La minaccia più grande per Israele non è l’Iran o Hamas, ma la sua tracotanza.

Orly Noy

15 giugno 2025 – 972 Magazine

In collaborazione con Local Call

Un popolo la cui intera esistenza dipende unicamente dalla forza militare è destinato alla dissoluzione più infame e infine a essere sconfitto.

Sono più di 46 anni da quando ho lasciato l’Iran con la mia famiglia all’età di nove anni. Ho passato la maggior parte della mia vita in Israele, dove ho formato una famiglia e ho cresciuto le nostre figlie – ma l’Iran non ha mai smesso di essere la mia patria. Dall’ottobre 2023 ho visto innumerevoli immagini di uomini, donne e bambini in piedi tra le rovine delle loro case e le loro grida sono incise nella mia mente. Ma quando vedo le immagini dall’Iran dopo gli attacchi israeliani e sento le grida in persiano, la lingua di mia madre, la sensazione di trauma interiore è diversa. Il pensiero che questa distruzione venga compiuta dal Paese di cui ho la cittadinanza è intollerabile.

Nel corso degli anni l’opinione pubblica israeliana si è andata convincendo di poter esistere in questa regione nutrendo un profondo disprezzo per i suoi vicini – impegnandosi in aggressioni mortali contro chiunque, in qualunque luogo e in qualunque modo volesse, contando unicamente sulla forza bruta. Per circa 80 anni “la vittoria totale” è apparsa proprio dietro l’angolo: basta sconfiggere i palestinesi, eliminare Hamas, schiacciare il Libano, distruggere gli impianti nucleari dell’Iran – e il paradiso sarà nostro.

Ma per quasi 80 anni queste cosiddette “vittorie” si sono dimostrate vittorie di Pirro. Ognuna affonda Israele in un abisso sempre più profondo di isolamento, minaccia e odio. La Nakba del 1948 ha provocato la crisi dei rifugiati che non ha mai fine ed ha posto le fondamenta per il regime di apartheid. La vittoria del 1967 ha dato inizio ad un’occupazione che continua ad alimentare la resistenza palestinese. La guerra di ottobre 2023 si è trasformata in un genocidio che ha fatto di Israele un paria mondiale.

L’esercito israeliano – centrale per tutto questo processo – è diventato una folle arma di distruzione di massa. Mantiene il suo status rilevante in mezzo ad un pubblico obnubilato da bravate clamorose: cercapersone che esplodono nelle tasche della gente in un mercato libanese, o una base di droni piantata nel cuore di uno Stato nemico. E sotto il comando di un governo genocida sprofonda sempre più in guerre da cui non ha idea di come uscire.

Per tanti anni, sotto l’incantesimo di questo esercito ritenuto onnipotente, la società israeliana si è convinta di essere invulnerabile. La totale venerazione per l’esercito da un lato e dall’altro il disprezzo arrogante per i vicini nella regione hanno coltivato la persuasione che non avremmo mai pagato un prezzo. Poi è arrivato il 7 ottobre, che ha mandato in frantumi – anche se solo per un momento – l’illusione di immunità. Ma invece di fare i conti con il significato di quel momento l’opinione pubblica si è arresa ad una campagna di vendetta. Perché solo attraverso un massacro il mondo avrebbe riacquistato senso: Israele uccide, i palestinesi muoiono. L’ordine è restaurato.

Ecco perché le immagini di edifici bombardati a Ramat Gan, Rishon LeZion, Bat Yam, Tel Aviv e Tamra (una cittadina araba in Galilea) erano così impattanti. Erano simili in modo inquietante a quelle che ci siamo abituati a vedere da Gaza: scheletri di cemento carbonizzati, nuvole di polvere, strade ricoperte di macerie e cenere, giocattoli di bambini stretti nelle mani dei soccorritori. Queste immagini hanno assestato una piccola crepa nella nostra illusione collettiva, che noi siamo immuni a tutto. Le vittime civili da entrambe le parti – 13 israeliani e almeno 128 iraniani – mettono in evidenza il costo umano di questo nuovo fronte, anche se la portata rimane ben lontana dalla devastazione sistematicamente inflitta a Gaza.

L’esercito come dottrina

Ci fu un tempo in cui alcuni leader ebrei in Israele capirono che la nostra esistenza in questa regione non poteva sostenersi sull’illusione di una totale immunità. Probabilmente non mancava loro un senso di superiorità, ma colsero la verità fondamentale. Il defunto parlamentare Yossi Sarid una volta richiamò Yitzhak Rabin dicendogli: “Una nazione che mostra i muscoli per cinquant’anni – alla fine sfiancherà quei muscoli.” Rabin capì che vivere per sempre impugnando la spada, contrariamente alla terrificante promessa di Netanyahu, non è un’opzione praticabile.

Oggi non ci sono più politici ebrei di quel genere in Israele. Quando la sinistra sionista esplode in festeggiamenti per il temerario attacco all’Iran, rivela un ostinato attaccamento alla fantasia che, qualunque cosa facciamo o per quanto profondamente ci alieniamo dalla regione in cui viviamo, l’esercito ci proteggerà sempre.

Un popolo forte, un esercito determinato e un fronte interno resiliente. Ecco in che modo abbiamo sempre vinto ed ecco come vinceremo anche oggi”, ha scritto Yair Golan, capo del Partito dei Democratici – una unione dei partiti della sinistra sionista Meretz e Labor – in un post su X in seguito allo sciopero di venerdì. La sua compagna di partito, deputata Naama Lazimi, è intervenuta per ringraziare “gli avanzati sistemi di intelligence e la loro superiorità. L’esercito e tutti i sistemi di sicurezza. Gli eroici piloti e l’aviazione militare. I sistemi di difesa di Israele.”

Sotto questo aspetto l’illusione di immunità garantita dall’esercito è ancora più netta nella sinistra sionista che nella destra. La risposta della destra all’ansia sulla sicurezza è l’annichilimento e la pulizia etnica – quello è il suo scopo finale. Ma il centro-sinistra ripone la sua fiducia quasi totalmente nelle capacità presumibilmente illimitate dell’esercito. Senza dubbio il centro-sinistra ebreo in Israele ha un culto dell’esercito molto più fervente della destra, che lo considera semplicemente come uno strumento per realizzare la sua strategia di distruzione e pulizia etnica.

Noi israeliani lo dobbiamo capire: non siamo invulnerabili. Un popolo la cui intera esistenza dipende unicamente dalla potenza militare è destinato a perdersi nella più infame dissoluzione e, in ultima analisi, alla disfatta. Se non abbiamo imparato questa elementare lezione dagli ultimi due anni, per non parlare degli ultimi ottanta, allora siamo davvero perduti. Non a causa del programma nucleare iraniano o della resistenza palestinese, ma della cieca arroganza che si è impadronita di un’intera nazione.

Una versione di questo articolo è stata inizialmente pubblicata in ebraico su Local Call.

Orly Noy è una redattrice di Local Call, un’attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in Farsi. E’ a capo del consiglio esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. I suoi scritti si occupano delle linee che intersecano e definiscono la sua identità in quanto Mizrahi (ebrei orientali, ndtr.), donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive dentro un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra di esse.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’impronta ecologica della guerra israeliana contro Gaza supera quella di molti altri stati

Nina Lakhani

Venerdì 30 maggio 2025 – The Guardian

Secondo uno studio condiviso in esclusiva con il Guardian il costo climatico della guerra è superiore alle emissioni combinate del 2023 di Costa Rica ed Estonia

Una nuova ricerca rivela che l’impronta ecologica dell’anidride carbonica rilasciata nei primi 15 mesi della guerra israeliana contro Gaza sarà superiore alle emissioni annuali causa di riscaldamento globale di più di cento Stati, aggravando l’emergenza climatica globale, in aggiunta all’enorme bilancio di vittime civili.

Uno studio condiviso in esclusiva con il Guardian ha rilevato che il costo climatico a lungo termine della distruzione, della bonifica e della ricostruzione di Gaza potrebbe superare i 31 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO2e). Questa cifra è superiore alle emissioni annuali di gas serra del 2023 di Costa Rica ed Estonia combinate, eppure non vi è alcun obbligo per gli Stati di segnalare le emissioni dovute a operazioni militari all’organismo delle Nazioni Unite per il clima.

I bombardamenti incessanti, il blocco e il rifiuto di Israele di conformarsi alle sentenze della corte internazionale hanno evidenziato l’asimmetria delle rispettive macchine belliche, nonché il supporto militare, energetico e diplomatico pressoché incondizionato di cui Israele gode da parte di alleati come Stati Uniti e Regno Unito. Secondo lo studio il carburante e i razzi utilizzati dai bunker di Hamas contribuiscono con circa 3.000 tonnellate di CO2 equivalente, pari ad appena lo 0,2% del totale delle emissioni del conflitto, mentre il 50% è stato generato dalla fornitura e dall’uso di armi, carri armati e altri armamenti da parte dell’esercito israeliano (IDF).

La combustione di combustibili fossili sta causando il caos climatico, con eventi meteorologici estremi sempre più letali e distruttivi, che costringono un numero record di persone a migrare. La regione del Golfo è tra le più esposte a eventi meteorologici estremi e disastri climatici a lenta insorgenza, tra cui siccità, desertificazione, caldo estremo e precipitazioni irregolari, nonché degrado ambientale, insicurezza alimentare e carenza idrica. La ricerca, pubblicata dal Social Science Research Network, è stata avviata grazie a un crescente movimento che chiede a Stati e aziende di assumersi la responsabilità dei costi climatici e ambientali della guerra e dell’occupazione, compresi i danni a lungo termine al territorio, alle fonti alimentari e idriche, nonché delle operazioni di bonifica e ricostruzione post-bellica.

Si tratta della terza e più completa analisi condotta da un team di ricercatori con sede nel Regno Unito e negli Stati Uniti sui costi climatici dei primi 15 mesi di conflitto, in cui sono stati uccisi oltre 53.000 palestinesi, oltre ai danni diffusi alle infrastrutture e alla catastrofe ambientale. Fornisce inoltre la prima, seppur parziale, istantanea dei costi in termini di emissione di CO2 equivalente degli altri recenti conflitti regionali in cui è coinvolto Israele.

Nel complesso, i ricercatori stimano che il costo climatico a lungo termine della distruzione militare di Israele a Gaza – e dei recenti scambi militari con Yemen, Iran e Libano – equivalga a ricaricare 2,6 miliardi di smartphone o a far funzionare 84 centrali elettriche a gas per un anno. Questa cifra include la stima delle 557.359 tonnellate di CO2 equivalente derivanti dalla costruzione, durante l’occupazione, della rete di tunnel di Hamas e del “muro di ferro” israeliano. Le uccisioni e la distruzione ambientale di Gaza sono riprese quando Israele ha violato unilateralmente il cessate il fuoco dopo soli due mesi, ma questi risultati potrebbero eventualmente contribuire a calcolare le richieste di risarcimento.

“Questa ricerca aggiornata evidenzia l’urgenza di fermare l’escalation di atrocità e di garantire che Israele e tutti gli Stati rispettino il diritto internazionale, comprese le decisioni della Corte Penale Internazionale e della Corte Internazionale di Giustizia”, ​​ha dichiarato Astrid Puentes, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano a un ambiente pulito, sano e sostenibile. “Che gli Stati concordino o meno nel definirlo un genocidio, ciò che stiamo affrontando sta avendo un impatto grave su tutta la vita a Gaza e sta minacciando i diritti umani nella regione, e persino a livello globale, a causa dell’aggravarsi del cambiamento climatico”. Lo studio, attualmente in fase di revisione paritaria da parte della rivista One Earth, ha rilevato quanto segue:

  • Oltre il 99% delle quasi 1,89 milioni di tonnellate CO2 equivalente che si stima siano state generate tra l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e il cessate il fuoco temporaneo del gennaio 2025 è attribuito ai bombardamenti aerei e all’invasione terrestre di Gaza da parte di Israele.

