Karim Khan è stato tolto di mezzo perché ha osato chiedere conto a Israele delle sue azioni

David Hearst

27 luglio 2026 Middle East Eye

Il nome di Khan sarà per sempre legato ai mandati di arresto spiccati contro Netanyahu e Gallant – la risposta più seria che la comunità internazionale abbia dato al genocidio di Gaza.

Tra le numerose reazioni seguite alla prevedibile destituzione venerdì del Procuratore Capo Karim Khan dalla Corte Penale Internazionale (CPI) è emerso un post rivelatore.

A scriverlo è stato Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, che ha ammonito il sindaco di New York Zohran Mamdani.

Mamdani aveva appena definito il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu un criminale di guerra che avrebbe dovuto essere arrestato alla sua prossima visita sul suolo statunitense, pur ammettendo di non avere i poteri per farlo.

Danon ha ribadito l’affermazione – che sembrerebbe essere ora stata confermata – secondo cui Khan avrebbe utilizzato i mandati di arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa per insabbiare le proprie presunte molestie sessuali.

Come ha chiarito l’inchiesta di Middle East Eye, Khan ha emesso i mandati di arresto, meticolosamente preparati, sei settimane prima ancora di essere a conoscenza delle accuse.

Ma la verità e il giusto processo non hanno trovato spazio nella campagna durata 18 mesi per rimuovere Khan, che ha incluso

– una campagna mediatica su Wall Street Journal, Associated Press, The Guardian e, più recentemente, CNN;

– degli avvertimenti privati ​​da parte di David Cameron, allora ministro degli Esteri, che gli disse che la Gran Bretagna avrebbe tagliato i fondi alla Corte Penale Internazionale e si sarebbe ritirata dallo Statuto di Roma se fossero stati spiccati i mandati di arresto;

– senatori repubblicani che gli dissero: “Prendi di mira Israele e noi prenderemo di mira te”;

l’essere indicato pubblicamente come sospettato dal presidente dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP) dell’ONU, il finlandese Paivi Kaukoranta, prima ancora di aver avuto la possibilità di difendersi.

Danon ha minacciato Mamdani della stessa sorte di Khan. “@NYCMayor Zohran Mamdani, prendi nota: usare Israele come arma politica non ti proteggerà dalle tue colpe”, ha scritto Danon.

Un nuovo precedente

In passato Israele preferiva agire dietro le quinte. Quando ha cercato di fare pressione sulla predecessora di Khan, la procuratrice capo Fatou Bensouda, lo ha fatto con discrezione.

L’ex procuratrice ha raccontato in un’intervista ad Al Jazeera un incontro con l’allora capo del Mossad, Yossi Cohen, in un hotel di New York durante una riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

“Era chiaro che non volevano che le indagini sulla situazione in Palestina continuassero”, ha affermato. “Questo è il punto fondamentale”.

Alla domanda se Cohen le avesse detto che Israele si sarebbe potuto “occupare” di lei e l’avesse avvertita che procedere avrebbe potuto compromettere la sicurezza della sua famiglia, Bensouda ha risposto: “Sì, l’ha detto”.

Ma questa campagna per rimuovere Khan ha creato un nuovo precedente. Israele si è assunto la responsabilità fin dall’inizio e non ha fatto alcun tentativo di nascondere a Khan stesso o al mondo esterno di essere dietro alle accuse.

Il Mossad ha inviato una squadra all’Aia, dove Khan risiede, per intimidirlo. Ha fatto recapitare dei messaggi a Khan tramite un avvocato britannico, anche se quest’ultimo ha dichiarato a MEE di parlare solo a titolo personale.

Infine Netanyahu stesso “ha rivelato” che altre quattro donne si stavano preparando a testimoniare contro Khan. Questo accadde poche ore prima che il Guardian affermasse che una seconda donna stava per farsi avanti.

L’affermazione di Netanyahu non si è mai avverata.

