Israele a Gaza sta utilizzando le malattie infettive come armi

Salman Khan  

3 maggio 2026 Mondoweiss

Il dottor Salman Khan, specialista in malattie infettive, si è recato a Gaza per una missione medica di tre settimane nel febbraio 2026. Ha riscontrato una dilagante diffusione di malattie infettive, tutte causate direttamente dall’assedio e dal genocidio perpetrati da Israele.

Ho incontrato un giovane di circa vent’anni nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Nasser di Khan Younis a Gaza. Era stato vittima di un attacco missilistico israeliano tre settimane prima, vicino alla Linea Gialla [che divide in due la Striscia tra la parte occupata da Israele e quella in cui sono concentrati i palestinesi, ndt.]. La sua gamba sinistra era stata amputata sopra il ginocchio e la parte rimanente dell’arto era stata fissata con diversi dispositivi di sostegno esterno; presentava inoltre numerose altre lacerazioni e un grave trauma addominale che aveva richiesto una laparotomia, una resezione intestinale e l’inserimento di una stomia. Era intubato e aveva sviluppato una polmonite associata alla ventilazione meccanica, causata da un batterio multiresistente chiamato Acinetobacter. Gli era stata somministrata una combinazione di antibiotici che probabilmente sarebbe risultata inefficace.

A Gaza si verifica spesso quello che noi specialisti in malattie infettive definiamo “farmaco e batterio spaiati”: a causa della limitata disponibilità di antibiotici e della crescente crisi di resistenza agli antibiotici ai pazienti vengono spesso somministrati antibiotici inefficaci contro il patogeno responsabile.

In parte a causa delle continue restrizioni all’ingresso di farmaci salvavita imposte dall’occupazione israeliana, la fornitura di antibiotici a Gaza è gravemente limitata e spesso varia di settimana in settimana in base alla disponibilità delle donazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. I ​​pazienti muoiono inutilmente per infezioni spesso curabili a causa dei ritardi nella somministrazione di terapie antibiotiche efficaci.

A Gaza il collasso del sistema sanitario, il sovraffollamento eccessivo all’interno e intorno agli ospedali e il degrado delle infrastrutture igienico-sanitarie hanno contribuito a facilitare la diffusione di batteri multiresistenti e ad aggravare il problema della resistenza antimicrobica. Già prima del genocidio Gaza soffriva di alti livelli di resistenza agli antibiotici, che da allora si sono ulteriormente aggravati. Anche la contaminazione da metalli pesanti derivante dai residui esplosivi dei raid aerei israeliani contribuisce alla selezione nell’ambiente di batteri resistenti.

Prima dell’attacco israeliano alle strutture sanitarie, Gaza contava 38 ospedali, molti dei quali offrivano cure specialistiche avanzate; ora ne rimangono solo una manciata che funzionano a una frazione della loro capacità precedente per una popolazione di oltre due milioni di persone in grave difficoltà.

La capacità dei laboratori ospedalieri e di sanità pubblica a Gaza è gravemente limitata a causa della distruzione mirata delle infrastrutture di laboratorio e del blocco delle forniture da parte dell’Occupazione. I laboratori di microbiologia faticano a eseguire test diagnostici essenziali e urgenti, come le colture per identificare i batteri da vari campioni biologici e ambientali e i test di sensibilità agli antibiotici per prevedere le migliori opzioni di trattamento per il singolo paziente e per la popolazione ospedaliera nel suo complesso. Queste limitazioni compromettono anche il controllo delle malattie infettive e le misure di risposta alle epidemie.

Nello sforzo per la prevenzione e il controllo delle infezioni si sono dovute affrontare circostanze eccezionali in seguito agli attacchi israeliani contro gli ospedali di Gaza e le comunità circostanti. Gli ospedali sono stati oberati da vittime civili, rendendo quasi impossibile il rispetto dei principi igienici di base come il lavarsi le mani, la sterilizzazione delle attrezzature mediche e la corretta cura delle ferite.

