Rapporto OCHA della settimana 3- 9 maggio 2016

Nel corso di una serie di raid aerei e cannoneggiamenti effettuati da carri israeliani sulla Striscia di Gaza, una 54enne palestinese, intenta a coltivare la sua terra ad est di Khan Younis, è stata uccisa e altri otto civili palestinesi, tra cui sei minori, sono stati feriti.

La violenza si è intensificata il 4 maggio, quando le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza ed hanno avviato operazioni militari, a quanto riferito in seguito alla scoperta di un tunnel sotto il confine tra Gaza ed Israele. Gruppi armati palestinesi hanno risposto con colpi di mortaio verso le forze israeliane; non sono stati segnalati feriti israeliani. Durante la settimana, in cinque occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza, hanno spianato il terreno ed effettuato scavi.

Il 3 maggio, un 36enne palestinese ha investito i soldati israeliani in servizio ad un posto di blocco “volante” nei pressi di Deir Ibzi’ (Ramallah); ne ha feriti tre ed è stato successivamente ucciso dagli altri soldati. Più tardi, la stessa notte, il corpo del palestinese è stato consegnato alla famiglia. Questo porta a 51 il numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane, dall’inizio del 2016, in Cisgiordania, durante attacchi e presunti attacchi.

Il 5 maggio, le autorità israeliane hanno comunicato che intendono consegnare quanto prima i cadaveri di palestinesi sospettati di aver perpetrato attacchi contro israeliani negli ultimi sei mesi. Durante il periodo di riferimento, a Gerusalemme Est, uno di questi cadaveri è stato riconsegnato alla famiglia, con la condizione che il funerale fosse limitato a 30 persone, e che fosse versato un deposito di 20.000 NIS (pari a 4.675 euro) a garanzia del rispetto di suddetta condizione. Le autorità israeliane trattengono ancora 15 corpi.

Nei Territori palestinesi occupati, in scontri con le forze israeliane, sono stati feriti 86 palestinesi, tra cui dieci minori. La maggior parte di questi scontri sono scoppiati durante proteste: manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e proteste nei pressi della recinzione che separa Gaza e Israele, oppure nel corso di operazioni di ricerca-arresto. Tra i feriti, un 15enne colpito alla testa da un proiettile di metallo rivestito di gomma, nel villaggio di Al Khader (Betlemme), vicino ad una scuola, durante scontri tra forze israeliane ed un gruppo di ragazzi. Inoltre, tre giornalisti palestinesi sono stati feriti da schegge di granate assordanti sparate dalle forze israeliane durante una manifestazione tenuta al checkpoint di Beituniya, nei pressi della prigione di Ofer (Ramallah), in occasione della Giornata Mondiale della Libertà di Stampa.

Nel governatorato di Hebron, vicino al villaggio di Beit Einoun, le forze israeliane hanno riaperto due cancelli metallici che impedivano ai palestinesi l’accesso ad una importante strada di collegamento. A partire dalla loro chiusura, avvenuta nel mese di ottobre 2015, nei pressi dei cancelli si sono verificati vari attacchi e presunti attacchi contro le forze israeliane ivi operanti, con conseguente uccisione di otto palestinesi e il ferimento di sei soldati israeliani. L’apertura è stata decisa per ridurre le tensioni e facilitare il movimento di 35.000 persone: impiegati, studenti e pazienti che in precedenza erano costretti a lunghe ed onerose deviazioni.

Nella città di Nablus, le autorità israeliane hanno demolito “per punizione” la casa di famiglia di un palestinese, attualmente in stato di detenzione, accusato dell’uccisione di due coloni israeliani, avvenuta il 1° ottobre 2015. Di conseguenza, la moglie incinta è stata sfollata; inoltre, a causa dei danni arrecati durante la demolizione a due appartamenti adiacenti, sono stati coinvolti altri otto palestinesi, tra cui due minori.

Il 6 maggio, per mancanza di un permesso di soggiorno, una 36enne palestinese, madre di tre figli, è stata espulsa a forza dalle autorità israeliane da Gerusalemme Est, dove viveva da anni. La donna, titolare di documento di identità della Cisgiordania, è sposata con il titolare di documento di identità di Gerusalemme che, attualmente, sta scontando una pena detentiva per un attacco perpetrato nel 2002, dopo il quale la loro casa venne sigillata.

Il 9 maggio, secondo quanto riferito dall’organizzazione di coloni di ‘Ateret Cohanim, un gruppo di coloni israeliani si è trasferito in un edificio di tre piani nella città vecchia di Gerusalemme Est; non sono stati segnalati sfollamenti. A Gerusalemme Est, dal 1967, le leggi e la prassi israeliana hanno agevolato l’acquisizione di proprietà e la creazione di insediamenti nel cuore dei quartieri palestinesi. Nel 2015, coloni israeliani si sono impossessati di quattro case, sfollando 17 palestinesi.

Questa settimana sono stati registrati quattro attacchi di coloni israeliani contro palestinesi: nella città di Hebron l’aggressione fisica contro un difensore dei diritti umani; a Shufa (Tulkarem) un furto di bestiame; due episodi di vandalismo contro proprietà vicino a Deir Istiya e a Kifl Haris (entrambe in Salfit). In questa ultimo caso, secondo quanto riferito, coloni israeliani accompagnati da forze israeliane, sono entrati nel villaggio per visitare un sito religioso e, mentre impedivano ad abitanti palestinesi di rientrare nelle loro case, hanno compiuto atti vandalici.

Nella Striscia di Gaza, per l’uso improvvido di candele impiegate per far fronte alla grave carenza di energia elettrica, tre bambini (di 9 mesi, 2 e 4 anni) sono morti per un incendio scoppiato nella loro casa. Durante la settimana, in circostanze simili, sono stati segnalati almeno altri cinque casi che hanno provocato lesioni a tre persone. Da sette settimane consecutive sono in corso interruzioni di energia elettrica (fino a 18-20 ore al giorno), che subordinano l’erogazione dei servizi pubblici fondamentali alla disponibilità del carburante necessario ad azionare generatori di emergenza. Durante la settimana, in tutta la Striscia di Gaza, ci sono state diverse proteste contro questa situazione.

Durante la settimana, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni, portando a 84 giorni il periodo di chiusura ininterrotta: il più lungo a partire dal 2007. Le autorità di Gaza hanno segnalato che risultano registrate e in attesa di attraversare più di 30.000 persone, tra cui circa 9.500 malati e 2.700 studenti.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

L’11 maggio, l’Egitto ha aperto il valico di Rafah con Gaza, in entrambe le direzioni, per due giorni. Questa apertura fa seguito ad 85 giorni consecutivi di chiusura; il periodo più lungo a partire dal 2007.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

considerano già noti ai lettori abituali. In caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




Rapporto Ocha della settimana 5- 11 aprile 2016

Per la seconda settimana consecutiva non sono stati registrati morti palestinesi o israeliani nel contesto di aggressioni o scontri.

Dal mese di ottobre 2015, quando ebbe inizio l’esplosione di violenza, questo è il periodo più lungo senza morti.

Nei Territori palestinesi occupati le forze israeliane hanno ferito 104 palestinesi, tra cui 17 minori; la maggior parte (82%) in scontri verificatisi nel corso di manifestazioni. Il maggior numero di ferimenti (45) registrato nel corso di un singolo episodio è avvenuto nel villaggio di Duma (Nablus), causati dalle forze israeliane intervenute negli scontri tra palestinesi e coloni israeliani che, secondo quanto riferito, marciavano verso il villaggio per esprimere solidarietà al colono israeliano sotto processo per l’attacco incendiario che, nel luglio 2015, provocò la morte di tre membri di una famiglia palestinese.

Nella Striscia di Gaza, in Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, in almeno 37 occasioni le forze israeliane hanno aperto il fuoco ferendo un pescatore e un contadino; altri sei palestinesi sono stati arrestati. In almeno sei occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno spianato terreni ed effettuato scavi. L’8 aprile, un veicolo delle forze israeliane che era entrato in un’area ad est della città di Gaza, ha subito danni a seguito dell’esplosione di un ordigno. Il 10 aprile, nei pressi della recinzione perimetrale che circonda Gaza, vi è stato uno scambio di colpi tra palestinesi e forze israeliane; non sono state segnalate vittime.

In tre episodi verificatisi a Gerusalemme Est e Nablus sono rimasti feriti tre israeliani, tra cui una donna. A Gerusalemme Est e nei governatorati di Betlemme ed Hebron, il veicolo di un colono israeliano, un autobus e una carrozza della metropolitana leggera di Gerusalemme hanno subito danni per lancio di pietre da parte di palestinesi. Il 5 aprile, nel villaggio di Huwwara (Nablus), in seguito ad un episodio di lancio di pietre, coloni israeliani hanno effettuato una dimostrazione, nel corso della quale, attraverso altoparlanti, hanno invitato i negozianti a chiudere i loro esercizi. Le forze israeliane hanno poi costretto negozi e botteghe a chiudere per diverse ore.

L’Avvocato Generale Militare di Israele (MAG) ha annunciato la chiusura delle indagini nei confronti di un alto ufficiale che, il 3 luglio 2015, sparò e uccise un 17enne palestinese, sospettato del lancio di pietre contro il suo veicolo. Il MAG ha accolto il ricorso dell’ufficiale che, secondo i media, mirò alle gambe del giovane ma, per errore, lo colpì nella parte superiore del corpo. Il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha condannato la decisione e ha espresso preoccupazione per la “impunità” riguardante l’uccisione di palestinesi.

