I caschi blu dell’ONU rimuovono le bandiere israeliane nella zona cuscinetto delle Alture del Golan in Siria

  1. Redazione di MEMO

17 dicembre 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che martedì l’ONU ha ribadito che l’esercito israeliano continua ad essere presente nella zona cuscinetto delle alture del Golan in Siria e ha riferito che le bandiere israeliane nell’area di separazione sono state rimosse dai caschi blu.

Il portavoce Stephane Dujarric ha affermato in una conferenza stampa che “i nostri colleghi caschi blu nelle Alture del Golan, UN Disengagement Observer Force (UNDOF) [Forza di osservazione del disimpegno], continuano a implementare il loro mandato di osservare e riferire dalle loro posizioni situate ovunque nell’area di separazione.”

Affermando che la presenza dell’esercito israeliano “nella sua (dell’UNDOF) area di operazioni ha avuto un impatto grave sui caschi blu,” ha segnalato che “la libertà di movimento e la capacità di condurre le attività operative, logistiche ed amministrative” della missione di pace “rimangono gravemente limitate.”

Nel contesto corrente, l’UNDOF era solito condurre approssimativamente da 55 a 60 compiti operativi e attività logistiche giornaliere. Al momento è ridotto a tre fino a cinque movimenti logistici essenziali al giorno, limitando così significativamente le sue operazioni,” ha affermato.

Ha anche evidenziato l’importanza di permettere ai caschi blu di portare avanti “i compiti dei loro mandati senza impedimenti ed in modo sicuro.”

Secondo l’UNDOF, l’esercito israeliano è entrato nell’area di separazione, dispiegando truppe in molteplici “posizioni chiave” incluse il monte Hermon e “Tank Hill” [Collina dei Carrarmati] ad est della linea Bravo, ha affermato, aggiungendo che “la missione ha anche osservato i movimenti dell’IDF (l’esercito israeliano) e le costruzioni in quattro punti dell’area del monte Hermon.

L’UNDOF ha anche osservato bandiere israeliane in tre posizioni dentro l’area di separazione: tutte le bandiere israeliane sono state rimosse dopo una protesta dei funzionari UNDOF” ha affermato.

Ha detto che la missione ha ribadito la sua richiesta a tutte le parti coinvolte di aderire all’accordo di disimpegno del 1974 e di mantenere in essere il cessate il fuoco.

L’accordo di disimpegno ha definito i confini di una zona cuscinetto e una area demilitarizzata. È monitorata dall’UNDOF, in quanto ha il compito di mantenere il cessate il fuoco tra Israele e Siria dopo la guerra in Medio Oriente del 1973.

Violando palesemente la sovranità siriana, in seguito alla caduta del regime di Bashar Assad ad opera delle truppe ribelli negli ultimi giorni Israele ha intensificato gli attacchi aerei in tutta la Siria puntando a siti militari.

Israele ha anche dichiarato la fine dell’accordo del 1974 che ha stabilito una zona cuscinetto demilitarizzata sulle Alture del Golan occupate da Israele. Da allora l’esercito israeliano ha dispiegato forze nella zona cuscinetto, una mossa condannata dall’ONU e da molte Nazioni arabe.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un rapporto rivela che i soldati israeliani commettono sistematicamente violenze sui palestinesi a Hebron

Oren Ziv

9 dicembre 2024 – +972magazine

Frustati con una cintura, colpiti all’inguine, minacciati di stupro: i palestinesi riferiscono uno schema ricorrente di attacchi arbitrari nella città della Cisgiordania quest’anno.

Arresti casuali, violenza e umiliazione da parte di soldati israeliani senza motivo: questa negli ultimi mesi è la vita quotidiana dei palestinesi nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione per i diritti umani B’Tselem e pubblicate la scorsa settimana in un nuovo rapporto.

Mentre la maggior parte della resistenza armata in Cisgiordania è concentrata nelle città settentrionali di Jenin, Tulkarem e Nablus, i soldati israeliani sembrano aver deciso che, dopo il 7 ottobre, tutti i palestinesi siano sostenitori di Hamas, e nessuno innocente.

“Sembra che i palestinesi residenti a Hebron possano in ogni momento essere fatti vittime di violenze brutali, inflitte loro mentre sbrigano le loro faccende quotidiane”, spiega il rapporto. “Queste vittime sono state scelte casualmente, senza alcun rapporto con le loro azioni”.

Nessuno dei 25 palestinesi che hanno rilasciato la propria testimonianza a B’Tselem aveva preso parte ad azioni violente, né si era unito a proteste non-violente. Soltanto due tra di loro erano stati effettivamente arrestati e portati via, in strutture militari, ed entrambi sono stati in seguito rilasciati senza che alcuna accusa venisse formulata. Gli altri 23 sono stati liberati dopo che le violenze sono terminate.

In diversi casi i soldati hanno ispezionato i cellulari dei palestinesi alla ricerca di “prove” del loro sostegno ad Hamas: “Un’immagine ‘sospetta’ o segni di aver seguito aggiornamenti su Gaza … sono stati sufficienti a giustificare il trasferimento a una delle postazioni militari disseminate in tutta Hebron e ore di violenze fisiche e mentali, sotto la minaccia delle armi, ammanettati e bendati” osserva il rapporto.

Con più di 200.000 residenti, Hebron è la città palestinese più popolosa in Cisgiordania nonché l’unica che ospita al suo interno coloni israeliani: circa 900 coloni vivono sotto la protezione di circa 1.000 soldati israeliani.

L’incremento nelle vessazioni e violenze contro i palestinesi a Hebron non è un fenomeno isolato. Dal 7 ottobre in Cisgiordania l’esercito israeliano ha ucciso più di 730 palestinesi, in parte a causa del significativo ricorso alle forze aeree nella zona per la prima volta dalla fine della Seconda Intifada, circa 20 anni fa. Contemporaneamente i coloni israeliani con l’aiuto dell’esercito hanno sottoposto a pulizia etnica più di 50 comunità rurali palestinesi.

I fatti oggetto dell’indagine dei ricercatori di B’Tselem hanno avuto luogo nella zona centrale di Hebron tra maggio e agosto di quest’anno. Quasi tutte le vittime sono giovani uomini. Il gran numero di testimonianze, la presenza di diversi soldati nella maggior parte degli episodi e il fatto che essi abbiano a volte avuto luogo all’interno di strutture militari sono tutti fattori che suggeriscono che gli arresti casuali e la violenza possano essere la politica non ufficiale dell’esercito nella città.

Il soldato ha chiesto se mi piacesse Hamas e poi mi ha colpito ai testicoli’

Hisham Abu Is’ifan, 54 anni, sei figli, residente nel quartiere Wadi Al-Hassin di Hebron, stava andando a svolgere il suo lavoro di impiegato presso il Ministero dell’Istruzione quando è stato fermato e attaccato dai soldati il 12 giugno.

“[Un soldato] si è avvicinato e mi ha spinto, poi mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità e il telefono”, testimonia Abu Is’ifan a B’Tselem. “Prima che potessi dargli il telefono, mi ha afferrato per la nuca e mi ha spinto a terra. La schiena mi faceva molto male e ho urlato… Poiché continuavo a urlare per il dolore, il soldato si è seduto su di me schiacciandomi il petto con le ginocchia fino a quando ho sentito di non poter più respirare per il dolore”.

Yasser Abu Markhiyeh, 52 anni, 4 figli, residente nel quartiere di Tel Rumeida, è stato sottoposto a violenze a un posto di blocco a Hebron il 14 di luglio a causa di ciò che i soldati hanno trovato sul suo cellulare. “Quando l’ho raggiunto, [il soldato] mi ha ordinato di dargli la mia carta d’identità”, racconta. “L’ho fatto, e lui mi ha detto di sbloccare il telefono e darglielo. L’ho sentito parlare con qualcuno via radio e fare il mio nome.

Dopo circa cinque minuti, quattro soldati sono arrivati al posto di blocco”, continua Abu Markhiyeh. “Uno di loro mi ha parlato in arabo e mi ha accusato di aver contattato Al Jazeera e calunniato l’esercito israeliano. Gli ho risposto che tre settimane prima io avevo in effetti riferito ad Al Jazeera di essere stato attaccato dai soldati il 22 di giugno… Allora mi ha legato le mani dietro la schiena con fascette serracavi, stringendole molto. Due soldati mi hanno assalito e hanno cominciato a picchiarmi, anche ai testicoli, per diversi minuti”.

Mahmoud ‘Alaa Ghanem, un diciottenne che vive nella città di Dura, nel distretto di Hebron è stato attaccato dai soldati a Hebron l’8 luglio. Come per Abu Markhiyeh, anche il suo cellulare è stato ispezionato dai soldati. Quando hanno aperto l’account Instagram di Ghanem hanno trovato un meme raffigurante un soldato israeliano intento a salvare bambini il 7 ottobre con la scritta “Photoshop”, una derisione dell’evidente incapacità dell’esercito di contrastare l’attacco di Hamas quel giorno.

“Mi ha chiesto di quell’immagine, e io ho detto che era solo un’immagine”, riferisce Ghanem a B’Tselem. “Ha detto ‘Te lo diamo noi Photoshop’”.

Dopo alcuni minuti, Ghanem è stato messo sul pavimento di una jeep e portato via. “Uno dei soldati mi ha preso per i capelli e mi ha sbattuto la faccia contro il portellone posteriore, tre volte di fila”, dice. “Ho sentito che la mia bocca e il mio naso sanguinavano. Il soldato mi ha chiesto, ‘Ti piace Hamas?’ Ho detto di no e lui mi ha afferrato per il braccio, me l’ha girato attorno al collo e mi ha strangolato… Due soldati hanno cominciato a schiaffeggiarmi e chiedermi di nuovo ‘Ti piace Hamas?’ Ho di nuovo detto di no, e poi uno di loro mi ha colpito con forza ai testicoli. Ho urlato per il dolore, e poi lui mi ha colpito di nuovo nello stesso punto, più forte. Li ho supplicati in nome di Dio di smettere di colpirmi”.

Ci hanno frustati con una cintura su tutto il corpo’

Alcune delle testimonianze descrivono violenze fisiche che vanno al di là dei pestaggi. “Uno dei soldati è venuto da me e ha messo la sua sigaretta sulla mia gamba destra”, riferisce a B’Tselem Muhammad A-Natsheh, ventiduenne di Tel Rumeida che è stato fermato il 14 luglio. “L’ha spenta lentamente, in modo che facesse più male. Uno di loro ha chiesto: ‘Fa male?’ Quando ho detto di sì, mi ha dato un pugno alla nuca, è salito in piedi sulle mie gambe e le ha schiacciate con forza”.

Continua A-Natsheh: “Uno di loro ha preso una sedia da ufficio e l’ha messa sulle mie gambe. Di quando in quando ci si sedeva, cosa molto dolorosa. Hanno continuato a insultarmi per tutto il tempo, uno di loro mi ha anche sputato addosso. É continuato per circa un’ora, poi uno dei soldati mi ha detto in arabo: ‘Ti stupreremo’. Uno di loro mi ha afferrato la testa e un altro soldato cercava di farmi aprire la bocca e spingervi dentro un oggetto di gomma, ce l’ho messa tutta per non aprire la bocca. Ho sentito uno di loro che diceva in ebraico: ‘Filmalo, filmalo’”.

“Poi è arrivato un soldato che parlava arabo”, ricorda. “È venuto da me e mi ha ordinato di alzarmi in piedi, ma non ci riuscivo. Mi ha preso per il collo, mi ha sollevato e mi ha fatto stare in piedi faccia al muro, e poi con le mani ha cominciato a spingermi la testa a destra e a sinistra con violenza, dicendo ‘Se ti vedo di nuovo in questo posto ti violento e ti uccido. Farò lo stesso a chiunque io veda qui’.

Il fenomeno dei soldati che registrano le violenze con i propri telefoni per poi condividerli è stato riferito da diverse testimonianze. “I soldati hanno portato del ghiaccio e me l’hanno messo nelle mutande”, racconta a B’Tselem Qutaybah Abu Ramileh, venticinquenne del quartiere di Al-Salayma, fermato l’8 luglio insieme al fratello Yazan, 22 anni. “Dopo, mio fratello Yazan mi ha detto che hanno fatto lo stesso a lui. Hanno anche versato qualche alcolico sui nostri vestiti. Ho sentito un soldato parlare a una ragazza al telefono. Credo fosse una videochiamata. Ridevano e si prendevano gioco di noi”.

“Uno dei soldati ci ha presi a calci in testa e in faccia mentre malediceva noi e le nostre madri”, ha continuato. “Poi all’improvviso ho sentito provenire dall’alto il suono di una cintura in cuoio, e uno di loro ha cominciato a frustarci con la cintura sulle nostre teste e su tutto il corpo… I soldati hanno calpestato i nostri piedi (nudi). Le frustate con la cintura sono continuate per almeno tre minuti, poi i soldati hanno portato un secchio e me lo hanno messo in testa. Più tardi ho capito che ne avevano messo uno anche a Yazan. Hanno cominciato a giocare con una palla o qualcosa di simile, e la tiravano contro il secchio sulla mia testa. Quando la palla colpiva il secchio faceva male. Era difficile respirare e mi sembrava di soffocare”.

Come in diversi video usciti da Gaza negli ultimi mesi, la violenza sui palestinesi da parte dei soldati a Hebron è spesso accompagnata dall’ingiunzione ai trattenuti di condannare Hamas. Mu’tasem Da’an, giornalista, 46 anni, 8 figli, del quartiere di Wadi A-Nasara, è stato fermato il 28 luglio e gli è stato ordinato di sbloccare il telefono.

“Hanno cercato un po’ e hanno trovato contenuti relativi alla guerra a Gaza”, ha raccontato. “I soldati mi hanno bendato e mi hanno portato a piedi per circa 250 metri alla base militare vicino al cancello meridionale della colonia di Kiryat Arba… Hanno cantato canzoni in ebraico che parlano di vendetta contro Hamas, elogiano Israele e inneggiano all’uccisione di donne e bambini. Ci hanno fatto ripetere le parole e maledire i palestinesi. Capisco l’ebraico molto bene”.