Khan rimase fermo sulle sue posizioni e sulla sua convinzione che la Corte Penale Internazionale, proprio lei tra tutti i tribunali, avrebbe rispettato il giusto processo. Questa fiducia sembra essere stata mal riposta.

Le accuse contro Khan sono state oggetto di indagine per oltre un anno da parte dell’Office of Internal Oversight Services [OIOS, organo delle Nazioni Unite responsabile della supervisione interna, ndt.] L’OIOS ha formulato 137 conclusioni, nessuna delle quali configurava una condotta scorretta, tanto meno sessuale.

Le prove raccolte dall’OIOS sono state poi meticolosamente esaminate da un collegio di tre giudici internazionali di alto livello nominati dall’ASP.

Questo collegio giudiziario ha stabilito che le conclusioni dell’OIOS “non dimostrano alcuna condotta scorretta o inadempienza” da parte di Khan. Hanno utilizzato gli stessi criteri probatori impiegati proprio dalla Corte Penale Internazionale (CPI).

A quel punto, l’ASP ha avviato una campagna per sabotare il rapporto redatto dai giudici da essa stessa nominati.

Un processo farsa

Soffermiamoci un momento sull’ultimo punto.

Stiamo parlando di un tribunale. In cui i giudici vengono nominati per la loro abilità nel vagliare e valutare le prove.

E poi abbiamo un Ufficio politico formato da ex diplomatici nominati dagli Stati membri che ha deciso di ignorare il parere legale dei loro giudici più titolati e di riaprire il caso in un tribunale farsa, tutto per conto proprio.

Immaginate quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se il presidente russo Vladimir Putin, contro il quale Khan ha anche emesso un mandato di arresto, avesse fatto le stesse mosse di Netanyahu per fare pressione sugli Stati membri della CPI.

Ma è stato persino peggio.

Per licenziare Khan l’Ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte, l’organo di governo della Corte, ha dovuto negare a lui e ai suoi avvocati il ​​giusto processo, e anzi rifiutare del tutto un qualche processo.

Ed è successo anche che alcuni membri dell’Ufficio abbiano affermato privatamente alla querelante e tra di loro che la carriera di Khan era finita, che abbiano cambiato l’accusa per la quale doveva essere destituito senza sottoporgliela e che abbiano modificato le regole di voto.

Margaretja Kassangana, diplomatica polacca e vicepresidente dell’Assemblea degli Stati Parte, ha incontrato privatamente l’accusatrice di Khan per discutere del caso prima che, alla fine del 2024, l’Ufficio deferisse la questione all’Ufficio degli Stati Parte dell’ONU.

Un’altra persona appartenente all’Ufficio, l’ambasciatrice ugandese Mirjam Blaak, è stata sentita dire a un collega di credere che Khan “potrebbe non tornare”, descrivendo l’accusatrice come una conoscenza personale.

Nella mia intervista con lui, Khan ha affermato che l’Ufficio si stava inventando tutto al momento. “È un Khan-processo creato apposta … specifico per me.”

Nella votazione per la sospensione di Khan l’Ufficio ha riscontrato che questi aveva commesso “gravi irregolarità”. La decisione, visionata da MEE, accusava Khan di aver avuto una relazione sessuale con la querelante, ritenuta inappropriata a causa dello squilibrio di potere tra i due.

Questa accusa non era mai stata formalizzata nei confronti di Khan. Era stato accusato prima di aver toccato la querelante, poi di stupro, ma mai di aver avuto una relazione sessuale consensuale.

La testimonianza della querelante si concentrava su una condotta non consensuale. L’Ufficio lo ha licenziato sulla base di un’accusa che non gli era mai stata mossa.

Per assicurarsi che la pubblica condanna del loro Procuratore capo si svolgesse come previsto, l’Ufficio ha modificato la procedura di votazione, passando da una votazione a due fasi a una votazione unica, in modo da impedire all’ASP di formulare una propria interpretazione della presunta irregolarità.

