Analisi | La storica indagine dell’esercito israeliano sul 7 ottobre rivela solo una parte degli errori di Israele. Deve essere seguita da una commissione parlamentare d’inchiesta*

Amos Harel

28 febbraio 2025 – Haaretz

Il disastro del 7 ottobre non è stato solo il risultato di decisioni sbagliate di quella notte, ma è derivato da anni di errori. I principali: la concezione politica secondo cui Hamas era utile a Israele, l’errore di valutazione dell’intelligence secondo cui non avrebbe potuto lanciare un attacco su vasta scala e il carente schieramento difensivo.

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Nota redazionale: l’articolo di Amos Harel, esperto militare di Haaretz, presenta la vicenda del 7 ottobre dalla prospettiva dell’esercito israeliano ed ha un rapporto privilegiato con quel mondo. Riteniamo che comunque la sua analisi dei vari rapporti di cui parla sia interessante e per questo lo presentiamo ai nostri lettori.

Questa è stata una delle settimane più difficili che la società israeliana abbia affrontato da quando è iniziata la guerra. Il ritorno dei corpi degli ostaggi, che ha fatto seguito alle commoventi immagini del ritorno di ostaggi vivi riuniti alle loro famiglie nelle settimane precedenti, sembrava avvolgere l’intero Paese in una spessa coltre di tristezza. Decine di migliaia di persone si sono unite al corteo funebre della famiglia Bibas del kibbutz Nir Oz -Shiri, per la madre e suoi figli Kfir e Ariel. Molti altri l’hanno visto in televisione.

Le settimanali esibizioni di insensibilità dei membri della coalizione di governo, che hanno continuato a fare il proprio lavoro come se la tragedia li sfiorasse appena, hanno solo reso più intenso il lutto. Il primo ministro Benjamin Netanyahu li ha superati tutti. Prima sventola foto della madre e dei figli alla Knesset e diffonde dettagli sul loro agghiacciante assassinio in prigionia, ignorando totalmente la richiesta della famiglia affinché si astenesse dal farlo. Due giorni dopo si presenta in tribunale indossando una cravatta arancione [colore simbolo dei bambini morti, che avevano i capelli rossi, ndt.] e chiedendo ai giudici di iniziare il processo con un minuto di silenzio in memoria della famiglia Bibas, cercando di conquistarsi simpatie. I giudici, sfoggiando un inedito coraggio, hanno giustamente rifiutato di assecondarlo.

L’alto comando delle Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano, ndt.] aveva altre ragioni per sprofondare nella depressione. A fronte del pensionamento anticipato del capo di stato maggiore dell’IDF Herzl Halevi la prossima settimana, le inchieste dell’esercito sugli avvenimenti del 7 ottobre saranno finalmente concluse, soprattutto l’indagine interna sul massacro e sugli errori che hanno portato ad esso. Lunedì 600 ufficiali, dai comandanti di battaglione che hanno preso parte ai combattimenti fino ai generali e al capo di stato maggiore, si sono ritrovati presso la base aerea di Palmahim per una lunghissima riunione e per ascoltare le principali risultanze dell’inchiesta. Poi le conclusioni sulle varie battaglie sono state presentate alle comunità del Negev occidentale, i cui abitanti sono stati uccisi o rapiti durante il massacro.

Se qualcuno si aspettava di sperimentare una catarsi, chiaramente ciò non è avvenuto. “Siamo ancora tutti bloccati al 7 ottobre,” ha ammesso un ufficiale che ha partecipato alle indagini. È impossibile disconnettersi da esso.” Costantemente sospeso sullo sfondo è il timore che il cessate il fuoco sui principali fronti, Gaza e il Libano, sia solo temporaneo. In effetti se i colloqui più avanti dovessero fallire, la guerra potrebbe essere ripresa e le prospettive che gli ostaggi ancora in vita vengano liberati saranno notevolmente ridotte. Nella Striscia di Gaza ci sono ancora 59 soldati e civili rapiti, e di 24 di essi si crede siano vivi.

L’esercito che non c’era

La cerimonia in cui Halevi consegnerà il comando al suo successore, Eyal Zamir, avrà luogo mercoledì. Si terrà nel quartier generale delle IDF a Tel Aviv invece che presso l’ufficio del primo ministro a Gerusalemme, come sarebbe la regola. Oltretutto saranno presenti poche persone e i media non saranno ammessi. La ragione ufficiale dell’esercito è che non sarebbe opportuno tenere un evento festoso nel bel mezzo di una guerra (e, implicitamente, a causa delle circostanze delle dimissioni di Halevi). Ma in pratica è stata una direttiva dell’ufficio del primo ministro, che evidentemente teme una diffusione dal vivo delle dichiarazioni di Halevi.

Di conseguenza la presentazione dei risultati dell’indagine è stata l’ultima importante apparizione di Halevi in uniforme. Ed è ammirevole. Sotto il suo comando gli errori hanno giocato un ruolo fondamentale nel disastro del 7 ottobre (e la riluttanza ad approfondire i suoi errori personali, nonostante si sia pubblicamente assunto le sue responsabilità, continua a stupire). Ma l’approfondito processo di indagine che ha guidato è stato un passo importante, anche se non tutte le inchieste sono state uguali quanto a natura e qualità.

Un problema deriva dalla scelta delle persone che hanno condotto l’indagine. Inizialmente Halevi aveva nominato un gruppo di esperti, importanti ufficiali in pensione, guidato dall’ex-capo di stato maggiore Shaul Mofaz. Ma Netanyahu lo ha obbligato ad annullare la decisione, affermando che si trattava di figure politiche. Di conseguenza una parte significativa delle indagini è stata invece condotta da ufficiali della riserva degli stessi corpi o comandi che stavano indagando. Oltretutto erano di grado inferiore rispetto ai generali che comandavano questi corpi.

L’intelligence militare sembra aver condotto un’indagine in profondità riguardo ai propri errori e al modo in cui la sua cultura organizzativa vi ha contribuito, così come alla concezione errata dell’IDF alla vigilia della guerra. E l’inchiesta dell’aeronautica militare ha smentito l’affermazione insensata secondo cui la protesta dei piloti contro la riforma della giustizia del governo sia stata la causa del ritardo nell’assistenza aerea alle comunità e agli avamposti dell’esercito attaccati durante il massacro.

Ad Halevi non manca il coraggio civile. A differenza di Netanyahu, egli si è recato nella regione di confine [con Gaza, ndt.] sia prima che dopo il 7 ottobre. In una delle sue visite a Nir Oz, il kibbutz di cui l’esercito si è dimenticato e che ha abbandonato, ha sentito una cosa che lo ha scioccato. Un membro del kibbutz gli ha detto che l’ultimo terrorista coinvolto nella strage ha lasciato Nir Oz molto prima che vi entrasse il primo soldato.

E questa in sintesi è la tragedia. Nir Oz è stato il colmo, ma nel sud di Israele quella mattina l’IDF semplicemente non c’era, almeno non nel momento giusto e con il numero necessario di soldati.

Secondo l’indagine in realtà l’aeronautica ha raggiunto Nir Oz prima delle forze di terra. Alle 9,30 il comandante dell’aeronautica Tomer Bar ha ordinato di attaccare veicoli che cercavano di attraversare il confine per tornare a Gaza. Vari attacchi sono stati portati nei pressi di Nir Oz, e in un caso un missile sparato da un elicottero ha ucciso l’abitante del kibbutz Efrat Katz insieme ai suoi rapitori.

Ma i piloti dell’elicottero e gli operatori dei droni che hanno tardivamente attaccato la zona di confine non avevano, a Nir Oz o in altri kibbutz e basi militari, contatti sul terreno che permettessero attacchi aerei di precisione per aiutarli a contrastare l’attacco e a distinguere tra i rapitori e le loro vittime.

Ed è lì che risiede l’errore. La principale responsabilità dell’IDF, il fondamento stesso della sua esistenza in un Paese fondato sulle ceneri dell’Olocausto, è proteggere gli ebrei in pericolo, da Nir Oz a Entebbe, in Uganda [riferimento a un dirottamento aereo del 1976 terminato con un attacco israeliano contro l’aeroporto ugandese, ndt.].

Ma nella mattina di Simhat Torah [festività ebraica alla fine di Sukkot, ndt.] del 2023 madri nei kibbutz si sono nascoste con i loro figli nei rifugi e hanno scritto a gruppi WhatsApp, a volte con dita insanguinate, messaggi che chiedevano solo una cosa: “Dove accidenti è l’IDF?” A Nir Oz, e nel kibbutz Kfar Azza, al Nova Festival e nel kibbutz Be’eri, sono morti o sono stati rapiti civili prima che potessero sentire almeno un soldato nelle vicinanze.

L’idea fissa dell’esercito riguardo a Gaza non corrisponde alla teoria dell’estrema destra secondo cui si è trattato del lavoro di un immaginario Stato profondo appostato nelle tenebre.

A livello diplomatico ciò riguarda l’insistenza di Netanyahu (e in misura minore a quello del precedente “governo del cambiamento”) sul fatto di gestire il conflitto con i palestinesi senza cercare di risolverlo, adottando una politica del dividi e conquista tra Hamas a Gaza e l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, e consentire al denaro qatariota di fluire a Gaza con la consapevolezza che sarebbe stato usato per costruire la mostruosa macchina terroristica di Hamas.

A livello militare, successivi capi di stato maggiore hanno condiviso l’obiettivo governativo di contenimento, la mancanza di volontà di lanciare operazioni di terra in aree urbane densamente abitate, la mancanza di fiducia nella capacità delle forze di terra di condurre tali operazioni e la difficoltà a dissentire da ufficiali di grado superiore, con o senza uniforme, che dipingevano un quadro roseo del presente e rifiutavano di ascoltare gli avvertimenti riguardo a un futuro cupo.

Tutto quanto detto va molto al di là del mandato delle indagini militari. Per questo c’è bisogno di una commissione parlamentare d’inchiesta.

Hamas da Marte, l’intelligence dell’IDF da Venere

Il risultato finale è che le inchieste confermano buona parte delle informazioni pubblicate da Haaretz e altri media durante gli ultimi 16 mesi e condividono molte delle stesse conclusioni. Quello che è successo è un’idea fissa concettuale. La comunità dell’intelligence, con in prima linea i servizi di sicurezza dell’IDF e dello Shin Bet [intelligence interna, ndt.], non credeva che Hamas fosse in grado di organizzare un attacco coordinato di migliaia di terroristi e attraversano il confine in più di 100 punti, che avrebbe sopraffatto con successo la Divisione Gaza e preso il controllo di gran parte del territorio di cui la divisione era responsabile.

Israele sceglie di adottare interpretazioni alternative, persino quando sono arrivate prove che Hamas aveva preparato un dettagliato piano operativo per un attacco di sorpresa di quel genere (il documento “Mura di Gerico” [rapporto israeliano del 2022 che descriveva nei dettagli l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ndt.]), stava addestrando le sue unità per metterlo in pratica (come la sottufficiale dell’intelligence V. aveva scoperto e informato), stava conducendo inusuali perlustrazioni (su cui le vedette dell’esercito avevano dato avvertimenti) e stava tenendo un dialogo operativo articolato con i suoi alleati riguardo alle caratteristiche dell’attacco e forse ai suoi tempi.

C’è stata una negligenza doppia: riguardo all’esercito terrorista che era avanzato lungo il confine e riguardo all’evidente intenzione ideologica e pratica di mettere in atto un’azione per modificare radicalmente lo status quo e sconfiggere Israele in una guerra su vari fronti. I comandanti si sono convinti che se fosse mai avvenuto un qualche cambiamento l’onnisciente intelligence israeliana lo avrebbe scoperto e fornito un tempestivo avvertimento che avrebbe dato loro il tempo adeguato per organizzarsi.