Anche se la maggior parte delle vittime sono uomini, tra coloro che hanno rilasciato a B’Tselem la propria testimonianza ci sono anche alcune donne. ‘Abir Id’es-Jaber, 33 anni, 4 figli, del quartiere di Al-Manshar, è stata attaccata insieme a suo marito il 21 agosto, mentre erano nella loro auto.

“I soldati ci hanno ordinato di andarcene”, ha detto. “Mio marito ha fatto manovra, e i soldati ci stavano ancora circondando. Uno di loro mi ha guardata e mi ha fatto l’occhiolino. Mi ha fatto un sorriso beffardo e poi l’ho visto togliere la sicura a una granata stordente e gettarla tra le mie gambe. Ho spinto via la granata ed è caduta sotto il sedile. Ho gridato ‘Granata! Granata!’ e mi sono riparata dall’altra parte. (Mio marito) si era voltato verso di me quando ho gridato, quindi la granata gli è scoppiata sotto al viso. È svenuto. Grazie a Dio, l’auto si è fermata da sola”.

In risposta alla richiesta di commento da parte di +972, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato di non essere a conoscenza di nessuno dei casi riportati eccetto quello riguardante Abu Markhiyeh. “L’esercito tratta i trattenuti in conformità con il diritto internazionale e agisce per investigare e gestire episodi eccezionali che esulano dagli ordini”, recita la dichiarazione. “Nei casi in cui ci sia il sospetto di un reato penale che giustifica l’apertura di un’inchiesta, viene lanciata un’indagine penale militare e alla sua conclusione le risultanze sono sottoposte all’esame della Procura Generale militare”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il vero motivo per cui un ex capo dell’esercito israeliano denuncia la pulizia etnica a Gaza

Meron Rapoport

5 dicembre 2024 – +972 magazine

Poco preoccupato del dramma dei palestinesi, Moshe Ya’alon teme l’impatto della rivoluzione antidemocratica di Netanyahu sulle istituzioni militari.

Domenica primo dicembre l’emittente israeliana Channel 12 ha trasmesso un’intervista con Moshe “Bogie” Ya’alon, ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano e poi ministro della Difesa. In uno scambio illuminante Ya’alon ha insistito nel definire “pulizia etnica” le azioni di Israele a Gaza, sostenendo che i mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia sono totalmente giustificati e ha affermato che lui stesso “da lungo tempo” li avrebbe emessi contro il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e forse persino contro il primo ministro Benjamin Netanyahu. 

Per l’intervistatore Yaron Abraham ciò è stato totalmente inaspettato: sembrava prendere sul personale che Ya’alon non avesse intenzione di ripetere il solito mantra israeliano secondo cui “le FDI sono l’esercito più morale del mondo.”

Non c’è dubbio che tali affermazioni abbiano un peso particolare arrivando da chi continua a identificarsi come di destra, che una volta ha infangato i membri dell’ong di sinistra Breaking the Silence chiamandoli “traditori” e che, quando era a capo del Direttorato dell’Intelligence militare, ha sostenuto la tesi che si dovesse addossare la colpa della Seconda Intifada al leader dell’OLP Yasser Arafat. Dissentire da Ya’alon sul fatto che Israele stia attuando una pulizia etnica nella Striscia di Gaza, un atto che chiaramente costituisce un crimine di guerra, richiede una combinazione unica di sfrontatezza e audacia.

Di primo acchito uno potrebbe pensare che Ya’alon stia criticando la pulizia etnica perché la considera un’ingiustizia morale, tuttavia il vero motivo dietro le sue affermazioni sembra emergere verso la fine dell’intervista. 

[Israele] non è più definito una democrazia, né il suo sistema giudiziario è indipendente,” ha detto. “Stiamo passando da uno Stato ebraico liberale, democratico, nello spirito della Dichiarazione di Indipendenza, a una dittatura messianica, razzista, corrotta e malata. Dimostratemi che ho torto.” In altre parole Ya’alon non è preoccupato per i palestinesi, costretti dall’esercito israeliano a lasciare le proprie case in massa, ma per il futuro di Israele quale Stato “ebraico e democratico”.

Tali affermazioni sono particolarmente interessanti perché Ya’alon è stato una delle figure prominenti del movimento di protesta contro l’attacco al sistema giudiziario di Netanyahu in cui il “blocco anti-occupazione” non è riuscito a convincere i leader del movimento che non poteva esserci una vera democrazia finché fosse durata l’occupazione. Quello che Ya’alon sta effettivamente dicendo ora è: senza democrazia ci sarà una pulizia etnica? La sua conclusione quindi è: c’è un legame diretto fra la riforma del sistema giudiziario, lo smantellamento delle istituzioni democratiche dello Stato “ebraico e democratico” che gli è caro e la pulizia etnica e i crimini di guerra che Israele sta commettendo a Gaza?

 

Ciò che rafforza questo collegamento è il fatto che la pulizia etnica che si sta attuando a Gaza va di pari passo con l’intensificarsi da parte del governo di estrema destra della sua crociata contro le libertà civili e le istituzioni dello Stato. Alla fine di novembre la Knesset ha presentato una legge che faciliterà significativamente l’esclusione di candidati e liste dalla corsa in parlamento a causa del “sostegno al terrorismo”; tale legge mira chiaramente ad eliminare dalla Knesset i partiti palestinesi, privando quindi di significato le elezioni stesse e in pratica eliminando per sempre la possibilità che la destra perda. 

Anche i media sono sotto attacco: il governo sta presentando delle leggi per chiudere le emittenti radiotelevisive pubbliche e boicottando il quotidiano Haaretz per “i numerosi articoli che hanno danneggiato la legittimità di Israele nel mondo e il suo diritto all’autodifesa,” nelle parole del ministro delle Comunicazioni Shlomo Karh.

Ironicamente un altro bersaglio importante dell’attacco è proprio il sistema da cui proviene Ya’alon: le alte sfere della difesa. Nel video di nove minuti seguito all’arresto di Eli Feldstein, collaboratore e portavoce di Netanyahu sospettato di una fuga di documenti militari classificati per influenzare l’opinione pubblica israeliana, il primo ministro dipinge l’esercito, lo Shin Bet, la polizia e in misura minore il Mossad, come un altro “fronte” che egli è costretto a superare.

Su Channel 14, la principale rete di propaganda a favore di Netanyahu, varie agenzie di sicurezza sono incolpate non solo dei fallimenti del 7 ottobre, ma sono anche dipinte come responsabili di minare sistematicamente il raggiungimento della “vittoria totale” a Gaza. Questo attacco va oltre la retorica: misure come la “legge Feldstein” che darebbe l’immunità a chi passasse documenti classificati dall’esercito al primo ministro e la legge per trasferire il controllo dell’intelligence dall’esercito all’Ufficio del Primo ministro, entrambe passate in prima lettura alla Knesset, mirano a creare un apparato personale di intelligence per il Primo ministro che aggirerebbe esercito e Shin Bet. 

Lo smantellamento dell’establishment della difesa sta diventando una realtà tangibile.

Una guerra sempre più impopolare

Come in tutti i regimi populisti queste azioni sono giustificate quali passi necessari per mettere in pratica il mandato presumibilmente dato a Netanyahu e al suo governo dal “popolo,” mentre i suoi oppositori nell’esercito, nello Shin Bet, fra i pubblici ministeri o nei media sono descritti come un’élite che cerca di mantenere il proprio potere in modo non democratico contro il volere del popolo. Con un’assurda inversione delle parti la minoranza palestinese è descritta come se stesse dalla parte delle élite che sarebbero interessate ai diritti dei palestinesi a spese dei diritti del “popolo ebraico.”

È interessante che i commenti di Ya’alon sulla guerra a Gaza siano sempre più allineati con l’opinione dell’opinione pubblica in Israele, dove i sondaggi indicano che ora il governo rappresenta solo una piccola minoranza. Un sondaggio di Channel 12 pubblicato lo scorso weekend ha rilevato che il 71% del pubblico sostiene un accordo per gli ostaggi e la fine della guerra a Gaza, mentre solo il 15% è a favore della sua continuazione.

La decisione di mandare soldati in una guerra in cui potrebbero perdere la vita, specialmente quando prestano servizio in un esercito di leva, sta al centro del contratto sociale fra un governo e i suoi cittadini: il governo dovrebbe garantire ai cittadini il benessere, proteggere i loro diritti e difenderli; in cambio da loro ci si aspetta che rischino volontariamente le proprie vite per lo Stato. Perciò prima di andare in guerra ci si aspetta che un governo democratico si garantisca un ampio consenso.

Dopo il 7 ottobre c’è stato un consenso schiacciante a favore della guerra a Gaza. Similmente l’azione militare in Libano ha incontrato poca opposizione presso gli israeliani. Ma ora, dopo 14 mesi di guerra, con l’ottenimento di un cessate il fuoco al nord, gli ostaggi che muoiono uno dopo l’altro e i soldati che continuano a perdere la vita nonostante in teoria Hamas sia stato pressoché “eliminato”, i sondaggi mostrano che la maggioranza degli israeliani crede che la guerra a Gaza continui solo per gli interessi di Netanyahu e del suo governo.

Il piano palese della destra messianica è incentrato sul ritorno delle colonie come obiettivo ultimo della guerra. Ciò non fa altro che approfondire il divario, poiché c’è una grossa differenza fra morire in guerra contro Hamas, che ha attuato il massacro del 7 ottobre, e morire in una guerra che mira a ristabilire il blocco di colonie di Gush Katif smantellato dal “disimpegno” del 2005. Il fatto che personaggi come il ministro per gli Alloggi Yitzhak Goldknopf, leader ultraortodosso che non manda i propri figli a combattere nelle guerre di Israele, sventoli mappe di colonie insieme all’attivista per le colonie di estrema destra Daniella Weiss non fa che aggravare la crescente illegittimità della guerra agli occhi di ampi settori dell’opinione pubblica.

Questo crescente “deficit democratico” fra la gente e il governo può spiegare il rinnovato attacco di quest’ultimo alla democrazia e alle istituzioni statali. È come se il governo improvvisamente si rendesse conto che condurre una guerra impopolare sia difficile in una società dove l’esercito conta sulla leva obbligatoria e sui riservisti e così decidesse di smantellare ciò che rimane della democrazia.

E quindi perché non spogliare di ogni significato le elezioni escludendo dall’arena politica la minoranza palestinese? Perché non schiacciare i media e coltivare fedeli emittenti di propaganda come Channel 14 per eliminare totalmente dal dibattito ogni critica della popolazione alla guerra? Come ogni regime totalitario il governo di Netanyahu capisce l’assoluto bisogno di avere il monopolio sulla diffusione dell’informazione.

Tali azioni mirano a concedere a Netanyahu e al suo governo un controllo diretto sugli apparati militari e della sicurezza che fanno parte della stessa dinamica. Ronen Bar, a capo dello Shin Bet, è tenuto d’occhio, come lo sono i leader militari al vertice. Il governo sembra credere che ottenendo il controllo diretto sugli strumenti della forza si possa continuare la guerra a Gaza, attuare la pulizia etnica e i reinsediamenti con il sostegno anche solo del 30% dei cittadini.

Consciamente o no, Ya’alon si è schierato fermamente proprio contro questa decisione: lo smantellamento della democrazia per permettere a Smotrich e Ben Gvir di di ottenere quello che loro chiamano lo “sfoltimento” della popolazione palestinese a Gaza. E si può credere a Ben Gvir quando dice che Netanyahu, che in passato era stato più cauto su tali palesi crimini di guerra, ora sta “mostrando una certa apertura” verso l’idea di incoraggiare i palestinesi a “emigrare volontariamente.” 

Non c’è bisogno di dipingere Ya’alon come il paladino di democrazia e moralità o come un difensore dei diritti dei palestinesi. Infatti possiamo inquadrarlo per le sue recenti dichiarazioni nel contesto della sua leadership militare. Come ha argomentato il sociologo israeliano Lev Grinberg, i militari dipendono da una chiara divisione tra la “democrazia israeliana” entro la Linea Verde e l’occupazione al di là da essa. L’attacco di Netanyahu contro le istituzioni democratiche offusca questo confine e così facendo mina la legittimità dell’esercito a continuare la sua sfacciata e non democratica soppressione dei palestinesi.

Una completa rioccupazione militare di Gaza, la pulizia etnica dei palestinesi e il reinsediamento delle colonie cancellano totalmente questo confine ed ecco perché Ya’alon si oppone a queste manovre. Egli non affronta il collegamento diretto tra la pulizia etnica del 1948 e quella del 2024 e ci sono dubbi che lo farà mai in un futuro immediato. Tuttavia per un ex ministro della difesa ed ex capo di stato maggiore diventare un deciso oppositore non solo della rivoluzione antidemocratica di Netanyahu, ma anche della pulizia etnica dell’esercito a Gaza, è un progresso interessante.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Una imponente banca dati di prove, compilata da uno storico, documenta i crimini di guerra israeliani a Gaza

Nir Hasson

5 dicembre 2024 – Haaretz

Una donna con un bambino colpita mentre sventola una bandiera bianca ■ Ragazze ridotte alla fame morte stritolate mentre fanno la coda per il pane ■ Un sessantaduenne ammanettato investito, a quanto pare, da un carrarmato ■ Un attacco aereo prende di mira persone che cercano di aiutare un ragazzino ferito ■ Una banca dati di migliaia di video, foto, testimonianze, rapporti e indagini documenta gli orrori commessi da Israele a Gaza

La nota 379 del documento molto esteso e attentamente analizzato che lo storico Lee Mordechai ha redatto contiene il link a un video. Le immagini mostrano un grosso cane che rosicchia qualcosa tra gli arbusti. “Guarda guarda, ha preso il terrorista, il terrorista se n’è andato, andato in entrambi i sensi,” dice il soldato che ha filmato il cane che mangia un corpo umano. Dopo qualche secondo il soldato alza la cinepresa e aggiunge: “Ma che splendida vista, che splendido tramonto. Un sole rosso sta tramontando sulla Striscia di Gaza. Decisamente un bel tramonto.”