Tre campi

La campagna per la rimozione di Khan ha diviso gli osservatori in tre schieramenti: coloro che credevano nella sua innocenza e che l’intero processo fosse stato orchestrato da Israele, coloro che credevano nella sua colpevolezza e che stesse utilizzando i mandati d’arresto come copertura e un gruppo intermedio che non riteneva Khan un “Procuratore credibile” nonostante lo fosse la sua condotta professionale come Procuratore, e che la sua rimozione avrebbe permesso l’esecuzione dei mandati da lui emessi.

Questa era l’opinione di Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch. Roth ha dichiarato alla CNN che, poiché i mandati erano opera di un team di procuratori e approvati da tre giudici nella camera preliminare avrebbero dovuto essere eseguiti.

Dopo la rimozione di Khan l’ufficio del Procuratore della CPI ha affermato che il lavoro sarebbe continuato senza interruzioni. La CPI ha più di una dozzina di indagini attive in Ucraina, Darfur, Libia e Afghanistan.

Come riferito da MEE, ad aprile l’ufficio aveva richiesto un mandato d’arresto per il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich e un altro era in fase di preparazione per il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir.

Tali richieste erano pronte prima che Khan andasse in congedo nel maggio 2025 e da allora non è successo nulla.

I mandati originali contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant rimangono in vigore e solo i giudici possono revocarli. Israele ha presentato una serie di ricorsi legali e due di questi sono ancora pendenti.

Il più importante è che la Corte non avrebbe giurisdizione sui suoi cittadini poiché Israele non è uno Stato parte dello Statuto di Roma.

La questione è ora al vaglio della Camera d’Appello e di una camera inferiore e una risposta definitiva potrebbe non arrivare prima del 2027.

In una delle tante offerte per convincere Khan a fare marcia indietro, è stato suggerito di permettere al Procuratore capo di “far marcia indietro”. È stato proposto che Khan riclassificasse i mandati come riservati. Ciò consentirebbe a Israele di contestarli in privato.

Per quanto ne sappiamo, tutte le attività relative a Israele all’interno della CPI sono state bloccate.

Due viceprocuratori, Nazhat Shameem Khan delle Fiji e Mame Mandiaye Niang del Senegal, continuano a dirigere l’ufficio. Entrambi i viceprocuratori sono stati sanzionati dagli Stati Uniti per aver mantenuto attivi i mandati di arresto di Netanyahu e Gallant dopo aver assunto la direzione dell’ufficio.

Quelli in prima linea nella campagna per sbarazzarsi di Khan ora si vantano di volere altre vittime.

Chi sarà il prossimo?

Tra questi spicca il Dipartimento di Stato americano. Il suo portavoce Tommy Pigott ha dichiarato: “Karim Khan è l’esempio per eccellenza della corruzione della Corte Penale Internazionale e dell’abuso della sua presunta autorità. È un bene che se ne sia andato, ma è solo un piccolo ingranaggio di questa istituzione irrimediabilmente corrotta. Il risultato odierno non avrà alcun impatto sul piano degli Stati Uniti per smantellare la CPI”.

Il suo superiore Marco Rubio è impegnato in una campagna per smantellare la CPI “mattone dopo mattone”, come ha affermato lui stesso.

Ha dichiarato: “La Corte Penale Internazionale cerca di diventare l’arbitro incontrollato di una nuova legge globale, con il potere di perseguire e arrestare i nostri cittadini a suo piacimento e di minacciare esistenzialmente la sovranità americana. Insegneremo alla CPI il vero significato della determinazione americana”.

Incoraggiati dalla rimozione di Khan, importanti avvocati filo-israeliani stanno ora minacciando apertamente altri soggetti, come Francesca Albanese relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.