Il grave sovraffollamento ha facilitato la diffusione di malattie infettive. Dopo il “cessate il fuoco” gli ospedali hanno continuato a soffrire di gravi carenze di disinfettante per le mani a base di alcol, di soluzioni per sterilizzare le apparecchiature mediche e di dispositivi di protezione individuale.

Il rischio di infezione tuttavia si estende oltre le mura dell’ospedale. Durante il nostro soggiorno a Gaza, il nostro gruppo di volontari è stato invitato da un rappresentante del Ministero della Salute a testimoniare la vita nei campi di tende che circondano l’ospedale. Mi ha colpito il fatto che ognuna di queste tende fosse sovraffollata da intere famiglie che avevano subito molteplici sfollamenti. La prima cosa che ho notato è stato il fetore di liquami e immondizia nell’aria. I detriti ricoprivano il terreno. Le latrine erano scavate nella sabbia e traboccavano quando pioveva. Queste condizioni aumentavano la diffusione di malattie respiratorie, cutanee e diarroiche trasmissibili.

Hanno anche creato un terreno fertile ideale per i roditori. Uno dei medici specializzandi dell’ospedale Nasser, con cui ho parlato, ha descritto un focolaio di casi di leptospirosi nei reparti all’inizio di febbraio.

La leptospirosi è una grave infezione batterica che si trasmette dai roditori alle persone; l’infezione può manifestarsi con polmonite, insufficienza renale ed epatica e, in assenza di un trattamento adeguato, può portare alla morte. Le forti piogge e le inondazioni nelle tende che circondavano l’ospedale hanno probabilmente esposto le persone all’urina e alle feci dei roditori, favorendo la trasmissione della malattia.

Camminando per le strade polverose di Khan Younis mi è parso evidente come Israele stesse cercando di rendere la vita invivibile agli abitanti di Gaza distruggendo il loro contesto abitativo. L’aria era densa di particolato e fumo, rendendo la respirazione difficoltosa. I pazienti con patologie respiratorie preesistenti sono particolarmente vulnerabili alle infezioni virali respiratorie come l’influenza e il COVID e alla polmonite batterica; ho visto diversi pazienti ricoverati per polmonite all’ospedale Nasser.

Ho visitato il negozio di alimentari locale e gli scaffali erano pieni di cibo spazzatura a prezzi esorbitanti e di alimenti altamente processati. I prodotti freschi erano rari. Anche prima del genocidio e della carestia Gaza era tenuta dall’Occupazione in uno stato di cronica insicurezza alimentare, sull’orlo della fame.

La malnutrizione indebolisce il sistema immunitario e predispone i pazienti, soprattutto i bambini piccoli, alle infezioni. Durante la mia visita ho assistito a una scena straziante: bambini piccoli in fila con grandi pentole vuote fuori da una mensa improvvisata vicino all’ospedale, che urlavano e piangevano per la fame. Tra malnutrizione causata artificialmente, traumi e il peso di malattie croniche e infettive, non sorprende che Gaza abbia una delle aspettative di vita più basse al mondo.

Tornando al caso del paziente ventenne nel reparto di terapia intensiva, l’aggressione nei suoi confronti non si è conclusa con l’attacco missilistico israeliano che gli ha dilaniato il corpo. È stato successivamente sottoposto a forme di violenza ancora più insidiose da parte dell’Occupazione: la sua capacità di combattere le infezioni è stata compromessa dalla malnutrizione dovuta alle continue limitazioni all’ingresso di cibo nutriente; ha sviluppato una polmonite a causa della diffusione di batteri nel reparto dovuta alle restrizioni all’ingresso di prodotti per la pulizia e di dispositivi di protezione individuale, e una volta contratta la polmonite, le sue opzioni terapeutiche sono state gravemente limitate a causa dell’insufficiente disponibilità di antibiotici efficaci.