Le forze israeliane hanno continuato a vietare il passaggio dei maschi palestinesi tra i 15 ei 25 anni di età attraverso due posti di blocco che controllano l’accesso alla zona H2 di Hebron sotto controllo israeliano. Questo provvedimento, in vigore dal 22 marzo, si aggiunge ad altre rigide restrizioni, vigenti da ottobre 2015, sull’accesso dei palestinesi a tale zona. Sempre nella zona H2, una ragazza palestinese è stata investita dall’auto di un colono israeliano che è fuggito senza prestare soccorso.

L’11 aprile, a Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno punitivamente sigillato la casa di famiglia di un palestinese sospettato di essere coinvolto in un caso di lancio di pietre che, nel mese di settembre 2015, ha provocato la morte di un colono israeliano; due membri della famiglia del sospettato sono stati sfollati. La Corte Suprema israeliana ha accettato il ricorso di altri tre palestinesi sospettati del coinvolgimento nello stesso caso e ha revocato l’ordine che avrebbe comportato la demolizione o sigillatura delle loro case. Dall’inizio dell’anno, le autorità israeliane hanno demolito o sigillato per motivi punitivi 12 abitazioni ed altre strutture, sfollando 64 persone, tra cui 27 minori. Questa pratica è in contrasto con una serie di disposizioni del diritto internazionale, tra cui il divieto di sanzioni collettive.

Per la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, e in un caso costretto i proprietari ad auto-demolire, 71 strutture, 23 delle quali fornite come assistenza umanitaria. Di conseguenza, un totale di 159 palestinesi, tra cui 75 minori, sono stati sfollati e altri 326 sono stati in vario modo coinvolti. L’episodio più consistente (34 strutture demolite su 71) si è verificato nella comunità pastorizia di Khirbet Tana (Nablus), che si trova in una zona designata [dalle autorità israeliane] come “zona militare per esercitazioni a fuoco”; qui sono stati 69 i palestinesi sfollati (di cui 49 minori). Dall’inizio dell’anno, questa è la quarta ondata di demolizioni che colpisce questa comunità. Dopo l’episodio appena citato, Robert Piper, Coordinatore Umanitario per i Territori palestinesi occupati, ha espresso allarme per il rischio di trasferimento forzato che minaccia la comunità. Delle 71 strutture citate, 16 sono state demolite in cinque comunità beduine che vivono nel governatorato di Gerusalemme, in una zona assegnata per l’espansione dell’insediamento di Ma’ale Adumim (piano di colonizzazione E1); l’espansione creerebbe un’area edificata continua tra l’attuale insediamento e Gerusalemme Est. Queste 16 demolizioni hanno causato lo sfollamento di 55 beduini palestinesi, tra cui 31 minori. Le 586 strutture demolite o confiscate nel 2016, già oggi superano il totale di quelle demolite o confiscate nell’intero 2015 (547).

Per la seconda settimana consecutiva, le autorità israeliane hanno continuato ad impedire l’importazione in Gaza di cemento per il settore privato, affermando che [in consegne precedenti] una notevole quantità di cemento era stata dirottata rispetto ai destinatari autorizzati. L’importazione di cemento a Gaza per il settore privato, dopo un divieto assoluto imposto dal 2007, aveva ripreso nel mese di ottobre 2014, come parte del Meccanismo per la Ricostruzione di Gaza.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Il valico è rimasto chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 42 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno segnalato che sono registrati e in attesa di attraversare oltre 30.000 persone con bisogni urgenti, tra cui circa 3.500 malati.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

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L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

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nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte in [corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per esplicitare informazioni che gli estensori dei Rapporti originali considerano

conosciute dai lettori abituali. In caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese.

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Rapporto OCHA della settimana 15- 21 marzo 2016

Le forze israeliane hanno ucciso quattro palestinesi, tra cui un 17enne, presunti autori di tre accoltellamenti che hanno provocato il ferimento di due soldati israeliani.

Gli episodi hanno avuto luogo nella città di Hebron, allo svincolo di Gush Etzion (Hebron), e all’ingresso dell’insediamento colonico di Ariel (Salfit). Dall’inizio del 2016, attacchi e presunti attacchi palestinesi hanno provocato la morte di quattro israeliani, di un cittadino straniero e di 45 palestinesi (tutti, tranne uno, presunti responsabili di attacchi) [1].

In seguito ad uno degli attacchi di cui sopra, e fino alla fine del periodo di riferimento, le forze israeliane hanno bloccato o predisposto checkpoints sulle strade principali del villaggio di Beit Fajjar (Betlemme), dove i presunti responsabili risiedevano; previa autorizzazione è stato consentito l’ingresso e l’uscita solo ai casi umanitari e agli insegnanti. Il 17 marzo, le autorità israeliane hanno riaperto l’ingresso principale del villaggio di Beit Ur At Tahta (Ramallah) che, a seguito di un attacco palestinese, era rimasto chiuso dall’11 marzo; è stato così ripristinato il normale collegamento tra altri cinque villaggi e la città di Ramallah.

Il 15 marzo, un rifugiato palestinese è morto per le ferite riportate a fine febbraio 2016, in scontri scoppiati nel Campo profughi di Qalandiya (Gerusalemme), durante un’operazione militare israeliana finalizzata a proteggere due soldati israeliani che erroneamente si erano ritrovati all’interno del Campo. Nel corso della stessa operazione era rimasto ucciso un altro palestinese.

Le autorità israeliane hanno consegnato il corpo di un palestinese sospettato di aver compiuto un attentato a Gerusalemme Est nel mese di dicembre 2015. Il rilascio è stato subordinato all’impegno, da parte della famiglia, di limitare a 30 il numero dei partecipanti ai funerali e al pagamento di 20.000 NIS [nuovo siclo israeliano, circa 4.660 euro], quale garanzia per il rispetto di tale disposizione. Continuano ad essere trattenuti dalle autorità israeliane i corpi di altri 14 palestinesi, sospettati di aver compiuto attacchi contro israeliani nel corso degli ultimi cinque mesi.

Nei Territori palestinesi occupati gli scontri con le forze israeliane hanno provocato il ferimento di 49 palestinesi, tra cui 10 minori. Sette dei ferimenti sono avvenuti nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, ed i rimanenti in Cisgiordania. Circa il 63% delle lesioni sono state causate da inalazione di gas lacrimogeno richiedente un trattamento medico; le rimanenti da proiettili di gomma, armi da fuoco ed aggressioni fisiche.

Nella zona di Betlemme e di Gerusalemme Est cinque episodi di lanci di pietre [da parte palestinese] hanno causato il ferimento di due coloni israeliani e danni al veicolo di un colono, ad un autobus e ad una carrozza della metropolitana leggera.

Nel villaggio di Duma (Nablus) una casa è stata data alle fiamme: lesi due coniugi per inalazione di fumo e inagibile, per gli ingenti danni, la loro casa. L’uomo ferito è l’unico testimone oculare dell’attacco incendiario avvenuto, nello stesso villaggio, nel luglio 2015, quando persero la vita tre membri della famiglia Dawabsheh (un colono israeliano accusato di quell’attacco è attualmente sotto processo). Secondo fonti palestinesi, anche l’incendio doloso di questa settimana è stato effettuato da coloni israeliani; tuttavia, la polizia israeliana, che ha aperto un’indagine sul caso, ritiene improbabile che l’attacco sia opera di coloni. Ancora in questa settimana, nei governatorati di Ramallah e Nablus, due veicoli palestinesi hanno subito danni per lanci di pietre da parte di coloni israeliani.

Per la mancanza di permessi di costruzione israeliani, le autorità israeliane hanno demolito 20 strutture, o costretto i proprietari ad autodemolirle: coinvolte 73 persone, tra cui 33 rifugiati. La metà di queste strutture si trovavano nel governatorato di Gerusalemme (la maggior parte in Gerusalemme Est), tre nel governatorato di Betlemme, sette nel governatorato di Nablus. Inoltre, nella città di Hebron, le forze israeliane hanno chiuso con ordine militare un negozio di verdura appartenente al sospetto autore di una sparatoria avvenuta nel marzo 2015, mentre in Khallet Hijeh e Beit Fajjar (Betlemme) hanno requisito macchinari e veicoli per lavori non consentiti in Area C.

L’8 marzo, le autorità israeliane, con l’obiettivo dichiarato di regolarizzare centinaia di unità abitative di un insediamento colonico costruito senza autorizzazione, hanno annunciato l’aggiornamento dei confini riportati in una precedente dichiarazione di “terra di stato”, in una zona in cui già si trova l’insediamento colonico di Eli. La dichiarazione si riferisce a circa 220 ettari di terra in Al Lubban ash Sharqiya, As Sawiya e Qaryut (Nablus). In un altro caso, in Area C, nei pressi del villaggio di Jayyus (Qalqiliya), le autorità israeliane hanno sradicato e sequestrato 150 alberi, rivendicando la zona come “terra di stato”. Nell’Area C della Cisgiordania, quasi tutta la “terra di stato” è stata posta sotto la giurisdizione degli insediamenti israeliani.

Durante il periodo di riferimento il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Il valico è rimasto chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 42 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno segnalato che sono registrati e in attesa di attraversare oltre 30.000 persone con bisogni urgenti, tra cui circa 3.500 malati.