Hillel Neuer, direttore di United Nations Watch [ong fondata nel 1993 per monitorare l’operato delle Nazioni Unite, in particolare il suo presunto bias anti-israeliano, ndt.], ha scritto: “Basta immunità per i funzionari internazionali che abusano del loro incarico. Il Procuratore della CPI Karim Khan ha abusato sessualmente dei suoi dipendenti. La nostra campagna per rimuoverlo ha avuto successo: è stato appena licenziato”.

“La prossima sei tu, @FranceskAlbs. Il tuo sostegno al terrorismo di Hamas avrà delle conseguenze”.

Notate la parola “nostra”.

Ma ovviamente su questo punto Neuer ha ragione. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha avuto un “ruolo attivo” nella decisione degli Stati membri della CPI di destituire Khan.

Secondo Guy Azriel, corrispondente diplomatico di i24 News [canale televisivo privato israeliano di notizie su Medio Oriente e affari internazionali in inglese, francese e arabo, ndt.] Sa’ar ha supervisionato “una task force dedicata e ha profuso intensi sforzi diplomatici volti a ottenere la rimozione di Khan dal suo incarico”.

Accogliendo con favore la decisione, Netanyahu ha scritto di aver parlato con Rubio riguardo alla possibilità di dare il colpo di grazia alla CPI.

“Ha ribadito ancora una volta la determinazione dell’America ad agire con forza contro questa istituzione, un’istituzione che mina la giustizia, attacca nazioni democratiche e sovrane e cerca di subordinare la loro sicurezza alle decisioni dei funzionari corrotti e irresponsabili dell’Aia”, ha scritto Netanyahu.

Unendosi alla campagna per la rimozione di Khan, Roth non ha difeso la CPI né i suoi colleghi avvocati per i diritti umani da questo tipo di abusi e attacchi. Ha ulteriormente messo in pericolo la Corte e loro stessi.

Una battaglia persa

Significativamente lo stesso giorno del licenziamento di Khan le Nazioni Unite hanno votato per rinnovare il mandato quadriennale dell’avvocato austriaco Volker Turk come responsabile per i diritti umani. Israele ha ignorato questa battuta d’arresto e non ha compiuto alcuno sforzo tangibile per contrastarla.

Questo perché sa che le azioni delle Nazioni Unite sono irrilevanti. Hanno emesso risoluzione dopo risoluzione, dichiarazione dopo dichiarazione, rapporto dopo rapporto ma nulla è cambiato riguardo all’occupazione, se non in peggio.

Ma ciò che Karim Khan ha fatto ha avuto un impatto. È stata la più grave minaccia internazionale per Israele da quando ha iniziato il genocidio a Gaza. Ecco perché bisognava sbarazzarsi di Khan.

Israele sta combattendo una battaglia persa in partenza.

Il video di Mamdani che condanna Netanyahu come criminale di guerra ha totalizzato oltre 200 milioni di visualizzazioni.

Dopo il licenziamento di Khan, YouGov ha chiesto agli adulti americani se le autorità statunitensi avrebbero dovuto arrestare Netanyahu alla sua prossima visita. Il 46% ha risposto di sì, il 28% di no e il 25% non era sicuro.

Il giorno dopo il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dichiarato che Netanyahu era un criminale di guerra e non era il benvenuto a Londra.

Questo è il lascito di un ostinato Procuratore britannico che si è rifiutato di farsi intimidire.

Gli Stati membri della Corte Penale Internazionale (CPI) hanno fallito nel compito di difendere la giustizia internazionale.

Come abbiamo rivelato l’anno scorso, il conservatore britannico Cameron, quando era Ministro degli Esteri, si adoperò per sabotare l’indagine di Khan su Israele.

Ma il governo laburista di Keir Starmer, pur sostenendo pubblicamente la CPI, si oppose alle richieste dei propri parlamentari di indagare sul tentativo di Cameron di minacciare Khan.

Il governo Starmer comunicò poi a Khan, prima del voto che l’ha rimosso, che non lo avrebbe sostenuto sebbene i funzionari non avessero esaminato le prove concrete contro di lui.