  • Quasi il 30% dei gas serra generati in quel periodo è stato dovuto all’invio da parte degli Stati Uniti di 50.000 tonnellate di armi e altri rifornimenti militari a Israele, principalmente su aerei cargo e navi provenienti da depositi in Europa. Un altro 20% è attribuito alle missioni di ricognizione e bombardamento aeree israeliane, ai carri armati e al carburante di altri veicoli militari, nonché alla CO2 generata dalla produzione e dall’esplosione di bombe e artiglieria.

  • L’energia solare aveva generato fino a un quarto dell’elettricità di Gaza, rappresentando una delle percentuali più elevate al mondo, ma la maggior parte dei pannelli e l’unica centrale elettrica del territorio sono stati danneggiati o distrutti. L’accesso limitato di Gaza all’elettricità ora dipende principalmente da generatori ad alto consumo di gasolio che hanno emesso nell’atmosfera un po’ più di 130.000 tonnellate di gas serra, pari al 7% delle emissioni totali del conflitto.

  • Oltre il 40% delle emissioni totali è stato generato dai circa 70.000 camion di aiuti umanitari che Israele ha autorizzato ad entrare nella Striscia di Gaza, ritenuti dalle Nazioni Unite palesemente insufficienti a soddisfare i bisogni umanitari di base di 2,2 milioni di palestinesi sfollati e affamati.

Ma il costo climatico più significativo deriverà dalla ricostruzione di Gaza, che Israele ha ridotto a circa 60 milioni di tonnellate di macerie tossiche.

Il costo in termini di emissioni di anidride carbonica per il trasporto dei detriti e la successiva ricostruzione di 436.000 appartamenti, 700 scuole, moschee, cliniche, uffici governativi e altri edifici, nonché 5 km di strade di Gaza genererà circa 29,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Questa cifra è pari alle emissioni totali generate dall’Afghanistan nel 2023. La cifra relativa alla ricostruzione è inferiore alle stime precedenti dello stesso gruppo di ricerca a causa di una revisione della dimensione media degli isolati.

“Questo rapporto è un monito sconvolgente che deve far riflettere sul costo ecologico e ambientale per il pianeta della campagna genocida di Israele sulla popolazione assediata”, ha affermato Zena Agha, analista politica per la rete politica palestinese Al-Shabaka. “Ma questa è anche la guerra degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Unione Europea, che hanno tutti fornito risorse militari apparentemente illimitate per consentire a Israele di devastare il luogo più densamente popolato del pianeta. Questo mette in luce l’impatto destabilizzante [regionale] dello stato coloniale israeliano e la sua inseparabilità dal complesso militare-industriale occidentale”.

La guerra contro Gaza ha anche provocato sanguinose tensioni regionali. Lo studio ha rilevato che gli Houthi in Yemen hanno lanciato circa 400 razzi contro Israele tra ottobre 2023 e gennaio 2025, generando circa 55 tonnellate di CO2 equivalente. La risposta aerea di Israele ha generato una quantità di gas serra responsabile per il riscaldamento globale quasi 50 volte superiore. Uno studio precedente ha rilevato che le emissioni del trasporto marittimo sono aumentate di circa il 63% dopo che gli Houthi hanno bloccato il corridoio del Mar Rosso, costringendo le navi cargo a percorrere rotte più lunghe.

Una stima prudente delle emissioni derivanti da due scambi di missili su larga scala tra Israele e Iran ha superato le 5.000 tonnellate di CO2 equivalente, di cui oltre l’80% è attribuibile a Israele.

In Libano, oltre il 90% della stima di 3.747 tonnellate di CO2 equivalente generate da scambi sporadici è stata generata dalle bombe dell’esercito israeliano, mentre solo l’8% dai razzi di Hezbollah. Il costo in termini di emissioni di anidride carbonica per la ricostruzione di 3.600 case distrutte nel Libano meridionale è quasi pari alle emissioni annuali dell’isola di Santa Lucia.

Lo studio si basa su una metodologia in evoluzione, nota come scope 3+ framework, che mira a rilevare le emissioni dirette e indirette in tempo di guerra attualmente assenti dai monitoraggi globali sul clima e sui conflitti. Queste possono includere degrado del suolo, incendi, danni alle infrastrutture, sfollamento di persone, aiuti umanitari, deviazioni delle navi cargo e dell’aviazione civile. I ricercatori si sono basati su informazioni open source, resoconti dei media e dati provenienti da gruppi umanitari indipendenti come le agenzie delle Nazioni Unite. I veri costi ambientali sono quasi certamente più elevati, dato il blocco mediatico imposto da Israele, che rende difficile ottenere dati su terreni agricoli distrutti, desertificazione, bonifiche e incendi, e altri impatti ad alta intensità di carbonio.

“Questo conflitto a Gaza dimostra che i numeri sono notevoli, superiori alle emissioni totali di gas serra di molti paesi, e devono essere considerati per rendere più accurati gli obiettivi in materia di cambiamenti climatici e mitigazione”, ha affermato Frederick Otu-Larbi, docente presso il Lancaster Environment Centre, ricercatore presso l’Università di Energia e Risorse Naturali in Ghana e coautore dello studio.

“Le forze armate devono fare i conti con il fatto che la loro sicurezza nazionale e la loro capacità operativa sono compromesse a causa di un cambiamento climatico da loro stessi provocato”, ha affermato Ben Neimark, ricercatore presso la Queen Mary University di Londra e coautore dello studio.

Studi precedenti hanno rilevato che le emissioni militari aumentano con la spesa e il riarmo. Il bilancio militare israeliano è arrivato nel 2024 a 46,5 miliardi di dollari, il maggiore incremento al mondo, secondo l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma. Secondo uno studio le emissioni militari di base di Israele lo scorso anno, escludendo i costi climatici diretti del conflitto e della ricostruzione, sono salite a 6,5 ​​milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Questa cifra è superiore all’impronta ambientale dell’anidride carbonica dell’intera Eritrea, un paese di 3,5 milioni di persone.

Tuttavia, nonostante il costo climatico della distruzione di Gaza si farà sentire a livello globale, secondo le attuali norme ONU la comunicazione dei dati sulle emissioni militari è volontaria e limitata al consumo di carburante. L’IDF, come la maggior parte delle forze armate in tutto il mondo, non ha mai comunicato i dati sulle emissioni all’ONU. Hadeel Ikhmais, responsabile dell’ufficio per i cambiamenti climatici dell’Autorità Palestinese per la Qualità Ambientale, ha dichiarato: “Le guerre non solo uccidono persone, ma rilasciano anche sostanze chimiche tossiche, distruggono infrastrutture, inquinano il suolo, l’aria e le risorse idriche e accelerano i disastri climatici e ambientali. La guerra inoltre distrugge l’adattamento climatico e ostacola la gestione ambientale. Non tenere conto delle emissioni dell’anidride carbonica è un buco nero nella responsabilità che permette ai governi di eludere i loro crimini ambientali”.

(traduzione dell’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Una dottoressa americana è stata a Gaza e ha visto l’orrore da vicino. Cinque casi che la tormentano

Nir Hasson

29 maggio 2025 – Haaretz

Le stragi causate dai raid aerei, la fame, le deportazioni da una zona all’altra: la crudeltà di Israele sta raggiungendo nuovi livelli. La dottoressa Mimi Syed, una dottoressa americana che si è offerta volontaria per aiutare gli abitanti di Gaza, ora racconta alcune loro storie.

Siamo entrati in una fase terrificante. Secondo organizzazioni umanitarie la carestia nella Striscia di Gaza è ormai acuta. Da quando Israele ha iniziato a bloccare l’ingresso di cibo non meno di 10.000 bambini sono sprofondati in stati di malnutrizione che necessitano trattamento.

Il Primo Ministro ha annunciato la ripresa degli aiuti, ma ciò che sta arrivando è “il minimo del minimo”, come ha affermato il Gabinetto di Sicurezza. In effetti, il responsabile degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite ha definito gli aiuti “una goccia nell’oceano rispetto a ciò di cui c’è urgente bisogno”.

Oltre alla fame l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani sottolinea i “ripetuti attacchi alle tende degli sfollati” e “la distruzione metodica di interi quartieri”.

La distruzione avviene di pari passo con le espulsioni di massa all’interno della Striscia. Nelle ultime settimane quasi un terzo degli abitanti di Gaza ha dovuto lasciare il luogo in cui viveva. Ora l’intera popolazione si sta accalcando in appena un quinto dell’enclave.

Anche il sistema sanitario è stato distrutto. L’esercito israeliano sta prendendo di mira con maggiore intensità ospedali e ambulatori (28 attacchi in una settimana), dove, a suo dire, sarebbe presente Hamas. Non consente l’ingresso di molti farmaci e attrezzature di base e ostacola l’evacuazione di moltitudini di feriti e malati per cure mediche all’estero.

Un Palestinese porta il corpo di un bambino ucciso il 26 maggio 2025. Foto: AFP/OMAR AL-QATTAA

In questo modo l’esercito, oltre ad uccidere, sta provocando ulteriori cause di decesso. Senza cure, persino infezioni e tumori facilmente rimovibili hanno un esito mortale.

E gli attacchi continuano quotidianamente. Questa settimana in un attacco ad una scuola sono state uccise trentuno persone, tra cui 18 bambini e sei donne.

“Ho avuto tanta paura”, ha detto Hanin al-Wadiya, una bambina fuggita dalle fiamme con ustioni sul viso. “Ero sotto le coperte e improvvisamente il fuoco mi ha investita. Mi sono alzata per cercare mamma e papà, ma non li ho trovati.” Tutta la sua famiglia è morta.

Il pianto di un bambino ferito ricoverato all’ospedale Al Awda il 29 maggio 2025.Foto: AFP/EYAD BABA

“Penso che tutto questo sia reso possibile dalla paura, dal razzismo e dalla disumanizzazione”, afferma la dottoressa Mimi Syed, medico d’urgenza americana che l’anno scorso ha svolto due turni di volontariato a Gaza. “Se non li consideri esseri umani, puoi fargli qualsiasi cosa”.

Sembra che questa settimana l’asticella del “fargli qualsiasi cosa” sia stata sollevata di una tacca. Sempre più civili, compresi molti bambini, vengono uccisi attraverso la carestia e gli sfollamenti forzati.

Lunedì le Forze di Difesa Israeliane [IDF] e il servizio di sicurezza Shin Bet hanno rilasciato una dichiarazione sull’attacco alla scuola Fahmi Al-Jarjawi a Gaza City. La terminologia è familiare: gli obiettivi erano ” terroristi chiave” in un “centro di comando e controllo”. Anche questa volta “sono state adottate numerose misure per ridurre il rischio di danni ai civili”.

L’attacco è iniziato verso l’una di notte. Hanin al-Wadiya, una bambina di 4 anni che alloggiava nella scuola sfollata con la sua famiglia, si è svegliata mentre le fiamme la circondavano e sua sorella urlava “Mamma, mamma!” come si vede nelle immagini del disastro.

“Ho sentito Mimi [la sorella di Hanin] chiamare la mamma, ma non riuscivo a trovarla. Ho anche gridato ‘mamma, mamma’. Sono uscita e ho iniziato a piangere”, ha raccontato Hanin in ospedale, con gli occhi gonfi e chiusi, metà del viso ed entrambe le mani coperte di ustioni. Sua madre, suo padre e sua sorella sono morti nell’incendio insieme ad altre 30 persone.

Ricoverato in un altro ospedale nel sud di Gaza c’è Adam al-Najjar, l’unico sopravvissuto di 10 fratelli la cui casa è stata attaccata due giorni prima dell’attacco alla scuola. Sua madre è uscita illesa, suo padre è rimasto gravemente ferito.

Anche in questo caso le IDF hanno affermato di aver fatto tutto il possibile; anzi, hanno rimproverato la famiglia per non essersi allontanata nonostante l’ordine di evacuazione emesso dalla divisione in lingua araba dell’Unità Portavoce delle IDF.