Il rapporto che il dottor Mordechai ha raccolto in rete, “Bearing Witness to the Israel-Gaza War” [Testimoniare la guerra tra Israele e Gaza. Link: https://witnessing-the-gaza-war.com/wp-content/uploads/2024/12/Bearing-witness-to-the-Israel-Gaza-War-v6.5.5-5.12.24.pdf], costituisce la documentazione più metodica e dettagliata in ebraico (c’è anche una traduzione in inglese) dei crimini di guerra che Israele sta perpetrando a Gaza. È uno scioccante atto d’accusa che comprende migliaia di voci riguardanti la guerra, le azioni del governo, dei media, dell’esercito israeliano e della società israeliana in generale. La traduzione in inglese della settima, e finora ultima, versione del testo, è lunga 124 pagine e contiene oltre 1.400 note riguardanti migliaia di fonti, comprese testimonianze dirette, riprese video, materiale investigativo, articoli e fotografie.

Per esempio ci sono link a testi e altre testimonianze che descrivono azioni attribuite ai soldati israeliani che sono stati visti “sparare contro civili che sventolavano una bandiera bianca, oltraggiare persone, prigionieri e cadaveri, danneggiare o distruggere allegramente case, strutture di vario genere e istituzioni, luoghi religiosi e saccheggiare beni privati, così come sparare a casaccio con le loro armi, colpire animali domestici, distruggere beni privati, bruciando libri all’interno di biblioteche, deturpare simboli palestinesi e islamici (bruciando anche il Corano e trasformando moschee in mense).”

Un link porta i lettori al video di un soldato a Gaza che sventola un grande cartello preso dal negozio di un barbiere nella città di Yehud, nella zona centrale di Israele, con corpi sparsi lì attorno. Altri link sono tratti da riprese di soldati schierati a Gaza che leggono il Libro di Ester, come si è soliti fare il giorno di Purim, ma ogni volta che viene proferito il nome dell’empio Aman invece di scuotere i tradizionali strumenti che fanno molto rumore, sparano un colpo di mortaio. Si vede un soldato che obbliga prigionieri legati e con gli occhi bendati a salutare le loro famiglie e dirgli che vogliono essere suoi schiavi. Vengono fotografati soldati che si sono impossessati di molti soldi saccheggiati da case di gazawi. Si vede un bulldozer dell’esercito che distrugge una grande quantità di pacchi di cibo di un’agenzia umanitaria. Un soldato canta il motivetto per bambini “Il prossimo anno bruceremo la scuola”, mentre dietro si vede una scuola in fiamme. E ci sono parecchi video di soldati che indossano indumenti intimi femminili che hanno depredato.

La nota 379 compare in una sezione intitolata “Disumanizzazione nell’esercito israeliano” inclusa nel capitolo chiamato “Il discorso israeliano e la disumanizzazione dei palestinesi”. Esso contiene centinaia di esempi del comportamento crudele dimostrato dalla società e dalle istituzioni statali israeliane rispetto alla sofferenza degli abitanti di Gaza, dal primo ministro che parla di Amalek ai dati riguardanti le 18.000 esortazioni di israeliani sulle reti sociali perché la Striscia venga rasa al suolo, dai medici israeliani che esprimono appoggio al bombardamento di ospedali a Gaza al comico che scherza sulla morte dei palestinesi, e include un coro di bambini che cantano dolcemente “Entro un anno avremo annichilito tutti e poi torneremo ad arare i nostri campi,” sulla melodia della canzone iconica del periodo della guerra d’Indipendenza [nel 1947-49, quando più di 700.000 palestinesi vennero cacciati, ndt.] “Shir Hare’ut” (Canzone di Cameratismo).

I link di “Bearing Witness to the Israel-Gaza War” riguardano anche crudi video di corpi sparsi in giro in ogni possibile stato: persone schiacciate sotto le macerie, pozze di sangue e urla di persone che hanno perso in un attimo tutta la propria famiglia. Ci sono oggetti che attestano l’uccisione di disabili, umiliazioni e aggressioni sessuali, l’incendio di case, fame imposta, spari a casaccio, saccheggi, vilipendio di cadaveri e molto altro.

Anche se non tutte le testimonianze possono essere provate, il quadro che ne emerge è quello di un esercito che nel migliore dei casi ha perso il controllo di molte unità, i cui soldati fanno tutto quello che vogliono, e nel peggiore dei casi sta consentendo al proprio personale di commettere i crimini di guerra più atroci che si possano immaginare.

Mordechai cita prove delle peggiori condizioni che la guerra ha imposto ai gazawi. Un medico che ha amputato la gamba di un nipote su un tavolo da cucina, senza anestesia e usando un coltello da cucina. Gente che mangia carne di cavallo ed erba, o beve acqua marina per alleviare la fame. Donne obbligate a partorire in un’aula scolastica piena di gente. Medici impotenti che assistono alla morte di persone ferite perché non c’è modo di aiutarle. Donne affamate spinte nella calca in coda fuori da una panetteria: secondo il rapporto, nell’incidente due ragazze di 13 e 17 anni e una donna di 50 sono morte schiacciate.

Secondo “Bearing Witness” a gennaio nei campi profughi della Striscia “ci sono stati in media un gabinetto ogni 220 persone e una doccia ogni 4.500. Un numero significativo di organizzazioni mediche e sanitarie ha informato che le malattie infettive e i disturbi della pelle si sono diffusi tra un gran numero di gazawi.”

Sempre più minori

Lee Mordechai, 42 anni, ex-ufficiale del genio militare da combattimento dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.], attualmente è professore associato di storia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, specializzato in disastri naturali e provocati dall’uomo in epoca antica e medievale. Ha scritto dell’epidemia del VI secolo nel periodo giustinianeo e dell’inverno provocato da un vulcano [esploso in Islanda e che provocò per 10 anni un crollo delle temperature, ndt.] che colpì l’emisfero nord nel 536 d.C. Ha affrontato l’argomento del disastro a Gaza dal punto di vista di uno storico accademico, con una prosa asciutta e pochi aggettivi, avvalendosi della maggiore diversità possibile di fonti primarie. La sua scrittura è priva di interpretazioni e aperta a verifiche e revisioni. Ed è proprio per questo che gli aspetti riflessi dal suo testo sono così assolutamente terrificanti.

Ho sentito che non avrei potuto continuare a vivere nella mia bolla, che stiamo parlando di reati gravissimi e che quello che sta succedendo è semplicemente troppo grande e contraddice i valori in cui sono stato educato qui,” afferma Mordechai. “Non ho intenzione di scontrarmi con la gente né di litigare. Ho scritto il documento in modo che diventi pubblico, in modo che tra altri sei mesi o un anno o cinque anni o 10 o 100, la gente sia in grado di tornare indietro e vedere che cosa si sapeva, questo era quello che si poteva sapere, fin dallo scorso gennaio, o marzo, e che quelli di noi che non lo sapevano hanno scelto di non saperlo.”

Il mio ruolo di storico,” continua, “è dare voce a quelli che non possono far sentire la propria voce, che siano eunuchi nell’XI secolo o bambini di Gaza. Ho cercato deliberatamente di non fare appello alle emozioni delle persone e non uso parole che possano essere discutibili o poco chiare. Non parlo di terroristi o di sionismo o di antisemitismo. Cerco di utilizzare un linguaggio più freddo e asciutto possibile e di attenermi ai fatti per come li conosco.”

Quando è scoppiata la guerra Mordechai stava passando l’anno sabbatico a Princeton. Il 7 ottobre in Israele era già pomeriggio, quando lui si è svegliato. Nel giro di poche ore ha capito che c’era una disparità tra quello che l’opinione pubblica israeliana stava vedendo e la realtà. Questa consapevolezza è derivata da un sistema alternativo di ricevere informazioni che ha creato per sé nove anni fa.

Nel 2014, durante l’operazione Margine Protettivo (contro Gaza), sono tornato dai miei studi di dottorato negli Stati Uniti e da ricerche condotte nei Balcani. Allora ho percepito che in Israele non c’era un dialogo aperto, tutti stavano dicendo le stesse cose. Così ho fatto uno sforzo consapevole di accedere a fonti di informazione alternative, (basate su) media, blog, reti sociali straniere. É simile anche al mio lavoro come storico, alla ricerca di fonti primarie. Così mi sono creato una specie di sistema personale per capire quello che stava succedendo nel mondo. Il 7 ottobre ho attivato il sistema e ho capito abbastanza in fretta che l’opinione pubblica israeliana stava sperimentando un ritardo di ore, Ynet [sito israeliano di notizie, ndt.] ha trasmesso un notiziario secondo cui era possibile che fossero stati presi degli ostaggi, ma io avevo già visto immagini di rapimenti. Ciò ha creato una dissonanza tra quello che veniva detto sulla realtà della situazione e la realtà effettiva, e questa sensazione si è intensificata.”

In effetti la disparità tra quello che Mordechai ha scoperto e le informazioni che comparivano sui media israeliani e su quelli stranieri non ha fatto che crescere: “La storia più clamorosa all’inizio della guerra è stata quella dei 40 neonati israeliani decapitati il 7 ottobre. Quella storia ha provocato un sacco di titoli nei media internazionali, ma quando lo confronti con la lista (ufficiale della Previdenza Sociale) degli uccisi ti rendi conto molto in fretta che non è mai avvenuta.”

Mordechai ha iniziato a seguire reportage da Gaza sulle reti sociali e sui media internazionali: “Fin dall’inizio ho avuto un flusso di immagini di distruzione e sofferenza, e ti rendi conto che ci sono due mondi separati che non stanno comunicando tra loro. Mi ci sono voluti alcuni mesi per scoprire quale fosse il mio ruolo. A dicembre il Sudafrica ha presentato la sua denuncia formale contro Israele per genocidio in 84 pagine dettagliate con molteplici riferimenti alle fonti su cui si poteva fare un controllo incrociato.

Non penso che tutto potesse essere accettato come prova,” aggiunge, “ma ti ci devi confrontare, vedere su cosa è basato, prendere in considerazione le sue implicazioni. Fin dall’inizio della guerra volevo tornare in Israele per fare lavoro volontario a favore di una associazione della società civile, ma per ragioni familiari non ho potuto. Ho deciso di utilizzare il tempo libero che ho avuto durante l’anno sabbatico a Princeton per cercare di mettere al corrente il pubblico israeliano che si informa solo sui media locali.”

Il 9 gennaio ha pubblicato la prima versione di “Bearing Witness” lunga solo 8 pagine. Il numero degli uccisi nella Striscia, secondo il ministero della Sanità di Gaza, ufficialmente noto come il ministero palestinese della Sanità – Gaza, allora era di 23.210. “Non credo che qualunque cosa ci sia scritto qui porterà a cambiare politica o a convincere molte persone,” ha scritto all’inizio di quel documento. “Semmai l’ho scritto pubblicamente come storico e cittadino israeliano per mettere a verbale la mia posizione personale riguardo all’orribile situazione attuale a Gaza, mentre gli avvenimenti sono in corso. Scrivo come individuo, in parte a causa del disperante silenzio generale riguardo a questo argomento da parte di molte istituzioni accademiche locali, soprattutto quelle nella posizione di fare commenti, anche se alcuni miei colleghi ne hanno coraggiosamente parlato.”

Da allora Mordechai ha passato molte centinaia di ore a raccogliere informazioni e a scrivere, continuando ad aggiornare il documento che compare sul sito che ha creato. Da quando si è imbarcato in questo progetto ha migliorato il modo in cui lavora: compila meticolosamente articoli da diverse fonti su una pagina Excel da cui, dopo un ulteriore controllo, seleziona i punti che verranno menzionati nel testo. Utilizza una vasta gamma di fonti: immagini riprese da civili, articoli di media, rapporti delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali, reti sociali, blog e via di seguito.

Pur riconoscendo che alcune delle fonti non rispettano standard giornalistici o etici corretti, Mordechai difende la credibilità della sua documentazione: “Non è che io copio e incollo qualunque cosa con cui se ne esca qualcun altro. D’altra parte è chiaro che c’è una discrepanza tra quello che esiste e quello che noi avremmo effettivamente voglia di vedere: vorremmo che ogni incidente nella Striscia venisse esaminato correttamente da due organizzazioni internazionali indipendenti e autonome, ma questo non avverrà.

Quindi io controllo chi sta informando, se è stato colto a mentire, se c’è qualche associazione o blogger che diffonde informazioni che posso dimostrare siano scorrette, e in quel caso smetto di utilizzarli e li cancello. Attribuisco un grande peso alle fonti neutrali, come organizzazioni per i diritti umani e l’ONU, e faccio una specie di sintesi tra fonti per vedere se (l’informazione) è coerente. Lavoro anche in modo molto aperto e invito chiunque voglia a controllarmi. Sarò molto contento di vedere che mi sono sbagliato riguardo a quello che scrivo, ma non succede. Finora ho dovuto fare pochissime correzioni.”

Una lettura accurata del rapporto di Mordechai aiuta a disperdere la nebbia che ha avvolto gli israeliani da quando è scoppiata la guerra. Un esempio significativo è il numero di vittime: la guerra del 7 ottobre è la prima in cui Israele non fa alcuno sforzo per conteggiare il numero dei morti dall’altra parte. In assenza di altre fonti molte persone in tutto il mondo – governi stranieri, mezzi di informazione, organizzazioni internazionali – si basano su quanto riporta il ministero palestinese della Sanità – Gaza, che si ritiene sia decisamente attendibile. Israele cerca di negare i dati del ministero. I mezzi di informazione locali di solito notano che la fonte di tali dati è “il ministero della Sanità di Hamas”.

Tuttavia pochi israeliani sanno che non solo l’esercito ma anche il governo israeliano non hanno dati propri, numeri alternativi relativi alle vittime, ma che autorevoli fonti israeliane, in mancanza di altri dati, finiscono effettivamente per confermare quelli pubblicati dal ministero di Gaza. Quanto autorevoli?

Lo stesso Benjamin Netanyahu. Il 10 marzo, per esempio, il primo ministro ha affermato in un’intervista che Israele ha ucciso 13.000 miliziani di Hamas e ha stimato che per ognuno di loro sono stati uccisi 1,5 civili. In altre parole, fino a quel momento tra le 26.000 e 32.500 persone erano state uccise nella Striscia. Quel giorno il ministero palestinese aveva pubblicato la cifra di 31.112 morti a Gaza, all’interno del margine citato da Netanyahu. Alla fine del mese Netanyahu ha parlato di 28.000 morti, circa 4.600 in meno rispetto ai dati ufficiali palestinesi. Alla fine di aprile il Wall Street Journal ha citato una stima di alti ufficiali dell’esercito israeliano secondo cui il numero di morti era approssimativamente di 36.000, più del numero pubblicato in quel momento dal ministero palestinese.

