Libano: dodici morti e 2.750 feriti dopo le micidiali esplosioni dei cercapersone

Nader Durgham, Rayhan Uddin, Heba Nasser a Londra

17 settembre 2024-Middle East Eye

Il movimento libanese giura che punirà Israele dopo l’eccezionale attacco ai suoi membri

Almeno 12 persone sono state uccise e 2.750 ferite in Libano martedì dopo che i cercapersone comunemente usati da Hezbollah sono esplosi, in un eccezionale attacco che il movimento e il governo libanese hanno attribuito a Israele.

Hezbollah ha affermato che “esplosioni misteriose” hanno fatto saltare i cercapersone di “varie unità e istituzioni di Hezbollah” e che in risposta Israele avrebbe ricevuto “la giusta punizione”.

Tra i morti c’è una bambina di 10 anni che è stata uccisa nella valle della Bekaa nel Libano orientale quando il cercapersone di suo padre, che è un membro di Hezbollah, è esploso.

Tra le vittime vi sarebbe anche il figlio di un parlamentare di Hezbollah.

Un funzionario libanese, che ha fatto dichiarazioni in forma anonima perché non autorizzato a parlare con i media, ha detto a Middle East Eye di sospettare che le autorità israeliane abbiano manomesso i cercapersone per “provocare una guerra”.

Secondo i media siriani e iraniani dei membri di Hezbollah sono anche rimasti feriti e sono stati portati in ospedale in Siria dove sostengono il governo di Bashar al-Assad.

Mojtaba Amani, ambasciatore iraniano in Libano, è tra i feriti. Il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah è rimasto illeso, ha detto il suo gruppo.

Caos negli ospedali di Beirut

Subito dopo le esplosioni persone coperte di sangue sono state viste barcollare per le strade di Beirut assistite dai passanti.

Le ambulanze hanno trasportato di corsa le vittime negli ospedali della capitale, ma molti di questi hanno rapidamente raggiunto la capienza massima.

Nella periferia meridionale di Beirut, un’area comunemente nota come Dahiyeh dove vivono molti sostenitori e membri di Hezbollah, sono state erette tende mediche di emergenza per curare i pazienti.

Fuori dall’ospedale universitario Rafic Hariri, nel sud di Beirut, il personale medico ha messo letti di emergenza fuori all’ingresso per accogliere i feriti il ​​più rapidamente possibile.

Si sono raccolte preso gli ospedali anche molte persone per rispondere alle richieste di donazioni di sangue.

“Sto ancora cercando di capire cosa sia successo. Sto solo aspettando che mio marito esca dal pronto soccorso”, ha detto a MEE una donna che ha chiesto di rimanere anonima fuori dall’ospedale Hotel-Dieu de France.

Alcuni spettatori sono stati rimproverati per aver scattato fotografie dei membri feriti di Hezbollah.

Attacco di assoluta novità

I cercapersone interessati provenivano da una nuova spedizione che Hezbollah aveva ricevuto nei giorni scorsi, ha riferito il Wall Street Journal. Un funzionario di Hezbollah ha detto al WSJ che centinaia di combattenti avevano tali dispositivi e ha affermato che un malware potrebbe aver causato il surriscaldamento e l’esplosione dei cercapersone. Alcune persone hanno sentito i cercapersone riscaldarsi e li hanno gettati via prima che esplodessero, ha aggiunto il funzionario.

Non è ancora chiaro come i cercapersone siano stati fatti esplodere. Alcuni hanno ipotizzato che all’interno dei dispositivi siano stati in qualche modo piazzati degli esplosivi. Israele non ha commentato l’attacco o l’accusa di esserne responsabile

Dall’inizio dell’attacco guidato da Hamas contro Israele il 7 ottobre e della successiva guerra a Gaza, Hezbollah e l’esercito israeliano sono stati coinvolti in scambi a fuoco. I combattimenti hanno ucciso centinaia di libanesi, per lo più combattenti di Hezbollah, e decine di israeliani.

Il movimento libanese, che è la più forte potenza militare non statale al mondo, afferma di attaccare Israele in solidarietà con i palestinesi di Gaza e che smetterà di combattere se il governo israeliano accetterà un cessate il fuoco con Hamas. Israele ha ripetutamente minacciato di invadere il Libano in risposta agli attacchi di Hezbollah. Martedì mattina, il servizio di sicurezza interna israeliano Shin Bet ha affermato di aver sventato un complotto di Hezbollah per uccidere un ex funzionario della difesa israeliana, utilizzando un esplosivo azionato a distanza.

L’analista militare Mustafa Asaad ha descritto l’attacco dei cercapersone come un “metodo rivoluzionario” che utilizza una tecnologia “all’avanguardia”. Ha detto a MEE che Israele sembra essersi introdotto nelle “reti di comando e comunicazione di Hezbollah, aver identificato i militanti uno per uno, analizzato i loro movimenti e poi diretto una forma di attacco cinetico sull’intera banda larga”.

Asaad è scettico sul fatto che i cercapersone contenessero trappole esplosive e sostiene che un simile schema sarebbe stato troppo semplice e facilmente individuabile al momento della consegna.

Temendo che i servizi segreti e militari di Israele, tecnologicamente molto avanzati, potessero infiltrarsi nelle sue comunicazioni Hezbollah ha fatto sempre più affidamento su dispositivi e metodi più rudimentali, come cercapersone e corrieri. A febbraio Nasrallah ha esortato i suoi seguaci a stare attenti agli smartphone e ai social media.

Secondo Asaad “quelli presi di mira finora sembrano essere agenti nel ramo della sicurezza e controspionaggio, operativi sul campo e i livelli di comando più alti”.

“Questo significa che l’intera piattaforma di comunicazione è stata hackerata e violata e si può solo immaginare da quanto tempo”, ha detto.

“Nel complesso questo è un duro colpo per Hezbollah e significa che l’intera struttura è stata compromessa. Non puoi sostituire intere unità di sicurezza da un giorno all’altro e non puoi trovare dei rimpiazzi così facilmente e addestrarli durante una guerra totale”.

Ragip Soylu ha contribuito a questo reportage da Ankara, Turchia.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




C’è già una guerra regionale. Solo un cessate il fuoco a Gaza può farla terminare

Amjad Iraqi

6 agosto 2024 – +972 Magazine

Finché le principali vittime erano i palestinesi gli alleati di Israele hanno assecondato la sua arroganza militare. Adesso hanno paura dei frutti amari del loro errore.

Gli assassinii uno subito dopo l’altro del comandante di Hezbollah Fuad Shukr a Beirut e del capo politico di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran sono state azioni o di follia strategica o di deliberata piromania. Mentre Israele ha rivendicato la responsabilità per il primo ed è rimasto molto vago circa il secondo, ci sono pochi dubbi che li abbia organizzati entrambi – ed anche i suoi alleati ritengono che questa volta gli israeliani abbiano esagerato.

I politici israeliani si sono affrettati a trovare un pretesto per un attacco di alto livello contro Hezbollah: un lancio di razzi dal Libano che ha ucciso 12 bambini e ragazzi drusi siriani sulle alture del Golan occupate, riguardo a cui Hezbollah ha negato il proprio coinvolgimento – nonostante gli abitanti del luogo protestino contro i loro appelli alla vendetta. Shukr e Haniyeh erano certamente figure chiave delle loro rispettive organizzazioni, ma Israele sa molto bene che entrambe dispongono di meccanismi interni e piani di emergenza per rimpiazzarli; dopotutto non sono i primi assassinii che i due movimenti di resistenza hanno subito.

Essenzialmente, come hanno dichiarato Hassan Nasrallah di Hezbollah e l’ayatollah iraniano Ali Khamenei, l’uccisione di due importanti personaggi in capitali straniere, eseguiti nello spazio di poche ore, è stato un inequivocabile messaggio che ha infranto le cosiddette “linee rosse” stabilite tra le parti in conflitto negli scorsi 10 mesi. Adesso il mondo trattiene il fiato per una rappresaglia contro un’inutile affermazione di potere, che ci avvicina sempre più ad una conflagrazione come non ne abbiamo viste da decenni.

Gli effetti esplosivi dell’arroganza militare di Israele sono apparsi chiari fin dai primi giorni dell’ “Operazione Spade di Ferro”, la feroce campagna scatenata contro la Striscia di Gaza dopo il mortale attacco di Hamas del 7 ottobre. Ma la politica internazionale ha sempre dato più peso all’uccisione di leader molto significativi che di civili.

Certo, nonostante il 7 ottobre abbia gettato l’intero Medio Oriente in un vortice di violenza, ci è stato ripetutamente detto che la soglia di una “guerra regionale” non è ancora stata oltrepassata. Gli attori del conflitto, ripetono gli esperti, stanno ancora giocando una gara rischiosa ma calibrata per ristabilire la reciproca “deterrenza”, consentendo determinati livelli di violenza che possono ancora essere interpretati come prevenzione di una devastazione a tutto campo.

Tuttavia sotto molti aspetti questo è uno stratagemma verbale per minimizzare l’atroce verità sul campo: siamo già da mesi nella morsa di quella guerra regionale. Ne sono la prova i corpi e le macerie che si accumulano a Gaza e nel sud del Libano e l’attivazione dell’alleanza guidata dall’Occidente e dell’Asse della Resistenza su molteplici fronti – dalle navi da guerra USA nel Mediterraneo alle milizie Houthi nel Mar Rosso, dagli attacchi aerei israeliani in Libano ad un attacco missilistico dall’Iran.

Questo scontro può diventare infinitamente peggiore. Eppure il vero motivo per cui gli attori internazionali sono entrati in azione tardivamente la scorsa settimana è lo stesso motivo per cui la guerra viene spinta nella sua fase ancor più pericolosa: che determinate vite, e determinati interessi, contano più di altri.

Arroganza e ambizioni

Per i governi occidentali il principale pericolo costituito dagli assassinii di Shukr e Haniyeh non è l’indicibile numero di arabi o iraniani che potrebbero venire uccisi in un’escalation di ostilità. Anzi, gli ultimi 10 mesi hanno dimostrato che finché le principali vittime erano i palestinesi, una guerra prolungata era un tollerabile, seppur spiacevole, dato di fatto. Di conseguenza le capitali occidentali, in primis Washington, hanno evitato di utilizzare tutti i mezzi per frenare il conflitto, dando invece tempo ad Israele di tentare di portare avanti i suoi dichiarati obbiettivi a Gaza e in Libano – anche se era chiaro che gli israeliani non ci sarebbero riusciti.

Ma adesso i governi occidentali sono nel panico. Non solo temono ciò che un’intensificazione della guerra potrebbe comportare per l’ordine mondiale, compreso fomentare il caos nella sicurezza e l’interruzione degli scambi economici. Vi è anche la più che reale prospettiva che una simile guerra provochi un grande numero di morti israeliani- e con esso l’indebolimento senza precedenti dello Stato israeliano.

Questo processo di indebolimento è iniziato probabilmente all’inizio del 2023, durante il conflitto interno al Paese riguardo alla riforma giudiziaria dell’estrema destra, ma è stato rapidamente accelerato dal 7 ottobre e dall’operazione contro Gaza. L’entità del danno del logoramento dell’esercito e della perdita di prestigio mondiale di Israele deve ancora farsi sentire, ma un pesante attacco da parte di Hezbollah o dell’Iran peggiorerà probabilmente questo declino.

Anche se alcuni in Israele ammettono che l’esercito può aver esagerato, l’ego nazionale li obbligherà a rispondere nuovamente; il Ministro della Difesa Yoav Gallant sta già orientando l’esercito a prepararsi ad un “veloce passaggio all’offensiva”. Il pervicace desiderio di regolare i conti e rivendicare una qualche vittoria potrebbe sconfiggere ogni ragione per deporre le armi.

Ci si poteva aspettare che i leader israeliani riconoscessero questa spirale verso il peggio, con l’economia del Paese in flessione, l’esercito sempre più logorato e le popolazioni del sud e del nord sfollate. Ma questi leader sono troppo accecati da ambizioni ideologiche, arroganza nazionalista e timori per la propria sopravvivenza politica per prendere in considerazione strade che non siano quelle del militarismo e della tracotanza.

Non si tratta solo di Benjamin Netanyahu, il cui stesso gabinetto di sicurezza ammette che il primo ministro sta direttamente sabotando un accordo sugli ostaggi con Hamas. Da Gallant al capo di stato maggiore dell’esercito Herzi Halevi, molti dei pezzi grossi della politica e dell’esercito hanno un interesse personale in qualche forma di conflitto prolungato. Tutti erano in carica nel giorno in cui Israele ha subito il suo peggiore fallimento da decenni e tutti stanno lottando per recuperare la propria reputazione, se non la propria carriera: pensano che un’emergenza senza fine possa favorire il prolungamento dei loro giorni al potere.