[1] I totali includono un passante palestinese 17enne, ma non comprendono tre israeliani uccisi in Israele in un attentato perpetrato da un cittadino israeliano di origine palestinese, che è stato successivamente ucciso.

 

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Secondo le prime notizie dei media, il 24 marzo, nella città di Hebron, due palestinesi hanno accoltellato e ferito un soldato israeliano e sono stati successivamente uccisi dalle forze israeliane.

Il 23 marzo, nella comunità di Khirbet Tana (Nablus) in Area C, per mancanza dei permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito 53 strutture, di cui 22 abitazioni. Dall’inizio di febbraio questo è il terzo caso di demolizioni che coinvolge questa comunità.

Tra il 23 ed il 27 marzo, a motivo di una festività ebraica, le autorità israeliane hanno sospeso l’ingresso a Gerusalemme Est e in Israele ai palestinesi titolari di permesso, fatta eccezione per i casi umanitari e per i dipendenti delle Nazioni Unite e delle Organizzazioni Non Governative (ONG).

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

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nota 2: in caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese. Nella versione italiana non sono riprodotti i

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Rapporto Ocha sul periodo 23 febbraio – 7 marzo 2016

Durante il periodo di due settimane sono stati segnalati nove attacchi palestinesi, o presunti attacchi, contro israeliani e coloni israeliani, con conseguente ferimento di sette israeliani; cinque dei presunti responsabili sono stati uccisi sul posto, tra cui un ragazzo di 17 anni e una donna di 34 anni, mentre un altro palestinese è stato ferito e una ragazza di 14 anni è stata arrestata.

Gli episodi si riferiscono a sette accoltellamenti, o presunti tentativi di accoltellamento: presso il checkpoint DCO di Ramallah, presso il villaggio di Burin (Nablus), di Auja (Jericho), presso gli insediamenti di Ma’ale Adumim (Gerusalemme) e di Eli (Nablus) e nei pressi dello svincolo stradale di Gush Etzion (Betlemme); in quest’ultima località c’è stato un sospetto speronamento con auto, mentre vicino all’insediamento di Ariel (Salfit) sono stati sparati colpi di arma da fuoco contro un veicolo della polizia israeliana. Dall’inizio dell’anno, gli attacchi o sospetti attacchi palestinesi hanno provocato la morte di quattro israeliani e di 31 aggressori (o presunti tali) palestinesi, tra cui dieci minori.

Un ventiduenne palestinese è stato ucciso, con armi da fuoco, nel Campo profughi di Qalandiya (Gerusalemme) durante scontri verificatisi nel corso di un’operazione militare che intendeva proteggere l’uscita dal Campo di due soldati israeliani che vi erano entrati erroneamente. Nei Territori palestinesi occupati gli scontri con le forze israeliane hanno provocato il ferimento di 225 palestinesi, tra cui 65 minori. Nove dei ferimenti si sono verificati nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, i rimanenti in Cisgiordania; la maggior parte di questi ultimi sono avvenuti durante scontri nel corso delle manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e Ni’lin (Ramallah); in scontri nei pressi del villaggio di Al-Khader; presso la Tomba di Rachele a Betlemme; e nel corso di undici distinte operazioni di ricerca-arresto. Sale così a otto il numero di palestinesi (tre dei quali minori) uccisi dall’inizio del 2016 durante scontri nei Territori occupati, mentre il numero dei feriti sale a 1.170 (di cui 381 minori).

Il 2 marzo, in seguito ad un attacco [palestinese] nei pressi dell’insediamento [colonico israeliano] di Bracha, le forze israeliane hanno bloccato per cinque giorni consecutivi gli ingressi principali dei vicini villaggi di Burin, Iraq Burin e Madama (5.900 persone), ad ovest della città di Nablus, ed hanno dislocato checkpoints temporanei sulle strade secondarie. Nello stesso periodo, l’esercito israeliano ha aperto l’ingresso a nord del villaggio di Bani Na’im (Hebron), che era rimasto chiuso negli ultimi tre mesi.

Sono tuttora trattenuti dalle autorità israeliane (da periodi di tempo che vanno dai 29 ai 153 giorni) i corpi di nove palestinesi, tutti ex-residenti di Gerusalemme Est, sospettati di aver perpetrato attacchi contro israeliani.

Il 25 febbraio, in Jabalia, a nord della città di Gaza, un bambino palestinese di 5 anni è stato ucciso dall’esplosione di un residuato bellico mentre un altro di 6 anni è rimasto ferito.

Nella Striscia di Gaza, in Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, sono stati registrati almeno 36 episodi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento contro civili palestinesi o contro le loro proprietà; in nessun dei casi ci sono state vittime, ma un’aula di una scuola elementare palestinese, ad est della città di Gaza, è stata danneggiata dagli spari mentre erano in corso le attività didattiche. Durante il periodo di osservazione sono stati arrestati tredici palestinesi: tre nei pressi della recinzione di confine che circonda Gaza, dopo essere entrati in Israele senza l’autorizzazione israeliana, un membro della squadra nazionale palestinese di calcio al valico di Erez e nove pescatori arrestati in mare, secondo quanto riferito, dopo essere stati costretti dalle forze israeliane a togliersi i vestiti e nuotare verso l’imbarcazione militare.

Nella città di Hebron, a Deir Samit ed a Tarusa, sempre nel governatorato di Hebron, le autorità israeliane hanno distrutto tre case appartenenti a palestinesi accusati di aver compiuto, lo scorso novembre, attacchi contro israeliani: sfollate 22 persone, tra cui tredici minori. Durante la settimana, a Qabatiya (Jenin), con le stesse motivazioni, sono stati consegnati ordini di demolizione contro altre tre case. Le demolizioni punitive sono una forma di punizione collettiva che contrasta con una serie di disposizioni del diritto internazionale.

Durante il periodo di riferimento, in Area C e presso comunità di Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le forze israeliane hanno distrutto, o smontato e confiscato, 85 strutture, 17 delle quali fornite come assistenza umanitaria. Come risultato, 96 persone, tra cui 41 minori, sono state sfollate e altre 255 sono state coinvolte in vario modo. L’episodio più grave ha interessato la comunità beduina palestinese di Khirbet Tana (Nablus), quasi interamente distrutta (41 strutture), che si trova in una “zona per esercitazioni a fuoco”. Dall’inizio del 2016, il numero delle strutture demolite è già pari al 70% delle demolizioni registrate in tutto il 2015, mentre il numero degli sfollati è quasi il 68% del totale del 2015. Il numero delle strutture finanziate da donatori e demolite (120) ha già superato il totale del 2015 (erano state 108). Il 17 febbraio, Robert Piper, Coordinatore per le Attività Umanitarie e di Sviluppo delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, ha chiesto la cessazione immediata della distruzione di beni di proprietà palestinese nella Cisgiordania occupata ed il rispetto del diritto internazionale.

Durante il periodo di due settimane sono stati registrati otto attacchi di coloni israeliani contro palestinesi, con conseguenti lesioni o danni: l’aggressione e il ferimento di cinque palestinesi, tra cui una donna, a Nablus, Salfit ed Hebron; lo sradicamento di 30 piantine di ulivo in Qusra (Nablus), secondo quanto riferito, ad opera di coloni provenienti dall’insediamento di Esh Kodesh; danni ad un veicolo palestinese ad Asira al Qibliya (Nablus), secondo quanto riferito, ad opera di coloni provenienti dall’insediamento di Yitzhar. Inoltre (non incluso nel conteggio), vicino all’ingresso della colonia di Ariel (Salfit), un palestinese è stato investito e ferito da un veicolo con targa israeliana.

I media israeliani hanno riportato tre casi di lancio di pietre (presso Hebron e Betlemme) da parte di palestinesi contro veicoli di coloni israeliani, con conseguenti danni per tre veicoli privati. Il 3 marzo, nel villaggio di Shufa (Tulkarm), le autorità israeliane hanno distribuito volantini, minacciando provvedimenti punitivi contro i residenti, nel caso dovesse persistere il lancio di pietre contro le auto israeliane.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Il valico è rimasto chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 42 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno segnalato che sono registrati e in attesa di attraversare oltre 25.000 persone con bisogni urgenti, tra cui circa 3.500 malati.

 

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

L’8 e il 9 marzo, in Israele e Gerusalemme, sono stati segnalati sei attacchi palestinesi contro israeliani. Come risultato sono state uccise sette persone, tra cui sei dei presunti responsabili palestinesi; altre 15 persone sono rimaste ferite.

Il 9 marzo, vicino al villaggio di Az Zawiya (Salfit), le forze israeliane hanno ucciso un ragazzo palestinese di 16 anni che aveva tentato un accoltellamento.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

le traduzioni in italiano sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: in caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese. Nella versione italiana non sono riprodotti i

dati statistici ed i grafici.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




Rapporto Ocha 16 – 22 febbraio 2016

Durante la settimana, sono stati segnalati sei attacchi e presunti attacchi di palestinesi contro israeliani, con la conseguente uccisione di un soldato e il ferimento di altri tre israeliani. Tre dei presunti responsabili sono stati uccisi sul posto, tra essi un ragazzo di 16 anni, mentre altri due minori palestinesi di 14 anni sono stati feriti.

