Nel reparto propaganda dell’esercito israeliano

Illy Pe’ery 

April 8, 2026 +972 Magazine

Campagne di guerra psicologica, fughe di notizie selettive, accesso riservato a inviati selezionati: soldati e giornalisti rivelano come l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane controlli il discorso pubblico e promuova la narrativa di Israele all’estero

Nell’ottobre del 2023 la riserva Gili fu richiamata in servizio nell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e assegnata al Comando Nord. Nei giorni successivi agli attacchi di Hamas, mentre l’attenzione pubblica in Israele era concentrata sulla devastazione nel sud, Hezbollah iniziò a lanciare razzi e missili anticarro verso il nord di Israele.

“Lavoravamo con turni di 12 ore in una sala operativa sotterranea, mentre i soldati negli avamposti erano terrorizzati, ma non potevamo raccontare che il nord era in fiamme”, ha ricordato. “Nonostante i lanci incessanti minimizzavamo la situazione sul fronte settentrionale per evitare di scatenare il panico tra la popolazione. Le persone non morivano come al sud, ma ricordo di aver avuto la sensazione che stessimo dando un’immagine distorta: mostravamo molta più forza che vulnerabilità”.

L’esperienza portò Gili, che ha chiesto di usare uno pseudonimo, a mettere in discussione lo stesso sistema per cui aveva prestato servizio per anni. “Era facile ripetere di continuo che ‘Le IDF sono preparate a qualsiasi scenario'”, ha continuato. «Chi eravamo noi per metterlo in dubbio? Ma in realtà erano tutte cazzate.»

«Lo si vede anche con l’Iran: l’attenzione è quasi interamente concentrata sulla schiacciante potenza dell’esercito e non c’è quasi altro», spiega. «Non mi rassicura sentirmi dire quanto duramente stiano colpendo le Forze di Difesa Israeliane o della superiorità aerea rispetto a Teheran. In fin dei conti i missili balistici continuano a colpirci, e niente è normale. Ci sono i sistemi di difesa aerea, ma per ogni 10 intercettazioni riuscite ci sono anche colpi che vanno a segno».

Alla domanda su chi oggi ritenga credibile Gili ha risposto senza esitazione: «Nessuno. Né quello che dice il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, né i corrispondenti militari. Sono solo dei portavoce».

Parlando con il sito investigativo israeliano The Hottest Place in Hell [Il posto più caldo all’inferno], soldati dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane e corrispondenti militari di pubblicazioni israeliane hanno delineato un modello sistematico: una spinta ossessiva al controllo del discorso pubblico, un trattamento di favore per i giornalisti “comodi” mentre quelli critici vengono emarginati e puniti e, soprattutto, una cultura che si organizza sull’inganno.

Durante i primi 14 mesi della guerra di Israele a Gaza l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha condotto addirittura una campagna segreta di interventi psicologici volta a plasmare l’opinione pubblica in Israele e all’estero, come ha recentemente rivelato The Hottest Place in Hell. Parallelamente a queste attività di manipolazione l’Unità aveva il compito di elaborare e distribuire filmati relativi all’attacco di Hamas del 7 ottobre contro le comunità israeliane vicino a Gaza.

Secondo le testimonianze i soldati hanno raccolto grandi quantità di materiale visivo, inclusi filmati girati dai militanti di Hamas, e lo hanno rielaborato per una rapida diffusione sulle piattaforme dei social media.

Questo processo è culminato in Testimonianza del massacro del 7 ottobre, quello che in Israele è noto come il “video delle atrocità”: una raccolta di 47 minuti di filmati grezzi prodotti sotto la supervisione del maggiore (riserva) Yuval Horowitz, capo del reparto per le campagne informative.

“Era come il Far West: non c’era alcuna restrizione”, ha affermato un soldato che ha prestato servizio nell’Unità e ha lavorato al film. «Siamo stati sommersi dai materiali e abbiamo visto di tutto. Ero sotto shock, ma allo stesso tempo c’era la pressione a diffondere tutto il possibile… era come in una campagna pubblicitaria sui social media: cosa funziona? Cosa non funziona? Cosa attira l’attenzione?»

«Il Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane mente», ha dichiarato un alto corrispondente militare a The Hottest Place in Hell. «Qualche volta si tratta di manipolare i dati, ma alla fine è il pubblico a essere colto alla sprovvista.”

«All’inizio dell’Operazione Leone Ruggente», ha continuato, riferendosi all’attuale guerra con l’Iran, «le Forze di Difesa Israeliane avevano affermato di aver distrutto il 70% dei lanciamissili iraniani. Abbiamo verificato e ci siamo subito resi conto che non era vero: a volte venivano colpiti gli ingressi dei tunnel dei lanciamissili, non i lanciamissili stessi, e questi continuavano a sparare nonostante fossero stati “distrutti”. Sui principali organi di stampa nessuno l’ha messo in discussione. Ma quando la guerra finirà e i missili continueranno a cadere, la gente non capirà come la cosa sia possibile».

Dopo quasi due anni e mezzo di guerra continua sembra che la fiducia del pubblico israeliano nella narrativa dell’esercito stia venendo meno. Tra una sirena e l’altra, sempre più israeliani si chiedono: stiamo davvero raggiungendo gli obiettivi come ci viene detto? E se sì, perché continuiamo a correre nei rifugi?

Costruire un’operazione di influenza occulta

Il 29 ottobre 2023 su WhatsApp è apparso un gruppo che si chiama “Fact Check – Daily Content” [Verifica dei fatti – Argomenti quotidiani]. La descrizione in inglese presentava l’iniziativa come un progetto educativo neutrale: “un’organizzazione senza scopo di lucro che si impegna a fornire agli studenti informazioni e dati concreti sulla guerra in corso tra Israele e l’organizzazione terroristica Hamas”.

Due settimane dopo, il 12 novembre, è stato creato un canale YouTube chiamato “Fact Check” che utilizza un account statunitense e si presenta di nuovo come “organizzazione giornalistica senza scopo di lucro”. Il giorno successivo è stato aperto un account Instagram con lo stesso nome.

In realtà, come recentemente rivelato da Hottest Place in Hell, è stata l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a lanciare e gestire questi canali. Questa campagna di propaganda si è svolta da ottobre 2023 a dicembre 2024 sotto le spoglie di un’iniziativa mediatica indipendente e senza scopo di lucro, presentata come un organo di “fact-checking”. Durante questo periodo ha prodotto e diffuso decine di video che promuovevano la narrativa militare israeliana senza rivelarne la provenienza.

Nessuno dei canali è riuscito ad attrarre un gran numero di iscritti. Tuttavia per l’operazione sono stati reclutati decine di influencer israeliani e internazionali filo-israeliani per amplificare i messaggi orchestrati dai militari, tra cui Noa Tishby e Sarai Givaty insieme ad altre figure delle comunità ebraiche all’estero. I contenuti venivano diffusi tramite WhatsApp, YouTube e Instagram, raggiungendo milioni di spettatori.

I video promuovevano una serie di argomentazioni strettamente allineate con la propaganda ufficiale israeliana. Tra queste l’affermazione che gli ebrei non possono essere considerati colonizzatori in Palestina a causa dei loro legami storici con il biblico Regno di Giuda, mentre sono gli “arabi” i veri “colonizzatori della terra”, l’asserzione che le azioni di Israele a Gaza non costituiscono genocidio e la difesa dalle accuse di crimini di guerra mosse contro Israele dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia.

«I canali [su YouTube, WhatsApp e Instagram] si rivolgevano ad un pubblico straniero e si presentavano come neutrali e non affiliati a Israele», ha dichiarato a The Hottest Place in Hell un soldato coinvolto nella produzione dei video. «Ma tutto era creato all’interno della nostra Unità e chiaramente promuoveva la narrativa israeliana. La Divisione Campagne è l’area moralmente più ambigua all’interno dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane», ha continuato il soldato. «All’inizio sentivamo l’urgenza di mostrare al mondo ciò che avevamo vissuto. Ma molto rapidamente la situazione è cambiata. Gaza veniva rasa al suolo e la narrativa che poteva aver retto nelle prime settimane ha iniziato a sgretolarsi. Quando sono stato congedato provavo un profondo senso di repulsione per averne fatto parte».

L’indagine suggerisce che non si trattasse di un’iniziativa isolata, ma parte di un più ampio schema di operazioni psicologiche condotte dall’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane.

Nel maggio 2021, durante quella che l’esercito israeliano ha soprannominato “Operazione Guardiano delle Mura”, la Divisione Campagne dell’Unità ha lanciato un’iniziativa sui social media con l’hashtag #GazaRegrets, volta a incrementare il sostegno alle azioni militari a Gaza tra l’opinione pubblica israeliana. Nell’ambito del progetto i soldati gestivano account falsi che condividevano immagini di raid aerei israeliani a Gaza con quell’hashtag, interagendo con gli account social dei sostenitori del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di altri politici di destra, il tutto senza rivelare la loro affiliazione all’esercito.

A seguito di un’inchiesta di Haaretz che ha smascherato la campagna, l’esercito ha riconosciuto il proprio coinvolgimento e l’ha definita un “errore”. Tuttavia, le scoperte di The Hottest Place in Hell indicano che metodi simili hanno continuato a essere impiegati negli anni successivi.