A Gaza ho incontrato molti pazienti in queste condizioni. Un’anziana donna che a causa della prolungata permanenza seduta sul duro pavimento della sua tenda ha sviluppato un’ulcera infetta da pressione all’anca con conseguente sepsi e necessità di rimozione chirurgica e terapia antibiotica endovenosa; una giovane donna che ha contratto una grave infestazione parassitaria da scabbia a causa del sovraffollamento e delle scarse condizioni igieniche nella tenda della sua famiglia; un’altra donna che ha sviluppato una grave gastroenterite e diarrea dovuta probabilmente all’ingestione di acqua contaminata con conseguente disidratazione e insufficienza renale.

Una discussione sulla minaccia rappresentata dalle malattie infettive a Gaza sarebbe tuttavia incompleta senza menzionare gli operatori sanitari in prima linea, che svolgono un ruolo essenziale nella prevenzione e nel rallentamento della diffusione delle infezioni in ambito sanitario. Medici, infermieri e specialisti nella prevenzione delle infezioni a Gaza hanno affrontato enormi difficoltà durante il genocidio, tra molteplici spostamenti e problemi nell’approvvigionamento di cibo e acqua potabile. Uno dei medici con cui ho parlato, il cui migliore amico era stato ucciso, mi ha detto che a Gaza tutti avevano perso qualcuno o qualcosa di prezioso.

Altri membri del personale ospedaliero, in particolare quelli con ruoli dirigenziali come il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, sono stati rapiti, torturati e detenuti illegalmente dalle forze di occupazione mentre altri, come il dottor Hammam Alloh, nefrologo dell’ospedale Al-Shifa, sono stati assassinati, creando gravi carenze nel personale sanitario che hanno facilitato un aumento del rischio di infezioni nosocomiali.

Nei due anni e mezzo di occupazione anche agli studenti di medicina e ai tirocinanti di Gaza è stato negato il diritto all’istruzione medica, compresa la formazione sulla prevenzione delle infezioni e sulla gestione antimicrobica. Ciò pone serie sfide al contenimento e al rallentamento della diffusione di resistenza antimicrobica negli ospedali universitari di Gaza.

Affrontare la crescente minaccia delle malattie infettive a Gaza richiede azioni coraggiose e urgenti. In primo luogo è necessario un vero cessate il fuoco. Ciò include la revoca delle restrizioni all’ingresso di forniture mediche e farmaci salvavita, in particolare antibiotici. Agli operatori umanitari deve essere consentito l’accesso senza ostacoli a Gaza e gli operatori sanitari attualmente incarcerati devono essere liberati. Ai pazienti che necessitano di cure specialistiche deve essere garantito l’espatrio sanitario: molti di quei pazienti soccombono a complicazioni infettive in attesa di un salvacondotto. Devono essere stanziate risorse per la ricostruzione delle infrastrutture igienico-sanitarie, del sistema sanitario e delle capacità di laboratorio di Gaza. Solo con questi prerequisiti i programmi di prevenzione e controllo delle infezioni ospedaliere e di gestione antimicrobica potranno esprimere appieno il loro potenziale. Infine, i sistemi di apartheid e di occupazione che hanno creato le condizioni per il “medicidio” devono essere smantellati; Israele deve essere ritenuto responsabile delle sue azioni genocidarie a Gaza.

Salman Khan, medico e specialista in sanità pubblica, è un esperto di malattie infettive e professore assistente di medicina presso il Columbia University Irving Medical Center di New York. Ha partecipato a una missione medica di tre settimane a Gaza tra febbraio e marzo 2026. In precedenza, aveva già preso parte a missioni mediche in Siria (dicembre 2025) e nella Cisgiordania occupata (agosto 2025).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele incarcera brutalmente il direttore di un ospedale per usarlo come ‘merce di scambio’, sostiene il suo avvocato

Shatha Yaish

22 luglio 2025 – +972 Magazine

Detenuto senza accuse da 7 mesi, il Dott. Hussam Abu Safiya è stato percosso, privato del cibo, tenuto isolato e senza contatti con la famiglia. La sua liberazione è ancora un miraggio.

