Rapporto OCHA del periodo 1 – 14 novembre 2016 (due settimane)

Nei pressi dell’insediamento colonico israeliano di Ofra (Ramallah), le forze israeliane hanno ucciso, con arma da fuoco, un 23enne palestinese mentre tentava di aggredire con un coltello i soldati israeliani. Questo episodio porta a 73 il numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane, dall’inizio del 2016, nel corso di attacchi e presunti attacchi.

Un altro palestinese è stato ferito con arma da fuoco, e successivamente arrestato, in un presunto tentativo di accoltellamento verificatosi nel villaggio di Huwwara (Nablus). In nessuno di tali episodi sono stati riportati ferimenti di israeliani. In un altro caso, ad un posto di blocco vicino alla città di Tulkarem, palestinesi hanno aperto il fuoco e ferito un soldato, riuscendo poi a fuggire.

Nei Territori Palestinesi Occupati (oPt), nel corso di molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 57 palestinesi, tra cui 19 minori. Nove dei ferimenti si sono verificati nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale e in mare. I rimanenti feriti sono stati registrati in Cisgiordania: durante scontri scoppiati nel corso di operazioni di ricerca-arresto (la maggior parte), durante le manifestazioni settimanali contro la Barriera e gli insediamenti a Ni’lin (Ramallah) e Kafr Qaddum (Qalqiliya) e nel corso di eventi commemorativi del 12° anniversario della morte dell’ex presidente palestinese Yasser Arafat.

In tre diversi episodi, che hanno visto coinvolte forze israeliane e coloni, altri nove palestinesi, tra cui tre minori, sono stati feriti mentre raccoglievano olive sui propri terreni. In particolare: in una zona vicino all’insediamento colonico israeliano di Qedumim (Qalqiliya), in circostanze poco chiare, soldati israeliani hanno aggredito fisicamente due persone che erano entrate nella propria terra dopo aver ottenuto una “preventiva autorizzazione” all’accesso; nel villaggio Al Janiya (Ramallah), coloni israeliani hanno fisicamente aggredito quattro persone che stavano lavorando vicino all’insediamento colonico di Talmon; altre quattro persone sono rimaste ferite, nei pressi di Bani Na’im (Hebron), dall’esplosione di una granata assordante abbandonata dalle forze israeliane. In altri due episodi, sempre nel contesto della raccolta delle olive, coloni israeliani hanno vandalizzato 70 ulivi in Sa’ir (Hebron) mentre, presso l’insediamento colonico di Shave Shomron (Nablus), hanno raccolto olive da alberi di proprietà palestinese.

In Cisgiordania, in Area C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 47 strutture di proprietà palestinese, sfollando 26 palestinesi, dieci dei quali minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 330 persone. Nove di queste strutture erano state fornite come assistenza umanitaria, in risposta a demolizioni precedenti. Dall’inizio del 2016, il numero di strutture prese di mira ammonta a 1.033: più del doppio rispetto al dato relativo allo stesso periodo del 2015. Nel periodo di riferimento sono stati emessi almeno 24 ordini di demolizione, di arresto-lavori e di sfratto.

Nella comunità pastorale di Khirbet Tana (Nablus), i funzionari israeliani hanno sequestrato un generatore elettrico e una macchina per il taglio dei metalli, appartenenti ad una organizzazione assistenziale; hanno inoltre fatto rilievi fotografici di strutture precedentemente fornite come assistenza; tra queste, una struttura adibita a scuola, quattro cisterne per l’acqua e sei ricoveri abitativi. La comunità si trova all’interno di un’area dichiarata da Israele “zona per esercitazioni a fuoco” e, dall’inizio del 2016, ha subito quattro ondate di demolizioni.

In una dichiarazione rilasciata il 10 novembre, Robert Piper, Coordinatore delle Nazioni Unite per gli Aiuti Umanitari e lo Sviluppo, ha condannato il continuo osteggiamento dell’assistenza umanitaria da parte delle autorità israeliane, affermando che “colpire i più vulnerabili tra i vulnerabili ed impedire loro di ricevere assistenza – in particolare con l’arrivo dell’inverno – è inaccettabile e contraddice gli obblighi di Israele quale potenza occupante”.

In tre occasioni, per consentire l’addestramento militare, le forze israeliane hanno trasferito, per diverse ore ogni volta, 23 famiglie (123 persone, tra cui 59 minori) appartenenti a due comunità di pastori palestinesi nel nord della Valle del Giordano (Khirbet ar Ras al Ahmar e Ibziq). Le due comunità devono far fronte anche ad ripetute demolizioni e restrizioni ai loro spostamenti che acuiscono le crescenti preoccupazioni legate al rischio di trasferimento forzato.

Cinque famiglie palestinesi (29 persone) che vivono nella zona di Silwan di Gerusalemme Est, hanno ricevuto avvisi di sfratto connessi a cause intentate da organizzazioni di coloni israeliani che rivendicano la proprietà delle abitazioni. Un sondaggio esplorativo, effettuato a Gerusalemme Est da OCHA [Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari], indica che su almeno 180 famiglie palestinesi pende una causa di sfratto presentata contro di loro principalmente da organizzazioni di coloni israeliani: sono pertanto a rischio di sfollamento più di 818 palestinesi, tra cui 372 minori.

Nella zona H2 di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani hanno aggredito fisicamente e ferito un ragazzo palestinese che si stava recando a scuola. Nel corso del periodo di riferimento almeno quattro episodi di lancio di pietre da parte di coloni israeliani hanno causato danni a veicoli palestinesi.

Secondo i media israeliani, si sono verificati otto casi di lancio di pietre ad opera di palestinesi contro veicoli israeliani: ferito un colono israeliano, danneggiati almeno sei veicoli e la metropolitana leggera di Gerusalemme. Vicino a Betlemme un altro veicolo è stato danneggiato da un ordigno esplosivo.

A Rafah, nella Striscia di Gaza, un 15enne palestinese è stato ferito dall’esplosione di un residuato bellico con il quale stava giocando nei pressi della scuola.

In almeno 23 occasioni durante il periodo cui si riferisce questo Rapporto (due settimane), le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti o in avvicinamento ad Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare della Striscia di Gaza. In altri tre casi, le forze israeliane sono entrate nelle ARA di terra per livellare il terreno ed effettuare scavi. Non sono stati segnalati feriti, ma è stato interrotto il lavoro di agricoltori e pescatori.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, nell’ultimo giorno del periodo di riferimento [14 novembre] è stato eccezionalmente aperto per i casi umanitari, consentendo l’uscita dalla Striscia di Gaza a 386 palestinesi ed il rientro a 274 (dopo tale data il passaggio è rimasto ancora aperto per alcuni giorni). Secondo le autorità palestinesi di Gaza, dall’inizio del 2016, circa 20.000 persone sono registrate ed in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Il valico è stato eccezionalmente aperto il 6 novembre, per consentire a una delegazione di 93 palestinesi l’ingresso in Egitto; è stato quindi riaperto il 12 novembre per consentire il loro rientro.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Invece di scortare i bambini palestinesi dalla scuola a casa, i soldati israeliani tirano pietre.

di Amira Hass | 30/10/ 2016, Haaretz

Usando qui una fionda, costringendo con l’inganno due donne israeliane ad andare su una strada vietata lì, questo è l’esercito israeliano nella sua essenza.

Il video immortala due persone che tirano pietre. Sui 18 o 19 anni, a viso scoperto. Non vi facciamo più aspettare: possiamo dirvi subito che entrambi sono soldati delle Forze di Difesa Israeliane [IDF] che tirano pietre ad alcune ragazze vestite con l’uniforme scolastica. Il portavoce dell’IDF dice che le pietre non erano dirette contro i bambini. Ciò è discutibile, giacché almeno uno dei soldati stava di fronte ai bambini e le sue pietre li hanno costretti a fermarsi sul loro percorso

Questo è successo lo scorso giovedì 27 ottobre alle 13,30 circa. Il luogo: tra i villaggi di Tuba e di Twaneh nelle colline a sud di Hebron, sulla strada che passa sotto l’illegale e non autorizzato avamposto Havat Ma’on I due tiratori di pietre, con la divisa dell’IDF, si trovavano vicino ad un automezzo blindato in cui c’erano almeno altri due soldati. I soldati hanno anche usato una fionda , per aumentare la gittata.

Stavano solo giocando, direte. Non hanno ferito nessuno. Sono ragazzi anche loro. Erano annoiati, [volevano] sfogarsi un po’. Osiamo sfidare il “political correct” e annotare che uno di loro era nero, ovviamente etiope, per cui avrà avuto un sacco di ragioni per essere arrabbiato e volersi sfogare.

In base all’accordo del 2004, l’IDF ha il compito di scortare due volte al giorno gli scolari che vivono a Tuba e che frequentano la scuola a Twaneh. La strada, lunga circa 2 km, è stata sempre utilizzata dai residenti di Tuba e dagli altri villaggi della zona. Dopo la costruzione dell’avamposto, i suoi abitanti hanno cominciato a molestare i palestinesi sulla strada che passa sotto. I bambini erano traumatizzati. Non potevano dormire la notte e i loro genitori non potevano pagare il costo del trasporto su un percorso molto più lungo per evitare le violenze dei coloni.