Intanto i ministri di estrema destra del governo, guidati dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e dal Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, approfittano della crisi per perseguire i propri obbiettivi messianici. I loro elettori sul terreno, soprattutto i coloni in Cisgiordania, stanno accompagnando i progressi legislativi per l’annessione formale con pogrom appoggiati dall’esercito contro le comunità palestinesi e rafforzando la loro visione di Grande Israele promuovendo piani per insediarsi anche a Gaza.

Più lungimiranza della Casa Bianca

È proprio a questi dirigenti che il presidente Joe Biden e altri leader occidentali hanno garantito una quasi totale impunità, nonostante tutti i segnali dei loro secondi fini, dei loro patenti crimini di guerra e persino del crescente risentimento della stessa opinione pubblica israeliana. Per 10 mesi i più potenti governi del mondo sono stati muti e impotenti, facendo finta di avere scarsa influenza su uno Stato che preme per ottenere più armi, finanziamenti e appoggio diplomatico per il suo violento attacco. E Biden, anche se pare si stia rendendo conto di quanto venga “preso in giro” da Netanyahu, continua a mantenere aperti i rubinetti dell’America, assicurando che le redini del potere rimangano nelle mani dei pazzi e dei piromani.

Ora Washington – e per la verità i Paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo – stanno raccogliendo i frutti amari di uno dei loro più gravi errori: coltivare l’idea che ignorare i palestinesi avrebbe aperto la strada alla pace nella regione. L’attacco di Hamas del 7 ottobre ha infranto quella fuorviante convinzione, ma l’amministrazione Biden non ha imparato la lezione.

Infatti gli Stati Uniti hanno preferito lanciare attacchi aerei sullo Yemen e l’Iraq, minacciare le più importanti corti internazionali e assecondare Netanyahu a Washington con standing ovations, invece di costringere Israele ad un cessate il fuoco a Gaza. Che fin dai primi giorni milioni di manifestanti in tutto il mondo siano scesi in piazza nelle città e nei campus per chiedere uno stop alla guerra, e l’amministrazione Biden non lo abbia fatto, dimostra quanta più lungimiranza abbiano i comuni cittadini rispetto ai decisori seduti alla Casa Bianca.

Ma la catastrofe non è inevitabile. Nel vuoto diplomatico lasciato dagli Stati Uniti negli ultimi mesi altri si sono imposti per cercare di contenere le conseguenze. Il Qatar sta ancora mediando i negoziati tra Hamas e Israele, nonostante quest’ultimo sistematicamente disprezzi e comprometta gli sforzi del mediatore ed abbia ora assassinato uno dei capi negoziatori della controparte.

La Cina, che tradizionalmente ha evitato un forte coinvolgimento nel conflitto, ha agevolato gli ultimi tentativi di riconciliazione palestinese, quando 14 fazioni, comprese Fatah e Hamas, hanno firmato una dichiarazione di unità lo scorso mese a Pechino. Il nuovo governo inglese guidato dai laburisti ha revocato i tagli ai finanziamenti all’UNRWA fatti dal governo precedente, ha annullato le obiezioni alla stesura da parte della Corte Penale Internazionale di mandati di arresto e pare stia per bloccare la vendita di determinate armi a Israele.

Cosa importante, la Corte Internazionale di Giustizia, che ha riconosciuto la plausibilità di un genocidio perpetrato a Gaza, ha inequivocabilmente giudicato illegale l’occupazione di Israele e chiesto azioni decise per fermarla. E il Procuratore capo della CPI Karim Khan sta aspettando il benestare per ordinare a Netanyahu e Gallant di andare a processo all’Aia, insieme al capo di Hamas a Gaza Yahya Sinwar (che, se sono vere le notizie dell’uccisione del comandante Mohammed Deif, adesso è l’unico sospettato di Hamas ancora in vita.)

Tutte queste sono misure minime se paragonate alla pesante influenza di Washington o alle più gravi pressioni economiche e politiche che altri governi ancora esercitano. Ma sono indici di dove stia alla fine andando la politica internazionale. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di trovarsi spiacevolmente all’inseguimento di questi cambiamenti, ma andare avanti significa accettare la verità, cioè che il loro più prezioso alleato nella regione – e la potenza USA stessa – ha prodotto più devastazione che pace.

Esercitare un potere smisurato

Da parte loro i palestinesi sono numericamente inferiori, hanno minori armamenti e sono surclassati dalle forze regionali e globali al di là del loro controllo e subiscono una campagna genocidaria più devastante della Nakba del 1948. I campi di morte di Israele hanno distrutto ogni famiglia palestinese a Gaza, trasformato gran parte della Striscia in distese di macerie e condannato 2 milioni di persone assediate, per la metà bambini, ad una vita di traumi fisici e psicosociali.

Hamas sopravvive grazie alla sua resistenza armata e ai suoi organi politici, ma dopo i massacri del 7 ottobre ha subito pesanti colpi militari, perso molta legittimazione internazionale e sta arrabattandosi per il controllo e l’appoggio nella stessa Gaza. L’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Fatah ha dimostrato ancora una volta la sua totale incapacità di aiutare il suo popolo, inchiodata al suo ruolo di forza di polizia dell’occupazione, mentre sta velocemente scivolando verso la bancarotta politica e finanziaria.

Ma i palestinesi hanno anche dimostrato che dispongono di una smisurata forza di fronte a questi enormi ostacoli e devono esercitarla di conseguenza. Se la priorità assoluta è assicurare la sopravvivenza dei palestinesi a Gaza dai missili, dalla carestia e dalle malattie, è vitale anche affermare la propria agenda politica in un momento in cui attori esterni – dall’esercito israeliano agli Stati arabi e occidentali – stanno stilando piani per decidere il loro destino.

In questo senso la dichiarazione di unità di Pechino è un’iniziativa cruciale, seppure parziale, per mobilitarsi. Nonostante il presidente Mahmoud Abbas e i suoi fedeli stiano probabilmente cercando di ostacolare gli sforzi di riconciliazione, molti membri di Fatah e Hamas riconoscono la necessità impellente di cooperare per ripristinare la propria legittimità e far sì che i palestinesi siano titolari dei propri interessi. La società civile palestinese dovrà esercitare pressioni sulle élite perché trasformino le loro affermazioni in azioni concrete, insistendo al contempo per aprire canali di partecipazione popolare e democratica.

Dovrebbero essere incrementati gli sforzi per creare un consiglio per la ricostruzione di Gaza guidato da palestinesi e aiutato dal sostegno finanziario e tecnico dall’estero, per assicurarsi che la Striscia non diventi terreno di gioco per interferenze straniere, né dell’ovest né dell’est. Deve anche essere approntato un piano per un apparato di sicurezza nazionale che includa le forze di sicurezza di Fatah, la polizia di Hamas e altri gruppi armati per avere la capacità e credibilità di ristabilire l’ordine e la sicurezza tra la popolazione.

Le questioni dello Stato e dei negoziati di pace non sarebbero la priorità o la precondizione di questo programma nazionale: la precedenza deve andare alla sopravvivenza, alla ricostruzione e alla riorganizzazione. E gli attori internazionali devono rispettarla.

Ma tutto questo significherà poco se i palestinesi rimarranno prigionieri delle dinamiche geopolitiche che hanno ostacolato la loro causa per un secolo e condotto la regione sull’orlo della catastrofe. Per quanto le potenze occidentali possano aggirare il problema, un cessate il fuoco a Gaza rimane la chiave per la de-escalation regionale, e la liberazione della Palestina il modello per la speranza nella regione.

La Palestina forse non è il primo epicentro delle lotte regionali in Medio Oriente, ma può essere la crepa definitiva che frantuma ogni parvenza di ordine internazionale, che non è riuscito a impedire una simile guerra. Ciò che verrà dopo sarà determinato da ciò che accade a Gaza – e i palestinesi devono impadronirsi degli strumenti per realizzarlo.

Amjad Iraqi è caporedattore di +972 Magazine. È anche membro associato del Programma MENA di Chatham House, membro politico del gruppo di esperti Al-Shabaka e in precedenza è stato coordinatore della difesa presso il centro legale Adalah. Oltre che per +972, ha scritto, tra gli altri, per la London Review of Books, The New York Review of Books, The Nation e The Guardian. È cittadino palestinese di Israele e attualmente vive a Londra.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I leader israeliani celebrano gli assassinii e fanno pagare il prezzo ai vivi

Orly Noy

2 agosto 2024 – +972 Magazine

Il genocidio a Gaza ha accresciuto la sicurezza di una singola persona in Israele? Siamo più sicuri mentre aspettiamo la risposta dell’Iran all’uccisione di Haniyeh?

Ora ci troviamo di fronte alla guerra regionale di Gog e Magog [leggendarie popolazioni barbariche che incarnavano nella tradizione biblica e musulmana una minaccia di sterminio sulla civiltà, ndt] che Benjamin Netanyahu è stato così determinato a innescare. Ognuno di noi sta ora cercando con orrore di indovinare quale sarà la risposta ai recenti assassinii, che i nostri leader stanno celebrando come un “brillante risultato” della sofisticata macchina da guerra di Israele, e se i nostri figli sopravviveranno. Ora stiamo riflettendo sul destino degli ostaggi, timorosi di dire ciò che sappiamo potrebbe essere vero.

Quindi forse ora è il momento di fermarci e chiederci: non c’era davvero un altro modo? Questo sprofondare in un inferno senza fondo era un destino inevitabile?

Una risposta iraniana all’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran arriverà, così come una rappresaglia di Hezbollah per l’uccisione del suo comandante Fuad Shukr, anche se la loro intensità o natura non può essere conosciuta. Masoud Pezekshian, il nuovo presidente iraniano e il più moderato dei candidati della Repubblica islamica si è impegnato a prendere le distanze dall’estremismo bellicista del suo predecessore e a riportare lIran sulla via del dialogo con lOccidente.

Ma l’assassinio di Haniyeh, subito dopo l’insediamento di Pezekshian, mette il presidente all’angolo. Ora dovrà dimostrare la sua leadership, rispondere a questa palese violazione della sovranità del suo Paese e rafforzare la sua alleanza con Hamas.

“Meritevole di morire” è probabilmente la frase più abusata nel discorso pubblico israeliano per descrivere i recenti assassinii. È una delle tante giustificazioni che Israele ha trovato per la sua violenza sfrenata degli ultimi dieci mesi. Ma c’è qualcosa di terrificante nel fatto che la questione se qualcuno sia o meno ritenuto “meritevole di morire” determini qui [in Israele, n.d.t.] il nostro destino più dell’essere noi civili meritevoli o meno di vivere.

Dopo i massacri del 7 ottobre di fronte ad ogni crocevia Israele ha scelto la strada della violenza e dell’escalation. Le giustificazioni non sono mai mancate: dobbiamo rispondere con forza agli attacchi; dobbiamo perseguire coloro che li hanno ideati ed eseguiti; dobbiamo intensificare la pressione finché non restituiranno gli ostaggi; dobbiamo attaccare il Libano in risposta ai razzi; dobbiamo segnalare all’Iran che non resteremo in silenzio sul suo sostegno a Hezbollah.

In conclusione, tuttavia, la scelta automatica dell’escalation violenta è suicida. Questa inerzia è così radicale che non ci consente di porci domande basilari, esistenzialmente vitali: il genocidio criminale che stiamo perpetrando a Gaza ha aumentato la sicurezza di una singola persona in Israele? Siamo più sicuri ora, mentre aspettiamo la risposta iraniana? Israele è meglio collocato sulla scena internazionale rispetto a [prima del] 7 ottobre?

La risposta ovvia a tutte queste domande retoriche è un sonoro no. Allora perché continuiamo su questa strada distruttiva, quando il prezzo che stiamo pagando non fa che crescere? Perché delle persone ragionevoli celebrano la morte di Haniyeh come un’operazione brillante, quando non possiamo nemmeno stimare il prezzo che comporta?

È facile attribuire tutto a Netanyahu; dire che la guerra serve alla sua sopravvivenza politica e che ha interesse a continuarla indefinitamente. È vero, ma è una via d’uscita troppo facile. Netanyahu ha davvero scelto di sacrificare le vite di decine di migliaia di palestinesi a Gaza, le vite degli ostaggi israeliani e la nostra sicurezza collettiva per il suo tornaconto personale. Ma l’opinione pubblica israeliana si è votata fin dall’inizio, con una gioia agghiacciante, a seguire il sentiero mortale che Netanyahu ha spianato.