L’approccio “bastone e carota” dell’esercito

L’Ufficio Stampa delle Forze di Difesa Israeliane funge in primo luogo da punto di contatto tra il pubblico e le forze armate attraverso la stampa. Per ottenere informazioni, verificare i dettagli o intervistare ufficiali delle forze armate i giornalisti devono passare attraverso questo Ufficio, conferendogli un potere che, secondo i giornalisti e i soldati intervistati da The Hottest Place in Hell, viene spesso forzato per distorcere la copertura mediatica e di conseguenza la percezione che il pubblico israeliano ha dell’esercito.

Roni si è arruolata nell’esercito israeliano nel 2019 e ha prestato servizio in questo Ufficio. Come molti altri è stata richiamata come riservista dopo il 7 ottobre e ha svolto a rotazione diversi ruoli tra cui rispondere alle richieste dei giornalisti e distribuire comunicati stampa. “Era quasi come una droga”, ha ricordato. “La misura della responsabilità affidatami mi aveva profondamente coinvolta. Ero reperibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ricevevo telefonate continuamente. Mi sentivo come se stessi facendo qualcosa di enorme”.

L’ufficio stampa è suddiviso in diverse sezioni all’interno delle divisioni e dei dipartimenti dell’esercito. I portavoce sul campo, in genere ufficiali con il grado di capitano o maggiore, sono integrati nei comandi e nelle brigate e sono responsabili delle risposte alle richieste dei media.

Ad esempio, se un giornalista chiede informazioni su un incidente in Cisgiordania, il quartier generale inoltra la richiesta al team portavoce del Comando Centrale che raccoglie i dettagli dalle unità competenti e formula una risposta ufficiale. I portavoce sul campo hanno anche il compito di individuare “notizie” all’interno delle sezioni che possano essere proposte ai media, fungendo essenzialmente da ufficio stampa.

Il ruolo più comune dell’Unità tuttavia è quello di interfacciarsi con i media, con dipartimenti specializzati che si occupano rispettivamente di televisione, stampa, digitale e radio. Quando i giornalisti desiderano una risposta in merito al loro articolo in genere contattano il dipartimento corrispondente alla loro testata, ad eccezione di un gruppo selezionato di 16 reporter israeliani che appartengono alla cosiddetta “cellula dei corrispondenti”.

«I membri della cellula ricevono briefing esclusivi, partecipano a conferenze, hanno linee dirette e sono invitati a eventi speciali», ha spiegato Roni. «C’erano giornalisti e testate che non venivano ammessi per anni e altri venivano riassegnati a dipartimenti meno prestigiosi, ad esempio dalla redazione nazionale di InterRadio a quella di testate locali, poiché erano critici nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane. Io non ero al livello in cui venivano prese queste decisioni, ma spesso tutto dipendeva dall’atteggiamento del giornalista nei nostri confronti: è un sistema di dare e avere.»

Un giornalista ha raccontato a The Hottest Place in Hell che a volte il suo lavoro giornalistico gli è costato caro a livello professionale. «Ero molto critico nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane e la cosa non piaceva. Delle persone all’interno dell’esercito mi dicevano che le mie critiche erano eccessive, anche alcuni membri dell’Ufficio del Portavoce», ha affermato. Per anni è stato boicottato dall’Ufficio, finché la sua testata non ha esercitato pressioni e costretto l’esercito ad ammetterlo nella cellula.

«Quando sono entrato a far parte della cellula dei corrispondenti ho capito che non era finita lì: ci sono delle “caste” all’interno del gruppo, con una chiara priorità per i giornalisti meno critici», ha continuato. «I corrispondenti televisivi sono favoriti, soprattutto quelli considerati allineati alla narrativa delle IDF. La gerarchia è evidente: ad esempio, durante i briefing su Zoom, alcuni giornalisti di spicco non partecipano nemmeno, ma pubblicano comunque le informazioni, il che significa che le hanno ricevute in anticipo.»

«L’Ufficio del Portavoce delle IDF opera con un approccio basato su premi e punizioni», ha dichiarato un altro corrispondente militare di alto livello, parlando in anonimato. «Se li critichi, vieni punito».

Yaniv Kubovich, corrispondente militare di Haaretz, è stato autore di diverse importanti inchieste in tempo di guerra. Parlando con The Hottest Place in Hell ha affermato che quando chiedeva chiarimenti al portavoce delle Forze di Difesa Israeliane l’obiettivo principale dell’Unità era quello di bloccare la pubblicazione, non di fornire informazioni accurate.

«Mi rivolgevo a loro con tutto quello che avevo, ma erano concentrati solo sul farmi abbandonare la storia ed evitare una risposta», ha detto. «Dal 7 ottobre, con tutto il trauma subito, le Forze di Difesa Israeliane stanno facendo di tutto per sopprimere le notizie che denunciano fallimenti, problemi etici o carenze di comando, invece di esaminare cosa sia realmente accaduto. In questo senso sono tornate alla stessa arroganza di prima: la convinzione che nessuno possa criticarle attraverso la stampa».

Kubovich, membro di lunga data della cellula dei corrispondenti, l’ha descritta sostanzialmente come uno strumento di controllo. «Il rapporto tra il Portavoce delle IDF e la cellula dei corrispondenti è assurdo. La dipendenza è assoluta», ha affermato. «Gli consente di decidere quando parliamo e con chi.

Siamo in guerra da così tanto tempo e abbiamo incontrato il Capo di Stato Maggiore forse due volte. Da quando [il Capo di Stato Maggiore Eyal] Zamir si è insediato non abbiamo incontrato il comandante del Comando Meridionale nemmeno una volta, nonostante sia il fronte più critico. Non incontra i giornalisti critici perché potrebbero minare il morale.»

Fughe selettive di notizie e accesso esclusivo

Durante il suo servizio Roni ha contribuito a decidere se e come rispondere ai giornalisti. “Quando sceglievamo di non rispondere, spesso si trattava di reportage molto problematici, ma anche di giornalisti con cui preferivamo non avere a che fare”, ha affermato. Un’altra pratica consisteva in fughe selettive di notizie o, come ha detto Roni, assicurarsi che «alcuni materiali venissero pubblicati da una testata e non da un’altra».

Questo è quanto è successo nel dicembre 2024 quando, per due settimane, l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane si è rifiutato di spiegare come gli attivisti di Uri Tsafon, un gruppo israeliano che promuove la colonizzazione del Libano meridionale, fossero riusciti ad attraversare il confine indisturbati. Dopo aver inizialmente negato che dei civili avessero oltrepassato il confine, l’ufficio ha cambiato idea e ha fatto trapelare l’informazione a Doron Kadosh, corrispondente militare della Radio dell’Esercito Israeliano. Kadosh ha poi promosso la versione dell’esercito sull’incidente, definendolo un «grave incidente oggetto di indagine», aggiungendo che «erano state intraprese diverse operazioni per bloccare i varchi nella recinzione».

«I giornalisti di guerra che non pendono dalle labbra del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane muoiono di fame», ha detto Roni. «Ci vuole molto impegno per trovare fonti al di fuori del sistema, e questo ci dava un grande vantaggio». Questa dinamica va oltre l’accesso ai briefing o alle risposte ufficiali. Come ha osservato Roni, questi rapporti di “dare e avere” si traducono in potere, prestigio e incentivi finanziari.

«Alla fine lavoriamo per gli ascolti», ha detto un giornalista, parlando in forma anonima a The Hottest Place in Hell. «Quando succede qualcosa, la cellula dei corrispondenti viene informata per prima: sono i primi a pubblicare. Se non fai parte di quel gruppo e non sei abbastanza preparato come giornalista pubblichi con 10 minuti di ritardo rispetto agli altri e sei irrilevante».

Di fatto l’Unità del Portavoce usa la fiducia del pubblico non solo per gestire le informazioni, ma anche per influenzare la concorrenza commerciale tra le testate giornalistiche. «L’Unità fornisce una certa notizia a Canale 12 perché ha ascolti elevati, ma poiché aveva già fornito loro notizie precedenti, crea interferenze nella concorrenza», ha osservato il giornalista.

«Questo crea un circolo vizioso nell’intero sistema», ha affermato un altro giornalista. «Abbiamo discusso tra di noi se valesse la pena contrastare l’Unità. Ma in definitiva i proprietari vedono che i concorrenti ottengono le notizie e vogliono lo stesso. Tutto si riduce al controllo dei giornalisti e alla repressione delle critiche».

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha rifiutato di commentare.

Illy Pe’ery è una giornalista investigativa e redattrice associata della rivista online israeliana indipendente The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele è riuscito a sfuggire alla condanna per aver colpito le strutture sanitarie di Gaza. Non sorprende che lo stia facendo anche in Libano.

Seema Jilani

8 aprile 2026 – The Guardian

Come medico che ha lavorato in una zona di conflitto ho visto luoghi un tempo considerati sacri diventare bersagli legittimi in guerra. Tutto questo deve finire.

Il fine settimana di Pasqua ha segnato uno dei momenti più intensi della guerra di Israele contro il Libano. Domenica intorno alle 14 l’aviazione israeliana ha bombardato una zona residenziale densamente popolata vicino all’ospedale universitario Rafik Hariri, il più grande ospedale pubblico del Libano, uccidendo almeno cinque persone e ferendone altre 50.

