di Shlomi [cittadina nel nord di Israele, ndt.] ha salutato l’invasione di terra affermando: “È necessario ripulire l’area”.

Il commentatore politico Ben Caspit ha fantasticato sul “giorno dopo” di tale operazione di pulizia, suggerendo che persino le nonne di qualsiasi combattente della Forza d’élite Radwan di Hezbollah [la cui missione è infiltrarsi nei territori israeliani, ndt.] che avesse attraversato il fiume Litani [confine fra Libano e Israele ndt.] dovrebbero “morire sull’istante”.

È curioso che abbia menzionato il fiume Litani, il cui nome è stato spesso invocato come limite a nord del Libano meridionale che Israele vuole liberare dai razzi di Hezbollah, perché anche questo sta diventando un mito. Le ambizioni militari di questa operazione vanno molto più in profondità nel Libano.

Appena 12 ore dopo che il Dipartimento di Stato americano aveva dichiarato di aver limitato l’operazione di Israele, l’esercito israeliano ha emesso ordini di evacuazione a più di 20 città e villaggi nel Libano meridionale. “Dovete dirigervi immediatamente a nord del fiume al-Awali” vicino a Sidone, ha detto il portavoce dell’esercito Avichay Adraee su X (ex Twitter).

Ridisegnare il Medio Oriente

Questo significa che Israele ha rivendicato come sua area di operazioni militari l’intero Libano meridionale, quasi un terzo del paese. In un colpo solo, Israele ha raddoppiato la sua area di operazioni.

La cosa è in linea con la promessa fatta dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu un anno fa nelle ore successive all’attacco di Hamas.

“Cambieremo il Medio Oriente”, aveva detto Netanyahu ai funzionari in visita a Gerusalemme dal sud del paese dove Hamas aveva colpito il 7 ottobre 2023.

Jared Kushner, genero dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump e investitore immobiliare che ha apparentemente trascorso ore a studiare Hezbollah e si considera un esperto in materia, ha scritto ugualmente su X: “Il 27 settembre [data dell’uccisione di Nasrallah] è il giorno più importante in Medio Oriente dalla svolta degli Accordi di Abramo… Chiunque abbia chiesto un cessate il fuoco al nord si sbaglia. Non c’è ritorno per Israele. Non possono permettersi ora di non finire il lavoro e smantellare completamente l’arsenale che è stato puntato contro di loro. Non avranno mai un’altra occasione”.

Netanyahu e i suoi sostenitori americani cambieranno il Medio Oriente invadendo il Libano, questo è certo. Ma non esattamente nel modo in cui immaginano. Dopo aver guidato la liberazione del Libano meridionale dopo 18 anni di occupazione e aver guidato la battaglia contro Israele nel 2006, secondo Hezbollah con successo, Nasrallah ha mantenuto tranquillo il confine settentrionale per quasi due decenni.

Sotto il governo di Nasrallah, Hezbollah era totalmente assorbito da un’altra battaglia: la guerra civile in Siria, con molte conseguenze. Ha messo da parte il primato della lotta per liberare la Palestina. E man mano che Hezbollah cresceva in dimensioni e importanza politica, fu più facile da infiltrare per il Mossad israeliano. Alcune delle principali operazioni del mese scorso, come la fornitura di cercapersone e walkie-talkie con trappole esplosive, erano in lavorazione da anni. Anche le posizioni esatte dei bunker di Hezbollah e lo spostamento degli obiettivi tra di essi erano il risultato di anni di lavoro e ricerca.

Un contrasto drammatico

Niente di ciò che è accaduto per dare un colpo mortale a Hezbollah era impreparato, e per questo contrasta così drammaticamente con le difficoltà che Israele ha incontrato nel tentativo di decapitare Hamas a Gaza.

Ma Israele è stato anche aiutato dalla “pazienza strategica” di Hezbollah e dell’Iran e dalla loro mancanza di risposta ai suoi crescenti attacchi ai loro comandanti e leader. Hezbollah non si è mai vendicata per l’assassinio del 2008 di Imad Mughniyeh, leader della sua ala militare. Né ha risposto per le rime all’assassinio dell’alto funzionario di Hamas Saleh al-Arouri all’inizio di quest’anno nel suo centro di Dahiyeh a Beirut.

La mitezza delle risposte di Hezbollah e dell’Iran ha solo dato a Israele la sicurezza di raddoppiare i suoi attacchi in Libano e Siria. 