Mordechai: “É come se, da parte israeliana, stiano scegliendo di non occuparsi dei numeri, benché Israele potrebbe presumibilmente farlo: la tecnologia esiste e Israele controlla l’anagrafe palestinese. Il sistema della difesa ha anche immagini facciali, potrebbe fare un controllo incrociato e trovare che qualcuno che potrebbe essere stato dichiarato morto ha attraversato un posto di controllo. Forza, fammi vedere! Dammi la prova e cambierò il mio approccio. Mi complicherò la vita, ma sarò molto meno sconvolto.

Penso che dobbiamo chiedere a noi stessi quale “livello” di prove è richiesto perché cambiamo le nostre opinioni riguardo al numero di palestinesi che sono stati uccisi. Questa è la domanda che ognuno di noi deve fare a sé stesso – forse per te le prove che cito non sono sufficienti – perché ci dev’essere una sorta di livello realistico nell’accumulazione di prove arrivati al quale accetteremo il numero come affidabile.

Per me,” spiega, “questo punto è arrivato molto tempo fa. E dopo che uno ha fatto il lavoro sporco e capisce un po’ meglio i dati, la questione comincia ad essere non quanti palestinesi sono morti, ma perché e come l’opinione pubblica israeliana continui a dubitare di questi numeri dopo più di un anno di ostilità e contro ogni evidenza.”

Nel suo rapporto cita i dati del ministero palestinese che riportano, tra i morti da quando è scoppiata la guerra fino allo scorso giugno, 273 dipendenti dell’ONU e di organizzazioni di soccorso, 100 professori, 243 atleti, 489 lavoratori della sanità (compresi 55 medici specialisti), 710 bambini con meno di un anno e quattro nati prematuri morti dopo che l’esercito ha obbligato l’infermiere che se ne prendeva cura a lasciare l’ospedale. L’infermiere si occupava di cinque prematuri e ha deciso di salvarne uno che sembrava avere più possibilità di sopravvivere. I corpi in decomposizione degli altri quattro sono stati trovati nelle incubatrici due settimane dopo.

Nel testo di Mordechai la nota che riguarda questi neonati non fa riferimento a un tweet di un gazawi o di un blog filo-palestinese, ma a un’inchiesta del Washington Post. Gli israeliani che potrebbero mettere in discussione “Bearing Witness to the Israel-Gaza War” in quanto si basa su reti sociali o su informazioni non verificate devono riconoscere che si fonda anche su decine di inchieste di praticamente tutti i principali mezzi di informazioni occidentali. Numerosi mezzi di informazione hanno esaminato incidenti a Gaza utilizzando standard giornalistici rigorosi, e ne hanno ricavato prove di atrocità. Un’inchiesta della CNN ha confermato l’accusa palestinese riguardo al “massacro della farina”, in cui il primo marzo circa 150 palestinesi che erano arrivati per prendere cibo da un convoglio di aiuti sono stati uccisi. L’esercito israeliano ha dichiarato che erano state la ressa e la fuga precipitosa degli stessi gazawi ad ucciderli, non gli spari di avvertimento dei soldati che si trovavano in zona. Alla fine l’inchiesta della CNN, basata su attente analisi della documentazione e su 22 interviste a testimoni oculari, ha scoperto che la maggioranza delle vittime in effetti è stata causata dagli spari.

Il New York Times, ABC, CNN, la BBC, organizzazioni internazionali e l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem hanno pubblicato i risultati delle loro inchieste su casi di torture, maltrattamenti, stupri e altre atrocità perpetrati contro detenuti palestinesi nella base di Sde Teiman dell’esercito israeliano nel Negev e in altre strutture. Amnesty International ha esaminato quattro incidenti in cui non c’erano obiettivi militari o giustificazioni per un attacco, in cui le forze dell’IDF hanno ucciso un totale di 95 civili.

Un’inchiesta a fine marzo di Yaniv Kubovich su Haaretz ha mostrato che l’IDF ha creato “zone di uccisione” in cui molti civili sono stati colpiti dopo aver attraversato una linea immaginaria delimitata da un comandante sul campo: i morti sono stati definiti terroristi dopo morti. La BBC ha messo in dubbio la stima dell’IDF sul numero di terroristi che le sue forze hanno ucciso in generale; la CNN ha ampiamente informato su un incidente in cui è stata spazzata via un’intera famiglia; la NBC ha indagato su un attacco contro civili nelle cosiddette zone umanitarie; il Wall Street Journal ha verificato che l’IDF si stava basando sui rapporti delle vittime a Gaza pubblicati dal ministero palestinese della Sanità; l’AP ha sostenuto in un rapporto dettagliato che l’IDF ha presentato solo una prova affidabile che mostra che Hamas stesse operando nei sotterranei di un ospedale, nel tunnel scoperto nel cortile dell’ospedale Shifa; il New Yorker e il Telegraph hanno pubblicato i risultati di approfondite indagini su casi che coinvolgono minori i cui arti hanno dovuto essere amputati, e c’è molto altro, tutto citato in “Bearing Witness”.

Non vi è incluso un rapporto pubblicato proprio questa settimana dal ministero palestinese della Sanità – Gaza in cui si afferma che dal 7 ottobre 1.140 famiglie sono state totalmente cancellate dall’anagrafe, molto probabilmente vittime di bombardamenti aerei.

Mordechai cita numerosi elementi relativi alle regole d’ingaggio lassiste dell’IDF nella Striscia di Gaza. Un video mostra un gruppetto di rifugiati con in testa una donna che tiene il figlio con una mano e una bandiera bianca nell’altra; si vede che viene colpita, probabilmente da un cecchino, e cade a terra mentre il figlio lascia la sua mano e fugge per salvarsi. Un altro incidente, ampiamente riportato a fine ottobre, mostra il tredicenne Mohammed Salem che invoca aiuto dopo essere stato ferito in un attacco aereo. Quando delle persone si avvicinano per aiutarlo vengono prese di mira da un altro attacco simile. Salem e un altro ragazzino sono stati uccisi e oltre 20 persone ferite.

Mordechai riconosce che guardare le testimonianze visive della guerra ha indurito il suo cuore, oggi può vedere persino le scene più atroci. “Quando (anni fa) sono stati postati i video dell’ISIS, non li ho guardati. Ma qui ho sentito che era mio dovere, perché questo viene fatto in mio nome, quindi lo devo vedere per comunicare quello che ho visto. Quello che è importante è la quantità, sono minori e di nuovo minori e ancora una volta minori.”

Alla domanda di quale delle migliaia di immagini, che si tratti di video o foto, di morti, feriti o persone che soffrono, ha avuto un maggiore impatto su di lui, Mordechai ci pensa e cita una foto del corpo di un uomo che in seguito è stato identificato come Jamal Hamdi Hassan Ashour. Ashour, 62 anni, sarebbe stato investito da un carrarmato a marzo, il suo corpo straziato fino a renderlo irriconoscibile. Secondo fonti palestinesi una fascetta di plastica su una delle sue mani dimostra il fatto che in precedenza era stato arrestato. L’immagine è stata postata su un canale israeliano di Telegram con la didascalia “Ti piacerà!”

In vita mia non avevo mai visto niente di simile,” dice Mordechai ad Haaretz. “Ma peggio ancora è il fatto che l’immagine è stata condivisa da soldati in un gruppo Telegram israeliano ed ha avuto reazioni molto favorevoli.” Oltre alle informazioni su Ashour, “Bearing Witness” fornisce link a immagini di un certo numero di altri corpi le cui condizioni suggeriscono che sono stati travolti da blindati. In un caso, secondo un rapporto palestinese, le vittime erano una madre con il figlio.

Un caso citato solo in una nota testimonia di questioni relative ai metodi di Mordechai e ai dilemmi che deve affrontare. Alla fine di marzo Al Jazeera ha pubblicato un’intervista a una donna arrivata all’ospedale Shifa di Gaza e ha detto che i soldati dell’IDF avevano stuprato donne. Poco dopo la famiglia della donna ha negato le accuse che lei aveva fatto e Al Jazeera ha eliminato il reportage, ma molte persone continuano ad avere dubbi.

In base alla mia metodologia dopo la cancellazione da parte di Al Jazeera questo non è credibile e non è successo,” dice Mordechai. “Ma mi chiedo anche: forse sto contribuendo a far tacere quella donna? E non per rispettare la verità, ma in nome dell’onore suo e della sua famiglia. É giusto? Non lo è, ma in fondo sono un essere umano e devo decidere. Quindi in una nota ho spiegato che era la denuncia di una donna e ho aggiunto (che era) ‘quasi sicuramente falsa’ per esprimere le mie riserve.

Non garantisco che ogni testimonianza sia completamente attendibile. Di fatto nessuno sa esattamente cosa stia succedendo a Gaza, non i media internazionali, sicuramente non gli israeliani e neppure l’IDF. In ‘’Bearing Witness’ sostengo che mettere a tacere le voci da Gaza – le limitazioni all’informazione che escono da lì – è parte del metodo di lavoro che rende possibile la guerra. Io sostengo le sintesi che sto usando e spero di sbagliarmi. Ma dal lato israeliano non c’è niente. Sto parlando di prove – voglio delle prove!”

Un caso descritto nel documento, anche se per molti israeliani sarà difficile da credere, riguarda l’uso da parte dell’IDF di un drone che emette suoni di un neonato che piange per stabilire dove si trovano civili e forse farli uscire dal loro rifugio. Nel video a cui fa riferimento il link che fornisce Mordechai si sente piangere e si possono vedere le luci di un drone.

Sappiamo che ci sono droni con altoparlanti, forse qualche soldato annoiato ha deciso di farlo come scherzo ed è percepito dai palestinesi come orribile,” afferma. “Ma è davvero così inverosimile che qualche soldato, invece di essere filmato con mutandine e reggiseno o di dedicare l’esplosione di una strada a sua moglie, farebbe qualcosa del genere? Potrebbe essere un’invenzione, ma è compatibile con quello che sto vedendo.” Questa settimana Al Jazeera ha mandato in onda un’inchiesta sui cosiddetti droni che piangono e ha sostenuto che il loro uso è stato confermato da vari testimoni oculari che hanno tutti raccontato la stessa storia.

Possiamo ancora discutere di testimonianze aneddotiche di questo genere, ma è difficile farlo di fronte a montagne di testimonianze più attendibili,” nota Mordechai. “Per esempio decine di medici americani che hanno fatto lavoro volontario a Gaza hanno riportato che praticamente ogni giorno vedono minori colpiti alla testa. Come lo si può spiegare? Stiamo cercando di spiegarlo o ce ne stiamo occupando?”

Uno dei picchi della brutalità dell’esercito israeliano a Gaza è risultato evidente durante il secondo grande attacco contro l’ospedale Shifa a metà marzo, aggiunge lo storico. In effetti gli dedica un capitolo a parte. L’IDF ha sostenuto che l’ospedale all’epoca era un centro di attività di Hamas e che durante il raid c’erano stati scontri a fuoco, dopodiché 90 aderenti ad Hamas, alcuni di alto rango, erano stati arrestati.

Tuttavia l’occupazione dello Shifa da parte dell’IDF è durata circa due settimane. In quel periodo, secondo fonti palestinesi, l’ospedale è diventato una zona di assassinii e torture. A quanto pare 240 pazienti e personale medico sono stati rinchiusi in uno degli edifici per una settimana senza cibo. Medici sul posto hanno raccontato che almeno 22 pazienti sono morti. Un certo numero di testimoni, tra cui personale dell’ospedale, hanno descritto esecuzioni. Un video girato da un soldato mostra detenuti legati e bendati seduti in un corridoio, con la faccia rivolta verso il muro. Secondo le fonti dopo che l’IDF si è ritirato dall’ospedale nel cortile sono stati trovati decine di corpi. Ci sono vari video che documentano l’esumazione dei corpi, alcuni dei quali mutilati, altri sepolti sotto le macerie o a terra in grandi pozze di sangue rappreso. Una corda era legata attorno al braccio di uno degli uomini uccisi, il che probabilmente dimostra che è stato legato prima di essere ucciso.

Un altro picco di brutalità è stato raggiunto durante gli ultimi due mesi nell’operazione militare ancora in corso nella zona settentrionale della Striscia, iniziata il 5 ottobre. L’IDF ha tagliato fuori Jabalya, Beit Lahia e Beit Hanoun da Gaza City e agli abitanti è stato ordinato di andarsene. Molti lo hanno fatto, ma molte migliaia sono rimaste nella zona assediata.

In quella fase l’esercito ha lanciato quella che l’ex capo di stato maggiore dell’IDF ed ex ministro della Difesa Moshe Ya’alon ha definito questa settimana “pulizia etnica” della zona: alle associazioni di assistenza è stato vietato di entrarvi, l’ultimo magazzino di farina è stato incendiato, le ultime due panetterie chiuse e sono state proibite persino le attività di squadre della protezione civile che portano via le vittime. La fornitura di acqua è stata interrotta, le ambulanze sono state manomesse e gli ospedali attaccati.

Ma i principali sforzi dell’esercito si sono concentrati sugli attacchi aerei. Quasi ogni giorno i palestinesi hanno raccontato di decine di vittime quando edifici residenziali e scuole, diventati campi profughi, sono stati bombardati. Il rapporto di Mordechai cita decine di racconti ben documentati riguardanti bombardamenti, famiglie che hanno raccolto i corpi dei propri cari tra le rovine, inumazioni in grandi tombe comuni, persone ferite coperte di polvere, adulti e bambini scioccati, persone che gridano con parti del corpo sparse attorno a loro, e via di seguito.

In un video del 20 ottobre si vedono due bambini estratti dalle macerie. Il primo sembra stordito, gli occhi gonfi e totalmente coperto di sangue e polvere. Vicino a lui viene estratto un corpo senza vita, che sembra di una ragazza.