Gli episodi si riferiscono a quattro accoltellamenti e presunti tentativi di accoltellamento a Gerusalemme Est, al checkpoint di Beita (Nablus) e agli insediamenti colonici di Na’ale (Ramallah) e Sha’ar Binyamin (Gerusalemme); oltre a un sospetto speronamento con auto nei pressi del villaggio di Silwan (Ramallah). Inoltre sono stati segnalate due sparatorie presso l’insediamento di Beit El, vicino a Ramallah, con conseguenti danni a una casa. Dall’inizio dell’anno 27 palestinesi, tra cui nove minori, e quattro israeliani sono stati uccisi in attacchi e presunti attacchi effettuati da palestinesi.

Il 21 febbraio, per tre giorni consecutivi, le forze israeliane hanno bloccato quattro delle cinque vie d’accesso al villaggio di Qabatiya (Jenin), costringendo i residenti (circa 23.800 persone) ad utilizzare percorsi alternativi e rendendo problematico l’accesso a servizi e luoghi di lavoro. La chiusura ha fatto seguito all’accoltellamento verificatosi al checkpoint di Beita, messo in atto, secondo quanto riferito, da un sedicenne residente a Qabatiya, ucciso durante l’attacco [vedi paragrafo precedente].

Durante scontri a Beit Fajjar (Betlemme), un 21enne palestinese è stato ucciso con armi da fuoco. Gli scontri nei Territori palestinesi occupati hanno provocato il ferimento di 54 palestinesi, tra cui 11 minori. Tre dei ferimenti si sono verificati nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, i rimanenti in Cisgiordania. La maggior parte delle lesioni sono state segnalate durante le manifestazioni settimanali a Bil’in e Ni’lin (Ramallah) e nel corso delle manifestazioni in solidarietà con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane, in particolare Mohammad al QiQ, che da più di 90 giorni è in sciopero della fame. I restanti ferimenti sono avvenuti durante scontri collegati ad operazioni di ricerca-arresto. Questi fatti portano a sette il numero di palestinesi uccisi (tre minori) dall’inizio del 2016 durante scontri nei Territori occupati, mentre il numero dei feriti sale a 946 (316 minori).

Nella Striscia di Gaza, in Aree ad Accesso Riservato di terra e di mare, sono stati registrati almeno 21 episodi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento contro civili palestinesi; in nessun dei casi ci sono state vittime. Quattro palestinesi sono stati arrestati: un uomo d’affari al valico di Erez e altri tre nei pressi della recinzione di confine che circonda Gaza, dopo essere entrati in Israele senza autorizzazione.

Il 21 febbraio, per mancanza dei permessi di costruzione, le forze israeliane hanno smantellato e confiscato una nuova sezione di scuola nella comunità beduina palestinese di Abu Nuwar, ad est di Gerusalemme. La sezione confiscata comprendeva sette roulotte e tre latrine, finanziate da donatori e destinate ai 62 bambini del primo e del secondo ciclo della scuola della comunità. Negli ultimi tempi i residenti di Abu Nuwar hanno subito, da parte delle autorità israeliane, una crescente sollecitazione a “trasferirsi” in una vicina località, fatto che potrebbe configurarsi come un trasferimento forzato. Il numero delle strutture fornite come aiuti umanitari e distrutte e/o confiscate dalle autorità israeliane dall’inizio del 2016, ha già superato il numero relativo a tutto il 2015 (pari a 108). Jabal al Baba, un’altra comunità della stessa area a rischio di trasferimento forzato, ha ricevuto ordini di arresto lavori per undici abitazioni ed una moschea.

Nella zona di Al ‘Isawiya di Gerusalemme Est, a motivo della mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno distrutto otto strutture agricole; nel corso dell’operazione diversi serbatoi d’acqua e un container sono stati danneggiati, decine di alberi sono stati sradicati e diverse migliaia di metri quadrati di terreno coltivato sono stati spianati con i bulldozer. Tutto ciò ha compromesso la fonte di sostentamento di 45 persone, la metà dei quali minori.

Le autorità israeliane hanno sradicato circa 120 alberi di ulivo appartenenti ad agricoltori di Deir Istiya (Salfit), con la motivazione che l’area è stata designata [dalle autorità israeliane] “riserva naturale”. Nella zona di Nablus, coloni israeliani provenienti, secondo quanto riferito, dall’insediamenti di Shilo, hanno sradicato 30 piantine di ulivo e di mandorlo appartenenti ad un contadino del villaggio di Jalud (Nablus).

Le forze israeliane, nel corso di una esercitazione militare, hanno danneggiato 40 ettari di terra coltivata ad orzo ed appartenenti a residenti delle comunità di Jinba, Al Halaweh e Al Markiz, nella zona di Masafer Yatta di Hebron. Nelle prime due comunità, in seguito al fallimento di un processo di mediazione, all’inizio di questo mese le autorità israeliane hanno demolito 24 strutture. L’esercito israeliano ha designato quest’area come “zona chiusa per esercitazioni militari” ed ha cercato di rimuovere tutte o alcune delle 12 comunità palestinesi che vi si trovano. Questa settimana, in un’altra comunità nella stessa area (Al Fakheit), le autorità hanno emesso ordini di arresto lavori contro 12 strutture, metà delle quali fornite come aiuto umanitaria.

I media israeliani hanno riportato cinque episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli con targa israeliana, con conseguenti danni a quattro veicoli privati vicino ad Hebron e Ramallah, nonché danni alla metropolitana leggera di Gerusalemme nella zona di Shu’fat in Gerusalemme Est.

Durante il periodo di riferimento il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Il valico è rimasto chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 42 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno segnalato che sono registrati e in attesa di attraversare oltre 25.000 persone con bisogni urgenti, tra cui circa 3.500 malati.

 

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 23 febbraio, nel governatorato di Hebron, le forze israeliane hanno demolito due case appartenenti a presunti autori di attacchi contro israeliani, sfollando 18 persone, tra cui 11 minori.

Il 24 febbraio, nel governatorato di Betlemme, un soldato israeliano è stato ucciso da “fuoco amico” durante un’aggressione con arma da taglio; il presunto autore palestinese è stato colpito e ferito.

nota 1:

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Rapporto OCHA della settimana 9 – 15 febbraio

Durante la settimana sono stati segnalati sette attacchi e presunti attacchi di palestinesi contro israeliani, con il conseguente ferimento di un colono israeliano; sei dei presunti responsabili palestinesi sono stati uccisi sul posto, tra cui quattro minori ed una donna; un’altra donna palestinese è stata ferita.

Gli episodi includono tre attacchi con arma da fuoco: in Gerusalemme Est, nei pressi della Barriera, nel governatorato di Jenin, nell’insediamento colonico di Beit El vicino a Ramallah e quattro accoltellamenti e presunti tentativi di accoltellamento: nell’area a controllo israeliano della città di Hebron (due episodi), al posto di blocco di An Nu’man sulla Barriera, e vicino all’insediamento colonico di Neve Daniel, questi ultimi due a Betlemme. Secondo quanto riferito, uno dei presunti responsabili prestava servizio nella Sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese. Dall’inizio dell’anno, 24 palestinesi, tra cui otto minori, e due israeliani sono stati uccisi in attacchi e presunti attacchi effettuati da palestinesi.

Dopo l’attacco con arma da taglio vicino all’insediamento di Neve Daniel, il 9 febbraio, le forze israeliane hanno chiuso per sei giorni consecutivi il villaggio di Nahhalin (10.500 persone), all’interno del quale, secondo quanto riferito, il sospetto aggressore si era rifugiato. L’accesso ai servizi ed ai luoghi di lavoro è stato gravemente compromesso; soltanto a casi umanitari eccezionali è stato consentito il transito, controllato da un posto di blocco, su una delle strade di accesso al villaggio. Una chiusura simile è stata applicata, dal 14 febbraio, al villaggio di Al ‘Araqa (Jenin) dopo la sparatoria nei pressi della Barriera. Infine, in seguito alla sparatoria nell’insediamento colonico di Beit El (15 febbraio), l’esercito israeliano ha chiuso il vecchio tracciato della Strada 60, nei pressi del Campo profughi di Al Jalazun, costringendo i palestinesi a percorrere una lunga deviazione per raggiungere la città di Ramallah.

All’inizio di questa settimana, le autorità israeliane hanno restituito uno dei corpi dei presunti autori di aggressioni contro israeliani. Sono ancora trattenuti dalle autorità i corpi di altri nove palestinesi, tutti ex residenti di Gerusalemme Est.

Un ragazzo palestinese 16enne è stato ucciso con arma da fuoco dalle forze israeliane, durante scontri vicino al Campo profughi di Al ‘Arrub (Hebron). Gli scontri nei territori palestinesi occupati hanno anche provocato il ferimento di 232 palestinesi, tra cui 69 minori. Dieci dei ferimenti sono avvenuti vicino alla recinzione perimetrale della Striscia di Gaza ed i restanti in Cisgiordania. La maggior parte degli scontri si sono verificati nel contesto di operazioni di ricerca-arresto, con il maggior numero di ferimenti avvenuti nel Campo profughi di Al Am’ari (Ramallah) e nel villaggio di Tuqu’ (Betlemme). In totale, le forze israeliane hanno condotto 103 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 133 palestinesi. Le restanti lesioni sono state segnalate durante scontri avvenuti nel corso di manifestazioni di solidarietà con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane, in particolare Mohammad al QiQ, che ha già trascorso più di 80 giorni in sciopero della fame. Questi eventi portano il numero totale di palestinesi uccisi in scontri, a partire dall’inizio del 2016, a quattro, tre dei quali minori, e a 892 i feriti, tra cui 305 minori.