L’elemento complementare per il terreno fertile da cui è derivato il disastro risiede nello schieramento operativo. Sul confine libanese, di fronte a migliaia di organici della Forza Radwan [reparti speciali, ndt.] di Hezbollah, l’IDF schierava solo quattro battaglioni, lo stesso numero che l’esercito aveva dislocato contro Hamas. Quando, prima della guerra, il comandante della Divisione Galilea, generale Shai Kalper, ha manifestato la preoccupazione secondo cui non avrebbe ricevuto un avvertimento con sufficiente anticipo, l’intelligence militare lo ha rassicurato dicendo che l’allerta gli sarebbe stata data per tempo.

In pratica sul confine di Gaza, dove era in atto una politica particolarmente permissiva di licenze per il sabato e le feste, la mattina dell’attacco c’erano solo 770 combattenti (o 680, secondo una diversa versione) e 14 carrarmati con equipaggio. Hanno dovuto affrontare un’ondata di invasori che includeva quasi 5.600 terroristi prima che significativi rinforzi dell’IDF raggiungessero la zona. La situazione sul confine libanese avrebbe potuto essere ancora più seria se il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah non avesse esitato; il comando settentrionale ha approfittato del tempo per schierarvi tre divisioni entro la sera.

Essendo in inferiorità numerica di 5 o più a 1, i soldati negli avamposti e nei comandi militari lungo il confine di Gaza si sono trovati immobilizzati, cercando disperatamente di difendere se stessi e con difficoltà a prestare aiuto alle comunità o a quanti erano a bordo delle automobili che sono state attaccate sulle autostrade, lungo le quali Hamas aveva organizzato imboscate mortalmente efficaci.

Un fattore che ha contribuito è stata la graduale erosione nelle regole d’ingaggio dell’IDF nei compiti difensivi, in cui l’esercito non è mai stato comunque molto brillante. Le truppe da combattimento di riservisti sono rimaste sorprese scoprendo che la vecchia e collaudata procedura di un’“allerta all’alba”, in cui tutti i soldati degli avamposti sono schierati durante il passaggio di turno dalla notte al giorno in base al ragionevole assunto che quello sia il momento in cui un attacco è più probabile, era stato sostituito da una versione ridotta consistente solo di un leggero rinforzo delle pattuglie.

Alla base di tutto questo, e insieme a un certo disprezzo verso il nemico palestinese (con l’attenzione concentrata su Hezbollah e Iran), c’era anche eccessiva fiducia negli ostacoli sul confine, la cui costruzione era stata completata nel 2021. Netanyahu e l’allora capo di stato maggiore Aviv Kochavi descrissero il muro contro i tunnel e la barriera costruita in superficie come una soluzione definitiva che avrebbe eliminato la minaccia di un’incursione contro le comunità israeliane lungo il confine.

In un’indagine a posteriori l’intelligence militare ha identificato una serie di eventi e dichiarazioni che hanno segnato il percorso di Hamas verso l’attacco molto prima del trafugamento del documento “Mura di Gerico”. Sembra che sia stata una convinzione che si è consolidata nei vertici dopo la guerra di Gaza del 2024, accentuata in seguito all’ascesa di Yahya Sinwar alla guida dell’organizzazione nel 2017 e divenuta un piano operativo in seguito al conflitto tra Gaza e Israele nel maggio 2021. È lì che la comprensione delle due parti sulla situazione reale di Gaza si è differenziata: quella di Hamas è venuta da Marte, quella dell’intelligence militare da Venere.

Sinwar e il suo collega Mohammed Deif hanno considerato un grande successo l’operazione del 2021, durante la quale Hamas è riuscita a infiammare Gerusalemme, a reclutare l’opinione pubblica araba in Israele e per la prima volta ha sperimentato una campagna su più fronti simultaneamente. È stato allora che è maturata l’idea che un attacco di sorpresa potesse essere realizzabile, purché la sorpresa fosse totale.

Per contro Israele si è complimentato con se stesso in seguito al bombardamento del sistema di tunnel di Gaza, denominato il “Metro” (anche se in realtà è stato un completo fallimento), ha spiegato che Hamas era stato scoraggiato e indebolito e ha confermato fantasiosamente di avere ragione quando l’organizzazione si è astenuta dal prendere parte alla serie di scontri tra l’IDF e il Jihad islamico.

Il generale Itai Brun, che ha coordinato l’indagine della Divisione Ricerche dell’Intelligence Militare, crede che la direzione errata della lettura di Hamas da parte della comunità dell’intelligence potrebbe essere iniziata più di un decennio fa e che il sistema era “totalmente errato riguardo ad Hamas”, benché eccellesse nel raccogliere informazioni e nello sventare il contrabbando di armi un grande numero di fronti. Oltretutto Brun lo mette in rapporto con il fatto che Israele non ha compreso la profondità del “piano di distruzione” e i colloqui dell’asse radicale regionale guidato dall’Iran, che negli anni era diventato pratico e concreto.

L’inchiesta di Brun attribuisce il fallimento a una serie di errori madornali, alcuni dei quali culturali. Afferma che si è trattato di un classico errore di intelligence: quella militare si atteneva alla concezione che Hamas fosse stata dissuasa da un scontro militare totale con Israele, mentre Israele credeva alle mosse ingannevoli di Hamas, che trasmetteva il desiderio di regolarizzare la situazione con Israele. Brun ha riscontrato carenze nella cultura e nei metodi di ricerca delle informazioni, pregiudizi che hanno condizionato la comprensione, e una serie di problemi strutturali e organizzativi. Come ha detto recentemente in interviste con i media, l’abbaglio “non è occorso a un piccolo gruppo specifico del personale dell’intelligence durante una certa notte,” ma riflette una discrepanza più ampia.

All’interno della comunità dell’intelligence le opinioni di Brun sono controverse, ieri come oggi. Alcuni pensano che stia andato troppo oltre, fino a “una visione totalmente negativa dell’intelligence”, che esclude completamente la capacità di predire tendenze ed eventi. Altri sono furiosi per il fatto che Brun ignori le avvertenze strategiche che fin dal 2015 la Divisione Ricerca fece circolare e che mettevano in guardia contro un’esplosione del contesto palestinese, totalmente ignorate da Netanyahu, che intendeva continuare con la politica corrente. In quest’ottica l’attenzione esagerata alle carenze dell’intelligence nel corso del tempo assolve troppo facilmente Netanyahu.

Secondo il generale (della riserva) Moshe Schneid, che ha guidato le indagini dell’intelligence alla vigilia dell’attacco, almeno parte del problema si rispecchia anche là, “in una notte che è un assoluto microcosmo.” La rivoluzione informatica ha portato a un grande flusso di rapporti di intelligence da una vasta gamma di rilevatori (dalla penetrazione cibernetica all’intercettazione delle reti cellulari), e gli analisti informatici hanno avuto molte difficoltà a metterli in ordine e a individuare i dettagli più significativi e critici.

Gli eventi di quella notte, tra le più tragiche nella storia del Paese, sono stati decostruiti e analizzati dall’esercito a livello di ore e minuti. La questione fondamentale riguarda le indicazioni di pericolo che avevano cominciato ad accumularsi la sera precedente, soprattutto l’attivazione di carte SIM israeliane nella rete di cellulari dei terroristi di Hamas da parte delle unità Nukhba [le forze speciali di Hamas, ndt.]. I rapporti documentano conversazione su conversazione e prolungate precisazioni riguardo a indicazioni, che si andavano accumulando, che qualcosa non andava. Ma Halevi, che le ha controllate all’ultimo in stretto coordinamento con lo Shin Bet guidato da Ronen Bar, ha anche percepito un ampio consenso dell’intelligence secondo cui non era stato pianificato alcun attacco massiccio, che tutti i segnali indicavano che Hamas si stava comportando nel solito modo e che comunque non fosse il caso di lanciare un allarme a breve termine.

“Ho vissuto quella situazione decine se non centinaia di volte,” dice un importante ufficiale della riserva che, su richiesta del capo di stato maggiore, ha esaminato con cura le indagini. “Retrospettivamente è chiaro che avrebbero dovuto adottare un atteggiamento serio e prendere più misure di allerta. Ma non penso che in base a circostanze simili quella notte capi di stato maggiore come Gadi Eisenkot o Shaul Mofaz avrebbero preso decisioni diverse da quelle di Halevi.”

Eppure, in parte a causa del fatto che l’uso di agenti (humint [informatori, ndt.]) a Gaza è sotto la totale responsabilità dello Shin Bet, le indagini non offrono alcuna spiegazione su uno dei fallimenti più sorprendenti: il fatto che non ci sia stato alcun informatore della Striscia che abbia avvertito i propri referenti israeliani in tempo reale riguardo a quello che stava per avvenire. Non si tratta solo di una questione di intelligence umana. Poco dopo che sono terminate le consultazioni telefoniche sotto la direzione di Halevi, alle 4,50 del mattino, nella Striscia sono iniziati i preparativi concreti dell’attacco.

Migliaia di terroristi di Hamas si sono separati dalle proprie famiglie, hanno lasciato le proprie case e si sono diretti ai luoghi di riunione stabiliti. Come è stato possibile che nessuno dei sistemi israeliani di gestione delle informazioni, del tipo che l’intelligence militare era così orgogliosa di utilizzare, abbia identificato questa accumulazione di attività inusuali? “Lì c’era uno schermo con migliaia di pixel sfavillanti, ma eravamo tutti concentrati a decifrare cinque o sei altri lampeggiamenti, e semplicemente non ce ne siamo accorti,” dice tristemente uno degli investigatori.

Il disastro del 7 ottobre, più che essere il risultato delle decisioni errate di quella notte, riflette il culmine e l’intersezione di processi negativi che si sono sviluppati nel corso di molti anni. Su tutti la concezione politica (Hamas come una risorsa per Israele), gli errori dell’intelligence (Hamas non vuole e non può organizzare un attacco su vasta scala) e il debole schieramento difensivo. È stata un’eclissi totale le cui conseguenze alle 6,29 di quel mattino si sono schiantate contro gli israeliani, come il cedimento di una diga a causa di uno tsunami.

“E’ questione di fisica. Le cose prendono tempo,” hanno ripetutamente affermato ufficiali di alto rango dell’aviazione per spiegare perché l’aeronautica abbiano avuto difficoltà ad attaccare rapidamente quando non gli è stato dato un avvertimento anticipato di intelligence (Tomer Bar non si trovava neppure al telefono nelle consultazioni di Halevi). La stessa cosa viene affermata con maggiore veemenza dalle brigate della riserva alle cui truppe lo stato maggiore ha ordinato di entrare nel Negev occidentale con auto private, con fucili e caricatori, quando è diventato evidente che i kibbutz erano stati occupati.

Gli ufficiali superiori che si sono espressi durante l’evento a Palmahim hanno parlato molto delle responsabilità e delle crisi di coscienza. Alcuni hanno detto esplicitamente: questo fallimento, e la nostra responsabilità in esso, ci perseguiterà fino alla fine dei nostri giorni. Altri si sono aggrappati a dettagli e scene specifiche che hanno rispecchiato quanto il capo di stato maggiore ha sentito dire al kibbutz Nir Oz.

La scorsa Pasqua un comandante di battaglione della brigata di fanteria Golani, di cui sono state uccise decine di soldati lungo il confine nella battaglia del 7 ottobre, è stato intervistato da Yedioth Ahronoth. “Se solo ci fosse stato dato un preavviso di mezz’ora le cose sarebbero andate diversamente,” afferma.

