Il fardello dell’imprecisione: sui limiti delle statistiche

Nicki Kattoura  

20 ottobre 2025 – Mondoweiss

Il numero di morti a Gaza rimane sconosciuto e le statistiche sono diventate uno strumento di contesa per capire l’entità del genocidio. Ma anche se avessimo un affidabile numero dei morti non riusciremmo ancora a comprendere la vastità del suo significato.

Dal 7 ottobre l’entità sionista ha ucciso a Gaza tra i 65.000 e i 680.000 palestinesi. La differenza è sconcertante, benché il numero più alto non sia necessariamente quello definitivo: è semplicemente ciò che sappiamo.

Il primo ci viene dal ministero della Sanità di Gaza, che raccoglie dati su ogni martire, compreso il suo nome e cognome, il numero di carta d’identità, l’età, il luogo di residenza, l’anno di nascita e il genere. In un’intervista a Drop Side [sito alternativo di notizie statunitense, ndt.] il dottor Zaher al-Wahaidi, direttore del Centro Informazioni, illustra il modo in cui l’identità di ogni martire sia confermata e conteggiata da ogni ospedale che riceve la vittima. Non vengono inclusi nella lista quelli che sono rimasti intrappolati sotto le macerie degli edifici distrutti o quanti muoiono per “morte indiretta”. Ciò include i bambini morti di fame, i pazienti di tumore che non hanno accesso alle cure o chi è stato ucciso da malattie a causa del collasso del sistema sanitario. Gli unici conteggiati nelle cifre ufficiali sono quelli che sono stati uccisi dall’impatto di un ordigno.

Quello di 680.000 è il nuovo dato stimato di morti sulla base di ritmo, durata e intensità della brutalità sionista. Molti ora hanno accolto quel numero nel proprio discorso, sostenendo giustamente che 65.000 è un dato talmente sottostimato che citarlo è di per sé una forma di negazione del genocidio.

L’unico fatto certo è che a Gaza non c’è un numero di morti confermato. Sappiamo che le statistiche diffuse dal ministero della Sanità sono la cifra minima. Abbiamo visto troppe tombe comuni, bambini fatti sparire dalle bombe israeliane e post di Telegram che condividono le liste quotidiane di martiri perché la quantità di uccisioni si mantenga così a lungo costante. Sappiamo che quelli che contano i nostri martiri sono stati anch’essi uccisi, che le uccisioni mirate di giornalisti hanno creato un blocco delle informazioni e che le infrastrutture necessarie per tenere il conto dei morti sono state decimate. A novembre [2023], solo un mese dopo l’inizio del genocidio, l’esercito israeliano ha invaso gli ospedali al-Shifa e al-Rantisi, che fungevano da centri per la raccolta dei dati del ministero della Sanità, portando a una interruzione nel conteggio dei morti. A causa delle dimensioni della violenza che il sionismo ha inflitto al popolo di Gaza non sappiamo quanti palestinesi sono stati uccisi.

Le statistiche sono diventate la misura del genocidio, il mezzo attraverso il quale abbiamo valutato le sue dimensioni, e per i nostri nemici [la misura] per mettere in dubbio questa situazione. In un editoriale particolarmente vergognoso Bret Stephens del New York Times afferma: “No, Israele non sta commettendo un genocidio a Gaza”, chiedendo perché il numero di morti non è dell’ordine di centinaia di migliaia. Sessantamila, sottintende, sono solo il destino di essere arabi e il solo modo in cui un palestinese può vivere è se muore prematuramente.

Lo stagnante bilancio delle vittime ha obbligato a un cambiamento temporale, spostando le sofferenze di Gaza da un conteggio del passato a una proiezione del futuro. L’80% delle case di Gaza che Israele ha bombardato ora viene compreso attraverso i 100 anni che ci vorranno per ricostruire la città costiera. L’estensione dei quartieri distrutti è quantificata attraverso i 10-15 anni necessari per rimuovere le macerie. E invece di tentare di arrivare a un bilancio attendibile dei morti i ricercatori ora stanno prevedendo quanti palestinesi di Gaza verranno uccisi dopo la fine ufficiale della guerra.

