Secondo un rapporto le tattiche di Hezbollah nell’uso dei droni evidenziano le lacune israeliane nonostante i sistemi tecnologicamente avanzati

Redazione di MEMO

29 aprile 2026 – Middle East Monitor

Il quotidiano israeliano Maariv ha riferito che le capacità militari avanzate di Israele, inclusi il sistema di difesa missilistico Arrow e i velivoli F35 Lightning II, non sono riuscite a evitare i problemi operativi posti dalle innovative tattiche di Hezbollah nell’uso dei droni nel sud del Libano.

Secondo il rapporto, i corpi militari israeliani – in particolare la direzione dell’intelligence militare (AMAN) e quella della ricerca e sviluppo nella difesa (MAFAT) – erano impreparati per ciò che viene descritta come minaccia “micro-tattica” posta da droni piccoli ed economici.

Nel quotidiano si afferma che questi droni sono stati efficaci nel provocare vittime tra le forze israeliane e nell’ostacolare le operazioni sul terreno. Si è osservato che tali minacce non sono nuove e che sono due le principali tipologie identificate nell’uso militare: droni controllati attraverso comunicazioni senza fili e quelli via collegamenti in fibra ottica.

Mentre i droni senza fili possono essere contrastati con sistemi elettronici da guerra che disturbano i segnali, nel rapporto si dice che i droni a fibra ottica presentano una sfida più complessa perché non sono vulnerabili agli stessi metodi di interferenza.

Nel rapporto si aggiunge che queste tecnologie sono state disponibili per anni e si sostiene che l’esercito israeliano dovrebbe aver sviluppato contromisure ben in anticipo, in particolare data l’accessibilità di piattaforme per droni commerciali che possono essere adattate per scopi di combattimento.

Esso sottolinea i vantaggi tattici di tali droni, inclusi volo a bassa quota, scarsa rumorosità e ridotta rilevabilità da sistemi radar convenzionali, che insieme complicano gli sforzi per intercettarli.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Nel reparto propaganda dell’esercito israeliano

Illy Pe’ery 

April 8, 2026 +972 Magazine

Campagne di guerra psicologica, fughe di notizie selettive, accesso riservato a inviati selezionati: soldati e giornalisti rivelano come l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane controlli il discorso pubblico e promuova la narrativa di Israele all’estero

Nell’ottobre del 2023 la riserva Gili fu richiamata in servizio nell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e assegnata al Comando Nord. Nei giorni successivi agli attacchi di Hamas, mentre l’attenzione pubblica in Israele era concentrata sulla devastazione nel sud, Hezbollah iniziò a lanciare razzi e missili anticarro verso il nord di Israele.

“Lavoravamo con turni di 12 ore in una sala operativa sotterranea, mentre i soldati negli avamposti erano terrorizzati, ma non potevamo raccontare che il nord era in fiamme”, ha ricordato. “Nonostante i lanci incessanti minimizzavamo la situazione sul fronte settentrionale per evitare di scatenare il panico tra la popolazione. Le persone non morivano come al sud, ma ricordo di aver avuto la sensazione che stessimo dando un’immagine distorta: mostravamo molta più forza che vulnerabilità”.

L’esperienza portò Gili, che ha chiesto di usare uno pseudonimo, a mettere in discussione lo stesso sistema per cui aveva prestato servizio per anni. “Era facile ripetere di continuo che ‘Le IDF sono preparate a qualsiasi scenario'”, ha continuato. «Chi eravamo noi per metterlo in dubbio? Ma in realtà erano tutte cazzate.»

«Lo si vede anche con l’Iran: l’attenzione è quasi interamente concentrata sulla schiacciante potenza dell’esercito e non c’è quasi altro», spiega. «Non mi rassicura sentirmi dire quanto duramente stiano colpendo le Forze di Difesa Israeliane o della superiorità aerea rispetto a Teheran. In fin dei conti i missili balistici continuano a colpirci, e niente è normale. Ci sono i sistemi di difesa aerea, ma per ogni 10 intercettazioni riuscite ci sono anche colpi che vanno a segno».

Alla domanda su chi oggi ritenga credibile Gili ha risposto senza esitazione: «Nessuno. Né quello che dice il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, né i corrispondenti militari. Sono solo dei portavoce».

Parlando con il sito investigativo israeliano The Hottest Place in Hell [Il posto più caldo all’inferno], soldati dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane e corrispondenti militari di pubblicazioni israeliane hanno delineato un modello sistematico: una spinta ossessiva al controllo del discorso pubblico, un trattamento di favore per i giornalisti “comodi” mentre quelli critici vengono emarginati e puniti e, soprattutto, una cultura che si organizza sull’inganno.

Durante i primi 14 mesi della guerra di Israele a Gaza l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha condotto addirittura una campagna segreta di interventi psicologici volta a plasmare l’opinione pubblica in Israele e all’estero, come ha recentemente rivelato The Hottest Place in Hell. Parallelamente a queste attività di manipolazione l’Unità aveva il compito di elaborare e distribuire filmati relativi all’attacco di Hamas del 7 ottobre contro le comunità israeliane vicino a Gaza.

Secondo le testimonianze i soldati hanno raccolto grandi quantità di materiale visivo, inclusi filmati girati dai militanti di Hamas, e lo hanno rielaborato per una rapida diffusione sulle piattaforme dei social media.

Questo processo è culminato in Testimonianza del massacro del 7 ottobre, quello che in Israele è noto come il “video delle atrocità”: una raccolta di 47 minuti di filmati grezzi prodotti sotto la supervisione del maggiore (riserva) Yuval Horowitz, capo del reparto per le campagne informative.

“Era come il Far West: non c’era alcuna restrizione”, ha affermato un soldato che ha prestato servizio nell’Unità e ha lavorato al film. «Siamo stati sommersi dai materiali e abbiamo visto di tutto. Ero sotto shock, ma allo stesso tempo c’era la pressione a diffondere tutto il possibile… era come in una campagna pubblicitaria sui social media: cosa funziona? Cosa non funziona? Cosa attira l’attenzione?»

«Il Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane mente», ha dichiarato un alto corrispondente militare a The Hottest Place in Hell. «Qualche volta si tratta di manipolare i dati, ma alla fine è il pubblico a essere colto alla sprovvista.”

«All’inizio dell’Operazione Leone Ruggente», ha continuato, riferendosi all’attuale guerra con l’Iran, «le Forze di Difesa Israeliane avevano affermato di aver distrutto il 70% dei lanciamissili iraniani. Abbiamo verificato e ci siamo subito resi conto che non era vero: a volte venivano colpiti gli ingressi dei tunnel dei lanciamissili, non i lanciamissili stessi, e questi continuavano a sparare nonostante fossero stati “distrutti”. Sui principali organi di stampa nessuno l’ha messo in discussione. Ma quando la guerra finirà e i missili continueranno a cadere, la gente non capirà come la cosa sia possibile».

Dopo quasi due anni e mezzo di guerra continua sembra che la fiducia del pubblico israeliano nella narrativa dell’esercito stia venendo meno. Tra una sirena e l’altra, sempre più israeliani si chiedono: stiamo davvero raggiungendo gli obiettivi come ci viene detto? E se sì, perché continuiamo a correre nei rifugi?

Costruire un’operazione di influenza occulta

Il 29 ottobre 2023 su WhatsApp è apparso un gruppo che si chiama “Fact Check – Daily Content” [Verifica dei fatti – Argomenti quotidiani]. La descrizione in inglese presentava l’iniziativa come un progetto educativo neutrale: “un’organizzazione senza scopo di lucro che si impegna a fornire agli studenti informazioni e dati concreti sulla guerra in corso tra Israele e l’organizzazione terroristica Hamas”.

Due settimane dopo, il 12 novembre, è stato creato un canale YouTube chiamato “Fact Check” che utilizza un account statunitense e si presenta di nuovo come “organizzazione giornalistica senza scopo di lucro”. Il giorno successivo è stato aperto un account Instagram con lo stesso nome.

In realtà, come recentemente rivelato da Hottest Place in Hell, è stata l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a lanciare e gestire questi canali. Questa campagna di propaganda si è svolta da ottobre 2023 a dicembre 2024 sotto le spoglie di un’iniziativa mediatica indipendente e senza scopo di lucro, presentata come un organo di “fact-checking”. Durante questo periodo ha prodotto e diffuso decine di video che promuovevano la narrativa militare israeliana senza rivelarne la provenienza.

Nessuno dei canali è riuscito ad attrarre un gran numero di iscritti. Tuttavia per l’operazione sono stati reclutati decine di influencer israeliani e internazionali filo-israeliani per amplificare i messaggi orchestrati dai militari, tra cui Noa Tishby e Sarai Givaty insieme ad altre figure delle comunità ebraiche all’estero. I contenuti venivano diffusi tramite WhatsApp, YouTube e Instagram, raggiungendo milioni di spettatori.

I video promuovevano una serie di argomentazioni strettamente allineate con la propaganda ufficiale israeliana. Tra queste l’affermazione che gli ebrei non possono essere considerati colonizzatori in Palestina a causa dei loro legami storici con il biblico Regno di Giuda, mentre sono gli “arabi” i veri “colonizzatori della terra”, l’asserzione che le azioni di Israele a Gaza non costituiscono genocidio e la difesa dalle accuse di crimini di guerra mosse contro Israele dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia.

«I canali [su YouTube, WhatsApp e Instagram] si rivolgevano ad un pubblico straniero e si presentavano come neutrali e non affiliati a Israele», ha dichiarato a The Hottest Place in Hell un soldato coinvolto nella produzione dei video. «Ma tutto era creato all’interno della nostra Unità e chiaramente promuoveva la narrativa israeliana. La Divisione Campagne è l’area moralmente più ambigua all’interno dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane», ha continuato il soldato. «All’inizio sentivamo l’urgenza di mostrare al mondo ciò che avevamo vissuto. Ma molto rapidamente la situazione è cambiata. Gaza veniva rasa al suolo e la narrativa che poteva aver retto nelle prime settimane ha iniziato a sgretolarsi. Quando sono stato congedato provavo un profondo senso di repulsione per averne fatto parte».

L’indagine suggerisce che non si trattasse di un’iniziativa isolata, ma parte di un più ampio schema di operazioni psicologiche condotte dall’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane.

Nel maggio 2021, durante quella che l’esercito israeliano ha soprannominato “Operazione Guardiano delle Mura”, la Divisione Campagne dell’Unità ha lanciato un’iniziativa sui social media con l’hashtag #GazaRegrets, volta a incrementare il sostegno alle azioni militari a Gaza tra l’opinione pubblica israeliana. Nell’ambito del progetto i soldati gestivano account falsi che condividevano immagini di raid aerei israeliani a Gaza con quell’hashtag, interagendo con gli account social dei sostenitori del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di altri politici di destra, il tutto senza rivelare la loro affiliazione all’esercito.

A seguito di un’inchiesta di Haaretz che ha smascherato la campagna, l’esercito ha riconosciuto il proprio coinvolgimento e l’ha definita un “errore”. Tuttavia, le scoperte di The Hottest Place in Hell indicano che metodi simili hanno continuato a essere impiegati negli anni successivi.

L’approccio “bastone e carota” dell’esercito

L’Ufficio Stampa delle Forze di Difesa Israeliane funge in primo luogo da punto di contatto tra il pubblico e le forze armate attraverso la stampa. Per ottenere informazioni, verificare i dettagli o intervistare ufficiali delle forze armate i giornalisti devono passare attraverso questo Ufficio, conferendogli un potere che, secondo i giornalisti e i soldati intervistati da The Hottest Place in Hell, viene spesso forzato per distorcere la copertura mediatica e di conseguenza la percezione che il pubblico israeliano ha dell’esercito.