Un altro ufficiale, di grado superiore, mi ha detto di non riuscire a smettere di pensare a una sequenza che ha visto nel film dell’orrore che l’unità del portavoce dell’IDF ha montato con le scene del massacro: il corpo di un soldato della Golani ucciso in uno degli avamposti che indossava solo le mutande e un giubbotto antiproiettile: “Non gli hanno neppure concesso il minimo riguardo in modo che riuscisse a vestirsi quando è iniziato l’attacco,” ha affermato.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Oltre 160 medici di Gaza detenuti nelle prigioni israeliane fra segnalazioni di torture

Annie Kelly, Hoda Osman e Farah Jallad

25 febbraio 2025 The Guardian

Medici anziani affermano di aver subito abusi fisici per mesi, e l’ONU chiede il rilascio di coloro che sono ancora detenuti

Si ritiene che almeno 160 operatori sanitari di Gaza, tra cui più di 20 dottori, siano ancora all’interno delle strutture di detenzione israeliane, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso profonda preoccupazione per il loro benessere e la loro sicurezza.

Healthcare Workers Watch (HWW, Osservatorio sugli operatori sanitari), una ONG medica palestinese, ha detto che è stata confermata la detenzione di 162 membri del personale medico nelle prigioni israeliane, tra cui alcuni dei medici più anziani di Gaza, e che altri 24 sono scomparsi dopo essere stati prelevati dagli ospedali durante il conflitto.

Muath Alser, direttore di HWW, ha affermato che la detenzione di un gran numero di dottori, infermieri, paramedici e altri operatori sanitari di Gaza è illegale ai sensi del diritto internazionale e sta aumentando le sofferenze dei civili negando loro cure e competenza medica.

“Il fatto che Israele prenda così di mira il personale sanitario sta avendo un impatto devastante sul provvedere assistenza sanitaria ai palestinesi, con sofferenze estese, innumerevoli morti evitabili e l’effettiva soppressione di intere specialità mediche”, ha affermato Alser.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma di aver verificato che dall’inizio della guerra 297 operatori sanitari di Gaza sono stati arrestati dall’esercito israeliano, ma l’Organizzazione non aveva dati aggiornati su quanti siano stati rilasciati o siano rimasti in detenzione.

HWW afferma che i suoi dati dimostrano un numero leggermente più alto e di aver verificato che l’esercito israeliano ha imprigionato 339 operatori sanitari di Gaza.

L’OMS ha affermato di essere “profondamente preoccupata per il benessere e la sicurezza degli operatori sanitari palestinesi in detenzione israeliana” a seguito di segnalazioni secondo cui i detenuti nelle strutture carcerarie israeliane sarebbero regolarmente sottoposti a violenza e maltrattamenti.

L’avvocato che rappresenta il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il cui arresto a dicembre da parte delle forze israeliane aveva scatenato una condanna internazionale, ha di recente affermato che gli era stato permesso solo ora per la prima volta di vedere Abu Safiya detenuto nella prigione di Ofer a Ramallah e che gli ha raccontato di essere stato torturato, picchiato e che gli erano state negate le cure mediche. Il Guardian e l’Arab Reporters for Investigative Journalism (ARIJ) hanno ascoltato anche la testimonianza dettagliata di sette medici anziani che hanno affermato di essere stati prelevati da ospedali, ambulanze e posti di blocco a Gaza, trasferiti illegalmente oltre confine in strutture carcerarie gestite da Israele e sottoposti a mesi di torture, percosse, fame e trattamenti disumani prima di essere rilasciati senza accuse.

“Francamente, per quanto racconti ciò che ho vissuto in detenzione, è solo una frazione di ciò che è realmente accaduto”, ha detto il dottor Mohammed Abu Selmia, direttore dell’ospedale al-Shifa, che è stato detenuto per sette mesi nelle prigioni israeliane prima di essere rilasciato senza accuse. “Sto parlando di manganellate, percosse con il calcio dei fucili e aggressioni con i cani. C’era poco o niente cibo, niente igiene personale, niente sapone nelle celle, niente acqua, niente servizi igienici, niente carta igienica… Ho visto lì persone che morivano… Sono stato picchiato così duramente che non potevo stare in piedi o camminare. Non passava giorno senza torture”. In una dichiarazione al Guardian, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha condannato la attuale detenzione di personale medico da parte di Israele e ha detto di essere profondamente preoccupato per il loro benessere.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UN OHCHR) ha affermato che Israele deve rilasciare immediatamente anche il personale medico trattenuto arbitrariamente e “porre fine a tutte le pratiche che si concludono con sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti”.

L’UN OHCHR ha precedentemente affermato che “è evidente” che la detenzione di un gran numero di operatori sanitari da parte dell’esercito israeliano ha contribuito al collasso del sistema sanitario a Gaza. Ajith Sunghay, capo dell’ufficio per i territori palestinesi occupati presso l’UN OHCHR, ha affermato: “I responsabili di crimini ai sensi del diritto internazionale devono essere chiamati a risponderne”.

In base alle convenzioni di Ginevra (l’insieme di leggi internazionali che regolano la condotta delle parti in conflitto) i medici devono essere protetti, non presi di mira o attaccati durante il conflitto e deve essere loro consentito di continuare a fornire assistenza medica a coloro che ne hanno bisogno.

Tedros ha affermato: “Gli operatori sanitari, le strutture in cui lavorano e i pazienti di cui si prendono cura… non devono mai essere bersagli. Infatti, secondo il diritto umanitario internazionale, dovrebbero essere attivamente protetti”.

È noto che due dei medici più anziani di Gaza, il dottor Iyad al-Rantisi, consulente ostetrico e ginecologo presso l’ospedale Kamal Adwan, e il dottor Adnan al-Bursh, capo del reparto ortopedico dell’ospedale al-Shifa, sono morti in detenzione.

In passato, Israele ha difeso le sue operazioni militari sul sistema sanitario di Gaza sostenendo che gli ospedali venivano utilizzati da Hamas come centri di comando militare e che gli operatori sanitari detenuti erano sospettati. Secondo il diritto internazionale, le strutture sanitarie possono perdere il loro status di protezione e diventare obiettivi militari se vengono utilizzate per atti che siano “dannosi per il nemico”.

Volker Türk, alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha affermato che fino ad oggi Israele non è riuscito a comprovare le sue accuse.

Il Guardian ha sottoposto tutte le accuse dei dottori relative alla loro detenzione alle Forze di difesa israeliane (IDF), che non hanno risposto sui singoli casi ma hanno fornito una dichiarazione generale in cui affermavano di “operare per ripristinare la sicurezza dei cittadini di Israele, riportare a casa gli ostaggi e raggiungere gli obiettivi della guerra operando secondo il diritto internazionale. Durante i combattimenti nella Striscia di Gaza sono stati arrestati i sospetti di attività terroristiche. I sospettati in questione sono stati portati in Israele per ulteriore detenzione e interrogatori. Coloro che non sono coinvolti in attività terroristiche vengono rilasciati nella Striscia di Gaza il prima possibile”.

L’IDF ha affermato di fornire a ogni detenuto indumenti adatti, un materasso, cibo e bevande regolari e accesso alle cure mediche. Ha anche affermato che l’ammanettamento dei detenuti avviene in conformità con le politiche dell’IDF. Ha affermato di essere a conoscenza di incidenti in cui i detenuti sono morti in detenzione e che vengono condotte indagini per ciascuna di queste morti.

“L’IDF agisce in conformità con il diritto israeliano e internazionale al fine di proteggere i diritti dei detenuti trattenuti nelle strutture di detenzione e interrogatorio”, ha affermato.

I resoconti dei medici sono simili a quelli di altri ex detenuti palestinesi che descrivono abusi e torture sistematici nel periodo in detenzione israeliana.

All’inizio di questo mese un soldato israeliano è stato condannato a sette mesi di prigione per abusi sui detenuti, la prima condanna del genere in Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Soldati israeliani hanno usato un ottantenne gazawi come scudo umano. Poi lo hanno ucciso

Illy Pe’ery 

16 febbraio 2025 – +972 Magazine

Alcuni soldati gli hanno messo una miccia esplosiva al collo e lo hanno obbligato a perlustrare edifici per otto ore. Quando è stato rilasciato un altro reparto lo ha ucciso.

Un ufficiale superiore della brigata Nahal dell’esercito israeliano ha legato una miccia esplosiva attorno al collo di un ottantenne palestinese e lo ha obbligato a fare da scudo umano, ordinandogli di perlustrare case abbandonate e minacciandolo di fargli saltare in aria la testa. Dopo averlo usato a questo scopo i soldati hanno ordinato all’uomo di scappare con sua moglie, ma dopo essere stati avvistati da un altro battaglione entrambi sono stati uccisi sul posto.

I soldati che hanno assistito alla scena hanno detto alla rivista israeliana d’inchiesta The Hottest Place in Hell [Il Posto Più Caldo dell’Inferno, pseudo-citazione dantesca riferita agli ingnavi, ndt.] che questo incidente è avvenuto a maggio nel quartiere di Zeitun, a Gaza City. Mentre perlustravano le case della zona alcuni soldati si sono imbattuti nella coppia di anziani nella loro abitazione, che hanno detto ai soldati arabofoni di non essere stati in grado di scappare nel sud di Gaza a causa delle loro difficoltà motorie; i figli erano già scappati e l’uomo aveva bisogno di un bastone per camminare.

“A quel punto il comandante ha deciso di utilizzarli come ‘zanzare’, ha spiegato un soldato in riferimento a una procedura rivelata di recente in base alla quale l’esercito obbliga civili palestinesi a servire come scudi umani in zone di conflitto per proteggere i soldati dall’essere colpiti o saltare in aria.

Alcuni soldati hanno tenuto la donna in casa mentre l’uomo, con il suo bastone, è stato fatto camminare davanti ai soldati del reparto. “É entrato in ogni casa prima di noi in modo che, se dentro ci fossero stati (ordigni esplosivi) o miliziani, sarebbe stato colpito lui al nostro posto,” ha spiegato un militare.

Secondo uno dei soldati, prima di iniziare la perlustrazione un ufficiale ha preso una miccia, utilizzata per collegare cariche esplosive, l’ha attaccata a un innesco esplosivo e l’ha girata attorno al collo dell’anziano “in modo che non potesse scappare, benché stesse camminando con un bastone. Gli è stato detto che se avesse fatto qualcosa di sbagliato o non avesse eseguito gli ordini il soldato dietro di lui avrebbe tirato il cavo e lui sarebbe stato decapitato.”

Dopo otto ore così i soldati hanno riportato a casa l’anziano e hanno ordinato a lui e a sua moglie di andarsene a piedi verso la “zona umanitaria” nel sud di Gaza. Secondo le testimonianze i soldati non hanno informato le forze di altre divisioni che si trovavano nei dintorni che una coppia di anziani stava per attraversare l’area. “Dopo 100 metri l’altro battaglione li ha visti e gli ha immediatamente sparato,” ha affermato un soldato. “Sono morti così, in strada.”

Come indicato anche da altre testimonianze raccolte da The Hottest Place in Hell, le regole d’ingaggio dell’esercito su quando aprire il fuoco a Gaza stabiliscono esplicitamente che chiunque si muova in una zona di combattimento dopo che sia passato il “tempo di evacuazione” definito è considerato un nemico combattente, anche quando si tratti di una coppia di anziani ottantenni. L’esercito israeliano lo nega, ma la procedura esiste.

Il mese scorso The Hottest Place in Hell ha evidenziato un altro caso di Procedura della Zanzara, sempre messa in atto dalla brigata Nahal. Secondo questo reportage, un palestinese che aveva ottenuto il permesso di rimanere in un edificio con i soldati è stato colpito a morte da un comandante che non era stato informato della sua presenza. In risposta all’articolo l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha affermato che l’incidente era stato indagato e che “la lezione era stata appresa”.[ vedi Zeitun, ndt]

In risposta a un’inchiesta di Haaretz dello scorso agosto che denunciava la Procedura della Zanzara, il portavoce dell’IDF ha affermato: “Le direttive e gli ordini dell’IDF vietano l’utilizzo di civili gazawi trovati nella zona per compiti militari che mettano deliberatamente in pericolo la loro vita. Gli ordini e le istruzioni dell’IDF a questo proposito sono stati chiariti alle truppe.” L’uso di civili come scudi umani è stato vietato anche dalla Corte Suprema israeliana durante la Seconda Intifada in seguito all’adozione da parte dell’esercito della tattica nota all’epoca come la “Procedura del Vicino”. Tuttavia alcuni soldati hanno testimoniato a The Hottest Place in Hell che, soprattutto dal 7 ottobre, “questa procedura è diventata di norma nell’esercito.”