Il 19 giugno dell’anno scorso The Lancet ha pubblicato un articolo che tentava di dare conto di tutti i morti palestinesi. In esso, utilizzando una formula da 3 a 15 “morti indirette” per ogni “morte diretta”, l’articolo ha previsto che si potrebbe stimare che “senza un cessate il fuoco” oltre 186.000 palestinesi potrebbero essere morti entro la fine della guerra. Io, insieme a molti altri, ho frainteso quello che questi numeri riflettevano realmente: pensavo che Lancet stesse aggiornando il numero di morti a Gaza e non prevedendo il suo fatale esito se non si fosse raggiunto un cessate il fuoco. Non che fossero già morti 186.000 palestinesi, ma che sarebbero morti in futuro.

Al di là dell’incomprensibilità dell’inquadramento di un numero a sei cifre, sono rimasto sconvolto da questo. Innanzitutto sappiamo che non esiste una cosa come una morte indiretta. Carestia, malattie e la decimazione delle infrastrutture sanitarie sono le tecnologie della violenza dispiegate da Israele per sradicare direttamente i palestinesi da Gaza. Questa è la logica del genocidio: distruggere tutto ciò che serve per vivere e il risultato naturale sarà più morti in modo esponenziale.

Cosa ancora più preoccupante, la loro proiezione ha iniziato a funzionare come una profezia che impone una nuova distinzione tra i palestinesi: gli uccisi e quelli che non sono ancora stati uccisi. L’imprecisione sul bilancio dei martiri ci spinge a un macabro dilemma: se sottostimiamo i nostri martiri li condanniamo nel campo dell’inesistenza. Se li sopravvalutiamo li condanniamo a una morte predeterminata.

Ma anche se avessimo un numero preciso non capiremmo la profondità del suo significato.

Possiamo ragionare su 680.000 martiri quando è di per sé un compito impossibile visualizzarne 65.000?

Le statistiche cancellano, oscurano, confondono e derubano. Penso a quanto sia viscerale la mia risposta affettiva alle storie individuali dei morti, tanto che estrapolarla un migliaio di volte è impossibile e inevitabilmente oscurerebbe questi sentimenti. Muhammad Bhar, per esempio, era un giovane con sindrome di Down che è stato ucciso dopo che i soldati israeliani hanno scatenato i cani contro di lui. Mentre lo dilaniavano a morte Muhammad, che non era riuscito a parlare durante la maggior parte della sua vita, ha pronunciato le sue ultime parole: “Khalas, ya habibi” — “Basta così, mio caro.” I numeri per natura de-individualizzano e riducono la vita a un’equazione aritmetica, al freddo segno 1. I nostri martiri diventano indistinguibili a causa del modo in cui i numeri appiattiscono la vita in una serie di dati.

I numeri non possono comunicare la sofferenza che ha provato Muhammad, la permanenza della morte o distinguere tra il palestinese ucciso l’8 ottobre e quello ucciso oggi. Non possono comunicare le sofferenze dei palestinesi come interconnesse, quanto questo numero di palestinesi non sia solo sfollato e questo numero di palestinesi non sia solo malato, o affamato, ma che questi palestinesi sono malati e affamati e sfollati e feriti, o forse malati perché sono affamati, feriti perché sono sfollati.

Le statistiche non ci possono dire niente su come la vita sia afflitta o condannata alla morte. Un bilancio dei morti non può neppure contare i morti. Il numero non rivela le molte vite distrutte, l’amore che ora non ha nessun posto in cui andare, non rivela il dolore e la rabbia e lo strazio e lo sfinimento e i molti discorsi funebri scritti per sé che leggiamo tutti i giorni. È penosamente inadeguato, eppure continuiamo a contare, decisi a sapere quanti ce ne siano.

Spesso sentiamo l’indomito proclama: “Non siamo numeri.” Come dice il dottor al-Wahaidi nella sua intervista, “ognuno di quegli individui è più di un semplice numero: porta con sé una storia unica, una profonda tragedia, una casa piena di ricordi e una famiglia lasciata nel lutto. Non meritano di essere ricordati?” Ma il sionismo ha devastato Gaza a un tale livello che i numeri non esistono. La quantità di martiri è talmente grande che siamo obbligati ad essere imprecisi. Tale imprecisione fa sparire i palestinesi, li obbliga all’inesistenza e li condanna alla morte. Questi sono il fondamento e la logica di funzionamento del sionismo. Le loro ambizioni coloniali impongono un’unica meta ai milioni di palestinesi vissuti a partire dalla Dichiarazione Balfour [con cui nel 1917 la Gran Bretagna si impegnò a favorire la creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, ndt.]: sparire e morire.