Non è solo la brama di vendetta che ha travolto la società israeliana dopo il 7 ottobre, galvanizzando una natura omicida di una portata che non conoscevamo. È l’estinzione della capacità di immaginare qualsiasi cosa che non sia futile violenza. Il popolo israeliano si trova di fronte alla sconvolgente realtà di non avere gli strumenti per interrogarsi sui propri interessi e di decidere tra diverse linee strategiche. Perché nella cassetta degli attrezzi israeliana non c’è altro che un martello, e un Paese senza una serie di strumenti è un Paese molto pericoloso per i suoi cittadini, e ancora di più per i suoi sudditi sotto occupazione.

Dieci mesi dopo il massacro la società israeliana avrebbe potuto essere da qualche altra parte. Avrebbe potuto essere già in fase di ripresa dal suo terribile trauma, con tutti gli ostaggi tornati a casa vivi. Decine di migliaia di suoi cittadini non sarebbero stati sfollati dalle loro case nel nord e nel sud, e la vita di così tanti soldati sarebbe stata risparmiata. La Striscia di Gaza non sarebbe diventata l’Hiroshima del Medio Oriente, con quasi due milioni di palestinesi assediati sradicati e affamati. Invece dieci mesi di scelte criminali ci hanno portato davanti ad un baratro di sicurezza, economico, sociale e morale che persino i pessimisti tra noi non avrebbero potuto immaginare.

Questa non è saggezza col senno di poi. C’era tra noi chi metteva in guardia sulle conseguenze del percorso terrificante che Israele aveva scelto fin dall’inizio e sostenevano un’alternativa. Siamo stati denunciati come disfattisti, come negazionisti dei massacri e come sostenitori di Hamas.

Ancora adesso, sullo sfondo dell’esultanza seguita agli assassinii, ripetiamo: questo è un percorso distruttivo, stupido e pericoloso e possiamo ancora cambiare rotta. Ma una società che non riesce a immaginare un approccio non violento è destinata all’estinzione. Ed è agghiacciante vedere come stiamo ancora camminando su quel percorso con gli occhi ben aperti.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Attacco sulle alture del Golan: rivendicazioni e contro-rivendicazioni dell’attacco a Majdal Shams

Redazione

29 luglio 20224-Middle East Eye

Israele afferma che nell’incidente è stato utilizzato un razzo di fabbricazione iraniana, ma Hezbollah insiste che responsabile è stato il lancio fallito di un missile Iron Dome.

Sabato un ordigno esplosivo si è schiantato su di un campo da calcio di Majdal Shams nelle alture del Golan uccidendo 12 bambini. L’evidente attacco ha fatto aumentare le tensioni tra Israele, che occupa il Golan, e Hezbollah in Libano, che ha iniziato a scontrarsi con l’esercito israeliano lungo il confine libanese a ottobre in solidarietà con Hamas e i palestinesi sotto attacco a Gaza.

Sebbene i bambini uccisi non fossero cittadini israeliani – i drusi che vivono nel territorio siriano occupato tendono a non prendere la cittadinanza israeliana – Israele ha incolpato Hezbollah e ha insistito sul fatto che avrebbe reagito in Libano. Hezbollah nega di essere responsabile, affermando che i bambini sono stati uccisi dal lancio fallito di un missile di difesa aerea israeliano Iron Dome. Middle East Eye analizza le affermazioni e le contro-affermazioni sull’incidente di Majdal Shams.

Ciò che sostiene Israele

Israele ha presentato quella che dice è la prova che dimostra essere stato un razzo di fabbricazione iraniana a colpire i bambini. L’Iran è un sostenitore chiave di Hezbollah, che è la più potente organizzazione militare non statale al mondo.

Domenica l’esercito israeliano ha pubblicato delle foto che mostrano delle schegge che sostiene essere state trovate sulla scena dell’attacco, e che corrispondono a un razzo Falaq-1 di fabbricazione iraniana.

Tuttavia nessuna delle immagini di schegge del presunto razzo sembra essere stata scattata in situ sul luogo dell’esplosione.

L’esercito israeliano ha anche pubblicato una mappa che mostra quella che diceva essere la traiettoria del razzo, sostenendo che era stato lanciato dall’area di Shebaa Farms nel Libano sud-orientale. Tuttavia, queste affermazioni sono state confutate da un anonimo paramedico israeliano, che ha detto ad al-Araby TV che dei testimoni gli avevano riferito che le schegge appartenevano a un missile israeliano Iron Dome.

Il paramedico, che secondo quanto riferito indossava una maglietta con la Stella di David, ha detto che sarebbe stato “imprigionato” se avesse documentato la sua testimonianza in diretta. Middle East Eye non è stato in grado di verificare in modo indipendente queste affermazioni.

Altri testimoni che hanno parlato con al-Araby a condizione di restare anonimi hanno dichiarato di aver visto il razzo partire dal monte Hermon, al confine tra Libano e Siria, e cadere verso il campo di calcio.

Al-Mayadeen, un’agenzia di stampa libanese con stretti legami con Hezbollah, ha pubblicato un articolo in cui afferma che il sito dell’esplosione a Majdal Shams non era compatibile con il tipo di esplosione previsto dall’impatto di un razzo Falaq-1 che, secondo l’agenzia, avrebbe causato un cratere più grande.

Sabato scorso Hezbollah aveva rivendicato la responsabilità di altri quattro attacchi prima che Majdal Shams venisse colpita.

Potrebbe essere stato un errore”

Il ministro degli Esteri libanese Abdallah Bouhabib ha dichiarato alla BBC che non pensa che Hezbollah abbia compiuto l’attacco.

“Non credo che Hezbollah lo farebbe… potrebbe essere un errore degli israeliani o di Hezbollah, non lo so”, ha detto.

Bouhabib ha osservato che il movimento di solito prende di mira le postazioni militari, non i civili.

“Stiamo parlando con Hezbollah perché le vittime sono druse e la comunità drusa qui [in Libano] si preoccupa molto per loro. Chiediamo a Hezbollah di non reagire in questo momento”, ha detto Bouhabib alla BBC.

Di seguito all’attacco di Majdal Shams il portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari ha identificato erroneamente le vittime come cittadini israeliani e si è sentito correggere da un giornalista presente all’incontro.

Majdal Shams è un villaggio situato nel Golan meridionale dove vivono circa 25.000 drusi di lingua araba. La maggior parte sono membri siriani della comunità drusa.

La cittadina è sotto occupazione israeliana dal 1967.

Netanyahu è stato accolto da proteste

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di organizzare un incontro con le famiglie delle vittime che hanno rifiutato, come ha riferito Haaretz.

Mentre Netanyahu visitava il sito lunedì è stata organizzata una protesta in cui si vedevano i dimostranti portare cartelli con la scritta: “Abbasso gli assassini dei bambini… una guerra criminale”, in riferimento alla guerra a Gaza.

Un video di domenica mostrava i drusi siriani di Majdal Shams impedire ai ministri israeliani di partecipare al funerale dei bambini uccisi nell’attacco. Una persona ha urlato: “Fuori di qui, criminali, non vi vogliamo nel Golan”.

Netanyahu ha promesso una risposta all’attacco e ha detto che Hezbollah “pagherà un prezzo salato”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Guerra a Gaza: come Hamas ha attirato Israele in una trappola letale

David Hearst

4 luglio 2024 – Middle East Eye

La strategia di Hamas si è rivelata più efficace di quanto ritenuto possibile nove mesi fa. Israele ora ha tra le mani una vera guerra, e su tutti i fronti. Non può essere fermata facilmente.

Una delle domande principali sugli attacchi di Hamas del 7 ottobre rimane ancora senza risposta.

Cosa pensava Hamas che sarebbe successo con un attacco di tale portata a Israele?

Inizialmente ho dato credito alla teoria del caos. È andata così. Unoperazione limitata per colpire obiettivi militari israeliani e prendere degli ostaggi preziosi è andata fuori controllo grazie al cedimento inaspettato della Brigata Israeliana di Gaza. Hamas si aspettava che parte prevalente dei 1.400 combattenti inviati quel giorno oltre la recinzione sarebbe stata uccisa. La maggior parte di loro è tornata viva.

Quando Hamas e altri gruppi armati hanno esaurito gli obiettivi prestabiliti si sono sparpagliati e si sono imbattuti in un festival musicale di cui non sapevano l’esistenza. La susseguente carneficina è diventata, con le parole di un diplomatico del Golfo: “la madre di tutti gli errori di calcolo”.

Man mano che questa guerra va avanti, un mese dopo l’altro, sono sempre meno sicuro che questa teoria sia corretta.

In effetti, ha guadagnato terreno subito dopo lattacco di Hamas, poiché gli alleati di Hamas non sono riusciti a seguirne lesempio.

Il giorno in cui le sue forze hanno colpito, il comandante militare di Hamas, Mohamed Deif, ha invitato gli alleati dell'”asse della resistenza” a unirsi alla lotta: “Nostri fratelli nella resistenza islamica in Libano, Iran, Yemen, Iraq e Siria! Questo è il giorno in cui la vostra resistenza si unirà a quella del vostro popolo in Palestina”, ha detto in un messaggio audio preparato qualche tempo prima.

Ma Hezbollah, per esempio, era tuttaltro che entusiasta della prospettiva di partecipare ad una guerra che non rientrava nei suoi programmi o nelle sue scelte. Come la Brigata israeliana di Gaza, Hezbollah è stato colto di sorpresa.

I suoi combattenti non erano in allerta nemmeno nei villaggi vicino al confine con Israele: “Ci siamo svegliati con una guerra”, ha detto un comandante. Chiaramente, una risposta misurata da parte di Hezbollah non rientrava nel copione di Hamas.

Sono passate due settimane prima che Khaled Meshaal, a capo dellufficio di Hamas nella diaspora, ringraziasse Hezbollah per la sua risposta fino a quel momento, ma aggiungendo esplicitamente che la battaglia richiede di più”.

Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, ha mantenuto il silenzio per altre tre lunghe settimane prima di dichiarare che l’operazione di Hamas era “palestinese al 100% sia in termini di decisione che di esecuzione”, aggiungendo: “Questa operazione non ha un minimo legame con alcuna decisione o mossa che venga adottata da qualsiasi altra fazione all’interno dell’asse della resistenza”.

È stato ben chiaro lAyatollah Ali Khamenei nel dire a Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas, che lIran non sarebbe intervenuto direttamente anche se avrebbe continuato a fornire all’organizzazione il suo sostegno politico e morale.

Ci si trovava ormai a metà novembre e la strategia di Hamas di dare inizio a quella che avrebbe chiaramente voluto che fosse una guerra regionale sembrava essere fallita.

La diga è crollata

Confrontiamo la situazione di novembre con le parole e le azioni attuali di Hezbollah e dellIran.

Quando Israele ha colpito preventivamente sempre più obiettivi di Hezbollah, la fazione libanese ha risposto a tono. Il movimento Ansarallah dello Yemen (gli Houthi) è entrato nella mischia a novembre con attacchi alle navi nel Mar Rosso.

Il momento della svolta è sopraggiunto ad aprile quando Israele ha colpito un complesso dell’ambasciata iraniana a Damasco uccidendo il generale di brigata Mohammad Reza Zahedi, l’ufficiale responsabile delle operazioni all’estero della forza Quds [componente del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, ndt.] e altre 15 persone, tra cui altri sette ufficiali del corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC).

LIran ha lanciato una risposta massiccia: 170 droni, 30 missili da crociera e ben 120 missili balistici pesanti direttamente contro obiettivi israeliani, molti dei quali hanno colpito basi militari.

Il Rubicone era stato oltrepassato e il terreno per una guerra regionale chiaramente preparato. Da quel momento in poi la questione è quando, non se.

Martedì il capo della Forza aerospaziale dellIRGC, il generale di brigata Amir Ali Hajizadeh, ha affermato che lIran non vedeva lora di avere unaltra analoga opportunità da sfruttare.

Oggi Hezbollah è sullorlo della guerra, con Nasrallah che avverte Israele che centinaia di migliaia di altri combattenti sarebbero disposti ad arruolarsi un aiuto di cui Hezbollah non ha per il momento bisogno. Ha addirittura minacciato di attaccare Cipro se avesse consentito agli aerei da guerra israeliani di utilizzare le sue basi.

Si è scoperto che Hamas dopo il 7 ottobre non ha dovuto far altro che aspettare, continuare a combattere e lasciare che la naturale aggressività e larroganza di Israele nei confronti dei suoi vicini lavorassero a suo favore.

La sua strategia sta funzionando. Ma questa strategia è stata messa insieme allindomani di un raid fallito, come tutti avevano pensato il 7 ottobre?

Apparentemente no. Ripercorriamo i discorsi di Yehya Sinwar, il leader di Hamas a Gaza.