Nelle ultime settimane del mandato di Starmer il governo respinse la richiesta di un incontro da parte di Khan. A meno che il successore di Starmer, Andy Burnham, non abbia cambiato radicalmente la politica a una settimana dal voto, la Gran Bretagna è stata pienamente complice nella destituzione di Khan.

Il defunto senatore Lindsey Graham aveva ragione quando affermava che la Corte Penale Internazionale (CPI) era destinata solo ad “africani e criminali come Putin. Non è per democrazie come Israele e gli Stati Uniti d’America”.

Perché è così che ha ragionato la maggior parte degli Stati membri.

Sotto pressione hanno ceduto e, purtroppo, questo include il Sud del mondo. Quando avranno bisogno della giustizia internazionale e scopriranno di non trovarla non potranno far altro che guardarsi allo specchio.

Qualunque cosa accada ora a Khan il suo nome sarà per sempre legato ai mandati di arresto della CPI contro Netanyahu e Gallant, che rimangono la risposta più efficace, seria e significativa che la comunità internazionale abbia dato al genocidio di Gaza.

Tutte le altre risposte sono retoriche. Ecco perché Israele si è impegnato così tanto per sbarazzarsi di Khan.

Quei mandati d’arresto mettono a nudo i crimini di guerra israeliani come mai prima d’ora e, per la prima volta in questo conflitto, accusano i più alti funzionari del Paese.

Khan ha osato opporsi ai potenti nel perseguire giustizia per le vittime, e questa sarà la sua vera eredità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e redattore capo di Middle East Eye. È opinionista e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista agli esteri per il Guardian e corrispondente da Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il caos che Israele sta seminando in tutto il Medio Oriente potrebbe ritorcerglisi contro

David Hearst

1 ottobre 2024 MiddleEastEye

Niente più di quello che Netanyahu sta attualmente perseguendo può convincere i suoi vicini arabi che Israele non può vivere con loro in pace.

Ogni volta che Israele inizia un’altra guerra, prima che piova il fosforo bianco, prima della paura e del panico delle persone che fuggono dalle loro case, prima delle riprese dei sopravvissuti sbalorditi che setacciano le macerie dei palazzi crollati, viene celebrato un rituale.

Si chiama rituale del cessate il fuoco, una pubblica dimostrazione di lavaggio delle mani. È la farsa di fingere che ci siano diplomatici onesti da qualche parte che cercano di esplorare ogni via, che usano tutte le energie per impedire che questo caos inizi.

Molto di questo rituale è coreografato. Altre parti sono improvvisate. Ma siate certi di una cosa: è una pantomima. Non ha alcuna relazione con la realtà.

Poche ore prima che Israele dichiarasse di aver iniziato l’invasione di terra in Libano, in una conferenza stampa a Beirut il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot stava vanamente insistendo che la sua proposta di cessate il fuoco di 21 giorni era “ancora sul tavolo”. Nel contempo gli Stati Uniti, co-sponsor della Francia, stavano informando i giornalisti che i colloqui per il cessate il fuoco erano terminati. Questa posizione è stata ripresa diverse volte nel corso del pomeriggio e le contraddizioni si sono accumulate.

Gli Stati Uniti invocavano una soluzione diplomatica e nello stesso tempo descrivevano l’assassinio del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah come un “bene assoluto”. Affermando di aver trattenuto Israele in un’operazione limitata al confine, esprimevano anche ansia per l’aspetto umanitario dell’operazione. E si sono impegnati a continuare a lavorare per ridurre le tensioni, pur riconoscendo che Israele è un paese sovrano che prende le proprie decisioni.

Se questa farsa suona orribilmente familiare è perché lo è.

Diamo un taglio al gergo: la conclusione, come ha confermato il Pentagono, è che gli Stati Uniti sostengono un’invasione di terra del Libano e i piani di cessate il fuoco possono andare a farsi benedire.