“La Procedura della Zanzara è assolutamente istituzionalizzata ed è veramente una zona grigia all’interno dell’esercito,” ha affermato un soldato della brigata Nahal, spiegando che l’esercito tenta di nasconderla incolpando i soldati più giovani: “E’ un qualcosa che arriva come un ordine esplicito dal livello del comandante di battaglione in giù. Ma da qualche parte a livello del comando di brigata lo negano tassativamente. Quando iniziano i problemi attribuiscono la responsabilità a un livello di comando inferiore e dicono di non farlo.”

“Persino quando [le conclusioni] delle inchieste vengono pubblicate non c’è verso che l’IDF ammetta che si tratta di un ordine ufficiale,” ha spiegato un soldato. “Ma se chiedi a ogni soldato in prima linea che combatte a Gaza non ce n’è uno che ti dica che non succede. Non c’è alcun battaglione, almeno nell’esercito regolare, che possa onestamente dire di non aver usato questa pratica.”

L’uso di una miccia esplosiva come parte della Procedura della Zanzara non era ancora stato riportato. È possibile che sia avvenuto anche altrove, ma questo è stato un fatto estremo,” ha detto un soldato. Il portavoce dell’IDF ha risposto: “In seguito a un’indagine basata sull’informazione fornita da questa richiesta [di spiegazioni] sembra che il caso sia sconosciuto. Se si dovessero ricevere dettagli aggiuntivi si condurranno ulteriori accertamenti.”

Illy Pe’ery è una giornalista d’inchiesta e co-redattrice della rivista on line indipendente israeliana The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il parlamento israeliano avanza una proposta di legge che condannerebbe a fino cinque anni di carcere gli israeliani che collaborino con la Corte Penale Internazionale

Noa Shpigeland e Chen Maanit

19 febbraio 2025 Haaretz

Il disegno di legge propone fino a cinque anni di carcere per chiunque “fornisca servizi o risorse alla CPI”. Un’esperta di diritto internazionale avverte che potrebbero finire in prigione anche i giornalisti che indagano su potenziali crimini delle forze militari israeliane

La Knesset (parlamento israeliano, ndt.) ha avanzato mercoledì una proposta di legge che vieta ai cittadini, alle autorità e agli enti pubblici israeliani di “cooperare con la Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia”. La proposta di legge dispone una pena fino a cinque anni di carcere per chiunque “fornisca servizi alla CPI o offra risorse”, a meno che non dimostri di non essere a conoscenza del fatto che la sua azione si colleghi alle attività della Corte. La proposta, presentata dal parlamentare Amit Halevi del partito Likud del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, è stata approvata con 25 voti a favore e 11 contrari. Tamar Meggido, esperta di diritto internazionale, ha avvertito che “le definizioni in questa pericolosa proposta di legge sono così ampie che persino qualcuno che condivida sui social media una foto o il video di un soldato che documenta se stesso mentre commette quello che sembra essere un crimine di guerra potrebbe ritrovarsi in prigione”.

Se il disegno di legge venisse approvato, secondo Megiddo qualsiasi giornalista che pubblichi un’inchiesta che ipotizzi un crimine commesso dalle forze dell’IDF (esercito israeliano, ndt.) correrebbe il rischio di essere imprigionato.

Il disegno di legge proibisce inoltre alle autorità pubbliche e agli enti in Israele di collaborare con la CPI e impone restrizioni alle persone che agiscono per conto della Corte, vietando loro l’ingresso, la permanenza o il possesso di proprietà in Israele.

La motivazione del disegno di legge afferma che Israele non riconosce l’autorità della CPI e che le attività della Corte rappresentano una grave minaccia per Israele e per coloro che agiscono in suo nome.

Lo scorso novembre la CPI ha emesso mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità nell’offensiva israeliana a Gaza, seguita all’attacco di Hamas del 7 ottobre.

È stato emesso un mandato di arresto anche contro il defunto leader di Hamas Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri (noto anche come Mohammed Deif). Ad agosto le autorità israeliane hanno confermato che Deif era stato ucciso in un attacco dell’IDF un mese prima.

La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a Karim Khan, procuratore capo della Corte Penale Internazionale.

Secondo l’Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, i beni statunitensi di Khan sono stati congelati e potrebbe essergli interdetto l’ingresso negli Stati Uniti.

Le sanzioni seguono a un ordine esecutivo firmato dal Presidente Trump venerdì scorso, che ha autorizzato sanzioni economiche e di spostamento nei confronti di Khan nonché di coloro che lavorino alle indagini della Corte su cittadini statunitensi o alleati degli Stati Uniti tra cui Israele.

Ben Samuels ha contribuito a questo articolo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Dopo il cessate il fuoco a Gaza Israele rivolge la sua potenza di fuoco contro la Cisgiordania

Basel Adra

28 gennaio 2025 – +972 Magazine

Laila Al-Khatib, di due anni, è la vittima più giovane della campagna militare israeliana a Jenin, mentre i blocchi stradali soffocano l’intero territorio.

Bassam Assous stava cenando a casa con la sua famiglia quando sono iniziati gli spari. Erano circa le 20:00 di sabato 25 gennaio e, ad insaputa degli abitanti, i soldati israeliani erano entrati nel villaggio di Muthalath Al-Shuhada, situato vicino a Jenin nella Cisgiordania occupata. “Le finestre e le persiane erano chiuse: non avevamo idea di cosa stesse succedendo fuori finché non abbiamo sentito degli spari molto vicini”, ha raccontato Assous a +972 Magazine.

Assous e sua moglie Ghada si sono allontanati rapidamente dalle finestre, mentre le loro due figlie, Shaimaa e Teema, si sono nascoste in una camera da letto con la figlia di 2 anni di Teema, Laila.

All’improvviso Assous ha sentito le figlie urlare. “Sono corso in camera da letto con mia moglie; Shaimaa teneva stretta Laila mentre Teema urlava accanto a loro”, racconta. “Ho afferrato Laila e le mie mani si sono rapidamente ricoperte di sangue. Proveniva dalla testa: era stata colpita da un proiettile”.

Con in braccio la nipote sanguinante e priva di sensi Assous è corso fuori in strada, ma si è reso conto che era piena di soldati israeliani e veicoli blindati. “Mia moglie ha urlato: ‘Perché avete ucciso la bambina? Cosa vi ha fatto?'”, continua Assous. “Uno dei soldati, in piedi a una certa distanza, ha risposto, ‘Mi dispiace.’ Al che ho urlato anch’io, ‘Perché le avete sparato?’ I soldati mi hanno puntato le armi e mi hanno detto di non avvicinarmi. Mia moglie continuava a gridare e uno dei soldati ha indicato un punto a 100 metri di distanza e le ha detto, ‘Vai lì e aspetta un’ambulanza.'”

Quando è arrivata l’ambulanza Ghada è salita con Laila. Shaimaa, che in seguito agli spari aveva riportato ferite da schegge alla mascella e al fianco, e Teema, che aveva ferite da schegge alla mano destra, avevano anche loro bisogno di cure. “Ho detto ai soldati che volevo andare con le mie figlie ma loro hanno risposto: ‘No, tu vieni con noi'”, aggiunge Assous.

“I soldati mi hanno portato a casa di mio zio, dove avevano già trattenuto quattro dei suoi figli mentre mio zio e il resto della famiglia si trovavano nelle vicinanze”, racconta. “Non avevo idea di cosa stesse succedendo a mia moglie e alle mie figlie: non ci era permesso usare i nostri telefoni o anche solo parlare. Quando ho insistito per chiamare un soldato ha minacciato di ammanettarmi. Sono rimasto trattenuto in questo modo fino alle 23:30 circa, quando i soldati si sono ritirati dalla zona. Non hanno arrestato nessuno né confiscato nulla.

Dopo che i soldati se ne sono andati i vicini sono venuti a controllare come stavamo”, continua Assous. “È stato allora che ho saputo che Leila era morta, mentre cominciavano a porgerci le loro condoglianze. Ero sotto shock, ma ho capito subito che dovevo mostrarmi forte per mia figlia Teema, che è scoppiata a piangere e non riusciva a farsi una ragione della perdita della figlia. L’ho portata in un centro medico lì vicino, dove le hanno dato dei sedativi”.

Assous spiega che Teema, una studentessa magistrale all’Università An-Najah di Nablus, specializzata in ingegneria ambientale e idraulica, aveva già perso il marito, Mohammad Al-Khatib, due anni fa in un incidente sul lavoro. “Stava lottando con il trauma della perdita del marito, quindi ho portato lei e sua figlia a vivere con noi a casa”, ha spiegato. “Diceva sempre: ‘Voglio solo crescere mia figlia e prendermi cura di lei’. Ora continua a chiedermi: ‘Perché hanno ucciso mia figlia? Cosa ha fatto questa bambina per meritarsi questo?’

In risposta all’inchiesta di +972 un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato di “rammaricarsi per qualsiasi danno causato a civili non coinvolti” e di aver ricevuto informazioni su terroristi barricati all’interno di un edificio nel villaggio. Secondo il portavoce prima di aprire il fuoco i soldati hanno intimato “più volte” a chi si trovava dentro la casa di uscire. Assous nega di aver sentito alcuna intimazione del genere.

“Uno stato di terrore” nel campo profughi di Jenin

L’uccisione di Laila non è stato un fatto isolato. Dalla mattina del 21 gennaio, solo due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, l’esercito israeliano è impegnato in una grande campagna militare nella Cisgiordania settentrionale. L’esercito afferma che l’operazione, denominata “Muro di ferro”, ha lo scopo di “preservare la libertà di azione dell’IDF” e reprimere la resistenza armata nei territori occupati, e fa seguito a una campagna di sette settimane dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) contro i gruppi armati nel campo profughi di Jenin.

Anche l’attività dell’esercito israeliano è focalizzata su Jenin e i suoi dintorni, così come su Tulkarem. Finora l’operazione ha ucciso 16 palestinesi a Jenin e tre a Tulkarem, causando al contempo una vasta distruzione delle infrastrutture civili in entrambe le città e costringendo migliaia di palestinesi a lasciare le loro case.

“Martedì scorso, verso le 11:00, una forza speciale dell’esercito di occupazione ha preso d’assalto il campo”, ha detto a +972 Ahmed Hawashin, ricercatore presso il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) e abitante nel campo profughi di Jenin. “I soldati, immagino costituissero una squadra di cecchini, si sono posizionati negli edifici che dominano il campo e hanno iniziato a sparare indiscriminatamente mentre dall’alto cadevano missili. I veicoli dell’Autorità Nazionale Palestinese, presenti nel campo da 45 giorni, hanno iniziato a ritirarsi.

“Mentre circolavano notizie sull’operazione militare a Jenin la paura si è diffusa tra tutti i cittadini”, continua Hawashin. “La mia famiglia è fuggita dal campo ed è finita sotto il fuoco nonostante fossero civili. Mi sono rifugiato a casa di un amico nel quartiere Joret A-Dahab.

“Altri veicoli militari sono arrivati ​​e hanno imposto un assedio al campo mentre le forze hanno iniziato le incursioni”, racconta. “Per tutta la notte i suoni degli spari e delle esplosioni non si sono fermati. Due volte mentre ero seduto con un gruppo di volontari del soccorso davanti alla casa di un mio amico un drone ci ha lanciato delle granate. Uno dei giovani è stato ferito da schegge: eravamo in uno stato di terrore”.

La mattina seguente un drone israeliano ha trasmesso un messaggio dell’esercito che ordinava a tutti gli abitanti del campo di evacuare. Mentre una folla di famiglie iniziava a uscire Hawashin ha deciso che sarebbe stato troppo pericoloso restare: “La situazione sul campo e ciò che circolava sui media riguardo all’incursione ci spaventava: non sapevamo cosa avrebbero fatto”.