Tagliato fuori dal mondo e detenuto senza accuse nelle carceri israeliane, il pediatra palestinese dottor Hussam Abu Safiya ha subito ripetute percosse, prolungata segregazione e negligenza medica dal momento del suo arresto a Gaza, ha raccontato a +972 il suo avvocato.

Abu Safiya, direttore dell’Ospedale Kamal Adwan a Beit Lahiya fino alla violenta chiusura imposta dall’esercito israeliano, è attualmente detenuto nel carcere di Ofer, vicino a Ramallah, in Cisgiordania occupata, dove l’avvocato Gheed Kassem lo ha incontrato all’inizio del mese. Era stato arrestato il 27 dicembre durante l’irruzione israeliana nella struttura medica, culmine di un assedio durato due mesi: i soldati avevano radunato il personale all’esterno, li avevano costretti a spogliarsi e poi avevano dato fuoco all’edificio.

Kamal Adwan non era solo il luogo di lavoro di Abu Safiya, era un’ancora di salvezza per un’intera popolazione sotto assedio. La sua chiusura ha segnato il colpo finale al sistema sanitario dei distretti settentrionali di Gaza.

Poco dopo l’irruzione sono emerse immagini che mostravano Abu Safiya condotto in un veicolo militare su ordine dei soldati israeliani. Per una settimana le autorità israeliane hanno negato il suo arresto, prima di ammettere che era in custodia. L’esercito ha giustificato il fermo accusandolo di essere coinvolto in “attività terroristica”, ma a sette mesi di distanza non è stata ancora presentata alcuna prova.

Abu Safiya è stato inizialmente detenuto a Sde Teiman, una base militare nel sud di Israele tristemente nota per le violenze inflitte ai prigionieri palestinesi. Dopo esservi stato trattenuto in condizioni durissime, il 9 gennaio è stato trasferito nella prigione di Ofer.

«Ho cercato di visitarlo il più spesso possibile», ha detto Kassem a +972. «Al momento dell’arresto pesava circa 97 chili. Nei primi due mesi ne ha persi 20. All’ultima visita, ne aveva persi quasi 40».

Abu Safiya ha passato quasi un mese in isolamento a Ofer prima di essere spostato in un reparto con altri detenuti di Gaza, secondo Kassem. Le celle sono sotterranee, senza ventilazione né luce naturale. «L’umidità è tale che i prigionieri sentono freddo anche quando all’esterno la temperatura supera i 30 gradi», ha spiegato.

Anche igiene e condizioni sanitarie sono disastrose. «Spesso nei bagni manca il sapone, c’è solo acqua», ha detto Kassem. «I vestiti vengono lavati ogni mese e mezzo o due. Coperte e lenzuola forse ogni sei mesi». Di conseguenza malattie come la scabbia sono ampiamente diffuse tra i detenuti.

Il cibo fornito dal carcere è «il minimo indispensabile: li stanno deliberatamente affamando», ha aggiunto Kassem. Sono inoltre completamente isolati dal mondo esterno: Abu Safiya ignorava persino la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran.

Subiscono anche percosse immotivate. Abu Safiya ha raccontato che l’ultima aggressione dei secondini è avvenuta il 24 o 25 giugno. «È stato picchiato con brutalità e ferocia, per circa 30 minuti. Aveva lividi su testa, collo e petto. Quando hanno finito ha chiesto di essere visitato da un medico perché non si sentiva bene e accusava un dolore al cuore. Gli è stato negato».

«Era la quinta o sesta volta che lo aggredivano, e gli hanno anche rotto gli occhiali», ha continuato Kassem. «Avevo faticato molto per procurargliene un nuovo paio [dopo che era stato arrestato senza] e a maggio c’ero riuscita, ma quando lo hanno picchiato di nuovo glie li hanno distrutti».

«Sono tribunali fantoccio»

Kassem ha sottolineato l’opacità del quadro giuridico della detenzione di Abu Safiya, regolata dalla Legge sulla Detenzione di Combattenti Illegali (2002), che consente a Israele di incarcerare persone senza accuse né processo se sussistono “motivi ragionevoli” di ritenere che abbia preso parte ad “attività ostili”.

