Villaggio vacanze israeliano a Gaza: la grottesca realtà dietro il genocidio

Jeremy Salt

1 gennaio 2025Palestine Chronicle

Le recenti azioni di Israele a Gaza, dal costruire un villaggio vacanze per i suoi soldati alla distruzione di ospedali, evidenziano una grottesca disconnessione dalle sofferenze umane.

La vera notizia del giorno non è che l’esercito israeliano ha costruito un villaggio vacanze per soldati stanchi sulla costa di Gaza, non lontano da Jabaliya che quegli stessi soldati hanno metodicamente distrutto negli ultimi tre mesi.

Il villaggio è solo un mostruoso memento di quanto lo Stato di Israele e la maggioranza del suo popolo si sono allontanati dalla normale umanità.

La vera notizia è l’uccisione di altri palestinesi, la distruzione definitiva dell’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahia, l’assassinio o il rapimento del personale e dei pazienti e lo spostamento di feriti gravi in altri ospedali che persino i principali media ammettono che non sono più operativi.

Il personale medico è stato portato verso una destinazione sconosciuta, forse la prigione Sde Teiman dove è stato assassinato uno degli altri medici rapiti, il dr. Adnan al Bursh, chirurgo ortopedico, laureato al King’s College. Secondo Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, è stato stuprato a morte.

L’eroismo dei palestinesi è sintetizzato dal dr. Hussam Abu Safiya, il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, che è stato picchiato con manganelli e bastoni mentre veniva trascinato via.

Il figlio del dr. Abu Safiya, Ibrahim, era stato ucciso dagli israeliani a ottobre. Il dr. Abu Safiya era stato ferito nel corso di un attacco di droni, ma è rimasto fino alla fine con il suo personale e i suoi pazienti. Non si sa dove sia ma ovviamente la sua vita è in pericolo perché potrebbe fare la stessa fine di Adnan al Bursh.

Nel villaggio vacanze israeliano per soldati stressati per colazione ci sono caffé freddo, toast, bibite a vari gusti e frappè. Alla colazione seguono pranzi e cene preparati alla griglia e poi al bar si servono caffè con cialde belghe, pretzel freschi e meringhe.

Ci sono sale massaggio per corpi stanchi e cliniche mobili per controlli medici e dentistici. Ci sono docce, internet, popcorn, caramelle e acqua fresca a volontà, comode poltrone a sacco per poltrire, PlayStation per divertirsi e frutta e gelati per “quando fa caldo.”

Tel Aviv dista da Gaza meno di 80 chilometri. Le stesse delizie sono disponibili a Tel Aviv giorno e notte, ma da Tel Aviv non si può vedere la distruzione e non si possono sentire le urla dei feriti e dei moribondi.

Il villaggio vacanze è vicino a Jabaliya, che i soldati che si prendono una pausa per rimettersi in sesto dai loro gravosi doveri hanno passato gli ultimi tre mesi a distruggere. Due giorni dopo Natale hanno invaso l’ospedale Kamal Adwan, distruggendone i reparti specialistici, assassinando 5 operatori sanitari, portando via gli altri con addosso solo la biancheria intima e spostando 350 persone al gelo. Cinquanta persone che vi si erano rifugiate sono state ammazzate in un attacco aereo contro un edificio nell’area dell’ospedale.

Il giornalista Gideon Levy ha paragonato questo resort a ‘La Zona di Interesse’, film di Jonathan Glazer sulla vita che conducevano, appena oltre il muro del campo di concentramento di Auschwitz, il suo comandante Rudolf Hoss, sua moglie e i loro figli. Si potevano sentire urla e colpi di armi da fuoco in lontananza e l’arrivo dei treni mentre i bambini giocavano in giardino e la moglie si prendeva cura delle piante e chiacchierava con gli ospiti. Lo scenario è idilliaco, i bambini passano giorni fantastici.

Non lontano dal villaggio vacanze di Gaza per soldati israeliani, non lontano dalle loro colazioni, grigliate e meringhe servite con il caffè, tutto come in un hotel di lusso, i bambini muoiono di freddo e fame, sono uccisi da cecchini e fatti a pezzi da missili e proiettili dei carri armati.

Da tempo Gaza è diventata una riserva di caccia di esseri umani, con i soldati israeliani che accumulano le loro prede e ora possono andare nel loro villaggio per riprendersi dallo stress con un bel massaggio o rilassandosi su una poltrona a sacco.

Israele sta celebrando un anno di una sfilza di ‘vittorie’, come chiama il genocidio a Gaza, e l’uccisione di migliaia di civili in Libano. Ha sfruttato la crisi in Siria per impossessarsi di ulteriori territori siriani, sta lanciando attacchi missilistici contro lo Yemen e si sta preparando per un attacco contro l’Iran.

Netanyahu sta dando vita a un mondo immaginario come fosse un guerriero ebreo per essere annoverato tra migliori fra loro, mentre la storia lo ricorderà come un abbietto criminale di guerra e il vigliacco assassino di massa di donne e bambini.

C’è la causa e c’è la battaglia. La Palestina è la causa e Israele non la distruggerà mai. Gaza è la battaglia eppure Israele, con tutta la sua potenza armata, non è riuscito a sconfiggere Hamas neanche dopo 15 mesi. L’altra battaglia persa, totalmente e decisamente, è quella contro l’opinione pubblica globale. Questo è un terreno che non riguadagnerà mai più, indipendentemente da quanto a lungo riuscirà a mantenere la sua stretta sulla Palestina.

Anche se Hamas non fosse in grado di sparare un altro colpo, la causa continuerà fino alle nuove generazioni. I giovani palestinesi che sono sopravvissuti a Gaza e i loro discendenti non produrranno un altro Arafat o un odiato Mahmoud Abbas. Non si perderà altro tempo in un altro ‘processo di pace’ allestito come una trappola mortale. Il modello per le generazioni future sarà Yahya Sinwar e il loro slogan sarà la riedizione del vecchio, ‘ciò che è stato preso con la forza può solo essere ripreso con la forza.’ [frase di Gamal Abdel Nasser Hussein, presidente dell’Egitto, ndt.]

Il mondo non può più permettersi uno Stato come Israele, come non poteva permettersi una Germania nazista, una lezione che ha imparato troppo tardi. La furia illegale di Israele nella storia sta nella stessa categoria e, come negli anni ’30, sembra che almeno il mondo occidentale imparerà la lezione troppo tardi.

Ehud Barak, l’ex primo ministro israeliano, una volta disse che Israele era la villa nella giungla. Ovviamente Israele non è una villa, ma uno Stato d’apartheid genocida. La ‘giungla’ è quella che ha creato e la ‘legge della giungla, ’ non quella dell’umanità, è quella che Israele ha scelto di seguire.

