Sfollamenti senza fine: la tragedia delle espulsioni forzate a Tulkarem e Jenin

Fayha Shalash – Ramallah

24 aprile 2025 – Palestine Chronicle

Decine di migliaia di palestinesi continuano a subire sfollamenti e perdite a Tulkarem e in altri campi profughi della Cisgiordania settentrionale sotto la continua aggressione militare israeliana.

Tasneem Sleit continua a patire le sofferenze dello sfollamento dopo essere stata espulsa con la sua famiglia dalla loro casa nel campo di Tulkarem, come decine di migliaia di altri palestinesi.

L’aggressione militare israeliana contro i campi profughi nella Cisgiordania settentrionale è in corso da tre mesi, senza che se ne veda una fine.

Tutti i residenti dei campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati sfrattati con la forza dalle loro case e centinaia di queste abitazioni sono state demolite nell’ambito di un piano più ampio per cancellare i campi profughi e alterarne completamente la struttura con il pretesto di eliminare le cellule della resistenza armata.

Oltre 40.000 sfollati da questi campi vivono in condizioni difficili, senza alcun sostegno palestinese ufficiale. Più della metà di loro si è stabilita in centri, residenze e locali pubblici nelle città di Jenin e Tulkarem, soffrendo per la mancanza di aiuti e un futuro incerto.

Non c’è disperazione più grande

Il 27 gennaio un aereo israeliano ha bombardato un obiettivo nel campo di Tulkarem uccidendo due palestinesi. In quel momento, Tasneem si trovava fuori dalla sua casa, nel quartiere di al-Madaris, e non è riuscita a rientrarvi a causa di un raid su larga scala dell’esercito israeliano.

Da allora Tasneem non ha più visto la sua casa. Lei e suo marito sono stati costretti a prendere in affitto un’abitazione alla periferia del campo, ma l’esercito israeliano l’ha presa d’assalto il 12 marzo, trasformandola in una caserma militare e costringendo la famiglia a fuggire ancora una volta.

“Qualche settimana fa i miei genitori hanno ricevuto dal tribunale israeliano un ordine di demolizione della loro casa all’interno del campo. In seguito ho saputo che la mia casa era stata demolita. Non c’è sensazione più penosa di questa: vedere i ricordi, gli oggetti personali e gli anni meravigliosi che abbiamo trascorso lì svanire in momenti simili. È una cosa estremamente dura”, ha dichiarato al Palestine Chronicle.

“Gli sfollati sono completamente esausti”, dice Tasneem nel descrivere la loro situazione, mentre l’esercito israeliano annuncia che rimarrà nei campi fino al prossimo anno, senza un futuro chiaro davanti a loro.

Stiamo aspettando notizie di un ritiro così da poter tornare alle nostre case, la maggior parte delle quali è stata distrutta, e quelle rimaste sono gravemente danneggiate. La vita nel campo è insostenibile. C’è chi dice che torneremo al campo anche se dovremo vivere in una tenda, pur sapendo che ci è proibito ricostruire le nostre abitazioni,afferma.

Gli sfollati non cercano solo cibo; hanno anche bisogno di molte cose che non sono disponibili, come i vestiti che hanno lasciato nelle loro case, ora sepolti sotto le macerie, e beni di prima necessità per i bambini.

La maggior parte dei volontari che si occupano degli sfollati ha smesso di lavorare, incapace di far fronte al carico sempre più gravoso. Per non parlare dell’elevato numero di abitanti di Tulkarem le cui case sono state distrutte dai soldati perché si affacciavano sul campo o utilizzate come caserme militari.

Gli abitanti non hanno alternative abitative oltre ai rifugi già sovraffollati.

Quando finirà la nostra tragedia?

L’autista di ambulanze Hazem Masarweh sta vivendo i giorni più difficili dopo essere stato sfollato dalla sua casa nel campo di Jenin.

Masarweh ci ha raccontato di essere stato costretto a lasciare l’abitazione all’inizio dell’offensiva. È riuscito a prendere una casa in affitto per evitare di essere confinato nei rifugi, ma non possiede utensili per cucinare o per fare il bucato.

“Tutti gli aiuti alimentari forniti agli sfollati contengono cereali da cucinare, ma non abbiamo fornelli né forni, il che ha aggravato le nostre sofferenze”, ci ha detto.

Per distribuire il pesante carico Hazem e i suoi due figli sono stati costretti a trasferirsi in un luogo mentre sua moglie e sua figlia si sono spostate in un altro e il figlio maggiore in un terzo. Si fanno visita ogni 20 giorni.