Roni si è arruolata nell’esercito israeliano nel 2019 e ha prestato servizio in questo Ufficio. Come molti altri è stata richiamata come riservista dopo il 7 ottobre e ha svolto a rotazione diversi ruoli tra cui rispondere alle richieste dei giornalisti e distribuire comunicati stampa. “Era quasi come una droga”, ha ricordato. “La misura della responsabilità affidatami mi aveva profondamente coinvolta. Ero reperibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ricevevo telefonate continuamente. Mi sentivo come se stessi facendo qualcosa di enorme”.

L’ufficio stampa è suddiviso in diverse sezioni all’interno delle divisioni e dei dipartimenti dell’esercito. I portavoce sul campo, in genere ufficiali con il grado di capitano o maggiore, sono integrati nei comandi e nelle brigate e sono responsabili delle risposte alle richieste dei media.

Ad esempio, se un giornalista chiede informazioni su un incidente in Cisgiordania, il quartier generale inoltra la richiesta al team portavoce del Comando Centrale che raccoglie i dettagli dalle unità competenti e formula una risposta ufficiale. I portavoce sul campo hanno anche il compito di individuare “notizie” all’interno delle sezioni che possano essere proposte ai media, fungendo essenzialmente da ufficio stampa.

Il ruolo più comune dell’Unità tuttavia è quello di interfacciarsi con i media, con dipartimenti specializzati che si occupano rispettivamente di televisione, stampa, digitale e radio. Quando i giornalisti desiderano una risposta in merito al loro articolo in genere contattano il dipartimento corrispondente alla loro testata, ad eccezione di un gruppo selezionato di 16 reporter israeliani che appartengono alla cosiddetta “cellula dei corrispondenti”.

«I membri della cellula ricevono briefing esclusivi, partecipano a conferenze, hanno linee dirette e sono invitati a eventi speciali», ha spiegato Roni. «C’erano giornalisti e testate che non venivano ammessi per anni e altri venivano riassegnati a dipartimenti meno prestigiosi, ad esempio dalla redazione nazionale di InterRadio a quella di testate locali, poiché erano critici nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane. Io non ero al livello in cui venivano prese queste decisioni, ma spesso tutto dipendeva dall’atteggiamento del giornalista nei nostri confronti: è un sistema di dare e avere.»

Un giornalista ha raccontato a The Hottest Place in Hell che a volte il suo lavoro giornalistico gli è costato caro a livello professionale. «Ero molto critico nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane e la cosa non piaceva. Delle persone all’interno dell’esercito mi dicevano che le mie critiche erano eccessive, anche alcuni membri dell’Ufficio del Portavoce», ha affermato. Per anni è stato boicottato dall’Ufficio, finché la sua testata non ha esercitato pressioni e costretto l’esercito ad ammetterlo nella cellula.

«Quando sono entrato a far parte della cellula dei corrispondenti ho capito che non era finita lì: ci sono delle “caste” all’interno del gruppo, con una chiara priorità per i giornalisti meno critici», ha continuato. «I corrispondenti televisivi sono favoriti, soprattutto quelli considerati allineati alla narrativa delle IDF. La gerarchia è evidente: ad esempio, durante i briefing su Zoom, alcuni giornalisti di spicco non partecipano nemmeno, ma pubblicano comunque le informazioni, il che significa che le hanno ricevute in anticipo.»

«L’Ufficio del Portavoce delle IDF opera con un approccio basato su premi e punizioni», ha dichiarato un altro corrispondente militare di alto livello, parlando in anonimato. «Se li critichi, vieni punito».

Yaniv Kubovich, corrispondente militare di Haaretz, è stato autore di diverse importanti inchieste in tempo di guerra. Parlando con The Hottest Place in Hell ha affermato che quando chiedeva chiarimenti al portavoce delle Forze di Difesa Israeliane l’obiettivo principale dell’Unità era quello di bloccare la pubblicazione, non di fornire informazioni accurate.

«Mi rivolgevo a loro con tutto quello che avevo, ma erano concentrati solo sul farmi abbandonare la storia ed evitare una risposta», ha detto. «Dal 7 ottobre, con tutto il trauma subito, le Forze di Difesa Israeliane stanno facendo di tutto per sopprimere le notizie che denunciano fallimenti, problemi etici o carenze di comando, invece di esaminare cosa sia realmente accaduto. In questo senso sono tornate alla stessa arroganza di prima: la convinzione che nessuno possa criticarle attraverso la stampa».

Kubovich, membro di lunga data della cellula dei corrispondenti, l’ha descritta sostanzialmente come uno strumento di controllo. «Il rapporto tra il Portavoce delle IDF e la cellula dei corrispondenti è assurdo. La dipendenza è assoluta», ha affermato. «Gli consente di decidere quando parliamo e con chi.

Siamo in guerra da così tanto tempo e abbiamo incontrato il Capo di Stato Maggiore forse due volte. Da quando [il Capo di Stato Maggiore Eyal] Zamir si è insediato non abbiamo incontrato il comandante del Comando Meridionale nemmeno una volta, nonostante sia il fronte più critico. Non incontra i giornalisti critici perché potrebbero minare il morale.»

Fughe selettive di notizie e accesso esclusivo

Durante il suo servizio Roni ha contribuito a decidere se e come rispondere ai giornalisti. “Quando sceglievamo di non rispondere, spesso si trattava di reportage molto problematici, ma anche di giornalisti con cui preferivamo non avere a che fare”, ha affermato. Un’altra pratica consisteva in fughe selettive di notizie o, come ha detto Roni, assicurarsi che «alcuni materiali venissero pubblicati da una testata e non da un’altra».

Questo è quanto è successo nel dicembre 2024 quando, per due settimane, l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane si è rifiutato di spiegare come gli attivisti di Uri Tsafon, un gruppo israeliano che promuove la colonizzazione del Libano meridionale, fossero riusciti ad attraversare il confine indisturbati. Dopo aver inizialmente negato che dei civili avessero oltrepassato il confine, l’ufficio ha cambiato idea e ha fatto trapelare l’informazione a Doron Kadosh, corrispondente militare della Radio dell’Esercito Israeliano. Kadosh ha poi promosso la versione dell’esercito sull’incidente, definendolo un «grave incidente oggetto di indagine», aggiungendo che «erano state intraprese diverse operazioni per bloccare i varchi nella recinzione».

«I giornalisti di guerra che non pendono dalle labbra del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane muoiono di fame», ha detto Roni. «Ci vuole molto impegno per trovare fonti al di fuori del sistema, e questo ci dava un grande vantaggio». Questa dinamica va oltre l’accesso ai briefing o alle risposte ufficiali. Come ha osservato Roni, questi rapporti di “dare e avere” si traducono in potere, prestigio e incentivi finanziari.

«Alla fine lavoriamo per gli ascolti», ha detto un giornalista, parlando in forma anonima a The Hottest Place in Hell. «Quando succede qualcosa, la cellula dei corrispondenti viene informata per prima: sono i primi a pubblicare. Se non fai parte di quel gruppo e non sei abbastanza preparato come giornalista pubblichi con 10 minuti di ritardo rispetto agli altri e sei irrilevante».

Di fatto l’Unità del Portavoce usa la fiducia del pubblico non solo per gestire le informazioni, ma anche per influenzare la concorrenza commerciale tra le testate giornalistiche. «L’Unità fornisce una certa notizia a Canale 12 perché ha ascolti elevati, ma poiché aveva già fornito loro notizie precedenti, crea interferenze nella concorrenza», ha osservato il giornalista.

«Questo crea un circolo vizioso nell’intero sistema», ha affermato un altro giornalista. «Abbiamo discusso tra di noi se valesse la pena contrastare l’Unità. Ma in definitiva i proprietari vedono che i concorrenti ottengono le notizie e vogliono lo stesso. Tutto si riduce al controllo dei giornalisti e alla repressione delle critiche».

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha rifiutato di commentare.

Illy Pe’ery è una giornalista investigativa e redattrice associata della rivista online israeliana indipendente The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele: cosa c’è da sapere

Mat Nashed

26 novembre 2024 – Al Jazeera

È iniziato il cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele, ma quali sono i dettagli? Reggerà?

Beirut, Libano – Il Libano ha approvato un accordo sul cessate il fuoco con Israele, in rappresentanza di tutte le fazioni del popolo libanese, incluso Hezbollah.

Il governo israeliano ha approvato il cessate il fuoco martedì notte e le ostilità sono cessate alle 4 del mattino di mercoledì.

L’accordo mette fine a più di un anno di violenza, iniziata quando Hezbollah ha cominciato a lanciare attacchi contro Israele l’8 ottobre 2023, dichiarando che avrebbe continuato fino a quando Israele non avesse messo fine alla sua guerra contro la gente di Gaza.

Da ottobre 2023 in Libano Israele ha costretto alla fuga 1,2 milioni di persone e ne ha uccise 3.768, per la maggior parte negli ultimi due mesi.

Hezbollah – insieme ai suoi rivali e alleati libanesi – è favorevole a mettere fine alla guerra, ma quali sono i termini del cessate il fuoco? A che punto è al momento? Durerà?

Ecco cosa sappiamo:

Il cessate il fuoco è cominciato?

Adesso che tutte le parti lo hanno sottoscritto, il cessato il fuoco è considerato in vigore.

Le ostilità sono cessate alle 4 del mattino, sei ore prima che il Libano accettasse formalmente l’accordo.

Che cosa comporta il cessate il fuoco?

Le truppe israeliane si dovrebbero ritirare dal Libano meridionale e Hezbollah dovrebbe arretrare a nord del fiume Litani, mettendo fine alla propria presenza nel sud [del Libano].

Queste operazioni richiederebbero 60 giorni e l’esercito libanese, il quale è stato perlopiù uno spettatore nell’attuale guerra, si schiererebbe a sud per vigilare sul cessate il fuoco.

La sua implementazione dovrebbe essere supervisionata anche da una task force internazionale, guidata dagli Stati Uniti e comprendente forze di pace francesi.

L’esercito libanese sarà chiamato a espandere il proprio ruolo in Libano, soprattutto nel sud, dove diventerebbe l’unico corpo armato e assumerebbe il controllo di tutte le attività legate alle armi nel paese.

E le persone che hanno dovuto lasciare le loro case?

I civili libanesi e israeliani dovrebbero poter fare gradualmente ritorno alle proprie abitazioni.

La distruzione nel sud del Libano è tuttavia così vasta che è difficile dire quante persone proveranno a farvi ritorno.

Dal lato israeliano i residenti del nord potrebbero tornare o meno, poiché si prevede che molti non avranno fiducia nel cessate il fuoco.

Il cessate il fuoco durerà?

Beh, almeno per alcuni anni, dicono gli esperti.

“In assenza di un accordo politico complessivo che coinvolga anche l’Iran, il cessate il fuoco rischia di essere una misura temporanea” ha detto ad Al Jazeera Imad Salamey, professore di scienze politiche all’Università americana libanese.

“Anche a queste condizioni, il cessate il fuoco probabilmente permetterà diversi anni di pace relativa”, ha aggiunto.

Altri analisti sono meno ottimisti, in particolare Alon Pinkas, editorialista di Haaretz, il quale dice ad Al Jazeera che l’accordo – sulla base delle informazioni comunicate – sembra molto fragile e impossibile da attuare, in particolare per quanto riguarda l’ampliamento del ruolo dell’esercito libanese.