La ‘villa’ è il villaggio vacanze costruito a Gaza e la giungla è l’apocalisse che i soldati israeliani hanno creato poco lontano. I bambini muoiono di fame e freddo mentre loro mangiano cialde belghe.

Questo esempio attuale della ‘banalità del male’ di Hannah Arendt è una replica della trama de ‘La zona di Interesse’, con Rudolf Hoss che osserva dalla finestra della sua villa i figli che giocano in giardino e la moglie che raccoglie fiori mentre appena oltre il muro gli internati del campo sono sterminati.

Nel discorso di accettazione agli Academy Award per la vittoria del suo film il regista ha detto che nel girare ‘La zona di interesse’ “tutte le nostre scelte sono state fatte per riflettere e confrontarci con il presente, non per dire ‘guarda quello che hanno fatto allora’, ma ‘guarda quello che noi facciamo oggi.’ Aveva in mente Gaza come esempio presente per far vedere ‘dove conduce la disumanizzazione al suo peggio.’

Rudolf Hoss fu impiccato per i suoi crimini. Contro Netanyahu la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità eppure quando nel luglio 2024 ha parlato davanti al Congresso USA è stato interrotto dagli applausi quasi ogni minuto e ci sono state parecchie standing ovation, che è sicuramente come Hoss sarebbe stato accolto se avesse parlato a un raduno del partito nazista.

Dietro le fantasie dell’‘unica democrazia del Medio Oriente’ e dell’‘esercito più etico del mondo’, l’Occidente ha umanizzato l’inumano per decenni. Mai chiamato a rendere conto dei propri crimini, Israele è stato libero di continuare a commetterli, al punto di buttare in faccia al mondo un genocidio, sicuro che se la sarebbe cavata anche per questo e, protetto dagli USA, forse se la caverà. Quello che si vede dietro una facciata morale crollata è l’evidenza di ‘dove porta la disumanizzazione nel peggiore dei casi’.

Si stima che, come se avessero colto dei segnali premonitori, dal 7 ottobre 2023 un milione di israeliani abbia lasciato il Paese. Molti probabilmente non ritorneranno, dato che nessuna persona ‘normale’ vorrebbe vivere in un ambiente di conflitto permanente, rischiando la vita propria e quella delle proprie famiglie.

Si stanno allontanando da una popolazione che vuole sradicare il nemico completamente e impossessarsi delle sue terre. Non importano i mezzi: massacri, cecchini, attacchi missilistici, bombardamento di ospedali, bruciare vivi donne e bambini e lo stupro dei prigionieri nelle galere israeliane da parte dei soldati; importa solo il risultato finale.

Una società simile è ‘normale’ solo se le stesse opinioni sono condivise da quasi tutti. Questa è la ‘normalità’ di gente completamente indottrinata che è continuamente istigata da violenti fanatici razzisti che siedono nella Knesset e detengono posizioni cruciali nel governo israeliano.

Coloro che non sono nella norma in questo contesto, disgustati dai crimini commessi a loro nome, hanno tratto la conclusione di non avere posto né futuro per sé stessi e le proprie famiglie in Israele.

Mentre aumenta il flusso dell’emigrazione, Israele, in guerra al suo interno e minacciato dall’esterno, si ridurrà ancor di più a una fortezza teocratica e fascista, un’altra Masada, disprezzata dal mondo e condannata a crollare.

Questo è ciò che sembra riservare il futuro, a meno di qualche drammatico capovolgimento interno della direzione presa da Israele per decenni e di cui al momento non c’è traccia.

Anzi, i ‘successi’ dell’ultimo anno hanno convinto la cricca al governo che la vittoria totale su tutti i nemici di Israele è a portata di mano.

Va tuttavia detto che gli USA, partner nei crimini di Israele, possono cambiare prospettiva qualora lo vogliano. Alla fine potrebbero perdere la pazienza con Israele, ma questo succederà quando e se Israele non servisse più ai loro interessi strategici.

Jeremy Salt ha insegnato per molti anni all’Università di Melbourne, alla Bosporus University di Istanbul e alla Bilkent University di Ankara, specializzandosi in storia moderna del Medio Oriente. Tra le sue recenti pubblicazioni c’è il suo libro del 2008, The Unmaking of the Middle East. A History of Western Disorder in Arab Lands (University of California Press) [La disfatta del Medio Oriente. Due secoli di interventi occidentali nei paesi islamici, Elliot, 2009] e The Last Ottoman Wars. The Human Cost 1877-1923 (University of Utah Press, 2019).

Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Incubo a Sde Teiman: la storia mai raccontata di Ibrahim Salem

Yousef M. Aljamal

20 agosto 2024 – Mondoweiss

Ibrahim Salem è stato arrestato dalle forze israeliane a Gaza e trattenuto per 8 mesi, di cui 52 giorni nell’ormai famigerato centro di tortura di Sde Teiman. Salem racconta le torture che ha subito, tra cui abusi fisici, fame e scosse elettriche.

Le forze israeliane hanno arrestato Ibrahim Salem, 35 anni, nel dicembre 2023 presso l’ospedale Kamal Edwan di Jabalia, nella Striscia di Gaza. Era lì con i suoi figli, che si trovavano in terapia intensiva dopo che un attacco aereo israeliano aveva preso di mira la sua casa di famiglia, uccidendo alcuni dei suoi fratelli, nipoti e pronipoti. Dopo il suo arresto è stato spogliato e tenuto nudo per due giorni in una fossa sotterranea in un luogo sconosciuto e poi trasferito nella prigione del Negev. Dopo essersi lamentato con i suoi carcerieri sul motivo per cui era stato arrestato, è stato trasferito al centro di detenzione di Sde Teiman, dove per 52 giorni ha vissuto “un incubo” fatto tra l’altro di torture, scosse elettriche, percosse, umiliazioni e stupri.

La Cnn ha pubblicato una sua foto diventata virale, in cui compare in piedi con le mani sulla testa come punizione, il che è accaduto dopo aver discusso con un soldato israeliano sul perché avesse lasciato che un uomo anziano si urinasse addosso invece di permettergli di usare il bagno.

Quella che segue è un’intervista esclusiva condotta con Ibrahim Salem l’11 agosto 2024 da Yousef Aljamal, che lavora per il Palestine Activism Program dell’American Friends Service Committee [società religiosa di quaccheri che si batte per la giustizia sociale e i diritti umani, ndt].

Grazie per aver accettato questa intervista. Per favore, si presenti e descriva come è stato arrestato.

