Cisgiordania. Colonie e disastro ambientale

Francesca Merz

27 novembre 2019 Nena News

Oltre all’utilizzo massiccio di acqua per le coltivazioni e l’allevamento, non è da sottovalutare l’ingente uso di risorse idriche del territorio da parte dei coloni israeliani nelle unità abitative

All’interno delle colonie ci sono tutti i servizi necessari, e il panorama è quello tipico di un outlet all’aperto, con piante, architetture e stili di vita che possono ricordare da vicino la Florida. I centri commerciali all’interno hanno prezzi molto bassi, riforniti secondo economie di scala e fornitori che lavorano per tutte le colonie. Le casette a schiera costruite sono in netto contrasto con il panorama e la vita che si trova all’esterno, fatta ancora di piccoli insediamenti rurali, e case sparse dei pochi beduini che ancora non sono stati cacciati da quelle terre. Superati i controlli, le sbarre e l’esercito entrando in questi grandi set cinematografici costruiti nel deserto, i nostri occhi evidenzieranno la contrapposizione tra il benessere e la presunta povertà degli allevatori (palestinesi) che pascolano le loro pecore, dovremo invece valutare il terrificante impatto culturale, ambientale ed economico delle colonie sul territorio, e provare a recuperare la storia di quelle terre, ricche di risorse e in perfetto equilibrio fino ad un secolo fa.

In questo panorama occorre fare un brevissimo passo indietro, e parlare anche delle diverse tipologie di coloni presenti sul territorio, tralasciando di sottolineare la grande quantità di colonie illegali, la necessità è provare a focalizzarsi sullo stato dei fatti e sulla sostenibilità dei sistemi produttivi di questi insediamenti.

I coloni vengono solitamente distinti in alcune categorie: business man investors, uomini d’affari, gli “economic settlers” ovvero colonie che hanno come scopo fondamentale la produttività economica, e infine gli “ideological settlers”. Gli “economic settlers” sono i coloni che si sono spostati e hanno creato colonie per la produzione (agricola principalmente), gli “ideological settlers” sono coloni che si spostano non per investire in nuovi terreni, né per trovare lavoro, ma per ragioni ideologiche, ovvero per ritornare alla “terra promessa”, sono questi ultimi i gruppi più sostanziosi nelle aree della Cisgiordania o in zone quali Hebron, fondamentalisti pronti a insediarsi in luoghi ancora caldi della resistenza palestinese, con azioni ripetute di disturbo della vita della popolazione, che vanno, stando le denunce palestinesi, dall’uccisione dei capi di bestiame dei beduini, al rogo degli ulivi degli agricoltori palestinesi, fino a forme violentissime come nel caso della terribile condizioni dei bambini di At-Tuani (sud di Hebron), che devono affrontare ogni mattina il passaggio accanto ad alcune colonie abusive israeliane, per andare a scuola, con costanti e ripetuti lanci di pietre contro i bambini, solo per fare uno dei tantissimi esempi quotidiani tramite i quali i coloni esercitano un terrorismo costante nei confronti della popolazione palestinese.

Anche in questo caso, nella comprensione dell’utilizzo delle colonie come metodo di espansione concordato con il governo israeliano, ci viene in soccorso l’ottimo Neve Gordon, nel suo testo “L’occupazione israeliana”, con un’analisi impeccabile che non lascia spazio ai dubbi sulla volontà, sin dagli inizi del governo laburista, di utilizzare i coloni irregolari, fintamente osteggiati, come metodo di espansione dello Stato sionista. “In Lords of the Land, Idith Zartal e Akiva Eldar mostrano che i dirigenti laburisti come Simon Peres, Yitzhak Rabin, Yigal Allon e Moshe Dayan erano in massima parte favorevoli al progetto degli insediamenti. Pertanto, l’idea che il governo laburista e i coloni appartenessero a fazioni ideologiche opposte è vera solo se si è interessati alle differenze tattiche”. “La maggior parte dei resoconti tende a presentare il progetto degli insediamenti come un’impresa extra-governativa condotta dal movimento dei coloni in aperto contrasto con la politica del governo. In realtà la stragrande maggioranza degli insediamenti fu istituita dai diversi governi israeliani, e anche quelli apparentemente costruiti contro la volontà del governo dai circoli ebraici religiosi ottennero in definitiva l’autorizzazione dal governo e il suo supporto finanziario.”

“Dichiarare che Israele intendeva annettere le due regioni o anche pubblicare un piano esplicito sul modo in cui intendeva popolarle di ebrei avrebbe provocato senza dubbio la condanna internazionale e la massiccia resistenza palestinese. Questa è stata una delle ragioni per cui il governo israeliano ha rappresentato spesso i coloni ebrei come cittadini ribelli, anche mentre trasferiva milioni di dollari per sostenere il loro comportamento “ricalcitrante”. Far sembrare di non essere in grado di controllare i coloni ha consentito allo Stato, in caso di critiche, di assolversi dalle responsabilità attribuendo le confische a iniziative illegali compiute da gruppi di cittadini ideologizzati. E’ stato quindi politicamente vantaggioso presentare l’occupazione come temporanea e la creazione d’insediamenti come arbitraria. Per contro, in Cisgiordania, e nella striscia di Gaza, Israele ha eseguito una confisca graduale utilizzando il diritto ottomano e il Mandato britannico, i regolamenti dei sistemi giuridici giordano ed egiziano e le ordinanze militari emanate dai comandanti israeliani. Anche se il diritto internazionale umanitario obbliga il potere occupante a proteggere la proprietà degli abitanti sotto occupazione vietandone l’esproprio, Israele ha utilizzato diversi meccanismi giuridici per confiscare ampie porzioni della Cisgiordania e della Striscia di gaza. La maggior parte dichiarata proprietà di un assente o proprietà appartenente a uno stato o a un agente nemico.

L’Ordinanza Militare 58, emanata già il 23 luglio 1967, definisce “proprietà di un assente” quella “proprietà il cui possessore legale, o chi ne abbia ricevuto il potere di controllo per disposizione di legge, abbia abbandonato l’area prima del 7 giugno 1967 o successivamente”. Un rapporto del controllore di stato israeliano mostra che nei primissimi anni di occupazione le autorità israeliane registrarono circa 430.000 dunam confiscate (43mila ettari), circa il 7,5 % della Cisgiordania, come proprietà degli assenti. L’ordinanza militare 59, emanata il 31 luglio 1967, dichiara che ogni terra o proprietà appartenente a uno stato nemico diventa proprietà di stato. Fu così preso il 13% della Cisgiordania. I governi a guida laburista usarono parte di queste terre per creare quindici insediamenti nella Valle del Giordano. Un terzo metodo di confisca fu l’esproprio di terra per esigenze pubbliche, come osserva Eyal Weizman il “pubblico” che ha goduto dei frutti delle espropriazioni è sempre stato composto solo ed esclusivamente da ebrei”

Utilizzando le confische secondo la “legge della proprietà degli assenti” Israele ha creato 15 colonie nel cuore di Gerusalemme Est, facendovi trasferire 210mila coloni israeliani. L’ultimo rapporto della Coalizione civile per i diritti dei gerosolimitani indica che il 35% delle proprietà palestinesi a Gerusalemme sono state confiscate ricorrendo alla legge in questione e adottando sempre il pretesto dell’ordine pubblico. Il 22% delle proprietà palestinesi così confiscate sono state definite ‘area verde’, su un 30% vige il divieto di pianificazione edilizia e ai palestinesi resta appena il 13%. Israele ha fatto di più, esistono infatti delle tariffe agevolate esclusivamente riservate agli israeliani con incentivi tra i 20 e i 25mila dollari per un appartamento di 100 metri quadrati.

Abbiamo già parlato di come Israele cominciò ad applicare una legge ottomana sulla terra del 1858, al fine di trasformare la terra privata palestinese in terra di Stato. Secondo la legge ottomana, se un proprietario per tre anni consecutivi non coltiva la propria terra per motivi diversi da quelli riconosciuti dalla legge (arruolamento nell’esercito) la terra è allora chiamata makhlul, terra di cui il sovrano può prendere possesso o che può trasferire a un’altra persona. Israele inoltre crea gli insediamenti in stretta prossimità dei villaggi palestinesi per limitarne lo sviluppo e frantumarne le comunità in piccoli gruppi. Al fine di limitare il movimento palestinese ha introdotto un regime di “strade vietate” che ha posto restrizioni all’accesso degli abitanti alle più importanti arterie di traffico in Cisgiordania. Essere obbligati a viaggiare su tali strade alternative ha influito su tutti gli aspetti della vita quotidiana della Cisgiordania, tra questi l’economia e il sistema sanitario ed educativo.

Il 3 giugno ricercatori delle università israeliane di Tel Aviv e Ben Gurion hanno presentato un rapporto, commissionato dall’organizzazione ambientalista ‘EcoPeace Middle East’, in cui avvertono che “il deterioramento delle infrastrutture idriche, elettriche e fognarie nella Striscia di Gaza costituisce un sostanziale pericolo per le acque terrestri e marine, le spiagge e gli impianti di desalinizzazione di Israele”. Ma ciò che adesso Israele ha identificato come un “problema di sicurezza nazionale” è in realtà un disastro causato da proprie responsabilità. In questo momento la situazione ambientale a Gaza è tragica, ma non sono i palestinesi che l’hanno causata, né la “rapida crescita della popolazione”, né l’incuria o l’ignoranza degli abitanti locali, come spesso sentiamo dire dall’opinione pubblica. Innumerevoli rapporti delle Nazioni Unite hanno documentato dettagliatamente come e perché la principale causa del disastro sia l’occupazione israeliana. Il motivo per cui le acque reflue a Gaza vengono smaltite in questo modo definito dagli israeliani “irresponsabile” è che gli impianti per il trattamento delle acque non funzionano; sono stati colpiti nell’attacco israeliano alla Striscia del 2014 [operazione “Margine protettivo, ndtr.] e non sono mai stati ricostruiti perché l’assedio israeliano non consente di importare materiali da costruzione e pezzi di ricambio (vedi articolo sul Protocollo di Parigi).