Masarweh possiede il Centro Medico Ibn Sina, dove l’esercito israeliano ha fatto irruzione più volte distruggendone i contenuti. Non è a conoscenza della sorte della sua casa all’interno del campo.

Stiamo vivendo uno stato psicologico complesso. Cerchiamo di sopravvivere con quel poco che abbiamo, e pensiamo costantemente alle nostre case e ai vicoli del campo in cui siamo cresciuti. Ci torneremo mai? Come saranno ora? Quando finirà la nostra interminabile tragedia?

Forse la preoccupazione maggiore per gli sfollati è la mancanza di prospettive o di una fine a questa aggressione, come per le precedenti incursioni. Il continuo sfollamento grava pesantemente sulle spalle degli espulsi e sulle loro speranze di una vita dignitosa, che sembrano un miraggio sotto l’occupazione.

FayhaShalash è una giornalista palestinese di Ramallah. Si è laureata all’Università di Birzeit nel 2008 e da allora lavora come reporter e conduttrice. I suoi articoli sono apparsi su diverse pubblicazioni online. Ha collaborato con questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il brutale assedio di Jenin da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese non fa che aggravare la sua crisi di legittimità

Yara Hawari

3 gennaio 2025-Al Jazeera

Il popolo palestinese non dimenticherà la perdita di vite umane o le percosse e le torture in stile shabiha

Il 28 dicembre la giovane studentessa di giornalismo Shatha Sabbagh è uscita di casa nella città di Jenin, nella Cisgiordania occupata, con la madre e i due figli piccoli della sorella. Un attimo dopo è stata colpita alla testa e uccisa dal proiettile di un cecchino. Aveva solo 21 anni.

Shatha è stata uccisa nello stesso campo profughi in cui la giornalista veterana Shireen Abu Akleh è stata assassinata dal regime israeliano nel 2022. Tuttavia, Shatha non è stata uccisa da un soldato del regime israeliano. Secondo la sua famiglia il proiettile che le ha tolto la vita è stato sparato dalle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (PASF).

Nell’ultimo mese, le PASF hanno assediato il campo profughi di Jenin, in uno sforzo coordinato con gli israeliani, come parte del tentativo di reprimere la resistenza armata nella Cisgiordania settentrionale.

Mentre l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è riuscita a sottomettere la resistenza all’occupazione israeliana in molti altri centri urbani attraverso minacce e repressione, nel nord rimangono sacche in cui sono ancora presenti gruppi di resistenza armata. La città di Jenin, e in particolare il suo campo profughi, dove sono state uccise sia Shireen che Shatha, è una di queste sacche. Ecco perché il campo, che ospita più di 15.000 persone, è diventato un simbolo di resistenza e fermezza e una vera spina nel fianco del PASF.

In effetti, l’esistenza stessa dell’ANP dipende dall’eliminazione della resistenza al regime israeliano in tutte le aree sotto il suo presunto controllo. Infatti coordina costantemente le sue azioni con l’esercito israeliano e utilizza tattiche di repressione che sono spesso indistinguibili da quelle [di Israele]. In effetti si potrebbe facilmente confondere le PASF con l’esercito israeliano se non fosse per le loro uniformi diverse.

E, mentre gli israeliani continuano con il loro genocidio a Gaza, le PASF hanno intrapreso la loro vasta operazione di aggressione contro Jenin. Hanno posto un assedio implacabile al campo profughi, tagliando acqua, elettricità e vietando l’ingresso della maggior parte dei beni di prima necessità. Le PASF hanno anche piazzato cecchini sui tetti e posti di blocco sulle strade, al fine di limitare gli spostamenti dei combattenti della resistenza.

Ci sono anche segnalazioni di percosse, arresti e torture. Un team della Mezzaluna Rossa Palestinese ha testimoniato di essere stato trattenuto, picchiato e interrogato per due giorni e mezzo mentre cercava di consegnare medicinali alle famiglie assediate.