Ogni volta che accadeva sia Hezbollah che l’Iran si sgolavano a dire di non voler iniziare una guerra con Israele e che la loro campagna era in solidarietà con Hamas a Gaza e si sarebbe fermata nel momento in cui fosse stato raggiunto un cessate il fuoco.

E quando colpivano era generalmente, anche se non esclusivamente, contro obiettivi militari israeliani. I razzi e i video di propaganda di Hezbollah erano dimostrativi, progettati per mostrare il suo potere, non per usarlo.

Col senno di poi, questa strategia si è rivelata un errore strategico che Hezbollah sta pagando oggi, perché ha dato a Israele la sicurezza di fare ciò che sta facendo ora in Libano. Gli attacchi di Israele a Hezbollah hanno superato le risposte di Hezbollah nella misura di cinque a uno.

Non si tratta solo dell’errore di calcolo di coloro che vengono abitualmente definiti estremisti in Libano e Iran. Il presidente iraniano riformista Masoud Pezeshkian ha detto di essere stato tradito dagli americani che avevano promesso un cessate il fuoco a Gaza se l’Iran si fosse astenuto dal rispondere all’assassinio del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran.

È stato il fallimento della moderazione strategica dell’Iran a portare martedì sera al bombardamento di obiettivi in ​​tutto Israele con oltre 180 missili. Dopo l’attacco, Pezeshkian ha continuato a sostenere che l’Iran non vuole una guerra con Israele, ma la politica di moderazione è stata chiaramente abbandonata. Ci si può aspettare che Hezbollah e tutti i gruppi armati in Yemen e Iraq si facciano più attivi.

Ma un errore di calcolo ancora più grande è stato commesso da Israele nel suo desiderio di colpire finché il ferro è caldo. 

Aggressione incontrollata

Israele sta riprogettando l’intero Medio Oriente nell’odio, mentre la questione palestinese rimane irrisolta. È l’ingegneria al contrario di un periodo di tre decenni, dagli Accordi di Oslo, mentre il conflitto palestinese ha perso la sua supremazia e centralità nel mondo arabo.

Niente più dell’aggressività senza freni di Israele può sanare le profonde divisioni nel mondo arabo create dalla controrivoluzione alla Primavera araba.

Quando sganci 80 tonnellate di esplosivo per uccidere Nasrallah e uccidi altre 300 persone nel farlo, lo trasformi da simbolo di resistenza a leggenda.

“Il simbolo è scomparso, la leggenda è nata e la resistenza continua”, è come l’ha espresso il politico libanese Suleiman Frangieh, rampollo di una delle principali famiglie maronite del paese.

Ibrahim al-Amin, direttore di Al Akhbar, giornale vicino a Hezbollah, ha paragonato Nasrallah a Hussain, nipote del profeta Maometto, considerato il terzo imam dell’Islam sciita. Ha scritto: “Sayyed Hassan Nasrallah non si immaginava nel solco di Hussain quando è caduto come martire. Non era nel solco di Hussain quando il mondo lo ha abbandonato. Piuttosto, è nel solco di Hussain che si è alzato e ha combattuto in difesa di un diritto che costa molto ottenere … [Nasrallah] è diventato un simbolo eterno per ogni ribelle di fronte all’ingiustizia e … è stato martirizzato in difesa di Gerusalemme e della Palestina”. Nasrallah aveva un fascino carismatico come oratore per il suo elettorato sciita e le masse filo-palestinesi nel mondo arabo, come l’ex presidente egiziano Gamal Abdel Nasser aveva per il movimento nazionalista arabo ai suoi tempi. Da morto Nasrallah promette di arrivare a tanto.

Gravi conseguenze

Naturalmente questa non è la visione delle élite arabe che hanno trascorso gran parte della loro carriera a stringere amicizia con gli Stati Uniti e Israele. Ma anche loro devono riconoscere le passioni che scuotono i loro popoli.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha usato Israele come tragitto per essere preso sul serio da Washington. Ma anche lui è totalmente sincero sui propri limiti come leader.

“Il 70% della mia popolazione è più giovane di me”, avrebbe detto il sovrano trentanovenne al Segretario di Stato americano Antony Blinken all’inizio di quest’anno. “Per la maggior parte di loro, non hanno mai saputo molto della questione palestinese. E quindi la stanno scoprendo per la prima volta attraverso questo conflitto. È un problema enorme. Mi interessa personalmente la questione palestinese? A me no, ma alla mia gente sì, quindi devo assicurarmi che questo trovi un esito.”

Un funzionario saudita ha contestato questo resoconto della conversazione di Mohammed bin Salman con Blinken, che invece è molto verosimile.