Poi c’è il problema dell’immondizia, che i palestinesi bruciano e quindi “inquinano l’aria israeliana”; come ha evidenziato l’accademico dell’università di Cambridge Ramy Salemdeeb, Gaza non ha potuto sviluppare un’adeguata gestione dei rifiuti a causa delle restrizioni economiche dovute all’assedio israeliano e di una “limitata disponibilità di terra” per via del suo isolamento dal resto dei territori palestinesi occupati. Ciò che il rapporto israeliano non menziona è che, oltre ai problemi delle acque di scarico e dei rifiuti, Gaza soffre anche di una serie di altri danni ambientali, anch’essi legati all’occupazione israeliana. L’esercito israeliano spruzza sistematicamente erbicidi sui terreni coltivabili palestinesi vicino alla barriera di separazione tra il territorio assediato e Israele; il più delle volte il prodotto chimico utilizzato è il glifosato, che è provato essere cancerogeno. Secondo la Croce Rossa queste attività non solo danneggiano i raccolti palestinesi, ma contaminano il suolo e l’acqua. Più fonti affermano che l’esercito israeliano abbia usato nei suoi attacchi a Gaza uranio impoverito e fosforo bianco, che non solo provocano danni immediati alla popolazione civile, ma costituiscono una fonte di rischio per la salute per molto tempo dopo che il bombardamento è terminato.

L’insostenibilità ecologica e strutturale è dunque un’evidenza, i principali effetti collaterali per ora si sono riverberati sulla sola popolazione palestinese. Israele sembra non aver calcolato, che la stessa terra che ospita liquami non depurati, scorie e materiale ad altissimo impatto ambientale, è la tanto bramata Terra promessa sulla quale, probabilmente, andranno ad abitare prossimamente cittadini ebrei che avranno il compito di costruire nuove colonie, di allontanare il nemico palestinese, vivendo però su cumuli di terra contaminata da oggi e per i secoli a venire.

È stato stimato che circa l’80% dei rifiuti prodotti dalle colonie israeliane viene scaricato in Cisgiordania. Si sa che anche diverse industrie israeliane e l’esercito scaricano rifiuti tossici in terreni oggi palestinesi. Inoltre negli ultimi anni Israele ha sistematicamente trasferito fabbriche inquinanti in Cisgiordania. Lo ha fatto costruendo cosiddette “aree industriali”, che non solo utilizzano manodopera palestinese a buon mercato, ma rilasciano le loro scorie tossiche nell’ambiente. Israele ha anche proseguito la sua decennale pratica di sradicare gli ulivi e gli alberi da frutto palestinesi, questa strategia, mirata a recidere il legame dei palestinesi con la loro terra, ha provocato non solo la perdita delle risorse vitali per migliaia di agricoltori palestinesi, ma anche l’erosione del suolo e l’accelerazione della desertificazione di zone della Palestina occupata.

Secondo uno studio condotto dall’Ufficio dell’Ambiente dell’Amministrazione Civile Israeliana in Cisgiordania, i coloni generano ogni giorno circa 145.000 tonnellate di rifiuti domestici. Non sorprende che gran parte di questi rifiuti, compresi i liquami, siano scaricati su terra palestinese senza alcun riguardo per l’ambiente o per le persone e gli animali che vivono lì. Nel solo 2016, 83 milioni di metri cubi di acque reflue hanno attraversato la Cisgiordania. Quel numero sta aumentando costantemente e rapidamente. La verità è che i palestinesi si sono dimostrati molto più “qualificati” per coesistere con la natura piuttosto che “sfruttarla”. Il costo di questo sfruttamento, tuttavia, non viene pagato solo dal popolo palestinese, ma anche dall’ambiente. Le prove sotto i nostri occhi e accentuano ulteriormente la natura coloniale ed egoista del progetto sionista e dei suoi fondatori, che continuano a dimostrarsi totalmente privi di una visione strategica e sostenibile per il futuro della “Terra Promessa”. Nena News




Israele approva una nuova colonia e ordina di demolire un mercato a Hebron

Kaamil Ahmed

1 dicembre 2019 – Middle East Eye

I palestinesi accusano il cambiamento di politica degli USA sulle colonie illegali

Israele ha approvato una nuova colonia sul luogo in cui si trova un mercato palestinese a Hebron, nella Cisgiordania occupata, provocando rabbia tra i palestinesi che accusano [per questa decisione] il recente cambiamento di politica degli USA. Domenica il ministro della Difesa Naftali Bennett ha dato il via libera alla nuova colonia, che implicherebbe la distruzione dell’antico mercato all’ingrosso e potrebbe a quanto si dice raddoppiare la popolazione dei coloni.

Ciò fa seguito alla decisione degli USA in novembre di non considerare più illegali in base alle leggi internazionali le colonie israeliane nei territori palestinesi occupati.

La decisione israeliana di costruire una nuova colonia illegale nella Hebron occupata è il primo risultato tangibile della decisione USA di legittimare la colonizzazione; essa non deve essere decontestualizzata,” ha detto Saeb Erekat, segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Il mercato palestinese destinato ad essere coinvolto è chiuso dal 1994, quando il colono israeliano Baruch Goldstein uccise 29 palestinesi all’interno della moschea di Abramo, che gli ebrei conoscono come la Tomba dei Patriarchi, e Israele rispose accentuando la sua presenza militare attorno alla Città Vecchia.

Circa 800 coloni israeliani vivono nei pressi della Città Vecchia di Hebron, molto vicino ai suoi abitanti palestinesi, e sono accompagnati da una pesante presenza militare che secondo i palestinesi impone loro un sistema simile all’apartheid.

La colonia a Hebron è il volto peggiore del controllo israeliano nei territori occupati,” hanno affermato in un comunicato gli attivisti di Peace Now [organizzazione israeliana contraria all’occupazione israeliana della Cisgiordania, ndtr.] contro le colonie.

Per mantenere la presenza di 800 coloni in mezzo a 250.000 palestinesi, intere vie di Hebron sono chiuse ai palestinesi, negando loro la libertà di movimento e con gravi ripercussioni sulle loro condizioni di vita.”

Il portavoce della comunità di coloni di Hebron Yishai Fleischer ha ringraziato Bennett per la decisione ed ha affermato che il terreno su cui sorge il mercato è stato di proprietà di ebrei dal 1807.

Tuttavia secondo Peace Now la terra appartiene legalmente al Comune di Hebron e i suoi abitanti hanno goduto di un affitto tutelato che non ha consentito che venissero espulsi senza basi legali, benché ciò sia stato ignorato dai tribunali israeliani, che hanno aperto la strada alla nuova colonia.

Ayman Odeh, capo della Lista Unita, coalizione parlamentare di cittadini palestinesi di Israele, ha affermato che la decisione è parte di una “guerra contro la pace”.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Dirigente di un gruppo suprematista ebraico imputato di incitamento all’odio contro i palestinesi

Natasha Roth-Rowland

27 Novembre 2019 – +972

Come Benjamin Netanyahu, Benzi Gopstein deve affrontare un procedimento penale atteso da tempo. Ma l’incriminazione di entrambi non cambia niente riguardo al sistema razzista ed espansionista che li ha prodotti

Martedì [26 novembre] un tribunale di Gerusalemme ha incriminato Benzi Gopstein, capo del gruppo razzista anti-assimilazionista “Lehava”, ed ha bandito il candidato alla Knesset del partito Otzma Yehudit [Potere Ebraico] per incitamento alla violenza, al razzismo e al terrorismo e per essersi pronunciato in favore del massacro alla Grotta dei Patriarchi di Hebron da parte di Baruch Goldstein nel 1994. Il suo rinvio a giudizio rappresenta il culmine di una campagna durata otto anni da parte dell’“Israel Reform Action Center” [Centro di Azione Israeliano per la Riforma, ndtr.] (IRAC), braccio giuridico dell’ebraismo riformato, per far sì che Gopstein e Lehava rendano conto [della loro posizione politica].

L’incriminazione di Gopstein cita, tra le altre cose, video in cui egli ha giustificato l’uso della violenza contro i palestinesi che sono in rapporto con donne ebree; ha definito i “nemici tra noi” (cioè i palestinesi) un “cancro”, ha proposto che la soluzione sia togliere di mezzo la Cupola della Roccia e la moschea di al-Aqsa ed ha affermato che ogni palestinese che egli dovesse vedere ad un matrimonio ebraico finirebbe nel “più vicino ospedale”.

Gopstein, allievo del fondatore della “Lega per la Difesa Ebraica” e demagogo razzista Meir Kahane ed ex-attivista del Kach, movimento politico israeliano di quest’ultimo, ha una lunga e storica carriera di razzismo violento. Da giovane ha avuto a che fare con la giustizia, in particolare quando è stato arrestato (e in seguito rilasciato per mancanza di prove) nel novembre 1990 in quanto sospettato di essere coinvolto nell’uccisione di due palestinesi, a quanto pare come rappresaglia per l’assassinio di Kahane a New York all’inizio di quel mese.