Quando lavoravo in quell’ospedale nel 2020 curavo le persone più vulnerabili della società libanese: lavoratori migranti, palestinesi apolidi, rifugiati siriani. Quanto accaduto domenica è coerente con quella che sembra essere la più ampia strategia di Israele in Libano: organizzazioni per i diritti umani e operatori sanitari affermano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno paralizzando le infrastrutture sanitarie, prendendo di mira ospedali e personale medico, a volte anche mentre si trovano nelle ambulanze o nei centri di primo soccorso. Israele sta inoltre praticando su larga scala lo sfollamento forzato di civili, rendendo invivibili alcune zone del Paese, mentre l’affermazione di Benjamin Netanyahu secondo cui il cessate il fuoco di due settimane con l’Iran non si applica al Libano ci fa capire che la situazione è tutt’altro che risolta.

Israele sta applicando al Libano le stesse tattiche utilizzate a Gaza. Il modello si è dimostrato efficace. Normalizza la distruzione di ospedali e attrezzature mediche e allo stesso tempo scoraggia chi cerca assistenza sanitaria. Secondo Save the Children in Medio Oriente e nella regione circostante si verifica un attacco contro le strutture sanitarie ogni sei ore, il che indica che gli ospedali stessi sono stati di fatto trasformati in zone di guerra.

Mentre lavoravo a fianco degli operatori sanitari palestinesi a Gaza nel 2023 e nel 2024 ho assistito a straordinari atti di eroismo professionale. Trascorrevano ore interminabili di guardia, dichiarando morti i propri colleghi al pronto soccorso, per lasciare il lavoro e cercare cibo e riparo solo durante le evacuazioni forzate. L’Israeli Coordination of Government Activities in the Territories [Coordinamento delle Attività Governative nei Territori israeliano, ente israeliano che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.] aveva promesso che l’ospedale di al-Aqsa, dove lavoravamo, e la nostra foresteria sarebbero rimasti intatti, o “immuni dal conflitto”. Ma lentamente la guerra si avvicinava. Nel gennaio 2024 un proiettile colpì le pareti del reparto di terapia intensiva. Poco dopo la mia partenza la nostra foresteria fu bombardata e la maggior parte dei pazienti e del personale medico furono costretti a lasciare l’ospedale seguendo gli ordini di evacuare le strutture della zona. Ancora oggi non so che fine abbiano fatto i miei piccoli pazienti.

Nulla di tutto ciò è paragonabile alle atrocità subite dagli operatori sanitari palestinesi. La CNN ha riportato come nel novembre 2023 il personale medico dell’ospedale al-Nasr per ordine dei militari israeliana fu costretto ad abbandonare l’ospedale con tale fretta che in seguito furono ritrovati neonati in decomposizione nei letti. Dal dicembre 2024 il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il dottor Hussam Abu Safiya, è detenuto, il suo avvocato afferma che è stato torturato, picchiato e gli è stato negato l’accesso alle cure mediche. Nel marzo 2025 i corpi di 15 paramedici e soccorritori sono stati ritrovati in una fossa comune, secondo le Nazioni Unite uccisi a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane.

Israele è sfuggito alle conseguenze di questi atti a Gaza e ora agisce impunemente in Libano. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità dal 2 marzo sono stati segnalati in Libano oltre 90 “attacchi contro le strutture sanitarie” che hanno provocato 137 feriti e 53 morti. Forse altrettanto devastante è la convinzione dei pazienti che i sistemi sanitari non siano più sicuri. Gli ospedali un tempo erano sacri. Il nuovo contesto cambia le carte in tavola per le famiglie: vale la pena andare in ospedale per far curare il proprio bambino per un attacco d’asma e, sapendo che Israele attacca gli ospedali, correre il rischio?

L’esercito israeliano sostiene che Hezbollah sfrutti sistematicamente le strutture mediche in Libano per “attività terroristiche”. Non sono state fornite prove a sostegno di queste affermazioni. Al mio ritorno da Gaza la mia ONG mi ha spiegato come rispondere a questa accusa infondata: semplicemente riportando ciò che avevo visto, ovvero dire che non ci sono prove che suggeriscano che gli ospedali vengano utilizzati come basi militari. Ma la risposta più completa e onorevole è questa: non importa minimamente se gli ospedali abbiano un duplice utilizzo per attività militari. Attaccare un ospedale è un crimine, punto e basta. I medici devono curare i pazienti senza timore né favoritismi. Se un bambino è in arresto cardiaco non interromperò il massaggio cardiaco per accertarmi delle affiliazioni politiche dei suoi genitori.

Ho lavorato nei campi profughi palestinesi per oltre 20 anni. Nel 2010, ho curato pazienti a Shatila, luogo del famigerato massacro di Sabra e Shatila del 1982. Lì ho incontrato Fatima, una madre di tre figli, che ricordava di aver camminato su innumerevoli corpi dopo i massacri e di aver trovato suo marito tra le vittime. Non so dove si trovi oggi, ma so che, in quanto palestinese apolide, non avrebbe diritto all’assistenza medica negli ospedali privati ​​in Libano. Se fosse in un’ambulanza, rischierebbe di essere presa di mira. La sua morte sarebbe solo un’altra statistica nei rapporti ufficiali che non si traducono mai in conseguenze per coloro che perpetrano crimini di guerra.

Il precedente creato a Gaza e ora in Libano è pericoloso per ogni conflitto futuro. Quando persino le ambulanze diventano un bersaglio, le regole di ingaggio vengono distorte per sempre.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele garantisce l’impunità a coloni e soldati, e una famiglia palestinese viene uccisa a colpi d’arma da fuoco

Editoriale di Haaretz

16 marzo 2026 Haaretz

La responsabilità dell’uccisione della famiglia Bani Odeh a Tammun, nella parte settentrionale della valle del Giordano, avvenuta nella notte tra sabato e domenica ricade sull’alto comando delle Forze di Difesa Israeliane, sulla Polizia israeliana e sul governo israeliano. Le scuse non servono a nulla: senza alcuna giustificazione, un’unità in borghese della Polizia di Frontiera in Cisgiordania ha sparato contro un’auto che semplicemente trasportava un padre, una madre e quattro figli di ritorno a casa. I soldati non erano in pericolo e, anche se l’avessero percepito, nulla può giustificare la pesante e indiscriminata sparatoria.

L’unità in borghese è entrata nel villaggio a bordo di un’auto con targa palestinese mentre la famiglia stava tornando da una spesa a Nablus, in vista del Ramadan. Secondo i testimoni oculari, le truppe hanno aperto il fuoco contro di loro. I primi a essere colpiti sono stati Othman di 7 anni, che a quanto pare aveva bisogno di cure speciali ed era cieco, e Mohammed di 5 anni, seguiti dai genitori, Ali Khaled Bani Odeh di 37 anni, e Waad Othman Bani Odeh di 35. Un terzo bambino, Khaled, di 11 anni, sopravvissuto all’attacco, ha raccontato che dopo la sparatoria un soldato lo ha tirato fuori dall’auto, lo ha picchiato e gli ha detto: “Abbiamo ucciso dei cani”.

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ha dichiarato che il veicolo “ha accelerato in direzione delle truppe” e che l’unità “si è sentita in pericolo”. Un parente ha commentato: “Un padre, una madre e quattro figli. Chi mai accelererebbe? Questo è un omicidio a sangue freddo”.

La vita dei palestinesi in Cisgiordania è diventata un bene di scarso valore, sia per i coloni in uniforme o anche in abiti civili, sia per l’esercito. Né la polizia né l’esercito, che a volte si oppone alla violenza e a volte vi partecipa, possono chiamarsene fuori.

Tutto ciò avviene sotto la guida del Capo del Comando Centrale Avi Bluth che ha intrapreso una politica sconsiderata in Cisgiordania, con un Capo di Stato Maggiore che non fa nulla per fermarla e un Ministro della Sicurezza Nazionale assetato di sangue.

La situazione è peggiorata nelle ultime settimane. All’incendio di case e terreni agricoli, all’abbattimento di alberi e agli attacchi con bastoni si è aggiunto l’uso di armi da fuoco. Sabato i coloni hanno ucciso un abitante del villaggio di Qusra. La settimana scorsa tre palestinesi sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco a Khirbet Abu Falah, mentre un abitante di Wadi al-Rahim è stato ucciso sempre a colpi di arma da fuoco da un colono in uniforme militare. Una settimana prima un colono riservista aveva ucciso due abitanti a Qaryout. E tre settimane fa, un giovane abitante di Mukhmas è stato picchiato e ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre le truppe dell’IDF si trovavano nella zona.

Questi atti non rappresentano un’eccezione, ma sono il risultato di politiche che permettono a coloni e soldati di agire indisturbati e di colpire palestinesi innocenti. L’unità degli affari interni della polizia ha aperto un’indagine, ma quando la norma è che nessuno venga perseguito e l’esercito si rifiuta di assumersene la responsabilità le uccisioni non faranno che aumentare. Dal punto di vista del governo guidato da Benjamin Netanyahu, ideatore del “Piano Decisivo”, da Bezalel Smotrich, dallo sconsiderato Ministro della Difesa Israel Katz e dal Ministro della Sicurezza Nazionale kahanista [fanatico religioso, ndt.] Itamar Ben-Gvir, le uccisioni fanno parte di un piano volto ad annettere la Cisgiordania ed espellere la sua popolazione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Come la maggioranza silenziosa di Israele sta lasciando che i palestinesi della Cisgiordania vengano cacciati via

Amira Haas

10 marzo 2026 Haaretz

“Abitanti di Beita, vi consigliamo di iniziare a fare i bagagli”, commentava lunedì l’amministratore del gruppo WhatsApp in lingua ebraica “News of the Hills” [in riferimento a Hilltop Youth, i giovani delle colline, giovani coloni estremisti haredi che hanno stabilito avamposti senza base legale israeliana e operano gravi violenze contro i palestinesi. Ndt.], dopo aver spiegato che “Beita è solo un esempio di ciò che accade quando gli ebrei decidono… di comportarsi come i proprietari terrieri”. Come al solito, ha invocato Dio, concludendo il suo sermone con “C’è una sola soluzione: il trasferimento. Accadrà presto, se Dio vuole”.

L’amministratore ha poi postato il seguente consiglio meno di un giorno dopo che gli ebrei israeliani avevano preso d’assalto il villaggio di Khirbet Abu Falah e ucciso a colpi d’arma da fuoco due dei suoi residenti: “A tutti i piccoli terroristi di Abu Falah… la migliore raccomandazione che riceverete è semplicemente quella di fuggire. Trasferitevi in ​​Turchia, Dubai o in Francia… Non avete futuro qui. Le colline vi sconfiggeranno”. In quasi tutti i casi noti gli aggressori ebrei ribadiscono alle vittime palestinesi la raccomandazione di fuggire in un altro Paese.

E così, in pieno giorno, sotto le telecamere di sorveglianza delle Forze di Difesa Israeliane e del servizio di sicurezza Shin Bet e nei video degli aggrediti trasmessi in diretta streaming, le squadre terroristiche ebraiche continuano instancabilmente a sparare contro i palestinesi, a distruggere boschi e condutture dell’acqua, a violare i campi e a picchiare e tormentare donne e anziani, giovani e persino bestiame, a picchiare quasi a morte gli attivisti che praticano presenza protettiva e poi a vantarsi apertamente che l’obiettivo è espellere i palestinesi dalla loro patria.

C’è una spiegazione logica del perché possano continuare a scatenarsi e a vantarsi della loro furia.

La ragione è duplice. Il primo punto è che la loro “soluzione” di espulsione si sposa a meraviglia con i piani ufficiali oggi non più celati e con le linee politiche segrete attuate in passato. Inoltre la loro visione da incubo risponde alle speranze, ai desideri e ai lunghi anni di lavaggio etnocentrico del cervello di troppi ebrei israeliani.

Il secondo punto è che alla maggior parte dei membri della società ebraica israeliana non importerebbe se i palestinesi scomparissero completamente da questa terra, e non solo dietro recinzioni di filo spinato, muri di separazione, la Route 6 e i ristoranti di Wadi Ara.

Il primo punto afferma che dietro ogni adolescente trasandato o cowboy, con tzitzit [le frangie attaccate ai quattro angoli della camicia bianca tallit gadol, ndt.] e pistola, c’è una lunga fila di avvocati e pianificatori ben vestiti, laureati nelle migliori università, ministri e impiegati del Fondo Nazionale Ebraico, comandanti militari e dirigenti e ispettori dell’Amministrazione Civile.

Quelli che per anni hanno fatto finta che la “sicurezza” fosse l’unica ragione per dichiarare zone di tiro e divieti di coltivazione della terra. Quelli che, per mano delle forze dell’ordine, hanno ordinato la distruzione delle cisterne d’acqua e proibito alle comunità palestinesi di allacciarsi all’acqua e all’elettricità. Quelli che hanno redatto e stanno redigendo leggi e ordinanze che stabiliscono, in un linguaggio militaresco o in un magniloquente gergo legale, che i terreni pubblici saranno assegnati solo agli ebrei.

Sono loro che hanno progettato e autorizzato muri di separazione e autostrade per divorare quanti più terreni agricoli e futuri lotti edificabili palestinesi possibile – su entrambi i lati della Linea Verde, nel Negev e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Il sacro terrorismo ebraico, che raggiunge ogni giorno nuove vette, non fa che accelerare notevolmente la violenza burocratica e l’espropriazione che lo Stato persegue da decenni.

Le colline hanno già vinto, anche se la soluzione finale che stanno profilando non si materializza. Stanno vincendo in virtù del fatto che solo la violenza che provoca feriti gravi o morte varca la soglia della cronaca. Stanno vincendo semplicemente perché l’opposizione sionista non ha inviato le sue migliaia di sostenitori con esperienza di combattimento a proteggere le comunità palestinesi. Le colline stanno vincendo perché i partiti di opposizione non arabi chiariscono con il loro silenzio che ciò che stanno facendo i pogromisti non li disturba. Le colline stanno vincendo perché le comunità ebraiche all’estero continuano a sostenere Israele, il che incoraggia il terrorismo ebraico a conquistare più territorio, così da poter accogliere più immigrati in cerca di una casa per le vacanze invernali.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Siamo in guerra, dunque siamo

Orly Noy

1 marzo 2026 +972 Magazine

Mesi dopo aver proclamato una “vittoria storica” Israele lancia un’altra offensiva contro l’Iran, e riparte la rituale cancellazione del dissenso politico

Sabato mattina in Israele le sirene hanno squarciato il silenzio. Non per esortare i civili a correre nei rifugi, ma piuttosto per annunciare proprio lo scoppio della guerra, quasi una fanfara trionfale. Dopo più di una settimana di snervante incertezza, sballottati tra la inquieta attesa di una guerra che ci veniva ripetutamente detta essere inevitabile e la flebile speranza che la diplomazia potesse ancora prevalere, alla fine era arrivata.

“Non puoi immergerti due volte nello stesso fiume”, recita il detto dell’antico filosofo greco Eraclito. Ma a quanto pare puoi distruggere un nemico che hai già proclamato distrutto. Solo otto mesi fa, dopo il cessate il fuoco con l’Iran, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva dichiarato che “nei 12 giorni dell’Operazione Leone Nascente abbiamo ottenuto una vittoria storica che durerà per generazioni”.

A quanto pare quella “vittoria storica” ​​non è durata nemmeno un anno, figuriamoci generazioni.

Questa volta l’attacco aveva un ulteriore obiettivo: liberare il popolo iraniano dal dominio oppressivo degli ayatollah. Perché è ben noto che uno dei ruoli centrali di Israele in Medio Oriente è quello di far piovere la libertà sui popoli della regione con aerei da combattimento e bombardieri.

Improvvisamente le vite degli iraniani sono diventate molto care ai cuori israeliani; così care che sono disposti a trascorrere lunghe notti nei rifugi antiaerei sapendo che per parte loro affronteranno pesanti perdite a patto che i nostri piloti rechino buone notizie: la liberazione o almeno l’assassinio della leadership iraniana e la distruzione delle infrastrutture delle Guardie Rivoluzionarie e degli impianti nucleari.

“La nostra operazione creerà le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano prenda in mano il proprio destino”, ha twittato Netanyahu poco dopo l’inizio dell’attacco. “È giunto il momento per tutte le componenti del popolo iraniano – persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi – di liberarsi dal giogo della tirannia e di creare un Iran libero e in cerca di pace”. 

Lo stesso uomo che più di ogni altro nella storia di Israele ha lavorato instancabilmente per aizzare i cittadini gli uni contro gli altri, per incitarli e istigarli, per fomentare un odio senza precedenti tra loro; l’uomo che ha un mandato di arresto internazionale che pende sul suo capo per crimini contro l’umanità – quest’uomo ora esprime preoccupazione per l’unità del popolo iraniano e la sua lotta contro la tirannia. Sarebbe comico se non fossero in gioco così tante vite.

Il popolo iraniano sta conducendo una lotta coraggiosa e determinata per la propria libertà. La comunità internazionale dispone di strumenti diplomatici ed economici per assisterlo senza ripetuti attacchi aerei che promettono poco in termini di cambiamento duraturo. Applaudire l’attacco israelo-americano significa abbracciare un ordine globale cannibalesco in cui solo la forza definisce la moralità.

Celebrando la guerra, gli israeliani celebrano quel sistema: un mondo in cui il bullo detta le regole. Per ora possono essere contenti che il bullo sia dalla loro parte.

Un ritornello familiare

Ma la retorica della solidarietà si è dissolta quasi con la stessa rapidità con cui era apparsa. Non appena hanno iniziato ad arrivare notizie di vittime civili – soprattutto dalla scuola elementare femminile di Minab, dove circa 150 bambine sono state uccise a quanto sembra in un attacco aereo israeliano – la presunta preoccupazione per il popolo iraniano si è rivelata sottile come carta.

Scioccata, ho condiviso i video della scuola sulla mia pagina Facebook. Confesso che non mi aspettavo il torrente di odio che ne è seguito.

So già che, a parte che da una frangia molto ristretta, non ci si può aspettare reazioni empatiche all’uccisione in massa dei palestinesi; che la stragrande maggioranza della società ebraica in Israele non solo non piange, ma gioisce apertamente per ogni morto palestinese, in qualsiasi circostanza. Ma non immaginavo che una simile sete di sangue avrebbe accompagnato i bombardamenti mortali di bambine in uniforme scolastica, soprattutto dopo che così tanti israeliani si erano affrettati a dichiarare che nostro nemico non era il popolo iraniano ma il regime.

Nel giro di cinque ore il mio post aveva accumulato centinaia di commenti pieni di odio e la solita ondata di minacce e insulti aveva iniziato a intasare la mia casella di posta. Alcuni negavano l’accaduto, o sostenevano che il regime iraniano avesse bombardato la propria scuola da sé. La maggior parte si rallegrava per la sorte delle ragazze assassinate.

“Peccato che non chiudano le scuole durante lo Shabbat!” ha scritto uno, aggiungendo cinque emoji sorridenti per sottolineare la sua gioia. “Eccellente, eccellente, eccellente, rallegra e scalda il cuore. Che ci siano molti altri casi come questo, e presto anche tra la gente di sinistra”, ha scritto un altro.

Non meno deprimente e prevedibile è stato il modo in cui i leader dell’opposizione ebraica si sono schierati con entusiasmo e d’istinto dietro Netanyahu a sostegno della guerra. “Voglio ricordarlo a tutti: il popolo di Israele è forte. Le Forze di Difesa Israeliane e l’Aeronautica Militare sono forti. La potenza più forte del mondo è al nostro fianco”, ha twittato Yair Lapid. “In momenti come questi restiamo uniti e vinciamo insieme. Non c’è coalizione né opposizione, solo un popolo e un’unica IDF con tutti noi al loro fianco.”

Persino Yair Golan, che in qualità di presidente del Partito Democratico dovrebbe occupare il posto più a sinistra dello spettro sionista, ha mantenuto un garbato riserbo e ha offerto pieno appoggio alla guerra. “Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) e le forze di sicurezza stanno operando con forza e professionalità”, ha scritto. “Hanno il nostro pieno appoggio”.

Naftali Bennett, nelle prossime elezioni il principale candidato a sostituire Netanyahu, è rimasto indietro rispetto ai colleghi perché ha dovuto aspettare la fine dello Shabbat prima di twittare. Una volta terminato, si è prontamente schierato a favore dello sforzo bellico. “Sostengo pienamente le Forze di Difesa Israeliane (IDF), il governo di Israele e il primo ministro per l’Operazione Leone Ruggente. L’intero popolo di Israele vi sostiene finché la minaccia iraniana non sarà annientata”, ha dichiarato.

Per questi tre uomini – Lapid, Golan e Bennett – nessun compito è apparentemente più urgente che sostituire il governo kahanista e sanguinario di Netanyahu, che ha condotto il Paese a un livello di crisi senza precedenti. Sanno quanto sia pericoloso. Sanno a quale devastazione porterebbe un altro suo mandato.

Eppure, nel momento in cui l’odore di guerra riempie l’aria, tutte quelle analisi evaporano, sostituite da un’automatica riverenza per la macchina bellica israeliana. È come se l’idea stessa che ci si possa opporre a una guerra semplicemente non esista nel loro quadro cognitivo.

Nessuno comprende questo meccanismo meglio di Netanyahu. Per quanto precaria possa essere la sua posizione politica, sa che per unire anche i suoi più accaniti rivali in tutto lo spettro sionista basta un clic. Se “in tempo di guerra non c’è coalizione né opposizione”, allora la guerra perpetua diventa la strategia politica più affidabile, e Netanyahu ha imparato a impiegarla con sempre maggiore frequenza.

Netanyahu è un cinico e pericoloso criminale di guerra. Ma una cosa non si può negare: nessun leader israeliano ha compreso così profondamente la psiche collettiva della società ebraica israeliana. Una società che sembra capace di sentire il proprio polso solo nella guerra e nella distruzione; che se non attacca, distrugge e uccide non è del tutto certa di esistere. In questo senso, Netanyahu le calza a pennello.

Orly Noy è redattrice di Local Call [edizione ebraica di +972 Magazine], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa dal persiano. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. Nei suoi testi affronta i confini che si intersecano e definiscono la sua identità come Mizrahi, donna di sinistra, migrante temporanea che vive all’interno di un’eterna immigrata, e il dialogo costante tra di loro.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Arrestati numerosi palestinesi durante un raid delle forze israeliane in una città della Cisgiordania occupata

Redazione di Middle East Monitor

24 febbraio 2026 MEMo

Le forze israeliane hanno fatto irruzione in una città palestinese a sud di Nablus, nella Cisgiordania settentrionale, arrestando diverse persone e danneggiando proprietà, secondo quanto ha dichiarato martedì un funzionario locale.

Yaqub Oweis, presidente del consiglio locale di Lubban orientale, ha dichiarato ad Anadolu [agenzia stampa di proprietà del governo di Turchia, ndt.] che le truppe israeliane sono entrate in città intorno a mezzanotte, hanno perquisito diverse abitazioni e danneggiato alcune proprietà all’interno delle abitazioni.

Ha poi affermato che diversi giovani sono stati arrestati, senza specificarne il numero.

Oweis ha detto che dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023 la città, che ha una popolazione di circa 4.200 palestinesi, ha subito ripetute chiusure e l’inasprimento delle restrizioni da parte delle forze israeliane.

Ha aggiunto che anche coloni israeliani illegali hanno fatto irruzione nella città e compiuto atti di vandalismo.

Lubban orientale si trova lungo la strada principale che collega Ramallah a Nablus. Diversi insediamenti e avamposti israeliani sono stati costruiti su terreni di proprietà della città.

Asma al-Aboushi, una residente, ha raccontato il raid israeliano nella sua casa: “Ci hanno fatto sedere tutti, hanno perquisito la casa e ci hanno fotografato per verificare la nostra identità. Due soldati sono scesi in cucina per perquisirla”, ha raccontato ad Anadolu.

Ha detto che poi i soldati hanno detto che i loro colleghi in cucina al piano di sotto stavano mangiando e hanno iniziato a ridere. “Poi si sono coperti il ​​volto con delle mascherine e hanno iniziato a mangiarci sotto, guardandoci per vedere chi se ne fosse accorto”, ha detto.

Aboushi ha detto che i soldati hanno preso il suhoor (il pasto prima dell’alba durante il Ramadan) della famiglia e lasciato la casa a soqquadro.

Non ci sono stati commenti immediati sul raid da parte dell’esercito israeliano.

Altrove i testimoni hanno riferito che le forze israeliane hanno fatto irruzione nella città di Silwad, a est di Ramallah, con decine di soldati dispiegati nei diversi quartieri.

L’esercito israeliano effettua regolarmente raid e perquisizioni nelle città e nelle case palestinesi in tutta la Cisgiordania occupata.

I palestinesi affermano che l’esercito ha intensificato gli arresti dall’inizio del Ramadan la scorsa settimana.

Domenica la Palestinian Prisoner Society, un’organizzazione non governativa, ha dichiarato che le forze israeliane hanno arrestato più di 100 palestinesi in Cisgiordania dall’inizio del Ramadan.

Secondo dati palestinesi più di 9.300 palestinesi sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane, tra cui 66 donne e 350 bambini.

La violenza è aumentata in Cisgiordania dall’inizio della guerra di Gaza nell’ottobre 2023. Più di 1.116 palestinesi sono stati uccisi, circa 11.500 feriti e circa 22.000 arrestati, secondo dati palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un palestinese di 14 anni è stato lasciato morire dissanguato per 45 minuti mentre i soldati israeliani stavano lì accanto

Amira Hass

8 febbraio 2026 – Haaretz

Jadallah Jadallah è stato colpito da un’unità di paracadutisti nel campo profughi di Far’a. I video lo mostrano abbandonato chiedendo aiuto, mentre la sua famiglia guardava impotente a distanza. Al momento Israele trattiene il suo corpo. Secondo l’IDF “è stato identificato un terrorista che costituiva una minaccia immediata, i militari gli hanno sparato e hanno fornito i primi soccorsi.”

Un ragazzo di 14 anni ferito da arma da fuoco è disteso sulla schiena in un vicolo del campo profughi di al-Far’a nel nordest della Ciasgiordania. Un folto gruppo di soldati gli gira intorno o si ferma accanto, a volte a meno di un metro di distanza. Ogni tanto gli lanciano un’occhiata, ma in genere stanno vicino senza guardarlo, come se sul terreno ci fosse un oggetto anziché un essere umano.

Si gira di lato e piega le gambe mentre le sue ginocchia ricadono in avanti. Allunga una mano e poi l’altra. Queste sanguinano e poi lui alza ancora una o due mani. I vicini guardano dalle finestre delle case accanto, impossibilitati a fare alcunché.

Con un altro movimento che sembra una richiesta di attenzione e di aiuto getta il suo cappello verso i soldati. Uno di loro lo scalcia indietro. Lui lancia nuovamente il cappello. Questa volta un soldato lo scalcia delicatamente in modo che sia fuori dalla portata del ragazzo. Ogni tanto i soldati sparano in aria. Una volta sparano verso sua madre. Quando lei capisce che il ragazzo ferito è suo figlio corre fuori dalla casa distante 200 metri, cercando di raggiungerlo e implorare per la sua vita.

Diverse pallottole colpiscono il muro vicino alla porta di entrata, costringendola a rientrare. Il ragazzo ferito è Jadallah Jadallah (Jad per i suoi familiari), nato a maggio 2011. Il 16 novembre la sua famiglia si è ritrovata in due dolorosi elenchi: Jad è diventato uno dei 55 minori in Cisgiordania uccisi dai soldati israeliani nel 2025 e uno dei 77 minori uccisi i cui corpi sono trattenuti dall’esercito – molti di questi nelle celle frigorifere dell’obitorio – per ordine del governo. Poiché il suo corpo non è stato restituito per la sepoltura la famiglia si aggrappa ancora alla speranza che sia vivo, anche se quattro inquietanti video ottenuti da Haaretz documentano l’ora finale della sua breve vita. Alcuni minuti di quell’ora sono descritti più sopra.

Secondo il sito web del portavoce dell’esercito postato alle 18,12 di quel giorno si è trattato di “un’operazione offensiva del battaglione di Tzanhanim) nel campo di Far’a al comando della Brigata Menashe.”

Gli abitanti del campo dicono che i soldati stavano cercando un latitante. Non è stato arrestato nel corso dell’operazione e in seguito si è consegnato. Un video precedente, che precede cronologicamente gli altri, ottenuto da Haaretz, mostra tre persone all’incrocio di un vicolo nel campo che si recano verso la casa di Jadallah. Spiano da dietro l’angolo di un edificio alla fine del vicolo, guardando nella strada alla loro sinistra. Dal filmato è difficile determinare se siano dei minori, ma retrospettivamente sappiamo che sono Jad e i suoi amici.

Uno di loro corre nella stradina. Qualche secondo dopo un altro ragazzino si avvicina. L’amico che aveva corso con lui improvvisamente si dirige anch’egli verso ovest. Poi altre due persone entrano in scena da nord. Dal loro linguaggio del corpo – imbracciano e puntano i fucili – si può dedurre che sono soldati. Il terzo ragazzo corre verso ovest dando loro la schiena.

Appare un altro soldato e il ragazzino scompare alla vista. Un leggero cambiamento nei toni di grigio del video è dovuto probabilmente alla polvere sollevata quando qualcosa cade a terra. I vicoli sono sabbiosi dopo che l’anno scorso l’esercito ha divelto l’asfalto. I testimoni completano ciò che il video non mostra: due dei ragazzi riescono a scappare; Jad cade. I soldati lo trascinano per diversi metri nel vicolo.

La dichiarazione del portavoce dell’esercito afferma che durante l’attività dell’unità di ricognizione nel campo profughi i soldati “hanno identificato un terrorista che stava tentando di ferire i soldati. Questi gli hanno sparato e hanno eliminato il terrorista. Non ci sono stati danni alle nostre forze.”

La dichiarazione omette il fatto che i soldati hanno sparato a Jad quando non vi era pericolo per le loro vite e che egli non è stato immediatamente “eliminato”. Il terzo video mostra Jad che solleva il busto con difficoltà, ancora una volta stendendo una mano verso i soldati, per poi collassare. Si vede una manica coperta di sangue. I soldati continuano a muoversi intorno lui. Almeno due si avvicinano, sembra per filmarlo. Uno spara in aria. Un altro si avvicina, si china e fa cadere al suo fianco ciò che sembra una pietra. Gli abitanti del campo hanno interpretato questo come la costruzione di una prova e la predisposizione di una giustificazione per lo sparo.

Gli abitanti affermano che i soldati hanno impedito ad un’ambulanza palestinese di raggiungere la scena. “Mio figlio non aveva un fucile, non teneva in mano una granata, niente”, ha detto la settimana scorsa suo padre Jihad nella loro casa. Sua moglie Safaa ha aggiunto: “Se anche fosse stato così, avrebbero dovuto prenderlo e curarlo. Hanno fatto in modo che sembrasse che lui fosse uscito per compiere un attacco terroristico.

I famigliari descrivono Jad come timido e prudente, uno che corre sempre via quando arrivano i soldati e che raramente esce di casa. Ricordano tra l’altro che, come circa la metà degli abitanti del campo, sono stati costretti a lasciare le loro case per sei mesi l’anno scorso nel corso di una prolungata operazione dell’esercito, e hanno dovuto affittare un appartamento a Salfit, nella Cisgiordania nordoccidentale.

Dicono che Jad abbia detto ai soldati ‘Sono un bambino’”, dice sua madre, il viso contorto dal dolore. Sua sorella Shahed aggiunge: “Una soldatessa si è arrabbiata con i suoi colleghi e ha detto ‘Perché avete sparato? E’ un bambino’”. Le case nel campo sono sovraffollate. La gente si chiude dentro per paura dei soldati, può vedere e sentire tutto attraverso le finestre. Molti di loro hanno lavorato in Israele e capiscono bene l’ebraico. Se quelle parole sono state davvero pronunciate c’era chi poteva sentirle e capirle.

Shahed ha detto che dopo che i soldati hanno portato via suo fratello la famiglia ha ricevuto una telefonata dal comitato di collegamento palestinese locale in cui si diceva che era vivo. Circa dieci minuti dopo il comitato ha riferito di aver ricevuto un messaggio dalla sua controparte, il comitato di collegamento israeliano, che affermava che era morto.

Il fratello maggiore Qusay ha detto: “Mio fratello non è stato ucciso. Noi non crediamo che sia stato ucciso. Se lo è stato, vogliamo il corpo.” La madre ha detto che “i suoi fratellini mi chiedono se è in un frigorifero.” La figlia ha detto di temere che un organo sia stato espiantato dal suo corpo. Suo padre, un ufficiale delle forze di sicurezza nazionale palestinesi, ha risposto: “Se è morto e se gli hanno prelevato un organo per salvare un altro bambino, agli occhi di Dio questa è una gran cosa.”

A metà del quarto video ottenuto da Haaretz, che dura circa sei minuti, si vede la porta di una jeep color kaki. La stella rossa di David la contrassegna come un’ambulanza militare. Ma Jad aveva smesso di muoversi almeno due minuti prima. Alcuni secondi dopo l’arrivo dell’ambulanza un soldato si china su di lui, a quanto pare per controllare le sue pulsazioni e tastare varie parti del suo corpo. Indossa guanti blu. Se abbia fatto qualcosa dopo di ciò, non lo si può vedere nel filmato.

Verso la fine del video si vede un altro soldato che regge un panno bianco, forse una coperta termica di alluminio. Un altro porta un tappeto preso da una delle case. Poi il video si spegne. I testimoni dicono che i soldati hanno trasportato Jad sul tappeto e lo hanno caricato sull’ambulanza. Jad è stato portato via sul tappeto circa alle 17,35. Secondo i familiari fino alle 17,28 non ha ricevuto aiuto, cosa che hanno visto anche suo padre e sua sorella che guardavano dal secondo piano, sconvolti per l’impossibilità di salvarlo. Per quanto tempo è stato lasciato a terra sanguinante? Alcuni dicono circa 90 minuti, sostenendo che è stato colpito poco prima delle 16. Altri dicono che è stato colpito intorno alle 16,45, il che significa che sono trascorsi circa 45 minuti critici mentre lui sanguinava senza soccorso. 11 di quei minuti sono documentati in tre dei video in possesso di Haaretz.

Nella sua risposta a Haaretz il portavoce dell’esercito ha ampliato la stringata dichiarazione pubblicata sul sito web: “E’ stato identificato un terrorista che ha lanciato un blocco di cemento contro i soldati ed ha posto una minaccia immediata. I soldati hanno sparato al terrorista per eliminare la minaccia e di conseguenza è stato ferito. Dopo aver verificato che il terrorista non avesse sul corpo alcun congegno esplosivo, i soldati gli hanno prestato il primo soccorso. L’accusa che essi non gli abbiano fornito cure mediche è falsa. E’ stato inviato al giornalista un video che prova l’erogazione di cure mediche. Non siamo a conoscenza dell’accusa che i soldati abbiano posto delle pietre accanto alla testa del terrorista. L’incidente è oggetto di riesame.”

Il video fornito dal portavoce dell’esercito dura sette secondi. Il portavoce non ha spiegato come i soldati abbiano verificato che Jad non portava un ordigno esplosivo o perché, se temevano che ne facesse esplodere uno, siano rimasti così vicini a lui tanto a lungo.

Questa è esattamente la domanda della famiglia dopo aver sentito da Haaretz la spiegazione dell’esercito. Nella loro piccola casa è un dolore dopo l’altro: che i soldati non gli hanno permesso di salvare Jad; che lui ha sanguinato davanti ai loro occhi mentre i soldati gli camminavano intorno con indifferenza; e che Israele trattiene il suo corpo.” Ci hanno fatto doppiamente del male”, dice il padre Jihad. “Quando lo hanno ucciso ed ora che lo trattengono. Io vago nel cimitero del campo e penso tra di me: se solo mio figlio fosse qui.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Tre mesi dopo il cessate il fuoco a Gaza: Israele espande il proprio controllo e rade al suolo interi quartieri

Yarden Michaeli

15 gennaio 2026 – Haaretz

Mentre l’inviato USA Steve Witkoff annuncia la prossima fase del piano di Trump per Gaza, immagini satellitari rivelano che l’esercito israeliano sta estendendo la linea gialla sotto il suo controllo più profondamente entro le aree controllate da Hamas, mentre Hamas costruisce tendopoli

A tre mesi dall’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas immagini satellitari rivelano sviluppi significativi sul terreno in tutta la Striscia di Gaza.

Ciò include il consolidamento delle Forze di Difesa di Israele (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.] lungo il confine della sua area di controllo nella Striscia. Questo confine, noto come Linea Gialla, in alcuni casi si estende per centinaia di metri entro il territorio che è ufficialmente considerato essere sotto il controllo di Hamas. Le immagini mostrano anche zone di distruzione che si sono ampliate dopo l’inizio del cessate il fuoco, compresa l’area di Jabalya e il quartiere di Shujaiyeh, entrambi all’interno e oltre la zona sotto il controllo dell’IDF. Nel territorio controllato da Hamas sono state costruite nuove tendopoli per ospitare decine di migliaia di sfollati gazawi.

Tutti questi sviluppi avvengono mentre la Striscia, in seguito all’attuazione solo parziale del piano del presidente USA Donald Trump per porre fine alla guerra di Gaza, resta in una situazione di limbo, mentre continuano regolarmente a verificarsi spari, attacchi aerei e scontri. La cessazione ufficiale delle ostilità in ottobre e il rilascio degli ostaggi dalla detenzione di Hamas sono stati considerati una fase transitoria in vista della piena attuazione dell’accordo di Trump che prometteva, tra le altre cose, di gestire il ritiro dell’IDF dalla maggior parte di Gaza, la ricostruzione dell’enclave, il rifornimento di soccorsi per le masse di gazawi sfollati e il disarmo di Hamas.

Alcuni di questi passi in effetti sono stati compiuti: gli ostaggi in vita e tutti i cadaveri tranne uno sono stati restituiti a Israele, l’IDF ha ritirato in parte le sue forze e la Striscia adesso è divisa lungo una linea di controllo, la Linea Gialla. Tuttavia le parti devono ancora procedere alla fase successiva dell’accordo e la situazione ad interim si sta trascinando. Mercoledì l’inviato USA Steve Witkoff ha annunciato l’inizio della fase successiva del piano, mentre il primo ministro [israeliano] Benjamin Netanyahu ha affermato che si tratta solo di un passo simbolico.

L’esercito israeliano controlla circa il 54% del territorio di Gaza. Qui si possono vedere la divisione del controllo nella Striscia e alcune delle aree di attività documentate dal satellite:

Modifiche avvenute durante il cessate il fuoco

Le ultime immagini satellitari sono state riprese da Planet Labs [società statunitense che monitora quotidianamente la situazione del pianeta tramite immagini satellitari, ndt.]. Un esame delle immagini mostra che dopo l’entrata in vigore dell’accordo l’IDF ha riorganizzato e dispiegato le sue forze, tra gli altri luoghi, lungo la Linea Gialla, che il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha recentemente definito come “il nuovo confine di Israele.” Nel quadro di questi sviluppi l’IDF ha creato nuovi avamposti nelle zone sotto il suo controllo.

Secondo l’organizzazione britannica Forensic Architecture [guidata dal noto architetto israeliano Eyal Weizman, ndt.] dall’inizio del cessate il fuoco fino alla metà di dicembre l’IDF ha creato 13 nuovi avamposti all’interno della Striscia. Tra questi due grandi avamposti nell’area di Jabalya. Gli avamposti sono alti, sovrastano il territorio e consentono un’ampia visuale. La loro costruzione ha implicato la demolizione di edifici e lo sgombero di terreni, nonché l’utilizzo di pesante tecnologia ingegneristica per costruire alti terrapieni dai quali è possibile osservare tutto il nord di Gaza. I palestinesi hanno postato dei video online che li mostrano.

Le immagini satellitari mostrano anche che dopo il cessate il fuoco l’IDF ha continuato a demolire centinaia di ulteriori edifici a Jabalya intorno all’ospedale indonesiano. La gran parte delle distruzioni si trova sul lato israeliano della Linea Gialla, come compare sulle pubblicazioni ufficiali dell’IDF, ma è chiaro che molti altri edifici sono stati distrutti anche ad ovest della Linea. Un video a livello del suolo mostra la considerevole altezza dei nuovi avamposti a Jabalya. Uno di questi video è stato diffuso da Canale 11.

Secondo dichiarazioni ufficiali dell’IDF e testimoni palestinesi la zona della Linea Gialla è un costante punto caldo per incidenti, compresi colpi di arma da fuoco e vittime. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, che nei suoi rapporti non fa distinzione tra civili e combattenti, dall’annuncio del cessate il fuoco in varie località della Striscia sono stati uccisi 449 palestinesi e altri 1.246 sono stati feriti. Secondo l’UNICEF 100 delle vittime sono minorenni. In un incidente due bambini di 10 e 12 anni, che secondo le loro famiglie stavano cercando legna per il fuoco, sono stati uccisi in un attacco aereo. In seguito l’IDF ha detto di aver preso di mira due sospetti che attraversavano la Linea Gialla e di aver agito per “neutralizzare la minaccia.” Dopo il cessate il fuoco tre soldati dell’IDF sono stati uccisi nel sud della Striscia da spari anticarro e da cecchini di Hamas.

. La linea non è segnata in modo continuo sul terreno: l’IDF ha posizionato grossi blocchi gialli di cemento, a volte distanti tra loro centinaia di metri, per indicare il tracciato. I palestinesi hanno testimoniato che ogni tanto l’IDF sposta i blocchi verso ovest, dentro al territorio controllato da Hamas. L’analisi delle immagini satellitari mostra che in varie zone lungo la Linea Gialla c’è sicuramente una differenza tra la posizione dei blocchi gialli sul terreno e quella della Linea Gialla così come segnalata nelle pubblicazioni ufficiali dell’esercito, compresa la mappa pubblicata dall’Unità portavoce dell’IDF in arabo per la popolazione di Gaza. Per esempio nel quartiere di Shujaiyeh, nella parte orientale di Gaza City, nelle immagini satellitari si possono identificare i blocchi di cemento gialli posti a circa 300 metri ad ovest della Linea Gialla ufficiale segnalata nella mappa dell’IDF.

Organi di informazione internazionali hanno identificato altri luoghi in cui le pubblicazioni ufficiali non coincidono con la realtà sul terreno. Come rivelato da Haaretz un mese fa, dopo il cessate il fuoco l’IDF ha continuato a demolire altre centinaia di edifici a Shujaiyeh, ad ovest della linea ufficiale, oltre la linea dei blocchi gialli.

In risposta, l’IDF ha affermato: “All’interno del quadro del cessate il fuoco, le operazioni dell’IDF sono condotte per contrastare le minacce delle organizzazioni terroriste a Gaza, guidate da Hamas, che hanno ripetutamente violato il cessate il fuoco. L’IDF lavora per marcare in modo visibile la Linea Gialla, conformemente alle condizioni del terreno e alle valutazioni operative aggiornate e svolge le necessarie attività operative nell’area sforzandosi di minimizzare il più possibile i danni ai civili, nel rispetto del diritto internazionale.”

L’esercito non ha risposto a specifiche domande, quali: perché la posizione dei blocchi sul terreno non è aggiornata sulla mappa ufficiale, perché la linea non è segnata in modo continuo sul terreno in modo da ridurre i danni ai civili e perché la distruzione di edifici si sta espandendo anche al di là della Linea Gialla, in aree sotto il controllo di Hamas.

La distruzione avvenuta negli ultimi mesi si aggiunge alla cancellazione di intere città nella Striscia durante la guerra. Secondo l’ultimo rapporto del Centro Satelliti delle Nazioni Unite, che misura la portata della distruzione nella Striscia fino a metà ottobre, durante la guerra più dell’80% delle strutture sono state distrutte o danneggiate.

Il risultato diretto dell’estesa distruzione è uno sfollamento di massa che provoca durissime sofferenze ai gazawi. Secondo l’ONU centinaia di migliaia di persone lottano per sopravvivere in tende danneggiate dalla pioggia, dal vento e dalle mareggiate o in edifici a rischio di crollo. In totale 1,3 milioni di persone necessitano di assistenza. Solo negli ultimi giorni migliaia di tende e rifugi di fortuna che ospitavano decine di migliaia di persone sono state distrutte o danneggiate dalla pioggia e dai forti venti.

Recentemente Haaretz ha riferito che i medici nella Striscia hanno rilevato un aumento delle malattie e delle ospedalizzazioni, attribuibili in parte al fatto di aver vissuto a lungo in tende umide. Il Ministero della Sanità palestinese ha riferito che sette persone sono morte di freddo dall’inizio dell’inverno e che altri 25 gazawi sono stati uccisi dal crollo di edifici.

A fronte di questo scenario le immagini satellitari ottenute da Haaretz mostrano che nel territorio controllato da Hamas nelle scorse settimane sono state allestite almeno quattro grandi tendopoli, due nel centro della Striscia e altre due nel nord di Gaza City.

Secondo il Comitato egiziano, un ente impegnato a fornire aiuti nella Striscia, la tendopoli vicina al Corridoio Netzarim [strada costruita da Israele che taglia a metà la Striscia di Gaza, ndt.] dovrebbe ospitare 15.000 famiglie. Nell’ambito degli sforzi per assistere gli sfollati le agenzie dell’ONU hanno anche bonificato e livellato il terreno nel quartiere Hamad di Khan Younis, allestendovi una tendopoli per spostare una parte degli sfollati lontano dalle durissime condizioni sulla costa. Nonostante questi sforzi ci vorranno enormi risorse per assistere la massa di sfollati che sono vissuti nelle tende per due anni.

All’interno della transizione alla fase due dell’accordo di Gaza si prevede che sia creata un’area residenziale per gazawi non affiliati ad Hamas nel territorio sotto controllo israeliano. Immagini satellitari pubblicate da Haaretz la scorsa settimana mostrano scavi, sgombero di macerie e livellamenti vicino a Rafah in un’area che secondo l’esercito sarebbe destinata a questo scopo. I lavori di sterro, iniziati circa un mese fa, coprono un km2. Fonti militari hanno affermato che nella fase iniziale l’area ospiterà 20.000 gazawi.

Tuttavia per ora non è chiaro se e quando le parti avvieranno realmente la fase successiva.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna, Amedeo Rossi)




“Questa è una nuova Nakba”: come oltre 100 palestinesi della Cisgiordania hanno dovuto lasciare le proprie case in un solo giorno

I contadini, sottoposti a costanti soprusi, demoliscono le case e vendono le greggi mentre alcuni volontari organizzano “spostamenti protetti” per tenere lontane le pecore dei coloni. “Uomini in perfetta forma fisica hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni per proteggerli” dice l’osservatore Amir Pansky, definendola la più disgustosa pulizia etnica possibile

Matan Golan

13 gennaio 2026 – Haaretz

A Ras Ein al-Auja il suono della saldatura del metallo è continuato tutta la notte. Sempre più famiglie hanno iniziato a impacchettare le proprie cose preparandosi a lasciare le loro case a causa delle crescenti vessazioni subite da parte dei vicini avamposti dei coloni.