Mi chiamo Ibrahim Atef Salem, sono nato nel campo profughi di Jabalia nel 1989. Sono stato arrestato l’11 dicembre presso l’ospedale Kamal Adwan. Ho scelto di non evacuare verso il sud [dopo l’ottobre 2023]. Due giorni prima del mio arresto, la mia casa è stata bombardata in pieno tra le 7:30 e le 8 del mattino mentre le mie sorelle e i miei figli dormivano. Una delle mie sorelle, Ahlam, è stata uccisa e i miei figli sono rimasti feriti. Quando sono stato in grado di cercare i miei figli, li ho trovati in condizioni terribili. Mio figlio Waseem era ferito ed era in coma a causa di una commozione cerebrale. Mia figlia Nana aveva molte ferite, tra cui una frattura completa del cranio. Naturalmente, anche lei era in coma. Mia figlia Fatima, mia moglie e un’altra sorella erano rimaste ferite, ero con loro in ospedale. Dopo sono riuscito a seppellire mia sorella e i nostri parenti nel cortile dell’ospedale.

Il giorno dopo l’esercito israeliano è venuto all’ospedale e ha ordinato a tutti gli uomini di scendere al piano di sotto. Loro sono scesi, ma io no. Dopo due, due ore e mezza, i soldati sono saliti. Mi hanno chiesto cosa stessi facendo. Ho raccontato loro la mia storia e ho mostrato il referto medico in mio possesso. Prima che l’esercito ordinasse agli uomini di scendere, il medico aveva scritto un referto sulle condizioni dei miei figli, che attestava che non era loro permesso di muoversi e che avevano bisogno di cure. Il soldato ha detto: “Non muoverti”, e ha chiamato un altro soldato. Quando ha letto il referto, ha detto: “Prendetelo”. Mi hanno preso, non so perché; mi hanno preso, e questo è tutto. Dopo di che, siamo scesi. Ho camminato per un po’ con altri uomini, e un soldato ci ha detto: “Fermatevi, toglietevi i vestiti e metteteli a terra”. E’ stato l’inizio della persecuzione, l’inizio dell’umiliazione psicologica che mi tormenta [ancora oggi]..

Ci hanno fatti spogliare e ci hanno portato in un posto sconosciuto, dove ci hanno lasciato nudi per due giorni. Di mattina ci hanno portato al campo di prigionia, che faceva parte di una caserma militare. Restammo lì al freddo e sotto la pioggia, completamente nudi.

Come venivano eseguite le torture in prigione, quanto duravano e quante ore le era concesso di dormire?

Non potevamo dormire. Ad esempio, nel campo di detenzione di Sde Teiman ci lasciavano dormire a mezzanotte e ci davano coperte inutili che non riscaldavano i nostri corpi. Erano sporche e piene di insetti. Alle 4 del mattino, e a volte prima a seconda dell’umore dei soldati, venivamo svegliati da picchiettii, rumori, urla e saltellii sulle lamiere, che ci strappavano al sonno facendoci sobbalzare. Chi si svegliava tardi veniva punito.

In che modo vi punivano?

C’erano diversi tipi di tortura. Essere in prigione di per sé è una tortura perché ti costringono a inginocchiarti dalle 4 del mattino fino a mezzanotte. Questa è tortura. Se ti siedi sul sedere o sul fianco, ti tirano fuori immediatamente e ti tengono sospeso. Devi stare in ginocchio. Tenere qualcuno in ginocchio per 20 ore è una tortura.

C’era anche la tortura psicologica, con cui i soldati maledicevano e umiliavano me, mia madre e mia sorella. Ci facevano maledire le nostre sorelle, ci facevano maledire le nostre madri, ci facevano maledire noi stessi e le nostre mogli. Una volta, mentre ero sotto interrogatorio, l’ufficiale mi ha detto: “Ibrahim, mi dispiace, ma ho delle brutte notizie da darti”. Gli ho risposto: “Dimmi”. Mi ha detto che mio figlio Waseem era morto. Che Dio abbia pietà di lui [piangendo].

Una volta, durante la tortura e l’interrogatorio, un soldato mi ha chiesto con atteggiamento molto ostile dove fossero i miei figli e dove mi avessero arrestato. Gli dissi che ero stato portato via da Kamal Adwan. Mi ha domandato cosa stessi facendo lì e gli ho risposto che stavo seppellendo mia sorella. Poi mi ha chiesto dove avevo seppellito mia sorella e io risposi che era a Kamal Adwan. Voleva sapere il luogo esatto, così gli mostrai dove l’avevo sepolta. Allora mi ha mostrato una foto di una ruspa che trasportava i cadaveri. E’venuto fuori che le ruspe avevano scavato l’intera area e portato via i corpi.

Mi ha chiesto: “Quanti corpi c’erano?” Sei, ho risposto. Poi mi ha mostrato una foto in cui c’erano tre corpi sulla lama della ruspa e tre a terra. Ho indicato i corpi sulla ruspa e ho detto: “Quei tre sono mia sorella e i suoi due figli. Li ho seppelliti io e li riconosco”. Ho domandato: “Cosa volete da questi corpi? Perché li avete presi?” Ho pianto a lungo. Poi ha detto: “Voi siete dei bastardi e dei bugiardi. Come puoi piangere su un cadavere mentre quando ti ho detto che tuo figlio era morto, non hai reagito?” Gli ho risposto: “Questo cadavere ha una sua santità e sacralità per noi, il che significa che è proibito anche solo toccarlo”.

Quanto spazio avevi per muoverti in prigione?

A Sde Teiman non c’è spazio. Non mi era nemmeno permesso di andare in bagno; le guardie continuavano a tergiversare quando glielo chiedevo. Nel Negev c’è solo una pausa e potevo muovermi solo durante quel lasso di tempo. Uscivo alle 13:30 per la pausa. Normalmente, nelle prigioni [dei centri di detenzione israeliani], ci sono tre pause: una al mattino, una al pomeriggio e una alla sera.

Ci concedevano una pausa di un’ora alle 13:30, il momento più caldo e peggiore della giornata, e non ci permettevano di stare lontani dal sole anche se non avevamo l’energia per camminare. Se non camminavamo, venivamo puniti. Dovevamo camminare per tutto il campo di detenzione, circa un dunam (1.000 metri quadrati), con tende sparse ovunque. Abbiamo finito per camminare in un’area di circa 200 metri.

In che modo le guardie carcerarie trattavano i prigionieri palestinesi?

Era orribile. Nella prigione del Negev, durante la nostra pausa di un’ora, se le guardie vedevano due persone andare in bagno o fare qualsiasi cosa mentre loro si trovavano nella torre di guardia, urinavano in una bottiglia e ce la rovesciavano addosso. Ci fermavano e ce la rovesciavano addosso. Ci dicevano di sollevare la testa e di guardarli, e nel momento in cui li guardavamo, ci rovesciavano addosso l’urina e ci insultavano. Se qualcuno li insultava o semplicemente chiedeva perché lo stessero facendo ci punivano ordinandoci di rimanere in piedi per più di due o tre ore, a seconda di quanto fossimo fortunati.