Desiderio di vendetta

Lo stesso è accaduto a Gaza un anno fa. Il “diritto di Israele a difendersi” è l’abbreviazione di radere al suolo ogni abitato abbastanza sfortunato da trovarsi accanto.

Questa danza macabra ha uno scopo: martedì praticamente tutti i media del mondo occidentale hanno descritto l’operazione in corso in Libano come “mirata” o “limitata” – precisi raid di commando che entrano ed escono – proprio come avevano fatto durante la fase iniziale della guerra su Gaza.

” Ci aspettiamo che non somigli al 2006 [operazione militare di vasta scala dell’esercito israeliano in Libano durata 34 giorni, ndt.]”, ha detto un funzionario statunitense al Washington Post.

Nel frattempo diplomatici e generali israeliani non sono riusciti a trattenersi dal dire la verità. Mike Herzog, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, ha affermato: “L’amministrazione americana … non ci ha limitato nel tempo. Anche loro capiscono che dopo l’assassinio di Nasrallah c’è una nuova situazione in Libano e c’è la possibilità di rimodellarlo”.

“Rimodellare” il Libano non vuol dire un’operazione mirata limitata al confine. Né la limitazione era nei pensieri di un comandante dell’esercito israeliano che ha osservato: “Abbiamo il grande privilegio di scrivere la storia qui nel nord come abbiamo fatto a Gaza “. In Israele rabbia e discorsi d’odio hanno raggiunto livelli psicotici. Il desiderio di vendetta contro la popolazione di Gaza ha rapidamente trovato un nuovo bersaglio: la popolazione del Libano. Nir Dvori di Channel 12 News ha esultato dicendo che “Nasrallah è morto tra i tormenti” dando la notizia secondo cui il leader di Hezbollah è morto soffocato. Il capo del consiglio comunale di Shlomi [cittadina nel nord di Israele, ndt.] ha salutato l’invasione di terra affermando: “È necessario ripulire l’area”.

Il commentatore politico Ben Caspit ha fantasticato sul “giorno dopo” di tale operazione di pulizia, suggerendo che persino le nonne di qualsiasi combattente della Forza d’élite Radwan di Hezbollah [la cui missione è infiltrarsi nei territori israeliani, ndt.] che avesse attraversato il fiume Litani [confine fra Libano e Israele ndt.] dovrebbero “morire sull’istante”.

È curioso che abbia menzionato il fiume Litani, il cui nome è stato spesso invocato come limite a nord del Libano meridionale che Israele vuole liberare dai razzi di Hezbollah, perché anche questo sta diventando un mito. Le ambizioni militari di questa operazione vanno molto più in profondità nel Libano.

Appena 12 ore dopo che il Dipartimento di Stato americano aveva dichiarato di aver limitato l’operazione di Israele, l’esercito israeliano ha emesso ordini di evacuazione a più di 20 città e villaggi nel Libano meridionale. “Dovete dirigervi immediatamente a nord del fiume al-Awali” vicino a Sidone, ha detto il portavoce dell’esercito Avichay Adraee su X (ex Twitter).

Ridisegnare il Medio Oriente

Questo significa che Israele ha rivendicato come sua area di operazioni militari l’intero Libano meridionale, quasi un terzo del paese. In un colpo solo, Israele ha raddoppiato la sua area di operazioni.

La cosa è in linea con la promessa fatta dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu un anno fa nelle ore successive all’attacco di Hamas.

“Cambieremo il Medio Oriente”, aveva detto Netanyahu ai funzionari in visita a Gerusalemme dal sud del paese dove Hamas aveva colpito il 7 ottobre 2023.