Le due parti sono soddisfatte dei termini?

Israele ha richiesto il diritto di colpire il Libano per “far rispettare” i termini del cessate il fuoco se l’esercito libanese e la task force internazionale non riusciranno a tenere Hezbollah fuori dalla zona lungo il confine.

Secondo gli esperti, accettare la richiesta israeliana significherebbe dare a Israele una “autorizzazione” internazionale a violare regolarmente la sovranità libanese ogni volta che lo ritenga opportuno.

“Forse stiamo entrandoin una nuova fase… la sirianizzazione (del Libano)”, ha detto Karim Émile Bitar, esperto di Libano e professore associato di relazioni internazionali all’Università Saint Joseph di Beirut.

Il Libano si è a lungo opposto all’idea che Israele possa avere il diritto di colpire il suo territorio a proprio piacimento, sostenendo che ciò costituirebbe una violazione della propria sovranità.

Non è chiaro se questa clausola sarà inclusa nel cessate il fuoco o se farà parte di un accordo separato tra Stati Uniti e Israele.

E il giorno dopo?

Israele ha distrutto circa 37 villaggi e raso al suolo Nabatieh e Tiro, i quartieri principali di Beirut.

La maggior parte degli sfollati sono musulmani sciiti – gruppo demografico dal quale Hezbollah trae la maggior parte del proprio sostegno – che non potranno tornare ai loro villaggi nell’immediato futuro.

Il protrarsi di questo sfollamento senza precedenti potrebbe logorare le relazioni con le comunità di diverso orientamento religioso che li ospitano.

Le comunità confessionali del Libano hanno sofferto gravi violenze nel corso della guerra civile libanese, dal 1975 al 1990. Quella violenza ha portato a sfollamenti di massa e alla segregazione geografica delle principali comunità confessionali del Libano.

Queste comunità saranno adesso costrette a vivere l’una con l’altra senza particolare aiuto da parte del governo provvisorio, che risente di una acuta crisi economica.

Quale sarà il futuro di Hezbollah?

La presenza della task force internazionale e l’opposizione interna al ruolo militarizzato di Hezbollah rendono difficile per il gruppo recuperare la forza che ha avuto, secondo Salamey.

“Hezbollah potrebbe essere costretto a rivolgere la propria attenzione verso l’interno, nel tentativo di consolidare la propria importanza dentro lo Stato libanese, invece di dedicarsi a operazioni militari esterne, assumendo così un ruolo nel plasmare il futuro paesaggio politico del Libano”, ha dichiarato ad Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La polizia del Regno Unito arresta l’accademico israeliano Haim Bresheeth dopo un discorso pro-Palestina

Redazione MEE

4 novembre 2024-Middle East Eye

Professore ebreo in pensione arrestato per presunto sostegno a un’organizzazione proscritta dopo aver detto che “Israele non può vincere contro Hamas”

Un accademico ebreo cresciuto in Israele è stato arrestato dalla polizia metropolitana di Londra dopo un discorso da lui tenuto durante una manifestazione pro-Palestina nella capitale britannica durante il quale ha affermato che Israele “non può vincere contro Hamas”.

Haim Bresheeth, figlio di sopravvissuti all’Olocausto e fondatore del Jewish Network for Palestine, è stato arrestato durante una manifestazione fuori dalla residenza dell’ambasciatrice israeliana Tzipi Hotovely, nel nord di Londra.

Secondo una dichiarazione rilasciata all’agenzia di stampa Skwawkbox da un portavoce della polizia è accusato di aver sostenuto un’organizzazione proibita. In una registrazione video dell’arresto di Bresheeth un agente di polizia lo informa che è stato arrestato ai sensi del Terrorism Act 2000 per “aver fatto un discorso d’odio”.

“Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi dichiarati, né a Gaza, né in Libano, né in Iran, né altrove”, ha detto Bresheeth nel suo discorso.

“Cosa ha ottenuto? Omicidi, caos, genocidio, razzismo, distruzione, ecco in cosa sono bravi”, ha detto Bresheeth. “Ma non possono combattere la resistenza, hanno perso ogni singola volta.

“Non possono vincere contro Hamas, non possono vincere contro Hezbollah, non possono vincere contro gli Houthi. Non possono vincere contro la resistenza unita contro il genocidio che hanno iniziato”.

Il portavoce della polizia ha affermato che le forze dell’ordine sono impegnate in un “intervento di costante equilibrio ” e che stavano agendo per “prevenire intimidazioni e gravi disordini nelle comunità”.

Dopo aver trascorso una notte in custodia Bresheeth è stato rilasciato senza imputazione il 2 novembre, ma è ancora sotto inchiesta.

L’arresto dell’accademico ebreo segue una serie di raid e arresti che hanno preso di mira giornalisti e attivisti filo-palestinesi ai sensi della legislazione antiterrorismo. A ottobre la polizia antiterrorismo ha fatto irruzione nell’abitazione del giornalista Asa Winstanley come parte di un’indagine ai sensi del Terrorism Act sulla sua attività sui social media.

Il 15 agosto il giornalista Richard Medhurst è stato arrestato ai sensi dell’articolo 12 del Terrorism Act al suo arrivo nel Regno Unito, presumibilmente in relazione al suo reportage sulla Palestina.

Meno di due settimane dopo la giornalista filo-palestinese Sarah Wilkinson è stata arrestata da membri della polizia antiterrorismo col volto coperto durante un’irruzione all’alba nella sua abitazione per accuse relative a contenuti da lei pubblicati online.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Come Netanyahu ha strappato la sconfitta dalle fauci della vittoria

David Hearst

7 ottobre 2024 MiddleEast Eye

La brutale risposta di Netanyahu al 7 ottobre ha vanificato decenni di sforzi con progressivo successo da parte di Israele e degli Stati Uniti per convincere i governi arabi ad abbandonare la causa nazionale palestinese

L’anno scorso nessun commentatore del 7 ottobre – me compreso – poteva prevedere che la guerra sarebbe stata combattuta con tanta ferocia per un anno. Un anno fa nessuno aveva previsto che Israele avrebbe combattuto più a lungo di quanto non abbia fatto quando ha fondato il suo Stato nel 1948. Da allora tutte le guerre combattute da Israele sono state brevi dimostrazioni di forza assoluta.

Non perché non ci abbia provato.

Israele ha bombardato Gaza riportandola all’età della pietra. Oltre il 70 % delle case è stato danneggiato o distrutto. Israele sta ora facendo lo stesso con Tiro, i sobborghi meridionali di Beirut e molte altre parti del Libano meridionale.

Nessuno sta alzando bandiera bianca. Né ci sono segnali significativi di rivolta da parte di una popolazione che ora vive in tende, che ha perso oltre 41.000 persone direttamente a causa dei bombardamenti e tre o quattro volte di più in morti indirette.

Il Lancet [prestigiosa rivista medica inglese, ndt.] ha affermato che il numero effettivo di morti potrebbe superare i 186.000 se si prendono in considerazione altri fattori come le malattie e la mancanza di assistenza sanitaria.

Queste persone stanno morendo di fame. Sono afflitte da malattie. Stanno per affrontare un secondo inverno in tenda. Vengono bombardate ogni giorno. E tuttavia non si sottometteranno. Una simile portata di sofferenza non è mai stata inflitta a nessuna generazione precedente.

Ogni palestinese vivo oggi conosce la posta in gioco. E tuttavia non fuggiranno. La maggior parte preferirebbe morire piuttosto che cedere la propria terra e le proprie case all’occupazione.

Due strategie

Fin dall’inizio di questa guerra ci sono state due strategie molto chiare da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del leader di Hamas Yahya Sinwar.

Netanyahu aveva dichiarato quattro obiettivi dopo l’attacco di Hamas al sud di Israele: liberare gli ostaggi, annientare tutti i gruppi di resistenza in Palestina e Libano, porre fine al programma nucleare iraniano e indebolire il suo asse di resistenza e dare un nuovo ordine alla regione, con Israele al vertice.

Come è risultato presto chiaro alle famiglie degli ostaggi, così come allo stesso team di negoziazione, Hamas e William Burns direttore della CIA che ha supervisionato i colloqui, Netanyahu non aveva alcuna intenzione di riportare a casa gli ostaggi.

Ha cercato di far credere a Israele che fare pressione su Hamas avrebbe garantito un rilascio più rapido degli ostaggi. Questa era una evidente sciocchezza, poiché la stragrande maggioranza degli ostaggi (ce ne sono solo 101 ancora a Gaza) muore a causa delle bombe e dei missili sganciati da Israele. Tre sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco mentre cercavano di consegnarsi.

Per il governo di destra di Netanyahu le vite degli ostaggi sono secondarie rispetto all’obiettivo di annientare Hamas. Se gli ostaggi fossero tornati, Netanyahu potrebbe ora trovarsi ad affrontare una lunga pena detentiva.

Ma evidentemente non è riuscito a annientare Hamas, e quindi ha velocemente iniziato una nuova guerra con il Libano e Hezbollah. Hamas ha ancora il controllo di Gaza e fino ad ora, nonostante due tentativi di sostituire il governo della Striscia, non è emersa nessun’altra forza credibile a Gaza.

Hamas ricompare ovunque non ci siano truppe israeliane. Nel giro di poche ore appaiono agenti di polizia in borghese a risolvere le controversie.

All’inizio Israele ha cercato di spazzare via la leadership di Hamas. Ha ucciso i primi e i secondi ranghi dei funzionari che gestivano il governo, la maggior parte dei quali in un massacro fuori dall’ospedale al-Shifa. Ma uno spaccato di ciò che sta realmente accadendo a Gaza è stato offerto dall’ultimo annuncio di Israele di aver ucciso tre alti funzionari di Hamas: Rawhi Mushtaha, capo del governo e primo ministro de facto, Sameh al-Siraj, che deteneva il dicastero della Sicurezza nell’ufficio politico di Hamas e Sami Oudeh, comandante della Strategia generale di sicurezza di Hamas.

L’attacco aereo è avvenuto tre mesi fa e nessuno si è accorto della loro assenza. Questo perché Hamas ha continuato a funzionare indipendentemente da quali leader fossero vivi o morti.

In passato, gli assassinii avevano portato a un periodo di incertezza per Hamas. Era accaduto dopo l’uccisione di Abdel Aziz al-Rantisi nel 2004. Ma oggi non funziona e non funziona nemmeno con questa generazione di combattenti.

L’uccisione dei capi è strettamente tattica e di breve durata. Fornisce agli assassini un sollievo temporaneo. La leadership di Hezbollah è stata effettivamente messa a dura prova da una serie di colpi di intelligence, a partire dall’esplosione di migliaia di cercapersone e walkie-talkie trappola. Ma non è stata bloccata come forza combattente, come sta scoprendo l’unità di ricognizione della Brigata Golani.

A lungo termine, i leader vengono sostituiti, le scorte vengono rifornite e le memorie vendicate.

Il ruolo dell’Iran

La colpa di ciò è principalmente di Israele, che ha deliberatamente distrutto le vecchie regole di combattimento. Un presunto obiettivo è ora ritenuto una causa sufficiente per uccidere 90 innocenti attorno a lui, che sia effettivamente presente o no. Un attacco aereo su un bar in Cisgiordania ha spazzato via un’intera famiglia. Diciotto palestinesi sono morti, tra cui due bambini fatti a pezzi. Se lanciare missili contro i bar è inteso come messaggio, sta avendo l’effetto opposto.

I martiri sono i più efficaci nel reclutare militanti.