Com’era la qualità del cibo che vi veniva dato?

Non c’era quasi cibo. Non ne vedevamo quasi mai. Alcuni prigionieri riuscivano a prendere del cibo dal carceriere. Impedivamo ai prigionieri che avevano del cibo di avvicinarsi a noi perché spesso era disgustoso. A volte il cibo arrivava con mozziconi di sigaretta dentro. Le ciotole in cui veniva servito il cibo sembravano non essere state lavate da mesi. A un certo punto, abbiamo chiesto di lavarle noi stessi, ma i soldati si sono rifiutati e si sono scagliati contro di noi per questo.

Come comunicava con la famiglia? Come aveva le loro notizie?

Non avevo contatti con la mia famiglia e non sapevo nulla di loro [mentre ero in prigione]. Quando sono stato rilasciato e sono sceso dall’autobus a Khan Younis, ho chiesto: “Dove siamo?” Mi hanno risposto: “Sei al confine tra Khan Younis e Deir al-Balah, nella zona di Khan Younis”. Ho detto: “Sono del nord; non ci sto a far niente qui. Perché mi avete portato a Khan Younis?” Ho chiesto se potevo andare a nord e il soldato ha detto: “No, c’è un posto di blocco lungo la strada; non puoi andarci”.

Gli ho detto che non volevo scendere dall’autobus lì. Come avrei potuto vedere i miei figli? Volevo vedere i miei figli e la mia casa. Allora il soldato accanto a me mi ha dato un pugno sull’orecchio e ha detto: “Scendi qui, non sono affari miei”. Appena sceso dall’autobus, ho chiamato la mia famiglia e mia moglie. Ho chiesto prima dei bambini. Mia moglie mi ha detto che Waseem era uscito dal coma il mese prima, il che significava che era rimasto in coma per oltre sei mesi. Ho ringraziato Dio e gli ho chiesto come stava. Ha detto: “Grazie a Dio, sta bene, ma ha bisogno di cure e di un intervento chirurgico. Nana sta bene, Fatima sta bene, grazie a Dio, ma anche loro hanno bisogno di un intervento chirurgico”.

Le ho detto: “passami uno dei miei fratelli con cui parlare, chiunque si trovi nelle vicinanze”. Poi ho chiesto a mio padre: “Papà, voglio chiederti una cosa”. Ha detto di sì e gli ho chiesto dei corpi dei miei fratelli, Ahlam e Muhammad. Ha detto: “Figlio mio, i soldati israeliani li hanno presi da Kamal Adwan”. Mi sono ricordato di quando il carceriere mi aveva mostrato le foto e l’incubo è diventato realtà. Per me era un incubo; ne avevo davvero paura.

Hai avuto modo di conoscere in prigione qualcuno e di apprendere le sue vicende?

Certo, ho avuto modo di conoscere alcuni prigionieri. Abbiamo parlato mentre eravamo nel Negev, dove vivevamo insieme e conversavamo. Nella caserma di Sde Teiman ho fatto delle conoscenze ma eravamo bendati, quindi non potevamo vederci.

Ognuno ha la sua storia. La mia foto diventata virale, in cui venivo torturato, costretto a stare in piedi per sei ore con le mani sulla testa solo perché avevo protestato contro un carceriere che ha costretto un anziano palestinese a farsi la pipì addosso. La scena catturata nella foto non era nulla in confronto alle altre punizioni che abbiamo subito. Ovviamente c’è indignazione per questo – le persone dovrebbero essere indignate – ma ci sono cose più gravi che sono successe. Ad esempio, gli insulti che abbiamo sopportato, ci hanno privato della nostra dignità! Stare seduti in ginocchio per 20 ore, non è forse una punizione più grande? Le scosse elettriche che abbiamo sopportato, il freddo che ci ha quasi reso inabili.

Sono stato interrogato forse 10 o 12 volte, mi venivano poste le stesse domande e venivano ripetute ogni volta le stesse cose. Ogni volta che andavo all’interrogatorio i soldati israeliani mi facevano spogliare e poi rivestire. Quando entri nella stanza, devi toglierti i vestiti e quando torni nella stanza, devi toglierli di nuovo. Non è un insulto e una vergogna?

C’erano soldatesse che ci colpivano sulle parti sensibili del corpo, e altri prigionieri si rifiutavano di parlarne, forse per imbarazzo. Una volta, un tizio si è seduto accanto a me e si è aperto. Gli ho chiesto: “Cosa ti è successo?” Lui ha risposto: “Dovresti chiedere cosa non mi è successo! Mi è successo di tutto; mi hanno fatto di tutto”. Questo mi è bastato per capire cosa aveva passato.

Cosa ha causato la debolezza fisica nel tuo corpo?

Mancanza di cibo, torture e percosse: c’erano molte torture. Ho le costole rotte, i denti rotti. Cosa pensi che abbiamo mangiato? Non ci portavano nemmeno abbastanza cibo. Al Negev il cibo che arrivava veniva distribuito tra 150 persone. Giuro su Dio che la porzione destinata a 150 persone non sarebbe stata sufficiente per sole cinque persone. Ma abbiamo dovuto dividerla tra di noi.

Abbiamo saputo che in prigione sei stato portato nel reparto clinico. Perché?

Un giorno mi si sono rotte le costole a causa delle percosse e delle torture. Anche dopo avermi rotto le costole, le guardie mi colpivano volutamente lì. Inoltre prima di essere arrestato avevo subito un’operazione al rene e la ferita era visibile. Quando mi spogliavo, vedevano la ferita e mi colpivano lì apposta. Un giorno mi hanno colpito molto forte con un bastone: è stato atroce. Ero esausto, molto stanco; sono rimasto così per due o tre giorni, incapace di alzarmi o di fare qualsiasi cosa, e urinavo sangue. Il sergente ha detto a una guardia che ero in condizioni talmente pessime che se fossi rimasto lì, sarei potuto morire o sarebbe potuto succedermi qualcosa di terribile.

Dopo circa tre giorni hanno accettato di portarmi in clinica. Al mio arrivo, il medico mi ha detto che avevo bisogno di un intervento chirurgico e che avrebbero eseguito una procedura endoscopica per valutare le mie condizioni. Mi hanno fatto la procedura endoscopica, o almeno così la chiamavano. Non lo so nemmeno per certo perché persino il medico mi picchiava e mi umiliava. Quando ho fatto delle domande al medico, lui non ha risposto.