Ma l’ultimo ordine di evacuazione non includeva l’area in cui si trovava la casa della famiglia. Solo nell’ordine precedente, di un mese e mezzo prima, era stata ingiunta l’evacuazione da quell’area.

Gli ordini non hanno una data di scadenza e non c’è alcun segnale di cessato allarme, quindi i cittadini di Gaza devono indovinare se il pericolo è passato, e molti corrono il rischio. Non hanno scelta: i cittadini di Gaza hanno sempre meno spazio in cui muoversi; oltre l’80% dell’enclave è sotto il diretto controllo israeliano o sotto ordine di evacuazione.

Questi ordini mappe con aree contrassegnate in rosso e pubblicate su X e Telegram sono la manifestazione geografica della politica israeliana a Gaza. Lunedì il portavoce delle IDF ha emesso un altro ordine di evacuazione, uno dei più importanti della guerra: il 43% di Gaza è stato contrassegnato in rosso, con la dicitura “Zona di combattimento pericolosa”.

Nei due mesi e mezzo trascorsi da quando Israele ha violato il cessate il fuoco di due mesi oltre 630.000 persone sono state sradicate.

I ripetuti spostamenti stanno spingendo gli abitanti di Gaza sull’orlo della sopravvivenza. È molto difficile trovare cibo e beni di prima necessità come acqua pulita, un sistema fognario funzionante, un alloggio e assistenza medica. Due milioni di persone vengono spinte in un’area sempre più ristretta, dove vivono tra le macerie o in tende che si distruggono rapidamente.

I bambini non vanno a scuola da quasi due anni. L’affollamento, il caldo, la mancanza di acqua corrente o di un sistema fognario funzionante, insieme alla sistematica distruzione del sistema sanitario, stanno aumentando notevolmente il rischio di malattie ed epidemie.

La logica brutale di questa politica è nascosta in uno degli obiettivi ufficiali della guerra: “concentrare e spostare la popolazione”.

A Gaza è soprattutto la fame a fare da padrona. La scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la ripresa degli aiuti alla Striscia, ma sono stati ripresi con parsimonia. Ogni giorno solo poche decine di camion entrano dal valico di Kerem Shalom. Moltitudini di bambini continuano a stare in piedi per ore con una pentola vuota nella speranza di ricevere del cibo.

Martedì una grande folla ha preso d’assalto il centro di distribuzione alimentare creato da Israele. Migliaia di persone correvano tra le dune spingendosi contro le recinzioni e imploravano del cibo dagli uomini armati della sicurezza americana. (Per gli americani, si tratta di 1.100 dollari per una giornata di lavoro.)

“Non credo che gli israeliani lo vogliano. Non vogliono che tutto questo accada in loro nome”, dice Syed. “Penso che la cosa più importante che ho imparato a Gaza è che è impossibile ignorare la verità. Dopo aver visto cosa sta succedendo lì diventa molto semplice distinguere tra il bene e il male.”

Come puntualizza: “Oltre il 50% della popolazione di Gaza è composta da bambini. Il governo degli Stati Uniti sta finanziando una guerra illegale contro i bambini. Quasi tutte le agenzie umanitarie mondiali hanno definito ciò che sta accadendo a Gaza un crimine di guerra, eppure gli Stati Uniti continuano a fornire armi per commettere questi crimini.

“Mentre sono comodamente seduta a casa mia a scrivere la storia di Sami [un bambino di Gaza], mi viene in mente che questi crimini deliberati e atroci vengono ancora commessi contro bambini come Sami. Quando finirà? Quando il governo degli Stati Uniti si mostrerà per quello che una volta pensavo fosse? Non siamo stati noi a impedire alla Germania di sterminare così tante vite innocenti? Non dovremmo essere i “buoni”?

Syed ha svolto i suoi due periodi di volontariato a Gaza lo scorso agosto e a dicembre. In entrambi i casi ha constatato la morte di decine di bambini. Ha visto otto bambini morti per ipotermia in inverno, una bambina di 9 anni deceduta perché era impossibile ottenere farmaci standard per l’epilessia e una bambina di 9 mesi morta per aver bevuto acqua contaminata.

Ora, rientrata negli Stati Uniti, Syed afferma di essere ancora in contatto con i medici di Gaza: “Mi dicono che non c’è cibo. Per la prima volta li sento dire: ‘Moriremo tutti e il mondo non sta facendo nulla per salvarci'”.

Da quando è tornata negli Stati Uniti, Syed ha raccontato a chiunque volesse ascoltarla cosa sta succedendo a Gaza. Non risparmia ai suoi ascoltatori descrizioni grafiche accompagnate da foto. Di seguito sono riportate alcune delle tristi storie a cui ha assistito; la dottoressa Syed ha già raccontato parte della sua testimonianza da Gaza in altre testate giornalistiche in lingua inglese.

Sami di 8 anni portato in braccio dal fratello più grande all’ospedale Al Aqsa il 14 dicembre 2024.Foto: Moiz Salhi / AFP

Sami, 8 anni, è stato portato in braccio dal fratello maggiore. I due sono arrivati ​​all’ospedale Al-Aqsa, nel centro di Gaza, su un carretto trainato da un asino pochi minuti dopo che i frammenti di missile avevano lacerato il volto di Sami.

Giornalisti e curiosi si sono accalcati intorno a Sami e gli hanno scattato una foto; indossava una maglia a strisce rosse e bianche. La parte ferita del viso era nascosta alle telecamere, appoggiata sulla spalla del fratello.

“Sami aveva una ferita da esplosione al viso che gli aveva lacerato la maggior parte delle strutture vitali”, racconta Syed. “La ferita comprendeva bocca, naso e palpebre. Il resto del corpo era in buone condizioni, a parte un paio di ferite più lievi. Quando è arrivato in sala rianimazione è stato adagiato sul lettino senza altri adulti in vista. Era coperto da una giacca insanguinata.

Mentre giaceva davanti a me gorgogliando e soffocando con il suo stesso sangue gli ho aspirato la bocca e il naso per rimuovere eventuali ostruzioni nelle vie respiratorie. In seguito ad un leggero movimento del suo viso mi sono resa conto che aveva la mandibola completamente disarticolata e strappata via, appesa solo a un piccolo lembo di pelle. C’erano ustioni e schegge su tutto il viso e il collo.

Mentre mi occupavo di lui si è verificato un altro incidente con un elevato numero di feriti, con pazienti ancora più gravi. Sono stata costretta a spostare il piccolo Sami a terra per far spazio agli altri feriti.

Mentre lo stendevo sul pavimento sono arrivati la madre e lo zio, che urlavano per la disperazione. Sua madre si è gettata immediatamente a terra e ha iniziato a pregare Dio che suo figlio fosse risparmiato. Mi ha guardata dritto negli occhi e ha afferrata con forza la mia mano, implorandomi di fare tutto il possibile per salvarlo.

Ho annuito… ma sapevo nel mio intimo che non potevo fare una promessa del genere. Date le sue condizioni, sapevo che sarebbe stato un miracolo se si fosse salvato. Sono riuscita a stabilizzarlo temporaneamente, così da poterlo trasportare alla TAC funzionante più vicina.

Ma la TAC non si trovava all’ospedale di Al-Aqsa, bensì all’ospedale Yaffa, a pochi minuti di auto. In base alle norme di sicurezza del Ministero della Salute palestinese ai volontari stranieri era vietato l’accesso all’ospedale Yaffa, che all’epoca si trovava vicino alle postazioni militari israeliane.

Ho scelto di salire comunque sull’ambulanza per mantenere pervie le vie respiratorie e assicurarmi che arrivasse alla TAC in sicurezza”, racconta Syed. “Nella stessa ambulanza veniva trasportata per un esame diagnostico un’altra donna, tra la vita e la morte.

Respirava attraverso un tubo ed era accompagnata dal figlio adolescente che le teneva la mano. L’ambulanza ha attraversato macerie e folle di persone per strada”

Sami è stato sottoposto a una TAC ed è stato riportato ad Al-Aqsa per un intervento di ricostruzione facciale. “Il giorno dopo, stavo camminando per l’ospedale quando qualcuno mi ha afferrato il braccio.

Era la madre di Sami”, racconta Syed.

“Era seduta su un letto d’ospedale, nell’angolo di un corridoio anch’esso pieno di pazienti a terra o su brandine. Ho guardato il letto e c’era il piccolo Sami con i punti di sutura. Riusciva a malapena ad aprire la bocca per bere da una cannuccia e continuava a piangere di dolore ogni volta che si muoveva”.

Lo scorso ottobre sul New York Times è stata pubblicata una foto di una radiografia: ​​Mira, una bambina di 4 anni, aveva un proiettile conficcato in testa. È diventata un simbolo della guerra, mentre l’immagine è diventata una delle più controverse dei quasi 20 mesi di combattimenti.

Il New York Times ha pubblicato nella sezione opinioni altre tre foto di radiografie; facevano parte di un articolo firmato da 65 medici, infermieri e paramedici che si erano offerti volontari a Gaza. Questi operatori sanitari affermavano che Israele stava deliberatamente sparando ai bambini, e il Times ha ricevuto una serie di lettere che sostenevano che la notizia fosse falsa.

Il 15 ottobre la direttrice editoriale del Times, Kathleen Kingsbury, ha pubblicato una risposta: il giornale si era assicurato che tutti i medici e gli infermieri avessero lavorato a Gaza. Le immagini della TAC erano state inviate a esperti indipendenti in ferite da arma da fuoco, radiologia e traumatologia pediatrica, che ne hanno corroborato l’autenticità. Inoltre, i metadati digitali delle immagini sono stati confrontati con le foto dei bambini.

Secondo Kingsbury il Times possedeva foto che corroboravano le immagini della TAC, ma erano “troppo raccapriccianti per essere pubblicate”. Ha concluso: “Sosteniamo questo report e la ricerca su cui si basa. Qualsiasi insinuazione che le immagini siano inventate è semplicemente falsa”.

I genitori di Mira hanno raccontato ad Al Jazeera di essersi svegliati presto quel giorno di agosto nella loro tenda nella zona umanitaria di Muwasi, perché le loro figlie erano emozionate per il compleanno della sorella maggiore di Mira. Improvvisamente è scoppiata una sparatoria.

Mira è entrata nella tenda con il viso coperto di sangue e una ferita aperta sopra la fronte. Suo padre l’ha portata all’ospedale Nasser di Khan Yunis, nel sud della Striscia.

In base al crudele triage che si è reso necessario a Gaza, dopo le stragi di massa le persone con ferite cerebrali non vengono curate. La regola è che nel caso di penetrazione intracranica di proiettili o di esposizione di materia cerebrale non ha senso lottare per la vita del paziente a causa della carenza di neurochirurghi, attrezzature e materiali sanitari.

Syed avrebbe dovuto lasciare che Mira morisse. “Ho iniziato a visitarla”, racconta. “Uno dei medici mi ha detto: ‘Non perdere tempo’. Ma sentivo che si muoveva ancora; reagiva al dolore questo mi ha fatto pensare che dovevo provarci.”

La foto della radiografia del proiettile conficcato nella testa di Mira ,una bambina di 4 anni pubblicata dal New York Times. Ospedale Nasser 25 Agosto 2024.

Così ha inserito dei tubi per aiutare Mira a respirare ed è riuscita a stabilizzarla. Mira è stata sottoposta a un intervento chirurgico al cervello, il proiettile è stato rimosso e la sua vita è stata salvata.

Syed è rimasta in contatto con i genitori della ragazza e di recente ha ricevuto un video emozionante: Mira camminava e parlava. “L’ultima volta che l’ho vista apriva a malapena gli occhi”, racconta Syed.

Ma come gli altri pazienti sopravvissuti, Mira è sempre in pericolo. Ha bisogno di cure costanti per ridurre la pressione alla testa, soffre di debolezza al lato sinistro e deve assumere farmaci.