Lo stesso vale per tutti i gruppi di resistenza, grandi o piccoli, consolidati da tempo o appena nati. Ogni volta che le truppe israeliane lasciano Jenin, Tulkarem o Nablus, pensano di aver ucciso per sempre la sua resistenza. Ogni volta, tornano per affrontare altri combattenti.

Il terrore di Israele genera solo altro terrore. La distruzione di Beirut Ovest nel 1982 ha ispirato l’attacco di Osama bin Laden alle Torri Gemelle nel 2001.

Il terzo obiettivo di Netanyahu è quello di annientare l’Iran come potenza nucleare e regionale, un obiettivo che precede di diversi decenni il 7 ottobre.

Al momento in cui scriviamo si sta aspettando la risposta di Israele al lancio di 180 missili balistici iraniani, alcuni dei quali hanno raggiunto i loro obiettivi.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha dovuto rapidamente ritrattare le sue affermazioni sul consentire a Israele di attaccare le installazioni petrolifere dell’Iran dopo che gli è stato fatto notare che l’Iran potrebbe chiudere di colpo lo Stretto di Hormuz.

Nessuno è più nervoso degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo davanti ad un attacco israeliano all’Iran. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno già avuto un assaggio di cosa accadrebbe ad Aramco [compagnia petrolifera nazionale saudita, ndt.] e alle esportazioni di petrolio se le installazioni petrolifere dell’Iran venissero attaccate.

Ecco perché gli stati del Golfo hanno rilasciato una dichiarazione in cui dichiarano la loro neutralità, aggiungendo che non avrebbero permesso agli Stati Uniti di utilizzare nessuna delle loro basi aeree per un attacco all’Iran.

Ma la verità storica è che l’Iran non è mai stato centrale per la causa palestinese. È entrato nella mischia solo dopo la rivoluzione nel 1978. Per più di 100 anni i palestinesi hanno combattuto da soli. A volte con l’aiuto degli Stati arabi, prima l’Egitto, poi la Siria, poi l’Iraq, ma per lo più la loro lotta è stata solitaria.

Il programma nucleare dell’Iran è irrilevante per la lotta palestinese. Il fattore più importante è la determinazione del popolo palestinese a vivere nella propria terra.

La vera minaccia per Israele non viene dall’Iran. Viene da un giovane palestinese a Jenin, o da un’ex guardia di sicurezza presidenziale a Hebron, o da un palestinese con cittadinanza israeliana a Nakab.

Tutti loro hanno tratto le proprie conclusioni dalla disperazione dell’occupazione sotto la quale hanno vissuto. Nessuno ha avuto alcun bisogno di un incoraggiamento da Teheran.

Dittature feroci

Il quarto obiettivo di Netanyahu è riordinare la regione con a capo Israele. I funzionari israeliani adorano informare i giornalisti statunitensi sulle parole private di sostegno che Israele sta ricevendo dai leader arabi “sunniti moderati” per il suo programma di dominio regionale. Con “moderati” intendono filo-occidentali. Sono tutte dittature feroci.

Ma, di nuovo, Israele e gli Stati Uniti commettono ripetutamente lo stesso errore confondendo le parole private di sostegno dei ricchi e obbedienti con la volontà dei popoli che affermano di rappresentare.

Fulgido esempio dei ricchi e docili, l’arcipragmatico principe ereditario Mohammed bin Salman è stato ampiamente ed erroneamente citato per sostenere la visione che nei loro cuori i governanti arabi si preoccupassero poco della Palestina.

Il titolo del suo colloquio con Antony Blinken, segretario di Stato degli Stati Uniti, era la citazione: “Mi interessa personalmente la questione palestinese? A me no”.

Ma la citazione completa era questa: “Il 70% della mia popolazione è più giovane di me”, ha spiegato il principe ereditario a Blinken. “La maggior parte di loro non ha mai saputo molto della questione palestinese. E quindi ne sono venuti a conoscenza per la prima volta attraverso questo conflitto. È un problema enorme. Mi interessa personalmente la questione palestinese? A me no, ma alla mia gente sì, quindi devo assicurarmi che questo abbia un esito”. Più il regime è autocratico e più il suo sovrano si sente instabile in tempi di crisi regionale, più deve prestare attenzione alla rabbia popolare per la Palestina. È il suo tallone d’Achille. La tirannia non sopprime o distoglie il sostegno alla Palestina. Lo amplifica.

Di conseguenza, Faisal bin Farhan al-Saud, ministro degli esteri dell’Arabia Saudita, ha annunciato che il regno avrebbe normalizzato le relazioni con Israele solo dopo la creazione di uno Stato palestinese.

Questa affermazione può essere ritrattata, ma almeno per ora l’effetto degli Accordi di Abramo nel creare un’alleanza regionale pro-Israele sta svanendo.

L’obiettivo di Sinwar

Consideriamo ora gli obiettivi strategici di Sinwar il 7 ottobre e vediamo quali, se ce ne sono, siano sopravvissuti al passare del tempo.

Sinwar aveva due obiettivi strategici. Ciò che pensa ci è chiaro da due discorsi che ha fatto l’anno prima dell’attacco di Hamas. In uno, nel dicembre 2022, Sinwar ha affermato che l’occupazione deve essere resa più costosa per Israele.

“Intensificare la resistenza in tutte le sue forme e far pagare all'[autorità di] occupazione il conto per l’occupazione e l’insediamento è l’unico mezzo per la liberazione del nostro popolo e per raggiungere i suoi obiettivi di liberazione e ritorno”, ha affermato.

In un altro discorso, Sinwar ha affermato che i palestinesi dovevano mettere Israele davanti ad una scelta chiara.

“O lo costringiamo ad applicare il diritto internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, (cioè) ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare gli insediamenti, liberare i prigionieri e (permettere) il ritorno dei rifugiati”, ha affermato.

“O noi, insieme al mondo, lo costringiamo a fare queste cose e a realizzare la creazione di uno Stato palestinese nei territori occupati, compresa Gerusalemme, oppure rendiamo questa occupazione in palese contraddizione con l’intera volontà internazionale, isolandolo così in modo energico e totale, e poniamo fine al suo processo di integrazione nella regione e nel mondo intero”.

Primo, Hamas ha certamente reso l’occupazione più costosa per Israele.

Dall’inizio della guerra, sono stati uccisi 1.664 israeliani, di cui 706 soldati, 17.809 sono rimasti feriti e circa 143.000 persone sono state evacuate dalle loro case, secondo il Jerusalem Post.

Il denaro ha iniziato a fuggire dal paese. Nonostante il ritorno di molti dei 300.000 riservisti ai loro posti di lavoro, l’Economist riferisce: “Tra maggio e luglio i deflussi dalle banche del paese verso istituzioni straniere sono raddoppiati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, arrivando a 2 miliardi di dollari. I responsabili delle politiche economiche di Israele sono più preoccupati che mai dall’inizio del conflitto”.

La maggiore conseguenza del 7 ottobre

Ma è a livello psicologico che il 7 ottobre ha inferto il colpo più duro.

Il crollo improvviso e completo dell’esercito israeliano un anno fa ha provocato un enorme shock da cui Israele deve ancora riprendersi. Ha messo fondamentalmente in discussione il ruolo principale dello Stato nella difesa dei suoi cittadini.

Ha fatto sentire tutti gli israeliani meno sicuri e questo può spiegare la brutalità della risposta militare, nonostante i profondi dubbi dei responsabili della sicurezza.

Se il video di un combattente di Hamas che telefona a casa a sua madre a Gaza vantandosi di quanti ebrei ha ucciso è inciso nella memoria di David Ignatius [opinionista del Washington Post, ndt.], che dire delle migliaia di post di TikTok che i soldati israeliani hanno postato vantandosi dei loro crimini di guerra? Che effetto hanno sull’editorialista del Washington Post? Lui, come altri, li ha oscurati.

Perché accettare la narrazione secondo cui il 7 ottobre è stato l’Olocausto di Israele significa indossare i paraocchi. Significa escludere e giustificare tutto ciò che Israele ha inflitto a tutti i palestinesi, indipendentemente da famiglia, clan o storia, una barbarie e una disumanità ben più grandi di quanto chiunque avrebbe potuto pensare possibile in uno Stato avanzato, urbano e istruito il 6 ottobre.

Qui, finalmente, arriviamo al maggiore risultato dell’attacco di Hamas.

Il 6 ottobre la causa nazionale palestinese era morta, se non sepolta. Dopo più di 30 anni dagli accordi di Oslo, Gaza era totalmente isolata. Il suo assedio era permanente e a nessuno importava.

Nel settembre 2023 Netanyahu rivendicò la vittoria all’ONU agitando una mappa in cui la Cisgiordania non esisteva.

C’era solo un punto nell’agenda regionale ed era l’imminente normalizzazione dei rapporti dell’Arabia Saudita con Israele. La regione era la più tranquilla da decenni, o almeno così scrisse con sicurezza Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, nella versione originale di un suo saggio per Foreign Affairs.

“Sebbene il Medio Oriente rimanga afflitto da questioni eterne, la regione è più tranquilla di quanto non sia stata da decenni”, scrisse in quella versione originale. Inutile dire che dovette velocemente modificarla.

Alla soglia della vittoria

Sotto la leadership di destra più estrema della sua storia, lo spazio per la pace era stato abbandonato e così anche la separazione. Conquistando la terra e mantenendola, Israele era sull’orlo della vittoria. Dopo il 7 ottobre, il sostegno alla resistenza armata in Cisgiordania è ai massimi storici. L’attacco di Hamas ha rimesso la resistenza armata all’ordine del giorno come modo per realizzare il suo programma di liberazione. Se gli accordi di Oslo fossero riusciti a produrre uno Stato palestinese entro cinque anni dalla firma, un movimento come Hamas non sarebbe esistito. O, se lo fosse, si sarebbe comportato come un gruppo scissionista dell’IRA, incapace di cambiare il corso degli eventi. Oggi, Hamas ha cambiato il corso degli eventi perché il percorso pacifico verso un fattibile Stato palestinese è stato bloccato. Ogni discorso su un processo di pace era un miraggio delle dimensioni della corazzata Potemkin.

Oslo non solo non è riuscita a creare uno Stato palestinese. Ha creato le condizioni affinché lo Stato israeliano si espandesse e prosperasse come mai prima in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Questo è stato il fattore più importante nel convincere una nuova generazione di giovani palestinesi a vendere i loro taxi e negozi in cambio di armi.

Quando le Brigate Qassam hanno attaccato il sud di Israele, quei giovani non hanno avuto molto bisogno di essere convinti. Un anno dopo, l’ala armata di Hamas ha raggiunto lo status di eroe in Cisgiordania, Giordania, Iraq e, credo, in gran parte dell’Egitto e del Nord Africa.

Hamas in questo momento spazzerebbe via Fatah se mai fosse consentito che si tenessero elezioni libere come è successo nel 2006.

A livello regionale l’asse della resistenza, che per gran parte del periodo successivo alla Primavera araba era stato un espediente retorico, è diventato un’alleanza militare funzionante.

Hezbollah, che a lungo aveva cercato di prendere le distanze dalle operazioni di Hamas, è ora sotto attacco e in guerra tanto quanto Hamas lo è sempre stato. Milioni di libanesi sono fuggiti dalle loro case e Beirut sta vivendo molto dello stesso terrore a causa dei droni e dei bombardieri israeliani che ha vissuto Gaza City.

La Palestina è tornata al suo legittimo posto, che è quello di occupare un ruolo chiave nel determinare la stabilità della regione.