Sì, la regione sarà ridisegnata da un Israele che ha rotto il freno.

Niente può convincere i suoi vicini arabi che Israele non può vivere con loro in pace meglio della rotta su cui Israele è attualmente impostato, una rotta che prende di mira e minaccia allo stesso modo cristiani, musulmani, sciiti e sunniti.

Netanyahu, più di chiunque altro, li sta convincendo che un Israele che si comporta in questo modo non appartiene a questa regione.

Ciò avrà profonde conseguenze strategiche per il futuro. Quindi la morte di Nasrallah è davvero un “bene assoluto” per la regione?

Fai attenzione a ciò che desideri, perché potrebbe succedere.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e speaker sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. È stato caporedattore agli esteri del Guardian ed è stato corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La “vittoria” di Israele ubriaco di potere apre le porte a una guerra senza fine

Lubna Masarwa

30 settembre 2024 – Middle East Eye

Oggi gli israeliani celebrano i loro “successi” in Libano. Ma pagheranno un prezzo enorme nei decenni a venire per la sofferenza che Israele ha inflitto a palestinesi e libanesi.

I media in Israele hanno reagito con euforia all’assassinio di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah.

Nel programma “Meet the Press” di Canale 12 Amit Segal e Ben Caspit hanno brindato con un bicchiere di arak per celebrare la morte di Nasrallah. Paz Robinson, reporter di Canale 13, ha distribuito cioccolatini a Karmiel [cittadina nel nord di Israele, ndt.]. Il Canale 13 è considerato di sinistra.

Il programma di punta di Canale 14, “The Patriots”, si è aperto con canti e festeggiamenti condotti dal presentatore Yinon Magal. Nadav Eyal ha scritto su Ynet: “L’assassinio di [Nasrallah] è un evento di scala regionale e storica”.

La gioia dei media è stata eguagliata dai politici di sinistra e di destra. Noi diciamo per lo più “di destra e di sinistra”

Yair Golan, leader del Partito Democratico ed ex capo del partito Meretz, un tempo considerato il politico di sinistra più popolare del paese, è stato felicissimo dell’assassinio.

Ha scritto su X: “L’assassinio di Nasrallah è un risultato enorme e importante. Una nuova era è iniziata in Medio Oriente”.

Lo spettro politico, che si era profondamente polarizzato sul ritorno degli ostaggi da Gaza, si è riunificato sulla che Israele ritiene di aver ottenuto nell’annientamento della leadership di Hezbollah.

Yair Lapid, leader dell’opposizione, ha scritto: “Facciamo sapere a tutti i nostri nemici che chiunque attacchi Israele morirà”.

Una nuova era?

Ebbro di successo, l’esercito israeliano ha pubblicato un video dei jet in decollo dalla base aerea di Hatzerim nel deserto del Negev che includeva le comunicazioni radio tra un comandante dell’aeronautica e i piloti.

“Credo che oggi abbiate dato uno spettacolo di vittoria” si può sentir dire il maggiore generale Tomer Bar, comandante dell’aeronautica militare israeliana, nella clip distribuita ai giornalisti. “Ben fatto. Immenso orgoglio”. Un pilota risponde: “Raggiungeremo tutti, ovunque”. E nemmeno questo è bastato.

Haaretz ha riferito che l’esercito israeliano spinge per invadere il Libano meridionale, citando fonti militari che affermano che bisogna cogliere l’attimo di shock e disordine di Hezbollah dopo gli attacchi delle ultime due settimane, prima che l’Iran abbia la possibilità di rifornire le sue scorte di missili.

Altrove è stato riferito che tre unità dell’esercito, circa 3000 uomini, erano state inviate in Cisgiordania.

Guerra su tre fronti, e Israele sta vincendo su ognuno di essi, sembra pensare l’intero paese. Che bel modo di concludere un anno oscuro e di battute d’arresto militari a Gaza.

Israele pensa che un’opportunità d’oro gli si presenti con il presidente americano uscente, Joe Biden, che sta palesemente fallendo nel frenarlo.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ora sfidato Biden tre volte: rioccupando Rafah, non accettando un cessate il fuoco a Gaza con Hamas e ora aprendo un nuovo fronte in Libano. E ogni volta l’ha fatta franca.

La scorsa settimana ci si aspettava che Netanyahu fosse sulla difensiva di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Nemmeno un po’. Ha lanciato un grido di sfida. Netanyahu ha alzato il dito medio al suo principale fornitore di armi e alleato. E Israele lo ha applaudito.