Domenica pomeriggio Yousef ha venduto il suo gregge di pecore. I suoi vicini hanno demolito il recinto, mentre altri hanno fatto altrettanto con la casa. Allo stesso tempo attivisti di sinistra sono stati chiamati per fornire agli abitanti protezione mentre se ne andavano.

Uno degli uomini è scoppiato a piangere vicino al camion carico di quello che aveva in casa. “Questa è una nuova Nakba,” dice il suo vicino, Husseini. “Ognuno se ne sta andando in zone diverse. Alcuni ad Auja, altri a Gerico, a Taybeh o nella zona meridionale del Monte Hebron. Abbiamo vissuto qui per 40 anni, dopo essere stati obbligati a lasciare Masafer Yatta [nel sud della Cisgiordania, ndt.] nel 1967, ma ovunque andiamo ci seguiranno, questo ci hanno detto i coloni.”

Il gregge di pecore della famiglia è stato caricato su un camion a due piani, le pecore sotto e gli agnelli sopra. “Porteremo le pecore lontano sulle montagne,” dice Husseini, indicando verso ovest. Dallo scoppio della guerra i coloni hanno impedito loro di uscire al pascolo, obbligandoli a comprare fieno per il gregge con i propri soldi. Oltre a temere i vicini che vivono negli avamposti dei dintorni, gli abitanti di Ras Ein al-Auja affermano di non poter continuare a vivere in questo modo dal punto di vista economico. “Non abbiamo futuro,” dice una persona del posto.

Husseini racconta che i coloni che sono passati vicino a casa sua la settimana scorsa gli hanno gridato: “Vi abbiamo sconfitti.” Dice che gli abitanti sapevano che stava per arrivare l’ora di partire. “É lo stesso gruppo di coloni, agiscono in base a un piano. Il governo sta con loro, così come l’esercito e la polizia. Ogni volta si concentrano su una comunità diversa, la obbligano ad andarsene e poi prendono la terra su cui essa si trovava,” aggiunge. “Alla fine nulla importa, né i medi né le pressioni internazionali, ci riescono. Dopo averci tagliati fuori e impedito di sopravvivere non rimane altro da fare. È questa la democrazia di cui sono così orgogliosi?”

La comunità è divisa in varie aree. Nella primavera del 2024 i coloni hanno fondato un nuovo avamposto a centinaia di metri da quella a nord ovest, con una mandria di cammelli e un gregge di pecore. Circa una settimana e mezza fa i coloni hanno costruito un’espansione dell’avamposto nei pressi delle case dei contadini. Giovedì circa 100 persone hanno deciso di lasciare le proprie case,

ma non tutte le famiglie. Alcuni hanno detto di voler rimanere e guardano i loro vicini prepararsi ad andarsene. Nel pomeriggio di venerdì le greggi dei coloni sono tornate a scorrazzare nelle zone che circondano la comunità.

Per la prima volta attivisti di sinistra hanno fornito “spostamenti protetti” ininterrottamente nel villaggio per tener lontane le greggi di coloni dalle zone residenziali, mentre altri avevano il compito di consentire agli uomini che avevano lavorato 12 ore per demolire le strutture di riposare un po’ per il giorno successivo. Dopo che un gregge dei coloni si è fermato nel villaggio gli attivisti sono stati chiamati per portarlo via. I bambini hanno chiesto a uno degli attivisti, trattato dai contadini come un membro della famiglia, se anche questa volta aveva portato nella sua macchina palloni da calcio. Stavolta non lo aveva fatto.

“È straziante,” afferma Amir Pansky di Looking the Occupation in the Eye [Guardare l’occupazione negli occhi, organizzazione israeliana contro l’occupazione, ndt.] con gli occhi lucidi: “Non è la prima espulsione che vedo, ma è la peggiore. Ci sono persone con cui siamo stati per tre anni, conosciamo le famiglie, i genitori. E’ semplicemente del tutto surreale.”

Pansky dice che il governo potrebbe evacuare ufficialmente il villaggio e sostenere i costi, ma invece si nasconde dietro a tredicenni che se ne occupano al suo posto. “Uomini (palestinesi) nel fiore degli anni hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni che li proteggano dai pastori inviati dai consigli regionali [strutture amministrative dei coloni, ndt.] e da organizzazioni sioniste religiose,” aggiunge. “Questa è la forma più degradante di espulsione etnica che si possa immaginare.”

Vestiti lavati pendono dai fili per stendere i panni e su barriere di metallo di ogni casa in previsione di peregrinazioni e dell’ignoto. Una donna con un vestito colorato sta sulla soglia della sua casa di lamiera mentre le sue figlie saltano su un logoro divano. “Mio marito va a lavorare e io rimango con le piccole,” dice. “Originariamente recintavamo il cortile per segnare i confini della casa, ma abbiamo aggiunto i cancelli a causa dei coloni. Stanno sempre girovagando qui intorno, a volte entrano perfino dentro. Abbiamo sempre sperato che loro, i coloni, e non noi, se ne andassero. È una buona zona, è duro lasciare una terra così fertile,” aggiunge.

La parte occidentale della comunità è stata abbandonata da giovedì. Solo qualche cane spaventato vaga tra ciò che rimane dell’espulsione. Nel campo arato in cui i bambini giocavano a calcio non rimane che un pallone giallo.

Lunedì, quando il sole è sceso, le greggi dei coloni hanno attraversato il villaggio. Un giovane delle colline [gruppo di giovanissimi coloni estremisti molto violenti, ndt.] mascherato ha fatto una “V” con le dita nei pressi delle rovine delle case accompagnato dal compiacimento dei coloni con sorrisi nervosi sul volto. L’autista del veicolo di una pattuglia dell’esercito fa segno verso i giornalisti con il gesto delle tre dita. Dall’altro lato della strada una ragazzina in tuta da ginnastica rosa controlla gli oggetti sul terreno, preparandosi a lasciare il posto che è stata la sua casa.

L’IDF ha dichiarato che “alla luce delle crescenti frizioni nella zona l’esercito rafforzerà la sua presenza operativa a Ras Ein al-Auja.” Secondo l’esercito “forze dell’IDF sono entrate nella zona in base alle richieste e alle necessità operative per impedire scontri tra la popolazione e conservare l’ordine e la sicurezza nella zona.”

L’IDF sottolinea che “la condotta delle forze come descritta nell’articolo non è accettabile ed è oggetto di controllo. Ai soldati dell’IDF è richiesto di agire in base agli ordini e ai regolamenti.” Aggiunge che “il processo di verifica della proprietà delle terre non è ancora stato completato.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




A fronte della recente ondata di dimissioni l’esercito di Israele teme un “esodo in massa del personale”

Redazione di MEMO

16 dicembre 2025 – Middle East Monitor

Un rapporto segnala che con la guerra a Gaza c’è stata un’impennata delle domande di cessazione anticipata dal servizio tra le unità dell’esercito.

L’esercito israeliano ha messo in guardia circa un “esodo in massa del personale”, visto il considerevole aumento delle richieste di dimissioni da parte di militari d’ogni rango, ha reso noto martedì l’agenzia di stampa turca Anadolu.

L’esercito israeliano è afflitto da un “esodo in massa di ufficiali e sottufficiali che hanno presentato istanza di cessazione volontaria dal servizio”, scrive il quotidiano di Tel Aviv Yedioth Ahronoth.

Finora ci sono state 500 richieste da parte di ufficiali e sottufficiali in forza all’esercito regolare che volevano essere rimossi dalla loro posizione nell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.]”, afferma il giornale, pur senza specificare quando siano state presentate.

L’esercito “segnala un costante incremento delle domande di dimissioni, indice di una vera e propria crisi di organico riguardante ogni classe di età e ogni grado gerarchico, un fenomeno che ha raggiunto ormai proporzioni allarmanti”.

Secondo il quotidiano l’esercito israeliano prevede ulteriori defezioni da parte di membri dell’organico in pianta stabile che prestano servizio nelle forze regolari.

Il rapporto in questione rivela che alla Knesset sono attualmente al vaglio modifiche legislative che consentirebbero — a titolo d’incentivo — di apportare alle spettanze pensionistiche di ufficiali e soldati una maggiorazione compresa tra il 7% e l’11%.

Il giornale spiega che le 500 domande di dimissioni non sono state presentate da riservisti, ma da militari di professione impiegati nelle forze regolari, e sono riconducibili alla bassa retribuzione unita al notevole tasso di abbandono del servizio militare, che ha avuto i suoi effetti soprattutto durante la logorante guerra nella Striscia di Gaza.

L’esercito sta “faticando parecchio a convincere migliaia di ufficiali e sottufficiali affinché seguitino a prestare servizio stabilmente, con il prevedibile risultato che vi sarà un calo nelle prestazioni complessive dell’esercito”.

Dal mese di ottobre 2023 Israele ha ucciso quasi 70.700 persone a Gaza, per lo più donne e bambini, ferendone oltre 171.000, e ha ridotto l’enclave a un cumulo di macerie.

(Traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)