Grazie alla tenacia dei genitori e agli sforzi di alcune organizzazioni israeliane e internazionali, la lotta per il diritto dei bambini di Tuba di andare a scuola non è stata inutile. [Il caso] è stato portato dinanzi alla Commissione per i diritti dei bambini della Knesset. È stato raggiunto un compromesso: lo Stato non avrebbe sanzionato i coloni violenti, ma l’IDF avrebbe provato a tenerli lontano con la sua presenza.

Il corto dei soldati che tirano le pietre è stato spedito a Haaretz venerdì mattina ed è stato immediatamente mandato al portavoce dell’IDF per una risposta, che è arrivata molto presto: “I comandanti sono al lavoro per indagare sulla faccenda” ci hanno risposto al telefono. Poi è arrivata la risposta scritta: “Una prima indagine rivela che le pietre non sono state lanciate verso i palestinesi e appena i soldati li hanno scorti, hanno smesso di tirare, sono andati incontro ai bambini e li hanno riportati indietro dalla scuola che si trova vicino a Havat Ma’on. Non è previsto che i soldati tirino pietre durante una missione militare e quindi l’incidente viene sottoposto a inchiesta.”

L’adulto che per un pezzo ha accompagnato i bambini e che ha filmato l’incidente ha detto a Haaretz che i soldati non sono andati incontro ai bambini, ma piuttosto hanno aspettato che loro si avvicinassero prudentemente, cercando di capire il motivo del lancio di pietre.

E in un altro incidente [accaduto] due giorni fa, non collegato, due donne attiviste dell’ associazione di base Machsom Watch sono partite per il loro turno al checkpoint della barriera di separazione tra Qalqilyah e Tul Karm. Il loro compito: assicurare che l’IDF non impedisca ai contadini di raggiungere le loro terre, che sono separate dal villaggio a causa della barriera.

Le donne si sono fermate al checkpoint nei pressi della colonia di Salit. Alle 16,15 con 15 minuti di ritardo, quattro soldati sono arrivati con una macchina civile per aprire il cancello per permettere il ritorno a casa dei palestinesi con il trattore, con un carro, con l’asino o con un pulmino. Un soldato sorridente, di nome Yuval, si è avvicinato e ha detto che la causa del ritardo era dovuta a motivi di sicurezza. Questo è quello che i soldati dicono sempre quando sono in ritardo per aprire il cancello chiuso con un lucchetto.

Yuval ha chiesto alle due donne di guidare attraverso il checkpoint aperto e di immettersi sulla strada di sicurezza vietata a chiunque non abbia un permesso. Come le donne hanno successivamente riferito, “due signore anziane con una grande esperienza di vita hanno compiuto [il più grande] errore della loro esistenza obbedendo a un giovane soldato gentile” che aveva detto di volere parlare con loro. E poi, una volta che erano sulla strada, i simpatici soldati, che erano in continuo contatto con il loro comando- le hanno informate che le trattenevano in arresto fino all’arrivo della polizia a causa della loro presenza in una zona proibita.

I soldati erano dei simpatici giovanotti, come ho detto. Hanno perfino offerto del caffè alle donne. Ma eseguivano gli ordini del comando di arrestare le due donne e con il loro gentile comportamento le hanno attirate nella zona proibita. “ I soldati hanno sostenuto che eravamo arrivate dalla Cisgiordania” ha raccontato Shosh, una delle donne. “Gli abbiamo detto:”Certo, da quale altra parte avremmo potuto venire? E da quando è proibito viaggiare in Cisgiordania?”

Hanno anche tentato di dire ai soldati che era una perdita di tempo, che la polizia sarebbe venuta e le avrebbe rilasciate immediatamente e si sarebbe arrabbiata per il disturbo.“ Era come parlare a un muro. Non abbiamo niente contro i soldati. Il problema veniva dal’alto. Gli era stato ordinato di arrestarci.” Dopo innumerevoli telefonate tra i soldati e i comandanti, e siccome stava già diventando buio, hanno detto alle donne che erano libere di andarsene. Così non sono state in grado di controllare la situazione in altri due checkpoint. Forse era questo il vero motivo della manovra?

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Sì, Benny Morris, Israele ha perpetrato una pulizia etnica nel 1948

di Daniel Blatman

Haaretz – 14 ottobre 2016

Lo storico israeliano ha ragione su un punto:la convinzione che gli arabi dovessero essere espulsi nel 1948 non fu messa in pratica in modo totale.

Uno storico serio esamina sempre le proprie conclusioni. Se arriva alla conclusione che le cose che ha scritto in precedenza necessitano di una revisione, è obbligato a farsene carico. Ma uno storico che, all’inizio della sua carriera, stabilisce che Israele è responsabile della fuga di massa dei palestinesi nel 1948 e poi cambia la propria opinione fino a diventare il beniamino della destra dei coloni, è un caso patetico. Benny Morris ha seguito questo percorso.

Egli ha tradito due doveri fondamentali per lo storico: avere una mentalità aperta e riconoscere la vasta letteratura di ricerca che riguarda direttamente i suoi ambiti di ricerca; non distorcere le proprie conclusioni precedenti in base alle attuali opinioni politiche. [L’articolo di Morris “Israele non ha attuato nessuna pulizia etnica nel 1948“, Haaretz, 10 ottobre, era una risposta a quello di Daniel Blatman “Netanyahu, ecco cos’è veramente una pulizia etnica“, Haaretz, 3 ottobre].

Il 10 marzo 1948 il quartier generale dell’Haganah [principale milizia armata sionista, da cui è nato l’esercito israeliano. Ndtr.] approvò il “Piano Dalet”, che trattava dell’intenzione di espellere quanti più arabi fosse possibile dal territorio del futuro Stato ebraico. Morris ne ha scritto nel suo libro “1948: una storia della prima guerra arabo-israeliana” (2010) . Egli ha affermato che il piano ha suscitato una disputa storiografica, con gli storici filo-palestinesi che sostengono che fosse un piano generale per espellere gli arabi che vivevano in Israele. Egli ha affermato che un esame accurato del testo del piano porta a una conclusione diversa.

Quale conclusione diversa? Quella di studiosi esperti in pulizia etnica? O di esperti giuridici che si sono cimentati sul problema? No, quella di Morris, naturalmente. Egli non accetta la definizione di pulizia etnica attuata dagli ebrei nel 1948. Forse ci fu una “mini” pulizia etnica a Lod e Ramle [a sud est di Tel Aviv. Ndtr.]. Forse qualche massacro marginale (Deir Yassin), che provocò la fuga terrorizzata dei palestinesi.

Il problema è che queste sono esattamente le circostanze che portano ad una pulizia etnica. Se Morris si fosse preoccupato di studiare attentamente i documenti della Corte Penale Internazionale sulla ex-Jugoslavia, avrebbe capito perché queste affermazioni sarebbero considerate assurde in qualunque seria conferenza scientifica.

Quanto segue è stato sostenuto dal pubblico ministero nel processo a Radovan Karadzic, il leader serbo-bosniaco che è stato condannato per le sue responsabilità nella pulizia etnica dei musulmani di Bosnia: “Nella pulizia etnica..tu agisci in modo tale per cui, in un determinato territorio, i componenti di un determinato gruppo etnico sono eliminati… ci sono dei massacri. Non sono massacrati tutti, ma ci sono massacri allo scopo di spaventare quelle popolazioni…Naturalmente gli altri vengono scacciati. Sono spaventati…e, naturalmente, alla fine queste persone vogliono semplicemente andarsene…Se ne vanno sia per loro stessa iniziativa, oppure sono deportate….Alcune donne sono violentate e, inoltre, spesso vengono distrutti i monumenti che segnano la presenza di una determinata popolazione…per esempio, le chiese cattoliche o le moschee vengono distrutte.”

Esattamente come nel 1948: istruzioni implicite, accordi silenziosi, seminare il timore tra la popolazione la cui fuga è l’obiettivo; la distruzione della presenza fisica che hanno lasciato dietro di sé. Nel suo primo libro sull’argomento, “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi, 1947-1949” (1989 in inglese), Morris scrisse: “Gli attacchi dell’Haganah e delle Forze di Difesa Israeliane (l’esercito del neonato Stato d’Israele. Ndtr.), ordini di espulsione, la paura degli attacchi e atti di crudeltà da parte degli ebrei, l’assenza di appoggio da parte del mondo arabo e dell’Alto Comitato Arabo, il senso di impotenza e di abbandono, gli ordini da parte di istituzioni e centri di comando arabi di andarsene ed evacuare, in molti casi erano la diretta e decisiva ragione per la fuga – un attacco da parte dell’Haganah, dell’Irgun, del Lehi [le due milizie armate della destra sionista, poi integrate nell’IDF. Ndtr.] o dell’IDF, o la paura degli abitanti per un simile attacco.”

Circa 15 anni fa, tuttavia, Morris ha cambiato opinione. Nel suo libro “Correggere un errore: ebrei ed arabi in Palestina/Israele, 1936-1956” (2000), egli ha affermato: “La maggioranza degli allontanamenti (da parte dei palestinesi) dalla maggior parte dei luoghi, il più delle volte l’ho attribuita ad attacchi da parte delle forze ebraiche. A volte uno storico deve correggere un errore.” Tanto di cappello ad uno storico che ammette di aver fatto un errore. Ma l’integrità professionale di Morris è messa alla prova in base a quanto egli ha detto ad Ari Shavit (Haaretz, gennaio 2004): “Non penso che le espulsioni del 1948 fossero crimini di guerra.. Penso che lui (Ben Gurion) abbia fatto un grave errore storico nel 1948…fu troppo timoroso durante la guerra. Alla fine vacillò….Se si fosse subito impegnato nell’espulsione, forse avrebbe fatto un lavoro definitivo.”