Il risultato del rifiuto dell’America di tagliare tutte le forniture di armi a Israele ha delle conseguenze: ora non ci sono più ostacoli alla sua volontà omicida. Non ci sono limiti.

Nessuna linea rossa

I piloti e gli operatori di droni israeliani non devono pensare a quanti civili potrebbero essere uccisi da un missile puntato a un presunto obiettivo. La decisione di assassinare è stata recentemente delegata ai comandanti regionali dell’esercito, la cui autorità è stata notevolmente ampliata.

Per risparmiare tempo, non c’è alcun rinvio alla catena di comando. Tutti i civili, in Libano, Gaza e Cisgiordania, sono obiettivi.

I tabù sull’uccisione dei bambini sono scomparsi. Non ci sono confini o linee rosse in questa guerra. Israele può far morire di fame una nazione, ha usato regolarmente torture e stupri nelle sue prigioni e può festeggiare.

Si pensa che Israele abbia ucciso 300 persone nei suoi attacchi a quattro isolati di appartamenti sopra il centro di comando di Hezbollah, la maggior parte dei quali sarebbero civili, e la comunità internazionale è per lo più silenziosa.

Ubriaco di potere, Israele è in preda a una profonda illusione. Forse la più grande fino ad oggi.

Decimarne la leadership e i comandanti senior non ha ucciso né può uccidere Hezbollah stesso, né fermare una nuova generazione di combattenti che si fa avanti che non avrà il controllo della generazione precedente.

Né Israele può garantire chi verrà dopo. Finora Hezbollah non ha preso di mira i civili e non era interessato a impegnarsi in una grande guerra con Israele.

I loro attacchi erano progettati per dimostrare la capacità militare di Hezbollah, non per assestare colpi mortali. Hezbollah ha anche affermato che il loro conflitto sarebbe finito nel momento in cui fosse stato concordato un cessate il fuoco a Gaza.

È quasi certo che questa moderazione scomparirà. Hezbollah non ha scelta. La sua politica è stata spinta su una strada obbligata. Come Hamas, come Gaza, Hezbollah è ora impegnata in un conflitto in cui il suo nemico non solo vuole cacciarlo dal suo insediamento principale, ma distruggerlo del tutto.

Questa è diventata una guerra esistenziale per Hezbollah.

Un prezzo enorme

Cosa succederà ora? Questa è una domanda che Israele raramente si pone in momenti come questo. Né impara dalla storia di questo aspro conflitto.

Questa lunga storia di assassini politici, concepiti per terrorizzare e scoraggiare, non ha comportato un singolo caso in cui l’eliminazione di un capo abbia portato alla fine o alla ritirata di un gruppo militante. Hezbollah ha il dovere di rianimarsi e reagire.

Dimostrando il suo potere e brandendo la sua spada Israele ha creato una generazione di giovani nel mondo arabo che un giorno cercherà vendetta.

Il potere militare ha dei limiti. L’unico modo per Israele di ottenere sicurezza per il suo popolo sarà tornare al tavolo delle trattative e porre fine all’occupazione. Altrimenti tutto ciò che avranno fatto sarà aprire la porta alla guerra per le generazioni a venire.

Israele può trasformare parti del Libano in una Gaza. Può rioccupare il Libano meridionale e la parte settentrionale di Gaza. Può distruggere case e innumerevoli vite. Può fare la guerra all’intera regione. Ma non può ignorare la fonte principale del conflitto, che è la causa nazionale palestinese.

La Palestina è il problema da cui Israele, non importa quante guerre intraprende, non potrà mai sfuggire. E le generazioni future di israeliani pagheranno nei decenni a venire un pesante prezzo per le sofferenze che il loro paese ha inflitto a palestinesi e libanesi.

Oggi gli israeliani celebrano i loro successi in Libano. Ma la vittoria ha un prezzo enorme.

Il “successo” di Israele è stato quello di uccidere circa 1000 libanesi in una settimana, 50 dei quali sono bambini. Ha normalizzato la morte e eliminato le ultime vestigia di umanità.

Le immagini della distruzione a Gaza e in Libano rimarranno impresse nella coscienza collettiva: Israele può far vivere la sua missione nazionale solo uccidendo sempre di più coloro che sono soggetti al suo dominio.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Guerra a Gaza: come Hamas ha attirato Israele in una trappola letale

David Hearst

4 luglio 2024 – Middle East Eye

La strategia di Hamas si è rivelata più efficace di quanto ritenuto possibile nove mesi fa. Israele ora ha tra le mani una vera guerra, e su tutti i fronti. Non può essere fermata facilmente.