Di tutti i discepoli di Kahane che occupano ancora un posto sulla ribalta, Gopstein si è forse impegnato in modo più assiduo per portare avanti la principale ossessione del suo mentore: evitare rapporti tra ebrei e palestinesi, soprattutto tra donne ebree e uomini palestinesi. Come fondatore e capo di “Lehava” (il cui nome in ebraico è un acronimo per “Evitare l’Assimilazione nella Terra Santa”), Gopstein ha progettato di persona accaniti e spesso violenti tentativi di distruggere rapporti misti [tra israeliani e palestinesi, ndtr.] – sia tramite l’istituzione di un “telefono rosso” in stile Stasi [polizia segreta della Repubblica Democratica Tedesca, ndtr.], in cui israeliani preoccupati possono dare informazioni su cittadini che sospettano avere rapporti misti, fino a violente proteste durante matrimoni musulmani in cui la moglie si sia convertita dall’ebraismo.

Questi incidenti hanno fatto di “Lehava” un parafulmine per le critiche all’estrema destra nel discorso pubblico israeliano. Ed è facile capire perché: l’organizzazione e le sue azioni sono emblematiche dei fenomeni che israeliani progressisti (e non tanto progressisti) evidenziano come i mali della loro società, in un modo che consente loro di evitare di approfondire i più profondi problemi strutturali in cui essi stessi sono coinvolti.

Come Kahane prima di lui, Gopstein ha cercato di reclutare intorno alla sua causa giovani disadattati e svantaggiati dal punto di vista socio-economico, portando nell’organizzazione mizrahim (ebrei originari dei Paesi arabi o musulmani) della periferia sociale e geografica di Israele. La sua orchestrazione di proteste molto visibili – sia durante i matrimoni summenzionati o quelle del sabato notte in piazza Zion a Gerusalemme – garantisce che i media e i politici israeliani abbiano un archivio di immagini da condannare quando insistono che nel Paese la violenza della destra è esclusivamente un problema “mizrahi” (cioè: marginale e non istituzionale), invece che sistematico o “ampiamente diffuso” (cioè: ashkenazita [ebrei di origine europea, che dominano nella vita economica, politica e sociale di Israele, ndtr.]).

Analogamente lo stesso Gopstein – insieme al resto della sua coorte di “Otzma Yehudit”: Itamar Ben-Gvir, Baruch Marzel e Michael Ben-Ari — è liquidato come un fanatico religioso marginale, la cui ortodossia gli israeliani stentano ad evidenziare quando si scagliano contro la sua ideologia. Quindi, per esempio, durante un dibattito alla Knesset sulla messa fuori legge di “Lehava” nel 2015, il parlamentare laburista Itzik Shmuli denunciò trionfalmente Gopstein come “Isis con la kippah [il tradizionale copricapo ebraico, soprattutto degli ebrei praticanti, ndtr.]”.

Tali tentativi di definire come “diversi” i terroristi ebrei – siano Kahane, Yigal Amir [l’assassino di Rabin, ndtr.], Baruch Goldstein [autore della strage di 29 fedeli palestinesi nella tomba dei Patriarchi a Hebron, ndtr.], gli assassini di Muhammad Abu Khdeir [ragazzino palestinese bruciato vivo per vendicare la morte di tre giovani coloni uccisi da palestinesi nel 2014, ndtr.] o la “gioventù della cima delle colline” [gruppo informale di coloni estemisti, ndtr.] che incendia chiese, case e scuole [palestinesi] – è molto utile all’establishment israeliano. La condanna e l’occasionale incriminazione di questi personaggi consente al governo e ai suoi sostenitori interni ed internazionali di evidenziare un sistema giudiziario che funziona e un codice morale che rifiuta questa ideologia e queste azioni razziste. È lo stesso meccanismo che seleziona sporadicamente e in apparenza (anche se non realmente) in modo arbitrario soldati e poliziotti israeliani da punire per la continua serie di uccisioni extragiudiziarie di palestinesi, tra gli altri violenti misfatti.

In entrambi i processi, il sistema che produce violenza politica e abusi dell’esercito e li ricompensa con un’impunità quasi totale sfugge a una verifica.

Vale la pena di notare il tempismo dell’incriminazione di Gopstein: cinque giorni dopo l’incriminazione di Benjamin Netanyahu e nel bel mezzo dell’ultimo picco di violenza dei coloni in Cisgiordania durato sette giorni, compresa l’ultima fiammata dello scorso fine settimana a Hebron in cui circa una decina di palestinesi sono rimasti feriti, tra cui un bimbo di 18 mesi.

L’incriminazione di Netanyahu è stata sbandierata come la prova decisiva di una democrazia israeliana in ottima salute – un sistema talmente sicuro da mettere sotto processo il suo stesso primo ministro. Tali analisi hanno misteriosamente ignorato il fatto che Netanyahu finora non ha dovuto affrontare alcuna conseguenza per il fatto di aver infranto ripetutamente la legge relativa alla campagna elettorale e alle elezioni, né per i suoi tentativi razzisti di sopprimere il diritto di voto [dei palestinesi] – azioni che, si potrebbe pensare, rivelano molto più dello stato della democrazia israeliana di quanto questi osservatori evidenzino. Non dimentichiamoci neppure che Netanyahu ha conferito una legittimazione senza precedenti a Gopstein e ai suoi colleghi di “Otzma Yehudit” intervenendo personalmente in loro favore prima delle elezioni dell’aprile 2019.

Né la squadra di quelli che dicono che “la corruzione rafforza la democrazia” segnala l’altro, più fondamentale ostacolo per le loro analisi, cioè che il sistema giudiziario che ha indagato e incriminato Netanyahu è lo stesso che appoggia l’occupazione della Cisgiordania e l’assedio contro Gaza; che consente l’espulsione di palestinesi dalle loro case e la loro demolizione; che gestisce un apparato giudiziario separato su base etnica nei territori occupati, uno per i palestinesi e l’altro per gli ebrei. Ed è lo stesso sistema giudiziario che costantemente omette di considerare responsabili i propri soldati e civili per aver commesso soprusi, per aver aggredito e ucciso palestinesi ed ebrei etiopi, perché fa parte di uno Stato che, lasciando mano libera ai coloni violenti che agiscono in qualità di civili, ha rinunciato al proprio monopolio sull’uso legittimo della violenza.

In altre parole il sistema giudiziario che ha messo sotto processo Netanyahu e Gopstein in questo stesso momento sta anche consentendo ai coloni di aggirarsi per la Cisgiordania vandalizzando e incendiando proprietà palestinesi e aggredendo i proprietari. Queste due incriminazioni di alto livello non intaccano minimamente i progetti di espansione delle colonie, di esclusione su base etnica e di occupazione militare, azioni promosse dagli individui incriminati: la violenza nella relazione con i palestinesi continuerà anche se Gopstein verrà condannato, e la formalizzazione dell’annessione della Cisgiordania, insieme alla devastazione di Gaza che dura da molto tempo, sopravvivrà alla destituzione di Netanyahu.

Il sistema giudiziario che li ha messi sotto processo, per quanto possa essere disturbato dai loro quasi indistinguibili attacchi contro di esso come quinta colonna all’interno della società israeliana, continuerà ad approvare questi progetti.

È positivo che questi due uomini stiano affrontando le conseguenze attese da tempo per (alcune delle) loro azioni. L’ Israeli Religious Action Center, in particolare, deve essere elogiato per una battaglia quasi decennale per chiamare Gopstein a rispondere delle sue azioni. Ma non dobbiamo neppure fare di questa serie di avvenimenti altro che quello che sono: una foglia di fico che, puntando il dito contro due facili bersagli, rafforza piuttosto che indebolire il sistema che li ha prodotti.

Natasha Roth-Rowland è una dottoranda in storia all’università della Virginia, dove fa ricerca e scrive sull’estrema destra ebraica israeliana in Israele-Palestina e negli USA. In precedenza ha passato parecchi anni come scrittrice, redattrice e traduttrice in Israele-Palestina e il suo lavoro è stato pubblicato su The Daily Beast, the London Review of Books Blog, Haaretz, The Forward e Protocols. Scrive sotto lo pseudonimo del suo vero cognome in memoria di suo nonno, Kurt, che venne obbligato a cambiare il proprio cognome in ‘Rowland’ quando cercò di rifugiarsi in Gran Bretagna durante la Seconda Guerra Mondiale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 29 ottobre – 11 novembre 2019 (due settimane)

Il 2 novembre, un civile palestinese 27enne è stato ucciso ed un altro è rimasto ferito durante una serie di attacchi aerei israeliani contro siti militari ed aree non urbane della Striscia di Gaza.

I due uomini sono stati colpiti a sud-ovest di Khan Younis; si trovavano all’interno di una struttura agricola che, secondo fonti israeliane, veniva utilizzata a scopi militari. Nei due giorni precedenti, un gruppo armato palestinese aveva lanciato verso la regione meridionale di Israele diversi missili; uno di questi aveva colpito un edificio nella città di Sderot, provocando danni.

Vicino alla recinzione israeliana che perimetra la Striscia di Gaza, sono proseguite le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno”, durante le quali le forze israeliane hanno ferito 396 palestinesi, tra cui 171 minori. Secondo il Ministero della Salute palestinese, 102 di loro, tra cui 39 minori, sono stati colpiti con armi da fuoco. Fonti israeliane hanno riferito che contro le forze israeliane sono stati lanciati ordigni esplosivi improvvisati, bombe a mano e bottiglie incendiarie e che ci sono stati diversi tentativi di violare la recinzione; non sono state riportate vittime israeliane.

In almeno 30 occasioni, allo scopo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso, le forze israeliane hanno aperto il fuoco nelle aree della Striscia di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale e, in mare, al largo della costa; non sono stati segnalati feriti. In un caso separato, due pescatori palestinesi sono stati arrestati e la loro barca è stata confiscata dalle forze navali israeliane. In un altro caso, le forze israeliane hanno arrestato un minore palestinese che avrebbe tentato di entrare in Israele attraverso la recinzione perimetrale. Le forze israeliane hanno anche compiuto tre incursioni [nella Striscia], effettuando operazioni di spianatura del terreno vicino alla recinzione perimetrale.