Da parte sua nelle ultime due settimane Haaretz ha inviato domande all’unità del portavoce dell’IDF riguardo a circa 30 incidenti, la maggior parte dei quali a Gaza, in cui sono stati uccisi molti civili. L’unità ha risposto che ne ha classificato la maggioranza come eventi insoliti e sono stati deferiti allo stato maggiore per ulteriori indagini.

Mordechai rifiuta categoricamente l’affermazione che si sente dire comunemente dagli israeliani secondo cui quanto sta avvenendo a Gaza non è così terribile se confrontato con altre guerre. “Bearing Witness” mostra, per esempio, che a Gaza sono stati uccisi più minorenni di quelli uccisi in tutte le guerre nel mondo nei tre anni prima di quella del 7 ottobre. Già nel primo mese di guerra il numero dei minori uccisi era 10 volte maggiore di quello della guerra in Ucraina nel corso di un anno.

A Gaza sono stati uccisi più giornalisti che in tutta la Seconda Guerra Mondiale. Secondo un’inchiesta pubblicata da Yuval Avraham sul sito Sicha Mekomit (Local Call) [versione in ebraico del sito in inglese +972 magazine, ndt.] riguardo ai sistemi di intelligenza artificiale utilizzati nelle campagne di bombardamenti dell’IDF a Gaza, è stata data l’autorizzazione di uccidere fino a 300 civili per assassinare alte cariche di Hamas. In confronto documenti rivelano che per l’esercito americano quel dato era di un decimo – 30 civili – nel caso di un assassino di livello molto maggiore di Yahya Sinwar [defunto leader di Hamas, ndt.]: Osama Bin-Laden.

Un’inchiesta del Wall Street Journal afferma che nei primi tre mesi della guerra Israele ha lanciato più bombe su Gaza di quante sono state sganciate dagli Stati Uniti in Iraq in sei anni. Lo scorso anno nelle carceri israeliane sono morti 48 prigionieri rispetto ai 9 a Guantanamo in tutti i suoi 20 anni di esistenza. I dati sono eloquenti anche riguardo alle cifre delle vittime in guerre di altri Paesi: la coalizione delle forze in Iraq ha ucciso 11.516 civili in cinque anni e 46.319 civili sono stati uccisi in 20 anni nella guerra in Afghanistan. Secondo le stime più modeste dal 7 ottobre 2023 circa 30.000 civili sono stati uccisi nella Striscia.

Il rapporto di Mordechai riflette non solo gli orrori che avvengono a Gaza ma anche l’indifferenza di Israele riguardo ad essi: “All’inizio c’è stato un tentativo di giustificare l’invasione dell’ospedale Shifa, oggi non c’è neppure più questa pretesa, si attaccano ospedali e non c’è neppure una discussione pubblica. Non ci occupiamo in alcun modo delle implicazioni di queste operazioni. Apri i social media e sei inondato dalla disumanizzazione. Che cosa ci sta facendo? Sono cresciuto in una società con un’etica totalmente diversa. C’erano sempre mele marce, ma guarda il caso dell’autobus 300 (un avvenimento del 1984, in cui agenti dello Shin Bet sul campo giustiziarono due arabi che avevano dirottato un autobus) e guarda dove siamo arrivati. Per me è importante svelare, è importante che queste cose saltino fuori. Questa è la mia forma di resistenza.”

Un oscuro segreto

Nella versione più recente di “Bearing Witness” Mordechai ha aggiunto un’appendice che spiega perché, secondo lui, le azioni di Israele a Gaza costituiscono un genocidio, un argomento che espone nella nostra conversazione: “Dobbiamo distinguere il modo in cui noi come israeliani pensiamo al genocidio – camere a gas, campi di sterminio e Seconda Guerra Mondiale – dal modello apparso nella Convenzione sulla Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio (1948)” spiega. “Non ci devono essere campi di sterminio perché venga considerato un genocidio. Si riduce tutto alla commissione di atti, uccisioni, ma non solo, (ci sono) anche persone ferite, rapimento di minori e persino anche solo tentativi di impedire le nascite tra una particolare categoria di persone. Ciò che tutte queste azioni hanno in comune è la distruzione deliberata di un gruppo.

Le persone con cui parlo in genere non discutono delle azioni intraprese, ma delle intenzioni. Diranno che non ci sono documenti che dimostrino che Netanyahu o (il capo di stato maggiore dell’IDF) Herzl Halevi abbiano ordinato un genocidio. Ma ci sono dichiarazioni e testimonianze. Moltissime. Il Sudafrica ha presentato un documento di 120 pagine che contiene un gran numero di testimonianze che dimostrano l’intenzione.”

Il giornalista Yunes Tirawi ha raccolto dichiarazioni sul genocidio e la pulizia etnica dalle reti sociali di più di 100 persone che sono in rapporto con l’IDF, a quanto pare ufficiali della riserva. “Cosa ne facciamo di tutto questo? Dal mio punto di vista i fatti parlano chiaro. Vedo una linea diretta tra queste dichiarazioni, l’assenza del tentativo di fare i conti con queste dichiarazioni e la situazione sul terreno che corrisponde alle dichiarazioni.”

La versione in inglese di “Bearing Witness” fa riferimento ad articoli di sei importanti personalità israeliane che hanno già affermato che a loro parere Israele sta perpetrando un genocidio: l’esperto di Olocausto e genocidio Omer Bartov; il ricercatore sull’Olocausto Daniel Blatman (che ha scritto che quello che Israele sta facendo a Gaza è una via di mezzo tra la pulizia etnica e il genocidio); lo storico Amos Goldberg; lo studioso di Olocausto Raz Segal; l’esperto di diritto internazionale Itamar Mann; lo storico Adam Raz.

La definizione è meno importante,” afferma Mordechai. “Quello che importa sono i fatti. Supponiamo che tra qualche anno la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia dichiari che non è genocidio ma quasi genocidio. Ciò lo rende migliore? Ciò attesta una vittoria morale di Israele? Voglio vivere in un posto che perpetra un ‘quasi genocidio’? Il dibattito sul termine attira l’attenzione, ma le cose succedono in un modo o nell’altro, che raggiungano quel livello o meno. Alla fine dobbiamo chiederci come fermarlo e come risponderemo ai nostri figli quando ci chiederanno cosa abbiamo fatto durante la guerra. Dobbiamo agire.”

Ma la definizione è importante. Tu stai dicendo agli israeliani: “Guardate, state vivendo nella Berlino del 1941.” Qual era l’imperativo morale per la gente che viveva nella Berlino di allora? Cosa si presume faccia un cittadino quando il suo Stato commette un genocidio?

Una posizione morale comporta sempre un costo. Se non c’è alcun costo è semplicemente una posizione accettata, nella norma. Il valore di una cosa per una persona è espresso dal prezzo che è disposta a pagare per essa. D’altra parte mi rendo conto che la gente ha anche altri motivi e necessità – guadagnarsi da vivere, conservare i rapporti con la famiglia – ognuno deve prendere le proprie decisioni. Dal mio punto di vista quello che faccio è parlare e continuare a farlo, che la gente ascolti o meno. Ciò porta via molto tempo e forza mentale, ma sono arrivato alla conclusione che è la cosa più utile che io possa fare.”

Prima che ce ne andiamo Mordechai mi manda un ultimo link. Non riguarda testimonianze di atrocità a Gaza, ma una breve storia della defunta scrittrice americana Ursula K. Le Guin, “Quelli che se ne vanno da Omelas.” La storia riguarda la città di Omelas, dove la gente è bellissima e felice e la sua vita è interessante e gioiosa. Ma da adulti gli abitanti di Omelas imparano gradatamente l’oscuro segreto della loro città: la loro felicità dipende dalla sofferenza di un bambino obbligato a rimanere in una lurida stanza sottoterra e a loro non è consentito consolarlo o assisterlo. “E’ l’esistenza del bambino e la loro consapevolezza della sua esistenza che rende possibile la grandezza della loro architettura, l’intensità della loro musica, la profondità della loro scienza. È a causa del bambino che sono così gentili con i bambini,” scrive Le Guin.

La maggioranza degli abitanti di Omelas continua a vivere con questa consapevolezza, ma ogni tanto uno di loro va a trovare il bambino e non ritorna, ma invece comincia a camminare e lascia la città. La storia finisce così: “Camminano andando avanti nell’oscurità e non tornano indietro. Il posto verso cui si dirigono è un luogo ancor meno immaginabile per la maggioranza di noi della città della gioia. Non posso descriverlo. È possibile che non esista. Ma sembra che sappiano dove stanno andando.”

L’ufficio del portavoce dell’IDF ha risposto che l’esercito israeliano “opera solo contro obiettivi militari e adotta una serie di precauzioni per evitare danni a non-combattenti, anche inviando avvertimenti alla cittadinanza. Riguardo agli arresti, ogni sospetto di violazione degli ordini o delle leggi internazionali viene indagato ed esaminato. In generale se c’è il sospetto di un comportamento inappropriato, di possibile natura penale, da parte di un soldato viene aperta un’indagine dalla Divisione per le Inchieste Penali della Polizia Militare.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’avvertimento di un soldato: quello che ho visto a Gaza determinerà il nostro futuro

Autore anonimo

28 novembre 2024 – Haaretz

La cosa importante è riflettere su quello che sta succedendo per l’opinione pubblica israeliana. Portare le cose alla luce. Così la gente poi non dirà che non lo sapeva.

La cosa veramente sorprendente riguarda la rapidità con cui ogni cosa sembra normale e ragionevole. Dopo qualche ora ti ritrovi a cercare disperatamente di rimanere colpito dalle dimensioni della distruzione, borbottando dentro di te affermazioni come “è una follia”, ma la verità è che ti ci abitui molto rapidamente.

Diventa banale, di cattivo gusto. Un altro ammasso di pietre. Lì probabilmente c’era un edificio di un’istituzione pubblica, quelle erano case e questa zona era un quartiere. Ovunque tu guardi vedi mucchi di tondini, sabbia, cemento e mattoni monoblocco. Bottiglie d’acqua di plastica vuote e polvere. A perdita d’occhio. Fino al mare. La vista si sposta lungo un edificio che è ancora in piedi. “Perché non lo hanno distrutto?” mi chiede mia sorella su WhatsApp dopo che le ho mandato una foto. “E anche,” aggiunge, “perché diavolo vai lì?’”

Perché sono qui è poco interessante. Qui la vicenda non riguarda me. E questo non è neppure un atto di accusa contro le Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.]. Ciò viene fatto altrove, negli editoriali, alla Corte Penale Internazionale dell’Aia, nelle università degli Stati Uniti, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

La cosa importante è riflettere su quello che sta avvenendo per l’opinione pubblica israeliana. Portare le cose alla luce. Così la gente poi non dirà che non lo sapeva. Volevo capire cosa stesse succedendo qui. E’ quello che ho detto a tutti i miei amici, troppi da contare, che mi hanno chiesto: “Perché vai a Gaza?”

Non c’è molto da dire riguardo alla distruzione. È ovunque. Salta agli occhi quando ti avvicini dal punto di osservazione di un drone a quello che una volta era un quartiere residenziale: un orto coltivato circondato da un muro distrutto e una casa polverizzata. Una baracca improvvisata con un sottile tetto in un vicolo. Macchie nere nella sabbia, una dietro l’altra: evidentemente lì c’era una specie di boschetto, forse un uliveto. Ora è il tempo della raccolta delle olive. E c’è un certo movimento, una persona che si arrampica su un cumulo di macerie, raccogliendo legna su un marciapiede, rompendo qualcosa con una pietra. Tutto visto dalla rotta di volo di un drone.

Più ti avvicini a una strada importante dal punto di vista logistico – Netzarim, Kissufim, Filadelfia – meno strutture sono ancora in piedi. La distruzione è enorme e tale rimarrà. E questa è una cosa che la gente deve sapere: tutto ciò non verrà cancellato nei prossimi cento anni. Non importa quanto impegno ci metterà Israele per farlo sparire, nasconderlo, d’ora in avanti la distruzione a Gaza determinerà le nostre vite e quelle dei nostri figli. È la testimonianza di una furia sfrenata. Un amico ha scritto sul muro della sala operativa: “Alla quiete si risponderà con la quiete, a Nova [il festival musicale attaccato in 7 ottobre da Hamas, ndt.] si risponderà con la Nakba.” I comandanti dell’esercito hanno adottato questa scritta.

Dal punto di vista militare la distruzione è inevitabile. Combattere contro un nemico ben equipaggiato in un’area urbana densamente popolata significa distruzione di edifici su vasta scala o la morte certa per i soldati. Se un comandante di brigata deve scegliere tra la vita dei soldati ai suoi ordini o spianare il territorio, un F-15 carico di bombe percorrerà la pista di decollo della base aerea di Nevatim e una batteria di cannoni prenderà la mira. Nessuno è disposto ad assumersi dei rischi. È la guerra.

Israele può combattere così grazie al flusso di armamenti che riceve dagli Stati Uniti, e la necessità di controllare il territorio con il minimo numero di soldati è spinta fino al limite. Ciò è vero sia per Gaza che per il Libano. La principale differenza tra il Libano e l’inferno giallo che ci circonda sono i civili. A differenza dei villaggi del sud del Libano i civili sono ancora qui. Trascinandosi da un punto di combattimento all’altro, portandosi dietro fagotti strapieni, taniche. Madri con bambini che arrancano lungo la strada. Se abbiamo dell’acqua gliela diamo. Le capacità tecnologiche dell’IDF si sono sviluppate in modo impressionante in questa guerra. La potenza di fuoco, la precisione, la raccolta di informazioni con i droni: ciò fornisce un contropotere rispetto al mondo sotterraneo che Hamas ed Hezbollah hanno costruito nel corso di molti anni.

Ti ritrovi per ore a osservare da lontano un civile che trascina una valigia per qualche chilometro sulla strada Salah al-Din. Il sole cocente picchia su di lui. E tu cerchi di capire: è un ordigno esplosivo? È ciò che resta della sua vita? Vedi gente che gironzola attorno a un gruppo di tende in mezzo al campo, cerchi ordigni esplosivi e fissi disegni sul muro con le tonalità grigie del carboncino. Qui, per esempio, c’è il disegno di una farfalla.

Questa settimana ho fatto una perlustrazione con un drone di un campo di rifugiati. Ho visto due donne che camminavano mano nella mano. Un giovane che è entrato in una casa semidistrutta ed è sparito.