A gennaio la tenda della famiglia è stata colpita nel corso di un attacco e la madre di Mira ha perso un braccio. “Hanno fame, non hanno farmaci e non hanno un posto sicuro”, dice Syed, che sta cercando di aiutare la famiglia a lasciare Gaza per necessità di cure mediche.

Syed ha portato la foto della radiografia a Washington e si è confrontata con dei senatori per cercare di convincerli a smettere di sostenere Israele. “Ho incontrato scetticismo sull’autenticità della foto”, dice.

“Ma l’ho toccata, le mie mani l’hanno curata, l’ho salvata. Mettere in dubbio tutto questo mi ha davvero spezzato il cuore. Mi è stato chiesto perché Israele prendesse di mira i bambini, ma questo è normale se si vuole distruggere il futuro.”

Shaban è morto a causa della guerra. Non è stato colpito da una scheggia o da un proiettile, ma dalla distruzione delle reti fognarie e idriche di Gaza. Era nato nel dicembre del 2022. A due anni, nel bel mezzo della guerra, si è ammalato e la sua pelle è diventata giallastra. “Aveva la stessa età del mio figlio più piccolo, eppure sembrava tanto piccolo per la sua età. Il bianco degli occhi emanava un bagliore arancione fosforescente, la sua pelle aveva il colore intenso del Tang”, dice Syed, riferendosi alla bevanda in polvere. “Giaceva immobile, respirava con affanno, aveva l’addome gonfio. Ogni movimento gli causava dolore”.

Shaban soffriva di insufficienza epatica causata dall’epatite A. “Negli Stati Uniti e in ogni Paese avanzato, è molto difficile contrarre l’epatite, e anche se succede è abbastanza semplice da curare. A Gaza, non avevamo modo di aiutarlo”, racconta Syed.

La madre di Shaban ha mostrato a Syed le foto del bambino scattate un anno prima. “Quando la madre ha condiviso una foto di suo figlio di appena un anno fa, raggiante di salute e felicità, mi sono sentita sommergere da un’ondata di tristezza”, dice Syed. Il bambino aveva bisogno di un trapianto di fegato, ma anche in questo caso la famiglia non aveva ricevuto il permesso da Israele per lasciare Gaza per l’intervento.

Syed ha fotografato la madre mentre lasciava l’ospedale con il figlio. “Non riesco a liberarmi dall’immagine della madre che portava in braccio il suo bambino, il suo corpicino aggrappato a lei, entrambi avvolti nella disperazione”, dice.

“La sofferenza di questo bambino mi tormenta in modi che le parole non possono esprimere. Il medico che è in me sa che quel bambino è morto quel giorno, poco dopo essere stato dimesso dall’ospedale, ma la madre che è in me non vuole accettare la realtà.

Fatma, 29 anni, è arrivata in ospedale con tre bambini piccoli, tutti sotto i 7 anni. Non era stata ferita dalle bombe, ma sanguinava copiosamente da un seno.

“I suoi figli sedevano in silenzio al suo fianco, con i volti segnati dalla paura”, racconta Syed. “Ho cercato nella borsa con i guanti insanguinati, e ho tirato fuori qualche palloncino per distrarli. I loro volti si sono illuminati mentre dimenticavano per un attimo l’orrore che li circondava.”

Si è scoperto che la madre soffriva di un tumore al seno in stadio molto avanzato. “Mi sono trovata di fronte a una scena che, nonostante la mia esperienza in zone svantaggiate, non avevo mai visto: una massa mammaria così grande e deturpante che era chiaramente la causa della sua abbondante emorragia”, dice Syed.

La zia della paziente, che accompagnava lei e i suoi figli, ha raccontato che i medici avevano scoperto il nodulo, all’epoca delle dimensioni di un’oliva, sette mesi prima, all’inizio della guerra.

Le era stato prescritto un intervento chirurgico e la chemioterapia, ma a causa della guerra e della distruzione del sistema sanitario non ha potuto curarsi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva approvato la sua evacuazione per motivi sanitari, ma la sua richiesta è stata respinta da Israele, oppure i permessi hanno impiegato troppo tempo per arrivare.

“Era evidente che il suo cancro era curabile”, dice Syed. “In qualsiasi altro Paese, o persino a Gaza prima del 7 ottobre, avrebbe ricevuto cure e sarebbe guarita. Ma ora non potevamo fare nulla. Non avevamo le scorte di sangue per stabilizzarla ed era preferibile riservare le risorse chirurgiche necessarie per la riduzione del tumore a pazienti con maggiori speranze di guarigione.

“Sarebbe morta presto con i suoi figli accanto. Questa madre non avrebbe mai visto i suoi figli crescere, non avrebbe mai visto sua figlia laurearsi o suo figlio diventare un uomo. L’ingiustizia di tutto ciò bruciava dentro di me, un fuoco che non si sarebbe mai spento.”

Alla fine Fatma è stata trasferita in un altro ospedale. Quando Syed ha chiamato per avere notizie, le è stato detto che Fatma era morta quel giorno.

Nelle conversazioni con i medici che hanno curato civili a Gaza si parla sempre dei primi minuti dopo una strage di massa. Le descrizioni sono le stesse.

Pochi minuti dopo l’attacco missilistico o la bomba i pronto soccorso e le unità di terapia intensiva diventano una scena da film dell’orrore. Le urla di dolore si fondono con le grida di angoscia delle persone che scoprono la morte di una persona cara.

I letti, le barelle e poi il pavimento si riempiono di feriti, mentre tra di loro si formano pozze di sangue. E i medici devono ripetutamente prendere decisioni crudeli: chi scartare perché con nessuna prospettiva di sopravvivenza o perché richiede l’utilizzo di risorse in grado di salvare altre persone con più possibilità di successo.

Syed è tornata a Gaza il 4 dicembre dopo il precedente periodo di volontariato in agosto. “Il viaggio è stato straziante, con strade dissestate e bambini che camminavano da soli, tale da risvegliare un familiare senso di angoscia nello stomaco”, racconta. Dopo un’ora di macchina siamo arrivati all’ospedale Nasser. La disposizione degli alloggi era rimasta invariata: angusti letti a castello e l’onnipresente odore di fogna proveniente dal bagno.

Mentre iniziavo a disfare i bagagli una forte esplosione ha scosso l’edificio. Ho subito capito che questo attacco aereo era più vicino del solito. Le urla echeggiavano mentre la gente correva verso l’ospedale. Conoscendo fin troppo bene la procedura, mi sono precipitata verso il reparto di traumatologia.

Mentre indossavo con difficoltà i miei guanti già strappati, ho visto che due bambini piccoli venivano portati di corsa. Le loro famiglie li hanno sdraiati sul pavimento dato che non c’erano letti disponibili. Prima ancora di toccarli ho capito che non erano più in vita. Mi ha travolto un senso di totale impotenza.

“Poi è arrivata una bambina di 8 anni di nome Alaa, la stessa età di mia figlia. Suo padre mi ha spiegato che stava giocando davanti alla loro tenda quando in seguito ad un attacco aereo delle schegge sono penetrate nel suo cranio. Era gravemente ferita, il suo corpo si muoveva a malapena e la materia cerebrale era esposta. Secondo il protocollo era da considerare irrecuperabile.

Ma quando ho visto la disperazione negli occhi di suo padre non sono riuscita a stare a guardare. Ho preso dalla mia borsa il laringoscopio che avevo dovuto far passare di nascosto dall’esercito israeliano e ho assicurato la pervietà delle vie respiratorie, poi l’abbiamo portata di corsa in sala operatoria.

Pochi giorni dopo sono stata trasferita in un altro ospedale e ho perso traccia dei progressi di Alaa. Suo padre aveva promesso aggiornamenti, ma temevo il peggio. Una sera, verso la fine del mio soggiorno di un mese, ho ricevuto un messaggio con due video.

“Il primo video mostrava Alaa seduta mentre leggeva un libro con una benda attorno alla testa. Nel secondo la si vedeva camminare, leggermente instabile ma autonoma. Si è fermata al centro dell’inquadratura e ha detto: ‘Shokran doktora, anam khair’ Grazie, dottoressa, sto bene.”

Ma Alaa ha bisogno di un intervento chirurgico per la protezione del cervello, un’operazione che non può essere eseguita a Gaza. Come per altri casi, è in attesa di essere evacuata dalla Striscia.

“Negli Stati Uniti abbiamo la possibilità di intervenire in diversi modi e salvare vite umane”, dice Syed. “A Gaza anche se salvi una vita non è detto che ci sia veramente riuscito.

“Alaa potrebbe morire domani. Il suo cervello è esposto. Se domani inciampa tra le macerie o contrae un’infezione, morirà. Tutto è così incerto. La sensazione che si prova è di non fare molto, di non portare alcun cambiamento.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

Vedi video della relazione del dr. Feroze Sidhwa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU 




Come sei mesi in Cisgiordania hanno cancellato una vita di indottrinamento sionista

Sam Stein 

30 maggio 2025 – +972 Magazine

Come molti ebrei americani sono stato educato a considerare infallibile Israele. Vivere tra i palestinesi mi ha insegnato alcune verità fondamentali sulla situazione dell’occupazione.

Se si cresce nel mondo degli ebrei ortodossi americani quello che si fa è semplicemente passare un anno post-diploma a studiare la Torah in Israele. Io scelsi di frequentare una “mechina”, un programma israeliano propedeutico al servizio militare, ignaro che quello che consideravo il mio “anno in Israele” in realtà mi avrebbe portato nei territori palestinesi occupati in Cisgiordania.

La “Mechinat Yeud” si trovava a Efrat, una colonia illegale del blocco di Gush Etzion [prima colonia fondata da Israele nei territori occupati nel ’67, ndt.], a sud di Gerusalemme. I nostri giorni lì erano principalmente divisi in due parti: la prima metà veniva dedicata a studiare la Torah e l’altra a fare escursioni, a prestare servizio per la comunità e ad allenarsi nel Krav Maga [arte marziale adottata dall’esercito israeliano, ndt.].

Terminai quell’anno senza sapere molto dell’occupazione israeliana. Mentre vedevo più “arabi” (la parola “palestinesi” non veniva mai pronunciata dalle nostre labbra) attorno alla mia colonia che nel vero e proprio Israele, continuai ad ignorare la realtà da loro vissuta sotto il potere militare straniero, senza cittadinanza né diritto di voto.

La prima volta che ricordo di aver sentito la parola “occupazione” fu quando il mio rabbino, un abitante della colonia illegale di Alon Shvut, si lamentò del fatto che gli israeliani avessero un accesso limitato al Monte del Tempio [la Spianata delle Moschee a Gerusalemme, ndt.]. “Israele,” dichiarò, “è occupato dagli arabi.”

Cinque anni dopo, mentre studiavo all’Hunter College di New York, uno studente palestinese di Betlemme fece un discorso nel nostro centro Hillel [principale organizzazione studentesca ebraica al mondo, ndt.]. Avendo vissuto durante il tempo passato a Efrat a poca distanza da lui, ingenuamente pensai a noi due come “vicini”. Ma quando spiegò che frequentare un’università a New York gli imponeva di ottenere in primo luogo i permessi israeliani anche solo per andare in Giordania e avere il diritto di salire su un volo internazionale, lo stridente contrasto tra le nostre due vite divenne impossibile da ignorare.

Sette anni dopo il mio soggiorno nella mechina tornai in Israele-Palestina, questa volta con una chiara visione dell’occupazione della Cisgiordania e della responsabilità che comportava entrare in quella terra. Sapevo di dovermi impegnare nell’attivismo concreto contro l’occupazione. Fu così che arrivai a unirmi ad “All That’s Left” [Tutto ciò che rimane], un collettivo di base e senza gerarchie degli ebrei della diaspora impegnato nell’azione diretta contro l’occupazione.