Ribaltati decenni di sforzi statunitensi e israeliani

La brutale risposta di Israele al 7 ottobre ha invertito decenni di sforzi israeliani e statunitensi per convincere gli arabi che la Palestina non poteva più rappresentare un veto alle relazioni arabo-israeliane.

Oggi quel veto è più forte che mai.

Il cambiamento è stato ancora più evidente a livello globale, sostenuto dall’irrefrenabile desiderio dell’alleanza occidentale di trovare un nemico. Fino a poco tempo fa, erano i sovietici. Poi l’islamismo radicale ha brevemente preso il posto di minaccia globale. 

Ora è l’alleanza dei dittatori di Russia, Cina e Iran, tutti alla ricerca di sfere di interesse, a minare l’ordine mondiale, secondo l’ultimo saggio del segretario di Stato americano Blinken su Foreign Affairs.

Come se gli Stati Uniti non stessero cercando una sfera di interesse globale. Né le affermazioni di Sullivan né quelle di Blinken su Foreign Affairs resistono.

Ma come risultato della sua guerra, Israele ha perso il Sud del mondo e anche gran parte dell’Occidente.

La Palestina è diventata la causa numero uno al mondo per i diritti umani ed è in cima all’agenda degli sforzi per garantire la giustizia internazionale, con processi in corso presso la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia.

Ha scatenato il più grande movimento di protesta della storia recente nel Regno Unito.

Questione di tempo

Delle due strategie, sembra funzionare quella di Sinwar. Che lui viva o muoia, quell’agenda ha già un suo inarrestabile slancio.

Incoraggiato dalla debolezza di Biden, dal possibile arrivo di Donald Trump che ora afferma che Israele è troppo piccolo, Netanyahu potrebbe ingannarsi e pensare di poter occupare la parte settentrionale di Gaza e il sud del Libano.

L’annessione dell’Area C, che comprende la maggior parte della Cisgiordania, è quasi certamente prossima.

Ma ciò che Netanyahu non sarà in grado di fare a Gaza, in Libano o in Cisgiordania è finire ciò che ha iniziato.

Ciò che ha costretto Ariel Sharon a ritirarsi da Gaza, o Ehud Barak dal Libano, si applicherà alle forze israeliane che Netanyahu tenta di installare a Gaza e in Libano con sempre più vigore. È solo questione di tempo.

Questa guerra ha spogliato Israele della sua immagine sionista liberale, l’immagine del nuovo arrivato che cerca di difendersi in un “vicinato ostile”.

È stata sostituita dall’immagine di un orco regionale, uno Stato genocida senza bussola morale, che usa il terrore per sopravvivere. Un tale Stato non può vivere in pace con i suoi vicini. Schiaccia e domina per sopravvivere.

La guerra di Netanyahu è a breve termine e tattica. La guerra di Sinwar è a lungo termine. Serve a far capire a Israele che se vuole la pace non potrà mai mantenere le terre che ha occupato.

La guerra di Netanyahu dura da un anno e può continuare solo nello stesso modo in cui è iniziata, infliggendo al Libano meridionale la stessa devastazione che ha inflitto a Gaza. Non c’è retromarcia. La guerra di Sinwar è appena iniziata.

Chi vincerà? Dipenderà dal grado di resilienza degli oppressi. Mi sorprenderei se non ci fossero quelli che dicono: “Ne abbiamo abbastanza, vogliamo fermarci”.

Ma passato un anno lo spirito di resistenza è alto e continua a crescere. Se ho ragione, questa lotta è solo all’inizio.

L’equazione del potere in Medio Oriente è effettivamente cambiata, ma non a favore di Israele o dell’America.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e speaker sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. È stato caporedattore agli esteri del Guardian ed è stato corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’attacco missilistico dell’Iran contro Israele: che cosa sappiamo e che cosa succederà

Redazione Al Jazeera

1 ottobre 2024 Al Jazeera

Israele promette una ritorsione dopo la salva di missili iraniani lanciata in risposta alle uccisioni dei leader di Hamas e Hezbollah.

 

L’Iran la lanciato un attacco senza precedenti contro Israele, lanciando una salva di missili contro il Paese nell’ultima escalation dopo settimane di crescenti violenze e tensioni nella regione.

Martedì i Corpi della Guardia Rivoluzionaria Islamica dell’Iran (IRGC) hanno dichiarato di aver lanciato i missili contro Israele in risposta ai mortali attacchi israeliani a Gaza e in Libano e agli assassinii dei massimi leader di IRGC, Hamas e Hezbollah.

Martedì sera sono risuonati gli allarmi in Israele quando i missili sono caduti sulle principali città e cittadine.

Israele e il suo principale alleato, gli Stati Uniti, hanno detto che i loro rispettivi eserciti hanno agito congiuntamente per abbattere la maggior parte dei quasi 200 missili sparati dall’Iran.

L’esercito israeliano ha detto che solo “pochi” colpi sono andati a segno nelle parti centrale e meridionale del Paese, mentre secondo il servizio di soccorso di Israele due persone sono state ferite dalla caduta di un missile nell’area di Tel Aviv.

Ecco ciò che sappiamo sull’attacco e sul contesto più ampio, e ciò che potrebbe succedere adesso.

Che cosa è successo?

  • I dettagli esatti dell’operazione iraniana restano poco chiari, ma IRGC ha affermato in una dichiarazione che i missili erano destinati a “vitali obbiettivi militari e di sicurezza” in Israele.

  • IRGC in seguito ha detto che il suo attacco era destinato specificamente a tre basi militari nell’area di Tel Aviv.

  • L’attacco, accompagnato da un cyberattacco su larga scala, per la prima volta ha impiegato anche i nuovi missili balistici ipersonici Fatah dell’Iran, secondo i media dello Stato iraniano.

  • L’esercito israeliano ha detto di aver intercettato “un gran numero” dei 180 missili balistici lanciati dall’Iran, ma che vi sono stati “isolati” impatti nel centro e nel sud di Israele. IRGC ha detto che il 90% dei missili ha colpito gli obbiettivi.

  • Il consigliere per la Sicurezza Nazionale USA Jake Sullivan ha detto che l’esercito americano “si è strettamente coordinato” con le sue controparti israeliane per abbattere i missili.

  • I caccia torpedinieri USA si sono uniti alle unità di difesa aerea israeliana per lanciare intercettori per abbattere i missili in arrivo”, ha detto Sullivan ai giornalisti alla Casa Bianca.

  • Sullivan ha affermato che non sono state riferite vittime in Israele: “In breve, sulla base di quanto sappiamo al momento, questo attacco sembra essere stato debellato e inefficace”, ha detto.

A che cosa rispondeva l’attacco?

  • IRGC ha detto che l’attacco di martedì era una risposta all’assassinio di Hassan Nasrallah, capo dell’organizzazione libanese Hezbollah, e del comandante dell’IRGC Abbas Nilforoushan la settimana scorsa a Beirut, ed anche all’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Tehran a luglio.

  • Esperti hanno avvertito nel corso dell’anno passato che il Medio Oriente era sull’orlo di una guerra regionale nel quadro della guerra di Israele contro la Striscia di Gaza, che ha ucciso più di 41.000 palestinesi da ottobre 2023.

  • L’organizzazione libanese Hezbollah ha iniziato a lanciare razzi sul nord di Israele dopo l’inizio della guerra di Gaza, sostenendo che intendeva supportare i palestinesi nell’enclave assediata.

  • L’esercito israeliano ha avuto scambi a fuoco con Hezbollah lungo il confine tra Israele e Libano a partire da quel momento, sfollando decine di migliaia di persone in entrambi i Paesi.

  • Nel mese scorso l’esercito israeliano ha incrementato gli attacchi al Libano, colpendo obbiettivi nella capitale Beirut e alimentando ulteriori timori di una guerra totale.

Come hanno reagito i leader mondiali all’attacco iraniano?

  • Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’Iran “ha commesso un grosso errore” e “pagherà per questo”.

  • L’inviato di Israele alle Nazioni Unite Danny Danon ha detto che il Paese “prenderà tutte le misure necessarie per proteggere i cittadini di Israele”: “Come abbiamo già chiarito alla comunità internazionale, ogni nemico che attacca Israele deve attendersi una dura risposta”, ha scritto Danon sui social media.

  • Il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha scritto in un post su X che l’attacco è stato “una risposta decisiva” alle “aggressioni” di Israele. “Netanyahu deve sapere che l’Iran non cerca la guerra, ma risponde con fermezza ad ogni minaccia”, ha scritto. “Non entrate in conflitto con l’Iran”.

  • Mohammad Javad Zarif, il consigliere strategico di Pezeshkian, ha detto che “l’Iran ha un intrinseco diritto all’autodifesa contro i ripetuti attacchi armati israeliani contro il territorio iraniano e i suoi cittadini.”

  • Hamas, l’organizzazione palestinese che governa Gaza, ha salutato l’attacco iraniano come “eroico” e ha detto che ha inviato “un forte messaggio al nemico sionista e al suo governo fascista che aiuterà a dissuadere e frenare il loro terrorismo.”

  • Gli USA hanno assicurato il proprio “ferreo” appoggio a Israele e il Presidente Biden ha detto che il suo Paese è “pienamente, pienamente, pienamente al fianco di Israele”. Il portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller ha detto che Washington “starà accanto al popolo di Israele in questo momento critico.”

  • Il Pentagono ha anche detto che il Segretario alla Difesa USA Lloyd Austin e il suo omologo israeliano Yoav Gallant hanno discusso “le gravi conseguenze per l’Iran” se avesse lanciato un attacco militare diretto” contro Israele. Non ha specificato quali sarebbero tali conseguenze.

  • La Ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock ha detto che il suo Paese ha messo in guardia l’Iran contro la “pericolosa escalation”, che, ha affermato, “sta spingendo la regione sempre più sull’orlo dell’abisso”.

  • Il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha condannato “l’estendersi del conflitto in Medio Oriente con un’escalation dopo l’altra”. In un post su X ha scritto: “Questo deve finire. Abbiamo assolutamente bisogno di un cessate il fuoco.”

Che cosa succederà adesso?

  • Il portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari ha detto che Israele “è assolutamente preparato a difendersi e a vendicarsi” contro l’attacco iraniano, puntualizzando che ciò avverrà “tempestivamente”.

  • Sullivan, il consigliere della Casa Bianca, ha detto ai giornalisti che l’amministrazione Biden “ha chiarito che vi saranno conseguenze – gravi conseguenze – per questo attacco” dell’Iran e gli USA “lavoreranno con Israele per far sì che questo accada”.

  • L’Iran ha messo in guardia Israele contro una risposta a questo attacco, minacciando di lanciare altri missili sul Paese se esso reagisse.

  • Raed Jarrar, direttore del gruppo di sostegno del team di esperti DAWN con sede in USA, ha detto a Al Jazeera che il Medio Oriente si trova ora “in una guerra su scala pienamente regionale” che non finirà senza un cambio nella politica americana. “Non finirà senza che gli Stati Uniti battano i piedi per terra e dicano “Non manderemo altre armi a Israele. Non finanzieremo e aiuteremo i crimini israeliani”, ha detto.

  • Omar Rahman, un membro del Consiglio del Medio Oriente per gli Affari Globali, ha detto che “non c’è dubbio” che Israele risponderà. “Si sta per entrare in quel tipo di azioni di ritorsione, avanti e indietro, che genera una guerra più ampia”, ha detto a Al Jazeera.