Il 13 febbraio, dopo una esercitazione militare israeliana svolta il 9 febbraio nei pressi del villaggio di Tayaser (Tubas), un palestinese 12enne è stato ferito, nei pressi della sua casa, dall’esplosione un ordigno residuato ed ha riportato ustioni di secondo grado. Ancora in questa settimana, un 11enne palestinese è morto per le ferite subite nel 2011, durante un attacco dell’aviazione israeliana su Gaza.

Nella Striscia di Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato, di terra e di mare, sono stati registrati almeno 8 casi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento contro civili palestinesi; non ci sono state vittime. Quattro palestinesi, tra cui tre minori, sono stati arrestati nei pressi della recinzione di confine che circonda Gaza, dopo aver attraversato in Israele senza autorizzazione.

Per mancanza dei permessi edilizi israeliani le autorità israeliane hanno distrutto 13 strutture in dodici comunità poste in Area C ed in Gerusalemme Est; quattro di tali strutture erano state donate come assistenza umanitaria. Come risultato 114 persone sono state sfollate, tra cui 59 minori, ed altre 203 persone sono state altrimenti coinvolte dal provvedimento. La demolizione più estesa ha colpito la comunità beduina palestinese di Ein ar Rashash (Ramallah), che si trova in un’area [dichiarata da Israele] “zona per esercitazioni a fuoco” e che è stata quasi completamente distrutta (43 strutture demolite). Il numero di strutture demolite e di sfollati, a partire dall’inizio del 2016, equivale a più della metà delle demolizioni e degli sfollamenti effettuati in tutto il 2015. Più di un terzo delle strutture demolite dall’inizio dell’anno erano state fornite come assistenza umanitaria a famiglie in difficoltà.

Sono stati registrati tre attacchi di coloni israeliani con lesioni a palestinesi o danni alle loro proprietà: l’aggressione ad un 65enne palestinese, nei pressi di Yatta (Hebron); lanci di pietre contro veicoli palestinesi vicino al villaggio di Azzun (Qalqiliya), con danni a un veicolo; lo sradicamento di cinque ulivi e lo spianamento di terreno nel villaggio di Kafr Sur (Tulkarem).

Il valico di Rafah, controllato dall’Egitto, è stato eccezionalmente aperto per tre giorni in entrambe le direzioni, consentendo l’ingresso in Gaza a 1.122 palestinesi e l’uscita ad altri 2.439, per lo più malati e studenti. Il valico è rimasto chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 42 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno segnalato che sono registrati e in attesa di attraversare oltre 25.000 persone con bisogni urgenti, tra cui circa 3.500 malati.

 

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 17 febbraio, il Coordinatore Umanitario per i Territori Palestinesi occupati (oPT), Robert Piper, ha chiesto ad Israele di fermare immediatamente le demolizioni nei territori occupati della Cisgiordania e di rispettare il Diritto internazionale.

Dal 16 febbraio è tornato alla normalità l’accesso al villaggio di ‘Araqa (Jenin).

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Rapporto OCHA della settimana 2-8febbraio 2016

Il 3 febbraio, nei pressi della porta di Damasco, a Gerusalemme Est, tre palestinesi hanno effettuato un attacco con coltelli ed armi da fuoco contro forze israeliane, uccidendo una poliziotta israeliana e ferendone un’altra. I tre autori (di 19 e 21 anni), tutti provenienti dal villaggio di Qabatiya (Jenin), sono stati uccisi durante l’attacco;

secondo quanto riferito, nessuno di loro apparteneva ad una qualche fazione. Nonostante la gravità dell’episodio, questa settimana ha fatto segnare, in Cisgiordania, il minor numero di attacchi contro israeliani a partire dall’ottobre 2015. L’episodio sopraccitato porta a 18 il numero dei palestinesi uccisi dall’inizio del 2016 nel corso di aggressioni contro israeliani; tra essi cinque minori.

Dopo l’attacco di cui sopra, le forze israeliane hanno bloccato, per tre giorni consecutivi, tutte le strade in entrata ed in uscita dal villaggio di Qabatiya (23.300 abitanti). Per i residenti l’accesso ai servizi ed ai luoghi di lavoro esterni al villaggio è stato gravemente compromesso; circa 300 permessi di lavoro, concessi ai residenti occupati in Israele, sono stati revocati. Durante gli stessi giorni sono stati registrati diversi scontri e operazioni di ricerca-arresto con conseguente ferimento di 61 palestinesi, tra cui 28 minori.

Durante la settimana sono avvenuti altri tre accoltellamenti all’interno di Israele, con conseguente ferimento di una donna israeliana e di due soldati; secondo quanto riferito, gli episodi sarebbero da collegare al clima di scontro. Uno degli aggressori, un cittadino straniero, è stato ucciso; due ragazze palestinesi di 13 anni, con cittadinanza israeliana, sono state arrestate. Un altro aggressore, la cui identità rimane ignota, è fuggito. [1]

Un 14enne palestinese è stato ucciso, con armi da fuoco, dalle forze israeliane in prossimità dell’ingresso del villaggio di Halhul (Hebron), presumibilmente dopo aver lanciato una bottiglia incendiaria; nello stesso contesto, e con armi da fuoco, è stato ferito anche un 13enne.

Numerosi scontri con le forze israeliane, avvenuti in varie località dei Territori palestinesi occupati, hanno provocato il ferimento di 138 palestinesi, tra cui 45 minori. Otto dei ferimenti si sono verificati nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale; i rimanenti in Cisgiordania. La maggior parte dei ferimenti verificatisi in Cisgiordania sono stati registrati nel contesto di scontri scoppiati durante le manifestazioni settimanali a Ni’lin (Ramallah) e Kafr Qaddum (Qalqiliya) e durante le operazioni di ricerca-arresto a Qabatiya (Jenin), nella città di Salfit, a Qabalan (Nablus) e al Campo profughi di Al Fawwar (Hebron).

L’8 febbraio, un civile palestinese è morto a causa del crollo di un tunnel per il contrabbando sotto il confine tra Gaza e l’Egitto. L’attività di contrabbando, lungo il confine con l’Egitto, era in gran parte già cessata dalla metà del 2013, in seguito alla distruzione o al blocco, ad opera delle autorità egiziane, della stragrande maggioranza delle gallerie. A quanto si sa, pochi tunnel sono rimasti parzialmente operativi.

Nella Striscia di Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato, a terra ed in mare, sono stati registrati almeno 13 casi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento contro civili palestinesi, senza causare vittime. Quattro pescatori sono stati arrestati in mare, dopo essere stati costretti dalle forze israeliane, secondo quanto riferito, a togliersi i vestiti e nuotare verso l’imbarcazione militare; due barche sono state confiscate. Inoltre, in un caso, le forze israeliane sono entrate a Gaza ed hanno spianato il terreno ad est della città di Rafah.

Il 3 febbraio, presso due comunità di pastori, a sud di Hebron (Jinba e Halaweh), le autorità israeliane hanno distrutto, o smontato e confiscato, 31 strutture, sfollando 139 persone. Queste e altre dieci comunità (circa 1.300 persone) sono a rischio di trasferimento forzato a causa della designazione dell’area [da parte di Israele], negli anni 80, come “zona chiusa destinata alle esercitazioni militari”. Alcune di queste comunità furono costituite prima dell’occupazione israeliana e sono in possesso dei documenti attestanti i loro diritti sulla terra. L’episodio consegue alla conclusione senza accordo di un processo di mediazione riguardante ricorsi inoltrati alla Corte Suprema israeliana contro la distruzione e lo sfratto di queste comunità.

Durante la settimana, in Cisgiordania, per mancanza dei permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o smontate e confiscate, altre 36 strutture di proprietà palestinese, 29 delle quali finanziate da donatori. Come risultato, 26 persone sono state sfollate, tra cui 15 minori; altre 26 persone sono state coinvolte in vario modo. Quattro delle strutture implicate si trovavano a Gerusalemme Est, in aree designate dalle autorità israeliane come “parco nazionale”. Le 157 strutture distrutte o smontate e sequestrate, dall’inizio del 2016 fino all’8 febbraio, equivalgono al 29% delle strutture prese di mira in tutto il 2015.

Sempre in questa settimana, le autorità israeliane hanno emesso nove ordini di demolizione e sequestro contro le case di famiglia di nove presunti autori di attacchi contro israeliani, ponendo le famiglie a rischio sfollamento. Le demolizioni punitive sono una forma di punizione collettiva e, in quanto tali, sono illegali secondo il diritto internazionale.

Un palestinese è stato aggredito e ferito da coloni israeliani nei pressi dell’insediamento di Kiryat Arba (Hebron). In un altro caso, agricoltori di Iraq Burin (Nablus) hanno riferito il furto di due asini da parte di coloni israeliani provenienti dall’insediamento di Bracha. Inoltre, coloni israeliani della fattoria-avamposto di Ma’on hanno impedito ad alunni palestinesi di raggiungere la loro scuola nel villaggio di At-Tuwani (Hebron).