Vogliamo sapere il numero anche se è inafferrabile, anche se quello che rappresenta ci terrorizza o ci ricorda il nostro spregevole fallimento e anche se siamo penosamente consapevoli che non è né corretto né include tutti [i morti]. Capisco la nostra fissazione, benché io non sia sicuro di sapere da dove venga.

Forse è un segno di rispetto, o forse ci offre un simulacro di controllo sulla narrazione del genocidio. Come possiamo vendicare i nostri martiri se non sappiamo quanti sono? Come fermeremo il moto rotatorio del mondo e spingeremo le masse ad agire se non abbiamo delle statistiche accurate? Se fossimo senza numeri dovremmo cercare altrove per provare che erano qui, che vivevano e che hanno ancora importanza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La polio e il genocidio per logoramento a Gaza

Nicola Perugini

Professore associato in Relazioni Internazionali all’Università di Edimburgo

2 settembre 2024 – Al Jazeera

Ad agosto il Ministero della Sanità di Gaza ha annunciato la comparsa del primo caso accertato di infezione da poliomielite da 25 anni. Il virus ha infettato un bambino di 10 mesi a Deir al-Balah, lasciandolo paralizzato. Anche se finora è stato confermato un solo caso, ciò non significa che sia l’unico o che la diffusione del virus sia contenuta.

Anche se la polio può provocare la paralisi e perfino la morte, molti di coloro che sono infettati dal virus non presentano alcun sintomo. Ecco perché sono necessari test e valutazioni mediche per determinare correttamente la portata dell’infezione. Ma questo è quasi impossibile a Gaza, data la massiccia distruzione da parte di Israele del settore sanitario.

Sappiamo che il tipo 2 di virus della polio (cVDPV) è stato identificato in sei campioni di liquame raccolti in diversi luoghi a Khan Younis e Deir el-Balah a luglio. Dopo che queste rilevazioni sono state rese pubbliche il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Ghebreyesus ha avvertito che “è solo questione di tempo prima che il virus raggiunga le migliaia di bambini che sono rimasti senza protezione.”

Israele ha respinto le richieste delle Nazioni Unite per un cessate il fuoco e ha concordato “pause umanitarie” localizzate solo per pochi giorni. Contemporaneamente ha intensificato i bombardamenti su Gaza e le espulsioni di massa di civili. Tra il 19 e il 24 agosto l’esercito israeliano ha emanato il più alto numero di ordini di evacuazione in una settimana dal 7 ottobre, facendo sì che l’ONU sospendesse temporaneamente le operazioni umanitarie.

Ciononostante domenica è stata ufficialmente avviata una campagna di vaccinazioni. L’operazione è iniziata nel centro della Striscia di Gaza – il governatorato di Deir el-Balah – e nei giorni successivi dovrebbe essere estesa a Khan Younis nel sud della Striscia e poi ai governatorati del nord, dove Israele ha gravemente limitato gli aiuti e la mobilità.

Non è chiaro se l’ONU raggiungerà l’obbiettivo di vaccinare 640.000 bambini, date le difficili condizioni in cui si opera, l’altissimo numero di persone sfollate, le restrizioni israeliane sulle forniture di carburante necessario a far funzionare i generatori e i frigoriferi per conservare i vaccini e il rifiuto di Israele di sospendere completamente i combattimenti.

Perché il vaccino sia efficace devono essere somministrate due dosi almeno a un mese di distanza. Non vi è ancora nessuna garanzia che ci saranno le condizioni per la seconda fase della campagna di vaccinazioni.

Purtroppo lo scoppio della polio non è l’unica emergenza sanitaria che i palestinesi a Gaza stanno affrontando. Altre pericolose malattie infettive, comprese epatite e meningite, si stanno diffondendo in tutta la Striscia. Da ottobre sono stati registrati a Gaza più di 995.000 casi di infezioni respiratorie acute e 577.000 casi di diarrea acquosa acuta.

Inoltre centinaia di migliaia di persone con malattie croniche non ricevono le cure adeguate che necessitano, il che comporta molte morti prevenibili, che non vengono registrate nel numero di morti ufficiali a Gaza.