L’11 novembre, durante scontri all’ingresso del campo profughi di Al ‘Arrub (Hebron), le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese di 22 anni. Il Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite, Nickolay Mladenov, ha dichiarato che le registrazioni video dell’uccisione mostrano che, al momento in cui gli hanno sparato, l’uomo ucciso non costituiva alcuna minaccia per le forze israeliane. Secondo resoconti di media israeliani, le autorità israeliane hanno avviato un’indagine penale sul caso. Gli scontri erano scoppiati durante una manifestazione che commemorava il 15° anniversario della morte del Presidente palestinese Yasser Arafat.

In Cisgiordania, durante molteplici proteste e scontri, 56 palestinesi, tra cui almeno 17 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane. Gli scontri più ampi sono stati registrati durante la summenzionata manifestazione nel campo di Al ‘Arrub; nel corso della protesta settimanale contro l’espansione degli insediamenti e le restrizioni di accesso a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e durante una protesta nel villaggio di Surif (Hebron) contro la confisca della terra. Complessivamente, le forze israeliane hanno condotto 84 operazioni simili, tre delle quali hanno portato a scontri e a feriti.

Inoltre, 285 scolari e 35 insegnanti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni: nella Zona (H2) della città di Hebron, controllata da Israele, in tre diverse circostanze, le forze israeliane avevano sparato gas lacrimogeni e bombe sonore nei cortili di due complessi scolastici. Secondo varie fonti palestinesi, solo uno dei tre casi (il 3 novembre) era stato preceduto dal lancio di pietre contro le forze israeliane da parte di minori palestinesi.

Nel quartiere Al Isawiya di Gerusalemme Est, le operazioni di polizia hanno sconvolto, quasi quotidianamente, la vita di circa 18.000 palestinesi; la maggior parte di queste operazioni ha provocato scontri e arresti. Il 2 novembre, per protestare contro la violenza della polizia, il Comitato dei genitori ha dichiarato uno sciopero di due giorni in tutte le scuole del quartiere. Sebbene non sia stato possibile accertare il numero delle persone ferite durante gli scontri di cui sopra, c’è particolare preoccupazione per un bambino di otto mesi e una donna incinta che hanno inalato gas lacrimogeno. Diciannove residenti, tra cui sette minori, sono stati arrestati. Ad Al Isawiya, dallo scorso giugno, si registrano alti livelli di tensione e violenze.

Due palestinesi, un ragazzo 15enne e una donna di 37 anni, sono stati feriti dalle forze israeliane in due episodi separati: secondo quanto riferito, avevano tentato di aggredire con un coltello le forze israeliane; nessun israeliano è rimasto ferito. I due episodi sono avvenuti il 28 e il 30 ottobre, rispettivamente nella Città Vecchia di Gerusalemme e nella zona H2 della città di Hebron. I due sospetti autori sono stati arrestati. Vicino al villaggio di Qaffin (Tulkarm), le forze israeliane hanno sparato e ferito un palestinese che aveva tentato di attraversare la Barriera senza permesso.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, o costretto le persone a demolire, 19 strutture: 49 palestinesi sono stati sfollati mentre altri 61 hanno subìto ripercussioni di diversa entità [segue dettaglio]. Sei di queste strutture, di cui quattro precedentemente fornite come aiuti umanitari, si trovavano in Comunità di pastori situate in aree da Israele dichiarate chiuse e dedicate ad “addestramento a fuoco” delle forze armate israeliane. Altre tre strutture (tutte abitative) erano situate nelle Comunità beduine palestinesi ad est di Gerusalemme, vicino a un’area destinata all’espansione dell’insediamento colonico di Ma’ale Adummim (piano E1). Le rimanenti nove strutture sono state demolite a Gerusalemme Est, inclusa una casa in Al Isawiya, auto-demolita dai proprietari. Dall’inizio dell’anno ad oggi [11 novembre], il numero di strutture demolite (513) indica un incremento di quasi il 33%, rispetto al corrispondente periodo del 2018.

In diverse aree della Cisgiordania la raccolta delle olive è stata sconvolta dalla violenza di coloni israeliani che hanno danneggiato almeno 1.050 alberi e rubato diverse tonnellate di olive. Nove episodi documentati hanno avuto luogo [su terreni palestinesi] vicino ad insediamenti colonici; l’accesso dei palestinesi a questi luoghi è limitato e regolato dalle autorità israeliane. Le Comunità colpite includevano Qaryut, Burin, Al Lubban ash Sharqiya e Deir al Hatab (tutte a Nablus), Kafr Qaddum (Qalqiliya), Mas-ha (Salfit) e Umm Safa (Ramallah). Altri sette episodi che hanno visto coloni come protagonisti sono stati segnalati nei villaggi di Yatma, Sawiya e Burin (Nablus), Kafr Qaddum (Qalqiliya) e Yasuf (Salfit). La raccolta delle olive, che si svolge ogni anno tra ottobre e novembre, è un evento basilare per i palestinesi, sia da punto di vista economico che sociale e culturale.

Altri cinque attacchi di coloni hanno provocato ferimenti e danni a proprietà palestinesi. In tre di questi episodi, accaduti sulle strade della Cisgiordania, un palestinese è stato ferito e tre veicoli palestinesi hanno subito danni a seguito del lancio di pietre. In altri due casi, coloni israeliani hanno vandalizzato almeno 32 veicoli ed hanno spruzzato scritte tipo “Questo è il prezzo da pagare” su tre case nei villaggi di Tublas (Gerusalemme) e Qabalan (Nablus). A Qarawat Bani Hassan (Salfit), coloni israeliani avrebbero danneggiato una baracca e dato fuoco a 400 balle di fieno. Finora nel 2019, OCHA ha registrato 299 episodi in cui coloni israeliani hanno ucciso o ferito palestinesi o danneggiato loro proprietà; nei corrispondenti periodi dei due anni precedenti, gli episodi erano stati 213 nel 2018 e 124 nel 2017.

Media israeliani hanno riferito di sei episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli di coloni israeliani: due coloni sono rimasti feriti e diversi veicoli sono stati danneggiati. Finora, nel 2019, OCHA ha registrato 93 episodi in cui palestinesi hanno ucciso o ferito coloni o altri civili israeliani o danneggiato loro proprietà; quindi si registra un calo rispetto al numero di episodi verificatisi in periodi corrispondenti del 2018 (141 casi) e 2017 (211 casi).

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Nelle prime ore del 12 novembre, l’aeronautica israeliana ha preso di mira e ucciso un comandante dell’ala armata del gruppo palestinese della Jihad islamica (PIJ) e sua moglie, mentre dormivano nella loro casa. L’episodio ha innescato, per circa 48 ore, un crescendo di ostilità tra Israele e varie fazioni armate palestinesi; ne è rimasta estranea Hamas. Secondo il Ministero della Salute palestinese (MoH), a Gaza, durante questi attacchi sono state uccise 34 persone, di cui 23 uomini, otto minori e tre donne. Delle vittime fanno parte otto persone appartenenti alla stessa famiglia; stando a quanto riferito, sono rimaste uccise durante un attacco diretto contro un agente PIJ di alto livello. Il MoH ha anche riferito che 111 palestinesi sono rimasti feriti, tra cui almeno 41 minori e 13 donne. In Israele, sarebbero state ricoverate in ospedale, in stato di shock o ferite in vario modo, 77 persone, incluse donne e bambini. La mattina del 14 novembre, con la mediazione delle Nazioni Unite e dell’Egitto, è stato annunciato un cessate il fuoco informale che, al momento, pare tenere.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




I nostri ragazzi: un’altra storia della superiorità morale di Israele

Joseph Massad

10 Ottobre 2019 – Middle East Eye

I tentativi cinematografici dei sionisti americani di rappresentare la colonizzazione della Palestina come una “lotta ebraica per la liberazione nazionale” ottennero un enorme successo con il film “Exodus” del 1960. Il film rese popolare la causa sionista e rimane d’ispirazione per i giovani sionisti americani ed europei.

Exodus” non fa menzione della conquista della terra dei palestinesi e dell’espulsione della maggioranza della popolazione nativa, in quanto i nativi palestinesi vengono mostrati come se non fossero altro che odiosi ostacoli per gli ebrei che costruivano una patria solo per sé.

Superiorità morale 

Un progetto cinematografico più recente che, benché di successo, non ha avuto lo stesso effetto di “Exodus”, è stato il film di Steven Spielberg “Monaco” del 2005.

Il film riguarda lo spirito degli ebrei in Israele negli anni ’70, nel contesto della campagna di Golda Meir [primo ministro israeliano dal 1969 al 1974, ndtr.] per assassinare intellettuali palestinesi in tutta Europa e vendicare l’attacco contro gli atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco del 1972.

Come ho sostenuto nella mia recensione al film, concentrandosi sulla superiorità morale degli ebrei, “Monaco” non si allontana molto dalla propaganda israeliana, che sostiene che i soldati ebrei “sparano e piangono”. Il fatto che la violenza palestinese sia sempre stata in risposta alla conquista e agli assassini sionisti nella logica di “Monaco” è irrilevante.

Il bombardamento da parte dell’aviazione israeliana dei campi di rifugiati in Libano e Siria, che uccise centinaia di rifugiati palestinesi immediatamente dopo la morte degli atleti israeliani, non compare affatto nel film e non sembra compromettere lo spirito degli ebrei israeliani.