Ho lasciato il reparto due giorni dopo e sono stato portato dentro per l’interrogatorio. Mi chiedevo: “Cosa ho fatto? Sono un civile, un barbiere. Qual è la mia colpa? Per favore, spiegatemelo così posso capire. Perché tutte queste torture, umiliazioni e percosse? Perché sono stato imprigionato per così tanto tempo? Qual è la mia accusa?” Alla fine, il giudice non è riuscito a trovare alcuna accusa contro di me. Tutti gli altri con me sono stati accusati di essere “combattenti illegali”, ma non mi è mai stato detto quale fosse la mia accusa.

Ibrahim Salem ora vive in una tenda a Khan Younis. Soffre di un grave disturbo post-traumatico da stress (PTSD) ed evita di stare vicino alle recinzioni. Il suo corpo è smagrito. Ha vissuto un incubo che è stato fotografato e fatto trapelare, lasciando i suoi familiari sopravvissuti a svegliarsi un giorno con una foto di lui che veniva torturato a Sde Teiman. Ibrahim vuole saperne di più sulle sue condizioni di salute e sapere quale intervento gli hanno eseguito i dottori israeliani. Il sogno di Ibrahim è di potersi riunire ai suoi figli nel nord di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La punta dell’iceberg: Israele non può continuare a insabbiare gli orribili abusi dei suoi soldati sui palestinesi

Hagai El-Ad

6 agosto 2024, Haaretz

Non è facile commettere crimini e farla franca. Richiede competenza legale e un certo grado di raffinatezza, soprattutto quando ci si deve confrontare contemporaneamente con l’opinione pubblica sia locale che internazionale.

E no, non sto parlando dei riservisti sospettati di aver violentato un detenuto palestinese alla base militare di Sde Teiman. Sto parlando dello Stato di Israele e dei suoi sofisticati meccanismi di occultamento. Questi meccanismi hanno servito fedelmente il sistema israeliano per generazioni. Ma sembra che abbiano finalmente raggiunto la loro data di scadenza e ora stiano crollando sotto il peso delle contraddizioni interne che erano in precedenza riusciti a controllare.

 Per decenni il sistema israeliano ha perfezionato la sua capacità di usare una brutale violenza contro i palestinesi senza doverne pagare alcun prezzo. É una questione grave. Dopotutto è impossibile opprimere milioni di persone per decenni senza una violenza di livello spaventoso. Ma è anche impossibile continuare a processare coloro che usano tale violenza, perché chi accetterebbe di governare con la forza se in seguito verrà denunciato come criminale?

Quindi cosa si fa? Si mette in atto un tipico bluff israeliano, raffinato.

Il bluff è il sistema operativo che fino ad ora ha funzionato benissimo. Si riceve una quantità di denunce da chiunque si prenda la briga di lamentarsi. Palestinesi, organizzazioni per i diritti umani, agenzie delle Nazioni Unite: per favore, lamentatevi e basta. Si generano scartoffie, ma nulla viene seriamente indagato.

Ogni incidente viene trattato come se fosse al massimo una violazione da parte dei ranghi inferiori. La politica e i ranghi superiori non vengono mai indagati. E l’intero processo procede molto lentamente.

Si trascina per così tanto tempo che nel frattempo tutti dimenticano. L’attenzione si sposta e passano gli anni. E a quel punto, a chi importa di qualche adolescente palestinese a cui i soldati hanno sparato alla schiena e ucciso da qualche parte vicino alla barriera di separazione molti anni fa? E nonostante ciò possiamo dire: “Abbiamo indagato”.

Come parte di questo sistema, una persona di basso rango viene ogni tanto incriminata e se ne fa un gran parlare. Un’incriminazione del genere avviene quasi sempre quando ci sono filmati video incontrovertibili o prove forensi, e dunque? Allora è uno scandalo. C’è l’attenzione internazionale. Shock.

Pensate all’agente della polizia di frontiera Ben Dery a Beitunia nel 2014 o al sergente Elor Azaria a Hebron nel 2016. In entrambi i casi c’erano prove video inequivocabili quindi non c’era altra scelta che processarli.

Entrambi hanno ucciso un palestinese. Entrambi sono stati condannati. Ma nessuno dei due ha trascorso nemmeno un anno in prigione.

Le pene erano certamente ridicole. Ma sono state utili. Visto? Abbiamo indagato, abbiamo preso provvedimenti. Ora possiamo tranquillamente chiudere tutti gli altri casi. È così che Israele è riuscito a mantenere la sua immagine di paese legale neutralizzando allo stesso tempo il rischio di processi internazionali. 

È proprio questo metodo che l’intero establishment politico, militare e giudiziario israeliano si sta preparando a rimettere in atto, ripetendo quel sacro mantra dolce e melodioso: “Le indagini proteggono i soldati”. Pensate a quante volte si è sentita questa frase retriva negli ultimi mesi: dal primo ministro e dal capo dell’opposizione, dall’attuale capo di stato maggiore e da ex capi, da consulenti legali ed ex giudici. E l’intenzione è esplicita, perché non ci siano fraintendimenti: se “indaghiamo” qui, allora quegli antisemiti dell’Aia non indagheranno là. Quindi faremmo meglio a “indagare” qui, no? (occhiolino). Capito?

E data la grande portata di questo bluff israeliano, bisogna ammettere che non è andata per niente male. Pensate, da un lato, a tutti i cadaveri, a tutte le torture, a tutte le distruzioni e a tutti gli altri crimini.

Poi pensate, d’altro canto, al numero di israeliani che sono stati finora processati all’estero. Decine di migliaia da una parte, zero dall’altra. Il metodo funziona.

Fino a quando non ha smesso di funzionare, sia a livello locale che internazionale. Nella scena locale, il costo politico delle indagini e dei pochi processi è diventato troppo alto, perché l’opinione pubblica non accetta più nemmeno questo paravento misero e decrepito. Come la legge dello Stato-nazione e altri fenomeni simili, l’attuale bon ton politico è la supremazia ebraica dall’alto. È una supremazia che nel corso degli anni ha rifiutato di accettare anche una finta ammissione di responsabilità per l’uccisione o l’abuso sui palestinesi.

Anche nell’arena internazionale il bluff ha gradualmente smesso di funzionare. Dopo anni di ripetuti resoconti da parte di organizzazioni per i diritti umani è diventato più difficile negare cosa stia realmente accadendo qui, e tuttavia ancora non era abbastanza. Alla fine, però, i cambiamenti nell’opinione pubblica internazionale, con Israele che non si preoccupa più di mantenere le apparenze e la portata e la durata della violenza – tutte cose interconnesse – tutto ha lavorato a rendere reale il rischio della corte internazionale dell’Aja. Questo rischio ha ridotto a sua volta la volontà politica in Israele di andare avanti con la farsa delle “indagini”. Perché, dopotutto, a cosa serve tutto questo? Nonostante tutto lo spettacolo messo in scena dall’Alta Corte di Giustizia, dal procuratore generale, dal procuratore di Stato, le denunce e le montagne di scartoffie, persino i rari processi, sembra comunque che l’Aja emetterà mandati di arresto. Se così fosse, allora questa è “una prova che confuta l’affermazione secondo cui la magistratura è il nostro scudo contro le corti di giustizia all’estero”, come ha spiegato Simcha Rothman.