Allo stesso tempo Morris sostiene che Ben Gurion “non ha mai dato un ordine di espellere gli arabi.” In effetti, non è stato trovato nessun ordine scritto di questo tipo. E il lettore si chiederà: “Quindi c’era un ordine di espulsione, o forse un’espulsione senza un ordine? O forse c’è stata un’espulsione di massa, ma fu incompleta, e dunque non si tratta di pulizia etnica? E Morris rimpiange il fatto che non sia stato dato un ordine per completare la pulizia etnica?” Morris è fortunato a non essersi occupato della ricerca sull’Olocausto. Potrebbe essere stato capace di sostenere che non fu Hitler che ordinò la “Soluzione Finale”, dato che, per quanto ne sappiamo, non è mai stato trovato nessun ordine scritto da lui per l’uccisione degli ebrei europei.

Morris dice che le espulsioni non furono un crimine di guerra, perché furono gli arabi che iniziarono la guerra. In altre parole, centinaia di migliaia di civili innocenti, appartenenti alla parte che aveva iniziato la lotta, dovevano essere espulsi. Forse Morris sarebbe d’accordo che il genocidio compiuto dai tedeschi contro gli Herero nel 1904-1908 [i tedeschi sterminarono in campi di concentramento circa 65.000 indigeni su un totale di 80.000. Ndtr.] era giustificato perché, dopo tutto, gli Herero avevano iniziato la ribellione contro il colonialismo tedesco in Namibia.

Morris ha ragione su una cosa: la convinzione che gli arabi dovessero essere espulsi nel 1948 non fu messa in pratica in modo totale. Ci furono comandanti che obbedirono alla lettera; ce ne furono altri che non lo fecero. E’ esattamente la ragione per cui 160.000 arabi rimasero all’interno dello Stato di Israele nel 1949. Proprio come decine di migliaia di armeni rimasero in Turchia dopo la Prima Guerra Mondiale, perché ci furono funzionari del governo che non applicarono alla lettera l’ordine di espellerli o ucciderli. Fortunatamente, nel 1948 ci furono comandanti dell’IDF che si astennero dal fare quello che sapevano che avrebbero potuto fare senza doverne pagare le conseguenze. Se non fosse stato per loro, il crimine di guerra commesso da Israele sarebbe stato ancora più grande.

L’autore è uno storico.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un anno di rivolta: chi erano i palestinesi uccisi dalle forze israeliane?

Middle East Monitor – 1 ottobre 2016

Ben White

E’ passato un anno da quando è iniziata la rivolta anticoloniale condotta da giovani palestinesi, caratterizzata da proteste e attacchi contro le forze israeliane ed i coloni nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), insieme alla brutale violenza ed alle misure punitive delle autorità israeliane.

La cronologia non è definita; verso il primo ottobre 2015 la violenza dei palestinesi contro l’occupazione è andata gradualmente aumentando, con alti e bassi, per un anno. Qualcuno l’ha definita l'”Intifada di Gerusalemme”. Altri l’hanno descritta come “meno di un’Intifada e più di una esplosione di protesta popolare.”

Secondo un articolo di Quds News Network pubblicato questa settimana, 246 palestinesi sono stati uccisi durante lo scorso anno, e altri 18.500 sono stati feriti. Altre fonti parlano di 230 vittime (l’agenzia “Ma’an News”) o “più di 225” (Amnesty International).

La maggior parte dei palestinesi è stata uccisa mentre stava compiendo attacchi, o presunti attacchi; in luglio, per esempio, la Mezzaluna rossa palestinese ha affermato che 139 degli allora 218 morti in totale erano assalitori o presunti tali (poco meno dei 2/3).

Tuttavia, come l’Associated Press [agenzia di stampa USA. Ndtr.] ha affermato all’inizio di questo mese: “I palestinesi hanno spesso accusato gli israeliani di utilizzo eccessivo della forza contro aggressori e detto in molti casi che i supposti assalitori non lo erano neppure.” Questa fondamentale informazione è, purtroppo, raramente presente in molti articoli delle agenzie di notizie.

Sicuramente un certo numero di palestinesi – in genere giovani adulti – ha condotto attacchi durante lo scorso anno, la maggior parte dei quali ha preso di mira le forze militari israeliane di occupazione o coloni nei TPO. Alcuni di questi aggressori sono stati uccisi quando non rappresentavano più un pericolo.

Ma le forze israeliane – anche durante incidenti in cui i soldati hanno cambiato per varie volte la loro versione dei fatti – hanno ucciso anche palestinesi falsamente etichettati come aggressori, così come palestinesi a cui hanno sparato in irruzioni per arrestarli o durante la repressione di manifestazioni.

E’ significativo notare che, persino secondo le autorità israeliane, il numero di palestinesi uccisi in un contesto esclusivamente di proteste e incursioni durante lo scorso anno (71) è il doppio del numero totale di israeliani uccisi da palestinesi (33, più due persone straniere).

I palestinesi uccisi dalle forze armate israeliane sono di rado “umanizzati” in Occidente. Nei media, la loro morte merita – al massimo – un paio di righe che includono sempre la versione dei fatti del portavoce dell’esercito israeliano (e spesso solo la sua versione). E poi tutti passano ad altro.

Ecco allora un’istantanea dei costi umani del regime di apartheid israeliano e alcune delle storie di questi palestinesi che hanno perso la vita nell’ anno trascorso.

Abd al-Rahman Obeidallah, 13 anni. Ucciso il 5 ottobre 2015

Obeidallah è stato colpito a morte da un soldato israeliano nel campo di rifugiati di Aida, a nord di Betlemme. Era in piedi e stava osservando gli scontri tra gli abitanti e le forze di occupazione a circa 70 metri di distanza, quando è stato raggiunto da un proiettile letale al petto. Obeidallah era uno di cinque figli, e il suo fratello diciassettenne Mohammed lo ha descritto come il suo “miglior amico”. Secondo sua madre Dalal, il ragazzino aveva “sempre sognato di andare a trovare” una zia di Gerusalemme, ma, ha aggiunto, ” ci viene negato visitare Gerusalemme”. L’esercito israeliano in seguito ha sostenuto che l’uccisione di Obeidallah non era stata “intenzionale”. Un’inchiesta penale sulla sparatoria è stata aperta dall’Avvocatura Generale dell’Esercito Israeliano (AGE) , ma dopo un anno non ci sono notizie di una conclusione.

Shadi Dawla, 24 anni. Ucciso il 9 ottobre 2015.

Shadi è stato ucciso quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro manifestanti palestinesi che lanciavano pietre verso le torri di guardia dell’esercito lungo la recinzione di confine a est di Gaza City. Quel giorno 6 palestinesi sono stati uccisi e 145 feriti, quando soldati israeliani ben protetti hanno falciato manifestanti disarmati con proiettili letali. Shadi lavorava con suo padre come elettricista, e secondo il suo fratello minore stava pensando di sposarsi. “(Shadi) non era solo mio fratello”, ha detto, “era un buon amico. Stavamo sempre insieme. Parlavamo sempre tra di noi e ci chiedevamo consigli a vicenda.” Più di 20 palestinesi, compreso un bambino di 10 anni, sono stati uccisi lo scorso anno dall’esercito israeliano nelle proteste contro la barriera a Gaza. Nessuna inchiesta israeliana è stata aperta su nessuna di queste morti.

Nur Hassan, 26 anni. Uccisa l’11 ottobre 2015.

Nur Hassan,all’epoca incinta di 5 mesi, è stata uccisa insieme alla sua figlia di tre anni Rahaf in un attacco aereo israeliano contro la sua casa nel quartiere di a-Zeitun della Striscia di Gaza. La casa è stata colpita in pieno e completamente distrutta. Il bombardamento, avvenuto in piena notte mentre la famiglia dormiva, è stato descritto dall’esercito israeliano come un attacco contro un “luogo di produzione di armi”. La casa di Hassan si trovava in una zona agricola, circondata da oliveti e frutteti, con cui la famiglia si guadagnava da vivere. In un video ampiamente diffuso, il padre sopravvissuto, Yihya, sorregge il corpo di Rahaf dicendo ripetutamente: “Svegliati, figlia mia.” Anche Mohammed, il secondo figlio, di cinque anni, è sopravvissuto al bombardamento. Non c’è stata nessuna inchiesta israeliana.

Dania Ershied, 17 anni. Uccisa il 25 ottobre 2015.

Ershied è stata uccisa ad un checkpoint davanti alla moschea di Ibrahim di Hebron, in quello che secondo le autorità israeliane era stato un tentativo di accoltellamento da parte di una “terrorista”. Tuttavia resoconti di testimoni oculari riportati da gruppi per i diritti umani lo smentiscono. Durante una seconda indagine, ufficiali della polizia di frontiera avrebbero iniziato a gridarle di far vedere il suo coltello. Secondo Amnesty International, “colpi di avvertimento sono stati sparati ai suoi piedi, spingendola a retrocedere e ad alzare le mani. Ha gridato alla polizia di non avere nessun coltello ed aveva ancora le mani in alto quando la polizia ha di nuovo aperto il fuoco, colpendola sei o sette volte.” Dania era studentessa della Scuola Superiore Femminile Al-Rayyan di Hebron, ed è stata uccisa con la sua uniforme scolastica. Non c’è nessuna inchiesta sulla sua morte.