Attraverso All That’s Left iniziai a viaggiare regolarmente in Cisgiordania con una prospettiva totalmente diversa rispetto a quando avevo 18 anni. Mi unii ai contadini palestinesi nei loro campi, accompagnai i pastori a pascolare le loro greggi, partecipai alle proteste contro la violenza di Stato israeliana e infine passai notti, poi settimane, poi mesi, nei villaggi palestinesi. Come parte di attivismo della presenza protettiva i miei compagni di militanza ed io documentammo gli attacchi dei coloni e le incursioni militari, sperando che il nostro status privilegiato agli occhi dello Stato potesse scoraggiare la violenza.

Questo lavoro mi ha portato al settembre 2024, quando, dopo essermi unito a Rabbis for Human Rights [Rabbini per i Diritti Umani, associazione religiosa israeliana contro l’occupazione, ndt.], ho deciso di trasferirmi a tempo pieno a Masafer Yatta, un gruppo di villaggi palestinesi sulle Colline Meridionali di Hebron i cui abitanti hanno resistito tenacemente alla violenza dei coloni e dell’esercito intesa a cacciarli dalle loro terre, come recentemente descritto dal documentario vincitore dell’Oscar “No other land” [Nessun’altra terra]. Andando lì speravo di rafforzare i miei rapporti con la comunità, migliorare il mio arabo e fornire una presenza protettiva.

Come cittadino israeliano ebreo, parte del gruppo demografico che spinge per l’espansione della colonizzazione, volevo assicurarmi che stando a Masafer Yatta avrei fatto una resistenza attiva all’occupazione invece che perpetuarla. Attraverso conversazioni con gli abitanti del luogo e il mio lavoro con iniziative come Hineinu [Noi siamo qui, progetto di appoggio alle comunità palestinesi, ndt.], sono arrivato alla convinzione che esso era accolto positivamente e apprezzato dagli abitanti palestinesi.

Senza limiti di tempo, senza sostegno istituzionale e senza neppure una casa a Gerusalemme in cui tornare se le cose si fossero messe male, ho caricato tutte le mie cose in macchina e sono partito a sud verso Masafer Yatta.

Per sei mesi ho vissuto insieme a quelli che, come ero stato continuamente messo in guardia, alla prima occasione mi avrebbero ucciso. Le verità che ho imparato lì devono essere condivise, soprattutto con altri che sono stati educati con gli stessi timori. Queste lezioni hanno un’importanza immediata perché ancora una volta Masafer Yatta sta affrontando una campagna di demolizioni che minaccia di cancellare la sua gente dall’unica terra che conosce.

  1. Puoi (e dovresti) ignorare i cartelli rossi

    Durante l’anno alla mechina il nostro direttore indicava invariabilmente i cartelli rossi che indicavano gli ingressi nell’Area A, il territorio della Cisgiordania ufficialmente sotto totale controllo palestinesi [in base agli accordi di Oslo, ndt.]. Gli avvisi, piazzati da Israele, affermavano che l’ingresso era “illegale” e “pericoloso per le vite” dei cittadini israeliani. “Questo è il vero apartheid,” diceva il nostro direttore, lamentando la presunta esclusione per gli israeliani da quelle zone. Solo in seguito capii che i palestinesi non intendevano escludermi né avevano l’effettiva autorità su quei luoghi.

In realtà il divieto contro i cittadini israeliani che entravano nell’Area A esiste più sulla carta che in pratica. Queste restrizioni non intendono proteggere gli israeliani, ma rafforzare un sistema e una cultura di apartheid attraverso barriere psicologiche. Dove finiscono posti di blocco e muri prendono il loro posto la paura e autocensura come mezzi di separazione.

Ho presto compreso che disimparare questo razzismo condizionato richiede l’immersione in luoghi in cui la cultura palestinese rimane predominante. Ho visitato i siti storici di Betlemme, mi sono allenato in palestre di arti marziali a Ramallah e ho fatto la spesa nei mercati di Yatta. Quasi ogni volta gli abitanti locali scoprivano che sono sia ebreo che israeliano, eppure non mi sono mai sentito in pericolo. L’unica vera angoscia c’è stata quando ho lasciato le città palestinesi, seduto in infinite code ai posti di blocco, un ricordo quotidiano del peso schiacciante dell’occupazione.

  1. I coloni degli avamposti non ti rappresentano

Se, come me, sei cresciuto come un tipico ebreo ortodosso moderno in America, non troverai nessun punto in comune con quelli che passano il pomeriggio del sabato andando in giro in macchina e usando il telefono [attività vietate il sabato dalla legge religiosa ebraica, ndt.] per coordinare attacchi contro i palestinesi.

A differenza dei coloni più “moderati” di posti come Efrat o Alon Shvut, che pur sostenendo l’occupazione almeno conservano un’apparenza di osservanza religiosa, , i violenti radicali degli avamposti sono totalmente estranei al tuo mondo.

Se incontri a scuola il tipico giovane delle colline [membro di un gruppo di coloni estremisti, ndt.] non vedi uno come te, vedi un giovane a rischio che ha bisogno di assistenza. E gli adulti che gestiscono questi avamposti? Non hanno niente a che vedere con i rabbini che ti fanno lezione a scuola, sono estremisti ideologici che usano la nostra tradizione come arma calpestando la stessa halacha [tradizione normativa ebraica, ndt.] che ti è stato insegnato essere essenziale e immutabile.

  1. L’esercito mente

Come la maggioranza degli ebrei e degli israeliani, sono stato educato a vedere l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] come infallibile. Ma quando dico che l’esercito mente, non sto parlando di interpretazioni o di mezze verità. Intendo che inventano in blocco la realtà, creando finzioni prive di ogni base oggettiva.

Ho assistito di persona ad avvenimenti per poi leggere resoconti dell’esercito che contraddicevano totalmente la realtà. Per due volte sono stato aggredito da soldati e coloni per poi essere arrestato con l’assurda accusa che avevo attaccato i miei aggressori.

Questo schema di menzogne non è nuovo: molto prima degli ultimi 18 mesi Israele ha ripetutamente ritrattato le sue versioni ufficiali, come il mondo ha visto in seguito all’assassinio della giornalista Shireen Abu Akleh [uccisa a Jenin da un cecchino israeliano ma che secondo la prima versione israeliana sarebbe stata colpita da un combattente palestinese, poi da un proiettile di rimbalzo, ndt.]. Oggi, mentre Israele commette un genocidio a Gaza dietro il muro della censura, dobbiamo partire dall’assunto opposto: ogni parola ufficiale dell’esercito è una menzogna.

  1. L’occupazione opera ininterrottamente

Una volta un compagno attivista di Hineinu ha descritto la risposta alla violenza a Masafer Yatta come “giocare a colpire la talpa”. Ogni chiamata d’emergenza del mattino — i coloni attaccano qui, i soldati invadono là — dà l’avvio a un altro giorno di corse tra avamposti per documentare le atrocità.

Mi sono abituato a questo ritmo di crisi: dormire con la suoneria impostata per squarciare il silenzio della notte, un cambio di vestiti sempre a portata di mano, affinare la particolare abilità di vestirsi in pochi secondi mentre sei mezzo addormentato. A tutt’oggi un telefono che suona mi provoca le palpitazioni.

È rapidamente diventato chiaro che la mia sola presenza là turbava profondamente i soldati israeliani. Avrebbero inventato pretesti per allontanare me e gli altri attivisti, arrestandomi per aver fotografato un’auto civile, accusandomi falsamente di essere entrato nell’Area A o prendendo di mira i nostri veicoli per futili violazioni del codice della strada.

Ma mentre questi continui soprusi mi hanno sfiancato, impallidiscono in confronto a quello che devono sopportare giornalmente i miei vicini. So che persino in un cosiddetto giorno “tranquillo” la violenza non si ferma, significa solo che altri si stanno accollando il peso al mio posto.

  1. La risposta è una solidarietà vera.

Integrarmi in una comunità palestinese mi ha rivelato l’implacabile morsa dell’occupazione. Quando ho iniziato ad accompagnare in macchina i miei vicini a sbrigare le loro faccende ogni posto di blocco si è trasformato da un’ingiustizia vista da fuori in qualcosa che mi colpiva personalmente. Queste esperienze mi hanno insegnato che l’antidoto più potente alla propaganda è essere veramente accomunati agli oppressi e diseredati, non in base a una falsa nozione di “coesistenza”, ma a un impegno condiviso per la giustizia e la liberazione.

L’occupazione continua esattamente perché non crea un disagio agli israeliani, che è la ragione per cui chi li sostiene deve consapevolmente condividere la sofferenza dei palestinesi. Ciò non implica andare a Masafer Yatta, solo costruire rapporti così profondi che la sofferenza degli altri diventi la nostra. Assistere ai soprusi là non disturba solo la mia coscienza, mi fa arrabbiare perché le persone che amo sono state colpite. Questa rabbia continua anche adesso che me ne sono andato. Moltiplicate questo per migliaia e il sistema crollerà.

È così che un’ora di vero ascolto del discorso di un compagno di studi al college è stata il primo passo perché mi si aprissero gli occhi sul vissuto dei palestinesi. Ora, condividendo la mia esperienza di sei mesi insieme ai palestinesi di Masafer Yatta, spero di aiutare altri che sono stati educati come me a rompere lo stesso muro di menzogne. Solo allora potremo riprenderci non solo da questi 18 mesi devastanti, ma dai 75 anni che li hanno preceduti e costruire un futuro degno della nostra comune umanità.

Sam Stein è uno scrittore e attivista che ha passato sei anni impegnato nella presenza protettiva in Cisgiordania. Collabora frequentemente con la rivista The Progressive Magazine [storico periodico statunitense di sinistra, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il Gabinetto di Sicurezza israeliano approva all’unanimità l’espansione delle operazioni militari a Gaza

Jonathan Lis e Nir Hasson

5 maggio 2025 – Haaretz

Secondo un funzionario israeliano, Netanyahu ha chiarito che questo piano differisce dai precedenti in quanto passa da operazioni basate su raid a “l’occupazione del territorio e una presenza israeliana di lungo periodo a Gaza”.

Nella notte tra lunedì e venerdì il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato all’unanimità un piano per espandere le operazioni nella Striscia di Gaza, secondo quanto riferito da fonti a conoscenza del dibattito. In linea di principio i ministri hanno anche approvato un progetto per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza tramite compagnie straniere.

I ministri sono stati informati di un piano in varie tappe che, come prima fase, prevede la presa e l’occupazione di aree aggiuntive lungo la Striscia e l’espansione della zona cuscinetto in mano alle IDF [le forze armate israeliane, ndt.], nel tentativo di fornire a Israele una ulteriore leva nei negoziati con Hamas.

Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, era assente dalla riunione di gabinetto e ha inviato il suo vice al suo posto.

Il Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir, ha dichiarato domenica, durante la visita a una base di commando della marina, che le IDF “opereranno in aree aggiuntive e distruggeranno tutte le infrastrutture, sia sopra che sottoterra”.

Durante la discussione del gabinetto di sicurezza è stato chiarito che la prossima fase della manovra militare mira ad aumentare la pressione su Hamas e a spingerla a mostrare flessibilità e ad accettare il rilascio di altri ostaggi con un altro accordo.

Secondo un funzionario israeliano, il piano prevede il trasferimento della popolazione della Striscia di Gaza a sud dell’enclave. Il funzionario ha affermato che Netanyahu ha chiarito che questo piano differisce dai precedenti in quanto passa da operazioni basate su raid a “l’occupazione del territorio e una presenza israeliana prolungata a Gaza”.

“Nel corso della discussione Netanyahu ha affermato che questo è un buon piano poiché può raggiungere gli obiettivi di sconfiggere Hamas e riavere gli ostaggi”, ha affermato il funzionario, aggiungendo che Netanyahu sta ancora spingendo per il piano di trasferimento [dei palestinesi fuori da Gaza, ndt.] e che sono attualmente in corso negoziati con diversi paesi su questo progetto.