Rothman, presidente del Comitato per la Costituzione, il Diritto e la Giustizia della Knesset, ci ricorda così che l’unico apparente valore del sistema legale è strumentale. Il che ci porta a Sde Teiman e all’Aia [il 29 luglio parlamentari e attivisti di estrema destra hanno fatto irruzione nella base militare di Sde Teiman per protestare contro l’arresto di nove riservisti sospettati di abusi su un detenuto palestinese ritenuto un terrorista di Hamas, ndt.]. Parti dell’establishment israeliano stanno ancora cercando di funzionare usando il vecchio sistema operativo. Lo fanno a tentoni, per debolezza, come se fossero costretti, spaventati dalla gente e dallo stesso primo ministro. Il primo ministro e la sua gente stanno già operando dall’alto, usando un nuovo sistema operativo. Ma coloro che si aggrappano a quello vecchio non lo fanno per servire la giustizia o perché è la cosa giusta e moralmente necessaria da fare. Anche di fronte agli atti più orribili, il loro obiettivo era e rimane strumentale.

Come ha subito spiegato il capo di stato maggiore dell’IDF Herzi Halevi, “Queste indagini proteggono i nostri soldati in Israele e all’estero e aiutano a proteggere i valori dell’IDF”. Dopo aver ascoltato questa settimana tutti quei politici e ufficiali si potrebbe concludere che le uniche cose terribili accadute, se sono state terribili, sono state l’irruzione dei civili a Sde Teiman e l’aver ostacolato la capacità dell’esercito di “indagare”. Nessuno si preoccuperà, Dio non voglia, delle atrocità inflitte dai soldati ai detenuti in loro custodia.

Ma quest’indagine esplosa questa settimana è solo la punta dell’iceberg. Altre indagini attendono non solo i ranghi inferiori in Israele. Per una volta sono in serbo vere indagini all’estero per personaggi di altissimo livello. Perché le domande su Sde Teiman non possono fare a meno di risalire fino al procuratore generale militare in persona.

E le domande su una politica che usa la forza militare a Gaza con decine di migliaia di morti non vorranno risposte simboliche. E non abbiamo ancora detto una parola sulla politica israeliana in Cisgiordania che è piena di crimini di guerra, crimini che sono, essenzialmente, crimini politici, risultato di decisioni prese da amministrazione dopo amministrazione dopo amministrazione. Arriveranno mandati di arresto internazionali, e non prenderanno di mira funzionari di grado inferiore del Ministero dell’edilizia abitativa.

Queste forze che si intersecano sono il risultato dell’incrocio tra il sistema di governo di Israele di pura, evidente supremazia ebraica, e la realtà. È la realtà è quella di uno Stato che viola le leggi e non può evitare i rischi legali internazionali. Il vecchio sistema operativo è scaduto. Mantenerlo in uso non può essere il modo per riparare ciò che è rotto.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I medici trafugati di Gaza

Kavitha Chekuru

24 maggio 2024 – The Intercept

Centinaia di medici palestinesi sono scomparsi nelle carceri durante la detenzione israeliana

Sono due mesi che Osaid Alser non ha più notizie di suo cugino, Khaled Al Serr, un chirurgo dell’ospedale Nasser della città di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

Prima della fine di marzo erano in regolare contatto, per quanto almeno potessero consentirlo le infrastrutture disastrate della comunicazione. Al Serr aveva creato un gruppo WhatsApp di telemedicina in cui lui e Osaid, un chirurgo residente negli Stati Uniti, reclutavano medici dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dall’Europa per dare consigli ai loro oramai esausti colleghi di Gaza.

Mi ha riportato il caso di una ferita da arma da fuoco in una settantenne”, ha detto Osaid riferendosi ad Al Serr. La ferita era alla testa. E in quel momento mancava proprio un neurochirurgo”.

Condivideva questi casi e chiedeva aiuto”, continua Osaid. “Era come chiedere ‘C’è qualche neurochirurgo che può aiutarmi? Come posso risolvere questo problema?’”

Secondo Osaid, Al Serr costituiva uno strumento naturale di condivisione per la conoscenza medica attraverso la chat di gruppo. “Voleva sempre dare una mano, gli è sempre piaciuto usare le mani per cercare di risolvere un problema e avere un risultato immediato”.

A febbraio lesercito israeliano ha invaso lospedale Nasser. Lattacco ha lasciato lospedale svuotato, un ulteriore centro sanitario distrutto nel complesso di un sistema sanitario devastato da uno schiacciante carico di lavoro e da un implacabile attacco militare da parte di Israele.

Tuttavia Al Serr ha mantenuto un certo ottimismo. Il suo ultimo post su Instagram è stato caricato a metà marzo, un breve video che mostrava l’esterno dell’ospedale il giorno prima, con sottotitolato un messaggio di esultanza:

Finalmente!! Dopo più di un mese di interruzione dell’energia il nostro personale è stato in grado di riparare il generatore e riportare l’elettricità all’ospedale Nasser. Nelle ultime due settimane stiamo cercando di pulire i reparti e prepararli per la riapertura.

Sei giorni dopo, il 24 marzo, le forze israeliane hanno nuovamente fatto irruzione nell’ospedale. Qualche giorno prima Osaid aveva chiesto se Al Serr stesse bene. Non è mai arrivata alcuna risposta. È stato il loro ultimo scambio.

I suoi parenti credono che Khaled Al Serr, insieme ai superstiti del personale dellospedale già in declino, sia stato fatto prigioniero da Israele.

Già a novembre erano emerse notizie di medici detenuti e scomparsi nel nord di Gaza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, almeno 214 membri del personale medico di Gaza sono stati arrestati dall’esercito israeliano. Allinizio di maggio, la detenzione e la presunta tortura del personale medico di Gaza avevano fatto notizia quando le autorità israeliane hanno annunciato la morte di Adnan Al-Bursh, un noto chirurgo e capo del reparto di ortopedia dellospedale Al-Shifa. Dopo essere stato preso in custodia a dicembre i funzionari hanno riferito che Al-Bursh era morto ad aprile mentre si trovava nella prigione di Ofer, una struttura di detenzione israeliana nella Cisgiordania occupata.