Hawashin racconta che un gruppo di circa 100 persone del quartiere Jorat A-Dahab si è radunato per andare via insieme ed è stato accompagnato da un drone militare fino all’ingresso occidentale del campo. A quel punto, i soldati hanno ordinato loro tramite altoparlante di dividersi in gruppi di cinque e presentarsi per l’ispezione. “C’era una telecamera che scattava foto e i soldati decidevano chi fermare in base ai dati della telecamera”, racconta. “Abbiamo poi continuato il nostro cammino verso la città“.

Anche nella stessa città di Jenin, dove le forze israeliane hanno assediato gli ospedali, “la vita è ferma. Si verificano alcuni scontri [tra l’esercito israeliano e i gruppi di resistenza palestinesi] e veicoli militari attraversano le strade. I negozi sono chiusi e la maggior parte dei cittadini non esce di casa temendo per la propria vita”.

Le condizioni nel campo stanno rapidamente peggiorando. Le scuole sono chiuse dall’inizio dell’operazione dell’ANP ai primi di dicembre, mentre da più di un mese l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione lavorativa (UNRWA) non è in grado di fornire alcun servizio. Anche l’energia elettrica è stata completamente interrotta.

“Il campo è diventato anche rischioso per la salute”, aggiunge Hawashin. “Dall’inizio della campagna dell’ANP i rifiuti non sono stati raccolti e si sono accumulati ammassi di spazzatura ai lati delle strade. Le strade e le infrastrutture idriche sono ancora devastate dalle precedenti invasioni israeliane, quindi le persone hanno fatto affidamento su cisterne d’acqua e serbatoi sui tetti, ma molti di questi sono stati danneggiati dagli spari durante la campagna dell’ANP e l’attuale operazione israeliana e sono stati resi inutilizzabili”.

“Non ho mai dovuto aspettare così a lungo al checkpoint”

Oltre agli attacchi al campo profughi di Jenin e alle aree circostanti l’esercito israeliano, come forma di punizione collettiva, ha chiuso le strade principali in tutta la Cisgiordania tramite posti di blocco, cancelli di ferro e cumuli di terra, tenendo aperte solo alcune strade in orari specifici della giornata. Queste interruzioni costringono i residenti ad aspettare per lunghe ore in mezzo ad ingorghi, a prendere percorsi alternativi attraverso campi e strade sterrate o a evitare del tutto di viaggiare. Ai posti di blocco i soldati impiegano ulteriori pratiche repressive come la confisca arbitraria per ore e ore delle chiavi delle auto.

La settimana scorsa Mohammad Hureini, studente di letteratura inglese alla Birzeit University vicino a Ramallah e attivista di Youth of Sumud [Gioventù della Perseveranza: organizzazione palestinese di protesta non violenta contro l’occupazione, ndt.] avrebbe dovuto sostenere un esame, rinviato in seguito all’operazione militare di Israele in Cisgiordania che ha impedito a molti studenti di raggiungere l’università.

Il giorno seguente Hureini, che si trovava già nei pressi dell’università, ha deciso di tornare al suo villaggio di A-Tuwani nelle colline a sud di Hebron, un viaggio che prima del 7 ottobre di solito durava circa due ore. Tuttavia, dopo l’inizio della guerra a Gaza e l’intensificazione delle restrizioni alla circolazione dei palestinesi in Cisgiordania, Hureini impiegava quattro o cinque ore per tornare a casa. Questa volta, con le ulteriori interruzioni, il viaggio è durato 13 ore.

“Da Nablus mi sono diretto al checkpoint di ‘Atara’, a nord di Ramallah, ma era chiuso e decine di auto erano bloccate”, ha detto. “Ho fatto dietrofront per andare al posto di blocco di Jaba’, a sud-ovest di Ramallah, ma avvicinandomi ho visto pesanti ingorghi: i soldati avevano chiuso il checkpoint a praticamente tutto il traffico e stavano ispezionando i veicoli uno ad uno”.

Hureini è rimasto bloccato nel traffico per ore mentre centinaia se non migliaia di auto si trovavano in fila per l’ispezione. “Sembrava che passasse un veicolo ogni mezz’ora”, racconta. Dopo tre ore ho visto persone abbandonare i loro veicoli e chiamare dei taxi per farsi venire a prendere dall’altro lato del checkpoint dopo aver attraversato a piedi. Non avevo mai vissuto un’attesa così lunga a questo checkpoint.

Circa sei ore dopo è stato finalmente il turno di Hureini. “Al posto di blocco c’erano due soldati”, spiega. “Uno mi ha fatto segno di fermarmi, quindi ho spento il motore. Entrambi i soldati erano al telefono, senza prestare attenzione a me o a tutti i veicoli in coda dietro di me. Mentre aspettavo mi è diventato chiaro che lo stavano facendo per umiliare le persone, fiaccare loro il morale e sconvolgere le nostre vite, niente di più.

“Dieci minuti dopo il soldato mi ha chiesto i documenti e ha iniziato a perquisire il veicolo domandandomi: ‘Da dove vieni? Dove stai andando? Cosa fai?’ Dopo cinque minuti mi ha detto di proseguire”.

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Il calvario di Hureini non era finito. “Dopodiché ho percorso la strada di circonvallazione, che ovviamente non ha posti di blocco perché la usano i coloni, finché non ho raggiunto il posto di blocco dei container, che separa la parte settentrionale da quella meridionale della Cisgiordania. C’erano tre corsie di traffico che portavano al checkpoint. Di nuovo, per la prima volta, ho visto quelli che sembravano migliaia di veicoli fermi. Ho scoperto che i soldati avevano chiuso il posto di blocco senza fornire una ragione e non lasciavano passare nessuno.

Ho aspettato per mezz’ora senza muovermi mentre altre auto continuavano ad arrivare dietro di me”, prosegue. “Uno degli autisti mi ha parlato di una strada sterrata che poteva essere utilizzata per aggirare il posto di blocco. Ha iniziato a guidare e io l’ho seguito. Dietro di noi si sono presto aggiunti decine di veicoli. La strada era pericolosa, piena di rocce e buche. Ho guidato con cautela per 45 minuti, temendo che la mia auto si rompesse. Quella distanza avrebbe potuto essere coperta in cinque minuti se non fosse stato per il posto di blocco”.

E c’era ancora di più. “Sono arrivato a Betlemme alle 19:30 solo per trovare l’ingresso principale della città chiuso. Ho preso una strada alternativa attraverso Beit Jala, dove i soldati avevano messo su un posto di blocco e stavano perquisendo i veicoli. Dopo aver saputo di una strada alternativa che aggirava il checkpoint l’ho seguita fino a raggiungere di nuovo la strada principale e ho continuato a guidare verso il mio villaggio.

Dopo essere partito dall’Università di Birzeit vicino a Ramallah alle 8 del mattino sono arrivato a casa alle 9 di sera, esausto e con il mal di testa. Non avevo mangiato niente per tutto il giorno, quindi ho cenato e sono andato subito a letto. Da quando l’esercito israeliano ha lanciato la sua nuova operazione la situazione è diventata insopportabile”.

In risposta alla richiesta di +972 di rilasciare un commento sui nuovi e più estesi blocchi stradali l’esercito israeliano ci ha rimandato ad una dichiarazione del portavoce internazionale dell’esercito in cui si afferma: “I posti di blocco sono uno strumento da noi utilizzato nella lotta al terrorismo, che consente il movimento dei civili fornendo al contempo un livello di controllo per impedire ai terroristi di fuggire e rendere l’operazione inefficace”.

“L’occupazione non ha bisogno di scuse per distruggerci”

Per comprendere i motivi della nuova operazione militare di Israele e delle misure di punizione collettiva i palestinesi in Cisgiordania tracciano un collegamento diretto con il cessate il fuoco di Gaza.

Omar Assaf, che abita nel campo profughi di Deir Ammar vicino a Ramallah, promotore di un’iniziativa per ricostruire una leadership popolare palestinese in tutta la Palestina e nella diaspora, ha dichiarato a +972: “Dopo aver lasciato Gaza il governo israeliano è moralmente a pezzi, nonostante abbia commesso un genocidio uccidendo decine di migliaia di persone e distruggendo la Striscia. Per compensare, ha lanciato una campagna militare prendendo di mira il campo profughi di Jenin e isolando il resto delle città e dei villaggi palestinesi, nel tentativo di ottenere un’immagine di vittoria in questa guerra.

La Cisgiordania è sempre stata un fronte importante per l’occupazione, ma c’è sempre stata una resistenza palestinese contro le sue ambizioni”, continua Assaf. “Negli ultimi anni nella Cisgiordania settentrionale si sono costituiti gruppi armati che si oppongono all’occupazione, agli attacchi dei coloni e all’espansione delle colonie sulla terra palestinese. In risposta, c’è stata un’evoluzione della relazione tra l’ANP e l’occupazione al fine di contrastare questi gruppi, passando dal coordinamento alla vera e propria collaborazione nelle operazioni di sicurezza.

“L’ANP è riuscita a sconfiggere [l’organizzazione denominata] Fossa dei Leoni a Nablus reclutando alcuni dei suoi combattenti nelle forze di sicurezza dell’ANP”, ha affermato. “L’occupazione [israeliana] ha dovuto affrontare i gruppi armati nel campo profughi di Jenin [con la forza], e finora non è riuscita a sconfiggerli”.

L’incursione di sette settimane dell’ANP nel campo, prima dell’ultima operazione di Israele, è stata “una mossa senza precedenti nella storia della causa palestinese”, dice Assaf. E mentre l’ANP ha affermato di aver represso la resistenza armata per proteggere il campo dal destino a cui è andata incontro la Striscia di Gaza, lui è del parere che questa sia “una dichiarazione vergognosa” e aggiunge: “L’occupazione non ha bisogno di scuse per distruggerci, occupare la nostra terra e costruire insediamenti coloniali; lo fa perché questo è il suo progetto principale”.

L’ANP, conclude Assaf, dovrebbe fare una di queste due cose: “Può tornare verso il popolo palestinese, stare al suo fianco contro le politiche di occupazione, unificare il suo fronte interno e porre fine alla divisione. Oppure, se non può farlo, dovrebbe tenere elezioni per consentire al popolo palestinese di scegliere una leadership che lo rappresenti e lo guidi verso il raggiungimento delle sue aspirazioni. Se l’ANP continua con il suo attuale approccio aumenterà le tensioni tra le persone e indebolirà il fronte interno di fronte all’occupazione”.

Basel Adraa è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Finché ci saranno indagini farsa, in Cisgiordania l’IDF continuerà a sparare ai bambini

Editoriale di Haaretz

28 gennaio 2025 – Haaretz

La “Gazificazione” della Cisgiordania continua, compresa l’intollerabile facilità con cui vengono uccisi dei bambini.

All’inizio di gennaio Reda Besharat, 8 anni, e suo cugino Hamza Besharat, 10 anni, sono stati uccisi dall’attacco di un drone israeliano nel villaggio di Tammun. Il padre di uno dei ragazzini ha affermato il giorno seguente che, quando sono stati colpiti, suo figlio e suo nipote si stavano preparando per andare a scuola e si trovavano nel cortile di casa. Nell’attacco è stato ucciso anche un terzo cugino, il ventitreenne Adam Besharat.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno risposto a questa terribile tragedia con un’indagine che non si può che definire offensiva. Ha rilevato che il drone ha sparato “sulla base dell’indicazione che nel momento dell’incidente era difficile stabilire che (i bersagli) erano dei minorenni.” Se un drone che sta sorvegliando la zona non è in grado di distinguere tra bambini e adulti, allora perché i suoi dati vengono utilizzati per approvare attacchi così letali?