Il Forum degli Ostaggi e delle Famiglie Scomparse ha risposto che il piano dovrebbe essere denominato “piano Smotrich-Netanyahu” di “rinuncia agli ostaggi, alla sicurezza e alla resilienza nazionale di Israele”. Nella dichiarazione hanno affermato che questo piano è un’ammissione da parte del governo di scegliere i territori anziché gli ostaggi, il che, a loro dire, è contro la volontà di oltre il 70% degli israeliani.

In linea di principio i ministri del governo hanno anche approvato un piano per la futura distribuzione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza tramite aziende private straniere. Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir è stato l’unico a opporsi a questa proposta, discutendo l’argomento con il capo di stato maggiore delle IDF. “Non capisco perché dovremmo dare loro qualcosa: hanno abbastanza cibo lì. Dovremmo bombardare le riserve alimentari di Hamas”, ha dichiarato Ben-Gvir. Il Capo di Stato Maggiore ha risposto: “Queste idee sono pericolose per noi” e Ben-Gvir ha replicato: “Non abbiamo alcun obbligo legale di sfamare coloro che stiamo combattendo, c’è abbastanza cibo”.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è intervenuto, dicendo al Capo di Stato Maggiore che i ministri “possono esprimere opinioni diverse da quelle degli ufficiali dell’esercito”.

Il Procuratore Generale israeliano Gali Baharav-Miara ha osservato che Israele è legalmente obbligato a consentire l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Il Segretario di Gabinetto Yossi Fuchs ha osservato: “Per essere chiari, nessun ministro ha suggerito di farli morire di fame”. “Non l’ho detto”, ha replicato il Procuratore Generale.

Il Ministro Itamar Ben-Gvir ha interloquito: “C’è abbastanza cibo lì, non capisco. Da quando dovremmo automaticamente fornire aiuti a chiunque combatta contro di noi? Dove sta scritto esattamente nel diritto internazionale?”

A livello politico i presenti hanno indicato la prevista visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti tra circa dieci giorni come un potenziale catalizzatore che potrebbe spingere entrambe le parti verso un accordo, nonostante permangano significative divergenze.

Nel frattempo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha dichiarato domenica che nelle ultime nove settimane Israele ha bloccato l’ingresso di tutti i rifornimenti a Gaza. Di conseguenza, panetterie e mense comunitarie non sono più operative e i magazzini alimentari sono stati svuotati. “La struttura del piano che ci è stata presentata significherà che ampie zone di Gaza, comprese le persone meno mobili e più vulnerabili, continueranno a rimanere senza rifornimenti”, ha scritto l’organizzazione, aggiungendo che il piano “contravviene i fondamentali principi umanitari… È pericoloso costringere i civili a recarsi in zone militarizzate per ricevere cibo”. L’organizzazione ha inoltre osservato che il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il Coordinatore dei Soccorsi di Emergenza hanno chiarito che non parteciperanno a piani che non rispettino i “principi umanitari globali di umanità, imparzialità, indipendenza e neutralità”.

Il governo israeliano si è riunito domenica, dopo che le IDF sabato hanno iniziato a emettere migliaia di ordini di chiamata alle armi per i riservisti in preparazione dell’espansione della campagna a Gaza. Secondo fonti militari non è ancora chiaro quanto durerà il nuovo servizio dei riservisti, ma si prevede che sarà di “durata significativa”.

Le IDF hanno inoltre affermato che Hamas continua a respingere le proposte avanzate durante i negoziati e che gli obiettivi dichiarati della guerra, in particolare la restituzione degli ostaggi, non sono cambiati. La maggior parte dei riservisti verrà schierata per sostituire i soldati regolari attualmente in servizio al confine settentrionale e in Cisgiordania, liberando così ulteriori unità permanenti dell’esercito destinate a rafforzare le operazioni di combattimento a Gaza.

Questa mossa segna un allontanamento dal dispiegamento operativo pianificato per il prossimo anno, presentato in precedenza ai riservisti. Ancor prima della pubblicazione degli ordini di chiamata molti ufficiali e soldati avevano annunciato di non volersi presentare per la successiva tornata di combattimenti, spesso perché esausti.

Dopo che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu la scorsa settimana ha dichiarato che “l’obiettivo supremo è ottenere la vittoria sui nostri nemici”, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha dichiarato ai ministri durante l’incontro che il ritorno degli ostaggi è più importante e che le IDF comprendono quanto questo sia un obiettivo cruciale per le decine di migliaia di riservisti che si arruolano per questo scopo.

Zamir ha anche recentemente chiarito ai ministri di opporsi all’impiego delle IDF per distribuire aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Ieri sera il governo ha approvato in linea di principio un piano per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza tramite aziende straniere.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Coloni israeliani hanno incendiato case, recinti per capre, sparato a residenti palestinesi in Cisgiordania

Hagar Shezaf

 24 aprile 2025 Haaretz

Gli abitanti del villaggio di Bardala hanno raccontato che i coloni sono entrati nel villaggio, seguiti dai soldati dell’IDF, che hanno poi arrestato cinque abitanti del luogo sospettati di aver lanciato pietre. “Siamo scappati da casa e non abbiamo preso nulla, tutto è andato perso”, dice un abitante del villaggio.

Secondo i testimoni, mercoledì i coloni israeliani hanno dato fuoco a case e a un recinto per il bestiame e hanno aperto il fuoco contro gli abitanti del villaggio di Bardala, nel nord della Cisgiordania.

I soldati israeliani sono entrati nel villaggio insieme ai coloni e hanno arrestato cinque palestinesi, hanno aggiunto i testimoni.

Un funzionario della sicurezza israeliana ha confermato che quattro palestinesi sono stati feriti negli scontri tra i coloni di un vicino avamposto e gli abitanti locali, aggiungendo che almeno alcune delle ferite sono state causate dagli spari dei coloni.

I residenti hanno raccontato che l’incidente è iniziato quando i coloni hanno attaccato i palestinesi che lavoravano nei terreni agricoli vicini e sono fuggiti nel villaggio chiedendo aiuto. Ahmad Jahalin, la cui casa a Bardala è stata attaccata, ha raccontato ad Haaretz che i coloni e i soldati hanno seguito i contadini nel villaggio. Ha detto che i coloni sono entrati nel complesso abitativo della sua famiglia e hanno incendiato due case, un recinto per le capre e tutti i beni presenti.

Siamo fuggiti dalla casa senza prendere nulla: né l’oro, né il kushan [titolo di proprietà], né i documenti di identità”, ha raccontato Jahalin. “Hanno bruciato tutto. Vestiti, materassi, soldi; non è rimasto nulla”.

Jahalin ha detto che durante l’incidente i soldati hanno arrestato suo figlio di 20 anni e non sa dove sia detenuto.

Il portavoce dell’IDF ha dichiarato in un comunicato di aver ricevuto una segnalazione riguardante palestinesi che lanciavano sassi contro un civile israeliano di passaggio nei pressi di Bardala, provocando uno scontro con diversi palestinesi che gli lanciavano pietre. L’esercito ha aggiunto: “Durante lo scontro sono arrivati altri civili israeliani che hanno sparato in aria”.

L’IDF ha dichiarato che quando è stata ricevuta la segnalazione, “una forza dell’esercito si è precipitata sul posto per disperdere gli scontri e ha sparato contro alcuni palestinesi per eliminare una immediata minaccia”. Secondo la dichiarazione, i soldati hanno arrestato “un certo numero di palestinesi sospettati di aver lanciato pietre”, che sono stati trattenuti per “ulteriori interrogatori da parte di ufficiali della difesa”. L’esercito ha dichiarato che sta ancora indagando sull’incidente.

Quello di mercoledì non è stato il primo assalto che la famiglia Jahalin ha subito dai coloni. Circa tre mesi fa, secondo membri della famiglia, i coloni sono entrati nel villaggio e hanno lanciato pietre contro la loro casa mentre erano all’interno.

A dicembre gli israeliani hanno stabilito un nuovo avamposto illegale vicino a Bardala. Da allora gli abitanti del villaggio hanno dovuto affrontare ripetuti attacchi violenti. Inoltre, l’IDF ha ostacolato l’accesso locale ai pascoli dopo aver recentemente costruito una strada tra il villaggio e i suoi terreni agricoli e pascoli.

A febbraio Ibrahim Sawafta, membro del consiglio del villaggio di Bardala, ha dichiarato ad Haaretz che la strada ha bloccato l’accesso di 25 famiglie alla terra, loro principale fonte di sostentamento. “Ci impediscono di seminare e di lavorare in Israele, e portano i coloni a vivere lì. Dove può andare la gente? Questo li porterà verso posizioni radicali ”, ha detto. In un altro incidente, secondo gli abitanti mercoledì sera i coloni hanno invaso Kifl Haris, un villaggio vicino ad Ariel, e hanno lanciato sassi contro le case e le auto. Nella stessa notte i coloni hanno fatto irruzione nel villaggio di Sinjil, vicino a Ramallah, dopo che le Forze di Difesa Israeliane e la Polizia di Frontiera avevano evacuato un vicino avamposto di insediamento. Gli abitanti hanno detto che i coloni hanno distrutto un edificio e un’auto nel villaggio.

( Traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)




A Gaza quasi ogni plotone dell’IDF [esercito israeliano, n.d.t.] usa uno scudo umano: un sotto-esercito di schiavi palestinesi

Anonimo

30 marzo 2025-Haaretz

I soldati costringono regolarmente palestinesi innocenti a entrare nelle case di Gaza per assicurarsi che non ci siano terroristi o esplosivi. Allora perché la divisione investigativa criminale della polizia militare dell’IDF sta aprendo solo sei indagini sull’uso di scudi umani?

A Gaza i soldati israeliani usano scudi umani almeno sei volte al giorno.

Ho prestato servizio a Gaza per nove mesi e mi sono imbattuto per la prima volta in queste procedure, chiamate “protocollo zanzara”, nel dicembre 2023. Erano passati solo due mesi dall’inizio dell’offensiva di terra, molto prima che ci fosse carenza di cani dell’unità cinofila dell’IDF, Oketz, che venivano usati per questo scopo. Questa divenne la folle scusa non ufficiale per questa dissennata procedura non ufficiale. Allora non mi rendevo conto di quanto sarebbe diventato onnipresente l’uso di scudi umani, che chiamavamo “shawish” [dal nome di una famiglia allargata araba che ha servito nella polizia del mandato britannico e possiede alcuni negozi nella Gerusalemme vecchia, n.d.t.].

Oggi quasi ogni plotone ha uno “shawish” e nessuna forza di fanteria entra in una casa prima che uno “shawish” la “liberi”. Ciò significa che ci sono quattro “shawish” in una compagnia, dodici in un battaglione e almeno 36 in una brigata. Gestiamo un sotto-esercito di schiavi. La procedura è semplice. Palestinesi innocenti sono costretti a entrare nelle case di Gaza e a “sgomberarle”, per assicurarsi che non ci siano terroristi o esplosivi.

Di recente ho visto che la Divisione investigativa criminale della polizia militare dell’IDF [la MPCID, n.d.t.] ha aperto sei indagini sull’uso di civili palestinesi come scudi umani e sono rimasto a bocca aperta. Ho già visto insabbiamenti in passato, ma qui si raggiunge un nuovo livello di infamità. Se la MPCID volesse fare seriamente il suo lavoro dovrebbe aprire ben più di mille indagini. Ma tutto ciò che la MPCID vuole è che possiamo dire a noi stessi e al mondo che stiamo indagando su noi stessi, quindi hanno trovato sei capri espiatori e stanno addossando loro la colpa.

Ero presente a una riunione in cui uno dei comandanti di brigata ha presentato il concetto di “zanzara” al comandante di divisione come un “necessario risultato operativo per portare a termine la missione”. Era tutto ritenuto così normale che ho pensato di avere delle allucinazioni.