  • Rahman ha aggiunto che Israele “ha cercato di provocare questa guerra” con le sue azioni degli ultimi mesi. “Israele è capace di imponenti distruzioni, come vediamo in Libano. Dispone di enormi capacità di intelligence e può provocare davvero una guerra di distruzione. L’Iran, io credo, ha cercato di evitarla, ma sta andando verso qualche forma di guerra con Israele”.

Fonte: Al Jazeera

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Analisi| Il successore di Nasrallah potrebbe anteporre la sopravvivenza di Hezbollah alla guerra contro Israele

Zvi Bar’el

28 settembre 2024 – Haaretz

L’Iran affronta la sfida strategica di evitare che i libanesi insorgano contro la sua influenza e al contempo portare avanti lo sforzo diplomatico per la revoca delle sanzioni

Nota redazionale: l’articolo che segue rappresenta un punto di vista israeliano chiaramente connotato. Vi sono alcuni giudizi impliciti e soprattutto omissioni, riguardo ad esempio ai costi umani della situazione determinata dagli attacchi israeliani in Palestina e in Libano. La risposta militare iraniana contro Israele, per quanto moderata, ha in parte smentito le previsioni del commentatore. Abbiamo ritenuto che fosse il caso di tradurlo in quanto presenta comunque un quadro della complessità dell’attuale situazione regionale, che favorisce le mire israeliane.

Al momento la rosa dei candidati alla successione di Hassan Nasrallah come segretario generale di Hezbollah comprende due nomi: Hashem Safi al-Din e Naim Kassem.

Safi Al-Din è capo del Consiglio Esecutivo di Hezbollah, nato nel 1964, cugino di Nasrallah e parente acquisito di Qassem Soleimani, il comandante della “Brigata santa” [spesso chiamata Forza Quds dalla stampa occidentale, è l’unità delle guardie rivoluzionarie responsabile delle operazioni oltreconfine n.d.t.] che fu ucciso dagli Stati Uniti nel 2020.

Il Consiglio esecutivo funge per Hezbollah come una sorta di governo, ne gestisce le operazioni relative agli affari civili ed economici, ne coordina la propaganda, ne amministra la giustizia, gli affari interni e le relazioni estere. In questo modo Hezbollah è diventato in Libano un governo parallelo a quello ufficiale, guidato per gli ultimi tre anni dal primo ministro ad interim Najib Mikati.

Come Nasrallah, Safi Al-Din operava sotto il patrocinio di Imad Mughniyeh, comandante militare di Hezbollah che fu ucciso a Damasco nel 2008. Secondo gli studiosi che si occupano di Hezbollah, era candidato alla posizione di segretario generale dopo l’omicidio mirato di Abbas Musawi nel 1992.

Anche Naim Qassem, vice di Nasrallah, 70 anni, è stato indicato come possibile sostituto, ma è considerato più una figura simbolica, benché dotto studioso di religione e tenuto in alta considerazione nel Consiglio della Shura di Hezbollah. È stato tra i fondatori di Hezbollah e tra coloro che ne hanno determinato l’ideologia, ma ha poca esperienza sul piano militare e amministrativo, essendosi occupato perlopiù di questioni culturali ed educative. È stato a capo del Consiglio esecutivo, sotto Musawi prima e Nasrallah poi, fino al 1994, quando è stato sostituito da Safi Al-Din.

La rapidità con cui il successore sarà scelto, ufficialmente dalla Shura ma di fatto da Teheran, è di importanza fondamentale per dimostrare che Hezbollah continua a funzionare nonostante il duro colpo inflitto ai suoi vertici e la perdita del suo capo. Occorre nominare una serie di alti funzionari che redigano un rapporto sulla situazione tattica e che siano un riferimento per le centinaia di migliaia di libanesi sciiti le cui vite oggi come ieri dipendono dall’organizzazione.

Il nuovo capo avrà inoltre il compito di ripristinare lo status politico di Hezbollah in Libano non solo in quanto responsabile della lotta contro Israele, ma come organizzazione responsabile della risorsa più preziosa per l’Iran in Medio Oriente sul piano strategico, diplomatico e ideologico. Anche se il comando militare di Hezbollah è stato distrutto, l’organizzazione controlla ancora l’infrastruttura civile ed economica, come anche il potere politico di determinare il futuro del Libano sia a breve che a lungo termine.

Anche se Israele riuscisse a distruggere l’intero arsenale missilistico con cui Hezbollah lo minaccia, le armi che rimangono in mano all’organizzazione saranno ancora sufficienti a intimidire il fronte interno libanese fintantoché il paese non disporrà di un vero esercito, equipaggiato e addestrato, che possa tenere testa a Hezbollah. L’Iran teme che questa leva possa ora perdere la sua efficacia in seguito ai duri colpi subiti da Hezbollah, cosa che potrebbe portare i libanesi a rialzare la testa, considerato il caro prezzo sostenuto per una guerra che non è la loro, la cui ragione non è la difesa della patria ma il sostegno ad Hamas.

Nonostante le aspre critiche che si sono intensificate durante la guerra, in particolare nelle ultime due settimane, i libanesi e i rivali politici di Hezbollah non sono ancora scesi in piazza per contestare l’organizzazione.

Ma nella storia recente del Paese i libanesi hanno già dato diverse prove della loro forza. Nel 2005, in seguito all’omicidio del primo ministro Rafik al-Hariri, hanno cacciato le forze siriane fuori dal Paese, mentre nel 2008 hanno contrastato violentemente Hezbollah in uno scontro che ha lasciato sul terreno decine di morti. Hanno rovesciato governi e costretto ministri alle dimissioni, e soprattutto, a differenza di Gaza, hanno un Paese dotato di un assetto collettivo nazionale che essi ritengono essere stato compromesso dall’Iran per mezzo di Hezbollah.

Poiché i servizi sanitari e sociali di Hezbollah non sono più in grado di sopperire ai bisogni dei feriti o di più di un milione di libanesi sfollati dalle loro case, il gruppo è costretto a fare affidamento sui servizi dello stesso governo che aspirava a sostituire, e la sfida strategica per l’Iran è di evitare una situazione in cui il Paese e la sua popolazione respingano, o almeno erodano, lo status di Hezbollah come partito che determina la politica e il carattere della Nazione.

“Possiamo aspettarci che Yahya Sinwar [capo di Hamas] annunci un accordo su un cessate il fuoco per salvare il Libano ed Hezbollah?” ha recentemente chiesto con puntuto sarcasmo a un ospite il conduttore di un programma di informazione dell’emittente saudita Al-Hadath (un canale di Al-Arabiya, che è stata creata per competere con Al Jazeera).

La possibilità di quello scambio di ruoli che il presentatore ha cercato di suggerire, nel quale sono Hamas e i suoi capi a spendersi in “supporto” di Hezbollah, è adesso per l’Iran un grosso problema, che riguarda non solo lo status di Hezbollah ma quello di tutti gli alleati subalterni della Repubblica Islamica. In qualità di coordinatore e guida della “sala operativa” congiunta del “fronte di supporto” durante la guerra di Gaza, Nasrallah ha assunto a livello regionale un’importanza superiore a quella del comandante della “Brigata santa” delle Guardie rivoluzionarie iraniane, Esmail Ghaani.

Ora l’Iran potrebbe subire le ripercussioni non solo della minaccia al controllo di Hezbollah in Libano, ma anche contro la posizione delle milizie sciite pro-iraniane in Iraq e degli Houthi in Yemen, anche se questi ultimi non si coordinano necessariamente con l’Iran. Nonostante la scorsa settimana i rispettivi rappresentanti di queste organizzazioni fiancheggiatrici si siano impegnati a mandare migliaia di combattenti in Libano se Israele avesse lanciato un’operazione di terra, e anche ad attaccare obiettivi americani in Siria e Iraq, non è certo che l’Iran accetterà, per il timore di trascinare l’Iraq nella campagna – questa volta contro gli Stati Uniti. E non è solo con l’Iraq che l’Iran potrebbe entrare in conflitto.

Se l’Iraq manderà migliaia di combattenti in Libano, essi avranno bisogno del consenso della Siria per attraversare il suo territorio. Damasco, che per adesso non ha preso parte al “fronte di supporto” né di Hamas né di Hezbollah, comportandosi come se questo fosse un dramma che non la riguarda, non vorrà impegnarsi attivamente in una campagna che farebbe del regime un bersaglio di attacchi diretti da parte di Israele.

L’Iran ha diverse altre preoccupazioni strategiche che riguardano la sua posizione nella regione e le sue ambizioni politiche. Dall’elezione a presidente di Masoud Pezeshkian, e contestualmente dalla nomina di Mohammad Javad Zarif a vicepresidente per gli Affari Strategici e Abbas Araghchi a ministro degli Esteri – due degli architetti dell’accordo nucleare del 2015 – l’Iran ha lanciato un’offensiva diplomatica internazionale con l’intenzione di ottenere la revoca delle sanzioni che gli sono state imposte.

Poiché Pezeshkian ha annunciato a New York la scorsa settimana [il 24 settembre n.d.t.] che l’Iran è pronto a deporre le armi se Israele farà lo stesso, ed ha ripetutamente dichiarato che l’Iran non cerca una guerra regionale e che ambisce a cooperare per il cessate il fuoco in Libano, un attacco contro Israele da parte dell’Iran o dei suoi fiancheggiatori sarebbe non solo in contraddizione con la strategia dichiarata da Teheran, ma andrebbe chiaramente contro i suoi interessi.

La Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei, commentando l’uccisione di Nasrallah, ha dichiarato: “Il destino di questa regione sarà deciso dalle forze della resistenza, Hezbollah in testa”. Ha invitato i musulmani a “stare al fianco del popolo libanese e della fiera Hezbollah con ogni mezzo a disposizione”. Le sue parole potrebbero indicare la politica che guiderà l’Iran. Le “forze della resistenza”, non l’Iran, decideranno, e quando un leader come Khamenei fa appello a “tutti i musulmani” senza chiarire che cosa farà l’Iran significa – almeno per adesso – che l’Iran non ha ancora deciso se e come intervenire.

Chiunque sarà il prossimo comandante di Hezbollah dovrà districarsi in una trama di forze e considerazioni nuove, completamente diverse da quelle che Nasrallah ha costruito nei suoi 32 anni da segretario generale, in cui la sopravvivenza di Hezbollah in Libano è probabilmente molto più importante della guerra contro Israele.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La “vittoria” di Israele ubriaco di potere apre le porte a una guerra senza fine

Lubna Masarwa

30 settembre 2024 – Middle East Eye

Oggi gli israeliani celebrano i loro “successi” in Libano. Ma pagheranno un prezzo enorme nei decenni a venire per la sofferenza che Israele ha inflitto a palestinesi e libanesi.

I media in Israele hanno reagito con euforia all’assassinio di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah.

Nel programma “Meet the Press” di Canale 12 Amit Segal e Ben Caspit hanno brindato con un bicchiere di arak per celebrare la morte di Nasrallah. Paz Robinson, reporter di Canale 13, ha distribuito cioccolatini a Karmiel [cittadina nel nord di Israele, ndt.]. Il Canale 13 è considerato di sinistra.

Il programma di punta di Canale 14, “The Patriots”, si è aperto con canti e festeggiamenti condotti dal presentatore Yinon Magal. Nadav Eyal ha scritto su Ynet: “L’assassinio di [Nasrallah] è un evento di scala regionale e storica”.

La gioia dei media è stata eguagliata dai politici di sinistra e di destra. Noi diciamo per lo più “di destra e di sinistra”

Yair Golan, leader del Partito Democratico ed ex capo del partito Meretz, un tempo considerato il politico di sinistra più popolare del paese, è stato felicissimo dell’assassinio.