In effetti l’indagine è un modello per sottrarsi a ogni responsabilità. Secondo l’IDF i bambini sono stati erroneamente identificati come adulti che avevano collocato un ordigno esplosivo, benché in seguito nella zona non sia stata trovata alcuna bomba.

L’indagine ha anche rivelato che questo errore fatale non è stato bloccato da nessuno lungo la catena di comando, incluso il capo del Comando Centrale, il generale Avi Bluth. Una delle conclusioni dell’indagine dell’esercito è che sarebbe stato opportuno prendere ulteriori iniziative per verificare l’identità dei bersagli.

Sarebbe stato opportuno” è un eufemismo. Un’indagine su un’azione irresponsabile con tali orribili conseguenze non dovrebbe concludersi con quello che “sarebbe stato opportuno” fare, ma piuttosto prendendo misure significative contro i responsabili.

Nel passato la polizia militare apriva automaticamente un’indagine dopo l’uccisione di palestinesi in Cisgiordania. Ora il comportamento predefinito è aprire un’indagine sugli “incidenti di combattimento” solo dopo un controllo della procura generale militare. Ovviamente gli avvenimenti in Cisgiordania sono sempre più spesso classificati come incidenti di combattimento. Le conclusioni dell’indagine riguardo ai bambini sono state trasmesse al capo del comando generale e non sono state ancora sottoposte alla procura generale militare.

Sabato sera una bambina di 2 anni è stata colpita e uccisa dal fuoco dell’IDF in un villaggio nei pressi di Jenin. L’esercito ha affermato che le forze hanno sparato contro un edificio in cui, secondo l’intelligence, si nascondeva un uomo armato. Tuttavia in casa della bimba non c’era un uomo armato barricato all’interno, bensì una famiglia che stava cenando.

Appena si sono accorti di aver colpito una bambina i soldati hanno chiamato la Mezzaluna Rossa palestinese e hanno portato via anche la madre, lievemente ferita a un braccio. L’IDF sta ancora indagando sull’incidente. Ma che benefici trarrà dai suoi risultati la bimba uccisa?

Dopo le massicce uccisioni a Gaza di decine di migliaia di persone, tra cui minori, sembra che l’IDF stia perdendo ogni freno anche in Cisgiordania. Questa tendenza pericolosa deve essere immediatamente fermata.

Il presente articolo è l’editoriale principale di Haaretz come pubblicato in Israele nelle edizioni in ebraico e in inglese del giornale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un comunicato afferma che un palestinese a Gaza è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da un comandante israeliano mentre copriva le forze dell’IDF

Redazione Haaretz

7 gennaio 2025 – Haaretz

I media israeliani hanno riferito che il palestinese, costretto dall’IDF a fungere da scudo umano e a perquisire gli edifici nell’area di Khan Yunis a Gaza, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da un comandante che non sapeva che il palestinese era autorizzato a trovarsi lì

Secondo una comunicazione pubblicata da “The Hottest Place in Hell” [Il posto più caldo dell’inferno, ndt.] un comandante della Brigata Nahal delle Forze di Difesa Israeliane ha sparato e ucciso un palestinese che stava coprendo le truppe nella città di Rafah, nella parte meridionale di Gaza”.

In base al report pubblicato sul sito web di giornalismo investigativo indipendente in lingua ebraica il palestinese, costretto a fungere da scudo umano e perquisire gli edifici nell’area di Khan Yunis, aveva ricevuto l’autorizzazione dell’IDF ad accedere all’edificio. Al suo arrivo un comandante della brigata ha identificato l’uomo come palestinese, ha preso un fucile e lo ha ucciso, non sapendo che era autorizzato a trovarsi nell’edificio.

Secondo il sito web l’esercito israeliano ha confermato i dettagli dell’accaduto e ha risposto che “l’incidente è stato indagato dal comandante della brigata e si è tenuto conto dei risultati durante le operazioni delle truppe in corso“.

Ad agosto Haaretz ha riferito che i palestinesi sono stati usati dalle unità dell’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza come scudi umani per i soldati. I palestinesi, che i soldati chiamano shawish, un’oscura parola araba di origine turca che significa sergente, vengono inviati negli edifici per condurre delle perquisizioni prima che i soldati israeliani entrino nei locali.

“Le nostre vite sono più importanti delle loro”, è stato detto ai soldati. “L’idea è che sia meglio che i soldati israeliani rimangano in vita e che siano gli shawishim a saltare in aria a causa di un ordigno esplosivo”.

A fine ottobre la CNN ha riferito che dei palestinesi, tra cui adolescenti, hanno affermato di essere stati costretti a fare da scudi umani a Gaza. Secondo il rapporto l’uso dei palestinesi come scudi umani è conosciuto tra i soldati delle IDF come “protocollo delle zanzare”.

L’uso dei palestinesi come scudi umani non è iniziato il 7 ottobre. Durante l’operazione Scudo Difensivo, condotta nel 2002 in Cisgiordania, le IDF hanno utilizzato il cosiddetto “protocollo del vicino”, in cui i soldati hanno utilizzato i civili per perquisire le case alla ricerca di trappole esplosive o hanno inviato i palestinesi nelle case prima delle forze delle IDF per localizzare gli individui ricercati.

Dopo la pubblicazione di numerosi articoli sull’argomento alcune organizzazioni per i diritti umani hanno presentato una petizione alla Corte Suprema di Israele per fermare questa pratica. La corte ha accettato la petizione nel 2005 e ha stabilito che la pratica è contro il diritto internazionale ed è quindi illegale. L’allora capo di stato maggiore delle IDF Dan Halutz ha ordinato all’esercito di far rispettare la sentenza della corte. Tuttavia più di 20 anni dopo la pratica sembra essere tornata in auge.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La più grande organizzazione di storici degli Stati Uniti condanna la distruzione “deliberata” del sistema educativo di Gaza da parte di Israele

Etan Nechin – New York

7 gennaio 2025 – Haaretz

NEW YORK – La più grande associazione professionale di storici negli Stati Uniti ha adottato una risoluzione in cui condanna lo “scolasticidio” di Israele a Gaza e critica gli aiuti militari statunitensi a Israele.

L’American Historical Association ha approvato a larga maggioranza la risoluzione che afferma che “il governo degli Stati Uniti ha sostenuto la campagna delle Forze di difesa israeliane (IDF) [esercito israeliano, ndt.] a Gaza con oltre 12,5 miliardi di dollari in aiuti militari tra ottobre 2023 e giugno 2024”.

Con il termine scolasticidio viene definita la distruzione deliberata di un sistema educativo. La risoluzione, approvata con 428 voti contro 88, afferma che l’IDF ha distrutto l’80 percento delle scuole di Gaza lasciando oltre 625.000 bambini senza accesso all’istruzione e ha anche distrutto tutti i 12 campus universitari di Gaza.

Accusa inoltre Israele di aver preso di mira biblioteche, musei, centri culturali e siti religiosi, tra cui la biblioteca dell’Università di al-Aqsa e centinaia di siti storici. Queste azioni, afferma la risoluzione, hanno cancellato risorse cruciali legate alla storia e alla cultura di Gaza.

Margaret M. Power, professoressa emerita di storia all’Illinois Institute of Technology, e Van Gosse, professore emerito di storia al Franklin and Marshall College, sono co-presidenti di Historians for Peace and Democracy, l’organizzazione che ha presentato la mozione. In una dichiarazione ad Haaretz hanno spiegato la loro motivazione.

“Come storici siamo obbligati a denunciare questi oltraggi e a essere solidali con i palestinesi”, hanno affermato. “Abbiamo tentato per la prima volta di approvare una risoluzione a sostegno del diritto dei palestinesi all’istruzione 10 anni fa. L’estrema urgenza della situazione attuale ci ha spinti, insieme alla stragrande maggioranza degli storici presenti alla riunione di lavoro dell’AHA, a sostenere la nostra risoluzione”.

La risoluzione chiede un cessate il fuoco permanente e sollecita l’AHA a formare un comitato per esplorare modalità di aiuto per la ricostruzione delle istituzioni educative e culturali di Gaza, allineando l’associazione con altre organizzazioni accademiche che hanno preso posizione sul conflitto.

Nel corso del dibattito, tenutosi lunedì in un affollato hotel di Midtown, non erano ammesse registrazioni. Tuttavia, Haaretz ha parlato con dei partecipanti che si sono espressi sia a favore che contro l’iniziativa.

Barbara Weinstein, professoressa di storia alla New York University, che si è espressa a favore della mozione, ha riassunto le sue osservazioni per Haaretz dopo il voto affermando: “L’annientamento delle istituzioni, insieme alla distruzione di archivi e biblioteche, minaccia di separare i palestinesi di Gaza dalla loro storia. In queste circostanze non riesco a capire come l’AHA possa rifiutarsi di prendere posizione”.

Ha anche parlato di cosa significhi questa risoluzione per il settore degli studi storici. “Penso che sottolinei la rilevanza della nostra ricerca e il riconoscimento che preservare la storia e la memoria storica non è un lusso, ma una necessità“.

Mary Nolan, professoressa emerita di storia alla New York University e esponente del comitato direttivo che ha proposto la risoluzione, ha espresso sorpresa per l’enorme sostegno all’iniziativa. “È stato incoraggiante vedere giovani studiosi e studenti universitari presentarsi in massa mostrando serio interesse per la Palestina e un coinvolgimento critico nella questione Israele-Palestina”, ha affermato.

“Politicizzare la missione”

Degli oppositori hanno sostenuto che la risoluzione mina la credibilità dell’AHA politicizzandone la missione e omettendo riferimenti all’attacco di Hamas del 7 ottobre che ha innescato la guerra. L’hanno criticata per aver ignorato le complessità della lotta contro un’organizzazione terroristica che sfrutta per la propaganda le vittime civili e per aver adottato un linguaggio del Consiglio per i diritti umani dell’ONU che considerano di parte.

Jeffrey Herf, professore emerito del Dipartimento di Storia dell’Università del Maryland, che si è espresso contro l’approvazione, ha detto ad Haaretz: “Nell’ignorare quanto sopra la risoluzione si configura come una propaganda efficace per Hamas mentre resta al di sotto di quanto ci si dovrebbe aspettare da parte di storici professionisti”, aggiungendo: “Lanciando queste accuse e ignorando le realtà della guerra iniziata da Hamas e il modo in cui sta combattendo alimenterà il mix di antisemitismo e odio per Israele già evidente nei campus americani. Contribuirà alla politicizzazione dell’AHA e renderà molto difficile per sempre più università e college assumere docenti che mostrino un qualsiasi sostegno per il proseguo dell’esistenza e benessere dello Stato di Israele”.

Susannah Heschel, professoressa di storia al Dartmouth, anch’essa contro la risoluzione, ha detto ad Haaretz che mentre è sconvolta e inorridita tanto quanto i suoi colleghi dalla distruzione delle istituzioni educative, “approvare la risoluzione non è strategicamente utile nell’attuale clima politico degli Stati Uniti”.

Heschel ha ricordato che subito dopo gli attacchi del 7 ottobre alcuni accademici hanno detto di essersi sentiti “esaltati” da quanto accaduto e ha affermato: “Ho trovato quella risposta sadica. Il nostro ruolo è quello di promuovere il dialogo, non necessariamente di essere d’accordo, ma di ascoltare con apertura ed empatia. Come accademici, non siamo qui per condannare ma per imparare”.

“Molti sono preoccupati per la libertà accademica, ma quello che ho sentito è che la polarizzazione nei campus sta aggravando il problema. Dobbiamo trovare un modo per parlarci l’un l’altro. Non fermeremo la guerra, ma come studiosi e custodi della pace, come possiamo dare un contributo significativo?” ha aggiunto.

Altri dibattiti in arrivo

La risoluzione ora passa al consiglio eletto dell’AHA, che deciderà se approvarla, porre il veto o inviarla per il voto ad oltre 10.000 storici iscritti.