Già nell’agosto del 2024, quando questa storia è scoppiata su Haaretz e nelle testimonianze raccolte da Breaking the Silence [ONG israeliana di veterani dell’esercito, che raccontano le esperienze nei territori occupati, ndtr.], una fonte di alto livello ha affermato che sia il Capo di Stato Maggiore delle IDF uscente sia il Capo del Comando Meridionale uscente erano a conoscenza della procedura. Non so cosa sia peggio: che non sappiano cosa sta succedendo nell’esercito che comandano, o che lo sanno e continuano a farlo nonostante tutto.

Sono passati più di sette mesi da quando è stata pubblicata quella storia e i soldati hanno continuato a trattenere i palestinesi e a costringerli a entrare nelle case e nei tunnel prima di loro. Mentre il Capo di Stato Maggiore e il Capo del Comando Meridionale continuavano a non dire e fare nulla al riguardo, il protocollo è diventato ancora più diffuso e normalizzato.

Il personale di grado più alto sul campo è a conoscenza dell’uso di scudi umani da più di un anno e nessuno ha cercato di fermarlo. Al contrario, è stato definito come una necessità operativa.

È importante notare che possiamo entrare nelle case senza usare scudi umani. Lo abbiamo fatto per mesi, secondo una corretta procedura di ingresso che includeva l’invio di un robot, un drone o un cane. Questa procedura ha dato i suoi frutti, ma ha richiesto tempo e il comando voleva risultati qui e ora.

In altre parole, abbiamo costretto i palestinesi a fungere da scudi umani non perché fosse più sicuro per le truppe dell’IDF, ma perché era più veloce. Ecco perché abbiamo messo a rischio la vita di palestinesi che non erano colpevoli di altro che essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La faccenda non è andata avanti senza incontrare resistenza. Soldati e ufficiali hanno resistito. Io ho resistito. Ma è quello che succede quando al comando superiore non importa e ai politici ancora meno. È quello che succede quando sei veloce a premere il grilletto e operativamente sei completamente esausto. È quello che succede quando sei in una guerra senza fine che non riesce a riportare gli ostaggi vivi mese dopo mese. Perdi il giudizio morale. Un amico ufficiale dell’esercito mi ha raccontato di un incidente che hanno vissuto: hanno incontrato un terrorista in una casa che era già stata sgomberata da uno “shawish”. Lo “shawish” era un uomo anziano e quando si è reso conto di aver sbagliato, si è spaventato così tanto che si è sporcato addosso. Non so cosa gli sia successo. Avevo paura di chiedere.

Questo caso dimostra che le giustificazioni che ci hanno dato, ovvero che la procedura sia per motivi di “sicurezza”, non erano vere. Queste persone non sono combattenti professionisti; non sanno come perquisire una casa. I soldati non si fidano di loro perché non sono lì di loro spontanea volontà. A volte, gli “shawish” vengono mandati nelle case solo per darvi fuoco o farle saltare in aria. Non ha nulla a che fare con la sicurezza. Tremo al pensiero di cosa questo faccia alla psiche di chiunque debba entrare in una casa, terrorizzato, al posto di soldati armati. Tremo anche al pensiero di cosa questo faccia a noi israeliani.

Ogni madre che manda il figlio a combattere capisce che il figlio potrebbe ritrovarsi ad afferrare un palestinese dell’età di suo padre, o del fratello minore e costringerlo violentemente a correre davanti a lui, disarmato, in una casa o in un tunnel potenzialmente pieno di trappole esplosive? Non solo non siamo riusciti a proteggere le nostre truppe, ma abbiamo corrotto le loro anime e non c’è modo di sapere cosa questo farà a noi, come società, quando torneranno a casa dalla guerra.

Ecco perché l’inchiesta MPCID è così esasperante. Prima, i soldati sono costretti a usare i palestinesi come scudi umani, poi gli ufficiali usano soldati di grado inferiore come propri scudi umani, mentre noi stiamo ancora cercando disperatamente di riavere indietro gli ostaggi che sono trattenuti, in parte, per servire da scudi umani per Hamas.

Era ovvio che era solo questione di tempo prima che questa storia esplodesse, ma è troppo grande perché la MPCID possa gestirla. Solo una Commissione d’inchiesta statale indipendente potrebbe arrivare in fondo a questa storia.

Fino ad allora abbiamo tutte le ragioni per preoccuparci delle corti internazionali all’Aia perché questa procedura è un crimine, un crimine che persino l’esercito ora ammette. Accade quotidianamente ed è molto più comune di quanto venga detto al pubblico.

Questo articolo è stato scritto da un anonimo ufficiale superiore di una brigata di effettivi.

 

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il massacro dei soccorritori: 14 operatori umanitari trovati morti e sepolti con le mani legate

Tareq S. Hajjaj

31 marzo 2025 – Mondoweiss

Una squadra di operatori della Difesa Civile e della Mezzaluna Rossa palestinese a Gaza è scomparsa dopo essersi recata a Rafah per una missione di salvataggio. Una settimana dopo i corpi di 14 soccorritori sono stati trovati morti e sepolti nella sabbia dall’esercito israeliano.

All’ospedale Nasser di Khan Younis Taghreed al-Attar siede accanto al corpo del marito, ritrovato venerdì scorso a Rafah. Anwar al-Attar era partito la settimana prima per Rafah con altri soccorritori, ma nessuno è tornato.

Sua moglie racconta che quando hanno perso i contatti con suo marito le persone le hanno detto che era stato imprigionato dall’esercito israeliano. Ma afferma che lui le è apparso in sogno e lo ha visto in paradiso circondato da fiumi e frutteti. Non poteva credere che si trovasse in un carcere.

“Non ha mai perso un momento di lavoro da quando è iniziata la guerra. È stato ferito tre volte e tutti gli chiedevano di smettere di lavorare e di riposarsi”, racconta Taghreed in una testimonianza video a Mondoweiss. “Ma lui diceva sempre che doveva essere un modello per i suoi colleghi e che non avrebbe mai smesso di lavorare e servire la sua gente. Ha rischiato la vita penetrando tra le macerie e tirando fuori i martiri. Sono orgogliosa di lui e spero che i nostri figli saranno come lui”.

Ricorda che lui le parlava sempre dei pericoli che correva, a volte dicendole che i droni quadricotteri li inseguivano sempre e a volte sparavano. Lei gli chiedeva se aveva paura e lui le rispondeva che Dio era con lui.

“Anwar lascia tre figlie, la più piccola delle quali ha quattro anni”, dice la moglie.

La scorsa settimana Al-Attar era stato inviato con i suoi colleghi della Protezione Civile in una missione per salvare una squadra di paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) scomparsa, ma l’unico risultato è stato il blocco delle comunicazioni anche con lui e la squadra di soccorso.

Il corpo di Anwar è stato trovato qualche giorno dopo sepolto sotto la sabbia. Questo è stato il primo segno evidente che l’esercito israeliano aveva preso di mira la Difesa Civile e gli equipaggi della PRCS a Rafah, ha detto un portavoce della Difesa civile a Mondoweiss.

Pochi giorni dopo aver trovato il corpo di al-Attar le squadre della Protezione Civile che hanno scavato nella zona dopo aver ottenuto il permesso dall’esercito israeliano hanno trovato 14 cadaveri.

In una dichiarazione del 30 marzo il Ministero della Salute di Gaza ha affermato che i corpi appartenevano a 8 paramedici del PRCS, 5 membri della Difesa Civile e una persona la cui identità rimane sconosciuta.

Si specificava che gli equipaggi erano stati “giustiziati” e “alcuni sono stati trovati con le mani legate”.

Il Ministero ha aggiunto che i corpi dei componenti delle squadre di soccorso mostravano i segni di un’azione deliberatamente mirata. “Alcuni di loro sono stati colpiti alla testa e al torace e sono stati sepolti in buche profonde per evitare che venissero trovati”, ha affermato il Ministero.

Al funerale di al-Attar la scorsa settimana i membri della Difesa Civile che hanno salutato il loro collega caduto con le lacrime agli occhi hanno raccontato a Mondoweiss tramite una testimonianza video la dedizione di al-Attar al suo lavoro. “Ha svolto un lavoro umanitario durante la guerra e la sua missione era quella di recuperare i feriti e i martiri dalle macerie”, ha affermato Abdul Rahman Ashour, uno dei membri della Difesa Civile che ha riportato il corpo di al-Attar da Rafah.

“Il giubbotto e l’elmetto di Anwar, che lo identificano come un operatore della Protezione Civile, sono stati perforati da oltre 20 fori di proiettile”, ha dichiarato Ashour a Mondoweiss. “È stato colpito alla testa, al torace e nella parte inferiore del corpo. È stato brutalmente assassinato”.

Ashour dice che l’ambulanza del PRCS inviata a Rafah per rispondere alle chiamate di soccorso ha preso fuoco dopo essere stata colpita dall’esercito israeliano. È stato allora che al-Attar e la sua squadra sono stati inviati a bordo di un’autopompa e un’altra ambulanza.

“Gli equipaggi dell’ambulanza e dell’auto dei pompieri sono stati presi di mira subito”, ha aggiunto Ashour, dicendo che al-Attar e i suoi colleghi sono stati “giustiziati sul campo”.

Come si è svolto il massacro dei primi soccorritori

Nella scorsa settimana l’esercito israeliano ha fatto irruzione in varie zone della Striscia di Gaza, tra cui il quartiere Tal al-Sultan a Rafah, in particolare in un’area della parte occidentale comunemente nota come “al-Baraksat”. Durante i primi giorni dell’irruzione gli abitanti hanno condiviso storie orribili di esecuzioni di massa, giovani uomini raggruppati dentro dei fossati e fucilati a bruciapelo e bambini uccisi davanti alle loro madri.

Diversi sopravvissuti che sono riusciti a lasciare la zona hanno ripetuto questi racconti a Mondoweiss, ma al momento il giornale non è stato in grado di verificarli dato che a nessun soccorritore è stato permesso di raggiungere la zona a causa del rigido blocco imposto dall’esercito israeliano. Da allora sono emerse sempre più testimonianze di sopravvissuti e soccorritori provenienti dalla zona.

Marwan al-Hams, direttore degli ospedali da campo a Gaza, ha detto a Mondoweiss nel corso di una testimonianza video di aver ricevuto segnalazioni del ritrovamento a Rafah di “molti corpi e resti umani”. “È quanto rimane di un gruppo di martiri”, ha detto. “Le persone hanno cercato di recuperarli ma non ci sono riuscite. Li hanno semplicemente coperti di sabbia per evitare che venissero mangiati dai cani randagi”.

È stato in questo contesto che la scorsa settimana i civili intrappolati a Tal al-Sultan hanno inviato chiamate di soccorso al PRCS e alla Difesa civile nell’area di Rafah. Sono stati inviati due veicoli, seguiti, dopo la loro scomparsa, dagli altri due guidati da Anwar al-Attar.

Il destino di tutti gli equipaggi è rimasto sconosciuto per oltre una settimana. Durante questo periodo il PRCS e la Difesa Civile hanno tentato di ottenere il permesso di coordinamento dall’esercito israeliano per entrare a Rafah e cercare i loro colleghi scomparsi.

Mahmoud Basal, portavoce della Difesa Civile nella Striscia di Gaza, racconta che non appena la squadra di Attar è arrivata a Rafah, l’esercito israeliano ha chiuso gli ingressi e le uscite della località, assediando di fatto i primi soccorritori. È stato allora che le comunicazioni sono andate perse, dice Basal.

“Abbiamo chiesto alle organizzazioni internazionali e alla comunità internazionale di aiutarci a trovare un accordo con l’occupazione per ottenere l’accesso all’area, così da poter conoscere la sorte delle nostre squadre”, racconta Basal a Mondoweiss. “Per diversi giorni abbiamo tentato di coordinarci, ma l’occupazione ha categoricamente rifiutato”.

Dopo numerose richieste il 27 marzo la Difesa civile, la Mezzaluna Rossa e l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) hanno ottenuto il coordinamento dall’occupazione.