Monaco” si chiede se la politica terroristica contro singoli palestinesi scatenata da Meir possa essere stata sbagliata, ma insiste sul fatto che furono i palestinesi che imposero a Israele la scelta del terrorismo. La tesi di “Monaco” è che, poiché gli ebrei hanno un codice morale superiore, Israele non avrebbe dovuto rispondere ai palestinesi nello stesso modo.

I nostri ragazzi”

Questa è esattamente la premessa sottintesa alla nuova serie coprodotta dalla HBO [rete televisiva e di produzione USA, ndtr.] israeliana “I nostri ragazzi”, che recentemente è stata messa in onda su HBO e su Canale 12 in Israele. La serie inizia con il rapimento e l’uccisione di tre giovani coloni ebrei israeliani in Cisgiordania nel 2014 ad opera di due uomini palestinesi che, benché membri di Hamas, agirono di loro iniziativa.

Non veniamo a sapere molto sul rapimento degli adolescenti, la cui condizione di coloni viene appena menzionata, mentre i loro rapitori vengono semplicemente identificati come palestinesi. Questi ultimi non sono nominati fino all’ultimo episodio, quando veniamo informati che l’esercito israeliano li ha uccisi ed ha distrutto con un bulldozer le case delle loro famiglie.

Ma non sappiamo niente delle ragioni per cui i due palestinesi hanno rapito i tre giovani coloni, per non parlare delle loro vicende personali, o delle loro famiglie che vivono a Al-Khalil (Hebron) e della loro lotta contro l’occupazione israeliana e la violenza dei coloni ebrei.

La campagna israeliana che fece seguito al rapimento portò a incursioni dell’esercito israeliano in 1.300 case e negozi palestinesi, all’arresto di più di 800 palestinesi e all’uccisione di 9 di loro. Ma tutto questo non interessa a “I nostri ragazzi”, che si concentra sull’angoscia dell’opinione pubblica ebreo-israeliana.

É in seguito alla scoperta che i tre adolescenti erano stati uccisi, e alla successiva violenza popolare ebraica nelle strade di Gerusalemme e altrove contro civili palestinesi, che si sviluppa la storia dell’uccisione per “vendetta” del sedicenne palestinese Mohammad Abu Khdeir, bruciato vivo da tre coloni ebrei (due cugini adolescenti e il loro zio).

Il rapimento per vendetta

La storia dei tre adolescenti uccisi aleggia sulla serie come la causa principale di tutto quanto si svolge. La serie descrive angosciosamente la macabra vendetta del rapimento del ragazzo palestinese, che si trovava di fronte a casa sua quando venne rapito e strangolato dai due ragazzi ebrei, e poi picchiato con un piede di porco dallo zio che gli diede fuoco quando era ancora vivo.

L’angoscia della serie, e quella dell’opinione pubblica israeliana, è che non avrebbe potuto essere un crimine commesso da ebrei, perché, se gli ebrei lo avessero commesso, lo spirito e la moralità degli ebrei israeliani sarebbero stati compromessi.

Ci viene fornito ogni dettaglio sui terroristi ebrei. Vediamo lo zio suonare la chitarra e cantare per la figlia, preoccuparsi dei nipoti, lottare contro il sentimento di inadeguatezza con il padre (un rabbino mizrahi [ebreo di origini arabe, ndtr.] che tiene una propria scuola religiosa), preoccuparsi per la madre malata, cenare il sabato, fumare con i nipoti nel giardino della sua casa in una colonia ebraica in Cisgiordania, costruita su terra rubata ai palestinesi.

Scopriamo persino che ha traslocato là non per ideologia sionista, che motiva i coloni di destra ashkenaziti [ebrei di origine europea, ndtr.], ma per il basso costo delle case.

Vediamo anche i nipoti adolescenti nel loro contesto familiare. Il più giovane balbetta ed è emotivamente gravato dal peso delle aspettative dei suoi genitori ortodossi perché vada ad una scuola religiosa. Lo vediamo combattere con sentimenti di colpa e disperazione che manifesta durante sedute di cura con un terapista ashkenazita che si occupa della comunità ortodossa.

Sono preoccupazioni e problemi condivisi dal detective ortodosso dello Shabbak (servizio segreto interno di Israele) che risolve il caso. Proviene anche lui da un contesto ebreo ortodosso marocchino e si sente in colpa riguardo alla cura della sua anziana madre e per le aspettative di costei e del fratello ortodosso.

Disumanizzare i palestinesi

Nessuna di queste scene che rendono umani i personaggi riguarda i palestinesi che hanno ucciso i giovani coloni ebrei. In effetti gli unici palestinesi che meritano una piccola parte di scene umanizzanti sono quelle che riguardano i genitori di Abu Khdeir, ma non i suoi fratelli, salvo una minima attenzione per il fratello maggiore. Non vediamo la vita familiare di Abu Khdeir, se non nel contesto del lutto, con palestinesi anonimi che vanno a porgere le condoglianze.

Non li vediamo mai mentre cantano, cenano o si comprano regali a vicenda. Tuttavia li vediamo lavorare per clienti e padroni ebrei e assistiamo alla discussione tra il padre e il giovane Mohammad Abu Khdeir, innamorato di una ragazza profuga siriana a Istanbul, a cui ossessivamente scrive sul suo cellulare trascurando il lavoro.

Apprendiamo che Mohammad ama il ballo di gruppo, o dabkeh. Ma a parte questo, a Mohammad viene dedicata poca attenzione. Altri palestinesi che vengono fatti parlare non hanno una storia personale, tranne Abu Zuhdi, il cui figlio era stato ucciso dall’esercito israeliano e la cui casa è stata demolita come punizione per la sua resistenza all’occupazione.

Abu Zuhdi racconta rapidamente la sua storia, ma senza scene che umanizzino lui o la sua famiglia. A parte questo, i palestinesi vengono mostrati come una folla violenta che sconvolge la tranquillità della loro città occupata, dichiarata capitale di Israele.

Questa serie è trionfalista nel suo rispettare l’obiettività solo a parole, mostrando alcuni aspetti della sofferenza dei palestinesi e della situazione kafkiana in cui si trovano gli Abu Khdeir e gli interrogatori a cui vengono sottoposti.

Tuttavia la simpatia mostrata per gli Abu Khdeir impallidisce rispetto a quella mostrata per i tre terroristi ebrei e per le loro famiglie, al cui strazio e dolore “I nostri ragazzi” dedica la maggior parte delle scene.

Proteste contro la trasmissione

Eppure le discriminazioni che i palestinesi devono sopportare da parte della polizia, dell’apparato di sicurezza, delle leggi e dei tribunali israeliani sono ampiamente mostrati. Di conseguenza ciò ha suscitato la condanna da parte di israeliani che hanno scritto centinaia di lettere di protesta contro la trasmissione e da parte del primo ministro Benjamin Netanyahu, che l‘ha definita “antisemita” e ha chiesto il boicottaggio del canale israeliano che la mette in onda. L’uccisione degli adolescenti israeliani scatenò l’attacco israeliano contro Gaza nell’estate 2014, provocando l’uccisione di 2.251 palestinesi, compresi almeno 551 minorenni, e il ferimento di 11.231 palestinesi, tra cui 3.436 minori.

I nostri ragazzi” mostra di sfuggita, senza dettagli, come i bombardamenti su Gaza siano stati raccontati dalla televisione israeliana. In realtà il giorno prima dell’uccisione di Mohammad la deputata israeliana Ayelet Shaked aveva invocato su Facebook il genocidio del popolo palestinese, una dichiarazione che ottenne migliaia di condivisioni. Meno di un anno dopo diventò ministra della Giustizia di Israele. Per quanto riguarda la serie, questi avvenimenti non sembrano minacciare la moralità israeliana.

Ma la morale della storia che “I nostri ragazzi” vuole raccontare è che i palestinesi che non si oppongono al razzismo e al colonialismo israeliani e che lavorano con o per gli ebrei (lo stesso Mohammad lavorava in un ristorante di proprietà di un israeliano) non meritano di avere un figlio bruciato vivo, in quanto ciò pregiudica la superiorità morale ebraica e danneggia lo spirito degli ebrei israeliani.

Un progetto ideologico

Invece i palestinesi che resistono ad Israele sembrano meritare di essere bruciati vivi con le bombe israeliane senza che ciò rappresenti alcuna minaccia per la superiorità morale di Israele. In effetti la serie, intitolata in ebraico “Ha-Ne’arim”, che significa “giovani uomini”, e maldestramente tradotto in arabo come “Fityan” [che significa “novizi”, ndtr.], è reso in inglese con “I nostri ragazzi”, dove il pronome possessivo si riferisce a Israele.

Il titolo inglese tradisce il progetto ideologico dei produttori della serie (nessuno di loro è palestinese) e dei suoi tre registi israeliani, uno dei quali è un palestinese cittadino di Israele, l’altro un ebreo israeliano ashkenazita e il terzo un colono ebreo americano arrivato da New York con la sua famiglia ortodossa quando aveva 5 anni.

Alla fine della trasmissione i principi morali superiori di Israele e delle sue anime ebraiche sono vittoriosi, vista la condanna del tribunale contro i tre terroristi ebrei, anche se la corte si è rifiutata di accettare la richiesta degli Abu Khdeir di demolire le case degli assassini come Israele fa con i “terroristi” palestinesi.

A parte ciò, “I nostri ragazzi”, come il film “Monaco”, non si stanca di ricordarci che la minaccia alla superiorità morale di Israele e della sua anima ebraica viene dai palestinesi violenti che resistono e non dalle conquiste coloniali, dall’occupazione militare e dal razzismo istituzionalizzato di Israele.

Così facendo, “I nostri ragazzi” segue le orme dell’affermazione razzista di Golda Meir che riassunse perfettamente l’argomento principale della serie: “Possiamo perdonarvi di uccidere i nostri figli, ma non potremo mai perdonarvi di farci uccidere i vostri.”