Ra’ed Jaradat, 22 anni. Ucciso il 26 ottobre 2015.

Jaradat è stato ucciso dopo aver attaccato le forze di occupazione israeliane fuori dal villaggio di Beit Einun, nei pressi di Hebron. Ha accoltellato un soldato prima di essere colpito più volte, anche dopo che era steso a terra immobile. Jaradat era uno studente di contabilità all’università Al-Quds, ed era originario del villaggio di Sair, un altro villaggio della zona di Hebron. Dopo l’uccisione di Dania Ersheid (vedi sopra), Jaradat ha scritto su Facebook: “Immagina se fosse tua sorella!” Suo padre affranto ha detto ai giornalisti: “Noi viviamo bene, mio figlio non aveva bisogno di niente. Ma l’unica cosa che manca nelle vite di questi giovani è la libertà.”

Tharwat al-Sharawi, 72 anni. Uccisa il 6 novembre 2015.

Al-Sharawi è stata uccisa dalle forze di occupazione israeliane mentre si stava avvicinando a un distributore di Hebron. L’esercito israeliano sostiene che questa madre di sei figli aveva tentato un attacco con la macchina. Eppure un video dell’incidente rivela che l’auto stava andando abbastanza piano da permettere ai soldati di spostarsi tranquillamente dalla sua direzione prima di aprire il fuoco sul veicolo mentre stava entrando nello spiazzo della stazione di servizio. Gli spari, continuati ben dopo che aveva superato i soldati, hanno ferito anche un dipendente della stazione di servizio. Il figlio di Al-Sharawi ha detto che la madre stava andando a pranzo a casa di sua sorella. Secondo Amnesty International l’uso di una violenza omicida da parte delle forze israeliane sarebbe stato illegale anche se la signora anziana stesse ponendo in pratica un attacco. Tuttavia la procura generale militare ha deciso di non aprire nessuna indagine penale.

Abdullah Shalaldah, 28 anni. Ucciso il 12 novembre 2015.

Abdullah Shalaldah è stato ucciso in una stanza di ospedale dalle forze di occupazione israeliane mascherate da civili palestinesi (di cui uno su una sedia a rotelle che fingeva di essere incinta). I soldati sono entrati in una stanza del terzo piano dell’ospedale con l’intenzione di arrestare il paziente, Azzam Shalaldah. Appena hanno fatto irruzione nella stanza, hanno sparato per tre volte alla testa ed alla parte superiore del corpo del cugino del paziente, Abdullah. L’esercito israeliano ha sostenuto che aveva aggredito i soldati, ma alcuni testimoni hanno detto che era disarmato ed è stato ucciso mentre usciva dal bagno dove era andato a lavarsi per pregare. A Sair migliaia di persone hanno partecipato al funerale di Shalaldah. Non c’è nessuna inchiesta israeliana sulla sua morte.

Lafi Awad, 22 anni. Ucciso il 13 novembre 2015.

Awad è stato ucciso durante una manifestazione presso il “Muro di separazione” a Budrud. Dopo le preghiere del venerdì, gli abitanti hanno marciato verso il “Muro”, costruito sulla terra del villaggio, dove le forze israeliane li stavano aspettando. Dopo qualche ora di scontri, un gruppo più ridotto di giovani si è avvicinato al “Muro”, solo per essere preso in un imboscata dai soldati. Awad è stato agguantato e aggredito, ma ha cercato di liberarsi. Quando si è messo a scappare, un soldato israeliano gli ha sparato alle spalle. Altri soldati israeliani hanno impedito di portarlo al più presto in ospedale. L’esercito israeliano ha sostenuto che un “rivoltoso” aveva cercato di impadronirsi dell’arma di un soldato. Lafi era uno di otto figli. Nel 2013 era stato arrestato e detenuto per 17 mesi per aver aiutato a distruggere una videocamera di sorveglianza dell’odiato “Muro”. Nessuna indagine penale è stata aperta sulla sua uccisione.

Mohammed Abu Khalaf, 20 anni. Ucciso il 19 febbraio 2016

Abu Khalaf, di Kafr Aqab, nella Gerusalemme est occupata, è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane fuori dalla Porta di Damasco, dopo aver accoltellato e ferito due poliziotti di frontiera. In una ripresa video girata da una troupe di Al Jazeera che si trovava per caso sul posto, le forze israeliane hanno sparato a lungo su Abu Khalaf anche dopo che era steso al suolo immobile. Le autorità israeliane hanno trattenuto il corpo di Mohammed per 200 giorni, restituendolo alla famiglia per il funerale solo il 6 settembre 2016. “Oggi la sofferenza per una ferita inguaribile è stata riaperta quando abbiamo ricevuto il suo corpo e lo abbiamo sepolto,” ha detto ai giornalisti sua madre Rula. Le autorità israeliane hanno in seguito deciso che nessuna imputazione sarebbe stata presentata contro i poliziotti coinvolti.

Anwar Al-Salaymeh, 22 anni. Ucciso il 13 luglio 2016.

Al-Salaymeh è stato colpito a morte dalle forze di occupazione israeliane mentre stava viaggiando con i suoi amici a a-Ram, in Cisgiordania. L’esercito israeliano ha affermato che i soldati hanno solo aperto il fuoco per impedire un tentativo di investimento con l’auto. I passeggeri sopravvissuti, tuttavia, hanno affermato che si stavano dirigendo verso una panetteria e non sapevano della presenza di forze israeliane nella zona, una versione dei fatti confermata da prove raccolte dall’associazione per i diritti umani B’Tselem. Al-Salaymeh, che si era sposato tre mesi prima della morte, stava andando a prendere dei biscotti per la moglie incinta quando è stato ucciso. Secondo suo padre, Al-Salaymeh “era stato di grande aiuto per la famiglia – e per questo aveva lasciato la scuola superiore e si era messo a lavorare.” Non c’è stata nessuna indagine sulla sua morte.

Muhyee al-Din Tabakhi, 10 anni. Ucciso il 19 luglio 2016.

Tabakhi è stato colpito da una cosiddetta granata “spugna nera” [proiettili ricoperti di materiale spugnoso nero, usati contro le manifestazioni e considerati non letali. Ndtr.], sparata da membri della polizia di frontiera a a-Ram, nella Gerusalemme est occupata. E’ morto poco dopo in ospedale. Scontri tra i giovani del luogo e le forze israeliane nella zona sono frequenti a causa di lavori in corso sul “Muro di separazione”. Poco prima che Tabakhi venisse colpito, alcuni giovani avevano lanciato pietre contro una jeep della polizia di frontiera, inducendo un poliziotto a scendere dal veicolo e a inseguirli. Il bambino di 10 anni è stato colpito al petto da una distanza di circa 30 metri. Anche un adulto che era intervenuto in soccorso è stato colpito ad una mano. Un portavoce della polizia israeliana ha semplicemente notato che non era stato usato nessun “proiettile letale”.

Muhammad Abu Hashhash, 19 anni. Ucciso il 16 agosto 2016.

Abu Hashhash è stato ucciso dalle forze di occupazione israeliane durante una brutale incursione durata un giorno nel campo di rifugiati di al- Fawwar, nei pressi di Hebron. E’ stato colpito alla schiena nel momento in cui stava uscendo dalla porta di casa da un cecchino israeliano nascosto in una casa palestinese a circa 30-40 metri di distanza. I soldati israeliani avevano fatto un piccolo buco nel muro della casa, attraverso il quale il ragazzo è stato ucciso. Abu Hashhash era un appassionato giocatore di pallone in un campo di circa 9.500 abitanti. Durante quella stessa incursione, le forze israeliane hanno ferito almeno 52 altri abitanti. anche con munizioni letali. Nel momento in cui sto scrivendo, non ci sono notizie di un’inchiesta dell’esercito israeliano sulla sua morte.

(traduzione di Amedeo Rossi)




I soldati israeliani uccisero dozzine di prigionieri nel corso di una delle guerre combattute dall’esercito israeliano (IDF) nei primi decenni dell’esistenza dello Stato di Israele.

di Aluf Benn,

Haaretz ,16 settembre 2016

Secondo una testimonianza ottenuta da Haaretz, ai prigionieri fu ordinato di mettersi in fila e voltarsi, prima di essere colpiti alla schiena. L’ufficiale che diede l’ordine venne rilasciato dopo aver scontato sette mesi di prigione, mentre il suo comandante fu promosso ad un alto grado.

I soldati israeliani uccisero dozzine di prigionieri durante una delle guerre combattute dall’IDF nei primi decenni di esistenza dello stato di Israele. L’ufficiale che aveva dato l’ordine di uccidere i prigionieri subì un processo, ma se la cavò con una condanna ridicolmente mite. Il suo comandante fu promosso ad grado molto superiore e l’intera vicenda venne insabbiata.

Le dozzine di prigionieri erano soldati degli eserciti nemici. Si erano arresi dopo la battaglia ed avevano deposto le loro armi. Alcuni di loro erano gravemente feriti.

I soldati israeliani che presero inizialmente il controllo del luogo dove loro si erano arresi li radunarono in un cortile interno circondato da un muro, diedero loro del cibo e parlarono con loro delle loro vite e del servizio militare.

Alcune ore dopo questi soldati vennero assegnati ad un’altra missione ed altre forze militari israeliane vennero inviate a sostituirli nel luogo in cui erano tenuti i prigionieri. Questo cambio della guardia pose il problema tra gli ufficiali preposti su che cosa fare dei soldati nemici catturati, poiché i nuovi militari si rifiutarono di assumersene la responsabilità, mentre quelli in partenza non avevano mezzi per il trasporto dei prigionieri.