In un video che sta circolando sui social media palestinesi due uomini vengono costretti a stare in piedi su una gamba e a ripetere continuamente “il Presidente Abu Mazen [Mahmoud Abbas] è Dio”. In un altro video i membri della PASF picchiano fino a far perdere i sensi un giovane a quanto pare per aver criticato l’assedio dell’AP al campo profughi di Jenin. Forse non sorprende che molti stiano usando la parola “shabiha” [in arabo “spettri”, “fantasmi” n.d.t.] per descrivere le PASF, un termine comunemente usato per le forze e i gruppi che erano fedeli all’ex dittatore siriano Bashar al-Assad

Gli abitanti del campo sono scesi in piazza per protestare e hanno chiesto all’ANP di fermare il suo brutale assalto e di porre fine allo spargimento di sangue fratricida. Ma queste richieste sono state ignorate. Invece le PASF insistono affinché i combattenti della resistenza consegnino le armi o lascino il campo, cose che si sono categoricamente rifiutati di fare. Come andrà a finire è ancora da vedere, ma ciò che è certo è che prima della sua fine altro sangue palestinese verrà versato. Per la leadership dell’ANP l’operazione a Jenin fa parte di un quadro molto più ampio che le consente di posizionarsi come l’organismo che prenderà il controllo di Gaza dopo un cessate il fuoco. La logica è che, se l’ANP può dimostrare di poter sedare e persino eliminare la resistenza armata in Cisgiordania, Israele e gli Stati Uniti ne faciliteranno l’insediamento a Gaza. Tuttavia, mentre l’amministrazione Biden ha indicato che avrebbe sostenuto una presa in carico dell’ANP [a Gaza, n.d.t.], il governo Netanyahu non ha fatto alcuna proposta del genere e, al contrario, ha dichiarato categoricamente che avrebbe rifiutato tale scenario. Ciononostante la dirigenza dell’ANP continua a svolgere il suo ruolo di collaborazionista nella speranza di ottenere più briciole dalla tavola del padrone. Come per dimostrare la sua colpevolezza e gettare altro sale sulla ferita, l’ANP ha recentemente annunciato la sua decisione di sospendere le operazioni di Al Jazeera nella Cisgiordania occupata come punizione per i suoi reportage da Jenin. L’ANP segue le orme del governo israeliano che anch’esso ha vietato le trasmissioni della rete nel maggio 2024 in risposta diretta al fatto che ha informato sul genocidio in corso a Gaza.

Mentre il tradimento della leadership dell’ANP e il coordinamento della sicurezza con il regime israeliano non sono una novità, il suo prolungato assedio di Jenin ha portato il suo tradimento del popolo palestinese a un livello completamente nuovo. Le sue uccisioni ingiustificate di civili e le percosse e torture in stile shabiha dimostrano che è più che disposta ad oltrepassare linee rosse che difficilmente saranno dimenticate o perdonate dal popolo palestinese. Niente di tutto ciò fa ben sperare per la durata di una leadership che sta già soffrendo una crisi di legittimità per la sua incapacità di prendere una posizione significativa contro il genocidio in corso a Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

[Yara Hawari è la co-direttrice di Al-Shabaka, il Palestinian Policy Network. In precedenza ha ricoperto il ruolo di Palestine policy fellow e senior analyst. Yara ha completato il dottorato di ricerca in politica mediorientale presso l’Università di Exeter, dove ha insegnato vari corsi universitari e continua a essere una ricercatrice ad honorem. Oltre al suo lavoro accademico, incentrato su studi sui popoli indigeni e storia orale, è una commentatrice politica che scrive spesso per vari organi di informazione.]

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Palestinesi e israeliani: vite che si incrociano e si scontrano.

Mannocchi Francesca. Sulla mia terra. Storie di israeliani e palestinesi, De Agostini, Milano, 2024, pp. 288.

Recensione di Amedeo Rossi

Francesca Mannocchi si è distinta in questi mesi per essere tra i pochissimi giornalisti italiani ad aver denunciato il genocidio in corso a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme est, cercando di contestualizzare i fatti di cronaca nel loro contesto storico.

Questo libro che, nonostante l’argomento e le drammatiche testimonianze che riporta, la De Agostini propone come rivolto a bambini e ragazzi. Infatti l’autrice esordisce nell’introduzione con “Care ragazze, cari ragazzi”. Anche l’impostazione grafica richiama riferimenti scolastici: alcune pagine sembrano fogli di un quaderno a spirale a righe, alcune parole del testo sono cerchiate a matita, altre su fondo grigio approfondiscono alcuni concetti citati nel testo.