Predire il futuro

Nel dicembre 2022, in occasione dell’anniversario della fondazione del gruppo islamista, Sinwar dichiarò: “Accrescere la resistenza in tutte le sue forme e far sì che l’ [autorità] occupante sconti le conseguenze dell’occupazione e dell’insediamento coloniale è l’unico mezzo per salvare il nostro popolo e realizzare i suoi obiettivi di liberazione e ritorno.

Chi non prende l’iniziativa oggi se ne pentirà domani. Il merito va a chi si fa avanti per primo e si dimostra sincero. Non permettete a nessuno di riportarvi indietro alle controversie, mitragliamenti e combattimenti interni. Non non abbiamo tempo per questo mentre la minaccia del fascismo incombe sulle nostre teste.”

Mesi dopo Sinwar tenne un discorso in cui predisse accuratamente il futuro.

“Fra alcuni mesi, e secondo le mie stime non passerà un anno, porremo [l’autorità] di occupazione davanti a due scelte: o la costringeremo ad attuare il diritto internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, [cioè] a ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare gli insediamenti coloniali, liberare i prigionieri e [consentire] il ritorno dei profughi

oppure metteremo questa occupazione in contraddizione con l’intera volontà internazionale, creando così nei suoi confronti un forte e vasto isolamento, e porremo fine al suo processo di assimilazione nella regione e nel mondo intero, [ribaltando] la situazione di forte indebolimento che ha caratterizzato la resistenza negli ultimi anni in tutti i fronti [della ribellione].”

Questo è esattamente quello che è successo. Israele è isolato a livello internazionale come mai prima dora. È sul banco degli imputati di due dei più alti tribunali internazionali e i suoi principali sostenitori, Stati Uniti e Regno Unito, stanno combattendo un’azione di retroguardia cercando di fermare il crescente numero di sanzioni internazionali.

Quando è emerso come leader politico a Gaza Sinwar aveva allinterno di Hamas degli oppositori. Il suo tentativo di riconciliazione con il suo ex compagno di scuola e di prigione, il leader di Fatah Mohammed Dahlan, è stato un fiasco totale.

Forti preoccupazioni sono state espresse anche riguardo al riavvicinamento di Hamas alla Siria dopo le aspre spaccature create dalla guerra civile. La fazione di Hamas strettamente alleata con la Turchia non ha gradito per niente il riavvicinamento con la Siria e lIran e non ha esitato a dirlo.

Ora si scopre che questo riavvicinamento era una componente vitale della strategia di Sinwar per attaccare Israele e iniziare una lunga guerra.

Ancora fratelli

Il riavvicinamento tra ex acerrimi nemici nella guerra civile siriana va ben oltre la disponibilità di Hezbollah a consentire ad Hamas di lanciare attacchi contro Israele nella sua area operativa nel sud del Libano, lungo il confine con Israele.

Al-Fajr è il braccio armato di Al-Jama’a al-Islamiya (JAI), i Fratelli Musulmani in Libano. Da molto tempo le sue forze sono numericamente insignificanti.

Oggi si ritiene che ammontino a soli circa 500 combattenti, ma la loro importanza va oltre il loro numero ed è cresciuta man mano che Israele ha moltiplicato i suoi attacchi contro gli alti comandanti di Hezbollah in seguito agli assalti del 7 ottobre.

La dichiarazione di cordoglio della JAI, rilasciata dopo che l’alto comandante di Hamas Saleh al-Arouri è stato ucciso in un attacco israeliano a gennaio, affermava che “il sangue libanese e palestinese si sono mescolati per completare insieme il processo di liberazione”.

Quando a giugno un comandante di alto profilo di Hezbollah, Talib Sami Abdallah, è stato ucciso in un attacco israeliano a Jwaya, una città nel sud del Libano, Nasrallah ha sottolineato nel suo tributo come questo combattente veterano fosse andato in aiuto dei musulmani sunniti in Bosnia.

“A proposito, poiché si parla di [divisioni] tra sciiti e sunniti, loro [i bosniaci] non sono sciiti, non risulta che ci fossero sciiti in Bosnia quando questo caro gruppo di fratelli lasciò la nostra organizzazione e i dirigenti e rimase lì per anni al freddo e alla neve lontano da casa”, ha detto Nasrallah.

Ci sono stati anche incontri di alto profilo, inimmaginabili solo pochi anni fa, tra ex nemici nella guerra civile siriana. Nasrallah ha incontrato il capo della JAI, Sheikh Mohammed Taqoush. Al Mayadeen, l’organo di informazione pro-Hezbollah, ha commentato: “È interessante rilevare che dall’8 ottobre 2023 diversi combattenti delle forze al-Fajr, l’ala militare del Gruppo islamico in Libano, sono stati martirizzati per la loro partecipazione ad operazioni contro obiettivi militari israeliani lungo il confine con la Palestina occupata.”

Il nuovo patto tra Hezbollah e i Fratelli Musulmani in Libano ha avuto conseguenze interne per la comunità sunnita, rimasta senza leader da quando lex primo ministro Saad Hariri ha lasciato la scena nel 2019.

La settimana scorsa, quando la Lega Araba ha rimosso Hezbollah dalla lista delle organizzazioni terroristiche, l’ex primo ministro libanese Fouad Siniora, un sunnita della leadership tradizionale, si è irritato. “È necessario smettere di fare regali gratuiti a Hezbollah”, ha detto ad Al Arabiya.

Un importante cambiamento regionale

La parziale ricomposizione della spaccatura settaria tra sciiti e sunniti sebbene non accolta da un segmento della popolazione sunnita che non perdonerà quanto accaduto in Siria rappresenta un importante cambiamento nel panorama regionale.

Israele ha sempre prosperato grazie ad una politica del divide et impera. Sapeva che se le forze sunnite e sciite fossero confluite, la capacità di manovra di Israele sarebbe stata limitata.

E’ ciò che sta accadendo ora con conseguenze concrete. Le operazioni militari in Cisgiordania sono passate in gran parte inosservate, ma Israele sta ora utilizzando aerei F16 per bombardare i campi profughi palestinesi. Lultima volta che lo ha fatto è stato durante la Seconda Intifada [dal 2000 al 2005, ndt.].

In risposta, i combattenti della resistenza hanno migliorato qualitativamente il loro livello operativo. Ora stanno attirando le truppe israeliane in trappole sofisticate e letali. Sono comparse lungo le strade bombe ad alta tecnologia, proprio come è successo contro gli americani in Iraq.

Un soldato israeliano è stato ucciso e altri gravemente feriti quando un veicolo blindato pesante è stato fatto saltare in aria da una bomba lungo una strada a Tulkarem.

L’attacco è stato filmato dalle Brigate Al Quds, che ne hanno rivendicato la paternità. Giorni prima a Jenin un soldato era stato ucciso e altri 16 feriti da esplosivi interrati in profondità sotto una strada.

Il bilancio delle vittime israeliane in Cisgiordania è aumentato in modo significativo. Secondo il ministero della Sanità palestinese dal 7 ottobre in Cisgiordania sono stati uccisi 540 palestinesi. Nello stesso periodo sono morti 25 israeliani, la maggior parte dei quali militari.

LAutorità Nazionale Palestinese ha apertamente avvertito Israele che la portata del contrabbando di armi e componenti sofisticati dalla Giordania alla Cisgiordania sta aumentando a un ritmo tale che i militanti riusciranno a costruire e lanciare razzi contro Israele entro un anno.

Una strategia messa in atto

Anche se Sinwar dovesse morire domani il leader di Hamas considererebbe realizzato il compito della sua vita.

Tutto è pronto per uninvasione israeliana del Libano e con essa una guerra regionale la cui fine potrebbe richiedere decenni.

Secondo 12 ex funzionari dell’amministrazione che si sono dimessi a causa della politica del presidente Biden la strategia americana di sostenere Israele fino in fondo dopo l’attacco di Hamas, e poi di tentare di trattenerlo in un “abbraccio dell’orso”, ha reso ogni militare americano che lavora nella regione un chiaro bersaglio.

Gli esperti di Medio Oriente del Dipartimento di Stato sono in aperta ribellione e questa settimana è comparsa una seconda lettera che mette in guardia sulla follia dell’operato di Joe Biden.

“La copertura diplomatica americana e il continuo flusso di armi verso Israele hanno assicurato la nostra innegabile complicità nelle uccisioni e nella carestia forzata della popolazione palestinese assediata a Gaza”, affermano gli ex funzionari nella dichiarazione.

Lopinione pubblica araba è in stragrande maggioranza antiamericana. L’ininterrotta operazione di Israele a Gaza ha causato così tanta rabbia e umiliazione nel mondo arabo che sta seppellendo le profonde spaccature tra le forze politiche nazionaliste e islamiste emerse dopo la Primavera Araba più di 13 anni fa.

Questo è un risultato.

Un sondaggio dopo laltro fa eco a questa tendenza. Nel novembre dello scorso anno il Washington Institute for Near Eastern Policy [Istituto di Washington per la Politica in Medio Oriente] ha rilevato che una media del 40% degli intervistati in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Palestina e Siria ha affermato che le azioni dellIran stavano avendo un impatto positivo sulla guerra.

L’Arab Barometer [rete di ricerca imparziale sugli atteggiamenti e sui valori sociali, politici ed economici dei cittadini del mondo arabo, ndt.] ha rilevato che il leader supremo dellIran ha superato lindice di gradimento del principe ereditario saudita o del presidente degli Emirati.

La stessa cosa è accaduta dopo linvasione israeliana del Libano nel 2006, ma la differenza oggi consiste nel grande rafforzamento degli armamenti in mano alla resistenza e nell’indebolimento militare degli stati arabi.

Il vero paradosso è che Israele sia caduto volontariamente in una trappola creata da Hamas.

Se Israele avesse ceduto alle pressioni di Biden e dell’ONU per porre fine alla guerra a Gaza senza smantellare Hamas avrebbe subito una sconfitta tattica che avrebbe fatto a pezzi la coalizione di destra.

Ma se, come in base alle aspettative di Hamas, continuasse la guerra a Gaza indipendentemente dal costo umano, ciò provocherebbe una guerra regionale che gli Stati Uniti non sarebbero in grado di contenere o fermare.

Questa è la strada che Israele ha ora intrapreso. Anche se si raggiungesse un accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, è ormai pienamente inteso che per Israele si tratterebbe di una tregua temporanea, unopportunità per i riservisti dellesercito di riprendersi prima dellinevitabile attacco al Libano.

Avigdor Lieberman, oppositore del primo ministro Benjamin Netanyahu e implacabile nemico dei suoi alleati religiosi sionisti di estrema destra, ha affermato che Hezbollah e Hamas possono essere sconfitti solo se lo sarà anche lIran.

Ha scritto su X: In questo confronto tra Israele e lAsse del Male, dobbiamo vincere, e senza sconfiggere lIran ed eliminare il suo programma nucleare né Hezbollah né Hamas potranno essere sconfitti.

Per fermare il programma nucleare iraniano, che è già nella fase della realizzazione degli armamenti, dobbiamo utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione. Dovrebbe essere chiaro che in questa fase non è possibile impedire [l’uso] di armi nucleari da parte dellIran con mezzi convenzionali”.

Negli ultimi nove mesi i palestinesi di Gaza hanno patito grandi sofferenze. La fame è una morte ancora più crudele dei bombardamenti a tappeto indiscriminati. Il costo di questa strategia è elevato.

Ma sotto unoccupazione sempre più brutale il cui unico scopo è costringere il maggior numero possibile di palestinesi ad andarsene la resistenza armata sotto una leadership militante che rifiuta di arrendersi o di scappare in esilio è diventata la scelta collettiva dei palestinesi ovunque vivano.

Si tratta di un cambiamento marcato nel disegno che Israele ha fatto nel corso dei decenni per sottomettere sia la popolazione palestinese che la regione su cui si è imposto.

Ma, qualunque cosa accada adesso, la strategia di Hamas è stata più efficace di quanto ritenuto possibile nove mesi fa. Israele ha ora tra le mani una vera guerra, e su tutti i fronti. Inoltre, è una guerra che non sarà facilmente fermata.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

David Hearst è cofondatore e redattore capo di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. E’ stato capo redattore per l’estero del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Per sopravvivere, Israele deve colpire subito l’Iran

Benny Morris
30 Giugno 2024 – Haaretz
 

Se Israele si dimostrerà incapace di distruggere il progetto nucleare iraniano con armi convenzionali, potrebbe non avere altra scelta che ricorrere alle sue armi non convenzionali.

* Nota Redazionale

Lo storico israeliano Benny Morris è noto per i suoi lavori sul 1948, in cui è stato tra i primi a raccontare la pulizia etnica compiuta dalle milizie sioniste prima e dall’esercito israeliano poi a danno dei palestinesi: la cosiddetta Nakba.
Inizialmente su posizioni di sinistra, ormai da anni Morris si è spostato decisamente a destra. In questo articolo interviene sulla questione iraniana proponendo addirittura un attacco con armi non convenzionali per distruggere gli impianti nucleari iraniani. Pur esprimendo il nostro profondo dissenso dalle argomentazioni dello storico, riteniamo interessante proporre le sue argomentazioni.

Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha descritto la risposta israeliana all’attacco missilistico dell’Iran contro Israele del 13 aprile come un dardaleh – in gergo calcistico un tiro fiacco. É stato riferito che la rappresaglia israeliana avrebbe distrutto un piccolo impianto radar isolato non lontano da Natanz, uno dei siti dove l’Iran produce uranio arricchito. Purtroppo – poiché Ben-Gvir è un ministro pericoloso e spregevole – aveva ragione.

Il governo israeliano – ovvero il primo ministro corrotto e incompetente di Israele, Benjamin Netanyahu – temeva che una risposta più forte (e adeguata), come un attacco all’impianto di Natanz, avrebbe portato a una significativa reazione da parte dell’Iran. Teheran potrebbe ad esempio attivare il suo alleato libanese, Hezbollah, per effettuare massicci lanci di razzi o fare fuoco con i propri missili contro le città israeliane e infrastrutture essenziali.

Un giorno potrebbero essere resi noti i verbali delle riunioni del gabinetto di guerra ristretto tenutesi prima della risposta israeliana. Sapremo allora se i generali presenti – il Ministro della Difesa Yoav Gallant, l’ex Capo di Stato Maggiore dell’IDF Ten. Gen. Gadi Eisenkot, il Presidente del Partito di Unità Nazionale Benny Gantz e il Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano Ten. Gen. Herzl Levi – hanno raccomandato un attacco più potente e se Netanyahu ha convinto i membri del gabinetto ad accontentarsi dell’attacco “dardaleh”.

Negli ultimi 15 anni Netanyahu ha generalmente agito con estrema esitazione e moderazione di fronte agli attacchi dell’Iran, compiuti attraverso i suoi alleati o direttamente, contro Israele e i suoi interessi. Ma, cosa ben più significativa e grave, a parte le sue dichiarazioni bellicose Netanyahu non ha fatto quanto necessario per impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare, nonostante i leader iraniani dichiarino senza sosta il loro intento di distruggere Israele. La moderazione di Israele nel 2010-2012 e negli anni successivi era dovuta a una carenza di mezzi? Quest’uomo disonesto aveva altri, reconditi motivi? Non c’è modo di saperlo.

In ogni caso siamo arrivati al momento della verità e una decisione è necessaria. Secondo una serie di rapporti l’Iran è sul punto di raggiungere il 90% di arricchimento dell’uranio e ha accumulato materiale sufficiente, se potenziato, a produrre un arsenale di bombe nucleari. Gli attacchi contro Israele degli ultimi otto mesi da parte dell’Iran, dei suoi emissari e dei suoi alleati – Hamas, gli Houthi, Hezbollah e varie milizie in Siria e in Iraq – costituiscono una ragione sufficiente per tentare di distruggere le capacità strategiche dell’Iran, incluse le sue risorse balistiche.

Il mondo dovrebbe sostenere e certamente comprendere una simile operazione israeliana. Ma anche se non lo facesse, sicuramente la sopravvivenza del Paese dovrebbe essere più importante per i suoi abitanti di eventuali condanne internazionali e persino di sanzioni, se venissero imposte (anche se dubito che si tratterebbe di sanzioni significative).

Non c’è momento migliore per sferrare all’Iran un colpo strategico, data l’attuale asimmetria di forze tra i due Paesi. Israele ha un vantaggio schiacciante nelle forze aeree grazie ai suoi avanzati aerei stealth F-15 e F-35, oltre a una superiorità impressionante per quanto riguarda armi antiaeree e antimissile. Le forze aeree iraniane sono dotate di velivoli inferiori e non dispongono di sistemi missilistici antiaerei e antimissile avanzati. Ma nei prossimi anni è probabile che questa superiorità strategica di Israele venga meno.

Ma, soprattutto, Israele ha uno straordinario vantaggio (secondo quanto riportato dalla stampa estera): possiede un arsenale nucleare, mentre l’Iran attualmente può solo aspirare ad averne uno. L’Iran probabilmente terrà conto di questa asimmetria quando valuterà se rispondere a un attacco israeliano alle sue strutture e infrastrutture nucleari.

Israele è in grado, utilizzando armi convenzionali, di distruggere – o almeno di danneggiare gravemente – gli impianti di produzione di missili, droni e razzi dell’Iran e i suoi siti nucleari, che sono sparsi su un’ampia area e almeno alcuni dei quali sono sepolti in profondità nel sottosuolo? Non lo so, ed è probabile che non lo sappiano nemmeno i generali di Israele. La guerra è il regno dell’imponderabile e, in larga misura, della fortuna. Ma distruggere il progetto nucleare iraniano, e la capacità di attacco dell’Iran, è un imperativo esistenziale se Israele vuole sopravvivere. Dato il profondo odio degli ayatollah per Israele e la loro plausibile irrazionalità, un arsenale nucleare iraniano segnerà la fine di Israele.

Una volta che gli ayatollah avranno le armi nucleari e i mezzi per farne uso, potrebbero usarle contro Israele – e lasciare ad Allah il compito di proteggerli da un contrattacco israeliano. Dopo tutto, abbiamo a che fare con fanatici messianici e religiosi.

E anche se l’Iran si astenesse dal lanciare le sue armi nucleari, il solo fatto di possederle, insieme al suo desiderio e alla sua politica dichiaratamente orientati alla distruzione di Israele (di cui abbiamo visto abbondanti prove in questi nove mesi), scoraggerebbe potenziali investimenti e immigrati dal raggiungere Israele e spingerebbe molte brave persone a fuggire dal Paese.

In un contesto di ripetuti, futuri attacchi orchestrati dagli iraniani contro Israele, come il 7 ottobre, Israele declinerebbe costantemente fino a scomparire.

Le organizzazioni sunnite, e forse i Paesi sunniti vicini, riconoscerebbero la debolezza di Israele (e dell’America) e la forza dell’Iran e molto probabilmente si unirebbero all’anello di Stati ostili guidato da Teheran, e non c’è alcuna garanzia che i leader dell’Europa e degli Stati Uniti – forse con l’ambiguo Donald Trump piuttosto che il filo-sionista Biden al timone – verrebbero in nostro aiuto.

Tutto ciò deve far pensare che, se Israele si dimostrerà incapace di distruggere il progetto nucleare iraniano con armi convenzionali, potrebbe non avere altra scelta se non quella di ricorrere alle sue armi non convenzionali (a meno che gli Stati Uniti non inviino le proprie forze armate, il che sembra estremamente improbabile vista la mancanza di determinazione americana dopo i fallimenti in Iraq e Afghanistan).

Ribadisco, Israele può aspettarsi i rimproveri dei media internazionali, dei ragazzini ignoranti e sconsiderati dei campus e di svariati leader mondiali, ma godrà anche della comprensione, se non del sostegno attivo, di molti membri della comunità internazionale.

Temo che siamo arrivati al momento della verità e che Israele – auspicabilmente nei prossimi mesi, sotto una guida più competente – debba agire. Altrimenti, Allah yerahmu (che Allah abbia pietà di noi).

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Libano: Israele usa fosforo bianco rischiando di causare danni ai civili

Report di Human Rights Watch

5 giugno 2024, Human Rights Watch

Munizioni a esplosione aerea usati illegalmente in zone popolate

(Beirut) – Human Rights Watch ha dichiarato oggi (mercoledì 5 giugno) che l’uso diffuso nel Libano meridionale del fosforo bianco da parte di Israele sta mettendo a grave rischio i civili e contribuendo alla fuga dei residenti. Human Rights Watch ha verificato l’uso di munizioni al fosforo bianco da parte delle forze israeliane dall’ottobre 2023 in almeno 17 comuni nel Libano meridionale, tra cui 5 dove i proiettili esplosivi sono stati usati illegalmente in zone residenziali densamente popolate.

Il fosforo bianco è una sostanza chimica dispersa da proiettili di artiglieria, bombe e razzi che si infiamma quando esposta all’ossigeno. I suoi effetti incendiari provocano morte o atroci ferite che causano sofferenze per tutta la vita. Può dar fuoco a case, zone agricole e altri obiettivi civili. Ai sensi del diritto umanitario internazionale l’uso indiscriminato di fosforo bianco in armi incendiarie è illegale in zone abitate e comunque non soddisfa i requisiti di legge per prendere tutte le precauzioni possibili per evitare danni ai civili.

Ramzi Kaiss, ricercatore di Human Rights Watch per il Libano ha detto: “L’uso fatto da Israele di munizioni esplosive al fosforo bianco in zone abitate danneggia indiscriminatamente i civili e ha costretto molti di loro a lasciare le proprie case. Le forze israeliane dovrebbero cessarne immediatamente l’uso in aree popolate, specialmente quando sono facilmente disponibili alternative meno dannose.

Human Rights Watch ha intervistato otto abitanti e verificato e geolocalizzato 47 foto e video provenienti dal Libano meridionale postate sui social media o condivise direttamente con i ricercatori che indicano l’uso di munizioni al fosforo bianco. In cinque villaggi le immagini mostrano munizioni esplosive contenenti fosforo bianco che atterrano sul tetto di edifici residenziali di Kafr Kila, Mays al-Jabal, Boustane, Markaba e Aita al-Chaab, villaggi lungo il confine meridionale libanese.

Il sindaco di Boustane ha detto che due abitanti del villaggio sono stati ricoverati in ospedale a causa dell’asfissia causata dall’inalazione di gas di fosforo bianco dopo l’attacco del 15 ottobre. “Entrambi i civili erano nelle proprie case,” conclude il sindaco. “Uno era un consigliere comunale, l’altro un contadino.”

Le persone hanno detto a Human Rights Watch che l’uso di fosforo bianco nelle aree popolate nel Libano meridionale ha contribuito allo sfollamento degli abitanti di parecchi villaggi lungo il confine Libano-Israele.

Il ministero della salute pubblica libanese ha detto che dal 28 maggio l’esposizione al fosforo bianco ha procurato lesioni ad almeno 173 persone. Human Rights Watch non ha ottenuto prove di ustioni risultanti da munizioni al fosforo bianco ma ha sentito racconti che indicano possibili danni respiratori.

Gli effetti più gravi del fosforo bianco sono dermici o cutanei, fra cui ustioni di secondo e terzo grado che possono causare una grave necrosi profonda e ustioni a tutto spessore,” ha detto il dottor Tharwat Zahran, tossicologo e ricercatore di medicina di emergenza presso l’American University di Beirut. “L’esposizione al fosforo bianco potrebbe [anche] causare danni acuti all’apparato respiratorio superiore, come respiro affannoso o rapido [e] tosse, ma potrebbe anche avere effetti ritardati, [incluse] polmoniti chimiche che potrebbero richiedere ricoveri ospedalieri e supporto respiratorio meccanico.”

Human Rights Watch ha detto che l’uso diffuso da parte di Israele di fosforo bianco nel Libano meridionale evidenzia la necessità di una legge internazionale più rigorosa sulle armi incendiarie. Il protocollo III della Convenzione sulle armi convenzionali è l’unico strumento giuridicamente vincolante dedicato specificamente alle armi incendiarie. Il Libano fa parte del Protocollo III, Israele no.

Il Protocollo III si applica ad armi che sono “progettate principalmente” per dar fuoco o causare ustioni e perciò esclude certe munizioni multiuso con effetti incendiari, soprattutto quelle contenenti fosforo bianco. Inoltre ha regolamenti meno rigidi per l’uso su “concentrazioni di civili” di armi incendiarie lanciate da terra, come quelle usate in Libano, rispetto alle bombe aviolanciate anche se producono le stesse orrende ferite.

Il termine “Concentrazioni di civili” è definito genericamente e include zone abitate che vanno dai villaggi, ai campi profughi alle città. Human Rights Watch e molti Paesi hanno da tempo invocato l’eliminazione di queste scappatoie nel Protocollo III per creare norme internazionali che proteggano meglio i civili dai danni causati da armi incendiarie.

A livello nazionale Israele dovrebbe proibire completamente l’uso di munizioni ad esplosione aerea al fosforo bianco in aree popolate poiché pone i civili a rischio di attacchi indiscriminati. Come alternative al fosforo bianco sono disponibili le granate fumogene, fra cui alcune prodotte da aziende israeliane, come i proiettili fumogeni M150 che l’esercito israeliano ha usato nel passato come oscuranti, un modo per ostacolare la visibilità dei suoi soldati. Queste alternative possono avere lo stesso effetto e ridurre drammaticamente i danni ai civili.