Il comandante della compagnia che era l’ufficiale responsabile del posto ordinò allora ai suoi soldati di uccidere i prigionieri. Secondo la testimonianza rilasciata ad Haaretz, ai prigionieri venne ordinato di mettersi in fila e di voltarsi, quindi furono fucilati alla schiena. Un ufficiale nemico che era stato utilizzato come traduttore fuggì, ma fu colpito a morte da soldati del nuovo contingente, che erano in una jeep. Dopo il massacro un bulldozer dell’esercito ammucchiò i corpi in una fossa improvvisata.

Due testimonianze oculari del massacro dei prigionieri furono rilasciate al reporter di Haaretz molti anni fa. Secondo una di esse, da parte di un uomo che disse di essersi rifiutato di ubbidire all’ordine, il comandante gli ordinò di scendere ed uccidere i prigionieri feriti. Lui rifiutò perché prima i prigionieri gli avevano chiesto se sarebbero stati uccisi e lui aveva risposto di no.

Il comandante lo minacciò di inviarlo alla corte marziale per disobbedienza ad un ordine, ma lui continuò a rifiutarsi. Allora un altro uomo – il secondo testimone – saltò in piedi e si offrì volontario per eseguire l’ordine.

La testimonianza della seconda persona, che confessò di aver partecipato all’uccisione dei prigionieri insieme a tre suoi commilitoni, concorda a grandi linee con quella del primo testimone, benché essi non fossero in contatto e nessuno dei due conoscesse il contenuto della conversazione svoltasi con l’altro. Una differenza era che il secondo uomo sosteneva di aver anch’egli inizialmente rifiutato di ubbidire all’ordine, ma quando il comandante aveva insistito, lui aveva accettato di eseguirlo. Aggiunse che, dopo aver ucciso i prigionieri, si avvicinò e li colpì nuovamente da soli cinque metri di distanza, per assicurarsi che fossero tutti morti.

L’esercito israeliano avviò un’indagine della polizia militare sull’incidente, che si concluse con un processo per omicidio nei confronti del comandante della compagnia. Fu condannato a tre anni di prigione e rilasciato dopo soli sette mesi.

Il comandante sostenne che gli venne ordinato di uccidere i prigionieri dal suo superiore, che in seguito ottenne un’alta carica nell’esercito. Non è chiaro se l’ufficiale superiore sia mai stato indagato, ma sicuramente non subì mai un processo. Il comandante della compagnia lavorò come guida turistica dopo aver lasciato l’esercito, e quando anni dopo fu intervistato sull’argomento da un giornalista di Haaretz, rispose che “l’argomento è riservato” e gli suggerì di rivolgere le domande “ai servizi di sicurezza”.

Questo assassinio di dozzine di prigionieri fu uno dei più gravi crimini nella storia dell’IDF, ma l’esercito lo nascose e lo insabbiò. Portare alla luce i fatti è importante anche oggi, per comprendere la storia delle regole morali di combattimento dell’IDF ed imparare lezioni di leadership, di educazione e di comando per il futuro.

Traduzione di Cristiana Cavagna




Hebron, storia di una città sotto occupazione Video

Da Nena News

 

Il conflitto e l’occupazione nella città di Hebron raccontata dalle voci di coloni e residenti palestinesi. Il documentario di Francesco Sellari girato durante il seminario per giornalisti di Nena News

https://www.youtube.com/watch?v=as3vZvWpHlw

Hebron, 5 settembre 2016, Nena News – “Questo posto è la prova del fatto che abbiamo il diritto a stare ovunque in questo paese”. Basterebbero le poche parole di un colono ebreo di origini statunitensi che da trent’anni vive a Hebron, e la sua certezza resa inscalfibile dalla fede nelle Scritture, a spiegare il dramma di questa città di circa 170.000 abitanti nel sud della Cisgiordania.

Hebron – in arabo al Khalil – è la città della Grotta dei Patriarchi/Moschea di Abramo, sepolcro di Abramo, Isacco e Giacobbe e delle rispettive mogli. Un luogo sacro per ebrei e musulmani. Negli ultimi anni tuttavia, la “fama” di Hebron è associata alle durezza del conflitto e della occupazione militare israeliana. Solo per citare il più noto tra gli episodi più recenti: lo scorso 24 marzo nel quartiere di Tel Rumeida, il soldato israeliano Elor Azaria ha sparato ad un presunto attentatore palestinese, Abdel Fatah a-Sharif, ferito, disarmato e disteso a terra. La notizia è emersa e ha fatto il giro del mondo grazie ad un video girato da un attivista di B’Tselem.

In Palestina, Hebron vive una situazione paragonabile solo a Gerusalemme: una città divisa in due entità amministrative, una massiccia presenza dell’esercito israeliano, un nucleo di coloni (circa un migliaio ma mancano stime ufficiali) insediatisi nello stesso centro storico.

La città vecchia potrebbe essere un fiorente centro turistico ma nei fatti è una una città semi-deserta: tra continue tensioni e violenze, i pochi commercianti e artigiani rimasti devono convivere con i coloni e con i loro tentativi di espandere la loro presenza prendendo possesso, per vie legali e non, di case palestinesi, mentre Shuhada Street, quella che un tempo era la principale arteria cittadina,  il centro dei commerci, è zona militare chiusa dalla Seconda Intifada, ed è quasi del tutto interdetta al transito dei palestinesi.

Questo reportage video è stato realizzato alla fine di aprile 2016, nell’ambito del seminario per giornalisti organizzato da Nena News: una settimana tra Palestina e Israele per conoscere e capire la realtà del conflitto e dell’occupazione, con l’aiuto di associazioni locali, giornalisti e analisti sia israeliani che palestinesi.

Francesco Sellari

 




L’esercito israeliano sta conducendo una campagna di gambizzazione in Cisgiordania?

di Amira Hass,

27 agosto 2016, Haaretz

Il numero dei palestinesi feriti da pallottole vere sta aumentando, e i ragazzi che tirano pietre dicono che viene loro comunicato che sfidare i soldati può renderli zoppi per tutta la vita.

La manifestazione in onore dei feriti del campo profughi di Deheisheh è iniziato quasi in orario, alle 20,20 di domenica scorsa. Nella via principale, parzialmente chiusa al traffico, sono state sistemate file di sedie. Gli automobilisti che utilizzavano l’altra strada erano pazienti e si muovevano in entrambe le direzioni, creando due ingorghi di traffico che miracolosamente hanno lasciato passare un’ambulanza a sirene spiegate. Qualcuno ha instradato il traffico a destra e a sinistra ed in pochi secondi si è creato un varco. Dopo il passaggio dell’ambulanza, si sono di nuovo formati gli ingorghi, sotto le bandiere rosse del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e sul lato opposto di un enorme memoriale in cemento, con la forma della mappa della Palestina.

Recentemente, tre incursioni dell’esercito israeliano in meno di due settimane nel campo a sud di Betlemme si sono concluse con qualche arresto, ma 15 persone sono rimaste gravemente ferite da colpi di fucile.

Questo alto numero di palestinesi colpiti alle ginocchia dai soldati, probabilmente rimasti disabili per sempre, hanno ricordato a tutti molti altri feriti in modo simile nei recenti raid.

“I notiziari vi dicono che non ci sono stati morti, solo feriti, perciò tutti si tranquillizzano senza rendersi conto delle sofferenze che stiamo passando,” dice N., 23 anni, in una conversazione con Haaretz. Dice di essere stato colpito a una gamba da una pallottola due anni fa, mentre soccorreva un altro ferito e lo portava in salvo. Si parlò di amputargli la gamba, ma lui era deciso a tenerla e ha trovato delle cure adeguate in Germania. Tuttora cammina con una stampella, ma non parla del suo dolore.

Due ragazzi di 15 e 16 anni e uomini intorno ai vent’anni, arrancano con le stampelle per i vicoli scoscesi del campo. Sono stati feriti durante lo scorso anno, o prima ancora. Ognuno di loro ha subito complessi interventi chirurgici, e ne subiranno altri. E ciascuno deve affrontare un costante monitoraggio e ripetute pulizie alle ferite per rimuovere i frammenti dei proiettili, ed assumere farmaci antinfiammatori e sostituire le protesi di platino. Uno dei giovani ha avuto la gamba amputata.

Questi ragazzi parlano con cognizione di causa di farmaci anticoagulanti, di differenti tipi di antidolorifici e di operazioni. Raccontano di lunghi mesi in cui non potevano fare una doccia o andare al bagno senza essere accompagnati, di muscoli indeboliti, del desiderio di camminare senza assistenza.

Qualcuno ha visto il cecchino che li ha colpiti prendere la mira, con un ufficiale alle sue spalle. Qualcuno ricorda i mirini telescopici sul fucile, altri parlano di un treppiede usato dal cecchino. Qualcuno ipotizza che sono stati colpiti da un cecchino posizionato sull’alto edificio fuori dal campo.

Alcuni dei feriti hanno ottenuto le stampelle dove potevano – a volte sono spaiate, e alcune hanno la gomma così consumata che li fa scivolare. Le cure sono costose ed anche prendere un taxi per andare all’ospedale per i controlli è un peso economico.