Una delle domande principali sugli attacchi di Hamas del 7 ottobre rimane ancora senza risposta.

Cosa pensava Hamas che sarebbe successo con un attacco di tale portata a Israele?

Inizialmente ho dato credito alla teoria del caos. È andata così. Unoperazione limitata per colpire obiettivi militari israeliani e prendere degli ostaggi preziosi è andata fuori controllo grazie al cedimento inaspettato della Brigata Israeliana di Gaza. Hamas si aspettava che parte prevalente dei 1.400 combattenti inviati quel giorno oltre la recinzione sarebbe stata uccisa. La maggior parte di loro è tornata viva.

Quando Hamas e altri gruppi armati hanno esaurito gli obiettivi prestabiliti si sono sparpagliati e si sono imbattuti in un festival musicale di cui non sapevano l’esistenza. La susseguente carneficina è diventata, con le parole di un diplomatico del Golfo: “la madre di tutti gli errori di calcolo”.

Man mano che questa guerra va avanti, un mese dopo l’altro, sono sempre meno sicuro che questa teoria sia corretta.

In effetti, ha guadagnato terreno subito dopo lattacco di Hamas, poiché gli alleati di Hamas non sono riusciti a seguirne lesempio.

Il giorno in cui le sue forze hanno colpito, il comandante militare di Hamas, Mohamed Deif, ha invitato gli alleati dell'”asse della resistenza” a unirsi alla lotta: “Nostri fratelli nella resistenza islamica in Libano, Iran, Yemen, Iraq e Siria! Questo è il giorno in cui la vostra resistenza si unirà a quella del vostro popolo in Palestina”, ha detto in un messaggio audio preparato qualche tempo prima.

Ma Hezbollah, per esempio, era tuttaltro che entusiasta della prospettiva di partecipare ad una guerra che non rientrava nei suoi programmi o nelle sue scelte. Come la Brigata israeliana di Gaza, Hezbollah è stato colto di sorpresa.

I suoi combattenti non erano in allerta nemmeno nei villaggi vicino al confine con Israele: “Ci siamo svegliati con una guerra”, ha detto un comandante. Chiaramente, una risposta misurata da parte di Hezbollah non rientrava nel copione di Hamas.

Sono passate due settimane prima che Khaled Meshaal, a capo dellufficio di Hamas nella diaspora, ringraziasse Hezbollah per la sua risposta fino a quel momento, ma aggiungendo esplicitamente che la battaglia richiede di più”.

Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, ha mantenuto il silenzio per altre tre lunghe settimane prima di dichiarare che l’operazione di Hamas era “palestinese al 100% sia in termini di decisione che di esecuzione”, aggiungendo: “Questa operazione non ha un minimo legame con alcuna decisione o mossa che venga adottata da qualsiasi altra fazione all’interno dell’asse della resistenza”.

È stato ben chiaro lAyatollah Ali Khamenei nel dire a Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas, che lIran non sarebbe intervenuto direttamente anche se avrebbe continuato a fornire all’organizzazione il suo sostegno politico e morale.

Ci si trovava ormai a metà novembre e la strategia di Hamas di dare inizio a quella che avrebbe chiaramente voluto che fosse una guerra regionale sembrava essere fallita.

La diga è crollata

Confrontiamo la situazione di novembre con le parole e le azioni attuali di Hezbollah e dellIran.

Quando Israele ha colpito preventivamente sempre più obiettivi di Hezbollah, la fazione libanese ha risposto a tono. Il movimento Ansarallah dello Yemen (gli Houthi) è entrato nella mischia a novembre con attacchi alle navi nel Mar Rosso.

Il momento della svolta è sopraggiunto ad aprile quando Israele ha colpito un complesso dell’ambasciata iraniana a Damasco uccidendo il generale di brigata Mohammad Reza Zahedi, l’ufficiale responsabile delle operazioni all’estero della forza Quds [componente del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, ndt.] e altre 15 persone, tra cui altri sette ufficiali del corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC).

LIran ha lanciato una risposta massiccia: 170 droni, 30 missili da crociera e ben 120 missili balistici pesanti direttamente contro obiettivi israeliani, molti dei quali hanno colpito basi militari.

Il Rubicone era stato oltrepassato e il terreno per una guerra regionale chiaramente preparato. Da quel momento in poi la questione è quando, non se.