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Joseph Massad è professore di politica araba contemporanea e di storia del pensiero alla Columbia University di New York. È autore di diversi libri e di articoli accademici e giornalistici. I suoi libri comprendono: ‘Colonial effects: the making of National identity in Jordan’ [Effetti colonialisti: la creazione di un’identità nazionale in Giordania], ‘Desiring arabs’ [Arabi desideranti], ‘The persistence of the palestinian question: essays on zionism and the palestinians’ [La persistenza della questione palestinese: saggi su sionismo e palestinesi], ed il più recente ‘Islam in liberalism’ [L’Islam nel liberalismo]. I suoi libri e i suoi articoli sono stati tradotti in una decina di lingue.

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 17 – 30 settembre ( due settimane)

Il 27 settembre, durante una manifestazione della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR) tenutasi ad est di Rafah, vicino alla recinzione perimetrale tra Gaza ed Israele, un palestinese è stato ucciso con arma da fuoco dalle forze israeliane. Altri 441, tra cui 193 minori, sono rimasti feriti; 90 [dei 441] presentavano ferite di arma da fuoco. Complessivamente, dal marzo 2018, data di inizio delle proteste della GMR, sono stati uccisi 210 palestinesi, tra cui 46 minori. Fonti israeliane hanno riferito che, durante il periodo di riferimento [di questo Rapporto], contro le forze israeliane sono stati lanciati ordigni esplosivi artigianali, bombe a mano e bottiglie incendiarie; inoltre ci sono stati diversi tentativi di aprire brecce nella recinzione.

Nel corso di tre distinti episodi di accoltellamento, due donne israeliane sono state ferite, una donna palestinese è stata uccisa e due ragazzi sono stati arrestati [segue dettaglio]. Il 18 settembre, presso il checkpoint di Qalandiya che controlla l’accesso a Gerusalemme Est da nord, una donna palestinese si è avvicinata ai soldati con un coltello: le forze israeliane hanno sparato, colpendola ad una gamba: la donna è morta per dissanguamento. Il 25 settembre, uno dei due ragazzi (un 14enne), ha accoltellato e ferito una colona ad una stazione d’autobus vicina al checkpoint della Barriera nella città di Maccabim (Ramallah) ed è stato successivamente arrestato. Il secondo ragazzo palestinese è stato arrestato dopo aver accoltellato e ferito, il 26 settembre, una poliziotta nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Sei palestinesi sono rimasti feriti da un razzo, lanciato da Gaza verso Israele; il razzo è caduto all’interno della Striscia, ad est di Rafah, vicino alla loro casa. Durante il periodo di riferimento non sono stati registrati attacchi aerei israeliani.

In almeno 16 occasioni, allo scopo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento nelle aree della Striscia adiacenti alla recinzione perimetrale e al largo della costa [cioè le ARA, Aree ad Accesso Riservato]; non sono stati segnalati feriti. Le forze israeliane hanno effettuato quattro incursioni [nella Striscia] e compiuto operazioni di spianatura del terreno nei pressi della recinzione. Un palestinese è stato arrestato dalle forze israeliane al valico di Erez, dopo essere stato convocato per un colloquio con i funzionari della sicurezza,

In Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, nel corso di numerosi scontri, le forze israeliane hanno ferito un totale di 68 palestinesi, tra cui sette minori [segue dettaglio]. 19 sono rimasti feriti nella città di Al ‘Eizariya (governatorato di Gerusalemme), in scontri con le forze israeliane. In tale località gli scontri si sono protratti, con regolarità, per più di un mese. Altri 24 palestinesi sono rimasti feriti in operazioni di ricerca-arresto condotte dalle forze israeliane; 16 [dei 24 ferimenti] sono avvenuti nel villaggio di Azzun (Qalqiliya), dove le operazioni hanno anche implicato la chiusura dei negozi e del cancello posto sull’accesso principale del villaggio. Infine, due palestinesi sono rimasti feriti a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante la protesta settimanale contro l’espansione degli insediamenti. Oltre la metà dei feriti è stata curata per inalazione di gas lacrimogeno, il 20% per lesioni causate da proiettili di gomma ed i restanti per le aggressioni fisiche e le ferite di arma da fuoco.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno effettuato un totale di 191 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 167 palestinesi. La maggior parte delle operazioni sono state condotte nei governatorati di Ramallah (58), Gerusalemme (45) ed Hebron (23).

Nel sud di Hebron, citando ragioni di sicurezza, le autorità israeliane hanno installato una barriera permanente lungo una strada chiave, ostacolando ulteriormente gli spostamenti delle vulnerabili Comunità di pastori. Tale barriera limiterà il movimento di circa 800 palestinesi appartenenti a quattro Comunità a rischio di trasferimento forzato. Esse, infatti, vivono in un’area (Massafer Yatta) che, in aggiunta ad altre pratiche restrittive, Israele ha designato come “zona per esercitazione a fuoco” per l’addestramento militare.

Coloni israeliani hanno compiuto quattro aggressioni che hanno provocato il ferimento di tre palestinesi e danni ad ulivi; altri 12 palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane in episodi collegati a coloni [segue dettaglio]. In due casi, avvenuti nella zona H2 (a controllo israeliano) della città di Hebron e nel villaggio di Beitin (Ramallah), coloni hanno lanciato pietre e ferito cinque palestinesi, tra cui un ragazzo di 14 anni. Gli altri due casi si sono verificati a Nablus: gli abitanti del villaggio di As Sawiya hanno riferito che coloni hanno rubato le loro olive ed hanno vandalizzato 47 alberi, mentre nel villaggio di Duma hanno spruzzato slogan sulle case e hanno vandalizzato un veicolo. Altri 12 palestinesi sono stati feriti dalle forze israeliane durante scontri scoppiati in concomitanza con la visita di coloni israeliani a siti religiosi delle città di Nablus e Halhul (Hebron). Infine, vicino all’insediamento avamposto di Havat Ma’on (Hebron) [insediamento colonico illegale anche per Israele], coloni hanno aggredito verbalmente ed intimidito i volontari internazionali che accompagnavano pastori palestinesi.

In Area C e Gerusalemme Est, durante il periodo di riferimento, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 12 strutture di proprietà palestinese, sfollando sette persone. Tutte le strutture, tranne una “tenda di protesta”, sono state demolite per mancanza di permessi edilizi israeliani. La tenda era stata eretta nella zona di Al Muntar, vicino alla città di Al ‘Eizariya (Gerusalemme), per protesta contro un nuovo insediamento colonico avamposto. Palestinesi hanno riferito che l’avamposto è stato eretto sulla loro terra e che ne rende problematico l’accesso a circa 300 persone. Gli sfollamenti sopraccitati sono avvenuti a Gerusalemme Est, dove sono state demolite tre abitazioni nei quartieri di Beit Hanina, Silwan e At Tur. Le restanti proprietà demolite includevano quattro strutture di sostentamento, due case in costruzione, una cisterna per l’acqua e recinzioni in cemento in cinque località dell’Area C. Finora, in Cisgiordania, nel 2019 sono state demolite o sequestrate 439 strutture, con un aumento di oltre il 40% rispetto al periodo equivalente del 2018.

Secondo fonti israeliane, nell’area di Ramallah, palestinesi hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani causando danni a un’auto.

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nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Guardate Hebron e vedrete l’occupazione nel suo complesso

Eyal Hareuveni

29 settembre 2019 +972 Magazine

Le colonie, i checkpoint ed i muri che sono la realtà della popolazione palestinese di Hebron vengono ora replicati ovunque in tutta la Cisgiordania.

Chi visita per la prima volta la colonia ebraica nel centro della città vecchia di Hebron potrebbe avere l’impressione di essere finito nel cuore dell’oscurità. È qui che le politiche di occupazione militare israeliana hanno toccato il picco della barbarie: reggimenti di soldati sono dispiegati per proteggere 700 coloni ebrei che vivono in un’enclave che è diventata un luogo di degrado urbano in conseguenza delle misure di sicurezza dell’esercito. I 200.000 palestinesi residenti della città non possono fare nulla per contrastare le misure oppressive che rendono insopportabili le loro vite.

A Hebron l’esercito ha distrutto o sigillato le case dell’epoca mamelucca [regno egiziano durato dalla metà del XIII alla metà del XVI secolo, ndtr.] che costeggiano il cosiddetto Cammino dei Fedeli, un sentiero riservato esclusivamente ai coloni ebrei in quanto è il loro percorso verso la Tomba dei Patriarchi [la moschea di Ibrahim per i musulmani, ndtr.]. Shuhada Street, un tempo vivace fulcro commerciale dell’intera Cisgiordania meridionale, è immersa nel silenzio; i commercianti hanno abbandonato i loro negozi e quasi tutti gli abitanti se ne sono andati. Né è possibile ignorare le decine di checkpoint attrezzati con tecnologie avanzate di riconoscimento facciale. Queste riproposizioni nel XXI secolo delle fortezze medievali mantengono la colonia ebraica separata dal resto di Hebron.

Alcuni palestinesi sono rimasti, anche se le loro vite sono controllate e gestite dalle forze di sicurezza israeliane. Quasi tutti dicono che, se solo avessero potuto, avrebbero lasciato la città fantasma in cui da tempo Israele li ha intrappolati. Ogni attività quotidiana – andare a scuola o al lavoro, fare o ricevere visite dai famigliari, partecipare a feste di famiglia, addirittura andare a fare la spesa – comporta stare in fila ai checkpoint e subire un trattamento umiliante.