Ha scritto su X: “L’assassinio di Nasrallah è un risultato enorme e importante. Una nuova era è iniziata in Medio Oriente”.

Lo spettro politico, che si era profondamente polarizzato sul ritorno degli ostaggi da Gaza, si è riunificato sulla che Israele ritiene di aver ottenuto nell’annientamento della leadership di Hezbollah.

Yair Lapid, leader dell’opposizione, ha scritto: “Facciamo sapere a tutti i nostri nemici che chiunque attacchi Israele morirà”.

Una nuova era?

Ebbro di successo, l’esercito israeliano ha pubblicato un video dei jet in decollo dalla base aerea di Hatzerim nel deserto del Negev che includeva le comunicazioni radio tra un comandante dell’aeronautica e i piloti.

“Credo che oggi abbiate dato uno spettacolo di vittoria” si può sentir dire il maggiore generale Tomer Bar, comandante dell’aeronautica militare israeliana, nella clip distribuita ai giornalisti. “Ben fatto. Immenso orgoglio”. Un pilota risponde: “Raggiungeremo tutti, ovunque”. E nemmeno questo è bastato.

Haaretz ha riferito che l’esercito israeliano spinge per invadere il Libano meridionale, citando fonti militari che affermano che bisogna cogliere l’attimo di shock e disordine di Hezbollah dopo gli attacchi delle ultime due settimane, prima che l’Iran abbia la possibilità di rifornire le sue scorte di missili.

Altrove è stato riferito che tre unità dell’esercito, circa 3000 uomini, erano state inviate in Cisgiordania.

Guerra su tre fronti, e Israele sta vincendo su ognuno di essi, sembra pensare l’intero paese. Che bel modo di concludere un anno oscuro e di battute d’arresto militari a Gaza.

Israele pensa che un’opportunità d’oro gli si presenti con il presidente americano uscente, Joe Biden, che sta palesemente fallendo nel frenarlo.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ora sfidato Biden tre volte: rioccupando Rafah, non accettando un cessate il fuoco a Gaza con Hamas e ora aprendo un nuovo fronte in Libano. E ogni volta l’ha fatta franca.

La scorsa settimana ci si aspettava che Netanyahu fosse sulla difensiva di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Nemmeno un po’. Ha lanciato un grido di sfida. Netanyahu ha alzato il dito medio al suo principale fornitore di armi e alleato. E Israele lo ha applaudito.

Il risultato del rifiuto dell’America di tagliare tutte le forniture di armi a Israele ha delle conseguenze: ora non ci sono più ostacoli alla sua volontà omicida. Non ci sono limiti.

Nessuna linea rossa

I piloti e gli operatori di droni israeliani non devono pensare a quanti civili potrebbero essere uccisi da un missile puntato a un presunto obiettivo. La decisione di assassinare è stata recentemente delegata ai comandanti regionali dell’esercito, la cui autorità è stata notevolmente ampliata.

Per risparmiare tempo, non c’è alcun rinvio alla catena di comando. Tutti i civili, in Libano, Gaza e Cisgiordania, sono obiettivi.

I tabù sull’uccisione dei bambini sono scomparsi. Non ci sono confini o linee rosse in questa guerra. Israele può far morire di fame una nazione, ha usato regolarmente torture e stupri nelle sue prigioni e può festeggiare.

Si pensa che Israele abbia ucciso 300 persone nei suoi attacchi a quattro isolati di appartamenti sopra il centro di comando di Hezbollah, la maggior parte dei quali sarebbero civili, e la comunità internazionale è per lo più silenziosa.

Ubriaco di potere, Israele è in preda a una profonda illusione. Forse la più grande fino ad oggi.

Decimarne la leadership e i comandanti senior non ha ucciso né può uccidere Hezbollah stesso, né fermare una nuova generazione di combattenti che si fa avanti che non avrà il controllo della generazione precedente.

Né Israele può garantire chi verrà dopo. Finora Hezbollah non ha preso di mira i civili e non era interessato a impegnarsi in una grande guerra con Israele.

I loro attacchi erano progettati per dimostrare la capacità militare di Hezbollah, non per assestare colpi mortali. Hezbollah ha anche affermato che il loro conflitto sarebbe finito nel momento in cui fosse stato concordato un cessate il fuoco a Gaza.

È quasi certo che questa moderazione scomparirà. Hezbollah non ha scelta. La sua politica è stata spinta su una strada obbligata. Come Hamas, come Gaza, Hezbollah è ora impegnata in un conflitto in cui il suo nemico non solo vuole cacciarlo dal suo insediamento principale, ma distruggerlo del tutto.

Questa è diventata una guerra esistenziale per Hezbollah.

Un prezzo enorme

Cosa succederà ora? Questa è una domanda che Israele raramente si pone in momenti come questo. Né impara dalla storia di questo aspro conflitto.

Questa lunga storia di assassini politici, concepiti per terrorizzare e scoraggiare, non ha comportato un singolo caso in cui l’eliminazione di un capo abbia portato alla fine o alla ritirata di un gruppo militante. Hezbollah ha il dovere di rianimarsi e reagire.

Dimostrando il suo potere e brandendo la sua spada Israele ha creato una generazione di giovani nel mondo arabo che un giorno cercherà vendetta.

Il potere militare ha dei limiti. L’unico modo per Israele di ottenere sicurezza per il suo popolo sarà tornare al tavolo delle trattative e porre fine all’occupazione. Altrimenti tutto ciò che avranno fatto sarà aprire la porta alla guerra per le generazioni a venire.

Israele può trasformare parti del Libano in una Gaza. Può rioccupare il Libano meridionale e la parte settentrionale di Gaza. Può distruggere case e innumerevoli vite. Può fare la guerra all’intera regione. Ma non può ignorare la fonte principale del conflitto, che è la causa nazionale palestinese.

La Palestina è il problema da cui Israele, non importa quante guerre intraprende, non potrà mai sfuggire. E le generazioni future di israeliani pagheranno nei decenni a venire un pesante prezzo per le sofferenze che il loro paese ha inflitto a palestinesi e libanesi.

Oggi gli israeliani celebrano i loro successi in Libano. Ma la vittoria ha un prezzo enorme.

Il “successo” di Israele è stato quello di uccidere circa 1000 libanesi in una settimana, 50 dei quali sono bambini. Ha normalizzato la morte e eliminato le ultime vestigia di umanità.

Le immagini della distruzione a Gaza e in Libano rimarranno impresse nella coscienza collettiva: Israele può far vivere la sua missione nazionale solo uccidendo sempre di più coloro che sono soggetti al suo dominio.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Un piano per liquidare la Striscia di Gaza settentrionale sta guadagnando terreno

Meron Rapoport

17 settembre 2024, +972Magazine

Ministri, generali e accademici israeliani chiedono a gran voce una nuova fase decisiva della guerra, ed ecco come potrebbe risultare l’operazione Fame e Sterminio.

La data potrebbe essere ottobre, novembre o dicembre 2024, o forse inizio 2025. L’esercito israeliano ha appena lanciato una nuova operazione in tutto il nord di Gaza, la chiameremo “Operazione Ordine e Pulizia”. L’esercito ordina l’evacuazione temporanea di tutti i residenti palestinesi a nord del corridoio Netzarim “per la loro sicurezza personale”, spiegando che “l’esercito sta per intraprendere azioni importanti a Gaza City nei prossimi giorni e vuole evitare di danneggiare i civili”. L’ordine è simile a quello che l’esercito ha emesso il 13 ottobre 2023 agli oltre 1 milione di palestinesi che vivevano a Gaza City e nei suoi dintorni in quel momento. Ma è chiaro a tutti come questa volta Israele stia pianificando qualcosa di completamente diverso.

Sebbene il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Yoav Gallant siano reticenti sui veri obiettivi dell’operazione, il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, così come altri ministri dell’estrema destra, li dichiarano apertamente. In proposito citano un programma che il Forum dei Comandanti e Combattenti Riservisti, guidato dal Maggiore Generale di Riserva Giora Eiland, ha proposto solo poche settimane fa: ordinare a tutti i residenti della parte settentrionale di Gaza di andarsene entro una settimana per poi imporre un assedio completo all’area inclusa la chiusura di tutte le forniture di acqua, cibo e carburante, fino a quando coloro che rimangono non si arrendano o muoiano di fame.

Negli ultimi mesi altri importanti israeliani hanno chiesto all’esercito di effettuare uno sterminio di massa nel nord di Gaza. “Rimuovete l’intera popolazione civile dal nord e chiunque vi rimanga sarà legalmente condannato come terrorista e sottoposto a un procedimento di fame o sterminio”, ha proposto il prof. Uzi Rabi, ricercatore senior presso l’Università di Tel Aviv in un’intervista radiofonica del 15 settembre. E ad agosto, secondo un rapporto di Ynet, i ministri del governo avevano già iniziato a fare pressione su Netanyahu affinché “ripulisse” il nord di Gaza dai suoi abitanti.

Un’altra proposta è stata stilata a luglio da diversi accademici israeliani, intitolata “Da un regime omicida a una società moderata: la trasformazione e la ricostruzione di Gaza dopo Hamas”. Secondo questo piano, che è stato sottoposto ai decisori israeliani, la “sconfitta totale” di Hamas è una precondizione per avviare un processqo di “deradicalizzazione” dei palestinesi a Gaza. “È importante che anche l’opinione pubblica palestinese abbia una profonda percezione della sconfitta di Hamas”, sostengono gli autori, aggiungendo: “Un ‘primo intervento’ può iniziare nelle aree ripulite da Hamas”. Uno degli autori della proposta, il dott. Harel Chorev, ricercatore senior presso il Moshe Dayan Center dove lavora anche Rabi, ha espresso pieno sostegno al piano del gen. Eiland.

Ma torniamo al nostro scenario: inizia l'”Operazione Ordine e Pulizia” e, nonostante gli ordini di evacuazione dell’esercito, circa 300.000 palestinesi rimangono tra le rovine di Gaza City e dintorni, rifiutandosi di andarsene. Forse rimangono perché hanno visto cosa è successo ai loro vicini che se ne sono andati all’inizio della guerra, credendo che si trattasse di un’evacuazione temporanea e che ancora oggi vagano per le strade di Gaza meridionale senza un posto sicuro in cui ripararsi. Forse perché temono Hamas, che invita i residenti a rifiutare gli ordini di evacuazione di Israele. O forse perché sentono di non avere più nulla da perdere. In tutti i casi l’esercito impone un blocco completo di una settimana a tutti coloro che rimangono nella Gaza settentrionale. I combattenti di Hamas (il documento Eiland stima che ne siano rimasti 5.000 nel nord ma nessuno conosce effettivamente il loro numero reale) si rifiutano di arrendersi. Sulla televisione internazionale e sui social media le persone in tutto il mondo guardano Gaza City che viene decimata dalla fame di massa. “Preferiamo morire che andarcene”, dicono i residenti ai giornalisti.

Alla TV israeliana i commentatori non sono convinti che una mossa del genere sia decisiva per vincere la guerra. Ma concordano sul fatto che una “campagna di fame e sterminio” sia preferibile al fatto che l’esercito continui a tergiversare a Gaza. Alcune voci degli studi televisivi mettono in guardia dal potenziale danno alle pubbliche relazioni di Israele, ma nonostante ciò il piano ottiene il sostegno della maggioranza del pubblico ebraico-israeliano. I cittadini palestinesi di Israele, che intensificano le proteste contro il genocidio, vengono arrestati anche solo per averne parlato online, e la polizia reprime con la forza le dimostrazioni della sinistra radicale. Il Segretario di Stato americano Antony Blinken esprime preoccupazione, afferma che Washington è impegnata per l’integrità territoriale di Gaza e la soluzione dei due Stati, e avverte che questa ultima campagna potrebbe sabotare i negoziati per un accordo sugli ostaggi, ma Netanyahu è irremovibile. Sotto pressione della destra, che vede nell’espulsione dei residenti di Gaza City l’opportunità di radere al suolo completamente l’area e costruire colonie sulle rovine, l’esercito inizia la fase di “sterminio” delineata da Rabi.