Un breve capitolo introduttivo ricostruisce l’attacco dei miliziani palestinesi contro il sud di Israele del 7 ottobre 2023. Vi si trovano alcune omissioni, come il fatto ormai noto che alcuni civili israeliani, almeno nel kibbutz Be’eri e al Nova Festival, sono stati uccisi dallo stesso esercito israeliano. Il testo ignora anche le domande relative a come sia stato possibile superare con assoluta facilità uno dei confini più controllati al mondo. Infine non si ricorda che fin da un anno prima, e poi nel luglio 2023, l’intelligence israeliana aveva informato i comandi dell’esercito, e probabilmente anche il governo, dei preparativi di Hamas per un’operazione su larga scala.

La prima parte, intitolata “Cronologia”, presenta un inquadramento storico che inizia dalla nascita del sionismo. Anche in questo caso si notano alcune lacune, solo in parte colmate nei riferimenti che si trovano a corredo delle testimonianze che seguono. A proposito di Gaza non viene spiegato che la sovrappopolazione della Striscia è dovuta al fatto che il 70% della popolazione è composta da profughi del ’47-’49 e del ’67. Ancor prima, riguardo all’ostilità palestinese nei confronti della colonizzazione sionista, non ne vengono menzionate le ragioni economiche, così come non viene ricordato che quasi metà della popolazione del territorio destinato dalla risoluzione ONU era palestinese, che le truppe sioniste ne occuparono ben di più e solo la pulizia etnica consentì la nascita di uno Stato “ebraico”.

Gli altri capitoli del libro sono dedicati alle testimonianze di palestinesi e israeliani. Riguardo ai primi Mannocchi inizia dalle colline a sud di Hebron che definisce “un luogo importante e simbolico”, in quanto teatro di una pluridecennale resistenza non violenta ai coloni e all’esercito. Vi sono riportate le testimonianze di attivisti ma soprattutto di persone comuni, cui vengono negati diritti fondamentali: all’istruzione, ad avere una casa, a vivere in condizioni dignitose. Questa violenza non ha risparmiato neppure i bambini. Il padre di uno di loro spiega: “Noi facciamo di tutto, qui, nelle nostre comunità, per educarli alla convivenza e alla pace. Per educarli alla non violenza. Ma i nostri sono bambini traumatizzati.”

Il racconto passa alla dura resistenza del campo profughi di Jenin, uno dei luoghi della Cisgiordania più martoriati ma anche più indomabili. La scritta che campeggiava all’ingresso del campo prima che venisse demolita nel marzo 2024 dall’esercito israeliano ne riassume lo spirito indomito: “Stazione di attesa prima del ritorno”, ovviamente dei luoghi di origine dei profughi, cioè nell’attuale Israele. Questa resistenza è alimentata dalla repressione, come racconta uno degli intervistati. A Jenin, spiega Mannocchi, le incursioni notturne dell’esercito nelle case dei palestinesi sono talmente frequenti che una madre le racconta: “I bambini ora dormono inconsciamente con le mani alzate.” E non stupisce che quando la giornalista ha chiesto a un bambino di 7 anni cosa voglia fare da grande lui risponda: “Combattere”. Come Abu, che voleva fare l’educatore nel campo, ma è stato ingiustamente incarcerato per 2 anni . “Mi hanno arrestato perché sono nato qui e loro considerano chiunque sia nato qui se non un terrorista, qualcuno che lo diventerà in futuro. Sentivo di non avere scelta,” racconta Abu, che è entrato in un gruppo armato. O come il giovane Amjad, che a 13 anni aveva scavalcato il muro di separazione per andare a vedere il mare a Giaffa. Per conquistarsi quel diritto è diventato un combattente e poi un martire della causa palestinese. Eppure Jenin è nota anche per la formidabile esperienza del Freedom Theatre, fondato dal figlio di un’attivista israeliana e di un palestinese. La sua sede è stata devastata nel dicembre 2023 durante un’incursione dell’esercito israeliano.

Altrettanto drammatica è la situazione di Hebron. Da decenni alcune centinaia di coloni estremisti religiosi si sono installati nel cuore della città vecchia e nei pressi è stata costruita Kiryat Arba, una delle colonie più violente. Mannocchi ripercorre la storia recente della città, raccontando sia le azioni dei gruppi armati palestinesi che quelle dei fanatici israeliani, seguaci del rabbino razzista e suprematista Meir Kahane e di Baruch Goldstein, autore di una strage di fedeli palestinesi nella moschea di Ibrahim/Tomba dei Patriarchi, definito un santo “che diede la sua vita per il popolo ebraico, la Torah e la nazione di Israele”. Lì la giornalista incontra Yahya, che a causa delle imposizioni dell’esercito non è in grado di accudire adeguatamente il figlio affetto da distrofia muscolare. E Raed, liberato dopo mesi di detenzione amministrativa, senza accuse né processo, che racconta delle violenze subite ad opera delle guardie carcerarie, soprattutto dopo il 7 ottobre. Il padre lamenta di non poter offrire altro che acqua e datteri a parenti e vicini accorsi a riabbracciare Raed, perché il governo israeliano vieta ogni festeggiamento per la liberazione dei prigionieri.