Il 6 febbraio, nei pressi dell’insediamento di Karmei Tzur (Hebron), ignoti hanno incendiato una tenda eretta da coloni israeliani, e utilizzata come sinagoga, su un terreno di proprietà privata palestinese. Una struttura precedente, eretta sullo stesso sito, era stata demolita dalle autorità israeliane nel 2015, in seguito ad una petizione inoltrata presso il tribunale dai proprietari dei terreni. Il Segretario generale dell’ONU ha condannato l’incendio doloso ed ha invitato tutte le parti a rispettare l’inviolabilità dei luoghi sacri.

I media israeliani hanno riferito cinque episodi di lanci di pietre da parte palestinese contro veicoli con targa israeliana, con conseguenti danni a tre veicoli e alla metropolitana leggera di Gerusalemme.

Durante il periodo di riferimento il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Il valico è rimasto chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 39 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno segnalato che sono registrati e in attesa di attraversare oltre 25.000 persone con bisogni urgenti, tra cui circa 3.500 malati.

[1] I dati OCHA per la protezione dei civili includono gli episodi che si sono verificati al di fuori dei Territori occupati solo se risultano coinvolti, sia come vittime che come aggressori, persone residenti nei Territori occupati.

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Tra il 9 e 11 febbraio, le autorità israeliane hanno distrutto almeno 80 abitazioni con le relative strutture ausiliarie di sussistenza, in sette comunità palestinesi in Area C, tutte situate nella valle del Giordano tranne una, sfollando circa 60 persone, la metà delle quali minori.

Il 10 febbraio, le forze israeliane hanno ucciso un ragazzo palestinese 15enne durante scontri all’ingresso del campo profughi di Al Arrub (Hebron).

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

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Rapporto ONU OCHAoPt: 29 dicembre 2015 – 11 gennaio 2016 (147)

Nel periodo di riferimento di questo rapporto (due settimane), sono stati registrati dodici attacchi e presunti attacchi palestinesi contro israeliani, nel corso dei quali tre israeliani, tra cui due soldati, sono stati feriti; nove attentatori e presunti attentatori palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane. Due dei palestinesi uccisi erano minori (16 e 17 anni). Gli attacchi ed i presunti attacchi includono: otto accoltellamenti e tentativi di accoltellamento, un investimento con auto e due scontri a fuoco effettuati da presunti palestinesi, poi fuggiti. Tutti questi episodi sono stati segnalati in Cisgiordania, di cui due a Gerusalemme Est. Le circostanze di numerosi incidenti rimangono controverse. Secondo quanto riferito, nessuno degli autori e presunti colpevoli apparteneva a fazioni o gruppi armati. Dal 1° ottobre fino alla fine del periodo di riferimento del presente rapporto [102 giorni], 97 palestinesi, tra cui 21 minori, e 23 israeliani sono stati uccisi nei Territori palestinesi occupati ed in Israele [1] nel corso di attacchi e presunti attacchi contro israeliani.

C’è stato un forte calo della frequenza e dell’intensità di proteste e scontri avvenuti nel periodo cui si riferisce questo rapporto: in tutti i Territori palestinesi occupati sono stati registrati un totale di 203 feriti palestinesi [nell’arco di due settimane] (per confronto: nel corso dell’ultimo trimestre del 2015, la media è stata di 240 feriti [palestinesi] ogni settimana). I feriti includono 41 minori e 3 donne. Dodici dei ferimenti si sono verificati durante scontri vicino alla recinzione perimetrale nella Striscia di Gaza, nei pressi del valico di Erez e ad est del campo profughi di Al Bureij. Il resto dei feriti (191) sono stati registrati in Cisgiordania; il numero più alto è stato registrato nel governatorato di Gerusalemme (85), seguito dai governatorati di Qalqiliya (27), Hebron (24), Betlemme (25) e Ramallah (20). Almeno 25 dei ferimenti in Cisgiordania e 8 nella Striscia di Gaza sono stati provocati da arma da fuoco, mentre la maggior parte dei rimanenti sono stati causati da proiettili di gomma o inalazione di gas lacrimogeno (solo le persone che ricevono assistenza medica sono conteggiate come feriti).

Un quarantenne palestinese è morto per le ferite riportate il 31 dicembre, quando fu colpito con arma da fuoco durante gli scontri nel campo profughi di Al Jalazun (Ramallah). Questo decesso porta a 51 (28 in Cisgiordania e 23 nella Striscia di Gaza) il numero di palestinesi uccisi dal 1° ottobre durante proteste e scontri con le forze israeliane.

Il 6 gennaio, in Area C, ad est di Gerusalemme, nella comunità beduina di Abu Nuwar, adducendo la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno distrutto undici strutture: cinque abitazioni, cinque latrine finanziate da donatori ed un ricovero per animali; sono state così sfollate cinque famiglie, composte da 26 persone, tutte rifugiati, tra cui 18 minori. Quattro giorni più tardi, le forze israeliane hanno smantellato e confiscato le cinque tende residenziali fornite, in risposta alle demolizioni, dalla Mezzaluna Rossa Palestinese. Abu Nuwar è una delle 46 comunità beduine nella Cisgiordania centrale a rischio di trasferimento forzato, a seguito di un piano di “rilocalizzazione” delle autorità israeliane. Si trova all’interno di una zona conosciuta come E1, destinata [dalle autorità israeliane] all’espansione verso ovest dell’insediamento [colonico] di Ma’ale Adummim, realizzando così un abitato continuo tra questo insediamento e Gerusalemme Est.

Sempre in Area C, in altre due comunità di pastori, a causa della mancanza di permessi di costruzione, è stato notificato l’ordine di blocco dei lavori per due progetti umanitari: il rifacimento di una strada in Khirbet ar Rahwa (Hebron) e la realizzazione di una cisterna d’acqua in Kardala (Tubas). Nel primo caso, le autorità israeliane hanno anche sequestrato parte dei materiali da costruzione.

In Gerusalemme Est e nel villaggio di Surda (Ramallah), le autorità israeliane, con ordinanze punitive, hanno demolito due case e ne hanno sigillato un’altra, sfollando 19 persone, tra cui 7 minori. Le case appartenevano alle famiglie di tre palestinesi accusati di aggressioni verificatesi nel mese di ottobre 2015, nel corso delle quali furono uccisi sei israeliani e gli stessi palestinesi accusati di essere gli aggressori; altri nove israeliani rimasero feriti. Il 16 novembre, il coordinatore umanitario per i Territori occupati palestinesi ha chiesto di fermare le demolizioni punitive, che violano il diritto internazionale.

A Gerusalemme Est, nei quartieri di Silwan, Sur Bahir e Beit Safafa, a motivo della mancanza dei permessi edilizi, il Comune ha demolito tre case in costruzione di proprietà palestinese ed una struttura commerciale. Sono state coinvolte un totale di 28 persone, la metà dei quali minori.

Il 30 dicembre, le autorità israeliane hanno emesso un decreto di espropriazione che riguarda oltre 10 ettari di terreni di proprietà palestinese ad est della città di Qalqiliya, per la realizzazione di un by-pass stradale. Secondo un giornale israeliano, questa misura è stata presa in risposta alle richieste di sicurezza dei coloni che affrontano rischi quando percorrono il tratto di strada che attraversa il villaggio di Nabi Elyas. I lavori richiederanno lo sradicamento di centinaia di alberi di ulivo appartenenti a diversi contadini del villaggio di Azzun.

Nel governatorato di Hebron, nel periodo di riferimento si è assistito ad una attenuazione di alcune delle restrizioni di movimento imposte dalle autorità israeliane dall’ottobre 2015; è così leggermente migliorato l’accesso della popolazione ai servizi ed ai mezzi di sussistenza. Ciò ha comportato, in primo luogo, la rimozione dei posti di blocco permanenti allestiti agli ingressi principali delle località principali: le città di Hebron, Halhul, Sa’ir, Samu’, Yatta, Beit Ummar, Tarqumiya, e il campo profughi di Al Arrub, riducendo in modo significativo i ritardi. In questi luoghi, durante il periodo di riferimento, sono stati dispiegati ad intermittenza e per brevi periodi di tempo, posti di blocco “volanti”. Sono tuttavia rimasti al loro posto la maggior parte degli ostacoli che, posizionati a partire da ottobre 2015, bloccano le vie di accesso secondario che incanalano il traffico verso le strade principali menzionate sopra.

L’accesso e la circolazione interna della zona H2 di Hebron, sotto controllo israeliano, sono rimasti gravemente limitati. Uno dei principali punti di controllo dell’ingresso a questa zona, il checkpoint 56, è stato riattivato dopo lavori di fortificazione. A causa di procedure di controllo più severe, il tempo medio di attraversamento per i residenti registrati è aumentato da 10 a 40 minuti. Inoltre, l’ordine di chiusura della zona H2 di Tel Rumeida, che permette l’ingresso solo ai residenti registrati, è stato prolungato fino al 31 gennaio e la zona interessata è stata ampliata.

Nel corso del periodo di due settimane cui si riferisce il presente rapporto, nel governatorato di Nablus, sono stati registrati due attacchi di coloni israeliani con conseguenti lesioni o danni materiali: un 24enne palestinese è stato aggredito e ferito nei pressi dell’insediamento di Shave Shamron; coloni israeliani provenienti, secondo quanto riferito, dall’insediamento Itamar hanno compiuto atti di vandalismo e danneggiato una casa palestinese nel villaggio di Beit Furik. Le autorità israeliane hanno emesso atti d’accusa contro due coloni israeliani in relazione all’incendio doloso, appiccato nel villaggio di Duma nel luglio 2015, che provocò la morte di tre membri della stessa famiglia, tra cui un bambino, e lesionò gravemente un altro minore.