Il Libano dovrebbe immediatamente sottoporre una dichiarazione alla Corte Penale Internazionale (CPI) avviando le indagini e l’azione penale per gravi crimini internazionali entro la giurisdizione della Corte sul territorio libanese dall’ottobre 2023.

Sono necessari limiti internazionali più stringenti contro l’uso di fosforo bianco per far sì che queste armi non continuino a mettere in pericolo i civili,” ha detto Kaiss. “L’uso recente da parte di Israele di fosforo bianco in Libano dovrebbe motivare altri Paesi a intraprendere un’azione immediata per raggiungere questo obiettivo.”

Uso di fosforo bianco in conflitti armati

Il fosforo bianco può essere usato come mezzo militare per oscurare, marcare o segnalare, o come arma per stanare con il fumo le forze nemiche. Le preoccupazioni per il suo uso in aree popolate sono ampliate data la tecnica indiscriminata, vista nei video, di proiettili al fosforo bianco esplosi in aria che sparpagliano 116 pezzi di feltro incendiari impregnati con la sostanza su un’area fra i 125 e i 250 metri di diametro a seconda dell’altitudine e dell’angolazione dell’esplosione, esponendo più civili e strutture civili a danni potenziali rispetto al caso in cui l’esplosione fosse partita da terra.

Quando esposto all’ossigeno atmosferico il fosforo bianco prende fuoco e continua a bruciare fino a quando è privato di ossigeno o esso si esaurisce. La sua reazione chimica può creare un calore intenso (circa 1.500 gradi), bagliori e fumo.

Il fosforo bianco che entra in contatto con una persona può provocare ustioni fino all’osso. Frammenti di fosforo bianco possono aggravare le ferite persino dopo il trattamento e possono entrare nel sangue e causare insufficienze multiorgano. Ferite già bendate possono riprendere fuoco quando si rimuove il bendaggio e sono esposte nuovamente all’ossigeno. Anche ustioni minori sono spesso fatali. Fra i sopravvissuti le cicatrici estese stringono il tessuto muscolare e creano disabilità fisiche. Il trauma dell’attacco, il trattamento doloroso che ne segue e le cicatrici che cambiano aspetto causano danni psicologici e isolamento sociale.

Attacchi di razzi e missili e scontri armati fra l’esercito israeliano e vari gruppi armati libanesi fra cui Hezbollah sono continuati dall’otto ottobre, il giorno dopo l’attacco guidato da Hamas di gruppi armati palestinesi nel sud di Israele che, secondo il governo israeliano, ha ucciso circa 1200 persone, quasi tutte civili. Dal 7 ottobre al 29 maggio almeno 36171 palestinesi sono stati uccisi da pesanti bombardamenti e operazioni militari a Gaza delle forze israeliane.

Human Rights Watch ha documentato l’uso fatto dall’esercito israeliano di fosforo bianco lanciato dall’artiglieria nel Libano meridionale e a Gaza nell’ottobre 2023 oltre alle precedenti ostilità a Gaza, fra cui quelle del 2009.

Human Rights Watch aveva precedentemente verificato l’uso di munizioni al fosforo bianco lanciate dall’artiglieria nel Libano meridionale il 10 ottobre in due località vicino al confine Israele-Libano e a Gaza City. Il 12 ottobre, nel corso di un’intervista alla CNN, il portavoce dell’esercito israeliano ha smentito l’uso di munizioni al fosforo bianco nel Libano meridionale e a Gaza.

Il 30 ottobre Amnesty International ha scoperto che un attacco del 16 ottobre contro il villaggio sul confine libanese di Dhayra con l’uso di munizioni al fosforo bianco era stato un “attacco indiscriminato che aveva ferito almeno nove civili e danneggiato attrezzature civili.” Secondo il Washington Post che aveva condotto una sua indagine l’attacco aveva incluso l’uso di munizioni al fosforo bianco fornite dagli USA.

L’esercito israeliano ha detto che la maggioranza delle sue granate fumogene non contengono fosforo bianco, ma ha confermato che “come molti eserciti occidentali le FDI [Forze di Difesa Israeliane] hanno anche granate fumogene che contengono fosforo bianco … e che la scelta di usarle è influenzata da considerazioni operative e disponibilità in mancanza di alternative.” Il militare ha detto anche che tali munizioni “sono intese per creare una cortina fumogena e non per attaccare o incendiare.”

La dispersione di frammenti di feltro di munizioni al fosforo bianco osservate in foto e video analizzate da Human Rights Watch è in linea con l’uso di proiettili che sarebbero stati esplosi dall’artiglieria dell’esercito israeliano sia a Gaza che nel Libano meridionale.

È stato riferito dai reportage dei media che fino al 29 maggio gli attacchi israeliani in Libano dall’ottobre 2023 avrebbero ucciso almeno 88 civili, oltre a più di 300 combattenti. Attacchi in Israele da parte di Hezbollah e milizie armate palestinesi in Libano dall’ottobre 2023 avrebbero ucciso almeno 11 civili e 14 soldati. Oltre 93.000 persone sono fuggite dalle loro case nel Libano meridionale e almeno 80.000 sono scappate nel nord di Israele.

Metolodogia

Ricercatori di Human Rights Watch hanno analizzato oltre 100 foto e video postati sui social media e condivisi da giornalisti, agenzie di stampa e abitanti del Libano meridionale oltre a riprese condivise direttamente con i ricercatori. Essi hanno identificato l’uso di munizioni al fosforo bianco in 47 di tali immagini e poi le hanno geolocalizzate per confermare le loro posizioni e, quando possibile, identificare con precisione la zona dove erano caduti i frammenti di feltro impregnati di fosforo bianco.

Human Rights Watch ha anche parlato con otto abitanti del Libano meridionale fra cui il capo di un sindacato di lavoratori agricoli, un insegnante, due fotografi che lavorano nella regione, un soccorritore della Difesa civile libanese e i sindaci di Kafr Kila, Mays al-Jabal e Boustane. Human Rights Watch ha anche parlato con un tossicologo di Beirut.

il 22 maggio Human Rights Watch ha mandato una lettera all’esercito israeliano con i risultati e delle domande concernenti l’uso di fosforo bianco ma non ha ricevuto risposta.

Uso documentato in aree popolate

Tramite la sua analisi di video e foto verificati dall’ottobre 2023 Human Rights Watch ha identificato l’uso di munizioni in 17 comuni nel Libano meridionale. Tra questi cinque villaggi dove le munizioni esplosive sono state usate su zone popolate. In video e foto postate sui social o pubblicate da agenzie di stampa dei villaggi di Boustane il 15 ottobre, di Kafr Kila il 12 novembre, 14 e 31 gennaio, di Mays al-Jabal il 12 novembre, di Markaba il 4 marzo e Aita al-Chaab il 3 aprile frammenti di feltro incendiati atterrano visibilmente sul tetto di edifici residenziali.

Human Rights Watch non è stata in grado di determinare se c’erano obiettivi militari nelle zone dove l’esercito israeliano ha usato munizioni al fosforo bianco nel Libano meridionale.

Il sindaco di Boustane ha detto che quasi tutti gli abitanti vivevano ancora nel villaggio quando è stato attaccato. “Durante la prima settimana di guerra quasi tutti i 900 abitanti di Boustane erano ancora nel villaggio,” ha detto. “Dopo due settimane ne sono rimasti quasi 700. […] E in seguito c’erano circa 14 famiglie. […] Gradualmente hanno continuato a ridursi e ora sono rimaste solo in 4.”

Dati raccolti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) per il periodo tra il 10 e il 15 ottobre indicano che gli spostamenti dai villaggi erano minimi fino alla data dell’attacco. Quando Boustane è stata assaltata il 15 praticamente tutta la popolazione era nel villaggio.

A Mays al-Jabal il sindaco Abdelmonem Choucair ha detto che “durante i primi mesi di guerra circa 25 persone, tutte civili, sono state portate in ospedale a causa del fosforo bianco.” Human Rights Watch ha verificato foto e video che mostrano munizioni al fosforo bianco a Mays al-Jabal in immagini postate sui social il 12 novembre e il 5 dicembre.

L’uso di munizioni al fosforo bianco a Mays al-Jabal ha spinto la gente a fuggire dal villaggio che è diventato una zona militare,” ha detto Choucair.

Il sindaco di Kafr Kila ha detto che stima che al momento dell’attacco al fosforo bianco a novembre circa il 50-70% degli abitanti viveva ancora là. “La gente stava nelle proprie case, anche se ogni tanto andava via, ma poi ritornava,” ha detto. “Ma dal gennaio in poi il villaggio ha cominciato a svuotarsi. Sono stati l’uso del fosforo bianco e anche i colpi diretti alle case che hanno spinto la gente ad andarsene.”

Human Rights Watch ha verificato foto e video condivisi da agenzie stampa o postati sui social il 17 ottobre, 12 novembre, 14 e 31 gennaio e 2 marzo che mostrano l’uso di munizioni al fosforo bianco a Kafr Kila.

Un fotografo ha detto che dopo aver inalato fumo delle munizioni usate in un attacco a Kafr Kila si è messo a letto e ha dormito per due giorni. “Ancora oggi mia moglie mi dice che ho sempre la tosse.”

A un certo punto ho dovuto avvicinarmi al fumo del fosforo bianco per scappare dal villaggio perché il fosforo era alla periferia,” ha detto l’uomo. “Avevo i finestrini aperti mentre guidavo e il fumo è entrato nell’abitacolo. Non sono sicuro di cosa sia successo ma sono certo di averlo inalato […] Avevo il voltastomaco. Gola, polmoni e stomaco mi facevano male, quella notte ho avuto la diarrea e dopo non sono più riuscito a mangiare per un po’, più o meno cinque giorni.”

Ramiz Dallah, un fotografo del Libano meridionale, ha condiviso le sue immagini degli attacchi al fosforo bianco contro il villaggio di Shebaa, che Human Rights Watch ha verificato, e ha detto che dopo un attacco a dicembre il fumo dei proiettili copriva parte della valle di Shebaa e dello stesso villaggio.

Molte persone hanno cominciato ad aver paura di comprare qualsiasi cosa dal villaggio o dal sud perché temono possa essere stato colpito dal fosforo [bianco],” ha detto. “La gente non vuole comprare prodotti del nostro villaggio. Ho sentito l’odore e inalato fosforo bianco quando hanno colpito Shebaa. Non so quali saranno gli effetti a lungo termine di tutto questo fumo dentro il mio corpo.”

Il dottor Zahran, tossicologo, ha detto che i medici hanno riferito di alcuni casi in cui “la gente che andava a controllare le proprie case aveva subito un’esposizione secondaria, con sintomi respiratori dovuti all’inalazione di fosforo bianco che stava ancora bruciando ed era presente nelle zone colpite.”

Politica israeliana sull’uso di fosforo bianco

Nel 2013 le forze armate israeliane annunciarono che stavano sviluppando nuove granate fumogene senza fosforo bianco. L’esercito disse che avrebbe ciononostante usato e immagazzinato le munizioni fino a quando non avesse alternative sufficienti, ma disse che “a seconda del risultato di questo processo di sviluppo le nuove granate sono destinate a rimpiazzare gradualmente quelle attuali come mezzo primario impiegato dalle FDI per le cortine fumogene.”

La decisione di sviluppare alternative è arrivata dopo l’israeliana Operazione Piombo Fuso a Gaza dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, quando l’esercito israeliano lanciò da terra circa 200 munizioni al fosforo bianco verso zone abitate di Gaza. L’esercito fece particolarmente affidamento sui proiettili di artiglieria M825E1 da 155mm che lanciano frammenti di fosforo in fiamme a 125 metri in tutte le direzioni, dando loro un effetto a largo raggio. Il ministero degli affari esteri israeliano ha dichiarato che l’esercito israeliano ha usato i proiettili solo per creare una cortina fumogena. Tuttavia nel marzo 2009 Human Rights Watch documentò decine di vittime civili nei sei incidenti su cui aveva indagato. Le munizioni al fosforo bianco danneggiarono anche strutture civili, fra cui una scuola, un mercato, un deposito di aiuti umanitari e un ospedale.

Tale uso di fosforo bianco causò indignazione e richieste di indagini in ambito internazionale e domestico. Nel 2013 in risposta a una petizione presentata alla Corte Suprema di Giustizia israeliana sugli attacchi a Gaza l’esercito israeliano affermò che non avrebbe più usato fosforo bianco in zone abitate eccetto in due limitate situazioni che rivelò solo al sistema giudiziario. Nella sentenza della corte la giudice Edna Arbel spiegò che le condizioni avrebbero “reso l’uso del fosforo bianco un’eccezione estrema in circostanze veramente particolari.” Nonostante questo impegno presso la Corte non costituisse un cambio ufficiale di politiche la giudice Arbel chiese all’esercito israeliano di condurre “un esame approfondito e esaustivo” e di adottare una direttiva militare permanente.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Ex capo del Mossad: non possiamo sconfiggere Hamas e la Jihad islamica militarmente

Redazione di Middle East Monitor

4 giugno 2024 – Middle East Monitor

Ieri un ex-capo dei servizi segreti israeliani all’estero (il Mossad) ha confermato che Tel Aviv non può sconfiggere Hamas e la Jihad islamica militarmente.