Quasi ogni giorno, nella pressoché totale impunità, soldati, poliziotti e coloni commettono violenze contro i palestinesi. I soldati li sottopongono a perquisizioni umilianti, fanno incursione nelle loro case nel cuore della notte ed eseguono finti arresti. Tutti questi sono normali aspetti dell’occupazione in generale, ma ad Hebron sono molto più continui.

Nel 2007 Hagai Alon, allora collaboratore dell’ex Ministro della Difesa Amir Peretz [dirigente del partito Laburista israeliano, ndtr.], disse che lo scopo di queste politiche era di “svuotare Hebron dagli arabi” – in altri termini, scacciare la popolazione civile con la forza. In base al diritto umanitario internazionale, il trasferimento forzato di popolazione civile è un crimine di guerra.

Il modello di Hebron non è unico. Le forze di occupazione usano le stesse tattiche in tutta la Cisgiordania, in modi differenti ma con lo stesso scopo – la sempre più violenta espulsione dei palestinesi dalle loro case e dalle loro terre. Insediamenti, checkpoint e muri circondano i principali centri urbani palestinesi, ed anche villaggi come Susiya e Khan al-Ahmar. Gli abitanti di questi due villaggi devono anche affrontare la minaccia di espulsione nel tentativo di spingerli a forza in enclave più grandi. Lo stesso avviene nella Valle di Shiloh, nel blocco di colonie di Talmonim, in tutta la Valle del Giordano dove sono sorti gli avamposti, a Gerusalemme est, intorno a Betlemme e nel sud della Cisgiordania. In altre parole, avviene ovunque.

Il meglio di Israele ha preso parte a questa ingiustizia: i giudici della Corte Suprema, gli alti ufficiali dell’esercito e degli apparati di sicurezza, i membri dell’Avvocatura Generale dell’esercito, l’ufficio della Procura di Stato e, ovviamente, politici di destra e di sinistra. Tutti hanno tollerato la violenza, a Hebron e dovunque in Cisgiordania. Tutti hanno legittimato l’espulsione dei palestinesi e il furto delle loro proprietà – e non solo ad Hebron. Tutti hanno appoggiato la continua oppressione dei palestinesi, anche dopo che gli atroci effetti di questa politica sono diventati evidenti.

I coloni amano dire: “Hebron: infine e per sempre”. Ma Hebron è molto più di ciò: è qui, là e dovunque. Guardate Hebron e vedrete tutti i territori occupati.

Eyal Hareuveni è un ricercatore di B’Tselem. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su ‘Local Call’.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Visita di Netanyahu a Hebron

La visita senza precedenti di Netanyahu a Hebron scatena la rabbia tra i palestinesi e richieste di annessione da parte di ministri israeliani

 

Yumna Patel

4 settembre 2019 – Mondoweiss

 

Mercoledì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto una visita senza precedenti alla città di Hebron nella Cisgiordania occupata, provocando irate reazioni da parte di dirigenti e cittadini palestinesi, che l’hanno definita una “pericolosa escalation”.

Per la prima volta un primo ministro israeliano ha pronunciato un discorso nella turbolenta città: Netanyahu ha partecipato a una cerimonia di commemorazione dei disordini del 1929 che provocarono la morte di 67 ebrei.

Durante il suo discorso il primo ministro ha definito i palestinesi “terroristi assetati di sangue” che “perpetrarono questo orribile massacro 90 anni fa,” ribadendo la narrazione israeliana secondo cui i disordini che provocarono morti furono motivati dall’odio palestinese per gli ebrei.

“Erano sicuri che con ciò ci avrebbero sradicati da questo luogo per sempre. Si sbagliavano,” ha detto Netanyahu, aggiungendo: “Siamo tornati a Hebron”, lodando l’espansione delle colonie nella città, in particolare la notoriamente violenta colonia di Kiryat Arba.

La cerimonia si è svolta nella piazza antistante la moschea di Ibrahim, o tomba dei Patriarchi, un sito santo sia per musulmani che per ebrei, e luogo in cui nel 1994si svolse il massacro di 29 fedeli palestinesi da parte di un colono americano israeliano.

“Nel novantesimo anniversario dei disordini dico: non siamo stranieri a Hebron, vi rimarremo per sempre,” ha detto il primo ministro, aggiungendo che “il popolo di Israele è profondamente radicato a Hebron. Fin dalle nostre origini il nostro posto è qui.”

Ricordate dai palestinesi come la “rivolta di Buraq” del 1929, in tutta la Palestina storica scoppiarono massicce proteste dopo che un gruppo di immigrati ebrei andò ad “al-Buraq”, noto come il “Muro del Pianto”, portando bandiere e gridando slogan sionisti.

I palestinesi videro l’iniziativa, in coincidenza con l’anniversario della nascita del profeta Maometto, come la manifestazione di una crescente presenza sionista in Palestina che minacciava di impossessarsi della loro terra e dei luoghi santi.

A Gerusalemme l’avvenimento portò in città a violenti scontri tra palestinesi ed ebrei, che poi si diffusero in diverse città in tutta la Palestina, compresa Hebron, iniziando la rivolta di “al Buraq”.

Si ritiene che 133 ebrei e 116 palestinesi vennero uccisi durante la rivolta, per lo più per mano delle forze coloniali britanniche, mentre altri furono uccisi durante attacchi di ebrei contro comunità arabe.

La commissione Shaw, un’indagine britannica sulla rivolta, stabilì che “non c’erano dubbi” che la ragione fondamentale della ribellione fosse la sensazione di ostilità tra i palestinesi “in conseguenza della delusione delle loro aspirazioni politiche e nazionali e del timore per il loro futuro economico.”

Sfatando il mito secondo cui i palestinesi avrebbero ucciso gli ebrei semplicemente per la loro religione, la commissione mise in evidenza il fatto che nei 10 anni precedenti la rivolta di “al Buraq” c’erano stati solo tre incidenti rilevati di attacchi arabi contro ebrei, e negli 80 anni precedenti ad essa “non c’erano stati casi registrati di alcun incidente simile.”

Nonostante le testimonianze storiche, il presidente israeliano Reuven Rivlin si è unito a Netanyahu nel ribadire la convinzione che, come ha affermato, “i disordini del 1929 furono diretti contro ogni ebreo di qualunque etnia e opinione, semplicemente in quanto ebrei.”

Rivlin ha persino trattato di affermazioni da parte di storici, secondo cui i moti erano diretti contro il sionismo, affermando che “esse sono totalmente infondate.”

Durante la cerimonia, che è stata vista innanzitutto come un tentativo di Netanyahu di ingraziarsi la base di destra in vista delle elezioni di questo mese, alcuni ministri del partito Likud di Netanyahu hanno invitato il premier ad estendere la sovranità israeliana a tutta Hebron.

Secondo il “Times of Israel” [giornale israeliano indipendente in inglese, ndtr.] il presidente della Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] Yuli Edelstein ha chiesto che Hebron diventi “una città israeliana a pieno titolo,” affermando che “è venuto il tempo che la colonia ebraica di Hebron cresca di migliaia di abitanti.”

Durante il suo discorso nel corso della cerimonia la ministra della cultura Miri Regev ha chiesto direttamente al primo ministro di adempiere alla sua promessa di estendere la sovranità israeliana a tutta la Cisgiordania, affermando che “non c’è posto migliore di Hebron per iniziare a portare a compimento l’impegno.”

“Se non c’è Hebron non c’è Tel Aviv,” ha detto Regev.

Yishai Fleisher, portavoce della comunità dei coloni di Hebron, ha condiviso su Twitter la maggior parte degli eventi del giorno, elogiando Regev e Netanyahu per le loro affermazioni e congratulandosi per gli avvenimenti del giorno.

I dirigenti palestinesi hanno condannato la cerimonia di mercoledì, che ha coinciso con un crescente dispiegamento di truppe israeliane nella zona e forti limitazioni agli spostamenti dei palestinesi in città.

Secondo l’agenzia palestinese di notizie WAFA le forze israeliane “hanno imposto il coprifuoco sui quartieri palestinesi”, mentre negozi e scuole palestinesi sono stati obbligati a chiudere in anticipo.

Hanan Ashrawi [nota dirigente palestinese, ndtr.] ha definito la visita di Netanyahu e Rivlin “un tentativo irresponsabile e offensivo di compiacere gli elementi più estremisti e razzisti del movimento dei coloni.”

“L’intollerabile situazione di segregazione, discriminazione razziale, vessazioni quotidiane e oppressione imposte sulla popolazione palestinese ad Hebron è guidata dalle politiche razziste e illegali che il signor Netanyahu vuole perpetuare e promuovere contro il popolo palestinese nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme,” ha detto Ashrawi.

Il portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas Nabil Abu Rudeineh ha condannato la visita come tentativo di provocare i musulmani della regione, affermando che “lanciamo un monito contro le pericolose ripercussioni dell’iniziativa di Netanyahu, che viene messa in atto per conquistare i voti dell’estrema destra (israeliana).”

Sia Ashrawi che Abu Rudeineh hanno sottolineato lo status di patrimonio dell’umanità dell’UNESCO del centro storico di Hebron e della moschea di Ibrahim ed hanno chiesto alla comunità internazionale di impedire ulteriori “aggressioni” contro i luoghi.

“La comunità internazionale ha l’ulteriore responsabilità di proteggere questa città da nuove spoliazioni e devastazioni, di obbligare Israele a porre fine alle sue misure draconiane contro la popolazione palestinese di Hebron e a ripristinare vita e libertà nei quartieri assediati, che sono stati svuotati a forza di vita e speranza dall’occupazione israeliana,” ha detto Ashrawi.

Nel centro storico di Hebron circa 800 coloni estremisti israeliani vivono sotto la protezione di migliaia di soldati israeliani, che garantiscono l’accesso dei coloni alla maggior parte della zona.