Mannocchi intervista anche i familiari di Rashid, ucciso con una fucilata mentre cercava di difendere Jit il suo villaggio, da un attacco dei coloni.

Tra gli israeliani troviamo Iddo, un 17enne israeliano che si rifiuta di fare il servizio militare e quindi dovrà andare in carcere, militante pacifista che solidarizza attivamente con i palestinesi delle colline a sud di Hebron. Racconta della sua solitudine tra i coetanei che lo considerano un traditore, ma afferma: “La mia più grande paura è andarmene da qui, ho paura di non poter avere un futuro in Israele […] Non me ne vado perché questo è l’unico posto che conosco, l’unico che chiamo casa.” Erella, settantasettenne, aiuta i bambini palestinesi e israeliani a conoscersi, mentre Gili, dopo l’uccisione di un suo amico il 7 ottobre ha superato il desiderio di vendetta ed ha deciso di conoscere i palestinesi. Dice di aver capito che “noi israeliani non vediamo i palestinesi come esseri umani e non diamo loro i diritti che appartengono agli esseri umani”. Per questo aiuta le comunità beduine della Cisgiordania.

Ma la giornalista incontra anche i coloni, come il direttore delle pubbliche relazioni del movimento Im Irtzu, che intende “rivitalizzare” la colonizzazione sionista. Costui afferma: “E’ importante colonizzare questa terra […] perché fa parte del nostro rapporto con Dio.” Nei pressi di Hebron Mannocchi visita la colonia di Otniel, teatro negli anni di alcuni attentati. Uno dei responsabili giustifica i massacri di minori in corso a Gaza in quanto “i loro adulti hanno costruito la loro educazione mettendo odio nei loro cuori, è molto triste ma […] è quello che dobbiamo fare.” E, aggiunge la giornalista, costui “pensa che dopo la guerra, a Gaza, non ci sia altra alternativa se non l’espulsione dei palestinesi dalla striscia e anche dei palestinesi dalla Cisgiordania.” Concetto ribadito da un’altra intervistata, nota come la “regina di Otniel”, che non parla mai di palestinesi perché, ricorda Mannocchi, “come tutti, pensa che la Palestina non esista. Né sia mai esistita. Né mai esisterà.” Infine compare Daniella Weiss, la “madrina dei coloni”, che sta pianificando la costruzione di nuove colonie a Gaza e sostiene che “chi mi definisce estremista […] non capisce che i miei atti e le mie parole sono guidati dalla Torah”.

Se il libro non può pretendere di rappresentare una situazione differenziata ed estremamente frammentata e le interviste non costituiscono certo un campione statisticamente significativo, la forza delle testimonianze dirette di alcuni protagonisti di queste tragiche vicende è sicuramente molto efficace restituisce umanità soprattutto ai palestinesi, che nella nostra informazione vengono usualmente rappresentati come semplici numeri.




Calore umano e coraggio nel campo profughi di Jenin

Gideon Levy

12 gennaio 2023, Haaretz

Nel campo profughi di Jenin ho visto tante cose belle. Non libri di poesie di Rachel o di Natan Alterman, come il narrante di una canzone di Naomi Shemer diceva di aver trovato negli avamposti dell’esercito israeliano nel Sinai, ma un accampamento coraggioso, determinato, ben organizzato e intriso di uno spirito combattivo forse senza uguali nella storia.

Sono passati quattro anni dalla mia ultima visita. Da un anno le forze di difesa israeliane non osano invadere il campo ma solo la sua periferia. Per anni l’Autorità Nazionale Palestinese non è stata in grado di entrarvi. Né nessun giornalista israeliano, a parte Amira Hass, lo ha visitato o vi è stato accolto dopo tutte le delusioni che i giornalisti israeliani hanno inflitto ai residenti del campo.

Ma questa settimana ci sono tornato con il fotografo Alex Levac. È stata una visita molto emozionante, intima, commovente ma anche istruttiva.