Tutto ciò è un risultato del genocidio per logoramento di Israele: cioè la distruzione delle condizioni di sopravvivenza dei palestinesi come comunità, tramite tecniche di uccisione meno visibili dell’orrenda violenza trasmessa in diretta a cui abbiamo assistito negli ultimi 11 mesi.

Per citare l’avvocato ebreo-polacco Raphael Lemkin, che ha introdotto la nozione di genocidio nel 1944, il “mettere in pericolo la salute” e la creazione di condizioni di vita “ostili alla salute” costituiscono una delle principali tecniche di genocidio.

Durante gli ultimi 11 mesi Israele non ha fatto che cancellare il sistema sanitario di Gaza. I recenti dati pubblicati dal Cluster Sanitario Globale dell’OMS parlano da soli: nei primi 300 giorni di guerra sono stati danneggiati 32 su 36 ospedali, non sono più in funzione 20 su 36 ospedali e 70 su 119 centri di assistenza sanitaria primaria. Sono stati riferiti circa 492 attacchi alle strutture sanitarie, il che ha provocato la morte di 747 persone.

L’esercito israeliano ha anche distrutto sistematicamente il sistema idrico e fognario di Gaza. Secondo un rapporto di Oxfam pubblicato a luglio la gente di Gaza dispone di soli 4,74 litri di acqua a persona al giorno per tutti gli usi, inclusi bere, cucinare e lavarsi.

Ciò significa una riduzione del 94% della quantità di acqua disponibile prima di ottobre e un livello significativamente al di sotto dello standard minimo accettato a livello internazionale di 15 litri di acqua a persona al giorno per la minima sopravvivenza nelle emergenze.

Contemporaneamente da ottobre Israele ha distrutto il 70% delle tubature per le acque reflue e il 100% degli impianti di trattamento delle acque reflue. La distruzione e l’interruzione delle infrastrutture idriche e sanitarie di Gaza hanno avuto effetti catastrofici sulla salute pubblica, provocando sicuramente un numero significativo di morti indirette.

Importanti rapporti sulla sanità pubblica hanno prospettato scenari terrificanti a proposito delle morti causate dalla diffusione di malattie infettive a Gaza. Secondo uno studio della London School of Hygiene e della Johns Hopkins University migliaia di palestinesi potrebbero essere morti negli ultimi sei mesi a causa di malattie infettive.

La narrazione israeliana per giustificare queste morti è che esse sono il risultato di una tragica crisi umanitaria provocata dai palestinesi. Ma non erano involontarie, come hanno rivelato più oneste dichiarazioni di funzionari israeliani.

Nel novembre 2023 l’ex capo del Consiglio della Sicurezza Nazionale di Israele Giora Eiland e l’attuale consigliere del Ministero della Difesa Yoav Gallant hanno scritto su Yedioth Aharonoth che “la comunità internazionale ci avverte di un disastro umanitario a Gaza e di gravi epidemie. Non dobbiamo evitare questo, per difficile che possa essere”, aggiungendo che “dopo tutto, gravi epidemie nel sud della Striscia di Gaza avvicineranno la vittoria e ridurranno le vittime tra i soldati dell’esercito.”

Il ministro delle finanze di Netanyahu, Bezalel Smotrich, ha twittato che è d’accordo con “ogni parola” scritta da Eiland nel suo articolo. In altri termini, le malattie infettive sono tra gli strumenti del genocidio per logoramento presi in considerazione dalla dirigenza israeliana.

Non è una storia del tutto nuova. Israele ha già sottoposto i palestinesi a politiche di morte lenta e menomazione, con i picchi più alti durante le due Intifada. Ma dal 7 ottobre queste politiche hanno toccato un livello senza precedenti e si scontrano con due principi chiave della Convenzione sul Genocidio.

Primo, cancellando il settore sanitario e ostacolando la distribuzione di prodotti e servizi per la cura Israele si assicura che i palestinesi di Gaza subiscano gravi danni fisici e mentali.

Secondo, distruggendo quasi interamente il sistema idrico e fognario e creando un ambiente debilitante, l’esercito israeliano ha inflitto ai palestinesi di Gaza condizioni di vita mirate a portare alla loro distruzione fisica del tutto o in parte.

Ecco come Israele perpetra un genocidio per logoramento a Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)