Secondo l’ONG israeliana per i diritti umani HaMoked, circa 2.500 palestinesi di Gaza sono detenuti in base a questa legge, che nega l’accesso a un avvocato per i primi 90 giorni e non prevede limiti alla durata della detenzione.

«L’ordine vale sei mesi e può essere rinnovato all’infinito senza che né il detenuto né l’avvocato sappiano il motivo», ha spiegato Kassem. «Israele sostiene sempre che ci siano “dossier segreti” che nemmeno noi avvocati possiamo vedere. Un semplice sospetto basta a imprigionare qualcuno per anni».

«I processi sono farse», ha aggiunto. «I detenuti nemmeno compaiono in aula (durante le udienze): restano in cella e parlano al telefono con un traduttore che li informa solo che la detenzione è stata prorogata».

Secondo Kassem il caso di Abu Safiya è insolito perché ci è voluto del tempo prima che fosse classificato come “combattente illegale”. «Molti credono che le autorità israeliane abbiano posticipato questo atto nella speranza di formulare accuse precise contro di lui, ma non sono riusciti a estorcergli una confessione. Dopo circa un mese e mezzo di detenzione non hanno avuto altra scelta che ricorrere a questa classificazione».

Kassem ritiene che Abu Safiya sia tenuto come “merce di scambio nei negoziati” e, ha aggiunto, difficilmente sarà rilasciato prima della fine della guerra.

Tuttavia, sostiene, il suo spirito è rimasto intatto. «Nonostante tutti i danni subiti e le dure e difficili condizioni della sua detenzione egli resta ottimista, non si perde mai d’animo ed è fiducioso che il genocidio avrà fine».

«Sento che sta soffrendo»

La famiglia di Abu Safiya però è stata tenuta quasi completamente all’oscuro. «Quasi tutte le notizie sulla sua salute ci arrivano da fonti non ufficiali o, a volte, tramite avvocati», ha detto a +972 suo figlio Elias, 28 anni, anch’egli medico a Gaza. «È trattato in modo disumano: cibo insufficiente, niente luce, interrogatori continui».

Elias, anch’egli medico, si è detto sconcertato che il padre sia considerato una minaccia non avendo fatto altro che il suo lavoro all’ospedale Kamal Adwan. «Non ha alcuna affiliazione politica e credo che il suo arresto sia una conseguenza dei suoi appelli pubblici contro gli attacchi agli ospedali e al sistema sanitario di Gaza», afferma.

L’arresto di Abu Safiya rientra infatti in un più ampio assalto israeliano alla sanità di Gaza che dura da ormai 21 mesi. Un rapporto dell’ONU di aprile ha documentato oltre 1.450 attacchi a operatori, pazienti, ospedali e strutture mediche dal 7 ottobre, oltre all’arresto di centinaia di operatori sanitari da parte delle forze israeliane.

La moglie Albina ha raccontato a +972 che i medici rilasciati le hanno detto di essere stati pestati e torturati. «I miei figli cercano di proteggermi dai dettagli sulla salute [di Hussam], temono che la tristezza possa essere troppa per me. Ma io sento che sta soffrendo».

«Credo che l’esercito lo odi per la sua dedizione al lavoro», ha aggiunto. «Ha fatto tutto il possibile per sostenere il sistema sanitario di Gaza al collasso e salvare i feriti nonostante la mancanza di risorse. Vogliamo che torni, per stare insieme e continuare la nostra vita».

«Stiamo ancora piangendo nostro figlio Ibrahim, ucciso deliberatamente durante l’irruzione dell’esercito nell’ospedale. Non abbiamo nemmeno avuto il tempo di elaborare il lutto».

+972 Magazine ha chiesto un commento all’Amministrazione Penitenziaria Israeliana; eventuali risposte saranno aggiunte a questo articolo.

Ibtisam Mahdi ha contribuito a questo report.