Molti di loro non hanno assicurazione sanitaria, ma gli interventi chirurgici vengono comunque eseguiti. Però talvolta solo un’operazione all’estero potrebbe salvare una gamba e ciò rappresenta un problema finanziario più grave. Ci vogliono capacità e determinazione per ottenere una donazione da una delle istituzioni dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Parecchi di loro sono stati arrestati subito dopo l’intervento chirurgico, o prima di una seconda operazione, e condannati ad alcuni mesi di carcere e ad una multa. La convinzione dei feriti – di rappresentare il proprio popolo ed un principio, e di contrastare gli attacchi nemici al loro campo tirando pietre – viene sostituita da uno schiacciante senso di solitudine nel momento in cui affrontano le conseguenze delle loro ferite.

Molti nel campo di Deheisheh sono convinti che dietro tutto ciò ci sia la mano del “capitano Nidal” – un ufficiale del servizio di sicurezza dello Shin Bet che si accanisce sul campo perché qualcuno lo ha fotografato durante uno dei raid e lo ha postato su Facebook.

A febbraio è comparso nel campo uno striscione con i simboli di Fatah e dell’FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, gruppo storico della resistenza marxista, ndtr.). Con una spacconata tipica della parte più debole l’avviso conteneva la promessa che le pietre del campo avrebbero colpito “Nidal e i soldati”.

Nel campo si racconta che durante gli interrogatori, al telefono o nelle visite notturne nelle case del campo, il capitano Nidal dice ai ragazzi che non ci saranno martiri nel campo, ma “tutti voi finirete sulle stampelle”. O, secondo un’altra versione, “Vi renderemo tutti disabili”.

Il capitano Nidal (il nome che ha adottato è sacrilego, poiché significa “lotta” in arabo) fece la sua comparsa nel campo 18 mesi o due anni fa – i miei interlocutori non riescono a ricordare esattamente quando. Qualcuno ha detto ad Haaretz che diverse organizzazioni internazionali hanno denunciato il suo comportamento brutale. E’ scomparso per alcuni mesi, ma poi è ritornato.

E’ anche emerso che nel villaggio di Tekoa, più ad est, circa altri venti ragazzi sono stati colpiti alle gambe nell’arco di pochi mesi. Nel loro caso, si tratta di un “ capitano Imad” dello Shin Bet (è questo il nome che i funzionari del comune ricordano, benché non ne siano sicuri al 100 percento). Gli abitanti dicono che lui promette ai giovani che se affronteranno i soldati quando fanno le incursioni verranno azzoppati. E molte delle ferite da pallottole nel villaggio di Al-Fawwar, attaccato anch’esso dall’esercito due settimane fa, erano alle ginocchia.

In altri termini, Deheisheh non è solo, non è l’unico.

Un portavoce dell’esercito dice che i soldati usano fucili Ruger nei loro raid. I giornalisti (e probabilmente il portavoce) dicono che si tratta di un’arma non letale. Ma questa affermazione è falsa, o è un tentativo di trarre in inganno. Almeno quattro palestinesi disarmati, compreso un minore, sono stati uccisi dalle pallottole calibro 22 sparate da fucili Rugers negli ultimi 18 mesi. Sembra che il diciottenne Mohammed Abu Hashash [colpito durante scontri con le forze israeliane, ndt] sia stato anch’egli ucciso nello stesso modo ad Al-Fawwar [campo profughi nei pressi di Hebron, ndt] la settimana scorsa.

Ad Hebron e Deheisheh sono stati creati dei comitati per prendersi cura dei feriti. In molti luoghi sta crescendo l’impressione che l’esercito stia intensificando l’uso di pallottole vere negli scontri con ragazzi disarmati che tirano pietre, e che le ferite provocate siano deliberatamente più gravi. Ci devono essere più di 100 persone in Cisgiordania, compresi molti minori, che sono stati azzoppati dall’esercito israeliano nello scorso anno. Ma non si dispone ancora di informazioni o di dati che confermino l’apparente tendenza.

L., di Tekoa, dice che suo padre era così arrabbiato con lui quando è stato ferito, che si è rifiutato di andarlo a trovare in ospedale o di parlargli per i primi due giorni; solo più tardi si è calmato. L. confessa che non sfiderà nuovamente i soldati israeliani, anche se si trovava molto lontano da loro quando è stato colpito da un cecchino.

Y., un quindicenne di Deheisheh, è tornato dall’ospedale solo la settimana scorsa dopo avervi trascorso due settimane. Suo padre, che è sempre stato accanto a lui, ha detto: “Sono stati i soldati a venire verso di noi, verso le nostre case. Non siamo andati noi da loro.”

Ho incontrato 12 persone ferrite in tre giorni. Per i “fortunati”, la pallottola ha colpito solo i loro muscoli. Altri hanno avuto le ossa fratturate o i nervi ed i tendini lacerati o bruciati, o entrambe le cose.

A. è stato colpito da due pallottole ed è rimasto in coma 10 giorni. Tutti pensavano che sarebbe morto. I suoi amici non hanno lasciato il suo letto finché non si è svegliato, bianco come un cencio.

In alcuni casi la pallottola è entrata in una gamba, ne è uscita ed è entrata nell’altra, provocando un esteso danno. Alcuni ragazzi sono stati colpiti dai soldati due volte, in ognuna delle gambe. E’ ciò che è successo a Y. ed al suo amico H., che cercava di soccorrerlo.

Y. era fuori dalla sua casa all’alba quando ha visto avvicinarsi 20 soldati. E’ stato colpito ad una gamba ed è caduto. H., di 18 anni, è corso in suo aiuto, lo ha sollevato e si è diretto verso la loro casa. Allora un soldato ha sparato ad H., che cercava di andare avanti, mentre sorreggeva Y. Ma un soldato gli ha sparato di nuovo, lui è inciampato ed entrambi sono caduti. Allora Y. è stato nuovamente colpito all’altra gamba.

L’altro effetto farfalla

“Appena sono stato colpito, il mio piede tremolava come un pezzo di carta al vento”, racconta M., diciannove anni, di Deheisheh, a cui hanno sparato lo scorso dicembre. Ha subito sette operazioni, ma tuttora non può reggere alcun peso sul suo piede. Dice anche che i soldati sparavano alle persone che cercavano di soccorrerlo. Tra uno svenimento e l’altro, si è reso conto che veniva trasportato dai suoi amici dalla casa al cortile e dal cortile alla casa, per metterlo su una macchina che lo portasse all’ospedale.

L., il ragazzo di Tekoa, ha ripetuto ciò che il suo medico aveva descritto: la pallottola agisce come una farfalla, muovendosi dentro la gamba e distruggendo ciò che trova prima di fuoruscire. La gente che riferisce delle ferite nella zona di Hebron ha usato un’altra immagine – quella di un trapano.

La maggior parte dei ragazzi feriti ha deciso di non spiegare le circostanze del loro ferimento con un giornalista israeliano. Hanno preferito non ammettere che stavano tirando pietre ai soldati che sono comparsi all’alba o dopo mezzanotte nei vicoli del campo per arrestare i loro amici o vicini, o per consegnare una convocazione di interrogatorio.

Uno ha raccontato che gli era successo di svegliarsi presto quel mattino, un altro che stava viaggiando fuori Betlemme, un terzo che stava pregando, un quarto che stava lavorando al supermercato. “In breve, stavate tutti andando a comprarvi un gelato alle tre del mattino,” ho concluso io, e loro si sono messi a ridere.

Yazan Laham, comunque, non stava andando a comprare un gelato alle 2 e mezza del mattino del 28 luglio, e non stava nemmeno affrontando i soldati. Il ventiduenne era stato fuori con gli amici e stava accompagnando a casa uno di loro con la jeep di suo padre.

Laham è un ufficiale del Mukhabarat (il servizio di intelligence palestinese). Ha studiato sicurezza per 4 anni all’università Al-Istiqlal di Gerico, che forma reclute per i servizi di sicurezza palestinesi. Suo padre, Mohammed Laham, è un membro di Fatah al parlamento palestinese; è un membro veterano del movimento che, durante la seconda intifada, ha impedito a uomini armati a Deheisheh di fare fuoco dall’interno del campo, in modo che l’esercito non avesse la scusa per distruggerlo.

Il giovane Laham ha raccontato ad Haaretz che due soldati sulla strada principale hanno intimato a lui e ai suoi tre amici di fermarsi e scendere dalla jeep vicino distributore di benzina di Al-Huda, a nord del campo. Laham ha detto loro di far parte delle forze di sicurezza palestinesi, ma questo non li ha impressionati. Uno di loro era un cecchino. I soldati hanno detto loro di mettersi accanto ad un negozio di gommista lì vicino. Di tanto in tanto, il cecchino sparava e poi correva con un altro soldato dietro la jeep di Laham.

I soldati hanno detto a Laham di dire ai ragazzi che tiravano pietre di smetterla. Lo hanno fatto, ma poi i soldati hanno ricominciato a sparare. Lui ha protestato e discusso con loro e i soldati lo hanno picchiato, dice. Dopo più di un’ora, lo hanno lasciato tornare alla jeep con i suoi amici. Stava andando verso la jeep, a distanza di 10 metri, quando è stato colpito alla gamba sinistra. Non ha visto chi gli ha sparato, ma lo ha fatto con un fucile Ruger. Ha subito due operazioni e cammina con le stampelle, incapace di appoggiare il piede. Lo attende un lungo periodo di fisioterapia.