Forse è un miliziano di Hamas ed è andato a consegnare un messaggio attraverso l’ingresso nascosto di un tunnel dove sono stati tenuti ostaggi? Da un’altezza di 250 metri ho seguito uno che andava in bicicletta lungo quella che una volta doveva essere una strada al limite del quartiere, un giretto pomeridiano in mezzo alla catastrofe. A uno degli incroci il ciclista si è fermato nei pressi di una casa da cui sono usciti alcuni bambini e poi si è inoltrato nel campo profughi.

In seguito ai bombardamenti tutti i tetti hanno dei buchi. Su ognuno di essi ci sono barili blu per la raccolta dell’acqua piovana. Se vedi un barile sulla strada devi informare il centro di controllo e segnalarlo come un possibile ordigno esplosivo. Ecco un uomo che cuoce focacce. Vicino a lui c’è un uomo che dorme su un materasso. Grazie a quale forza di inerzia la vita continua? Come può una persona svegliarsi in mezzo a un orrore come questo e trovare la forza di alzarsi, cercare del cibo, tentare di sopravvivere? Quale futuro gli riserva il mondo? Caldo, mosche, fetore, acqua sporca. Un altro giorno se ne va.

Sto aspettando lo scrittore che venga e scriva questo, un fotografo che lo documenti, ma ci sono solo io. Altri combattenti, se hanno un’opinione eretica, se la tengono per sé. Non stiamo parlando di politici perché ce l’hanno chiesto, ma la verità è che semplicemente ciò non interessa a chi abbia fatto 200 giorni di servizio militare nella riserva quest’anno. I riservisti stanno crollando. Chiunque arrivi è già indifferente, preoccupato da problemi personali o da altre questioni. Figli, licenziamenti, studi, mogli. Hanno cacciato il ministro della Difesa. Einav Zangauker [attivista dei familiari favorevoli a un accordo con i rapitori, ndt.], il cui figlio Matan è tenuto in ostaggio da qualche parte qui. I panini con la cotoletta sono arrivati.

Gli unici che si agitano per qualunque cosa sono gli animali. I cani, i cani. Scodinzolanti, corrono in grandi branchi, giocano tra di loro. Cercano avanzi di cibo che l’esercito ha lasciato dietro di sé. Qui e là osano avvicinarsi ai veicoli nel buio, cercano di portare via una scatola di salsicce kabanos [tipiche dell’Europa centro-orientale, ndt.] e sono cacciati da una cacofonia di urli. Ci sono anche molti cuccioli.

Nelle ultime due settimane la sinistra israeliana si è preoccupata del fatto che l’esercito sta scavando sulle strade che passano da est a ovest della Striscia di Gaza. La strada Netzarim, per esempio. Che cosa non è stato detto a questo proposito? Che è stata asfaltata, che vi sono basi a cinque stelle. Che l’IDF è lì per restare, che partendo da queste infrastrutture il progetto di colonizzazione della Striscia risorgerà.

Non escludo queste preoccupazioni. Ci sono abbastanza pazzi che stanno solo aspettando l’opportunità. Ma le strade Netzarim e Kissufim sono zone di combattimento, aree tra grandi concentrazioni di palestinesi. Una massa critica di disperazione, fame e sofferenza. Questa non è la Cisgiordania. Il consolidamento lungo la strada è tattico. Più che garantire un’occupazione civile del territorio ciò è destinato a fornire sicurezza a soldati sfiniti. Le basi e gli avamposti consistono in strutture trasportabili che possono essere smantellate e rimosse su un convoglio di camion in pochi giorni. Naturalmente ciò potrebbe cambiare.

Per tutti noi, da quelli che si trovano nella sala operativa fino all’ultimo combattente, è chiaro che il governo non ne sa un accidente su come continuare. Non ci sono obiettivi verso cui andare, nessuna capacità politica per ritirarsi. Salvo che a Jabalya non ci sono quasi combattimenti. Solo ai margini dei campi. E anche questo in parte, per timore che lì ci siano degli ostaggi. Il problema è diplomatico, non militare né tattico. E quindi ciò è chiaro a chiunque venga richiamato per un’altra fase per le stesse identiche missioni. Arriveranno ancora riservisti, ma meno.

Dov’è il limite tra la comprensione della “complessità” e la cieca obbedienza? Quando ti è stato dato il diritto di rifiutarti di prendere parte a un crimine di guerra? Questo è meno interessante. Quello che è più interessante è quando l’opinione pubblica israeliana si sveglierà, quando sorgerà un leader che spieghi ai cittadini in quale terribile pasticcio ci siamo messi, e chi sarà il primo con la kippah [estremista religioso, ndt.] che mi chiamerà traditore. Perché prima dell’Aia, delle università americane, della condanna del Consiglio di Sicurezza, questa è innanzitutto una questione interna nostra. E di due milioni di palestinesi.

L’autore è un militare in servizio nella riserva che ha partecipato a operazioni di terra in Libano e nella Striscia di Gaza durante lo scorso anno.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un ufficiale delle IDF scappa da Cipro temendo un arresto con accuse di crimini di guerra

Redazione di MEMO

20 novembre 2024 – Middle East Monitor

Un ufficiale riservista delle Israel Defence Forces (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.] è fuggito da Cipro per evitare di essere “perseguito legalmente” con accuse di crimini di guerra. Secondo il quotidiano Israel Hayom Elisha Livman era in vacanza a Cipro con sua moglie, ma ha lasciato l’isola dopo che la fondazione belga Hind Rajab ha pubblicato dei video di lui che combatteva nella Striscia di Gaza. In uno dei video dice: “Noi non ci fermeremo fino a quando non avremo bruciato tutta Gaza.”

Livman ha ricevuto una chiamata urgente dal ministro israeliano degli Esteri, che si è incontrato con il ministro della Giustizia, e ha deciso che l’ufficiale doveva lasciare Cipro immediatamente prima di venire accusato di commettere crimini di guerra e genocidio.

Il sito web della fondazione Hind Rajab spiega che l’organizzazione ha sporto una denuncia formale alle autorità cipriote nella quale la fondazione “fornisce ampie prove contro Livman, inclusi dei video che lo mostrano incendiare una casa ed una proprietà civili a Gaza.” La fondazione ha anche fatto riferimento ai post sui social media dell’ufficiale israeliano durante la sua visita a Cipro, nei quali ha incitato alla violenza contro un ristorante libanese.

La fondazione ha anche sporto denuncia contro 1.000 soldati israeliani presso la Corte Internazionale di Giustizia [organismo dell’ONU, ndt.] con accuse di genocidio nella Striscia di Gaza, oltre a crimini di guerra e contro l’umanità.

Il giornale israeliano Yedioth Ahronoth ha sottolineato che Livman ha condiviso il fatto che lui e sua moglie stavano viaggiando a Cipro per vacanza. “Questo annuncio è diventato il presupposto in base al quale le organizzazioni solidali con i palestinesi, incluso il gruppo belga 30 Marzo, hanno chiesto un mandato d’arresto. Il gruppo segue i soldati israeliani con l’intento di perseguirli in Europa per presunti crimini di guerra.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Ultras israeliani provocano scontri ad Amsterdam dopo aver gridato slogan antipalestinesi

Huthifa Fayyad e Areeb Ullah

8- novembre 2024 – Middle East Eye

Tifosi in trasferta insultano gente del posto e strappano bandiere palestinesi prima dello scoppio di scontri con olandesi

Giovedì ultras israeliani hanno provocato scontri con giovani olandesi ad Amsterdam dopo aver scandito slogan contro gli arabi, strappato bandiere palestinesi e ignorato un minuto di silenzio per le vittime dell’inondazione in Spagna.

Mercoledì e giovedì tifosi del Maccabi Tel Aviv in trasferta hanno provocato disordini in diverse zone della capitale olandese prima della partita dell’Europa League dell’UEFA contro l’Ajax, squadra di Amsterdam.

Secondo il quotidiano AD si sono visti ultras strappare almeno due bandiere palestinesi da quella che sembrava essere la facciata di un edificio residenziale la notte prima della partita.

Anche un taxista arabo è stato aggredito dalla folla che sembrava essere stata insieme ai tifosi israeliani, benché la polizia affermi di non poter identificare la nazionalità degli aggressori in quanto non sono stati effettuati arresti.

Mercoledì un gruppo di tifosi israeliani che si è riunito in piazza Dam è stato filmato mentre provocava scontri con gente del posto gridando “Fottiti” ad alcuni di loro e “Fanculo Palestina”.

Prima della partita di giovedì tifosi diretti allo stadio Johan Cruyff Arena sono stati visti gridare “Lasciate che l’IDF (esercito israeliano) fotta gli arabi”.

Si sono anche rifiutati di partecipare a un minuto di silenzio prima del calcio d’inizio per le almeno 200 persone morte nelle inondazioni a Valenza.

A quanto si sa la polizia non ha effettuato alcun arresto di tifosi israeliani coinvolti in provocazioni prima della partita.

La sindaca di Amsterdam, Femke Halsema, ha anche tenuto lontana dallo stadio una protesta filo-palestinese prevista da un gruppo di manifestanti che voleva esprimere il proprio dissenso per l’ospitalità alla squadra israeliana.

In un contesto di provocazioni contro gli arabi in città sono scoppiati scontri tra gli ultras israeliani e qualche giovane prima e dopo la partita e poi durante la notte.

Immagini condivise sulle reti sociali mostrano persone che si scontrano tra loro e la polizia che interviene. Altri video mostrano persone che aggrediscono e inseguono alcuni tifosi israeliani.

Middle East Eye non ha potuto verificare in modo indipendente le immagini.

Un portavoce della polizia ha affermato che cinque persone sono state ricoverate in ospedale e 62 sono state arrestate.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha informato che 10 israeliani sono rimasti feriti e che si sono persi i contatti con altri due.

Venerdì Halsema ha affermato che non è ancora chiaro il numero esatto di quanti sono stati feriti e arrestati in totale. Ha detto che le autorità stanno ancora indagando per stabilire le dimensioni complessive dell’incidente.

Violenza dei tifosi israeliani 

Gli ultras israeliani di estrema destra sono noti per le violenze verbali e fisiche contro i palestinesi.

In marzo ad Atene prima della partita della squadra contro l’Olimpiakos tifosi del Maccabi Tel Aviv in trasferta hanno brutalmente picchiato un uomo che portava una bandiera palestinese.

All’inizio dell’anno l’associazione per i diritti FairSquare ha scritto al presidente dell’UEFA Aleksander Ceferin accusando l’ente calcistico europeo di “doppio standard” per aver escluso le squadre russe dalle sue competizioni dal febbraio 2022 ma aver rifiutato di fare altrettanto contro Israele.

Nicholas McGeehan, fondatore di FairSquare, ha evidenziato i precedenti di slogan razzisti da parte dei tifosi del Maccabi Tel Aviv e ha criticato il modo in cui le autorità olandesi li hanno dipinti come “vittime innocenti di antisemitismo”.

“I più importanti dirigenti israeliani, compreso il primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno apertamente corteggiato i tifosi del calcio in Israele e in cambio hanno ottenuto il loro sostegno violento. Il razzismo ben documentato e la violenza esibita dai tifosi del Maccabi Tel Aviv ad Amsterdam riflettono le azioni criminali del governo israeliano a Gaza e in Libano,” ha detto McGeehan a MEE.

“Ciò non assolve la violenza inflitta ai tifosi del Maccabi Tel Aviv, ma presentarli come vittime innocenti è una grave distorsione dei fatti. Per liberare il calcio europeo dal tipo di slogan genocidi che abbiamo visto dai tifosi del Maccabi Tel Aviv l’Uefa dovrebbe ricordare all’Israel Football Association [Federazione Calcistica Israeliana] in base all’articolo 7(7) del suo statuto i suoi obblighi di sradicare comportamenti razzisti, e imporre le debite sanzioni se l’IFA non prende provvedimenti.”

I politici olandesi condannano i propri cittadini

Il primo ministro olandese Dick Schoof ha definito gli scontri “attacchi antisemiti inaccettabili”, ma non ha citato le aggressioni da parte degli ultras contro i cittadini olandesi.

In un post su X Schoof ha affermato di aver parlato con il suo omologo Benjamin Netanyahu e di avergli assicurato che “i responsabili saranno identificati e processati.”

Geert Wilders, leader anti-musulmano e filo-israeliano del più grande partito del governo olandese, ha definito gli scontri un “pogrom” e una “caccia all’ebreo”.

Anche lui ha evitato di citare gli attacchi da parte degli ultras israeliani e ha invece chiesto di arrestare ed espellere quella che ha definito la “feccia multiculturale” coinvolta negli scontri.

Anche Netanyahu e altri politici israeliani hanno etichettato i disordini come antisemiti, e qualcuno li ha paragonati all’attacco del 7 ottobre guidato da Hamas contro il sud di Israele.

Il primo ministro ha detto di aver ordinato di inviare due aerei di soccorso in Olanda per evacuare i tifosi.

L’esercito israeliano ha affermato di stare preparando l’invio di una missione di soccorso in coordinamento con le autorità olandesi.

Tuttavia in seguito il portavoce internazionale dell’esercito Nadav Shoshani ha detto su X che la missione non sarebbe stata inviata ad Amsterdam.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un parlamentare europeo dichiara che Israele ha usato i gas lacrimogeni contro la delegazione internazionale

Redazione di MEMO

30 ottobre 2024 – Middle East Monitor

L’ex sindaca di Barcellona Ada Colau ha fatto parte di una delegazione internazionale per testimoniare le violazioni dei diritti degli olivicoltori palestinesi nella Cisgiordania occupata. Ha definito le azioni dell’esercito israeliano di occupazione “il più violento processo di colonizzazione” ed ha affermato che l’inazione dell’Unione Europea e della comunità internazionale è “intollerabile”. Colau – che è stata sindaca di Barcellona tra il 2015 e 2023 e la promotrice della decisione della municipalità di sospendere le relazioni con Israele – è arrivata in Palestina solo due giorni dopo aver effettuato il suo discorso finale al consiglio comunale di Barcellona indossando una kefiah.

