‘Non potevo respirare’: un weekend di violenze dei coloni a Hebron

Oren Ziv

22 novembre 2022 – +972 Magazine

Gli abitanti palestinesi della città occupata, da tempo abituati alle aggressioni dei coloni, descrivono un massiccio attacco da parte di religiosi israeliani affiancati dalle forze di sicurezza.

Lo scorso weekend circa 30.000 ebrei israeliani sono calati sulla città di Hebron nella Cisgiordania occupata per onorare le parole della Torah dal Libro della Genesi in cui Abramo acquista un appezzamento di terreno a Hebron dove seppellire sua moglie Sarah. Ogni anno il “Sabato della Vita di Sarah” viene celebrato da una marcia attraverso la città occupata, spesso accompagnata da atti di violenza contro gli abitanti palestinesi. Il corteo di quest’anno non è stato diverso: infatti gli abitanti del luogo lo hanno descritto come la peggior violenza che la manifestazione abbia comportato in circa due decenni.

Gli attacchi sono iniziati venerdì notte, quando decine di israeliani hanno attaccato per due volte la casa di un abitante palestinese, rompendo le finestre e danneggiando la sua auto. Secondo testimoni oculari soldati e polizia sono arrivati sul posto, ma non hanno eseguito alcun arresto. Poi, sabato, decine di migliaia di israeliani hanno marciato attraverso il mercato, attaccando negozi e abitanti palestinesi, accompagnati da soldati che non hanno fatto niente per impedire le violenze. Intanto gran parte del centro città, dove i movimenti dei palestinesi sono già fortemente limitati, è stato ulteriormente sbarrato ai palestinesi.

Il giorno seguente la zona intorno alla Tomba dei Patriarchi/Moschea di Ibrahim era tranquilla, ma ancora gremita da visitatori ebrei che dovevano ancora ritornare a casa. Gli operai hanno smontato pedane, tende e montagne di rifiuti, che erano la prova delle decine di migliaia di partecipanti. Sulla strada da Kiryat Arba alla Tomba dei Patriarchi/Moschea di Ibrahim comparivano ogni pochi metri striscioni con le parole “Hebron, sempre e per sempre”, mentre i soldati pattugliavano l’area.

Nel quartiere di Tel Rumeida, che si trova vicino alla colonia ebraica nella città e sopra la via Shuhada, gli abitanti hanno cercato di valutare l’ampiezza dei danni provocati dai coloni e di aggiornare i propri vicini sulle persone ferite e arrestate. La gran parte dell’attenzione dei media era rivolta alla zona intorno al quartiere di Bab al-Zawiya, dove coloni accompagnati dalle forze militari sono entrati nell’area sotto controllo palestinese ed hanno aggredito venditori e vandalizzato negozi. Ma centinaia di persone hanno condotto anche attacchi a Tel Rumeida, ferendo diversi palestinesi, inclusa una ragazza di 17 anni colpita in faccia da una pietra.

Dieci abitanti del quartiere hanno detto che gli attacchi sono iniziati intorno alle 15,30 e che vi hanno preso parte centinaia di persone. Secondo questi testimoni i soldati israeliani, oltre a non impedire gli attacchi, in alcuni casi hanno addirittura aggredito i palestinesi venuti a difendere le proprie case o a chiedere aiuto.

La casa di Imad Abu Shamsiyyeh, che nel 2015 aveva filmato il soldato Elor Azaria mentre colpiva a morte un aggressore palestinese ferito e disarmato, si trova su un’altura che sovrasta un posto di blocco della polizia. Sabato pomeriggio centinaia di coloni hanno circondato la sua casa tirando pietre. Alcuni si sono arrampicati sul tetto e hanno lanciato oggetti nel cortile.

Qui ci sono stati molti attacchi, ma come numero e come livello di violenza non ho mai visto niente di simile”, ha detto più volte Abu Shamsiyyeh, in piedi accanto alla rete che protegge il suo cortile, ancora ricoperto da pietre e bottiglie in seguito all’attacco. Secondo lui l’escalation è collegata al governo che si formerà dopo le elezioni dell’inizio del mese. “Ben Gvir è la colonna di questo nuovo governo e vive nel centro di Hebron. Ieri ha marciato con loro fino alla tomba (del giudice biblico Othniel ben Kenaz, che si trova sul lato controllato dai palestinesi).”

Secondo Abu Shamsiyyeh la maggior parte dei partecipanti è arrivata da fuori città, ma i coloni del luogo li hanno indirizzati verso la zona vicina alla sua casa. “C’erano dei coloni ben noti qui, che hanno detto loro ‘questa è la casa di Imad Abu Shamsiyyeh, che ha fotografato Elor Azaria.’ E’ durato 40 minuti. Gridavano ‘Morte agli arabi’ e ‘Am Yisrael Chai’ (lunga vita alla nazione ebrea). C’erano quattro soldati qui e non hanno fatto niente.”

Non lontano dalla casa di Abu Shamsiyyeh c’è quella di Basem Abu Aysheh, di 60 anni, che i soldati hanno picchiato durante l’attacco, ferendolo a una gamba. Come racconta, “Sono arrivati qui, alcuni chiaramente ubriachi, hanno fatto danni e l’esercito li ha aiutati mentre ci attaccavano. Il quartiere è chiuso dai posti di blocco, come una prigione. In altri posti la gente scappa quando c’è un attacco, ma qui non avevamo dove andare. Il posto di blocco era chiuso. Sono calati su di noi e noi eravamo bloccati nelle nostre case.”

Secondo Abu Aysheh, dato che gli abitanti sapevano in anticipo che decine di migliaia di persone sarebbero arrivate nella zona, “nessun bambino e nessun adulto ha lasciato la propria casa. Siamo rimasti in casa per difenderli.” Ha anche spiegato che, anche se sono abituati agli attacchi, che a volte l’esercito interviene ad impedire e a volte no, questa volta è stato diverso.

Ci siamo stupiti che l’esercito li aiutasse a lanciare granate assordanti e gas asfissiante mentre eravamo in casa e non facevamo nulla. Ci sono stati molti feriti nella nostra famiglia, almeno dieci dei nostri figli sono stati feriti dal fuoco dei soldati e dalla violenza dei coloni. Non c’è rispetto per adulti come me. Gli ho chiesto aiuto, ma loro hanno attaccato. I soldati mi hanno picchiato con i fucili fuori da casa. Gli stessi soldati con cui parliamo tutti i giorni sono quelli che ci picchiano”, ha detto.

Le finestre in casa di Abu Aysheh, come quelle di molte case nel quartiere, sono protette da doppie sbarre per impedire danni dai lanci di pietre. “Se non fossero sbarrate tutto sarebbe rotto”, ha detto, indicando i sassi rimasti dentro casa. “Hanno raccolto delle pietre vicino al cimitero e ce le hanno tirate. Amici ebrei che hanno visto al notiziario ciò che è successo hanno telefonato dicendo che provavano vergogna.”

Mentre parlavamo, il figlio di Abu Aysheh, che ieri è stato arrestato dai soldati, ha detto di essere stato picchiato in una caserma dell’esercito. Ci sono lividi evidenti sul suo viso e sulle braccia. E’ stato rilasciato nella notte, senza essere interrogato.

Anche Youssef Al-Azza, un altro abitante, è stato aggredito sabato. Il 26enne stava tornando a casa dal lavoro verso le 15,30, quando ha sentito dire che i coloni avevano preso di mira la sua casa, che è proprio vicino ad un posto di blocco, e ferito sua sorella.

Io ero il più vicino a loro tra i membri della mia famiglia, perciò sono corso a casa. Mia sorella è stata ferita al viso da una pietra. Ho chiamato i soldati. Sono arrivati e poi se ne sono andati.” Poi, continua Al-Azza, è iniziato un altro attacco. “Sono andato in cortile a vedere che cosa stava succedendo. C’erano circa 50 coloni. Mi hanno dato pugni sul collo, sulle spalle e sulla schiena, hanno inveito contro di me, mia madre, mio padre, mia sorella e il nostro profeta. Non voglio ripetere quelle parole. Mi girava la testa. Avevo paura che entrassero in casa e nei dintorni non c’era nessuno a cui potessi chiedere aiuto”, ricorda Al-Azza stando nel suo cortile, ancora ingombro di pietre e bottiglie di birra.

Dopo l’attacco è corso sulla via principale, gridando e pregando i soldati di venire in aiuto alla sua famiglia – una situazione ripresa da un video e diffusa sui social media. “Sono corso a chiedere aiuto perché i coloni non entrassero nella mia casa”, dice. “Sono arrivato alla strada. Ho visto i soldati picchiare due miei amici. Uno era a terra e il soldato teneva un ginocchio sul suo collo. Non sapevo che cosa fare. Non riuscivo a respirare e sono caduto a terra”. Di là Al-Azza è andato in una clinica vicina ed è stato dimesso nella notte.

C’erano soldati, anche ufficiali, ma nessuno ci ha aiutati a difenderci”, continua Al-Azza. “Sono un cittadino palestinese. Non ho voce, non ho un’arma, non ho forze di sicurezza o soldati che mi difendano. Non ho mai visto niente del genere. Ci sono centinaia di soldati, dove erano ieri? Hanno attaccato qui decine di volte. Sono cresciuto qui, ma mai nella mia vita è successa una cosa simile. Se un palestinese avesse fatto qualcosa di questo tipo, in un minuto sarebbe arrivato qui l’intero esercito.”

So come comportarmi con i palestinesi, ma con gli israeliani ho delle esitazioni’.

Stranamente l’esercito ha confermato in una dichiarazione ufficiale che gli eventi di sabato sono iniziati dopo che cittadini israeliani hanno lanciato pietre. Il portavoce della comunità ebraica di Hebron ha sostenuto che si trattava di “gravi incidenti immotivati” che sono avvenuti “a margine dell’evento” e che “devono essere considerati in termini legali”. Il portavoce di Hebron ha anche criticato il portavoce dell’esercito per aver “enfatizzato un increscioso e marginale incidente e averne fatto l’unico argomento della sua dichiarazione”, descrivendo questo come “un approccio ostile e non professionale con cui bisogna immediatamente fare i conti.”

Un soldato che era presente a Hebron sabato ha detto a +972, riguardo alla preparazione dell’esercito per gli eventi: “Tutta la settimana è stata pazzesca: pattugliamenti, turni di guardia continui, arresti, tutto per garantire che il weekend trascorresse pacificamente. Abbiamo a malapena dormito”.

Sabato quel soldato era di stanza su una delle strade dove i coloni passavano accanto alle case palestinesi. “Nel pomeriggio diverse centinaia di adolescenti, ma anche alcuni di più di 20 anni, hanno cominciato a lanciare pietre dall’alto sulle case degli arabi. Alla fine siamo riusciti a riprendere il controllo degli eventi, insieme alla polizia. Ci sono volute due ore. Ogni tanto tiravano altre pietre e non siamo riusciti a prenderli. Ci hanno chiamati (nazisti) tedeschi e ci hanno insultati. C’è anche stata qualche violenza fisica, ci hanno dato spintoni.”

Secondo il soldato non vi era una reale preparazione per affrontare coloni scatenati. “Siamo stati avvertiti in anticipo che sarebbe potuto accadere, ma ci hanno messo sotto pressione, lavorando 24 ore al giorno per 7 giorni. Non c’erano istruzioni a riguardo. I coloni sapevano che potevano fare quel che volevano. Io personalmente esitavo ad ammanettarli o tirargli contro una granata stordente, mezzo legittimo [di controllo della folla]. Come prassi, non si usa la mano pesante contro i coloni. Non ho visto nessuno essere arrestato. C’erano 30.000 persone qui, centinaia hanno preso parte alle violenze. E’ solo una piccola percentuale, ma sono riusciti a fare un vero casino.”

Non ci sono ordini chiari”, continua il soldato. “So come affrontare i palestinesi, ma con gli israeliani ho delle esitazioni. [Sabato] non ho potuto scegliere. Avevo un equipaggiamento pesante e i coloni tiravano pietre e poi scappavano via. Se avessimo avuto maggiori forze, spero che li avrei arrestati, ma è difficile dirlo.”

A Beit Hadassah, vicino a via Shuhada, uno di quelli arrivati da fuori città domenica mattina ha detto che durante il weekend non aveva sentito niente né visto alcun attacco. “E’ stato uno Shabbat (sabato, festa ebraica, ndtr.) bello e tranquillo. Non ho visto problemi con i soldati e gli arabi. Sabato sera ho sentito che ci sono stati attacchi. La tomba è fuori dalla colonia; questo in realtà non è un’indicazione di ciò che è accaduto sabato. C’era chi pregava, vi era una bellissima atmosfera.” Un altro residente ha detto che è impossibile controllare “ogni ubriaco” e impedirgli di unirsi alla marcia.