Jared Kushner, genero dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump e investitore immobiliare che ha apparentemente trascorso ore a studiare Hezbollah e si considera un esperto in materia, ha scritto ugualmente su X: “Il 27 settembre [data dell’uccisione di Nasrallah] è il giorno più importante in Medio Oriente dalla svolta degli Accordi di Abramo… Chiunque abbia chiesto un cessate il fuoco al nord si sbaglia. Non c’è ritorno per Israele. Non possono permettersi ora di non finire il lavoro e smantellare completamente l’arsenale che è stato puntato contro di loro. Non avranno mai un’altra occasione”.

Netanyahu e i suoi sostenitori americani cambieranno il Medio Oriente invadendo il Libano, questo è certo. Ma non esattamente nel modo in cui immaginano. Dopo aver guidato la liberazione del Libano meridionale dopo 18 anni di occupazione e aver guidato la battaglia contro Israele nel 2006, secondo Hezbollah con successo, Nasrallah ha mantenuto tranquillo il confine settentrionale per quasi due decenni.

Sotto il governo di Nasrallah, Hezbollah era totalmente assorbito da un’altra battaglia: la guerra civile in Siria, con molte conseguenze. Ha messo da parte il primato della lotta per liberare la Palestina. E man mano che Hezbollah cresceva in dimensioni e importanza politica, fu più facile da infiltrare per il Mossad israeliano. Alcune delle principali operazioni del mese scorso, come la fornitura di cercapersone e walkie-talkie con trappole esplosive, erano in lavorazione da anni. Anche le posizioni esatte dei bunker di Hezbollah e lo spostamento degli obiettivi tra di essi erano il risultato di anni di lavoro e ricerca.

Un contrasto drammatico

Niente di ciò che è accaduto per dare un colpo mortale a Hezbollah era impreparato, e per questo contrasta così drammaticamente con le difficoltà che Israele ha incontrato nel tentativo di decapitare Hamas a Gaza.

Ma Israele è stato anche aiutato dalla “pazienza strategica” di Hezbollah e dell’Iran e dalla loro mancanza di risposta ai suoi crescenti attacchi ai loro comandanti e leader. Hezbollah non si è mai vendicata per l’assassinio del 2008 di Imad Mughniyeh, leader della sua ala militare. Né ha risposto per le rime all’assassinio dell’alto funzionario di Hamas Saleh al-Arouri all’inizio di quest’anno nel suo centro di Dahiyeh a Beirut.

La mitezza delle risposte di Hezbollah e dell’Iran ha solo dato a Israele la sicurezza di raddoppiare i suoi attacchi in Libano e Siria. 

Ogni volta che accadeva sia Hezbollah che l’Iran si sgolavano a dire di non voler iniziare una guerra con Israele e che la loro campagna era in solidarietà con Hamas a Gaza e si sarebbe fermata nel momento in cui fosse stato raggiunto un cessate il fuoco.

E quando colpivano era generalmente, anche se non esclusivamente, contro obiettivi militari israeliani. I razzi e i video di propaganda di Hezbollah erano dimostrativi, progettati per mostrare il suo potere, non per usarlo.

Col senno di poi, questa strategia si è rivelata un errore strategico che Hezbollah sta pagando oggi, perché ha dato a Israele la sicurezza di fare ciò che sta facendo ora in Libano. Gli attacchi di Israele a Hezbollah hanno superato le risposte di Hezbollah nella misura di cinque a uno.

Non si tratta solo dell’errore di calcolo di coloro che vengono abitualmente definiti estremisti in Libano e Iran. Il presidente iraniano riformista Masoud Pezeshkian ha detto di essere stato tradito dagli americani che avevano promesso un cessate il fuoco a Gaza se l’Iran si fosse astenuto dal rispondere all’assassinio del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran.

È stato il fallimento della moderazione strategica dell’Iran a portare martedì sera al bombardamento di obiettivi in ​​tutto Israele con oltre 180 missili. Dopo l’attacco, Pezeshkian ha continuato a sostenere che l’Iran non vuole una guerra con Israele, ma la politica di moderazione è stata chiaramente abbandonata. Ci si può aspettare che Hezbollah e tutti i gruppi armati in Yemen e Iraq si facciano più attivi.