“Siamo entrati a Rafah dopo molte difficoltà, solo per rimanere sconvolti  dall’entità del massacro che vi si era verificato”, racconta Basal. “Le forze di occupazione hanno aperto il fuoco pesante sui veicoli della Mezzaluna Rossa e della Difesa civile. I bulldozer israeliani hanno persino posizionato barriere di sabbia sull’area [dove erano stati sepolti], alterandone completamente le caratteristiche”.

“Tutte le evidenze sulla scena mostrano che le forze di occupazione israeliane hanno giustiziato gli equipaggi medici”, continua Basal, aggiungendo che durante le ricerche del 27 marzo i team hanno identificato il corpo di Anwar al-Attar. “Abbiamo cercato di localizzare gli altri, ma è calato il buio e ci ha impedito di completare la ricerca”.

Tre giorni dopo le squadre della Difesa Civile hanno trovato il resto degli equipaggi dispersi: 14 persone sepolte, alcune con le mani legate e con segni di colpi di arma da fuoco alla testa e al torace.

Basal sottolinea che le squadre della Difesa Civile e della Mezzaluna Rossa godono dell’immunità internazionale e sono protette dal diritto umanitario internazionale.

“Ma sfortunatamente l’occupazione ha una marcata familiarità con gli eccidi. Stiamo parlando di 105 martiri della Difesa Civile, tutti con l’immunità, ma l’occupazione li ha uccisi”, afferma Basal. “Questo dimostra che l’occupazione non ha linee rosse e non rispetta il diritto internazionale o umanitario”.

Una dichiarazione dell’esercito israeliano all’AFP [agenzia di stampa francese, ndt.] ha affermato che “pochi minuti” dopo che i soldati “hanno eliminato diversi terroristi di Hamas” aprendo il fuoco sui loro veicoli, “altri automezzi sono avanzati in modo sospetto verso le truppe”. La dichiarazione ha aggiunto che l’esercito ha sparato “verso i veicoli sospetti, eliminando diversi terroristi di Hamas e della Jihad islamica”.

L’esercito ha ammesso che un’indagine appena avviata ha rivelato che “alcuni” dei veicoli erano ambulanze e camion dei pompieri, aggiungendo che l’esercito condanna l’uso di tali veicoli da parte di “organizzazioni terroristiche” per “scopi terroristici”.

Mahmoud Basal smentisce queste accuse, affermando che l’occupazione ha voluto coprire il crimine sostenendo che si trattava di combattenti di Hamas e della Jihad islamica. Afferma che la Difesa Civile ritiene l’occupazione israeliana pienamente responsabile per l’uccisione degli equipaggi, la violazione del diritto umanitario internazionale e il massacro di personale medico e soccorritori, identificabili per i loro giubbotti arancioni.

“[L’uso di] questo giubbotto è coordinato con l’occupazione israeliana”, afferma Basal. “L’operazione di ingresso [delle squadre di soccorso a Rafah] era chiara, ma l’occupazione ha commesso il massacro e ora vuole liberarsi dal peso dell’onta”.

“Quello che è successo ai nostri equipaggi è un massacro a tutti gli effetti e un crimine per il quale l’occupazione deve essere ritenuta responsabile dal mondo libero e dalle organizzazioni umanitarie”, aggiunge Basal. “Ciò ha gravi ripercussioni e il mondo deve rendersi conto che quanto è successo a Gaza costituisce una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale”.

Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza di Mondoweiss e membro dell’Unione Scrittori Palestinesi. Ha studiato letteratura inglese all’università Al-Azhar di Gaza. Ha iniziato la sua carriera di giornalista nel 2015 lavorando come scrittore esordiente e traduttore per il giornale locale, Donia al-Watan. E’ stato corrispondente per Elbadi, Middle East Eye e Al Monitor.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un ex-ministro della Difesa afferma che l’esercito israeliano ha avuto 15.000 soldati morti o feriti

12 marzo 2025 – Middle East Monitor

L’ex-ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon ha affermato che 15.000 soldati sono stati uccisi o feriti dal 7 ottobre 2023 nella guerra genocida contro la Striscia di Gaza assediata.

Ya’alon ha detto al quotidiano Yedioth Ahronoth che la guerra contro la Striscia di Gaza ha provocato centinaia di morti e migliaia di feriti tra i soldati dell’Israel Defence Forces (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.]. Ha sottolineato la necessità di approvare una legge che ponga fine alle esenzioni date agli ebrei ultraortodossi dal servizio militare obbligatorio per compensare la grave mancanza di uomini nell’IDF.

Inoltre Ya’alon ha affermato che il coinvolgimento degli americani nel cessate il fuoco e nei negoziati in Qatar è stato il risultato del fatto che Israele per motivi politici non ha rispettato i suoi impegni in base all’accordo [raggiunto con Hamas]. Ha spiegato che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha provato a guadagnare tempo e sostituito il gruppo professionale di negoziatori con un altro che è politicamente sottomesso a lui.

Riguardo alla nomina del nuovo capo di stato maggiore dell’IDF, il generale Eyal Zamir, e alle elevate speranze che Netanyahu e il suo governo nutrono nella vittoria a Gaza, Ya’alon ha affermato che sia Netanyahu sia il ministro delle finanze Bezalel Smotritch [esponente dell’estrema destra religiosa, ndt.] hanno addossato la colpa del fallimento militare a Gaza al capo di stato maggiore uscente e che ora ripongono grandi speranze su Zamir, anche se l’esercito è destinato a implementare il volere della dirigenza politica e la vittoria in una guerra non si basa solo sul capo di stato maggiore.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Perché mi rifiuto di essere un ingranaggio nella macchina da guerra israeliana*

Noam Yonai

4 marzo 2025 – Haaretz

* Nota redazionale: l’articolo che segue può suscitare nei lettori un moto di fastidio. É stato scritto da una ex-soldatessa che manifesta apprezzamento per il suo lavoro nei servizi dell’intelligence militare e che quindi ha contribuito al sistema di oppressione e di violenza messo in atto contro i palestinesi. Tuttavia riteniamo significativo che persino una persona che si dice apprezzata dal contesto militare e gratificata da quello che faceva abbia ciononostante deciso, pur in modo confuso e contraddittorio, di prendere le distanze dal massacro in corso.

Sono stata arruolata in una prestigiosa posizione nell’intelligence militare nel gennaio 2017. Avevo amici che si sono rifiutati di fare il servizio militare. Sebbene sapessi che avrebbe potuto essere un’alternativa, ho scelto di non percorrere quella strada. Pensavo che nell’esercito avrei imparato qualcosa sul sistema stesso e forse su come influenzarlo. Ero un ufficiale e alla fine ho prestato servizio per quasi cinque anni per poi andarmene senza rimpianti.

Tuttavia non ho fatto una vita da civile per molto. Il 7 ottobre, poco dopo aver finito la leva, mi sono offerta come volontaria riservista. Senza neanche rendermene conto ho fatto il militare per un anno e programmato di farlo ancora più a lungo. Era diventato il mio posto di lavoro e mi piaceva veramente. Sentivo un senso di appartenenza, ero accettata e apprezzata, ero brava in quel che facevo, sentivo che me la stavo cavando bene, che mi stavo facendo notare.

Ma un conflitto stava nascendo in me. Soffrivo di insonnia, incubi e sensi di colpa causati dall’essere nell’esercito in questo periodo. Al di fuori del contesto militare mi aggiravo con una vergogna che con il tempo è cresciuta. Ogni giorno mi chiedevo come fosse possibile voler così tanto fare un lavoro che sapevo parte della macchina da guerra che stava uccidendo decine di migliaia di palestinesi e causando sofferenze in tanti altri.

E così me ne sono andata. Tutto il mio corpo diceva di no, voleva che rimanessi per continuare come al solito e ignorare quello che stava succedendo. Non sono una grande attivista ma ci sono riuscita. Questo è ciò che ho scritto al mio comandante a settembre: “Dal 7 ottobre si è parlato molto dell’Olocausto. Lei ci ha parlato di sua nonna che urlava nel sonno, di come la sicurezza della nazione e del Paese fossero nel suo sangue. Voi siete persone intelligenti, ufficiali di alto grado di questa unità. Così mi sono chiesta come può essere che la lezione che lei ha imparato dall’Olocausto sia che dobbiamo continuare a combattere a Gaza? Com’è possibile che il presupposto fondamentale che la guida è che dovremo vivere per sempre con la spada?”

Dall’Olocausto io ho imparato lezioni diverse. Una è quella di non essere mai un ingranaggio nel sistema. La seconda è non stare mai inerti di fronte alle sofferenze di persone innocenti. Pensavo che queste fossero le lezioni che i miei maestri a scuola, i miei genitori e i miei istruttori del movimento giovanile si aspettavano che imparassi. Forse mi sono sbagliata e forse volevano che arrivassi alla triste e sconfortante conclusione che la guerra è eterna. Mi rifiuto di crederlo. Mi rifiuto di restare a guardare passivamente le decine di migliaia di uomini e donne che sono state uccise a Gaza, gli attacchi aerei senza limiti e le operazioni che hanno messo in pericolo i miei migliori amici. 

Anche se avrei veramente voluto esserlo, mi rifiuto di rappresentare un ingranaggio nel sistema della difesa israeliana. Lei potrebbe dire che io sono pazza ma io direi che ultimamente sembra più che lo siano tutti gli altri.

Quando mi sono arruolata mi sono chiusa in me stessa, dedicandomi alla routine quotidiana, con la sua carica di adrenalina, senza ritenermi responsabile, accettando e riconoscendo la mia colpa. Quando mi sono congedata ho provato un danno morale, come se l’apatia fosse svanita.

A posteriori penso che molti di coloro che ho incontrato durante il mio servizio militare fossero così… dimentichi di loro stessi e delle proprie coscienze. Ma, e se non lo fossimo stati? E se tutti noi fossimo stati attenti alle nostre emozioni? E se fossimo stati esposti ad altri media e immagini da Gaza? E se avessimo guardato meglio? Forse la realtà ci sarebbe sembrata diversa?

Io non so quante persone si sono comportate così. Mi fa pensare che forse è così che si possono cambiare le cose. Forse è un’alternativa che deve essere ancora presa in esame, un modo nuovo che potrebbe aprire nuovi canali dentro di noi… forse è così che si può porre fine alla guerra. Mi sono chiesta se comportarmi così mentre ero nell’esercito potesse essere efficace. Per ora la mia risposta è no. Cambiare le cose da dentro il sistema non è un’alternativa nelle attuali circostanze.”

In seguito ho parlato con quel comandante per ore. Ha veramente cercato di capire e anche se non sono riuscita a spiegarmi, ho detto che, dato che nella presente situazione contribuire significava sostenere le politiche attuali, ciò non mi andava bene. Sono troppo sensibile.

Mi sono poi resa conto che non aveva quasi importanza se pensavamo che fosse giusto o sbagliato. Nelle nostre vite facciamo quello che è giusto per noi, quello che possiamo fare e continuare a dormire sonni tranquilli. Io so quello che è giusto non perché ho fatto un’analisi intellettuale. So quello che è giusto con l’intuizione e se l’ascolto e le fornisco informazioni da elaborare, mi urla quello che devo fare.

La vita dopo il servizio militare fa paura. Sono passati 3 mesi e mi sento ancora come chi ha lasciato il mondo ortodosso e ha perso il legame con dio. Questa è la mia piccola lotta nel nostro mondo al contrario. Fa male, è difficile, devo guardarmi in faccia ogni mattina e capisco perché molte altre donne non hanno fatto la scelta che ho fatto io. Ma vi consiglio di “conoscere voi stessi,” nutrire la vostra intuizione e ascoltarla. È potente e vera e significa una vita vera, non la quasi-vita in cui sono stata immersa per così tanto tempo. 

Vorrei che la guerra finisse, che tutti gli ostaggi tornassero e che potessimo leccarci le ferite, non più grattarcele. Spero che diventi sicuro e bello vivere qua, che si possa semplicemente vivere le nostre piccole vite, leggere un libro, portare a spasso il cane nel bosco e mangiare qualcosa di buono.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)