Il portavoce dell’esercito ha detto in risposta: “Dopo aver lasciato la tomba di Othniel ben Kenaz, sono scoppiati violenti scontri tra israeliani e palestinesi. Le forze di sicurezza hanno faticato a separare le parti. In seguito ai violenti eventi sono stati arrestati diversi cittadini israeliani e del loro caso si sta occupando la polizia israeliana. Non si è a conoscenza di denunce di violenze di soldati contro palestinesi. Qualora venissero inoltrate denunce, saranno esaminate come sempre.”

Oren Ziv è un fotogiornalista corrispondente di Local Call e membro fondatore del collettivo di fotografia Activestills.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La sovranità illegale sulla terra palestinese

Mella Jongebloed

27 agosto 2022 – Mondoweiss

La violenza dei coloni a Hebron svela il vero volto coloniale del progetto sionista, e il mondo non può continuare a guardare mentre esso va avanti.

Passa un gruppo di undici giovani coloni, di età compresa tra i quindici e i diciotto anni. Li accompagnano due soldati a piedi e li affianca un veicolo militare. Lungo il ciglio della strada ci sono degli avamposti dove i soldati tengono sempre le armi pronte. I coloni ci dicono in ebraico qualcosa che non capiamo, i loro volti mostrano un’arroganza che non si addice alla loro età. Lungo la strada, a pochi metri, vediamo uno di loro sputare addosso a un palestinese che siede sulle scale davanti a casa sua. Nel passargli davanti pensiamo che quell’uomo sia muto. Borbotta parole incomprensibili, indica con le braccia i coloni, apparentemente sconvolto ma incapace di dire cosa sia successo.

È il giugno del 2022. Ho preso una pausa dai miei studi e sto trascorrendo tre mesi a Hebron, dall’inizio di maggio all’inizio di agosto. Sono solidale con la causa palestinese da quando ho appreso dell’occupazione nell’ambito dei miei studi sul Medio Oriente. Ma per diventare credibile nella difesa di questa causa ho voluto vivere la situazione in prima persona.

E l’ho sperimentata.

Dai piccoli gesti di violenza, come sputare addosso a un palestinese, danneggiare le finestre delle case palestinesi e far chiudere i battenti agli esercizi commerciali, fino a quasi uccidere un uomo disarmato nella sua terra, la vita a Hebron è piena di violenza da parte dei coloni. Fino ad oggi in Cisgiordania, sebbene la presenza di coloni sia illegale, i progetti di colonizzazione sono cresciuti e si sono intensificati. A Hebron circa 800 coloni ebrei vivono nel cuore della Città Vecchia. Al di fuori della città vecchia, negli insediamenti chiamati Kiryat Arba e Giv’at Ha-Avot, risiedono altri 8.000 coloni.

I palestinesi sono impotenti contro i coloni che, contrariamente a loro, possono portare i mitra a tracolla e sono costantemente scortati da un numero sproporzionato di soldati. I coloni agiscono come i sovrani illegali del territorio palestinese, rendendo la vita dei palestinesi insopportabile anche nella piccola porzione di Palestina su cui sono stati lasciati sopravvivere. Dato che Israele cerca di impedire ai turisti di recarsi in Cisgiordania intimidendoli è mio dovere testimoniare ciò che ho visto.

Nuovi vicini

Il 28 luglio dei coloni hanno occupato una casa palestinese all’inizio di via Shuhada. Questa strada era il principale centro di vita di Hebron, fino a quando non fu in gran parte chiusa ai palestinesi dopo il massacro del 1994 nella moschea di Ibrahimi, quando Baruch Goldstein, un medico estremista sionista, uccise 29 palestinesi in preghiera. La sua tomba è ancora visitata e venerata dai coloni.

La casa occupata dai coloni è una delle più belle della strada. Le pietre gialle sembrano aver preso il colore dal sole e dalla casa si può vedere la Moschea Ibrahimi e il resto della Città Vecchia.

Il primo giorno centinaia di coloni sono saliti lungo le scale di metallo appena installate che conducono alla casa di proprietà palestinese. Vengono costantemente sorvegliati da una ventina o una trentina di soldati, posizionati sul tetto, sui balconi e intorno alla casa. Quando sul tetto un gruppo di giovanissimi coloni tira fuori la prima bandiera israeliana, i vicini palestinesi osservano intimiditi.

Già accerchiati da 21 posti di blocco militari da ogni lato, con telecamere montate su ogni muro e con a fianco una casa di proprietà di coloni, crescerà la presenza di coloni e soldati violenti e, insieme, le violazioni dei diritti umani che sono parte integrante della vita quotidiana. Un palestinese che abita di fronte alla casa dice che ha già difficoltà a dormire. I coloni spesso bevono molto e maltrattano i vicini palestinesi. Ci lanciano pietre e ci maledicono, dice.

Souvenir in frantumi

Um Mahmoud, che vive con il marito e i figli accanto ai coloni, subisce tali molestie almeno ogni settimana. Solo due giorni fa alle 22:00 i coloni hanno lanciato pietre e bottiglie di birra contro la loro casa.

Durante le feste ebraiche i soprusi sono più gravi che mai. “L’anno scorso hanno lanciato uova, verdure marce e frutta, e hanno mandato in pezzi un sacco di cose”, spiega. “L’albero di limoni, le piante, le finestre, tutto è stato danneggiato e hanno lanciato pietre contro la nostra auto di famiglia”.

“I soldati, quando arrivano, spesso non fanno nulla o arrestano uno di noi”, spiega Um Mahmoud. Suo figlio Said, di 18 anni, è rimasto in prigione un mese e mezzo, e suo figlio Wadia, di 17 anni, una settimana. “Riesci a immaginare quali effetti hanno queste cose su un adolescente?” Sospira.

Nelle vecchie strade di Hebron la violenza dei coloni aleggia sopra la vostra testa. Sassi, sedie rotte, bottiglie vuote e quant’altro sono sparsi sulle reti tese sopra le strade a protezione degli abitanti. Un negoziante mi dice che i coloni gettano continuamente acqua sporca dalle loro finestre danneggiando i prodotti dei commercianti. Uno di loro, Bader Tamimi, ha un negozio proprio di fronte a un insediamento coloniale ebraico. I soldati controllano da una torre di guardia il suo negozio che viene regolarmente attaccato dai coloni. Il 9 agosto hanno iniziato a lanciare pietre contro il negozio, i commercianti e i clienti.

Il lancio di pietre era più intenso del solito. Siamo andati a cercare i soldati perché li fermassero, ma dopo essere usciti dalla loro postazione hanno iniziato a spararci addosso lacrimogeni e granate stordenti”.

Tour dei coloni

Questa non era la prima volta. Durante i settimanali “tour dei coloni” gruppi nutriti di coloni scortati da soldati visitavano la città vecchia di Hebron e il più delle volte molestavano i palestinesi lungo strada. Il negozio di Bader è stato spesso preso di mira a sassate. Mi mostra i lacrimogeni scagliati contro il suo negozio.

“Sia i coloni che i soldati vogliono renderci impossibile lavorare qui, o anche solo condurre le nostre vite”, dice.

Incastrati tra i coloni

La famiglia al-Ja’bari abita esattamente tra gli insediamenti coloniali di Kiryat Arba da una parte e Giv’at Ha-Avot dall’altra. Un sentiero che collega gli insediamenti attraversa proprio il loro terreno. Nel 2006 i coloni hanno posizionato sulla terra di al-Ja’bari una grande tenda con la funzione di sinagoga. Nonostante una sentenza del tribunale israeliano del 2015 secondo cui la tenda avrebbe dovuto essere rimossa, l’esercito ha permesso ai coloni di continuare a usarla. Ogni sabato accorrono a decine, mentre nelle festività ebraiche il numero sale a centinaia. Le Nazioni Unite hanno documentato molteplici attacchi alla famiglia da parte dei coloni: dagli spari al lancio di pietre, all’irruzione dentro casa, fino al vandalismo. I coloni hanno anche rubato bestiame e raccolti. Secondo la famiglia, a causa delle aggressioni da parte dei coloni ogni loro componente ha dovuto in una qualche circostanza essere ricoverato in ospedale. Ultimo il 64enne Abdul Karem al-Ja’bari.

Tubo di ferro

Nel corso di un tour politico da lui guidato l’attivista e difensore dei diritti umani Badia Dwaik ci ha informato di una aggressione avvenuta contro gli al-Ja’bari il giorno prima, il 17 giugno. Dwaik ha deciso di non portarci in quella zona di Hebron per motivi di sicurezza. Circa una settimana dopo sono andata con Badia a visitare Abdul Karem al-Ja’bari, chiamato anche Abu Anan. Aveva testa e braccio bendati. Più calmo di quanto ci si potesse aspettare, ci ha raccontato cosa era successo.

Ogni anno Abu Anan raccoglie le sue olive, e così stava facendo anche quest’anno. Alcuni soldati hanno attraversato il suo terreno, seguiti da un gruppo di coloni. Uno dei coloni camminava da solo. Secondo Abu Anan il suo aggressore era il figlio del direttore del consiglio dell’insediamento coloniale di Kiryat Arba e faceva parte di un gruppo di coloni che lo avevano minacciato una settimana prima. Erano andati via dopo che Abu Anan ha chiamato la polizia. Questa volta il colono si è fermato sul luogo in cui lui stava raccogliendo le sue olive. E’ rimasto lì per un po’ e sembrava studiare la situazione. Poi si è allontanato, continuando a camminare fino a raggiungere la propria casa nell’insediamento coloniale.

Inginocchiato e con gli occhi rivolti a terra, Abu Anan ha proseguito la raccolta e non ha notato il gruppo di coloni che si avvicinava alle sue spalle. Uno dei coloni lo ha colpito alla nuca. Il telefono di Abu Anan era caduto a terra, quindi ha raccolto il telefono, si è alzato e si è voltato, guardando negli occhi il suo aggressore. Questi indossava una maschera, ma i suoi vestiti erano riconoscibili; era lo stesso uomo. Il colono aveva nelle mani un tubo di ferro, la cui estremità era affilata come un coltello. Ha colpito Abu Hanan sulla testa. Al.Ja’bari a causa dell’adrenalina non sentiva ancora la profonda ferita nella sua testa. Si è accorto che dietro al colono ce n’erano all’incirca altri dodici con in mano dei bastoni.

Sangue e spray al peperoncino

L’aggressore di Abu Anan aveva nell’altra mano uno spray al peperoncino e ha iniziato a spruzzarglielo in faccia, ma Abu Anan è riuscito a farglielo cadere di mano con il telefono. Poi il colono lo ha colpito di nuovo in testa con maggiore violenza. Ha poi raccolto una pietra di circa cinque chili e l’ha lanciata contro Abu Anan, che ha alzato la mano per difendersi e si è ritrovato con un braccio rotto.

Nel frattempo gli occhi di Abu Anan iniziavano a bruciare. Erano stati raggiunti dallo spray al peperoncino e il sangue che usciva della ferita alla testa fluiva fino agli occhi. Mentre Abu Anan cercava di scappare il colono lo ha colpito alla testa un’ultima volta, per poi scappare con un gruppo di altri coloni che avevano assistito alla scena nei pressi dell’ingresso dell’insediamento coloniale. Con una mano fratturata e il sangue che sgorgava dalle tre profonde ferite alla testa, al-Ja’bari ha iniziato a correre in strada fino alle porte di Kiryat Arba. Ha gridato aiuto in ebraico ai soldati.

Abu Anan è morto”

I soldati israeliani hanno chiamato un’ambulanza, ma quando è arrivata l’ambulanza israeliana è comparso sul luogo uno dei più famigerati coloni di Kiryat Arba, Ofer Hanna. Secondo Abu Anan, questi ha impedito a chiunque, compreso il personale dell’ambulanza, di prestare aiuto. Ofer ha iniziato ad inventare una storia, dicendo che al-Ja’bari era stato aggredito perché era entrato nella tenda, situata sul suo terreno, che funge da sinagoga. Nel frattempo è arrivata un’altra ambulanza israeliana, oltre a otto soldati e alla guardia di sicurezza dell’insediamento. Dalle 9 alle 10 del mattino non è stato prestato ad al-Ja’bari nessun primo soccorso. Gli operatori dell’ambulanza erano evidentemente spaventati da Ofer e rimanevano semplicemente a guardare. Terrorizzata per suo marito, il cui sangue dall’estremità della mano scorreva giù per tutto il corpo, la moglie di al-Ja’bari ha chiamato la Mezzaluna Rossa Palestinese. Alla fine è arrivata un’ambulanza palestinese e ha trasportato al-Ja’bari in ospedale.

Nel frattempo, sotto gli occhi dei figli di al-Ja’bari, i coloni avevano tirato fuori un grande altoparlante davanti alla stazione di polizia dell’insediamento, situato a una cinquantina di metri dalla casa di al-Ja’bari. Cantavano “Abu Anan è morto”.