Nel contempo più di 30.000 palestinesi originari della città sono sottoposti al sistema israeliano di permessi e devono affrontare quotidianamente la violenza dei coloni e i più di venti posti di controllo militari che limitano ogni loro movimento.

 

 

Yumna Patel

Yumna Patel è l’inviata di Mondoweiss in Palestina.

 

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




In seguito all’uccisione del soldato*, politici israeliani promuovono l’annessione della Cisgiordania

Lubna Masarwa , Daniel Hilton

9 agosto 2019 – Middle East Eye

Esperti del discorso politico affermano che la scoperta del corpo del diciannovenne spinge i politici a chiedere l’estensione della sovranità di Israele, che ora è accettata dalla maggioranza dell’opinione pubblica israeliana

Inizialmente la risposta israeliana al ritrovamento giovedì del corpo del diciannovenne Dvik Sorek nei pressi di una colonia in Cisgiordania è stata la stessa di altri momenti in cui un soldato è stato ucciso nei territori occupati.

Le forze di sicurezza hanno perlustrato la zona nelle cittadine e villaggi vicini, bloccando le strade principali tra le città di Hebron e Betlemme.

Nel contempo leader israeliani hanno emesso comunicati, esprimendo le proprie condoglianze alla famiglia di Sorek, condannando l’aggressione e le fazioni palestinesi e promettendo una punizione esemplare.

Tuttavia la piega che ha preso il discorso è stata molto significativa.

Ore dopo che è iniziata la caccia all’uomo, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha partecipato ad una cerimonia per la posa della prima pietra nella colonia di Beit El. Là ha parlato della costruzione di centinaia di appartamenti e di rafforzare il radicamento israeliano “in tutte le sue parti”.

La nostra missione è di insediare il popolo di Israele sulla nostra terra, di garantire la nostra sovranità sulla nostra patria storica,” ha detto Netanyahu.

Benché la costruzione di colonie e l’incremento della presenza ebraica siano stati da molto tempo un ritornello comune delle politiche della destra israeliana, l’estensione della sovranità e quindi la piena annessione della Cisgiordania sta diventando un discorso sempre più spesso ventilato.

E il primo ministro israeliano non è stato l’unico leader a prendere la morte di Sorek nel blocco di colonie di Gush Etzion come spunto per parlarne ancora una volta.

Il portavoce del parlamento Yuli Edelstein ha detto che la risposta di Israele all’aggressione deve essere decisiva: “L’applicazione della sovranità israeliana in ogni luogo – e prima a Gush Etzion.”

È intervenuto anche Naftali Bennet, ex-ministro dell’educazione e importante esponente della lista “Destra Unita”, da poco formata.

Oggi, sì, oggi, la legge israeliana deve essere applicata a Gush Etzion con una decisione del governo,” ha twittato.

Raggiungere il consenso diffuso

L’idea di annessione ha fatto breccia nella comune opinione pubblica ai primi di aprile, giorni prima delle elezioni politiche israeliane, quando Netanyahu ha provato a prendersi i voti di destra promettendo di applicare la sovranità [israeliana] alle colonie della Cisgiordania.

La Cisgiordania è stata ufficialmente sotto occupazione militare da quando è stata conquistata nel 1967, e da allora ogni colonia vi è stata costruita in violazione delle leggi internazionali in base a un sistema amministrativo separato dalle comunità israeliane all’interno dei confini del Paese del 1948.

Ma negli ultimi mesi la destra ha cercato di estendere la sovranità israeliana e di annettere parti o tutto il territorio, riflettendo iniziative prese in altre zone conquistate nel 1967, come Gerusalemme est e le Alture del Golan. Queste annessioni non sono mai state riconosciute dalla comunità internazionale.

È sicuramente significativo che il dibattito sia diventato una questione ampiamente condivisa,” dice a Middle East Eye Meron Rapoport, un esperto analista politico israeliano. “Le parole ‘annessione’ e ‘sovranità’ vengono dette quotidianamente dai politici.”

Il dibattito non si limita alle sole colonie israeliane.

All’inizio di questa settimana Ayelet Shaked, dirigente della coalizione di estrema destra “Destra Unita”, ha chiesto ai membri della lista di dichiarare il proprio impegno ad estendere la sovranità di Israele sui “territori di Giudea, Samaria e della valle del Giordano,” riferendosi a tutta la Cisgiordania.

Con la “Destra Unita” in corsa per vincere circa 10 seggi nel parlamento israeliano, la Knesset, tale discorso potrebbe diventare una parte importante del futuro governo di destra in seguito alle elezioni israeliane del 17 settembre.

Già molti nel partito Likud di Netanyahu stanno chiedendo la stessa cosa.

La maggioranza dei deputati del Likud parla di sovranità, annessione e sviluppo delle colonie,” dice Rapoport.

Ma non bisogna dimenticare che è periodo di elezioni, quando i politici sostengono posizioni sempre più radicali.” Per Rapoport l’annessione senza cittadinanza per gli abitanti palestinesi della Cisgiordania, il cui numero è di circa 2.8 milioni, renderebbe ufficialmente Israele uno Stato di apartheid. Ma, afferma, se la destra dovesse fallire, ciò porrebbero serie domande.

L’annessione è uno dei principali progetti politici della destra. Per cui se non riuscisse ad ottenere l’approvazione per l’annessione della Cisgiordania, ciò provocherebbe una grave crisi all’interno della destra.”

Salah Khawaja, un attivista palestinese contro l’occupazione, afferma che l’annessione è già in atto sul terreno.

Nota che la maggior parte della popolazione palestinese che una volta risiedeva nell’Area C, territorio direttamente amministrato da Israele, è stata cacciata altrove in Cisgiordania a causa di una serie di politiche israeliane.

Nel contempo il discorso sulla soluzione dei due Stati è totalmente assente.

I partiti di destra israeliani non parlano più di uno Stato palestinese,” dice a MEE. “L’annessione sta diventando istituzionalizzata.”

* vedi http://zeitun.info/2019/08/10/luccisione-di-un-soldato-israeliano-scatena-una-vasta-caccia-alluomo-in-cisgiordania/

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’uccisione di un soldato israeliano scatena una vasta caccia all’uomo in Cisgiordania

MEE e agenzie

8 agosto 2019 – Middle East Eye

Gli abitanti dicono a MEE che, dopo il ritrovamento nei pressi di una colonia del diciannovenne morto, l’esercito sta bloccando le uscite dei villaggi e perlustrando terreni coltivati

L’uccisione di un soldato israeliano ha scatenato una massiccia caccia all’uomo nella Cisgiordania occupata, e le forze militari stanno facendo incursione in zone in cui si sospetta siano ospitati gli assassini.

L’esercito ha affermato che giovedì, nei pressi di una colonia ebraica illegale nella Cisgiordania occupata, è stato trovato il corpo di un soldato israeliano con diverse ferite da armi da taglio. Il comunicato afferma che “oggi alle prime ore del giorno nei pressi di una comunità (ebraica) a nord di Hebron è stato trovato il corpo di un soldato con segni di ferite da accoltellamento.”

Reparti militari, polizia e membri del servizio di intelligence Shin Bet stanno setacciando la zona. Il quotidiano israeliano Haaretz afferma che il portavoce dell’esercito, brigadiere generale Ronen Manelis ha detto che le forze di sicurezza “stanno procedendo in base all’ipotesi che nella zona ci sia una cellula terroristica che ha effettuato l’attacco.”

Forze israeliane hanno fatto incursione nel villaggio palestinese di Beit Fajjar, a sud di Betlemme, perlustrando terreni coltivati alla ricerca di sospetti.

Abitanti del posto hanno detto a Middle East Eye che centinaia di soldati sono stati posizionati agli ingressi di vari villaggi e sulla strada principale tra Hebron e Betlemme.

Dvir Sorek, 19 anni, è stato trovato nei pressi della colonia illegale di Migdal Oz. Secondo i media israeliani, si ipotizza che sia stato ucciso durante un fallito tentativo di rapimento.

Nel passato fazioni palestinesi hanno utilizzato israeliani rapiti come mezzo di pressione per liberare membri della propria comunità imprigionati da Israele.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rilasciato un comunicato definendo quanto avvenuto un attacco palestinese.

In seguito, durante una cerimonia per la deposizione della prima pietra nella colonia di Beit El, ha parlato di nuovo dell’uccisione e ha affermato che Israele si impegnerà per estendere la propria sovranità in Cisgiordania.

Israele ha occupato la Cisgiordania dal 1967 e vi ha insediato i suoi cittadini violando le leggi internazionali.

La nostra missione è insediare il popolo di Israele sulla nostra terra, garantire la nostra sovranità sulla nostra patria storica,” ha detto Netanyahu.

Sorek, un soldato appena arruolato, era studente di una yeshiva – o seminario ebraico – nella colonia di Migdal Oz, nei pressi del luogo in cui è stato trovato il suo corpo.

Era inserito in un progetto che associa il servizio militare a studi religiosi, ha detto il responsabile del seminario a una radio pubblica israeliana. Sembra che il corpo sia stato trovato a circa 30-40 metri fuori dall’entrata della colonia.

La morte arriva in un momento particolarmente delicato per palestinesi e israeliani. Eid al-Adha, una delle feste più importanti per l’islam, dovrebbe iniziare domenica ed è un periodo in cui è previsto che i palestinesi si spostino all’interno della Cisgiordania e a Gerusalemme est per visitare i parenti.

Nel contempo Israele sta preparando le elezioni politiche del 17 settembre. Quando simili fiammate di violenza avvengono prima del giorno delle elezioni e i discorsi pre-elettorali si esasperano, i politici israeliani chiedono sistematicamente una dura repressione contro i palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)