I media israeliani hanno riportato cinque episodi di lancio di pietre, da parte di palestinesi, contro veicoli con targa israeliana, con conseguenti danni a tre veicoli privati vicino ad Hebron e a Betlemme, oltre che alla Metropolitana leggera di Gerusalemme (due casi)

Nella Striscia di Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) a terra e in mare, sono stati registrati almeno dieci episodi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro civili palestinesi, senza causare vittime. È stato riferito che in almeno un caso, membri di un gruppo armato di Gaza hanno sparato una serie di razzi verso Israele, due dei quali sono caduti in Israele, in una zona aperta, mentre i rimanenti sono ricaduti in Gaza. Non sono stati segnalati feriti o danni.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 144 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 252 palestinesi; il governatorato di Hebron conta il maggior numero di operazioni e arresti. Tra i luoghi interessati alle incursioni: l’Università Birzeit a Ramallah, dove sono stati confiscati computer e documenti e arrecati danni alla proprietà; nella città di Nablus, gli uffici di un’organizzazione per i diritti umani che sono stati chiusi per sei mesi, con ordinanza militare, per presunta istigazione contro gli israeliani; ancora a Nablus, una scuola secondaria nella quale sono stati anche arrecati danni materiali.

Nella Striscia di Gaza la fornitura di energia elettrica si è deteriorata per due giorni a causa di danni riportati da due delle tre linee egiziane di alimentazione che provvedono alla fornitura a Gaza-Sud, così come ad una delle linee israeliane che alimentano Gaza City. Nelle zone interessate il black-out è giunto fino a 18 ore al giorno, compromettendo l’erogazione di servizi di base e rendendo ancora più precari i già scarsi mezzi di sostentamento e le condizioni di vita.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Il valico è stato chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 37 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno indicato che sono registrati, e in attesa di attraversare, oltre 25.000 persone con bisogni urgenti, tra cui circa 3.500 bisognosi di cure mediche.

1]  I dati OCHA per la protezione dei civili includono gli episodi che si sono verificati al di fuori dei Territori occupati solo se risultano coinvolti, sia come vittime che come aggressori, persone residenti nei Territori occupati. I feriti palestinesi riportati in questo rapporto includono solo persone che hanno ricevuto cure mediche da squadre di paramedici presenti sul terreno, nelle cliniche locali o negli ospedali. Le cifre sui feriti israeliani si basano su notizie di stampa.

Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 12 gennaio tre palestinesi, tra cui un ragazzo di 17 anni, sono stati colpiti con armi da fuoco e uccisi dalle forze israeliane in due episodi separati: durante un presunto tentativo di accoltellamento al bivio di Beit ‘Einun (Hebron) e durante gli scontri nel corso di una operazione di ricerca-arresto a Beit Jala (Betlemme).

Il 13 gennaio, nei pressi della recinzione perimetrale di Gaza, vicino a Beit Lahia, le forze israeliane hanno colpito con armi da fuoco e ucciso un palestinese e ne hanno feriti altri tre; non sono ancora chiare le circostanze.

Ezio R. e Giovanni L.V. per “Associazione per la pace – gruppo di Rivoli”

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Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazioni, corredate da dati numerici e grafici statistici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati. Sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1

Sullo stesso sito sono reperibili mappe dettagliate della Striscia di Gaza e della Cisgiordania:
Striscia di Gaza:
http://www.ochaopt.org/documents/Gaza_A0_2014_18.pdf
Cisgiordania:
http://www.ochaopt.org/documents/Westbank_2014_Final.pdf

La scrivente “Associazione per la pace – gruppo territoriale di Rivoli”, stante l’imparzialità dell’Organo che li redige, utilizza i Rapporti per diffondere un’informazione affidabile sugli eventi che accadono in Palestina. Pertanto, traduce i Rapporti in italiano (escludendo i dati statistici ed i grafici) e li invia agli interessati. Tali Rapporti sono anche scaricabili dal sito Web dell’Associazione, alla pagina:
https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali




La domanda non è perché la violenza sta esplodendo a Hebron, ma perché adesso?

Lo scontro è inevitabile quando centinaia di coloni vivono in mezzo a centinaia di migliaia di palestinesi.

di Amira Hass

Haaretz

Il rompicapo che il servizio di sicurezza israeliano ha cercato di risolvere nelle scorse settimane, riguardo al motivo per cui il centro dell’escalation si è posizionato tra Gerusalemme e Hebron, non è complicato. Queste sono le due città in cui i coloni vivono nel cuore della popolazione palestinese. In entrambe, i coloni sono pesantemente protetti, il che significa che sistematicamente ci si imbatte in soldati, poliziotti, agenti di sicurezza israeliani armati, come anche lo sono gli stessi coloni. In altre città la vita può andare avanti quasi dimenticandosi delle colonie e delle postazioni militari che le circondano. A Gerusalemme e a Hebron questo è impossibile, la protezione di poche centinaia di coloni impedisce costantemente la vita di centinaia di migliaia di palestinesi.

Dal punto di vista palestinese, la vita prosegue all’ombra di violente provocazioni quotidiane e di infinite umiliazioni. Perciò la vera domanda è perché l’ondata di protesta popolare, comprese le aggressioni individuali all’arma bianca, è esplosa adesso e non prima. Non è ancora possibile sapere se gli attacchi con le armi di venerdì segnano una nuova fase e se i tentativi israeliani di repressione la fermeranno oppure incoraggeranno altri a prendere le armi.

Uno dei compiti dei servizi di sicurezza palestinesi nelle ultime settimane è stato quello di controllare che individui armati non si avvicinassero a punti di contatto con l’esercito israeliano, ma questa non è l’unica spiegazione al fatto che non siano state usate le armi. Finora, anche senza indicazioni dall’alto, la maggior parte dei palestinesi concorda che sia meglio non essere indotti all’uso delle armi, a causa dell’amara esperienza della seconda intifada e della paura della repressione israeliana. Le persone che hanno sparato e ferito tre israeliani sono evidentemente giunte alla conclusione che ora i palestinesi lo possono accettare e sono pronti ad affrontare una maggiore repressione.

Come previsto, nella notte tra venerdì e sabato l’esercito israeliano ha compiuto raids in diversi quartieri. Un sito web di informazioni, identificato come appartenente ad Hamas, ha riferito che nel quartiere di Abu Sneina i soldati hanno arrestato un uomo delle forze di sicurezza palestinesi. Era probabilmente da quel quartiere, parte del quale è sotto il controllo della sicurezza israeliana, che sono stati colpiti i due giovani israeliani vicino alla Tomba dei Patriarchi.

Secondo fonti palestinesi, venerdì notte e sabato mattina[i coloni] israeliani hanno attaccato parecchie case palestinesi nei quartieri di Tel Rumeida e Jaber, attraverso i quali passa la strada che collega la città vecchia di Hebron a Kiryat Arba. Hanno tentato di entrare nelle case ed hanno tirato pietre almeno contro una di esse, mentre i soldati israeliani si trovavano lì vicino. Domenica l’esercito israeliano ha occupato almeno tre case nella città vecchia di Hebron, ha radunato gli abitanti di ognuna di esse in una stanza ed ha comunicato che le case erano diventate postazioni militari per 24 ore.

La settimana scorsa sono state bloccate le strade di accesso diretto che collegano Hebron ai villaggi e alle città vicine. Nella città vecchia di Hebron, chiunque non sia residente in Shuhada Street o Tel Rumeida non può entrare in questi quartieri. Il checkpoint all’entrata della moschea di Al-Ibrahimi (Tomba dei Patriarchi) è stato chiuso. Venerdì pomeriggio ai musulmani è stato impedito di entrare nel loro luogo sacro.

L’esercito israeliano ed il servizio di sicurezza Shin Bet hanno effettuato incursioni in ogni casa in cui un membro della famiglia è stato recentemente ucciso dai soldati o dalla polizia. In alcune delle case, i soldati hanno controllato ogni stanza ed esaminato i materiali di costruzione. I residenti hanno dichiarato a Haaretz che il personale dello Shin Bet ha comunicato loro l’intenzione di far esplodere le case. Non si trattava di casi in cui un militare o un civile israeliano era stato ucciso, ma di aggressioni all’arma bianca che avevano causato una lieve ferita, o addirittura nessuna.

Le famiglie sostengono di essere certe che se i soldati avessero voluto, avrebbero potuto ferire o arrestare i loro parenti. Dopo l’uccisione, che le famiglie ritengono intenzionale, la seconda più grave punizione è la sottrazione del corpo. Per le famiglie e per i loro congiunti, il pensiero che i loro cari giacciano in un obitorio e non abbiano ricevuto una degna sepoltura incrementa il livello di odio ed avversione nei confronti di Israele e degli israeliani.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto ONU OCHAoPt:15 – 28 settembre 2015 (due settimane).