Impunità dei coloni

I medici hanno detto ad al-Ja’bari che non potevano credere che fosse ancora vivo. Sono stati necessari trenta punti di sutura alla testa. Il suo braccio è stato interamente ingessato. I medici gli hanno prescritto cinquanta giorni di riposo.

Ma non è morto. Quando la notizia ha raggiunto i coloni un gruppo di una ventina di persone ha iniziato ad attaccare la casa di al-Ja’bari, come si può vedere dalle riprese delle telecamere di sicurezza dell’abitazione. Le pietre sono finite sul tetto e hanno colpito il muro. Un colono ha cercato di distruggere l’auto di uno dei figli di Abu Anan. Quando la moglie di Abu Anan, Samira al-Ja’bari, ha chiamato la polizia, i coloni sono scappati.

Domenica l’amministrazione civile israeliana ha chiamato al-Ja’bari e gli ha proposto di sporgere denuncia alla stazione di polizia. Il governatore militare ha detto che i responsabili dovevano essere puniti. La polizia israeliana ha radunato in una stanza i coloni presumibilmente coinvolti, in quanto tutti inquadrati dalle telecamere posizionate dagli israeliani a ogni angolo di strada. Al-Ja’bari ha indicato con precisione chi aveva fatto cosa. Tra i presenti c’erano tre figli di Itamar Ben-Gvir, avvocato e membro della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.]. L’ufficiale di polizia ha detto ad Abu Hanan: sono sicuro che stai dicendo la verità. Questi coloni dovrebbero andare in prigione. Il giorno successivo, dopo aver trascorso una notte in carcere, tutti i coloni sono stati rilasciati senza accusa.

Restare a guardare

Oltre il 90% dei casi di violenza dei coloni rimane impunito, come riporta l’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din. Che stiano lanciando pietre contro negozi e case palestinesi, sputando e imprecando contro i palestinesi, prendendo illegalmente il controllo di case di proprietà palestinese o tentando di uccidere un anziano palestinese, i coloni sono protetti dai soldati e raramente puniti per i loro crimini. Con questo i soldati israeliani a Hebron stanno inviando un messaggio al mondo intero: noi stiamo a guardare mentre i padroni illegali della Cisgiordania fanno quello che vogliono.

Gli stranieri tendono a confortarsi al pensiero che questi coloni debbano essere i più estremisti, e non tutti gli israeliani siano come loro. Ma il numero crescente di israeliani che si trasferiscono in insediamenti illegali in Cisgiordania e i ricchi benefici che ricevono dal loro governo suggeriscono che questi coloni non appartengano al versante più estremista dello spettro [politico] israeliano, ma facciano piuttosto parte della famigerata prima linea del piano con cui Israele intende estendere il suo progetto coloniale.

Una sporca impresa coloniale

Naturalmente la colonizzazione della Cisgiordania è un’estensione della precedente occupazione delle terre colonizzate nel 1948, ora conosciuta come “Israele propriamente detto” e ampiamente accettata come status quo. Ma chi ricorda ancora gli oltre 400 villaggi e città palestinesi che vi furono cancellati, e chi ricorda ancora i 750.000 palestinesi che furono cacciati dalle loro case durante la Nakba del 1948? Vedere la situazione in Cisgiordania chiarisce come il 78% della Palestina storica, rappresentato dai territori colonizzati nel 1948, non sia mai stato abbastanza.

Tutti coloro che ancora sostengono la soluzione dei due Stati chiudono un occhio sul fatto che Israele non ha mai mostrato alcun rispetto per la sovranità dei palestinesi. Come dimostrano la violenza dei coloni e l’accanita protezione nei loro confronti da parte dei soldati, la pulizia etnica dei palestinesi continua ogni giorno e l’obiettivo finale del progetto sionista è cacciarli tutti dalla Palestina storica, anche da quel poco di terra che resta loro.

Non sorprende che Israele cerchi di impedire ai turisti di andare in Cisgiordania; qui il marciume e l’abiezione del progetto sionista sono messi a nudo, sotto gli occhi di tutti gli spettatori. L’ho visto e continuerò a raccontare queste storie finché il mondo non somiglierà più ai soldati che stanno a guardare.

Mella Jongebloed

Mella Jongebloed è una giornalista e blogger, studiosa di Studi Medio Orientali e Filosofia.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I bulldozer dei coloni abbattono negozi palestinesi nella Città Vecchia di Hebron

Basil Adra e Yuval Abraham 

1 agosto 2022, +972Magazine

Per vent’anni i coloni hanno saccheggiato e bruciato negozi palestinesi chiusi dall’esercito israeliano. Ora li stanno abbattendo per espandere una colonia.

Tareq al-Kiyal aveva una volta un negozio nella Città Vecchia di Hebron. Per più di 20 anni gli è stato impedito di accedervi dopo che l’esercito ne ha ordinato la chiusura e proibito ai palestinesi di entrare nell’area. Ora è in rovina: il mese scorso un colono israeliano ha distrutto il negozio con un bulldozer.

Il negozio di Al-Kiyal non è l’unico; il 6 luglio i coloni hanno distrutto quattro negozi palestinesi che l’esercito israeliano aveva inizialmente chiuso in seguito al massacro della moschea di Ibrahimi nel 1994, quando un colono israeliano uccise a colpi di arma da fuoco 29 fedeli musulmani. Sette anni dopo, al culmine della Seconda Intifada, l’esercito ha emesso un ordine formale di chiusura. Secondo i residenti palestinesi locali, anche altri due negozi sono stati parzialmente distrutti dai coloni.

I negozi si trovavano nell’area nota come mercato di Kiyal (detto anche “mercato dei cammelli”), a pochi metri dal complesso della colonia di Avraham Avinu, nel cuore di Hebron. In passato, i proprietari dei negozi palestinesi vendevano dolci, farina e formaggi. “Era la principale fonte di reddito per la mia estesa famiglia”, ha detto al-Kiyal. Abbiamo circa 20 negozi e magazzini in quest’area”.

Un funzionario dell’Amministrazione Civile – il ramo dell’esercito israeliano responsabile della vita quotidiana dei palestinesi nella Cisgiordania occupata – ha definito le azioni dei coloni “lavori di pulizia”, eseguiti secondo lui “senza autorizzazione e senza previo coordinamento”. Il portavoce dell’Amministrazione Civile ha affermato che, dopo l’intervento dell’esercito, “i lavori sono stati immediatamente sospesi, senza alcun danno alle cose”.

Ma la documentazione dei palestinesi nel giorno delle demolizioni mostra il bulldozer in azione e una visita al sito due settimane fa ha rivelato che gli edifici erano stati notevolmente danneggiati. “Nulla si muove nella Città Vecchia – e certamente nessun bulldozer entra e distrugge gli edifici – senza il via libera dell’esercito”, dice al-Kiyal.

Dalla Seconda Intifada, circa 2.500 negozi palestinesi sono stati chiusi nell’area conosciuta come H2, la parte del centro di Hebron sotto il controllo civile e militare israeliano, abitata da circa 35.000 palestinesi. Alcuni negozi sono stati chiusi su ordine militare, mentre altri sono stati abbandonati dai proprietari a causa delle severe restrizioni imposte dall’esercito alla circolazione dei palestinesi nell’area.

Quello che era il centro commerciale della Cisgiordania meridionale è diventato una città fantasma, comprese diverse strade quasi totalmente interdette ai palestinesi. Circa 800 coloni ebrei vivono nell’area sotto la piena protezione di un analogo numero di soldati e beneficiando dei diritti civili israeliani, mentre i loro vicini palestinesi vivono sotto il regolamento militare.

“In passato c’era lì un vivace mercato commerciale”, rammenta al-Kiyal. “Nel 2001 i negozi della mia famiglia sono stati chiusi su ordine militare. Negli anni successivi, i coloni hanno cercato di rimuovere le porte e trasformare il posto in un parcheggio per le loro auto. Ora hanno semplicemente distrutto i nostri negozi”. I familiari hanno sporto denuncia alla polizia, che ha precisato che “al ricevimento della denuncia è stata aperta un’indagine, ora in fase iniziale, nell’ambito della quale saranno svolte tutte le azioni necessarie per acquisire la verità.”

“L’obiettivo è ripulire la zona dai palestinesi”

Danneggiare gli edifici palestinesi chiusi non è un fenomeno nuovo. Hagit Ofran, direttore del programma Peace Now’s Settlement Watch [Osservatorio sulle colonie di Peace Now, ONG di patrocinio liberale e attivismo, ndt.] che monitora e fa campagne contro l’edilizia israeliana nella Cisgiordania occupata, ha descritto come ci si sente a camminare tra questi negozi in strade riservate solo agli ebrei: “Ci sono negozi dove sbircio dentro e vedo un ristorante con un calendario alla parete dove l’anno è ancora il 2001. Le sedie sono tirate su come si farebbe prima di pulire i pavimenti a fine giornata. Ci sono ancora le ricevute dei clienti sul tavolo.

“Un anziano palestinese, che aveva un negozio dove vendeva olio, mi ha detto che non è ancora in grado di entrarvi per svuotarlo della sua attrezzatura”, continua Ofran. “Ad oggi ha ancora dei costosi macchinari lì dentro.”

I coloni iniziarono a fare irruzione in questi negozi dopo la loro chiusura in seguito al massacro della moschea Ibrahimi, e soprattutto durante la Seconda Intifada. “Hanno fatto dei buchi nei muri e sono andati negozio dopo negozio, attraverso i muri, saccheggiando”, ha spiegato Ofran. “Ancora oggi, di tanto in tanto, irrompono in un altro negozio e prendono ciò che vi è rimasto.

Alcuni negozi sono diventati spazi ricreativi e in altri ci sono persone che oggi ci vivono. Hanno semplicemente preso possesso. Molti dei negozi sono diventati magazzini dei coloni. Vedo all’interno materassi, attrezzi da giardino e tavoli.”

Tawfiq Jahshan è direttore dell’ufficio legale del Comitato per la Costruzione di Hebron, un’organizzazione palestinese che lavora per lo sviluppo economico della Città Vecchia e la documentazione delle violazioni dei diritti umani nell’area. Ha detto a +972 che i palestinesi sul posto hanno chiamato la polizia mentre i coloni stavano distruggendo gli edifici. “Ci è stato detto al telefono che i coloni si muovevano per conto proprio, senza alcun collegamento con l’esercito, e che sarebbero andati ad arrestarli. E dopo infatti le demolizioni si sono interrotte e abbiamo sporto denuncia alla polizia”.

Secondo Jahshan, durante la Seconda Intifada l’esercito ha emesso 512 ordini di chiusura presumibilmente temporanea per i negozi nell’area di proprietà palestinese. Nella maggior parte dei casi, però, i titolari dei negozi abitano nelle vicinanze e aspettano ancora di riaprirli.

“Gli ordini di chiusura sono stati emessi con il pretesto della sicurezza, ma quello che è successo mostra che il vero obiettivo è ripulire l’area dai palestinesi e trasferire i terreni nelle mani dei coloni”, dice Jahshan. “I negozi che sono stati distrutti si trovano a 30-40 metri dalla colonia di Avraham Avinu. Li hanno distrutti in modo da poter espandere ulteriormente [la colonia]”.

“Hanno fatto di questo posto un museo dell’apartheid”

Secondo un rapporto redatto dall’Amministrazione Civile nel 2001 sul tema “Violazioni della legge – Ebrei” nella città di Hebron, i coloni agiscono secondo un metodo “sistematico e pianificato” per forzare gli edifici e i negozi palestinesi chiusi da ordini militari. In una serie di diapositive intitolate “Il Metodo”, vengono descritte tre fasi: i leader dei coloni “identificano un obiettivo” – un edificio o un negozio di proprietà palestinese; i giovani coloni irrompono, saccheggiano o danno fuoco alle attrezzature all’interno ed infine entrano nel “bersaglio” attraverso un foro praticato nel muro interno, attraverso un cortile, o attraverso uno stretto passaggio, con lo scopo di stabilirvisi. La presentazione contiene un lungo elenco di negozi di proprietà palestinese che i coloni hanno bruciato o saccheggiato in questo modo.

Nell’ultima diapositiva, l’Amministrazione Civile esprime preoccupazione per il danno all’immagine di Israele a seguito di queste azioni. “Le attività ebraiche a Hebron qui descritte, sono rappresentate, anche se in modo errato, come se fossero svolte sotto la copertura del governo israeliano”, si legge nella presentazione. “A Hebron lo Stato di Israele si presenta molto male rispetto allo stato di diritto.”

Imad Abu Shamsiyah, la cui casa si trova nella Città Vecchia di Hebron, ha documentato nel 2016 l’esecuzione di un aggressore palestinese disarmato da parte del soldato israeliano Elor Azaria. Da allora, Abu Shamsiyah è stato vittima di continue vessazioni da parte sia dei coloni che delle forze di sicurezza israeliane.

Oggi, Abu Shamsiyah guida un’organizzazione di volontariato chiamata Human Rights Defenders, i cui volontari documentano la dura realtà che li circonda e la postano su Facebook, compreso il video dei coloni che hanno demolito i negozi palestinesi alcune settimane fa. In un altro recente video caricato sulla pagina Facebook, si possono vedere coloni che prendono possesso di una casa palestinese nella Città Vecchia.

Mentre Abu Shamsiyah parlava dei negozi distrutti, i soldati stavano trattenendo un ragazzo palestinese al vicino posto di blocco. Nell’area H2, che rappresenta circa il 20% dell’area totale di Hebron, l’esercito israeliano ha allestito circa 20 posti di blocco, rendendovi i movimenti dei palestinesi difficili al punto da essere quasi impossibili. Alcuni giovani si sono avvicinati ai soldati e Abu Shamsiyah ha gridato loro di stare alla larga.

Spiega che i soldati consentono l’ingresso nell’area solo ai palestinesi di un elenco che si limita ai proprietari di appartamenti. “I miei genitori, per esempio, non possono venire a trovarmi. Non possono entrare nel quartiere passando per il posto di blocco. Sono fuori lista. Anche mio figlio non può venire a trovarmi. È stato arrestato più volte, quindi il suo nome è stato cancellato.

La distruzione dei negozi è una piccola parte di una grande ingiustizia”, continua Abu Shamsiyah. “Una volta, questo era il centro della città. Ricordo come prendevamo i taxi da qui per Jaffa, Yatta e Gaza. Ora è tutto deserto. Hanno trasformato questo posto in un museo dell’apartheid”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele porta avanti una campagna di arresti nella Cisgiordania occupata

Redazione di MEMO

Lunedì 18 luglio 2022 – Middle East Monitor Le forze di occupazione israeliane hanno lanciato una massiccia campagna di arresti in un certo numero di città e villaggi in tutta la Cisgiordania occupata. Le forze sono state affrontate dagli abitanti, che hanno tentato di impedire le incursioni.

All’alba di lunedì le forze israeliane hanno effettuato incursioni in quartieri di Ramallah, Betlemme, Nablus ed Hebron e anche nel campo profughi di Jalazone. Almeno dieci palestinesi sono stati arrestati durante le ultime retate.

Domenica sera nei quartieri di Marhaba e Tira [a Ramallah] ci sono stati scontri armati tra i combattenti della resistenza e le forze di occupazione. Queste ultime effettuano frequentemente incursioni nel quartiere per proteggere i coloni illegali che li attaccano con il pretesto che ci sono siti archeologici e tombe ebree nel settore ovest di Tira.

I tre giovani abitanti del campo profughi di Jalazone che sono stati arrestati si chiamano Muhammad Abdullah Nakhleh, Musa Issa Sharakah e Salam Shehadeh Al-Tarawih. Dopo che le loro case sono state perquisite, sono stati condotti dalle forze israeliane in un luogo sconosciuto.

Sul campo si sono scontrati decine di giovani e le forze di occupazione: sono stati sparati lacrimogeni e pallottole di metallo ricoperti di gomma. Non sono stati riportati feriti.

La scorsa notte gli israeliani hanno arrestato tre palestinesi di Betlemme. Fonti locali hanno riportato che un’unità militare israeliana ha fermato un veicolo vicino al villaggio di Wadi Fukin ad ovest della citta ed ha trattenuto i suoi passeggeri prima che fossero arrestati. I loro nomi sono quelli di un ex- detenuto e dell’ex-sindaco del Comune di Aldowa, Raafat Nafeth Jawabrae Alaa Ali Al-Satagi, e Basel Abdelfattah Al-Jabri.

Nel distretto di Hebron, le forze di occupazione hanno arrestato Diaa Amro e Hamza Amro, abitanti di Dura e Omar Burqan residente in città. E’ stato arrestato anche Hamed Jasser, di Beita, a sud di Nablus.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Le forze israeliane uccidono una giornalista palestinese vicino ad un campo profughi nella Cisgiordania

Redazione di Middle East Eye

Mercoledì 1 giugno 2022 – Middle East Eye

La famiglia di Ghufran Harun Warasneh di 31 anni afferma che lei si stava dirigendo verso la sede di una rete multimediale locale dove aveva cominciato un nuovo lavoro quando è stata colpita da un soldato israeliano.

Mercoledì nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, le forze di sicurezza israeliane hanno colpito a morte una giornalista palestinese mentre si stava recando nella sede di un media locale dove aveva cominciato un nuovo lavoro.

Il ministero della sanità palestinese ha affermato che Ghufran Harun Warasneh, di 31 anni, è stata colpita al torace vicino al campo profughi di al-Arroub e dichiarata morta successivamente in ospedale.

Un testimone anonimo ha affermato all’agenzia palestinese di notizie Wafa che Warasneh stava camminando verso la strada principale quando due soldati che presidiavano un checkpoint militare le hanno chiesto di avvicinarsi prima che uno di loro la colpisse.

L’esercito israeliano ha affermato in una dichiarazione che “un aggressore armato di coltello si è diretto verso un soldato che stava facendo gli ordinari controlli di sicurezza sulla Route 60. I soldati hanno risposto sparando”.

La Mezzaluna rossa palestinese ha affermato che le forze di sicurezza israeliane presenti sulla scena hanno impedito ai suoi medici di raggiungere Warasneh per 20 minuti prima che riuscissero a trasferirla all’ospedale al-Ahli di Hebron.

Warasneh aveva iniziato a lavorare con l’agenzia locale di notizie Dream questa settimana e si suppone che mercoledì fosse al suo terzo giorno del nuovo lavoro.

Laureata alla scuola di giornalismo della università di Hebron, Warasneh aveva lavorato con alcune agenzie locali prima di passare alla Dream.

Sua madre ha riferito all’agenzia Wafa che Warasneh era stata precedentemente arrestata e detenuta per tre mesi per il suo servizio su una manifestazione pro-Palestina a gennaio e la sua attrezzatura fotografica era stata distrutta.

La madre di Warasneh (che è rimasta anonima) ha riferito all’agenzia Wafa che “Ghufran ha lasciato la casa presto per arrivare al lavoro in orario.

Ma poco dopo abbiamo sentito che gli occupanti [le forze israeliane, ndt.] avevano colpito a morte una donna all’ingresso del campo, ma abbiamo saputo molto tempo dopo che era mia figlia

La notizia è stata scioccante.”

Obiettivo: giornaliste donne

La giornalista palestinese Merfat Sadiq ha detto a Middle East Eye che la morte di Ghufran è stata “dolorosa” e parte della intensificazione degli attacchi contro i giornalisti palestinesi nell’ultimo anno.

Sadiq ha detto che “sembra che in particolare le giornaliste donne siano considerate un obiettivo più facile, Abbiamo osservato questo due giorni fa con ripetuti attacchi contro giornaliste donne che stavano seguendo la marcia delle bandiere a Gerusalemme e a Nablus.

La giornalista Ranin Sawaftah è stata colpita direttamente con una raffica di gas lacrimogeni.

L’accusa di un tentativo di aggressione non è credibile, il soldato avrebbe potuto arrestarla o spaventarla. Lei era vicina a loro, tuttavia è stata colpita nella parte superiore del corpo come le immagini hanno mostrato. È stato un assassinio premeditato,” ha aggiunto.

Il ministero degli esteri palestinese ha condannato l’assassinio come una “esecuzione sul campo”.

Stava andando verso il luogo di lavoro e lì non c’erano incidenti né pericoli per i colpevoli [della sua uccisione, ndt.]”, ha affermato in un comunicato.

Finora quest’anno le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso più di 50 palestinesi nella Cisgiordania occupata, inclusa la famosa giornalista Shireen Abu Akleh.

Venerdì le forze israeliane hanno colpito a morte un quindicenne palestinese vicino Betlemme, dopo uno scontro scoppiato tra gli abitanti di al-Khader e i soldati che hanno preso d’assalto la città per “mettere in sicurezza un incrocio vicino alla colonia illegale di Efrat”, secondo i media israeliani.

Ghonaim è il quindicesimo adolescente palestinese ucciso dal fuoco israeliano quest’anno.

Due giorni prima Gaith Yamin, di 16 anni, è stato ucciso dai soldati israeliani mentre proteggevano l’arrivo dei coloni israeliani alla tomba di Giuseppe, nei sobborghi di Nablus, città della Cisgiordania, un sito venerato da musulmani ed ebrei e un continuo luogo di conflitto tra palestinesi e israeliani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un microcosmo della lotta palestinese: la vita di una famiglia a Hebron

Louy Alsaeed

26 aprile 2022 – Al Jazeera

Gli al-Jaabari sono una delle numerose famiglie di Hebron la cui casa è schiacciata in mezzo alle colonie israeliane.

Hebron, Cisgiordania occupata – La vita quotidiana è un test di resistenza nella casa di due piani del sessantaquattrenne Abdulkareem al-Jaabari e della sua famiglia di 16 persone.

Nella città palestinese di Hebron, che si trova nel sud della Cisgiordania occupata da Israele, gli al-Jaabari sono una delle famiglie palestinesi le cui case sono strette tra le due colonie illegali di Kiryat Arba e Giv’at Ha-Avot. La famiglia afferma di essere esposta a continui attacchi ed incursioni da parte di coloni e di forze israeliane.

Hebron ospita circa 200.000 palestinesi e circa 700 coloni ebrei. Tuttavia il 20% della città è sotto il diretto controllo israeliano e i palestinesi che vi vivono o vi si trovano di passaggio, a differenza dei coloni ebrei, sono soggetti a posti di blocco e ad un divieto di transito su diverse strade principali.

Questa situazione ha spinto migliaia di palestinesi ad andarsene, cosa che le associazioni per i diritti hanno descritto come espulsione forzata di massa.

Durante la settimana della festività ebraica di Passover (la pasqua ebraica, ndtr.), che quest’anno si è svolta dal 15 al 22 aprile, sovrapponendosi al mese sacro musulmano del Ramadan, migliaia di coloni israeliani e loro sostenitori, alcuni dei quali armati, hanno partecipato protetti dall’esercito israeliano ad eventi nelle strade del centro di Hebron, compresa la Città Vecchia.

Il 18 aprile si è svolta una manifestazione di coloni vicino alla Moschea di Ibrahim (la Tomba dei Patriarchi), in cui nel 1994 un colono israelo-americano massacrò 29 palestinesi mentre pregavano.

La scorsa settimana le forze israeliane hanno chiuso per diversi giorni la Moschea di Ibrahim ai fedeli palestinesi, agevolando invece l’ingresso a migliaia di coloni israeliani. Anche le strade verso la moschea sono state chiuse e decine di negozi nella Città Vecchia sono stati costretti ad abbassare le serrande.

Abdulkareem dalla sua casa ha detto a Al Jazeera “Abbiamo paura dei sabati e delle feste ebraiche”.

In tali occasioni la tensione sul campo cresce in quanto Israele dispiega un maggior numero di soldati e di poliziotti per proteggere i coloni e i palestinesi subiscono un aumento delle restrizioni di movimento e della violenza dello Stato e dei coloni.

Israele sostiene che la presenza dell’esercito e le restrizioni nei confronti dei palestinesi sono necessarie per motivi di sicurezza e per proteggere i coloni ebrei che vivono a Hebron dagli attacchi palestinesi.

A fine febbraio un tribunale israeliano ha deliberato che l’esercito israeliano possa continuare ad usare un edificio a Hebron costruito in gran parte su terreno privato palestinese, sostenendo che una presenza ebraica in Cisgiordania fa parte della politica di sicurezza dell’esercito israeliano.

Per i palestinesi di Hebron l’effetto di tale presenza diviene particolarmente pesante durante gli eventi speciali organizzati dai coloni.

Durante queste festività la destra israeliana mobilita i propri sostenitori provenienti dalla città e da fuori”, dice ad Al Jazeera Hisham al-Sharabati, un abitante di Hebron e attivista per i diritti umani, aggiungendo che normalmente gli attacchi dei coloni aumentano in questi periodi.

Attacchi continui’

La lotta che dura da vari decenni della famiglia al-Jaabari rappresenta un microcosmo della vita dei palestinesi sotto il dominio dell’esercito israeliano a Hebron.

La loro casa è circondata da filo spinato per proteggerla contro gli attacchi alla proprietà. La famiglia ha installato diverse telecamere di sorveglianza per documentare gli attacchi.

Secondo la famiglia tutti i suoi membri ad un certo punto sono finiti in ospedale, in seguito agli attacchi dei coloni.

Mi sono abituato alla paura quotidiana durante la mia vita qui”, dice Abdulkareem. “I continui attacchi ci hanno costretti ad essere preparati al peggio in ogni momento.”

Le Nazioni Unite hanno documentato diversi attacchi da parte di coloni contro la famiglia. I coloni le hanno sparato, lanciato pietre e sono entrati nella casa danneggiandola. Ha subito anche furti del bestiame e dei raccolti.

La figlia di Abdulkareem, Ayat, e suo figlio Adi dicono di aver subito attacchi da parte dei coloni – Ayat quando le è stata lanciata una pietra in testa provocandole una commozione cerebrale e Adi quando è stato accoltellato da un colono mandandolo in ospedale.

L’occupazione israeliana e i suoi coloni stanno cercando con ogni mezzo di cacciarci dalle nostre terre e dalle nostre case”, dice Abdulkareem, conosciuto anche col soprannome di Abu Anan.

Impadronirsi della terra

Nel 1968, poco dopo avere occupato la Cisgiordania, Israele creò Kiryat Arba – una delle prime e più estremiste colonie in Cisgiordania – a circa 80 metri di distanza dalla casa di Abdulkareem.

La colonia ora si estende su circa 5 chilometri quadrati ed è sede di un monumento dedicato a Baruch Goldstein, il colono che compì il massacro alla Moschea di Ibrahim.

Anni dopo fu costruito il vicino avamposto di Giv’at Ha-Avot, a circa 20 metri di distanza dall’altro lato della terra della famiglia al-Jaabari e la popolazione totale delle due colonie arrivò a circa 8.000 persone.

La terra di Abdulkareem, trasmessa nella famiglia per generazioni e da lui formalmente ereditata da suo padre nel 1991, divenne un sito strategico in mezzo alle due colonie.

I figli di Abdulkareem ora lavorano e i 10 chilometri quadrati di terra restano la principale fonte di reddito per la famiglia, che vive di agricoltura e allevamento.

Prima di costruirvi la casa nel 1976 la famiglia passava l’estate nei terreni prendendosi cura di decine di alberi.

Quel sereno stile di vita cambiò improvvisamente quando crebbe l’espansione dei coloni. Nel 2002 i coloni eressero una gradinata nel mezzo della terra di Abu Anan per collegare Kiryat Arba con l’avamposto di Giv’at Ha-Avot. Nel 2006 vi piazzarono un ampio tendone per usarlo come sinagoga.

Nonostante una sentenza del tribunale del 2015 che stabiliva che il tendone dovesse essere rimosso, l’esercito ha permesso ai coloni di continuare ad usarlo. Ogni sabato vi arrivavano a decine, mentre durante le festività ebraiche il numero arriva alle centinaia.

Per i coloni la presenza di ebrei a Hebron è giustificata da motivi religiosi poiché è il sito della Moschea di Ibrahim, venerata sia dai musulmani che dagli ebrei, che la chiamano Tomba dei Patriarchi.

I coloni affermano anche che una comunità ebraica era esistita ad Hebron fin dal Medioevo e che l’uccisione di 67 ebrei per mano di palestinesi nel 1929 è la principale ragione per cui furono costretti ad andarsene, prima di farvi ritorno dopo l’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967.

Attacchi dei coloni

In un campionamento effettuato nel 2019 dalle Nazioni Unite su 280 famiglie palestinesi nelle zone su cui più hanno inciso le colonie a Hebron, quasi il 70% ha affermato che almeno un componente della propria famiglia ha subito violenze o attacchi di coloni a partire da ottobre 2015.

Per la famiglia al-Jaabari gli attacchi dei coloni sono stati più violenti che negli altri casi.

Hanno affermato che nel 2007 più di 300 coloni hanno fatto irruzione nella loro casa ed aggredito la famiglia.

Ho tre figli con disabilità e non sono stati risparmiati dall’attacco. I coloni hanno distrutto le loro sedie a rotelle, li hanno aggrediti ed hanno impedito alle ambulanze di soccorrerci”, ricorda Abu Anan.

In un episodio del 2008 documentato dalle Nazioni Unite un matrimonio di uno dei figli di Abdulkareem è stato attaccato da coloni che hanno lanciato pietre, uova e pomodori. Anche un altro matrimonio nel 2013 è stato attaccato dopo che i coloni avevano fatto incursione nella casa di famiglia. In entrambi i casi invitati alla cerimonia sono rimasti feriti.

Persino i nostri matrimoni sono macchiati di sangue e terribili”, dice Abdulkareem.

La famiglia afferma che le forze israeliane nella zona non solo ignorano le denunce contro i coloni, ma spesso offrono loro protezione durante gli attacchi. Esempi di tale cooperazione e addirittura attacchi congiunti di coloni ed esercito in tutta la Cisgiordania sono stati documentati da organizzazioni per i diritti.

L’esercito israeliano non ha risposto alla richiesta di rilasciare un commento sulle accuse nei suoi confronti.

Tra il 2000 e il 2008 Abdulkareem ha presentato almeno 75 denunce alla polizia e altre decine dopo di allora.

Una volta un colono mi ha sparato mentre raccoglievo le olive”, dice Abdulkareem. “Sono andato alla polizia israeliana, che si trovava a pochi metri da casa mia, per sporgere denuncia contro il colono. La polizia ha deciso di arrestare me e mio figlio per 17 giorni e ci ha comminato una multa, sostenendo che noi avevamo aggredito il colono.”

Il figlio di Abdulkareem, il 26enne Mohammad, ritiene inutile rivolgersi alle autorità israeliane.

Negli ultimi tre anni abbiamo deciso di non sporgere alcuna denuncia alla polizia israeliana ed abbiamo preferito difenderci da soli – qualunque sia il risultato”, ha detto ad Al Jazeera.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La Corte suprema si pronuncia contro la restituzione di terra palestinese a Hebron a causa di problemi di sicurezza

Agar Shezaf

2 marzo 2022 – Haaretz

L’Alta Corte di giustizia israeliana ha confermato l’uso da parte dei militari di un complesso di proprietà palestinese a Hebron, sostenendo che “restituire la terra … danneggerebbe in modo significativo la sicurezza della popolazione israeliana nell’area”

Lunedì l’Alta Corte di giustizia israeliana ha respinto una petizione presentata dai palestinesi per impedire alle forze di difesa israeliane [IDF] di continuare a utilizzare un edificio a Hebron. costruito per la maggior parte su terreni palestinesi di proprietà privata, affermando che gli insediamenti fanno parte della “dottrina della sicurezza” dell’esercito israeliano.

L’esercito israeliano negli anni ’80 costruì una postazione militare su un terreno dove in precedenza era situata la stazione centrale degli autobus della città cisgiordana. A seguito di una risoluzione del governo del 2018, parte della terra è stata esclusa dall’ordine di requisizione militare originale in modo che su di essa potesse essere costruito un nuovo quartiere ebraico.

I firmatari hanno sostenuto che la destinazione di una parte della proprietà a edilizia residenziale dimostra che gli ordini di requisizione non sono stati emessi a fini di sicurezza, quindi devono essere annullati. Nel respingere la petizione, la corte ha stabilito che la presenza ebraica fa parte della dottrina della sicurezza regionale dell’esercito israeliano e che consentire agli ebrei di vivere lì non invalida la giustificazione per la confisca dell’appezzamento. L’opinione di maggioranza è stata redatta dal giudice Alex Stein.

L’ex stazione degli autobus appartiene in parte alla città di Hebron, che aveva preso in concessione il sito dal supervisore per le proprietà governative e abbandonate poste sotto l’Autorità Territoriale israeliana di Giudea e Samaria come affittuario protetto.

Nel 1983 fu emesso un ordine militare di requisizione della proprietà per costruire una postazione militare. Da allora l’ordinanza è stata impugnata più volte in tribunale. Ogni volta, l’esercito israeliano ha sostenuto che l’esproprio era basato esclusivamente su esigenze di sicurezza e le petizioni sono state respinte.

Trentacinque anni dopo, il governo decise che per costruire un nuovo quartiere – il quartiere Hizkiya, con 31 unità abitative – l’ordine di requisizione doveva essere ridotto e l’area di proprietà dell’Autorità Territoriale doveva esserne esclusa. Tale manovra amministrativa alla fine permise alla comunità ebraica di Hebron di presentare un piano edilizio per il nuovo quartiere che sarebbe sorto su terreni posti sotto l’egida dell’Autorità. Successivamente, l’ordine di requisizione militare è stato rinnovato per il resto dell’edificio di proprietà privata palestinese, su cui sono attualmente previsti edifici militari permanenti.

I firmatari della petizione, i proprietari delle terre e la città di Hebron hanno affermato che fare un’eccezione per una parte del terreno per costruire un nuovo quartiere ebraico ha rivelato il vero motivo degli ordini militari di confisca: il desiderio di espandere gli insediamenti.

Restituire la terra ai proprietari palestinesi, tuttavia, “danneggerebbe in modo significativo la sicurezza della popolazione israeliana nell’area e del reparto militare lì stanziato” ha affermato lo Stato israeliano. Il governo ha anche affermato di aver valutato la costruzione di strutture permanenti per la postazione militare sul terreno demaniale – dove oggi è previsto il nuovo quartiere – ma che è tecnicamente impossibile.

Per quanto riguarda le affermazioni dei firmatari secondo cui [il progetto, ndt.] di un quartiere ebraico sul sito è la prova che le necessità militari non sussistono, Stein ha scritto nella decisione del tribunale: “La presenza civile ebraica fa parte della dottrina della sicurezza regionale dell’ esercito israeliano nell’area. Questo perché la presenza di cittadini che detengono i beni confiscati contribuisce notevolmente al mantenimento della sicurezza in quella stessa area e facilita lo svolgimento della loro missione da parte dei militari”.

Stein ha citato due sentenze della fine degli anni ’70 che sono considerate centrali nel dibattito sulle colonie: le sentenze Beit El ed Elon Moreh. Entrambi questi casi riguardavano l’istituzione di comunità ebraiche su terreni palestinesi di proprietà privata sulla base di ordini militari.

La sentenza del 1978 ha consentito all’insediamento di Beit El, adiacente a Ramallah, di rimanere perché una presenza civile aiuta l’apparato di sicurezza dello Stato. La sentenza Elon Moreh, emessa pochi mesi dopo, ha riscontrato il contrario: la comunità ebraica dovrebbe essere rimossa dalle terre dei firmatari. Ciò era in parte dovuto al fatto che l’allora ministro della Difesa Ezer Weizman aveva votato contro l’istituzione di Elon Moreh. Questa sentenza ha dato vita a quella che viene chiamata la regola Elon Moreh, secondo la quale un ordine militare di confisca non può essere emesso per terreni palestinesi di proprietà privata per costruirvi una comunità ebraica.

In un’opinione dissenziente il giudice George Karra ha scritto che nel momento in cui parte della terra è stata esentata dall’ordine di confisca militare a causa della decisione del governo di costruirvi un quartiere civile, il comando militare non è più guidato da considerazioni esclusivamente di sicurezza. Pertanto, ha affermato, il tribunale avrebbe dovuto emettere un’ordinanza di motivazione – primo passo verso l’accoglimento del ricorso – che richiedesse allo Stato di spiegare il suo rifiuto di annullare l’ordine di confisca.

In un’opinione concorrente con Stein, il giudice Isaac Amit ha scritto che la vera domanda che sorge dalla petizione è perché le strutture militari permanenti vengono costruite sulla terra palestinese di proprietà privata piuttosto che sulla sezione in cui sarà costruito il nuovo quartiere ebraico. Ha ammesso di essere angosciato per questa questione, ma alla fine ha deciso di accettare la posizione dello Stato secondo cui quest’ultima sezione era stata giudicata strutturalmente inadatta per gli edifici militari progettati.

In ogni caso ha aggiunto che, anche se gli edifici militari fossero stati costruiti sul terreno previsto per il quartiere ebraico, l’esercito non avrebbe restituito l’altra parte ai palestinesi, poiché l’assunto è che consentire l’edificazione di case palestinesi vicino a edifici militari metterebbe in pericolo i soldati.

Samir Shihadia, l’avvocato che rappresenta il comune di Hebron nella causa, ha affermato che i firmatari “hanno dimostrato in tribunale che la presunta necessità militare per il cui la terra è stata confiscata da anni in realtà non è strettamente militare, ma è mescolato a considerazioni diverse, soprattutto se si tiene conto che parte di questa terra è stata destinata alla costruzione di una colonia. Quello che sta succedendo qui è il furto delle terre palestinesi”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




‘Siamo una famiglia’: gli israeliani che condividono la vita e la speranza con i palestinesi

Bethan McKernan e Quique Kierszenbaum nelle colline a sud di Hebron

Domenica 19 dicembre 2021 – The Guardian

I partecipanti a un progetto linguistico immersivo in Cisgiordania parlano dei forti legami che vengono forgiati per contrastare l’aumento della violenza dei coloni

Nella capanna di compensato in cui la palestinese Iman al-Hathalin e la sua famiglia vivono dal 2014, da quando la loro casa è stata demolita dalle autorità israeliane, il calore di un traballante samovar è gradito. Fuori dall’unica finestra il cielo invernale è di un bianco accecante: inonda la stanza di una luce gelida e crea una danza di ombre sulle sottili pareti.

Sembra che ultimamente siano stati tutti malati, compresa la figlia di due anni di Hathalin, che dorme a intermittenza sulle sue ginocchia, e Maya Mark, la sua ospite israeliana di lingua araba. “Non è esagerato dire che Maya è per me come una sorella”, ha detto la 28enne. Ero così preoccupata quando era malata. Siamo una famiglia.”

Le amiche si ritrovano insieme in un villaggio nel profondo delle colline a sud di Hebron, uno dei posti più difficili da raggiungere all’interno dei confini della Cisgiordania.

Questo luogo roccioso e arduo è uno dei fronti più feroci dell’occupazione: case palestinesi, strade asfaltate e cisterne d’acqua vengono ripetutamente demolite grazie a un divieto quasi totale di costruzione, mentre prosperano le colonie illegali israeliane.

Anziché crollare sotto queste pressioni, tuttavia, la comunità locale è diventata una profonda sorgente di attivismo palestinese nonviolento, che ha spesso lavorato a stretto contatto con il movimento israeliano contro l’occupazione. In assenza di un significativo processo di pace dall’alto verso il basso, Hathalin e Mark fanno parte di una nuova generazione di attivisti che stanno compiendo silenziosamente un nuovo, straordinario passo.

Insieme a Nnur Zahor, un’altra israeliana che parla arabo, Mark ha creato un corso immersivo di apprendimento linguistico per giovani attivisti israeliani che la pensano allo stesso modo, tenuto da otto donne palestinesi del luogo, tra cui Hathalin. Nel corso di diversi mesi, il progetto ha contribuito a creare in diversi villaggi relazioni profonde tra gli studenti e le persone del luogo, e la presenza di israeliani sta contrastando la crescente ondata di violenza da parte dei coloni.

Il progetto che non ha una denominazione ufficiale – è possibile grazie a decenni di lavoro di attivisti più anziani che hanno costruito la fiducia tra le comunità: è improbabile che possa espandersi o essere replicato altrove. Ma niente di simile a questa idea nata dal basso e a lungo termine è mai successo prima e tutti i soggetti coinvolti concordano sul fatto che sia un’impresa ricca di soddisfazioni.

La gente qui non ha affatto bisogno di noi, afferma Mark, di 26 anni. Essere qui mi ha insegnato a essere più modesta riguardo all’attivismo e al mio ruolo. Arrivare a comprendere la profondità della resistenza in questo luogo è un’esperienza stimolante e inestimabile”.

Secondo il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, nelle colline di Hebron esiste almeno dal 1830 una civiltà peculiare di abitazioni rupestri, rifugi naturali utilizzati come abitazioni e per la custodia di pecore e capre. Nei decenni trascorsi dalla creazione di Israele anche le famiglie beduine espulse dal deserto del Negev si sono inoltrate verso queste aride colline pedemontane, a nord delle loro terre ancestrali.

Il territorio è stato invaso da Israele nel corso della guerra del 1967 e ora fa parte dell’Area C, il 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo israeliano.

Ma i pastori e gli agricoltori palestinesi non sono più le uniche persone che vivono qui. Dagli anni ’80 sono state create decine di colonie israeliane, molte delle quali illegali non solo ai sensi del diritto internazionale ma anche del diritto israeliano.

Incoraggiati dal forte sostegno di Donald Trump alla destra di Israele, negli ultimi anni i coloni sono diventati più audaci, impadronendosi di sempre più terre che Israele classifica come “terreni dello Stato” o “poligoni di tiro”, e le loro tattiche sono diventate sempre più violente.

Le Nazioni Unite hanno registrato nel corso dei primi 10 mesi del 2021 410 aggressioni da parte di coloni contro civili e proprietà palestinesi in Cisgiordania, compresi quattro uccisioni, rispetto alle 358 nel 2020 e alle 335 nel 2019. Invece di intervenire, affermano le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti civili, il più delle volte le forze di sicurezza israeliane stanno a guardare o addirittura partecipano.

Capita che anche i palestinesi ricorrano alla violenza. All’inizio di questa settimana uomini armati hanno teso un’imboscata a un’auto con targa israeliana mentre lasciava Homesh, nel nord della Cisgiordania, uccidendo un venticinquenne e ferendo altre due persone.

Sono comuni lanci di pietre, spari con proiettili veri, abbattimenti o incendi dolosi di raccolti e ulivi, uccisioni di pecore e atti vandalici su proprietà. A settembre, in uno degli episodi recenti più gravi, decine di uomini armati provenienti da due avamposti coloniali vicini hanno fatto irruzione nel villaggio di Mufakara, sulle colline di Hebron, rompendo finestre e pannelli solari, squarciando pneumatici, ribaltando un’auto e ferendo sei persone.

Prima della pandemia gli abitanti di Hebron erano spesso supportati da volontari internazionali che aiutavano a scortare i bambini a scuola su strade pericolose tra gli avamposti coloniali e fronteggiavano i coloni che violavano terre private palestinesi.Ma quando i confini internazionali si sono chiusi rendendo impossibile viaggiare, gli attivisti locali hanno deciso di rivolgersi agli amici israeliani.

Alcuni di noi hanno preso l’iniziativa di chiedere il loro intervento. Non tutti in zona sono d’accordo, non capiscono cosa vorremmo cercare di ottenere. Ma prima di dover segnalare degli incidenti da parte dei coloni, ora i nostri alleati israeliani possono avere un’esperienza immediata e documentare tutto”, afferma Nasser Nawaja, un noto attivista locale. Gli israeliani stanno imparando cosa significa vivere qui. E i nostri figli stanno imparando che gli ebrei non sono solo coloni o soldati”.

Dalla primavera piccoli gruppi di israeliani si recano a turno in un territorio costituito da una manciata di villaggi sulle colline di Hebron, anche se per motivi di sicurezza i volontari hanno chiesto di tenere nascosta la loro posizione esatta. In apparenza i circa 10 volontari sembrano avere poco in comune: provengono da varie parti di Israele, da diversi contesti familiari, e per quanto tutti si descriverebbero come politicamente di sinistra, ne mettono in discussione il significato.

Gli studenti prendono lezioni di arabo due mattine a settimana, con un programma che Mark e Zahor hanno realizzato appositamente per madrelingua ebraici. Prendono parte alla vita di tutti i giorni e non c’è nessun divieto di discutere di argomenti politici, a differenza di quanto previsto in Israele nella maggior parte dei programmi di arabo.

“Quando sono arrivata, ricordo di aver pensato: ‘Cosa farò qui? Come interagirò, come sosterrò questa comunità?’ In estate non capivo nulla di quanto si diceva, ma ora comprendo circa il 50% della conversazione. È molto eccitante”, ha affermato giovedì scorso Maya Eshel, 26 anni, nel corso di un incontro di gruppo con l’Observer in un centro comunitario durante una giornata fredda e cupa.

Il gruppo passa il resto del tempo a prestare aiuto in ciò che serve. Sono molto utili come sorveglianti: se qualcuno chiama per dire che i coloni si stanno avvicinando a un villaggio, o che impediscono ai pastori di raggiungere la loro terra, i volontari entrano in azione afferrando binocoli e macchine fotografiche dotate di teleobiettivi donati da B’Tselem e affrettandosi verso le loro auto.

A volte può bastare la loro presenza, o un dialogo in ebraico, per allentare la tensione. Male che vada possono riprendere ciò che accade e fornire testimonianze alla polizia, anche se finora su decine di segnalazioni è stato sottoposto ad indagine solo un caso.

Durante la nostra visita il clima rilassato del fine settimana in un villaggio è cambiato drasticamente dopo che una bambina è corsa verso le case prefabbricate gridando di aver visto due coloni della grande colonia dall’altra parte della valle avvicinarsi ad un uliveto palestinese. Gli adulti e gli attivisti israeliani si sono precipitati verso il punto di osservazione più vicino; i cani del villaggio abbaiavano. Attraverso il binocolo, hanno notato che le due figure avevano le apparenze di ragazzini. Sembrava che uno di loro avesse con sé una sega. Notando gli adulti sul crinale i ragazzini si sono fermati, tornando quindi indietro verso linsediamento.

“A volte mi trovo a vagare colla jeep, magari è notte fonda, in un luogo in cui non sono mai stato, e mi fermo e penso tra me e me: ‘Che cazzo ci faccio qui?'”, dice Matan Brenner-Kadish , di 25 anni. Questo progetto non è proprio adatto a tutti e, nel lungo periodo, stiamo solo tappando i buchi in una barca. Se la motivazione fosse rabbia e vergogna, allora questo impegno sarebbe estenuante. Ma se si parte dall’idea di accettare che ciò porta dei benefici sia a noi che a loro, la prospettiva cambia”.

Il progetto non è esente da rischi. All’inizio di questo mese, tre componenti del gruppo sono stati detenuti in una stazione di polizia durante la notte con l’accusa di non essere intervenuti per aiutare un colono che era stato spinto a terra dagli abitanti quando ha cercato di entrare in un villaggio palestinese. Sono stati sequestrati fotocamere, computer portatili, telefoni e un’auto, il tutto senza un mandato. I tre membri detenuti potrebbero tecnicamente subire condanne a tre anni di carcere.

“Uno degli argomenti usati dai coloni è che la nostra presenza porti ad una maggiore violenza: uno di loro ci ha esplicitamente incolpato dicendo che loro [i palestinesi, ndtr.] stanno conducendo delle aggressioni a causa nostra”, riferisce Itai Feitelson, 26 anni.

Che ci fossimo o meno, loro [i coloni, ndtr.] sarebbero comunque violenti. Ciò dimostra che quello che stiamo facendo sta funzionando”, afferma Brenner-Kadish. “E, in fin dei conti, se i palestinesi lo possono fare per tutta la vita, possiamo farlo anche noi”.

Questo articolo è stato modificato il 22 dicembre 2021 per quanto riguarda i dati sulle vittime civili palestinesi; le Nazioni Unite hanno registrato quattro uccisioni, non “omicidi” come affermava una versione precedente.

(traduzione dallinglese di Aldo Lotta)




“È divertente sparare ai palestinesi”: parlano sei ex-soldati israeliani

Rasha Reslan

21 novembre 2021- Al Mayadeen

Sei soldati dell’occupazione israeliana rievocano in un video le atrocità che hanno commesso in una realtà sconcertante che riflette la gravità della situazione ad al-Khalil da un punto di vista: una realtà di crimini contro l’umanità.

Ai soldati piace proprio sparare proiettili ricoperti di gomma.”

E’ divertente.”

Tutti si danno il cinque.”

Sei fantastico, l’hai beccato.”

Di recente il New York Times ha ottenuto dalla regista ed ‘ex’-soldatessa israeliana Rona Segal un documentario breve: “Mission: Hebron”.

È la prima volta negli ultimi anni che un documentario mette in luce una parte delle sofferenze giornaliere dei palestinesi nella al-Khalil/“Hebron” occupata: una realtà sconvolgente che raramente viene consentito all’opinione pubblica di vedere.

Al-Khalil è considerata la più grande città della Cisgiordania occupata e l’unica in cui i coloni israeliani abitano accanto ai palestinesi, accentuando quindi le loro sofferenze.

I palestinesi devono affrontare gravi limitazioni agli spostamenti, in quanto le forze di occupazione israeliane sono costantemente presenti e impegnate da molto tempo a espellerli, in particolare dalla Città Vecchia.

Nei suoi sei capitoli il breve documentario inquadra le atrocità israeliane ad al-Khalil

Sei soldati dell’occupazione israeliana, tutti arruolati all’età di 18 anni, descrivono la loro cosiddetta “missione” ad al-Khalil. A loro è stato “affidato l’incarico di proteggere e controllare i coloni israeliani.” A questi soldati appena maggiorenni è stato dato un totale controllo sulle vite dei palestinesi in città.

I sei ‘ex’ soldati descrivono in un set in studio la loro “missione” basata sui “doveri stabiliti dalle loro regole d’ingaggio”: i coloni israeliani di al-Khalil sono “controllati e protetti” attraverso una serie di strategie, rendendo nel contempo insopportabili le vite dei civili palestinesi.

Ripensandoci, i soldati ricordano la loro confusione, il loro disagio e il loro odio.

Raccontano sullo schermo le atrocità commesse con una nuova prospettiva della gravità della situazione sul terreno ad al-Khalil, che costituisce un crimine contro l’umanità, di apartheid e persecuzione.

Missione” principale

Il tuo unico compito è di controllare e proteggere i coloni israeliani a Hebron (al-Khalil).”

Chiarendo che il compito dei soldati israeliani è di proteggere e scortare i coloni israeliani con ogni mezzo, risulta chiaro che la crescente e sempre più grave violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi viene attuata con l’esplicito appoggio delle autorità israeliane di occupazione. Nel contempo i soldati israeliani hanno l’ordine di chiudere gli occhi e persino di difendere i responsabili [delle violenze].

La violenza dei coloni contro i palestinesi include danneggiamento di proprietà privata, lancio di pietre e aggressioni fisiche, così come attacchi contro attivisti e giornalisti.

Tali aggressioni sono diventate sempre più frequenti negli ultimi anni e vengono commesse impunemente.

Uno dei soldati israeliani testimonia che è un coordinatore della sicurezza dei coloni israeliani che gli dà gli ordini, non il loro comandante militare. In molti casi i soldati dell’occupazione israeliana forniscono agli aggressori una scorta e un supporto. Ma quando i soldati israeliani non si uniscono agli attacchi, secondo le ammissioni dei soldati, “i coloni illegali possono rivoltarsi contro di loro, diventando quindi nemici,”.

Se spari ai palestinesi i coloni ti danno una pizza e un caffè.” Questo è di gran lunga uno degli aspetti più sgradevoli della “missione”. L’‘affetto’ dei coloni può trasformarsi in odio se a loro viene vietato di fare aggressioni estreme contro i palestinesi. A questo punto il soldato che prima era amato si trasforma in “traditore” e “nazista”.

Una strada sterilizzata senza palestinesi”

Con un’affermazione razzista, uno degli ‘ex’ soldati israeliani afferma che ci sono strade che sono “sterilizzate da palestinesi”.

Come parte della politica dell’esercito israeliano di rendere queste zone “sterilizzate” da palestinesi, ad al-Khalil le forze israeliane di occupazione vietano ai palestinesi di camminare in vaste aree di quella che prima dell’occupazione era la principale arteria della città.

Nel suo racconto Imad Abu Shamsieh, il coordinatore dello Human Rights Defenders Group [Gruppo dei Difensori dei Diritti Umani, ong palestinese che documenta le violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi, ndtr.], dice ad al Mayadeen in edizione inglese che l’occupazione israeliana ha piazzato più di cento posti di controllo con cancelli in metallo ed elettronici, videocamere di sorveglianza, barriere di cemento armato e avamposti di ispezione nelle vie “sterilizzate”.

Rivela anche che circa 525 negozi palestinesi cono stati completamente chiusi nel 2000 a causa della decisione di un tribunale militare dell’occupazione israeliana.

Inoltre Abu Shamsieh afferma chiaramente che dall’ottobre del 2000 i veicoli palestinesi, comprese le ambulanze, sono esclusi dall’“area H2” [sotto totale controllo israeliano, ndtr.].

L’attivista per i diritti umani continua affermando che “le forze di occupazione israeliane impediscono ai giornalisti locali e internazionali di entrare nell’area H2 e nelle strade sterilizzate. Nel contempo io, insieme a un gruppo di palestinesi di al-Khalil, abbiamo deciso di documentare i crimini di guerra israeliani che avvengono giornalmente e prendono di mira uomini, donne e bambini palestinesi.”

Dal 2010, con l’iniziativa ‘Capturing Occupation Camera Project in Palestine’ [Progetto della Telecamera che Riprende l’Occupazione in Palestina]”, abbiamo iniziato a filmare le atrocità dell’occupazione israeliana contro i palestinesi.

Siamo un gruppo di circa 30 giovani volontari palestinesi che mettono in evidenza e documentano le violazioni dei diritti umani e delle leggi internazionali in Palestina,” dice Abu Shamsieh ad Al Mayadeen.

Perquisizioni corporali

Uno dei soldati israeliani afferma spavaldo che lo scopo principale delle perquisizioni corporali è “fermare e perquisire ogni palestinese”, ma implicitamente le perquisizioni sono di fatto intese a umiliare i palestinesi senza alcuna giustificazione legale.

Quando perquisisci qualcuno che prendi per la strada ciò richiede di toccare la persona,” dice un soldato.

Un gruppo di uomini palestinesi può essere preso di mira per una perquisizione semplicemente perché può avere un aspetto basato sullo stereotipo hollywoodiano razzista di “terrorista” nella mente dell’occupante. Le perquisizioni non sono messe in atto per trovare armi, ma per umiliare i palestinesi o creare “tensioni” tra loro. “L’idea è di provocare loro tensione, in modo che tengano la testa bassa.”

A causa della vicinanza delle colonie israeliane in città, i palestinesi sono circondati da una grande presenza militare e sono sottoposti a caso a perquisizioni di routine e offensive, a maltrattamenti e pestaggi.

Pattuglie

La ricercatrice sul campo palestinese Manal al-Jaabari di al-Khalil dice ad Al Mayadeen che i minori di al-Harika, un quartiere della città, sono quotidianamente soggetti al terrorismo israeliano.

Ad al-Harika, che si trova nei pressi di “Kiryat Arba” [una delle prime e più violente colonie israeliane, ndtr.], le forze dell’occupazione israeliana entrano nelle case dei palestinesi quando viene lanciata una pietra contro la barriera, e i minori vengono interrogati nelle loro case. A volte i soldati israeliani li trascinano per le strade e li piazzano davanti alle telecamere di sorveglianza,” aggiunge.

La giovane ricercatrice afferma con commozione che i soldati israeliani incitano giovani coloni israeliani ad aggredire ragazzini palestinesi della loro età nel quartiere di Jaber.

Le forze di occupazione israeliane affermano di essere state colpite da pietre per arrestarli o detenere minori palestinesi per ore, conferma al-Jaabari ad Al Mayadeen.

Nei pressi delle scuole, soprattutto nella zona sud vicino ai posti di controllo, molti minori sono arrestati e detenuti per lunghi periodi. A volte vengono picchiati o insultati e lasciati senza cibo e senz’acqua prima di essere consegnati all’al-Khalil Coordination and Liaison Office [Ufficio del Coordinamento e Collegamento di Al-Khalil] se hanno un’età inferiore ai 13 anni.”

Sopra questo limite d’età vengono arrestati e sottoposti a un’indagine alla stazione della polizia israeliana occupante, poi trasferiti in un tribunale israeliano o multati per almeno 1000 shekel [circa 280 €] prima di essere rilasciati.

Ai posti di controllo è tutta una questione casuale

Piazzi degli spuntoni antigomme, fermi le auto e provochi un grande ingorgo.” 

A volte non c’è nessuna ragione.”

Mentre i posti di controllo israeliani ostacolano la vita quotidiana dei palestinesi in città, gli ‘ex’ soldati israeliani confessano che un checkpoint è una specie di posto di blocco stradale.

È solo un episodio e quello che è stato documentato dal Palestinian Human Rights Defenders Group è molto più tragico.

Abu Shamsieh racconta ad Al Mayadeen che nel 2016 la sua telecamera ha ripreso l’esecuzione a sangue freddo del martire Abdel Fattah al-Sharif a uno dei posti di controllo dell’occupazione israeliana.

Il difensore dei diritti umani afferma che il caso di al-Sharif è solo uno dei molti crimini di guerra israeliani.

Egli rivela anche ad Al Mayadeen in versione inglese che i coloni israeliani hanno regolarmente investito bambini palestinesi persino di cinque anni.

Abu Shamsieh afferma di aver subito maltrattamenti, limitazioni alla sua libertà di movimento, sequestri, lunghi periodi di detenzione arbitraria, in genere con ordini di detenzione amministrativa [cioè senza accuse né processo, ndtr.] e perquisizioni illegali in casa e nel suo ufficio, per non parlare delle minacce di morte.

Detenzioni: “chiunque è sospetto”

Secondo le confessioni dei soldati, ogni palestinese è sospetto, e la procedura di arresto include il fatto di mettere ogni palestinese “in un posto con un soldato e poi tenerlo sotto sorveglianza’

Gli ‘ex’ soldati testimoniano che i militari israeliani mettono una benda sugli occhi e ammanettano i palestinesi arrestati a caso.

Come ogni città e villaggio palestinese, anche al-Khalil assiste quotidianamente ad arresti arbitrari di palestinesi, anche di bambini di 10 anni.

La violenta repressione delle proteste da parte delle forze di occupazione israeliane ha anche incluso l’arresto e la detenzione di manifestanti palestinesi.

Un altro “compito”: prendere di mira i giornalisti

Da parte sua un giornalista palestinese sul campo di al-Khalil, Sari Jaradat, dice ad Al Mayadeen che le forze dell’occupazione israeliana impediscono deliberatamente ai giornalisti palestinesi e internazionali di informare sull’attualità per nascondere i loro crimini quotidiani che colpiscono ogni aspetto della vita in città.

Circa una settimana fa un ufficiale dell’occupazione mi ha detto: ‘Se vieni ucciso dai nostri proiettili noi non ne avremo alcuna responsabilità.’”

Avevano già l’intenzione di prendermi di mira per impedirmi di fare il mio lavoro ed ho subito in totale cinque ferite da proiettili veri mentre informavo sui loro crimini, per non parlare delle decine di fermi, arresti, divieti di informare e limitazioni agli spostamenti,” aggiunge.

Jaradat parla del progetto “Blue Wolf” e dell’installazione ad al-Khalil di telecamere per il riconoscimento facciale, affermando che queste telecamere porteranno all’eliminazione della libertà più importante, quella della stampa, che è già limitata.

I soldati dell’occupazione israeliana emaneranno qualunque legge desiderino per impedire ai giornalisti palestinesi di fare il loro lavoro,” aggiunge.

La sistematica oppressione dei palestinesi è stata parzialmente riflessa da “Mission” ed evidenziata nel suo complesso dalle testimonianze accorate di Sari, Imad e Manal. Eppure ciò che sta avvenendo in Palestina, e in particolare ad al-Khalil, non può essere documentato o riassunto in un film, in un titolo o in una foto.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele inasprisce la sorveglianza sui palestinesi in Cisgiordania con un sistema di riconoscimento facciale

Israele inasprisce la sorveglianza sui palestinesi in Cisgiordania con un sistema di riconoscimento facciale

Elizabeth Dwoskin

Lunedì 8 novembre 2021 – Washington Post

 

Hebron, Cisgiordania – Secondo la descrizione del progetto data da soldati israeliani da poco congedati, l’esercito israeliano sta conducendo nella Cisgiordania occupata un vasto tentativo di sorveglianza per monitorare i palestinesi implementando il riconoscimento facciale con una sempre più diffusa rete di telecamere e telefonini.

Il progetto di sorveglianza, sviluppato negli ultimi due anni, sfrutta in parte una tecnologia per smartphone chiamata “Blue Wolf”, che raccoglie le foto dei volti di palestinesi e li abbina a una banca dati di immagini così estesa che un ex-soldato l’ha descritta come un segreto “Facebook dei palestinesi” dell’esercito. L’applicazione lampeggia con colori diversi per avvertire i soldati se una persona deve essere fermata, arrestata o lasciata andare.

Per costruire la banca dati utilizzata da “Blue Wolf”, lo scorso anno i soldati hanno fatto a gara nel fotografare palestinesi, compresi bambini e anziani, con premi per il maggior numero di foto raccolte da ogni unità. Non si sa quale sia il numero di persone fotografate ma, come minimo, sono nell’ordine delle migliaia.

Il programma di sorveglianza è stato descritto in interviste del Washington Post a due ex-soldati israeliani e in resoconti separati che loro e altri quattro soldati da poco congedati hanno fornito al gruppo israeliano di solidarietà Breaking the Silence e in seguito condiviso con The Post. Buona parte del programma non era stato reso noto in precedenza. L’esercito israeliano ha ammesso l’esistenza del progetto in un opuscolo in rete, ma le interviste con gli ex-soldati offrono la prima descrizione pubblica della portata e del funzionamento del programma.

Oltre a “Blue Wolf” l’esercito israeliano ha installato telecamere per la scansione dei volti nella città divisa di Hebron per aiutare i soldati ai checkpoint a identificare i palestinesi prima ancora che esibiscano le loro carte d’identità. Una vasta rete di telecamere a circuito chiuso, denominata “Hebron Smart City” [Hebron Città Intelligente], fornisce in tempo reale il monitoraggio della popolazione della città e, come ha affermato un ex-soldato, può a volte spiare all’interno delle case private.

Gli ex-soldati che sono stati intervistati per questo articolo e che hanno parlato con Breaking the Silence, un’associazione di solidarietà composta da veterani dell’esercito israeliano che si oppongono all’occupazione, hanno descritto il programma di sorveglianza a condizione di mantenere l’anonimato per timore di ripercussioni sociali e professionali. L’associazione afferma di avere in progetto di rendere pubblica la sua ricerca.

I testimoni affermano che l’esercito ha detto loro che l’attività è un notevole miglioramento delle possibilità di difendere Israele contro i terroristi. Ma il progetto dimostra anche come le tecnologie della sorveglianza, tanto dibattute nelle democrazie occidentali, sono già utilizzate dietro le quinte in luoghi in cui le persone hanno meno libertà.

“Mettiamola così: non mi sentirei tranquilla se lo usassero nel supermercato (della mia città natale),” ha affermato una soldatessa israeliana appena congedata che ha prestato servizio in un’unità dell’intelligence. “La gente si preoccupa delle impronte digitali, ma questo è molto più grave.” Ha detto a The Post di sentirsi motivata a parlare perché il sistema di sorveglianza di Hebron è una “totale violazione della privacy di un intero popolo”.

Secondo gli esperti dell’associazione per i diritti civili digitali AccessNow, l’uso della sorveglianza e del riconoscimento facciale da parte di Israele sembra essere una delle applicazioni più estese ed elaborate di tale tecnologia da parte di un Paese che intende controllare una popolazione sottomessa.

In risposta alle domande sul programma di sorveglianza, l’esercito israeliano (IDF) ha affermato che “abituali operazioni per la sicurezza” sono “parte della lotta contro il terrorismo e degli sforzi per migliorare la qualità della vita della popolazione palestinese in Giudea e Samaria” (Giudea e Samaria è nome ufficiale israeliano per la Cisgiordania).

“Naturalmente non possiamo fare dichiarazioni sulle capacità operative dell’esercito israeliano in questo contesto,” aggiunge il comunicato.

Secondo l’organizzazione di sostegno “Surveillance Technology Oversight Project” [Progetto per il Controllo della Tecnologia di Sorveglianza] l’uso ufficiale di tecnologie per il riconoscimento facciale è stato vietato da almeno una decina di città USA, tra cui Boston e San Francisco. E questo mese il parlamento europeo ha sollecitato il divieto dell’uso da parte della polizia del riconoscimento facciale in luoghi pubblici.

Ma quest’estate uno studio del Government Accountability Office [Ufficio per la Responsabilità del Governo] degli USA ha scoperto che 20 agenzie federali hanno affermato di utilizzare sistemi di riconoscimento facciale e che sei agenzie delle forze dell’ordine affermano che la tecnologia ha contribuito a identificare persone sospettate di aver violato la legge durante rivolte civili. E l’Information Technology and Innovation Foundation, un gruppo commerciale che rappresenta le imprese tecnologiche, ha manifestato disaccordo riguardo alla proposta europea di divieto, affermando che danneggerebbe i tentativi delle forze dell’ordine di “rispondere efficacemente alla delinquenza e al terrorismo.”

In Israele una proposta da parte di funzionari di polizia di introdurre telecamere di riconoscimento facciale in luoghi pubblici ha incontrato una ferma opposizione e l’agenzia governativa incaricata di proteggere la privacy si è espressa contro la proposta. Ma nei territori occupati Israele applica criteri diversi.

“Mentre i Paesi sviluppati in tutto il mondo impongono restrizioni alla fotografia, al riconoscimento facciale e alla sorveglianza, la situazione descritta [a Hebron] costituisce una gravissima violazione dei diritti fondamentali come il diritto alla privacy, in quanto i soldati sono incentivati a raccogliere quante più foto possibile di uomini, donne e bambini palestinesi in una sorta di competizione,” afferma Roni Pelli, avvocatessa dell’Associazione per i Diritti Civili di Israele dopo aver saputo del progetto di sorveglianza. “L’esercito deve immediatamente smettere,” dice.

Ultime tracce di privacy

Yaser Abu Markhyah, un palestinese di 49 anni padre di quattro figli, afferma che la sua famiglia ha vissuto a Hebron per cinque generazioni e che ha imparato a fare i conti con i checkpoint, le restrizioni ai movimenti e i frequenti interrogatori dei soldati da quando Israele ha conquistato la città durante la guerra dei Sei giorni nel 1967. Ma sostiene che recentemente la sorveglianza ha tolto alla gente le ultime tracce di privacy. “Non ci sentiamo più a nostro agio a socializzare, perché le telecamere ci stanno sempre filmando,” afferma Abu Markhyah. Dice che non lascia più giocare i figli fuori, davanti a casa, e che parenti che vivono in quartieri meno controllati evitano di andarlo a trovare.

Hebron è stata a lungo un punto critico per la violenza, con un’enclave di coloni israeliani estremisti pesantemente protetti nei pressi della Città Vecchia circondati da centinaia di migliaia di palestinesi, e la gestione della sicurezza è divisa tra l’esercito israeliano e l’amministrazione palestinese.

Nel suo quartiere di Hebron, nei pressi della Tomba dei Patriarchi, luogo sacro per musulmani ed ebrei, sono state montate telecamere di sorveglianza ogni 100 metri, anche sui tetti delle case. Afferma che il monitoraggio in tempo reale sembra essere in aumento. Qualche mese fa, racconta, sua figlia di 6 anni ha fatto cadere un cucchiaino dal terrazzo sul tetto di casa e, benché la strada sembrasse vuota, poco dopo sono arrivati a casa sua dei soldati e hanno detto che sarebbe stato denunciato per aver lanciato pietre.

Issa Amro, abitante della città e attivista che guida il gruppo “Friends of Hebron” [Amici di Hebron], indica una serie di case vuote nel suo isolato. Afferma che le famiglie palestinesi se ne sono andate a causa delle restrizioni e della sorveglianza.

“Vogliono rendere la nostra vita così difficile che ce ne andremo per conto nostro, così potranno arrivare più coloni,” sostiene Amro.

“Le telecamere,” dice, “hanno solo un occhio, per vedere i palestinesi. Sei filmato dal momento in cui esci di casa al momento in cui rientri.”

Incentivi per le foto

Secondo i sei ex-militari che sono stati intervistati da The Post e da Breaking the Silence il progetto Blue Wolf combina un’applicazione per il cellulare con una banca dati di informazioni personali accessibile attraverso dispositivi mobili.

Uno di loro ha detto a The Post che questa banca dati è una versione ridotta di un’altra grande banca dati, chiamata “Wolf Pack” [Branco di Lupi], che contiene il profilo praticamente di ogni palestinese in Cisgiordania, comprese foto degli individui, le loro storie familiari, l’istruzione e il livello di pericolosità di ognuno. Questo soldato da poco congedato ha avuto esperienza diretta di “Wolf Pack”, che è accessibile solo su computer fissi in contesti più protetti (benché questo ex-soldato descriva la banca dati come “Facebook dei palestinesi”, non è collegata a Facebook).

Un altro ex-soldato dice a The Post che alla sua unità, che nel 2020 pattugliava le strade di Hebron, è stato chiesto di raccogliere quante più foto di palestinesi possibile durante una certa settimana utilizzando un vecchio cellulare fornito dall’esercito, facendo le foto durante missioni quotidiane che spesso duravano otto ore. I soldati caricavano le foto attraverso la app Blue Wolf installata sui telefonini.

Questo ex-soldato afferma che i bambini palestinesi tendevano a mettersi in posa per le foto, mentre le persone anziane, soprattutto le donne, spesso facevano resistenza. Descrive l’esperienza di obbligare le persone ad essere fotografate contro la loro volontà come traumatica per lui.

Le foto prese da ogni unità arrivavano alle centinaia per ogni settimana, e un ex-soldato afferma che era previsto che l’unità ne facesse almeno 1.500. Le unità dell’esercito in tutta la Cisgiordania competevano per i premi, ad esempio una serata libera concessa a chi faceva più foto, dice l’ex-soldato.

Spesso, quando un soldato scatta la foto di qualcuno, l’applicazione registra la corrispondenza con un profilo già esistente nel sistema Blue Wolf. Allora, secondo i cinque soldati e una schermata del sistema ottenuta da The Post, l’applicazione lampeggia in giallo, rosso o verde per indicare se la persona deve essere fermata, immediatamente arrestata o lasciata passare.

Il grande sforzo di costruire la banca dati Blue Wolf con le immagini è diminuito negli ultimi mesi, ma le truppe continuano ad usarla per identificare i palestinesi, afferma un ex-soldato.

Un altro ex-soldato ha detto a Breaking the Silence che una diversa applicazione per cellulare, chiamata “White Wolf”, è stata sviluppata per essere utilizzata da coloni ebrei in Cisgiordania. Benché ai coloni non sia consentito arrestare la gente, i volontari della sicurezza possono utilizzare White Wolf per scansionare il documento di riconoscimento di un palestinese prima che entri in una colonia, per esempio per lavorare nell’edilizia. Nel 2019 l’esercito ha ammesso l’esistenza di White Wolf in una pubblicazione israeliana di destra.

“I diritti sono semplicemente irrilevanti”

Nell’unico caso noto, l’esercito israeliano ha fatto riferimento alla tecnologia Blue Wolf in giugno in un opuscolo in rete con cui invitava i soldati a partecipare a “una nuova squadra” che “vi trasformerà in un ‘Blue Wolf’”. L’opuscolo afferma che la “tecnologia avanzata” comprenderebbe “telecamere intelligenti con sofisticati sistemi di analisi” e “sensori che possono individuare e segnalare in tempo reale le attività sospette e gli spostamenti di persone ricercate.”

In un articolo del 2020 sul suo sito l’esercito citava anche “Hebron Smart City”.  L’articolo, che mostra un gruppo di soldatesse chiamate “sentinelle” davanti a schermi di computer con visori per la realtà virtuale, descrive il progetto come una “pietra miliare” e una tecnologia “rivoluzionaria” per la sicurezza in Cisgiordania. L’articolo afferma che “in tutta la città è stato installato un nuovo sistema di telecamere e radar” che può documentare “qualunque cosa avvenga nei dintorni” e che “riconosce qualunque movimento o rumore insolito.”

Nel 2019 Microsoft ha investito in una nuova impresa israeliana per il riconoscimento facciale chiamata AnyVision, che secondo NBC e la rivista economica israeliana The Market [Il Mercato] stava lavorando con l’esercito per costituire una rete di telecamere di sicurezza intelligenti che utilizzano la tecnologia della scansione facciale in tutta la Cisgiordania (Microsoft ha affermato di essere uscita dall’investimento in AnyVision durante gli scontri di maggio tra Israele e l’organizzazione di miliziani Hamas a Gaza).

Sempre nel 2019 l’esercito israeliano ha annunciato l’introduzione di un progetto pubblico di riconoscimento facciale, con tecnologia fornita da AnyVision, nei principali posti di controllo in cui i palestinesi entrano in Israele dalla Cisgiordania. Il progetto utilizza postazioni per scansionare documenti di identità e volti simili a quelle aeroportuali utilizzate per controllare i viaggiatori che entrano negli Stati Uniti. Secondo informazioni di stampa il sistema israeliano è utilizzato per verificare se un palestinese ha il permesso per entrare in Israele, ad esempio per lavorare o per andare a trovare parenti, e per tenere sotto controllo chi sta entrando nel Paese. Questo controllo è obbligatorio per i palestinesi, come lo è quello negli aeroporti americani per gli stranieri.

Secondo un ex-soldato che ha partecipato al progetto e quattro abitanti palestinesi, a differenza dei controlli al confine il monitoraggio a Hebron avviene in una città palestinese senza informare la popolazione locale. L’ex-soldato ha detto a The Post che le telecamere ai checkpoint possono riconoscere anche i veicoli, anche senza registrare le targhe, e li abbina ai rispettivi proprietari.

Oltre a preoccupazioni riguardanti la privacy, una delle principali ragioni per cui la sorveglianza con il riconoscimento facciale è stata limitata in altri Paesi è che molti di questi sistemi hanno dimostrato livelli di precisione molto variabili, e alcune persone sono state messe a repentaglio perché identificate in modo errato.

L’esercito israeliano non ha fatto commenti riguardo alle preoccupazioni sollevate sul’uso di tecnologie per il riconoscimento facciale.

La Information Technology and Innovation Foundation [gruppo di analisi sulle politiche pubbliche USA relative all’industria e alla tecnologia, ndtr.] ha affermato che gli studi che dimostrano che questa tecnologia è inadeguata sono stati sopravvalutati. Contestando la proposta europea di divieto, l’associazione afferma che sarebbe meglio dedicarsi a sviluppare garanzie di un uso corretto della tecnologia da parte delle forze dell’ordine e standard di qualità dei sistemi di riconoscimento facciale utilizzati dal governo.

Tuttavia in Cisgiordania questa tecnologia è solo “un altro strumento di oppressione e sottomissione del popolo palestinese,” afferma Avner Gvaryahu, direttore esecutivo di Breaking the Silence. “Mentre la sorveglianza e la privacy sono una priorità nella discussione pubblica a livello mondiale, qui vediamo un altro vergognoso assunto del governo e dell’esercito israeliani secondo cui quando si tratta di palestinesi i diritti umani fondamentali sono semplicemente irrilevanti.”

Elizabeth Dwoskin

Lisa è entrata al Washington Post come corrispondente dalla Silicon Valley nel 2016, inviata del giornale nella zona. Si è concentrata sulle reti sociali e il potere dell’industria tecnologica in una società democratica. In precedenza è stata la prima cronista a tempo pieno del Wall Street Journal [prestigioso quotidiano economico statunitense, ndtr.] ad essersi occupata di intelligenza artificiale e dell’impatto degli algoritmi sulla vita delle persone.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)