Martedì il capo della Forza aerospaziale dellIRGC, il generale di brigata Amir Ali Hajizadeh, ha affermato che lIran non vedeva lora di avere unaltra analoga opportunità da sfruttare.

Oggi Hezbollah è sullorlo della guerra, con Nasrallah che avverte Israele che centinaia di migliaia di altri combattenti sarebbero disposti ad arruolarsi un aiuto di cui Hezbollah non ha per il momento bisogno. Ha addirittura minacciato di attaccare Cipro se avesse consentito agli aerei da guerra israeliani di utilizzare le sue basi.

Si è scoperto che Hamas dopo il 7 ottobre non ha dovuto far altro che aspettare, continuare a combattere e lasciare che la naturale aggressività e larroganza di Israele nei confronti dei suoi vicini lavorassero a suo favore.

La sua strategia sta funzionando. Ma questa strategia è stata messa insieme allindomani di un raid fallito, come tutti avevano pensato il 7 ottobre?

Apparentemente no. Ripercorriamo i discorsi di Yehya Sinwar, il leader di Hamas a Gaza.

Predire il futuro

Nel dicembre 2022, in occasione dell’anniversario della fondazione del gruppo islamista, Sinwar dichiarò: “Accrescere la resistenza in tutte le sue forme e far sì che l’ [autorità] occupante sconti le conseguenze dell’occupazione e dell’insediamento coloniale è l’unico mezzo per salvare il nostro popolo e realizzare i suoi obiettivi di liberazione e ritorno.

Chi non prende l’iniziativa oggi se ne pentirà domani. Il merito va a chi si fa avanti per primo e si dimostra sincero. Non permettete a nessuno di riportarvi indietro alle controversie, mitragliamenti e combattimenti interni. Non non abbiamo tempo per questo mentre la minaccia del fascismo incombe sulle nostre teste.”

Mesi dopo Sinwar tenne un discorso in cui predisse accuratamente il futuro.

“Fra alcuni mesi, e secondo le mie stime non passerà un anno, porremo [l’autorità] di occupazione davanti a due scelte: o la costringeremo ad attuare il diritto internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, [cioè] a ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare gli insediamenti coloniali, liberare i prigionieri e [consentire] il ritorno dei profughi

oppure metteremo questa occupazione in contraddizione con l’intera volontà internazionale, creando così nei suoi confronti un forte e vasto isolamento, e porremo fine al suo processo di assimilazione nella regione e nel mondo intero, [ribaltando] la situazione di forte indebolimento che ha caratterizzato la resistenza negli ultimi anni in tutti i fronti [della ribellione].”

Questo è esattamente quello che è successo. Israele è isolato a livello internazionale come mai prima dora. È sul banco degli imputati di due dei più alti tribunali internazionali e i suoi principali sostenitori, Stati Uniti e Regno Unito, stanno combattendo un’azione di retroguardia cercando di fermare il crescente numero di sanzioni internazionali.

Quando è emerso come leader politico a Gaza Sinwar aveva allinterno di Hamas degli oppositori. Il suo tentativo di riconciliazione con il suo ex compagno di scuola e di prigione, il leader di Fatah Mohammed Dahlan, è stato un fiasco totale.

Forti preoccupazioni sono state espresse anche riguardo al riavvicinamento di Hamas alla Siria dopo le aspre spaccature create dalla guerra civile. La fazione di Hamas strettamente alleata con la Turchia non ha gradito per niente il riavvicinamento con la Siria e lIran e non ha esitato a dirlo.

Ora si scopre che questo riavvicinamento era una componente vitale della strategia di Sinwar per attaccare Israele e iniziare una lunga guerra.

Ancora fratelli

Il riavvicinamento tra ex acerrimi nemici nella guerra civile siriana va ben oltre la disponibilità di Hezbollah a consentire ad Hamas di lanciare attacchi contro Israele nella sua area operativa nel sud del Libano, lungo il confine con Israele.

Al-Fajr è il braccio armato di Al-Jama’a al-Islamiya (JAI), i Fratelli Musulmani in Libano. Da molto tempo le sue forze sono numericamente insignificanti.

Oggi si ritiene che ammontino a soli circa 500 combattenti, ma la loro importanza va oltre il loro numero ed è cresciuta man mano che Israele ha moltiplicato i suoi attacchi contro gli alti comandanti di Hezbollah in seguito agli assalti del 7 ottobre.

La dichiarazione di cordoglio della JAI, rilasciata dopo che l’alto comandante di Hamas Saleh al-Arouri è stato ucciso in un attacco israeliano a gennaio, affermava che “il sangue libanese e palestinese si sono mescolati per completare insieme il processo di liberazione”.