Le forze israeliane, nelle due settimane di riferimento, hanno ucciso due palestinesi. Il 22 settembre, al checkpoint di Ash  Shuhada Street di Hebron, una studentessa diciottenne è stata colpita da più proiettili di arma da fuoco. Per le ferite riportate la studentessa è morta il giorno stesso in un ospedale israeliano. Secondo le autorità israeliane, la donna aveva tentato di accoltellare un soldato. Tale versione è stata contestata da Amnesty International che ha citato l’evidenza di una “esecuzione extragiudiziale”. Il 24 settembre un venticinquenne palestinese è morto per le ferite di arma da fuoco riportate il 18 settembre durante scontri tra forze israeliane e palestinesi al checkpoint di Beit Furik (Nablus). Secondo i media, le autorità israeliane affermano di aver sparato in risposta al lancio di bottiglie incendiarie contro un veicolo israeliano; fatto che testimoni oculari palestinesi negano.

Sempre il 22 settembre, nel villaggio Khursa (Hebron), un 21enne palestinese è stato ucciso dalla deflagrazione di un ordigno esplosivo che tentava di gettare contro un veicolo delle forze israeliane.

Durante il periodo di riferimento, 51 palestinesi, tra cui due minori, e cinque poliziotti israeliani, sono rimasti feriti durante scontri in Haram al Sharif-Monte del Tempio. Secondo il direttore della Moschea di Al Aqsa, l’interno della moschea ha subito danni. Gli scontri hanno avuto luogo nelle settimane in cui, in coincidenza con le festività ebraiche, erano aumentati gli ingressi di coloni e di altri gruppi israeliani nel Complesso mentre, viceversa, all’ingresso dei palestinesi venivano imposte varie restrizioni, attenuate solo durante i quattro giorni della festa musulmana di Eid. In collegamento a quanto sopra, diffuse proteste palestinesi e scontri hanno avuto luogo in altre zone dei Territori occupati, compresa la Striscia di Gaza, provocando il ferimento di 128 palestinesi, tra cui 43 minori, così come di 14 membri delle forze israeliane (tutti in Cisgiordania), nonché danni a circa 100 ulivi, investiti dal fuoco conseguente al lancio di lacrimogeni contro i manifestanti in Tuqu’ (Betlemme).

In Cisgiordania le forze israeliane hanno ferito altri 106 palestinesi (tra cui 37 minori) e due volontari internazionali: 13 palestinesi durante operazioni di ricerca-arresto in Hebron City, Beit Ummar (Hebron), Tuqu’ (Betlemme), Deir al Hatab (Nablus), nel Campo profughi di Jenin (Jenin) e nella città di Nablus; 86 palestinesi ed un volontario internazionale durante le manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya) ed a Bil’in (Ramallah); un minore palestinese ed un volontario internazionale durante il funerale di un palestinese ucciso dalle forze israeliane a Beit Furik; tre palestinesi ad un checkpoint nella zona H2 di Hebron e tre feriti durante altri scontri.

Membri di gruppi armati palestinesi hanno lanciato diversi razzi verso il sud di Israele. Il 18 settembre un razzo è caduto a Sderot, causando danni alla proprietà; il 21 settembre un altro razzo è caduto nella zona di Hof Ashkelon senza provocare feriti o danni. Un altro razzo lanciato da Gaza è stato intercettato da Israele, senza danni. Il 19 settembre, forze aeree israeliane hanno lanciato almeno due missili contro una torre di telecomunicazioni ad est di Jabalia – utilizzata, a quanto riferito, da un gruppo armato – e contro una torre-acqua ad est di Beit Hanoun. Entrambe le strutture e un certo numero di case vicine hanno subito danni, mentre due residenti civili palestinesi sono stati feriti.

L’8 settembre, in Gaza City, un 17enne è stato ferito dalla esplosione di un residuato bellico. UNMAS [United Nations Mine Action Service] stima che ci siano oltre 5.000 ordigni inesplosi a Gaza, residuati delle ostilità del 2014. Dal cessate il fuoco dell’agosto 2014, almeno undici persone sono state uccise da ordigni inesplosi e 110 ferite.

Le forze israeliane hanno effettuato 128 operazioni di ricerca-arresto in Cisgiordania, per la maggior parte (44) nel Governatorato di Gerusalemme. Similmente, dei 248 palestinesi arrestati in tutta la Cisgiordania, 154 sono stati arrestati nella sola Gerusalemme; tra essi circa 40 minori.
A Gaza, il 15 settembre, le forze israeliane hanno ferito un membro delle forze di sicurezza di Gaza mentre cercava di impedire ad un palestinese di valicare la recinzione perimetrale per entrare in Israele senza autorizzazione. Secondo quanto riferito, nel periodo considerato da questo Rapporto, 13 palestinesi hanno tentato di attraversare la recinzione per entrare in Israele senza autorizzazione; quattro di essi sono stati arrestati dalle forze israeliane. In due occasioni le forze israeliane sono entrate all’interno della Striscia di Gaza e hanno spianato il terreno ed eseguito scavi nei pressi della recinzione.

Sono stati segnalati tre attacchi di coloni israeliani contro palestinesi, con lesioni o danni alle proprietà: l’aggressione fisica contro un palestinese che, per errore, era entrato all’interno dell’insediamento di Shave Shomron; un incendio doloso, a sud di Hebron, che ha causato danni a circa 550 alberi e che, secondo quanto riferito, è stato appiccato da coloni dell’insediamento di Haggay; il danneggiamento di una cisterna per acqua ad Al Khader (Hebron), da attribuire, secondo quanto riferito, a coloni dell’insediamento di El’azar. Inoltre (non incluso nel conteggio), nella zona H2 di Hebron, un bambino di sette anni è stato investito da un guidatore fuggito senza prestar soccorso.

Sempre nel periodo cui si riferisce questo Rapporto, sono stati registrati 14 attacchi di palestinesi, con lesioni a coloni israeliani o danni alle loro proprietà: la media settimanale più alta (7) dal febbraio 2015. Si è trattato di lanci di pietre contro veicoli israeliani nei Governatorati di Hebron, Betlemme, Gerusalemme e Ramallah. In un caso sono state lanciate bottiglie incendiarie contro case nella colonia di Nof Zion a Gerusalemme Est, causando lesioni a cinque coloni e ad un membro delle forze israeliane.
La fornitura di combustibile a Gaza – compreso quello per la Centrale elettrica – è stata interrotta a causa della chiusura dei valichi durante le festività ebraiche, ma anche per la mancanza di un coordinamento efficace tra le autorità palestinesi, con la conseguente carenza di combustibile sul mercato locale ed interruzioni di energia elettrica in tutta la Striscia fino a 20 ore al giorno. Verso la fine del periodo di riferimento [15-28 settembre] è ripresa la fornitura di carburante per la Centrale elettrica e le interruzioni di corrente si sono ridotte a 12-16 ore al giorno. Durante il periodo considerato dal precedente Rapporto [8-14 settembre], le interruzioni di corrente erano aumentate dalle 12-16 ore/giorno a più di 20 ore/giorno, a causa della generale mancanza di carburante ed a problemi sulle linee elettriche egiziane, problemi in seguito risolti. Le interruzioni di corrente hanno gravemente perturbato la fornitura dei servizi di base, tra cui quelli sanitari e quelli riguardanti l’acqua.

In Cisgiordania, nel periodo in esame, le forze israeliane hanno intensificato le restrizioni di accesso: tra esse la chiusura, dal 20 settembre, dell’ingresso nord della città di Ar Ram con blocchi stradali; la chiusura, per diversi giorni, delle strade agricole a sud e ad ovest del villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya); la chiusura degli ingressi ai quartieri Al Isawiya e Sur Bahir (Gerusalemme Est) e Deir Nidham (Ramallah).

Per mancanza dei permessi edilizi rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito cinque strutture nel Governatorato di Gerusalemme. Tra queste, tre strutture commerciali nel villaggio di Hizma, una struttura per animali in Al Isawiya ed una casa in costruzione nella zona di Silwan. Le autorità israeliane hanno emesso ordini di sgombero contro 600 m2 di terreno ad est di Qusra (Nablus), sostenendo che è “terra di stato”, e contro più di 2 ettari di terra nel villaggio Qarawat Bani Hassan (Salfit), sulla base del fatto che si tratta di una “riserva naturale”; in quest’ultimo caso, i proprietari sono tenuti a sradicare gli alberi ivi piantati quattro anni fa. Inoltre, nel Governatorato di Tubas, le autorità israeliane hanno confiscato, per motivi non chiariti, un trattore in Ein al Hilwa ed un serbatoio per acqua in Humsa Al Bqai’a.
Il valico di Rafah è stato eccezionalmente aperto il 17 settembre per oltre 500 pellegrini palestinesi diretti a La Mecca (Arabia Saudita). Il valico è stato continuamente chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014, ad eccezione di 33 giorni di aperture parziali.

Ezio R. e Giovanni L.V. per

“Associazione per la pace – gruppo di Rivoli”

* note

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazioni, corredate da dati numerici e grafici statistici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati. Sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1

Sullo stesso sito sono reperibili mappe dettagliate della Striscia di Gaza e della Cisgiordania:
Striscia di Gaza:
http://www.ochaopt.org/documents/Gaza_A0_2014_18.pdf
Cisgiordania:
http://www.ochaopt.org/documents/Westbank_2014_Final.pdf

La scrivente “Associazione per la pace – gruppo territoriale di Rivoli”, stante l’imparzialità dell’Organo che li redige, utilizza i Rapporti per diffondere un’informazione affidabile sugli eventi che accadono in Palestina. Pertanto, traduce i Rapporti in italiano (escludendo i dati statistici ed i grafici) e li invia agli interessati. Tali Rapporti sono anche scaricabili dal sito Web dell’Associazione, alla pagina:
https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali