Arrestati numerosi palestinesi durante un raid delle forze israeliane in una città della Cisgiordania occupata

Redazione di Middle East Monitor

24 febbraio 2026 MEMo

Le forze israeliane hanno fatto irruzione in una città palestinese a sud di Nablus, nella Cisgiordania settentrionale, arrestando diverse persone e danneggiando proprietà, secondo quanto ha dichiarato martedì un funzionario locale.

Yaqub Oweis, presidente del consiglio locale di Lubban orientale, ha dichiarato ad Anadolu [agenzia stampa di proprietà del governo di Turchia, ndt.] che le truppe israeliane sono entrate in città intorno a mezzanotte, hanno perquisito diverse abitazioni e danneggiato alcune proprietà all’interno delle abitazioni.

Ha poi affermato che diversi giovani sono stati arrestati, senza specificarne il numero.

Oweis ha detto che dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023 la città, che ha una popolazione di circa 4.200 palestinesi, ha subito ripetute chiusure e l’inasprimento delle restrizioni da parte delle forze israeliane.

Ha aggiunto che anche coloni israeliani illegali hanno fatto irruzione nella città e compiuto atti di vandalismo.

Lubban orientale si trova lungo la strada principale che collega Ramallah a Nablus. Diversi insediamenti e avamposti israeliani sono stati costruiti su terreni di proprietà della città.

Asma al-Aboushi, una residente, ha raccontato il raid israeliano nella sua casa: “Ci hanno fatto sedere tutti, hanno perquisito la casa e ci hanno fotografato per verificare la nostra identità. Due soldati sono scesi in cucina per perquisirla”, ha raccontato ad Anadolu.

Ha detto che poi i soldati hanno detto che i loro colleghi in cucina al piano di sotto stavano mangiando e hanno iniziato a ridere. “Poi si sono coperti il ​​volto con delle mascherine e hanno iniziato a mangiarci sotto, guardandoci per vedere chi se ne fosse accorto”, ha detto.

Aboushi ha detto che i soldati hanno preso il suhoor (il pasto prima dell’alba durante il Ramadan) della famiglia e lasciato la casa a soqquadro.

Non ci sono stati commenti immediati sul raid da parte dell’esercito israeliano.

Altrove i testimoni hanno riferito che le forze israeliane hanno fatto irruzione nella città di Silwad, a est di Ramallah, con decine di soldati dispiegati nei diversi quartieri.

L’esercito israeliano effettua regolarmente raid e perquisizioni nelle città e nelle case palestinesi in tutta la Cisgiordania occupata.

I palestinesi affermano che l’esercito ha intensificato gli arresti dall’inizio del Ramadan la scorsa settimana.

Domenica la Palestinian Prisoner Society, un’organizzazione non governativa, ha dichiarato che le forze israeliane hanno arrestato più di 100 palestinesi in Cisgiordania dall’inizio del Ramadan.

Secondo dati palestinesi più di 9.300 palestinesi sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane, tra cui 66 donne e 350 bambini.

La violenza è aumentata in Cisgiordania dall’inizio della guerra di Gaza nell’ottobre 2023. Più di 1.116 palestinesi sono stati uccisi, circa 11.500 feriti e circa 22.000 arrestati, secondo dati palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un palestinese di 14 anni è stato lasciato morire dissanguato per 45 minuti mentre i soldati israeliani stavano lì accanto

Amira Hass

8 febbraio 2026 – Haaretz

Jadallah Jadallah è stato colpito da un’unità di paracadutisti nel campo profughi di Far’a. I video lo mostrano abbandonato chiedendo aiuto, mentre la sua famiglia guardava impotente a distanza. Al momento Israele trattiene il suo corpo. Secondo l’IDF “è stato identificato un terrorista che costituiva una minaccia immediata, i militari gli hanno sparato e hanno fornito i primi soccorsi.”

Un ragazzo di 14 anni ferito da arma da fuoco è disteso sulla schiena in un vicolo del campo profughi di al-Far’a nel nordest della Ciasgiordania. Un folto gruppo di soldati gli gira intorno o si ferma accanto, a volte a meno di un metro di distanza. Ogni tanto gli lanciano un’occhiata, ma in genere stanno vicino senza guardarlo, come se sul terreno ci fosse un oggetto anziché un essere umano.

Si gira di lato e piega le gambe mentre le sue ginocchia ricadono in avanti. Allunga una mano e poi l’altra. Queste sanguinano e poi lui alza ancora una o due mani. I vicini guardano dalle finestre delle case accanto, impossibilitati a fare alcunché.

Con un altro movimento che sembra una richiesta di attenzione e di aiuto getta il suo cappello verso i soldati. Uno di loro lo scalcia indietro. Lui lancia nuovamente il cappello. Questa volta un soldato lo scalcia delicatamente in modo che sia fuori dalla portata del ragazzo. Ogni tanto i soldati sparano in aria. Una volta sparano verso sua madre. Quando lei capisce che il ragazzo ferito è suo figlio corre fuori dalla casa distante 200 metri, cercando di raggiungerlo e implorare per la sua vita.

Diverse pallottole colpiscono il muro vicino alla porta di entrata, costringendola a rientrare. Il ragazzo ferito è Jadallah Jadallah (Jad per i suoi familiari), nato a maggio 2011. Il 16 novembre la sua famiglia si è ritrovata in due dolorosi elenchi: Jad è diventato uno dei 55 minori in Cisgiordania uccisi dai soldati israeliani nel 2025 e uno dei 77 minori uccisi i cui corpi sono trattenuti dall’esercito – molti di questi nelle celle frigorifere dell’obitorio – per ordine del governo. Poiché il suo corpo non è stato restituito per la sepoltura la famiglia si aggrappa ancora alla speranza che sia vivo, anche se quattro inquietanti video ottenuti da Haaretz documentano l’ora finale della sua breve vita. Alcuni minuti di quell’ora sono descritti più sopra.

Secondo il sito web del portavoce dell’esercito postato alle 18,12 di quel giorno si è trattato di “un’operazione offensiva del battaglione di Tzanhanim) nel campo di Far’a al comando della Brigata Menashe.”

Gli abitanti del campo dicono che i soldati stavano cercando un latitante. Non è stato arrestato nel corso dell’operazione e in seguito si è consegnato. Un video precedente, che precede cronologicamente gli altri, ottenuto da Haaretz, mostra tre persone all’incrocio di un vicolo nel campo che si recano verso la casa di Jadallah. Spiano da dietro l’angolo di un edificio alla fine del vicolo, guardando nella strada alla loro sinistra. Dal filmato è difficile determinare se siano dei minori, ma retrospettivamente sappiamo che sono Jad e i suoi amici.

Uno di loro corre nella stradina. Qualche secondo dopo un altro ragazzino si avvicina. L’amico che aveva corso con lui improvvisamente si dirige anch’egli verso ovest. Poi altre due persone entrano in scena da nord. Dal loro linguaggio del corpo – imbracciano e puntano i fucili – si può dedurre che sono soldati. Il terzo ragazzo corre verso ovest dando loro la schiena.

Appare un altro soldato e il ragazzino scompare alla vista. Un leggero cambiamento nei toni di grigio del video è dovuto probabilmente alla polvere sollevata quando qualcosa cade a terra. I vicoli sono sabbiosi dopo che l’anno scorso l’esercito ha divelto l’asfalto. I testimoni completano ciò che il video non mostra: due dei ragazzi riescono a scappare; Jad cade. I soldati lo trascinano per diversi metri nel vicolo.

La dichiarazione del portavoce dell’esercito afferma che durante l’attività dell’unità di ricognizione nel campo profughi i soldati “hanno identificato un terrorista che stava tentando di ferire i soldati. Questi gli hanno sparato e hanno eliminato il terrorista. Non ci sono stati danni alle nostre forze.”

La dichiarazione omette il fatto che i soldati hanno sparato a Jad quando non vi era pericolo per le loro vite e che egli non è stato immediatamente “eliminato”. Il terzo video mostra Jad che solleva il busto con difficoltà, ancora una volta stendendo una mano verso i soldati, per poi collassare. Si vede una manica coperta di sangue. I soldati continuano a muoversi intorno lui. Almeno due si avvicinano, sembra per filmarlo. Uno spara in aria. Un altro si avvicina, si china e fa cadere al suo fianco ciò che sembra una pietra. Gli abitanti del campo hanno interpretato questo come la costruzione di una prova e la predisposizione di una giustificazione per lo sparo.

Gli abitanti affermano che i soldati hanno impedito ad un’ambulanza palestinese di raggiungere la scena. “Mio figlio non aveva un fucile, non teneva in mano una granata, niente”, ha detto la settimana scorsa suo padre Jihad nella loro casa. Sua moglie Safaa ha aggiunto: “Se anche fosse stato così, avrebbero dovuto prenderlo e curarlo. Hanno fatto in modo che sembrasse che lui fosse uscito per compiere un attacco terroristico.

I famigliari descrivono Jad come timido e prudente, uno che corre sempre via quando arrivano i soldati e che raramente esce di casa. Ricordano tra l’altro che, come circa la metà degli abitanti del campo, sono stati costretti a lasciare le loro case per sei mesi l’anno scorso nel corso di una prolungata operazione dell’esercito, e hanno dovuto affittare un appartamento a Salfit, nella Cisgiordania nordoccidentale.

Dicono che Jad abbia detto ai soldati ‘Sono un bambino’”, dice sua madre, il viso contorto dal dolore. Sua sorella Shahed aggiunge: “Una soldatessa si è arrabbiata con i suoi colleghi e ha detto ‘Perché avete sparato? E’ un bambino’”. Le case nel campo sono sovraffollate. La gente si chiude dentro per paura dei soldati, può vedere e sentire tutto attraverso le finestre. Molti di loro hanno lavorato in Israele e capiscono bene l’ebraico. Se quelle parole sono state davvero pronunciate c’era chi poteva sentirle e capirle.

Shahed ha detto che dopo che i soldati hanno portato via suo fratello la famiglia ha ricevuto una telefonata dal comitato di collegamento palestinese locale in cui si diceva che era vivo. Circa dieci minuti dopo il comitato ha riferito di aver ricevuto un messaggio dalla sua controparte, il comitato di collegamento israeliano, che affermava che era morto.

Il fratello maggiore Qusay ha detto: “Mio fratello non è stato ucciso. Noi non crediamo che sia stato ucciso. Se lo è stato, vogliamo il corpo.” La madre ha detto che “i suoi fratellini mi chiedono se è in un frigorifero.” La figlia ha detto di temere che un organo sia stato espiantato dal suo corpo. Suo padre, un ufficiale delle forze di sicurezza nazionale palestinesi, ha risposto: “Se è morto e se gli hanno prelevato un organo per salvare un altro bambino, agli occhi di Dio questa è una gran cosa.”

A metà del quarto video ottenuto da Haaretz, che dura circa sei minuti, si vede la porta di una jeep color kaki. La stella rossa di David la contrassegna come un’ambulanza militare. Ma Jad aveva smesso di muoversi almeno due minuti prima. Alcuni secondi dopo l’arrivo dell’ambulanza un soldato si china su di lui, a quanto pare per controllare le sue pulsazioni e tastare varie parti del suo corpo. Indossa guanti blu. Se abbia fatto qualcosa dopo di ciò, non lo si può vedere nel filmato.

Verso la fine del video si vede un altro soldato che regge un panno bianco, forse una coperta termica di alluminio. Un altro porta un tappeto preso da una delle case. Poi il video si spegne. I testimoni dicono che i soldati hanno trasportato Jad sul tappeto e lo hanno caricato sull’ambulanza. Jad è stato portato via sul tappeto circa alle 17,35. Secondo i familiari fino alle 17,28 non ha ricevuto aiuto, cosa che hanno visto anche suo padre e sua sorella che guardavano dal secondo piano, sconvolti per l’impossibilità di salvarlo. Per quanto tempo è stato lasciato a terra sanguinante? Alcuni dicono circa 90 minuti, sostenendo che è stato colpito poco prima delle 16. Altri dicono che è stato colpito intorno alle 16,45, il che significa che sono trascorsi circa 45 minuti critici mentre lui sanguinava senza soccorso. 11 di quei minuti sono documentati in tre dei video in possesso di Haaretz.

Nella sua risposta a Haaretz il portavoce dell’esercito ha ampliato la stringata dichiarazione pubblicata sul sito web: “E’ stato identificato un terrorista che ha lanciato un blocco di cemento contro i soldati ed ha posto una minaccia immediata. I soldati hanno sparato al terrorista per eliminare la minaccia e di conseguenza è stato ferito. Dopo aver verificato che il terrorista non avesse sul corpo alcun congegno esplosivo, i soldati gli hanno prestato il primo soccorso. L’accusa che essi non gli abbiano fornito cure mediche è falsa. E’ stato inviato al giornalista un video che prova l’erogazione di cure mediche. Non siamo a conoscenza dell’accusa che i soldati abbiano posto delle pietre accanto alla testa del terrorista. L’incidente è oggetto di riesame.”

Il video fornito dal portavoce dell’esercito dura sette secondi. Il portavoce non ha spiegato come i soldati abbiano verificato che Jad non portava un ordigno esplosivo o perché, se temevano che ne facesse esplodere uno, siano rimasti così vicini a lui tanto a lungo.

Questa è esattamente la domanda della famiglia dopo aver sentito da Haaretz la spiegazione dell’esercito. Nella loro piccola casa è un dolore dopo l’altro: che i soldati non gli hanno permesso di salvare Jad; che lui ha sanguinato davanti ai loro occhi mentre i soldati gli camminavano intorno con indifferenza; e che Israele trattiene il suo corpo.” Ci hanno fatto doppiamente del male”, dice il padre Jihad. “Quando lo hanno ucciso ed ora che lo trattengono. Io vago nel cimitero del campo e penso tra di me: se solo mio figlio fosse qui.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Tre mesi dopo il cessate il fuoco a Gaza: Israele espande il proprio controllo e rade al suolo interi quartieri

Yarden Michaeli

15 gennaio 2026 – Haaretz

Mentre l’inviato USA Steve Witkoff annuncia la prossima fase del piano di Trump per Gaza, immagini satellitari rivelano che l’esercito israeliano sta estendendo la linea gialla sotto il suo controllo più profondamente entro le aree controllate da Hamas, mentre Hamas costruisce tendopoli

A tre mesi dall’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas immagini satellitari rivelano sviluppi significativi sul terreno in tutta la Striscia di Gaza.

Ciò include il consolidamento delle Forze di Difesa di Israele (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.] lungo il confine della sua area di controllo nella Striscia. Questo confine, noto come Linea Gialla, in alcuni casi si estende per centinaia di metri entro il territorio che è ufficialmente considerato essere sotto il controllo di Hamas. Le immagini mostrano anche zone di distruzione che si sono ampliate dopo l’inizio del cessate il fuoco, compresa l’area di Jabalya e il quartiere di Shujaiyeh, entrambi all’interno e oltre la zona sotto il controllo dell’IDF. Nel territorio controllato da Hamas sono state costruite nuove tendopoli per ospitare decine di migliaia di sfollati gazawi.

Tutti questi sviluppi avvengono mentre la Striscia, in seguito all’attuazione solo parziale del piano del presidente USA Donald Trump per porre fine alla guerra di Gaza, resta in una situazione di limbo, mentre continuano regolarmente a verificarsi spari, attacchi aerei e scontri. La cessazione ufficiale delle ostilità in ottobre e il rilascio degli ostaggi dalla detenzione di Hamas sono stati considerati una fase transitoria in vista della piena attuazione dell’accordo di Trump che prometteva, tra le altre cose, di gestire il ritiro dell’IDF dalla maggior parte di Gaza, la ricostruzione dell’enclave, il rifornimento di soccorsi per le masse di gazawi sfollati e il disarmo di Hamas.

Alcuni di questi passi in effetti sono stati compiuti: gli ostaggi in vita e tutti i cadaveri tranne uno sono stati restituiti a Israele, l’IDF ha ritirato in parte le sue forze e la Striscia adesso è divisa lungo una linea di controllo, la Linea Gialla. Tuttavia le parti devono ancora procedere alla fase successiva dell’accordo e la situazione ad interim si sta trascinando. Mercoledì l’inviato USA Steve Witkoff ha annunciato l’inizio della fase successiva del piano, mentre il primo ministro [israeliano] Benjamin Netanyahu ha affermato che si tratta solo di un passo simbolico.

L’esercito israeliano controlla circa il 54% del territorio di Gaza. Qui si possono vedere la divisione del controllo nella Striscia e alcune delle aree di attività documentate dal satellite:

Modifiche avvenute durante il cessate il fuoco

Le ultime immagini satellitari sono state riprese da Planet Labs [società statunitense che monitora quotidianamente la situazione del pianeta tramite immagini satellitari, ndt.]. Un esame delle immagini mostra che dopo l’entrata in vigore dell’accordo l’IDF ha riorganizzato e dispiegato le sue forze, tra gli altri luoghi, lungo la Linea Gialla, che il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha recentemente definito come “il nuovo confine di Israele.” Nel quadro di questi sviluppi l’IDF ha creato nuovi avamposti nelle zone sotto il suo controllo.

Secondo l’organizzazione britannica Forensic Architecture [guidata dal noto architetto israeliano Eyal Weizman, ndt.] dall’inizio del cessate il fuoco fino alla metà di dicembre l’IDF ha creato 13 nuovi avamposti all’interno della Striscia. Tra questi due grandi avamposti nell’area di Jabalya. Gli avamposti sono alti, sovrastano il territorio e consentono un’ampia visuale. La loro costruzione ha implicato la demolizione di edifici e lo sgombero di terreni, nonché l’utilizzo di pesante tecnologia ingegneristica per costruire alti terrapieni dai quali è possibile osservare tutto il nord di Gaza. I palestinesi hanno postato dei video online che li mostrano.

Le immagini satellitari mostrano anche che dopo il cessate il fuoco l’IDF ha continuato a demolire centinaia di ulteriori edifici a Jabalya intorno all’ospedale indonesiano. La gran parte delle distruzioni si trova sul lato israeliano della Linea Gialla, come compare sulle pubblicazioni ufficiali dell’IDF, ma è chiaro che molti altri edifici sono stati distrutti anche ad ovest della Linea. Un video a livello del suolo mostra la considerevole altezza dei nuovi avamposti a Jabalya. Uno di questi video è stato diffuso da Canale 11.

Secondo dichiarazioni ufficiali dell’IDF e testimoni palestinesi la zona della Linea Gialla è un costante punto caldo per incidenti, compresi colpi di arma da fuoco e vittime. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, che nei suoi rapporti non fa distinzione tra civili e combattenti, dall’annuncio del cessate il fuoco in varie località della Striscia sono stati uccisi 449 palestinesi e altri 1.246 sono stati feriti. Secondo l’UNICEF 100 delle vittime sono minorenni. In un incidente due bambini di 10 e 12 anni, che secondo le loro famiglie stavano cercando legna per il fuoco, sono stati uccisi in un attacco aereo. In seguito l’IDF ha detto di aver preso di mira due sospetti che attraversavano la Linea Gialla e di aver agito per “neutralizzare la minaccia.” Dopo il cessate il fuoco tre soldati dell’IDF sono stati uccisi nel sud della Striscia da spari anticarro e da cecchini di Hamas.

. La linea non è segnata in modo continuo sul terreno: l’IDF ha posizionato grossi blocchi gialli di cemento, a volte distanti tra loro centinaia di metri, per indicare il tracciato. I palestinesi hanno testimoniato che ogni tanto l’IDF sposta i blocchi verso ovest, dentro al territorio controllato da Hamas. L’analisi delle immagini satellitari mostra che in varie zone lungo la Linea Gialla c’è sicuramente una differenza tra la posizione dei blocchi gialli sul terreno e quella della Linea Gialla così come segnalata nelle pubblicazioni ufficiali dell’esercito, compresa la mappa pubblicata dall’Unità portavoce dell’IDF in arabo per la popolazione di Gaza. Per esempio nel quartiere di Shujaiyeh, nella parte orientale di Gaza City, nelle immagini satellitari si possono identificare i blocchi di cemento gialli posti a circa 300 metri ad ovest della Linea Gialla ufficiale segnalata nella mappa dell’IDF.

Organi di informazione internazionali hanno identificato altri luoghi in cui le pubblicazioni ufficiali non coincidono con la realtà sul terreno. Come rivelato da Haaretz un mese fa, dopo il cessate il fuoco l’IDF ha continuato a demolire altre centinaia di edifici a Shujaiyeh, ad ovest della linea ufficiale, oltre la linea dei blocchi gialli.

In risposta, l’IDF ha affermato: “All’interno del quadro del cessate il fuoco, le operazioni dell’IDF sono condotte per contrastare le minacce delle organizzazioni terroriste a Gaza, guidate da Hamas, che hanno ripetutamente violato il cessate il fuoco. L’IDF lavora per marcare in modo visibile la Linea Gialla, conformemente alle condizioni del terreno e alle valutazioni operative aggiornate e svolge le necessarie attività operative nell’area sforzandosi di minimizzare il più possibile i danni ai civili, nel rispetto del diritto internazionale.”

L’esercito non ha risposto a specifiche domande, quali: perché la posizione dei blocchi sul terreno non è aggiornata sulla mappa ufficiale, perché la linea non è segnata in modo continuo sul terreno in modo da ridurre i danni ai civili e perché la distruzione di edifici si sta espandendo anche al di là della Linea Gialla, in aree sotto il controllo di Hamas.

La distruzione avvenuta negli ultimi mesi si aggiunge alla cancellazione di intere città nella Striscia durante la guerra. Secondo l’ultimo rapporto del Centro Satelliti delle Nazioni Unite, che misura la portata della distruzione nella Striscia fino a metà ottobre, durante la guerra più dell’80% delle strutture sono state distrutte o danneggiate.

Il risultato diretto dell’estesa distruzione è uno sfollamento di massa che provoca durissime sofferenze ai gazawi. Secondo l’ONU centinaia di migliaia di persone lottano per sopravvivere in tende danneggiate dalla pioggia, dal vento e dalle mareggiate o in edifici a rischio di crollo. In totale 1,3 milioni di persone necessitano di assistenza. Solo negli ultimi giorni migliaia di tende e rifugi di fortuna che ospitavano decine di migliaia di persone sono state distrutte o danneggiate dalla pioggia e dai forti venti.

Recentemente Haaretz ha riferito che i medici nella Striscia hanno rilevato un aumento delle malattie e delle ospedalizzazioni, attribuibili in parte al fatto di aver vissuto a lungo in tende umide. Il Ministero della Sanità palestinese ha riferito che sette persone sono morte di freddo dall’inizio dell’inverno e che altri 25 gazawi sono stati uccisi dal crollo di edifici.

A fronte di questo scenario le immagini satellitari ottenute da Haaretz mostrano che nel territorio controllato da Hamas nelle scorse settimane sono state allestite almeno quattro grandi tendopoli, due nel centro della Striscia e altre due nel nord di Gaza City.

Secondo il Comitato egiziano, un ente impegnato a fornire aiuti nella Striscia, la tendopoli vicina al Corridoio Netzarim [strada costruita da Israele che taglia a metà la Striscia di Gaza, ndt.] dovrebbe ospitare 15.000 famiglie. Nell’ambito degli sforzi per assistere gli sfollati le agenzie dell’ONU hanno anche bonificato e livellato il terreno nel quartiere Hamad di Khan Younis, allestendovi una tendopoli per spostare una parte degli sfollati lontano dalle durissime condizioni sulla costa. Nonostante questi sforzi ci vorranno enormi risorse per assistere la massa di sfollati che sono vissuti nelle tende per due anni.

All’interno della transizione alla fase due dell’accordo di Gaza si prevede che sia creata un’area residenziale per gazawi non affiliati ad Hamas nel territorio sotto controllo israeliano. Immagini satellitari pubblicate da Haaretz la scorsa settimana mostrano scavi, sgombero di macerie e livellamenti vicino a Rafah in un’area che secondo l’esercito sarebbe destinata a questo scopo. I lavori di sterro, iniziati circa un mese fa, coprono un km2. Fonti militari hanno affermato che nella fase iniziale l’area ospiterà 20.000 gazawi.

Tuttavia per ora non è chiaro se e quando le parti avvieranno realmente la fase successiva.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna, Amedeo Rossi)




“Questa è una nuova Nakba”: come oltre 100 palestinesi della Cisgiordania hanno dovuto lasciare le proprie case in un solo giorno

I contadini, sottoposti a costanti soprusi, demoliscono le case e vendono le greggi mentre alcuni volontari organizzano “spostamenti protetti” per tenere lontane le pecore dei coloni. “Uomini in perfetta forma fisica hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni per proteggerli” dice l’osservatore Amir Pansky, definendola la più disgustosa pulizia etnica possibile

Matan Golan

13 gennaio 2026 – Haaretz

A Ras Ein al-Auja il suono della saldatura del metallo è continuato tutta la notte. Sempre più famiglie hanno iniziato a impacchettare le proprie cose preparandosi a lasciare le loro case a causa delle crescenti vessazioni subite da parte dei vicini avamposti dei coloni.

Domenica pomeriggio Yousef ha venduto il suo gregge di pecore. I suoi vicini hanno demolito il recinto, mentre altri hanno fatto altrettanto con la casa. Allo stesso tempo attivisti di sinistra sono stati chiamati per fornire agli abitanti protezione mentre se ne andavano.

Uno degli uomini è scoppiato a piangere vicino al camion carico di quello che aveva in casa. “Questa è una nuova Nakba,” dice il suo vicino, Husseini. “Ognuno se ne sta andando in zone diverse. Alcuni ad Auja, altri a Gerico, a Taybeh o nella zona meridionale del Monte Hebron. Abbiamo vissuto qui per 40 anni, dopo essere stati obbligati a lasciare Masafer Yatta [nel sud della Cisgiordania, ndt.] nel 1967, ma ovunque andiamo ci seguiranno, questo ci hanno detto i coloni.”

Il gregge di pecore della famiglia è stato caricato su un camion a due piani, le pecore sotto e gli agnelli sopra. “Porteremo le pecore lontano sulle montagne,” dice Husseini, indicando verso ovest. Dallo scoppio della guerra i coloni hanno impedito loro di uscire al pascolo, obbligandoli a comprare fieno per il gregge con i propri soldi. Oltre a temere i vicini che vivono negli avamposti dei dintorni, gli abitanti di Ras Ein al-Auja affermano di non poter continuare a vivere in questo modo dal punto di vista economico. “Non abbiamo futuro,” dice una persona del posto.

Husseini racconta che i coloni che sono passati vicino a casa sua la settimana scorsa gli hanno gridato: “Vi abbiamo sconfitti.” Dice che gli abitanti sapevano che stava per arrivare l’ora di partire. “É lo stesso gruppo di coloni, agiscono in base a un piano. Il governo sta con loro, così come l’esercito e la polizia. Ogni volta si concentrano su una comunità diversa, la obbligano ad andarsene e poi prendono la terra su cui essa si trovava,” aggiunge. “Alla fine nulla importa, né i medi né le pressioni internazionali, ci riescono. Dopo averci tagliati fuori e impedito di sopravvivere non rimane altro da fare. È questa la democrazia di cui sono così orgogliosi?”

La comunità è divisa in varie aree. Nella primavera del 2024 i coloni hanno fondato un nuovo avamposto a centinaia di metri da quella a nord ovest, con una mandria di cammelli e un gregge di pecore. Circa una settimana e mezza fa i coloni hanno costruito un’espansione dell’avamposto nei pressi delle case dei contadini. Giovedì circa 100 persone hanno deciso di lasciare le proprie case,

ma non tutte le famiglie. Alcuni hanno detto di voler rimanere e guardano i loro vicini prepararsi ad andarsene. Nel pomeriggio di venerdì le greggi dei coloni sono tornate a scorrazzare nelle zone che circondano la comunità.

Per la prima volta attivisti di sinistra hanno fornito “spostamenti protetti” ininterrottamente nel villaggio per tener lontane le greggi di coloni dalle zone residenziali, mentre altri avevano il compito di consentire agli uomini che avevano lavorato 12 ore per demolire le strutture di riposare un po’ per il giorno successivo. Dopo che un gregge dei coloni si è fermato nel villaggio gli attivisti sono stati chiamati per portarlo via. I bambini hanno chiesto a uno degli attivisti, trattato dai contadini come un membro della famiglia, se anche questa volta aveva portato nella sua macchina palloni da calcio. Stavolta non lo aveva fatto.

“È straziante,” afferma Amir Pansky di Looking the Occupation in the Eye [Guardare l’occupazione negli occhi, organizzazione israeliana contro l’occupazione, ndt.] con gli occhi lucidi: “Non è la prima espulsione che vedo, ma è la peggiore. Ci sono persone con cui siamo stati per tre anni, conosciamo le famiglie, i genitori. E’ semplicemente del tutto surreale.”

Pansky dice che il governo potrebbe evacuare ufficialmente il villaggio e sostenere i costi, ma invece si nasconde dietro a tredicenni che se ne occupano al suo posto. “Uomini (palestinesi) nel fiore degli anni hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni che li proteggano dai pastori inviati dai consigli regionali [strutture amministrative dei coloni, ndt.] e da organizzazioni sioniste religiose,” aggiunge. “Questa è la forma più degradante di espulsione etnica che si possa immaginare.”

Vestiti lavati pendono dai fili per stendere i panni e su barriere di metallo di ogni casa in previsione di peregrinazioni e dell’ignoto. Una donna con un vestito colorato sta sulla soglia della sua casa di lamiera mentre le sue figlie saltano su un logoro divano. “Mio marito va a lavorare e io rimango con le piccole,” dice. “Originariamente recintavamo il cortile per segnare i confini della casa, ma abbiamo aggiunto i cancelli a causa dei coloni. Stanno sempre girovagando qui intorno, a volte entrano perfino dentro. Abbiamo sempre sperato che loro, i coloni, e non noi, se ne andassero. È una buona zona, è duro lasciare una terra così fertile,” aggiunge.

La parte occidentale della comunità è stata abbandonata da giovedì. Solo qualche cane spaventato vaga tra ciò che rimane dell’espulsione. Nel campo arato in cui i bambini giocavano a calcio non rimane che un pallone giallo.

Lunedì, quando il sole è sceso, le greggi dei coloni hanno attraversato il villaggio. Un giovane delle colline [gruppo di giovanissimi coloni estremisti molto violenti, ndt.] mascherato ha fatto una “V” con le dita nei pressi delle rovine delle case accompagnato dal compiacimento dei coloni con sorrisi nervosi sul volto. L’autista del veicolo di una pattuglia dell’esercito fa segno verso i giornalisti con il gesto delle tre dita. Dall’altro lato della strada una ragazzina in tuta da ginnastica rosa controlla gli oggetti sul terreno, preparandosi a lasciare il posto che è stata la sua casa.

L’IDF ha dichiarato che “alla luce delle crescenti frizioni nella zona l’esercito rafforzerà la sua presenza operativa a Ras Ein al-Auja.” Secondo l’esercito “forze dell’IDF sono entrate nella zona in base alle richieste e alle necessità operative per impedire scontri tra la popolazione e conservare l’ordine e la sicurezza nella zona.”

L’IDF sottolinea che “la condotta delle forze come descritta nell’articolo non è accettabile ed è oggetto di controllo. Ai soldati dell’IDF è richiesto di agire in base agli ordini e ai regolamenti.” Aggiunge che “il processo di verifica della proprietà delle terre non è ancora stato completato.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




A fronte della recente ondata di dimissioni l’esercito di Israele teme un “esodo in massa del personale”

Redazione di MEMO

16 dicembre 2025 – Middle East Monitor

Un rapporto segnala che con la guerra a Gaza c’è stata un’impennata delle domande di cessazione anticipata dal servizio tra le unità dell’esercito.

L’esercito israeliano ha messo in guardia circa un “esodo in massa del personale”, visto il considerevole aumento delle richieste di dimissioni da parte di militari d’ogni rango, ha reso noto martedì l’agenzia di stampa turca Anadolu.

L’esercito israeliano è afflitto da un “esodo in massa di ufficiali e sottufficiali che hanno presentato istanza di cessazione volontaria dal servizio”, scrive il quotidiano di Tel Aviv Yedioth Ahronoth.

Finora ci sono state 500 richieste da parte di ufficiali e sottufficiali in forza all’esercito regolare che volevano essere rimossi dalla loro posizione nell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.]”, afferma il giornale, pur senza specificare quando siano state presentate.

L’esercito “segnala un costante incremento delle domande di dimissioni, indice di una vera e propria crisi di organico riguardante ogni classe di età e ogni grado gerarchico, un fenomeno che ha raggiunto ormai proporzioni allarmanti”.

Secondo il quotidiano l’esercito israeliano prevede ulteriori defezioni da parte di membri dell’organico in pianta stabile che prestano servizio nelle forze regolari.

Il rapporto in questione rivela che alla Knesset sono attualmente al vaglio modifiche legislative che consentirebbero — a titolo d’incentivo — di apportare alle spettanze pensionistiche di ufficiali e soldati una maggiorazione compresa tra il 7% e l’11%.

Il giornale spiega che le 500 domande di dimissioni non sono state presentate da riservisti, ma da militari di professione impiegati nelle forze regolari, e sono riconducibili alla bassa retribuzione unita al notevole tasso di abbandono del servizio militare, che ha avuto i suoi effetti soprattutto durante la logorante guerra nella Striscia di Gaza.

L’esercito sta “faticando parecchio a convincere migliaia di ufficiali e sottufficiali affinché seguitino a prestare servizio stabilmente, con il prevedibile risultato che vi sarà un calo nelle prestazioni complessive dell’esercito”.

Dal mese di ottobre 2023 Israele ha ucciso quasi 70.700 persone a Gaza, per lo più donne e bambini, ferendone oltre 171.000, e ha ridotto l’enclave a un cumulo di macerie.

(Traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




Israele prepara il più grande atto di “pulizia archeologica” mai realizzato in Cisgiordania

Alon Arad 

11 dicembre 2025 +972 Magazine

Gli archeologi israeliani non si oppongono alle mosse dello Stato che espropria parti di Sebastia, subordinando la verità scientifica all’espansione coloniale

Mentre gli abitanti di Sebastia, un villaggio palestinese a nord di Nablus nella Cisgiordania occupata, si riunivano in assemblea d’emergenza per discutere di un nuovo piano israeliano per impadronirsi di parti significative del loro villaggio con il pretesto di “sviluppare” il suo sito archeologico, gli archeologi israeliani si riunivano a Boston per la CXXV conferenza annuale dell’American Society of Overseas Research (ASOR).

Precedentemente nota come American School of Oriental Research, nel 2021 l’ASOR ha sostituito il significato della lettera “O” nel suo nome evidentemente per segnalare un allontanamento dall’eredità coloniale dell’archeologia verso una ricerca basata su una collaborazione paritaria con le popolazioni locali. Per gli archeologi israeliani tuttavia questo cambiamento appare sostanzialmente di facciata: mentre partecipavano alla prestigiosa conferenza – per loro la migliore scena per coltivare legami con la comunità accademica globale – il loro governo era impegnato a usare l’archeologia come strumento per mantenere il controllo coloniale sui palestinesi.

Il 19 novembre l’Amministrazione Civile israeliana ha annunciato l’intenzione di espropriare 550 appezzamenti privati ​​di Sebastia, circa 1.800 dunam (450 acri) di terreno, da secoli fondamentali per il sostentamento, il patrimonio culturale e l’identità del villaggio. Gli abitanti affermano che il progetto devasterà l’agricoltura locale, anche distruggendo circa 3.000 ulivi alcuni dei quali secolari.

Sebastia è innegabilmente un sito archeologico stratificato e di straordinario valore. Anticamente, nell’età del ferro, città di Samaria, capitale del Regno di Israele, contiene i resti del palazzo di re Acab, portati alla luce negli anni ’30. Nel I secolo a.C. re Erode del Regno di Giudea ricostruì la città, risparmiando un tempio vicino alle rovine più antiche in onore del suo amico l’imperatore romano Augusto. Nella zona sono stati rinvenuti anche un teatro romano ben conservato, una chiesa bizantina e altri reperti archeologici.

Ma l’importanza archeologica di Sebastia non fa che acuire la contraddizione politica in questione: sebbene il sito meriti uno studio attento, il divario tra i presunti impegni etici degli archeologi israeliani e la violenza statale perpetrata a nome dell’archeologia per giustificare i passi verso l’annessione della Cisgiordania non è mai stato così evidente.

L’occupazione di Sebastia da parte di Israele – la sua più grande espropriazione di terreni per appropriarsi di resti antichi – è iniziata nel maggio 2023, quando il governo ha stanziato 32 milioni di shekel [circa 8 milioni e mezzo di euro] per il “restauro e lo sviluppo” del sito. La campagna si è intensificata nel luglio 2024 quando l’esercito ha conquistato la cima di Tel Sebastia (il punto più alto del villaggio, sede dei suoi resti archeologici più significativi) adducendo vaghe “preoccupazioni per la sicurezza”. Poco dopo, il governo ha segnalato l’intenzione di occupare un’area ancora più ampia del villaggio.

Gli abitanti palestinesi – insieme a Emek Shaveh, l’organizzazione che dirigo [ONG israeliana che lavora per prevenire la politicizzazione dell’archeologia nel contesto israelo-palestinese, ndt.] – hanno presentato un’obiezione formale all’Amministrazione Civile, sostenendo che il diritto internazionale proibisce l’uso di beni culturali per scopi militari. L’obiezione è stata infine respinta.

Il Ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu ha celebrato l’espropriazione online. “Non consegneremo più la nostra eredità agli assassini”, ha scritto su X il mese scorso. Eliyahu, grande sostenitore dell’annessione della Cisgiordania e del reinsediamento ebraico a Gaza, ha aggiunto: “Questa è la nostra patria storica; non lasceremo mai questo posto”.

Sebbene l’area attualmente interessata dagli scavi rientri tecnicamente nell’Area C (sotto il pieno controllo israeliano) e la maggior parte del villaggio edificato di Sebastia rientri nell’Area B (sotto l’amministrazione civile palestinese e il controllo di sicurezza israeliano), in pratica le due zone formano un unico paesaggio continuo. Le antichità del villaggio sono storicamente e culturalmente inseparabili da quelle situate nell’Area C.

Il nuovo piano di espropriazione minaccia di interrompere completamente questo nesso. Il progetto prevede di deviare i visitatori israeliani lungo una strada che i coloni intendono costruire per aggirare completamente il villaggio palestinese, e include la costruzione di un centro visitatori, la recinzione della zona archeologica e l’introduzione di un biglietto d’ingresso. Se attuate, queste misure separerebbero di fatto gli abitanti di Sebastia dalla loro terra e dal loro patrimonio.

L’archeologia al servizio dell’annessione

L’uso dell’archeologia da parte di Israele per facilitare l’appropriazione di terre palestinesi – una pratica che può essere adeguatamente descritta come “pulizia archeologica” – è di gran lunga precedente a Sebastia. Per decenni lo Stato ha implementato questa strategia sia all’interno dei confini del 1948 che in tutta la Cisgiordania: nel parco della Città di David a Gerusalemme Est, nel villaggio di Susya sulle colline a sud di Hebron, nel parco nazionale di Nabi Samwil, a Shiloh e in numerosi altri siti.

Ampie fasce della comunità archeologica israeliana hanno abbandonato i principi professionali fondamentali e gli standard etici intesi a sostenere il diritto internazionale e a proteggere il patrimonio culturale. Molti hanno collaborato apertamente con i leader delle colonie e le autorità israeliane preposte all’applicazione della legge, fornendo sia copertura ideologica che infrastrutture fisiche per l’espansione degli insediamenti. Ancora l’anno scorso diversi archeologi locali hanno partecipato a una conferenza a Gerusalemme ospitata dal Ministro del Patrimonio Eliyahu, e alcuni hanno persino accettato sistemazioni alberghiere finanziate dal governo.

La comunità archeologica israeliana si è costantemente rifiutata di impegnarsi in una necessaria riflessione interna sulle implicazioni etiche del proprio lavoro. Per anni i suoi studiosi hanno ignorato i dibattiti fondamentali su dove gli scavi possano essere legittimamente condotti e a quali condizioni, nonostante ripetuti avvertimenti, relazioni politiche e risoluzioni di importanti organismi internazionali – tra cui l’UNESCO, la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite e la Corte Internazionale di Giustizia – che esortano Israele a interrompere l’attività archeologica nei territori occupati.

In questo contesto l’archeologia a Gerusalemme Est e in Cisgiordania ha da tempo perso il suo oggettivo valore scientifico. L’impegno della disciplina nello studio del passato per approfondire la comprensione umana è stato subordinato a un progetto politico di supremazia ebraica, in cui l’archeologia viene usata come strumento di controllo territoriale. Invece di difendere l’integrità del loro campo molti archeologi israeliani sono diventati di fatto un’estensione dell’apparato politico dello Stato.

Alla luce di queste pratiche e in vista della conferenza ASOR alcuni partecipanti internazionali hanno sollecitato limitazioni al coinvolgimento degli archeologi israeliani. Dibattiti simili sono emersi in Europa, anche all’interno dell’Associazione Europea degli Archeologi (EAA), dove alcuni membri hanno proposto di consentire agli studiosi israeliani di partecipare solo a condizione che abbandonassero le loro affiliazioni istituzionali.

Piuttosto che affrontare queste critiche sostanziali, molti archeologi israeliani si limitano a invocare l’antisemitismo e a presentarsi come eterne vittime. Questo atteggiamento esclude qualsiasi significativa discussione sulle questioni etiche fondamentali: l’ammissibilità di scavi in territori occupati contro la volontà delle comunità locali e in violazione al diritto internazionale; la collaborazione con le organizzazioni delle colonie e le condizioni in cui potrebbe ancora essere possibile una ricerca etica in Israele.

La dissonanza degli archeologi israeliani che presentano il loro lavoro a Boston e partecipano all’espropriazione di Sebastia illustra perché i colleghi internazionali siano sempre più restii a collaborare con loro. Ignorando le norme internazionali e allineandosi con coloro che sfruttano l’archeologia come arma per evacuare e spossessare minano la loro stessa credibilità scientifica.

La Cisgiordania ospita oltre 6.000 siti archeologici noti. In qualsiasi altro luogo tale ricchezza sarebbe considerata un tesoro culturale. Ma per i palestinesi è diventata una maledizione: ogni sito – la maggior parte dei quali non ha alcun legame con la storia ebraica nella regione – è trattato come un potenziale strumento per affermare il predominio territoriale. Siti che custodiscono secoli di storia palestinese vengono distrutti attraverso la negligenza sistematica o l’appropriazione, per poi essere sfruttati in un progetto ideologico che minaccia la futura esistenza palestinese.

L’archeologia è diventata un ulteriore meccanismo di oppressione accanto alla violenza dei coloni e dei militari, alle restrizioni di movimento e alle espropriazioni quotidiane. E mentre le comunità palestinesi resistono con i pochi mezzi a loro disposizione, gli archeologi israeliani continuano a legittimare e promuovere quelle violenze.

Se gli archeologi israeliani desiderano mantenere la loro legittimità accademica – e, cosa ancora più importante, cessare di partecipare a un progetto immorale di dominio coloniale – devono ascoltare gli avvertimenti dei loro colleghi internazionali e respingere il cinico sfruttamento della loro professione da parte dello Stato.

Alon Arad è archeologo e direttore esecutivo di Emek Shaveh, una ONG israeliana che si impegna a difendere i diritti del patrimonio culturale e a proteggere i siti antichi come beni pubblici che appartengono a membri di tutte le comunità, fedi e popoli.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Questo è il “crimine” che ha fatto sì che la signora Rachel venisse nominata “Antisemita dell’anno”

Libby Lenkinski

8 dicembre 2025 – Haaretz

StopAntisemitism, un’organizzazione che pretende di rappresentare gli ebrei, ha inserito nella lista nera l’amata educatrice Rachel perché considera i palestinesi come esseri umani. La sua assurda nomina, in un momento di crescente antisemitismo, riflette la demonizzazione della compassione stessa.

Recentemente StopAntisemitism, un gruppo di pressione che monitora le dichiarazioni di personaggi pubblici per presunto antisemitismo, ha inserito la signora Rachel nella sua lista dei primi dieci finalisti per il premio “Antisemita dell’anno”. Quando il gruppo ha annunciato i suoi tre finalisti, lei non è stata selezionata.

Questo è il contesto in cui una delle educatrici di bambini più amate al mondo viene pubblicamente processata. La signora Rachel. L’insegnante di scuola materna di Internet, la donna che insegna ai bambini piccoli a parlare, cantare e a calmarsi attraversando le loro prime paure. Il suo presunto crimine? Aver offerto assistenza ai bambini e alle famiglie di Gaza con la stessa tenerezza che offre a ogni bambino, ovunque.

Puntano il dito a cose come questa: ha accolto bambini palestinesi amputati nel suo programma affinché i bambini negli Stati Uniti possano vederli non come astrazioni, ma come coetanei – bambini come loro che imparano a parlare, a sorridere, a vivere di nuovo. Si è presentata a un ricevimento della rivista Glamour indossando uno scialle ricamato con disegni realizzati per lei da bambini di Gaza: case, cieli, fiori, parole di desiderio cucite su stoffa da piccole mani. Non propaganda ma connessione umana.

Prima di trasferirmi in Israele ero un’insegnante d’asilo. Conoscevo i bambini nei modi più naturali e normali: il modo in cui raccontavano storie, il modo in cui nutrivano paure, il modo in cui inventavano mondi interi con sabbia e tovaglioli di carta. Quando sento statistiche su bambini morti o feriti, qualsiasi bambino, cerco di rievocare la pienezza dei bambini che conoscevo: la loro immaginazione, le loro particolarità, i piccoli universi che portavano dentro di sé. L’amore per i bambini è amore per i bambini. Perché si dovrebbe chiedere alla signora Rachel di mettere da parte questi sentimenti?

Se questo sembra surreale, è perché lo è. Ma fa anche parte di qualcosa di molto più calcolato, guidato dal governo israeliano di estrema destra e da alcuni esponenti dell’establishment istituzionale ebraico americano: trasformare qualsiasi critica alla politica israeliana in odio per gli ebrei.

Quando le obiezioni all’occupazione, alle espulsioni forzate o alle uccisioni di massa possono essere etichettate come antisemite, la responsabilità svanisce. Intere popolazioni scompaiono dietro un ricatto morale.

Le istituzioni ebraiche americane non hanno inventato questa strategia, ma molte l’hanno adottata con entusiasmo. Barattando la rettitudine etica per accedere alle istituzioni, hanno varcato una linea che non dovrebbe mai essere superata: la sicurezza ebraica non deve avvenire a scapito dell’umanità palestinese. Ma ormai siamo arrivati ​​a questo punto.

Un gruppo che pretende di rappresentare gli ebrei e di essere preso sul serio può inserire un educatore infantile in una lista nera estremista per essersi rifiutato di distogliere lo sguardo dai bambini palestinesi. Non si tratta di proteggere gli ebrei. Si tratta di salvaguardare il potere.

Il pericolo più profondo qui non è la confusione di significati, ma l’inversione dei valori morali. Ci viene detto che invocare pietà è tradimento, che il dolore è estremismo, che nominare la sofferenza è odio. Mentre Gaza è in rovina, il fragile cessate il fuoco rischia di crollare e i bambini continuano a essere uccisi dalle IDF [forze armate israeliane, n.d.t.] persino la compassione viene messa sotto accusa.

Definire questo “difesa nazionale” non lo rende morale. Definire il dissenso “odio” non lo rende antisemitismo. Definire la coscienza “radicalismo” non la rende pericolosa. Definire il silenzio “sicurezza” non lo rende una protezione.

Esistono definizioni di antisemitismo che non richiedono la cancellazione dei palestinesi. Nexus, la Dichiarazione di Gerusalemme e altri distinguono la critica a uno Stato dall’odio per un popolo, pur difendendo con vigore e onestà la sicurezza ebraica. Questi quadri teorici comprendono una cosa semplice: la sopravvivenza ebraica non è mai stata garantita rendendo qualcun altro sacrificabile. È sempre stata garantita attraverso la solidarietà.

[E’evidente la contrapposizione con la definizione operativa di antisemitismo approvata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA) su cui si basano esplicitamente diversi disegni di legge presentati al Parlamento italiano, n.d.t.]

Eppure, mentre si verifica questa distorsione, l’antisemitismo stesso sta effettivamente aumentando. Il nazionalismo bianco sta risorgendo. Il sionismo cristiano, radicato nella teologia apocalittica e nell’amore strumentale per gli ebrei, è stato accolto nelle strutture di potere americane sotto la bandiera del “sostegno a Israele”. Questi non sono alleati. Sono bombe ad orologeria.

E dovremmo dirlo chiaramente: l’antisemitismo si manifesta anche all’interno di movimenti che rivendicano il linguaggio della giustizia quando la rabbia contro Israele si unisce a vecchie teorie del complotto sul potere e il controllo ebraico.

Qualsiasi istituzione ebraica che si allinei a una qualsiasi di queste forze non sta scegliendo la sicurezza. Sta scegliendo il pericolo.

Ecco perché ciò che sta accadendo alla signora Rachel è importante. Non perché sia ​​assurdo, anche se lo è, ma perché dimostra quanto questa logica sia arrivata lontano. Se i bambini palestinesi devono sparire affinché gli ebrei si sentano al sicuro, allora ciò che viene protetto non è la vita ebraica.

La sicurezza ebraica non si costruisce mettendo a tacere gli altri. Si costruisce rifiutandoci di diventare ciò che un tempo ha cercato di cancellarci.

E se preoccuparsi dei bambini amputati, delle famiglie affamate e dei bambini orfani è ormai considerato antisemitismo… Nominate anche me.

Libby Lenkinski è la fondatrice di Albi, un’organizzazione che promuove la cultura del cambiamento

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Secondo un rapporto nel 2025 Israele è stato responsabile del 43% delle morti di giornalisti in tutto il mondo

Redazione di MEMO

9 dicembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che secondo un rapporto pubblicato martedì l’esercito israeliano è stato ritenuto responsabile per circa la metà delle morti dei giornalisti in tutto il mondo nel 2025.

Secondo Reporter Senza Frontiere, una organizzazione non governativa con sede a Parigi che difende i diritti dei giornalisti, il 2025 ha visto una impennata del numero di giornalisti uccisi nel mondo.

Il rapporto mostra che nel corso di un anno 67 professionisti dei media sono stati uccisi e almeno 53 di questi sono stati vittime di “pratiche criminali di gruppi militari e del crimine organizzato.”

Nel rapporto si afferma che “circa la metà (43%) dei giornalisti assassinati negli ultimi 12 mesi è stata uccisa a Gaza dalle forze armate israeliane.”

Inoltre da ottobre 2023 sono stati uccisi dall’esercito israeliano circa 220 giornalisti, 65 dei quali sono stati colpiti per la loro professione o mentre lavoravano.

Secondo i dati dell’ufficio dei media del governo di Gaza almeno 257 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano a Gaza dall’inizio della guerra genocida.

Nel rapporto si afferma che Israele è al secondo posto [al mondo] per numero di detenzioni di giornalisti stranieri, in quanto nel 2025 sono stati imprigionati 20 giornalisti palestinesi in aggiunta ai 16 arrestati a Gaza e nella Cisgiordania occupata negli ultimi due anni.

Da ottobre 2023 l’esercito israeliano ha ucciso a Gaza più di 70.000 persone, per la maggior parte donne e minori, e ne ha ferite oltre 171.000.

Secondo il rapporto il Messico è la “seconda Nazione più pericolosa al mondo per i giornalisti con nove uccisi e la Cina è il Paese che costituisce la più grande prigione al mondo per i giornalisti, in quanto tiene in arresto 121 reporter.

I giornalisti affrontano rischi maggiori nelle loro Nazioni, ha affermato l’organizzazione, dato che tutti i professionisti uccisi eccetto due sono stati uccisi mentre svolgevano i loro compiti nei propri Paesi d’origine.

In Sudan i giornalisti affrontano gravi abusi in quanto il conflitto continua a infuriare,” si dice nel rapporto, osservando che nel 2025 le Forze Paramilitari di Supporto Rapido hanno ucciso quattro giornalisti, inclusi due che erano stati sequestrati dal gruppo di ribelli.

Secondo il rapporto un totale di 37 giornalisti su 135 scomparsi durante il regime del deposto presidente Bashar al-Assad sono al momento dispersi in Siria dopo essere stati imprigionati dalle autorità del regime o presi in ostaggio dall’ISIS (Daesh).

Assad, leader della Siria per circa 25 anni, si è rifugiato in Russia l’8 dicembre 2024, ponendo fine al regime del partito Baath, rimasto al potere dal 1963.

Al-Sharaa, che ha guidato le forze antiregime che hanno cacciato Assad, lo scorso gennaio è stato dichiarato presidente per un periodo transitorio.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




I palestinesi affermano che, contrariamente alle affermazioni della propaganda israeliana, l’ospedale Al-Shifa di Gaza è “ben lungi dall’essere pienamente operativo”

Nagham Zbeedat

5 dicembre 2025 – Haaretz

Sui social media alcuni influencer filoisraeliani hanno diffuso video del reparto maternità restaurato dell’ospedale Al-Shifa per mettere in dubbio la distruzione del complesso da parte di attacchi aerei e raid dell’IDF. Le immagini satellitari e le testimonianze di palestinesi di Gaza dimostrano il contrario.

All’ingresso di quello che un tempo era il più grande e importante complesso medico di Gaza, su un muro di cemento è stato scritto un messaggio in arabo e in inglese: “Giuriamo di ricostruirlo

Il graffito è stato dipinto nell’ambito di un impegno congiunto, durato oltre un anno, di organizzazioni umanitarie, governi stranieri e cittadini comuni per ristrutturare l’ospedale Al-Shifa di Gaza City.

Eppure, quando la scorsa settimana sono circolati online dei video che mostravano muri appena ridipinti e corridoi riparati ad Al-Shifa, è scoppiata una polemica. In post che hanno ricevuto milioni di visualizzazioni degli influencer filoisraeliani hanno falsamente affermato che le immagini costituissero la “prova” che gli ospedali di Gaza non fossero mai stati bombardati da attacchi aerei israeliani.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i media in lingua araba hanno riferito che, come appare in alcuni filmati che mostrano delle impalcature su alcune delle strutture sopravvissute, la ristrutturazione dell’ospedale Al-Shifa sarebbe iniziata all’inizio del 2024, nonostante le operazioni militari israeliane in corso in quel periodo.

L’edificio che appare nei video virali è il reparto maternità, una struttura situata all’estremità sud-occidentale del complesso di Al-Shifa. È stato costruito di recente, alla fine del 2020, e rispetto ad altri edifici ospedalieri ha subito danni minimi durante le diverse settimane di attacchi da parte delle IDF dell’anno scorso. Grazie a una rete elettrica funzionante nelle vicinanze e all’accesso a delle materie prime come la vernice, è stata una delle poche strutture che gli operai rimasti a Gaza hanno potuto riparare.

“Quello che si vede in quei video è solo un po’ di vernice e piccole riparazioni”, spiega Hajar, 32 anni, di Gaza City. “Quell’edificio ha subito danni minimi perché è separato dal complesso principale. Si trova a sud-est dell’ospedale e non è stato colpito direttamente dai raid, solo da alcuni colpi di artiglieria. Il resto dell’ospedale è stato spazzato via.”

Queste strutture, che un tempo costituivano la spina dorsale del sistema sanitario di Gaza, sono state ridotte a lamiere contorte, soffitti crollati e sale operatorie bruciate. La loro ricostruzione richiede risorse ben oltre l’attuale capacità di Gaza: equipaggiamento specializzato, materiali importati, macchinari pesanti e manodopera qualificata sono stati tutti dissipati dalla guerra.

“Condividere queste immagini senza spiegazioni serve all’occupazione e alla sua narrazione”, afferma Kamel, un infermiere di 28 anni del quartiere Shujaiyeh di Gaza City, che si è offerto volontario in ospedale all’inizio della guerra nel 2023 e da allora vi è tornato più volte. Questa opinione è ampiamente diffusa tra abitanti e operatori sanitari di Gaza.

In ogni modo “gli edifici principali – il reparto di chirurgia, il pronto soccorso, l’unità di dialisi, la medicina interna, le sale operatorie, la terapia intensiva e altro ancora – sono completamente distrutti e del tutto irreparabili”, afferma Kamel.

Più di un ospedale

Prima della guerra l’ospedale Al-Shifa (in arabo “l’ospedale della guarigione”) era la principale istituzione medica di Gaza, la più grande, la più attrezzata e fondamentale. Ma i palestinesi della Striscia raccontano ad Haaretz che l’ospedale costituisce un simbolo della resistenza di Gaza, un luogo in cui le vite sono state consegnate, salvate e perse durante decenni di blocco e attacchi ripetuti.

La sua distruzione durante i due anni di guerra ha rappresentato un punto di rottura per molti palestinesi, non solo per il suo ruolo cruciale nell’assistenza sanitaria, ma anche per ciò che rappresentava per una popolazione già stremata dalla devastazione.

Dopo mesi di bombardamenti e due incursioni su larga scala da parte delle IDF, l’ospedale è ormai in gran parte irriconoscibile. Gli edifici principali – tra cui chirurgia, pronto soccorso, terapia intensiva, dialisi e medicina interna – sono distrutti o incendiati. I corridoi che un tempo ospitavano famiglie sfollate a causa della guerra sono ridotti in macerie. Le sale operatorie sono carbonizzate. Gli impianti elettrici, le condutture dell’ossigeno e le reti idriche sono state recise. Solo un paio di strutture periferiche ha subito danni minimi, consentendo ai volontari di ridipingere ed eseguire riparazioni di base.

A marzo Hajar, madre di tre figli, stava andando a prendere l’acqua per la sua famiglia quando un inaspettato attacco aereo israeliano ha fatto tremare il terreno sotto i suoi piedi. Spaventata, è caduta rovinosamente, fratturandosi un braccio. Poiché Al-Shifa si trovava a corto di forniture mediche e prestava assistenza solo ai casi più gravi causati dalla guerra ha dovuto recarsi all’ospedale Al-Quds, situato a 2,6 km di distanza. “Nemmeno lì hanno potuto operarmi, anche se avevo davvero bisogno di un intervento chirurgico. Tutto quello che hanno potuto fare è stato mettermi una fasciatura e dirmi di aspettare che il braccio guarisse da solo”, spiega. “Al-Shifa era tutto per noi quando c’era bisogno di cure mediche.”

L’ospedale e il suo vasto complesso hanno subito alcuni dei colpi più duri della guerra, tra cui due massicce incursioni che hanno lasciato profonde ferite fisiche e psicologiche alla popolazione di Gaza: nel corso della prima, ampie parti del complesso sono state bombardate, le sue aree mediche sono state invase dai corpi e l’elettricità e l’ossigeno sono venuti a mancare; la seconda incursione, la scorsa primavera durante gli ultimi giorni del Ramadan, è stata ancora più distruttiva. “Hanno bruciato tutto. Hanno spianato i cortili dell’ospedale con i bulldozer”, ricorda Hajar. “Quando l’esercito si è ritirato e finalmente ci è stato permesso di rientrare, abbiamo trovato una fossa comune. Corpi ammucchiati uno sopra l’altro. Alcuni erano stati sepolti dalle ruspe. Non posso dimenticare quella scena.”

Secondo Human Rights Watch, la distruzione degli ospedali Al-Shifa, Nasser e Kamal Adwan ha seguito uno schema costante – incursioni, evacuazioni forzate, negazione di forniture salvavita e demolizione di edifici – che, sempre secondo HRW, indica un attacco deliberato alle infrastrutture mediche di Gaza. Le Nazioni Unite hanno descritto la condotta delle IDF come “medicidio”.

Ancora “lungi dall’essere pienamente operativo”

Nonostante la distruzione, sul campo è proseguito un intervento umanitario silenzioso, spontaneo e spesso pericoloso. Volontari, ingegneri, personale medico locale e ONG hanno svolto compiti un tempo riservati a istituzioni pienamente funzionanti: rimuovere manualmente i detriti, riallacciare le linee elettriche interrotte, recuperare attrezzature dalle macerie dell’ospedale, costruire in modo creativo letti ospedalieri e tentare di ripristinare la funzionalità di base in alcune parti del complesso.

L’edificio della maternità, ora parzialmente restaurato, è diventato un esempio non di ripresa, ma di determinazione – un piccolo segno di ciò che i palestinesi sperano di ricostruire se ne avranno i mezzi.

Dopo il primo cessate il fuoco nel gennaio 2024 sono iniziati immediatamente gli sforzi per riparare i danni infrastrutturali e riavviare le attività dell’ospedale Al-Shifa. Tra le istituzioni che hanno facilitato la riabilitazione figurano il governo malese, l’organizzazione no-profit britannica SKT Welfare, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Gift of the Givers, un’organizzazione umanitaria fondata in Sudafrica nel 1992.

Tutti i medici e gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato, sia come membri di una delegazione medica sia come persone che hanno lavorato a Gaza, hanno confermato che gli edifici dell’ospedale sono stati gravemente danneggiati. La distruzione è stata pesante e ingiustificabile”, ha dichiarato Abou Rageila ad Haaretz. Ci siamo concentrati su un unico edificio perché le nostre precedenti strutture mediche erano insufficienti per i casi gravi che richiedevano interventi chirurgici o trattamenti complessi. Il collasso delle infrastrutture nel settore sanitario di Gaza ha reso questo progetto unico nel suo genere”.

Il fine dell’organizzazione non era solo quello di ripristinare i servizi medici, ma anche di sostenere l’economia locale. Attraverso i propri programmi, ha fornito opportunità di lavoro agli abitanti colpiti dalla guerra. Gift of the Givers ha collaborato con alcune organizzazioni per ripristinare un piano dell’ospedale. Il costo totale del progetto è stato di 1,5 milioni di dollari, di cui 300.000 sono stati donati da Gift of the Givers.

Abou Rageila sottolinea che il termine “recupero” deve essere usato con cautela. “L’edificio è ora utilizzabile per ricevere pazienti, ma richiede ancora importanti lavori. Mancano pannelli solari, attrezzature mediche essenziali e materiali di consumo. La maggior parte dei dispositivi attualmente in uso è stata recuperata da ospedali distrutti durante la guerra. Abbiamo pulito e riparato muri, chiuso le fessure danneggiate dalle bombe e coordinato gli interventi al fine di rendere lo spazio funzionale, ma Al-Shifa è ben lungi dall’essere pienamente operativo.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il visionario piano di pace palestinese per Israele e Gaza di cui non avete mai sentito parlare

Dahlia Scheindlin

26 novembre 2025 – Haaretz

Il documento di 51 pagine di un gruppo di studiosi e politologi palestinesi offre un cammino molto più chiaro verso la pace in Medio Oriente della risoluzione ONU o del piano in 20 punti di Trump

In appena una settimana, da quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione che conferma il piano in 20 punti per il cessate il fuoco del presidente USA Trump e una forza internazionale di stabilizzazione per Gaza, i peggiori timori di molti palestinesi sembrano essersi confermati.

Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, in risposta a quelle che sostiene essere violazioni di Hamas, Israele ha incrementato quotidianamente gli attacchi contro Gaza, uccidendo centinaia di persone, tra cui in media due minori al giorno. Hamas ha rilasciato tutti gli ostaggi vivi e la maggior parte di quelli uccisi il 7 ottobre. Eppure l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] rimane schierato e occupa oltre metà di Gaza, consente o limita gli aiuti a piacimento e la forza internazionale non si vede da nessuna parte.