Shatha Yaish è una giornalista corrispondente da Gerusalemme Est e la Cisgiordania.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Oltre 160 medici di Gaza detenuti nelle prigioni israeliane fra segnalazioni di torture

Annie Kelly, Hoda Osman e Farah Jallad

25 febbraio 2025 The Guardian

Medici anziani affermano di aver subito abusi fisici per mesi, e l’ONU chiede il rilascio di coloro che sono ancora detenuti

Si ritiene che almeno 160 operatori sanitari di Gaza, tra cui più di 20 dottori, siano ancora all’interno delle strutture di detenzione israeliane, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso profonda preoccupazione per il loro benessere e la loro sicurezza.

Healthcare Workers Watch (HWW, Osservatorio sugli operatori sanitari), una ONG medica palestinese, ha detto che è stata confermata la detenzione di 162 membri del personale medico nelle prigioni israeliane, tra cui alcuni dei medici più anziani di Gaza, e che altri 24 sono scomparsi dopo essere stati prelevati dagli ospedali durante il conflitto.

Muath Alser, direttore di HWW, ha affermato che la detenzione di un gran numero di dottori, infermieri, paramedici e altri operatori sanitari di Gaza è illegale ai sensi del diritto internazionale e sta aumentando le sofferenze dei civili negando loro cure e competenza medica.

“Il fatto che Israele prenda così di mira il personale sanitario sta avendo un impatto devastante sul provvedere assistenza sanitaria ai palestinesi, con sofferenze estese, innumerevoli morti evitabili e l’effettiva soppressione di intere specialità mediche”, ha affermato Alser.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma di aver verificato che dall’inizio della guerra 297 operatori sanitari di Gaza sono stati arrestati dall’esercito israeliano, ma l’Organizzazione non aveva dati aggiornati su quanti siano stati rilasciati o siano rimasti in detenzione.

HWW afferma che i suoi dati dimostrano un numero leggermente più alto e di aver verificato che l’esercito israeliano ha imprigionato 339 operatori sanitari di Gaza.

L’OMS ha affermato di essere “profondamente preoccupata per il benessere e la sicurezza degli operatori sanitari palestinesi in detenzione israeliana” a seguito di segnalazioni secondo cui i detenuti nelle strutture carcerarie israeliane sarebbero regolarmente sottoposti a violenza e maltrattamenti.

L’avvocato che rappresenta il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il cui arresto a dicembre da parte delle forze israeliane aveva scatenato una condanna internazionale, ha di recente affermato che gli era stato permesso solo ora per la prima volta di vedere Abu Safiya detenuto nella prigione di Ofer a Ramallah e che gli ha raccontato di essere stato torturato, picchiato e che gli erano state negate le cure mediche. Il Guardian e l’Arab Reporters for Investigative Journalism (ARIJ) hanno ascoltato anche la testimonianza dettagliata di sette medici anziani che hanno affermato di essere stati prelevati da ospedali, ambulanze e posti di blocco a Gaza, trasferiti illegalmente oltre confine in strutture carcerarie gestite da Israele e sottoposti a mesi di torture, percosse, fame e trattamenti disumani prima di essere rilasciati senza accuse.

“Francamente, per quanto racconti ciò che ho vissuto in detenzione, è solo una frazione di ciò che è realmente accaduto”, ha detto il dottor Mohammed Abu Selmia, direttore dell’ospedale al-Shifa, che è stato detenuto per sette mesi nelle prigioni israeliane prima di essere rilasciato senza accuse. “Sto parlando di manganellate, percosse con il calcio dei fucili e aggressioni con i cani. C’era poco o niente cibo, niente igiene personale, niente sapone nelle celle, niente acqua, niente servizi igienici, niente carta igienica… Ho visto lì persone che morivano… Sono stato picchiato così duramente che non potevo stare in piedi o camminare. Non passava giorno senza torture”. In una dichiarazione al Guardian, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha condannato la attuale detenzione di personale medico da parte di Israele e ha detto di essere profondamente preoccupato per il loro benessere.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UN OHCHR) ha affermato che Israele deve rilasciare immediatamente anche il personale medico trattenuto arbitrariamente e “porre fine a tutte le pratiche che si concludono con sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti”.