Secondo Sama [agenzia di stampa araba, ndt] Jaume Asens, membro del parlamento europeo, ha riferito che le forze di occupazione israeliane hanno usato gas lacrimogeni contro una delegazione internazionale sui diritti umani vicino a Nablus, nella Cisgiordania occupata.

L’ex-sindaca di Barcellona Ada Colau, che ha fatto parte della delegazione insieme ad Asens, ha dettagliato l’incidente in un video condiviso sui social media. Lei ha affermato che l’esercito ha preso di mira la delegazione mentre era accompagnata da un gruppo di palestinesi che stavano raccogliendo le olive.

Secondo il giornale spagnolo La Vanguardia Asens e Colau sono arrivati in Palestina lunedì come parte di un gruppo internazionale per “investigare le violazioni sistematiche del diritto internazionale da parte di Israele.”

Recentemente Israele ha intensificato gli sforzi contro le organizzazioni per i diritti umani, in particolare l’United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees [Agenzia ONU per l’Assistenza ed il Lavoro per i Rifugiati Palestinesi] (UNRWA). Precedentemente il governo israeliano aveva approvato una legge che vieta i contatti con l’UNRWA, vietando di fatto ai ministri degli Esteri e degli Interni israeliani l’emissione di visti al suo staff, e l’ha dichiarata una “organizzazione terroristica.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Analisi| Perché l’Occidente appoggia ancora Israele nonostante un anno di guerra con Hamas ed Hezbollah

Anshel Pfeffer

6 ottobre 2024 – Haaretz

In seguito al 7 ottobre pochi in Israele si aspettavano che la “finestra di legittimità” per distruggere Hamas sarebbe rimasta aperta per un anno intero. Ma i calcoli dell’Occidente, dettati da considerazioni pragmatiche e non dalle immagini della strage a Gaza, non implicano un assegno in bianco per un altro anno di guerra a Gaza, in Libano o contro l’Iran.

Il 7 ottobre al calar del sole, 12 ore dopo che Hamas aveva lanciato il suo attacco da Gaza e persino prima di aver compreso l’intera portata di quello che era appena successo, i politici israeliani si chiedevano quanto tempo avessero per la rappresaglia.

Era scontato che ora ci sarebbe stata una guerra a Gaza e che le Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] sarebbero entrate per distruggere le capacità militari di Hamas. Ma quanto tempo avrebbero avuto per farlo? Per mezzo secolo in ogni guerra, dalla campagna del Sinai nel 1956 alla Seconda Guerra in Libano del 2006, a un certo punto Israele è stato obbligato a smettere di combattere e a ritirarsi. La comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti, aveva chiesto una sospensione, facendo pressione su Israele perché accettasse un cessate il fuoco.

Nelle menti di quanti hanno pianificato questa guerra non c’erano dubbi che anche il tempo a disposizione di Israele per distruggere Hamas sarebbe stato limitato. Avrebbero avuto, affermavano, “una finestra di legittimità”. E ogni finestra a un certo punto si chiude.

In quei primi giorni, pochi, se non nessuno, si aspettavano che la finestra sarebbe rimasta aperta per un anno intero e che, nel momento del primo anniversario, le IDF sarebbero state ancora operative senza vincoli a Gaza.

La fase iniziale della campagna di terra a Gaza iniziata il 27 ottobre, il devastante attacco di blindati contro Gaza City, era pensata in buona misura con questo in mente: che si trattasse di una breve finestra in cui Israele avrebbe colpito al cuore delle strutture militari e governative di Hamas a Gaza. Che in un qualunque momento in un futuro prossimo le pressioni internazionali avrebbero chiuso quella finestra.

Eppure un anno dopo la finestra è ancora aperta. I tentativi dell’amministrazione Biden e di altri governi di chiuderla sono stati poco convinti. Non ci sono state vere sanzioni, mentre l’embargo sulle armi è stato minimo. Le vere pressioni sono state per consentire l’ingresso di aiuti umanitari e cercare di limitare le dimensioni della campagna militare (come il ritardo nell’entrare a Rafah questa primavera), ma non per porre fine alla guerra.

Ci sono moltissime spiegazioni per questa mancanza di concrete pressioni. Una è la relazione unica del presidente Joe Biden con Israele e la debolezza di altri leader occidentali che sono preoccupati di disordini interni.

Un’altra è il momento in cui è scoppiata la guerra, che è giunta nell’anno di elezioni presidenziali negli USA. Anche il fatto che i Paesi arabi con cui Israele ha già rapporti diplomatici non abbiano minacciato di interromperli è un fattore. Perché l’Occidente dovrebbe impegnarsi quando gli arabi si limitano a fare bei discorsi in pubblico e in privato sperando che Israele la faccia finita con Hamas?

Tutti questi fattori ed altri hanno avuto un peso. Tuttavia c’è una realtà sottesa che in qualche modo è stata trascurata in buona parte dell’informazione e che spiega la riluttanza ad applicare il tipo di pressione a cui Israele non sarebbe in grado di resistere.

Nell’attuale situazione geopolitica, con gli Stati Uniti e i suoi alleati che affrontano sfide in tutto il mondo, dall’Ucraina al Venezuela fino a Taiwan, Israele è parte fondamentale dell’alleanza, fornendo tecnologie ed esperienze militari e scontrandosi nel contempo con l’Iran, un anello fondamentale nell’alleanza rivale.

Potrebbe non essere una cosa che incontra il favore generale, soprattutto nel momento in cui Israele è guidata da un leader impopolare, ma l’Occidente ha bisogno di Israele come alleato e questo è il limite reale a ogni pressione. Quello che Israele porta all’alleanza può essere sintetizzato in due parole.

Quello che Israele mette sul tavolo

Come inviato in Ucraina nei primi mesi della guerra nel 2022 mi aspettavo di incontrare reazioni negative alla vergognosa politica israeliana di neutralità in seguito all’invasione russa. Ma in conversazioni e interviste con gli ucraini a ogni livello non sono riuscito a individuare alcun segno di ostilità. Tutti gli ucraini che ho incontrato vedevano Israele come Nazione “sorella del cuore”.

Mentre resistevano contro il più grande e potente invasore russo, Israele e le sue guerre contro i vicini arabi erano un esempio che intendevano emulare. Sorprendentemente stavano dimenticando i calcoli israeliani per la propria sicurezza nazionale per non irritare Vladimir Putin, ma finivano ogni conversazione con “Per favore, mandateci l’Iron Dome”.

Ironicamente, di tutte le cose che Israele potrebbe e dovrebbe aver mandato all’Ucraina il suo sistema di difesa missilistico Iron Dome sarebbe stato il meno utile. Destinato a difendere zone relativamente piccole intercettando razzi a corto raggio, Iron Dome sarebbe stato di scarsa utilità per proteggere le ampie distese dell’Ucraina dall’arsenale russo di missili a lungo raggio. Ma nei 13 anni dalla prima volta che Iron Dome è diventato operativo ha simbolizzato molto più dell’insieme delle sue potenzialità.

Un politico che ha una passione per i simboli è l’ex-presidente USA Donald Trump. Nel suo confuso discorso di accettazione della nomination alla Convenzione Nazionale Repubblicana di luglio ha detto che “Israele ha un Iron Dome [una cupola di ferro]. Hanno un sistema di difesa missilistica. Trecentoquarantadue missili sono stati sparati contro Israele e solo uno lo ha attraversato un poco.”

Non era vero. Iron Dome è stato a malapena coinvolto nell’intercettare oltre 300 missili e droni iraniani in aprile. Ma i fatti hanno contato ben poco per Trump, e non gli hanno sicuramente impedito di promettere che “stiamo per costruire un Iron Dome sul nostro Paese e stiamo per garantire che niente possa arrivare e danneggiare il nostro popolo.”

Ancora una volta Iron Dome come sistema non aiuterà a proteggere gli estesi Stati Uniti d’America, con un oceano da entrambi i lati, dai missili balistici intercontinentali russi o cinesi. Ma Iron Dome significa molto di più.

Iron Dome è diventato un simbolo di quello che Israele mette sul tavolo. È la seconda arma israeliana ad aver raggiunto un tale livello di rappresentatività a livello globale. Il primo è stato l’Uzi, un mitra compatto e resistente sviluppato per l’IDF negli anni ‘50 che, proprio come Iron Dome, ha raggiunto uno status ben al di là del suo reale uso militare.

Di fatto l’Uzi ha raggiunto il suo periodo d’oro nella cultura popolare molto dopo che smettesse di essere utilizzato dalla maggior parte delle unità di combattimento israeliane. Ma negli anni ’80, quando Hollywood produsse i suoi migliori film d’azione, c’era sempre una scena in cui Chuck, Sly o Arnie si aprivano la strada fuori dai guai con un Uzi che riluceva in ognuna delle loro mani.

Fu l’epitome della solidità inventiva di una piccola Nazione assediata che lottava per sopravvivere contro ogni ostacolo. Era piccolo, ingegnoso e mortale, un simbolo adeguato di tutto ciò che Israele era stato nei suoi primi decenni.

Iron Dome non è solo l’arma israeliana più conosciuta, funge da immagine di come Israele è visto oggi in Occidente.

A differenza dell’Uzi, con il suo telaio squadrato e la sua canna schiacciata, non ha una forma definita, solo una fila di anonime cabine e camere di lancio quadrate. Adolescenti eccitabili non possono immaginarsi mentre sparano con esso, alla Stallone, contro i cattivi. Iron Dome è un algoritmo segreto e piccoli sbuffi di fumo nel cielo o lunghe striature gialle di notte.

Non puoi capire come funziona, solo quello che fa, e quello che quei geni di israeliani hanno di nuovo fatto, solo che ora, invece di saldare qualche pezzo stampato di metallo insieme a un’efficiente molla, lo hanno fatto con la matematica e la tecnologia.

Iron Dome è molto più di uno dei sistemi israeliani di missili difensivi multistrato. È la quintessenza di tutto quello che Israele porta nell’alleanza: la tecnologia, la potenza di fuoco, la condivisione del sapere e dell’intelligenza. Un’immagine del valore e dell’esperienza militari che può apprezzare persino un renitente alla leva senza alcuna conoscenza di strategia militare come Trump.

E se persino Trump lo può capire, i dirigenti più consapevoli, che negli ultimi due anni e mezzo, dopo decenni di scarsi finanziamenti destinati alla difesa, mancanza di investimenti nelle industrie militari e una riduzione di personale che ha inviato i reclutatori dei marines USA fino in Micronesia, hanno cercato di capire come l’Occidente possa attrezzarsi per affrontare una Russia rinascente e una sempre più aggressiva Cina, sanno di non poter rinunciare a un piccolo Paese in grado di costruire una potenza militare avanzata con così poche risorse.

Questa immagine di un Israele avanzato ed efficiente ha contribuito a tenere aperta la finestra a Gaza l’anno scorso, anche se molto di quanto è successo negli ultimi 12 mesi, il fallimento totale dell’intelligence e della tecnologia il 7 ottobre e la totale distruzione di Gaza da allora, hanno eroso la sua immagine. Israele è stato in grado di sfruttare la reputazione che si è costruito prima della guerra.

È il processo opposto a quello che è avvenuto nel caso dell’Ucraina dove, alla vigilia dell’invasione russa, l’Occidente stava per rinunciare e ridurre la sua sconfitta offrendo al presidente Volodymyr Zelenskyy un elicottero per portarlo fuori e creare un governo in esilio. Solo quando nei giorni e nelle settimane successivi è emerso che i valorosi ucraini si sono dimostrati abili nel bloccare, dividere e alla fine distruggere sferraglianti colonne corazzate russe l’Occidente ha iniziato ad aumentare il suo sostegno all’Ucraina con armamenti pesanti sempre più avanzati che valgono decine di miliardi di dollari.

Ciò non ha a che fare con la questione morale a favore dell’Ucraina, ma con fornire all’Occidente un conveniente rapporto qualità-prezzo per erodere le capacità della Russia, evidenziare la sua vulnerabilità e dare all’Occidente più tempo per preparare le sue difese. L’Ucraina ha fatto tutto questo dal febbraio 2022, ed è la ragione per cui ora ha una flottiglia di caccia F-16 e centinaia di carri armati occidentali.

La buona sorte di Israele è stata che quando è iniziata la guerra a Gaza non ha dovuto perorare la causa geopolitica. Più di tutti i tentativi propagandistici di mostrare i dettagli delle atrocità del 7 ottobre per controbilanciare le foto dei bambini palestinesi uccisi nelle rovine di Gaza sui media internazionali, quello che ha tenuto l’Occidente dalla parte di Israele è la necessità di tenerselo nell’alleanza.

È per questo che ci è voluto quasi un anno di pressioni politiche interne prima che i leader di Gran Bretagna e Francia, due Paesi che comunque praticamente non vendono armi a Israele, facessero il minimo gesto di bloccare le armi, anche se in realtà i loro servizi militari e di intelligence continuano a cooperare intensamente con Israele.

È la ragione per cui, nonostante la guerra, il più importante sviluppo nel commercio di armi tra Israele e l’Europa è stato il fatto che la Germania ha firmato un contratto da 4.4 miliardi di dollari per comprare il sistema israeliano di difesa missilistica Arrow come pilastro della sua European Sky Shield Initiative [progetto per costruire un sistema di difesa aerea europeo integrato a terra che includa armi contro i missili balistici, ndt.].

Niente di tutto questo significa che Israele abbia un assegno in bianco per un altro anno di guerra, non solo a Gaza, ma neppure contro Hezbollah e l’Iran.

Ciò significa che i calcoli delle capitali occidentali riguardo a se continuare ad appoggiare Israele non sono, e non saranno, dettati dalle foto del massacro di Gaza, ma da quegli stessi calcoli pragmatici che potrebbero essere stravolti da una guerra totale con l’Iran, e il suo più complessivo impatto geopolitico sulle forniture energetiche a livello globale e sulla Cina.

Il pregio dell’israeliano Iron Dome ne ha fatto una risorsa nell’alleanza occidentale e gli ha garantito un anno in cui è stato in grado di operare a Gaza e in Libano con pochissimi limiti. Non sarà più così se il fronte iraniano continua a peggiorare.

Nel secondo anno di guerra potrebbe scoprire che sta diventando più un ostacolo che un vantaggio.