Suo padre, Mohammed, quella notte era a Ramallah. Suo cognato, Nasser Laham – giornalista e capo redattore del sito web Maan – è riuscito a raggiungerlo solo alle 10 del mattino del giorno seguente. “Mi ha detto che cosa era successo a Yazan,” dice Mohammed Laham. “Gli ho chiesto se fosse morto. Nasser mi ha assicurato di no, perciò gli ho detto ‘allora non va così male’. Che cosa potevo dire?

Non ho parlato pubblicamente di questo. Ci sono così tanti feriti. Ogni giorno ne visito qualcuno, quindi perché dovrei parlare solo di mio figlio? Ma quella notte ho parlato con il presidente (Mahmoud Abbas). Gli ho detto che c’era un’evidente escalation da parte di Israele. Perché c’è bisogno di 50 soldati per recapitare una convocazione di interrogatorio? Gli ho detto che erano tecnici, non soldati, quelli che sparavano. Sono tecnici con dei cavalletti che mirano attentamente alle ginocchia.”

Il portavoce dell’esercito israeliano ha risposto a queste accuse affermando: “Le nostre forze in Giudea e Samaria [la Cisgiordania secondo la definizione israeliana, ndt] seguono le regole di ingaggio, che non sono state cambiate di recente. Ogni incidente con pallottole vere viene riferito ai comandanti. Le attività dell’esercito nel campo di Deheisheh sono normalmente accompagnate da azioni di disturbo violente e dal lancio di congegni esplosivi verso le nostre forze.

Nei due incidenti a cui si riferisce questa storia l’esercito è entrato nel campo per eseguire degli arresti. Durante l’operazione sono stati lanciati ordigni esplosivi contro le nostre forze e ne sono seguiti violenti disordini. L’esercito ha risposto impiegando misure per disperdere i tumulti, compresi colpi di fucili Rugers. Un’indagine preliminare ha dimostrato un comportamento non inusuale da parte dell’esercito, ma vi saranno ulteriori indagini.”

Lo Shin Bet intanto ha risposto: “Nell’ambito delle attività degli ufficiali dei servizi di sicurezza al fine di garantire la sicurezza della regione e proteggere i residenti dalle minacce dei terroristi, essi mantengono un dialogo quotidiano con i residenti del luogo. Le accuse sollevate nel vostro articolo sono state prese in esame e riscontrate prive di fondamento.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto Ocha della settimana 16 – 22 agosto

Scontri armati tra forze di sicurezza palestinesi e civili palestinesi, verificatisi il 18 agosto nella città di Nablus, hanno causato la morte di cinque uomini, tra cui due membri delle forze di sicurezza;

altre venti persone hanno subìto lesioni provocate da inalazione di gas lacrimogeno. Gli scontri sono scoppiati nel corso di una operazione di ricerca-arresto che, da quanto riferito, intendeva accertare il possesso illegale di armi. Due uomini, sospettati di aver aperto il fuoco contro le forze di sicurezza, sono stati successivamente arrestati.

Il 21 agosto, nella Striscia di Gaza, l’esercito israeliano ha effettuato decine di attacchi aerei e sparato colpi di carro armato contro centri di addestramento militare e strutture, causando il ferimento di quattro palestinesi, due dei quali civili (uno minore). I siti presi di mira sono stati gravemente danneggiati, così come un serbatoio d’acqua non utilizzato. Gli attacchi (i più intensi dal cessate il fuoco del 26 agosto 2014) hanno fatto seguito al lancio di un razzo, effettuato da un gruppo armato palestinese, verso il sud di Israele, dove non ha provocato feriti né danni.

Sempre a Gaza, nei pressi della recinzione perimetrale, durante scontri scoppiati nel corso di due manifestazioni di protesta, le forze israeliane hanno sparato con armi da fuoco e ferito quattro civili palestinesi, tra cui un 17enne. Inoltre, in almeno sette occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso persone presenti in Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare: non sono stati segnalati feriti, anche se il lavoro di agricoltori e pescatori è stato interrotto. In mare, due pescatori sono stati arrestati e la loro barca sequestrata, mentre altri quattro civili, tra cui due ragazzi, sono stati arrestati mentre tentavano di entrare illegalmente in Israele.

In Cisgiordania, nel corso di molteplici scontri, le forze israeliane hanno ucciso un giovane palestinese e ferito altre 88 persone, tra cui 14 minori. L’episodio più grave, che ha portato all’uccisione del giovane e a 52 ferimenti (32 dei quali causati da armi da fuoco), ha avuto luogo nel Campo Profughi di Al Fawwar (Hebron), nel corso di una vasta operazione militare. La maggior parte degli altri feriti sono stati registrati vicino ai checkpoint di Beituniya (Ramallah) ed Huwwara (Nablus) e nella città di Abu Dis (Gerusalemme), durante manifestazioni di solidarietà con i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Le autorità israeliane hanno restituito alla famiglia il cadavere di un palestinese sospettato di aver compiuto un attacco contro israeliani; il corpo era trattenuto da più di cinque mesi. Attualmente, sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane i corpi di 15 presunti responsabili palestinesi; alcuni da parecchi mesi.

In Area C e a Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione israeliani, le autorità israeliane hanno demolito 28 strutture di proprietà palestinese: sfollate 55 persone, tra cui 20 minori, e coinvolte, in modi diversi, altre 800. Tra le strutture demolite: sette abitazioni, otto latrine, un ricovero per animali nella comunità pastorizia di Jurat al Kheil (Hebron), una strada agricola in Qusra (Nablus) utilizzata da circa 120 famiglie. Sei di queste strutture erano state finanziate da donatori internazionali e fornite come assistenza umanitaria.

In Area C, in separati episodi, adducendo la mancanza dei necessari permessi, le autorità israeliane hanno confiscato attrezzature e alberi di proprietà palestinese. Coinvolte cinque comunità: nei villaggi di Duma (Nablus), Turmus’ayya (Ramallah) e Al Jiftlik (Jericho) sono stati confiscati un serbatoio per l’acqua, una scavatrice, un generatore di energia elettrica e una saldatrice; in Shufa (Tulkarem) e Beit Ula (Hebron), sostenendo che erano stati piantati in aree designate [da Israele] come “terra di stato”, le autorità israeliane hanno sradicato e sequestrato circa 330 piante di vite e di ulivo.

Sempre in Area C, nel governatorato di Gerusalemme, le autorità israeliane hanno tagliato un allacciamento, non autorizzato, ad una conduttura che forniva acqua potabile a 41 famiglie di quattro comunità beduine; è stato riferito che questo allacciamento era attivo da dieci anni. Nella stessa zona, altre due comunità beduine, Sateh al Bahr e Abu Nuwwar, hanno ricevuto 15 ordini di demolizione e arresto-lavori per abitazioni, una scuola materna, e strutture correlate a mezzi di sussistenza. Questa settimana, a seguito di una visita presso quest’ultima comunità, Robert Piper, Coordinatore Umanitario per i Territori palestinesi occupati, ha dichiarato: “La serie ripetuta di demolizioni, le restrizioni all’accesso ai servizi di base e le visite periodiche da parte del personale di sicurezza israeliano per promuovere ‘piani di rilocalizzazione’, sono tutti elementi di un contesto coercitivo” che accresce il rischio di trasferimento forzato di questi palestinesi indifesi.

Secondo quanto riferito, un colono israeliano è stato ferito e tre proprietà danneggiate nei pressi di Husan (Betlemme), Hizma e Shu’fat (entrambi a Gerusalemme), in conseguenza del lancio di pietre da parte di palestinesi.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato chiuso in entrambe le direzioni. Dall’inizio del 2016, il valico è stato parzialmente aperto per soli quattordici giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 27.000 persone sono registrate ed in attesa di attraversare.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




Rapporto Ocha della settimana 26 luglio – 1 agosto 2016

Nel corso di due distinte presunte aggressioni con coltello, rispettivamente ai checkpoints di Huwwara (Nablus) e Qalandiya (Gerusalemme), le forze israeliane hanno ucciso, con armi da fuoco, un 31enne palestinese e ferito una ragazza palestinese di 21 anni.

Nessun soldato israeliano è rimasto ferito nel corso dei due episodi. In Cisgiordania, dall’inizio del 2016, nel corso di aggressioni e presunte aggressioni effettuate da palestinesi, sono stati uccisi 60 palestinesi, tra cui 16 minori, e 11 israeliani, tra cui una ragazza. Alcuni di questi episodi hanno sollevato preoccupazione per un possibile uso eccessivo della forza e per esecuzioni extragiudiziali ad opera delle forze israeliane.

Nel villaggio di Surif (Hebron), in uno scontro a fuoco verificatosi nel corso di una operazione di ricerca-arresto che lo aveva come obiettivo, le forze israeliane hanno ucciso un 29enne palestinese. Durante l’operazione le forze israeliane hanno abbattuto, usando esplosivi e bulldozer, l’edificio di tre piani dove l’uomo si nascondeva; tre famiglie (otto persone, tra cui tre minori) sono rimaste senza casa. Nella stessa circostanza altri cinque palestinesi, tra cui due minori, sono rimasti feriti e sei sono stati arrestati; tra questi ultimi anche una donna. Il palestinese ucciso era sospettato di aver ucciso un colono israeliano e ferito la moglie e due figli in una aggressione con arma da fuoco, verificatasi il 1 luglio 2016.