Heschel esprime fiducia che la risoluzione non venga approvata. “Non la vedo come rappresentativa dell’AHA o della più ampia comunità di storici”, dice. “È un piccolo gruppo che fa leva sull’AHA per far passare questa risoluzione”.

“Il consiglio non è a favore, come ha chiarito il presidente eletto”, dice Nolan. “Affermano che l’AHA non ha mai preso una posizione politica, ma non è vero. La leadership ha pubblicato lettere aperte opponendosi alla guerra in Iraq e criticando degli accademici delle università in India e Sierra Leone. Più di recente, ha rilasciato una dichiarazione pubblica contro la Russia.”

Nolan riconosce che anche se la risoluzione supera l’ostacolo iniziale saranno necessari ulteriori sforzi. “Se la distribuiscono continueremo a sensibilizzare l’intera comunità dell’AHA,” dice, aggiungendo di essere ottimista per i riscontri ricevuti dopo il voto.

La decisione riflette dibattiti più ampi sul ruolo delle associazioni accademiche nelle controversie politiche.

La Modern Language Association (MLA), che terrà la sua riunione annuale entro la settimana, ha affrontato dibattiti simili su risoluzioni che accusano Israele di prendere di mira le istituzioni educative e sostengono i boicottaggi. Alla fine, la MLA ha rifiutato di promuovere queste delibere, sollevando preoccupazioni su partigianeria e divisività, una decisione che ha suscitato aspre critiche da parte di molti.

La tempistica per una decisione sulla risoluzione rimane incerta ma entrambe le parti esprimono ottimismo sul risultato, mentre la polarizzazione rimane alta.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




1000 persone colpite direttamente dal 7 ottobre firmano una lettera che chiede con urgenza una commissione di inchiesta di Stato

I firmatari giurano di opporsi ad una “commissione di insabbiamento politico”

Michael Bachner e redazione Times of Israel

1 gennaio 2025 – Times of Israel

Mentre il governo di Netanyahu continua a contrastare una iniziativa che i sondaggi dicono essere sostenuta da una larga maggioranza, su 4 pagine di giornali compare un appello di ex ostaggi, sopravvissuti, famiglie di defunti

Circa 1000 persone le cui vite sono state direttamente colpite dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno sottoscritto una lettera aperta pubblicata mercoledì su diversi importanti giornali in cui si chiede che il governo istituisca immediatamente una commissione statale di inchiesta sui tanti errori che hanno consentito il più grande disastro nella storia di Israele.

La lettera aperta ha occupato quattro pagine su ognuno dei giornali, a causa del grande numero dei firmatari.

Tra i firmatari vi sono più di 20 sopravvissuti alla prigionia, centinaia di famiglie di defunti, parenti di ostaggi ancora detenuti a Gaza, sopravvissuti all’attacco, soldati dell’esercito feriti e riservisti.

La lettera aperta è stata promossa dall’associazione October Council, che rappresenta le famiglie direttamente colpite dal massacro del 7 ottobre – in cui circa 1200 persone furono uccise, 251 prese in ostaggio e molte altre ferite – e ha fatto richiesta di una commissione di inchiesta statale.

Noi, famiglie colpite il 7 ottobre e firmatarie in calce chiediamo che il governo istituisca una commissione di inchiesta statale”, afferma la lettera. “Ci uniremo come baluardo contro ogni tentativo di istituire una commissione di insabbiamento politico. Non accetteremo un comitato in cui i destinatari dell’inchiesta designano gli inquirenti.

Solo una commissione di inchiesta statale avrà gli strumenti e il mandato per indagare su ogni cosa e ogni persona; per rivelare la verità; per dare giustizia ai caduti, agli assassinati, alle vittime e alle loro famiglie; per rafforzare la sicurezza nazionale e per impedire il prossimo disastro.”

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e gli altri membri della sua coalizione di estrema destra hanno respinto l’ipotesi di avviare una commissione di inchiesta statale, sostenendo che una simile indagine sarebbe politicamente sbilanciata contro di loro, poiché i suoi membri verrebbero nominati dal presidente della Corte Suprema e adducendo inoltre che qualunque inchiesta dovrebbe essere avviata solo dopo la fine della guerra.

Il premier e la maggior parte dei suoi alleati politici hanno rifiutato di riconoscere ogni responsabilità per i molteplici errori che hanno portato al massacro, cercando invece di attribuire la colpa ai capi della sicurezza e ai rivali politici.

Fin dal suo esordio il governo ha cercato di riformare radicalmente il sistema giudiziario, ritenendolo eccessivamente attivo e sbilanciato contro la destra. Questi tentativi hanno incluso quello, tuttora in corso, di riformare la Corte Suprema forzando la nomina di un giudice conservatore come presidente al posto del presidente attualmente in carica, Isaac Amit, e promuovendo la candidatura di giudici ultraconservatori agli scranni dell’alta corte.

Questi sforzi sono stati duramente condannati dai magistrati e dall’opposizione – come anche dalla gran maggioranza del pubblico, secondo la maggior parte dei sondaggi di opinione – in quanto tali da compromettere le fondamenta democratiche di Israele.

Una commissione di inchiesta statale dispone dei più ampi poteri in base al diritto israeliano ed è lo strumento principale per indagare sui principali errori dei leader del Paese, dei capi della sicurezza e degli organi dello Stato. E’ normalmente guidata da un giudice in pensione della Corte Suprema. Esther Hayut sarebbe una potenziale candidata per tale ruolo, dopo il suo incarico di presidente dell’alta corte, scaduto un anno fa. Ma Netanyahu si è ripetutamente opposto duramente alla sua nomina a causa delle sue esplicite critiche ai tentativi di riforma giudiziaria.

La coalizione (di governo) ha invece proposto la creazione di un collegio di più basso livello guidato da persone nominate dal governo, o un compromesso che darebbe vita ad un gruppo con un consenso più ampio.

Ma gli oppositori di Netanyahu hanno sostenuto che il premier e chi è al potere stanno cercando di sottrarsi alla responsabilità per quanto si è svolto il 7 ottobre per poter restare al potere. I sondaggi di opinione hanno mostrato che il pubblico sostiene in misura schiacciante la creazione di una commissione di inchiesta statale, anche all’interno della base elettorale della coalizione.

Meno di tre anni fa, quando erano all’opposizione, Netanyahu ed i suoi alleati politici hanno condotto una campagna a favore dell’istituzione di una commissione di inchiesta statale sullo scandalo che ha coinvolto la polizia israeliana, che avrebbe usato potenti software spia per monitorare abusivamente cittadini israeliani.

Una Commissione di Inchiesta Civile indipendente – costituita da parenti delle vittime dell’attacco alla luce del continuo rifiuto di Netanyahu di approvare una commissione di inchiesta statale – ha pubblicato i suoi risultati a novembre, attaccando Netanyahu ed accusandolo di minare il processo decisionale della sicurezza nazionale del governo, provocando una frattura tra la leadership politica e militare israeliana e lasciando il Paese impreparato al devastante attacco di Hamas.

Il rapporto inoltre asseriva che l’intero governo “aveva fallito nella sua principale missione” e che le Forze di Difesa Israeliane (l’esercito), lo Shin Bet (i Servizi Interni) ed altre organizzazioni “hanno completamente mancato il loro unico obbiettivo – proteggere i cittadini di Israele.”

I membri del comitato hanno avvertito che il loro lavoro non poteva sostituire quello di un’indagine ufficiale con il potere di convocazione di testimoni, ma hanno affermato che ciò che avevano ascoltato era estremamente preoccupante.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Nessun civile, sono tutti terroristi: soldati dell’IDF rivelano uccisioni arbitrarie e anarchia dilagante lungo il Corridoio Netzarim a Gaza

Yaniv Kubovich

18 dicembre 2024 – Haaretz

Su 200 corpi solo 10 sono stati confermati come membri di Hamas: soldati dell’IDF che hanno prestato servizio a Gaza raccontano ad Haaretz che chiunque attraversi una linea immaginaria lungo il conteso Corridoio Netzarim viene ucciso e ogni vittima palestinese è conteggiata come terrorista, anche se si tratta solo di un minore.

La linea non compare su alcuna mappa e non esiste in alcuna direttiva militare ufficiale. Mentre gli ufficiali di alto grado delle Israel Defense Forces [IDF, Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndt.] ne negheranno l’esistenza, nel cuore della Striscia di Gaza, a nord del corridoio Netzarim, non c’è niente di più reale.

“Le forze sul campo la chiamano ‘linea dei cadaveri’, dice ad Haaretz un comandante della Divisione 252. “Dopo essere stati colpiti i corpi non vengono raccolti, attirano branchi di cani che vengono a mangiarseli. A Gaza la gente sa che ovunque si vedano questi cani lì non si deve andare.”

Il Corridoio Netzarim, una striscia di terra larga sette chilometri, si estende dalle vicinanze del kibbutz Be’eri fino alla costa del Mediterraneo. L’IDF ha svuotato questa zona dagli abitanti palestinesi e ha demolito le loro case per costruire strade e postazioni militari.

Mentre ai palestinesi è ufficialmente proibito entrarvi, la situazione è molto più grave che in una semplice zona riservata. “È un modo dei militari per nascondere la realtà,” spiega un importante ufficiale della Divisione 252, che ha svolto tre turni a Gaza come riservista. “Il comandante di divisione l’ha definita come una ‘zona di morte.’ Chiunque vi entri viene colpito.”

Un ufficiale della Divisione 252 da poco congedato descrive la natura arbitraria di questo confine: “Per la divisione la zona di morte si estende fin dove un cecchino può vedere.” Ma il problema va al di là della geografia. “Lì stiamo uccidendo civili che poi vengono conteggiati come terroristi,” afferma. “Gli annunci del portavoce dell’IDF sul numero di vittime l’ha trasformata in una competizione tra unità. Se la Divisione 99 ha ucciso 150 (persone), quella successiva punta alle 200.”

Questi racconti di uccisioni indiscriminate e la sistematica classificazione di vittime civili come terroristi sono comparsi ripetutamente nelle conversazioni di Haaretz con reduci tornati di recente da Gaza.

“Chiamare noi stessi l’esercito più morale al mondo assolve i soldati che sanno esattamente quello che stiamo facendo,” dice un importante comandante della riserva che recentemente è tornato dal corridio Netzarim. “Ciò significa ignorare che per oltre un anno abbiamo agito in uno spazio senza legge in cui la vita umana non ha alcun valore. Sì, noi comandanti e combattenti stiamo partecipando alle atrocità che stanno avvenendo a Gaza. Ora chiunque deve affrontare questa realtà.”

Benché questo ufficiale non lamenti di essere stato mobilitato dopo il 7 ottobre (“Abbiamo iniziato una guerra giusta”), insiste sul fatto che l’opinione pubblica israeliana merita un quadro completo. “La gente deve sapere com’è realmente questa guerra, quali gravi azioni stanno commettendo alcuni comandanti e combattenti a Gaza. Devono conoscere le scene inumane a cui noi assistiamo.”

Haaretz ha raccolto testimonianze da soldati, ufficiali di carriera e riservisti in servizio che svelano il potere senza precedenti concesso ai comandanti. Poiché l’IDF combatte su vari fronti, i comandanti di divisione hanno ricevuto poteri molto estesi. In precedenza il bombardamento di edifici o gli attacchi aerei imponevano l’approvazione del capo di stato maggiore dell’IDF. Ora tali decisioni possono essere prese da ufficiali di rango inferiore.

“Ora i comandanti di divisione hanno un’autorità quasi illimitata nell’uso delle armi nelle zone di combattimento,” spiega un alto ufficiale della Divisione 252. “Un comandante di battaglione può ordinare attacchi con i droni e un comandante di divisione può lanciare operazioni di conquista.” Alcune fonti descrivono unità dell’IDF che agiscono come milizie indipendenti, senza i limiti delle usuali regole d’ingaggio militari.