Quando a giugno un comandante di alto profilo di Hezbollah, Talib Sami Abdallah, è stato ucciso in un attacco israeliano a Jwaya, una città nel sud del Libano, Nasrallah ha sottolineato nel suo tributo come questo combattente veterano fosse andato in aiuto dei musulmani sunniti in Bosnia.

“A proposito, poiché si parla di [divisioni] tra sciiti e sunniti, loro [i bosniaci] non sono sciiti, non risulta che ci fossero sciiti in Bosnia quando questo caro gruppo di fratelli lasciò la nostra organizzazione e i dirigenti e rimase lì per anni al freddo e alla neve lontano da casa”, ha detto Nasrallah.

Ci sono stati anche incontri di alto profilo, inimmaginabili solo pochi anni fa, tra ex nemici nella guerra civile siriana. Nasrallah ha incontrato il capo della JAI, Sheikh Mohammed Taqoush. Al Mayadeen, l’organo di informazione pro-Hezbollah, ha commentato: “È interessante rilevare che dall’8 ottobre 2023 diversi combattenti delle forze al-Fajr, l’ala militare del Gruppo islamico in Libano, sono stati martirizzati per la loro partecipazione ad operazioni contro obiettivi militari israeliani lungo il confine con la Palestina occupata.”

Il nuovo patto tra Hezbollah e i Fratelli Musulmani in Libano ha avuto conseguenze interne per la comunità sunnita, rimasta senza leader da quando lex primo ministro Saad Hariri ha lasciato la scena nel 2019.

La settimana scorsa, quando la Lega Araba ha rimosso Hezbollah dalla lista delle organizzazioni terroristiche, l’ex primo ministro libanese Fouad Siniora, un sunnita della leadership tradizionale, si è irritato. “È necessario smettere di fare regali gratuiti a Hezbollah”, ha detto ad Al Arabiya.

Un importante cambiamento regionale

La parziale ricomposizione della spaccatura settaria tra sciiti e sunniti sebbene non accolta da un segmento della popolazione sunnita che non perdonerà quanto accaduto in Siria rappresenta un importante cambiamento nel panorama regionale.

Israele ha sempre prosperato grazie ad una politica del divide et impera. Sapeva che se le forze sunnite e sciite fossero confluite, la capacità di manovra di Israele sarebbe stata limitata.

E’ ciò che sta accadendo ora con conseguenze concrete. Le operazioni militari in Cisgiordania sono passate in gran parte inosservate, ma Israele sta ora utilizzando aerei F16 per bombardare i campi profughi palestinesi. Lultima volta che lo ha fatto è stato durante la Seconda Intifada [dal 2000 al 2005, ndt.].

In risposta, i combattenti della resistenza hanno migliorato qualitativamente il loro livello operativo. Ora stanno attirando le truppe israeliane in trappole sofisticate e letali. Sono comparse lungo le strade bombe ad alta tecnologia, proprio come è successo contro gli americani in Iraq.

Un soldato israeliano è stato ucciso e altri gravemente feriti quando un veicolo blindato pesante è stato fatto saltare in aria da una bomba lungo una strada a Tulkarem.

L’attacco è stato filmato dalle Brigate Al Quds, che ne hanno rivendicato la paternità. Giorni prima a Jenin un soldato era stato ucciso e altri 16 feriti da esplosivi interrati in profondità sotto una strada.

Il bilancio delle vittime israeliane in Cisgiordania è aumentato in modo significativo. Secondo il ministero della Sanità palestinese dal 7 ottobre in Cisgiordania sono stati uccisi 540 palestinesi. Nello stesso periodo sono morti 25 israeliani, la maggior parte dei quali militari.

LAutorità Nazionale Palestinese ha apertamente avvertito Israele che la portata del contrabbando di armi e componenti sofisticati dalla Giordania alla Cisgiordania sta aumentando a un ritmo tale che i militanti riusciranno a costruire e lanciare razzi contro Israele entro un anno.

Una strategia messa in atto

Anche se Sinwar dovesse morire domani il leader di Hamas considererebbe realizzato il compito della sua vita.

Tutto è pronto per uninvasione israeliana del Libano e con essa una guerra regionale la cui fine potrebbe richiedere decenni.

Secondo 12 ex funzionari dell’amministrazione che si sono dimessi a causa della politica del presidente Biden la strategia americana di sostenere Israele fino in fondo dopo l’attacco di Hamas, e poi di tentare di trattenerlo in un “abbraccio dell’orso”, ha reso ogni militare americano che lavora nella regione un chiaro bersaglio.