Nella città di Jenin solo nell’ultimo anno sono stati uccisi 60 abitanti. Di questi, 38 erano residenti nel campo, il luogo più simile alla Striscia di Gaza sia nello spirito che nella sofferenza; si ritrova nel campo di Jenin lo stesso calore umano e lo stesso coraggio.

Una terza sezione del cimitero dei martiri è già piena e se ne deve trovare un’altra per le vittime a venire. Se le forze di difesa israeliane invaderanno il campo, dicono qui, ci sarà un massacro. Lo dicono senza ombra di paura o di vanto.

Dalla mia ultima visita il proprietario del negozio di hummus all’ingresso del campo ha subito un intervento chirurgico di bypass. La moglie di un alto funzionario di Hamas nel campo, che è imprigionato in Israele, ha perso la vista. Vicino al campo è stato aperto un moderno ospedale e Jamal Zubeidi, il più coraggioso e nobile di tutti, nell’ultimo anno ha perso sia suo figlio Naeem che suo genero Daoud. Daoud era fratello e nipote di Zakaria Zubeidi [leader rivoluzionario e artista fuggito nel 2021 dalla prigione israeliana e in seguito ricatturato – non è mai stato processato per il suo arresto originale del 2019, ma gli è stata inflitta un’ulteriore condanna a cinque anni per la fuga, ndt.]

Abbiamo visitato il campo nel 40° giorno di lutto per Naeem. Jamal sedeva da solo in una stanza e riceveva gli ospiti, proprio nel luogo in cui l’esercito israeliano gli ha già demolito due volte la casa, circondato da foto e manifesti dei sei membri della sua famiglia uccisi. Anche una delegazione della setta ebraica Neturei Karta in visita a Jenin si era recata qui per porgere le proprie condoglianze, ma uomini armati del campo li hanno fatti scappare a colpi di arma da fuoco.

Il figlio più giovane di Jamal, Hamoudi, che avevamo incontrato la prima volta quand’era un bambino birichino, è ora l’uomo del campo più ricercato da Israele; è membro della Jihad islamica. I figli degli uomini che avevano combattuto per il laico Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ora combattono per la Jihad Islamica, l’organizzazione più potente del campo. E questa è in breve tutta la storia.

Gli uomini armati hanno sui loro cellulari un numero segreto che chiamano ogni volta che qualcuno vede le forze dell’esercito israeliano avvicinarsi alla città o al campo profughi. Quel numero di telefono fa suonare automaticamente un allarme in tutto il campo. Di solito succede di notte. L’intero campo viene svegliato e decine di uomini armati lasciano le loro case e si dirigono rapidamente verso gli ingressi del campo e della città. È così che sono stati uccisi 38 residenti del campo.

Le distinzioni tra le diverse organizzazioni militanti sono qui sfumate; collaborano tra loro più di quanto non facciano in qualsiasi altra parte della Cisgiordania o a Gaza. Reti mimetiche coprono alcuni vicoli per impedire ai droni dell’esercito israeliano di monitorare ciò che sta accadendo.

Un giovane tira fuori una fotografia aerea del campo che molto probabilmente è stata abbandonata in città dai soldati, anche se secondo la leggenda locale è stata rubata dalla tasca di un soldato. La foto è stata scattata durante la Coppa del Mondo e l’esercito israeliano ha etichettato alcuni dei vicoli del campo con i nomi dei paesi in competizione: vicolo Portogallo, vicolo Francia e vicolo Brasile.

Una casa nella foto è etichettata come habira; i giovani pensavano che si riferisse alla casa di un “amico” (“haver” in ebraico, che deriva dalla stessa radice ebraica) – in altre parole, un collaboratore.

L’auto più popolare nel campo è il SUV ibrido C-HR Toyota. Ne abbiamo visti diversi correre per i vicoli. Sono stati rubati a Israele quasi nuovi di zecca. Dopo tutto ciò che Israele ha rubato ai palestinesi, da ciò che resta delle loro terre a ciò che resta della loro dignità, c’è una giustizia poetica in queste Toyota rubate di cui i giovani sono così orgogliosi.

Non c’è qui una casa che non abbia subito un lutto, una famiglia che non abbia avuto un familiare reso permanentemente disabile o imprigionato. All’ingresso del campo, i giovani hanno eretto barricate di ferro brunito “come in Ucraina”. Non è ancora l’Ucraina, ma il campo profughi di Jenin potrebbe diventare un giorno, forse molto presto, una nuova versione della città ucraina di Bucha. Nessun israeliano dovrebbe rallegrarsene.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)