Il caso del dott. Adnan solleva serie preoccupazioni sulla possibilità che sia morto in seguito alle torture per mano delle autorità israeliane. La sua morte richiede unindagine internazionale indipendente”, ha dichiarato la settimana scorsa Tlaleng Mofokeng, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto alla salute. Luccisione e la detenzione di operatori sanitari non è un metodo di guerra legale. Hanno un ruolo legittimo ed essenziale nel prendersi cura delle persone malate e ferite durante i periodi di conflitto”.

Secondo il Ministero della Sanità Al-Bursh è uno degli almeno 493 operatori sanitari palestinesi uccisi a Gaza dal 7 ottobre. L’esercito israeliano ha sistematicamente preso di mira gli ospedali dal nord al sud della Striscia sostenendo che Hamas opererebbe nelle strutture. Il personale medico degli ospedali di Gaza ha ripetutamente smentito tale affermazione. Questa settimana le forze israeliane hanno lanciato nuovi attacchi contro gli ospedali Kamal Adwan e Al-Awda nel nord, con notizie di personale medico arrestato mercoledì e giovedì all’ospedale Al Awda.

Mentre verso la fine dellanno le truppe di terra si facevano strada nel sud di Gaza gli attacchi agli ospedali nella città meridionale di Khan Younis aumentavano. A febbraio, durante l’assedio dell’ospedale Nasser da parte dellesercito israeliano Al Serr era lunico chirurgo generale presente.

“È un medico molto scrupoloso”, ha detto di Al Serr Ahmed Moghrabi, un chirurgo plastico che in precedenza ha lavorato all’ospedale Nasser.

Entrambi i medici pubblicavano spesso sui social media i casi raccapriccianti da cui era sommerso l’ospedale Nasser, soprattutto perché gli attacchi alla struttura aumentavano e la copertura mediatica internazionale era scarsa.

Ho visto bambini e donne fatti a pezzi”, ha detto Moghrabi a The Intercept, spiegando il motivo per cui ha iniziato a postare sui social media. “Volevo mostrare al mondo cosa sta succedendo sul campo.”

L’ultima volta che ha visto Al Serr è stato a febbraio. Loro” – lesercito israeliano- “ha circondato lospedale e siamo rimasti intrappolati”, ricorda Moghrabi. E lospedale è rimasto sotto assedio per tre settimane. Non potevamo nemmeno spostarci da un edificio all’altro. Non potevamo dare un’occhiata sbirciare dalle finestre. Altrimenti i cecchini avrebbero potuto spararci”.

Moghrabi ha lasciato l’ospedale a metà febbraio, durante la prima invasione. “Abbiamo evacuato a mezzanotte”, riferisce. Lesercito ha istituito un posto di blocco non lontano dal cancello dellospedale. Hanno controllato davvero tutti. Hanno arrestato il mio infermiere ed è rimasto in carcere due mesi”.

Per quanto riguarda Al Serr, Osaid dice che suo cugino se n’è andato poco dopo l’evacuazione di febbraio per andare a Rafah e verificare le condizioni dei genitori, ma che è tornato all’ospedale Nasser per aiutare a riaprirlo e curare i pazienti.

Dallattacco allospedale di fine marzo non si hanno quasi più notizie di Al Serr. Le uniche briciole di informazione sono state più allarmanti che rassicuranti. La prima è stata una connessione di Al Serr al suo WhatsApp a metà aprile. “È stato attivo online l’ultima volta il 12 aprile”, afferma Osaid, “il che, a mio avviso, mi dice che gli hanno confiscato il telefono e che quindi hanno avuto anche accesso al suo contenuto.”

Poi, pochi giorni dopo, il 17 aprile, il quotidiano Al Mayadeen ha rilasciato unintervista con un palestinese che si è identificato come Ahmed Abu Aqel, che ha affermato di essere stato arrestato e rilasciato da Israele. Moghrabi ha detto a The Intercept che Abu Aqel ha lavorato in precedenza come infermiere presso l’ospedale Nasser.

Vestito con una felpa grigia e pantaloni di una tuta, un abbigliamento comune tra i detenuti palestinesi rilasciati, Abu Aqel ha detto di avere un messaggio da parte dei medici detenuti dell’ospedale Nasser.

Sono sottoposti a percosse, uccisioni e torture quotidiane”, ha detto Abu Aqel. C’è un messaggio in particolare da parte di un medico, il dottor Nahed Abu Taimah, direttore della chirurgia presso il Nasser Medical Complex. La sua situazione è molto difficile e sta soffrendo in circostanze molto difficili e tragiche. Ha bisogno di cure, di essere visitato dalla Croce Rossa e rilasciato urgentemente”.

“Un mio collega era tenuto accanto a me”, riferisce Abu Aqel. Il suo nome era Khaled. Davanti a me gli hanno strappato tutta la barba con delle pinze. La sua barba è stata strappata. Questa è una delle centinaia [di situazioni] di cui sono a conoscenza.”

Osaid ritiene che si riferisca a Khaled Al Serr.

Anche se Abu Aqel non ha detto dove è stato trattenuto – dove potrebbe trovarsi ancora Al Serr – Osaid pensa che probabilmente si tratti di Sde Teiman, una base militare e centro di detenzione nel deserto israeliano del Negev. Ci sono state numerose denunce di abusi, torture e decessi di detenuti a Sde Teiman.

In una dichiarazione a The Intercept ricevuta dopo la pubblicazione di questo articolo un portavoce dellesercito israeliano non ha risposto a domande specifiche sugli operatori sanitari in detenzione, ma ha negato qualsiasi situazione diffusa di abusi nei confronti dei palestinesi sotto custodia. “Il maltrattamento dei detenuti durante il loro periodo di detenzione o durante gli interrogatori viola i valori dell’esercito israeliano e contravviene agli ordini ed è quindi assolutamente proibito”, ha detto il portavoce. “I reclami concreti riguardanti comportamenti inappropriati vengono inoltrati alle autorità competenti per le valutazioni.”

A parte la testimonianza poco circostanziata di Abu Aqel e un segnale su WhatsApp, non ci sono state informazioni o aggiornamenti su dove si trovi Al Serr o sulle sue condizioni.

Spezza il cuore non sapere nulla dei tuoi cari”, dice Osaid. Non sappiamo se è vivo o no. Non sappiamo se sta bene o no”.

Quei palestinesi abbastanza fortunati da essere stati rilasciati dalla prigionia offrono scorci strazianti su ciò che accade allinterno dei centri di detenzione israeliani.

A dicembre Khaled Hamouda, un altro chirurgo, stava lavorando all’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza. Un mese prima era stato sfollato dall’ospedale indonesiano, dove esercitava abitualmente. A Kamal Adwan Hamouda era anche un paziente, in cura per le ferite riportate in un attacco aereo sulla sua casa di famiglia a Beit Lahia. La moglie, la figlia, il padre e un fratello, tra gli altri parenti, erano rimasti uccisi nell’attacco.