Alcuni analisti si sono affrettati a protestare contro i difetti e i limiti della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Però, qual è l’alternativa? La via d’uscita preferita dai palestinesi non è immediatamente scontata, ma esiste.

Ci sono chiare puntualizzazioni da fare per ogni risposta. Hamas e Fatah sono entrambe ampiamente criticate dai palestinesi e possono difficilmente essere viste come rappresentative del popolo. E nessun palestinese può parlare per la vasta gamma di punti di vista all’interno della società civile.

Ma alcune voci palestinesi manifestano un significativo accordo su alcuni principi essenziali per un cessate il fuoco, una pace e un piano di ricostruzione palestinesi. Questi principi rispondono all’attuale processo guidato dagli USA, ma riflettono anche posizioni e richieste di lunga data che i palestinesi hanno espresso da anni.

Forse il progetto più complessivo, pragmatico, visionario per una soluzione è il Piano Palestinese per un Armistizio, reso noto all’inizio dell’anno. Scritto in collaborazione da un gruppo di studiosi e politologi palestinesi e sostenuto dalla Cambridge Initiative on Peace Settlements [Iniziativa di Cambridge per la Soluzione dei Conflitti, gruppo di accademici e studiosi impegnati nel trovare un’uscita da situazioni belliche, ndt.], questo documento in 51 pagine è ricco di dettagli su come gli autori propongono che Gaza debba passare dalla guerra al cessate il fuoco, all’intervento internazionale e alla pace.

Sia logico che ovvio

Rispondendo alla recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, i principi fondamentali per un miglior piano per il cessate il fuoco vanno dal logico all’ovvio. Primo, i critici palestinesi evidenziano ripetutamente che ogni piano promosso a livello internazionale dovrebbe includere nel processo i palestinesi. Il presidente Trump e la sua squadra dialogano regolarmente con i dirigenti israeliani mentre il Qatar è diventato di fatto il rappresentante di Hamas nei negoziati, benché Hamas non rappresenti quasi per niente i palestinesi.

Jamal Nusseibeh, co-autore palestinese-statunitense del Piano di Armistizio, che è anche uno studioso, giurista e finanziatore, spiega ad Haaretz che formalmente l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è ancora l’unica rappresentante riconosciuta dello Stato di Palestina e dovrebbe essere presente nei negoziati. Secondo, mentre i rappresentanti dei palestinesi hanno chiesto per anni un intervento internazionale, essi hanno ripetutamente insistito che ogni sforzo di questo genere deve basarsi sul diritto internazionale. L’attuale piano ignora le leggi internazionali in vario modo: evita di far riferimento alle passate risoluzioni ONU, per il Consiglio di Sicurezza chiaramente è come se non ci fossero mai state.

Nonostante il riconoscimento [da parte dell’ONU] come Stato osservatore non membro e il riconoscimento da parte di circa 160 singoli Stati, l’attuale risoluzione aspira ad uno Stato remoto e ipotetico invece di trattare fin da ora la Palestina come uno Stato sovrano. Ciò rende vani i recenti riconoscimenti da parte della Francia e del Regno Unito, due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Il diritto internazionale richiede anche di rispettare il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024, che ha sentenziato che l’occupazione dei territori palestinesi nel suo complesso è illegale e deve finire. Ciò significherebbe insistere sul fatto che Israele si ritiri dal territorio sovrano palestinese contestualmente all’ingresso di una forza internazionale per la transizione verso un governo palestinese. Dal punto di vista palestinese in base a queste condizioni una forza internazionale è benvenuta: un intero capitolo del Piano Palestinese di Armistizio è dedicato alla questione.

Al contrario molti temono che l’attuale Forza Internazionale di Stabilizzazione (FIS) prevista dalla risoluzione dell’ONU sia destinata o persino progettata per congelare lo status quo. Nusseibeh nota che pertanto i palestinesi la considerano una “legalizzazione dell’occupazione” o una “supervisione colonialista” come in un articolo di Yara Hawari, co-direttrice di Al-Shabaka, un centro studi politico palestinese. Nessun palestinese con cui ho parlato crede alla vaga menzione nella risoluzione a “una commissione tecnocratica, apolitica” palestinese per Gaza, all’eventuale ritorno dell’ANP o a una “sovranità” raccomandata e futuribile.

Poi un terzo principio coincide con il risultato finale di interventi internazionali riusciti in tutto il mondo: un punto di arrivo con uno status politico definitivo. Politicamente, afferma Nusseibeh, un piano palestinese per un intervento internazionale deve trattare la Palestina come uno Stato.

Ci sono importanti implicazioni per definire l’obiettivo finale della sovranità palestinese come l’obiettivo della FIS. Per esempio ciò comporterebbe un mandato per Gaza e anche per la Cisgiordania, dove i palestinesi hanno bisogno di protezione dall’ultima ondata di attacchi terroristici ebraici.

Il Piano di Armistizio Palestinese spiega: “Per appoggiare la transizione all’autodeterminazione dei palestinesi il mandato della forza di pace dovrebbe riguardare tutti i TPO [Territori Palestinesi Occupati, ndt.], consentendo alle truppe di garantire la sicurezza e agire come una forza di interposizione tra israeliani e palestinesi.

Il suo mandato dovrebbe essere non solo di monitorare le violazioni, ma anche di rafforzare la pace; di conseguenza le sue truppe dovrebbero sostituire le forze israeliane nei TPO. Più sinteticamente, Nusseibeh ha scritto di recente che la regione ha bisogno di “una forza di pace per la Palestina, non di una forza di stabilizzazione per Gaza.”

Inoltre egli vede questa iniziativa verso la sovranità con la protezione fisica internazionale come il principale incentivo per Hamas a deporre le armi, in quanto senza l’occupazione la resistenza diventerebbe inutile, e a unirsi all’OLP. Omar Rahman, membro del Middle East Council on Global Affairs [Consiglio del Medio Oriente sulle Questioni Globali, istituzione indipendente di studi politici, ndt.] con sede a Doha, concorda: “Accetterebbero di cedere le armi e sciogliersi come parte di questo processo politico in corso per porre fine all’occupazione,” dice ad Haaretz.

Ciò significa accettare il quadro dei due Stati. Più di una volta Hamas ha indicato la propria disponibilità a un percorso di integrazione con l’OLP, molto più di quanto Hamas abbia mai accettato di cedere le armi nell’attuale vuoto politico.

Un orizzonte per il disarmo di Hamas, a sua volta, potrebbe indurre Paesi molto sollecitati ma ancora non impegnati come Indonesia, Egitto, Azerbaijan ed altri, a partecipare alla FIS. Al momento la loro partecipazione è ancora “legata a un orizzonte politico e (senza questo) non saranno disposti a rimanere intrappolati a Gaza a fare il lavoro sporco per Israele,” afferma Rahman.

Non sono considerazioni da poco: il percorso palestinese agevolerebbe quello che Trump sostiene di voler fare.

Infine, alcuni palestinesi sono infuriati perché il processo internazionale non include un meccanismo perché Israele debba rendere conto delle sue azioni. Una rete di organizzazioni della società civile palestinese in Palestina ha incluso nella propria lista di richieste alla comunità internazionale in risposta al Consiglio di Sicurezza un meccanismo di verifica delle responsabilità: “Giudizio per le atrocità di massa storiche e attuali di Israele, includendo l’appoggio alla costituzione di un meccanismo internazionale, imparziale e indipendente per indagare i crimini commessi contro il popolo palestinese.”

Quando gli viene chiesto dei crimini commessi da Hamas contro gli israeliani Rahman risponde che, se il processo per chiamarne a rispondere si basa sul diritto internazionale, allora entrambe le parti dovrebbero pagarne le conseguenze, compreso Hamas. Ma sottolinea che quasi tutti quelli che hanno pianificato il 7 ottobre sono già morti. Nusseibeh ritiene che sarebbe “utile se ci fosse un qualche riferimento almeno a quello che molte persone ormai chiamano un genocidio.”

Argomenti su cui sperare

Questo elenco di problemi riguardo al piano di Trump non è esaustivo, ma non lo sono neppure le soluzioni che vengono dagli stessi palestinesi. Alcune ulteriori iniziative affrontano le questioni più immediate, come il gruppo di Comuni di Gaza che ha guidato il notevole progetto di ricostruzione “Pheonix-Gaza”.

Ingegneri, architetti, studenti e ricercatori universitari hanno prodotto insieme un documento di ampiezza e ottimismo straordinari dedicato alla ricostruzione di case, salute, educazione, quartieri, antichità e altro. Ciò di cui c’è bisogno sono un cessate il fuoco e un orizzonte politico per attirare stanziamenti e fondi esteri.

Tra i palestinesi i principi, la visione e i progetti ci sono. Nusseibeh solleva un elemento finale che la comunità internazionale può fornire e di cui la popolazione della regione, israeliani e palestinesi, ha disperatamente bisogno. In riferimento al processo di pace del passato, afferma: “L’unico modo in cui possiamo iniziare a uscire dal baratro in cui ci troviamo ora è dare speranza. E questa speranza verrà se avremo una spinta internazionale ben strutturata verso una pace a lungo termine.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)