L’UN OHCHR ha precedentemente affermato che “è evidente” che la detenzione di un gran numero di operatori sanitari da parte dell’esercito israeliano ha contribuito al collasso del sistema sanitario a Gaza. Ajith Sunghay, capo dell’ufficio per i territori palestinesi occupati presso l’UN OHCHR, ha affermato: “I responsabili di crimini ai sensi del diritto internazionale devono essere chiamati a risponderne”.

In base alle convenzioni di Ginevra (l’insieme di leggi internazionali che regolano la condotta delle parti in conflitto) i medici devono essere protetti, non presi di mira o attaccati durante il conflitto e deve essere loro consentito di continuare a fornire assistenza medica a coloro che ne hanno bisogno.

Tedros ha affermato: “Gli operatori sanitari, le strutture in cui lavorano e i pazienti di cui si prendono cura… non devono mai essere bersagli. Infatti, secondo il diritto umanitario internazionale, dovrebbero essere attivamente protetti”.

È noto che due dei medici più anziani di Gaza, il dottor Iyad al-Rantisi, consulente ostetrico e ginecologo presso l’ospedale Kamal Adwan, e il dottor Adnan al-Bursh, capo del reparto ortopedico dell’ospedale al-Shifa, sono morti in detenzione.

In passato, Israele ha difeso le sue operazioni militari sul sistema sanitario di Gaza sostenendo che gli ospedali venivano utilizzati da Hamas come centri di comando militare e che gli operatori sanitari detenuti erano sospettati. Secondo il diritto internazionale, le strutture sanitarie possono perdere il loro status di protezione e diventare obiettivi militari se vengono utilizzate per atti che siano “dannosi per il nemico”.

Volker Türk, alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha affermato che fino ad oggi Israele non è riuscito a comprovare le sue accuse.

Il Guardian ha sottoposto tutte le accuse dei dottori relative alla loro detenzione alle Forze di difesa israeliane (IDF), che non hanno risposto sui singoli casi ma hanno fornito una dichiarazione generale in cui affermavano di “operare per ripristinare la sicurezza dei cittadini di Israele, riportare a casa gli ostaggi e raggiungere gli obiettivi della guerra operando secondo il diritto internazionale. Durante i combattimenti nella Striscia di Gaza sono stati arrestati i sospetti di attività terroristiche. I sospettati in questione sono stati portati in Israele per ulteriore detenzione e interrogatori. Coloro che non sono coinvolti in attività terroristiche vengono rilasciati nella Striscia di Gaza il prima possibile”.

L’IDF ha affermato di fornire a ogni detenuto indumenti adatti, un materasso, cibo e bevande regolari e accesso alle cure mediche. Ha anche affermato che l’ammanettamento dei detenuti avviene in conformità con le politiche dell’IDF. Ha affermato di essere a conoscenza di incidenti in cui i detenuti sono morti in detenzione e che vengono condotte indagini per ciascuna di queste morti.

“L’IDF agisce in conformità con il diritto israeliano e internazionale al fine di proteggere i diritti dei detenuti trattenuti nelle strutture di detenzione e interrogatorio”, ha affermato.

I resoconti dei medici sono simili a quelli di altri ex detenuti palestinesi che descrivono abusi e torture sistematici nel periodo in detenzione israeliana.

All’inizio di questo mese un soldato israeliano è stato condannato a sette mesi di prigione per abusi sui detenuti, la prima condanna del genere in Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Medici da tutto il mondo chiedono a Israele di rilasciare il direttore dell’ospedale Kamal Adwan

Firdevs Bulut

31 dicembre 2024 – Middle East Eye

Professionisti sanitari e utenti dei social media si mobilitano per il dottor Hussam Abu Safiya di Gaza e fanno appello alla comunità internazionale

Operatori sanitari e utenti dei social media di tutto il mondo chiedono il rilascio immediato del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, attualmente detenuto dall’esercito israeliano.