Ma un errore di calcolo ancora più grande è stato commesso da Israele nel suo desiderio di colpire finché il ferro è caldo. 

Aggressione incontrollata

Israele sta riprogettando l’intero Medio Oriente nell’odio, mentre la questione palestinese rimane irrisolta. È l’ingegneria al contrario di un periodo di tre decenni, dagli Accordi di Oslo, mentre il conflitto palestinese ha perso la sua supremazia e centralità nel mondo arabo.

Niente più dell’aggressività senza freni di Israele può sanare le profonde divisioni nel mondo arabo create dalla controrivoluzione alla Primavera araba.

Quando sganci 80 tonnellate di esplosivo per uccidere Nasrallah e uccidi altre 300 persone nel farlo, lo trasformi da simbolo di resistenza a leggenda.

“Il simbolo è scomparso, la leggenda è nata e la resistenza continua”, è come l’ha espresso il politico libanese Suleiman Frangieh, rampollo di una delle principali famiglie maronite del paese.

Ibrahim al-Amin, direttore di Al Akhbar, giornale vicino a Hezbollah, ha paragonato Nasrallah a Hussain, nipote del profeta Maometto, considerato il terzo imam dell’Islam sciita. Ha scritto: “Sayyed Hassan Nasrallah non si immaginava nel solco di Hussain quando è caduto come martire. Non era nel solco di Hussain quando il mondo lo ha abbandonato. Piuttosto, è nel solco di Hussain che si è alzato e ha combattuto in difesa di un diritto che costa molto ottenere … [Nasrallah] è diventato un simbolo eterno per ogni ribelle di fronte all’ingiustizia e … è stato martirizzato in difesa di Gerusalemme e della Palestina”. Nasrallah aveva un fascino carismatico come oratore per il suo elettorato sciita e le masse filo-palestinesi nel mondo arabo, come l’ex presidente egiziano Gamal Abdel Nasser aveva per il movimento nazionalista arabo ai suoi tempi. Da morto Nasrallah promette di arrivare a tanto.

Gravi conseguenze

Naturalmente questa non è la visione delle élite arabe che hanno trascorso gran parte della loro carriera a stringere amicizia con gli Stati Uniti e Israele. Ma anche loro devono riconoscere le passioni che scuotono i loro popoli.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha usato Israele come tragitto per essere preso sul serio da Washington. Ma anche lui è totalmente sincero sui propri limiti come leader.

“Il 70% della mia popolazione è più giovane di me”, avrebbe detto il sovrano trentanovenne al Segretario di Stato americano Antony Blinken all’inizio di quest’anno. “Per la maggior parte di loro, non hanno mai saputo molto della questione palestinese. E quindi la stanno scoprendo per la prima volta attraverso questo conflitto. È un problema enorme. Mi interessa personalmente la questione palestinese? A me no, ma alla mia gente sì, quindi devo assicurarmi che questo trovi un esito.”

Un funzionario saudita ha contestato questo resoconto della conversazione di Mohammed bin Salman con Blinken, che invece è molto verosimile.

Sì, la regione sarà ridisegnata da un Israele che ha rotto il freno.

Niente può convincere i suoi vicini arabi che Israele non può vivere con loro in pace meglio della rotta su cui Israele è attualmente impostato, una rotta che prende di mira e minaccia allo stesso modo cristiani, musulmani, sciiti e sunniti.

Netanyahu, più di chiunque altro, li sta convincendo che un Israele che si comporta in questo modo non appartiene a questa regione.

Ciò avrà profonde conseguenze strategiche per il futuro. Quindi la morte di Nasrallah è davvero un “bene assoluto” per la regione?

Fai attenzione a ciò che desideri, perché potrebbe succedere.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e speaker sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. È stato caporedattore agli esteri del Guardian ed è stato corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)