Gli esperti di Medio Oriente del Dipartimento di Stato sono in aperta ribellione e questa settimana è comparsa una seconda lettera che mette in guardia sulla follia dell’operato di Joe Biden.

“La copertura diplomatica americana e il continuo flusso di armi verso Israele hanno assicurato la nostra innegabile complicità nelle uccisioni e nella carestia forzata della popolazione palestinese assediata a Gaza”, affermano gli ex funzionari nella dichiarazione.

Lopinione pubblica araba è in stragrande maggioranza antiamericana. L’ininterrotta operazione di Israele a Gaza ha causato così tanta rabbia e umiliazione nel mondo arabo che sta seppellendo le profonde spaccature tra le forze politiche nazionaliste e islamiste emerse dopo la Primavera Araba più di 13 anni fa.

Questo è un risultato.

Un sondaggio dopo laltro fa eco a questa tendenza. Nel novembre dello scorso anno il Washington Institute for Near Eastern Policy [Istituto di Washington per la Politica in Medio Oriente] ha rilevato che una media del 40% degli intervistati in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Palestina e Siria ha affermato che le azioni dellIran stavano avendo un impatto positivo sulla guerra.

L’Arab Barometer [rete di ricerca imparziale sugli atteggiamenti e sui valori sociali, politici ed economici dei cittadini del mondo arabo, ndt.] ha rilevato che il leader supremo dellIran ha superato lindice di gradimento del principe ereditario saudita o del presidente degli Emirati.

La stessa cosa è accaduta dopo linvasione israeliana del Libano nel 2006, ma la differenza oggi consiste nel grande rafforzamento degli armamenti in mano alla resistenza e nell’indebolimento militare degli stati arabi.

Il vero paradosso è che Israele sia caduto volontariamente in una trappola creata da Hamas.

Se Israele avesse ceduto alle pressioni di Biden e dell’ONU per porre fine alla guerra a Gaza senza smantellare Hamas avrebbe subito una sconfitta tattica che avrebbe fatto a pezzi la coalizione di destra.

Ma se, come in base alle aspettative di Hamas, continuasse la guerra a Gaza indipendentemente dal costo umano, ciò provocherebbe una guerra regionale che gli Stati Uniti non sarebbero in grado di contenere o fermare.

Questa è la strada che Israele ha ora intrapreso. Anche se si raggiungesse un accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, è ormai pienamente inteso che per Israele si tratterebbe di una tregua temporanea, unopportunità per i riservisti dellesercito di riprendersi prima dellinevitabile attacco al Libano.

Avigdor Lieberman, oppositore del primo ministro Benjamin Netanyahu e implacabile nemico dei suoi alleati religiosi sionisti di estrema destra, ha affermato che Hezbollah e Hamas possono essere sconfitti solo se lo sarà anche lIran.

Ha scritto su X: In questo confronto tra Israele e lAsse del Male, dobbiamo vincere, e senza sconfiggere lIran ed eliminare il suo programma nucleare né Hezbollah né Hamas potranno essere sconfitti.

Per fermare il programma nucleare iraniano, che è già nella fase della realizzazione degli armamenti, dobbiamo utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione. Dovrebbe essere chiaro che in questa fase non è possibile impedire [l’uso] di armi nucleari da parte dellIran con mezzi convenzionali”.

Negli ultimi nove mesi i palestinesi di Gaza hanno patito grandi sofferenze. La fame è una morte ancora più crudele dei bombardamenti a tappeto indiscriminati. Il costo di questa strategia è elevato.

Ma sotto unoccupazione sempre più brutale il cui unico scopo è costringere il maggior numero possibile di palestinesi ad andarsene la resistenza armata sotto una leadership militante che rifiuta di arrendersi o di scappare in esilio è diventata la scelta collettiva dei palestinesi ovunque vivano.

Si tratta di un cambiamento marcato nel disegno che Israele ha fatto nel corso dei decenni per sottomettere sia la popolazione palestinese che la regione su cui si è imposto.

Ma, qualunque cosa accada adesso, la strategia di Hamas è stata più efficace di quanto ritenuto possibile nove mesi fa. Israele ha ora tra le mani una vera guerra, e su tutti i fronti. Inoltre, è una guerra che non sarà facilmente fermata.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

David Hearst è cofondatore e redattore capo di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. E’ stato capo redattore per l’estero del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)