Questa settimana medici, professionisti sanitari e comuni civili si sono rivolti ai social media per condividere il loro sostegno ad Abu Safiya, utilizzando l’hashtag “Free Dr Hussam Abu Safiyeh”, oltre a moltiplicare le richieste che Israele smetta di attaccare gli ospedali di Gaza nella sua guerra contro l’enclave assediata iniziata nell’ottobre 2023.

Oltre all’hashtag virale è stata avviata una petizione sulla piattaforma Change.org.

La petizione è indirizzata al presidente degli Stati Uniti Joe Biden e alla vicepresidente Kamala Harris e invita “la comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti, a usare la propria influenza e autorità per costringere Israele a rilasciare immediatamente il dottor Abu Safiya e il resto del personale medico e i pazienti presi in arresto al Kamal Adwan”.

“L’assistenza sanitaria non è un crimine. Attaccare deliberatamente gli ospedali, il personale medico e i pazienti lo è”, si legge nel testo della petizione.

Quasi 2.000 persone hanno firmato la petizione, citando le leggi internazionali che proibiscono attacchi deliberati o intenzionali alle strutture e al personale medico, così come ai feriti e ai malati.

Anche la famiglia di Abu Safiya ha fatto appello alla comunità internazionale affinché agisca per il rilascio del medico.

Per attirare maggiore attenzione sulla causa professionisti della sanità hanno condiviso immagini online con messaggi scritti a mano con l’hashtag #FreeDrHussamAbuSafiya.

Le forze israeliane hanno arrestato Abu Safiya venerdì, dopo aver preso d’assalto l’ospedale Kamal Adwan. Durante l’assalto diversi reparti hanno preso fuoco e sono stati uccisi e feriti operatori sanitari e pazienti palestinesi, secondo Munir al-Bursh, direttore generale del ministero della Salute palestinese a Gaza.

Nel raid le forze israeliane hanno affermato di aver ucciso almeno 20 palestinesi.

Secondo i resoconti di lunedì Abu Safiya è attualmente detenuto nella famigerata prigione israeliana di Sde Teiman, dove abusi, tra cui torture, omicidi e stupri, sono all’ordine del giorno, hanno affermato dei prigionieri recentemente rilasciati.

Bursh ha riferito che le forze israeliane hanno picchiato violentemente Abu Safiya prima di arrestarlo.

Dopo la notizia della detenzione di Abu Safiya a Sde Teiman molte persone hanno chiesto online alle autorità israeliane di assumersi le proprie responsabilità e di fornire spiegazioni.

L’ospedale Kamal Adwan, che era l’ultimo ospedale funzionante nel nord di Gaza, è stato ora reso fuori servizio a causa dei continui attacchi israeliani.

Abu Safiya ha guadagnato notorietà durante la guerra israeliana a Gaza grazie ai suoi appelli per una migliore assistenza sanitaria per tutti i palestinesi e i suoi aggiornamenti regolari dall’enclave devastata dalla guerra.

È stato anche elogiato per essersi rifiutato di abbandonare i pazienti dell’ospedale Kamal Adwan, anche se Israele lo ha preso d’assalto e ha portato via con la forza i sanitari.

L’ultima fotografia scattata prima che fosse arrestato mostra Abu Safiya con il suo camice che cammina da solo verso due carri armati israeliani completamente circondato dalle macerie. Da allora quell’immagine è diventata virale.

Venerdì il resto del personale medico, i pazienti e i loro parenti sono stati portati fuori dall’ospedale sotto la minaccia delle armi, costretti a restare solo con la biancheria intima e trasferiti in un luogo sconosciuto.

Secondo l’Ufficio Governativo dell’Informazione con sede a Gaza al momento del raid nell’ospedale c’erano 350 persone, tra cui 180 operatori sanitari e 75 feriti.

A giugno un rapporto del ministero della Salute palestinese ha affermato che dall’inizio della guerra erano stati uccisi oltre 500 componenti del personale medico.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)