Dal 7 ottobre Israele ha intrapreso una guerra genocida contro la Striscia di Gaza, con un bilancio di oltre 118.000 palestinesi uccisi o feriti, di cui più del 70% minori e donne, e circa 10.000 dispersi in mezzo ad una massiccia distruzione e alla carestia.

Scrivendo sul quotidiano israeliano Maariv sotto il titolo ‘L’amara verità: Hamas e la Jihad non saranno sconfitti da azioni militari’, Danny Yatom ha affermato: “Non siamo in grado di raggiungere gli obiettivi al nord (Libano) e al sud (Gaza)”.

Ci sono ancora molti ostaggi nei tunnel di Gaza, migliaia di sfollati (israeliani) che sono ben lontani dal poter tornare alle proprie case ed Hezbollah sta distruggendo le nostre città al nord.”

Israele stima che ci siano 128 prigionieri di guerra israeliani ostaggi a Gaza, mentre Hamas ha annunciato che più di 70 di loro sono stati uccisi accidentalmente dalle incursioni effettuate da Israele, che trattiene almeno 9.500 palestinesi nelle sue prigioni, molti senza accusa o processo.

Yatom ha continuato: “Nonostante la presenza dell’esercito israeliano ovunque nella Striscia di Gaza, Hamas e la Jihad islamica non saranno sconfitti da azioni militari e gli ostaggi non faranno ritorno sono pressione militare senza accordi politici.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Guerra a Gaza: 100 giorni dopo, incombe una catastrofe regionale

David Hearst

12 gennaio 2024-Middle East Eye

Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi di distruggere Hamas, svuotare Gaza, rimodellare il Medio Oriente. Quindi cosa succederà adesso dopo?

Questo fine settimana segnerà 100 giorni da quando Israele ha lanciato la sua offensiva a Gaza, e c’è stato un diluvio di dichiarazioni secondo cui la guerra sarebbe “passata” a una nuova fase con meno truppe, meno bombardamenti e un maggiore uso di attacchi “mirati”. Per far sembrare che il ritiro delle truppe fosse l’atto di uno Stato sovrano, e non il risultato di una pressione costante da parte di Washington, l’esercito israeliano ha affermato di aver strappato il nord di Gaza al controllo di Hamas.

Eppure, mentre si svolgevano questi briefing, l’esercito israeliano ha annunciato che almeno 103 soldati erano stati feriti nei combattimenti delle 24 ore precedenti. Il giorno dopo l’esercito ha annunciato la morte di nove soldati. Nello stesso periodo, il ministero della Sanità di Gaza ha annunciato che 126 palestinesi erano stati uccisi negli attacchi israeliani. Il ministero a affermato che nelle ultime 24 ore altri 147 sono stati uccisi.

Una contraddizione appare evidente. Le perdite subite quotidianamente dall’esercito israeliano e dai civili palestinesi a Gaza sono in contrasto con le affermazioni di una nuova guerra di “minore intensità”.

La spiegazione più ovvia riguardo le vittime è che, 100 giorni dopo, la guerra viene combattuta con la stessa ferocia del primo giorno. Hamas non sventola bandiera bianca.

Yoav Gallant, ministro della difesa israeliano e membro del gabinetto di guerra formato da tre uomini, ha qualificato l’affermazione secondo cui il suo esercito aveva stabilito il controllo sul nord aggiungendo “almeno in superficie”. Beh, può ben dirlo.

Allora, cosa ha ottenuto Israele lanciando tutta la potenza della sua aviazione e del suo esercito su Gaza, indipendentemente dal costo in vite civili, e con il pieno intento di rendere quella terra inabitabile per la sua popolazione di 2,3 milioni di abitanti?

Il gabinetto di guerra aveva tre obiettivi in questa campagna: spazzare via Hamas dalla faccia della terra, indipendentemente dalla sorte degli ostaggi catturati, modificare l’equilibrio demografico sfavorevole tra ebrei e arabi costringendo il maggior numero possibile di palestinesi a lasciare Gaza e modificare la situazione in modo che nessun altro gruppo militante possa mai più fare ciò che ha fatto Hamas il 7 ottobre.

Come è andata sotto ogni aspetto?

Israele ha raggiunto i suoi obiettivi militari?

Chiaramente no, secondo il resoconto di Gallant, poiché ha previsto un periodo di combattimenti a venire ancora più lungo. Solo un ostaggio è stato rilasciato vivo in seguito all’operazione militare israeliana, Ori Megidish, che Israele ha dichiarato di aver salvato durante le operazioni di terra, anche se è controverso se sia stata “rilasciata” da Hamas o attivamente “liberata” da Israele durante le sue operazioni.

Ma cosa si può dire rispetto alla distruzione della rete di tunnel che costituisce la spina dorsale della struttura militare di Hamas, bandita come organizzazione terroristica nel Regno Unito e in altri Paesi?

L’esercito israeliano ha intrapreso questa operazione con le capacità più avanzate di qualsiasi esercito al mondo nell’individuazione, mappatura e distruzione dei tunnel – eppure sembra essere stato sopraffatto dalla portata del compito, con unità specializzate che sono cadute in un serie di trappole esplosive.

Come ha scritto su Foreign Affairs Daphne Richemond-Barak, professoressa associata alla Lauder School of Government, Diplomacy and Strategy presso l’Università Reichman in Israele: “Queste unità hanno anche scoperto una nuova generazione di tunnel di Hamas. Le strutture rudimentali del gruppo dei primi anni 2000 erano rinforzate con assi di legno. Le reti attuali sono più profonde e rinforzate e ricordano i grandi tunnel di infiltrazione della Corea del Nord. Hamas ha utilizzato tecnologie avanzate di perforazione civile per scavarli portando le sue capacità sotterranee a un livello superiore.

La crescente dipendenza di Hamas dai tunnel e il suo elaborato sforzo di costruzione hanno dato i loro frutti. Mai nella storia della guerra nei tunnel un difensore ha potuto trascorrere mesi in spazi così ristretti. Lo scavo stesso, i modi innovativi in cui Hamas ha utilizzato i tunnel e la sopravvivenza del gruppo sottoterra per così tanto tempo non hanno precedenti”.

Davvero un elogio. Ciò che Richemond-Barak non è riuscita a sottolineare è l’ampiezza della rete di tunnel, che si estende, mi è stato detto, per molte centinaia di chilometri.

Forse questo può spiegare perché all’inizio del nuovo anno, subito dopo la mezzanotte, è stata lanciata una nuova raffica di razzi su Tel Aviv.

Dopo cento giorni del bombardamento aereo più feroce che il mondo abbia mai visto dai tempi del bombardamento di Dresda, Amburgo e Tokyo da parte degli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale Hamas ha mantenuto la sua capacità di combattere e di infliggere perdite ai carri armati e ai soldati israeliani.

In Israele comincia ad esservi una crescente perplessità riguardo all’entità delle vittime che sta subendo. Dopo le insistenti notizie sull’elevato numero di soldati feriti l’esercito israeliano ha creato una propria pagina web, nella quale attualmente si legge che dall’inizio dell’attacco di terra sono stati uccisi 186 soldati. Il sito rileva inoltre che dall’inizio del conflitto sono rimasti feriti circa 2.500 soldati.

Il quadro reale è peggiore. Yediot Ahronoth ha riferito che si prevede che almeno 12.500 soldati saranno riconosciuti come disabili a seguito dell’intervento a Gaza. Una società assunta dal Ministero della Difesa ha affermato che anche questa cifra potrebbe essere sottostimata, sottolineando che il numero di casi richiedenti il riconoscimento della disabilità potrebbe raggiungere i 20.000. Ci sono 60.000 soldati attualmente sottoposti a riabilitazione.

Israele ha imposto un esodo da Gaza?

Qualunque sia la decisione della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) dell’Aia sull’affermazione del Sud Africa secondo cui Israele è responsabile di un genocidio, Israele ha senza dubbio creato una catastrofe umanitaria a Gaza – e lo ha fatto come aveva pianificato.

Un rapporto delle Nazioni Unite compilato a dicembre utilizzando dati provenienti da 17 diverse agenzie ha rilevato che l’80% di tutti coloro che nel mondo versano in uno stato di fame catastrofico si trova in questo momento a Gaza.

Anche se la guerra finisse domani Gaza è pienamente nelle condizioni di sviluppare una pandemia: l’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala che, in media, c’è una doccia ogni 4.500 persone e un servizio igienico ogni 220. Considerando tutto questo il tasso di mortalità tra un anno potrebbe essere molte volte maggiore rispetto al culmine della guerra lampo.

Giora Eiland, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano e consigliere del governo, è stato così incosciente da esprimere a parole la strategia del gabinetto di guerra. Eiland ha affermato che non è sufficiente tagliare l’acqua, l’elettricità e il diesel a Gaza.

Nei documenti citati come prova dell’intento genocida davanti alla Corte Internazionale di Giustizia si sottolinea come Eiland abbia scritto su un giornale online: “Per rendere efficace l’assedio dobbiamo impedire ad altri di dare assistenza a Gaza. Alla gente dovrebbe essere detto che ha due scelte: restare e morire di fame, o andarsene”.

Israele è riuscito a creare un disastro umanitario a Gaza, ma finora non è riuscito a creare l’esodo dei palestinesi tanto desiderato dai fondamentalisti sionisti. Certamente alcuni cittadini stranieri hanno lasciato Gaza, così come i malati gravi, ma nella maggior parte dei casi non vi è stato alcun tentativo di assaltare il confine con l’Egitto a Rafah. Né vi è alcuna prova, finora, di una rivolta popolare contro Hamas.

Ascoltate invece cosa dice Hanaa Abu Sharkh. Vive in una tenda fuori dalla sua casa distrutta. Spesso si mette in fila aspettando a lungo l’acqua dolce, che di frequente finisce quando arriva il suo turno. “Ogni volta che faccio qualcosa, come lavare, preparare il cibo o raccogliere legna da ardere, ricordo quello che la nostra gente ci raccontava su come veniva esiliata e su come viveva. Una volta mi sembrava strano che vivessero nelle tende, ma ora vivo in una tenda… Non è facile lasciare la tua terra, la tua casa, e non è facile essere esiliato… Guarda, questa è la terra che su cui sei nata e cresciuta. È difficile dimenticarlo”, dice.

Continuo a ripetermi: ‘Quando tornerò a casa mia?’ Anche se è distrutta. Terrò questa tenda fuori dalla casa finché Dio non allevierà queste difficoltà e potrò ricostruirla”, aggiunge Abu Sharkh. “Nessuno lascia la propria casa solo per favorire un piano vile, il cosiddetto Piano del Grande Israele. E dove siamo? Siamo ‘un popolo senza terra’, come hanno detto? ‘Per una terra senza popolo?’ No. Sono loro che dovrebbero andarsene, non noi”.

Inoltre lancia a Israele questo avvertimento: “Ci avete esiliato nel 1948 e nel 1967, e volete esiliarci di nuovo nel 2023; è troppo. Mi consolerò e dirò a me stesso che non sono in esilio e mi trovo ancora nella mia terra”.

Se c’è una voce che descrive la determinazione dei palestinesi a restare nell’inferno creato da Israele, è la voce di Abu Sharkh.

Israele ha ridisegnato la mappa del Medio Oriente?

Questo è l’obiettivo più ambizioso del gabinetto di guerra, ma con lo sviluppo della guerra è anche quello su cui il gabinetto è più coerente. Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano in difficoltà, ha affermato poche ore dopo l’attacco del 7 ottobre che Israele avrebbe cambiato il volto del Medio Oriente – e da allora questa intenzione è stata ripetuta frequentemente, non ultimo da Gallant.

In vista della recente visita del Segretario di Stato americano Antony Blinken per spegnere le fiamme della guerra regionale Gallant ha segnalato quello che il Wall Street Journal ha descritto come un cambiamento duraturo nell’atteggiamento militare di Israele

Il mio punto di vista di fondo: stiamo combattendo un asse, non un singolo nemico”, ha detto Gallant. “L’Iran sta costruendo il potere militare attorno a Israele per poi usarlo”.

Le parole di Gallant, e quelle di molti altri, potrebbero indurre a pensare che una guerra il cui scopo è spingere le brigate d’élite di Hezbollah a nord del fiume Litani, e lontano dal confine settentrionale di Israele, è solo una questione di tempo.