Nei Territori palestinesi occupati (oPt), scontri con le forze israeliane hanno provocato il ferimento di 67 palestinesi, tra cui 14 minori. Due dei ferimenti si sono verificati nella Striscia di Gaza, vicino alla recinzione perimetrale, i rimanenti in Cisgiordania. La maggior parte degli scontri sono scoppiati durante operazioni di ricerca-arresto, tra cui il sopraccitato episodio verificatosi nel villaggio di Surif, e durante una protesta, svoltasi nella città di Abu Dis (Gerusalemme), in solidarietà con i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto, complessivamente, oltre 100 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato circa 150 palestinesi.

A Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, in almeno sette occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso agricoltori e pescatori palestinesi; non sono stati segnalati feriti o danni. In due degli episodi verificatisi nelle ARA di mare, otto pescatori sono stati arrestati e due barche sono state confiscate; i pescatori sono stati costretti a togliersi i vestiti e nuotare verso le imbarcazioni militari israeliane.

A Gerusalemme Est, a causa della mancanza dei permessi edilizi israeliani, sono state demolite venti strutture di proprietà palestinese; sfollate 17 persone e coinvolte, in modi diversi, altre 221. L’episodio più significativo ha avuto luogo il 26 luglio in una sezione del villaggio Qalandia: tale sezione rientra nei confini municipali israeliani di Gerusalemme, ma è separata dalla città dalla Barriera; in questo caso, solo una delle 15 strutture demolite era abitata. A Gerusalemme Est salgono così a 114 le strutture di proprietà palestinese demolite dall’inizio del 2016, con un incremento del 40% rispetto alle 80 strutture demolite in tutto il 2015.

In Area C, durante la settimana, non sono state registrate demolizioni; tuttavia le autorità israeliane hanno emesso molteplici ordini di demolizione e arresto-lavori per mancanza dei permessi edilizi [israeliani], permessi che è quasi impossibile ottenere. Sei delle strutture interessate al provvedimento si trovano nel villaggio di Qusra (Nablus) e sono state finanziate da donatori internazionali; fra esse figurano due pozzi d’acqua e una strada agricola. Nella stessa comunità, hanno ricevuto ordini di sfratto anche tre appezzamenti di terreno, dissodati e coltivati di recente, ma designati [da Israele] come “terra di stato”.

Nei pressi dell’insediamento di Ariel (Salfit), coloni israeliani hanno lanciato bottiglie di vetro vuote contro un veicolo palestinese, ferendo un giovane 20enne. Nei governatorati di Ramallah ed Hebron, i media israeliani hanno riferito di sei distinti episodi di lancio di bottiglie incendiarie o pietre, da parte di palestinesi, contro veicoli israeliani e verso torri militari. Nessuno di questi episodi ha causato lesioni o danni.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Dall’inizio del 2016, il valico è stato parzialmente aperto per soli quattordici giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 30.000 persone, con esigenze urgenti, sono registrate ed in attesa di attraversare.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




Secondo un sopravvissuto il ragazzino palestinese stava festeggiando la visita di amici prima di essere ucciso dall’esercito

Ma’an News

22 giugno, 2016

Ramallah (Ma’an) – Dopo mezzanotte di lunedì cinque adolescenti palestinesi stavano tornando a casa dopo aver passato il pomeriggio in una piscina del villaggio di Beit Sira, a ovest di Ramallah, per festeggiare il recente arrivo dal Qatar di alcuni amici che erano venuti a passare l’estate nella loro cittadina d’origine, Beit Ur al-Tahta.

Tuttavia la loro allegria è finita quando un soldato israeliano ha cominciato a sventagliare l’auto con proiettili veri, uccidendo il quindicenne Mahmoud Raafat Badran e ferendo gravemente altri quattro ragazzi, uno dei quali ha raccontato a Ma’an lo svolgimento degli eventi che ha portato alla morte del ragazzino.

Uno dei feriti, il sedicenne Dawood Issam Abu Hassan, ha raccontato a Ma’an che sono stati “sorpresi da un uomo vestito di nero in borghese che è saltato fuori da una Toyota bianca ed ha iniziato a sparare contro di loro.” Il soldato è stato in seguito identificato dai media israeliani come appartenente alla brigata Kfir.

Dawood ha detto che lui e un altro ragazzino che era in auto hanno tentato di scappare dal veicolo dopo che è stato colpito per la prima volta e si sono nascosti sotto un ponte lì vicino per evitare altri colpi di arma da fuoco.

Nel frattempo Mahmoud è stato colpito a morte dalle fucilate e anche due fratelli sono rimasti seriamente feriti nell’episodio. Due dei feriti sono stati identificati da Ma’an come Majdi Badran, 16 anni, che arrivava dal Qatar, ed è stato colpito al torace, e Khaled Badran, in gravi condizioni.

Secondo Dawood le forze israeliane sono arrivate rapidamente ed hanno immediatamente iniziato a sfasciare l’auto palestinese, che si era schiantata contro il guardrail.

I genitori dei ragazzi, appena arrivati dal Qatar, hanno raccontato a Ma’an che stavano viaggiando in un’auto che seguiva quella in cui si trovavano i loro figli e sono stati obbligati ad assistere all’episodio che si è svolto davanti a loro e che hanno definito un “crimine israeliano”.

Gli operatori delle ambulanze della Mezzaluna Rossa palestinese hanno detto che i soldati israeliani hanno impedito ai soccorritori di raggiungere i palestinesi feriti per oltre un’ora e mezza.

Il padre di Mahmoud lavora come ambasciatore per il ministero degli Esteri palestinese in Arabia Saudita da parecchi anni, e fino al 1999 ha scontato una condanna a 15 anni nelle prigioni israeliane.

L’esercito israeliano ha ammesso di avere “erroneamente” aperto il fuoco contro passanti innocenti dopo che giovani palestinesi avrebbero lanciato pietre contro veicoli di coloni israeliani in quella zona. I mezzi di informazione israeliani inizialmente hanno comunicato che Mahmoud e i suoi amici che viaggiavano nell’auto erano “terroristi”.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto a Ma’an che al momento dell’incidente alcuni giovani palestinesi avevano lanciato pietre e bottiglie molotov contro automobili di coloni israeliani in circolazione sulla strada 443 a ovest di Ramallah, aggiungendo che “le forze israeliane hanno agito per proteggere altri veicoli dal pericolo immediato, hanno sparato contro i sospetti e i passanti sono stati erroneamente colpiti.”

La strada è la principale via di collegamento tra Gerusalemme e le colonie israeliane illegali nella Cisgiordania occupata, il che la rende una posizione privilegiata per i giovani palestinesi che lanciano pietre in quella zona.

Ai palestinesi è stato totalmente vietato l’uso della strada 443 – denominata “la strada dell’apartheid” dai palestinesi del luogo – fino al 2009, quando una sentenza della Corte Suprema israeliana ha stabilito che il divieto al transito da parte dei palestinesi dovesse essere tolto. Tuttavia le forze israeliane continuano a limitare fortemente l’accesso dei palestinesi alla strada con il posizionamento di checkpoint dove i palestinesi sono obbligati a sottoporsi a pesanti misure di sicurezza per ottenere il permesso di passare.

Martedì l’esercito israeliano ha aperto un’inchiesta sull’uccisione. Tuttavia, secondo l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, solo il 3% delle indagini intraprese dall’esercito israeliano hanno portato all’incriminazione contro soldati, cosa che lascia ai palestinesi ed ai gruppi per i diritti umani pochissime speranze che l’indagine possa avere effettive conseguenze.

Mercoledì il membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina Taysir Khalid, del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP) ha denunciato l’assassinio.

“Il fatto che le truppe israeliane sparino frequentemente agli incroci ed ai checkpoint militari in tutta la Cisgiordania è il risultato naturale dell’educazione prevalente e dell’incoaraggiamento da parte dei circoli militari e politici israeliani,” ha detto Khalid.

Ha aggiunto che prendere di mira giovani palestinesi riflette il “cieco razzismo” che permea la società israeliana.

Martedì il segretario generale dell’OLP Saeb Erekat ha duramente condannato l’omicidio dicendo: “Questo assassinio a sangue freddo riconferma la nostra richiesta al relatore speciale ONU in merito alle esecuzioni extragiudiziarie, sommarie o arbitrarie, perché inizi un’immediata e ampia indagine sulle uccisioni extragiudiziarie israeliane contro i palestinesi, soprattutto bambini,” afferma il comunicato.

“La comunità internazionale ha la responsabilità di smettere di concedere l’impunità ad Israele per i crimini che commette contro la terra e le persone della Palestina occupata.”

Tuttavia il ministro degli Esteri israeliano ha detto in risposta all’omicidio: “Se non fosse per la difficile situazione della sicurezza, che è interamente il risultato dell’istigazione e del terrorismo palestinese, Israele non sarebbe obbligato ad utilizzare la forza per proteggere i propri civili,” nonostante l’ammissione da parte dell’esercito israeliano che Badran non aveva niente a che vedere con il lancio di pietre.

Mahmoud è uno degli oltre 220 palestinesi che sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni da quando un’ondata di ribellione politica ha travolto i territori palestinesi e Israele in ottobre. Benché un numero notevole di palestinesi siano stati uccisi in scontri con le forze israeliane, per la maggior parte sono stati colpiti a morte dopo presunti attacchi e tentativi di attacco contro israeliani, con circa 30 israeliani uccisi durante lo stesso periodo.

Gruppi per i diritti umani hanno contestato la narrazione israeliana, sostenendo che le uccisioni di palestinesi da parte delle forze israeliane rappresentano “esecuzioni extragiudiziarie”, in quanto sono state messe in atto anche quando non c’erano minacce di immediato pericolo [per i soldati. Ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)