Poiché l’esercito ha affermato che i civili possono lasciare la parte settentrionale di Gaza, anche se i soldati sparano e uccidono casualmente i civili palestinesi che cercano di evacuare, chiunque rimanga in città viene trattato come un terrorista. Tale strategia è in linea con quanto il tenente colonnello A., comandante dello squadrone di droni dell’aeronautica militare israeliana, ha detto a Ynet ad agosto sull’operazione per salvare gli ostaggi nel campo di Nuseirat: “Chiunque non sia fuggito, anche se disarmato, per quanto ci riguarda era un terrorista. Tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”. La città di Gaza è completamente distrutta e tra le rovine giacciono i corpi di migliaia o forse decine di migliaia di palestinesi. Nessuno conosce il numero esatto, perché l’area rimane una “zona militare chiusa”. L’Operazione Ordine e Pulizia è coronata da successo. L’esercito, come proposto dal piano Eiland, si prepara a replicare operazioni simili a Khan Younis e Deir al-Balah. In coordinamento con i comandanti sul campo, apparentemente senza l’approvazione dello Stato Maggiore, il rinato movimento per la ri-colonizzazione di Gaza – che è rimasto in attesa per mesi – inizia a stabilire le prime nuove comunità nelle aree che sono state “ripulite” dai palestinesi.

Uno scenario probabile ma non ineluttabile

Non è certo che questo scenario si materializzi. Può essere intralciato a vari snodi: l’esercito potrebbe far intendere che non è interessato alla piena occupazione della Striscia di Gaza, né a ripristinarvi un governo militare. L’esercito è consapevole che un’operazione su larga scala potrebbe portare all’esecuzione degli ostaggi rimasti, come è successo a Rafah, e non vuole essere responsabile del loro omicidio. Così come teme che un’operazione su larga scala a Gaza potrebbe innescare una risposta più forte da parte di Hezbollah, e quindi a una guerra intensa su due fronti o forse più.

Nonostante tutta l’indulgenza dimostrata dall’amministrazione statunitense per le azioni genocide di Israele a Gaza, che hanno fatto morire di fame e annientato decine di migliaia di palestinesi, questa fase ulteriore potrebbe essere troppo anche per il presidente autoproclamatosi “sionista” Joe Biden e per la candidata alla presidenza Kamala Harris, che parla di “sofferenza palestinese”. Potrebbe essere la mossa che costringerà la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) a dichiarare che Israele sta commettendo un genocidio e ad accelerare l’emissione di mandati di arresto da parte della Corte Penale Internazionale (ICC), non solo per Netanyahu e Gallant. I paesi europei, che finora sono stati esitanti a sanzionare Israele, potrebbero andare fino in fondo. Netanyahu potrebbe concludere che il prezzo internazionale di un’operazione del genere sia troppo alto, al diavolo i desideri dei suoi alleati di destra.

Anche la società israeliana potrebbe rappresentare un ostacolo all’attuazione del piano. Come appare evidente dalle dimostrazioni di massa delle ultime settimane, gran parte del pubblico ebraico-israeliano ha perso fiducia nelle promesse del governo di “vittoria totale” a Gaza o nell’idea che “solo la pressione militare libererà gli ostaggi”. Guidati dalle famiglie degli ostaggi, che si sono radicalizzate dopo la recente esecuzione da parte di Hamas dei sei ostaggi in un tunnel a Rafah, centinaia di migliaia di israeliani, a quanto pare, vogliono non solo vedere gli ostaggi tornare a casa ma anche lasciarsi la guerra alle spalle. Il piano Rabi-Eiland, che certamente prolungherà la guerra a Gaza e probabilmente farà fallire la liberazione degli ostaggi rimasti, potrebbe essere respinto da centinaia di migliaia di dimostranti proprio per queste ragioni.

Tuttavia bisogna anche ammettere che lo scenario che ho delineato non è inverosimile. Dal 7 ottobre la società israeliana ha subito un processo accelerato di disumanizzazione nei confronti dei palestinesi, ed è difficile pensare che l’esercito rifiuti in massa di portare avanti una simile campagna di sterminio, soprattutto se presentata in fasi: prima costringendo la maggior parte dei residenti ad andarsene, poi imponendo un assedio e solo allora l’eliminazione di coloro che rimangono. Non è semplicemente una questione di vendetta per le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre. All’interno della logica distorta che regola la politica israeliana nei confronti dei palestinesi, l’unico modo per ripristinare la “deterrenza” dopo l’umiliazione militare del 7 ottobre è quello di schiacciare completamente la collettività palestinese, comprese le sue città e istituzioni.

Per qualcuno può essere facile liquidare le proposte israeliane di “finire il lavoro” nella parte settentrionale di Gaza come una magniloquenza genocida difficile da realizzare. Ma il piano è stato concepito da Eiland, Rabi e altre persone influenti, non solo quelle del circolo “messianico” di Ben Gvir e Smotrich. E indipendentemente da ciò che accadrà nei prossimi mesi, il fatto stesso che esplicite proposte di far morire di fame e sterminare centinaia di migliaia di persone siano in discussione dimostra esattamente dove si trova oggi la società israeliana.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Nuovo attacco ai dispositivi di Hezbollah uccide 14 persone in tutto il Libano

Nader Durgham, Josephine Deeb, Rayhan Uddin

18 settembre 2024-Middle East Eye

Secondo il ministero della Salute libanese almeno 450 persone sono state ferite dalle esplosioni delle loro radio portatili.

Almeno 14 persone sono state uccise e centinaia sono rimaste ferite mercoledì quando le radio portatili utilizzate da Hezbollah sono esplose in tutto il Libano nell’ultimo attacco israeliano al movimento libanese. Sono stati segnalate esplosioni di dispositivi da Tiro e Saida nel sud fino a Sohmor nell’est del Libano che secondo il ministero della Salute libanese hanno incendiato edifici e veicoli e ferito almeno 450 persone.

Nella periferia sud di Beirut, un’esplosione ha colpito mentre centinaia di persone in lutto si riunivano per un funerale organizzato da Hezbollah per le vittime di un attacco quasi identico il giorno prima in cui sono esplosi migliaia di cercapersone usati dal movimento. Nelle esplosioni di martedì dodici persone sono state uccise e quasi 3.000 ferite, un attentato che ha suscitato orrore e rabbia nei libanesi di tutte le fazioni politiche. Tra le persone uccise dai cercapersone vi sono due bambini e quattro operatori.

Mentre mercoledì sera il rumore dell’esplosione risuonava sul luogo del funerale, protetto da una stretta sorveglianza, la folla si è dispersa nel panico e le strade che escono dalla periferia sud di Beirut, nota come Dahiyeh, sono state intasate dalle auto che cercavano di allontanarsi.

Ambulanze e camion dei pompieri hanno attraversato la città per la seconda volta in due giorni.

“Ora vado solo a vedere se la mia famiglia sta bene”, ha detto a Middle East Eye un uomo fuggito dal funerale spiegando che i suoi parenti vivono in un edificio frequentato da membri di Hezbollah. Dahiyeh è una vasta area in cui vivono molti sostenitori e membri del partito.

“Amico, butta via quel tuo dispositivo”, MEE ha sentito un uomo dire a un altro.

Sebbene Israele non abbia commentato direttamente gli attacchi effettuati attraverso l’esplosione dei dispositivi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato di aver promesso che le migliaia di israeliani sfollati a causa dei combattimenti transfrontalieri sarebbero tornati alle loro case.

Yoav Gallant, ministro della difesa israeliano, ha affermato: “Stiamo aprendo una nuova fase nella guerra”.

Israele e Hezbollah, un movimento nato dalla resistenza all’occupazione israeliana del Libano meridionale nel 1982-2000, combattono da quasi un anno.

Il loro ultimo conflitto è iniziato quando Hezbollah ha iniziato a lanciare razzi contro Israele per aiutare ad alleviare la pressione su Hamas mentre l’esercito israeliano iniziava la sua guerra a Gaza nell’ottobre 2023. I combattimenti hanno ucciso centinaia di libanesi, per lo più combattenti di Hezbollah, e decine di israeliani. Sebbene Israele minacci regolarmente di invadere il Libano come risposta, Hezbollah insiste sul fatto che non cerca un’escalation e porrà fine ai suoi attacchi una volta che gli israeliani accetteranno un cessate il fuoco con Hamas a Gaza. Russia ed Egitto hanno affermato che l’attacco di martedì è stato un tentativo di trascinare la regione in una guerra più ampia. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che gli oggetti di uso civile non dovrebbero essere trasformati in armi.

Come un incubo’

Sia i cercapersone esplosi martedì che le radio esplose il giorno dopo sarebbero stati importati in Libano da Hezbollah circa cinque mesi fa.

I cercapersone Gold Apollo sono stati ricondotti a un produttore di elettronica taiwanese, che ha affermato di aver concesso a un’azienda con sede a Budapest la licenza per produrre il cercapersone.

Diversi resoconti dei media hanno affermato che l’agenzia di intelligence israeliana Mossad ha piazzato esplosivi nei cercapersone.

Una fonte vicina a Hezbollah ha detto a MEE che l’attacco mediante i cercapersone è stato uno “shock” per “l’apparato di sicurezza” del movimento e che è stata immediatamente avviata un’indagine.

Chi ha ordinato i cercapersone è un uomo d’affari con legami con il partito. Gli è stato offerto un prezzo molto buono per i dispositivi”, ha detto la fonte. “È stata negligenza da parte di Hezbollah perché non hanno ispezionato o testato attentamente i cercapersone come avrebbero dovuto, dato che si fidavano della persona che li aveva procurati.”

Elias Jradeh, membro del parlamento e oculista, ha affermato che le ferite che ha visto martedì mentre operava in un ospedale dove venivano trasferiti casi gravi riguardavano soprattutto gli occhi, il viso e le mani.

“Molte persone tenevano il cercapersone vicino al viso per leggere il messaggio ricevuto quando il dispositivo è esploso”, ha detto Jradeh a MEE.

“Hanno subito danni a uno o entrambi gli occhi e in alcuni casi il danno era irreparabile. Altri hanno anche avuto il volto sfigurato”.

Secondo una fonte vicina a Hezbollah i cercapersone che sono esplosi non erano usati dai combattenti, ma piuttosto dall’ampia rete di membri civili del partito che lavorano in diverse istituzioni, tra cui medici, amministratori, operatori dei media e altri. La fonte ha detto che i cercapersone sono generalmente usati per direttive, convocazioni, emergenze o per indicare uno stato di allerta.

Descrivendo il momento in cui sono avvenute le detonazioni coordinate deil cercapersone, un residente di Dahiyeh ha detto a MEE: “Si sentivano scoppiettii in tutta la strada. Le persone venivano letteralmente colpite a una a una. Era surreale, come un incubo”. Persone da tutto il Libano si sono precipitate a donare il sangue in un’atmosfera di sostegno e solidarietà con le vittime dell’attacco che ha sconvolto il paese, e che molti hanno definito “indiscriminato” e “terroristico”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)