Dopo circa 10 giorni dallattacco le forze israeliane hanno ordinato sia al personale medico che ai civili rifugiati nellospedale Kamal Adwan di andarsene. Hamouda ha riferito che all’amministrazione dell’ospedale è stato detto che le persone avrebbero potuto andarsene recandosi in un altro ospedale senza essere arrestate.

Non è quello che è successo. Hamouda e alcuni suoi colleghi sono stati invece presi in custodia dai militari israeliani.

“Quando hanno attaccato l’ospedale hanno chiesto a tutti gli uomini e i giovani di età superiore ai 15 anni e al di sotto dei 55 anni di tenere la carta d’identità e di uscire dall’ospedale”, afferma Hamouda. I loro occhi sono stati bendati e sono stati portati ammanettati in un altro luogo, anche se Hamouda non sa bene dove.

Subito dopo la loro cattura hanno cominciato a diffondersi sui social media le immagini di decine di detenuti trattenuti dai soldati israeliani nel nord di Gaza. In una foto un gruppo di uomini sta a torso nudo in primo piano mentre un soldato sembra scattare loro delle foto. Non è passato molto tempo prima che delle persone identificassero Hamouda tra quegli uomini.

“Era il giorno in cui ci hanno prelevato dall’ospedale Kamal Adwan e ci hanno chiesto di guardare verso la macchina fotografica”, ricorda Hamouda. “È lunica prova che sono stato fatto prigioniero in quel giorno. Nessuno ha saputo cosa ci fosse successo finché questa foto non è arrivata ai media.

Hamouda dice che in seguito è stato portato a Sde Teiman, dove lui e altri detenuti sono stati costretti a rimanere in ginocchio. Se non lo facevano, venivano puniti. “Gli hanno ordinato di stare con la mano sopra la testa per circa tre o quattro ore”, racconta a proposito di uno dei prigionieri.

“Purtroppo, quando hanno saputo che ero medico e chirurgo generale, mi hanno trattato peggio”, ricorda. Mi hanno aggredito e mi hanno picchiato alla schiena e alla testa”. Hamouda dice che i soldati volevano sapere se aveva informazioni sugli israeliani tenuti prigionieri a Gaza, ma lui non ne sapeva nulla.

Mentre era detenuto ha visto anche una persona della comunità medica da lui conosciuta: il dottor Adnan Al-Bursh. Hanno portato il dottor Adnan verso le 2 o le 3 del mattino. È stato trattato in modo orribile. Soffriva”, riferisce Hamouda. Mi ha detto: Khaled, mi hanno picchiato. Mi hanno aggredito violentemente.’” Hamouda riferisce che Al-Bursh gli ha anche detto di avere una costola fratturata. Hamouda è riuscito a procurargli medicine e cibo ma, due giorni dopo, il medico ferito è stato portato via.

Hamouda ricorda che, nonostante le sue condizioni e le dure circostanze della prigionia, Al-Bursh gli ha fornito delle informazioni: “Tua madre si trova all’ospedale Al-Awda e sta bene, l’ho curata”. Hamouda è stato riconoscente per il messaggio: Questa informazione è stata molto, molto preziosa per me perché non sapevo nulla della mia famiglia, in particolare di mia madre. Allora lho abbracciato, gli ho baciato la testa e lho ringraziato perché era lunica speranza che una volta uscito l’avrei ritrovata”.

Dopo tre settimane Hamouda è stato rilasciato. Riferisce a The Intercept che lui e altri detenuti sono stati portati al valico di frontiera di Kerem Shalom nel sud e alla fine sono andati a Rafah. I suoi figli sopravvissuti e sua madre erano ancora nel nord e sarebbero passati due mesi prima che potessero riunirsi. Si considera fortunato perché è stato rilasciato.

“Tutti i miei colleghi medici che sono stati arrestati con me, dopo o prima di me sono stati tenuti lì per circa tre o quattro o cinque mesi”, ha detto. “Alcuni sono ancora prigionieri.”

A Gaza i medici erano fondamentali anche prima della guerra, soprattutto nelle circostanze legate al continuo ripetersi delle restrizioni al confine e degli attacchi militari israeliani.

Ogni due o tre anni”, dice Hamouda, rimaniamo intrappolati in una qualche guerra o attacco da parte dellesercito israeliano. Quindi il nostro lavoro è importante per le persone che ne sono colpite”.

Anche il padre di Hamouda era stato medico e voleva che suo figlio seguisse le sue orme. Mi ha consigliato di diventare un medico”, ha detto Hamouda, perché questo va a beneficio per le persone”.

Soddisfare la necessità di prendersi cura delle persone, ritiene Hamouda, è il motivo per cui gli operatori sanitari sono diventati dei bersagli così comuni in questa guerra. Non è una coincidenza”, dice. Attaccano intenzionalmente le case di chi è in grado di curare i feriti in modo da riuscire a modificare qualcosa nella situazione del nord”.

Queste considerazioni sono condivise da Osaid, che afferma che suo cugino Al Serr sarebbe stato d’accordo: sono diventati medici per aiutare le persone. Con la quota di omicidi in corso da un po’ abbiamo sempre bisogno di chirurghi per riparare le ferite traumatiche che le persone subiscono”, sostiene Osaid. E quindi per me, nel crescere a Gaza, il desiderio di aiutare e curare le persone ferite [è stata] una reazione naturale ”.

I post di Al Serr su Instagram mostrano principalmente come abbia documentato la marea degli spaventosi casi che gli sono arrivati ​​davanti: un flusso costante di civili fatti a pezzi da schegge e proiettili, punteggiato da attacchi ripetuti e crescenti allospedale Nasser. Uno dei suoi ultimi post, però, offre un barlume di speranza: due bambini nati il ​​giorno dell’invasione dell’ospedale, a febbraio.

Per il suo post successivo Al Serr si è avventurato fuori dallospedale, a ricordare come la guerra non abbia lasciato indenne nessuno a Gaza. Era un breve video del suo quartiere, con le case e gli edifici trasformati in cumuli di macerie e il percorso verso la sua casa sepolto lì sotto.

Ha sempre voluto metter su una famiglia”, dice Osaid di suo cugino, avere figli, costruirsi una vita e vivere in pace”.

Dopo due mesi di assenza di notizie da Al Serr quel capitolo della sua vita sembra una possibilità sempre più lontana.

È stato molto coraggioso. Stava facendo il suo lavoro. Il nostro lavoro come chirurghi non è solo curare le ferite e ripararle, ma anche difendere i nostri pazienti. Quindi lui li stava difendendo.

“Spero davvero che stia bene.”

Aggiornamento: 27 maggio 2024

Questo articolo è stato aggiornato per includere una dichiarazione dell’esercito israeliano ricevuta dopo la pubblicazione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)