Ciò significa anche che subito dopo potrebbe seguire una guerra con l’Iran. Ma non molto al di sotto della superficie della retorica militare israeliana ci sono forti dubbi– e, rispetto a Gaza, c’è un’ancor minore certezza che l’esercito possa finire il lavoro in Libano.

Come per ribadire questo obiettivo della guerra come un fatto compiuto, mentre Blinken stava volando nella regione per la quarta volta per impedire che ciò accadesse, Israele ha effettuato due omicidi mirati sul terreno di casa di Hezbollah

Il numero due di Hamas, Saleh al-Arouri, come ogni altro membro di Hamas fuori Gaza, non era stato avvisato dell’attacco del 7 ottobre, eppure è stato comunque preso di mira da un attacco missilistico contro il suo ufficio a Dahiyeh, la città densamente popolata cuore del sud di Beirut, nell’ora di punta. L’area è considerata una zona di sicurezza per Hezbollah.

Sia il suo assassinio che quello di Wissam al-Tawil, vice capo di un’unità della forza d’élite Radwan, sono stati concepiti come colpi contro Hezbollah. Il messaggio che Israele voleva inviare alle milizie più potenti ai suoi confini era che poteva colpire al cuore questa organizzazione.

Nessun freno alla risposta regionale

All’inizio della guerra il leader Hassan Nasrallah aveva affermato che Hezbollah non aveva collaborato con l’attacco di Hamas, ma aveva suggerito che l’obiettivo bellico di Israele di sradicare Hamas fosse una linea rossa per un successivo coinvolgimento di Hezbollah nel conflitto.

Dopo la morte di Arouri, Nasrallah ha promesso vendetta in un discorso in occasione del quarto anniversario dell’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, ma ha rispettato il suo messaggio di fondo sulle linee rosse di Hezbollah.

In risposta all’uccisione di Arouri Hezbollah ha colpito la base aerea israeliana di Monte Meron, nel nord, con 62 razzi; e dopo l’uccisione di Tawil ha lanciato un attacco con droni contro il comando settentrionale di Israele. Si tratta di obiettivi militari di alto valore e Hezbollah ha inviato la propria risposta a Israele sull’accuratezza e la sofisticatezza della portata delle armi del gruppo. Hezbollah ha segnato il suo punto.

Ma non ci sono freni a quanto accade altrove. Soleimani è stato l’architetto dell’asse della resistenza, che ha iniziato a impegnarsi in risposta alla campagna israeliana a Gaza.

Gli Houthi nello Yemen, dopo più di due dozzine di attacchi alle navi occidentali che attraversavano lo stretto di Bab al-Mandeb, hanno costretto centinaia di navi portacontainer a deviare dal Canale di Suez. In Iraq, dopo che gli attacchi aerei statunitensi hanno preso di mira i membri delle milizie locali, il primo ministro Mohammed Shia al-Sudani ha prontamente annunciato che il suo governo avrebbe chiuso tutte le basi militari statunitensi in Iraq, uno dei principali obiettivi dell’Iran dopo l’uccisione di Soleimani.

Una guerra di logoramento ai confini di Israele si sta facendo sentire. Ciò lascia gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, le due potenze con la maggiore responsabilità per la carneficina di Gaza, con poche o nessuna carta da giocare – e il tempo sta rapidamente scadendo.

Né sono sfortunati spettatori dato che hanno sostenuto pienamente la guerra di vendetta di Israele: il primi fornendo le bombe e i proiettili che Israele ha utilizzato per ridurre in macerie Gaza ed entrambi fermando i tentativi internazionali di imporre un cessate il fuoco immediato e prendendo di mira gli Houthi dello Yemen con attacchi aerei.

La deplorevole prestazione del Ministro degli Esteri britannico, David Cameron, sotto l’esame risoluto della Commissione Affari Esteri, ha rivelato pienamente il buco morale e legale in cui la Gran Bretagna si era infilata lasciando che Israele “si togliesse i guanti” a Gaza. Cameron non ha potuto – o voluto – rispondere se fosse stato avvertito dagli avvocati del governo che le azioni israeliane a Gaza erano crimini di guerra.

Inquadrature iniziali di una guerra più ampia

I regimi arabi, e i Paesi del Golfo in particolare, hanno accuratamente evitato qualsiasi ruolo di leadership contro le azioni di Israele. I più colpevoli sono i sauditi, sotto il cui patronato con l’Iniziativa di pace araba del 2002 venne compiuto l’ultimo serio tentativo di porre fine al conflitto. Ma Riyadh non può guardare oltre la propria sopravvivenza. Considera Hamas una minaccia ai propri piani di rivendicare la leadership del mondo sunnita normalizzando i legami con Israele.

L’attacco di Hamas, e la strenua resistenza da allora in poi, hanno fornito un modello rivale – ritenuto morto e sepolto – di unità panaraba. Ciò è strettamente legato alle rivolte popolari della Primavera Araba che l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto hanno represso per un decennio.

L’ultima cosa che l’establishment della difesa israeliano dovrebbe fare, per una mente razionale, è dare un calcio a questi nidi di vespe di gruppi di milizie fortemente armati, in gran parte autonomi e agguerriti, tutti annidati in Stati deboli e a breve distanza dai confini settentrionali e orientali di Israele.

Non hanno le truppe per combattere su tre fronti contemporaneamente. Israele è troppo piccolo e i suoi centri abitati sono troppo vulnerabili agli attacchi missilistici. Nasrallah non esagera quando afferma che Israele sarebbe il primo a pagare il prezzo se scoppiasse una guerra vera e propria.

Un ex alto ufficiale dell’esercito israeliano e difensore civico del ministero della difesa, il general maggiore (della riserva) Yitzhak Brick, ha recentemente affermato che migliaia di razzi e missili potrebbero essere lanciati ogni giorno contro centri abitati, basi militari e infrastrutture elettriche e idriche: “Tutti lo sanno, non solo Nasrallah. Lo sappiamo. Sanno quello che hanno. Non siamo preparati per questo.” Né riusciranno a convincere gli Stati Uniti a sostenere un attacco contro l’Iran.

Fare tutto questo, pur avendo gettato all’aria il rapporto di Israele con la Russia a causa della guerra in Ucraina, è il massimo della follia.

Dopo che il mese scorso un attacco missilistico israeliano ha ucciso in Siria Seyyed Reza Mousavi, un alto comandante del “Iran’s Islamic Revolutionary Guard Corps Quds Force “ [corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche dell’Iran] a Teheran sono state poste domande sul motivo per cui i russi non avevano schierato il loro sistema S-300 per proteggere i consiglieri iraniani in Siria. Il presidente russo Vladimir Putin sta aspettando e in Siria ha ancora delle carte da giocare.

Ma Israele non agisce in modo razionale. Netanyahu sa che sarà finito nel momento in cui la guerra finirà. L’opinione pubblica israeliana – anche dopo 100 giorni – non riesce a ottenere abbastanza sangue palestinese per soddisfare la sua sete di vendetta e una netta maggioranza vuole che Gaza venga rasa al suolo.

Non esiste un movimento contro la guerra. Ciò che resta dell’ala sinistra israeliana è in fuga all’estero o sta per fuggire. Nel frattempo, le strade, i caffè e i mercati si riempiono di ebrei israeliani armati di pistole. I cittadini palestinesi di Israele non si sono mai sentiti più soli o più vulnerabili.

Qualcuno di questi fatti può essere considerato un risultato per chiunque pensi razionalmente? Semmai questi 100 giorni sembrano l’inizio di una guerra molto più grande e lunga, che sarebbe catastrofica per tutti, sia ebrei che arabi.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti e Israele, i due principali attori di questa guerra, non è più una questione di ciechi che guidano altri ciechi. È chi è strategicamente debole a essere guidato da chi è tatticamente arrabbiato.

Giovedì, aerei da guerra statunitensi e britannici hanno colpito le posizioni degli Houthi nello Yemen, un colpo che gli Houthi saranno in grado di sostenere, essendo sopravvissuti a sette anni di bombardamenti da parte dell’Arabia Saudita.

Seguirà una guerra dispiegata nel Mar Rosso. E questo è il risultato di una settimana di tentativi diplomatici statunitensi di limitare una guerra regionale. Questo alla faccia della diplomazia.

Il percorso in discesa su cui Israele sta portando gli Stati Uniti conduce al reciproco tramonto in Medio Oriente.

La guerra di Israele a Gaza potrebbe anche segnare la fine di questo presidente degli Stati Uniti.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




Chi era Saleh al-Arouri, il dirigente di Hamas ucciso a Beirut?

Redazione di Al Jazeera

3 gennaio 2024 – Al Jazeera

L’uccisione del vice-capo dell’ufficio politico di Hamas potrebbe scatenare una rappresaglia da parte di Hamas ed Hezbollah.

Martedì un attacco con un drone nel quartiere periferico di Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah a Beirut sud, ha ucciso l’importante politico di Hamas Saleh al-Arouri.

L’agenzia statale di notizie libanese ha informato che il drone ha colpito un ufficio di Hamas uccidendo sei persone.

Hamas ha confermato la morte di Al-Arouri e l’ha definita un “vigliacco assassinio” da parte di Israele, aggiungendo che gli attacchi contro i palestinesi “dentro e fuori dalla Palestina non riusciranno a spezzare la volontà e la tenacia del nostro popolo o a impedire la continuazione della nostra coraggiosa resistenza.”

“Ciò dimostra ancora una volta il totale fallimento del nostro nemico nel raggiungere i suoi scopi aggressivi nella Striscia di Gaza,” ha affermato l’organizzazione.

In seguito alla notizia della morte di al-Arouri le moschee di Arura, la città a nord di Ramallah nella Cisgiordania occupata, hanno pianto la sua morte ed è stato dichiarato uno sciopero generale per mercoledì.

Ecco quello che c’è da sapere del dirigente di Hamas morto in Libano.

Chi era Saleh al-Arouri?

Al-Arouri, 57 anni, era il vice-capo dell’ufficio politico di Hamas e uno dei fondatori dell’ala militare del gruppo, le brigate Qassam.

Dopo aver passato 15 anni in una prigione israeliana viveva in esilio in Libano. Prima che il 7 ottobre iniziasse la guerra, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu l’aveva minacciato di morte.

Nelle ultime settimane al-Arouri aveva assunto il ruolo di portavoce dell’organizzazione e lo scorso mese aveva detto ad Al Jazeera che Hamas non avrebbe discusso un accordo per lo scambio degli ostaggi detenuti dal gruppo prima della fine della guerra a Gaza.

Nel 2015 gli Stati Uniti avevano etichettato al-Arouri un “terrorista globale” e promesso una taglia di 5 milioni di dollari per ogni informazione su di lui.

Cosa ha detto Israele della morte di al-Arouri?

Mentre non ci sono state reazioni ufficiali di Israele sulla morte del politico di Hamas, Mark Regev, consigliere di Netanyahu, ha detto al sito di notizie statunitense MSNBC che Israele non si assume la responsabilità dell’attacco. Ma, ha aggiunto, “chiunque lo abbia fatto, deve essere chiaro che non si è trattato di un attacco contro lo Stato libanese.”

“Chiunque lo abbia fatto ha compiuto un attacco chirurgico contro la dirigenza di Hamas,” ha affermato.

Tuttavia Danny Danon, ex- ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, ha esaltato l’attacco e si è congratulato con l’esercito israeliano, lo Shin Bet, il servizio di sicurezza, e il Mossad, il servizio di intelligence, per l’uccisione di al-Arouri.

“Chiunque sia convolto nel massacro del 7 ottobre dovrebbe sapere che lo troveremo e faremo i conti con lui,” ha scritto su X in ebraico, in riferimento all’attacco del 7 ottobre di Hamas nel sud di Israele che ha ucciso circa 1.200 persone.

I continui bombardamenti e colpi di artiglieria israeliani contro Gaza hanno ucciso da allora più di 22.000 palestinesi, tra cui più di 8.000 minori.

Secondo i media israeliani, dopo il tweet di Danon il governo ha ordinato ai ministri di non rilasciare interviste riguardo alla morte di al-Arouri.

Quale è stata la risposta dal Libano?

Il primo ministro libanese ad interim Najib Mikati ha condannato l’attacco contro il quartiere di Beirut ed ha affermato che si è trattato di un “nuovo crimine israeliano” e di un tentativo di spingere il Libano in guerra.

Mikati ha anche messo in guardia verso “gli alti dirigenti politici israeliani che ricorrono all’esportazione del fallimento a Gaza sul confine meridionale [del Libano] per imporre nuovi fatti sul terreno e cambiare le regole d’ingaggio.”

Hezbollah ha affermato che l’attacco contro la capitale del Libano “non passerà impunito.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)