Anshel Pfeffer è l’inviato di The Economist in Israele.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La disumanizzazione dei palestinesi da parte della società israeliana è ormai assoluta

Meron Rapoport

23 agosto 2024 – + 972 Magazine

In passato in Israele il dibattito etico in merito alle sue azioni militari poteva essere limitato e ipocrita, ma almeno esisteva. Non questa volta.

Alle 5:40 del mattino del 10 agosto il portavoce delle IDF ha inviato un messaggio ai giornalisti per informarli di un attacco aereo israeliano su un “quartier generale militare situato nel complesso scolastico di Al-Taba’een vicino a una moschea nell’area di Daraj [e] Tuffah, che funge da rifugio per degli abitanti di Gaza City”.

“Il quartier generale”, continuava il portavoce, “è stato utilizzato dai terroristi dell’organizzazione terroristica di Hamas per nascondersi e da lì hanno pianificato e promosso attacchi terroristici contro le forze delle IDF e i cittadini dello Stato di Israele. Prima dell’attacco sono state prese varie misure per ridurre possibili danni ai civili, tra cui l’uso di munizioni di precisione, equipaggiamento visivo e informazioni di intelligence”.

Poco dopo questo annuncio immagini scioccanti della scuola di Al-Taba’een hanno circolato in tutto il mondo, mostrando ammassi di carne smembrata e resti umani raccolti in sacchi di plastica. Le immagini sono state accompagnate da resoconti in base ai quali nell’attacco israeliano erano stati uccisi circa 100 palestinesi, e molti altri erano stati ricoverati in ospedale. La maggior parte delle vittime è stata uccisa durante il fajr, la preghiera dell’alba, in uno spazio apposito all’interno del complesso scolastico.

Come prevedibile, nelle ore e nei giorni successivi si è sviluppata una guerra di narrazioni sul numero di vittime civili. Il portavoce delle IDF ha pubblicato le foto e i nomi di 19 palestinesi che, a suo dire, erano “operativi” di Hamas o della Jihad islamica uccisi nell’attacco; a molti è stata data l’etichetta senza specificare la loro presunta posizione o grado.

Hamas ha negato le accuse. Anche l’Euro-Med Human Rights Monitor ha contestato le informazioni dell’esercito israeliano: la ONG ha scoperto che alcune delle persone sulla lista dell’esercito erano state in effetti uccise in precedenti attacchi a Gaza, che altre non erano mai state sostenitrici di Hamas e che alcune si opponevano addirittura al gruppo. L’esercito ha poi pubblicato un elenco aggiuntivo di altri 13 palestinesi che, a suo dire, erano operativi [di Hamas] uccisi nel bombardamento.

Mentre solo un’indagine indipendente può determinare in modo definitivo l’identità di tutte le vittime dell’attacco, la dichiarazione iniziale del portavoce delle IDF è indicativa del drammatico cambiamento che la società israeliana ha subito per quanto riguarda la vita dei palestinesi a Gaza.

L’annuncio delle IDF affermava esplicitamente che la scuola “serve come rifugio per gli abitanti di Gaza City”, il che significa che le IDF sapevano che i rifugiati erano fuggiti lì per paura dei bombardamenti dell’esercito. La dichiarazione non affermava che ci fossero stati attacchi con armi da fuoco o missili dalla scuola, ma che “i terroristi di Hamas … hanno pianificato e promosso … atti terroristici” da essa. Né affermava che i civili che si erano rifugiati nella scuola avevano ricevuto alcun avvertimento, solo che l’esercito aveva usato “armi di precisione” e “intelligence”. In altre parole, l’esercito ha bombardato un rifugio affollato conoscendo benissimo quali mortali conseguenze il suo assalto avrebbe inflitto.

Come se affamare milioni di persone fosse un hobby

Non dovrebbe sorprendere che i media israeliani abbiano appoggiato le affermazioni del portavoce delle IDF. Nel caso dei clamorosi fallimenti della sicurezza che hanno portato al 7 ottobre, ai media israeliani, e in particolare ai media di destra, è consentito essere critici e scettici nei confronti dell’esercito. Ma quando si tratta di uccidere i palestinesi, questo scetticismo viene buttato fuori dalla finestra: a Gaza, l’esercito ha sempre ragione.

“In guerra le scuole sono off limits”, ha scritto su Haaretz il prof. Yuli Tamir, ex ministro dell’Istruzione israeliano. “Non c’è un solo comandante che dirà: ‘Basta così’?” La risposta è un sonoro no. Ogni guerra comporta un certo livello di disumanizzazione del nemico. Ma sembra che nell’attuale guerra a Gaza la disumanizzazione dei palestinesi sia quasi assoluta.

Dopo ogni guerra combattuta dagli israeliani negli ultimi decenni ci sono state pubbliche manifestazioni di rimorso. Il che è stato spesso criticato come logica di “sparare e piangere”, ma almeno i soldati piangevano.

Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 è stato pubblicato il libro di enorme successo “The Seventh Day: Soldiers’ Talk about the Six-Day War” [Il Settimo Giorno: testimonianze dei soldati sulla Guerra dei Sei Giorni, ndt.] , contenente testimonianze di soldati che cercavano di confrontarsi con i dilemmi morali che avevano affrontato durante i combattimenti. Dopo i massacri di Sabra e Shatila del 1982 centinaia di migliaia di israeliani, tra cui molti che avevano prestato servizio nella guerra del Libano, scesero in piazza per protestare contro i crimini dell’esercito.

Durante la prima Intifada molti soldati denunciarono gli abusi sui palestinesi. La seconda Intifada diede vita alla ONG Breaking the Silence. Il discorso morale sull’occupazione potrebbe essere stato ristretto e ipocrita, ma esisteva.

Non questa volta. L’esercito israeliano ha ucciso a Gaza almeno 40.000 palestinesi, circa il 2% della popolazione della Striscia. Ha causato il caos totale, distruggendo sistematicamente quartieri residenziali, scuole, ospedali e università. Negli ultimi dieci mesi centinaia di migliaia di soldati israeliani hanno combattuto a Gaza, eppure il dibattito morale è quasi inesistente. Il numero di soldati che hanno parlato dei loro crimini o difficoltà morali con una seria riflessione o con rammarico, anche in forma anonima, può essere contato sulle dita di una mano.

Paradossalmente la distruzione insensata e gratuita che l’esercito sta causando a Gaza può essere vista attraverso le centinaia di video che i soldati israeliani hanno filmato e inviato ad amici, familiari o partner in segno di orgoglio per le loro azioni. È dalle loro riprese che abbiamo visto le truppe far saltare in aria le università di Gaza, sparare a caso contro le case e distruggere un impianto idrico a Rafah, per citare solo alcuni esempi.

Il generale di brigata Dan Goldfuss, comandante della 98a divisione, la cui lunga intervista nel momento in cui andava in pensione è stata presentata come esempio di comandante che sostiene i valori democratici, ha affermato: “Non provo pena per il nemico… non mi vedrete sul campo di battaglia provare pena per il nemico. O lo uccido o lo catturo”. Non una parola sulle migliaia di civili palestinesi uccisi dal fuoco dell’esercito, o sui dilemmi che hanno accompagnato tale massacro.

Allo stesso modo, il tenente colonnello A., comandante del 200° squadrone che gestisce la flotta di droni dell’aeronautica militare israeliana, all’inizio di questo mese ha rilasciato un’intervista a Ynet in cui ha affermato che durante la guerra la sua unità aveva ucciso “6.000 terroristi”. Quando gli è stato chiesto un commento sull’operazione di salvataggio per la liberazione a giugno di quattro ostaggi israeliani, che ha portato all’uccisione di oltre 270 palestinesi ha risposto: “Come si identifica un terrorista? Abbiamo portato l’attacco contro il lato della strada per allontanare i civili, e chiunque non fosse fuggito, anche se disarmato, per quanto ci riguardava era un terrorista. Tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”.

Questa disumanizzazione ha raggiunto nuovi vertici nelle ultime settimane con il dibattito sulla legittimità dello stupro dei prigionieri palestinesi. In una discussione sulla rete televisiva popolare Channel 12, Yehuda Shlezinger, un “commentatore” del quotidiano di destra Israel Hayom, ha chiesto di istituzionalizzare lo stupro dei prigionieri come parte della pratica militare. Almeno tre parlamentari del partito al governo Likud hanno anche sostenuto che ai soldati israeliani dovrebbe essere consentito di fare qualsiasi cosa, incluso lo stupro.

Ma il primato va al ministro delle Finanze e vice del ministero della Difesa di Israele, Bezalel Smotrich. Il mondo “non ci lascerà causare la morte di fame di 2 milioni di civili, anche se potrebbe essere giustificato e morale finché i nostri ostaggi non saranno restituiti”, si è lamentato in una conferenza a Israel Hayom all’inizio di questo mese.

Le osservazioni sono state fortemente condannate in tutto il mondo, ma in Israele sono state accolte con indifferenza, come se far morire di fame milioni di persone fosse solo un banale passatempo. Se i semi della disumanizzazione non fossero già stati piantati e ampiamente legittimati, Smotrich non avrebbe osato dire una cosa del genere pubblicamente. Dopotutto vede con quanta prontezza il governo e l’esercito israeliani abbiano abbracciato di fatto il suo “Piano Decisivo” per Gaza.

Finché li uccidiamo, meritano di morire”

Quando parliamo della corruzione morale portata dall’occupazione, spesso ricordiamo le parole del prof. Yeshayahu Leibowitz. Nell’aprile del 1968, prima che passasse un anno dall’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza, scrisse: “Lo Stato che governa una popolazione ostile di 1,4-2 milioni di stranieri diventerà necessariamente uno Stato Shin Bet [l’intelligence del ministero degli interni israeliano, ndt], con tutto ciò che questo implica riguardo al carattere dell’istruzione, della libertà di parola e di pensiero e della governance democratica. La corruzione, che è una caratteristica di tutti i regimi coloniali, contagerà anche lo Stato di Israele”.

Quando consideriamo l’abisso morale in cui si trova oggi la società israeliana è difficile non attribuire a Leibowitz una capacità profetica. Ma un esame attento delle sue parole rivela un quadro più complesso.

Si potrebbe sostenere che l’Israele del 1968 fosse ancora meno democratico di oggi. Era uno Stato monopartitico governato dal Mapai (il predecessore dell’attuale Partito Laburista), che escludeva non solo i suoi cittadini palestinesi, liberati da solo due anni dalla legge marziale israeliana, ma anche gli ebrei mizrahi dei Paesi arabi e musulmani, e teneva all’angolo gli ebrei religiosi e ultra-ortodossi. I media israeliani difficilmente criticavano il governo e i libri di testo scolastici da cui ho studiato negli anni ’60 e ’70 non erano particolarmente progressisti.

Al di qua della Linea Verde [confine degli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndt.] Israele è molto più liberale oggi di quanto non lo fosse nel 1968. Sempre più donne occupano posizioni direttive, per non parlare delle persone LGBTQ+, la cui stessa esistenza era un crimine. Economicamente Israele è un Paese molto più libero rispetto all’economia statalista centralizzata degli anni ’60 (e le disuguaglianze sono cresciute di conseguenza), e il Paese è molto più connesso al resto del mondo.

Si potrebbe sostenere che questa non è una contraddizione, ma che si tratta piuttosto di processi complementari. L’occupazione non ha solo arricchito Israele (nel 2023, ad esempio, le esportazioni militari hanno raggiunto un record di 13 miliardi di dollari), ma lo ha aiutato a mantenere due sistemi di governo paralleli (colonialismo e apartheid nei territori occupati e democrazia liberale per gli ebrei all’interno della Linea Verde) e forse anche due sistemi morali paralleli. La sconnessione tra l’espansione dei diritti dei cittadini israeliani e la cancellazione dei diritti dei sudditi palestinesi è diventata una parte inscindibile dello Stato. “Villa nella giungla” non è solo un termine pittoresco, descrive l’essenza del regime israeliano.

L’attuale governo fascista ha sconvolto quello che un tempo era un equilibrio più delicato. Trasformando il “liberalismo” in un nemico, politici come Yariv Levin, Simcha Rothman e i loro soci stanno cercando di abbattere la barriera tra i mondi paralleli attraverso il loro colpo di stato giudiziario. Le posizioni di rilievo assegnate a razzisti e fascisti come Smotrich e Itamar Ben Gvir hanno contribuito a questo processo.

Di fronte alle atrocità inflitte da Hamas il 7 ottobre il discorso di questi fascisti israeliani rimane la voce principale nel dibattito pubblico, poiché il presunto Israele liberale, che ha ignorato l’occupazione per anni, non ha saputo collocare la violenza di Hamas in un contesto più ampio di oppressione strutturale e apartheid. È così che siamo arrivati ​​al punto in cui nella società israeliana dominante non c’è una vera opposizione alla totale disumanizzazione dei palestinesi.

La macchina per uccidere israeliana non sa come fermarsi, ha scritto Orly Noy di +972 e Local Call su Facebook dopo il bombardamento della scuola di Al-Tabaeen, perché agisce per inerzia e tautologia. Sta agendo per inerzia perché fermarla costringerebbe Israele a interiorizzare ciò che ha causato, quale atrocità dalla portata epocale è iscritta nel suo nome… Ed è qui che entra in gioco il ragionamento tautologico: finché uccidiamo, è ovvio che loro meritano comunque di morire”. Proprio come ha detto il comandante del 200° Squadrone qualche giorno dopo.

Tuttavia, all’interno della Linea Verde ci sono ancora una società civile e un campo liberale che detengono un potere considerevole, come si vede nelle manifestazioni settimanali contro il governo. La domanda è cosa succederà se si raggiungerà un cessate il fuoco e la “macchina di sterminio” israeliana sarà costretta a fermarsi. Parti della società israeliana si renderanno conto che la violenza sfrenata che Israele ha scatenato dal 7 ottobre, e le forze di disumanizzazione che la guidano, minacciano l’esistenza stessa dello Stato?

“Il silenzio è abietto”, ha scritto Ze’ev Jabotinsky nella poesia che è diventata l’inno del movimento sionista revisionista Beitar, il capostipite del Likud. Il fatto che Netanyahu e i suoi partner abbiano bisogno del rumore di una guerra incessante è chiaro. La domanda è perché il campo liberale stia zitto.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)