Lo abbiamo messo in una gabbia”

La situazione caotica ha obbligato ripetutamente comandanti e combattenti ad affrontare gravi dilemmi morali. “L’ordine era chiaro: ‘Chiunque attraversi il ponte nel Corridoio (Netzarim) riceverà una pallottola in testa,” ricorda un reduce della Divisione 252.

“Una volta le guardie hanno fermato uno che si stava avvicinando da sud. Abbiamo risposto come se si trattasse di una massiccia incursione di miliziani. Abbiamo preso posizione e sparato. Sto parlando di decine di proiettili, forse di più. Per circa un minuto o due abbiamo continuato a sparare al corpo. Quelli attorno a me sparavano e ridevano.”

Ma l’incidente non è finito lì: “Ci siamo avvicinati al corpo coperto di sangue, lo abbiamo fotografato e abbiamo preso il telefono. Era solo un ragazzo, forse sedicenne.” Un ufficiale dell’intelligence ha raccolto gli elementi e ore dopo i soldati hanno saputo che il ragazzo non era un miliziano di Hamas, ma solo un civile.

“Quella sera il comandante del nostro battaglione si è congratulato con noi perché abbiamo ucciso un terrorista, dicendo di sperare che ne avremmo uccisi altri dieci l’indomani,” aggiunge il soldato. “Quando qualcuno ha fatto notare che era disarmato e sembrava un civile, tutti lo hanno zittito. Il comandante ha detto: ‘Chiunque attraversi la linea è un terrorista, senza eccezioni, non un civile. Chiunque è un terrorista.’ Ciò mi ha profondamente sconvolto, ho lasciato casa mia per dormire in un edificio infestato dai topi per questo? Per sparare a gente disarmata?”

Incidenti simili continuano ad emergere. Un ufficiale del comando della Divisione 252 ricorda quando il portavoce dell’IDF ha annunciato che le loro forze avevano ucciso 200 miliziani: “La procedura usuale richiede, quando possibile, di fotografare cadaveri e raccogliere dettagli, poi inviare le prove all’intelligence per verificare lo status dei miliziani o almeno confermare che sono stati uccisi dall’IDF,” spiega. “Di questi 200 caduti solo 10 sono stati confermati come operativi di Hamas. Eppure nessuno ha messo in discussione l’annuncio pubblico sull’uccisione di centinaia di miliziani.”

Un altro soldato racconta di aver visto quattro persone disarmate che camminavano normalmente individuate da un drone di sorveglianza. Nonostante chiaramente non sembrassero miliziani, un carrarmato è avanzato ed ha aperto il fuoco con la mitragliatrice. “Centinaia di proiettili,” ricorda. Tre sono morti sul colpo (“l’immagine mi perseguita”, dice), mentre il quarto è sopravvissuto ed ha alzato le mani in segno di resa.

“Lo abbiamo messo in una gabbia installata presso la nostra posizione, gli abbiamo tolto i vestiti e lo abbiamo lasciato lì,” racconta il soldato. “I militari che gli passavano vicino gli sputavano addosso. Era disgustoso. Alla fine è arrivato un interrogatore militare, gli ha fatto brevemente delle domande tenendo un fucile puntato alla testa, poi ha ordinato il suo rilascio.” L’uomo stava semplicemente cercando di raggiungere i suoi zii nel nord di Gaza. “In seguito gli ufficiali ci hanno lodati per aver ucciso ‘terroristi’. Non sono riuscito a capire a cosa si riferissero,” afferma il combattente.

Dopo un giorno o due i cadaveri sono stati sepolti nella sabbia da un bulldozer. “Non so se qualcuno ricorda che sono lì. La gente non capisce, questo non uccide solo arabi, uccide anche noi. Se sarò richiamato a Gaza non penso che ci andrò.”

In un altro incidente posti di osservazione hanno individuato persone che camminavano verso il Wadi Gaza, una zona definita come vietata. Un drone ha rilevato che portavano una bandiera bianca e camminavano con le mani alzate. Il vice comandante del battaglione ha ordinato ai soldati di sparare per ucciderli. Quando un capitano ha protestato, sottolineando che avevano la bandiera bianca e suggerendo che potevano essere ostaggi, è stato zittito: “Non so cosa sia una bandiera bianca, sparate per uccidere,” ha insistito il vice-comandante, un riservista della Brigata 5. Le due persone alla fine sono tornate verso sud, ma il capitano che aveva protestato è stato criticato in quanto codardo.

Questi confini invisibili a nord e a sud del Corridoio compaiono spesso nelle testimonianze. Persino soldati che presidiano posizioni per imboscate dicono che non sempre era chiaro dove fossero tracciate queste linee: “Chiunque si avvicini, indipendentemente da dove si sia deciso che la linea si trovi in quel momento, è considerato una minaccia, senza che fosse necessario avere un permesso per sparare.”

Questo criterio non è limitato alla Divisione 252. Un riservista della Divisione 99 racconta di aver visto il segnale video di un drone che mostrava “un adulto e due bambini che attraversavano la linea proibita: “Stavano camminando disarmati, sembrava che cercassero qualcosa. Li tenevamo sotto stretta sorveglianza con il drone e con le armi puntate verso di loro, non potevano fare niente,” afferma. “Improvvisamente abbiamo sentito una potente esplosione. Un elicottero da combattimento gli aveva lanciato contro un missile. Chi pensa che sia legittimo sparare un missile contro dei bambini? E perché un elicottero? È pura malvagità.”

La maggior parte degli intervistati afferma che inizialmente l’aeronautica ha agito come freno, soprattutto riguardo agli attacchi con i droni. Si rifiutava di attaccare obiettivi non confermati, zone popolate e rifugi umanitari. Tuttavia queste precauzioni con il tempo sono state ridotte: “La forza aerea quasi non discute più niente, anche i loro meccanismi di sicurezza sono saltati,” afferma un capitano.

La Divisione 252 ha trovato il modo di aggirare la supervisione dell’aereonautica usando una “parola magica”, la “procedura lampo”, spiega un ufficiale che conosce bene le operazioni. Destinata a forze sotto attacco o che stanno evacuando vittime, garantisce un attacco aereo entro 30 minuti senza necessità di approvazione. Ogni ufficiale dal comando di battaglione in su la può invocare: “Quando per varie ragioni le richieste di colpire vengono rifiutate, il brigadiere generale Yehuda Vach ci dice di usare la “procedura lampo,” afferma l’ufficiale.

Selvaggio West con steroidi

Vach, 45 anni e nato nella colonia di Kiryat Arba [una delle prime e più estremiste, ndt.] in Cisgiordania, si è formato nelle unità militari d’élite prima di diventare comandante della scuola di addestramento degli ufficiali dell’IDF. Promosso a brigadiere generale la scorsa estate, ha preso il comando della Divisione 252. Il suo primo discorso ai comandanti di un avamposto del Corridoio è stato molto significativo:

“La sua visione del mondo e le sue posizioni politiche hanno chiaramente guidato le sue decisioni operative,” ricorda un importante ufficiale che era presente. Un altro ufficiale lo descrive come un “piccolo Napoleone” inadatto a comandare una divisione: “Il ruolo richiede discernimento… ci siamo immediatamente resi conto che non ne aveva, ma non abbiamo capito quanto poco ne avesse.”

Secondo un altro ufficiale, giorni dopo Vach ha dichiarato che “non ci sono innocenti a Gaza”. Mentre tali opinioni sono comuni tra i soldati, nel caso di Vach “non si trattava solo di un’opinione, è diventata la dottrina operativa: chiunque è un terrorista.” Ha detto ai suoi comandanti che “in Medio Oriente, la vittoria arriva attraverso la conquista di un territorio. Dobbiamo continuare a conquistare finché vinciamo.”

Sotto il comando di Vach l’atmosfera da Selvaggio West si è intensificata. La frontiera della “zona della morte” ha continuato a spostarsi, “oggi 500 metri qui, domani 500 metri là,” dice un soldato. Mentre anche altre unità hanno violato le regole, secondo gli ufficiali Vach è andato oltre.

Uno dei concetti che ha introdotto è stato dichiarare chiunque entrasse nella zona della morte un terrorista in avanscoperta: “Ogni donna è un esploratore o un uomo travestito,” spiega un ufficiale. “Vach ha persino deciso che chiunque andasse in bicicletta poteva essere ucciso, sostenendo che i ciclisti erano collaboratori dei terroristi.”

La sua iniziativa individuale di obbligare la popolazione del nord di Gaza a spostarsi verso sud non aveva l’autorizzazione ufficiale. “Abbiamo cercato ordini operativi ma non li abbiamo trovati,” dice un ufficiale del comando. “Alla fine lo hanno bloccato.”

Dopo le notizie sulla morte del leader di Hamas Yahya Sinwar, durante una riunione del comando Vach ha condiviso fantasie sconcertanti riguardo alla mutilazione e profanazione del cadavere: “Come avrebbero dovuto denudarlo, metterlo nella piazza della città, fare a pezzi il cadavere e lavarlo in acqua di scarico. Ha cercato di spiegare come tagliare e smembrare il corpo,” ricorda un ufficiale. “Non era uno scherzo, si trattava di un incontro ufficiale. I suoi comandanti sono rimasti in un silenzio, scioccati.”

Il personale della divisione ha chiesto ripetutamente un intervento del capo del comando meridionale, il generale Yaron Finkelman, riguardo alla condotta di Vach, ma sembrava che Vach non riconoscesse neppure l’autorità di Finkelman.

All’inizio di novembre la divisione di Vach ha lasciato il Corridoio, sostituita dalla Divisione 99. Prima che il loro turno finale terminasse, gli ufficiali hanno chiesto spiegazioni della sua “zona della morte” non autorizzata e di altre azioni: “Non ha precedenti fare una guerra in cui chiunque fa quello che vuole nel proprio settore. Sono state iniziate operazioni senza i dovuti ordini o le procedure corrette, solo perché lo ha deciso Vach,” dice un altro ufficiale che era presente.

Vach era ossessionato da un’“immagine di vittoria”, non di Israele ma la sua. Pensava che svuotare il nord di Gaza dai palestinesi sarebbe stato il suo trionfo. “Non abbiamo raggiunto l’obiettivo,” ha ammesso a dicembre. Il suo tentativo di cacciare 250.000 abitanti legati alle proprie case è in buona misura fallito, solo qualche centinaio è passato a sud.

Ha detto agli ufficiali che i palestinesi devono perdere terreno per imparare dal massacro di Hamas del 7 ottobre: “Prima ha parlato di espellere tutti a sud, pensando che avrebbe messo in atto da solo il Piano dei Generali [progetto ideato da alcuni generali israeliani per svuotare il nord di Gaza, ndt.],” ricorda un comandante. Quando ciò si è dimostrato impossibile, ha cercato alternative. Nessuna si è concretizzata. È previsto che a marzo Vach ritorni con la Divisione 252 lungo il Corridoio Netzarim.

Giovedì l’IDF ha negato le affermazioni attribuite a Vach, sostenendo che l’esercito “ha operato per vari mesi lungo la zona del Corridoio (Netzarim) nel centro di Gaza contro l’organizzazione terroristica Hamas, compiendo intense attività operative. Ogni attività e operazione delle forze dell’IDF a Gaza, compreso il Corridoio Netzarim, viene realizzata in accordo con le procedure definite dal comando, con piani approvati e ordini operativi stabiliti dai più alti livelli di comando.

Ogni attacco nell’area viene condotto in conformità con i protocolli richiesti, compreso il fatto di prendere di mira obiettivi che vengono colpiti in un breve lasso di tempo in base a circostanze operative,” continua l’IDF.

L’esercito aggiunge che “gli attacchi hanno preso di mira solo obiettivi militari e prima che gli attacchi vengano effettuati si seguono molti passaggi per minimizzare danni a non-combattenti.” L’IDF afferma anche che incidenti sospetti di violazione degli ordini dell’IDF e delle linee guida etiche sono indagati e affrontati.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)